Hamon e Schulz: la sinistra ritrova i suoi linguaggi

Benoit Hamon in Francia vince le primarie del partito socialista (battendo Valls) nel giorno in cui a Berlino Martin Schulz conferma la sua candidature alla Cancelleria in contrapposizione alla destra di Angela Merkel e all’ultradestra xenofoba di Frauke Petry. Due candidati che sembrano recuperare, almeno timidamente, il linguaggio tradizionale della sinistra.
Schulz nel suo discorso di investitura ha liquidato la “grande coalizione affermando che “l’Spd partecipa alle elezioni del 2017 per diventare la prima forza politica del Paese. E io corro per diventare cancelliere”. Ha lanciato un duro attacco tanto all’Afd facendo riferimento a un terribile passato che ancora imbarazza la Germania (“Frauke Petry si allea con il Front National in un paese che ha conosciuto un nazionalismo aggressivo e il suo partito non è un’Alternativa per la Germania, ma una vergogna per la Repubblica federale tedesca”). Ma non ha risparmiato accuse alla coalizione di destra che sostiene la Merkel e in particolare alla Csu di Horst Seehofer (“Battere le mani a Viktor Orban ha rappresentato un affronto aperto agli interessi della Germania”). Ma soprattutto ha messo sotto accusa le politiche economiche dell’attuale governo e il ministro delle finanze, Wolfgang Schaeuble: “Il fatto che il ministro delle Finanze voglia usare il surplus di bilancio per tagliare le tasse, invece di investirlo per i nostri figli, vuol dire che serve un ministro delle finanze socialdemocratico”. La Spd di Martin Schulz, infine, ripropone come obiettivo una società più giusta da realizzare attraverso anche una riforma fiscale che ripristini una vera progressività (la leva delle imposte, cioè, per ridistribuire realmente la ricchezza).
Non è diversa l’impostazione di Benoit Hamon, “allievo” di Lionel Jospin, da sempre aspramente critico nei confronti della fallimentare interpretazione della politica socialista fornita da Hollande e Valls. Ha sconfitto a sorpresa e largamente Manuel Valls uno dei cinque in camicia bianca alla Festa dell’Unità di qualche anno fa insieme a Renzi; oggi quella foto con il tramonto del francese, il rovinoso fallimento dello spagnolo Pedro Sanchez e la non entusiasmante performance al referendum dell’ex presidente del consiglio, è l’immagine storicizzata della “terza via” blairiana devastata dalla durezza della crisi che non sembra ammettere troppe mediazioni con il liberismo trionfante. L’esponente della Gauche interna al Psf dai sondaggi non era considerato e, invece, come è spesso capitato negli ultimi anni, ha superato abbondantemente il favorito: 58 per cento a 41.
Hamon parla di reddito universale, di politiche energetiche nel segno dei principi ecologici (abolizione delle auto diesel entro il 2025, contenimento del ricorso al nucleare per produrre energia, sviluppo delle fonti rinnovabili), di interventi sociali a sostegno dei più deboli, di orario di lavoro a trentadue ore, di una tassa per le aziende che introducono i robot. E nel giorno di questa prima imprevedibile vittoria dice: “Dobbiamo immaginare risposte nuove, riflettere sul mondo per com’è e non per com’era”. Riscopre, insomma, sull’onda del messaggio di Bernie Sanders, quei valori che l’Eliseo negli ultimi quattro anni ha riposto in soffitta (non a caso tra le proposte di Hamon c’è anche la cancellazione della “loi travail”). Tanto l’impresa di Schulz quanto quella di Hamon (che dovrà provare a conquistare il turno di ballottaggio togliendo il posto o a Marine Le Pen o a Francois Fillon, cioè destra estrema e destra tradizionale) sono obiettivamente disperate. La Merkel è fortissima mentre il francese è stretto a sinistra tra Jean Luc Mélanchon e il verde Yannik Jadot (con i quali proverà ad aprire un dialogo) mentre al centro gli fa quasi da argine l’ex compagno di partito (il volto tecnocratico di una sinistra a pezzi) Emmanuel Macron. Ma il recupero, seppur timido, di antiche tradizioni almeno lascia ben sperare.

Antonio Maglie

Blog Fondazione Nenni

La Germania all’alba dell’era Trump, elezioni in vista

merkel-trumpAd una settimana dall’elezione di Donald Trump quale prossimo presidente degli Stati Uniti, non accennano a fermarsi i dibattiti in Germania su quanto questo pesi nel futuro del paese e dell’Europa.

Il Segretario della SPD, ed attuale Ministro dell’Economia, Sigmar Gabriel, vede nell’elezione del Tycoon newyorkese, e nell’euforia che ha suscitato fra i movimenti populisti europei, la nascita di “un’internazionale nazionalista e chauvinista”. Questo, per il leader social-democratico, dimostra quale veramente sia lo “Scontro di Civiltà” che esiste in Europa: non quello, caro ai populisti, fra Cristianità e Islam, ma quello interno con da una parte le forze democratiche e riformiste e dall’altra i movimenti autoritari, razzisti e nazionalisti che vogliono contrastare i cambiamenti sociali e demografici attualmente in corso con soluzioni estremiste ed anacronistiche.

Anche per il Ministro delle Finanze Schäuble, CDU, “la demagogia ed il populismo non sarebbero un problema puramente Americano, ma di tutto l’Occidente”. A preoccupare quello fra i consiglieri più fidati di Angela Merkel, è la bassa qualità del dibattito politico in corso in Gran Bretagna, Francia, Olanda, Italia, ma anche, e soprattutto in Germania. Qui si assiste alla svolta a destra della CSU bavarese – partito locale consociato alla CDU e parte della coalizione al governo –  e alla continua crescita di AfD – il movimento anti-Europeo e anti-Immigrazione che ha ormai raggiunto uno stabile 13% a livello nazionale. Contrastare questa svolta “populista” in Germania deve diventare, per due fra i più importanti esponenti del governo, la priorità del Governo di Berlino.

Eppure, nonostante queste prese di posizione, il paese rimane preoccupato. Secondo infatti un sondaggio promosso dal “Bild am Sonntag”, il 66% dei tedeschi sono convinti che proprio le due leadership dei Partiti di governo – CDU e SPD appunto – non stiano prendendo troppo seriamente le preoccupazioni che arrivano dall’elettorato. Anche se il 53% esclude che questo possa portare, in Germania, all’elezione a cancelliere di un populista “alla Trump”, questo basta per far gridare vittoria a Frauke Petry. Il segretario dell’AfD, ha difatti affermato che “i problemi che affligono la classe media in America e che hanno portato alla vittoria di Trump sono gli stessi che l’affliggono in Europa” ovvero: Tasse e Immigrazione.

Sulla stessa riga si muove, in maniera più moderata, la CSU. Questa auspica, nelle dichiarazioni dei suoi parlamentari, un forte irrigidimento nelle politiche di accoglienza dei profughi, trovando una sponda nelle correnti più conservatrici della CDU stessa. In particolare il segretario e governatore della Baviera Horst Seehofer, ha dichiarato recentemente che non appoggerà un quarto governo Merkel, qualora questo, peraltro molto probabile, non cambi completamente rotta sull’immigrazione.

Se la destra si scatena, molti ambienti liberali tedeschi, ed Europei, sottolineano come proprio la Cancelliera ricopra ora, in Europa e in Occidente, il ruolo di “anti-Trump”. Questo è il giudizio dello storico Paul Nolte per il quale “l’attività politica di Angela Merkel rappresenta quella trasformazione silenziosa che sta avendo la società tedesca, più attenta ai problemi ambientali e sociali della contemporaneità” ponendo la Cancelliera di traverso a quegli atteggiamenti di chiusura e ritorno al passato che contraddistinguono Trump ed i suoi sodali Europei. Eppure, sottolineano vari analisti, la Cancelliera e la Germania da sole non bastano per far fronte agli effetti possibilmente negativi di una presidenza Trump: serve, soprattutto, l’Europa.

Su questo tema si è espressa il Ministro della Difesa tedesco e politico CDU Ursula von der Leyen, da molti vista come probabile futura cancelliera dopo Angela Merkel. In una lettera aperta al Tagesspiegel berlinese successiva alle elezioni, il Ministro ha sottolineato come le elezioni americane sono la dimostrazione che l’Europa non possa continuare ad avere un ruolo defilato nel panorama internazionale e che, in funzione anche di contrasto ad un possibile asse Trump-Putin, questo passa anche per un meccanismo di Difesa Europea congiunta. Solo in questo modo, sempre secondo il Ministro, l’Europa può farsi carico di supportare piani di stabilizzazione e sviluppo in Africa e Medio Oriente, anche indipendentemente dalla Nato. L’idea di von der Leyen, peraltro condivisa da ambienti politicamente trasversali in Germania come in Europa, è di un continente capace di occuparsi delle crisi nei paesi a lei vicini, ma, soprattutto, capace di esercitare la sua forza geopolitica indipendentemente dall’alleato americano.

Maggior integrazione Europea, accoglienza degli Immigrati, aperture sociali rimangono quindi il fulcro dell’attività di governo della Germania anche in vista della scadenza elettorale del 2017. Che queste politiche continuino a trovare l’appoggio dell’elettorato tedesco, è la grande scommessa di Berlino da cui dipende, e molto, anche il futuro dell’Europa.

Germania. L’islamofobia entra nel programma di AfD

Frauke Petry AfDCavalcare l’islamofobia diventa un programma politico. Alternativa per la Germania, (AfD, Alternative für Deutschland), ha scelto, andrà ancora più a destra sposando la linea fortemente anti-islamica della sua leader attuale, Frauke Petry. Il Congresso di AfD appena conclusosi a Stoccarda, ha adottato infatti un programma unanimamente giudicato dagli osservatori come anti-islamico. Il partito ha confermato anche la sua scelta antieuropea con l’uscita dall’euro da ottenere attraverso un referendum, la semplificazione del sistema fiscale, la promozione della democrazia diretta e il blocco dell’immigrazione.

Tra i punti contenuti nel documento conclusivo e approvati dai duemila delegati domenica pomeriggio, c’è anche il divieto di costruire minareti, di chiamare alla preghiera attraverso il rituale annuncio del muezzin, di indossare il velo integrale perché – è scritto – l’islam “non fa parte della Germania”.

Frauke Petry ha dunque visto confermata la sua leadership e l’impronta decisamente anti-islamica impressa al partito dopo essere stata eletta a maggioranza assoluta leader di AfD l’8 luglio dell’anno scorso battendo lo stesso fondatore, l’economista Bernd Lucke. La frattura era avvenuta nel 2015 proprio sulle parole d’ordine della Petry considerate da Lucke troppo simili a quelle del movimento anti-islamico Pegida, nato a Dresda e diffusosi quasi esclusivamente nei Land dell’ex Germania orientale. La frattura è così netta che Lucke, assieme a 5 europarlamentari su 7, ha abbandonato la sua creatura e dato vita, dieci giorni dopo, a un altro partito, ‘Alternativa per il Progresso e il Rinnovamento’ (Allianz für Fortschritt und Aufbruch)

Alternativa per la Germania è stata fondata appena tre anni fa, nel luglio 2013, intercettando subito una parte del malcontento generato dalla paura crescente dei tedeschi per la crisi economica e la pressione dell’immigrazione che possono incidere sul loro livello di vita anche se fino ad oggi il Paese è certamente quello che ha sofferto meno di tutti, sia in termini economici che sociali, per la bufera nata nel 2008 negli Stati Uniti. Non a caso la forza maggiore, come testimonia la nascita di ‘Pegida’, della ventata populista e xenofoba, origina nei territori della ex Germania comunista, ancora diversi passi indietro rispetto agli altri land a quasi vent’anni dalla riunificazione, e là dove si sono avvertiti di più i contraccolpi della crisi mondiale.

Il partito appena nato, alle elezioni politiche del 2013, ottenne oltre due milioni di voti, pari al 4,7% dei votanti, fermandosi appena sotto la soglia di sbarramento del 5% per l’entrata nel Parlamento nazionale, il Bundestag. L’anno dopo, alle elezioni europee, superò di poco il 7% conquistando 7 eurodeputati (iscritti al ‘Gruppo dei conservatori e dei riformisti europei’).
Un ulteriore balzo lo compie nelle elezioni regionali del 2016. Nel Land del baden-Wüttemberg prende il 15,1% dei consensi e diventa il terzo partito. Nella Renania Palatinato arriva al 12,6% e nella Sassonia Anhalt (ex RDT) conquista un travolgente secondo posto col 24,2%.

I sondaggi continuano a dare l’AfD col vento in poppa e la quotano al 13%, praticamente se si votasse oggi sarebbe la terza forza del Paese dietro a Cdu-Csu, il partito di Angela Merkel, e la Spd imprigionata nel governo di coalizione e senza più un profilo politico netto.

Frauke Petry punta alle elezioni del 2017 dove immagina di arrivare sempre più forte, cavalcando tutte le fobie del popolo tedesco e galleggiando sul mare di incertezza gonfiato dalle difficoltà economiche e dalla pressione migratoria che attanagliano un’Europa che non è mai stata così confusa e disunita come oggi. Il tutto in un mix oltremodo temibile per la cancelliera Angela Merkel che fino a oggi ha imposto la sua leadership sul suo partito, sul Paese e in buona parte anche sull’Europa, in virtù delle straordinaria performance dell’economia tedesca e su una indiscutibile capacità manovriera di solida impostazione democristiana. L’unico vero balzo, che per un momento è sembrato proiettarla nell’Olimpo dei grandi leader europei, è stato quando ha annunciato la volontà di accogliere un milione di migranti in fuga dalla Siria, annuncio presto dimenticato forse sotto la pressione dei sondaggi di opinione e certamente per calcolo politico.

In compenso il tema è stato ampiamento sfruttato dall’AfD mentre anche la politica monetaria espansionista della Bce di Mario Draghi, è divenuta un elemento dello scontro politico in atto come dimostrano le recentissime critiche emerse nello stesso partito della Merkel secondo cui l’euro a tasso zero ha ridotto i guadagni degli investitori tedeschi e favorito così il partito antieuro di Frauke Petry.

Così come sta avvenendo in molti Paesi europei, Italia compresa, Afd scommette dunque tutte le sue carte sui sentimenti crescenti dell’euroscetticismo e della xenofobia, illudendo i suoi elettori che la soluzione di problemi complessi possa avvenire con un semplice ritorno al passato e una ricostruzione delle prerogative nazionali, anche se la Germania deve molto della sua forza di oggi proprio al contributo di una forza lavoro a basso costo costituita nei decenni da milioni di immigrati, (anche tantissimi italiani) e che oggi conta quasi quattro milioni di cittadini di religione musulmana, per la maggior parte di etnia turca e curda su una popolazione di 80 milioni.

“Instaurare la legge della sharia sul suolo tedesco – ha detto Jörg Meuthen, uno dei responsabili del partito – non è possibile”. “E il modo in cui sono trattate le donne in base al Corano non è compatibile con la Costituzione tedesca. Ma ciò non vuol dire che siamo contro persone di confessione musulmana che vivono qui in maniera pacifica e integrati”. Banalità, ovvietà nella sostanza, che qualunque cittadino europeo potrebbe sottoscrivere, ma parole e punti programmatici specifici come il divieto di costruire minareti, hanno un effetto-annuncio minaccioso destinato rafforzare l’islamo-isterismo e a sostenere una deriva che forse rassicurerà la parte psicologicamente più fragile della popolazione, ma farà anche riemergere vecchi fantasmi nella gran parte del popolo tedesco ed europeo.

Non a caso, sabato, in coincidenza con l’apertura del Congresso, Stoccarda è stata trasformata da gruppi ‘antifascisti’ e di estrema sinistra, in un teatro di guerriglia urbana con un bilancio pesante di incideti e 400 fermi di polizia.

Carlo Correr