Brexit. Così il Day After in Germania

Angela Merkel

BERLINO. Il tweet arriva alle 8 di mattina, breve, semplice ma significativo: si tratta di una bandiera Europea postata direttamente dal Ministero degli Esteri accompagnata dal motto “Per l’Europa”. In questo modo si è risvegliata la Germania all’indomani della vittoria dei “Leave” nel referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Passano pochi minuti ed arriva anche la dichiarazione del titolare del ministero in questione, ovvero Frank-Walter Steinmeier della SPD. In una lunga nota, egli invita a non “farsi prendere né dall’isteria né dal panico”, ma di lavorare per “tenere l’Europa assieme”. Questo, dice l’ex-candidato cancelliere social-democratico, può essere compiuto solo tramite uno sforzo comune per il rafforzamento delle politiche europee in materia di occupazione, crescita, asilo e sicurezza. Stessa soluzione viene proposta dal Presidente Tedesco Joachim Gauck, la cui dichiarazione arriva quasi in contemporanea, che invita gli stati membri dell’Unione a darsi da fare per le riforme, qualora fossero necessarie, e per la “difesa dell’Unione e dei suoi valori” di fronte alla pressione delle forze euro-scettiche presenti nel continente.

Per una riforma del processo di integrazione europeo si schiera il leader della SPD e vice-cancelliere Sigmar Gabriel. Per il segretario social-democratico, l’Europa nel suo complesso dovrebbe preoccuparsi meno della stabilità economica o del valore dell’Euro e più del benessere dei cittadini, abbandonando quella Austerity tanto criticata nel Sud dell’Europa, per maggiori investimenti: nessuno, conclude citando Jacques Delors, “si innamora del mercato interno”. Rincara la dose, Reiner Hoffmann, il leader del sindacato dei lavoratori tedeschi DGB, il quale dà la colpa all’Austerity portata avanti dal governo tedesco, e soprattutto la CDU di Angela Merkel, durante la crisi dell’Euro, della diffidenza di ampie parti della popolazione europea nei confronti dell’Unione.

Nel corso della mattinata arrivano anche le dichiarazioni dell’opposizione, ovvero dei Verdi, il terzo partito tedesco. In una intervista alla Tageszeitung, l’ex-leader Jürgen Trittin sottolinea come il no all’Europa, sia in Inghilterra come in tutta Europa, nasca dalla disaffezione delle classi più deboli economicamente al progetto europeo. Sono queste, continua, ad essere state più esposte a quelle politiche neo-liberali di cui, fra gli altri, Angela Merkel è stata nel corso degli ultimi anni alfiere e che hanno comportato vantaggi solo per le tasche dei ricchi e delle aziende. Per il politico dei Verdi, sarebbe quindi arrivato il momento di avviare una riforma in senso sociale dell’Europa.

Fin qui le forze, anche non di governo, europeiste, ma non tutta la classe politica tedesca rientra in questa categoria. Il vice-segretario di Alternative fuer Deutschland (AfD), il partito euro-scettico attualmente al 10-13% in Germania, Alexander Gauland, accusa la Cancelliera, soprattutto la sua politica di apertura delle frontiere ai profughi portata avanti anche in Europa, della Brexit. Per questo si augura un ritorno dell’Europa alla pura unione commerciale ed al rispetto delle identità nazionali. Sullo stesso registro il leader della CSU e governatore della Baviera Horst Seehofer che sottolinea come sia arrivato il momento di una maggiore autonomia in Europa delle identità nazionali, regionali e locali contro “il centralismo” per “un’Europa delle diversità”.

Intanto arriva l’apertura della borsa di Francoforte: un tragico -9% in linea con le altre borse mondiali che si è poi andato ad attestare, nel corso della giornata, al -7%. Di sicuro non è stata di aiuto la dichiarazione del presidente della Deutsche-Bank John Cryan, per il quale le conseguenze economiche e finanziarie di questo “venerdì nero per l’Europa” sono molto difficilmente prevedibili, “ma sicuramente saranno negative per tutti”.

Alle 12:30, dopo una riunione straordinaria del proprio gabinetto e, riporta l’agenzia francese AFP, un colloquio telefonico con François Hollande ed il presidente polacco del Consiglio Europeo,Donald Tusk, incomincia la conferenza stampa di Angela Merkel. Sul podio, la Cancelliera cerca di tranquillizzare mercati e cittadini esprimendo la propria fiducia incondizionata nella tenuta dell’Unione Europea: il voto britannico ha aperto sì una “frattura del processo di integrazione europea”, ma Bruxelles “è forte abbastanza per dare le giuste risposte a quanto successo”. Allo scopo di fronteggiare le conseguenze, la Merkel dichiara che ha organizzato per lunedì 27 Giugno un vertice straordinario con Hollande, Renzi e Tusk.

Non esistono comunque, continua la Cancelliera, soluzione rapide alla crisi, che richiede calma e tempo, nonché una maggiore comunicazione con i cittadini. In un momento in cui “le aspettative sull’Europa sono al massimo” è importante “comunicare bene ai cittadini, europei e tedeschi, i vantaggi dello stare nell’Unione” a fronte dei crescenti dubbi sull’operato dell’Unione soprattutto nei riguardi dell’emergenza profughi, uno dei temi usati dal “Leave” nella campagna referendaria. Su questo argomento, su cui la Merkel si è spesa sia in patria che in Europa, il governo tedesco non intende cambiare direzione per via “degli interessi particolari e delle responsabilità speciali” che ha la Germania nei confronti dei profughi. 

Finisce la conferenza stampa e il governo tedesco, come gli altri dell’Unione si mette al lavoro per fronteggiare non solo il negoziato d’uscita della Gran Bretagna, ma evitare che la Brexit scateni una reazione a catena, un timore già espresso dal Ministro delle Finanze Schaueble. A questo proposito interviene nel tardo pomeriggio di nuovo Steinmeier, secondo il quale “non esiste nessun’altro governo in Europa che abbia intenzione di intraprendere la stessa strada percorsa della Gran Bretagna”.

Di lì a poco arriva dall’Olanda, paese storicamente vicino al Regno Unito ed attraversato da pulsioni euro-scettiche, una dichiarazione a mezzo Twitter di Geert Wilders, leader del Partito della Libertà: “And The Netherlands will be next”, i Paesi Bassi saranno i prossimi”, hashtag: nexit.

Simone Bonzano

La destra in Europa. L’Olanda e il ruolo ambiguo di Wilders

Geert-Wilders

Geert Wilders

L’Europa va a destra? Viaggio tra le varie compagini politiche di destra ed estrema destra nei vari scenari politici nazionali. (8^ puntata)

La figura di maggiore spicco dell’attuale destra olandese è sicuramente quella di Geert Wilders. Wilders, riconoscibile per la folta chioma bionda ossigenata, è sicuramente uno dei massimi esponenti della nuova estrema destra europea, dietro per popolarità forse solo alla leader del Front National, Marine Le Pen, sua alleata all’interno del Parlamento Europeo.

La carriera politica di Wilders inizia fra le file del partito liberaldemocratico VVD, alla guida del paese dal 2010, alleato prima dei cristiandemocratici del CDA e dal 2012 dei socialdemocratici del PvdA. Nel 1998, a trentacinque anni, entra per la prima volta nel Parlamento olandese, del quale è tuttora membro.
Nei primi anni 2000 Wilders comincia a mostrare tutto il proprio dissenso nei confronti delle linee politiche portate avanti dalla dal gruppo dirigente del VVD, soprattutto per ciò che riguarda la politica estera e la politica economica. Nel 2005 abbandona le file del VVD e nei mesi successivi dà vita al PVV, il Partito per la Libertà, forza politica euroscettica divenuta famosa alle cronache per le proprie campagne anti Islam e anti immigrati. Alle elezioni parlamentari del 2006 il partito entra in Parlamento grazie al 6% dei consensi, mentre tre anni più tardi, alle elezioni europee del 2009, il partito sfiora il 17% e riesce ad eleggere 4 propri rappresentanti al Parlamento di Bruxelles. Nel 2010 il partito supera il 15% alle elezioni parlamentari ed il suo sostegno al governo composto dai cristiandemocratici del CDA e dai liberaldemocratici del PVV risulta fondamentale. Due anni più tardi il Partito per la Libertà interrompe il proprio sostegno al governo di centrodestra, portando l’Olanda ad elezioni anticipate, ma le elezioni premiano i liberaldemocratici e i laburisti del PvdA, mentre il Partito di Wilders scende al 10%. I sondaggi delle elezioni europee del 2014 indicano il Partito della Libertà come il grande trionfatore della tornata elettorale, pronto a sfiorare il 20%, i risultati sono però molto differenti, il partito otterrà solo il 13% dei voti, 4 punti in meno rispetto la tornata precedente, collocandosi dietro ai cristiandemocratici del CDA e ai social-liberali di D66, smorzando le aspettative di tutta l’estrema destra europea che si aspettava risultati decisamente migliori in Olanda, Austria e Belgio. Al momento il partito viaggia in testa nei sondaggi, con circa il 25% dei consensi.

A livello europeo, Wilders ha sempre giocato un ruolo ambiguo nelle alleanze fra le varie forze politiche di estrema destra. Fino al 2014 si era sempre rifiutato di collaborare con altre forze politiche nazionaliste, anzi aveva sempre cercato di prenderne le distanze. Nel 2014 inizia una collaborazione con il Front National francese e i suoi alleati, ma appena le trattative per la nascita del gruppo europeo delle destre estreme fallisce, Wilders non perde l’occasione per prendere le distanze da Marine Le Pen. L’anno seguente nasce il gruppo dell’Europa delle Nazioni e della Libertà, il Partito della Libertà ne prende parte, ma non partecipa alla nascita della rispettiva alleanza politica europea, Wilders infatti sostiene da diversi anni la nascita di un’alleanza internazionale fra partiti nazionali che si ispirino in tutto e per tutto al Partito della Libertà, il progetto però non ha dato grandi risultati e pare essersi arenato.

Sull’esempio di Geert Wilders, altri esponenti del VVD hanno abbandonato il partito per dare vita a forze politiche con posizioni più radicali, tuttavia nessuna di queste è riuscita a replicare il successo del Partito della Libertà. Nel 2007 l’ex ministro dell’immigrazione, Rita Verdonk, abbandona il VVD e fonda il movimento dell’Orgoglio olandese. Dopo esser stato per diversi mesi sopra il 20% nei sondaggi, alle elezioni del 2010 il partito ha raccolto solo poche decine di migliaia di voti, non riuscendo ad entrare nel Parlamento dei Paesi Bassi. Nel 2011 è il turno dell’europarlamentare  Daniël van der Stoep, ma anche il suo movimento euroscettico Articolo 50, raccoglierà poche migliaia di voti alle elezioni europee del 2014. Nel 2014 invece nasce “Per i Paesi Bassi”, movimento euroscettico che unisce esponenti politici fuoriusciti dal VVD e dal Partito della Libertà.

Anche a destra del Partito della Libertà le forze politiche non mancano. Storica formazione olandese neonazista è l’NVU, nata nei primi anni 70 e tuttora attiva, che ha fra i massimi obiettivi l’annessione ai Paesi Bassi delle Fiandre, come la sezione olandese del Voorspot, movimento d’estrema destra fiammingo.

I cittadini olandesi si recheranno alle urne per eleggere il nuovo Parlamento dei Paesi Bassi fra meno di 12 mesi. Al momento i sondaggi danno in testa il Partito della Libertà, che potrebbe ottenere più di un quarto dei seggi del nuovo Parlamento olandese. A seguire vi sono i liberaldemocratici del VVD, partito di Mark Rutte, a capo del governo olandese dal 2010. Verso un ottimo risultati anche gli ecologisti della Sinistra Verde e il Partito Socialista, mentre viene dato in forte crisi il partito laburista del PvdA, che dal 2012 è al governo con il VVD.

maritmaij

Marit Maij

Intervista a Marit Maij, deputata del PvdA, partito socialdemocratico membro del PSE e dell’attuale governo olandese.

Quali sono per lei le principali differenze fra l’operato del primo e del secondo governo Rutte?
Il primo governo Rutte è stato un governo di centrodestra che includeva i cristiandemocratici ed il sostegno del partito di estrema destra PVV, mentre questo è un governo di centrosinistra, con i liberaldemocratici alleati con i socialdemocratici.
Questo governo è riuscito a fare delle riforme necessarie per il paese che il governo precedente non ha avuto il coraggio di fare. Riforme in tema di educazione, di edilizia popolare e di assistenza sanitaria. Stiamo cercando di migliorare il nostro sistema di welfare, cercando di avvantaggiare la classe media e la classe operaia, e in quanto socialdemocratici andiamo veramente molto fieri di queste riforme.
Fra il primo e il secondo governo ci sono differenze enormi anche di forma, è cambiato radicalmente il modo di operare da parte dei ministri degli affari esteri e della cooperazione allo sviluppo, siamo molto orgogliosi di ciò e pensiamo che questo abbia fatto ottenere all’Olanda una posizione più autorevole a livello internazionale.

Il partito di Geert Wilders sta raccogliendo molti consensi e viene dato in testa nei sondaggi delle ultime settimane, secondo lei quali sono le ragioni di questa grande crescita dell’estrema destra in Olanda?
Il vento dell’estrema destra sta soffiando su tutta l’Europa. Io penso che in Olanda, l’appoggio arrivi soprattutto da quelle persone che vivono più insicurezze, più incertezze sul futuro, ma allo stesso tempo possiamo vedere che ogni confronto statistico fra i Paesi Bassi e gli altri stati europei, per ciò che riguarda l’assistenza sanitaria, la felicità dei bambini, i redditi ed altri punti del welfare, pone l’Olanda nelle primissime posizioni. È sorprendente come molta gente viva un’ottima situazione personale ma veda come molto negativa la situazione che il Paese affronta.

Crede possibile che, come alle ultime elezioni europee, i numeri dell’estrema destra nei sondaggi verranno ridimensionati dal voto?
E’ possibile. Nel 2014 per la prima volta abbiamo visto il partito di Wilders scendere sotto le previsioni dei sondaggi, può essere che ciò si ripeta.

Manca meno di un anno alle prossime elezioni, quale scenario pensate possa scaturire dopo il voto e quale risultato vi aspettate possa ottenere il PvdA?
Non lo so, è molto difficile fare un’ipotesi, secondo i sondaggi non vi sono partiti forti al momento. L’anno scorso vi sono state le elezioni del nuovo Senato e una maggioranza nell’attuale Senato dovrebbe essere composta da almeno quattro o cinque forze politiche, e questo è probabilmente ciò che accadrà anche alla Camera il prossimo anno.
Penso che per ciò che riguarda il PvdA il risultato sarà quasi sicuramente inferiore rispetto alle ultime elezioni. In passato in Olanda vi sono sempre stati tre grandi partiti, i socialdemocratici, i cristiandemocratici e i liberali. Lo scenario ora è completamente cambiato. I cristiandemocratici erano abituati ad ottenere 40-50 deputati ad elezione, ora ne hanno 13, perciò non si possono fare pronostici.

Gianluca Baranelli

7 – Belgio. Il terrorismo aiuta il radicalismo politico
6 – Destra. Il calderone francese dai neofascisti agli antisemiti
5 – Spagna, per i sondaggi stallo destinato a continuare
4 – Portogallo. Destre arginate dal ricordo di Salazar
3 – Dal Bnp a Ukip, gli inglesi così civili così di destra
2 – Irlanda, il Fine Gael prepara il bis al governo
1 – La destra in Europa. Anche in Islanda la crisi ha un costo

Pesa il No degli olandesi
all’accordo tra Ucraina e Ue

referendum olanda su accordo Ucraina Ue lungaPer un soffio sopra al quorum del 30% gli olandesi si sono espressi massicciamente per il No, sbattendo la porta in faccia agli ucraini, anzi più precisamente all’accordo tra Ucraina e Unione Europea. Il referendum era solo consultivo, ma ciò non di meno ha un forte valore politico. Non a casa brindano le destre olandesi e quelle di tutta europa, così come la Russia di Vladimir Putin impegnata da tempo a stringere un cappio attorno al collo di Kiev dopo essersi di fatto annessa i territori del Donbass dov’è prevalente la popolazione russofona.

L’Ucraina – ha commentato il presidente ucraino Petro Poroshenko – proseguirà comunque il suo processo di integrazione europea nonostante la vittoria dei ‘no’ all’accordo. Il Governo olandese ha finora solo parzialmente ratificato l’accordo – dal 1 novembre 2014, è entrata in vigore la parte che riguarda la cooperazione politica e dal 1 gennaio di quest’anno, parzialmente, il capitolo commerciale.

C’è preoccupazione diffusa negli ambienti comunitari per gli umori che emergono anche da questa consultazione popolare. “Il presidente Juncker è triste” per il risultato del referendum olandese ha riferito il portavoce della Commissione, Margaritis Schinas, sottolineando che la Ue “resta impegnata” e che “ sta al governo olandese valutare la situazione”. Il portavoce aggiunge che l’accordo era stato “approvato all’unanimità” dai 28 governi europei.
Anche per il premier britannico Cameron il risultato non è di nuon auspicio in vista del referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione. “Spero che il risultato del referendum in Olanda non abbia ripercussioni sulla Brexit” ha detto aggiunengo poi che comunque il referendum che si terrà in Gran Bretagna il 23 giugno verte su “una materia molto differente” rispetto a quello olandese.

Pur non essendo vincolante per l’Aja, il risultato segna comunque l’avanzata dei movimenti euroscettici e indebolisce la posizione politica di quanti avevano spinto per la firma dell’accordo tra Bruxelles e Kiev. Non è un caso se il governo olandese che si deve confrontare con una destra radicale sempre più forte, è l’ultimo dei governi europei a completare il trattato. “Il popolo olandese – ha commentato a caldo Geert Wilders, leader della destra olandese – ha detto No all’elite europea e No al trattato con l’Ucraina: è l’inizio della fine dell’Unione Europea”.

Secondo i primi risultati, i No all’accordo con l’Ucraina sono stati il 61,1% del totale; i Sì il 38,1%. Ha votato il 32,2% dell’elettorato. Il quorum da superare era del 30%.

Euroscettici a Milano sfidano l’UE su migranti e lavoro

salv2L’Europa si sta disgregando oppure va a destra, lo sanno bene gli euroscettici riuniti nella due giorni milanese dell’Enf, Europe of Nations and Freedom. La convention è stata  presieduta da Marine Le Pen, che sul palco con Salvini ha detto che “l’immigrazione di massa è l’ultimo braccio armato dell’europeismo, cioè impoverire le nazioni europee e uccidere per sempre la civiltà”. Per il segretario della Lega nord, Matteo Slavini, “è in atto una sostituzione organizzata di popoli per avere nuovi schiavi” al servizio dei potentati economici.

Milano è stata protagonista, suo malgrado, di “Più liberi, più forti. Un’altra Europa è possibile”, la prima convention del network sovranista che ha messo sullo stesso palco gli esponenti di partiti eurocritici provenienti da tutta l’Europa. Sul banco degli imputati l’Ue, il trattato di Schengen, le politiche di austerità e, soprattutto, quelle sull’immigrazione. Su questi bersagli si sono concentrati gli attacchi di tutti gli interventi dei leader dell’Enf, il gruppo del Parlamento europeo nato a Bruxelles un anno fa che unisce, oltre il Fn francese e la Lega Nord, il Pvv dell’olandese di Geert Wilders, l’Fpo austriaco e Vlaams Belang belga, nonché esponenti inglesi, polacchi e romeni.
La Le Pen nel suo discorso ha citato Milano come il luogo dell’editto di Costantino, “radice della nostra civiltà cristiana”. Salvini ha detto di “non volere muri né fili spinati ma regole e rispetto”.
Nonostante gli intenti, come da copione è arrivato lo strascico xenofobo alla convention. Tom van Grieken, il giovane leader del Vlaams Belang, il partito fiammingo belga, nel suo intervento a un certo punto esclama “camerati”. E dalla platea leghista si leva un applauso, mitigato da qualche ‘buuu’ di dissenso, mentre Salvini è visibilmente imbarazzato sul palco. Dieci minuti dopo, sfuma rivolgendosi agli “amici patrioti”. Ma, anche senza Casapound, la mutazione fascioleghista si compie. Ovazione invece per Marcel De Graaf, del Pvv olandese, che si lascia scappare un “è meraviglioso essere qui in Padania”, con i tanti leghisti a inneggiare: ‘Secessione, secessione’.

Tuttavia lo scopo di Salvini resta quello di riempire il vuoto di una sinistra, che almeno in Italia continua a mancare. Alla convention “non si è parlato solo di immigrazione ma di lavoro”. Lo rivendica Salvini. “Quello su cui stiamo lavorando, sono i problemi del lavoro. Il crimine che Bruxelles sta perpetrando è quello del lavoro. E noi, stiamo svolgendo un ruolo che è quello di alcune sinistre”. “A questo tavolo – aggiunge Salvini, seduto accanto alla leader del Fn Marine Le Pen e all’olandese Geert Wilders del Pvv – c’è l’alleanza in difesa del lavoro. Ci sostituiamo anche a quelle cosiddette sinistre che di lavoro non si occupano più ma pensano a tutelare i loro amici banchieri. Limitare l’immigrazione – conclude – significa rilanciare il mondo del lavoro nei nostri paesi. Ci sostituiamo alle sinistre e al mondo sindacale”.

Tuttavia la sinistra si è fatta sentire, all’esterno del Mico, l’auditorium della fiera di Milano, portando del letame per accogliere i partiti xenofobi e organizzando un corteo in contemporanea con l’incontro. Alcune centinaia di manifestanti, “nazisti rossi” per il segretario della Lega, hanno contestato dall’esterno della fiera con striscioni e fumogeni urlando “Nessun umano è illegale” e “Milano è antifascista”.
Nonostante invocare il ritorno della sovranità nazionale appare un modo anacronistico di vedere l’Europa, dall’altro lato proprio gli Stati dell’Unione europea, anche quelli con governi di sinistra, iniziano a dar ragione alla visione di Salvini- le Pen. Dopo la Svezia che ha annunciato che espellerà 80mila richiedenti asilo, anche la Finlandia ha detto che rimpatrierà due terzi delle 32mila persone arrivate nel paese nel 2015. Intanto in Germania Angela Merkel ha stretto un accordo con gli alleati di governo per rendere più dure le procedure per la richiesta d’asilo, in particolare per i ricongiungimenti familiari. Infine l’Olanda ha avanzato una proposta per rimpatriare in Turchia con i treni i migranti e rifugiati arrivati via mare in territorio greco.

“Se un governo di sinistra come la Svezia decide di espellere 80mila persone a cui ha negato la richiesta d’asilo, rispedendole a casa, significa che Schengen è morto, finito”, ha affermato il leader del Carroccio.
Tuttavia l’Europa continua a discutere di frontiere, i deputati UE discuteranno martedì pomeriggio, con il primo Vicepresidente della Commissione Frans Timmermans, la crisi dei rifugiati e i controlli alle frontiere, sia esterne sia interne dell’area Schengen.

Redazione Avanti!

Niente gruppo a Strasburgo,
prima sconfitta per Le Pen

Lepen-gruppo-StrasburgoLa leader del Front National francese ha fallito il tentativo di creare il secondo gruppo euroscettico al Parlamento di Strasburgo. Il gruppo denominato “Alleanza”, che avrebbe dovuto racchiudere i partiti europei della destra anti-euro e anti-immigrazione, non nascerà. Anche la Lega Nord ha rifiutato la mano tesa dalla Le Pen. Continua a leggere

Ombre sull’Europa

Ieri a Pontida si è svolta la manifestazione della Lega Nord con gli interventi del Presidente della regione Lombardia, Roberto Maroni, e del Segretario del partito Matteo Salvini. A ridosso delle elezioni europee del 25 maggio, Salvini lancia il suo slogan: “Basta Euro!”. Tra i vari annunci pronunciati dal segretario di Lega Nord anche la tentazione di un “referendum” per uscire dall’Eurozona, così come auspicato dalla leader del Front National, Marine Le Pen.

Tra i militanti della Lega sono scaturiti cori e striscioni contro gli immigrati e a sostegno del Veneto Indipendente. Era presente anche un tricolore italiano con al centro una banana. E pensare che durante la partita di calcio in Spagna, tra Villareal e Barcellona, Dani Alves ha mangiato il frutto in segno di sfida al razzismo. Scritte contro il Presidente della Repubblica Napolitano e il Presidente del Consiglio Renzi hanno confermato la linea politica della Lega Nord.

Matteo Salvini, nel suo lungo intervento, ha esplicitamente dichiarato di voler stringere un’alleanza a livello internazionale con le forze anti-euro dell’estrema destra, da Marine Le Pen a Geert Wilders passando per Jobbik, il partito ungherese antisemita. Salvini ha poi attaccato la tv pubblica, rea, a suo avviso, di usare soldi pubblici per spot pro Europa. Il leader del Carroccio ha concluso il suo discorso con l’invito al ministro dell’Interno Alfano di sospendere l’operazione “Mare Nostrum”, bloccando di fatto gli aiuti per la salvaguardia delle coste italiane.

Non solo in Italia c’è la paura che forze euroscettiche possano raggiungere un discreto risultato, ma anche nella tollerante Olanda. Il leader 51enne del Partito della Libertà (Partij voor de Vrijheid-PVV) Geert Wilders, in una recente intervista, è convinto che con le elezioni del 25 maggio si sancirà la fine dell’Europa unita e dell’Euro. Gli ultimi sondaggi attestano il PVV al 20%. Wilders attacca Bruxelles e Strasburgo, colpevoli di considerare l’immigrazione una “cosa splendida” perché con l’Unione Europea non si salvaguardano più gli interessi degli stati nazionali. Alla domanda “lei è razzista?” Wilders ha risposto: “non sono razzista. Odio i razzisti. Le persone sono tutte uguali, le culture no. Il relativismo culturale è uno dei problemi dell’Europa. La cultura cristiana è non solo migliore, ma superiore all’Islam!”.

Marine Le Pen sta studiando una “Alleanza per la Libertà Europea”, una coalizione che prenderà vita all’indomani delle elezioni europee di maggio. All’interno della coalizione siederanno i partiti euroscettici più in vista tra cui: Front National, PVV, Lega Nord, FPoe, Vlaams Belang, Jobbik e i partiti fondamentalisti cristiani scandinavi. Inoltre si strizza l’occhio anche al partito inglese di Nigel Farange. Qual è il denominatore comune tra tutti questi partiti? Il nazionalismo esasperato, la lotta all’immigrazione, politiche economiche a forte carattere protezionistico per recuperare la sovranità degli Stati, una discriminazione razziale e religiosa.

Le elezioni europee del 25 maggio si preannunciano roventi. Se le forze politiche euroscettiche dovessero anche solo conquistare un quarto dei seggi al Parlamento calerebbero delle ombre su tutto il continente. Vincerebbero l’avversione al multiculturalismo e al comunitarismo; si affermerebbe un nuovo tipo di indirizzo socio-economico con il quale si prediligeranno i personalismi e il confronto tra gli Stati membri. Una nuova epoca di nazionalismi potrebbe essere alle porte.

Manuele Franzoso

Europa. Mette paura il vecchio che avanza

Neonazisti_FranciaNon solo il Front National come forza anti-europea e xenofoba. Il partito del leader ungherese Viktor Orbàn, Fidesz, acquisisce ogni giorno che passa più consenso.
Il Fidesz, in italiano Unione Civica Ungherese, è una forza politica conservatrice, populista e d’ispirazione cristiana. Alle elezioni nazionali del 2010 ha ottenuto la maggioranza conquistando il 52,73% delle preferenze e, per il premio previsto dalla legge elettorale ungherese, i due terzi dei seggi del Parlamento. Qualche analogia con legge Acerbo, di epoca fascista, si può certamente notare.
Presentatosi per la prima volta alle elezioni del 1990 Fidesz riscosse solo l’8,95% dei consensi; oggi è il primo partito al governo del Paese. Le energie del Fidesz sono, in questi ultimi anni, indirizzate a riscrivere, o meglio revisionare, la storia dell’Ungheria e del ruolo del generale Miklòs Horthy. Nel 1918 sconfisse la Repubblica dei Consigli comunista di Béla Kun e assunse il pieno controllo dell’Ungheria da Budapest. Dopo qualche anno promulgò le prime leggi razziali antisemite. Horthy fu il principale alleato di Adolf Hitler nell’Operazione Barbarossa per invadere l’Unione Sovietica. Tuttavia Hitler non si fidò fino in fondo del suo alleato e invase l’Ungheria fino alla liberazione portata a compimento dal maresciallo dell’Armata Rossa Konstantin Rokossovskij. Dal 1945 al 1989 il popolo magiaro fu praticamente suddito dell’URSS fino al crollo del muro di Berlino e del comunismo.
Il World Jewish Congress nell’ultimo incontro ha messo in evidenza l’aumento di comportamenti e atteggiamenti antisemiti del popolo ungherese, soprattutto di cittadini militanti nel Fidesz. Viktor Orbàn sminuisce gli episodi riportati dai giornali europei ed extra-europei. Sta di fatto che dal 2010 c’è un ferreo controllo dei media ungheresi (televisioni, radio e giornali) da parte dei servizi segreti magiari, si è assistito a un “rimpasto” dei vertici della magistratura, con vecchie conoscenze di Orbàn, e personalità fedeli al Fidesz all’interno della Banca Centrale nazionale. Inoltre da un anno a questa parte si assistono a “epurazioni” ai vertici delle forze di polizia. La Costituzione ungherese e la Carta Europea sono state impunemente e ripetutamente violate.
Fidesz, Front National e anche il Partito per la Libertà di Geert Wilders: ecco le minacciose ombre che incombono sull’Europa. Il leader del partito olandese non ha mai nascosto le sue posizioni islamofobe. Il Front National ha toccato il 34% dei consensi tra i francesi; Fidesz è forte del 55% dell’elettorato ungherese; il Partito per la Libertà è già dato vincente in Olanda per le elezioni europee. Senza contare che la fiducia dei cittadini europei nell’Unione è passata dal 63,2% del 2010 al 31,5% del febbraio 2014.
Il progetto europeo costituitosi per garantire le libertà individuali è minato da forze politiche distruttive, xenofobe e populiste. Dei 766 seggi dell’Europarlamento il 20%, oggi, sarebbe assegnato a un’ipotetica coalizione di partiti anti-europei. La volontà di cancellare un passato di ingiustizie, stermini ed estremismi sono messe a repentaglio da forze politiche nemiche della democrazia e della giustizia sociale.
Manuele Franzoso