Spd. Sulla grande coalizione la parola alla base

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Una volta raggiunto l’accordo fra i conservatori di Angela Merkel e i socialdemocratici per una nuova Grosse Koalition, in Germania l’ultima parola spetta alla base della Spd. I 463.723 militanti che risultavano iscritti al partito il 6 febbraio potranno votare per dire sì o no all’intesa: si tratta di persone di almeno 14 anni, non necessariamente originarie della Germania.

La consultazione interna si terrà dal 20 febbraio al 2 marzo, il voto sarà espresso via posta e un risultato dovrebbe essere annunciato il 4 marzo. Difficile prevedere l’esito: nonostante la direzione del partito si sia schierata apertamente a favore dell’accordo, e nonostante le concessioni importanti da Merkel alla Spd, si preannuncia un risultato combattuto. A gennaio i circa 640 delegati della Spd, cioè i quadri del partito, avevano già fatto emergere le loro divisioni approvando solo con il 56% l’apertura dei negoziati per un nuovo governo di Grosse Koalition, o ‘GroKo’ come la chiamano i media. Uno schiaffo per il leader Spd Martin Schulz, il quale mercoledì ha annunciato che lascerà la presidenza del partito e mira a ricoprire il ruolo di ministro degli Esteri nel nuovo esecutivo.

Il leader dei giovani Spd contro la Groko
Il leader dei giovani della Spd, Kevin Künhert, è diventato il portabandiera dei socialdemocratici contrari a una riedizione della GroKo. Recentemente ha lanciato una campagna di adesione alla Spd con l’unico obiettivo di attirare dei membri ostili a un’alleanza con la destra, e in poche settimane il partito ha ottenuto circa 25mila nuove iscrizioni.

Se base spd dice sì
Se la base della Spd voterà sì alla nuova Grosse Koalition, Angela Merkel nel mese di marzo dovrà essere eletta cancelliera dal Bundestag per un quarto mandato. In questa eventualità, la sua candidatura verrà presentata formalmente dal presidente Frank-Walter Steinmeier e dovrà ottenere il sostegno della maggioranza assoluta dei parlamentari. A quel punto il capo dello Stato dovrà nominare i ministri su proposta della cancelliera. L’esecutivo, dunque, potrebbe essere in funzione già nella seconda metà di marzo, cioè circa sei mesi dopo le legislative, un record. Il quarto mandato di Merkel dovrebbe terminare, di norma, nell’autunno del 2021.

Se base Spd dice no
Se la base della Spd votasse invece no all’accordo per una nuova Grosse Koalition, la Germania cadrebbe in una situazione politica inedita e difficile: o un governo di minoranza, sempre a guida Merkel, oppure il ritorno alle urne. In questa eventualità gli scenari sono regolati dall’articolo 63 della Costituzione tedesca.

L’articolo 63 della costituzione
La Carta prevede che il capo dello Stato proponga ai deputati un candidato alla cancelleria, che nel caso preciso sarà con ogni probabilità Angela Merkel dal momento che i conservatori sono arrivati in testa alle legislative: se Merkel dovesse fallire nel tentativo di raccogliere una maggioranza assoluta al Bundestag un secondo voto si potrà tenere nei 14 giorni successivi; in caso di nuovo fallimento, in un terzo voto le sarà sufficiente la maggioranza semplice per essere eletta. A quel punto Steinmeier avrà sette giorni di tempo per decidere se nominare Merkel cancelliera per guidare un governo di minoranza. In caso contrario, può sciogliere il Bundestag e indire nuove elezioni.Nei fatti sarebbe Merkel a decidere quali dei due scenari preferisce, cioè se il governo di minoranza o il ritorno alle urne. Ma dal momento che la cancelliera ha detto che non intende governare senza una maggioranza chiara, la dissoluzione del Parlamento sembra l’opzione più probabile in caso in cui la Grosse Koalition dovesse saltare. Nuove elezioni si dovrebbero allora celebrare nei 60 giorni successivi.

Polonia: un passo in avanti verso l’isolazionismo

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La Polonia di Legge e Giustizia ha fatto un ulteriore passo in avanti nel sentiero dell’isolazionismo internazionale.

Dopo le pretese di risarcimenti alla Germania per i danni subiti durante la seconda guerra mondiale, il perenne fronte aperto con Bruxelles sulla questione immigrati, le scaramucce frequenti con l’Ucraina per i conti storici ancora aperti (sempre che lo siano davvero) ed i flussi migratori con l’apertura dei visti verso la UE; il governo di Varsavia getta sale sulla ferita ancora non rimarginata con Israele.

Il varo della nuova legge che condanna a tre anni di reclusione chiunque sostenga che i campi di sterminio della seconda guerra mondiale fossero polacchi e non tedeschi ha causato una vera e propria tempesta geopolitica dalla quale Varsavia, schiacciata tra necessità di consenso interno ed isolamento esterno, sembra non trovare via di uscita.

Il proposito della legge può sembrare a primo acchito sacrosanto: benché geograficamente ubicati entro le frontiere della Polonia post-guerra, i campi di sterminio nazisti furono prodotto della pazzia del Reich. In una approssimativa ricerca che ho potuto compiere, nel 2016 l’espressione “Campi di sterminio polacchi” è apparsa nella stampa ben 56 volte, delle quali 7 in Italia. In tutti i casi che ho potuto trovare, tuttavia, la dicitura sembra avere più carattere geografico che non revisionista. La qual cosa, a mio avviso, non giustifica l’ignoranza del giornalista, ma nemmeno tre anni di carcere.

Eppure basta scorrere il testo della legge per comprendere il vero pericolo: per incappare nella tagliola della giustizia polacca sarebbe infatti sufficiente mettere anche solo in dubbio una qualsivoglia collaborazione dei polacchi con i nazisti nel corso dello sterminio.

Ora, detto che la Polonia ha dato il più alto tributo di sangue, detto che la Polonia detiene, e con differenza, il maggior numero dei “Giusti”, detto che la Polonia è la terra di Tadeusz Pankiewicz, Irena Sendler, Janusz Korczak, Witold Pilecki … e detto che si potrebbe continuare questa lista per altre quattro pagine; ebbene detto tutto questo, gli storici hanno già dissotterrato da sotto il manto dell’oblio molti casi di partecipazione attiva di parti della società polacca nell’uccisione di ebrei. Soprattutto nell’Est del paese, in casi molto simili a quanto sia avvenuto in Lituania e Bielorussia.

E che questi casi, così come quelli ancora da portare a galla, non cambierebbero nulla rispetto all’assioma di cui sopra, ossia che lo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale sia un fatto che pesi sulla coscienza dei soli nazisti o al massimo, per dirla con Baumann, su quella dell’umanità moderna nella sua interezza.

Logico pensare quindi che tale legge impedisca una ulteriore analisi di questi casi soprattutto ad opera di giovani storici o giornalisti che non siano protetti da strutture universitarie o grandi giornali.

Essendo una legge impossibile da applicare – come arrestare un giornalista finlandese? Portare alla sbarra un sopravvissuto dell’olocausto che accusa un vicino di casa di collaborazionismo? – risulta evidente come l’obiettivo del partito di Jarosław Kaczynski sia gettare benzina sul già infuocato sentimento di nazionalismo che divide il paese e spostare l’attenzione dalla scandalosa riforma della giustizia che ha fatto reagire muscolosamente Bruxelles.

Mentre Israele reagisce in modo deciso, e a mio avviso esagerato ed esacerbato anch’esso da lotte interne al governo Netanyahu, mentre gli Stati Uniti minacciano il ritiro dell’ambasciatore se il pavido presidente Duda controfirmasse la legge rendendola effettiva, in Polonia sembra essere saltato il coperchio al vaso di Pandora di un antisemitismo latente da anni.

Era infatti dalla fine degli anni sessanta, dall’epoca di Gomułka, che non si vedevano nella società manifestazioni così dichiarate di antisemitismo, con scandalosi fiumi di parole sui social, deputati della maggioranza che si producono in dichiarazioni contro Israele e manifestazioni pubbliche di antisemitismo nelle piazze. Tutto ciò peraltro in un contesto già di per sè reso incandescente dalle manifestazioni fasciste di parte delle marce in occasione della festa nazionale dell’11 di novembre, della scoperta fatta dalla tv indipendente di incontri inneggianti ad Hitler e celebrati nei boschi della Slesia ai quali hai quali hanno personaggi legati, direttamente o indirettamente, alle ali più estreme del governo in carica.

Il rimpasto di governo del mese scorso ha reso possibile l’ eliminazione delle figure più controverse del governo, ma sembra a parte dell’opinione pubblica, quella più spaventata dalla deriva nazionalista della Polonia, solo un trompe-l’œil volto a calmare gli animi del mondo occidentale mentre il governo solletica all’interno del paese il lato più revanscista di una società che, per dirla come l’ex presidente Aleksader Kwasniewski, ancora non ha superato i traumi e i complessi del proprio passato.

Non resta che attendere la decisione del presidente Duda. Ma per le relazioni internazionali della Polonia non sarà una firma o meno a dissipare le nere nuvole di tempesta che si addensano su Varsavia e rischiano di rimanervi per molti decenni. Già, quella stessa Varsavia resa celebre nel mondo dalle pagine in Yiddish dei fratelli Singer .

Diego Audero

Germania: grande coalizione sempre più vicina

merkel-schulzÈ in dirittura d’arrivo l’accordo per il governo di Grosse Koalition (GroKo) in Germania: cristiano-democratici e Spd puntano a chiudere già oggi, al più tardi martedì, i negoziati-maratona per dar vita a un governo dopo oltre quattro mesi di stallo post-elettorale. I conservatori della Cdu/Csu di Angela Merkel e i socialdemocratici sono ottimisti. È l’ultimo scatto: se tutto andrà bene, l’accordo dovrebbe essere presentato domani.

Rimangono ancora alcuni nodi, difficiltà non indifferenti su mercato del lavoro e sanità. Ma il segretario dell’Spd, Martin Schulz, ha annunciato che è stato raggiunto “un accordo molto importante sull’Europa, una cosa determinante che prevede nuovi investimenti, un fondo di investimento per l’eurozona e la fine del ‘dogma del risparmio'”. Due temi cari alla Spd continuano tuttavia a rimanere aperti: la riforma del sistema di assicurazione sanitaria per ridurre le disparità tra gli assicurati pubblici e privati e la rigorosa supervisione dei contratti di lavoro a tempo determinato. Le trattative hanno pero’ trovato anche altri punti fermi: l’intesa a favore di più mezzi contro la disoccupazione giovanile e una fiscalizzazione più equa nei confronti dei giganti tecnologici americani, Amazon, Google, Apple.

Sull’Europa, si tratta di “fare un patto sociale per l’Europa”, ha spiegato ancora Schulz, il Parlamento europeo deve essere rafforzato e deve essere resa possibile un’ampia partecipazione dei cittadini al dibattito sulla riforma. “Abbiamo adesso una vera opportunità, insieme con la Francia, di rendere l’Europa più democratica, più sociale e più capace di agire”. L’ex presidente del Parlamento europeo ha aggiunto che “il Paese può avere un buon futuro solo se in un’Europa unita e forte e che la Spd condivide questa posizione insieme a Cdu e Csu”. L’accordo dovrà poi ottenere il ‘placet’ della maggioranza dei circa 440.000 iscritti socialdemocratici, in un referendum che andrà avanti varie settimane a cavallo tra febbraio o marzo. In realtà l’SPD, che alle urne ha ottenuto una sonora sanzione per gli anni al governo con Merkel, è diviso sull’alleanza: molti rimangono scettici dopo i due precedenti GroKo (2005-2009 e 2013-2017) che hanno portato all’Sps alle sconfitte elettorali, la peggiore registrata a settembre. Nel tentativo di convincere la sua recalcitrante base, Schulz ha previsto una “revisione a metà mandato” dell’accordo con Merkel.

Se l’intesa dovesse invece essere bocciata dall’Spd, la cancelliera dovrà provare a formare un governo di minoranza o accettare nuove elezioni, con il rischio di far volare la destra estrema di Afd. Se si votasse oggi, dice infatti un sondaggio Bild, Cdu-Csu e Spd non avrebbero più la maggioranza.

Germania, prove di grande coalizione

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Si riaffaccia in Germania l’ipotesi di una grande coalizione. La Cdu è pronta a “negoziare seriamente” su una coalizione con l’Spd, “senza precondizioni”. Lo ha detto il segretario esecutivo del partito della cancelliera Angela Merkel, Klaus Schueler, dopo la riunione di ieri tra Merkel, il bavarese Horst Seehofer e il leader socialdemocratico Martin Schulz, su invito del presidente Frank Walter Steinmeier. L’esponente del partito di Angela Merkel ha aggiunto che l’Unione non pone ostacoli alle consultazioni per una Grosse Koalition.

La sua dichiarazione segue le affermazioni di Schulz, che ha negato ci sia stato un preaccordo a favore di negoziati per una Grosse Koalition, come ha affermato Bild. Schueler ha fatto riferimento anche alle previste consultazioni ai vertici del partito e al congresso dello stesso, che si aprirà giovedì 7 dicembre.

Schulz dovrà sottoporsi alla rielezione come capo del partito, assieme al resto dei vertici, ed è previsto un acceso dibattito a proposito della Grosse Koalition. I giovani socialdemocratici si oppongono alla sua riedizione, che definiscono un “affronto” agli elettori perché in campagna Schulz aveva negato categoricamente l’eventualità di entrare di nuovo in un governo Merkel. Schulz ha tuttavia aggiunto che “nessuna opzione è esclusa”, pur ribadendo che non vuole pressioni sulla tempistica.

Le elezioni federali tedesche si sono tenute il 24 settembre e sono state vinte dalla Cdu di Angela Merkel, che tuttavia non ha i numeri per governare da sola. I negoziati a tre con Liberali e Verdi per dar vita a una coalizione «Giamaica» sono falliti per l’incompatibilità tra i partner in materia di politiche ambientali e fisco. Di fronte alla prospettiva di un voto anticipato, la cancelliera ha tentato di riallacciare le trattative con i Socialdemocratici per una riedizione della Grosse Koalition che ha guidato il Paese negli ultimi 4 anni.

Edoardo Gianelli

Germania: niente accordo, spettro di nuove elezioni

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Lo spetto di un ritorno alle urne si aggira per la Germania. Dopo il fallimento nella notte delle trattative per la formazione della coalizione Giamaica tra i centristi della Cdu di Angela Merkel, i Verdi e i Liberali, Berlino rischia di ripetere il modello Madrid: tornare al voto anticipato per l’impossibilità di formare un nuovo governo. I socialdemocratici di Martin Schulz non arretrano di un passo e ribadiscono di non voler ripetere l’esperienza della Grande coalizione che ha governato il paese nelle ultime due legislature: al termine di una riunione del direttivo del partito, il leader della Spd ha chiuso la porta alla cancelliera Angela Merkel e ha aggiunto che i socialdemocratici “non hanno paura” di tornare al voto.

Il presidente della Repubblica, Frank-Walter Steinmeier, prova ad allontanare il rischio di un ritorno alle urne e chiede ai partiti di fare ancora un altro tentativo. “Costruire un governo è sempre stato un processo difficile di dare e avere, ma il mandato di formarne uno è forse il più alto compito dato dagli elettori a un partito in una democrazia. E questo mandato rimane”, ha sottolineato Steinmeier. “Questo è il momento in cui tutti partecipanti hanno bisogno di riconsiderare il loro atteggiamento”, ha aggiunto, ricordando che “tutti i partiti politici eletti in Parlamento hanno un obbligo verso il comune interesse di servire il Paese”. Per questo, “mi aspetto da tutti una disponibilità a parlare per rendere possibile un accordo per un governo nel prossimo futuro”. Il pressing di Steinmeier ricomincerà domani, quando il presidente della Repubblica incontrerà personalmente le delegazioni di Cdu, Liberali e Verdi nella sua residenza berlinese di Bellevue tentando una ulteriore moral suasion per vagliare tutte le vie d’uscita possibili.

Ma a spingere per nuove elezioni non è solo la Spd: a chiedere che i tedeschi ritornino al voto anche la sinistra della Linke, ma soprattutto la destra nazional-populista della AfD, che ha già ottenuto un risultato clamoroso alle elezioni di fine settembre e pensa di approfittare ancora della situazione di stallo del Paese. “I vecchi partiti dell’establishment e delle lobby sono falliti miseramente”, ha detto la leader di Alternative fur Deutschland, Alice Weidel.

Escluso un ritorno alle urne, l’ipotesi in campo se la Cdu della Cancelliera non dovesse trovare un accordo con ecologisti e liberali, resterebbe solo quella di un governo di minoranza. Opzione quest’ultima che l’Europa guarda con preoccupazione. La Commissione europea fa sapere che “la stabilità e la continuità saranno assicurate” in Germania, malgrado il fallimento dei negoziati. Ma è evidente che una Germania debole in questa fase della politica europea potrebbe causare non pochi problemi. E la stessa Merkel si troverebbe fortemente indebolita.

Il fallimento dei negoziati per formare un nuovo governo a Berlino “sta causando una situazione molto difficile non solo in Germania, ma anche a livello europeo”, ha detto il ministro delle Finanze austriaco, Hans Joerg Schelling, che partecipa a una riunione del Consiglio Affari generali. “La Germania è sempre stata un grande traino dell’idea europea”, ha ricordato Schelling: “Siamo in un momento in cui cerchiamo di capire come approfondire il progetto europeo e in questo senso la Germania è un partner della massima importanza”.

Secondo il ministro delle Finanze di Vienna, “le elezioni non sarebbero un evento desiderabile”, ma un governo di minoranza rischierebbe comunque di portare la Germania al voto. “Dobbiamo rispettare il fatto che se non c’è consenso per costruire una coalizione, allora la sola opzione sarebbe un governo di minoranza che generalmente porta a nuove elezioni”, ha detto Schelling, auspicando “decisioni rapide”.

Siemens taglia 6.900 posti e chiude due fabbriche

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Siemens taglia 6.900 posti nel mondo e chiude due fabbriche in Germania. I tagli verranno fatti nei prossimi. Il colosso tedesco, che nei giorni scorsi aveva annunciato “tagli dolorosi”, ha ufficializzato oggi la decisione a Monaco. La metà degli impieghi sarà soppressa in Germania, 1’100 nel resto d’Europa e 2’500 in altri continenti, di cui 1’800 negli Stati Uniti.

Con la ristrutturazione il gruppo reagisce al cambiamento strutturale in corso nel settore delle energie fossili e delle materie prime, si legge in una nota. La divisione più colpita è “Power and Gas”, con la prevista cancellazione di 6’100 impieghi, di cui 2’600 in Germania. L’altro comparto coinvolto dal ridimensionamento è quello dei processi industriali. Il sindacato Ig Metall ha commentato aspramente la decisione, annunciando battaglia: “Un taglio di posti di queste dimensioni, alla luce della eccellente situazione dell’impresa, è inaccettabile”. Secondo il sindacato, inoltre, con le misure previste, “si ignorano i problemi strutturali” e a pagare sono solo i lavoratori.

Gli stabilimenti che verranno chiusi sono quelli di Görlitz(720 impieghi) e Lipsia (200). Inoltre le attività Solutions nei siti di Offenbach e Erlangen saranno riunite. Altri 640 posti saranno cancellati a Mülheim an der Ruhr e 300 a Berlino. Lo stabilimento di Erfurt potrebbe inoltre essere venduto. Contattata dall’ats, la società indica che la Svizzera dovrebbe essere interessata solo marginalmente: nelle divisioni interessate Siemens non è attiva nella Confederazione.

La Germania perno dell’Unione Europea
o potenza egemone?

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Angelo Bolaffi e Pierluigi Ciocca, in “Germania/Europa. Due punti di vista sulle opportunità e i rischi dell’egemonia tedesca”, attraverso due analisi condotte secondo prospettive diverse (prevalentemente culturale quella di Bolaffi, economica quella di Ciocca), spiegano cos’è la Germania di oggi. Dalla lettura del titolo del libro potrebbe sembrare che le due analisi siano tra loro complementari. Niente di tutto questo; si tratta in realtà dell’esposizione di cosa sia oggi la Germania secondo due punti di vista opposti, ma non perché siano il risultato di esposizioni condotte secondo prospettive diverse. Quella di Bolaffi è un’apologia dei risultati conseguiti dalla Germania dopo centocinquant’anni di storia travagliata; mentre l’esposizione di Ciocca, pur senza disconoscere i grandi risultati conseguiti, “inchioda” la Germania sulle proprie responsabilità, riguardo alle difficoltà che le scelte di politica economica di Berlino oppongono al completamento del disegno europeo; responsabilità, le cui origino sono riconducibili proprio ad alcuni aspetti delle cultura tedesca. che tanto entusiasmano Bolaffi.

bolaffi germania copertinaSecondo il germanista Bolaffi, la Germania “è stata la croce della storia moderna europea: Oggi, invece, grazie alla sua stabilità istituzionale, alla sua potenza economica e alla sua vivacità culturale, del Vecchio continente è non solo il core stability, il baricentro di stabilità geopolitico, ma anche il Paese leader”. Egli, a supporto di questo giudizio, sottolinea il fatto che, secondo molti analisti, la Germania, dopo essere stata la nazione che aveva tenuto col fiato sospeso l’intera Europa, sia diventata un Paese tra i più pacifici, democratici e non nazionalisti del mondo. Nonostante questa “metamorfosi”, sottolinea Bolaffi, “alcuni dei suoi vicini europei, prigionieri del loro vittimismo e del loro risentimento, faticano a prendere atto”, preferendo “l’illusoria certezza del pregiudizio anziché scoprire com’è la Germania oggi”.

Bolaffi si chiede se i vicini europei della Germania saranno mai capaci di superare il pregiudizio che li rende indisponibili a prendere atto che non è possibile continuare a rispolverare “vecchi fantasmi”, per giudicare al presente la nazione tedesca; e si chiede anche se “il bisogno di futuro aiuterà i popoli d’Europa a rielaborare la memoria del passato con lo stesso coraggio e la stessa lungimiranza” di cui, nell’immediato secondo dopoguerra, hanno dato prova i Padri fondatori dell’attuale Unione Europea.

Ciò che oggi s’impone, secondo il filosofo germanista, “è prendere atto che non solo non esiste un’Europa senza e contro la Germania, ma che solo attorno alla Germania è possibile (forse) costruire l’unione dell’Europa”; riconoscere ciò, a parere di Bolaffi, significa considerare come velleitarie le possibili e immaginifiche “alleanze mediterranee” in funzione antitedesca, respingendo a priori la convenienza di instaurare un rapporto tra centro e periferia, considerandoli come poli tra loro integrati e senza scale di valori che privilegino l’uno oppure l’altro.

La rimozione del pregiudizio antitedesco s’imporrebbe oggi, anche in considerazione del fatto che, a parere di Bolaffi, in Germania “la quasi totalità della classe dirigente (a differenza di quanto accade oggi in molti altri Paesi europei del Sud e in primo luogo purtroppo in Italia) sa benissimo di non avere un futuro senza e contro l’Europa”. Ciononostante, le vicende dell’euro e le scelte di politica economica inducono molti Paesi europei, in particolare quelli maggiormente in crisi, a rinvenire nella Germania “un comodo capro espiatorio su cui scaricare le responsabilità dei propri fallimenti”, imputando al suo rigorismo monetario d’essere la causa degli esiti negativi patiti dai Paesi europei economicamente più deboli, seguiti allo scoppio della Grande Recessione.

Secondo Bolaffi, solo pochi sarebbero consapevoli che l’antikeynesismo di Wolfgang Schäuble, il “cane da guardia” del rigorismo monetario del governo tedesco, ha il suo riferimento teorico nella “scuola ordoliberale”, nata col prevalente contributo di autori tedeschi, divenuta “uno dei momenti più rilevanti della riflessione tedesca su cause e conseguenze della catastrofe degli anni Trenta”. Riguardo all’ordoliberismo, Bolaffi manca di sottolineare che esso, quando è stato formulato alla fine degli anni Trenta, aveva come principale obiettivo la critica del paleoliberismo originario “laissezfairista”.

La sua novità, come Bolaffi afferma, è consistita nel ritenere necessaria la “costruzione e la difesa di un ordinamento della concorrenza per impedire uno svuotamento dell’economia di mercato”, ma anche nel porre un valido presidio contro le dittature che stavano stravolgendo l’ordine politico delle democrazie europee. All’origine, perciò, l’ordoliberismo non si è tanto caratterizzato in termini di “contrasto” tra scuole economiche alternative, quanto in termini di “opposizione” a tutte quelle forze che, alterando le leggi del mercato, erano all’origine dell’instabilità della vita economica e delle conseguenti proteste sociali che legittimavano l’affermazione delle dittature.

Chi, invece, darà all’ordoliberismo una connotazione che è valsa a caratterizzarlo in termini di contrasto tra scuole economiche alternative sarà, dopo il secondo conflitto mondiale, Friedrich Hayek, per averlo tradotto, in seno alla Mont Pelerin Society, in un’ideologia che diverrà dominante alla fine dei “Gloriosi anni Trenta (1945-1975)”; è stata, infatti, l’ideologia neoliberista a ipotizzare e a radicare il convincimento dell’esistenza di un presunto contrasto tra la “scuola keynesiana”, che predicava l’assunzione di debiti “senza sapere come estinguerli” e la “scuola ordoliberista” in salsa neoliberista, che predicava la conservazione di un equilibrio sacrale tra entrate e uscite dei bilanci pubblici.

La Germania, divenuta potenza europea egemone sul piano economico, ha imposto il suo rigorismo monetario antikeynesiano agli altri Paesi europei, non curandosi delle conseguenze negative che in essi si sono avute, oltre che sul piano economico, su quello sociale. Così, conclude in sostanza Bolaffi, la Germania, “che si era illusa di ‘aver fatto pace con se stessa e col mondo’, si [è riscoperta] sul banco degli imputati, oggetto di perplessità, interrogativi e persino sospettata di aver voluto una moneta unica […] a sua immagine e somiglianza su ‘misura dell’interesse nazionale tedesco’ al fine di assicurarsi un cospicuo vantaggio finanziario o addirittura uno strumento di ricatto politico”. Questo sospetto è estraneo all’analisi di Bolaffi, ma non a quella di Ciocca, il quale dimostra che il pericolo che il resto d’Europa possa essere esposto al ricatto politico tedesco è intrinseco alla logica mercantilistica con cui la Germania, dopo la sua ricostruzione, ha incessantemente ispirato la propria politica economica.

Secondo Ciocca, il “neomercantilismo tedesco rischia di precipitare l’Unione Europea in una crisi senza precedenti, che potrebbe rivelarsi esiziale. La Germania non solo accetta, persegue abnormi surplus della bilancia dei pagamenti”; ciò è causa dentro e fuori della Germania di “fattori di costo, tensioni, spinte centrifughe che, drammatizzati da movimenti e partiti demagogici, populisti, nazionalisti, fascisti, fanno rischiare alla costruzione europea una vera implosione” e alla Germania stessa di sacrificare la propria crescita e il proprio benessere.

Alle radici della politica economica tedesca vi sono due ordini di fattori, che, sebbene siano indicati da Ciocca in termini di probabilità, inducono a sospettare che essi siano alla base della cultura politica ed economica della Germania: da un lato, “valori che rendono l’opinione pubblica disposta a sacrificare la crescita al rifiuto dell’inflazione e del debito”; dall’altro lato, “una scelta metaeconomica, geopolitica, delle classi dirigenti la quale lega una, da sempre anbita, primazia della Germania in Europa alla condizione creditoria della sua economia”.

Fra i maggiori Paesi dell’Occidente, la Germania “spicca per l’inaudita violenza dei traumi economici e ancor più sociali, umani, vissuti nella prima metà del Novecento, scanditi da due guerre mondiali”; entrambe perse dalla stessa Germania. La disfatta nella Grande guerra è stata subita per ragioni interne prima ancora che per ragioni militari; il primo dopoguerra è stato caratterizzato, oltre che dall’instabilità economica, dalla grave instabilità della Repubblica di Weimar, cui ha fatto seguito, dopo lo scoppio della Grande Depressione del 1929-1932, l’ascesa al potere di Hitler e il secondo conflitto mondiale; quest’ultimo contrassegnato da disastri militari ed economici, con un PIL che nel 1946 è risultato meno di un terzo di quello del 1938. Ricostruitasi dopo la guerra e riunificata nel 1990, la Germania – afferma Ciocca – è tornata ad affermarsi fra le più efficienti economie del globo, leader in Europa, “perno dell’area euro e dell’Unione Europea”.

Uno dei traumi che hanno colpito maggiormente la società tedesca, in conseguenza delle due guerre perse, è stato l’incubo del debito pubblico; nel 1014, tale debito superava di poco il 10% del PIL, ma nel 1918 è ammontato, a causa delle spese di guerra, al 129%, per arrivare al 240% dopo la terrificate sconfitta subita nel secondo conflitto mondiale. L’incubo del debito pubblico maturato dopo il primo conflitto mondiale, così come è accaduto dopo il secondo, è stato aggravato da quello del debito estero; ciò, dopo il 1945, è avvenuto per via del fatto che la bilancia dei pagamenti di parte corrente della Germania è rimasta passiva fino al 1951.

Dal 1952 al 1960, però, ci informa Ciocca, i saldi di parte corrente della bilancia dei pagamenti sono sempre risultati attivi, per cui il Paese, da “debitore” è tornato ad essere “creditore netto del resto del mondo, qual era stato prima della guerra 1014-18. […] Dal 2002 gli attivi della bilancia di parte corrente sono stati continui. Alla fine del 2015 la posizione creditoria netta della Germania veniva ufficialmente stimata dalla Bundesbank in 1.476 miliardi di euro (49% del PIL”. Inoltre, oltre un terzo dell’avanzo commerciale tedesco è maturato nei confronti dei Paesi dell’eurozona e dal 2002 all’interno di quest’area monetaria le posizioni nette verso l’estero, in percentuale del PIL, si sono divaricate, nel senso che la Germania è divenuta sempre più creditrice rispetto alle altre economie, con l’eccezione della Francia, la quale, tuttavia, da una lieve posizione creditrice è passata anch’essa alla fine tra le economie debitrici.

Considerata la sua stabile posizione creditrice, viene spontaneo chiedersi, così come fa Ciocca, a cosa mira la Germania sul piano politico? Che cosa vorrà fare della sua grande superiorità economica in Europa? Sarà disposta a porre la sua superiorità al servizio di un’Europa coesa, ovvero la vorrà volgere “a una concreta, operativa, egemonia sui partner?”. Se la Germania persisterà nel privilegiare l’ideologia ordoliberista, per conservare in un equilibrio strutturale il proprio bilancio pubblico, continuando ad accumulare crediti sull’estero ed ignorando l’inadeguatezza della propria politica economica rispetto alla coesione dei Paesi europei, mancherà di riconoscere che la decadenza economica dei Paesi europei debitori è riconducibile alla sua cultura neomercantilista.

Sulla base di un tale comportamento – conclude Ciocca – sarà inevitabile che nei Paesi debitori europei permanga la propensione a rispolverare “vecchi fantasmi”, per giudicare al presente la nazione tedesca.

Ciò andrebbe, non solo a svantaggio del compimento del progetto europeo, ma anche della stessa credibilità della Germania; il fatto di conservarsi creditrice nei confronti dei suoi partner, costituirebbe una parziale smentita che, dopo la catarsi avvenuta nella sua cultura politica, a seguito delle due dure sconfitte, la Germania sia diventata, come afferma apologeticamente Bolaffi, uno dei Paesi non nazionalisti del mondo.

Gianfranco Sabattini

La destra in Europa alimentata dal vento dell’est

maghiari-extermisti-budapestaLe elezioni in Germania hanno segnato l’ascesa del partito di estrema destra AfD e le conseguenti analisi allarmiste degli analisti dell’Europa occidentale, ancora scossi dallo scampato pericolo delle elezioni olandesi prima, austriache poi ed, infine, di quelle francesi. Una attenta analisi del voto, tuttavia, se guardato con una prospettiva “da Est”, rivela un dato ancora più allarmante per il futuro dell’Europa: ossia che siano stati prevalentemente i territori della vecchia DDR a fornire il bacino di voti necessari al partito neo-nazista per scalare il terzo posto alle spalle dei partiti tradizionali. (25% degli elettori, mentre la media nazionale è del 13,1%).

Su Bruxelles, e non da oggi, soffia da Est un vento molto pericoloso, fatto di movimenti nazionalisti, teoricamente anti-europeisti, che hanno saputo scalare il potere con un cinico e ipocrita strabismo politico: mentre mettevano le mani su una fetta consistente di aiuti finanziari, giocavano in casa la carta della sindrome da assedio da “assimilazionismo” imposto da Bruxelles.

Mentre la svolta a destra dell’Europa occidentale sembra essere sociologicamente traducibile da una serie incredibili di errori strutturali dell’Unione Europea, da politiche neo-liberaliste spinte che hanno creato insoddisfazione diffusa nella popolazione (soprattutto giovanile), dalla crisi economica degli ultimi anni e dal diffuso senso di impunità ed insicurezza (aggravato dalla crisi immigrazione); assai meno comprensibile appare la deriva dei “nuovi” paesi dell’Unione, ossia di quelli entrati nella prima fase di allargamento.

Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca da tempo ormai sono governati da movimenti ultra-nazionalisti dichiaratamente di destra, ma antiliberali, ostili all’integrazione Europea, allergici alle direttive di Bruxelles.

Il dato politico interessante, al di là di un semplice ritratto della realtà, è quello di comprendere come questo sia potuto accadere in paesi che hanno beneficiato di finanziamenti a pioggia, economie galoppanti, tassi di disoccupazione irrisori, monete nazionali (eccetto la Slovacchia) che hanno retto la sfida della crisi internazionale e hanno avuto poco o nulla a che fare (Ungheria a parte) con il problema migratorio.

Pur nelle logiche differenze tra nazioni e nazioni il caso della Polonia sembra essere paradigmatico della fallita integrazione dei paesi dell’Est nel cammino di un Europa Unita. Sino a pochi anni fa Varsavia ambiva a voler divenire la terza gamba che, con Parigi e Berlino, doveva garantire la stabilità del vecchio continente. Oggi è un paese politicamente isolato, mal gradito a Bruxelles e che ha spinto l’acceleratore del conflitto interno ed esterno ben oltre il già pericoloso crinale a cui si era avvicinato Orban in Ungheria. Eppure nonostante le numerose proteste di strada, il cambio in senso autoritario della costituzione, il tentativo di attacco alla giustizia parzialmente fallito, l’epurazione di giornalisti scomodi nei confronti dei quali gli editti bulgari di berlusconiana memoria sarebbero classificabili come scherzi puerili, l’attacco alla libertà delle donne, etc… Ecco, nonostante una deriva che avvicina la Polonia alla Turchia di Erdogan, il sostegno al governo di Giustizia e Libertà cresce invece di diminuire.

Anche in questo caso l’analisi del voto suggerisce scenari sorprendenti. Se il dato della scolarizzazione in un paese prevalentemente composto da villaggi di piccole-medie dimensioni sembra determinante, supportato da una presenza invasiva di preti-guerrieri infuocati da radio Maria, un elemento appare però sorprendente: sono soprattutto i 50enni ed i giovani a votare il PiS. Ossia le due sfere della società che più dovrebbero aver goduto della caduta del muro di Berlino prima, e delle libertà dell’Unione poi. Come è possibile che le sfere che più hanno tratto vantaggio da un Europa unita siano quelli che più se ne oppongano? Da cosa dipende il fatto che mentre il voto di protesta in Europa occidentale arrivi sempre alla soglia del potere per poi esserne escluso, qui invece governi in tutti i più rilevanti paesi post-comunisti? E se l’Europa avesse sbagliato ad allargare così velocemente i propri confini ad Est senza assicurarsi che le democrazie di quei paesi fossero sufficientemente stabili? E se “L’Europa a due velocità” proposta da Macron fosse davvero la soluzione? Interrogativi le cui rispose non possono che essere complesse ed articolate. Ma non ci sono dubbi sul fatto che da Est sta per abbattersi su Bruxelles una tempesta, e l’Europa centrale ed occidentale, molto autoreferenziale, sbaglia nel non voler volgere il proprio sguardo a quanto stia avvenendo nell’Europa dell’Est.

Diego Audero
gabrydiego@gmail.com

Elezioni in Germania, parla l’Ambasciatore in Italia

bandiera tedesca votoUn panorama politico-parlamentare del tutto inedito in Germania. Tra l’altro, a parte i sorprendenti risultati che vedono la presenza contemporanea di ben sei robusti gruppi parlamentari e la conferma della primazia, seppur indebolita, di Angela Merkel, si può sottolineare come il nuovo Bundestag, per il meccanismo di rappresentanza “mobile” tra mandati diretti e non, ha raggiunto questo 24 settembre il suo massimo numero di seggi: ben 706.

Mentre si profilava il clamoroso debutto di Alternative für Deutschland – e per di più come nuovo terzo gruppo parlamentare con circa il 13% e oltre 60 deputati – , e andava confermandosi la discesa elettorale parallela dei grandi partiti della Grosse Koalition, l’Unione democristiana Cdu/Csu della Cancelliera Merkel (-8%) e dei socialdemocratici di Martin Schulz – che registrano il peggior risultato dal dopoguerra con il 20,5% e soli 146 seggi – abbiamo ascoltato l’opinione della Ambasciatrice della Repubblica federale in Italia, signora Susanne Wasum-Rainer, in precedenza con lo stesso incarico a Parigi e, da settembre 2015, nel nostro Paese.

ambasciatore tedesca

Susanne Wasum-Rainer

Ambasciatore Susanne Wasum-Rainer, non le chiederò ovviamente delle valutazioni strettamente politiche ma una sua impressione a caldo, sui primi risultati e sulla variopinta ed inedita, nuova composizione del Bundestag.
“Probabilmente ci saranno molti cambiamenti, ed anche dei momenti difficili. Nel nostro Parlamento, nel Bundestag, arrivano dei nuovi partiti. Aspettiamo i risultati finali e poi che si aprano i negoziati tra le forze politiche. Vedremo solo allora che tipo di governo nascerà. Vedo, personalmente, dal mio punto di vista, una situazione complessa e sicuramente nelle trattative non semplici. Noto, peraltro, diversi aspetti complicati della situazione.”

Debutta con queste elezioni nell’assemblea parlamentare di Berlino un nuovo partito, per la prima volta con caratteri nettamente nazionalistici e populisti. A parte, la presenza, in passato, dell’Npd che rischiò già nel 1969 di entrare al Bundestag, e dei Republikaner in alcuni parlamenti regionali. Cosa ne pensa?
“Certamente non era pensabile che la Germania potesse essere immune da questi nuovi fenomeni politici, da questi movimenti e partiti populisti, mentre ogni altro paese ne è variamente affetto. Gli elettori tedeschi hanno comunque deciso e la partecipazione al voto è stata buona. Posso dire che abbiamo questo risultato. Dobbiamo riconoscerlo e conviverci. Avremo forse momenti difficili, ma confido che sapremo superarli”.

Roberto Pagano

Germania raffreddata, 
Italia a rischio polmonite

Angela Merkel_Martin Schulz

L’avvio dell’autunno non promette niente di buono per l’Unione europea. Quando la Germania ha un raffreddore, i paesi deboli dell’Europa, in testa l’Italia, rischiano di prendersi una bronchite e perfino una polmonite. E ora la Repubblica federale tedesca si è presa un brutto raffreddore nelle elezioni politiche di domenica 24 settembre.

I cristiano democratici-cristiano sociali di Angela Merkel hanno vinto a caro prezzo: hanno ottenuto il 32,9% dei voti, perdendo oltre l’8% rispetto alle elezioni del 2013. Per i socialdemocratici della Spd è stato un disastro: appena il 20,5%, meno 4% rispetto a quattro anni fa, il peggiore risultato di sempre. Martin Schulz ha preso atto della sonora sconfitta ed ha annunciato il passaggio all’opposizione dei socialdemocratici. Non è andata meglio alla sinistra radicale che era all’opposizione: Die Linke ha raccolto appena il 9,1% dei consensi.

Una parte degli elettori tedeschi ha bocciato il governo di grande coalizione tra la Cdu-Csu della Merkel e la Spd di Schulz. È stata premiata la Afd, Alternative fur Deutschland, un partito di estrema destra populista anti islamico, anti euro e favorevole al ritorno del marco. Per la prima volta nella storia nella Repubblica federale tedesca entra nel Bundestag (la Camera dei deputati di Berlino) con il 12,6% dei voti, una forza con elementi razzisti e neo nazisti. La paura dell’immigrazione islamica e della riconversione produttiva tedesca ha fatto presa sull’elettorato più conservatore di Angela Merkel, ed ora i democristiani per la prima volta nella loro storia, devono fare i conti con un forte partito alla loro destra.

Il governo di grande coalizione tra democristiani e socialdemocratici, che pure ha garantito alla Germania un lungo periodo di pace e di benessere, è andato definitivamente in tilt. Centristi democristiani e sinistra socialdemocratica devono interrogarsi sui motivi del peggiore risultato elettorale dello loro storia post Seconda guerra mondiale. La Merkel cercherà di recuperare dal governo, Schulz dall’opposizione.

Angela Merkel ha già fatto capire quale sarà la strategia del suo quarto mandato di cancelliera. Ha annunciato l’intenzione di affrontare “le paure” e “le preoccupazioni” degli elettori che le hanno voltato le spalle votando per l’estrema destra: «Vogliamo riguadagnarci gli elettori che hanno votato Afd». Probabilmente darà vita a un esecutivo di coalizione con l’Fdp (i liberali hanno incassato il 10,8% dei voti) e con i Grunen (i Verdi hanno avuto l’8,9%).

A Berlino si profila un esecutivo della Merkel più debole dei precedenti tre per due motivi: 1) la ristretta maggioranza parlamentare; 2) la diversità dei programmi dei tre possibili alleati. Il governo cosiddetto “giamaica” (dai colori dei democristiani, liberali e verdi) dovrà affrontare notevoli difficoltà per far andare d’accordo i tre partiti con scelte, impostazioni e valori differenti.

I contraccolpi, in particolare, arriveranno sulla Ue e sui paesi europei più deboli che già in passato hanno contestato la politica teutonica di rigore finanziario. Si prevedono scintille, in particolare, tra il futuro governo tedesco e Mario Draghi. Il presidente della Bce (Banca centrale europea) già negli ultimi sette anni ha faticato non poco per salvare l’euro dal naufragio. La politica delle misure “non convenzionali” adottata da Draghi, con tassi d’interesse europei zero e con l’acquisto di titoli del debito pubblico dei diversi paesi, ha permesso di sconfiggere la Grande crisi economica internazionale e di far partire la ripresa, ma è stata pesantemente criticata dalla destra politica e finanziaria tedesca.

Il presidente della Bce è stato accusato da vari esponenti conservatori tedeschi di favorire i paesi più deboli della Ue, quelli con un maggiore debito pubblico come l’Italia, e di danneggiare la Germania. Tuttavia Draghi è andato avanti con la sua politica finanziaria espansiva grazie all’aiuto discreto ma decisivo della Merkel. A fine anno terminerà il programma, ora già ridotto, di acquisti di titoli e potrebbero cominciare seri problemi per nazioni come l’Italia. Se le banche e i grandi gruppi finanziari internazionali cominciassero a vendere in massa Bot e titoli poliennali del Tesoro (lo abbiano visto già nel 2010-2012) potrebbe essere l’inizio del crack per l’Italia, senza un intervento anti speculativo della Bce. Potrebbero aumentare a dismisura i tassi d’interesse pagati dal Tesoro con conseguenze imprevedibili sulla stabilità finanziaria del Belpaese. Angela Merkel, indebolita dal voto di domenica scorsa, avrebbe meno forza per sostenere la politica espansiva di Draghi che pure tanto bene ha fatto anche all’economia tedesca.

A quel punto l’Italia rischierebbe una polmonite politica, oltre che economica. I partiti attratti da tempo dal progetto di uscire dall’euro, come il M5S e la Lega Nord, acquisterebbero nuovo slancio. I cinquestelle e i leghisti, che negli ultimi mesi hanno messo la sordina alla battaglia anti moneta unica europea, potrebbero rialzare la bandiera di uscita dall’euro già nelle elezioni politiche all’inizio del 2018.

Rodolfo Ruocco