La Dc tedesca rilancia con la “mini Merkel”

Karrenbauer Merkel

La “ragazza dell’ovest” della Germania succede alla “ragazza dell’est”. Annegret Kramp-Karrenbauer, 56 anni, è la nuova presidente della Cdu (Unione cristiano democratica) al posto di Angela Merkel, 64 anni. È stata eletta dal congresso della Cdu ad Amburgo con quasi il 52% dei voti dei delegati. Ha sconfitto la scalata dell’alta finanza al partito. Ha battuto per pochi voti di differenza Friedrich Merz, avvocato e dirigente milionario del Blackrock, uno dei più grandi e potenti fondi d’investimento del mondo.

Economia tedesca in affanno, trionfo del populismo in America e in Europa, guerre commerciali, immigrazione di massa dal Medio Oriente e dall’Africa, spallate di Donald Trump alla tradizionale politica Usa del multilateralismo. Annegret Kramp-Karrenbauer, chiamata più semplicemente con la sigla Akk, deve affrontare colossali problemi. Deve rassicurare i tedeschi, blanditi dai populisti di destra rimasti finora in minoranza. La Merkel, dopo 18 anni di presidenza della Cdu, ha passato la mano alla sua allieva dopo molteplici sconfitte elettorali subite negli Stati-Land e, per ora, resta la cancelliera della Repubblica federale tedesca (guida il governo di Berlino da ben 13 anni).

È un passaggio epocale per la politica tedesca. Il “regno” di Angela Merkel perde una provincia anche se va nelle mani di una sua discepola. Annegret Kramp-Karrenbauer somiglia molto alla Merkel: è moderata, garbata e decisa. Sa farsi rispettare: nel 2012 scaricò i liberali dal governo della Saar, la più piccola regione della Germania della quale era presidente, nonostante le urla della cancelliera che temeva conseguenze per l’esecutivo di Berlino.

Ha saputo conciliare gli impegni della famiglia con quelli della politica. Il marito, l’ingegnere Helmut Karrenbauer, ha lasciato il lavoro per aiutarla ad allevare i tre figli mentre lei affrontava i compiti di governo nella Saar e quelli di segretaria generale della Cdu, passo precedente alla presidenza. Ha esposto il suo programma per rilanciare la Cdu, il più grande partito tedesco ammaccato da non poche sconfitte: «Siamo l’ultimo grande partito popolare in Europa. Non abbiamo nessuna intenzione di estinguerci». Non sarà un compito facile: la Dc italiana e quella francese da tempo sono state cancellate. Ma mentre in Italia c’è da giugno un governo populista e in Francia potrebbe accadere lo stesso perché traballa Emmanuel Macron, la Germania anche se a fatica è stabile e continua a vedere protagonisti i partiti storici: democristiani, socialdemocratici, sinistra critica, liberali, verdi. Ormai in Europa è un caso raro, con Regno Unito e Portogallo.

Akk, cattolica in una nazione in maggioranza protestante, è una centrista. È una moderata sul piano del costume e dell’etica: è contraria ai matrimoni omosessuali e vuole porre un freno all’immigrazione dai paesi musulmani. Ha un occhio attento alla solidarietà sociale: vuole un salario minimo dignitoso e un welfare efficiente. Punta a sostenere l’innovazione tecnologica, l’economia digitale.

La “mini Merkel” ha suscitato gli applausi del congresso scandendo: «Per me non esiste una Cdu liberale, conservatrice o vicina al mercato. Esiste una sola Cdu, che è una famiglia». Ancora una valanga di applausi è piovuta quando ha sollecitato a guardare al futuro: «Dobbiamo avere il coraggio di un nuovo inizio».

La sintonia con Angela Merkel è forte. La cancelliera tedesca ha detto tra un diluvio di applausi al congresso di Amburgo: «Essere conservatori oggi non significa solo conservare, guardare al passato, sedersi sugli allori o rinchiudersi all’interno dei propri confini nazionali». I delegati sono scattati in piedi in una ovazione di applausi quando ha aggiunto: «Ho sempre servito il mio partito e il mio Paese con una grande gioia nel cuore. È stato un grande onore poterlo fare».

Pace, lavoro, libertà e tolleranza. La Merkel ha trasformato la Germania nel paese più solido e potente dell’Unione europea, in una grande democrazia rispettata in tutto il mondo. Tutti le riconoscono grandi capacità, compresa quella della leadership tedesca a spese dei paesi europei più deboli.

È attenta alla solidarietà sociale: accolse tra lo stupore e non poche critiche un milione di rifugiati siriani. Ha lascito la leadership del partito ma, per ora, resta cancelliera. Poi si vedrà, la grande coalizione con i socialdemocratici in Parlamento non gode di buona salute. Le porte della cancelleria in futuro si potrebbero aprire anche per Akk.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Socialdemocrazia radicale di Corbyn piace e sfonda

jeremy-corbyn-1È possibile contestare “l’avidità” del capitalismo finanziario e vincere da sinistra. Il miracolo è possibile. Jeremy Corbyn, entusiasmando i lavoratori e il ceto medio impoverito, ha lanciato la sfida in Gran Bretagna, una delle patrie della socialdemocrazia e dello Stato sociale. Ha capovolto l’impostazione di Tony Blair: dal centrismo liberaldemocratico è passato al radicalismo socialista. Nel 2015 ha preso la guida del Partito laburista traumatizzato dalla sconfitta e l’ha portato al 40% dei voti nelle elezioni politiche del 2017, un successo insperato. Il suo radicalismo socialdemocratico piace e sfonda.
In quasi tutta Europa i socialisti delle varie scuole (socialdemocratici, laburisti, liberaldemocratici, libertari, massimalisti, radicali) arrancano o sono stati addirittura cancellati. I socialdemocratici tedeschi, la Spd, hanno dimezzato i voti nelle elezioni regionali in Baviera di domenica 14 ottobre. La disoccupazione, l’impoverimento, il precariato, lo smantellamento dello stato sociale, l’immigrazione hanno avuti effetti devastanti. La globalizzazione economica e la Grande crisi internazionale del 2008 hanno avuto gravissime conseguenze sulle condizioni di vita dei ceti popolari e sullo stato di salute della stessa democrazia. I socialisti e i partiti progressisti non sono riusciti a dare una risposta ai problemi, sono andati in crisi e si sono aperte le porte all’affermazione dei partiti populisti sovranisti anti europei, anti euro e anti immigrati.
Corbyn offre una soluzione al terremoto proponendo un nuovo modello di società per ripristinare i diritti, per tutelare gli ultimi, gli emarginati, gli sfruttati, il ceto medio sottraendoli alle sirene del sovranismo nazionalista e populista. La sua ricetta, esposta a fine settembre nella conferenza annuale laburista di Liverpool, per molti aspetti è antica: è di pura matrice socialdemocratica. Uguaglianza, lavoro, sviluppo costituiscono i cardini per assicurare benessere, libertà e dignità sociale a tutti. Lo strumento sono gli investimenti pubblici da realizzare soprattutto nell’economia verde, garantendo produzione, salute umana e integrità dell’ambiente. Il ruolo dello Stato è strategico nei servizi pubblici essenziali come l’energia elettrica, i trasporti, la sanità, le poste. L’inclusione sociale dei tanti immigrati è un passaggio fondamentale.
Corbyn, vestito scuro, camicia bianca, cravatta rossa, ha scaldato i cuori. Ha parlato tra un uragano di applausi e di cori entusiasti ai delegati di Liverpool. Una volta, nella Prima Repubblica, accadeva anche ai congressi socialisti in Italia. Ha avvertito: «Se non saremo noi laburisti a offrire soluzioni radicali» saranno i populisti con grandi rischi per i lavoratori, le masse popolari e le stesse libertà democratiche. Il leader laburista non è certo un uomo nuovo: 69 anni, capelli bianchi, militante fin da ragazzo nel Partito laburista, deputato dal 1983, all’opposizione interna, da sempre si definisce un socialista democratico. È un pacifista convinto, sostenitore del disarmo nucleare unilaterale e dell’autodeterminazione dei popoli. Sostiene la causa dell’indipendenza palestinese e respinge al mittente le accuse di anti semitismo piovutegli addosso. Per molti aspetti considera ancora valido il pensiero di Carlo Marx.
Uniti per governare, non divisi per perdere. Il motto vale per i laburisti, la Gran Bretagna e l’Europa. La prossima battaglia è per l’Unione europea. Attacca la premier Theresa May, leader dei conservatori. Corbyn, contrario alla Brexit passata con un referendum due anni fa, adesso aspetta con preoccupazione la fine dei difficili negoziati tra Londra e Bruxelles per una separazione consensuale (l’uscita del Regno Unito è fissata a fine marzo 2019).
Il leader laburista teme o la rottura o un cattivo accordo con Bruxelles con conseguenze disastrose sull’occupazione, il sistema produttivo (le banche e le multinazionali sono in fuga verso Germania, Francia e Olanda), la libertà di circolazione di persone con la Ue e con la Repubblica d’Irlanda. È pronto, in caso di trattative fallimentari, a bocciare in Parlamento un’intesa insoddisfacente firmata da Theresa May e a chiedere le elezioni politiche anticipate. Non è esclusa poi la richiesta di un referendum bis sulla partecipazione della Gran Bretagna all’Unione europea, dopo quello del 2016 che ha deciso l’uscita.
Corbyn vuole tenere comunque aperti tutti i canali di collegamento con l’Europa. Ha una strategia attenta alle mosse della May, un programma anti liberista, la fiducia di una base e di un elettorato rincuorati. Ha saputo ricostruire un labour nel cuore degli operai e della borghesia progressista. È un possibile modello. Il miracolo Corbyn ridà fiducia ai socialisti delusi e depressi di tutta Europa.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

“Anschluss”, così la Germania tornò grande

giaccheProfetico Khol: “A nessuno andrà peggio di prima, a molti andrà meglio”. In realtà andrà meglio a tutta la Germania, che con la riunificazione assumerà un maggiore peso politico con cui determinerà i destini dell’UE.

Due le icone cool che affiorano alla memoria di quei giorni convulsi: microfono in mano, Lilli Gruber sotto la Porta di Brandeburgo (9 novembre 1989) e i tedeschi dell’Est che, sguardo trasognato, come se tornassero nel Paradiso perduto, sciamano a ovest (1 luglio 1990), ansiosi di cambiare i risparmi in marchi sonanti.

E l’unificazione delle due Germanie nate dalla fine del sogno hitleriano sulle macerie del Terzo Reich fu cosa fatta. Un successo del cancelliere Helmut Khol. Sul background però si è lesinato sui dettagli, ci hanno dato elementi sociologici, quasi folkloristici: eravamo in credito di retroscena, di dinamiche socio-economiche, contesti micro-meso-macro, sfondi storici e geo-politici.

Si sa come funziona al tempo della comunicazione globale e della società liquida: si crea una suggestione mediatica, un mantra, si inventa uno storytelling, una vulgata, per cui a un certo punto una cosa appare logica, necessaria, inevitabile. La Storia a volte conferma la bontà dell’accelerazione di certi processi, altre volte smentisce.

ANNESSIONE_coverCon puntiglio analitico e dovizia di particolari, a ricostruire quel complesso momento storico che, in tutta evidenza, influenza le sorti dell’Europa, ci ha provato Vladimiro Giacchè (La Spezia, 1963) in “Anschluss” – L’annessione (L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa), Edizioni Imprimatur, Reggio Emilia 2016, pp. 212, euro 9.90 (giunto alla seconda edizione).

Con documenti di prima mano, anche in lingua tedesca (ha studiato a Pisa e anche in Germania), Giacchè non parte da assunti che porge al lettore, viceversa, lo smonta come si fa con un giocattolo e spiega i meccanismi interni intrecciando i livelli di un’indagine polisemica, echi e rimandi, personaggi e contesti.

Per andare a fare la spesa a ovest (e avere “infrastrutture ricostruiti, centri storici risanati”), i tedeschi dell’Est hanno sacrificato tutto: risparmi, ceto intellettuale, imprese, ecc. Hanno subìto “le privatizzazioni peggiori d’Europa” (della compagnia di bandiera, per esempio). Crollo di pil, export, occupazione. Così la Germania ricca ha condiviso il proprio “modello vincente”.

Guai ai vinti!, disse uno che ne capiva. Ai tedeschi orientali non restava che passare sotto il giogo delle lobby, banche, poteri forti. Il conto dell’unificazione l’ha pagato la Rdt.

Il comunismo si è rivelato un’ideologia di enunciazioni, e ai popoli che ci avevano creduto non restava che farsi annettere contrattando sulle macerie del fallimento.

Francesco Greco

L’Austria vuole chiudere i confini

kurzIl governo austriaco potrebbe “adottare misure per proteggere” i suoi confini. Lo ha riferito oggi, dopo che la Germania ha pianificato restrizioni sull’ingresso dei migranti come parte di un accordo per scongiurare la crisi politica di Berlino. Se l’accordo raggiunto ieri sera verrà approvato dal Governo tedesco, “saremmo obbligati ad adottare provvedimenti per evitare svantaggi per l’Austria e la sua popolazione”, spiega l’Austria in una nota, aggiungendo che sarebbe “pronta a prendere misure per proteggere” i suoi confini, in particolare quelli meridionali con l’Italia e la Slovenia.

Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz si è detto contrario all’opzione di offrire ai migranti la possibilità di chiedere asilo in Europa da “piattaforme regionali di sbarco”, che i leader Ue hanno pensato di creare fuori dal continente. “Io faccio parte di quelli che sostengono che se permettiamo le richieste di asilo (da queste piattaforme) questo creerà un incredibile fattore di attrazione”, ha dichiarato Kurz a radio O1 aggiungendo che la questione ha suscitato opinioni divergenti in occasione del recente vertice Ue sulla migrazione. Secondo il cancelliere austriaco sarebbe “più intelligente andare a cercare la gente direttamente nelle zone di guerra, invece che creare un invito a intraprendere viaggio pericolosi attraverso il Mediterraneo”. Al momento nessun paese terzo al di fuori dell’Ue si è offerto di ospitare tali “piattaforme di sbarco regionali”, la cui attuazione solleva molti dubbi tra i paesi europei e sulla compatibilità con il diritto internazionale. Il cancelliere austriaco ha giudicato “fattibile” concludere accordi con i paesi africani per ospitare tali luoghi, sperando che un vertice Ue-Africa si tenga entro la fine dell’anno.

Ovviamente il ministro degli interni non vuole essere da meno e rilancia: “L’Austria è pronta a chiudere i confini? “Per noi sarebbe un affare. Sono più quelli che tornano in Italia di quelli che vanno in Austria. Sono pronto da domani a restituire i controlli al Brennero perché l’Italia ha solo da guadagnarci”.

La ricerca di un nuovo equilibrio tra le grandi potenze del mondo

May-16-2012-State-of-libertyIl numero 4/2018 di “Limes” è dedicato ad un’analisi dello stato attuale del mondo, caratterizzato dalle tensioni globali causate dalla ricerca di una nuova configurazione dell’equilibrio dei rapporti di forza tra gli Stati. I termini della questione sono riassunti nell’Editoriale del periodico, secondo il quale la situazione attuale è rappresentata dalla posizione dominante degli Stati Uniti; sebbene tale posizione risulti ridimensionata rispetto al passato, è possibile che, considerate le condizioni interne e internazionali riguardanti i loro competitori, gli USA riescano a conservarla anche per il futuro, che è plausibile prevedere possa risultare piuttosto lungo. L’ipotesi dell’Editoriale è corroborata da una serie di articoli di autori, specialisti nel trattare le relazioni internazionali; in essi sono evidenziate le problematiche riguardanti le altre potenze che aspirano, se non proprio a sostituire, ad indebolire ulteriormente, la superpotenza americana.
La posizione attuale degli Stati Uniti – afferma l’Editoriale – “è presupposto geopolitico per eccellenza”. Tutti gli altri Stati, alleati o meno, “ne accettano l’esistenza come evidente, incontestabile. Tutti, o quasi, ne celebrano ovvero ne dannano l’iperpotenza materiale e immateriale”; alcuni Paesi alleati, addirittura, li detestano, mentre altri Paesi avversari “anelano ad essere ammessi a corte”. Ciò che stupisce è il fatto, che, malgrado l’universale riconoscimento della primazia globale della quale godono gli Stati Uniti, fra coloro che si oppongono al loro imperialismo vi siano “diversi fieri cittadini” americani, convinti che la conservazione dell’”impero non sia un affare. Stanchi di sopportarne i costi veri o presunti. Insensibili alla gloria”. Se la posizione dominante degli USA è presupposto geopolitico, come possono essere spiegate, malgrado la presidenza di Donald Trump, le ragioni della sua conservazione, “pur se oggi [quel presupposto è] meno splendente e più contestato?”
Dopo il crollo dell’ex URSS, gli USA si sono imposti nell’immaginario collettivo mondiale come unica superpotenza, perseguendo, attraverso la globalizzazione, l’unificazione del pianeta, con la proposta, da parte di due scienziati americani, di “abolire i fusi orari virando verso un tempo universale atto a istituire un calendario permanente. Valido per tutti per sempre”.
Rifacendosi al Tucidide della “Guerra del Peloponneso”, l’Editoriale di “Limes” ricorda che per qualsiasi potenza, che persegua la conservazione di una posizione dominante nel mondo, non possa “esistere logica diversa da quella dell’utile”; ciò perché nessun legame di solidarietà e di vicinanza può conservarsi nel tempo se “non vi corrispondono sicurezza e fiducia”; concetto, questo, che sarà formalizzato sul piano politico dal marxista Antonio Gramsci, con la formulazione del concetto di “egemonia”, adottato per esprimere una posizione dominante di un gruppo sociale o di uno Stato, destinata a divenire impensabile “senza il consenso” e impraticabile “senza la forza”, non solo militare, ma anche e soprattutto culturale. Ma ogni potenza globale ed egemone, pur sorretta dal consenso, osserva l’Editoriale, è costretta ad agire all’interno di un contesto di relazioni interstatali che ne condizionano la strategia.
Sulla base di questo assunto, l’Editoriale di “Limes” ipotizza, all’interno del precario equilibrio globale ora esistente, la presenza di alcuni Stati o realtà politiche che, con la loro azione, potrebbero prefigurare possibili conflitti, tali da implicare “un grado minimo o massimo di impegno americano”. I soggetti, nel ruolo dei quattro “cavalieri dell’Apocalisse” assegnato dall’Editoriale, sono principalmente la Cina, la Russia, la Corea del Nord, cui può essere aggiunta l’Unione Europea; viene pertanto da chiedersi se tali realtà politiche possano e vogliano davvero subentrare agli Stati Uniti nel rango di primo attore e, se lo potessero e volessero, di quali argomenti e strumenti dispongano per coronare col successo la loro aspirazione.
A parere dell’Editoriale, se gli americani eviteranno “di farsi del male da soli, e malgrado la torrenziale letteratura apocalittica di propria produzione, in questo mondo di Stati, gli Stati Uniti possono aspirare a restare il Numero Uno. A lungo”. Questa conclusione è supportata da varie considerazioni e riflessioni, tutte attinenti alla “debolezza” degli Stati o delle realtà politiche che possono svolgere il ruolo di competitori e che, con la loro azione, possono destabilizzare la posizione egemone degli USA, per sostituirsi ad essi, o quantomeno per ridurne il “peso” globale.
Le difficoltà che si parano davanti all’azione dei competitori dell’America derivano innanzitutto dal fatto che, come osserva Dario Fabbri (“L’America conservatrice”), nel mondo instabile di oggi gli americani sono diventati conservatori. A differenza di quanto erano propensi ad intraprendere nel passato, essi “non pensano più di stravolgere la congiuntura internazionale. Confermano lo status quo, ne accettano il dipanarsi. Non solo perché maneggiano i gangli del primato – dal controllo delle vie marittime alla funzione di compratore di ultima istanza, dall’emissione del dollaro all’avanguardia tecnologica”; ma anche perché le sofferenze patite a causa del loro avventurismo, vissuto nella prospettiva di poter “rimodellare il creato, intendono scongiurare il ripetersi della storia”. Soffrendo per l’impulsiva voglia di isolarsi e di ritirarsi dalla gestione degli affari internazionali, anche per gli sforzi che sono chiamati a compiere per via del loro status egemonico nel mondo, gli Usa hanno scelto “la manutenzione ordinaria del sistema che presiedono”.
Pur scegliendo l’opzione meno impegnativa per la conservazione della loro posizione egemone, gli Stati Uniti hanno conservato intatte le finalità della loro politica estera, salvo l’apporto di alcuni adattamenti al mutamento delle condizioni attinenti il resto del mondo; gli USA, infatti, continuano a curare gli aspetti della loro politica estera, avendo di mira l’obbiettivo prioritario del contenimento marittimo della Cina e di quello terrestre della Russia; quindi, senza temere una possibile convergenza tra i propri competitori, hanno maturato una crescente opposizione nei confronti dell’aumento delle pretese tedesche, nella consapevolezza – secondo Fabbri – “che è impossibile rinnegare la propria dimensione imperiale”. Ciò, nel timore che le dinamiche interne alla società americana possano vanificare quanto sinora realizzato.
L’attuale strategia internazionale degli Stati Uniti è stata elaborata al termine della Guerra fredda, allorché, dopo il crollo dell’URSS, gli USA hanno vissuto l’illusione d’essere divenuti una superpotenza solitaria; da allora, via via che l’illusione si è dissolta, essi hanno adattato la loro politica internazionale al mutare delle condizioni globali, cumulando “un massiccio deficit commerciale per creare dipendenza tra sé e i [loro] satelliti e mantenere globale la [propria] moneta”, riuscendo così a contenere le sfide dei concorrenti più insidiosi, fornendo aiuti militari ai loro alleati, senza però agire per distruggere l’equilibrio esistente, al fine di favorire l’avvento di una nuova configurazione dello stato del mondo. Così facendo, gli USA hanno teso a lasciare agli altri l’onere di alterare lo status quo, a condizione che i mutamenti risultassero aderenti ai loro interessi.
Una prova di tale atteggiamento sul piano della politica estera degli Stati Uniti può essere rinvenuto, ad esempio, nel proposito di coinvolgere i propri alleati nelle “campagne” di contenimento dei propri concorrenti, come è avvenuto nel caso della Russia, contro la quale l’opposizione è stata appaltata – afferma Fabbri – “ai Paesi dell’Europa centro-orientale”, attraverso il collocamento al loro interno di sistemi d’armi puntati contro Mosca e l’assegnazione di un ruolo cruciale ai paesi baltici.
Anche sul fronte estremo-orientale, l’impegno degli USA è volto a coinvolgere gli alleati nel contenere le ambizioni della Cina, determinata a divenire il principale concorrente commerciale di Washington attraverso la realizzazione del progetto infrastrutturale delle vie della seta. Eppure, anche da questo fronte, secondo Giorgio Cuscito (“I nemici delle nuove vie della seta”), gli Stati Uniti hanno poco da temere, sia per i timori che la realizzazione di tale progetto sta suscitando in diverse aree politiche del mondo, sia per ragioni politiche interne della Cina.
Sul Piano internazionale, diversi sono i fattori che rendono le rotte delle vie della seta fonte di preoccupazioni, non solo per gli Stati Uniti, ma anche per altre realtà politiche; in Asia, ad esempio, India e Giappone, congiuntamente ad altri Paesi minori del Sud-Est asiatico, “stanno prendendo contromisure per ostacolare l’iniziativa, percepita come uno strumento per espandere la sfera d’influenza cinese a livello globale”; anche perché alcuni progetti promossi da Pechino non hanno una valenza esclusivamente economica.
Ultimamente, ai dubbi e ai timori dei Paesi asiatici si sono aggiunti anche quelli dell’Unione Europea; negli ultimi tempi, le istituzioni europee, sollecitate da Germania, Francia e Italia, hanno evidenziato una maggiore attenzione rivolta alle attività cinesi in Europa e nel Mediterraneo. Ciò ha spinto le istituzioni comunitarie “a prendere provvedimenti per monitorare più accuratamente le attività della Repubblica Popolare nel Vecchio Continente”, sino a decidere di dotarsi di un quadro normativo atto “a prevenire le acquisizioni d’interesse strategico da parte di aziende statali ubicate fuori dall’UE”.
Sotto l’aspetto politici interno, invece, la Cina avrà a che fare con i numerosi problemi che da sempre la assillano, quali sono i profondi squilibri economici esistenti sul piano territoriale e su quello personale, le aspirazioni ad una maggiore autonomia delle minoranze etniche e culturali e l’unificazione alla Repubblica Popolare di Taiwan; aspirazione, quest’ultima, destinata a sollevare le incertezze sul come conciliare le diversità del credo politico e delle istituzioni, oggi esistenti all’interno delle due realtà statuali asiatiche.
Oltre che dal fronte del Sud-Est asiatico, gli Stati Uniti hanno poco di che temere da quello Europeo, in particolare dall’Unione Europea, soprattutto per le divisioni esistenti tra gli Stati che la compongono, causate oltre che dalle differenze economiche esistenti, anche dal “peso” che la Germania sta assumendo all’interno della comunità. In “I tabù di Berlino fanno male all’Europa”, Heribert Dieter afferma che in Europa, secondo un’inchiesta condotta nel 2017 dal Pew Research Center, “la Germania è vista bene: il 71% dei cittadini europei ne ha una percezione positiva”; ma le cose cambiano “quando le stesse persone vengono intervistate a proposito di una leadership tedesca in Europa. Poco meno della metà (49%) è dell’opinione che la Germania sia già adesso sin troppo forte, solo un’esigua minoranza (5%) dichiara che Berlino ha un’influenza troppo debole”.
L’inchiesta ha messo in evidenza una frattura tra i Paesi del Nord e quelli del Sud dell’Unione europea, palesando che “né gli altri europei, né la maggioranza dei tedeschi desiderano una più marcata leadership tedesca all’interno della UE”. Ciò è sufficiente a garantire agli USA che l’Europa, almeno per il momento, non può rappresentare alcuna seria contestazione alla loro posizione egemone globale e che l’ambizione dell’establishment tedesco ad elevare il livello di contrapposizione con l’iperpotenza d’oltre Atlantico è più che annullata dalle contrapposizioni a Berlino da parte degli altri partner europei.
Resta il problema dell’opposizione russa all’egemonia americana; dopo l’esperienza negativa dell’ex URSS nel condurre una concorrenza attiva nei confronti degli USA, gli obiettivi della nuova Russia di Putin, secondo Vitalij Tret’jakov, preside delle scuola superiore per la televisione dell’Università statale di Mosca (“La dottrina Putin”), gli obiettivi di Mosca consisteranno nel preservare e rafforzare la Russia come grande potenza e come civiltà a sé stante e autosufficiente, salvaguardando la pace, soprattutto nelle regioni immediatamente vicine ai confini russi, e difendendo la civiltà russa in senso politico ed etnico.
Nei confronti degli USA, tali obiettivi saranno perseguiti, a parere di Tret’jakov, nel rispetto di tre linee di condotta: in primo luogo, la promozione dell’emancipazione, in modo graduale e, se possibile, non conflittuale dal predominio americano in campo economico e finanziario; in secondo luogo, il mantenimento di un equilibrio strategico-militare con gli USA; infine, l’opposizione a Washington laddove vada a toccare esplicitamente gli interessi della Russia. Nell’attenersi a questi tre criteri strategici, Mosca non “avrebbe interesse a minare intenzionalmente le posizioni degli Stati Uniti nel mondo attuale”, in quanto basterà aspettare che queste posizioni si indeboliscano naturalmente: Putin non avrebbe che da attendere, in quanto “sa e capisce che prima o poi l’Occidente” commetterà degli errori. A quel punto, “non gli resterà che decidere, dopo aver valutato i pro e i contro”, se sfruttare gli errori oppure no.
Malgrado il semi-isolazionaismo della nuova Russia, l’azione politica internazionale indicata da Tret’jakov, non può certo dirsi positiva per il mondo; ciò in quanto non è auspicabile che una superpotenza di rilevanza globale, come la Russia, possa perseguire una politica egoistica; una politica cioè che, se può non impensierire l’egemonia statunitense, è però gravida di pericoli per il resto del mondo, a causa dell’esclusivismo (non solo sul piano degli interessi materiali, ma anche su quello etnico e culturale) col quale la Russia, anziché impegnarsi nel tentativo di governare la dinamica dello stato del mondi, si limiterebbe a difendere i suoi interessi “particolari”, sfruttando i possibili errori degli altri.

Gianfranco Sabattini

Nahles a capo SPD. Germania a trazione donna

andrea-nahles-755x515La leadership tedesca è femmina, dopo la Cancelliera Angela Merkel che è a capo del Partito al Governo, anche i socialdemocratici scelgono una donna. Andrea Nahles, 47 anni, già Ministro del lavoro, eletta come leader di un partito, l’Spd che per la prima volta nella sua storia di 155 anni sceglie una donna come segretario. Mentre qualcuno fa subito notare che le preferenze per l’ex Ministro del Lavoro sono state ‘solo’ del 66,35% dei voti rispetto al segretario uscente Schulz eletto con il 100%, c’è da sottolineare che l’ex presidente del Parlamento europeo non aveva concorrenti, mentre la Nahles ha dovuto sfidare un’altra donna, Simone Lange, che ha strappato a sorpresa un 27,6%.
proveniente da una famiglia cattolica e rappresentante della sinistra dell’Spd, Nahles è stata sin dagli albori del Partito contro la politica di Schröder. Nel suo partito è conosciuta per il suo linguaggio comprensibile che riesce ad infervorare la platea, ma è soprattutto una donna pratica e determinata e se la Germania ha ora la legge sul salario minimo è innanzitutto merito suo.
Arduo compito spetta ora alla neoeletta che dovrà lavorare sodo per ricompattare i socialdemocratici tedeschi che dopo un risultato disastroso alle elezioni sono stati logorati nei mesi scorsi da un dibattito sull’ingresso nel nuovo governo Merkel.

Finanziamento pubblico e qualità della democrazia

costituzione 2

Nell’epoca della contemporaneità, delle comunicazioni frequenti e veloci, occorre interrogarsi sulla qualità delle Istituzioni, delle forze politiche e, in ultima istanza, sullo stato di salute delle democrazie pluralistiche.

Con tutta evidenza, si tratta di temi complessi che attengono al futuro delle democrazie occidentali poste di fronte alle grandi sfide di un mondo globalizzato e sempre più interconnesso.

Da circa tre decenni si assiste a una profonda modificazione delle identità e delle forme organizzative dei partiti politici.

Si è passati dai partiti di massa e strutturati, presenti nel corpo vivo della società a partiti e movimenti “leggeri”, de-ideologizzati, privi di cultura politica e guidati da leadership carismatiche che celano una pressoché totale assenza di luoghi di discussione dove elaborare linee d’azione e di riflessione teorica.

L’irrompere delle nuove tecnologie della comunicazione politica, quali i social network e le piattaforme di condivisione, ha differenziato e moltiplicato i costi della funzione politica, sempre più personalizzata e con un notevole livello di dipendenza tra il politico e il finanziatore.

A differenza del passato, il rapporto tra il finanziatore e il politico non presenta filtri e controlli che potevano essere imposti dai partiti politici di massa del Novecento.

Si aggiunga, a tutto questo, la funzione sempre più marcata dei sondaggi d’opinione, come strumento di misurazione del consenso.

Vi è il rischio che la ripetizione dei sondaggi apra le porte ad una sorta di «contratto sociale continuo»,1 ovvero a un permanente elettrocardiogramma dell’opinione pubblica destinato ad incidere sulle modalità della partecipazione popolare.

Difatti, qualora la legittimazione politica delle decisioni prese derivi esclusivamente dalla “sondaggistica”, si aprirebbe la strada al rischio che le decisioni politiche vengano indirizzate dai gruppi di potere più influenti.

In questo senso, la politica «si trasforma da labor intensive work, che richiede suole delle scarpe e strette di mano, in capital intensive work, che esige mezzi finanziari per la pubblicità e contatti postali diretti. Il denaro e i media hanno sostituito i contatti personali come principale fonte d’energia politica»2.

Con tutta evidenza, si rileva un nesso tra destrutturazione dei partiti politici di massa, con conseguente debolezza della politica e la cancellazione del finanziamento pubblico ai partiti nel nostro Paese.

Il finanziamento pubblico ai partiti è una delle modalità, assieme alle quote d’iscrizione, alla raccolta fondi e ai rimborsi elettorali, attraverso cui i partiti politici reperiscono i fondi necessari a finanziare le proprie attività.

In passato, i partiti e i movimenti politici fondavano una parte significativa delle proprie attività sui tesseramenti dei militanti e sulle donazioni volontarie; tuttavia, l’evoluzione tecnologica ha comportato l’ulteriore aumento del fabbisogno partitico, a fronte di una riduzione progressiva del finanziamento pubblico.

In Italia, con la legge n. 47/2014 si è determinato l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, sotto la spinta di un diffuso sentimento antiparlamentare e di profonda sfiducia, da parte dei cittadini, verso i meccanismi della democrazia rappresentativa.

Tuttavia, questo comporta una grave differenziazione tra i grandi partiti che possono contare su cospicui finanziamenti privati e le piccole forze politiche, custodi delle culture politiche storiche, che hanno visto ridursi notevolmente le proprie capacità d’iniziativa politica.

Le modalità di finanziamento ai partiti, previste dalla nuova legislazione, prevedono da una parte le detrazioni per le erogazioni liberali in denaro in favore dei partiti politici e, soprattutto, il meccanismo del 2 per 1000, con il quale ciascun contribuente può destinare il due per mille della propria imposta sul reddito delle persone fisiche a favore di un partito politico.

In Germania il finanziamento pubblico ai partiti è disciplinato da una legge, la Parteiengesetz, un complesso di norme che disciplina pure l’ordinamento dei partiti. Prima di essa (approvata nel 1967), in ogni caso esisteva già la disposizione costituzionale che stabilisce che i partiti debbono rendere pubblicamente conto dell’origine dei loro mezzi finanziari.

Questa legge è risultata molto efficace: tutti i partiti politici presentano, ad ogni livello, le stesse modalità organizzative/decisionali e anche democraticità interna nella selezione dei candidati.

Viceversa, in Italia non si è mai data attuazione all’art. 49 della Costituzione che prevede il diritto di associarsi liberamente ai partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

Se si osserva il caso tedesco, si rileva come vi sia un legame tra sistema di rappresentanza proporzionale e partiti ben strutturati, nonché tra partiti forti e finanziamento pubblico alle attività politiche.

In questo senso, non sembri una digressione, l’evidenziare il nesso inscindibile che lega la costruzione delle moderne democrazie pluralistiche, la conseguente estensione del suffragio elettorale, all’avanzata del principio proporzionale che nel giro di pochi decenni nel Novecento ha soppiantato, in gran parte degli Stati europei, il sistema maggioritario.

In altri termini, l’affermarsi del principio proporzionale in relazione al processo di democratizzazione è connesso all’emergere delle classi subalterne, che si sono dotate di organizzazioni sindacali e di partiti politici a difesa dei propri interessi.

«Il processo di democratizzazione ha seguito una dinamica plurifase che si è connessa con l’emancipazione civile delle classi subalterne. Il progressivo allargamento del suffragio è quindi strettamente correlato con il riconoscimento di quella serie di diritti che la dottrina ha chiamato diritti pubblici soggettivi a tutte le persone socialmente ed economicamente dipendenti».3

Proprio la Germania rappresenta un caso emblematico, poiché il sistema elettorale è proporzionale, i partiti politici presentano una democraticità interna, il finanziamento pubblico è quantitativamente superiore al finanziamento privato. Di conseguenza, gli interessi delle lobby risultano meno perforanti.

Viceversa, in contesti dove il finanziamento pubblico è del tutto, o quasi, assente, si pensi agli Stati Uniti d’America, si registra una maggiore capacità di indirizzare e manipolare le decisioni politiche da parte delle organizzazioni d’interessi privati nei confronti dei rappresentanti del Congresso.

In questa maniera vengono progressivamente espunti alcuni caratteri essenziali della tradizionale rappresentanza democratica: l’eletto come rappresentante del popolo o della nazione. Al loro posto, trionfano la rappresentanza di settore e il legame con le categorie che hanno reso possibile l’elezione, fattori determinanti di riduzione drastica dell’indipendenza dell’eletto, che individua «quale entità astratta, il bene comune».4

Anche in Italia, a causa dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti si pone la necessità di regolamentare le attività di rappresentanza d’interessi nei confronti dei decisori pubblici.

Si tratta di mettere in risalto l’elemento della trasparenza, tramite l’istituzione di un registro dei rappresentanti d’interessi, la garanzia di pubblicità delle informazioni, della conoscibilità dei processi decisionali, in un’ottica che favorisca la più ampia partecipazione democratica.

Una legge sulle lobby che ancora oggi non esiste in Italia e che rappresenta una storica battaglia del movimento socialista.

In conclusione, il rendimento del regime democratico dipende non soltanto dal sistema elettorale, ma anche dalle modalità di funzionamento delle Istituzioni, connesso ad una vitalità delle forze politiche e della cittadinanza attiva.

Tutti questi elementi scaturiscono da rapporti di forza interni alla società su cui influiscono in modo determinante le scelte delle élites.

Paolo D’Aleo

1 S. Rodotà, Tecnologie dell’informazione. La democrazia e le nuove tecnologie della comunicazione, Roma – Bari, Laterza, 2004.

2 L. K. Grossman, The Electronic Republic. Reshaping American democracy in the information age, New York, Penguin Books, 1996.

3 F. Lanchester, I sistemi elettorali e forma di governo, Bologna, Il Mulino, 1981, p. 54.

4 G. Sartori, Videopolitica, in Rivista italiana di scienza politica, vol. 19, 1989, p. 197.

Italia sempre più povera. A rischio tre italiani su dieci

povertà

C’è poco da stare allegri e molto da riflettere sull’Italia sempre più povera. La classe politica dirigente del Paese è tra i principali imputati. Lo sanno bene gli italiani che hanno preferito votare il M5S che si è presentato all’elettorato con l’immagine di candidati ‘puri e senza macchia’.

Il quadro preoccupante della ‘Povera Italia’ emerge da una analisi realizzata dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre.

Con tasse record in Ue e con una spesa sociale tra le più basse d’Europa, il rischio di povertà o di esclusione sociale tra il 2006 e il 2016 è aumentato di quasi 4 punti percentuali, raggiungendo il 30% della popolazione.  Le persone in difficoltà e deprivazione sono passate da 15 a 18,1 milioni. Il livello medio europeo è invece salito solo di un punto, attestandosi al 23,1 per cento: 6,9 punti in meno rispetto alla nostra media. In Francia e in Germania, invece, in questi 10 anni il rischio povertà è addirittura diminuito e attualmente presenta un livello di oltre 10 punti in meno al dato medio Italia.

A livello regionale la situazione al Sud è pesantissima (dove ci sono stati i maggiori successi del M5S). Gli ultimi dati disponibili riferiti al 2016 segnalano che il rischio povertà o di esclusione sociale sul totale della popolazione ha raggiunto il 55,6% in Sicilia, il 49,9% in Campania e il 46,7% in Calabria.

In Italia la pressione tributaria (vale a dire il peso solo di imposte, tasse e tributi sul Pil) si attesta al 29,6% (anno 2016). Tra i nostri principali paesi competitori presenti in Ue nessun altro ha registrato una quota così elevata. La Francia, ad esempio, ha un peso del 29,1%, l’Austria del 27,4%, il Regno Unito del 27,2%, i Paesi Bassi del 23,6%, la Germania del 23,4% e la Spagna del 22,1%.

Al netto della spesa pensionistica, il costo della spesa sociale sul Pil (disoccupazione, invalidità, casa, maternità, sanità, assistenza, etc.) si è attestata all’11,9%. Tra i principali paesi Ue presi in esame in questa analisi, solo la Spagna ha registrato una quota inferiore alla nostra (11,3% del Pil), anche se la pressione tributaria nel paese iberico è 7,5 punti inferiore alla nostra.

Tutti gli altri, invece, presentano una spesa nettamente superiore alla nostra. In buona sostanza siamo i più tartassati d’Europa e con un welfare “striminzito” il disagio sociale e le difficoltà economiche sono aumentate a dismisura.

Il coordinatore dell’Ufficio Studi della Cgia, Paolo Zabeo, ha commentato: “Da un punto di vista sociale il risultato ottenuto è stato drammatico: in Italia, ad esempio, la disoccupazione continua a rimanere sopra l’11 per cento, mentre prima delle crisi era al 6 per cento. Gli investimenti, inoltre, sono scesi di oltre 20 punti percentuali e il rischio povertà ed esclusione sociale ha toccato livelli allarmanti. In Sicilia, Campania e Calabria praticamente un cittadino su 2 si trova in una condizione di grave deprivazione. E nonostante i sacrifici richiesti alle famiglie e alle imprese, il nostro rapporto debito/Pil è aumentato di oltre 30 punti, attestandosi l’anno scorso al 131,6 per cento”.

In questi ultimi anni la crisi ha colpito indistintamente tutti i ceti sociali, anche se le famiglie del cosiddetto popolo delle partite Iva ha registrato, statisticamente, i risultati più preoccupanti. Il ceto medio produttivo, insomma, ha pagato più degli altri gli effetti negativi della crisi e ancora oggi fatica ad agganciare la ripresa.

Renato Mason, Segretario della Cgia di Mestre, fa notare: “A differenza dei lavoratori dipendenti quando un autonomo chiude l’attività non beneficia di alcun ammortizzatore sociale. Perso il lavoro ci si rimette in gioco e si va alla ricerca di una nuova occupazione. In questi ultimi anni, purtroppo, non è stato facile trovarne un altro: spesso l’età non più giovanissima e le difficoltà del momento hanno costituito una barriera invalicabile al reinserimento, spingendo queste persone verso impieghi completamente in nero”.

L’amara realtà descritta dalla CGIA si presenta a chi dovrà governare il Paese nel prossimo futuro. Il governo Gentiloni ha intrapreso, con il consenso della UE, tra diverse difficoltà, un percorso finalizzato ad un graduale superamento dei disagi sociali esistenti, ma agli elettori non è bastato. Adesso, quali scelte farà il nuovo governo rispetto al reddito di cittadinanza o alla riforma pensionistica ? Quale sarà il nuovo programma di governo e come si concilierà con le proposte elettorali ? Lo scenario è ancora aperto a molte possibilità, anche se, dopo l’insediamento del nuovo Parlamento, sembra molto probabile la formazione di un governo tra Centro Destra e M5S.

Salvatore Rondello

Arrestato Puigdemont. Scontri a Barcellona

puigdemont 3

Decine di migliaia di manifestanti a Barcellona, Girona e in altri centri della Catalogna sono scesi in piazza e hanno anche ingaggiato scontri con la polizia, in segno di protesta per l’arresto dell’ex presidente indipendentista catalano Carles Puigdemont in Germania. Almeno 87 persone hanno riportato ferite non gravi, fra cui alcuni agenti.

Almeno 4 le persone arrestate a Barcellona, secondo la polizia catalana, mentre cercavano con la forza di avvicinarsi alla sede della rappresentanza del governo di Madrid. I manifestanti hanno anche bloccato il traffico in quattro autostrade nella regione. Le proteste sono scoppiate in seguito all’arresto dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont, ricercato da alcuni giorni con un mandato di arresto europeo. Puigdemont è stato arrestato dalla polizia tedesca poco dopo aver cercato di entrare in Germania dalla Danimarca. L’agenzia di stampa DPA ha scritto che nel pomeriggio Puigdemont è stato portato nel carcere di Neumünster. L’arresto di Puigdemont rappresenta uno sviluppo molto importante della crisi catalana, e arriva il giorno dopo l’arresto di altri cinque leader indipendentisti, quasi tutti ex membri del governo Puigdemont. Lunedì 26 marzo, un tribunale deciderà sulla situazione di Puigdemont.

Fino a un paio di giorni fa Puigdemont si trovava in Finlandia per un convegno: al momento dell’arresto stava tornando in Belgio, dove vive da alcuni mesi. La polizia federale tedesca ha detto all’agenzia di stampa DPA che Puigdemont è stato arrestato alle 11.17 a Jegel, nel Land Schleswig-Holstein, e da lì portato alla stazione di polizia di Schuby. Puigdemont era insieme ad altre quattro persone in una Renault Espace con targa belga.

El Pais ha scritto che Puigdemont è stato individuato grazie ai servizi segreti spagnoli, che hanno fatto notare “l’eccellente collaborazione” delle autorità tedesche. El Pais ha anche citato fonti secondo le quali i servizi segreti spagnoli hanno seguito nel dettaglio tutto il viaggio di Puigdemont: avrebbero pensato di arrestarlo in Danimarca, ma hanno poi deciso di aspettare il suo ingresso in Germania per via dei maggiori e migliori rapporti tra Spagna e Germania.

Puigdemont era andato in Finlandia per incontrare alcuni parlamentari e tenere una conferenza all’Università di Helsinki, la capitale del paese. Il 23 marzo, dopo il mandato di arresto europeo, aveva deciso di rientrare prima del previsto, e le autorità finlandesi lo hanno cercato senza trovarlo. Mikko Karna, uno dei parlamentari che aveva ospitato Puigdemont a Helsinki, aveva scritto su Twitter che Puigdemont era partito «con mezzi ignoti» per il Belgio.

Puigdemont è stato arrestato perché il 23 marzo il Tribunale supremo spagnolo aveva riattivato l’ordine di arresto europeo nei confronti suoi e di altri leader catalani. L’accusa più importante nei loro confronti è quella di ribellione, un reato che prevede fino a 30 anni di carcere.

Puigdemont era stato destituito dalla carica di presidente della Catalogna dopo l’applicazione dell’articolo 155 della costituzione spagnola da parte del governo spagnolo: nell’ottobre 2017, temendo di essere arrestato dalle autorità spagnole, si era rifugiato a Bruxelles, in Belgio. Lo avevano seguito anche alcuni ministri del suo governo. Il giorno dopo essere arrivato in Belgio, Puigdemont aveva spiegato così la sua scelta: «Parte del governo catalano si è spostata indefinitamente a Bruxelles per portare all’attenzione la crisi catalana nel cuore dell’Europa e la politicizzazione della giustizia spagnola».

Dazi, Trump passa dalle intenzioni ai fatti

trump ditoDonald Trump, passando dalle intenzioni ai fatti ha firmato i dazi Usa su acciaio e alluminio. Il capo della Casa Bianca, atteggiandosi a difensore della patria, ha detto che gli Usa stanno facendo fronte ad ‘un assalto al nostro paese’.

I dazi sull’importazione di acciaio e alluminio entreranno in vigore nel giro di 15 giorni, fatta eccezione per i paesi esentati, come Canada e Messico. Tutti i Paesi interessati dalle nuove tariffe, secondo le stesse fonti, saranno invitate a negoziare esenzioni se possono affrontare la minaccia che il loro export pone agli Usa. Per Trump, l’Australia ed ‘altri paesi’ potrebbero essere esentati dai dazi su acciaio e alluminio, insieme a Messico e Canada. Dalla Casa Bianca, Trump ha promesso tariffe ‘giuste e flessibili, confermando i dazi al 25% sull’acciaio e al 10% sull’alluminio ma riservandosi il diritto di ‘alzarli o abbassarli’ in qualsiasi momento e di escludere singoli Paesi.

Trump ha puntato il dito contro la Germania parlando dei dazi che si appresta ad introdurre, evocando sia questioni commerciali che di difesa.  Il presidente Usa ha affermato: “Abbiamo amici e anche dei nemici che si sono approfittati enormemente di noi da anni su commercio e difesa. Se guardiamo la Nato, la Germania paga l’1% e noi paghiamo il 4,2% di un Pil molto più importante. Questo non è giusto”.

Il presidente del gruppo PPE all’Europarlamento, Manfred Weber, ha replicato: “Deploriamo profondamente l’annuncio di Trump sui dazi. L’Ue non vuole una guerra commerciale. Ma non accetteremo questo comportamento aggressivo dagli Usa senza reagire. L’Europa deve essere chiara e ferma ma proporzionata nella sua risposta agli Usa”.

Undici paesi del Pacifico hanno firmato in Cile il Cptpp (Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership), un accordo commerciale sulla falsariga del naufragato Tpp ma senza gli Stati Uniti. Ad aderire sono stati Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam.

Cecilia Malmstroem, commissario al Commercio, ha ribadito la linea europea. Al Centro Marshall Fund a Bruxelles, il Commissario Ue ha detto: “Non possiamo essere una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Uniti, per cui speriamo che ci escludano”. Cecilia Malmstroem ritiene che l’Europa non sarà tra i destinatari dei provvedimenti di Washington. Nel frattempo l’Ue non è però rimasta con le mani in mano e ha già una lista di contromisure commerciali pensate per parare il colpo che potrebbe arrivare dall’America.

La Malmstroem ha aggiunto: “Siamo 28 Paesi e dobbiamo discutere al nostro interno, ma le regole della Wto dicono che entro 90 giorni devono essere in vigore”, mettendo in chiaro che non è scontato, ma che “entro 90 giorni dobbiamo essere pronti a farlo”.

In mattinata anche il ministro tedesco dell’Economia, Brigitte Zypries, ha detto: “La mossa della Casa Bianca è un protezionismo che offende i partner vicini come l’Ue e la Germania e che limita il libero scambio. Di concerto con Bruxelles dovrà arrivare una riposta chiara agli Stati Uniti. Contro l’avviso del suo stesso partito, di molti imprenditori ed economisti, Trump ha deciso di isolare il Paese, violando le regole dell’Organizzazione mondiale per il commercio. Di pochi giorni fa le dimissioni di Gary D. Cohn, consigliere vicino al presidente, ma che sulla questione dei dazi aveva assunto una posizione ben differente”.

Draghi ha messo in guardia dal fatto che un protezionismo in aumento e altri fattori globali, come l’andamento del cambio dell’euro, potrebbero rappresentare dei rischi per la crescita attesa per l’Eurozona. Secondo quanto ha riferito il ministero dell’Economia, la produzione industriale della Germania ha registrato una flessione dello 0,1% su base mensile, dopo il meno 0,5% di dicembre. Gli analisti si attendevano invece una crescita dello 0,6%. L’Ufficio federale di statistica ha riportato: “In calo sono anche le esportazioni, che flettono dello 0,5% (mentre la stima era per un aumento dello 0,3%). Il surplus commerciale si è attestato così a 17,4 miliardi di euro, contro i 18,1 miliardi attesi dal mercato”.

Dati negativi sono in arrivo anche dalla Francia, dove la produzione industriale a gennaio è diminuita del 2% su base mensile ed è cresciuta dell’1,2% su base annua. Il mercato si attendeva rispettivamente un -0,3% e un +3,8%. La produzione manifatturiera ha invece registrato un calo dell’1,1% su mese e un aumento del 3,3% su anno.

Il funzionario dell’ala nazionalista e populista della Casa Bianca assurto a zar commerciale, Peter Navarro, ha così affermato che le esenzioni avranno un prezzo: “C’è l’opportunità per Canada e Messico di rinegoziare con successo il Nafta, ma se questo non accadrà i dazi verranno imposti”.

La tattica di esenzioni temporanee e in cambio di concessioni ad hoc potrebbe però creare a sua volta problemi. Premia intese bilaterali indebolendo un sistema multilaterale inviso a Trump ma che Washington ha finora guidato, ancorando l’economia globale. Inoltre, presta il fianco a ricorsi contro le stesse ragioni di sicurezza nazionale addotte dall’amministrazione per l’intero intervento sui dazi.

Il disagio al cospetto delle incognite sui dazi ha permeato tanto la politica quanto la Corporate America. Produttori di acciaio e alluminio quali US Stees e Century Aluminum hanno promesso mille assunzioni per ampliare in Illinois e in Kentucky. Piccole imprese manifatturiere di componentistica come grandi società che usano i metalli, dall’aerospazio al packaging, hanno al contrario denunciato danni. Quasi 30mila imprese consumano acciaio e alluminio contro le 1.500 che lo producono. E la Trade Partnership Worldwide ha stimato che se i dazi potrebbero creare 33.500 impieghi nella siderurgia distruggeranno altrove 179.300 posti di lavoro senza contare il costo di escalation di ritorsioni.
Le divisioni hanno spaccato il partito repubblicano del presidente, abituato ad ambiziose strategie di libero scambio oggi assenti anche quando con Ronald Reagan o George W. Bush a volte perseguiva mirati provvedimenti protezionistici. Ben 107 deputati conservatori hanno scritto a Trump per scongiurare ‘ampi dazi’ con ‘conseguenze indesiderate per economia e lavoratori’.

Numerose associazioni imprenditoriali e donatori repubblicani sono scesi in campo per invitare alla moderazione. Perché le sfide sul commercio non finiscono qui: con Pechino entro l’estate potrebbe esplodere una controversia sulla proprietà intellettuale. Navarro ha il dente avvelenato: nei suoi scritti ha apostrofato la Cina come ‘paese assassino’. Proprio a Pechino la Casa Bianca ha consegnato in queste ore la richiesta di un piano per ridurre di cento miliardi di dollari il deficit commerciale bilaterale ai danni degli Stati Uniti. Ieri Trump aveva erroneamente anticipato quel piano parlando di una richiesta da un miliardo.

La strategia di Trump alla Casa Bianca è ormai chiara: giustizialismo ‘pro domo sua’ applicando il ‘dividi et impera’.

Salvatore Rondello