Xenofobia e neoliberismo: presunti mali endemici della Germania

germania xenofobiaSi sostiene, non senza fondamento, che alcuni dei limiti che caratterizzano la società politica e quella civile contemporanee della Germania siano dovuti al fatto che molti, tra i protagonisti della ricostruzione della democrazia, provenivano dalle file delle organizzazioni naziste; pur tenuto conto che ciò che sopravviveva delle generazioni che hanno vissuto l’esperienza nazista è ora pressoché totalmente scomparso, resta tuttavia il fatto che, a differenza dell’Italia, la Germania non ha vissuto la “purificazione” della “guerra civile” tra le forze della reazione e quelle democratiche. Ciò giustifica perché è plausibile pensare che l’etos pubblico tedesco sia ancora parzialmente intriso di quei valori che, nella prima parte del secolo scorso, hanno legittimato l’ascesa al potere del nazismo.
In sostanza, a sostenere questa tesi è Alessandro Somma, in un articolo pubblicato sul n. 1/2017 de ”il Mulino”, col titolo “Neoliberalismo e xenofobia nella Germania unita”; Somma, docente di Scienza politica all’Università di Torino, osserva anche che l’influenza esercitata da molte personalità non estranee al nazismo nella ricostruzione della Germania del dopoguerra è stata resa possibile dal ruolo giocato “dal clima di Guerra fredda che nel nome dell’anticomunismo ha condotto a trascurare, se non a valorizzare, il passato nazista di molti cosiddetti servitori dello Stato”. In tal modo, molti di costoro avrebbero legittimato la formazione di gruppi politici schierati sul fronte della destra radicale e neonazista che, dopo la riunificazione, avrebbero contribuito “ad alimentare un terreno fertile per lo sviluppo e la diffusione di un clima di nostalgia per il regime hitleriano, e più in generale del nazionalismo e della xenofobia”.
I fattori scatenanti, sia del nazionalismo, che della xenofobia, sono stati – afferma Somma – diversi: innanzitutto, il flusso di migranti verso la Germania unificata, provocato dal crollo politico dei Paesi del “socialismo reale”; in secondo luogo, le conseguenze della riunificazion, sia quelle dirette, originate dal fatto che i nuovi arrivati hanno abbassato le opportunità occupazionali a danno dei cittadini tedeschi, sia quelle indirette, nate dalle riforme strutturali con le quali Berlino, cercando di fare fronte alla nuova situazione sociale, ha dovuto accollarsi un aumento dell’indebitamento pubblico. Il disagio sociale che ne è seguito ha influenzato le stesse forze politiche democratiche, orientandole a riformare “la disciplina costituzionale del diritto di asilo” che, all’origine, era stata “regolata, come reazione al passato nazista, dalla Legge fondamentale tedesca in modo decisamente più consono” a quanto sull’argomento richiedevano le “fonti internazionali”.
Tuttavia, a parere di Somma, la xenofobia non è stato l’unico movente a giustificare l’avanzata delle forze radicali di destra; oltre ad essa, vi sono state anche le modalità con cui la Germania ha voluto realizzare l’unificazione, risultate la causa “dei notevoli livelli di disoccupazione raggiunti sul finire degli anni Novanta”; tali livelli, espressi da quasi cinque milioni di disoccupati, sono all’origine dell’aumento del debito pubblico che – afferna Somma –, tra il 1990 e il 1997, è passato dal 41,3% al 58,9% del PIL. In questo clima, nel 1998, il cancelliere cristiano-democratico della riunificazione, Helmut Kohl, ha perso le elezioni per aver presentato un programma di stampo neoliberale, che prevedeva il superamento della crisi occupazionale e debitoria facendo appello ai principi dell’”economia dell’offerta”, ovvero attraverso il sostegno dell’offerta complessiva del sistema economico realizzato con la diminuzione del costo del lavoro e della pressione fiscale.
Alla destabilizzazione dall’economia tedesca ha contribuito anche la politica del partito socialdemocratico, vincitore delle elezioni del 1998, la cui segreteria, guidata da Oskar Lafontaine, pur avendo presentato un programma che proponeva una politica di natura keynesiana incentrata sul sostegno della “domanda interna”, non è riuscita ad evitare che il cancelliere succeduto a Kohl, Gerhard Schröeder, ne attuasse una, sempre keynesiana, basata però sul sostegno delle esportazioni, assunte “come principale motore di crescita”. Nonostante tutto, sottolinea Somma, il debito pubblico ha continuato a crescere, raggiungendo nel 2005 il 67,1% del PIL, mentre il deficit corrente del settore pubblico è risultato pari al 3,3% dello stesso PIL, fuori perciò dai parametri di Maastricht, con il peggioramento della disoccupazione e dei dati sulla distribuzione della ricchezza; tali fatti “hanno rispecchiato il rovesciamento del compromesso keynesiano derivato dalle politiche neoliberali condotte dagli esecutivi a guida socialdemocratica”.
Dopo Schröeder, è iniziato il cancellierato di Angela Merkel nella più assoluta continuità dell’indirizzo della politica economica del passato, volta a supportare in termini sempre più efficaci l’orientamento dell’economia all’esportazione e con esso il contenimento del “compromesso keynesiano, reso ancor più rigido dall’adozione dell’obbligo costituzionale del pareggio di bilancio; inoltre, anche con i governi della Merkel sono mancate le correzioni degli squilibri distributivi ereditati dal passato, con la conseguente formazione di una “sacca di persone” a rischio di povertà, mentre sono state riservate ingenti somme per l’istituzione di un fondo di stabilizzazione del mercato finanziario, per fronteggiare gli esiti della Grande Depressione iniziata nel 2007/2008.
Il quadro interno della Germania, compiutosi con l’avvento dei governi della Merkel, ha costituito, a parere di Somma, la base che consente di “valutare i sentimenti diffusi presso la popolazione tedesca, e con essi il successo della destra xenofoba, nazionalista, più o meno consapevolmente neonazista”, che stanno caratterizzando la vita politica della Germania degli ultimi anni. I sentimenti nazionalisti e xenofobi suscitati dalle politiche di accoglienza, attuate per fronteggiare i flussi migratori richiedenti asilo a vario titolo, hanno favorito la formazione di movimenti estremisti, come “Pegida” (Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes: europei patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente) e come la formazione politica “Alternative für Deutschland” (AfD) che, in tutte le elezioni in cui si è presentata in molti Länder a partire dal 1914, ha conseguito risultati contenuti tra il 10 e il 25%.
Alle elezioni europee del 2014 AfD ha ottenuto il 7% dei consensi, sulla base di un programma che, oltre a rifarsi ai temi nazionalisti e xenofobi propri dei movimenti di estrema destra, è stato “incentrato sull’abbandono dell’euro e sulla conduzione di politiche economiche di matrice neoliberale”, ma anche sul mantenimento e rafforzamento del capitalismo “come ordine economico che la politica deve sostenere e sviluppare”. Il programma di AfD, a parere di Somma, ha subito, tuttavia, successivi adattamenti all’evoluzione della situazione politica ed economica, sia nazionale, che internazionale, proponendo la necessità per la Germania di una politica che sia volta, non tanto al ricupero del “compromesso keynesiano”, ma alla protezione del “mercato interno dalla competizione internazionale”, al fine di evitare che sia esposto alle conseguenze della “libera circolazione dei fattor produttivi”.
In tal modo, AfD ha enfatizzato la richiesta di “un ritorno alla sovranità statale contro la globalizzazione dei mercati”, con la reinterpretazione in termini nazionalistici del neoliberismo, implicante una rinuncia al ricupero pieno dei diritti sociali, in parte sacrificati dai governi di Kohl, Schröeder e Merkel; in altri termini, AfD, pur presentando la comune vocazione con le altre formazioni della destra radicale europea e ricorrendo al nazionalismo e alla xenofobia, si differenzia da queste ultime formazioni per il fatto che la sua azione politica non è volta a ricuperare alcuni valori propri della tradizione del comunitarismo, ma ad affermare una difesa degli interessi nazionali imperniata “intorno al funzionamento del mercato”. Il tutto pensato – afferma Somma – come espressione dello Stato nazionale e della sua potenza; motivo, questo, per cui, a parere dello stesso Somma, il sostegno dell’ordine capitalista si manifesterebbe “anche e soprattutto come supporto nell’arena dei mercati internazionali, come nazionalismo economico”.
Questa visione, pur non invocando l’azzeramento delle libertà politiche, per un più facile controllo di quelle economiche, a giudizio di Somma, possiede in sé alcune implicazioni che hanno preparato l’”avvento del fascismo”, quali la denigrazione della democrazia parlamentare, da sostituire con “una concezione cesaristica e plebiscitaria del potere che, se non azzera le libertà politiche, di certo favorisce una loro decisa compressione”. Tuttavia, Somma conclude la sua analisi osservando che non occorre certo considerare i valori reazionari dei quali è portatrice AfD, per evocare il fantasma del fascismo o di un passato della Germania che ritorna; è sufficiente, sempre secondo Somma, riflettere sulle modalità scelte da AfD per rimediare alla perdita di un futuro fortemente compromesso, per via del fatto che, al presente, “le persone sono ridotte a mere appendiciti di un ordine economico che è incapace di produrre uguaglianza, ma che l’ordine politico ha reso in condizionabile e indiscutibile”.
Ciò che ha compromesso il futuro della società tedesca, come pure di tutte le società dei Paesi membri dell’Unione Europea sarebbero, secondo Somma, le istituzioni internazionali che, nel governo della globalizzazione, si sono mostrate inefficaci e dannose; non resterebbe, perciò, che accettare l’idea che il ricupero del ruolo dello Stato-nazione, indebolito dal processo di internazionalizzazione delle economie nazionali, ridiventi lo strumento per il rilancio del “compromesso keynesiano”, ricollocando “la persona al centro delle politiche locali e globali”, come unico e valido baluardo contro il possibile ritorno della “parte peggiore” del secolo scorso.
D’accordo, ma la prospettiva del ricupero dello Stato-nazione per il rilancio del “compromesso keynesiano” continuerebbe pur sempre a contenere in sé “residui” nazionalistici (non va dimenticato che le politiche keynesiane, attuate all’interno di economie integrate nel mercato mondiale, sono sempre state accusate di “pretese” mercantlistiche e, perciò, nazionalistiche), né consentirebbe di evitare, di fronte ad una mancata regolazione della globalizzazione, l’avanzare delle formazioni dell’estrema destra. La causa reale del diffondersi dei movimenti della destra nazionalista e xenofoba, è quindi l’incapacità di riformare secondo modalità diverse da quelle sinora seguite, le regole del mercato mondiale; sin tanto che tali regole non saranno cambiate, il riflusso all’interno dei singoli Stati degli effetti negativi del “libero mercato globale” continuerà a rafforzare la prospettiva di una continua espansione dei movimenti nazionalisti e xenofobi.
E’ su questo punto che la Germania sta assumendo una responsabilità di dimensioni preoccupanti; la sua reiterata volontà a non volersi piegare all’urgenza di condividere un’azione unitaria con gli altri Paesi dell’Unione, per un contenimento degli “animal spirit” del mercato mondiale, è paradigmatica; anziché approfondire la cooperazione europea, ai fini di una più efficace regolazione delle prevalenti modalità in presenza delle quali si sono svolti sinora i rapporti commerciali internazionali, la Germania, con in testa la sua Cancelliera, ha mostrato d’essere propensa a schierarsi in difesa della globalizzazione, così come essa si è affermata; lo dimostrano le minacce ritorsive che la Merkel non manca mai di rivolgere al nuovo presidente degli Stati Uniti, al solo fine di scongiurare l’attuazione, da parte del neoletto, di alcune delle sue promesse elettorali, riguardanti possibili restrizioni del mercato globale senza regole, verso il quale, invece, la Germania ha orientato strutturalmente con successo la propria economia.

Gianfranco Sabattini

Turchia. Al via il voto all’Estero per il referendum

turchi berlinoI cittadini turchi che vivono all’estero hanno cominciato a votare per il referendum costituzionale sulla riforma presidenziale approvata dal parlamento di Ankara.
La Germania in particolare ospita un milione 400 mila cittadini turchi che da oggi possono votare al referendum per l’introduzione di un sistema presidenziale in Turchia, dove invece si voterà il 16 aprile, mentre i cittadini turchi residenti all’estero voteranno oggi fino al 9 aprile. Il voto è stato preceduto da un’accesa campagna referendaria, con forti polemiche fra i politici del partito di governo del presidente Recep Tayyip Erdogan e la Germania.
Davanti al consolato turco a Berlino la protesta di un gruppo di sostenitori del partito filo-curdo HDP: affermano fra l’altro che sei milioni di loro non sono rappresentati sulle liste elettorali.
Mentre il tabloid Bild si rivolge ai suoi numerosi lettori di origine turca, con un lungo pezzo dal titolo: “Ataturk avrebbe votato no”, che spiega come il padre fondatore della moderna Turchia, si sarebbe opposto a una riforma che fa marcia indietro sul principio della laicità dello Stato. La riforma, che abolisce la figura del primo ministro e permette al presidente di far parte di un partito politico, segna una svolta autoritaria secondo i gruppi per la difesa dei diritti umani perché concentra il potere nelle mani di una sola persona, il presidente Erdogan.
Lo spoglio dei voti europei avverrà in Turchia, dove le urne saranno trasportate a bordo di un aereo della Turkish Airlines e conservate fino al giorno del referendum, quando saranno scrutinate assieme alle altre schede elettorali. Saranno circa tre milioni i cittadini turchi che all’estero potranno votare in 120 rappresentanze in 57 Paesi, fra i quali Austria, Belgio, Francia, Svizzera e Danimarca.

Merkel e il cambio di rotta sull’accoglienza ai rifugiati

angela-merkel-a-essen“Chi è fuggito dalla propria patria a cerca protezione in Germania ha il diritto di avere un rifugio sicuro” così afferma il Ministro dell’Interno Thomas de Maizière in risposta all’interrogazione parlamentare del 27 febbraio a seguito della pubblicazione – da parte del Bundeskriminalamt, la polizia federale tedesca – dei dati sulla violenza verso migranti e richiedenti asilo in Germania nel 2016. Secondo i dati ufficiali, l’anno scorso sono state registrate nel paese 3500 violenze contro i rifugiati: poco meno di 10 al giorno. La maggioranza di questi attacchi – 2545 – hanno colpito individui singoli provocando 560 feriti, fra cui 43 bambini. Sotto mira anche le case degli immigrati – 988 attacchi registrati – e i volontari delle ONG di aiuto ai rifugiati.

Post-verità e politica. Da circa due anni – da quando la Germania ha inaugurato la propria politica dell’accoglienza ai rifugiati, il tema dell’accoglienza ai migranti è diventato centrale nel dibattito politico. Per la CDU della Cancelliera Angela Merkel, le “porte aperte” a profughi e richiedenti asilo è stata la risposta più logica alla crisi umanitaria che si stava svolgendo ai confini dell’Europa. Per i suoi oppositori – sia interni al partito sia del partito populista di destra Alternativa per la Germania (AfD) – tale politica ha aperto le porte ai terroristi e generato un'”ondata di criminalità”. Nonostante i dati ufficiali della polizia federale testimonino che gli immigrati non commettono più crimini dei tedeschi, l’allarme sicurezza si è espanso tramite i social network e i media nazionali, spesso sovvertendo i dati reali. Un esempio è la mappa online – ripresa da vari media nazionali e internazionali, fra cui l’agenzia di stampa Sputnik, spesso critica con Angela Merkel – che, documentando in tempo reale i rapporti della polizia tedesca, ha “stabilito” che l’84% dei crimini commessi in Germania avvengono per “colpa” dei migranti. Tale carta vanta oltre 4 milioni di visualizzazioni su Google ed è condivisa su vari media, primi fra tutti Twitter e Facebook. Peccato – come ha smascherato la recente analisi del Bureau of Investigative Journalism – che sia manipolata ad arte escludendo dal computo tutti i reati denunciati in cui la nazionalità o etnicità del colpevole sia omessa. Secondo gli autori, gli stessi dati analizzati in maniera coerente, testimoniano che solo il 13% dei crimini attestati siano compiuti da immigrati, in linea con quanto riportato dalla polizia federale.

Queste smentite, però, non riescono ad imporsi nel clima generale di sospetto che aleggia in una parte della popolazione tedesca, la quale associa l’arrivo dei rifugiati a due eventi in particolare: la serie di violenze sessuali verificatesi a Colonia durante il capodanno del 2016 – compiuto da una banda di nord-africani – e l’attacco terroristico – compiuto da un immigrato tunisino – avvenuto a Berlino lo scorso dicembre. Attorno a questi avvenimenti, si è costruito il consenso delle forze anti-migrazione, siano essi partiti – AfD, ma anche parte della CSU bavarese – o movimenti come PEGIDA (acronimo che sta per Patrioti Europei contro l’Islamizzazione dell’Occidente).

Populismo e violenza. L’emergenza del populismo nel paese è dimostrata dalla crescita dell’AfD, il partito populista retto dal 2014 da Frauke Petry. A livello nazionale AfD – nato solo nel 2013 e le cui posizioni anti-islamiche sono vicine a quelle del Front National francese – è, secondo gli ultimi sondaggi, il terzo partito a livello federale con il 10% delle intenzioni di voto, una quota che, se confermata la porterebbe, all’interno del parlamento federale nelle prossime elezioni del settembre 2017. Seppure in crisi (ha perso il 5% dei consensi da inizio dell’anno), e comunque destinato ad un ruolo marginale nel parlamento, l’impatto che AfD ha avuto nella politica tedesca è significativo, soprattutto a livello dei singoli stati. Il partito ha un gran seguito negli stati della ex-Germania Est – dove, nelle elezioni avvenute negli ultimi due anni in Sassonia, Sachsen-Anhalt e Turingia ha ricevuto rispettivamente il 25, il 22 ed il 20 percento delle preferenze – e nelle zone rurali dei ricchi stati della Germania meridionale, come dimostrano i dati riguardanti il Baden-Württenberg (17%) e la Baviera (10%) dove si voterà nel 2018. In ciascuno di questi stati la crescita del partito di estrema destra è associato all’aumento dei crimini contro i rifugiati. Indicativo il caso della Sassonia dove AfD è accreditata del 25% dei voti e dove nel 2015 (anno in cui in Germania sono arrivati quasi 890.000 rifugiati e nel Land si sono registrate 153 aggressioni ai migranti) l’indice di criminalità nella regione è sceso del 4%. Nello stesso periodo la violenza da parte di militanti di estrema destra è, invece, aumentata del 30%.

Il passo indietro. La scalata mediatica dell’AfD – che ricalca quella di altri partiti populisti europei, basata più sulla paura che sui fatti – ha suscitato particolare apprensione nell’Unione, l’alleanza federale che riunisce i cristiano-democratici di Angela Merkel con i cristiano-sociali bavaresi. Questi ultimi hanno ingaggiato una battaglia politica interna contro la Cancelliera facendo pressione per un cambio di rotta, soprattutto alla luce dei risultati elettorali di AfD e dei fatti di Colonia e Berlino. Tali critiche sono venute anche dall’interno del partito ed in particolare dalle frazioni CDU della Sassonia, del Baden-Württenberg e della Turingia, ovvero gli stati dove AfD ha eroso il consenso al partito centrista. Accusata di aver tradito le posizioni conservatrici ed essersi avvicinata alle posizioni moderniste dei Verdi – cosa peraltro confermata dalle intenzioni di voto di parte della base tradizionale del partito ecologista, laureati ed accademici – Angela Merkel si è vista costretta a fare un passo indietro sulla politica di accoglienza, soprattutto a livello mediatico.

I 16 punti. Nel corso degli ultimi due anni, il fulcro della politica tedesca nel corso della crisi dei rifugiati è stato di regolamentare gli arrivi – con la chiusura della rotta balcanica a scapito della più pericolosa rotta mediterranea – e applicando criteri di selezioni rigidi. Questo ha permesso di far scendere il numero di arrivi dagli 890.000 del 2015 ai 280.000 del 2016. Anche i tassi di rigetto sono molto alti: se al 75% degli Eritrei viene garantito l’asilo, lo stesso succede al 57% dei siriani, al 25% degli Afgani – paesi in stato di guerra – e al 2% dei Pakistani – cui parte del paese è in uno stato di guerra latente. Nonostante i risultati, per venire in contro al malcontento mediatico la CDU ha varato un piano in 16 punti il cui scopo è di favorire l’identificazione mediante centri appositi sparsi nel paese e il rientro volontario mediante altri centri e sussidi, a cui è stato assegnato un budget annuo di 90 milioni di euro. Allo stesso tempo viene garantita al Ministero dell’Immigrazione la possibilità di utilizzare i dati dei cellulari dei richiedenti asilo per confermarne l’identità. Il nuovo piano ha fatto rientrare la ribellione interna del partito e ristabilito i rapporti fra CDU e CSU, ma ha anche ulteriormente sottolineato la debolezza dei grandi partiti tedeschi di fronte al populismo anti-migranti, mostrando come AfD e PEGIDA stiano riuscendo a modificare la politica nazionale pur rimanendone ai margini. Quella che era l’utopia del “ce la faremo” urlato da Angela Merkel alla Germania di fronte all’accoglienza verso i rifugiati, sembra ora affievolita, una piccola voce di un paese impaurito.

Quanto sta accadendo in Germania – non diversamente da quanto avviene allo stesso tempo in Olanda – attorno alla “fobia migranti” è indicativo di come il tema sia strumentalizzato a scopi meramente politici. Come afferma la portavoce dei Verdi al parlamento federale Irene Mihalic: “Gli immigrati non sono più o meno criminali delle altre persone che vivono qui [in Germania]” ed è “incredibile” come i media e i partiti siano stati capaci di usare a proprio uso e consumo i fatti del 2016 ed i dati reali per modificare la posizione della Germania sui migranti.

L’utopia tedesca si è scontrata con la realtà della campagna elettorale.

Pubblicato originariamente dall’autore su: il Caffè e l’Opinione

Eurozona. Il grande balzo in avanti della crescita

eurozonaInaspettatamente, l’attività economica dell’Eurozona, a febbraio è balzata ai massimi da sei anni con una crescita “quasi record”. La creazione di nuovi posti di lavoro è tornata ai valori di nove anni e mezzo orsono. Questa valutazione emergerebbe dall’indice Pmi composito, l’indice anticipatore più accreditato che raccoglie le stime dei direttori degli acquisti nei settori servizi e manifattura.
L’indice è salito a 56 da 54,4 di gennaio, indicando che l’Eurozona va verso una crescita dello 0,6% nel primo trimestre 2017. Gli economisti si aspettavano, al contrario, un calo dell’indice Pmi a 54,3.
Secondo Ihs Markit, la società londinese che raccoglie i dati, i nuovi ordini e l’ottimismo delle imprese indicano un’espansione potenzialmente più forte nei prossimi mesi.
In Francia, l’indice composito dei direttori degli acquisti segna 56,2 da 54,1 di gennaio contro previsioni per un calo a 53,8. In Germania lo stesso indice segna 56,1 contro previsioni per un dato invariato a 54,8 secondo i dati Bloomberg.
Si tratta di dati raccolti da una istituzione privata e che no hanno un valore di ufficialità. Tuttavia meritano una attenzione di verifica a breve quando verranno pubblicate le indagini statistiche dell’Eurostat.
Soltanto dopo si potrebbe parlare di superamento della crisi e di inizio della ripresa. La prudenza è d’obbligo prima di riscontrare i dati con altri indici fondamentali per misurare la crescita. Inoltre, è in atto una grande incertezza politica sugli scenari internazionali e nella stessa Eurozona. L’evoluzione politica dovrebbe chiarirsi in tempi piuttosto brevi, molto probabilmente entro il corrente anno.

I Socialisti rinascono con Schulz e spaventano la CDU

Anche se mancano ancora sette mesi alla elezioni, fissate per il 24 settembre, la CDU di Angela Merkel cerca di contrastare la rapida scalata della SPD nei sondaggi gettando ombre sull’onestà del candidato socialdemocratico Martin Schulz. Il sospetto, l’aver agevolato la carriera dei suoi collaboratori a Bruxelles nelle vesti di Presidente del Parlamento Europeo.

shulz merkelGermania: Martin Schulz incalza Angela Merkel nei sondaggi, la CDU passa al contrattacco

La rinascita dei socialdemocratici. La corsa alla Cancelliera tedesca, che finora vedeva Angela Merkel in fuga solitaria verso il quarto mandato consecutivo, è diventato uno scontro a due. A gennaio, infatti, il distacco fra la CDU dell’attuale Cancelliera e la SPD del vice-Cancelliere e Ministro dell’Economia Sigmar Gabriel era ancora superiore ai dieci punti percentuali: poca la fiducia dell’elettorato nel candidato socialdemocratico, la cui leadership è stata schiacciata da quattro anni di alleanza di governo con Angela Merkel. Questo ha spinto Gabriel al ritiro dalla competizione e dalla guida del partito aprendo la strada alla candidatura all’ex-Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz e – allo stesso tempo – favorendo il recupero della SPD, data nei più recenti sondaggi alla pari o in leggero vantaggio rispetto alla CDU: 31% a 30%. Inoltre, Schulz sarebbe stato capace di riaccendere gli animi dell’elettorato socialdemocratico portando ad un aumento degli iscritti – più 4631 in due settimane – e convincendo gli astenuti a tornare a votare. Difatti – secondo quanto riporta un’indagine Insa-Opinionstrend per il settimanale Der Spiegel – un quinto degli elettori socialdemocratici non avrebbe partecipato all’ultima tornata elettorale del 2013, ma sarebbe intenzionato a farlo a settembre per supportare la corsa del carismatico ex-Presidente. Dal punto di vista politico, la riapertura della corsa alla Cancelleria ha inoltre allontanato le possibilità di una coalizione di governo a tre fra CDU, SPD e Verdi – soluzione data per scontata in chiave anti-euroscettica quando la SPD era data attorno al 20% – e riaperto i giochi per un governo dei socialdemocratici insieme alla Sinistra e agli stessi verdi, riportando per la prima volta in 12 anni la CDU all’opposizione. Nonostante tutto, lo scenario più probabile rimane quello della Grande Coalizione fra i due partiti maggiori, anche se non è impossibile che la guida di questa sia proprio dei socialdemocratici.

La sfida. La discesa in campo di Schulz avviene dopo 23 anni passati al Parlamento Europeo, una carriera che lo ha portato a scontrarsi con Silvio Berlusconi, capogruppo del Partito Socialista Europeo e, infine, alla presidenza della stessa assemblea. Libraio, autodidatta senza titolo di studio, viene considerato in Germania come un “uomo del popolo“, è arrivato al successo politico dopo aver affrontato i propri demoni personali fatti di alcolismo e depressione giovanile. Politicamente è un esponente “conservatore” della corrente centrista del partito, non differenziandosi in questo dallo stesso Sigmar Gabriel da cui si distingue, invece, per il più pronunciato carisma e la capacità retorica, considerata “passionaria” e, per questo, molto diversa da quella pragmatica e rigida dell’attuale Cancelliera. La presa di Schulz sull’elettorato, ha spinto Angela Merkel – apparsa finora ancora lontana dalla campagna elettorale – a correre ai ripari rivolgendo la propria attenzione al consolidamento del proprio partito risolvendo il contrasto interno con la CSU – colonna bavarese della CDU – incentrato sulla politica di porte aperte all’immigrazione della Cancelliera, contestata da Monaco. Conscia di come l’appoggio della CSU sia essenziale per essere confermata al governo, Angela Merkel ha concordato un piano in 16 punti per il contenimento dell’immigrazione volto ad agevolare le espulsioni, favorire il riconoscimento dei rifugiati – garantendo alle autorità il controllo dei cellulari degli immigrati – e incentivare i ritorni volontari: una svolta a destra intesa – anche – a limitare l’avanzata verso i populisti di Alternativa per la Germania (AfD).

I panni sporchi di Martin Schultz? Riconsolidato il fronte interno, l’attenzione della CDU si è spostata verso Martin Schultz e se da una parte Angela Merkel – refrattaria a scendere direttamente nell’agone politico – si è rallegrata nel sottolineare l’importanza di avere una competizione elettorale equilibrata, dall’altra i toni sono stati alzati dai parlamentari europei del suo partito e dal loro capogruppo, Herbert Reul. Egli ha reso pubblico un dossier di nove pagine che accusa Schulz di  atti di nepotismo politico compiuti in qualità di Presidente del Parlamento Europeo a favore dei membri del proprio staff personale a Bruxelles. Sotto accusa ci sarebbero una serie le nomine che hanno portato alcuni membri del gabinetto della Presidenza Schulz – fra cui alcuni dei suoi collaboratori più stretti e di lunga data a posti interni all’amministrazione parlamentare, incarichi a tempo indeterminato non legati alla durata della Presidenza. In particolare il documento – che riprende in larga parte un dossier pubblicato da POLITICO nel 2016 – punta l’indice sulla nomina a Direttore Generale alla Presidenza – il numero due dell’assemblea – di Markus Winkler e quella a Direttrice della Commissione Affari Economici e Finanziari di Monika Strasser. Entrambi socialdemocratici, il primo ha servito come segretario personale di Schultz dal 1996, la seconda come ex-tesoriera dell’europarlamentare. A queste si dovrebbero aggiungere una serie di nomine minori che hanno spinto il Presidente del gruppo Verdi Europei Phillippe Lamberts a dichiarare come per farsi strada al Parlamento Europeo fosse necessario “essere tedeschi e socialisti”. Di fronte alle accuse è stata immediata la risposta della SPD: per la Segretaria Generale Katarina Barley si tratterebbe di “calunnie elettorali” diffuse – sostiene il membro della direzione del partito, Ralf Stegner – nel tentativo di “diffondere accuse infondate, sperando che qualcuna attecchisca nell’elettorato”.

Schäuble all’attacco. Mentre si apre il fronte europeo, contro il candidato socialdemocratico scende in campo anche Wolfgang Schäuble. Secondo il potente Ministro delle Finanze – considerato uno dei falchi del governo Merkel – Schultz starebbe portando avanti una campagna elettorale di matrice populista. Il candidato socialdemocratico – dice il Ministro – “dovrebbe fermarsi di più a riflettere” e non cercare di dividere la società tedesca “alterando dati” e citando “verità alternative”.  “Nessun politico intenzionato a combattere il populismo che minaccia l’Unione, dovrebbe esprimersi e comportarsi come Herr Schultz” dice il Ministro, criticando anche la tendenza di Schultz – politico di carriera – a presentarsi quale “uomo del popolo” e candidato outsider lontano dalla “casta politica”: “essere stati al parlamento europeo ed esserne arrivati alla Presidenza, significa far parte dell’establishment”. Sempre secondo Schäuble, l’atteggiamento del candidato socialdemocratico sarebbe assimilabile a quello di Donald Trump aggiungendo che “se Schultz invitasse i propri sostenitori a scandire qualcosa come Make Europe Great Again – Rendiamo l’Europa di nuovo grande – allora sarebbe letteralmente la copia di Trump”.

Nell’era dell’Europa a guida tedesca, i partner europei non possono ignorare quanto succederà a settembre a Berlino.

Simone Bonzano

 il Caffè e l’Opinione

Commercio estero. Dall’Istat segnali di ripresa

Commercio mondialeL’Istat ha comunicato i dati sul commercio estero per il 2016. “A dicembre 2016, rispetto al mese precedente, si registra una crescita sia dell’export (+2,3%) sia dell’import (+2,5%). L’avanzo commerciale è pari a 5,8 miliardi (+5,6 miliardi a dicembre 2015). L’aumento congiunturale dell’export coinvolge entrambe le principali aree di sbocco, con un incremento delle vendite maggiore verso i paesi extra Ue (+2,5%) rispetto all’area Ue (+2,1%).

Rispetto al trimestre precedente, negli ultimi tre mesi dell’anno si rileva una dinamica positiva per entrambi i flussi (+2,4% per l’export e +3,6% per l’import). Le vendite di tutti i principali raggruppamenti di industrie sono in espansione, in particolare per i prodotti energetici (+20,6%) e per i beni di consumo non durevoli (+2,9%).

Nei confronti dello stesso mese dell’anno precedente, a dicembre 2016 crescono sia l’export (+5,7%) sia l’import (+6,1%). Le variazioni tendenziali risultano pari a +8,5% per l’export e +10,0% per l’import se corrette per i giorni lavorativi.

Nel corso dell’anno 2016 le esportazioni sono in crescita (+1,1% in valore e +1,2% in volume) mentre le importazioni registrano una diminuzione (-1,4%) in valore e un aumento (+3,1%) in volume. L’espansione dell’export è da ascrivere esclusivamente ai paesi dell’area Ue (+3,0%); la flessione del valore delle importazioni (-1,4%) al netto dell’energia risulta in aumento (+1,5%). L’avanzo commerciale raggiunge i 51,6 miliardi (+78,0 miliardi al netto dell’energia).

Nel 2016, i mercati più dinamici all’export sono Giappone (+9,6%), Cina e Repubblica ceca (+6,4% entrambe), Spagna (+6,1%) e Germania (+3,8%). Si segnala la forte crescita nell’anno delle vendite all’estero di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+6,8%), autoveicoli (+6,3%), mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (+4,6%) e prodotti alimentari, bevande e tabacco (+4,2%).

Nel 2016, gli acquisti dalla Russia (-26,3%), così come quelli di gas naturale e di petrolio greggio (rispettivamente -28,5% e -20,4%), sono risultati in forte calo. Nel mese di dicembre 2016 l’indice dei prezzi all’importazione dei prodotti industriali aumenta dello 0,5% rispetto al mese precedente e dell’1,6% nei confronti di dicembre 2015.

L’incremento dei prezzi all’importazione dipende principalmente dalle dinamiche del comparto energetico, al netto del quale l’indice registra un più contenuto aumento (+0,1%) rispetto al mese precedente e una diminuzione dello 0,2% in termini tendenziali”. E’ particolarmente evidente il peggioramento delle relazioni commerciali con la Russia per la netta flessione delle importazioni di gas e petrolio greggio. Nel determinare l’avanzo della bilancia commerciale hanno principalmete contribuito i prodotti farmaceutici e medicinali, gli autoveicoli e i mezzi di trasporto, i prodotti agro-alimentari. Discorso a parte meriterebbe la forte espansione delle vendite dei prodotti energetici.

Programmi più ambiziosi si potrebbero fare per il prossimo futuro puntando su settori in cui l’Italia è particolarmente competitiva come l’industria del legno e del mobilio, la cantieristica navale, l’elettronica avanzata, ed altri settori come haute-couture, abbigliamento, etc. in cui l’Italia può vantare alta tecnologia, avanguardia stilistica e innovazione creativa.

Salvatore Rondello

SPD. Esce Gabriel, Schulz verso la sfida con la Merkel

gabriel peter“Tutti i sondaggi hanno mostrato che gli elettori non vogliono più una grande coalizione, ma nella testa delle persone io sono proprio quella. Ecco perché Martin Schulz è l’uomo giusto”, ha spiegato nella riunione del gruppo parlamentare Spd, Sigmar Gabriel rinunciando alla candidatura alla cancelleria.
Ad anticipare la ritirata di Gabriel ci ha pensato il quotidiano tedesco “Die Zeit”, aggiungendo che l’ex candidato del Spd vorrebbe dimettersi anche dai due ruoli che attualmente ricopre: quello di segretario del partito socialdemocratico tedesco e da quello di ministro degli Affari Economici, per poi diventare ministro degli Affari esteri, quando, secondo l’accordo già raggiunto nella Grande coalizione, l’attuale ministro Frank-Walter Steinmeier diventerà, a marzo, capo dello Stato.
Salvo sorprese sarà quindi Martin Schulz, l’ex presidente del Parlamento europeo, l’avversario della cancelliera uscente Angel Merkel alle elezioni di fine settembre.
La novità arriva dopo mesi di duro confronto tra Gabriel e l’ex presidente del Parlamento europeo, dato che il segretario in carica ha tentato in ogni modo di essere lui il candidato alla cancelleria.
Nell’intervista a Stern, Gabriel ha quindi aggiunto che “per condurre davvero con successo una campagna elettorale ci sono due presupposti fondamentali: il partito deve credere nel candidato e riunirsi dietro a lui e il candidato deve volerlo con ogni fibra del suo cuore. Entrambe queste pre-condizioni non sono state presenti in misura sufficiente”. C’è anche un “motivo privato”, ha aggiunto Gabriel, riferendosi alla nascita a marzo di un nuovo figlio: “Oggi sono davvero un uomo felice. Non so se lo sarei ugualmente, se dovessi vedere la mia famiglia ancor meno di quanto mi capita adesso”, ha aggiunto.

Merkel si ricandida a Berlino, ma pensa all’Europa

angela-merkel-a-essen“Non tutti i profughi entrati in Germania potranno rimanere, anche le loro domande di asilo verranno esaminate, e la situazione straordinaria dell’anno scorso non si potrà ripetere”. Angela Merkel esce dal Congresso della CDU a Essen, con la ricandidatura in tasca per le politiche 2017 e una maggioranza schiacciante. Unico punto fermo in un’Europa che sbanda, la Cancelliera si è mossa ancora una volta con destrezza e senso dei tempi anticipando la richiesta che sarebbe arrivata dai maggiorenti per una sterzata a destra sul tema dell’immigrazione. Anticipando la richiesta, l’ha fatta sua, ma depotenziata, così da non entrare in contraddizione sulla linea politica delle ‘porte aperte’ che un anno fa a Karlsruhe aveva lasciato senza fiato per la sorpresa non solo la platea congressuale – ovazione di nove minuti – ma tutta l’Europa. Citando i ‘grandi vecchi’, Adenauer e Khol, aveva scavalcato a sinistra gran parte degli esponenti della socialdemocrazia europea, fin troppo timidi sul tema immigrati, sempre timorosi di perdere consensi a destra.
La Cancelliera aveva ricordato un principio che dovrebbe essere alla base di qualunque impegno politico, quell’‘imperativo umanitario’ che dovrebbe governare le decisioni dei Governi di fronte al dramma di centinaia di migliaia di migranti in fuga da fame e guerre. E mentre prometteva al Congresso di adoperarsi per ridurne il flusso, qualche mese dopo avrebbe annunciato con un altro colpo a sorpresa, la decisione del suo governo di accogliere i profughi siriani.

Come a Karlsruhe un altro lunghissimo applauso dei delegati ha accolto le sue parole quando ha affermato che il velo integrale che copre il viso “deve essere proibito” e che in Germania non potrà mai valere la sharia, la legge islamica, né si potranno creare “società parallele” dove valgono leggi diverse da quelle a cui devono rispondere i tedeschi.

Dunque anche le affermazioni di oggi a Essen, vanno lette ricordando quanto ha fatto fino a oggi, non solo l’accoglienza dei siriani, ma anche il discutibilissimo accordo con Erdogan per fare della Turchia un enorme campo profughi, capace di frenare il flusso di migranti diretti verso il nord Europa.

Un passaggio l’ha dedicato anche alla Brexit, avvertendo Londra che non ci sarà la possibilità di avere libero accesso al mercato unico europeo senza accettare la libertà di circolazione dei cittadini: l’Unione non è come il dolce natalizio tedesco, il Rosinenpickerei, non si può spiluccare, prendersi solo l’uva passa e lasciare agli altri la mollica. O tutto o niente.

Angela Merkel ha infine rivendicato con un pizzico di orgoglio la sua posizione in Europa, ricordando che la Germania da tempo non è più il ‘malato d’Europa’ ed è anzi divenuta un’‘ancora di stabilità” per il Vecchio Continente. Ha parlato insomma come se si preparasse non solo alla ricandidatura a Berlino, ma a essere eletta Cancelliera d’Europa.

C. Co.

Elezioni Berlino. La fine della grande coalizione

angela-merkelLe elezioni di domenica scorsa 18 settembre hanno segnato la fine della grande coalizione che governva Berlino. Per i due maggiori partiti tedeschi è stato un tracollo, assieme hanno perso oltre l’11% dei voti; la Spd è scesa dal 28,3 del 2011 al 21,6, la Cdu dal 23,3 al 17,6. Per i Cristiano democratici si tratta del peggiore risultato della storia berlinese del dopo guerra. L’effetto Merkel è stato pesante come nelle regionali del 4 settembre scorso in Meclemburgo-Pomerania.

I socialdemocratici si possono consolare per essere rimasti il primo partito e per potere confermare nella carica il borgomastro uscente, Michael Mueller. A parte questi due risultati positivi, il presidente socialdemocratico e vicecancelliere Simom Gabriel, ha espresso il suo malcontento per il risultato raggiunto, per di più, in un contesto in cui la partecipazione elettorale è fortemente aumentata (dal 60,2 del 2011 a circa il 67%) per cui non può essere chiamato in causa a giustificazione l’assenteismo.

Lo stesso Gabriel ha espresso preoccupazione per il risultato dell’Afd (Alternative fuer Deutchland) che ha raggiunto il 14,2%. È vero che i populisti di destra sono ancora soltanto il quinto partito e hanno inglobato quasi completamente un altro movimento di destra (i Pirati)  già presente con l’8,9% nel Senato berlinese e questa volta rimasti al palo.
Ma è un risultato che li pone molto vicino alla sinistra (15,6 dall’11,7 del 2011 con una buona affermazione) e ai Verdi, scesi dal 17,6 al 15,2 e la stessa Cdu con il 17,6 non è lontana. Materia di preoccupazione quindi ce ne è abbastanza e anche se è vero che la stragrande maggioranza ha votato per partiti democratici, non è ragione sufficiente per rimanre del tutto tranquilli in una situazione così fluida e incerta legata alle ondate di immigrazione. Va notato infine il buon risultato del vecchio partito liberale (Fdp) che è riuscito questa volta con un buon 6,7% a superare il quorum.

Bocciata la grande coalizione, che non raggiunge più maggioranza assoluta. Si aprano due scenari: un governo Spd, Cdu e Verdi oppure un più coraggioso e innovativo Spd, Verdi e Sinistra, che molti socialdemocratici vedono come la scelta giusta per le politiche del 2017. Ma Gabriel ha invitato chiaramente a non trasferire a livello nazionale il risultato di Berlino, il che significa, probabilmente, nessuna apertura alla Linke.
Ma è anche vero che non è possibile presentarsi alle politiche del settembre 2017 senza scelte chiare e coraggiose. La Grosse Koalitioin è morta a Berlino città, a Berlino capitale è moribonda e la sua leader a livella nazionale Angela Merkel, sta affondando in acque sempre più agitate.

“Il voto di Berlino – è il commento del Segretario del PSI Riccardo Nencini – sancisce la sconfitta non della sola Merkel ma della Grande Coalizione. Lì è la straordinaria novità. Proiettate Berlino sul piano nazionale e ne vedrete delle belle”. “ Ce n’è abbastanza perché socialisti e popolari europei rivedano i cardini dell’U.E.” – ha aggiunto. “Ognun per sé non va più bene nemmeno per i tedeschi” – ha concluso Nencini.

I continui “ce la facciamo, ce la facciamo” della Merkel non convincono più, sono accolti con insofferenza. I Cristiano democratici sono probabilmente divisi al proprio interno. L’ala bavarese della Csu vuole la testa della Merkel, la cui ricandidatura a cancelliere diventa ogni giorno improbabile. Il dopo Merkel è di fatto cominciato; con la fine del monopolio dei due partiti maggiori, Cdu e Spd, si apre un interrogativo sulla tradizionale stabilità tedesca. Si aprono nuovi equilibri di cui in questo momento si vedono più i rischi che le promesse.

 Edoardo Gianelli

La settimana del terrore che spacca la Germania

attentati germania terrorismoMentre a Rouen, in Francia, riesplode la violenza dell’ISIS, la Germania si trova a riflettere sulla propria settimana di fuoco: Würzburg, Monaco, Reutlingen e Ansbach, quattro atti di violenza che in 7 giorni hanno portato il terrore in Germania.

I fatti
Il 18 luglio un teenager di origine Afghana o Pakistana, gli inquirenti sono ancora indecisi, ferisce con un ascia tre cittadini cinesi di Hong Kong all’interno di un treno regionale nei pressi della città bavarese di Würzburg per poi venire ucciso dalla Polizia. Niente di organizzato, ma durante le indagini, la Polizia scopre un video in cui il giovane, Muhammad Riyad, giurava fedeltà allo Stato Islamico e il suo intento di vendicare la morte di un amico in Afghanistan.

Passano quattro giorni ed il 22 luglio un altro diciottenne, un tedesco con origini iraniane, apre il fuoco in un McDonalds vicino al centro commerciale Olympia nell’ex-quartiere olimpico di Monaco, sempre in Baviera. Con una pistola comprata su una Darknet, una rete virtuale privata, il giovane uccide 9 persone, un apolide, un kosovaro, un greco, un ungherese, un turco e quattro tedeschi, di cui due con doppia cittadinanza turca. Infine, si suicida. Secondo gli inquirenti era da un anno che pianificava l’atto attratto dall’esempio di Andreas Breivik, il neo-nazista norvegese che cinque anni fa fece una strage nel corso della festa della gioventù socialista sull’isola di Utoya, al largo di Oslo, uccidendo 77 persone. Il giovane, sembra, aveva problemi di instabilità mentale acuiti, dicono le prime indagini, da atti di razzismo e bullismo subiti a scuola.

Quarantotto ore dopo, il 24 luglio, un profugo Siriano di 21 anni uccide a Reutlingen una donna polacca e ferisce due passanti usando un coltello da Kebab, tramutatosi, nella retorica di alcuni giornali, in un machete. Il suo raptus di follia omicida finisce grazie all’intervento di un’automobilista che, di proposito, lo investe. Anche qui nessun collegamento con lo Stato Islamico, anzi, il crimine avrebbe uno sfondo passionale essendo la vittima la fidanzata dell’assassino.

Infine, domenica notte, Mohammed Delel, anche lui profugo siriano, si fa saltare in aria davanti ad un locale ad Ansbach in Baviera. L’attentatore sarebbe dovuto essere trasferito in Bulgaria, dove era stato accettato il suo diritto di asilo, già una decina di giorni prima dell’attentato, ma il viaggio era stato posticipato per l’instabilità mentale dell’uomo. Anche qui, come negli altri casi, problemi mentali; anche qui, come a Würzburg, un video sui social network ricollega Mohammed Delel all’ISIS.

Sembra un bollettino di guerra, ma in realtà è una tragica lista di folli atti la cui origine non è da cercare nello Stato Islamico, ma nel disagio personale, sociale e mentale che si traduce in violenza e solo in due casi su quattro in una matrice islamista, peraltro spontaneista e non organizzata. Eppure lo Stato Islamico c’entra, solo che non è l’ISIS reale che combatte, e perde, in Sira e, soprattutto, in Iraq. Tanto meno non si tratta della rete terroristica che colpisce militarmente a Baghdad, Dacca o in Afghanistan. Anche qui, come a Nizza la settimana prima, è il marchio dell’ISIS che trionfa come vessillo per folli lupi solitari.

A Würzburg come ad Ansbach, riferisce la stessa agenzia di stampa dell’ISIS Aamaq, si tratta di singoli che hanno “risposto agli appelli di colpire i paesi della coalizione che combattono lo Stato Islamico”, quindi non militanti o combattenti tornati dal fronte, come in Belgio, ma singoli individui auto-radicalizzatesi su Internet. L’ISIS c’entra anche negli altri due casi, dove atti di violenza compiuti da individui instabili vengono immediatamente accomunati al “terrorismo” solo perché compiuti da un profugo e un tedesco di origine iraniana. Così si scatena l’opinione pubblica contro la politica dell’accoglienza di Angela Merkel che in taluni casi, nei Social, si spinge a bollare la Cancelliera quale “responsabile morale” degli attentati.

Le reazioni politiche
La prima a spaccarsi è l’Union, ovvero il soggetto politico che lega la CDU, il partito di Angela Merkel, alla CSU, la sua controparte bavarese. Da mesi infuria la lotta fra Monaco e Berlino sull’accoglienza ai profughi, con la prima molto scettica sull’effettiva validità di questa politica. Passano infatti poche ore dalla strage di Monaco che il Ministro degli Interni bavarese ipotizza il dispiego dell’esercito per contrastare l’ondata di violenza.

Un’idea irrealistica e vietata dalla costituzione, ma che viene ripresa, a scopi propagandistici dal Ministro della Difesa Von Leyen, per dire alla popolazione che il Governo è pronto e vigile nel contrastare futuri attacchi. Angela Merkel, come sua consuetudine, tace aspettando di far calmare le acque per far sentire la sua voce. Questo non aiuta una CDU in cui da mesi si affrontano posizioni pro e contro i profughi. Lunedì sono arrivate le reazioni del Ministro degli Interni berlinese Henkel che dichiara che in Germania “abbiamo importato persone brutali” e quella del deputato sassone Krah che sottolinea come “la politica dell’accoglienza abbia conseguenze mortale”. Dichiarazione che arrivano da quei Land orientali in cui cresce il voto per l’estrema destra di AfD ai danni, soprattutto, della CDU.

Se la CDU piange, la SPD non ride. Il deputato Flisek punta il dito contro la politica della Merkel che ha aumentato il rischio attentati nel paese mentre il Ministro per l’Integrazione Özoğuz sottolinea come il 99,99% dei profughi arrivi in Germania per scappare alla violenza. Per il ministro “la realtà è più complessa di un Tweet di AfD. Così la pensa anche il vice capogruppo della Linke, la sinistra tedesca, Jan Korte andando in disaccordo però con il capogruppo Sarah Wagenknecht che coglie l’opportunità di attaccare il governo di Angela Merkel e la SPD sua alleata, sottolineando come il Governo abbia sottovaluto il problema dei Profughi.

Il mito del multiculturalismo infranto
L’incertezza della politica si riflette nella società tedesca. Che la matrice islamista sia ideale o, in due casi totalmente inesistente, poco importa e in sette giorni la Germania si ritrova a fare i conti con l’esistenza o meno di una vera società multiculturale. Si tratta di un tema molto importante per il paese. Negli ultimi anni, la Germania si è sentita al sicuro da radicalizzazione e violenze, lontana dalle rivolte delle Banlieu Francesi, del razzismo nell’Europa Orientale e dei problemi delle periferie londinesi, protetta dalla sua identità multiculturale e dal mito della sua accoglienza. Specchio del successo di questa politica è stata la Nazionale di calcio campione del mondo composta da tedeschi di origine turca, marocchina, ghanese, albanese e polacca, simbolo di una Germania organizzata, multiculturale, potente e vincente. Sicura di sé, si è sentita pronta per accogliere i profughi cosa che ha provocato la reazione di buona parte della società tedesca. Il quadro, infatti, non era così idilliaco come lo si voleva dipingere.

In Germania Orientale, città come Berlino, Dresda e Lipsia soffrono da anni di episodi neo-nazisti o di generica xenofobia. Nella capitale il tanto sbandierato multiculturalismo si traduce spesso in comunità ghettizzate e autarchiche, lontane l’una dall’altra che, nei quartieri più disagiati vivono fianco a fianco con il disagio economico e sociale. Episodi di tensione sociale, soprattutto nelle scuole esistono da anni sia che si tratti di assalti ad immigrati, sia che si tratti di emarginazione di scolari. A tutto questo poi, va ad aggiungersi il crescente divario fra ricchi e poveri che colpisce indiscriminatamente tedeschi ed immigrati non solo all’Est ma in tutta la Germania. In questo scenario attecchiscono i radicalismi, sia di estrema destra che islamista. Da una parte nascono così fenomeni di iper-radicalizzazione, 800 i combattenti dell’ISIS di origine tedesca, o, dall’altro, lato la crescita di AfD ora al 12% nazionale ed il 20% in alcuni Land, e la nascita di PEGIDA, l’associazione di cittadini preoccupati per la islamizzazione dell’occidente”.

Impaurita e politicamente vacillante, la Germania si ritrova così, alla fine della sua settimana di fuoco, a vivere un “terrore” che viene dal suo stesso interno. Peccato che, per molta opinione pubblica, e alcuni membri della classe dirigente del paese, il problema non sia né politico né sociale, ma sempre e solo uno: i profughi.

Simone Bonzano