La destra in Europa alimentata dal vento dell’est

maghiari-extermisti-budapestaLe elezioni in Germania hanno segnato l’ascesa del partito di estrema destra AfD e le conseguenti analisi allarmiste degli analisti dell’Europa occidentale, ancora scossi dallo scampato pericolo delle elezioni olandesi prima, austriache poi ed, infine, di quelle francesi. Una attenta analisi del voto, tuttavia, se guardato con una prospettiva “da Est”, rivela un dato ancora più allarmante per il futuro dell’Europa: ossia che siano stati prevalentemente i territori della vecchia DDR a fornire il bacino di voti necessari al partito neo-nazista per scalare il terzo posto alle spalle dei partiti tradizionali. (25% degli elettori, mentre la media nazionale è del 13,1%).

Su Bruxelles, e non da oggi, soffia da Est un vento molto pericoloso, fatto di movimenti nazionalisti, teoricamente anti-europeisti, che hanno saputo scalare il potere con un cinico e ipocrita strabismo politico: mentre mettevano le mani su una fetta consistente di aiuti finanziari, giocavano in casa la carta della sindrome da assedio da “assimilazionismo” imposto da Bruxelles.

Mentre la svolta a destra dell’Europa occidentale sembra essere sociologicamente traducibile da una serie incredibili di errori strutturali dell’Unione Europea, da politiche neo-liberaliste spinte che hanno creato insoddisfazione diffusa nella popolazione (soprattutto giovanile), dalla crisi economica degli ultimi anni e dal diffuso senso di impunità ed insicurezza (aggravato dalla crisi immigrazione); assai meno comprensibile appare la deriva dei “nuovi” paesi dell’Unione, ossia di quelli entrati nella prima fase di allargamento.

Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca da tempo ormai sono governati da movimenti ultra-nazionalisti dichiaratamente di destra, ma antiliberali, ostili all’integrazione Europea, allergici alle direttive di Bruxelles.

Il dato politico interessante, al di là di un semplice ritratto della realtà, è quello di comprendere come questo sia potuto accadere in paesi che hanno beneficiato di finanziamenti a pioggia, economie galoppanti, tassi di disoccupazione irrisori, monete nazionali (eccetto la Slovacchia) che hanno retto la sfida della crisi internazionale e hanno avuto poco o nulla a che fare (Ungheria a parte) con il problema migratorio.

Pur nelle logiche differenze tra nazioni e nazioni il caso della Polonia sembra essere paradigmatico della fallita integrazione dei paesi dell’Est nel cammino di un Europa Unita. Sino a pochi anni fa Varsavia ambiva a voler divenire la terza gamba che, con Parigi e Berlino, doveva garantire la stabilità del vecchio continente. Oggi è un paese politicamente isolato, mal gradito a Bruxelles e che ha spinto l’acceleratore del conflitto interno ed esterno ben oltre il già pericoloso crinale a cui si era avvicinato Orban in Ungheria. Eppure nonostante le numerose proteste di strada, il cambio in senso autoritario della costituzione, il tentativo di attacco alla giustizia parzialmente fallito, l’epurazione di giornalisti scomodi nei confronti dei quali gli editti bulgari di berlusconiana memoria sarebbero classificabili come scherzi puerili, l’attacco alla libertà delle donne, etc… Ecco, nonostante una deriva che avvicina la Polonia alla Turchia di Erdogan, il sostegno al governo di Giustizia e Libertà cresce invece di diminuire.

Anche in questo caso l’analisi del voto suggerisce scenari sorprendenti. Se il dato della scolarizzazione in un paese prevalentemente composto da villaggi di piccole-medie dimensioni sembra determinante, supportato da una presenza invasiva di preti-guerrieri infuocati da radio Maria, un elemento appare però sorprendente: sono soprattutto i 50enni ed i giovani a votare il PiS. Ossia le due sfere della società che più dovrebbero aver goduto della caduta del muro di Berlino prima, e delle libertà dell’Unione poi. Come è possibile che le sfere che più hanno tratto vantaggio da un Europa unita siano quelli che più se ne oppongano? Da cosa dipende il fatto che mentre il voto di protesta in Europa occidentale arrivi sempre alla soglia del potere per poi esserne escluso, qui invece governi in tutti i più rilevanti paesi post-comunisti? E se l’Europa avesse sbagliato ad allargare così velocemente i propri confini ad Est senza assicurarsi che le democrazie di quei paesi fossero sufficientemente stabili? E se “L’Europa a due velocità” proposta da Macron fosse davvero la soluzione? Interrogativi le cui rispose non possono che essere complesse ed articolate. Ma non ci sono dubbi sul fatto che da Est sta per abbattersi su Bruxelles una tempesta, e l’Europa centrale ed occidentale, molto autoreferenziale, sbaglia nel non voler volgere il proprio sguardo a quanto stia avvenendo nell’Europa dell’Est.

Diego Audero
gabrydiego@gmail.com

Elezioni in Germania, parla l’Ambasciatore in Italia

bandiera tedesca votoUn panorama politico-parlamentare del tutto inedito in Germania. Tra l’altro, a parte i sorprendenti risultati che vedono la presenza contemporanea di ben sei robusti gruppi parlamentari e la conferma della primazia, seppur indebolita, di Angela Merkel, si può sottolineare come il nuovo Bundestag, per il meccanismo di rappresentanza “mobile” tra mandati diretti e non, ha raggiunto questo 24 settembre il suo massimo numero di seggi: ben 706.

Mentre si profilava il clamoroso debutto di Alternative für Deutschland – e per di più come nuovo terzo gruppo parlamentare con circa il 13% e oltre 60 deputati – , e andava confermandosi la discesa elettorale parallela dei grandi partiti della Grosse Koalition, l’Unione democristiana Cdu/Csu della Cancelliera Merkel (-8%) e dei socialdemocratici di Martin Schulz – che registrano il peggior risultato dal dopoguerra con il 20,5% e soli 146 seggi – abbiamo ascoltato l’opinione della Ambasciatrice della Repubblica federale in Italia, signora Susanne Wasum-Rainer, in precedenza con lo stesso incarico a Parigi e, da settembre 2015, nel nostro Paese.

ambasciatore tedesca

Susanne Wasum-Rainer

Ambasciatore Susanne Wasum-Rainer, non le chiederò ovviamente delle valutazioni strettamente politiche ma una sua impressione a caldo, sui primi risultati e sulla variopinta ed inedita, nuova composizione del Bundestag.
“Probabilmente ci saranno molti cambiamenti, ed anche dei momenti difficili. Nel nostro Parlamento, nel Bundestag, arrivano dei nuovi partiti. Aspettiamo i risultati finali e poi che si aprano i negoziati tra le forze politiche. Vedremo solo allora che tipo di governo nascerà. Vedo, personalmente, dal mio punto di vista, una situazione complessa e sicuramente nelle trattative non semplici. Noto, peraltro, diversi aspetti complicati della situazione.”

Debutta con queste elezioni nell’assemblea parlamentare di Berlino un nuovo partito, per la prima volta con caratteri nettamente nazionalistici e populisti. A parte, la presenza, in passato, dell’Npd che rischiò già nel 1969 di entrare al Bundestag, e dei Republikaner in alcuni parlamenti regionali. Cosa ne pensa?
“Certamente non era pensabile che la Germania potesse essere immune da questi nuovi fenomeni politici, da questi movimenti e partiti populisti, mentre ogni altro paese ne è variamente affetto. Gli elettori tedeschi hanno comunque deciso e la partecipazione al voto è stata buona. Posso dire che abbiamo questo risultato. Dobbiamo riconoscerlo e conviverci. Avremo forse momenti difficili, ma confido che sapremo superarli”.

Roberto Pagano

Germania raffreddata, 
Italia a rischio polmonite

Angela Merkel_Martin Schulz

L’avvio dell’autunno non promette niente di buono per l’Unione europea. Quando la Germania ha un raffreddore, i paesi deboli dell’Europa, in testa l’Italia, rischiano di prendersi una bronchite e perfino una polmonite. E ora la Repubblica federale tedesca si è presa un brutto raffreddore nelle elezioni politiche di domenica 24 settembre.

I cristiano democratici-cristiano sociali di Angela Merkel hanno vinto a caro prezzo: hanno ottenuto il 32,9% dei voti, perdendo oltre l’8% rispetto alle elezioni del 2013. Per i socialdemocratici della Spd è stato un disastro: appena il 20,5%, meno 4% rispetto a quattro anni fa, il peggiore risultato di sempre. Martin Schulz ha preso atto della sonora sconfitta ed ha annunciato il passaggio all’opposizione dei socialdemocratici. Non è andata meglio alla sinistra radicale che era all’opposizione: Die Linke ha raccolto appena il 9,1% dei consensi.

Una parte degli elettori tedeschi ha bocciato il governo di grande coalizione tra la Cdu-Csu della Merkel e la Spd di Schulz. È stata premiata la Afd, Alternative fur Deutschland, un partito di estrema destra populista anti islamico, anti euro e favorevole al ritorno del marco. Per la prima volta nella storia nella Repubblica federale tedesca entra nel Bundestag (la Camera dei deputati di Berlino) con il 12,6% dei voti, una forza con elementi razzisti e neo nazisti. La paura dell’immigrazione islamica e della riconversione produttiva tedesca ha fatto presa sull’elettorato più conservatore di Angela Merkel, ed ora i democristiani per la prima volta nella loro storia, devono fare i conti con un forte partito alla loro destra.

Il governo di grande coalizione tra democristiani e socialdemocratici, che pure ha garantito alla Germania un lungo periodo di pace e di benessere, è andato definitivamente in tilt. Centristi democristiani e sinistra socialdemocratica devono interrogarsi sui motivi del peggiore risultato elettorale dello loro storia post Seconda guerra mondiale. La Merkel cercherà di recuperare dal governo, Schulz dall’opposizione.

Angela Merkel ha già fatto capire quale sarà la strategia del suo quarto mandato di cancelliera. Ha annunciato l’intenzione di affrontare “le paure” e “le preoccupazioni” degli elettori che le hanno voltato le spalle votando per l’estrema destra: «Vogliamo riguadagnarci gli elettori che hanno votato Afd». Probabilmente darà vita a un esecutivo di coalizione con l’Fdp (i liberali hanno incassato il 10,8% dei voti) e con i Grunen (i Verdi hanno avuto l’8,9%).

A Berlino si profila un esecutivo della Merkel più debole dei precedenti tre per due motivi: 1) la ristretta maggioranza parlamentare; 2) la diversità dei programmi dei tre possibili alleati. Il governo cosiddetto “giamaica” (dai colori dei democristiani, liberali e verdi) dovrà affrontare notevoli difficoltà per far andare d’accordo i tre partiti con scelte, impostazioni e valori differenti.

I contraccolpi, in particolare, arriveranno sulla Ue e sui paesi europei più deboli che già in passato hanno contestato la politica teutonica di rigore finanziario. Si prevedono scintille, in particolare, tra il futuro governo tedesco e Mario Draghi. Il presidente della Bce (Banca centrale europea) già negli ultimi sette anni ha faticato non poco per salvare l’euro dal naufragio. La politica delle misure “non convenzionali” adottata da Draghi, con tassi d’interesse europei zero e con l’acquisto di titoli del debito pubblico dei diversi paesi, ha permesso di sconfiggere la Grande crisi economica internazionale e di far partire la ripresa, ma è stata pesantemente criticata dalla destra politica e finanziaria tedesca.

Il presidente della Bce è stato accusato da vari esponenti conservatori tedeschi di favorire i paesi più deboli della Ue, quelli con un maggiore debito pubblico come l’Italia, e di danneggiare la Germania. Tuttavia Draghi è andato avanti con la sua politica finanziaria espansiva grazie all’aiuto discreto ma decisivo della Merkel. A fine anno terminerà il programma, ora già ridotto, di acquisti di titoli e potrebbero cominciare seri problemi per nazioni come l’Italia. Se le banche e i grandi gruppi finanziari internazionali cominciassero a vendere in massa Bot e titoli poliennali del Tesoro (lo abbiano visto già nel 2010-2012) potrebbe essere l’inizio del crack per l’Italia, senza un intervento anti speculativo della Bce. Potrebbero aumentare a dismisura i tassi d’interesse pagati dal Tesoro con conseguenze imprevedibili sulla stabilità finanziaria del Belpaese. Angela Merkel, indebolita dal voto di domenica scorsa, avrebbe meno forza per sostenere la politica espansiva di Draghi che pure tanto bene ha fatto anche all’economia tedesca.

A quel punto l’Italia rischierebbe una polmonite politica, oltre che economica. I partiti attratti da tempo dal progetto di uscire dall’euro, come il M5S e la Lega Nord, acquisterebbero nuovo slancio. I cinquestelle e i leghisti, che negli ultimi mesi hanno messo la sordina alla battaglia anti moneta unica europea, potrebbero rialzare la bandiera di uscita dall’euro già nelle elezioni politiche all’inizio del 2018.

Rodolfo Ruocco

SINISTRA SENZA POPOLO

german-elections

Angela Merkel conquista il suo quarto mandato da cancelliera ma la sua vittoria coincide con il trionfale ingresso in Parlamento della destra populista di Alternative fuer Deutschland (AfD). Una vittoria amara anche per il peggior risultato del suo partito dal 1949. Ancora peggio ha fatto l’Spd di Martin Schulz, che fa il suo peggior risultato di sempre. Delle elezioni tedesche ne parliamo con il segretario del Psi Riccardo Nencini.

Anche in Germania la diga antipopulista rischia di crollare…
Intanto una conferma che i grandi partiti tradizionali da soli non sono più una diga, perché la Spd e la Cdu prendono poco più del 50% dei voti. E questo è un fatto straordinario che in Germania non si era verificato. Sta diventando uguale al resto dell’Europa. Il che conferma due cose. La prima che quello che stiamo vivendo è un cambiamento che non ha confini. Secondo che è un cambiamento durevole. Può essere rintuzzato come è successo in Francia e in Olanda ma questa ondata nera non può essere cancellata. La nostra condizione, e parlo di quella del Socialismo europeo, è peggiore di quella della Merkel. Perché la sconfitta della Spd è in trend continuo dei vari partiti socialisti europei. Il che conferma la tesi di un formidabile ripensamento della idea tradizionale di destra e di sinistra. Perché per la prima volta nella storia moderna, dalla fine del ‘900 ad oggi, si assiste ad un fenomeno che è eccezionale. Quello di una sinistra senza popolo. Quindi la domanda che il socialismo europeo deve farsi, è come dobbiamo interpretare fenomeni che non sono contingenti ma sono durevoli.

Quali i temi a questo punto più urgenti sui cui lavorare?
La sicurezza, il nodo migranti, l’identità occidentale nella globalizzazione, nuove forme di stato sociale. Questi sono i quattro temi che vanno affrontati rapidamente.

Sono temi che necessitano tutti di una risposta europea…
Intano ci vuole una alleanza tra con il socialismo europeo, con le varie forze democratiche europee. Prima cosa da fare è creare un fronte europeista che tracci un confine netto tra il populismo da una parte e pratiche riformiste dall’altra. Questa è la posizione di cornice. Poi bisogna mettere i giusti ingredienti. Il primo, la valorizzazione dell’identità occidentale, non dico europea, ma occidentale. Che è fatta di difesa dei diritti fondamentali, di protezione dei più deboli ma quando parliamo di deboli bisogna allargare la platea rispetto al secolo passato. La più debole allora si riteneva fosse la classe operaia, oggi tra i più deboli vi sono studenti che hanno passato venti anni sui libri e ora non trovano lavoro, vi sono professionisti che non arrivano a fine mese, ci sono famiglie con figli piccoli, ci sono famiglie separate. È li che bisogna andare a costruire una proposta politica. Poi ci vuole un impegno risolutivo per costruire una Europa diversa.

E anche qui gli ingredienti vanno cercati.
Cito ad esempio la web tax. Che diventa un tema centrale. Lo abbiamo visto con Google qualche settimana fa. Potremo vederlo con Ryan Air tra poco. Le grandi imprese, le grandi piattaforme tecnologiche, le tasse le devono pagare nello stato in cui lavorano. Non possono esserci salvaguardie, protezioni che consentano loro di girovagare tra i 28 paesi europei come accade fino ad oggi.

Passiamo all’Italia…
La cosa ridicola è che in Italia si sita ripetendo il meccanismo tedesco dove la sinistra, Linke, ha scelto come obiettivo della campagna elettorale non la destra, mettere in campo politiche che mettessero in rilievo il pericolo di un’avanzata forte della destra, ma l’obiettivo principale è stata la Spd. È un rischio questo che viviamo anche qui in Italia. Ed un errore gravissimo a cominciare dalla Sicilia. Se non si capisce che c’è un pericolo di un potenziale governo grigioverde, che rischia di allontanarci dalle conquiste di questo ultimo mezzo secolo, e di fatto assume dei connotai di forte inciviltà, rischiamo di generare una sorta di effetto Bombacci. Nel senso che nel nome di una rivoluzione impossibile alla fine si favorisce la destra. E questo è il rischio che c’è anche in Italia.

Elezioni tedesche e la vittoria scontata della Merkel

In Germania, questo Ferragosto ha segnato la fine delle vacanze estive, il momento del ritorno al lavoro e, in politica, l’inizio della più scontata e meno combattuta campagna elettorale di sempre: quelle che porteranno al quarto mandato di Angela Merkel.

merkelManca, infatti, poco più di un mese alle elezioni federali del 24 settembre ed il vantaggio della CDU di Angela Merkel rimane, ancora, incolmabile. Gli ultimi sondaggi danno l’Union – la tradizionale alleanza CDU-CSU che sostiene la Cancelliera – in una forbice di voto compresa fra 37 ed i 40 percento, staccata di oltre 12 punti dalla socialdemocratica SPD del rivale Martin Schulz, ferma fra il 22 ed il 25 percento.

Pur se nel campo socialdemocratico si spera, ancora, in una sorprendente rimonta dell’ultimo minuto sull’esempio dei Laburisti inglesi, la realtà tedesca non vede la presenza di elementi divisi come la Brexit o uno scenario futuro incerto e traballante. Al contrario, la Germania del 2017 vive un periodo di sostanziale benessere, baciato da una crescita economica costante sostenuta dall’export ed un mercato interno sempre più forte.

“Dobbiamo aver ben in testa che il momento è arrivato di lottare per il nostro futuro e destino come Europei”

— Angela Merkel

L’Europa al centro dell’attenzione. In questo scenario, non sono i problemi interni, peraltro tenuti sapientemente all’esterno dalla campagna elettorale dagli strateghi della CDU, a preoccupare l’elettorato. Per i tedeschi le sfide internazionali, siano queste il futuro dell’Europa, la maggior integrazione politica ed economica dell’Eurozona o il ruolo della Germania nel mondo di Trump, sono i veri punti centrali della campagna elettorale. Gli stessi temi, non a caso, scelti dalla Cancelliera ed i suoi consiglieri per la campagna elettorale forte della convinzione, professata pubblicamente come uno slogan, che, in fondo, le cose nella Germania di Angela Merkel vadano bene.

Nel complesso, un messaggio preciso e rassicurante,  proveniente da una governante e non da una politica in cerca di voti e per questo ritagliato magistralmente per rispondere alle priorità dell’elettorato tedesco, storicamente avverso al rischio e che al cambiamento preferisce la stabilità politica ed economica.

Il messaggio. In fondo, sembrano pensare la maggioranza dei tedeschi rispondendo favorevolmente alle dichiarazioni della propria Cancelliera, perché cambiare? Perché scegliere una strada diversa, magari rischiosa, con una figura, Schulz, che per quanto navigata a livello europeo ed internazionale, non può avere quella caratura propria di una leader che da 12 anni rappresenta la Germania nel mondo? Perché infine, scegliere un partito alternativo, quando Angela Merkel rappresenta, oltre alla Germania popolare, quella ecologista e sociale?

Dal suo canto, la SPD procede a tentoni, prosciugata nei propri temi sociali (matrimoni gay, ecologia, politiche del lavoro) dall’attivismo innovativo della Cancelliera, e impossibilitata ad attaccare l’operato di un governo di cui sono stati partner di minoranza per quattro anni. Un messaggio vincente, quindi, quello della Cancelliera, almeno da quello che dicono i sondaggi dove, al di là dei voti ai singoli partiti, il 52% degli elettori si è espresso a favore di un quarto mandato ad Angela Merkel.

L’esegesi di un successo. Il successo di Angela Merkel, non deriva solo dai 12 anni di governo, ma dall’esser riuscita a trasformare la CDU portandola dall´essere un partito popolar-conservatore di centro/centro-destra ad una vera forza politica multi-etnica e trasversale fra moderati e riformisti e capace di abbracciare ecologia e liberalismo, istanze sociali e protezione della famiglia, lavoro ed impresa. Tale processo iniziò con la proposta di uscita dal nucleare e l’abbraccio alla Green Economy portando il paese, nel corso di un decennio, ad aumentare la quota d’utilizzo delle energie rinnovabili al 30%.

Dall’ambiente, tema caldo ai Verdi, si è poi passati alla sicurezza sociale dei lavoratori con l’introduzione del salario minimo garantito, proposto dai socialdemocratici, ma varata dal governo Merkel, fino all’introduzione dei matrimoni fra esponenti dello stesso sesso (legge passata lasciando libertà di coscienza ai propri parlamentari). Tutto questo fino ad arrivare alla controversa apertura ai rifugiati che ha fatto impennare il numero dei richiedenti asilo in Germania (dai 200.000 del 2014 agli 800.000 del 2016), ma ha aperto il partito ad una serie di politici e candidati immigrati o figli di immigrati, fra cui Cemile Giousouf, la prima parlamentare della CDU, ovvero cristiano-democratico, di religione musulmana.

Il dubbio delle coalizioni. Di fronte ad una CDU versione pigliatutto, gli spazi per gli altri partiti sono ridotti, ed infatti la domanda più comune in Germania, non è chi, ma CON chi governerà Angela Merkel.

Per la Cancelliera ed il suo partito, la scelta più logica, e preferibile, sarebbe dar vita ad un governo con i liberali della FDP, esclusi nel 2013 dal Bundestag per non aver superato lo sbarramento del 5%, ed ora dati al 9%. Il problema, alla luce dei risultati odierni, è che a questa alleanza mancherebbe una chiara maggioranza in parlamento. L’alternativa, sarebbe un allargamento della coalizione ai Verdi,anch’essi dati attorno 9%. Questa coalizione sarebbe una novità nel panorama federale, ma già sperimentata, con diversi gradi di riuscita, a livello locale e regionale, oltre ad essere appoggiata da molti esponenti della CDU.

Lontano, ma sempre possibile, il ritorno alla Grande Coalizione Union-SPD, una possibilità concreta anche se estranea ai desideri delle leadership di entrambi i partiti. Da parte sua, rompendo con la tradizione elettorale tedesca, la Cancelliera, in un’intervista alla televisione Phoenix, non ha espresso un partner di governo designato, preferendo aspettare i risultati delle elezioni.

I programmi del futuro governo. Eppure, il tema della futura coalizione rimane importante, soprattutto nell’ottica europea. Ognuno dei quattro partiti papabili per il governo si è espresso, come la maggioranza dei tedeschi, per la prosecuzione del percorso di integrazione dell’Eurozona, ma con dei distinguo.

La FDP è una tradizionale fautrice dell’Austerity ed interessata a limitare le possibilità di salvataggio delle economie in crisi da parte della Banca Centrale. Diversa la posizione della SPD, la quale, pur sottolineando la necessità di rispettare i parametri europei, manifesta, sul tema, una maggior elasticità.

“La definizione di un accordo [con la Libia per porre un’argine al flusso incontrollato di immigrati] è ancora nelle sue fasi iniziali, ma la speranza è che sviluppo come sulla falsariga dell’accordo raggiunto con la Turchia.”

— Angela Merkel alle Nazioni Uniti sulla crisi dei rifugiati

Discorso simile sulle politiche sull’immigrazione, un tema su cui, ancora recentemente la Cancelliera si è espressa puntando il dito verso la Libia e la necessità di risolvere l’emergenza umanitaria là in atto a fianco dell’Italia. L’attuale dirigenza della FDP, a caccia dell’elettorato di destra, è più propensa ad una riduzione degli arrivi ed una politica più aggressiva nei confronti del controllo dei flussi internazionali. Opinione diversa hanno invece i Verdi, paladini della società multi-culturale, e la SPD.

Chiunque vinca la possibilità di essere il o i partner del prossimo governo, la Germania inizia la campagna elettorale con una quasi-certezza: il quarto mandato di Angela Merkel.

Pubblicato dall’autore su: il Caffè e l’Opinione

Schulz cerca il rilancio: più investimenti e aiutare l’Italia

schulzDa grande speranza dei socialdemocratici, a sconfitto, Martin Schulz tenta di rilanciare la propria campagna elettorale. L’obiettivo? Presentarsi come una vera alternativa alla stabilità rappresentata da Angela Merkel. Al centro della sua nuova strategia, presentata nelle ultime settimane, immigrazione, solidarietà europea e investimenti.

Man mano che si avvicina il 24 settembre, il giorno delle elezioni federali tedesche, la vittoria di Angela Merkel sembra essere sempre più scontata. Eppure, ancora a marzo, la “grande speranza” socialdemocratica, Martin Schulz, da poco ottenuta la nomina a candidato cancelliere, era riuscito a portare il proprio partito a quota 33,1%  nei sondaggi, superando di quasi un punto l’Unione CDU/CSU dell’attuale Cancelliere. Ora, però, a meno di due mesi dalle elezioni, Schulz è dato al 22%, diciotto punti in meno del 40% attribuito ad Angela Merkel.

Il tracollo nei sondaggi ha spinto la SPD e Schulz a cambiare strategia presentando un nuovo programma che vada ad attaccare Angela Merkel sul suo punto di forza: quella stabilità che, all’interno della campagna socialdemocratica, diventa il “mantenimento dello status quo” ed un freno al progresso della Germania e dell’Europa.

Quest’obiettivo, sostiene la dirigenza socialdemocratica, può essere raggiunto soltanto toccando i temi dell’immigrazione, del futuro dell’Europa e gli investimenti statali.

Immigrazione e cooperazione. Il via alla nuova fase è iniziato con un intervista domenicale al popolare quotidiano Bild am Sonntag. Qui, Martin Schulz ha apertamente criticato la contestata “apertura” ai rifugiati avviata dal Governo Merkel nell’estate del 2015, una decisione avallata, ai tempi, dalla stessa SPD.

Schulz non contesta la necessità dell’apertura, considerata dalla SPD centrale per garantire l’accesso al centro-nord Europa ai rifugiati bloccati in Italia, Spagna ed Ungheria, quanto il come il governo tedesco ha applicato la stessa: senza un previo accordo con gli stessi partner europei. Questo, argomenta il leader socialdemocratico avrebbe provocato un effetto domino, estremizzando la posizione di chiusura dei governi dell’Europa Orientali da una parte ed aggravando, dall’altra, l’emergenza in Italia, in Grecia ed in Spagna.

La visita in Italia. La soluzione migliore, dicono i vertici socialdemocratici, sarebbe un nuovo accordo di mutua solidarietà fra i partner europei. Rimangono ancora ignote le modalità, ma, alludono i vertici del partito, una bozza potrebbe essere presentata durante o dopo il viaggio di Schulz in Italia, previsto per l’ultima settimana di Luglio, in cui il possibile accordo verrà discusso col Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni.

“Non è possibile”, dice Schulz, lasciare il peso dell’accoglienza sulle spalle dell’Italia, della Spagna e della Grecia. Allo stesso tempo, non è possibile che alcuni paesi europei, argomenta sempre il candidato socialdemocratico, non è possible che alcuni paesi, ovvero Austria, Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca, si rifiutino di accettare la propria quota di rifugiati.

Per evitare questa palese violazione del principio di solidarietà interno alla UE, Schulz ha sottolineato come il suo eventuale governo voglia proporre l’introduzione di sanzioni economiche, come la sospensione dei finanziamenti europei, a quei paesi UE che si rifiutassero di accettare la propria quota di rifugiati.

“Il modo in cui Angela Merkel vuole condurre la propria politica europea rimane scandaloso”

Martin Schulz, su Merkel ed Europa

Basta fare i “professorini”. Martin Schulz è tornato alla carica di Angela Merkel lunedì, grazie ad una seconda intervista rilasciata, stavolta, al quotidiano francese Le Monde. Riprendendo il concetto di solidarietà e cooperazione, Schulz, ha dichiarato come non sia più ammissibile che la Germania e, per converso, tutto il blocco nordico (soprattutto Olanda e Finlandia) “dettino condizioni” in materia di politica-economica agli altri paesi europei.

La Francia, continua il candidato socialdemocratico, sarebbe l’esempio più recente di quanto questo tipo di approccio possa essere deleterio. Per Schulz, il Presidente francese Emmanuel Macron dovrebbe essere lasciato libero di lavorare al processo di riforma dello stato secondo modalità e tempistiche che egli ritenga più opportune e non quelle stringate indicate da Bruxelless o, peggio ancora, da Berlino.

Chiedere alla Francia, continua Schulz, di tagliare il rapporto deficit/PIL ed allo stesso tempo di riformare il mercato del lavoro, “non può che non funzionare” e, anzi, rischia di alimentare tensioni politiche e sociali, quali le proteste attualmente in atto in Francia sia a livello istituzionale – i tagli di fondi alla Forze Armate – che sociale.

La Germania, conclude Schulz, dovrebbe assumere un atteggiamento più lungimirante, soprattutto alla luce di quanto successo negli anni 90, quando a Gerhard Schröder è stato concesso di “ignorare le norme sul rapporto deficit/PIL” allo scopo di finanziare le riforme senza pesare troppo sull’apparato produttivo del paese.

“La Germania è un grande paese, ma [in Europa] potrebbe fare molto di più”

Martin Schulz, sul ruolo della Germania nella UE

Il rilancio degli investimenti. Ultimo punto del complesso programma di rilancio della candidatura di Martin Schulz, sarebbe il rilancio degli investimenti nel paese. L’obiettivo sarebbe, come scritto nel piano in dieci punti della SPD presentato a metà luglio, l’inserimento nella costituzione dell’obbligo di investire una parte del proprio surplus commerciale annuale. Questo permetterebbe il rilancio degli investimenti infrastrutturali nel paese (soprattutto scuole ed austrostrade), un settore fermo da prima della crisi finanziaria.

I nuovi fondi verrebbero poi usati per la tanto attesa digitalizzazione dell’amministrazione pubblica, punto perseguito anche dalla CDU di Angela Merkel, e per l’istituzione di un “Chancekonto”: un credito (dai 5.000 Euro iniziali fino ad un massimo di 20.000) garantito dalla stato con cui finanziare l’avviamento al lavoro o alla libera professione.

Il piano riguarda anche l’Europa, dove Schulz, sulla falsariga di Macron, vede nella costituzione di un “Ministro dell’Economia e delle Finanze” europeo, il principio su cui procedere verso una maggiore integrazione dei paesi dell’Eurozona.

In questo scenario, la Germania, continua il candidato cancelliere, potrebbe decidere di aumentare la propria contribuzione al budget comunitario, reinvestendo così parte del proprio surplus commerciale estero a livello europeo. Questo è certamente il punto più complesso e rischioso dal punto di vista elettorale per Martin Schulz, data la tradizionale refrattarietà dell’elettorato tedesco a usare i propri soldi in Europa.

Dopo il tracollo primaverile, in questa seconda, ed ultima, fase della campagna elettorale tedesca, Martin Schulz sembra aver riscoperto la propria vena europeista.

Qualora questo servirà a far cambiare idea all’elettorato tedesco, lo si vedrà alla riapertura della campagna elettorale in agosto. Quello che rimane è il messaggio di fondo, che Angela Merkel, e qualunque alleato di governo essa possa avere a Settembre, dovrebbero memorizzare: la Germania non può continuare a prosperare senza l’Europa.

Simone Bonzano

Xenofobia e neoliberismo: presunti mali endemici della Germania

germania xenofobiaSi sostiene, non senza fondamento, che alcuni dei limiti che caratterizzano la società politica e quella civile contemporanee della Germania siano dovuti al fatto che molti, tra i protagonisti della ricostruzione della democrazia, provenivano dalle file delle organizzazioni naziste; pur tenuto conto che ciò che sopravviveva delle generazioni che hanno vissuto l’esperienza nazista è ora pressoché totalmente scomparso, resta tuttavia il fatto che, a differenza dell’Italia, la Germania non ha vissuto la “purificazione” della “guerra civile” tra le forze della reazione e quelle democratiche. Ciò giustifica perché è plausibile pensare che l’etos pubblico tedesco sia ancora parzialmente intriso di quei valori che, nella prima parte del secolo scorso, hanno legittimato l’ascesa al potere del nazismo.
In sostanza, a sostenere questa tesi è Alessandro Somma, in un articolo pubblicato sul n. 1/2017 de ”il Mulino”, col titolo “Neoliberalismo e xenofobia nella Germania unita”; Somma, docente di Scienza politica all’Università di Torino, osserva anche che l’influenza esercitata da molte personalità non estranee al nazismo nella ricostruzione della Germania del dopoguerra è stata resa possibile dal ruolo giocato “dal clima di Guerra fredda che nel nome dell’anticomunismo ha condotto a trascurare, se non a valorizzare, il passato nazista di molti cosiddetti servitori dello Stato”. In tal modo, molti di costoro avrebbero legittimato la formazione di gruppi politici schierati sul fronte della destra radicale e neonazista che, dopo la riunificazione, avrebbero contribuito “ad alimentare un terreno fertile per lo sviluppo e la diffusione di un clima di nostalgia per il regime hitleriano, e più in generale del nazionalismo e della xenofobia”.
I fattori scatenanti, sia del nazionalismo, che della xenofobia, sono stati – afferma Somma – diversi: innanzitutto, il flusso di migranti verso la Germania unificata, provocato dal crollo politico dei Paesi del “socialismo reale”; in secondo luogo, le conseguenze della riunificazion, sia quelle dirette, originate dal fatto che i nuovi arrivati hanno abbassato le opportunità occupazionali a danno dei cittadini tedeschi, sia quelle indirette, nate dalle riforme strutturali con le quali Berlino, cercando di fare fronte alla nuova situazione sociale, ha dovuto accollarsi un aumento dell’indebitamento pubblico. Il disagio sociale che ne è seguito ha influenzato le stesse forze politiche democratiche, orientandole a riformare “la disciplina costituzionale del diritto di asilo” che, all’origine, era stata “regolata, come reazione al passato nazista, dalla Legge fondamentale tedesca in modo decisamente più consono” a quanto sull’argomento richiedevano le “fonti internazionali”.
Tuttavia, a parere di Somma, la xenofobia non è stato l’unico movente a giustificare l’avanzata delle forze radicali di destra; oltre ad essa, vi sono state anche le modalità con cui la Germania ha voluto realizzare l’unificazione, risultate la causa “dei notevoli livelli di disoccupazione raggiunti sul finire degli anni Novanta”; tali livelli, espressi da quasi cinque milioni di disoccupati, sono all’origine dell’aumento del debito pubblico che – afferna Somma –, tra il 1990 e il 1997, è passato dal 41,3% al 58,9% del PIL. In questo clima, nel 1998, il cancelliere cristiano-democratico della riunificazione, Helmut Kohl, ha perso le elezioni per aver presentato un programma di stampo neoliberale, che prevedeva il superamento della crisi occupazionale e debitoria facendo appello ai principi dell’”economia dell’offerta”, ovvero attraverso il sostegno dell’offerta complessiva del sistema economico realizzato con la diminuzione del costo del lavoro e della pressione fiscale.
Alla destabilizzazione dall’economia tedesca ha contribuito anche la politica del partito socialdemocratico, vincitore delle elezioni del 1998, la cui segreteria, guidata da Oskar Lafontaine, pur avendo presentato un programma che proponeva una politica di natura keynesiana incentrata sul sostegno della “domanda interna”, non è riuscita ad evitare che il cancelliere succeduto a Kohl, Gerhard Schröeder, ne attuasse una, sempre keynesiana, basata però sul sostegno delle esportazioni, assunte “come principale motore di crescita”. Nonostante tutto, sottolinea Somma, il debito pubblico ha continuato a crescere, raggiungendo nel 2005 il 67,1% del PIL, mentre il deficit corrente del settore pubblico è risultato pari al 3,3% dello stesso PIL, fuori perciò dai parametri di Maastricht, con il peggioramento della disoccupazione e dei dati sulla distribuzione della ricchezza; tali fatti “hanno rispecchiato il rovesciamento del compromesso keynesiano derivato dalle politiche neoliberali condotte dagli esecutivi a guida socialdemocratica”.
Dopo Schröeder, è iniziato il cancellierato di Angela Merkel nella più assoluta continuità dell’indirizzo della politica economica del passato, volta a supportare in termini sempre più efficaci l’orientamento dell’economia all’esportazione e con esso il contenimento del “compromesso keynesiano, reso ancor più rigido dall’adozione dell’obbligo costituzionale del pareggio di bilancio; inoltre, anche con i governi della Merkel sono mancate le correzioni degli squilibri distributivi ereditati dal passato, con la conseguente formazione di una “sacca di persone” a rischio di povertà, mentre sono state riservate ingenti somme per l’istituzione di un fondo di stabilizzazione del mercato finanziario, per fronteggiare gli esiti della Grande Depressione iniziata nel 2007/2008.
Il quadro interno della Germania, compiutosi con l’avvento dei governi della Merkel, ha costituito, a parere di Somma, la base che consente di “valutare i sentimenti diffusi presso la popolazione tedesca, e con essi il successo della destra xenofoba, nazionalista, più o meno consapevolmente neonazista”, che stanno caratterizzando la vita politica della Germania degli ultimi anni. I sentimenti nazionalisti e xenofobi suscitati dalle politiche di accoglienza, attuate per fronteggiare i flussi migratori richiedenti asilo a vario titolo, hanno favorito la formazione di movimenti estremisti, come “Pegida” (Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes: europei patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente) e come la formazione politica “Alternative für Deutschland” (AfD) che, in tutte le elezioni in cui si è presentata in molti Länder a partire dal 1914, ha conseguito risultati contenuti tra il 10 e il 25%.
Alle elezioni europee del 2014 AfD ha ottenuto il 7% dei consensi, sulla base di un programma che, oltre a rifarsi ai temi nazionalisti e xenofobi propri dei movimenti di estrema destra, è stato “incentrato sull’abbandono dell’euro e sulla conduzione di politiche economiche di matrice neoliberale”, ma anche sul mantenimento e rafforzamento del capitalismo “come ordine economico che la politica deve sostenere e sviluppare”. Il programma di AfD, a parere di Somma, ha subito, tuttavia, successivi adattamenti all’evoluzione della situazione politica ed economica, sia nazionale, che internazionale, proponendo la necessità per la Germania di una politica che sia volta, non tanto al ricupero del “compromesso keynesiano”, ma alla protezione del “mercato interno dalla competizione internazionale”, al fine di evitare che sia esposto alle conseguenze della “libera circolazione dei fattor produttivi”.
In tal modo, AfD ha enfatizzato la richiesta di “un ritorno alla sovranità statale contro la globalizzazione dei mercati”, con la reinterpretazione in termini nazionalistici del neoliberismo, implicante una rinuncia al ricupero pieno dei diritti sociali, in parte sacrificati dai governi di Kohl, Schröeder e Merkel; in altri termini, AfD, pur presentando la comune vocazione con le altre formazioni della destra radicale europea e ricorrendo al nazionalismo e alla xenofobia, si differenzia da queste ultime formazioni per il fatto che la sua azione politica non è volta a ricuperare alcuni valori propri della tradizione del comunitarismo, ma ad affermare una difesa degli interessi nazionali imperniata “intorno al funzionamento del mercato”. Il tutto pensato – afferma Somma – come espressione dello Stato nazionale e della sua potenza; motivo, questo, per cui, a parere dello stesso Somma, il sostegno dell’ordine capitalista si manifesterebbe “anche e soprattutto come supporto nell’arena dei mercati internazionali, come nazionalismo economico”.
Questa visione, pur non invocando l’azzeramento delle libertà politiche, per un più facile controllo di quelle economiche, a giudizio di Somma, possiede in sé alcune implicazioni che hanno preparato l’”avvento del fascismo”, quali la denigrazione della democrazia parlamentare, da sostituire con “una concezione cesaristica e plebiscitaria del potere che, se non azzera le libertà politiche, di certo favorisce una loro decisa compressione”. Tuttavia, Somma conclude la sua analisi osservando che non occorre certo considerare i valori reazionari dei quali è portatrice AfD, per evocare il fantasma del fascismo o di un passato della Germania che ritorna; è sufficiente, sempre secondo Somma, riflettere sulle modalità scelte da AfD per rimediare alla perdita di un futuro fortemente compromesso, per via del fatto che, al presente, “le persone sono ridotte a mere appendiciti di un ordine economico che è incapace di produrre uguaglianza, ma che l’ordine politico ha reso in condizionabile e indiscutibile”.
Ciò che ha compromesso il futuro della società tedesca, come pure di tutte le società dei Paesi membri dell’Unione Europea sarebbero, secondo Somma, le istituzioni internazionali che, nel governo della globalizzazione, si sono mostrate inefficaci e dannose; non resterebbe, perciò, che accettare l’idea che il ricupero del ruolo dello Stato-nazione, indebolito dal processo di internazionalizzazione delle economie nazionali, ridiventi lo strumento per il rilancio del “compromesso keynesiano”, ricollocando “la persona al centro delle politiche locali e globali”, come unico e valido baluardo contro il possibile ritorno della “parte peggiore” del secolo scorso.
D’accordo, ma la prospettiva del ricupero dello Stato-nazione per il rilancio del “compromesso keynesiano” continuerebbe pur sempre a contenere in sé “residui” nazionalistici (non va dimenticato che le politiche keynesiane, attuate all’interno di economie integrate nel mercato mondiale, sono sempre state accusate di “pretese” mercantlistiche e, perciò, nazionalistiche), né consentirebbe di evitare, di fronte ad una mancata regolazione della globalizzazione, l’avanzare delle formazioni dell’estrema destra. La causa reale del diffondersi dei movimenti della destra nazionalista e xenofoba, è quindi l’incapacità di riformare secondo modalità diverse da quelle sinora seguite, le regole del mercato mondiale; sin tanto che tali regole non saranno cambiate, il riflusso all’interno dei singoli Stati degli effetti negativi del “libero mercato globale” continuerà a rafforzare la prospettiva di una continua espansione dei movimenti nazionalisti e xenofobi.
E’ su questo punto che la Germania sta assumendo una responsabilità di dimensioni preoccupanti; la sua reiterata volontà a non volersi piegare all’urgenza di condividere un’azione unitaria con gli altri Paesi dell’Unione, per un contenimento degli “animal spirit” del mercato mondiale, è paradigmatica; anziché approfondire la cooperazione europea, ai fini di una più efficace regolazione delle prevalenti modalità in presenza delle quali si sono svolti sinora i rapporti commerciali internazionali, la Germania, con in testa la sua Cancelliera, ha mostrato d’essere propensa a schierarsi in difesa della globalizzazione, così come essa si è affermata; lo dimostrano le minacce ritorsive che la Merkel non manca mai di rivolgere al nuovo presidente degli Stati Uniti, al solo fine di scongiurare l’attuazione, da parte del neoletto, di alcune delle sue promesse elettorali, riguardanti possibili restrizioni del mercato globale senza regole, verso il quale, invece, la Germania ha orientato strutturalmente con successo la propria economia.

Gianfranco Sabattini

Turchia. Al via il voto all’Estero per il referendum

turchi berlinoI cittadini turchi che vivono all’estero hanno cominciato a votare per il referendum costituzionale sulla riforma presidenziale approvata dal parlamento di Ankara.
La Germania in particolare ospita un milione 400 mila cittadini turchi che da oggi possono votare al referendum per l’introduzione di un sistema presidenziale in Turchia, dove invece si voterà il 16 aprile, mentre i cittadini turchi residenti all’estero voteranno oggi fino al 9 aprile. Il voto è stato preceduto da un’accesa campagna referendaria, con forti polemiche fra i politici del partito di governo del presidente Recep Tayyip Erdogan e la Germania.
Davanti al consolato turco a Berlino la protesta di un gruppo di sostenitori del partito filo-curdo HDP: affermano fra l’altro che sei milioni di loro non sono rappresentati sulle liste elettorali.
Mentre il tabloid Bild si rivolge ai suoi numerosi lettori di origine turca, con un lungo pezzo dal titolo: “Ataturk avrebbe votato no”, che spiega come il padre fondatore della moderna Turchia, si sarebbe opposto a una riforma che fa marcia indietro sul principio della laicità dello Stato. La riforma, che abolisce la figura del primo ministro e permette al presidente di far parte di un partito politico, segna una svolta autoritaria secondo i gruppi per la difesa dei diritti umani perché concentra il potere nelle mani di una sola persona, il presidente Erdogan.
Lo spoglio dei voti europei avverrà in Turchia, dove le urne saranno trasportate a bordo di un aereo della Turkish Airlines e conservate fino al giorno del referendum, quando saranno scrutinate assieme alle altre schede elettorali. Saranno circa tre milioni i cittadini turchi che all’estero potranno votare in 120 rappresentanze in 57 Paesi, fra i quali Austria, Belgio, Francia, Svizzera e Danimarca.

Merkel e il cambio di rotta sull’accoglienza ai rifugiati

angela-merkel-a-essen“Chi è fuggito dalla propria patria a cerca protezione in Germania ha il diritto di avere un rifugio sicuro” così afferma il Ministro dell’Interno Thomas de Maizière in risposta all’interrogazione parlamentare del 27 febbraio a seguito della pubblicazione – da parte del Bundeskriminalamt, la polizia federale tedesca – dei dati sulla violenza verso migranti e richiedenti asilo in Germania nel 2016. Secondo i dati ufficiali, l’anno scorso sono state registrate nel paese 3500 violenze contro i rifugiati: poco meno di 10 al giorno. La maggioranza di questi attacchi – 2545 – hanno colpito individui singoli provocando 560 feriti, fra cui 43 bambini. Sotto mira anche le case degli immigrati – 988 attacchi registrati – e i volontari delle ONG di aiuto ai rifugiati.

Post-verità e politica. Da circa due anni – da quando la Germania ha inaugurato la propria politica dell’accoglienza ai rifugiati, il tema dell’accoglienza ai migranti è diventato centrale nel dibattito politico. Per la CDU della Cancelliera Angela Merkel, le “porte aperte” a profughi e richiedenti asilo è stata la risposta più logica alla crisi umanitaria che si stava svolgendo ai confini dell’Europa. Per i suoi oppositori – sia interni al partito sia del partito populista di destra Alternativa per la Germania (AfD) – tale politica ha aperto le porte ai terroristi e generato un'”ondata di criminalità”. Nonostante i dati ufficiali della polizia federale testimonino che gli immigrati non commettono più crimini dei tedeschi, l’allarme sicurezza si è espanso tramite i social network e i media nazionali, spesso sovvertendo i dati reali. Un esempio è la mappa online – ripresa da vari media nazionali e internazionali, fra cui l’agenzia di stampa Sputnik, spesso critica con Angela Merkel – che, documentando in tempo reale i rapporti della polizia tedesca, ha “stabilito” che l’84% dei crimini commessi in Germania avvengono per “colpa” dei migranti. Tale carta vanta oltre 4 milioni di visualizzazioni su Google ed è condivisa su vari media, primi fra tutti Twitter e Facebook. Peccato – come ha smascherato la recente analisi del Bureau of Investigative Journalism – che sia manipolata ad arte escludendo dal computo tutti i reati denunciati in cui la nazionalità o etnicità del colpevole sia omessa. Secondo gli autori, gli stessi dati analizzati in maniera coerente, testimoniano che solo il 13% dei crimini attestati siano compiuti da immigrati, in linea con quanto riportato dalla polizia federale.

Queste smentite, però, non riescono ad imporsi nel clima generale di sospetto che aleggia in una parte della popolazione tedesca, la quale associa l’arrivo dei rifugiati a due eventi in particolare: la serie di violenze sessuali verificatesi a Colonia durante il capodanno del 2016 – compiuto da una banda di nord-africani – e l’attacco terroristico – compiuto da un immigrato tunisino – avvenuto a Berlino lo scorso dicembre. Attorno a questi avvenimenti, si è costruito il consenso delle forze anti-migrazione, siano essi partiti – AfD, ma anche parte della CSU bavarese – o movimenti come PEGIDA (acronimo che sta per Patrioti Europei contro l’Islamizzazione dell’Occidente).

Populismo e violenza. L’emergenza del populismo nel paese è dimostrata dalla crescita dell’AfD, il partito populista retto dal 2014 da Frauke Petry. A livello nazionale AfD – nato solo nel 2013 e le cui posizioni anti-islamiche sono vicine a quelle del Front National francese – è, secondo gli ultimi sondaggi, il terzo partito a livello federale con il 10% delle intenzioni di voto, una quota che, se confermata la porterebbe, all’interno del parlamento federale nelle prossime elezioni del settembre 2017. Seppure in crisi (ha perso il 5% dei consensi da inizio dell’anno), e comunque destinato ad un ruolo marginale nel parlamento, l’impatto che AfD ha avuto nella politica tedesca è significativo, soprattutto a livello dei singoli stati. Il partito ha un gran seguito negli stati della ex-Germania Est – dove, nelle elezioni avvenute negli ultimi due anni in Sassonia, Sachsen-Anhalt e Turingia ha ricevuto rispettivamente il 25, il 22 ed il 20 percento delle preferenze – e nelle zone rurali dei ricchi stati della Germania meridionale, come dimostrano i dati riguardanti il Baden-Württenberg (17%) e la Baviera (10%) dove si voterà nel 2018. In ciascuno di questi stati la crescita del partito di estrema destra è associato all’aumento dei crimini contro i rifugiati. Indicativo il caso della Sassonia dove AfD è accreditata del 25% dei voti e dove nel 2015 (anno in cui in Germania sono arrivati quasi 890.000 rifugiati e nel Land si sono registrate 153 aggressioni ai migranti) l’indice di criminalità nella regione è sceso del 4%. Nello stesso periodo la violenza da parte di militanti di estrema destra è, invece, aumentata del 30%.

Il passo indietro. La scalata mediatica dell’AfD – che ricalca quella di altri partiti populisti europei, basata più sulla paura che sui fatti – ha suscitato particolare apprensione nell’Unione, l’alleanza federale che riunisce i cristiano-democratici di Angela Merkel con i cristiano-sociali bavaresi. Questi ultimi hanno ingaggiato una battaglia politica interna contro la Cancelliera facendo pressione per un cambio di rotta, soprattutto alla luce dei risultati elettorali di AfD e dei fatti di Colonia e Berlino. Tali critiche sono venute anche dall’interno del partito ed in particolare dalle frazioni CDU della Sassonia, del Baden-Württenberg e della Turingia, ovvero gli stati dove AfD ha eroso il consenso al partito centrista. Accusata di aver tradito le posizioni conservatrici ed essersi avvicinata alle posizioni moderniste dei Verdi – cosa peraltro confermata dalle intenzioni di voto di parte della base tradizionale del partito ecologista, laureati ed accademici – Angela Merkel si è vista costretta a fare un passo indietro sulla politica di accoglienza, soprattutto a livello mediatico.

I 16 punti. Nel corso degli ultimi due anni, il fulcro della politica tedesca nel corso della crisi dei rifugiati è stato di regolamentare gli arrivi – con la chiusura della rotta balcanica a scapito della più pericolosa rotta mediterranea – e applicando criteri di selezioni rigidi. Questo ha permesso di far scendere il numero di arrivi dagli 890.000 del 2015 ai 280.000 del 2016. Anche i tassi di rigetto sono molto alti: se al 75% degli Eritrei viene garantito l’asilo, lo stesso succede al 57% dei siriani, al 25% degli Afgani – paesi in stato di guerra – e al 2% dei Pakistani – cui parte del paese è in uno stato di guerra latente. Nonostante i risultati, per venire in contro al malcontento mediatico la CDU ha varato un piano in 16 punti il cui scopo è di favorire l’identificazione mediante centri appositi sparsi nel paese e il rientro volontario mediante altri centri e sussidi, a cui è stato assegnato un budget annuo di 90 milioni di euro. Allo stesso tempo viene garantita al Ministero dell’Immigrazione la possibilità di utilizzare i dati dei cellulari dei richiedenti asilo per confermarne l’identità. Il nuovo piano ha fatto rientrare la ribellione interna del partito e ristabilito i rapporti fra CDU e CSU, ma ha anche ulteriormente sottolineato la debolezza dei grandi partiti tedeschi di fronte al populismo anti-migranti, mostrando come AfD e PEGIDA stiano riuscendo a modificare la politica nazionale pur rimanendone ai margini. Quella che era l’utopia del “ce la faremo” urlato da Angela Merkel alla Germania di fronte all’accoglienza verso i rifugiati, sembra ora affievolita, una piccola voce di un paese impaurito.

Quanto sta accadendo in Germania – non diversamente da quanto avviene allo stesso tempo in Olanda – attorno alla “fobia migranti” è indicativo di come il tema sia strumentalizzato a scopi meramente politici. Come afferma la portavoce dei Verdi al parlamento federale Irene Mihalic: “Gli immigrati non sono più o meno criminali delle altre persone che vivono qui [in Germania]” ed è “incredibile” come i media e i partiti siano stati capaci di usare a proprio uso e consumo i fatti del 2016 ed i dati reali per modificare la posizione della Germania sui migranti.

L’utopia tedesca si è scontrata con la realtà della campagna elettorale.

Pubblicato originariamente dall’autore su: il Caffè e l’Opinione

Eurozona. Il grande balzo in avanti della crescita

eurozonaInaspettatamente, l’attività economica dell’Eurozona, a febbraio è balzata ai massimi da sei anni con una crescita “quasi record”. La creazione di nuovi posti di lavoro è tornata ai valori di nove anni e mezzo orsono. Questa valutazione emergerebbe dall’indice Pmi composito, l’indice anticipatore più accreditato che raccoglie le stime dei direttori degli acquisti nei settori servizi e manifattura.
L’indice è salito a 56 da 54,4 di gennaio, indicando che l’Eurozona va verso una crescita dello 0,6% nel primo trimestre 2017. Gli economisti si aspettavano, al contrario, un calo dell’indice Pmi a 54,3.
Secondo Ihs Markit, la società londinese che raccoglie i dati, i nuovi ordini e l’ottimismo delle imprese indicano un’espansione potenzialmente più forte nei prossimi mesi.
In Francia, l’indice composito dei direttori degli acquisti segna 56,2 da 54,1 di gennaio contro previsioni per un calo a 53,8. In Germania lo stesso indice segna 56,1 contro previsioni per un dato invariato a 54,8 secondo i dati Bloomberg.
Si tratta di dati raccolti da una istituzione privata e che no hanno un valore di ufficialità. Tuttavia meritano una attenzione di verifica a breve quando verranno pubblicate le indagini statistiche dell’Eurostat.
Soltanto dopo si potrebbe parlare di superamento della crisi e di inizio della ripresa. La prudenza è d’obbligo prima di riscontrare i dati con altri indici fondamentali per misurare la crescita. Inoltre, è in atto una grande incertezza politica sugli scenari internazionali e nella stessa Eurozona. L’evoluzione politica dovrebbe chiarirsi in tempi piuttosto brevi, molto probabilmente entro il corrente anno.