Trump e l’immigrazione: più politica che legalità

donald trump“Se non potete venire legalmente, non venite affatto”. Questo l’avvertimento del vicepresidente americano Mike Pence a coloro che cercano di entrare in America senza i documenti appropriati. Pence parlava in una conferenza stampa in Brasile dove si era recato per colloqui con il presidente Michel Temer.

La questione di legalità per coloro che entrano in America senza i documenti tipici necessari rimane dubbia perché se un individuo si presenta al confine richiedendo asilo non è automaticamente squalificato. La determinazione di permettere o vietare l’ingresso non spetta a Pence né agli agenti della polizia di frontiera ma bensì a un giudice che esamina il caso e poi emette la sentenza.

Il governo americano può interpretare le leggi e metterle in pratica usando una certa flessibilità sulle priorità delle risorse che inevitabilmente sono limitate. Alcuni reati ricevono attenzione immediata mentre altri prendono più tempo. Nel caso di coloro che entrano negli Stati Uniti senza documenti la legge americana li considera colpevoli di un “misdemeanor”, un’infrazione minore punibile con la deportazione. L’amministrazione di Donald Trump però ha deciso di interpretare la legge in maniera drastica con la sua pratica di tolleranza zero per coloro che vengono detenuti alla frontiera. In effetti, Trump ha trasformato l’infrazione in “felony”, un reato maggiore che richiede l’arresto, vedendo questi individui come meritevoli di carcere.

Questa interpretazione della legalità dell’amministrazione di Trump riflette la sua ideologia sull’immigrazione in generale. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha speso molte parole in campagna elettorale denigrando gli immigrati vedendoli in termini negativi, ignorando la storia americana come paese di immigrati. Nemmeno le sue esperienze e legami personali hanno influenzato la sua ideologia per apprezzare gli aspetti positivi dell’immigrazione. Si ricorda che il nonno e la madre del 45esimo presidente erano immigrati. La prima e la terza moglie, first lady Melania, sono anche loro nate all’estero.

Dal suo annuncio per la corsa alla presidenza con la dichiarazione sui messicani come criminali alle sue più recenti asserzioni espresse nel suo recente viaggio in Europa, si deduce chiaramente che il 45esimo presidente vede l’immigrazione come fonte di problemi. In un’intervista al Sun di Londra, Trump ha persino dichiarato che i migranti distruggono la cultura europea.

Non sorprende dunque la sua politica di tolleranza zero per bloccare immigrati che cercano di entrare dal confine col Messico. La sua politica di separare i bambini dai loro genitori però è stata vista dall’America come troppo lontana dai valori del paese. Dopo la bufera mediatica, il 45esimo presidente è stato costretto a fare marcia indietro con un ordine esecutivo mettendo fine alle separazioni dei bambini dai genitori senza però eliminare la tolleranza zero.

Per quanto riguarda la legalità della sua politica anche la giustizia lo ha costretto a fare marcia indietro. Un giudice di San Diego nel mese di giugno di questo anno ha dato un mese di tempo all’amministrazione Trump di riunificare le famiglie con bambini di cinque anni o meno. Solo 57 su 103 di questi bambini sono però stati riuniti con i loro genitori. In alcuni casi i genitori erano già stati deportati e i bambini sono rimasti in America in affido. Difficile sapere se adesso i bambini verranno deportati o si cercherà qualche altra sistemazione. Comunque sia, si può capire la tragica situazione di queste famiglie.

La politica della tolleranza zero doveva risolvere la questione degli arrivi ma i numeri ci dicono che l’impatto non è stato quello desiderato. Nel mese di giugno il numero di detenzioni al confine ha raggiunto 34.000 individui, un po’ meno del mese di maggio, ma la fluttuazione è tipica di altri anni.

La politica messa in pratica da Trump non ha risolto la questione degli arrivi poiché le cause fondamentali non sono state toccate. La situazione di crisi in America Centrale da dove proviene la stragrande maggioranza di questi migranti continua senza speranze di abbattimento. L’attuale inquilino della Casa Bianca non ha mostrato nessun interesse per intervenire a risolvere il problema. Infatti, lo sta peggiorando. Trump ha annunciato la fine del programma TSP (Temporary Protected Status), iniziato nel 1990 che ha concesso residenza temporanea a individui provenienti da paesi afflitti da guerre civili o disastri naturali. Hanno beneficiato circa 400 mila individui, principalmente dell’America Centrale, ma anche del Nepal, Somalia e Sudan. L’idea era che una volta le condizioni sarebbero migliorate questi individui avrebbero fatto ritorno a casa loro. Il governo ha rinnovato il permesso di residenza per alcune centinaia di immigrati dalla Somalia ma nel caso degli altri paesi il rinnovo è stato negato.

La situazione in America Centrale non è migliorata affatto e questi individui, residenti in America da quasi trent’anni, con figli nati in questo paese, sarebbero costretti a ritornare alla stessa situazione dalla quale erano sfuggiti. Una denuncia è stata presentata e un giudice di Boston sta considerando il caso.

L’aspra retorica di Trump sull’immigrazione è stata mantenuta in quasi due anni di mandato presidenziale. Le promesse però non si sono concretizzate. Il muro al confine sud del paese non è stato costruito ne tantomeno pagato dal Messico come aveva annunciato alla nausea nei suoi comizi. Poco importa. Il 45eismo presidente costruisce una sua realtà che presenta mediante i suoi tweet e anche nei suoi comizi. Ce lo conferma anche lui letteralmente. In un recente discorso davanti un gruppo di veterani l’attuale inquilino alla Casa Bianca ha consigliato ai suoi ascoltatori di non credere “ciò che vedono e leggono sulla sua amministrazione”. Una frase che ci rimanda al romanzo di George Orwell e le dittature in cui la verità la possiede solo il governo e la impone per ottenere il controllo totale.

==================
Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Karl Popper è stato “liberale o socialista”?

karl-popperDario Antiseri, uno dei maggiori filosofi italiani, ha pubblicato un libro stimolante e coinvolgente, dedicato a un tema a lui caro, ovvero al pensiero politico di Karl Popper, il grande filosofo ed epistemologo austriaco, riproponendo il vecchio dilemma, se Popper possa essere stato liberale oppure socialista.

Nel libro, intitolato “Karl Popper. La ragione nella politica”, Antiseri traccia un quadro sintetico dell’evoluzione del pensiero politico popperiano, dove il filo conduttore della narrazione sembra essere quello di dimostrare come il filosofo austriaco sia stato contrario all’ideologia socialista e ai partiti che ad essa si ispiravano, perché ritenuti utopistici e illiberali. Popper aveva abbracciato in età giovanile il marxismo; sono diventato marxista – egli racconta – “nel 1915, all’età di 13 anni, e antimarxista nel 1919, quando ne avevo 17. Ma rimasi socialista sino all’età di 30 anni, sebbene nutrissi dubbi crescenti sulla possibilità di vedere associati libertà e socialismo”, e aggiunge che se “ci fosse stato qualcosa come un socialismo combinato con la libertà individuale, sarei ancora oggi un socialista. [ ] Mi ci volle un po’ di tempo per riconoscere che ciò non era altro che un sogno meraviglioso; che la libertà è più importante dell’uguaglianza; che il tentativo di attuare l’uguaglianza è di pregiudizio alla libertà; e che se va perduta la libertà, tra non liberi, non c’è nemmeno uguaglianza”, anche se “la libertà non potrà essere conservata senza migliorare la giustizia distributiva”.

E’ noto come la prevenzione di Popper nei confronti del socialismo genericamente inteso fosse determinata da quella particolare forma di socialismo che si stava affermando nella Russia post-rivoluzionaria con la costruzione del “socialismo reale”; criticandone le modalità organizzative, il filosofo austriaco ha scritto una della opere che poi lo ha reso famoso, ovvero “La società aperta e i suoi nemici”; l’opera è stata portata a termine da Popper nella condizione di rifugiato politico in Nuova Zelanda, dalla quale egli rientrerà dopo la fine della guerra, per l’interessamento del suo amico Friedrich August von Hayek, che lo ha fatto chiamare a insegnare alla London School of Economics.

In “La società aperta”, Popper sostiene che i governanti di ogni società autenticamente liberale, pur non essendo possibile il raggiungimento della perfezione, devono condurre la loro azione in modo razionale, mostrandosi disponibili ad essere criticati e desiderosi essi stessi di criticarsi. L’assunzione di questo atteggiamento deve essere la conseguenza della consapevolezza, da parte di chi governa la società, certo dell’imperfezione e della flessibilità della conoscenza umana e del fatto che, per la soluzione di problemi sociali, occorre il confronto e la discussione pubblica; ciò perché, senza confronto e discussione, non ci può essere democrazia, la quale può funzionare solo quando nessuno, all’interno dalla società, si arroga la pretesa d’essere portatore di verità assolute sull’uomo, sulla storia, sulla politica.

Per Popper, quindi, non esiste un metodo razionale per conseguire l’obiettivo della realizzazione della società perfetta; ciò però non esclude che sia possibile convenire su quali siano i mali più intollerabili della società e sulle riforme sociali da intraprendere con la maggiore urgenza per la loro rimozione. Di questi mali – afferma Popper – ne hanno esperienza le persone immiserite e umiliate dalla povertà, dalla disoccupazione, dalle persecuzioni, dalle guerre e dalle malattie. Di qui, in una società libera e democratica, la necessità che tutti i corpi intermedi, a iniziare dai partiti, si impegnino, adottando un’”ingegneria sociale gradualistica” e non utopistica, a rimuovere quei mali.

Da queste affermazioni, nasce, secondo Antiseri, il dilemma ”che ha alimentato ed alimenta un interrogativo ancora vivo, se Popper sia stato un liberale o un socialista”; un interrogativo, questo, ricorda Antiseri, che Rudolf Carnap, il famoso logico tedesco naturalizzato americano ed influente esponente del neopositivismo, si era posto dopo aver letto “La società aperta e i suoi nemici”.

Carnap, infatti, dopo aver letto “La società aperta” e numerosi articoli di Popper, chiedeva all’autore in che misura egli si considerasse socialista, ponendogli contemporaneamente la domanda se fosse d’accordo con lui sul fatto che, per la soluzione dei mali che affiggevano le società economicamente avanzate, fosse necessario trasferire la maggior parte dei mezzi di produzione dalla sfera privata a quella pubblica. Alle domande di Carnap, Popper ha risposto che, in ambito politico, i problemi devono essere risolti, non in termini utopistici, ma su basi ragionevoli, precisando che il limite del socialismo è l’elemento utopistico che lo spinge in “una direzione totalitaria”. Popper ha anche aggiunto che, al fine di evitare tale pericolo, la libertà deve essere la condizione dalla quale non è possibile prescindere nella ricerca, attraverso il metodo di “ingegneria sociale gradualistica, delle soluzioni dei “mali”, essendo egli convinto che la libertà “non possa essere conservata senza migliorare la giustizia sociale” e che tale convincimento potrebbe essere condiviso dai liberali e dai socialisti. A parere di Popper, era questa la via per introdurre ragione e ragionevolezza nella teoria e nella pratica dell’azione politica contro tutte le pretese dogmatiche.

Cosa si può fondatamente evincere dalla risposta di Popper a Carnap? E’ stato Popper un socialista, oppure è stato un liberale? Una risposta diretta Popper non l’ha data, ma neppure è neppure possibile ricavarla dalla narrazione che Antiseri effettua della complessa vicenda relativa all’evoluzione del pensiero politico popperiano. Si può, però, ricavare una risposta plausibile, se si considera l’evoluzione dell’ideologia socialista in una prospettiva storica.

Ciò che nel succedersi delle riflessioni di Antiseri, riguardo al pensiero politico di Popper, lascia perplessi, è che egli (Antiseri) abbia trascurato di inquadrare il pensiero politico popperiano nella prospettiva di una sia pure breve evoluzione dell’ideologia socialista, mancando così di considerare che non tutta tale ideologia si è conservata utopistica e illiberale. La dimenticanza appare così come un artifizio narrativo, utile solo a ricondurre il pensiero di Popper, in modo non del tutto velato, all’ideologia neoliberista della Mont Pelerin Society, fondata dall’economista austriaco Friedrich August von Hayek, l’amico che, dopo la guerra, si era adoperato per fare rientrare Popper dalla Nuova Zelanda, assicurandogli un incarico di insegnamento alla London School of Economics.

Il socialismo è un’ideologia che sostiene la necessità di “trasformare” la società in direzione dell’uguaglianza di tutti i suoi membri sul piano politico, sociale ed economico. Tradizionalmente, tutti i movimenti d’ispirazione socialista hanno teso a conseguire i propri obiettivi attraverso il superamento delle classi sociali e la soppressione, totale o parziale, della proprietà privata dei mezzi di produzione; ciò fino al 1848, perché in quell’anno, nel “Manifesto del Partito Comunista”, gli autori Marx ed Engels hanno introdotto la distinzione tra “socialismo utopistico” e “socialismo scientifico”, basando quest’ultimo su una presunta analisi più accurata della realtà sociale, ed evidenziando così polemicamente le differenze dal primo.

Tuttavia, il termine comunismo ha continuato ad essere usato come un sinonimo di socialismo per tutto l’Ottocento e per una prima parte del Novecento; la distinzione tra i due termini è avvenuta, per iniziativa di Lenin dopo la Rivoluzione bolscevica del 1917 e la costituzione della Terza internazionale nel 1919. La parte rivoluzionaria del movimento socialista si è distaccata, organizzandosi nei partiti comunisti, per rimarcare la propria identificazione nel comunismo di Marx ed Engels e nell’ideale prosecuzione dell’esperienza della Comune di Parigi del 1871. Al contrario, la parte del movimento socialista, orientato in senso riformista e inserita nei sistemi democratico-borghesi dei diversi Paesi, ha preso progressivamente le distanze dal socialismo marxista e dalle dogmatiche pretese rivoluzionarie, recuperando in parte le istanze liberali dell’utopismo socialista pre-marxista, dando così vita al socialismo democratico riformista, ovvero alla socialdemocrazia.

In una prospettiva di analisi storica, il socialismo riformista quindi, mentre considera l’età feudale come caratterizzata dall’egemonia dell’aristocrazia e del clero, e il periodo successivo alle Rivoluzioni francese ed americana egemonizzato dall’ascesa al potere politico sociale ed economico della borghesia (e quindi del liberalismo e del capitalismo), il socialismo democratico e riformista, invece, individua nello stadio successivo, caratterizzato dal prevalere delle classi popolari, che, grazie alla loro forza politica, hanno potuto perseguire l’obiettivo della realizzazione di una società giusta ed “equa” sul piano distributivo, come poi avverrà, dopo il 1945, con la realizzazione della democratizzazione del sistema sociale, attraverso la costruzione dello Stato sociale di diritto.

In questo modo, il socialismo riformista e democratico ha potuto porsi tra il socialismo marxista e il riformismo liberale “laissezfairista”; esso, infatti, pur inquadrando in un primo tempo la propria azione in una prospettiva critica nei confronti del capitalismo, la riflessione politica, sociale ed economica successiva lo ha reso portatore di un “compromesso” tra il riformismo liberale e quello del socialismo riformista e democratico; compromesso, questo, che, per merito del contributo di John Maynerd Keynes, prenderà corpo, sul piano teorico, durante gli anni tra i due conflitti mondiali, e, sul piano pratico, attraverso la messa a punto di in un modello democratico e riformista di governo del sistema sociale, alternativo ai due “modelli illiberali” esistenti nel periodo pre-bellico, quali quello sovietico e quello fascista.

Dopo la caduta delle dittature, il modello democratico e riformista è stato edificato con successo in gran parte dei Paesi europei, ma dopo la crisi dell’economia mondiale iniziata nel 2007/2008, notevoli forze politiche e sociali, ispirate all’ideologia neoliberista, si sono opposte alla sua conservazione; un’ideologia nata per iniziativa di un’associazione di economisti, di chiara fama mondiale, che da allora, sotto la guida di Heyek, l’amico di Popper, ha prodotto una riflessione concretizzatasi in opere sul piano politico, sociale ed economico che hanno influito sull’attività politica non solo dei Paesi europei, ma addirittura di tutto il mondo.

Nel 1947, Hayek, finanziato per iniziativa di un uomo d’affari svizzero, ha riunito in associazione un insieme di intellettuali interessati alla ridefinizione del liberalismo, convocando in un hotel situato in una amena località svizzera, dominata dal Mont Pelerin, che darà il nome all’associazione (la Mont Pelerin Society, appunto. Alla prima riunione hanno partecipato trentanove studiosi provenienti da dieci Paesi a regime democratico. In precedenza, Hayek aveva invitato Popper a diventare membro dell’associazione, ma il filosofo austriaco, pur accettando l’invito, non ha mancato di osservare ad Hayek che tutti gli studiosi invitati erano notoriamente liberali, suggerendo perciò che sarebbe stato necessario assicurare sin dall’inizio “la partecipazione di persone note per essere socialiste o vicine al socialismo”, motivando il suo suggerimento con l’osservazione che, in quel momento, nell’Europa centrale, gli unici democratici a risultare influenti erano i socialdemocratici e i democratici cristiani.

Tra i nomi suggeriti da Popper vi erano quelli di Bertrand Russel, George Orwell, Barbara Wootton e Henry Douglas Dickinson e di altri ancora; la loro presenza, a suo parere, avrebbe evitato di allargare il fossato tra coloro che amano la libertà e coloro che perseguono l’obiettivo di realizzare una maggiore giustizia sociale. Forte dei suoi convincimenti, di fronte alla crescente successo propagandistico che riscuoteva il socialismo reale dell’Unione Sovietica e – afferma Antiseri – “alla turba di intellettuali occidentali convinti apostoli dell’ideologia (o, meglio, mitologia) marxista, Popper si fa convinto sostenitori di un’alleanza con i socialisti non intrappolati nella gabbia del comunismo”. Dunque, in conclusione, Popper era un liberale o un socialista? La risposta non può essere che una: egli era un liberal-socialista, ovvero un socialista riformista democratico, il cui pensiero risultava coerentemente inquadrabile nel modello di governo della società formulato da Keynes e attuato dopo la fine del conflitto.

L’economista di Cambridge, infatti, ha contribuito a realizzare, soprattutto all’interno dei Paesi europei occidentali, retti da governi democratici, la prassi di un’attività politica fondata sull’equilibrio tra “libertà, efficiente uso delle risorse ed equità distributiva”, implicante per l’attività politica la funzione di riformare tale equilibrio, costantemente e su basi democratiche, per adattarlo alla dinamica delle modalità di funzionamento del sistema produttivo e a quella del sistema valoriale della società, complessivamente considerata.

Il modello di governo della società di Keynes richiama per intero il senso del bene pubblico che stava così a cuore a Popper, assumendo che le istituzioni pubbliche, oltre a regolare il mercato, devono contribuire anche a migliorarne il funzionamento. In questo contesto, la razionalità cui egli fa di continuo riferimento non è altro che la ragione della quale parla Popper a proposito dell’azione politica volta a risolvere i problemi sociali; ragione, che diventa ragionevolezza quando devono essere affrontate situazioni in cui comportamenti apparentemente razionali dal punto di vista politico, sociale ed economico, possono originare esisti negativi. Popper come Keynes, quindi, sono stati degli autentici socialisti, liberali, riformisti e democratici, il cui pensiero dopo gli anni Ottanta del secolo scorso, è stato totalmente “postergato”, in quanto ritenuto estraneo alle strategie politiche, sociali ed economiche degli affiliati alla Mont Pelerin Society di Hayek.

Gianfranco Sabattini

Libero Battistelli, repubblicano di G.L.

Fra i principali esponenti del movimento, a 80 anni dalla morte nella guerra di Spagna, è giusto ricordare il bolognese Luigi “Libero” Battistelli.

libero battistelliRicorda Alessandro Galante- Garrone (cfr. ristampa anastatica dei Quaderni di Giustizia e Libertà): «Nell’agosto 1929 a Parigi, in casa di Alberto Tarchiani, si erano riuniti attorno a Carlo Rosselli e a Lussu, appena evasi da Lipari, alcuni fuorusciti. Come lo stesso Tarchiani ci ha raccontato nelle pagine che precedono questa ristampa, mentre gli amici discutevano sul nome e sul programma da adottare per il nuovo movimento […] Raffaele Rossetti, l’audace e generoso affondatore della Viribus Unitis (nave ammiraglia della flotta militare austriaca, ndr) che era con loro mormorava tra sé il verso carducciano “ultime due superstiti. Giustizia e Libertà”. La reminiscenza piacque, e il nome fu scelto: quasi a ribadire la volontà di ricongiungersi alla tradizione mazziniano-garibaldina del Risorgimento.».

Nato nel 1893, Battistelli si riconobbe in gioventù negli ideali mazziniani, si iscrisse al PRI e fu amico del socialista Giuseppe Massarenti di Molinella. Si laureò presso l’Università di Bologna in giurisprudenza nel 1919 con una tesi su I lasciti per l’anima e per le opere di culto. Con l’amico Mario Bergamo assunse la difesa dei lavoratori agricoli di Molinella nella causa che li opponeva ai grandi proprietari terrieri.

Nel 1924 Emilio Caldara, già sindaco socialista di Milano, aveva incontrato Mussolini. Si ipotizzava una possibile collaborazione in vista di un corporativismo moderatamente democratico e socialista. Il caso Caldara provocò una forte polemica da parte di Rosselli (cfr. Quaderni di G.L. n. 2, 25/5; n.9, 13/7; n.14, 17/8; n.17, 6/9, 1924).

Battistelli, analizzando il discusso attentato a Mussolini, che costò la vita a Bologna nel 1926 al giovane Anteo Zamboni, giunse alla conclusione che (non essendovi il benché minimo indizio che potesse far risalire a una qualche organizzazione antifascista) forse gli ideatori e i mandanti fossero stati gli stessi agrari fascisti della Val Padana, insofferenti della procedura troppo lenta e dell’eccessiva cautela diplomatica seguita da Mussolini per giungere al potere assoluto.

Nel 1927 l’irruzione di fascisti nel suo studio professionale, che venne devastato e distrutto, convinse Battistelli a espatriare. Si trasferì a Rio de Janeiro, aderì alla LIDU ( lega italiana dei diritti dell’uomo) ,divenne membro del comitato centrale del movimento Giustizia e Libertà e strinse amicizia con gli anarchici Nello Garavini ed Emma Neri.

Nel 1932 collaborò alla rivista Studi Sociali di Luigi Fabbri e fu in corrispondenza con Emilio Lussu e Camillo Berneri. Nello stesso anno e nel successivo pubblicò alcuni articoli sui Quaderni di Giustizia e Libertà. Nel fascicolo IV (settembre 1932), dal titolo significativo Disarmo e Stati Uniti di Europa osservava che, se la pace è obiettivo comune di ogni uomo, il fascismo è forse il regime politico che più teme la guerra, perché potrebbe segnare la sua fine. Le conferenze per il disarmo fallirono per un irrazionale ottimismo permeato di retorica. La creazione di una federazione europea (o mondiale) presuppone però un certo grado di omogeneità politico-sociale e occorre: «far sì che, dall’interno delle singole nazioni, la volontà non solo di pace, ma di giustizia, si orientino verso un ideale comune e informino di questo ideale la struttura politico-sociale dei singoli stati.». Il tema degli Stati Uniti di Europa sarebbe poi stato al centro delle riflessioni dei principali uomini di G.L. e nel 1936, a Radio Barcellona, Carlo Rosselli avrebbe pronunciato la profetica frase: «Non esiste altra politica estera, Stati Uniti di Europa… il resto è catastrofe.».

Nel fascicolo VII del giugno 1933, nell’articolo dal titolo Breve svolgimento di alcuni TEMI proposti da G.L., Battistelli concordava con le recenti critiche mosse alla socialdemocrazia e originate dagli esperimenti di governo in Germania e Austria. Vedeva le ragioni dell’insuccesso nel carattere religioso del marxismo in genere. «Das Kapital» osserva Battistelli «può essere interpretato, come possono essere interpretati: la Bibbia, Il Vangelo, Il Corano. Le interpretazioni possono dare origine a confessioni diverse (socialdemocratici e comunisti, come sadducei e farisei, cattolici e protestanti, halafiti e sciiti) tacciandosi a vicenda di eresia. Ma non può essere discusso. Il carattere religioso di un movimento, però, se rappresenta una forza espansiva di prim’ordine… costituisce un ostacolo gravissimo al suo adeguarsi alla realtà. La sconfitta vera, dove vi è stata, ha colpito in sostanza le ideologie liberali, democratiche, umanitarie, che i socialdemocratici si erano assunti il compito di difendere. La religiosità, carattere distintivo del Marxismo, si incontra particolarmente intensa nel comunismo. Religiosità intensa, fanatica, intollerante da cui l’odio implacabile contro il pagano e l’infedele (il borghese), ma l’odio ancora più implacabile contro l’eretico (il socialdemocratico, l’anarchico). Rispetto all’Italia il movimento Giustizia e Libertà sembra appunto rispondere alla realizzazione empirica di quell’aggiornamento , che la revisione dottrinaria del marxismo e quella assai più avanzata e assai meno necessaria dei socialismi a-marxisti devono operare nel campo teorico.».

Nel 1935 Carlo Rosselli iniziò una polemica contro gli esiliati che coinvolse gli antifascisti e lo stesso Mussolini. Da Rio de Janeiro, Battistelli scrisse a Rosselli: «O esiste (tra i giovani in Italia) l’accordo sui programmi più o meno sistematici e completi intorno ai quali si raggruppano gli antifascisti emigrati, e la rivoluzione, da chiunque fatta, segnerà il trionfo di tali programmi […], o tale accordo non esiste, perché i rimasti in Italia e le nuove generazioni non accettano tali programmi. E allora, se una rivoluzione sarà da loro compiuta, non sarà la nostra.». (cfr. Discussioni sull’esilio, 29/1/1935).

Nel fascicolo dei Quaderni di G.L. del 23/8/1935 in “Osservazioni sullo sport” Battistelli sottolineava l’importanza delle discipline sportive per le classi popolari come giovamento per irrobustire fisici indeboliti dai lavori ripetitivi degli operai. Invitava però i lavoratori a evitare la retorica dello sport di regime che poteva allontanare dall’impegno politico antifascista.

Quando scoppiò la guerra di Spagna e gli internazionalisti accorsero a difendere la Repubblica, le corrispondenze dal fronte, in particolare quelle di Umberto Calosso, crearono un vero entusiasmo nei lettori. Anche Libero Battistelli si convinse della necessità di rientrare dal Brasile e affiancare i suoi vecchi amici che vedeva descritti come eroi mitici. Nel settembre 1936 fu incorporato nella Brigata Garibaldi agli ordini di Randolfo Pacciardi. Fu nei primi mesi del 1937 che la Brigata Garibaldi ebbe i maggiori successi.

Quando nello stesso anno la maggioranza degli anarchici della Colonna decise di ritirare la fiducia al nuovo comandante Orlandini perché di origine cattolico-popolare, Camillo Berneri tentò invano di farli recedere dalla decisione per il rischio di perdere la necessaria solidarietà di Giustizia e Libertà per l’anarchismo di Catalogna. I comunisti della Colonna solidarizzarono invece con la decisione di sfiduciare il comandante Orlandini, contribuendo così alla dissoluzione della Colonna. Rosselli allora tentò un nuovo nome che, pur inserito in una formazione a maggioranza anarchica, battezzò “ Brigata Matteotti”.

A tentare un’intesa con la Brigata Garibaldi si impegnò Alberto Cianca, partito per il fronte spagnolo in temporanea sostituzione di Carlo Rosselli, che era rientrato in Francia per curare la sua flebite. Si rendeva così necessario un nuovo comandante per le forze militari di G.L.

Il 16/6/1937 Battistelli fu gravemente ferito da una mitragliatrice mentre era al comando del I° Battaglione della Brigata Garibaldi e morì poco dopo, a distanza di soli 10 giorni dall’assassinio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli a Bagnoles-de-l’Orne. I contrasti all’interno delle forze repubblicane sarebbero state certamente fra le cause determinanti della sconfitta e descritte poi con passione civile e precisione di cronaca dagli scritti di Arthur Koestler e George Orwell, oltre che dai diari di Aldo Garosci e Nicola Chiaromonte.

Emilio Lussu non riuscì a trattenere la commozione nel ricordare i compagni caduti, da Fernando De Rosa ai giellisti Libero Battistelli e Renzo Giua. Silvio Trentin invece in Giustizia e Libertà (cfr. anno V, 2/7/1937) onorò Battistelli ricordando i tre aspetti del militante, ormai divenuto eroe, che definì: «paladino dell’ideale, per 1) la fede nella rivoluzione come strumento per l’innalzamento della dignità umana 2) l’impegno per realizzare l’unità rivoluzionaria del popolo italiano 3) l’intransigenza nel porsi come antitesi irriducibile al fascismo.». Tutte caratteristiche che lo resero vero fratello politico e di pensiero di Carlo Rosselli.

Dopo la seconda guerra mondiale il Comune di Bologna intitolò a Libero Battistelli una via del centro storico. Nell’ottantesimo anniversario della morte, però, nessuno ha sentito la necessità di ricordarne la figura potente e inconciliata.

I grandi intellettuali “difensori dell’Occidente”

difensori-occidenteCos’hanno in comune, Filippo Turati e George Orwell, Simone Weil e Ortega Y Gasset, Gaetano Salvemini e Hannah Arendt, Ignazio Silone e Albert Camus? Molte cose, nonostante la forte diversità delle loro formazioni politico-culturali e dei contrasti in cui hanno operato. Ma soprattutto, la comune fede in una società “aperta”, nel senso migliore del termine: una società (come piu’ volte chiarito da Karl Popper , ma anche da un teorico della nonviolenza assoluta, seguace di Gandhi, come Aldo Capitini) che, pur non identificandosi con alcuna ideologia o religione, abbia però alla sua base una serie di valori irrinunciabili, non negoziabili. Da identificare soprattutto con la cultura del razionalismo critico (da Cartesio a Spinoza e a Kant) , la “civiltà del dubbio”, la possibilità di mettere in costruttiva discussione tutto, ad eccezione appunto della libertà d’espressione, di culto e d’organizzazione sociale. La libertà (per riprendere la celebre risposta del Silone a colloquio con una funzionaria staliniana nell’ URSS di fine anni ’20) di poter sempre dire “No”, in modo ragionato: il che non significa esser per forza, sempre, dei “bastian contrari”, o sposare un’ assoluta (“ratzingeriana”, diremmo, chiaramente in senso piu’ laico della celebre espressione di Benedetto XVI) “dittatura del relativismo”.

Questo lo spirito con cui un folto gruppo di autori (da Francesco Berti a Corrado Ocone, da Giuseppe Bedeschi a Gaetano Pecora, da Luigi Fenizi a Dario Antiseri ), coordinati da Giampietro Berti, già docente ordinario di Storia contemporanea all’ Università di Padova, Nunziante Mastrolia, politologo, e Luciano Pellicani, sociologo e docente emerito alla LUISS “Guido Carli”, ha scritto “I difensori dell’ Occidente” (Ogliastro Cilento, Licosia edizioni, 2016, pp. 437,€. 28,00). Galleria di personalità variamente controcorrente, di intellettuali ( e non solo) variamente “inorganici” – e proprio per questo, scomodi – che, anzitutto, riscattano fortemente il Novecento dalle etichettature (giustificate, ma riduttive) di secolo dei totalitarismi e dei genocidi di massa. Restituendolo alla sua piu’ ampia connotazione di secolo anche dei grandi filoni di pensiero critico, antitotalitario, anti-ideologie tradizionali (pensiamo a socialismo riformista e liberale, liberalsocialismo e liberalismo radicale, cattolicesimo democratico; e alle nuove idee nonviolente, federaliste infra e sovranazionali, ecologiste).

Non la solita serie di “medaglioni” biografici, quindi, ma una galleria di stringati saggi critici: vòlti – con l’ausilio sempre di adeguate bibliografie – a cogliere l’attualità, la capacità di parlare anche al futuro, di questi maestri, e difensori, appunto, dei migliori valori dell’Occidente (non a caso, in copertina campeggia la riproduzione d’una coppa di ceramica greca del V sec. A. C., con un soldato persiano e un oplita ateniese, celebrativa della battaglia di Maratona).

Fabrizio Federici

Jobs Act. Addio alla privacy
dei lavoratori

Ormai appare chiara la mission politica, e gli interessi economici retrostanti, del ‘Jobs Act’: disarticolare il ruolo sindacale (grazie anche ai tanti errori delle confederazioni!) e ripristinare la primazia datoriale in azienda. Coperta dal clamore della polemica sulla fine dell’art. 18 per i contratti a tempo indeterminato e a full time, era rimasta in ombra un’altra delega del ‘Jobs Act’, sempre in materia di modifica dello Statuto dei lavoratori: quella sui controlli a distanza dei dipendenti. Infatti, l’art. 4 della legge 300 del 1970 consentiva alle aziende di utilizzare sistemi per fini organizzativi e produttivi, attraverso cui controllare la prestazione dei propri dipendenti, previo accordo con i sindacati e, nell’ipotesi di mancata intesa, con decisione assunta dall’Ispettorato del lavoro competente per territorio. Nell’ipotesi di violazione di tale obbligo, a seguito di installazione di tecnologie utili al controllo a distanza dei dipendenti senza alcun accordo o autorizzazione, si poteva esperire un’azione presso il Tribunale del lavoro, attraverso cui ottenere la rimozione delle stesse.

Con il ‘Job Act’, tale disciplina vincolistica unita alla tutela processuale per i lavoratori viene meno, con la cassazione di un’altra delle prerogative contrattuali dei sindacati sui luoghi di lavori, anche se l’obbligo di stipulare accordi con le rappresentanze sindacali in azienda permane per gli impianti audiovisivi. Sul piano della cultura giuslavoristica il provvedimento in questione è in linea con le altre novelle in materia di tutele del lavoratore, da quelle sui licenziamenti individuali alla possibilità di ricorrere al demansionamento, certamente meno garantistica sul piano dei diritti individuali del lavoratore e di schietta matrice produttivistica, intesa come il primato degli interessi aziendali rispetto alla tutela della persona nello svolgimento della prestazione di lavoro subordinato, in linea con la concezione lavoristica e personalistica della Costituzione.

Si può parlare di una destrutturazione del modello giuslavoristico fondato sul riequilibrio tra la supremazia del datore di lavoro e i lavoratori, apprestando verso questi ultimi delle tutele di bilanciamento dei poteri imprenditoriali. C’è chi ha parlato, circa tale norma, dei rischi del “Grande fratello”, con un richiamo – non allo show televisivo – ma al celebre romanzo dello scrittore anti-totalitario di cultura libertaria George Orwell, “1984”, con una regressione, sul terreno della cultura giuridica del diritto alla privacy dei cittadini, definito di terza generazione.

Maurizio Ballistreri 

La memoria da non perdere: Carmelo Battaglia

Chi potrebbe mai commemorare il martirio di San Bartolomeo senza dire che era cristiano o Martin Luther King senza ricordare che era di colore o Anna Frank senza dire che era ebrea? Eppure, Laura Boldrini, il 10 giugno scorso, è riuscita in un’impresa simile. Ricorreva il 90° anniversario della morte di Giacomo Matteotti, una delle figure più importante della storia del socialismo italiano, ucciso da una squadraccia fascista per la sua forte opposizione parlamentare al regime e la presidente della Camera, commemorandolo, ha dimenticato di ricordare agli italiani in quale partito e in quale idea politica si riconoscesse Matteotti. La Boldrini ha ricordato l’impegno riformista di Matteotti in Parlamento, ma senza alcun riferimento alla militanza socialista nel Partito Socialista unitario di Filippo Turati, del quale fu segretario.

La Boldrini però, non ha avuto gli stessi problemi di memoria quando, un paio di giorni dopo, ha fatto un intervento in occasione dei 30 anni dalla scomparsa di Enrico Berlinguer. In quella circostanza la Boldrini ha evidenziato l’appartenenza di Berlinguer al partito comunista, ricordando “l’importante stagione di conquiste sociali e civili” della sua segreteria e la “svolta” democratica eurocomunista“. Siamo in presenza di una vera e propria manipolazione da ministero della Verità, che George Orwell nel romanzo “1984” descrive come metafora del comunismo sovietico.

D’altronde, i socialisti sono abituati ai tentativi di oblio, tra cui le vicende del dopoguerra legate alla tragica scia di sangue dei sindacalisti siciliani trucidati. Una drammatica sequenza di assassinii che collega con un “filo rosso” ideale dirigenti sindacali di sinistra, l’eccidio di Portella della Ginestra, l’assassinio di Pio La Torre, dei magistrati Scaglione e Costa, dei commissari Boris Giuliano e Beppe Montana sino al cratere di Capaci e alla strage di via D’Amelio, con l’uccisione dei magistrati Falcone e Borsellino e delle loro scorte.

Dalle carte processuali relative ai sindacalisti siciliani martirizzati dalla mafia dopo la fine della seconda guerra mondiale e agli albori dell’Italia repubblicana, emergono figure nitide ed esemplari, i cui nomi, tra i quali i socialisti Placido Rizzotto, Salvatore Carnevale, Calogero Cangelosi ed Epifanio Li Puma, sono stati a lungo, e a ben ragione, tra i simboli della sinistra nell’Isola, prima che il “nuovismo” e l’acritica accettazione del “culto” del mercato facessero tabula rasa di una storia e di una tradizione legate alle lotte sociali e alle battaglie contadine, strumenti fondamentali di riscatto per i ceti più deboli, contro le inconfessabili alleanze tra il notabilato aristocratico e borghese isolani e Cosa nostra, passando per pezzi dell’apparato istituzionale, avvenute dal 1944 sino agli anni ’80 del Novecento. La gran parte di quei drammatici delitti vide come “scenario” le zone dei feudi in provincia di Palermo: il Corleonese, il Partinicese e le Madonie. Si consumò a Portella della Ginestra (tra Piana e S. Giuseppe) la strage del 1° Maggio ’47; Epifanio Li Puma fu assassinato a Petralia il 2 marzo, Placido Rizzotto a Corleone il 10 marzo e Calogero Cangelosi a Camporeale il 1° aprile di quel terribile 1948; Salvatore Carnevale fu trucidato il 16 maggio 1955, mentre si recava al lavoro in una cava di pietre a Sciara, in provincia di Palermo.

E tra queste mirabili figure di dirigenti sindacali socialisti trucidati dalla mafia si deve ricordare Carmelo Battaglia, ucciso all’alba del 24 marzo 1966.

Carmelo Battaglia, sindacalista socialista dei Nebrodi in provincia di Messina (uno dei territori siciliani fondamentali delle lotte contadine nel dopoguerra), era stato dirigente della Camera del lavoro di Tusa e socio fondatore della cooperativa “Risveglio alesino”, nata nel 1945 per la concessione delle terre incolte. Nel 1965, i contadini e coltivatori cooperatori, insieme a quelli di una cooperativa di Castel di Lucio, erano riusciti ad acquistare dalla baronessa Lipari, il feudo Foieri, che si estendeva per 270 ettari. Un’iniziativa di grande rilevanza sociale, che poneva un ulteriore tassello alla fine della gestione feudale delle terre, ma che venne immediatamente contrastata dai gabellieri dell’epoca, i quali avevano gestito il feudo sino ad allora. Nel quadro del forte conflitto scaturito, maturò, probabilmente, il delitto Battaglia.

Carmelo Battaglia, assieme agli altri sindacalisti socialisti uccisi, dovrebbe essere recuperato non solo alla memoria storica, ma anche all’attualità politica, per illustrare una via alla sinistra legata ai valori di democrazia, di legalità, del lavoro, di diritti sociali, che si possono sintetizzare in un modo soltanto: socialismo!

Maurizio Ballistreri

G. Orwell, un socialista contro tutti i totalitarismi

George_OrwellVoglio cominciare questo nuovo anno con l’elogio di un personaggio d’eccezione: Eric Arthur Blair, alias George Orwell. I centodieci anni dalla nascita (1903) ricorrevano nel 2013, e l’anniversario è passato quasi sotto silenzio. Eppure Orwell è uno degli intellettuali più acuti e vivaci del Novecento. Scrittore e giornalista – i suoi articoli sono gioielli della letteratura inglese contemporanea –, era dotato di una grande onestà intellettuale. È famoso per La fattoria degli animali (pubblicato a guerra conclusa, nel 1945), satira pungente sulla rivoluzione bolscevica e le sue degenerazioni autoritarie (“tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”), e 1984 (scritto nel 1948 e pubblicato nel 1949), il romanzo-denuncia del totalitarismo tecnocratico (“il grande fratello ti sta osservando”). Quei due capolavori politico-letterari divennero manifesti ideologici nella lotta contro il Moloch sovietico. I conservatori più retrivi se ne appropriarono subito. Facevano finta di non sapere che Orwell usava parole di fuoco anche contro di loro e i ceti possidenti di cui erano espressione. Costoro si guardavano bene dal combattere le iniquità del sistema capitalistico. Il loro anti-comunismo non era altro che un paravento per difendere privilegi e rendite.

Certo, Orwell nel dopoguerra aveva in mente soprattutto la minaccia comunista. Ma temeva anche i rigurgiti fascisti. I gruppi finanziari-industriali che avevano favorito l’ascesa di Hitler e Mussolini erano ancora al loro posto, indenni nonostante la tempesta che avevano contribuito a scatenare. Orwell non accettava l’interpretazione autoassolutoria dei conservatori: il nazi-fascismo non è solo una reazione distorta al bolscevismo, una sorta di eccesso di autodifesa preventiva da parte di ceti sociali che si sentivano minacciati dal terrore rosso. Orwell aveva una visione più obiettiva: l’egoismo di classe è stato il vero carburante della controrivoluzione in Europa. È vero che i comunisti e i massimalisti soffiavano sul fuoco rivoluzionario. Così divisero, e quindi indebolirono, la sinistra democratica europea. Ma il fanatismo ideologico non spiega tutto. La borghesia capitalistica, non solo quella tedesca e italiana, aveva enormi responsabilità. I conservatori, che ne curavano gli interessi, sarebbero scesi a patti col demonio pur di non cedere alle rivendicazioni operaie e contadine, neppure quando a quelle ragionevoli. E infatti, quando la controrivoluzione dilagò in Italia e in Germania, scattò, per automatismo, la solidarietà dei conservatori di tutta Europa. Churchill nutriva simpatie per Mussolini, il restauratore dell’ordine costituito, e sperava (al pari di Pio XII) che Hitler costituisse un baluardo permanente contro il comunismo. Del resto, è noto che gli inglesi e gli americani commerciarono con la Germania nazista, facendo affari d’oro, fino a poche settimane giorno prima che scoppiasse la guerra.

Se i conservatori tentarono manipolare il pensiero di Orwell, i comunisti ne demonizzarono la figura, com’era nel loro stile. Su Orwell l’eretico calò la mannaia della scomunica. Venne bollato come un traditore della classe operaia e della sinistra, lui che si batteva per i diritti dei lavoratori e dei diseredati in Gran Bretagna; lui che aveva imbracciato il fucile contro i fascisti del Generalissimo Franco (fu ferito gravemente in Spagna)!

Orwell è stato un antesignano di un socialismo dal volto umano nel pieno della Guerra civile spagnola. Eran tempi duri, quelli: gran parte della sinistra, nei paesi democratici, era filo-sovietica o comunque strizzava gli occhi ai “compagni che sbagliavano” in Russia. Orwell criticò duramente il bolscevismo anche durante la seconda guerra mondiale, quando l’alleanza che l’Occidente libero aveva stipulato con l’Unione sovietica rendeva le sue posizioni scomode in patria – le case editrici inglesi, anche quelle progressiste, rifiutavano i suoi manoscritti: guai a urtare la suscettibilità di Stalin! Ma Orwell non si arrese. Con tipico understatement britannico se ne usciva con frasi di questo genere: “c’è qualcosa di sbagliato in un regime che, di anno in anno, necessita di una piramide di cadaveri.” Era il 1940, e Churchill tendeva la mano a Stalin, dopo che quest’ultimo si era accordato con Hitler per spartirsi la Polonia.

Fortunatamente, la Gran Bretagna aveva potenti anticorpi: il liberalismo è nelle corde più profonde dell’animo inglese. A conflitto concluso il partito laburista avrebbe scelto, senza esitare un istante, il campo occidentale. Così Orwell uscì dall’isolamento. Ma nel resto dell’Europa, laddove c’erano forti partiti comunisti, non ebbe una gran fortuna. Un articolo di Vittorio Valenza apparso su Critica Sociale ricorda la celebre stroncatura di 1984 ad opera di Togliatti, il quale, sprezzantemente, definì Orwell un “poliziotto coloniale”; un calunniatore del paradiso sovietico, un giornalista al servizio della “cultura borghese, capitalistica e anticomunistica”.

Nulla di più falso. Orwell, anticomunista democratico, rimase sempre nell’alveo del socialismo europeo. Militò nel partito laburista britannico come indipendente: era uno spirito libero, e non si piegò mai a compromessi umilianti. Ma, agli occhi dei suoi denigratori, si era macchiato d’una colpa imperdonabile: aveva denunciato le aberrazioni del comunismo sovietico. Che non erano né pecche, né deviazioni marginali né errori riconducibili a una personalità perversa: erano, per dirla con Nenni, tare sistemiche, congenite. Orwell smascherò il gran inganno: la casta degli apparatchiki sovietici viveva in un mondo dorato rispetto agli operai e ai contadini tanto idolatrati. Dire queste cose era un’eresia inconcepibile per gli ammiratori di Lenin e di Stalin. Ma Orwell fu sempre severo nei confronti degli intellettuali radical-chic, compagni di strada dei “cattivi maestri” di turno, nonché seguaci acritici dell’utopia all’ultima moda. Perché in così tanti si erano fatti abbindolare dal mito della palingenesi violenta? Non poteva capacitarsi, lui che era immune dalle schizofrenie politiche del suo tempo. Ma non faceva sconti neppure ai dirigenti di partito e ai sindacalisti della sinistra democratica che, a suo dire, si erano imborghesiti e coltivavano il loro orticello.

Orwell era, lui sì, il paladino della terza via. Credeva, semplicemente, nella pari dignità di tutti gli esseri umani. Stupende le pagine che ha scritto contro le storture di quel capitalismo sfrenato e rampante che aveva gettato milioni di individui sul lastrico, generando il malessere sociale sfruttato ad arte dai demagoghi reazionari Mussolini e Hitler. Nel 1939 si espresse senza mezzi termini: “nello stadio di sviluppo industriale che abbiamo raggiunto, il diritto alla proprietà privata significa il diritto di sfruttare e torturare milioni di esseri umani, nostri fratelli.” Ma rimase sempre un riformista a tutto tondo, innamorato della giustiziaedella libertà: con la rivoluzione armata si sarebbe passati dalla pentola alla brace.

Tutta la sua opera è l’espressione di una profonda rivolta morale, oltreché politica, contro il colonialismo e le sue guerre di rapina; contro la povertà che umilia l’uomo abbassandolo a una condizione bestiale; contro il totalitarismo che annulla le conquiste della civiltà liberal-democratica. Colonialismo, povertà e totalitarismo: ecco le tre ossessioni, i tre filoni intercomunicanti nella produzione orwelliana. Il suo primo incontro, traumatico, con l’ingiustizia avviene in Birmania. Orwell si è arruolato nell’Indian Imperial Police. È un ottimo impiego, ma non resiste: il suo animo si ribella a ciò che vede. Ben presto matura la decisione che gli cambierà la vita: rifiuta la carriera sicura; taglia i ponti con l’ambiente piccolo-borghese da cui proviene; si mette contro i poteri forti del suo tempo. Uno dei racconti più illuminanti sull’abiezione del colonialismo d’ogni tempo e luogo è “Shooting an elephant”. Orwell, con la maestria del grande narratore, racconta un episodio apparentemente banale: l’uccisione di un elefante impazzito di fronte a una folla mormorante di indiani, sudditi loro malgrado di Sua Maestà britannica. Un affresco che ci restituisce un’atmosfera plumbea, trasudante l’odio sordo di chi è sottomesso e l’arrogante senso di superiorità di chi comanda; è, questo, il pervertimento morale che l’amministrazione coloniale produce in chiunque ne faccia parte o ne tragga un qualche vantaggio. Orwell capisce che il riformista autentico non può tenere i piedi in due staffe: chi non combatte l’ingiustizia – l’ignavo, l’indifferente –, ne è corresponsabile insieme all’aguzzino.

Orwell non rinuncia solo a una vita agiata. Sceglie la povertà. Vivrà per qualche tempo come un vagabondo, un barbone senza tetto. La sua esperienza, raccontata in Senza un soldo a Parigi e Londra (1933), lo avvicinerà a quella parte dell’umanità caduta in disgrazia, abbandonata anche dai dirigenti della sinistra ufficiale, vicini emotivamente agli operai e non a chi appare quasi subumano, feccia sociale da eliminare (l’eugenetica, non dimentichiamolo, fiorì anche nella sinistra di matrice illuministica e positivistica). In quegli anni Orwell si getta a capofitto nelle lotte per l’emancipazione sociale in Gran Bretagna. La sua straordinaria capacità di scrittura è un’arma micidiale, temutissima dai conservatori. La strada per Wigan Pier (1937) appartiene a quel filone saggistico che risale al classico engelsiano La condizione della classe operaia in Inghilterra. Orwell, nato borghese, vivrà per qualche tempo insieme ai minatori di Wigan Pier, con i quali condividerà i pasti frugali, le speranze, le miserie e le fatiche. Il resoconto che ne scaturisce è uno squarcio realistico sulla vita grama dei minatori nel cuore della più grande potenza coloniale del tempo.

Orwell scoprirà il male totalitario nella Guerra civile spagnola, cui partecipò in veste di giornalista combattente. Il suo reportage Omaggio alla Catalogna (1938) è una delle più lucide analisi dell’abiezione staliniana: saranno i seguaci di Stalin, in nome del principio ‘nessun nemico a sinistra’, a far cadere la Repubblica, torturando e fucilando anarchici, trotzkisti e socialisti riformisti. La fattoria degli animali e 1984 non sarebbero mai stati concepiti senza quell’esperienza traumatica. Per Orwell fu un dramma doloroso, che tuttavia gli aprì gli occhi: vide all’opera lo Stato poliziesco, la calunnia sistematica che falsifica la storia, le sedute di odio feroce, il fanatismo ideologico. Da quel momento, scelse il socialismo democratico e dichiarò una guerra senza quartiere ai seguaci del totalitarismo, rosso o nero che fosse.

Il socialismo di Orwell è in sintonia con i valori laici e illuministici della civiltà occidentale. Un socialismo che rispetta il pluralismo e i diritti universali dell’uomo. Togliatti aveva ragione su un punto: Orwell era il figlio orgoglioso della borghesia illuminata: per lui la libertà era un valore inalienabile, che nessuno poteva sopprimere in nome di un’utopia, neppure la più nobile. L’uomo nasce spesso in catene e proprio per questo il suo impulso più potente è verso la libertà, diceva Marx. Ma la libertà non è borghese: appartiene all’umanità che alberga in ciascuno di noi, alla nostra essenza di animali sociali che hanno abbandonato uno Stato di natura ferino. L’inganno del comunismo è nell’aver sostituito alle vecchie catene dello sfruttamento capitalistico quelle dell’autoritarismo più disumano che la storia moderna abbia conosciuto.

Orwell introiettò il valore della tolleranza e l’ideale della libertà di coscienza germinati nell’humus della cultura britannica ben prima che i philosophes francesi apparissero sulla scena e ben prima che la Rivoluzione francese ponesse fine all’assolutismo con l’orrore della ghigliottina. Eh, già: i valori e gli ideali della civiltà liberale! Gli epigoni di Togliatti e Stalin li riconosceranno solo obtorto collo, con decenni di ritardo.

Orwell era nato in una terra di antiche libertà: la Monarchia inglese è stata la meno sanguinaria in Europa – il primo barlume di costituzionalismo, con la Magna Charta che limita i poteri assoluti del sovrano e codifica il principio dell’habeas corpus, risale addirittura al Medioevo. Non a caso l’Inghilterra è la patria di John Locke, padre del liberalismo. Ed è la culla dell’anglicanesimo, la più aperta e libertaria tra le confessioni protestanti. La Chiesa anglicana è sempre stata aliena dall’intransigenza dottrinaria e dalla durezza luterane che impregnarono tante coscienze nel mondo germanico.

Orwell crebbe e maturò in quel sostrato politico-religioso, distante anni luce dagli eccessi verbali, dalle contrapposizioni frontali, dagli odi di partito. Non poteva diventare un marxista acritico, uno così. Del resto, il socialismo britannico è quasi interamente riformista fin dalle origini: si pensi alla stupenda tradizione delle Trade Unions e della Fabian society. Un lascito straordinario di cui gli europei dovrebbero esser grati alla Gran Bretagna.

Ma Orwell aveva anche un carattere British tutto pervaso da un senso innato del decoro – la “commondecency” –, qualità morale prima ancora che politica. Di qui l’allergia alle astrazioni ideologiche e ai voli pindarici; di qui l’inclinazione alla tolleranza, l’avversione per i furori ideologici, la repulsione per le ingiustizie e le prepotenze. La common decency consente di riconoscere il sopruso immediatamente, con l’intuito. Una tortura è una tortura. Questo dice il senso comune, che coincide col buon senso. Non c’è sofisma che possa offuscare tale elementare verità. Del resto, anche Churchill, conservatore della peggior risma e colonialista convinto della missione civilizzatrice dell’uomo bianco, alla fine non riuscirà a stringere un patto con la Germania hitleriana. Meglio perdere l’amato impero che darla vinta alla barbarie nazista.

Ora capiamo perché Orwell inorridisce in Spagna. Reagisce d’istinto di fronte alla violenza brutale e insensata degli stalinisti. A prescindere da ogni riflessione teorica. Non si fa incantare dal machiavellismo di bassa lega imperante in quel tempo folle. “La rivoluzione non è un pranzo di gala” – tutti i comunisti rivoluzionari, pappagalli compiaciuti di sé, ripetevano quel truce slogan di Lenin. No, la coscienza di Orwell insorgeva nel sentire queste bestialità: la commondecency era il suo grillo parlante. Qualunque cosa fosse il socialismo, era tutt’altro da quel macello, frutto di un’ideologia imperniata sull’odio e sulla vendetta di classe. Un’ideologia che reclamava le sue vittime sacrificali sull’altare del progresso. Solo accatastando pile di cadaveri e facendo scorrere il sangue a fiotti, l’umanità sarebbe stata purgata dal peccato originale della proprietà privata. No, Orwell non poteva concepire che la civiltà europea si suicidasse in quel modo.

Il socialismo liberale era la sua stella polare. E quindi non poteva essere un dottrinario: i dogmi gli davano l’orticaria. Rifiutò sempre ogni cieca ortodossia. Cercò di creare un antidoto al veleno delle utopie totalizzanti: ripeteva, inascoltato, che la perfezione è impossibile su questa terra. L’esercizio del dubbio, il diritto di critica, e il dovere di auto-critica, furono per lui ragioni di vita. Tant’è che, pur predicando incessantemente la necessità dell’eguaglianza, non smise mai di elogiare l’intellighenzia liberale dell’Ottocento, sale della civiltà europea. Il suo culto della libertà era tale che un giorno giunse a dire: “la vera distinzione oggi non è quella tra conservatori e rivoluzionari bensì tra individui autoritari e spiriti libertari”. Era il 1948. Parole sacrosante, e tuttora attuali.

Orwell era un socialista tutto d’un pezzo. La sua cifra era la coerenza. Non smise mai di battersi per la giustizia e per la libertà, senza trarne mai alcun vantaggio personale. Visse in povertà pagando di persona le sue convinzioni. I disagi delle sue scelte di vita lo minarono nel fisico, condannandolo a una morte prematura, a soli 46 anni, nel 1950. Un socialista d’altri tempi.

Edoardo Crisafulli

Ora Grillo grida al colpo di Stato. E attacca l’Unione europea

Se i primi di settembre il complotto era a livello nazionale, ora si è esteso oltre confine. Eh sì. Se prima aveva gridato al rito dell’odio quotidiano da parte dei media e della politica contro la sua persona e il movimento, questa volta Beppe Grillo grida al colpo di Stato paventato dal cambiamento della legge elettorale. Secondo il comico genovese infatti l’azione di riforma, che fissa al 42.5% la soglia per ottenere il premio di maggioranza, ha un duplice scopo: «impedire a tavolino la possibile vittoria del Movimento 5 Stelle e replicare il Monti bis». Continua a leggere