INDOVINA CHI VIENE A CENA

Spada - LaPresse 24 03 2015 Verona ( Italia ) Politica Il segretario della Lega Nord Matteo Salvini in visita ai padiglioni di Vinitaly 2015 nella foto : matteo salvini

La politica passa dalla piazza agli incontri esclusivi per pochi convitati. Sia a destra che a sinistra le carte si decidono a un tavolo, ben ristretto. Ma mentre il Centrodestra si organizza senza lasciarsi critiche alle spalle, il Centrosinistra sconta ancora una volta una crisi che non vuole cedere il passo e anzi, peggiora di giorno in giorno e di iniziativa in iniziativa.
Ieri due cene, nessuna delle quali prevedeva come invitato l’attuale segretario del Pd, Maurizio Martina: una convocata a casa sua dall’ex ministro Carlo Calenda, che si è pubblicamente rivolto a Renzi, Gentiloni e Minniti con due obiettivi dichiarati: farli smettere di litigare, e metterli d’accordo su una ricetta che faccia uscire il Pd dall’impasse. L’altra convocata subito dopo da Nicola Zingaretti, per rispondere per le rime all’iniziativa ostile di Calenda. Entrambe sono state annullate e hanno portato al ‘digiuno’ di Roberto Giachetti che ha annunciato lo sciopero della fame per chiedere che venga fissata la data del Congresso. “La situazione che ci troviamo di fronte non consente più di giocare, abbiamo giocato anche abbastanza. Devo dire francamente che sono incazzato nero, penso che non sia accettabile quello a cui abbiamo dovuto assistere a proposito di cene e incontri. Penso che non sia più possibile andare avanti così. Tutto questo lo avevo ampiamente previsto, tutti avevano deciso di non fare il congresso subito e che questo avrebbe comportato che il congresso si sarebbe svolto dappertutto tranne che nella sede opportuna”, afferma durante una diretta Facebook e sottolinea: “Il sondaggio ci dà sotto il 17 per cento: davvero al nostro popolo possiamo offrire uno spettacolo di questo tipo? Io penso che sia necessario che tutti inizino a ragionare sulla situazione che ci troviamo di fronte. Io le ho provate tutte, ho spiegato che non era possibile rimandare il Congresso, che la situazione necessitava una reazione immediata”. Infine, l’annuncio roboante: “A questo scenario indecoroso reagisco tornando alle mie origini: dalla mezzanotte di ieri sera ho iniziato lo sciopero della fame perché sia immediatamente convocata una assemblea straordinaria e fissata la data del congresso del Partito democratico”.
“Una cena a quattro con invito su Twitter è fatta apposta per farti litigare. E se invece di rimestare nel solito mortaio si mangiasse un panino, tutta la sinistra riformista, per decidere che fare? C’è poco tempo e il rischio è che il Pd ci porti tutti a fondo”, scrive su Facebook il segretario del Psi, Riccardo Nencini.
I toni non sono morbidi da parte del neo iscritto ai dem, Carlo Calenda, per il quale ai dirigenti del Pd “non importerà” di perdere le prossime elezioni europee e regionali: “Quello che importa a loro è il congresso. Sta diventando un posto in cui l’unico segretario che si dovrebbe candidare è il presidente dell’associazione di psichiatria”. Ma smentisce la frase che gli è stata attribuita sul fatto che ‘il Pd merita l’estinzione’. “Con Gentiloni e Minniti parlo continuamente – prosegue Calenda – nel Pd c’è un’entità, che si chiama Renzi, che non si capisce cosa voglia fare e che va avanti per conto suo. È una roba un pò singolare. È stato un presidente del Consiglio che all’inizio aveva veramente voglia di cambiare l’Italia e che ha fatto cose buone. È un grosso peccato”. Poi conclude: “L’unica cosa che vuole fare il Pd in questo momento è una resa dei conti fra renziani e antirenziani in vista di un congresso che doveva esserci, per me, settimane fa, e tutto sarà paralizzato in questa cosa di cui al paese non frega nulla. Nel frattempo, l’opposizione si fa in ordine sparso”. Calenda poi risponde sul mancato invito all’attuale segretario che non sente da ‘due mesi’. Maurizio Martina risponde: “Adesso basta, chiedo a tutti più generosità e meno arroganza. Il Pd è l’unico argine al pericolo di questa destra”. E fa un appello in vista della mobilitazione del 30 settembre a Roma: “È possibile chiedere a tutti i dirigenti nazionali del mio partito una mano perché la manifestazione del 30 sia grande, bella e partecipata?”.
Nel frattempo però a destra si decide senza intoppi. Domenica sera la riunione ad Arcore tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, alla quale hanno preso parte anche Antonio Tajani e Giancarlo Giorgetti e che fonti di Forza Italia definiscono un “positivo” anche se ambienti del centrodestra precisano che nessuna decisione è stata presa. Che il leader della Lega avesse deciso che la ‘visita’ al Cavaliere dovesse rimanere in ambito privato è ormai noto, tanto che i dossier più caldi come la decisione sulla presidenza della Rai e le alleanze per le elezioni regionali sono stati rinviati ad un successivo incontro. Ma nel frattempo non si maschera l’irritazione degli alleati di Governo della Lega. Anche se ufficialmente il Movimento cinque stelle ha finto disinteresse, alla base continua lo sgomento per l’alleanza di Salvini con il Cavaliere che potrebbe mettere così le mani proprio sulla tv di Stato, la Rai. “È stata una cena positiva, non si è parlato di Rai ma del futuro del centrodestra e del rapporto Lega-Fi. Ci sarà un incontro nei prossimi giorni tra Cav, Salvini e Meloni”. Così a Rtl 102.5 il vicepresidente di Forza Italia Antonio Tajani.

Verso la manovra, l’Europa vuole i fatti

pierremoscovici-465x390Non è da escludere una possibile proroga delle decontribuzioni al Sud ed una riedizione del piano Industria 4.0. A quanto si apprende, l’attuale governo nella legge di Bilancio potrebbe confermare il taglio del costo del lavoro nel Mezzogiorno e si appresterebbe a rafforzare gli incentivi all’innovazione introdotti dai precedenti esecutivi Renzi e Gentiloni.

La decontribuzione dovrebbe entrare nel menù della Finanziaria senza troppi problemi, non presentando problemi di coperture. Il taglio dei contributi ai neo assunti nel Meridione ha infatti un costo contenuto, circa 500 mln, ma soprattutto è finanziata con i fondi europei, dunque non aggrava il disavanzo. Prende forma, invece, il nuovo piano industria 4.0 che verrebbe esteso anche alle piccole e medie imprese che investono in innovazione. Tra gli obiettivi anche il trasferimento di tecnologie tra comparti.

Quanto ai cavalli di battaglia del governo giallo-verde, la manovra dovrebbe contenere l’avvio della revisione della Fornero, della flat tax e l’avvio del reddito cittadinanza. Quest’ultimo partirebbe nel 2019 a quota 500 euro. Quanto alle coperture, se il governo decidesse di portare il deficit poco sopra il 2% dal target dell’1% si potrebbero liberare circa 15 mld, dei quali 12,5 andranno a sterilizzare le clausole Iva. Dalla pace fiscale, prevedendo uno ‘sconto’ estremamente vantaggioso, dovrebbero arrivare circa 5 mld.

Altre coperture arriverebbero dalla revisione della spesa per circa 3 mld e, se ci saranno le condizioni politiche, anche da un primo sfoltimento delle tax expenditures.

Intanto, si intensificano i vertici economici a Palazzo Chigi sulla manovra, in vista della presentazione il 27 settembre (o qualche giorno prima) della Nota di aggiornamento al documento di Economia e Finanze (già predisposto dal governo Gentiloni nello scorso mese di aprile), le cui previsioni rappresentano l’ossatura della Legge di Bilancio. E per il governo si prepara un autunno tutt’altro che facile. Dopo il varo della Legge di Bilancio atteso per il 15 ottobre arriveranno i giudizi delle agenzie di rating sull’Italia: il 26 ottobre è atteso quello di S&P ed il 31 quello di Moody’s.

Recentemente, Gerry Rice, portavoce del FMI, rispondendo se l’Istituto di Washington fosse preoccupato per la situazione italiana dopo la decisione di Fitch di rivedere l’outlook proiettato in negativo, ha affermato: “Lo staff del Fmi è stato in Italia in luglio e una seconda visita, per concludere l’Article IV, è prevista più avanti nel corso dell’anno. I mercati finanziari si sono preoccupati per una inversione delle riforme ma ci sono state parole rassicuranti dal premier Giuseppe Conte e dal ministro dell’economia Tria”.

Pierre Moscovici, il commissario dell’Ue agli affari economici, giungendo all’Eurogruppo informale a Vienna, ha detto: “Voglio credere che realismo e pragmatismo si affermeranno nel bilancio italiano, l’Italia deve avere un bilancio che consenta di ridurre il suo debito pubblico perché se vuoi investire in Italia ci vuole meno debito e più capacità d’investimento e per questo continuo a chiedere finanze pubbliche serie. Sono contro l’austerità ma austerità è una cosa, mancanza di serietà un’altra. Il Bilancio dell’Italia deve puntare a ridurre il deficit strutturale e il debito pubblico, anche perché questa è la strada da seguire se si vogliono aumentare gli investimenti. Non farò cifre, le cifre le scambio con il mio omologo, parleremo di cifre con Tria quando il bilancio sarà stato approntato. Ad ogni modo le cifre le conoscete. Le cifre sono che l’Italia deve ridurre il suo deficit strutturale, che deve farlo come gli altri Paesi della zona euro. Che ha beneficiato di tutte le flessibilità, che continueremo ad avere con l’Italia un dialogo positivo, ma che le regole, che non sono stupide, perché consentono di ridurre il debito pubblico, sono fatte per tutti. Credo che sia nell’interesse dell’Italia di restare quello che è: un grande Paese al centro della zona euro, e quindi di avere un bilancio che consenta di ridurre il suo debito pubblico”.

Mario Centeno, il presidente di Eurogruppo, nella conferenza stampa al termine della riunione informale a Vienna, ha affermato: “Siamo fiduciosi che l’Italia farà esattamente quanto si è impegnata pubblicamente a fare sul Bilancio. Le attese sono che l’Italia rispetterà le regole nel prossimo processo di Bilancio”.

Un portavoce dell’Ue ha poi precisato: “Negli incontri di oggi non si è discusso di Italia”.

Tra non molto, si vedranno i fatti del governo giallo-verde. Finora, di positivo c’è la continuazione della linea seguita dal precedente governo Gentiloni.

Salvatore Rondello

REFERENDUM ILVA

Ilva-678x381Finalmente fatto l’accordo sull’Ilva. È stato raggiunto e siglato al ministero dello Sviluppo economico l’accordo sull’Ilva da sindacati, azienda e commissari, alla presenza del vicepremier e ministro Luigi Di Maio. I sindacati poi sottoporranno il testo al referendum tra i lavoratori.

Il vicepremier e ministro Luigi Di Maio ha detto: “Siamo all’ultimo miglio, sono state 18 ore di trattativa in cui i protagonisti sono stati ovviamente i rappresentanti dei lavoratori, in cui si è cercato di raggiungere il miglior risultato possibile nelle peggiori condizioni possibili.  Adesso aspettiamo la firma, non dire gatto se non ce l’hai nel sacco…”.

Per il segretario della Uil Carmelo Barbagallo “è stata la trattativa più lunga e complessa della moderna storia sindacale. Il positivo risultato è merito della lotta dei lavoratori e della determinazione e competenza della categoria al tavolo. Ora, occorre dare attuazione all’accordo perché si può e si deve guardare al futuro dei lavoratori e della città di Taranto in una prospettiva di sviluppo e di salvaguardia della sicurezza e dell’ambiente. Da questa intesa, che rilancia l’Ilva, potranno trarre beneficio la stessa industria nazionale, l’occupazione e l’economia del Paese”.

La segretaria della Fiom, Francesca Re David, ha affermato: “Per noi per essere valido deve essere approvato dai lavoratori con il referendum. Gli assunti sono tutti, si parte da 10.700 che è molto vicino al numero di lavoratori che oggi sono dentro e c’è l’impegno di assumere tutti gli altri fino al 2023 senza nessuna penalizzazione su salario e diritti, era quello che avevamo chiesto, sull’esito delle assemblee dei lavoratori siamo fiduciosi. Nell’accordo sull’Ilva con ArcelorMittal abbiamo ottenuto quello che abbiamo chiesto sin dall’inizio, quindi siamo soddisfatti, 10.700 lavoratori verranno assunti subito e sono sostanzialmente quelli che ora lavorano negli stabilimenti, ossia tutti quelli non in cassa integrazione. Contemporaneamente parte anche un piano di incentivi alle uscite volontarie e l’azienda si è impegnata ad assumere tutti gli altri che restano in carico all’Ilva senza penalizzazioni e con l’articolo 18. Molto migliorato anche il piano ambientale che porta all’accelerazione delle coperture dei parchi e a un limite fortissimo delle emissioni. Se Ilva vuole produrre 8 milioni di tonnellate di acciaio lo deve fare senza aumentare di nulla le emissioni che ci sono. Ora, sottoporremo l’intesa, come sempre al giudizio dei lavoratori che è per noi vincolante, oggi sottoscriveremo l’accordo ma la firma definitiva ci sarà solo al termine dei referendum. I tempi? Cercheremo di farlo naturalmente entro il 15 settembre, ci mettiamo subito al lavoro”.

Il segretario genovese della Fiom, Bruno Manganaro, ha detto: “Per Genova confermato l’organico, 1474 dipendenti. Aspettiamo la firma ma è chiaro che rispetto alla fase in cui venivano ipotizzate la messa in discussione di salario e diritti, siamo soddisfatti. Non ci saranno esuberi e per Genova viene riconfermato l’Accordo di programma con un organico di 1474 lavoratori. Ora comincia una lunga storia con una nuova organizzazione della fabbrica che dovremo gestire con il più grande gruppo industriale dell’acciaio, ma rispetto alle premesse l’accordo è un buon risultato”.

Di Maio ha anche affermato: “Comunque, con l’intesa non si annulla la gara per l’aggiudicazione deIl’Ilva. La gara non aveva la possibilità di tutelare l’interesse pubblico concreto e attuale. L’accordo fa sì che l’interesse pubblico concreto e attuale non si realizzi per l’eliminazione della gara”.

Il ministro ha poi spiegato: “Da quello che si è ottenuto al tavolo stanotte, già possiamo dire che non ci sarà il Jobs Act nell’azienda, che i lavoratori saranno assunti con l’articolo 18, che ci saranno 10.700 assunzioni come base di partenza e che non ci saranno esuberi: tutti riceveranno una proposta di lavoro da Mittal”.

Il premier Giuseppe Conte , da Ischia, ha affermato: “Di Maio ha fatto un lavoro veramente egregio, è stato molto sapiente il percorso che abbiamo costruito, abbiamo acquisito il parere dell’Anac e dell’Avvocatura dello Stato, sono emerse irregolarità evidenti, ma l’annullamento della gara non è così semplice. Non basta un vizio formale occorre dimostrare che attraverso quell’annullamento si realizza meglio l’interesse pubblico. I dati che sono stati resi noti sono di assoluta eccellenza”.

La cordata AmInvestco, infatti, avrebbe accettato di assumere nella nuova Ilva, da subito,  10.700 lavoratori. Dopo la  proposta lanciata ieri sera di portare a 10.300 gli assunti nella nuova Ilva al 2021, Fim Fiom Uilm e Usb, infatti, hanno cercato di  ampliare la platea. I sindacati hanno lavorato per cercare di arrivare ad un organico di 10.700-10.800 unità entro il 2022 includendo nel perimetro gli elettrici, i chimici e i marittimi di affiliate che prima erano stati esclusi.

Dal testo inoltre sembra uscito il riferimento proposto dall’azienda sempre ieri sera di intese con il sindacato sul contenimento dei costi anche attraverso riduzioni dell’orario di lavoro. Quanto al contratto integrativo i sindacati hanno chiesto che Mittal preveda sul Pdr 2019 e 2020 un ‘una tantum’ che possa tradursi in un aumento salariale del 4%. Nel testo dell’accordo che sindacati e azienda stanno scrivendo per sottoporlo alla plenaria approvazione referendaria dei lavoratori, entra anche il piano sugli esodi incentivati: Mittal conferma infatti 250 milioni da offrire complessivamente per agevolare l’uscita volontaria dei lavoratori.

L’accordo in arrivo vede anche la conferma da parte di Mittal dell’impegno a  riassorbire tutti gli eventuali esuberi che dovessero rimanere dal 2023 in capo alla vecchia Ilva. L’azienda infatti si è impegnata a riassumere tutti quei lavoratori Ilva che al termine della gestione dell’amministrazione straordinaria non abbiano usufruito né di incentivi all’esodo né di prepensionamenti né di una offerta di lavoro all’interno della nuova Ilva e che rientreranno senza alcuna differenza salariale rispetto a quelli già assunti da Mittal.

Dopo tutte le note vicende con toni accusatori e minacce di annullamento della gara fatte dal vicepremier e ministro Di Maio, la questione dell’Ilva si è finalmente conclusa seguendo il percorso già delineato dal governo Gentiloni con il ministro Carlo Calenda.

Salvatore Rondello

I Comuni italiani contro il ‘decreto Milleproroghe’

Municipio

Protestano i Comuni italiani contro il ‘decreto Milleproroghe’. Lo ha denunciato Antonio Decaro, presidente dell’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), nel corso di un’audizione alla Camera: “Nel dl Milleproroghe è stato fatto un furto con destrezza ai danni delle periferie. Con un emendamento notturno al Senato, sono stati tolti soldi alle periferie, un vero e proprio furto con destrezza. Per la prima volta c’era un investimento importante per le periferie, per dare risposte immediate all’emergenza abitativa. Sembrava l’occasione giusta a porre rimedio a un disagio economico e sociale, che esiste, lo dicono tutti. È successo che con un emendamento sono saltati fondi per 1,6 miliardi che sarebbero andati a quasi 20 milioni di abitanti, un terzo della popolazione italiana. Per questo, ha concluso, è necessario porre rimedio. Se non accadrà ci opporremo in tutte le sedi: faremo ricorso al Tar e alla Corte Costituzionale e tutti i sindaci sono pronti a venire a protestare davanti a Montecitorio. Il Milleproroghe era stato approvato il 7 agosto al Senato, ma andrà in seconda lettura alla Camera l’11 settembre. In quest’occasione l’emendamento che blocca il bando per le periferie potrebbe essere ancora modificato. Chiediamo di porre rimedio a un errore gravissimo dal punto di vista sociale, economico e anche dei rapporti reciproci tra le istituzioni. Se non accadrà, useremo dal punto di vista giuridico tutti gli strumenti a disposizione: il ricorso al tribunale amministrativo e alla Corte Costituzionale e, se sarà necessario, tutti i sindaci sono disponibili a venire qui a sfilare con i cittadini davanti a Montecitorio con le fasce tricolore”.

L’appello è arrivato, oltre che dall’Anci, anche da Ance, Legambiente, Fondazione Riuso e Audis.

La polemica era scoppiata proprio ad agosto, quando il governo aveva bloccato la seconda tranche del Piano periferie dei governi Renzi e Gentiloni, che prevedeva 2,1 miliardi di finanziamenti dallo Stato e con effetti calcolati in 3,9 miliardi di cofinanziamenti. Le prime convenzioni (24) erano state firmate nella primavera del 2017, le altre 96 a fine 2017: e proprio queste sono state bloccate, fino al 2020. Secondo la sottosegretaria Laura Castelli lo stop era stato necessario per rispettare una sentenza della Corte costituzionale, la 74 del 2018, che stabilisce che serve un’intesa con gli enti territoriali (quindi le Regioni) nell’assegnazione dei fondi e che non si può intervenire solo su richiesta del Comune. Il governo prevede quindi di dirottare i fondi già stanziati (140 milioni nel 2018, 320 nel 2019, 350 nel 2020 e 220 nel 2021) in un fondo che serva per favorire gli investimenti delle città metropolitane, delle Province e dei Comuni, non solo per quelli che hanno partecipato al bando. Una scelta che i Comuni non appoggiano, tutt’altro: anche perché molti Comuni dei 96 coinvolti intanto hanno già investito nella progettazione, come Milano, dove il sindaco Sala ribadisce il furto con destrezza. O Bologna, che denuncia il rischio di perdere progetti per 18 milioni di euro messi in cantiere. O del Veneto, che perde 150 milioni: i sindaci se la sono presa con la Lega, mandante politico dell’operazione. Sul piede di guerra il Pd, che però ha votato l’emendamento.

Il presidente dell’Anci ha concluso: “Parliamo di strade, risanamenti edilizi, sicurezza idrogeologica e sismica, giardini, parchi giochi, scuole, infrastrutture indispensabili a ridare decoro ai luoghi più poveri e abbandonati in città grandi, medie e piccole. Al nord, al centro, al sud indipendentemente dal colore politico di chi li governa”.

Dunque, anche il decreto ‘milleproroghe’, tra i primi provvedimenti del governo Conte, non va incontro alle necessità dei cittadini come viene demagogicamente propagandato da Lega e M5S, ma complicherebbe i problemi anziché semplificarli.

Roma, 05 settembre 2018

Salvatore Rondello

Il governo proroga i provvedimenti di Gentiloni

Palazzo Chigi

Il Consiglio dei ministri, su proposta del presidente Giuseppe Conte, ha approvato il cosiddetto decreto ‘milleproroghe’, che introduce disposizioni urgenti per la proroga di alcuni termini previsti da disposizioni legislative. Il decreto interviene, tra l’altro, in ambiti relativi agli Enti territoriali, alla giustizia, alle infrastrutture, all’istruzione scolastica, alla cultura, alla salute, agli eventi sismici, alle Universiadi ed ai gruppi bancari delle banche popolari e delle banche di credito cooperativo.

Per gli Enti territoriali sono stati confermati per tutto il 2018 le disposizioni concernenti le modalità di riparto del fondo sperimentale di riequilibrio a favore delle Province e delle Città metropolitane delle Regioni a statuto ordinario, nonché i trasferimenti erariali non oggetto di fiscalizzazione, corrisposti dal ministero dell’Interno. Inoltre, in attesa di una compiuta revisione della legge Delrio, si proroga al 31 ottobre 2018 il mandato dei presidenti di provincia e dei Consigli provinciali in scadenza entro quella data e si anticipa, allo stesso giorno, il mandato dei presidenti e dei Consigli provinciali in scadenza entro il 31 dicembre 2018. In tal modo, si potranno tenere il 31 ottobre 2018 tutte le elezioni provinciali previste entro la fine dell’anno, semplificando le procedure e contenendone i costi (election day provinciale).

Per la giustizia, al fine di completare le complesse misure organizzative in atto per l’attuazione delle nuove norme in materia di intercettazioni, introdotte dal decreto legislativo 29 dicembre 2017, n. 216, anche relativamente all’individuazione e all’adeguamento dei locali idonei per le cosiddette “sale di ascolto”, alla predisposizione di apparati elettronici e digitali e all’adeguamento delle attività e delle misure organizzative degli uffici, il termine di applicazione di dette disposizioni è stato prorogato al 31 marzo 2019. Inoltre, in relazione alle nuove norme contenute nella legge 23 giugno 2017, n. 103, che estendono il regime della multivideo conferenza anche ai processi con detenuti non in regime di “41 bis”, constatata la necessità di una revisione organizzativa e informatica di tutta la precedente architettura giudiziaria, con l’aumento dei livelli di sicurezza informatica, e di incrementare il numero di aule negli uffici giudiziari e di “salette” negli istituti di pena, si prevede il differimento dell’efficacia delle stesse norme fino al 15 febbraio 2019. Infine, si prevede la proroga al 31 dicembre 2021 del termine per la cessazione del temporaneo ripristino della sezione distaccata di Ischia nel circondario del tribunale di Napoli.

Per le infrastrutture, è stata estesa la proroga al 31 dicembre 2019 del termine entro cui il Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe) deve individuare le modalità di impiego delle economie derivanti dai finanziamenti dei programmi di edilizia scolastica.

Per l’istruzione scolastica e le università, al fine di consentire il regolare avvio dell’anno scolastico 2018/2019 nel sistema della formazione italiana nel mondo, assicurando la copertura di almeno 183 posti, compresi 40 nelle scuole statali all’estero e 28 posti nelle scuole europee, in attesa della definizione delle nuove procedure introdotte dal decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 64, è stata prorogata, per quest’anno, la possibilità di ricorrere alle graduatorie vigenti nell’anno scolastico 2017/2018.

Per la cultura, al fine di tenere conto di un parere del Consiglio di Stato, è stata assicurata la necessaria copertura legislativa all’estensione per il 2018 del cosiddetto “bonus cultura” per i diciottenni, prevista dalla legge di bilancio per il 2018.

Per la salute, è stato consentito, anche per l’anno 2018, l’utilizzo delle risorse finanziarie, a valere sul finanziamento del Servizio sanitario nazionale, accantonate per le quote premiali da destinare alle regioni virtuose, secondo la proposta di riparto delle risorse finanziarie per l’anno 2018 della Conferenza delle Regioni e province autonome. Inoltre, allo scopo di salvaguardare la partecipazione di investimenti stranieri alla realizzazione di strutture sanitarie per la Regione Sardegna, si prevede una estensione al periodo 2018-2020 delle deroghe in materia di riduzione della spesa per prestazioni sanitarie.

Per gli eventi sismici, è stato ampliato il termine per la presentazione, da parte dei soggetti destinatari dei procedimenti di recupero degli aiuti di Stato, dei dati relativi all’ammontare dei danni subiti per effetto degli eventi sismici verificatisi nella regione Abruzzo. Inoltre, è stata estesa al 2019 la percentuale, già prevista per l’anno 2018, di partecipazione alla riduzione del Fondo di solidarietà comunale per i Comuni rientranti nell’area cratere del sisma dell’Emilia Romagna del 2012 e di quello de L’Aquila del 2009.

Al fine di consentire la compiuta realizzazione e consegna delle opere per l’Universiade di Napoli del 2019, si proroga il termine ultimo di realizzazione delle stesse al 30 maggio 2019. Inoltre, è stato individuato ex lege nel Direttore dell’Agenzia regionale Universiade 2019 il Commissario straordinario per la realizzazione dell’evento.

Per le banche popolari ed i gruppi bancari cooperativi, le disposizioni hanno prorogato dagli attuali 90 giorni a 180 giorni il termine per l’adesione delle banche di credito cooperativo (Bcc) al contratto di coesione che dà vita al gruppo bancario cooperativo. Il termine decorre dal provvedimento di accertamento della Banca d’Italia in ordine alla sussistenza delle condizioni previste dalla legge per la stipula del contratto di coesione. Inoltre, è stato prorogato al 31 dicembre 2018 la scadenza per l’adeguamento delle banche popolari a quanto stabilito dal Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia.

Dunque, tutti quei provvedimenti già criticati aspramente da M5S e lega perché varati dal governo Gentiloni e che stavano per scadere, sono stati prorogati dal governo Conte.

Salvatore Rondello

Di Maio nel Paese delle Meraviglie

Luigi Di Maio con il trascorrere del giorni appare sempre di più un personaggio delle favole piuttosto che un super-ministro chiamato a governare due questioni fondamentali per la vita del Paese, il lavoro e la politica produttiva (non solo industriale). Pressato dall’esigenza di rincorrere Matteo Salvini e la sua nuova Lega filo-putiniana sul terreno della visibilità mediatica, non si è reso conto che inseguire il consenso con esibizioni muscolari anti-immigratorie è molto più semplice della ricerca di soluzioni razionali sul fronte dell’occupazione. Salvini, in fondo, può lisciare il pelo del suo gatto elettorale per il verso giusto fregandosene dei principii del diritto internazionale e non ponendosi il problema di cosa si muove (trafficanti di uomini a parte) dietro le sempre più massicce ondate migratorie che spingono dal Sud al Nord del mondo una marea dolente (che l’Africa sub-sahariana da cui proviene la maggior parte degli immigrati rappresenti un problema da oltre due miliardi di persone in cerca di cibo e lavoro, in fondo non è questione che possa toccare chi cerca voti immediati e non soluzioni strutturali, semmai lanciando slogan che fanno a dir poco rabbrividire la coscienza civile, almeno in quelle persone che quella coscienza ce l’hanno ancora). L’impatto del messaggio del capo della Lega è immediato e garantito (almeno sul suo elettorato); quello di Di Maio, invece, è “mediato” (dalle situazioni economiche, dal diritto del lavoro fin troppo manomesso negli anni passati per poter sopportare anche decreti più o meno dignitosi ma decisamente vacui, dagli atteggiamenti collettivi e individuali, dalle urgenze politiche di un esecutivo di coalizione) e fortemente ipotetico.

Così nascono le polemiche “artificiali”. Quella con Tito Boeri, ad esempio, presidente dell’Inps ormai in scadenza che hanno consentito soprattutto alla Lega di rivendicare più o meno indirettamente (e più o meno pubblicamente) quella poltrona. È proprio così sorprendente il fatto che il famoso decreto possa determinare la riduzione dei contratti a termine? Sino a prova contraria, il provvedimento è nato proprio per limitare un precariato a cui l’abuso dei contratti a termine fornisce un contributo evidente. Da questo punto di vista, paradossalmente le stime dell’Inps e di Boeri hanno solo certificato l’efficacia degli “strumenti” scelti dal super-ministro. Ergo, Di Maio non dovrebbe polemizzare con lui ma abbracciarlo con grande affetto.

Nel libro uscito postumo, Stefano Rodotà fa ampio uso della parola “dignità” sottolineando come essa abbia un senso solo se sostenuta dal riconoscimento di diritti. L’obiettivo del super-ministro era impegnativo ma poi arrivano le mediazioni che possono anche essere “2.0” ma sempre mediazioni sono. Cosa c’entra la dignità con il reinserimento dei voucher che al di là degli strepiti delle organizzazioni datoriali, in un Paese come il nostro abituato più che a usare ad abusare degli strumenti legittimi, hanno prodotto nel passato conseguenze decisamente poco degne? E che senso ha la ricorsa a incentivi che alla fine si rivelano solo l’intestazione di vecchie soluzioni, già presenti in altri provvedimenti (Fornero, Letta, Gentiloni) e che dal punto di vista dell’aumento dei contratti a tempo indeterminato hanno prodotto poverissimi risultati? Certo poi può anche accadere che un partito senza né capo né coda attualmente all’opposizione proponga di ritornare alle ventiquattro mensilità (invece delle trentasei indicate nel decreto) per la definizione del limite massimo degli indennizzi per i licenziamenti ingiustificati; ma se non andiamo errati il Movimento 5 stelle prevedeva il ritorno all’articolo 18, cioè al reintegro in caso di assenza di “giusta causa”, unico strumento reale (anche qui: strepiti padronali a parte) per restituire diritti al lavoratore, tutela contro comportamenti illegittimi o addirittura illeciti, cioè diritti che diventano dignità come nella formulazione di Rodotà (ma non in quella di Di Maio).

Soluzioni deboli e polemiche inutili (o utili come semplici prolungamenti di una campagna elettorale mai finita e che mai finirà). Come quella sull’Ilva. Perché la ricostruzione della vicenda fornita dal capo dell’Autorità anti-corruzione a “la Repubblica”, ci dice che tutto è stato costruito sull’asse Palazzo Chigi-via Veneto. Attraverso il trasparente presidente del Consiglio, il super-ministro ha sollecitato una risposta di Cantone su alcuni elementi critici di una gara che ormai fa parte del passato e che poco o nulla può aggiungere ai sedicimila tarantini che trovano una fonte di reddito in una azienda ad alto rischio (di sopravvivenza) industriale e non solo ambientale. Che la gestione dell’ex ministro Carlo Calenda contenga più di un’ombra (la più pensante è quella relativa alla scarsa attenzione rivolta al rilancio dell’altro concorrente) è un dato di fatto. Ciò non toglie che bisogna decidere. Ma a questo punto il nostro piccolo Alice nel Paese delle Meraviglie si rende conto che al contrario di quel che lui dice in pubblico, gli interessi nella vita reale spesso confliggono e che l’azione di governo consiste proprio nella capacità di trovare (sulla base di una razionale scala di priorità) punti di equilibrio che, garantendo la difesa del bene comune, favoriscano l’incontro tra aspettative diverse, a volta addirittura molto lontane. A Taranto, sinceramente, delle sue inchieste ministeriali (questo sembra essere il governo che “vuole farla pagare” sempre a qualcuno) se ne strafregano. La città negli ultimi sei anni si è impoverita a un ritmo decisamente accelerato. E non siamo proprio convinti che in tanti da questa “decrescita” abbiano tratto motivi di felicità, al di là di quel che possa pensare il nostro settantenne “Latouche al pesto” che vagheggia parchi e strampalati progetti di riconversione e sviluppo.

Antonio Maglie
Blog Fondazione Nenni

Bonus insegnanti, i conti non tornano

Ministero-della-Pubblica-Istruzione

Il ministro della Pubblica Amministrazione,  Giulia Bongiorno  si accinge a incontrare i rappresentanti dei dipendenti pubblici venerdì prossimo 27 luglio. Molte aspettative ripongono i sindacati  in questa prima riunione, dove si augurano di condividere un’agenda con la titolare della Funzione pubblica. La convocazione ufficiale non è ancora arrivata ma l’incontro viene dato per certo dai diretti interessati.

Franco Martini, segretario confederale della Cgil, ha affermato: “Siamo disponibili a discutere nel merito di norme e strumenti di verifica per il pieno rispetto degli impegni assunti dal precedente governo, in particolare in materia di contrattazione, in coerenza con l’accordo del 30 novembre 2016 dal quale sono partiti i rinnovi contrattuali della stagione che si è appena conclusa e con il quale guarderemo ai prossimi contratti. Non si può raggiungere una maggiore efficienza della Pa se non si coinvolgono i lavoratori e noi attendiamo con ansia questo primo incontro per formulare un’agenda senza pregiudizi. Non abbiamo mai difeso i cosiddetti ‘furbetti del cartellino’ ma le misure per combattere il fenomeno dell’assenteismo ci sono sempre state e bisogna evitare di montare una campagna per colpire indiscriminatamente il pubblico impiego. Noi siamo chiusi solo alla propaganda e alla denigrazione dei dipendenti pubblici”.

Ignazio Ganga, segretario confederale della Cisl, ha detto: “Abbiamo ampie aspettative dal governo che parte, bisogna iniziare un confronto che porti ad  aprire in autunno la nuova stagione contrattuale ma bisogna discutere di risorse per i contratti affinché vengano stanziate nella prossima legge di stabilità perché, nel Def, che è stato predisposto dalla Commissione speciale, (prima dell’insediamento del governo), è stata accolta solo l’indennità di vacanza contrattuale. E questo ci preoccupa. Il ministro poi  ha dato un primo segnale sulla volontà di sbloccare il turn over al 100%, un buon punto di partenza per combattere il precariato. Tra le varie richieste che verranno formulate dal sindacato all’incontro la chiusura dei contratti della dirigenza, dare seguito a meccanismi premiali e investimenti seri per la digitalizzazione della Pa. Inoltre, per la Cisl, servono innovazione e formazione del capitale umano”.

Antonio Foccillo, segretario confederale della Uil, ha indicato i seguenti temi per il prossimo incontro con il ministro Giulia Bongiorno: “L’età avanzata della pubblica amministrazione, la stabilizzazione dei precari, la digitalizzazione, oltre naturalmente ai nuovi contratti visto che quelli appena rinnovati scadono il 31 dicembre 2018. Ma non solo, investimenti in formazione, valorizzazione del personale e dei dirigenti. Sono questi i veri nodi da sciogliere nell’ottica di un rilancio della PA piuttosto che irrigidire i controlli contro i  ‘fannulloni e i furbetti del cartellino con le impronte digitali’  come annunciato dal ministro, dal momento che ci sono già i tornelli e le norme per il licenziamento immediato”.

Mentre sta per aprirsi un nuovo tavolo negoziale per la PA, l’anno scolastico sta per concludersi e con lui anche il termine entro il quale spendere i 500 euro del bonus insegnanti che il MIUR accredita ogni anno sulla piattaforma online. L’anno scolastico, infatti, terminerà ufficialmente il 31 di agosto, mentre il giorno successivo avrà inizio quello 2018-2019. Ci si chiede che fine farà quella parte del bonus che gli insegnanti non spenderanno entro la suddetta data. Ad esempio c’è chi consiglia di spendere tutti i 500 euro entro la scadenza del 31 agosto 2018, così da non rischiare di perdere quanto spetta di diritto ai docenti di ruolo nelle scuole pubbliche. Al momento non c’è alcun rischio che ciò avvenga poiché, come si legge del DPCM del 28 novembre 2016, dopo la scadenza la parte di bonus non spesa non viene persa poiché viene accreditata nuovamente nel borsellino elettronico della Carta del Docente insieme ai 500 euro riconosciuti con il nuovo anno.

Non significa, però, che il bonus insegnanti può essere cumulato all’infinito. Nello stesso decreto, infatti, viene stabilito che questo va speso entro un anno dalla scadenza. Di conseguenza il 31 agosto 2018 sarà l’ultimo giorno utile per spendere quanto eventualmente avete conservato del bonus docenti dello scorso anno. Per quello del 2017-2018, invece, l’ultimo giorno utile coincide con il 31 agosto 2019. Quanto appena detto naturalmente vale in caso di legislazione invariata. Il MIUR, infatti, in questi giorni potrebbe decidere diversamente approvando un nuovo decreto che, in sostituzione di quello precedente, modifichi la data di scadenza del contributo accreditato quest’anno. In assenza di ciò, quindi, gli insegnanti di ruolo non dovranno affrettarsi a spendere tutto il bonus entro la fine di agosto, visto che questo verrà riaccreditato sulla Carta del Docente insieme al bonus riconosciuto per il 2018-2019.

Nel frattempo, Matteo Salvini, intervistato dal ‘Corriere della Sera’, ha detto: “Ci hanno eletto per cambiare, se gli italiani avessero voluto proseguire sulla linea di Monti, Letta, Padoan, Renzi e Gentiloni avrebbero votato in modo diverso. Cercheremo di cambiare anche alcuni numeri scelti a tavolino a Bruxelles, che molti paesi Ue ignorano bellamente. Noi metteremo al centro la crescita e la pace fiscale, che ti porta soldi e non li porta via, e ti consente di avviare la flat tax. E poi la riforma delle pensioni per aprire il mercato ai giovani, che va fatta a prescindere dai numeri di Bruxelles. Di sicuro la manovra di autunno sarà diversa rispetto a quella degli ultimi anni, e daremo le prime e significative risposte sulla riduzione delle tasse”.

Sarebbe questa la ricetta rivoluzionaria di Matteo Salvini e del governo Conte. Una ricetta dipendente unicamente dalle maggiori entrate che arriverebbero dalla crescita economica e dalla pace fiscale. Ma, se la crescita economica non ci sarà nella misura sperata per effetto dei dazi e per la fine del Quoting Easy della Bce, chi pagherà il conto, considerato che neanche la pace fiscale dà entrate certe?

Salvatore Rondello

Abi. Nencini, relazione Patuelli lapidaria e strategica

DiMaio_SalviniLe tensioni nel governo di Giuseppe Conte sono già iniziate nonostante l’accordo programmatico firmato da Lega e M5S. L’ultima sfida nel governo  è scoppiata sui  voucher. Da una parte c’è la Lega che vorrebbe reintrodurli in alcuni settori, dall’altra il M5S più diffidente. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, ha attaccato: “Perché, se i voucher verranno reintrodotti per sfruttare di nuovo la gente, allora si troverà un argine, anzi un muro in cemento armato del Movimento 5 Stelle. Non accetto nessun ricatto del tipo o ci fate sfruttare i nostri giovani oppure noi licenziamo”.

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha assunto un’altra posizione affermando: “In agricoltura, nel turismo e nei lavori stagionali servono a combattere il lavoro nero. I voucher sono stati ipocritamente cancellati per una scelta politica, ma in alcuni settori sono fondamentali e vanno reintrodotti”. Le parole del ministro Salvini hanno trovato il plauso del ministro delle Politiche Agricole Gian Marco Centinaio, il quale si è detto pronto a reintrodurre i voucher in agricoltura, come peraltro previsto nel contratto di governo.

Il  voucher (o buono lavoro), come strumento di retribuzione del lavoro occasionale è stato introdotto nel 2003 dal secondo governo Berlusconi. Ogni voucher aveva un valore di 10, 20 e 50 euro. Tramite la procedura telematica sul sito dell’Inps, il committente poteva acquistare i buoni lavoro in diverse modalità: pagamento online, modello F24 Elide o bollettino postale. Per il lavoratore il tetto dell’importo era di 7mila euro. I vecchi voucher sono stati aboliti lo scorso anno dal governo Gentiloni sotto la spinta della Cgil e poi riformulati con il decreto legge 50, convertito dalla legge 96/2017 che distingue tra utilizzo non professionale (libretto famiglia, da utilizzare ad esempio per colf e badanti) e utilizzo professionale (tramite il contratto di prestazione occasionale). Inoltre è stato introdotto un tetto unico ai compensi da 5mila euro, ma il lavoratore non può ricevere più di 2.500 euro all’anno dal medesimo datore di lavoro.

Di Maio ha avvertito spiegando: “Se vogliamo discutere della natura per cui erano nati i voucher per specifici lavori che non sono a rischio sfruttamento ma richiedono un tipo di pagamento quotidiano specifico, non abbiamo mai detto di essere contrari anzi è nel contratto di governo. Ma, deve essere chiara una cosa: non permetteremo a nessuna forma giuridica di introduzione dei voucher che lasci aperte delle strade che portano poi allo sfruttamento dei nostri giovani e meno giovani. Insomma, se si vogliono reintrodurre i voucher per sfruttare la gente il M5S voterà contro. Se si reintroduco i voucher per specifiche mansioni e non per sfruttare i lavoratori allora ne possiamo parlare, è la posizione dei 5 Stelle. Se il Parlamento vuole fare delle proposte migliorative ben venga. L’importante è che non si entri mai più nel ragionamento per cui si dice o ce li fate sfruttare o li licenziamo. L’impegno che ho assunto come ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico è quello di abbassare il costo del lavoro per permettere l’utilizzo dei contratti a tempo indeterminato ad un più basso costo per le imprese”. Così ha concluso il Ministro Di Maio senza specificare su quali leve agirà il governo per ridurre il costo del lavoro dei contratti a tempo indeterminato. Su questo argomento è assordante il silenzio dei sindacati.

Tito Boeri, presidente dell’Inps, in un’intervista rilasciata a Sky Tg24 Economia, ha commentato: “Quello dei voucher può essere uno strumento giusto e molto importante. In Italia quando c’è un abuso di qualcosa, si tende a eliminarlo. Noi avevamo fatto delle proposte per evitare questi abusi e limitare l’uso dei voucher alle giuste fattispecie anche perché oggi è uno strumento del quale riusciamo a gestire la transazione. E’ tracciabile, possiamo assicurarci che vengano pagati i lavoratori e i contributi, perché chiediamo alle aziende il versamento della remunerazione prima che venga effettuato il lavoro”.

Qualche giorno fa c’è stato anche il conflitto tra Salvini ed Elisabetta Trenta, ministro della Difesa, sul coinvolgimento della Marina militare nelle missioni internazionali per gli sbarchi irregolari dei migranti.

Oggi dall’assemblea annuale dell’ABI, sono arrivate nuove preoccupazioni sull’economia dal Governatore della Banca d’Italia e dal presidente dell’Abi. Il Governatore, Ignazio Visco, ha detto: “In Italia, come nelle principali economie, nei primi mesi del 2018 l’attività economica ha rallentato. I segnali di decelerazione si sono estesi alla primavera. Nella maggior parte delle previsioni formulate da istituzioni nazionali e internazionali, la crescita in Italia rimarrebbe superiore all’1% nella media del triennio 2018-2020”.

Secondo il governatore Visco: “Questo scenario presuppone un orientamento monetario accomodante, condizioni finanziarie distese e un contesto globale favorevole. Negli ultimi mesi, sono notevolmente saliti i rischi connessi con la politica protezionistica degli Stati Uniti e con i contrasti che su diversi fronti si registrano nelle relazioni tra i Paesi dell’Unione europea”.

Visco ha tuttavia rilevato: “La fiducia delle famiglie e delle imprese si mantiene su livelli elevati. Indicazioni positive provengono anche dall’espansione dei prestiti bancari e dal miglioramento del mercato del lavoro”.

Il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, ha affermato: “La scelta strategica dell’Italia deve essere di partecipare maggiormente all’Unione Europea con un maggior impegno nelle responsabilità comuni altrimenti la nostra economia potrebbe finire nei gorghi di un nazionalismo mediterraneo molto simile a quelli sudamericani”. Patuelli ha così ricordato: “In Argentina il tasso di sconto ha raggiunto il 40% e con la lira italiana negli anni 80 il tasso di sconto fu anche del 19%”.

Antonio Patuelli ha anche affermato: “Le banche italiane proseguono i grandi sforzi e progressi per la ripresa e l’opera di riduzione dei crediti deteriorati, passati in due anni da 200 a 135 miliardi ma ogni aumento dello spread impatta su Stato, banche, imprese e famiglie rallentando la ripresa”.

Il monito del mondo del credito è arrivato puntuale nel momento in cui le tensioni all’interno del governo Conte rischiano di fare arretrare il Paese anziché migliorarlo. Incomprensibile resta il silente e non visibile ruolo delle opposizioni.

Una relazione che il segretario del Psi Riccardo Nencini ha definivo “lapidaria!”. “Lapidaria e strategica, il modo migliore per onorare l’incarico in un tempo in cui presentismo e chiusure rischiano di farla da padroni”- ha concluso Nencini.

Salvatore Rondello

Approvato il Def. Nencini: “Tria più realistico di Salvini”

Giovanni Tria

Il Ministro dell’Economia Giovanni Tria

“Il ministro Tria non è Salvini: più obiettivo, più realistico nel dibattito sul Documento di Economia e Finanza. Eppure nella risoluzione giallo/verde mancano due cose: le promesse elettorali e la convinzione che lontani dall’Europa, da soli, i problemi non si risolvono, si complicano”. Questo il commento del segretario del Psi, Riccardo Nencini al Def approvato oggi dall’Aula della Camera. Il Documento di economia e finanza 2018. I voti a favore sono stati 330 quelli contrari 242. Quattro gli astenuti. Un documento in cui la maggioranza stende e ufficializza i sui desideri. Il Def non prevede numeri. Ma solo orientamenti, è più facile quindi stirlare una sorta di lista della spesa. Nella risoluzione sul Def portata in Aula dal relatore M5s, Federico d’Incà, si impegna infatti il governo “ad assumere tutte le iniziative per favorire il disinnesco delle clausole di salvaguardia inerenti l’aumento dell’aliquota Iva e delle accise su benzina e gasolio” e “a individuare misure da adottare nel 2018 nel rispetto dei saldi di bilancio”.

La risoluzione di maggioranza inoltre impegna il governo ”a riconsiderare in termini brevi il quadro di finanza pubblica, nel rispetto degli impegni europei, per quanto riguarda i saldi di bilancio del triennio 2019-2021”. L’esecutivo dovrà ”realizzare nel tempo un cambio radicale del paradigma economico” e ”sarà d’obbligo impostare in Europa un dialogo nuovo, per ottenere regole di bilancio più flessibili e spazi maggiori per le spese produttive” è scritto in un passaggio, letto da D’Incà, della risoluzione che sarà votata dell’assemblea. ”Prioritario – secondo il relatore – è il superamento della logica del fiscal compact, la cui integrazione all’interno dei trattati europei è da scongiurarsi assolutamente”.

I temi che dovranno essere affrontati con la prossima legge di bilancio sono: la lotta alla povertà, lo stimolo alle politiche attive, il superamento della legge Fornero, misure per la scuola. Tra le misure da adottare il relatore ha indicato ”un mix virtuoso di maggiori investimenti pubblici, riduzione della pressione fiscale e il sostegno ai redditi più bassi”. Va semplificato, in particolare, il rapporto tra l’Agenzia delle entrate e il contribuente e vanno abolite “misure penalizzanti per i contribuenti onesti”.

Futuri provvedimenti per estendere il reddito di cittadinanza ”restano senz’altro necessari” e occorre ”ampliare la portata” dei Bes. Infine ”occorre assumere tutte le misure per favorire il disinnesco delle clausole di salvaguardia, inerenti l’aumento dell’aliquota Iva e accise”.

In aula il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha spiegato che ”la ripresa continua ma a ritmi più contenuti rispetto al 2017”. ”L’obiettivo prioritario deve essere aumentare il tasso di crescita potenziale e chiudere il divario” con il resto dell’Europa, ha evidenziato. ”Dobbiamo accrescere la competitività e la dinamica produttiva” e la strategia per raggiungere l’obiettivo richiede di ”attuare le riforme strutturali, previste nel programma di governo, attivare lo stimolo endogeno di crescita, per non limitarci a subire passivamente gli choc, positivi e negativi, che vengono dalla congiuntura internazionale”. Quanto ai tassi di crescita per il 2019 e gli anni seguenti, previsti nel Def a legislazione vigente, ”sono ancora alla nostra portata ma richiedono un’adeguata strategia di politica economica; non corrispondono più al quadro tendenziale”. Tria ha poi spiegato che ”lo scenario tendenziale dell’indebitamento netto sarà oggetto di una seria riflessione in sede di predisposizione del quadro programmatico”.

Il Def fu varato dal vecchio governo Gentiloni-Padoan nell’aprile scorso: in mancanza di un nuovo governo l’esecutivo allora in carica per l’ordinaria amministrazione decise di varare un documento contenente solo i valori “tendenziali”, cioè in assenza di decisioni politiche. Dunque la risoluzione quest’anno acquista maggiore importanza del solito proprio perché sarà il primo test del governo in attesa della nota di aggiornamento al Def che dovrà essere presentata in settembre. Per la sola disattivazione delle clausole, si apre una partita da oltre 12 miliardi quest’anno e 19 per il 2019.

Il cambiamento della mappa del potere

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Sta per cambiare l’organigramma amministrativo del potere italiano. Ci sono centinaia di poltrone tra dirigenti della Pa, segretari generali, capi dipartimento dei dicasteri, capi area, staff di premier e ministri, vertici delle Agenzie, tutti soggetti ad un eventuale ricambio sulla base della legge 165 del 2001, lo  ‘spoil system’ che dà al nuovo governo la facoltà di revocare o confermare gli incarichi  entro 90 giorni dal giuramento.

Una norma introdotta per fare in modo che i tempi degli incarichi dirigenziali non superino la durata dell’organo politico che li ha nominati e che dunque farebbe saltare le poltrone assegnate durante i governi di Renzi e Gentiloni. A partire da Palazzo Chigi, dove a parte il naturale ricambio nello staff del premier, ci sono in ballo la poltrona di segretario generale, quella del consigliere diplomatico oltre a ben 19 capi dipartimento, dalla Protezione civile al delicato Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (il Dis).

Tra i posti chiave in attesa di assegnazione al Tesoro, la scrivania del direttore generale, dopo le dimissioni di Vincenzo La Via, e quella del Capo commissione speciale per fabbisogni standard, occupata in precedenza da Luigi Marattin poi eletto a Montecitorio. Esposte allo spoil system ci sono anche le nomine del capo di gabinetto, del ragioniere generale dello Stato e del capo dipartimento delle Finanze.

Restano in attesa di riconferma o di sostituzione tutti i capi di gabinetto e gli staff dei ministri in tutti gli altri dicasteri, Mise e Giustizia, tra i fronti più caldi. Da riconfermare o sostituire anche i vertici dell’Agenzia delle entrate, Demanio e Dogane, soggetti anch’essi allo spoil system.

Tempi stretti per rinnovare i cda in scadenza di Cdp e Rai. Entro il 16 giugno il Tesoro deve presentare la lista per Cassa Depositi e Prestiti. L’attuale presidente Claudio Costamagna , ha già ufficializzato l’indisponibilità a un secondo mandato. Qualche giorno fa, il banchiere Costamagna ha dichiarato: “Come ho avuto sempre modo di dire, proveniendo da una carriera trentennale nel mondo privato, ho vissuto questo prestigioso incarico come una missione a tempo determinato”.

Alla presidenza di Cdp, su indicazione delle fondazioni che detengono il 16% dell’istituto, potrebbe andare Massimo Tononi, come Costamagna con un passato in Goldman Sachs e più recentemente alla presidenza di Mps. L’assemblea degli azionisti è prevista in prima convocazione il 20 giugno e il 28 di questo mese per l’eventuale seconda. Rimane comunque fermo il termine del 16 per la presentazione delle liste. Il cda nomina il presidente che dovrà ottenere il via libera da parte della commissione di vigilanza a maggioranza di due terzi. M5S e Lega da soli non bastano.

A fine giugno dovrà essere rinnovato il cda della Rai con le nuove disposizioni previste dalla riforma Renzi. Cda a sette membri di cui quattro nominati da camera e Senato, due dal Tesoro (che indicherà anche l’ad) e uno dai dipendenti. Oggi sono stati resi i nomi delle autocandidature per i componenti di nomina parlamentare. In totale 365 candidati ma 129 hanno inviato il curriculum sia alla Camera e sia al Senato. Tra questi figurano molti componenti dell’attuale cda come Carlo Freccero e Arturo Diaconale. Tra i nomi noti ci sono Michele Santoro e Giovanni Minoli, l’ex deputata Nunzia De Girolamo, l’ex direttore del Censis Giuseppe De Rita. Ha presentato il curriculum Emmanuel Gout, ex presidente di Tele+, ex volti noti della Rai come Fabrizio Del Noce. C’è anche l’ex iena Dino Giarrusso, candidato alle politiche con il M5S. C’è Alberto Contri già in passato nel cda Rai ai tempi di Zaccaria presidente. C’è anche Stefano Rolando, a lungo capo del dipartimento editoria di Palazzo Chigi, il fondatore del Codacons Carlo Rienzi e Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Consumatori. Nell’arco dei prossimi tre mesi, dunque, verrà ricostruita la nuova mappa del potere in Italia.

S R