Merkel si ricandida a Berlino, ma pensa all’Europa

angela-merkel-a-essen“Non tutti i profughi entrati in Germania potranno rimanere, anche le loro domande di asilo verranno esaminate, e la situazione straordinaria dell’anno scorso non si potrà ripetere”. Angela Merkel esce dal Congresso della CDU a Essen, con la ricandidatura in tasca per le politiche 2017 e una maggioranza schiacciante. Unico punto fermo in un’Europa che sbanda, la Cancelliera si è mossa ancora una volta con destrezza e senso dei tempi anticipando la richiesta che sarebbe arrivata dai maggiorenti per una sterzata a destra sul tema dell’immigrazione. Anticipando la richiesta, l’ha fatta sua, ma depotenziata, così da non entrare in contraddizione sulla linea politica delle ‘porte aperte’ che un anno fa a Karlsruhe aveva lasciato senza fiato per la sorpresa non solo la platea congressuale – ovazione di nove minuti – ma tutta l’Europa. Citando i ‘grandi vecchi’, Adenauer e Khol, aveva scavalcato a sinistra gran parte degli esponenti della socialdemocrazia europea, fin troppo timidi sul tema immigrati, sempre timorosi di perdere consensi a destra.
La Cancelliera aveva ricordato un principio che dovrebbe essere alla base di qualunque impegno politico, quell’‘imperativo umanitario’ che dovrebbe governare le decisioni dei Governi di fronte al dramma di centinaia di migliaia di migranti in fuga da fame e guerre. E mentre prometteva al Congresso di adoperarsi per ridurne il flusso, qualche mese dopo avrebbe annunciato con un altro colpo a sorpresa, la decisione del suo governo di accogliere i profughi siriani.

Come a Karlsruhe un altro lunghissimo applauso dei delegati ha accolto le sue parole quando ha affermato che il velo integrale che copre il viso “deve essere proibito” e che in Germania non potrà mai valere la sharia, la legge islamica, né si potranno creare “società parallele” dove valgono leggi diverse da quelle a cui devono rispondere i tedeschi.

Dunque anche le affermazioni di oggi a Essen, vanno lette ricordando quanto ha fatto fino a oggi, non solo l’accoglienza dei siriani, ma anche il discutibilissimo accordo con Erdogan per fare della Turchia un enorme campo profughi, capace di frenare il flusso di migranti diretti verso il nord Europa.

Un passaggio l’ha dedicato anche alla Brexit, avvertendo Londra che non ci sarà la possibilità di avere libero accesso al mercato unico europeo senza accettare la libertà di circolazione dei cittadini: l’Unione non è come il dolce natalizio tedesco, il Rosinenpickerei, non si può spiluccare, prendersi solo l’uva passa e lasciare agli altri la mollica. O tutto o niente.

Angela Merkel ha infine rivendicato con un pizzico di orgoglio la sua posizione in Europa, ricordando che la Germania da tempo non è più il ‘malato d’Europa’ ed è anzi divenuta un’‘ancora di stabilità” per il Vecchio Continente. Ha parlato insomma come se si preparasse non solo alla ricandidatura a Berlino, ma a essere eletta Cancelliera d’Europa.

C. Co.

Elezioni Berlino. La fine della grande coalizione

angela-merkelLe elezioni di domenica scorsa 18 settembre hanno segnato la fine della grande coalizione che governva Berlino. Per i due maggiori partiti tedeschi è stato un tracollo, assieme hanno perso oltre l’11% dei voti; la Spd è scesa dal 28,3 del 2011 al 21,6, la Cdu dal 23,3 al 17,6. Per i Cristiano democratici si tratta del peggiore risultato della storia berlinese del dopo guerra. L’effetto Merkel è stato pesante come nelle regionali del 4 settembre scorso in Meclemburgo-Pomerania.

I socialdemocratici si possono consolare per essere rimasti il primo partito e per potere confermare nella carica il borgomastro uscente, Michael Mueller. A parte questi due risultati positivi, il presidente socialdemocratico e vicecancelliere Simom Gabriel, ha espresso il suo malcontento per il risultato raggiunto, per di più, in un contesto in cui la partecipazione elettorale è fortemente aumentata (dal 60,2 del 2011 a circa il 67%) per cui non può essere chiamato in causa a giustificazione l’assenteismo.

Lo stesso Gabriel ha espresso preoccupazione per il risultato dell’Afd (Alternative fuer Deutchland) che ha raggiunto il 14,2%. È vero che i populisti di destra sono ancora soltanto il quinto partito e hanno inglobato quasi completamente un altro movimento di destra (i Pirati)  già presente con l’8,9% nel Senato berlinese e questa volta rimasti al palo.
Ma è un risultato che li pone molto vicino alla sinistra (15,6 dall’11,7 del 2011 con una buona affermazione) e ai Verdi, scesi dal 17,6 al 15,2 e la stessa Cdu con il 17,6 non è lontana. Materia di preoccupazione quindi ce ne è abbastanza e anche se è vero che la stragrande maggioranza ha votato per partiti democratici, non è ragione sufficiente per rimanre del tutto tranquilli in una situazione così fluida e incerta legata alle ondate di immigrazione. Va notato infine il buon risultato del vecchio partito liberale (Fdp) che è riuscito questa volta con un buon 6,7% a superare il quorum.

Bocciata la grande coalizione, che non raggiunge più maggioranza assoluta. Si aprano due scenari: un governo Spd, Cdu e Verdi oppure un più coraggioso e innovativo Spd, Verdi e Sinistra, che molti socialdemocratici vedono come la scelta giusta per le politiche del 2017. Ma Gabriel ha invitato chiaramente a non trasferire a livello nazionale il risultato di Berlino, il che significa, probabilmente, nessuna apertura alla Linke.
Ma è anche vero che non è possibile presentarsi alle politiche del settembre 2017 senza scelte chiare e coraggiose. La Grosse Koalitioin è morta a Berlino città, a Berlino capitale è moribonda e la sua leader a livella nazionale Angela Merkel, sta affondando in acque sempre più agitate.

“Il voto di Berlino – è il commento del Segretario del PSI Riccardo Nencini – sancisce la sconfitta non della sola Merkel ma della Grande Coalizione. Lì è la straordinaria novità. Proiettate Berlino sul piano nazionale e ne vedrete delle belle”. “ Ce n’è abbastanza perché socialisti e popolari europei rivedano i cardini dell’U.E.” – ha aggiunto. “Ognun per sé non va più bene nemmeno per i tedeschi” – ha concluso Nencini.

I continui “ce la facciamo, ce la facciamo” della Merkel non convincono più, sono accolti con insofferenza. I Cristiano democratici sono probabilmente divisi al proprio interno. L’ala bavarese della Csu vuole la testa della Merkel, la cui ricandidatura a cancelliere diventa ogni giorno improbabile. Il dopo Merkel è di fatto cominciato; con la fine del monopolio dei due partiti maggiori, Cdu e Spd, si apre un interrogativo sulla tradizionale stabilità tedesca. Si aprono nuovi equilibri di cui in questo momento si vedono più i rischi che le promesse.

 Edoardo Gianelli

La settimana del terrore che spacca la Germania

attentati germania terrorismoMentre a Rouen, in Francia, riesplode la violenza dell’ISIS, la Germania si trova a riflettere sulla propria settimana di fuoco: Würzburg, Monaco, Reutlingen e Ansbach, quattro atti di violenza che in 7 giorni hanno portato il terrore in Germania.

I fatti
Il 18 luglio un teenager di origine Afghana o Pakistana, gli inquirenti sono ancora indecisi, ferisce con un ascia tre cittadini cinesi di Hong Kong all’interno di un treno regionale nei pressi della città bavarese di Würzburg per poi venire ucciso dalla Polizia. Niente di organizzato, ma durante le indagini, la Polizia scopre un video in cui il giovane, Muhammad Riyad, giurava fedeltà allo Stato Islamico e il suo intento di vendicare la morte di un amico in Afghanistan.

Passano quattro giorni ed il 22 luglio un altro diciottenne, un tedesco con origini iraniane, apre il fuoco in un McDonalds vicino al centro commerciale Olympia nell’ex-quartiere olimpico di Monaco, sempre in Baviera. Con una pistola comprata su una Darknet, una rete virtuale privata, il giovane uccide 9 persone, un apolide, un kosovaro, un greco, un ungherese, un turco e quattro tedeschi, di cui due con doppia cittadinanza turca. Infine, si suicida. Secondo gli inquirenti era da un anno che pianificava l’atto attratto dall’esempio di Andreas Breivik, il neo-nazista norvegese che cinque anni fa fece una strage nel corso della festa della gioventù socialista sull’isola di Utoya, al largo di Oslo, uccidendo 77 persone. Il giovane, sembra, aveva problemi di instabilità mentale acuiti, dicono le prime indagini, da atti di razzismo e bullismo subiti a scuola.

Quarantotto ore dopo, il 24 luglio, un profugo Siriano di 21 anni uccide a Reutlingen una donna polacca e ferisce due passanti usando un coltello da Kebab, tramutatosi, nella retorica di alcuni giornali, in un machete. Il suo raptus di follia omicida finisce grazie all’intervento di un’automobilista che, di proposito, lo investe. Anche qui nessun collegamento con lo Stato Islamico, anzi, il crimine avrebbe uno sfondo passionale essendo la vittima la fidanzata dell’assassino.

Infine, domenica notte, Mohammed Delel, anche lui profugo siriano, si fa saltare in aria davanti ad un locale ad Ansbach in Baviera. L’attentatore sarebbe dovuto essere trasferito in Bulgaria, dove era stato accettato il suo diritto di asilo, già una decina di giorni prima dell’attentato, ma il viaggio era stato posticipato per l’instabilità mentale dell’uomo. Anche qui, come negli altri casi, problemi mentali; anche qui, come a Würzburg, un video sui social network ricollega Mohammed Delel all’ISIS.

Sembra un bollettino di guerra, ma in realtà è una tragica lista di folli atti la cui origine non è da cercare nello Stato Islamico, ma nel disagio personale, sociale e mentale che si traduce in violenza e solo in due casi su quattro in una matrice islamista, peraltro spontaneista e non organizzata. Eppure lo Stato Islamico c’entra, solo che non è l’ISIS reale che combatte, e perde, in Sira e, soprattutto, in Iraq. Tanto meno non si tratta della rete terroristica che colpisce militarmente a Baghdad, Dacca o in Afghanistan. Anche qui, come a Nizza la settimana prima, è il marchio dell’ISIS che trionfa come vessillo per folli lupi solitari.

A Würzburg come ad Ansbach, riferisce la stessa agenzia di stampa dell’ISIS Aamaq, si tratta di singoli che hanno “risposto agli appelli di colpire i paesi della coalizione che combattono lo Stato Islamico”, quindi non militanti o combattenti tornati dal fronte, come in Belgio, ma singoli individui auto-radicalizzatesi su Internet. L’ISIS c’entra anche negli altri due casi, dove atti di violenza compiuti da individui instabili vengono immediatamente accomunati al “terrorismo” solo perché compiuti da un profugo e un tedesco di origine iraniana. Così si scatena l’opinione pubblica contro la politica dell’accoglienza di Angela Merkel che in taluni casi, nei Social, si spinge a bollare la Cancelliera quale “responsabile morale” degli attentati.

Le reazioni politiche
La prima a spaccarsi è l’Union, ovvero il soggetto politico che lega la CDU, il partito di Angela Merkel, alla CSU, la sua controparte bavarese. Da mesi infuria la lotta fra Monaco e Berlino sull’accoglienza ai profughi, con la prima molto scettica sull’effettiva validità di questa politica. Passano infatti poche ore dalla strage di Monaco che il Ministro degli Interni bavarese ipotizza il dispiego dell’esercito per contrastare l’ondata di violenza.

Un’idea irrealistica e vietata dalla costituzione, ma che viene ripresa, a scopi propagandistici dal Ministro della Difesa Von Leyen, per dire alla popolazione che il Governo è pronto e vigile nel contrastare futuri attacchi. Angela Merkel, come sua consuetudine, tace aspettando di far calmare le acque per far sentire la sua voce. Questo non aiuta una CDU in cui da mesi si affrontano posizioni pro e contro i profughi. Lunedì sono arrivate le reazioni del Ministro degli Interni berlinese Henkel che dichiara che in Germania “abbiamo importato persone brutali” e quella del deputato sassone Krah che sottolinea come “la politica dell’accoglienza abbia conseguenze mortale”. Dichiarazione che arrivano da quei Land orientali in cui cresce il voto per l’estrema destra di AfD ai danni, soprattutto, della CDU.

Se la CDU piange, la SPD non ride. Il deputato Flisek punta il dito contro la politica della Merkel che ha aumentato il rischio attentati nel paese mentre il Ministro per l’Integrazione Özoğuz sottolinea come il 99,99% dei profughi arrivi in Germania per scappare alla violenza. Per il ministro “la realtà è più complessa di un Tweet di AfD. Così la pensa anche il vice capogruppo della Linke, la sinistra tedesca, Jan Korte andando in disaccordo però con il capogruppo Sarah Wagenknecht che coglie l’opportunità di attaccare il governo di Angela Merkel e la SPD sua alleata, sottolineando come il Governo abbia sottovaluto il problema dei Profughi.

Il mito del multiculturalismo infranto
L’incertezza della politica si riflette nella società tedesca. Che la matrice islamista sia ideale o, in due casi totalmente inesistente, poco importa e in sette giorni la Germania si ritrova a fare i conti con l’esistenza o meno di una vera società multiculturale. Si tratta di un tema molto importante per il paese. Negli ultimi anni, la Germania si è sentita al sicuro da radicalizzazione e violenze, lontana dalle rivolte delle Banlieu Francesi, del razzismo nell’Europa Orientale e dei problemi delle periferie londinesi, protetta dalla sua identità multiculturale e dal mito della sua accoglienza. Specchio del successo di questa politica è stata la Nazionale di calcio campione del mondo composta da tedeschi di origine turca, marocchina, ghanese, albanese e polacca, simbolo di una Germania organizzata, multiculturale, potente e vincente. Sicura di sé, si è sentita pronta per accogliere i profughi cosa che ha provocato la reazione di buona parte della società tedesca. Il quadro, infatti, non era così idilliaco come lo si voleva dipingere.

In Germania Orientale, città come Berlino, Dresda e Lipsia soffrono da anni di episodi neo-nazisti o di generica xenofobia. Nella capitale il tanto sbandierato multiculturalismo si traduce spesso in comunità ghettizzate e autarchiche, lontane l’una dall’altra che, nei quartieri più disagiati vivono fianco a fianco con il disagio economico e sociale. Episodi di tensione sociale, soprattutto nelle scuole esistono da anni sia che si tratti di assalti ad immigrati, sia che si tratti di emarginazione di scolari. A tutto questo poi, va ad aggiungersi il crescente divario fra ricchi e poveri che colpisce indiscriminatamente tedeschi ed immigrati non solo all’Est ma in tutta la Germania. In questo scenario attecchiscono i radicalismi, sia di estrema destra che islamista. Da una parte nascono così fenomeni di iper-radicalizzazione, 800 i combattenti dell’ISIS di origine tedesca, o, dall’altro, lato la crescita di AfD ora al 12% nazionale ed il 20% in alcuni Land, e la nascita di PEGIDA, l’associazione di cittadini preoccupati per la islamizzazione dell’occidente”.

Impaurita e politicamente vacillante, la Germania si ritrova così, alla fine della sua settimana di fuoco, a vivere un “terrore” che viene dal suo stesso interno. Peccato che, per molta opinione pubblica, e alcuni membri della classe dirigente del paese, il problema non sia né politico né sociale, ma sempre e solo uno: i profughi.

Simone Bonzano

Un tempo era lotta di classe
oggi è lotta di classi

Quarto Stato-PasquinoIl nuovo libro di Ugo Intini, dal titolo “Lotta di Classi”, sottotitolo “Tra Giovani e Vecchi?” (edizioni Ponte Sisto), analizza le conseguenze dello straordinario processo di invecchiamento della popolazione italiana. La piramide dell’età, infatti, si è drasticamente capovolta negli ultimi 150 anni: nel 1862 gli anziani erano il 4,2% della popolazione italiana, oggi sono il 21,7%; mentre i ragazzi sotto i 15 anni, che al tempo erano il 34,2% della popolazione, ora ne rappresentano solo il 13,8%.
Dunque pochi giovani alla base e molti anziani al vertice. È questo un fenomeno  di cui si parla ancora troppo poco, ma che rischia di ipotecare seriamente il futuro del nostro Paese. Ugo Intini ci invita a riflettere su come la concezione tradizionale della vecchiaia, immutata per millenni e descritta ad esempio da Cicerone nel De Senectute, sia cambiata profondamente insieme alla demografia. Se gli antichi accettavano la riduzione delle proprie forze e organizzavano diversamente l’esistenza con l’avanzare degli anni, oggi gli anziani tendono a non rassegnarsi al peso dell’età e a non cambiare il proprio stile di vita, anche per quanto riguarda i piaceri, entrando, anche grazie alla famosa ‘pillola blu’, paradossalmente in competizione con i più giovani. E se prima gli anziani avevano una certa autorevolezza, data non solo dalle esperienze fatte in vita, ma anche dal fatto che costituivano una ristretta minoranza della popolazione depositaria della tradizione, oggi l’“inflazione” di vecchi ne forse ha diminuito il valore.

Pensionati-CalabriaIl nuovo rapporto tra vecchi e giovani, tra nazioni vecchie e nazioni giovani, rischia di rivoluzionare gli equilibri mondiali. L’Europa ormai si è guadagnata l’appellativo di “vecchio continente” e rischia di contagiare con la sua “malattia”, ossia la vecchiaia, anche altri popoli. Oggi la popolazione dell’Unione Europea è meno del 7 per cento di quella mondiale. Nel 2050 i suoi abitanti saranno poco più di 5 su 100 cittadini del mondo; gli italiani saranno lo 0,5 percento. Agli inizi dello scorso secolo gli Europei rappresentavano un quarto della popolazione mondiale.
Occorre dunque essere realistici e consapevoli che, di questo passo, Europa ed Italia saranno sempre più marginali sulla scena mondiale.
Intini ci aiuta a leggere anche le guerre coloniali del passato ed il fenomeno migratorio del presente con la lente della demografia, importante per comprendere i mutamenti degli equilibri geopolitici. E la vecchia Italia, nel caso in cui la natalità rimanga invariata nei prossimi anni e decenni, ovvero catastroficamente bassa, sarà destinata ad essere sempre più incalzata dai Paesi giovani aldilà del Mediterraneo. Un Paese vecchio e rassegnato sa lamentarsi degli immigrati, ma non persegue l’unico obiettivo che possa ridurli: la nascita, finalmente, di un numero ragionevole di italiani.

Il conflitto tra generazioni ha dunque sempre avuto un peso nella storia tra le nazioni, ma anche all’interno delle stesse nazioni. Quando una generazione più giovane vuole prendere il posto di quella anziana si parla educatamente di “ricambio generazionale” o, più crudamente, di “rottamazione”. E le giovani generazioni assumono un ruolo di primo piano nello scontro, nell’agitazione, nel movimento. Fortunatamente, nelle democrazie e nei loro partiti, per lungo tempo i giovani sono cresciuti in un contesto non di rottura, ma di fraterna comunione con gli anziani. Lo spirito non era quello della lotta fra classi di età, ma di staffetta tra generazioni. Eppure, qualcosa negli ultimi anni segnala che questo delicato equilibrio potrebbe rompersi.
Ugo Intini individua almeno due terreni sui quali rischia di esplodere il conflitto tra giovani ed anziani: quello delle pensioni e quello del lavoro.

Anziani-vacanzeLa spesa per le pensioni in Italia ha raggiunto livelli inopinatamente elevati: nel 1901 il nostro bilancio pubblico per l’istruzione era quasi sette volte più grande di quello per la previdenza; nel 1951 si è arrivati al pareggio; adesso le pensioni pesano quattro volte più della scuola. I giovani accusano i seniores di aver versato con i contributi previdenziali molto meno di quanto hanno incassato o incasseranno in pensione, considerata anche la più lunga aspettativa di vita. Gli anziani resistono facendo leva sui diritti acquisiti.

Ugo Intini evidenzia come la vicenda dei contributi di solidarietà sulle pensioni d’oro sia solo la punta dell’iceberg: se passa il concetto che la massa di denaro distribuita ai pensionati non sia coperta dai contributi versati, ad essere toccati non saranno solo i pensionati d’oro ma potenzialmente tutti coloro che hanno maturato la pensione con il sistema retributivo. Lo squilibrio tra i contributi precedentemente versati dagli anziani e la somma erogata dallo Stato era pari nel 2012 a 46 miliardi di Euro, su un totale di 186,9 miliardi di Euro distribuiti a 11,3 milioni di pensionati. E la lotta fra classi potrebbe trovare proprio su questa immensa torta un terreno di scontro cruento: il patto intergenerazionale secondo il quale i giovani lavorano per pagare le pensioni agli anziani, perché i bambini di oggi contribuiranno a pagare le loro pensioni in futuro inizia a scricchiolare. Qui Ugo Intini difende le ragioni degli anziani e denuncia gli argomenti a suo avviso “liberisti” che oppongono il sistema “virtuoso” del contributivo a quello “assistenziale” del retributivo.

Ma anche il lavoro è un altro possibile terreno di scontro fra classi di età. La disoccupazione giovanile tocca in Italia livelli impressionanti: il 40 per cento, contro il 7,6 della Germania o il 25,4 della Francia. Se quasi un giovane su due in Italia è senza lavoro, il tasso di occupazione fra gli anziani è invece al livello dei Paesi più virtuosi: il 5,2 per cento nella fascia di età tra i 60 e i 64 anni.
Mentre dunque in una società normale i giovani dovrebbero lavorare più dei vecchi, da noi avviene il contrario, con il danno evidente per l’economia in generale, privata dell’apporto di energie fresche. Intini però ci fa anche riflettere su come da noi i dati su scolarizzazione siano drammatici e quindi ci pone il dubbio che non sempre esistano competenze adeguate per sostituire chi va in pensione.
Giovani-in-fugaTroppe le lauree di tipo umanistico, proporzionalmente molto di più di fine ‘800 quando si avevano idee molto più chiare su quali percorsi universitari consentissero di cavalcare il progresso scientifico: nel decennio 1881-1890 gli studenti universitari di materie scientifiche erano il 32,8 per cento del totale, contro l’attuale 20 per cento.
L’autore pone in evidenza un altro elemento: la legge stabilisce in modo uguale per tutti il momento del passaggio dal ruolo attivo al pensionamento, il che sembrerebbe in contraddizione con la enfatizzazione dei principi opposti ispirati al liberismo dominante di enfatizzazione delle scelte individuali. Perché allora, non consentire una maggiore progressività per l’uscita dal lavoro per le persone anziane?

Il libro di Intini offre una nuova chiave di lettura per l’economia e per il costume e ci spiega come l’invecchiamento della popolazione influenzi vari aspetti del nostro vivere sociale. Siamo un Paese che consuma poco, dove si compra poco, dove si moltiplicano i mercatini di roba antica o vecchia; dove le aziende investono poco per rintanarsi nelle prudenze familiari; dove sono diventati vecchi la letteratura, il cinema, la musica; dove i protagonisti dei media sono sempre gli stessi e non solo.

Dunque un bel libro, molto ben documentato, di agevole lettura e quanto mai utile per capire il presente, come confermato da quattro notizie “vecchie” meno di un mese: la Corte Costituzionale in una recente sentenza ha affermato la legittimità del contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro; Pippo Baudo, alla veneranda età di 80 anni, probabilmente sarà il conduttore di Domenica In nella prossima stagione televisiva Rai; l’Italia è il Paese con il tasso di natalità più basso dell’Unione Europea; la Cassazione ha restituito la figlia ad una coppia di genitori anziani, affermando il principio che, se sussiste la capacità genitoriale, non ci sono limiti di età per essere padre e madre.

Alfonso Siano


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Ugo Intini
Lotta di Classi
Tra giovani e vecchi?
pp 150 – Euro 12,00
Edizioni Ponte Sisto
In vendita nelle librerie e online

Euro con le gambe di carta

Le banconote da 50 euro cambiano “vestito”. Dal 4 aprile 2017 i nuovi biglietti da 50 euro sostituiranno gradualmente i vecchi in circolazione. È già avvenuto per i tagli da 5, 10 e 20 euro. I falsari avranno delle difficoltà aggiuntive da superare. Yves Mersch, componente del comitato esecutivo della Bce (Banca centrale europea) ha spiegato: l’obiettivo è «rendere ancora più sicura la nostra moneta». Il banchiere europeo loda il lavoro arrivato praticamente all’ultima curva: dall’anno prossimo le nuove avanzatissime tecnologie impiegate per impedire la falsificazione dei nuovi tagli da 50 euro contribuiranno «a proteggere la nostra moneta» e «sono frutto del nostro costante impegno a preservare la stabilità dell’euro, una moneta utilizzata quotidianamente da 338 milioni di persone in tutta l’area dell’euro». In sintesi: è facilitato il controllo dell’autenticità del nuovo biglietto da 50 euro con il metodo “toccare, guardare, muovere”; è quasi uno slogan.

L’euro nacque nel 1999 e la circolazione effettiva della moneta unica europea avvenne dal primo gennaio 2002. Fu una grandissima rivoluzione: la storica novità prometteva pace, progresso e benessere. I vari paesi dell’Unione europea, per ragioni di prestigio e di interesse economico, sgomitarono per aderire in tempi rapidissimi all’euro. Alcuni stati, finanziariamente più deboli come l’Italia a causa degli disastrosi conti pubblici nazionali, fecero non pochi sacrifici e “compiti a casa” per entrare immediatamente nella nuova valuta comune europea, assieme a nazioni come la Germania e la Francia. Partì la corsa e alla fine ben 19 paesi della Ue hanno composto il club di Eurolandia.

Ma qualcosa, anzi molto, è andato storto. Forse la colpa è stata delle regole severe di rigore finanziario nei bilanci fissati per aderire all’euro, parametri definiti “stupidi” diversi anni fa da Romano Prodi, che pure è stato il presidente del Consiglio che più si è battuto per l’ingresso dell’Italia nell’euro. Forse la colpa è stata di voler costruire una moneta comune lasciando la libertà di normative fiscali, previdenziali e societarie ai vari paesi. Forse la colpa è nell’anomalia di aver fatto nascere una divisa unica senza uno Stato unico. Forse la colpa risiede nella “timidezza” nell’affrontare con misure comuni i nuovi problemi enormi come la Grande recessione internazionale scoppiata nel 2008, le immigrazioni di massa dal Medio Oriente e dall’Africa verso l’Europa, il terrorismo islamico.
La crisi economica ha colpito pesantemente l’Europa. L’Italia, in particolare, ha visto la cancellazione del 25% della produzione industriale, la disoccupazione è arrivata a colpire ben 3 milioni di persone, l’aumento della povertà è stato forte. Le disuguaglianze sono gravemente lievitate tra i paesi ricchi e poveri della Ue e all’interno delle varie nazioni, con la precarizzazione del ceto medio e dei giovani.

Di qui le proteste popolari contro l’Unione europea e contro l’euro. La gente ha cominciato a detestare l’euro e a rimpiangere le vecchie monete nazionali. Sono nati molti partiti populisti su secche parole d’ordine di opposizione totale: via dalla Ue, dalla moneta comune e fuori gli immigrati. Il rigore finanziario tedesco (e l’arrivo a Berlino dei capitali europei ed internazionali) è finito sul banco degli imputati, ma nonostante ciò non è stata avviata una politica comune per la crescita economica, per il lavoro e per l’immigrazione.
Ora stiamo assistendo al dilagare di una pericolosissima “valanga”. La Gran Bretagna con un referendum ha deciso di dire addio all’Unione europea (i sì all’uscita, sia pure di poco, hanno prevalso sui no) con pesanti conseguenze politiche ed economiche per il paese di William Shakespeare e per la Ue: rischio di uccidere la già debole ripresa economica, crollo delle Borse, banche con l’acqua alla gola. Altri referendum contro l’Europa e l’euro potrebbero arrivare a stretto giro di posta in Austria, Ungheria, Francia e nelle nazioni dell’Europa dell’est, causando un micidiale processo a catena di disintegrazione politica (già adesso la Scozia e l’Irlanda del Nord minacciano di staccarsi da Londra).

Il futuro non è roseo. Davanti a questi colossali problemi, sempre più gravi, la Ue non è stata capace di dare una risposta politica, parlando con una sola voce. Non è accaduto neppure dopo il traumatico referendum in Gran Bretagna. Si è limitata, come al solito, a effettuare lunghi inutili vertici e a prendere tempo. La sola risposta alla crisi è arrivata da Mario Draghi: il presidente della Bce ha promesso e adottato “misure non convenzionali” per salvare l’euro, abbassando i tassi d’interesse fino a renderli negativi e immettendo grandi quantità di liquidità sul mercato e nelle banche. È riuscito a salvare l’euro nel 2011-2012 quando si è scatenato il terremoto dei “debiti sovrani” (franavano i titoli del debito pubblico greci, italiani, spagnoli, portoghesi, irlandesi) e ci sta provando adesso, prima e dopo la Brexit.

Ma Draghi è un banchiere, un tecnico, e in situazioni così difficili servono soluzioni politiche di grande profilo e non solo tecniche (peraltro perennemente contestate da una parte del governo e della classe dirigente tedesca). Il dollaro ha oltre duecento anni di vita ed ha subito ben pochi cambiamenti grafici, perché ha alle spalle un governo solido, uno sperimentato sistema politico che rappresenta il popolo americano. L’euro, invece, non ha alle spalle un governo europeo, interprete delle richieste e dei bisogni dei cittadini del vecchio continente. Eppure la divisa europea, in poco più di dieci anni, ha già realizzato il restyling delle banconote da 5, 10 e 20 euro e si prepara e fare altrettanto per il biglietto da 50. È una mossa tecnica contro i falsari e va bene, ma non si può rimanere fermi solo alla lotta contro i contraffattori di banconote. Altrimenti affonderà la stessa moneta unica e non ci saranno più banconote da “toccare, guardare, muovere”. Il pericolo è di avere un euro con “la gambe di carta”.

Rodolfo Ruocco

Brexit. Così il Day After in Germania

Angela Merkel

BERLINO. Il tweet arriva alle 8 di mattina, breve, semplice ma significativo: si tratta di una bandiera Europea postata direttamente dal Ministero degli Esteri accompagnata dal motto “Per l’Europa”. In questo modo si è risvegliata la Germania all’indomani della vittoria dei “Leave” nel referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Passano pochi minuti ed arriva anche la dichiarazione del titolare del ministero in questione, ovvero Frank-Walter Steinmeier della SPD. In una lunga nota, egli invita a non “farsi prendere né dall’isteria né dal panico”, ma di lavorare per “tenere l’Europa assieme”. Questo, dice l’ex-candidato cancelliere social-democratico, può essere compiuto solo tramite uno sforzo comune per il rafforzamento delle politiche europee in materia di occupazione, crescita, asilo e sicurezza. Stessa soluzione viene proposta dal Presidente Tedesco Joachim Gauck, la cui dichiarazione arriva quasi in contemporanea, che invita gli stati membri dell’Unione a darsi da fare per le riforme, qualora fossero necessarie, e per la “difesa dell’Unione e dei suoi valori” di fronte alla pressione delle forze euro-scettiche presenti nel continente.

Per una riforma del processo di integrazione europeo si schiera il leader della SPD e vice-cancelliere Sigmar Gabriel. Per il segretario social-democratico, l’Europa nel suo complesso dovrebbe preoccuparsi meno della stabilità economica o del valore dell’Euro e più del benessere dei cittadini, abbandonando quella Austerity tanto criticata nel Sud dell’Europa, per maggiori investimenti: nessuno, conclude citando Jacques Delors, “si innamora del mercato interno”. Rincara la dose, Reiner Hoffmann, il leader del sindacato dei lavoratori tedeschi DGB, il quale dà la colpa all’Austerity portata avanti dal governo tedesco, e soprattutto la CDU di Angela Merkel, durante la crisi dell’Euro, della diffidenza di ampie parti della popolazione europea nei confronti dell’Unione.

Nel corso della mattinata arrivano anche le dichiarazioni dell’opposizione, ovvero dei Verdi, il terzo partito tedesco. In una intervista alla Tageszeitung, l’ex-leader Jürgen Trittin sottolinea come il no all’Europa, sia in Inghilterra come in tutta Europa, nasca dalla disaffezione delle classi più deboli economicamente al progetto europeo. Sono queste, continua, ad essere state più esposte a quelle politiche neo-liberali di cui, fra gli altri, Angela Merkel è stata nel corso degli ultimi anni alfiere e che hanno comportato vantaggi solo per le tasche dei ricchi e delle aziende. Per il politico dei Verdi, sarebbe quindi arrivato il momento di avviare una riforma in senso sociale dell’Europa.

Fin qui le forze, anche non di governo, europeiste, ma non tutta la classe politica tedesca rientra in questa categoria. Il vice-segretario di Alternative fuer Deutschland (AfD), il partito euro-scettico attualmente al 10-13% in Germania, Alexander Gauland, accusa la Cancelliera, soprattutto la sua politica di apertura delle frontiere ai profughi portata avanti anche in Europa, della Brexit. Per questo si augura un ritorno dell’Europa alla pura unione commerciale ed al rispetto delle identità nazionali. Sullo stesso registro il leader della CSU e governatore della Baviera Horst Seehofer che sottolinea come sia arrivato il momento di una maggiore autonomia in Europa delle identità nazionali, regionali e locali contro “il centralismo” per “un’Europa delle diversità”.

Intanto arriva l’apertura della borsa di Francoforte: un tragico -9% in linea con le altre borse mondiali che si è poi andato ad attestare, nel corso della giornata, al -7%. Di sicuro non è stata di aiuto la dichiarazione del presidente della Deutsche-Bank John Cryan, per il quale le conseguenze economiche e finanziarie di questo “venerdì nero per l’Europa” sono molto difficilmente prevedibili, “ma sicuramente saranno negative per tutti”.

Alle 12:30, dopo una riunione straordinaria del proprio gabinetto e, riporta l’agenzia francese AFP, un colloquio telefonico con François Hollande ed il presidente polacco del Consiglio Europeo,Donald Tusk, incomincia la conferenza stampa di Angela Merkel. Sul podio, la Cancelliera cerca di tranquillizzare mercati e cittadini esprimendo la propria fiducia incondizionata nella tenuta dell’Unione Europea: il voto britannico ha aperto sì una “frattura del processo di integrazione europea”, ma Bruxelles “è forte abbastanza per dare le giuste risposte a quanto successo”. Allo scopo di fronteggiare le conseguenze, la Merkel dichiara che ha organizzato per lunedì 27 Giugno un vertice straordinario con Hollande, Renzi e Tusk.

Non esistono comunque, continua la Cancelliera, soluzione rapide alla crisi, che richiede calma e tempo, nonché una maggiore comunicazione con i cittadini. In un momento in cui “le aspettative sull’Europa sono al massimo” è importante “comunicare bene ai cittadini, europei e tedeschi, i vantaggi dello stare nell’Unione” a fronte dei crescenti dubbi sull’operato dell’Unione soprattutto nei riguardi dell’emergenza profughi, uno dei temi usati dal “Leave” nella campagna referendaria. Su questo argomento, su cui la Merkel si è spesa sia in patria che in Europa, il governo tedesco non intende cambiare direzione per via “degli interessi particolari e delle responsabilità speciali” che ha la Germania nei confronti dei profughi. 

Finisce la conferenza stampa e il governo tedesco, come gli altri dell’Unione si mette al lavoro per fronteggiare non solo il negoziato d’uscita della Gran Bretagna, ma evitare che la Brexit scateni una reazione a catena, un timore già espresso dal Ministro delle Finanze Schaueble. A questo proposito interviene nel tardo pomeriggio di nuovo Steinmeier, secondo il quale “non esiste nessun’altro governo in Europa che abbia intenzione di intraprendere la stessa strada percorsa della Gran Bretagna”.

Di lì a poco arriva dall’Olanda, paese storicamente vicino al Regno Unito ed attraversato da pulsioni euro-scettiche, una dichiarazione a mezzo Twitter di Geert Wilders, leader del Partito della Libertà: “And The Netherlands will be next”, i Paesi Bassi saranno i prossimi”, hashtag: nexit.

Simone Bonzano

AIDOS: “Il Fondo contro Aids ha salvato 17 mln di vite”

1455641061aidsÈ stato lanciato ieri, presso la Camera dei deputati, il documento dell’Osservatorio Italiano sull’Azione Globale contro l’AIDS e di AIDOS – Associazione italiana donne per lo sviluppo, dal titolo esplicativo “Il Fondo Globale: un’opportunità per l’Italia, una risorsa per le future generazioni”. Al centro del Rapporto e della stessa conferenza c’è sicuramente l’HIV/AIDS e i dati aggiornati sulla diffusione della pandemia, con relative proiezioni, ma c’è anche il ruolo che i governi possono decidere di giocare nella lotta contro queste malattie, in particolare l’Italia.
In che modo?
Innanzitutto bisogna ricordare che il virus è un fenomeno globale, non solo perché si ammala tutto il pianeta ma soprattutto per le sue implicazioni sociali, economiche e politiche che vedono coinvolti diversi Paesi in modo differente: laddove la povertà e le discriminazioni sono più forti cresce lo stigma verso le persone affette dalla malattia ma anche la difficoltà di accesso alle cure. Inoltre, in un mondo sempre più in crisi, si fanno globali anche le proposte di risoluzione dei problemi e non è quindi un caso che la nuova Agenda di sviluppo sostenibile, con i suoi relativi Obiettivi, sia universale. Tra i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile, la lotta alle pandemie è un punto fondamentale e la sinergia di tutti i Paesi e governi diventa strategia per affrontare la questione al livello nazionale ma sopratutto per sconfiggere il virus al livello mondiale.

Tra gli attori principali nella lotta alle pandemie, dal 2002 ad oggi, troviamo il Fondo Globale, uno dei primi partenariati che è riuscito nell’importante compito di unire diverse realtà quali governi, istituzioni e società civile. Il Fondo nel corso del tempo ha ricevuto contributi da donatori di diverso tipo, la maggior parte dei quali (il 95% del totale) proviene dai governi di 50 Paesi. Tra i principali troviamo: Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Germania, Giappone, Unione europea, Canada e Italia.

Dal 2002 al 2014 il Fondo ha contribuito a salvare più di 17 milioni di vite. Attualmente – in media – concorre a salvarne oltre 2 milioni l’anno: si stima quindi che entro la fine del 2016 saranno state messe in salvo oltre 22 milioni di persone. Inoltre è stata riscontrata la diminuzione di un terzo dei decessi per Hiv, Tbc e malaria: oltre 8 milioni le persone che hanno beneficiato del trattamento antiretrovirale (Art), oltre 13 milioni quelle che hanno ricevuto cure per la Tbc e 548 milioni le zanzariere, impregnate di insetticida, distribuite attraverso i programmi di lotta contro la malaria.
Se, fino al 2008, l’Italia è stata uno dei Paesi più attivi e uno dei maggiori contribuenti, assumendo anche un ruolo guida, dal 2009 non ha più mantenuto gli impegni presi creando un ammanco di 260 milioni di euro. Alla terza conferenza di rifinanziamento, dove i donatori hanno dichiarato i propri impegni per il periodo 2011 – 2013, l’Italia non ha annunciato alcun contributo, perdendo il seggio unico al consiglio di amministrazione, per condividerne uno con la Spagna. Alla seguente conferenza è stato annunciato il rientro tra i finanziatori con un impegno, per gli anni 2014 – 2016, pari a 1000 milioni di euro; le prime due quote sono state versate ma si spera che vi sia una continuità. Questi solo alcuni dei dati che emergono nel rapporto presentato oggi che vede illustra nella prima parte il funzionamento del Fondo, e nella seconda parte le buone pratiche con le esperienze sul campo di alcune Ong dell’Osservatorio.

La necessità che il nostro Paese continui a dare il suo importante contributo è la richiesta dell’Osservatorio italiano sull’azione globale contro l’Aids che, rappresentando la società civile, monitora l’effettivo impegno del nostro governo. Le richieste contenute nel rapporto vengono esplicitate durante la conferenza da Stefania Burbo, focal point dell’Osservatorio Aids che chiede, che l’Italia torni a essere un Paese leader nel panorama dei donatori internazionali e che il prossimo impegno finanziario a favore del Fondo sia di 200 milioni di euro per il prossimo triennio e che il Fondo Globale potenzi le attività di monitoraggio dei progetti e rafforzi la partecipazione della società civile internazionale.

A settembre 2016 ci sarà la conferenza di rifinanziamento del Fondo e l’Italia è chiamata ad avere un ruolo leader fra i donatori internazionali. Proprio ieri è stata approvata in Commissione Esteri alla Camera una risoluzione in cui si invita il governo ad aumentare in maniera significativa il proprio contributo: “Ci aspettiamo che l’aumento sia superiore a quello degli altri Paesi dell’Unione europea”,ha affermato l’onorevole Lia Quartapelle (Pd), intervenendo alla presentazione del rapporto dell’Osservatorio Aids.

“Le tre pandemie sono causa e conseguenza della povertà – indica nel suo messaggio il vice ministro agli Affari Esteri, Mario Giro – ed è per questo molto importante arrivare all’obiettivo indicato dal Fondo Globale di salvare entro il 2016 altri 22 milioni di vite. L’Italia sostiene con convinzione, sia dal punto di vista politico che finanziario, l’operato del Fondo. Accanto all’approccio medico-scientifico è anche importante accrescere la resilienza delle popolazioni maggiormente colpite e promuovere la difesa dei diritti umani, garantendo l’uguaglianza di genere”.

Sul ruolo della cooperazione interviene Laura Frigenti, Direttrice dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, auspicando che “l’Italia rafforzi il suo ruolo nei meccanismi decisionali del Fondo Globale soprattutto nei Paesi prioritari per la cooperazione italiana”. Non solo, “è necessario – aggiunge Frigenti – che si applichi l’approccio gender mainstreaming anche nella fase iniziale di elaborazione dei progetti e dei programmi Paese”. Le fa eco, Marco Simonelli, Policy Advisor di Friends of Global Fund Europe, che ha sottolineato come “disuguaglianza di genere, discriminazione istituzionalizzata nei confronti dei gruppi di popolazione più vulnerabili e un contesto giuridico che punisce comportamenti considerati al di fuori della norma da diverse società, sono benzina sul fuoco nella diffusione delle epidemie, soprattutto l’Aids”.

I diritti umani e una prospettiva di genere diventano centrali, aggiunge in conclusione dei lavori Maria Grazia Panunzi, presidente di Aidos, sottolinenado come “spesso non siano accessibili alle donne. Tuttavia, sottolinea Panunzi, “le donne hanno la capacità di reagire, non vanno viste solo come vittime e devono dunque essere coinvolte nei processi politici e decisionali”.

Serena Fiorletta

Prove di guerra fredda.
La Nato sfida ancora Putin

Poland-NatoMentre il presidente Renzi si prepara ad andare in Russia per incontrare Putin, la Nato rinvigorisce la sua pressione a Est contro Mosca, creando una cintura d’acciaio nei confronti della Russia.

Il Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ha annunciato a margine della riunione del 14 giugno a Bruxelles, l’ultima prima del vertice Nato in programma a Varsavia l’8-9 Luglio, che l’Alleanza schiererà una serie di battaglioni, circa quattromila uomini, a est, negli Stati del Baltico e in Polonia. I battaglioni saranno presenti a rotazione e non in maniera permanente, ha affermato la Nato rispondendo alla Russia che ha ricordato l’accordo del 1997 di non costruire basi permanenti in paesi dell’ex blocco orientale. Ognuno di questi battaglioni “rinforzati” conterà fino a mille soldati. La Germania, il Regno Unito e gli Stati Uniti dovrebbero assumere rispettivamente il comando di tre di essi, mentre per il quarto si pensa al Canada. Si tratta dell’esercitazione “Anaconda”, nuovo “pacchetto complessivo di assistenza” per l’Ucraina dopo una riunione con il collega ucraino, Stepan Poltorak, che sarà approvato definitivamente nel vertice di Varsavia.
nato est
“La situazione nell’Ucraina dell’est, a causa delle azioni resta preoccupante” ha detto il segretario generale dell’ Alleanza, Jens Stoltenberg rinnovando “l’appello alla Russia perché fermi la destabilizzazione dell’Ucraina”.
Stoltenberg ha sottolineato che “le violazioni della tregua continuano ogni giorno” e che “gli osservatori dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) continuano ad essere ostacolati nel loro lavoro”. Ribadendo che gli accordi di Minsk “restano il percorso verso una soluzione sostenibile”, il segretario generale della Nato ha reso noto che Poltorak ha presentato ai colleghi la roadmap per riforma del settore della difesa.
Da ciò è chiaro che la Nato continua a vedere nella Russia un nemico temibile quasi quanto il daesh, ma una strategia di questo tipo volta a rassicurare i Paesi dell’Est Europa rischia però di provocare un’escalation di tensioni. Putin non resterà certo a guardare, anche perché il segretario Nato ha anche annunciato che l’organizzazione intende dispiegare una brigata anche in Romania, sul Mar Nero, rafforzando un nucleo romeno con elementi di altri paesi membri. Una vera e propria cintura a Est che però rischia di soffocare proprio l’Europa, già in crisi per la questione migranti. Se Bruxelles fa fatica a metter d’accordo gli stati membri per una soluzione sulle quote profughi, diversamente sono stati trovati più soldi per gli eserciti alleati. Le previsioni per il 2016 stimano che una spesa militare europea e canadese aumentate dell’1,5 per cento, circa 3 miliardi di dollari.
Ma c’è un altro timore contro cui esprime preoccupazione la Nato, il cyberterrorismo.Dal vertice Nato emerge infatti che il cyberspazio è un campo di battaglia, e cioè che la rete è da considerarsi un ‘teatro operativo separato’, come terra, cielo e mare. Una decisione che rivoluziona la dottrina militare dell’Alleanza e che militarizza una materia fin qui gestita dalle polizie, anche in cooperazione a livello di Interpol ed Europol. La differenza è che la risposta fino ad oggi esclusivamente legale può ora essere militare.

“Un attacco informatico può attivare la difesa collettiva – ha detto il Segretario Generale della Nato – , perché vediamo gli attacchi informatici come qualcosa che può causare enormi danni, e può essere molto pericoloso. Ed è difficile immaginare senza una dimensione informatica”.

Maria Teresa Olivieri

Turchia. Nuove alleanze dopo la guerra in Siria

obama-erdogan-c-flickrTurchia e relazioni con UE USA e Russia

La Turchia è passata da un ruolo potenzialmente cruciale per la regione mediorientale ad un isolamento diplomatico temporaneo per poi rilanciare il suo ruolo nel Medio Oriente sulla base di un accordo bilaterale con la UE/Germania. Popolazione, posizione geopolitico strategica, storia e tradizione di paese laico e leadership forte non sono sufficienti a garantire un brillante futuro se non accompagnati da una diplomazia lungimirante, aperta, affidabile e da un progetto democratico interno per il popolo. Al di là del cinismo di alcune teorie realiste esiste nel mondo una aspirazione alla democrazia ed allo stato di diritto e qualsiasi politica di potenza non può prescindere dal rispetto di tali principi, pena l’esclusione da parte della comunità internazionale. Esempio che nel lungo periodo potrebbe adattarsi anche alla Russia.

La guerra civile siriana ha causato una instabilità che rischia di travolgere la Turchia. Ha disintegrato i progetti turchi di integrazione delle periferie mediorentali in un’area di libero scambio (Giordania, Libano e Siria), ha sollevato tensioni ed ostilità con USA e Russia e riacceeso il conflitto con il PKK curdo, ha esportato attentati di origina jihadista in aree turistiche ed ha trasformato la Turchia in zona di recezione di immigrati e piattaforma di lancio verso l’Europa per l’immigrazione clandestina. Invece di affermarsi come hub geopolitico di una vasta area stabile e prospera, modello di sviluppo economico e consolidamento democratico in grado di ispirare il mondo islamico, la Turchia si ritrova senza alleati e senza una strategia. Gli obiettivi della Turchia sono la rimozione di Assad dalla Siria e la transizione democratica, stabilizzazione dell’unità territoriale siriana e freno alla espansione delle fazioni curde estremiste. Per raggiungere questi scopi la Turchia non vuole tuttavia intervenire direttamente, ma nell’ambito di una coalizione NATO e chiede agli USA la creazione di una safe zone al confine tra Turchia e Siria per impedire infiltrazioni terroristiche e per rimpatriare emigrati siriani. Ma la posizione della Turchia non è compatibile né con la Russia, che difende Assad, né con gli USA, che temono il caos dopo Assad e che puntano molto sui Curdi;  in piu’ le negoziazioni con l’Unione Europea per un ingresso turco in UE non appaiono piu’ positive come un tempo.

Turchia – UE/Germania

Riguardo ai rapporti con la UE, la Turchia ha cercato di sfruttare a suo vantaggio la crisi dei flussi migratori. La Turchia si è posta come argine in grado di frenare il flusso di rifugiati che dalle rotte dell’Egeo e Balcani arrivano in Europa. La Merkel ha pertanto sostenuto l’accordo UE – Turchia nel marzo 2016, un accordo che prevede il rientro in Turchia dei profughi arrivati in Grecia, l’accettazione di un numero pari di migranti siriani da parte dell’UE e la dazione di 6 miliardi di euro alla Turchia per la gestione dei rifugiati sul suo territorio. I rapporti tra Germania e Turchia esistono da secoli sotto vari aspetti, politici e commerciali e, da ultimo, grazie ad una forte presenza di lavoratori turchi in Germania. Tuttavia ci sono ostacoli alla cooperazione turco-tedesca, quali gli attacchi alla democrazia ed allo stato di diritto in Turchia, al problema dei diritti umani, oltre alla instabilità interna e la questione curda. Molti sono gli ostacoli a un eventuale ingresso turco. Due i principali: l’aperta ostilità delle opinioni pubbliche di alcuni stati membri, soprattutto Francia e Germania e l’irrisolta questione cipriota. Infine tra gli europei in molti non dimenticano il fatto che la Turchia è un grande paese di 80 milioni di abitanti, che potrebbe spostare gli equilibri di potere nell’Unione, e che si tratta di un paese a stragrande maggioranza musulmana, tradizionale antagonista militare e ideologico-religioso dell’Europa cristiana.

Turchia – USA

Le relazioni tra USA e Turchia sono storicamente di alleanza; la Turchia appartiene alla NATO ed è da anni alle prese con un processo di occidentalizzazione. Il suo leader Erdogan tuttavia sembra aver messo in questione questa direzione occidentale, puntando su un avvicinimento della Turchia al Medio Oriente. Per ragioni di politica interna e regionale Erdogan ha combattuto i curdi interni ed in Siria, puntando sui ribelli sunniti contro Assad e collaborando con i paesi sunniti quali Arabia Saudita e Quatar.

Il mantenimento della NATO è di grande importanza per la sicurezza turca nel nuovo contesto della sicurezza internazionale, drasticamente cambiato negli ultimi anni. A differenza della Guerra fredda, che richiedeva la preparazione di contingency plan per la difesa territoriale, la lotta contro il terrorismo richiede preparazione a tutti i livelli, in ogni momento e su scala globale. Non c’è più un out-of-area nella difesa contro le organizzazioni terroristiche.

Alcuni Stati potrebbero pensare che distanziandosi nettamente dagli Stati Uniti potrebbero evitare di essere presi di mira dai terroristi. Ma chi conosce il terrorismo e le organizzazioni terroristiche sa bene che non se ne può essere immuni.

Le risorse della NATO dovrebbero quindi essere ulteriormente rafforzate ampliando l’Alleanza, beneficiando così dell’intelligence che altri Stati possono fornire. In questo modo l’Alleanza potrebbe assumere un nuovo ruolo globale, che potrebbe essere sostenuto sia dagli europei che dagli americani.

La Turchia può contribuire a questo nuovo ruolo grazie alle sue capacità di intelligence e alla condivisione di interessi in diversi ambiti con i paesi vicini, per i quali la lotta al terrorismo è una questione di primaria importanza. Inoltre, la Turchia potrebbe contribuire al peace-keeping e al peace-making cosi come alla riabilitazione post-conflitto e agli sforzi di ricostruzione in regioni problematiche, come i Balcani, l’Africa, l’Afghanistan e, forse, anche in Iraq.

Turchia – Russia

Turchia e Russia vivono da anni relazioni complesse e sfaccettate. Lo scontro sul destino della Siria ha però reso esplosivi i rapporti tra Ankara e Mosca. Il 24 novembre 2015 caccia dell’aviazione militare turca abbattono un bombardiere russo SU-24. Nel momento in cui l’aereo precipita i due Paesi – che negli ultimi due decenni hanno costruito robusti rapporti di collaborazione economica, ma che registrano interessi sempre più divergenti nella regione del Mar Nero, nel Caucaso e ora in Siria – toccano il punto più basso delle proprie relazioni bilaterali dal crollo dell’Unione sovietica. In molti paventano apertamente il rischio di un conflitto militare diretto tra Russia e Turchia, membro dell’alleanza atlantica. La collaborazione economica tra Russia e Turchia però è corsa parallela a profonde e crescenti divergenze di carattere geo-strategico. Il primo momento di crisi risale alla guerra tra Russia e Georgia (2008) con cui Mosca ha di fatto interrotto la politica di integrazione nel Caucaso meridionale perseguita da Ankara, di cui Tiblisi era il perno fondamentale. La stessa occupazione della Crimea, nonostante il sangue freddo mostrato da Ankara, ha rovesciato i rapporti di forza nel Mar Nero, facendo (nuovamente) della Russia il principale attore d’area proprio a scapito della Turchia, che non ha nascosto il proprio disappunto. Un nuovo fronte di scontro è stato poi aperto dalle «primavere arabe». Ankara si è schierata apertamente con le forze rivoluzionarie in Tunisia, Libia, Egitto e Siria, mentre Mosca ha sposato la causa di Mu’ammar Gheddafi, del generale golpista al-Sisi e del presidente al-Assad.

Se lo scontro negli altri Paesi non toccava gli interessi vitali dei contendenti, la posta in gioco in Siria – Stato che confina con la Turchia e alleato di lungo corso dell’Unione sovietica prima e della Russia poi – ha fatto precipitare in fretta i rapporti bilaterali. La decisione di Putin di schierare aviazione e truppe in Siria a supporto di al-Assad (settembre 2015) ha colto di sorpresa la leadership turca, che negli anni scorsi ha puntato tutto sul rovesciamento del regime siriano, anche a costo di intrattenere rapporti ambigui con settori dell’opposizione indicati come attori del terrorismo internazionale (come il Fronte al-Nusra o, secondo voci ricorrenti, ma mai dimostrate con lo stesso Stato Islamico).

Altri segnali confermano il tenere dell’interdipendenza reciproca: le forniture di gas non hanno subito cambiamenti sostanziali e la costruzione della centrale di Akkuyu, nonostante voci di una possibile rottura, al momento continua ufficialmente secondo i piani stabiliti. Nonostante il forte deterioramento degli ultimi anni, i rapporti tra i due Paesi sono quindi destinati a restare complessi e sfaccettati, con i forti interessi economici che paiono lasciare spazio a spiragli di dialogo. Al tempo stesso, però, lo scontro in Siria resta un nodo estremamente problematico e potenzialmente esplosivo. Con l’ennesimo imprevisto colpo di teatro, il 14 marzo il presidente Putin ha annunciato il «missione compiuta», ordinando il ritiro di gran parte delle truppe russe dalla Siria. L’annunciato disimpegno di Mosca – che comunque resta presente sul teatro siriano – se effettivamente implementato è di certo un segnale in grado di ridurre significativamente la forte tensione accumulata negli ultimi mesi con Ankara. La situazione sul terreno resta però volatile e carica di rischi. Mosca ha rafforzato in questi mesi i propri rapporti con i curdi siriani del Pyd, considerati da Ankara nemici e «compagni d’arme» del Pkk, con cui le forze di sicurezza turche combattono una vera e propria guerra civile nel sud-est della Turchia. La lotta contro il Pkk-Pyd, responsabile secondo la Turchia anche dell’ondata di attentati sanguinari che sta sconvolgendo il Paese – l’ultimo domenica 13 marzo ad Ankara – potrebbe portare la leadership turca a un intervento diretto in Siria contro il Pyd, già più volte minacciato. Uno sviluppo che metterebbe nuovamente faccia a faccia i due avversari, con conseguenze difficili da prevedere.

Leonardo Scimmi

Attentato di Istanbul:
da Ankara accuse a Berlino

Erdogan-terrorismoBerlino, 9 -La polemica fra Turchia e Germania, nata in seguito al riconoscimento da parte del parlamento tedesco del genocidio Armeno, raggiunge un nuovo picco e si lega all’attentato di Vezneciler, nel centro di Istanbul, in cui il 7 giugno hanno perso la vita 11 poliziotti.

Il giornale gratuito Günes, il decimo per diffusione nel Paese, sostiene che la Germania sia responsabile dell’attentato compiuto da “uno stato caduto nel panico” per via della dura reazione turca alla risoluzione del Bundestag. Sempre secondo il quotidiano, la Germania avrebbe ordinato “come vecchia consuetudine, ad un’organizzazione terroristica, che usa come sua marionetta, di eseguire il sanguinario massacro di Istanbul”, ovvero il PKK, il partito indipendentista curdo contro cui punta il dito anche Erdoğan.  “Così la pensa la Turchia”, chiude Günes.

Non è la prima volta dall’inizio della crisi diplomatica che media, come il popolare giornale, vicini al governo di Ankara associano il parlamento tedesco, ed in particolare i parlamentari di origine turca, al PKK. Si tratta di una mossa tesa di descrivere un Paese ed un governo sotto il costante attacco dei “nemici della Turchia” allo scopo di consolidare il consenso attorno al presidente Erdoğan. All’interno di questa strategia rientrano anche le dichiarazioni – deliranti – del ministro degli esteri Cavusoglu, per il quale i media tedeschi sono manovrati da gruppi anti-Erdoğan ed anti-turchi come dimostra, sottolinea il ministro, il fatto che “tutti i giornali tedeschi, sia di sinistra che di destra, pubblichino articoli uguali contro la Turchia ed il suo presidente”.

Da parte sua, intanto, Erdoğan continua nei suoi attacchi contro la Germania ribadendo come chi ha votato la risoluzione per il riconoscimento del Genocidio Armeno non siano rappresentati del popolo tedesco, bensì solamente traditori di quello turco. Contro di loro ed il loro Paese, sostiene sempre l’ufficio del Presidente, arriveranno presto provvedimenti politici ovvero, per il giornale turco Sözcü,  tre denunce contro gli undici parlamentari tedeschi d’origini turche, due dai sindacati di Polizia e uno da un’associazioni di giuristi. Sotto mira nuovamente saranno il leader dei Verdi, Cem Özdemir, ed il responsabile governativo per Migranti, Profughi e l’Integrazione, Aydan Özuguz della SPD, i due politici turco-tedeschi più di spicco del parlamento.

Da Berlino risponde il presidente del Bundestag, il cristiano-democratico Lammert, che bolla come assurde insinuazioni non proprie di una democrazia il sostenere l’esistenza di possibili legami fra i parlamentari tedeschi e gruppi terroristici; allo stesso modo è assurdo che nel ventunesimo secolo si possano legare la politica ad accuse sulla purezza del sangue turco come fatto dal governo di Ankara nei confronti dei parlamentari turco-tedeschi. Anche Bruxelles si schiera con Berlino; il presidente del parlamento europeo, il social-democratico Schulz, ha recentemente dichiarato come le dichiarazioni di Erdogan “non saranno scevre di conseguenze internazionali a danno della Turchia”.

Quali queste saranno e che effetti avranno sull’Europa stessa considerando l’importanza della Turchia nel quadro del controllo degli arrivi dei profughi nell’Unione, lo sapremo presto, nel frattempo abbiamo assistito all’ennesimo atto nella prolungata svolta autoritaria e personalistica della presidenza turca.

Simone Bonzano