La Brexit fa paura anche alla Germania

Berlino, 21 – Mancano due giorni al referendum inglese sulla permanenza o meno della Gran Bretagna in Europa programmato per il 23 giugno e in Germania, come gli altri Paesi, si è acceso il dibattitto sulle possibili conseguenze di un uscita di Londra dall’Unione: la Brexit. Spesso in Europa si tende a sottolineare i risvolti economici e commerciali di questa, ma la realtà che emerge dai media tedeschi è più variegata e sorprendente.

Operai in fabbricaCertamente per la Germania il dato economico è centrale, la Gran Bretagna è pur sempre la quinta potenza economica mondiale ed il terzo partner commerciale di Berlino, per un volume d’affari pari, nel 2015, a 89 miliardi di Euro e 2500 aziende tedesche presenti in Gran Bretagna, fra le quali Volkswagen e BMW.

L’abbandono dei trattati europei da parte di Londra, farebbe ricadere tali commerci sotto l’egida del WTO, l’organizzazione mondiale del commercio, non frenandone quindi il volume, ma aumentandone sia i costi che aggiungendo ulteriori complicazioni burocratiche. A questi si assocerebbero la contrazione della domanda e la diminuzione del potere d’acquisto dei cittadini britannici a causa, rispettivamente, delle crisi economica che la Gran Bretagna subirebbe, almeno all’inizio, e la svalutazione della Sterlina sull’Euro.

Particolarmente colpiti sarebbero gli Stati ad alta industrializzazione della Germania come la Bassa Sassonia, il Nord-Reno Vestfalia e, soprattutto, la Baviera. In quest’ultimo preoccupano non solo i 15,5 miliardi di Euro a rischio, ma le conseguenze politiche soprattutto a livello federale. Qui governa la bavarese CSU, partito conservatore legato alla CDU di Angela Merkel, ma da cui ha recentemente preso le distanze al seguito delle politiche della Cancelliera sull’apertura delle frontiere tedesche ai profughi. In questo contesto, un ipotetico indebolimento dell’economia regionale dovuto al Brexit potrebbe portare il partito a compiere ulteriori strappi con Berlino allo scopo di inseguire quel consenso in fuga verso la destra radicale, ma mettendo a rischio il governo federale.

Oltre che alle conseguenze interne, la stampa tedesca si preoccupa del futuro ruolo di Berlino in Europa qualora la Gran Bretagna uscisse e dalle conseguenze di una necessaria riconfigurazione dei rapporti con l’altra potenza europea rimanente: la Francia.

Il già indebolito asse franco-tedesco, sarebbe infatti la prima vittima della nuova Unione Europea post-Brexit in quanto questo priverebbe la Germania del necessario contrappeso politico ed economico a Parigi, ovvero Londra. Su molti punti, quali la libera circolazione delle merci, la riduzione delle regole e della burocrazia, l’agenda politica tedesca e britannica spesso coincidono formando un blocco Neo-Liberale che contrasta con l’approccio sociale, protezionista e statalista della Francia ed appoggiato da Spagna, Portogallo, Grecia e Italia.

All’indebolimento interno seguirebbe quello internazionale. “Un Europa senza i Britannici”, sostiene il vice-cancelliere Gabriel, non sarebbe presa seriamente sul palcoscenico mondiale in quanto priverebbe l’Unione di un membro permanente al consiglio di sicurezza nonché una delle principali potenze diplomatiche e militari del mondo. Il risultato sarebbe una perdita d’autorevolezza dell’Europa.

Per riequilibrare la situazione, Berlino sarebbe costretta ad assumersi maggiori responsabilità all’interno dell’Unione Europea anche come potenza militare, esercitando quindi un “hard-power” che la Germania, e la Cancelliera in particolare, ripudia a favore di pressioni e contrattazione economica. Berlino dovrebbe inoltre riconsiderare i suoi rapporti con il Sud dell’Europa, cosa che non può permettersi a causa della diffidenza della propria opinione pubblica verso i partner meridionali e la crescita al suo interno della destra radicale euro-scettica.

In questi punti si può racchiudere il merito, se ne ha uno, del referendum britannico: l’aver spogliato la questione Europea di ogni retorica e d’aver posto l’accento, sicuramente in Germania, ma anche nel resto dell’Unione, sui veri motivi, interessi e rivalità per cui l’Europa esiste. Qualunque cosa sceglieranno i Britannici, certamente questi sono i veri punti di partenza da cui l’Unione e la Germania – nel bene e nel male – dovranno ripartire.

Simone Bonzano

KAOS

Drecia-No-Europa

Ieri il tempo della festa, oggi della riflessione, ma su tutto prevale una sensazione di confusione, di vuoto da cui può emergere qualunque cosa: il kaos dei greci antichi. Gli obiettivi sono poco chiari e difficile la ricerca di strade percorribili per raggiungerli. Angela Merkel come Alexis Tsipras, e gli altri leader europei, stanno ancora tentando di abbozzare un percorso nuovo.
A Atene, dopo la vittoria, secca, nel referendum (61,3% ai No) che rispediva al mittente il programma della troika per dare respiro alla situazione debitoria del Paese, il premier greco Alexis Tsipras da oggi sta cercando l’uscita dal labirinto: riprendere i negoziati senza cedere di più di quanto avrebbe fatto fino a ieri.
E il tempo non lo aiuta. Anche l’Europa però, e in particolare la Germania di Angela Merkel, sono di fronte a un dilemma: non si può eludere il voto dei greci, non li si può condannare ad un’austerità perpetua per pagare gli interessi su un debito (320 mld di euro) che da tempo non è più rimborsabile. E questo lo sanno tutti.

TAGLIO DEL DEBITO?
La questione cruciale resta sempre la stessa: un haircut, un taglio del debito del 30%, una sua ristrutturazione nella quantità e nel tempo. Quello che Tsipras chiede da sempre, ma è una concessione – peraltro già accordata in passato – e non solo alla Grecia. A nessun creditore serve un debitore morto e con le ricette degli ultimi tre anni, la Grecia è sull’orlo della fossa.

Ora il Governo ellenico – ha fatto sapere il portavoce del governo di Atene –”farà tutti gli sforzi possibili per arrivare presto ad un accordo” con i creditori, “anche nelle prossime 48 ore”, una posizione che aveva già ribadito anche nei giorni scorsi. Tsipras ha estrema urgenza di far riaprire le banche, di evitare l’avvio di un crollo totale e per questo si è sentito per telefono con Angela Merkel – che continua a dare il là sulla questione – e ha annunciato che domani nuove proposte. Nella note degli scrutini del referendum, la Banca di Grecia ha avanzato alla BCE una nuova richiesta di aumento di liquidità di emergenza attraverso il programma Ela, euro in contanti indispensabili a mantenere in funzione il sistema bancario ellenico ed è quindi da Mario Draghi che arriverà la prima risposta concreta al voto dei greci, ma il presidente della BCE non può agire senza una ‘copertura’ politica. Secondo fonti di Francoforte, si ritiene che le banche greche possano andare avanti fino a dopodomani, mercoledì, e che quindi l’Ela possa restare ancora a 89 miliardi.

Ma cosa può concretamente succedere nelle prossime ore e nei prossimi giorni in attesa che il negoziato riparta e produca frutti? Un quesito pesante perché i mercati sono estremamente sensibili e facilmente spediscono borse e spread sulle montagne russe amplificando insicurezza e instabilità.

NON SOLO GREXIT
C’è chi sostiene che la strategia di Berlino, e dei ‘falchi’ europei, sia proprio quella di buttare la Grecia fuori dall’euro per ridisegnare politicamente ed economicamente i confini dell’UE, ma è anche vero che una Grexit produrrebbe danni forse incalcolabili, che si sa da dove si comincia, ma non si sa per nulla dove si può finire. Ecco dunque che – secondo il Sole 24 Ore – gli esperti di diritto comunitario del Consiglio e della Commissione Ue stanno ragionando su una ‘sospensione’ della Grecia dall’eurozona in attesa che il governo greco e la troika tornino a sedersi al tavolo delle trattative e trovino un punto d’incontro.

Un classico ‘fermare le lancette’ dell’orologio che in diplomazia si usa per impedire che un ultimatum si trasformi in qualcosa di irreparabile ben al di là delle intenzioni soprattutto se ci sono delle ipotesi di accordo. “Un modo per prendere tempo, alla ricerca di una soluzione condivisa, senza costringere la Grecia al ritorno alla dracma e allargare irrimediabilmente le crepe che già ci sono nell’edificio dell’Unione monetaria”.

Una soluzione che è tecnicamente assai complicata e che in ogni caso richiede un accordo politico, il tutto con un elevato rischio di insuccesso. Il ‘piano B’ allora prevede la costruzione di un percorso di default, un ‘fallimento concordato’, una pianificazione che rassicuri i creditori e nello stesso tempo un’amministrazione altrettanto controllata che avvii un piano di risanamento.

L’EUROPA
L’attesa ora è tutta concentrata sul lavorio nelle capitali europee, soprattutto su Berlino che ha imposto negli ultimi anni la sua strategia politica al resto dell’Europa, e sui mercati che oggi hanno reagito non così male come si poteva temere. In Italia la Borsa ha perso 4 punti, la peggiore con Lisbona, e lo spread è salito a 162. Sofferenti anche le altre borse da quella americana a quella di Shangai.

GLI STATI UNITI E LA RUSSIA
“Nonostante le differenze – ha detto oggi un portavoce della Casa Bianca – c’è un interesse collettivo” per un compromesso e un pacchetto di riforme e crescita, che consenta alla Grecia di restare nell’area dell’euro.
C’è stata una telefonata tra il direttore del FMI, Christine Lagarde, e il presidente russo Vladimoir Putin e a quanto riferisce il portavoce del Cremlino, si è parlato della “ricerca di una soluzione ottimale per risolvere la crisi” che “proseguirà tenendo conto di tutti gli interessi delle parti coinvolte”. Insomma Washington e Mosca adesso tengono il fiato sul collo della Merkel.

IN ITALIA
Sul piano diplomatico gli occhi sono concentrati ancora una volta sulle mosse di Angela Merkel, sul suo incontro con François Hollande – che nei giorni scorsi si è mostrato assai più disponibile alla trattativa – sul summit straordinario dei Paesi della zona euro convocato per domani pomeriggio, preceduto da un eurogruppo e sul giudizio che verrà dato delle nuove proposte elleniche.

Nelle ore precedenti al voto, sia dal Presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, che dal presidente francese François Hollande è arrivata la richiesta all’Ue di non chiudere la porta alla Grecia, qualunque fosse stato l’esito del voto. Una richiesta confermata oggi dal Presidente del Consiglio italiano che ha invitato a smetterla con i vertici a due mentre il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha invitato a una “discussione collegiale tra pari”.

SOSTENERE I NEGOZIATI
Decisamente schierato per una ripresa dei negoziati il PSI. “La partita ora si fa dura. Il Pse deve sostenere la ripresa dei negoziati, una conferenza europea sul debito, e soprattutto farsi protagonista di un nuovo patto fondativo dell’Unione. E attenti – ha scritto sulla sua pagina Fb il Segretario del Psi, Riccardo Nencini – a Russia e Cina. La geopolitica non è mai stata scissa dalle decisioni economiche”. Successivamente Nencini ha scritto una lettera ai leader socialisti europei “perché favoriscano la ripresa del negoziato e si lavori insieme per un nuovo patto fondativo dell’Unione”. “La proposta di aiuti umanitari alla Grecia fatta da Gabriel (il segretario della SPD che è anche vice di Angela Merkel nel governo, ndr) appartiene al sentimento della compassione non alle scelte politiche che si devono compiere nei frangenti più delicati. Sedersi e discutere. L’alternativa è una ferita insanabile”.

Intanto il Fondo Monetario Internazionale (FMI) che alla vigilia del voto aveva quantificato in circa 51 miliardi di euro la quantità di denaro necessaria a impedire il default della Grecia, ricordando implicitamente, che non c’è altra strada – come ripete il Governo ellenico – al taglio del debito perché nella misura di oggi non potrà mai essere ripagato, qualunque sacrificio venga imposto ai greci, ha fatto un altro passo avanti con il suo direttore generale, Christine Lagarde, che ha fatto sapere che il Fondo “sta monitorando la situazione da vicino ed è pronto ad aiutare la Grecia se Atene lo chiedera”.

Ma le pressioni del settore finanziario e bancario restano intanto pesantissime. Le banche Jp Morgan e Barkley hanno fatto sapere che dal loro punto di vista l’uscita della Grecia dall’euro è adesso lo scenario più probabile, con tutto il “caos” che ne deriverebbe.

 

Londra si prepara alla GREXIT

Grecia-debitoPiù si avvicinano le scadenze improrogabili per decidere il ‘che fare’ sul debito greco, più la nebbia si fa fitta e si moltiplicano i segnali contraddittori. È un gioco di specchi e la speranza è che i principali leader europei assieme a Barak Obama, abbiano una strategia per evitare il default e la Grexit, ovvero l’uscita della Grecia dalla moneta unica con un possibile e temibilissimo effetto domino che coinvolgerebbe i Paesi più esposti sul fronte del debito. C’è anche una componente di politica geostrategica, perché gli USA vogliono che Atene resti in Europa e nella NATO e soprattutto che non finisca nell’orbita di Putin o della Cina.

Il primo appuntamento è per dopodomani, mercoledì 11 febbraio, quando alla vigilia del vertice Ue, si terrà una riunione straordinaria dell’Eurogruppo sulla Grecia. La riunione dei ministri delle finanze dei 19 Paesi dell’eurozona sarà nel formato di una cena di lavoro e comincerà alle 17,30. A Bruxelles nessuno fa previsioni sull’esito dell’incontro, ricordando che è comunque prevista, oltre al vertice Ue del giorno dopo, il 16, la riunione mensile dell’Eurogruppo.

La dead line per trovare un’intesa sui passi futuri resta il 28 febbraio, quando arriva a scadenza il programma di assistenza finanziaria per la Grecia. Dopo quella data, in mancanza di un accordo, Atene dovrebbe cavarsela da sola sui mercati per trovare il denaro in prestito per restare a galla e nessuno è in grado di prevedere cosa a questo punto potrebbe succedere, ma certo non sarebbe nulla di piacevole con la corsa agli sportelli, le banche in crisi di liquidità e l’impossibilità di pagare interessi enormi al mercato per ottenere denaro fresco.

Oggi il premier greco Alexi Tsipras si dice ottimista sulla possibilità di raggiungere un accordo e da Vienna, dove si trova per un vertice con il cancelliere austriaco Werner Faymann in vista del vertice UE del 12 – ha detto che sta cercando una “stretta cooperazione” con i partner europei. “Sono certo che ci sarà un accordo con i nostri partner sulle basi del nostro piano”. “Ancora non abbiamo ricevuto nessuna proposta alternativa precisa e percorribile”, ha sottolineato. “Non credo ci sia nessun motivo serio perché non si raggiunga un’intesa, ci sono solo ragioni politiche”.

A fargli eco per presentare una versione accomodante della posizione greca, il ministro delle finanze Yanis Varoufakis secondo cui l’obiettivo è proteggere l’interesse dell’europeo medio. Per Varoufakis inoltre – secondo quanto riferisce l’agenzia Bloomberg – , la struttura della troika deve terminare e un accordo ponte consentirà il tempo per rivedere il programma di salvataggio. “La fine della crisi – avverte Varoufakis – non arriverà da un altro nostro ‘sì’ all’attuale programma. L’attuale medicina è tossica e il relativo dottore ne è consapevole e lo ammette in privato, ma continua a prescrivere la medicina per gli impegni presi”. ”Chiediamo – ha aggiunto secondo quanto riporta l’agenzia di stampa greca Ana – una nuova discussione dell’essenza del problema perché le politiche che ci chiedono di ingoiare sono parte del problema e non la reale medicina”.

Il ministro ha buon gioco nel ricordare ai sostenitori dell’austerity, che la ricetta finora ha prodotto solo recessione e sfracelli sociali.

“La Grecia – scrive l’economista statunitense Joseph Stiglitz – si è attenuta, in gran parte, ai dettami della “troika” (Commissione europea, Bce e Fmi), convertendo un deficit di bilancio primario in un avanzo primario. Tuttavia, com’era prevedibile, la contrazione della spesa pubblica ha avuto effetti devastanti – una disoccupazione al 25%, il Pil in calo del 22% dal 2009 e un aumento del rapporto debito-Pil pari al 35%”.

Ad ascoltare e a leggere dichiarazioni e commenti in Italia e in giro per il mondo, c’è comunque qualcuno che ancora non capisce le ragioni della drammatica crisi sociale, oltre che economica e finanziaria della Grecia e dunque della vittoria di Syrizia e della richiesta alla ‘Europa di ricontrattare i termini della questione.

Eppure il problema è ‘globale’, non solo greco. Dall’inizio della crisi – informa l’ultimo rapporto della McKinsey – il debito complessivo, ovvero quello pubblico e quello privato, è aumentato del 17% rispetto al pil globale, in cifre di 57 trilioni di dollari e le “economie in via di sviluppo sono la ragione di circa la metà di questo aumento, e in molti casi ciò riflette un sano irrobustimento del settore finanziario”. Il bel risultato è stato che nei Paesi avanzati, il debito pubblico è aumentato.

A guidare questa classifica dei ‘peggiori’ c’è la Cina, il cui debito è quadruplicato in sette anni, arrivando al 282% del pil, maggiore comunque di quello Usa che è al 269%. L’Italia è al 12.mo posto, con un debito complessivo pari al 259% (139% il debito pubblico e 77% quello delle imprese e 43% quello delle famiglie) con un aumento di 55 punti in sette anni e quasi tutto riconducibile alla crescita del debito statale.

Un macigno sempre più pesante che rende complessa la decisione anche su un singolo e ‘piccolo’ debitore come la Grecia. Cosa succede se non paga? E se invece si allentano i cordoni e si concede ad Atene più tempo?

Il premier britannico, David Cameron, ha convocato stamattina una riunione di emergenza per preparare il Governo alla Grexit, una possibile uscita della Grecia dall’eurozona, mettendo nel conto le possibili conseguenze per l’economia britannica assieme al rischio contagio sui mercati finanziari (timori presi seriamente in considerazione da Carlo Pelanda su il Foglio). “L’eurozona – ha detto il portavoce di Doping Street – resta estremamente importante per la Gran Bretagna dato che è il nostro principale partner commerciale e quindi è logico che il primo ministro si prepari a una situazione in cui la crisi greca potrebbe peggiorare e un’uscita dall’euro non sarebbe più evitabile.” Per gli esperti britannici, il vero problema sarebbe l’effetto contagio, con altre uscite dall’euro e conseguente nuova crisi finanziaria.

Intanto il dibattito sul debito si è spostato anche sul piano storico dopo che ieri al Parlamento di Atene, lo stesso Tsipras aveva rivendicato il diritto di richiedere alla Germania i danni di guerra.

Una risposta a ‘brutto muso’ è arriavata dal socialdemocratico Sigmar Gabriel che è anche il vice della Merkel nel governo di Grosse Koalition: le chanche che la Germania possa pagare alla Grecia i danni di guerra sono pari a “zero”. La vicenda – ha spiegato – è stata chiusa con un trattato firmato 25 anni fa (‘Trattato 2+4’, del settembre 1990 firmato – anche dalla Grecia – dalle due Germanie con le quattro potenze vincitrici con cui i vincitori rinunciavano a ogni pretesa di risarcimento).

A conclusione di una giornata fatta di rumors e trattative nell’ombra, le Borse europee sono andate in rosso con quella di Atene che ha chiuso a -4,75% mentre i titoli di Stato ellenici hanno superato il 20%, in aumento di 257 punti base rispetto alla chiusura di venerdì scorso. Lo spread tra i buoni greci decennali e i Bund tedeschi ha toccato i 1.080 punti base con un rendimento dell’11,1%.

Alvaro Steamer