L’Austria vuole chiudere i confini

kurzIl governo austriaco potrebbe “adottare misure per proteggere” i suoi confini. Lo ha riferito oggi, dopo che la Germania ha pianificato restrizioni sull’ingresso dei migranti come parte di un accordo per scongiurare la crisi politica di Berlino. Se l’accordo raggiunto ieri sera verrà approvato dal Governo tedesco, “saremmo obbligati ad adottare provvedimenti per evitare svantaggi per l’Austria e la sua popolazione”, spiega l’Austria in una nota, aggiungendo che sarebbe “pronta a prendere misure per proteggere” i suoi confini, in particolare quelli meridionali con l’Italia e la Slovenia.

Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz si è detto contrario all’opzione di offrire ai migranti la possibilità di chiedere asilo in Europa da “piattaforme regionali di sbarco”, che i leader Ue hanno pensato di creare fuori dal continente. “Io faccio parte di quelli che sostengono che se permettiamo le richieste di asilo (da queste piattaforme) questo creerà un incredibile fattore di attrazione”, ha dichiarato Kurz a radio O1 aggiungendo che la questione ha suscitato opinioni divergenti in occasione del recente vertice Ue sulla migrazione. Secondo il cancelliere austriaco sarebbe “più intelligente andare a cercare la gente direttamente nelle zone di guerra, invece che creare un invito a intraprendere viaggio pericolosi attraverso il Mediterraneo”. Al momento nessun paese terzo al di fuori dell’Ue si è offerto di ospitare tali “piattaforme di sbarco regionali”, la cui attuazione solleva molti dubbi tra i paesi europei e sulla compatibilità con il diritto internazionale. Il cancelliere austriaco ha giudicato “fattibile” concludere accordi con i paesi africani per ospitare tali luoghi, sperando che un vertice Ue-Africa si tenga entro la fine dell’anno.

Ovviamente il ministro degli interni non vuole essere da meno e rilancia: “L’Austria è pronta a chiudere i confini? “Per noi sarebbe un affare. Sono più quelli che tornano in Italia di quelli che vanno in Austria. Sono pronto da domani a restituire i controlli al Brennero perché l’Italia ha solo da guadagnarci”.

La ricerca di un nuovo equilibrio tra le grandi potenze del mondo

May-16-2012-State-of-libertyIl numero 4/2018 di “Limes” è dedicato ad un’analisi dello stato attuale del mondo, caratterizzato dalle tensioni globali causate dalla ricerca di una nuova configurazione dell’equilibrio dei rapporti di forza tra gli Stati. I termini della questione sono riassunti nell’Editoriale del periodico, secondo il quale la situazione attuale è rappresentata dalla posizione dominante degli Stati Uniti; sebbene tale posizione risulti ridimensionata rispetto al passato, è possibile che, considerate le condizioni interne e internazionali riguardanti i loro competitori, gli USA riescano a conservarla anche per il futuro, che è plausibile prevedere possa risultare piuttosto lungo. L’ipotesi dell’Editoriale è corroborata da una serie di articoli di autori, specialisti nel trattare le relazioni internazionali; in essi sono evidenziate le problematiche riguardanti le altre potenze che aspirano, se non proprio a sostituire, ad indebolire ulteriormente, la superpotenza americana.
La posizione attuale degli Stati Uniti – afferma l’Editoriale – “è presupposto geopolitico per eccellenza”. Tutti gli altri Stati, alleati o meno, “ne accettano l’esistenza come evidente, incontestabile. Tutti, o quasi, ne celebrano ovvero ne dannano l’iperpotenza materiale e immateriale”; alcuni Paesi alleati, addirittura, li detestano, mentre altri Paesi avversari “anelano ad essere ammessi a corte”. Ciò che stupisce è il fatto, che, malgrado l’universale riconoscimento della primazia globale della quale godono gli Stati Uniti, fra coloro che si oppongono al loro imperialismo vi siano “diversi fieri cittadini” americani, convinti che la conservazione dell’”impero non sia un affare. Stanchi di sopportarne i costi veri o presunti. Insensibili alla gloria”. Se la posizione dominante degli USA è presupposto geopolitico, come possono essere spiegate, malgrado la presidenza di Donald Trump, le ragioni della sua conservazione, “pur se oggi [quel presupposto è] meno splendente e più contestato?”
Dopo il crollo dell’ex URSS, gli USA si sono imposti nell’immaginario collettivo mondiale come unica superpotenza, perseguendo, attraverso la globalizzazione, l’unificazione del pianeta, con la proposta, da parte di due scienziati americani, di “abolire i fusi orari virando verso un tempo universale atto a istituire un calendario permanente. Valido per tutti per sempre”.
Rifacendosi al Tucidide della “Guerra del Peloponneso”, l’Editoriale di “Limes” ricorda che per qualsiasi potenza, che persegua la conservazione di una posizione dominante nel mondo, non possa “esistere logica diversa da quella dell’utile”; ciò perché nessun legame di solidarietà e di vicinanza può conservarsi nel tempo se “non vi corrispondono sicurezza e fiducia”; concetto, questo, che sarà formalizzato sul piano politico dal marxista Antonio Gramsci, con la formulazione del concetto di “egemonia”, adottato per esprimere una posizione dominante di un gruppo sociale o di uno Stato, destinata a divenire impensabile “senza il consenso” e impraticabile “senza la forza”, non solo militare, ma anche e soprattutto culturale. Ma ogni potenza globale ed egemone, pur sorretta dal consenso, osserva l’Editoriale, è costretta ad agire all’interno di un contesto di relazioni interstatali che ne condizionano la strategia.
Sulla base di questo assunto, l’Editoriale di “Limes” ipotizza, all’interno del precario equilibrio globale ora esistente, la presenza di alcuni Stati o realtà politiche che, con la loro azione, potrebbero prefigurare possibili conflitti, tali da implicare “un grado minimo o massimo di impegno americano”. I soggetti, nel ruolo dei quattro “cavalieri dell’Apocalisse” assegnato dall’Editoriale, sono principalmente la Cina, la Russia, la Corea del Nord, cui può essere aggiunta l’Unione Europea; viene pertanto da chiedersi se tali realtà politiche possano e vogliano davvero subentrare agli Stati Uniti nel rango di primo attore e, se lo potessero e volessero, di quali argomenti e strumenti dispongano per coronare col successo la loro aspirazione.
A parere dell’Editoriale, se gli americani eviteranno “di farsi del male da soli, e malgrado la torrenziale letteratura apocalittica di propria produzione, in questo mondo di Stati, gli Stati Uniti possono aspirare a restare il Numero Uno. A lungo”. Questa conclusione è supportata da varie considerazioni e riflessioni, tutte attinenti alla “debolezza” degli Stati o delle realtà politiche che possono svolgere il ruolo di competitori e che, con la loro azione, possono destabilizzare la posizione egemone degli USA, per sostituirsi ad essi, o quantomeno per ridurne il “peso” globale.
Le difficoltà che si parano davanti all’azione dei competitori dell’America derivano innanzitutto dal fatto che, come osserva Dario Fabbri (“L’America conservatrice”), nel mondo instabile di oggi gli americani sono diventati conservatori. A differenza di quanto erano propensi ad intraprendere nel passato, essi “non pensano più di stravolgere la congiuntura internazionale. Confermano lo status quo, ne accettano il dipanarsi. Non solo perché maneggiano i gangli del primato – dal controllo delle vie marittime alla funzione di compratore di ultima istanza, dall’emissione del dollaro all’avanguardia tecnologica”; ma anche perché le sofferenze patite a causa del loro avventurismo, vissuto nella prospettiva di poter “rimodellare il creato, intendono scongiurare il ripetersi della storia”. Soffrendo per l’impulsiva voglia di isolarsi e di ritirarsi dalla gestione degli affari internazionali, anche per gli sforzi che sono chiamati a compiere per via del loro status egemonico nel mondo, gli Usa hanno scelto “la manutenzione ordinaria del sistema che presiedono”.
Pur scegliendo l’opzione meno impegnativa per la conservazione della loro posizione egemone, gli Stati Uniti hanno conservato intatte le finalità della loro politica estera, salvo l’apporto di alcuni adattamenti al mutamento delle condizioni attinenti il resto del mondo; gli USA, infatti, continuano a curare gli aspetti della loro politica estera, avendo di mira l’obbiettivo prioritario del contenimento marittimo della Cina e di quello terrestre della Russia; quindi, senza temere una possibile convergenza tra i propri competitori, hanno maturato una crescente opposizione nei confronti dell’aumento delle pretese tedesche, nella consapevolezza – secondo Fabbri – “che è impossibile rinnegare la propria dimensione imperiale”. Ciò, nel timore che le dinamiche interne alla società americana possano vanificare quanto sinora realizzato.
L’attuale strategia internazionale degli Stati Uniti è stata elaborata al termine della Guerra fredda, allorché, dopo il crollo dell’URSS, gli USA hanno vissuto l’illusione d’essere divenuti una superpotenza solitaria; da allora, via via che l’illusione si è dissolta, essi hanno adattato la loro politica internazionale al mutare delle condizioni globali, cumulando “un massiccio deficit commerciale per creare dipendenza tra sé e i [loro] satelliti e mantenere globale la [propria] moneta”, riuscendo così a contenere le sfide dei concorrenti più insidiosi, fornendo aiuti militari ai loro alleati, senza però agire per distruggere l’equilibrio esistente, al fine di favorire l’avvento di una nuova configurazione dello stato del mondo. Così facendo, gli USA hanno teso a lasciare agli altri l’onere di alterare lo status quo, a condizione che i mutamenti risultassero aderenti ai loro interessi.
Una prova di tale atteggiamento sul piano della politica estera degli Stati Uniti può essere rinvenuto, ad esempio, nel proposito di coinvolgere i propri alleati nelle “campagne” di contenimento dei propri concorrenti, come è avvenuto nel caso della Russia, contro la quale l’opposizione è stata appaltata – afferma Fabbri – “ai Paesi dell’Europa centro-orientale”, attraverso il collocamento al loro interno di sistemi d’armi puntati contro Mosca e l’assegnazione di un ruolo cruciale ai paesi baltici.
Anche sul fronte estremo-orientale, l’impegno degli USA è volto a coinvolgere gli alleati nel contenere le ambizioni della Cina, determinata a divenire il principale concorrente commerciale di Washington attraverso la realizzazione del progetto infrastrutturale delle vie della seta. Eppure, anche da questo fronte, secondo Giorgio Cuscito (“I nemici delle nuove vie della seta”), gli Stati Uniti hanno poco da temere, sia per i timori che la realizzazione di tale progetto sta suscitando in diverse aree politiche del mondo, sia per ragioni politiche interne della Cina.
Sul Piano internazionale, diversi sono i fattori che rendono le rotte delle vie della seta fonte di preoccupazioni, non solo per gli Stati Uniti, ma anche per altre realtà politiche; in Asia, ad esempio, India e Giappone, congiuntamente ad altri Paesi minori del Sud-Est asiatico, “stanno prendendo contromisure per ostacolare l’iniziativa, percepita come uno strumento per espandere la sfera d’influenza cinese a livello globale”; anche perché alcuni progetti promossi da Pechino non hanno una valenza esclusivamente economica.
Ultimamente, ai dubbi e ai timori dei Paesi asiatici si sono aggiunti anche quelli dell’Unione Europea; negli ultimi tempi, le istituzioni europee, sollecitate da Germania, Francia e Italia, hanno evidenziato una maggiore attenzione rivolta alle attività cinesi in Europa e nel Mediterraneo. Ciò ha spinto le istituzioni comunitarie “a prendere provvedimenti per monitorare più accuratamente le attività della Repubblica Popolare nel Vecchio Continente”, sino a decidere di dotarsi di un quadro normativo atto “a prevenire le acquisizioni d’interesse strategico da parte di aziende statali ubicate fuori dall’UE”.
Sotto l’aspetto politici interno, invece, la Cina avrà a che fare con i numerosi problemi che da sempre la assillano, quali sono i profondi squilibri economici esistenti sul piano territoriale e su quello personale, le aspirazioni ad una maggiore autonomia delle minoranze etniche e culturali e l’unificazione alla Repubblica Popolare di Taiwan; aspirazione, quest’ultima, destinata a sollevare le incertezze sul come conciliare le diversità del credo politico e delle istituzioni, oggi esistenti all’interno delle due realtà statuali asiatiche.
Oltre che dal fronte del Sud-Est asiatico, gli Stati Uniti hanno poco di che temere da quello Europeo, in particolare dall’Unione Europea, soprattutto per le divisioni esistenti tra gli Stati che la compongono, causate oltre che dalle differenze economiche esistenti, anche dal “peso” che la Germania sta assumendo all’interno della comunità. In “I tabù di Berlino fanno male all’Europa”, Heribert Dieter afferma che in Europa, secondo un’inchiesta condotta nel 2017 dal Pew Research Center, “la Germania è vista bene: il 71% dei cittadini europei ne ha una percezione positiva”; ma le cose cambiano “quando le stesse persone vengono intervistate a proposito di una leadership tedesca in Europa. Poco meno della metà (49%) è dell’opinione che la Germania sia già adesso sin troppo forte, solo un’esigua minoranza (5%) dichiara che Berlino ha un’influenza troppo debole”.
L’inchiesta ha messo in evidenza una frattura tra i Paesi del Nord e quelli del Sud dell’Unione europea, palesando che “né gli altri europei, né la maggioranza dei tedeschi desiderano una più marcata leadership tedesca all’interno della UE”. Ciò è sufficiente a garantire agli USA che l’Europa, almeno per il momento, non può rappresentare alcuna seria contestazione alla loro posizione egemone globale e che l’ambizione dell’establishment tedesco ad elevare il livello di contrapposizione con l’iperpotenza d’oltre Atlantico è più che annullata dalle contrapposizioni a Berlino da parte degli altri partner europei.
Resta il problema dell’opposizione russa all’egemonia americana; dopo l’esperienza negativa dell’ex URSS nel condurre una concorrenza attiva nei confronti degli USA, gli obiettivi della nuova Russia di Putin, secondo Vitalij Tret’jakov, preside delle scuola superiore per la televisione dell’Università statale di Mosca (“La dottrina Putin”), gli obiettivi di Mosca consisteranno nel preservare e rafforzare la Russia come grande potenza e come civiltà a sé stante e autosufficiente, salvaguardando la pace, soprattutto nelle regioni immediatamente vicine ai confini russi, e difendendo la civiltà russa in senso politico ed etnico.
Nei confronti degli USA, tali obiettivi saranno perseguiti, a parere di Tret’jakov, nel rispetto di tre linee di condotta: in primo luogo, la promozione dell’emancipazione, in modo graduale e, se possibile, non conflittuale dal predominio americano in campo economico e finanziario; in secondo luogo, il mantenimento di un equilibrio strategico-militare con gli USA; infine, l’opposizione a Washington laddove vada a toccare esplicitamente gli interessi della Russia. Nell’attenersi a questi tre criteri strategici, Mosca non “avrebbe interesse a minare intenzionalmente le posizioni degli Stati Uniti nel mondo attuale”, in quanto basterà aspettare che queste posizioni si indeboliscano naturalmente: Putin non avrebbe che da attendere, in quanto “sa e capisce che prima o poi l’Occidente” commetterà degli errori. A quel punto, “non gli resterà che decidere, dopo aver valutato i pro e i contro”, se sfruttare gli errori oppure no.
Malgrado il semi-isolazionaismo della nuova Russia, l’azione politica internazionale indicata da Tret’jakov, non può certo dirsi positiva per il mondo; ciò in quanto non è auspicabile che una superpotenza di rilevanza globale, come la Russia, possa perseguire una politica egoistica; una politica cioè che, se può non impensierire l’egemonia statunitense, è però gravida di pericoli per il resto del mondo, a causa dell’esclusivismo (non solo sul piano degli interessi materiali, ma anche su quello etnico e culturale) col quale la Russia, anziché impegnarsi nel tentativo di governare la dinamica dello stato del mondi, si limiterebbe a difendere i suoi interessi “particolari”, sfruttando i possibili errori degli altri.

Gianfranco Sabattini

Nahles a capo SPD. Germania a trazione donna

andrea-nahles-755x515La leadership tedesca è femmina, dopo la Cancelliera Angela Merkel che è a capo del Partito al Governo, anche i socialdemocratici scelgono una donna. Andrea Nahles, 47 anni, già Ministro del lavoro, eletta come leader di un partito, l’Spd che per la prima volta nella sua storia di 155 anni sceglie una donna come segretario. Mentre qualcuno fa subito notare che le preferenze per l’ex Ministro del Lavoro sono state ‘solo’ del 66,35% dei voti rispetto al segretario uscente Schulz eletto con il 100%, c’è da sottolineare che l’ex presidente del Parlamento europeo non aveva concorrenti, mentre la Nahles ha dovuto sfidare un’altra donna, Simone Lange, che ha strappato a sorpresa un 27,6%.
proveniente da una famiglia cattolica e rappresentante della sinistra dell’Spd, Nahles è stata sin dagli albori del Partito contro la politica di Schröder. Nel suo partito è conosciuta per il suo linguaggio comprensibile che riesce ad infervorare la platea, ma è soprattutto una donna pratica e determinata e se la Germania ha ora la legge sul salario minimo è innanzitutto merito suo.
Arduo compito spetta ora alla neoeletta che dovrà lavorare sodo per ricompattare i socialdemocratici tedeschi che dopo un risultato disastroso alle elezioni sono stati logorati nei mesi scorsi da un dibattito sull’ingresso nel nuovo governo Merkel.

Finanziamento pubblico e qualità della democrazia

costituzione 2

Nell’epoca della contemporaneità, delle comunicazioni frequenti e veloci, occorre interrogarsi sulla qualità delle Istituzioni, delle forze politiche e, in ultima istanza, sullo stato di salute delle democrazie pluralistiche.

Con tutta evidenza, si tratta di temi complessi che attengono al futuro delle democrazie occidentali poste di fronte alle grandi sfide di un mondo globalizzato e sempre più interconnesso.

Da circa tre decenni si assiste a una profonda modificazione delle identità e delle forme organizzative dei partiti politici.

Si è passati dai partiti di massa e strutturati, presenti nel corpo vivo della società a partiti e movimenti “leggeri”, de-ideologizzati, privi di cultura politica e guidati da leadership carismatiche che celano una pressoché totale assenza di luoghi di discussione dove elaborare linee d’azione e di riflessione teorica.

L’irrompere delle nuove tecnologie della comunicazione politica, quali i social network e le piattaforme di condivisione, ha differenziato e moltiplicato i costi della funzione politica, sempre più personalizzata e con un notevole livello di dipendenza tra il politico e il finanziatore.

A differenza del passato, il rapporto tra il finanziatore e il politico non presenta filtri e controlli che potevano essere imposti dai partiti politici di massa del Novecento.

Si aggiunga, a tutto questo, la funzione sempre più marcata dei sondaggi d’opinione, come strumento di misurazione del consenso.

Vi è il rischio che la ripetizione dei sondaggi apra le porte ad una sorta di «contratto sociale continuo»,1 ovvero a un permanente elettrocardiogramma dell’opinione pubblica destinato ad incidere sulle modalità della partecipazione popolare.

Difatti, qualora la legittimazione politica delle decisioni prese derivi esclusivamente dalla “sondaggistica”, si aprirebbe la strada al rischio che le decisioni politiche vengano indirizzate dai gruppi di potere più influenti.

In questo senso, la politica «si trasforma da labor intensive work, che richiede suole delle scarpe e strette di mano, in capital intensive work, che esige mezzi finanziari per la pubblicità e contatti postali diretti. Il denaro e i media hanno sostituito i contatti personali come principale fonte d’energia politica»2.

Con tutta evidenza, si rileva un nesso tra destrutturazione dei partiti politici di massa, con conseguente debolezza della politica e la cancellazione del finanziamento pubblico ai partiti nel nostro Paese.

Il finanziamento pubblico ai partiti è una delle modalità, assieme alle quote d’iscrizione, alla raccolta fondi e ai rimborsi elettorali, attraverso cui i partiti politici reperiscono i fondi necessari a finanziare le proprie attività.

In passato, i partiti e i movimenti politici fondavano una parte significativa delle proprie attività sui tesseramenti dei militanti e sulle donazioni volontarie; tuttavia, l’evoluzione tecnologica ha comportato l’ulteriore aumento del fabbisogno partitico, a fronte di una riduzione progressiva del finanziamento pubblico.

In Italia, con la legge n. 47/2014 si è determinato l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, sotto la spinta di un diffuso sentimento antiparlamentare e di profonda sfiducia, da parte dei cittadini, verso i meccanismi della democrazia rappresentativa.

Tuttavia, questo comporta una grave differenziazione tra i grandi partiti che possono contare su cospicui finanziamenti privati e le piccole forze politiche, custodi delle culture politiche storiche, che hanno visto ridursi notevolmente le proprie capacità d’iniziativa politica.

Le modalità di finanziamento ai partiti, previste dalla nuova legislazione, prevedono da una parte le detrazioni per le erogazioni liberali in denaro in favore dei partiti politici e, soprattutto, il meccanismo del 2 per 1000, con il quale ciascun contribuente può destinare il due per mille della propria imposta sul reddito delle persone fisiche a favore di un partito politico.

In Germania il finanziamento pubblico ai partiti è disciplinato da una legge, la Parteiengesetz, un complesso di norme che disciplina pure l’ordinamento dei partiti. Prima di essa (approvata nel 1967), in ogni caso esisteva già la disposizione costituzionale che stabilisce che i partiti debbono rendere pubblicamente conto dell’origine dei loro mezzi finanziari.

Questa legge è risultata molto efficace: tutti i partiti politici presentano, ad ogni livello, le stesse modalità organizzative/decisionali e anche democraticità interna nella selezione dei candidati.

Viceversa, in Italia non si è mai data attuazione all’art. 49 della Costituzione che prevede il diritto di associarsi liberamente ai partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

Se si osserva il caso tedesco, si rileva come vi sia un legame tra sistema di rappresentanza proporzionale e partiti ben strutturati, nonché tra partiti forti e finanziamento pubblico alle attività politiche.

In questo senso, non sembri una digressione, l’evidenziare il nesso inscindibile che lega la costruzione delle moderne democrazie pluralistiche, la conseguente estensione del suffragio elettorale, all’avanzata del principio proporzionale che nel giro di pochi decenni nel Novecento ha soppiantato, in gran parte degli Stati europei, il sistema maggioritario.

In altri termini, l’affermarsi del principio proporzionale in relazione al processo di democratizzazione è connesso all’emergere delle classi subalterne, che si sono dotate di organizzazioni sindacali e di partiti politici a difesa dei propri interessi.

«Il processo di democratizzazione ha seguito una dinamica plurifase che si è connessa con l’emancipazione civile delle classi subalterne. Il progressivo allargamento del suffragio è quindi strettamente correlato con il riconoscimento di quella serie di diritti che la dottrina ha chiamato diritti pubblici soggettivi a tutte le persone socialmente ed economicamente dipendenti».3

Proprio la Germania rappresenta un caso emblematico, poiché il sistema elettorale è proporzionale, i partiti politici presentano una democraticità interna, il finanziamento pubblico è quantitativamente superiore al finanziamento privato. Di conseguenza, gli interessi delle lobby risultano meno perforanti.

Viceversa, in contesti dove il finanziamento pubblico è del tutto, o quasi, assente, si pensi agli Stati Uniti d’America, si registra una maggiore capacità di indirizzare e manipolare le decisioni politiche da parte delle organizzazioni d’interessi privati nei confronti dei rappresentanti del Congresso.

In questa maniera vengono progressivamente espunti alcuni caratteri essenziali della tradizionale rappresentanza democratica: l’eletto come rappresentante del popolo o della nazione. Al loro posto, trionfano la rappresentanza di settore e il legame con le categorie che hanno reso possibile l’elezione, fattori determinanti di riduzione drastica dell’indipendenza dell’eletto, che individua «quale entità astratta, il bene comune».4

Anche in Italia, a causa dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti si pone la necessità di regolamentare le attività di rappresentanza d’interessi nei confronti dei decisori pubblici.

Si tratta di mettere in risalto l’elemento della trasparenza, tramite l’istituzione di un registro dei rappresentanti d’interessi, la garanzia di pubblicità delle informazioni, della conoscibilità dei processi decisionali, in un’ottica che favorisca la più ampia partecipazione democratica.

Una legge sulle lobby che ancora oggi non esiste in Italia e che rappresenta una storica battaglia del movimento socialista.

In conclusione, il rendimento del regime democratico dipende non soltanto dal sistema elettorale, ma anche dalle modalità di funzionamento delle Istituzioni, connesso ad una vitalità delle forze politiche e della cittadinanza attiva.

Tutti questi elementi scaturiscono da rapporti di forza interni alla società su cui influiscono in modo determinante le scelte delle élites.

Paolo D’Aleo

1 S. Rodotà, Tecnologie dell’informazione. La democrazia e le nuove tecnologie della comunicazione, Roma – Bari, Laterza, 2004.

2 L. K. Grossman, The Electronic Republic. Reshaping American democracy in the information age, New York, Penguin Books, 1996.

3 F. Lanchester, I sistemi elettorali e forma di governo, Bologna, Il Mulino, 1981, p. 54.

4 G. Sartori, Videopolitica, in Rivista italiana di scienza politica, vol. 19, 1989, p. 197.

Italia sempre più povera. A rischio tre italiani su dieci

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C’è poco da stare allegri e molto da riflettere sull’Italia sempre più povera. La classe politica dirigente del Paese è tra i principali imputati. Lo sanno bene gli italiani che hanno preferito votare il M5S che si è presentato all’elettorato con l’immagine di candidati ‘puri e senza macchia’.

Il quadro preoccupante della ‘Povera Italia’ emerge da una analisi realizzata dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre.

Con tasse record in Ue e con una spesa sociale tra le più basse d’Europa, il rischio di povertà o di esclusione sociale tra il 2006 e il 2016 è aumentato di quasi 4 punti percentuali, raggiungendo il 30% della popolazione.  Le persone in difficoltà e deprivazione sono passate da 15 a 18,1 milioni. Il livello medio europeo è invece salito solo di un punto, attestandosi al 23,1 per cento: 6,9 punti in meno rispetto alla nostra media. In Francia e in Germania, invece, in questi 10 anni il rischio povertà è addirittura diminuito e attualmente presenta un livello di oltre 10 punti in meno al dato medio Italia.

A livello regionale la situazione al Sud è pesantissima (dove ci sono stati i maggiori successi del M5S). Gli ultimi dati disponibili riferiti al 2016 segnalano che il rischio povertà o di esclusione sociale sul totale della popolazione ha raggiunto il 55,6% in Sicilia, il 49,9% in Campania e il 46,7% in Calabria.

In Italia la pressione tributaria (vale a dire il peso solo di imposte, tasse e tributi sul Pil) si attesta al 29,6% (anno 2016). Tra i nostri principali paesi competitori presenti in Ue nessun altro ha registrato una quota così elevata. La Francia, ad esempio, ha un peso del 29,1%, l’Austria del 27,4%, il Regno Unito del 27,2%, i Paesi Bassi del 23,6%, la Germania del 23,4% e la Spagna del 22,1%.

Al netto della spesa pensionistica, il costo della spesa sociale sul Pil (disoccupazione, invalidità, casa, maternità, sanità, assistenza, etc.) si è attestata all’11,9%. Tra i principali paesi Ue presi in esame in questa analisi, solo la Spagna ha registrato una quota inferiore alla nostra (11,3% del Pil), anche se la pressione tributaria nel paese iberico è 7,5 punti inferiore alla nostra.

Tutti gli altri, invece, presentano una spesa nettamente superiore alla nostra. In buona sostanza siamo i più tartassati d’Europa e con un welfare “striminzito” il disagio sociale e le difficoltà economiche sono aumentate a dismisura.

Il coordinatore dell’Ufficio Studi della Cgia, Paolo Zabeo, ha commentato: “Da un punto di vista sociale il risultato ottenuto è stato drammatico: in Italia, ad esempio, la disoccupazione continua a rimanere sopra l’11 per cento, mentre prima delle crisi era al 6 per cento. Gli investimenti, inoltre, sono scesi di oltre 20 punti percentuali e il rischio povertà ed esclusione sociale ha toccato livelli allarmanti. In Sicilia, Campania e Calabria praticamente un cittadino su 2 si trova in una condizione di grave deprivazione. E nonostante i sacrifici richiesti alle famiglie e alle imprese, il nostro rapporto debito/Pil è aumentato di oltre 30 punti, attestandosi l’anno scorso al 131,6 per cento”.

In questi ultimi anni la crisi ha colpito indistintamente tutti i ceti sociali, anche se le famiglie del cosiddetto popolo delle partite Iva ha registrato, statisticamente, i risultati più preoccupanti. Il ceto medio produttivo, insomma, ha pagato più degli altri gli effetti negativi della crisi e ancora oggi fatica ad agganciare la ripresa.

Renato Mason, Segretario della Cgia di Mestre, fa notare: “A differenza dei lavoratori dipendenti quando un autonomo chiude l’attività non beneficia di alcun ammortizzatore sociale. Perso il lavoro ci si rimette in gioco e si va alla ricerca di una nuova occupazione. In questi ultimi anni, purtroppo, non è stato facile trovarne un altro: spesso l’età non più giovanissima e le difficoltà del momento hanno costituito una barriera invalicabile al reinserimento, spingendo queste persone verso impieghi completamente in nero”.

L’amara realtà descritta dalla CGIA si presenta a chi dovrà governare il Paese nel prossimo futuro. Il governo Gentiloni ha intrapreso, con il consenso della UE, tra diverse difficoltà, un percorso finalizzato ad un graduale superamento dei disagi sociali esistenti, ma agli elettori non è bastato. Adesso, quali scelte farà il nuovo governo rispetto al reddito di cittadinanza o alla riforma pensionistica ? Quale sarà il nuovo programma di governo e come si concilierà con le proposte elettorali ? Lo scenario è ancora aperto a molte possibilità, anche se, dopo l’insediamento del nuovo Parlamento, sembra molto probabile la formazione di un governo tra Centro Destra e M5S.

Salvatore Rondello

Arrestato Puigdemont. Scontri a Barcellona

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Decine di migliaia di manifestanti a Barcellona, Girona e in altri centri della Catalogna sono scesi in piazza e hanno anche ingaggiato scontri con la polizia, in segno di protesta per l’arresto dell’ex presidente indipendentista catalano Carles Puigdemont in Germania. Almeno 87 persone hanno riportato ferite non gravi, fra cui alcuni agenti.

Almeno 4 le persone arrestate a Barcellona, secondo la polizia catalana, mentre cercavano con la forza di avvicinarsi alla sede della rappresentanza del governo di Madrid. I manifestanti hanno anche bloccato il traffico in quattro autostrade nella regione. Le proteste sono scoppiate in seguito all’arresto dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont, ricercato da alcuni giorni con un mandato di arresto europeo. Puigdemont è stato arrestato dalla polizia tedesca poco dopo aver cercato di entrare in Germania dalla Danimarca. L’agenzia di stampa DPA ha scritto che nel pomeriggio Puigdemont è stato portato nel carcere di Neumünster. L’arresto di Puigdemont rappresenta uno sviluppo molto importante della crisi catalana, e arriva il giorno dopo l’arresto di altri cinque leader indipendentisti, quasi tutti ex membri del governo Puigdemont. Lunedì 26 marzo, un tribunale deciderà sulla situazione di Puigdemont.

Fino a un paio di giorni fa Puigdemont si trovava in Finlandia per un convegno: al momento dell’arresto stava tornando in Belgio, dove vive da alcuni mesi. La polizia federale tedesca ha detto all’agenzia di stampa DPA che Puigdemont è stato arrestato alle 11.17 a Jegel, nel Land Schleswig-Holstein, e da lì portato alla stazione di polizia di Schuby. Puigdemont era insieme ad altre quattro persone in una Renault Espace con targa belga.

El Pais ha scritto che Puigdemont è stato individuato grazie ai servizi segreti spagnoli, che hanno fatto notare “l’eccellente collaborazione” delle autorità tedesche. El Pais ha anche citato fonti secondo le quali i servizi segreti spagnoli hanno seguito nel dettaglio tutto il viaggio di Puigdemont: avrebbero pensato di arrestarlo in Danimarca, ma hanno poi deciso di aspettare il suo ingresso in Germania per via dei maggiori e migliori rapporti tra Spagna e Germania.

Puigdemont era andato in Finlandia per incontrare alcuni parlamentari e tenere una conferenza all’Università di Helsinki, la capitale del paese. Il 23 marzo, dopo il mandato di arresto europeo, aveva deciso di rientrare prima del previsto, e le autorità finlandesi lo hanno cercato senza trovarlo. Mikko Karna, uno dei parlamentari che aveva ospitato Puigdemont a Helsinki, aveva scritto su Twitter che Puigdemont era partito «con mezzi ignoti» per il Belgio.

Puigdemont è stato arrestato perché il 23 marzo il Tribunale supremo spagnolo aveva riattivato l’ordine di arresto europeo nei confronti suoi e di altri leader catalani. L’accusa più importante nei loro confronti è quella di ribellione, un reato che prevede fino a 30 anni di carcere.

Puigdemont era stato destituito dalla carica di presidente della Catalogna dopo l’applicazione dell’articolo 155 della costituzione spagnola da parte del governo spagnolo: nell’ottobre 2017, temendo di essere arrestato dalle autorità spagnole, si era rifugiato a Bruxelles, in Belgio. Lo avevano seguito anche alcuni ministri del suo governo. Il giorno dopo essere arrivato in Belgio, Puigdemont aveva spiegato così la sua scelta: «Parte del governo catalano si è spostata indefinitamente a Bruxelles per portare all’attenzione la crisi catalana nel cuore dell’Europa e la politicizzazione della giustizia spagnola».

Dazi, Trump passa dalle intenzioni ai fatti

trump ditoDonald Trump, passando dalle intenzioni ai fatti ha firmato i dazi Usa su acciaio e alluminio. Il capo della Casa Bianca, atteggiandosi a difensore della patria, ha detto che gli Usa stanno facendo fronte ad ‘un assalto al nostro paese’.

I dazi sull’importazione di acciaio e alluminio entreranno in vigore nel giro di 15 giorni, fatta eccezione per i paesi esentati, come Canada e Messico. Tutti i Paesi interessati dalle nuove tariffe, secondo le stesse fonti, saranno invitate a negoziare esenzioni se possono affrontare la minaccia che il loro export pone agli Usa. Per Trump, l’Australia ed ‘altri paesi’ potrebbero essere esentati dai dazi su acciaio e alluminio, insieme a Messico e Canada. Dalla Casa Bianca, Trump ha promesso tariffe ‘giuste e flessibili, confermando i dazi al 25% sull’acciaio e al 10% sull’alluminio ma riservandosi il diritto di ‘alzarli o abbassarli’ in qualsiasi momento e di escludere singoli Paesi.

Trump ha puntato il dito contro la Germania parlando dei dazi che si appresta ad introdurre, evocando sia questioni commerciali che di difesa.  Il presidente Usa ha affermato: “Abbiamo amici e anche dei nemici che si sono approfittati enormemente di noi da anni su commercio e difesa. Se guardiamo la Nato, la Germania paga l’1% e noi paghiamo il 4,2% di un Pil molto più importante. Questo non è giusto”.

Il presidente del gruppo PPE all’Europarlamento, Manfred Weber, ha replicato: “Deploriamo profondamente l’annuncio di Trump sui dazi. L’Ue non vuole una guerra commerciale. Ma non accetteremo questo comportamento aggressivo dagli Usa senza reagire. L’Europa deve essere chiara e ferma ma proporzionata nella sua risposta agli Usa”.

Undici paesi del Pacifico hanno firmato in Cile il Cptpp (Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership), un accordo commerciale sulla falsariga del naufragato Tpp ma senza gli Stati Uniti. Ad aderire sono stati Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam.

Cecilia Malmstroem, commissario al Commercio, ha ribadito la linea europea. Al Centro Marshall Fund a Bruxelles, il Commissario Ue ha detto: “Non possiamo essere una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Uniti, per cui speriamo che ci escludano”. Cecilia Malmstroem ritiene che l’Europa non sarà tra i destinatari dei provvedimenti di Washington. Nel frattempo l’Ue non è però rimasta con le mani in mano e ha già una lista di contromisure commerciali pensate per parare il colpo che potrebbe arrivare dall’America.

La Malmstroem ha aggiunto: “Siamo 28 Paesi e dobbiamo discutere al nostro interno, ma le regole della Wto dicono che entro 90 giorni devono essere in vigore”, mettendo in chiaro che non è scontato, ma che “entro 90 giorni dobbiamo essere pronti a farlo”.

In mattinata anche il ministro tedesco dell’Economia, Brigitte Zypries, ha detto: “La mossa della Casa Bianca è un protezionismo che offende i partner vicini come l’Ue e la Germania e che limita il libero scambio. Di concerto con Bruxelles dovrà arrivare una riposta chiara agli Stati Uniti. Contro l’avviso del suo stesso partito, di molti imprenditori ed economisti, Trump ha deciso di isolare il Paese, violando le regole dell’Organizzazione mondiale per il commercio. Di pochi giorni fa le dimissioni di Gary D. Cohn, consigliere vicino al presidente, ma che sulla questione dei dazi aveva assunto una posizione ben differente”.

Draghi ha messo in guardia dal fatto che un protezionismo in aumento e altri fattori globali, come l’andamento del cambio dell’euro, potrebbero rappresentare dei rischi per la crescita attesa per l’Eurozona. Secondo quanto ha riferito il ministero dell’Economia, la produzione industriale della Germania ha registrato una flessione dello 0,1% su base mensile, dopo il meno 0,5% di dicembre. Gli analisti si attendevano invece una crescita dello 0,6%. L’Ufficio federale di statistica ha riportato: “In calo sono anche le esportazioni, che flettono dello 0,5% (mentre la stima era per un aumento dello 0,3%). Il surplus commerciale si è attestato così a 17,4 miliardi di euro, contro i 18,1 miliardi attesi dal mercato”.

Dati negativi sono in arrivo anche dalla Francia, dove la produzione industriale a gennaio è diminuita del 2% su base mensile ed è cresciuta dell’1,2% su base annua. Il mercato si attendeva rispettivamente un -0,3% e un +3,8%. La produzione manifatturiera ha invece registrato un calo dell’1,1% su mese e un aumento del 3,3% su anno.

Il funzionario dell’ala nazionalista e populista della Casa Bianca assurto a zar commerciale, Peter Navarro, ha così affermato che le esenzioni avranno un prezzo: “C’è l’opportunità per Canada e Messico di rinegoziare con successo il Nafta, ma se questo non accadrà i dazi verranno imposti”.

La tattica di esenzioni temporanee e in cambio di concessioni ad hoc potrebbe però creare a sua volta problemi. Premia intese bilaterali indebolendo un sistema multilaterale inviso a Trump ma che Washington ha finora guidato, ancorando l’economia globale. Inoltre, presta il fianco a ricorsi contro le stesse ragioni di sicurezza nazionale addotte dall’amministrazione per l’intero intervento sui dazi.

Il disagio al cospetto delle incognite sui dazi ha permeato tanto la politica quanto la Corporate America. Produttori di acciaio e alluminio quali US Stees e Century Aluminum hanno promesso mille assunzioni per ampliare in Illinois e in Kentucky. Piccole imprese manifatturiere di componentistica come grandi società che usano i metalli, dall’aerospazio al packaging, hanno al contrario denunciato danni. Quasi 30mila imprese consumano acciaio e alluminio contro le 1.500 che lo producono. E la Trade Partnership Worldwide ha stimato che se i dazi potrebbero creare 33.500 impieghi nella siderurgia distruggeranno altrove 179.300 posti di lavoro senza contare il costo di escalation di ritorsioni.
Le divisioni hanno spaccato il partito repubblicano del presidente, abituato ad ambiziose strategie di libero scambio oggi assenti anche quando con Ronald Reagan o George W. Bush a volte perseguiva mirati provvedimenti protezionistici. Ben 107 deputati conservatori hanno scritto a Trump per scongiurare ‘ampi dazi’ con ‘conseguenze indesiderate per economia e lavoratori’.

Numerose associazioni imprenditoriali e donatori repubblicani sono scesi in campo per invitare alla moderazione. Perché le sfide sul commercio non finiscono qui: con Pechino entro l’estate potrebbe esplodere una controversia sulla proprietà intellettuale. Navarro ha il dente avvelenato: nei suoi scritti ha apostrofato la Cina come ‘paese assassino’. Proprio a Pechino la Casa Bianca ha consegnato in queste ore la richiesta di un piano per ridurre di cento miliardi di dollari il deficit commerciale bilaterale ai danni degli Stati Uniti. Ieri Trump aveva erroneamente anticipato quel piano parlando di una richiesta da un miliardo.

La strategia di Trump alla Casa Bianca è ormai chiara: giustizialismo ‘pro domo sua’ applicando il ‘dividi et impera’.

Salvatore Rondello

Il “Trimarium” e lo spirito dell’Unione Europea

germania russia ue

In seguito alla caduta di Napoleone, l‘ordine europeo deciso al Congresso di Vienna è entrato in crisi all’inizio del XX secolo, dopo il crollo degli imperi asburgico, tedesco e russo. Le guerre che hanno caratterizzato gran parte del secolo (la Grande guerra, la Seconda guerra mondiale e la Guerra fredda) non sono valse a prefigurare un nuovo ordine, in quanto, sebbene siano state tutte vissute dalle potenze che vi hanno partecipato per acquisire una posizione egemonica sul Vecchio Continente, si sono chiuse per armistizio, senza che venisse formalizzato un nuovo accordo tra vincitori e vinti.

Gli USA e l’Unione Sovietica dal 1945 al 1991 hanno gestito una pace armistiziale con la costruzione di due Europe, risultate – come afferma l’Editoriale di Limes (n. 12/2917) – “specularmene opposte, dunque strategicamente asimmetriche”; di esse, la Cortina di ferro, che correva da Stettino a Trieste, è stata la linea di divisione.

Il crollo dell’URSS ha messo in discussione la bipartizione europea seguita alla fine del secondo conflitto mondiale, facendo nascere, con l’inclusione dei Paesi dell’Europa orientale, una nuova Europa, con “una sempre più esigue zona grigia a separarla dai confini della Russia occidentale”. In tal modo, gli ex Stati comunitari dell’Est europeo, che si erano liberati dal giogo sovietico, sono venuti a trovarsi a vivere all’interno di una nuova comunità politica indeterminata, senza un centro di riferimento; ciò perché, delle due potenze che si erano spartite l’Europa del secondo dopoguerra, la Russia aveva “subito tali amputazioni da metterne in crisi lo stigma imperiale”, mentre gli Stati Uniti, “primattori mondiali, perciò anche europei”, vinte le guerra (due calde e una fredda), hanno considerato preminente il teatro indo-sino-pacifico. Nel contempo, l’altro potenziale protagonista, cui francesi, inglesi, italiani e altri popoli europei attribuivano l’intento di “farsi egemone continentale, la Germania riunita”, ha affermato di non disporre “delle risorse culturali e strategiche necessarie a tradurre la sua centralità geoeconomica in potenza a tutto tondo”.

La situazione di stallo che ha pesato sul futuro dell’Unione Europea ha suscitato in Polonia e nei Paesi baltici il timore (non senza fondamento) di una possibile alleanza, anche se solo sul piano economico, tra Germania e Russia; ciò ha indotto i Paesi dell’Europa orientale a prendere delle iniziative volte ad azzerare la possibilità che la possibile alleanza possa avere luogo, dando vita al “Trimarium”. E’ questo un patto che raggruppa dodici Paesi, che dal Mar Baltico arrivano fino al Mar Nero e, con Croazia e Slovenia, toccano l’Adriatico. Gli Stati coinvolti sono la Polonia, che è la capofila dell’accordo, l’Ungheria, la Repubblica Ceca, la Slovacchia, i tre Stati baltici, la Bulgaria, la Slovenia, la Romania, poi la Croazia e l’Austria. Si tratta di un insieme di territori che divide di nuovo in due l’attuale Unione Europea, frapponendosi tra l’Europa occidentale e la Russia.

Il Trimarium non è tuttavia un’iniziativa nuova; nel 1920, il maresciallo polacco Pilsudsky, aveva lanciato l’idea che si dovesse costituire una “cintura” di Paesi strettamente alleati, allo scopo di separare fisicamente la Russia dalla Germania, entrambe percepite come Paesi aggressivi e invadenti. La linea di separazione era stata chiamata “Intermarium” e la si era pensata estendersi dal Mar Baltico al Mar Nero; l’Intermarium era stato quindi concepito come una difesa comune e, anche allora, lo scopo era di impedire ogni possibile avvicinamento tra la Russia e l’Europa occidentale.

Secondo i suoi promotori, invece, l’unico scopo del Trimarium sarebbe di natura economica e mirerebbe a costruire nuove infrastrutture logistiche tra gli Stati partecipanti, consolidando la loro reciproca cooperazione; il Trimarium perciò non avrebbe alcuna valenza geopolitica. Sebbene si parli anche di rafforzamento della “sicurezza”, non è specificato in quale modo questa finalità possa essere perseguita. Tuttavia, indipendentemente dalle affermazioni dei rappresentanti dei Paesi coinvolti, basta avere presente il senso dei tentativi trascorsi per cogliere anche i significati più reconditi dei promotori della nuova iniziativa.

Il progetto, secondo Przemysław Żurawski vel Grajewski, coordinatore della sezione difesa e politica del Consiglio nazionale di sviluppo della presidenza della Repubblica di Polonia e consulente del Ministero degli esteri polacco, in “La nuova Europa longitudinale: il Trimarium visto dalla Polonia” (Limes n. 12/2017), “si delinea su due dimensioni – le infrastrutture dei trasporti e quelle energetiche – e ha carattere puramente economico”. Il suo successo, secondo il consulente polacco, sarebbe legato al fatto che tutti i Paesi coinvolti fanno parte dell’Unione Europea, il cui obiettivo sul piano politico non può che essere perciò quello di “approfondire la cooperazione settoriale e rafforzare la coesione fra gli Stati del fianco orientale della UE”; ciò al fine di “sviluppare legami economici e personali fra i Paesi dell’Europa centro-orientale, per rendere questi ultimi creatori attivi del processo di integrazione europea, non meri consumatori di idee e progetti provenienti dal nucleo dell’Unione”.

Secondo Przemysław Żurawski vel Grajewski, il primo obiettivo del Trimarium consisterebbe nel potenziamento delle infrastrutture dei trasporti, in considerazione del fatto che, soprattutto nell’ultimo decennio, sarebbero state potenziate le vie di collegamento fra l’Est e l’Ovest dell’Europa e trascurate quelle Nord-Sud. Il secondo obiettivo sarebbe l’approfondimento della cooperazione nel settore energetico, al fine di realizzare una risposta efficace alla “sfida posta dalla Russia, evidente nelle cosiddette guerre del gas fra Mosca e Kiev […], accompagnate dall’aggressione militare russa a partire dal 2014”. Per sventare un simile pericolo, ai danni soprattutto dei Paesi baltici e della Polonia, la contromisura “dell’iniziativa dei Tre Mari è incarnata nel corridoio Nord-Sud che punta a collegare il già esistente terminal di gas naturale liquido di Świnoujście sulla costa baltica a quello pianificato sull’isola croata di Krk nel Mar Adriatico”.

Il Timarium sarebbe quindi la risposta concreta al “Nord Stream 2” (il nuovo impianto per il trasporto del gas, che dovrà collegare la Russia all’Europa attraverso il Mar baltico, in aggiunta al “Nord Stream 1”), che accomuna tutti i Paesi aderenti, in quanto ognuno di essi teme – secondo Przemysław Żurawski vel Grajewski – il dominio russo, percependo l’”esportazione del gas come strumento della politica estera del Cremino”; essi, perciò, sono contrari alla realizzazione del nuovo impianto, così come lo erano a quella del primo.

Nel complesso, stando alle parole del coordinatore della sezione difesa e politica del consiglio nazionale di sviluppo della presidenza della Repubblica di Polonia, l’iniziativa dei Tre Mari non punterebbe a sostituirsi alla UE, in quanto non sarebbe “stata creata contro qualcuno o qualcosa, ma per promuovere la cooperazione regionale”. Anche se focalizzata, per il momento, solo sulle infrastrutture di trasporto ed energetiche, il Trimarium potrebbe anche concorrere a “rafforzare le relazioni transatlantiche, attirando le forniture di gnl [gas naturale liquefatto] dagli Stati Uniti”.

Tuttavia, a parere di Alessandro Vitale (”It’s the economy, Putin. Il Trimarium visto dai baltici”, Limes n. 12/2017), pur rispondendo a esigenze reali di diversificazione delle politiche e di una più stretta cooperazione, finalizzata a una maggiore integrazione regionale, il Trimarium sarebbe però “dominato dalla politica estera polacca, in quanto percepito come “condizionato dalle strategie geopolitiche di Varsavia”. La strategia della Polonia, molto prudente all’indomani del crollo dell’ex URSS, secondo Vitale, verrebbe oggi riproposta con maggior vigore dall’insieme dei Paesi di Visegrad (il gruppo originario, costituito da Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia, allo scopo di stabilire e rafforzare la cooperazione per promuovere la loro integrazione unitaria nell’Unione europea), dai Paesi baltici e da quelli balcanici, tutti membri dell’Unione, preoccupati, oltre che dell’aggressività della Russia, anche del pericolo identificato “nello sforzo del Cremlino volto a minare la coesione euro-occidentale per ottenere concessioni e vantaggi strategici in Europa orientale”.

Per queste ragioni, sono in molti coloro che sottolineano come, in realtà, le iniziative dei Paesi della fascia orientale dell’Europa, sebbene i commentatori polacchi affermino che il Trimarium risponde a solo finalità economiche, corrispondano ad un disegno strategico avente finalità difensive; fatto, questo, che induce i critici a nutrire perplessità sulla plausibilità dell’attivismo dei Paesi coinvolti, in quanto, trattandosi di membri dell’Unione Europea, avrebbero dovuto fare ricorso alle previste procedure di “cooperazione rafforzata”, anziché procedere autonomamente al di fuori delle istituzioni comunitarie. Un altro aspetto anomalo del Trimarium è rinvenuto nel fatto che molti dei Paesi che vi aderiscono siano gli stessi che rifiutano di accettare le direttive UE sul governo dei flussi dei migranti; su questo specifico argomento, è proprio la Polonia ad essere la più intransigente, dimentica della solidarietà prestatale da molti Paesi dell’Europa occidentale (tra i quali l’Italia), della quale essa ha potuto disporre nella sua lotta contro il domino sovietico. Viene da pensare che persino le ossa di Papa Wojtyla starebbero ribellandosi al comportamento attuale, riguardo all’argomento dei migranti, da parte del Paese sacro al suo cuore.

L’accordo del Trimarium, non essendo stato concordato con l’UE, è percepito dai critici, se non proprio come un atto ostile all’Europa, come un accordo politico estraneo alla strategia dell’Unione e sicuramente dannoso per alcuni Paesi fedeli al progetto dell’unificazione politica del Vecchio Continente (fra essi vi è a anche l‘Italia).

A parere di Germano Dottori (“Il Trimarium danneggia l’Italia”, in Limes n. 12/2017), il Trimarium rappresenta, per il nostro Paese, “una sfida di tipo nuovo. Per quanto i sui principali promotori si affannino a ripetere che il nuovo format non è una riformulazione del progetto dell’Intermarium e non veicola alcuna particolare velleità geopolitica, concentrandosi prevalentemente sulle infrastrutture dei Paesi partecipanti, in realtà le implicazioni rilevanti dal punto di vista strategico e della sicurezza non mancano. Facendo della Polonia sul Baltico, della Romania sul Mar Nero e della Croazia sull’Adriatico i suoi perni, l’iniziativa dei Tre Mari pare in effetti puntare alla riconfigurazione dell’intera architettura interna dei flussi commerciali europei. Tagliandone fuori la Germania, ma non l’Austria, quanto l’Italia, che in questa fase ha scelto di essere tra gli alleati più fedeli di Berlino”.

Poiché la mancanza dell’unità politica dell’Europa è la grande debolezza che il Vecchio Continente si trova attualmente a dover gestire, è comprensibile che ognuno dei Paesi membri prenda iniziative per sollecitare l’accelerazione del processo di unificazione politica dell’Europa. Non è però accettabile che un gruppo di Paesi membri conduca una politica internazionale indipendentemente dagli altri, guardandosi bene dal rinunciare alle risorse che gli vengono trasferite per tutt’altro scopo. I Paesi dell’Europa Centro-Orientale si stanno rivelando degli incalliti sovranisti che – afferma Dottori – “guardano in effetti all’Europa solo come a una cornice entro cui perfezionare la costruzione della loro indipendenza nazionale”, per cui è inevitabile che la scelta di promuovere l’iniziativa dei Tre Mari sia percepita come l’indizio della “volontà dei suoi promotori di costruire un controaltare”, destinato, se non contrastato, a riservare ai restanti membri dell’UE possibili amare sorprese, come quella, ad esempio, di favorire la politica dell’America di Trump contro la Germania, nel momento stesso in cui si invoca un maggiore impegno di Berlino per il rilancio del processo di unificazione politica dell’Europa.

Bene quindi ha fatto l’Italia se, come rivelano recenti fonti diplomatiche, ha chiesto la riunione del gruppo “Med 7” (comprendente Francia, Italia, Spagna, Grecia, Malta, Cipro e anche Portogallo) per concordare le decisioni di riforma che nei prossimi mesi dovranno essere assunte per il completamento dell’Unione monetaria, essenziale per rilanciare l’economia del Vecchio Continente e con essa del processo di unificazione politica dell’Europa. Decisione saggia quella assunta dalla diplomazia italiana, soprattutto se si pensa che in questo momento è d’uopo supplire all’assenza di attenzione per i fatti europei da parte di una classe politica impegnata in tutt’altre faccende, al punto di trascurare gli atti ostili portati contro la realizzazione dell’”edificio politico comune”, il solo che, in prospettiva, potrà costituire una valida garanzia per il nostro futuro.

Gianfranco Sabattini

 

Spd. Sulla grande coalizione la parola alla base

SPD-coalizione

Una volta raggiunto l’accordo fra i conservatori di Angela Merkel e i socialdemocratici per una nuova Grosse Koalition, in Germania l’ultima parola spetta alla base della Spd. I 463.723 militanti che risultavano iscritti al partito il 6 febbraio potranno votare per dire sì o no all’intesa: si tratta di persone di almeno 14 anni, non necessariamente originarie della Germania.

La consultazione interna si terrà dal 20 febbraio al 2 marzo, il voto sarà espresso via posta e un risultato dovrebbe essere annunciato il 4 marzo. Difficile prevedere l’esito: nonostante la direzione del partito si sia schierata apertamente a favore dell’accordo, e nonostante le concessioni importanti da Merkel alla Spd, si preannuncia un risultato combattuto. A gennaio i circa 640 delegati della Spd, cioè i quadri del partito, avevano già fatto emergere le loro divisioni approvando solo con il 56% l’apertura dei negoziati per un nuovo governo di Grosse Koalition, o ‘GroKo’ come la chiamano i media. Uno schiaffo per il leader Spd Martin Schulz, il quale mercoledì ha annunciato che lascerà la presidenza del partito e mira a ricoprire il ruolo di ministro degli Esteri nel nuovo esecutivo.

Il leader dei giovani Spd contro la Groko
Il leader dei giovani della Spd, Kevin Künhert, è diventato il portabandiera dei socialdemocratici contrari a una riedizione della GroKo. Recentemente ha lanciato una campagna di adesione alla Spd con l’unico obiettivo di attirare dei membri ostili a un’alleanza con la destra, e in poche settimane il partito ha ottenuto circa 25mila nuove iscrizioni.

Se base spd dice sì
Se la base della Spd voterà sì alla nuova Grosse Koalition, Angela Merkel nel mese di marzo dovrà essere eletta cancelliera dal Bundestag per un quarto mandato. In questa eventualità, la sua candidatura verrà presentata formalmente dal presidente Frank-Walter Steinmeier e dovrà ottenere il sostegno della maggioranza assoluta dei parlamentari. A quel punto il capo dello Stato dovrà nominare i ministri su proposta della cancelliera. L’esecutivo, dunque, potrebbe essere in funzione già nella seconda metà di marzo, cioè circa sei mesi dopo le legislative, un record. Il quarto mandato di Merkel dovrebbe terminare, di norma, nell’autunno del 2021.

Se base Spd dice no
Se la base della Spd votasse invece no all’accordo per una nuova Grosse Koalition, la Germania cadrebbe in una situazione politica inedita e difficile: o un governo di minoranza, sempre a guida Merkel, oppure il ritorno alle urne. In questa eventualità gli scenari sono regolati dall’articolo 63 della Costituzione tedesca.

L’articolo 63 della costituzione
La Carta prevede che il capo dello Stato proponga ai deputati un candidato alla cancelleria, che nel caso preciso sarà con ogni probabilità Angela Merkel dal momento che i conservatori sono arrivati in testa alle legislative: se Merkel dovesse fallire nel tentativo di raccogliere una maggioranza assoluta al Bundestag un secondo voto si potrà tenere nei 14 giorni successivi; in caso di nuovo fallimento, in un terzo voto le sarà sufficiente la maggioranza semplice per essere eletta. A quel punto Steinmeier avrà sette giorni di tempo per decidere se nominare Merkel cancelliera per guidare un governo di minoranza. In caso contrario, può sciogliere il Bundestag e indire nuove elezioni.Nei fatti sarebbe Merkel a decidere quali dei due scenari preferisce, cioè se il governo di minoranza o il ritorno alle urne. Ma dal momento che la cancelliera ha detto che non intende governare senza una maggioranza chiara, la dissoluzione del Parlamento sembra l’opzione più probabile in caso in cui la Grosse Koalition dovesse saltare. Nuove elezioni si dovrebbero allora celebrare nei 60 giorni successivi.

Polonia: un passo in avanti verso l’isolazionismo

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La Polonia di Legge e Giustizia ha fatto un ulteriore passo in avanti nel sentiero dell’isolazionismo internazionale.

Dopo le pretese di risarcimenti alla Germania per i danni subiti durante la seconda guerra mondiale, il perenne fronte aperto con Bruxelles sulla questione immigrati, le scaramucce frequenti con l’Ucraina per i conti storici ancora aperti (sempre che lo siano davvero) ed i flussi migratori con l’apertura dei visti verso la UE; il governo di Varsavia getta sale sulla ferita ancora non rimarginata con Israele.

Il varo della nuova legge che condanna a tre anni di reclusione chiunque sostenga che i campi di sterminio della seconda guerra mondiale fossero polacchi e non tedeschi ha causato una vera e propria tempesta geopolitica dalla quale Varsavia, schiacciata tra necessità di consenso interno ed isolamento esterno, sembra non trovare via di uscita.

Il proposito della legge può sembrare a primo acchito sacrosanto: benché geograficamente ubicati entro le frontiere della Polonia post-guerra, i campi di sterminio nazisti furono prodotto della pazzia del Reich. In una approssimativa ricerca che ho potuto compiere, nel 2016 l’espressione “Campi di sterminio polacchi” è apparsa nella stampa ben 56 volte, delle quali 7 in Italia. In tutti i casi che ho potuto trovare, tuttavia, la dicitura sembra avere più carattere geografico che non revisionista. La qual cosa, a mio avviso, non giustifica l’ignoranza del giornalista, ma nemmeno tre anni di carcere.

Eppure basta scorrere il testo della legge per comprendere il vero pericolo: per incappare nella tagliola della giustizia polacca sarebbe infatti sufficiente mettere anche solo in dubbio una qualsivoglia collaborazione dei polacchi con i nazisti nel corso dello sterminio.

Ora, detto che la Polonia ha dato il più alto tributo di sangue, detto che la Polonia detiene, e con differenza, il maggior numero dei “Giusti”, detto che la Polonia è la terra di Tadeusz Pankiewicz, Irena Sendler, Janusz Korczak, Witold Pilecki … e detto che si potrebbe continuare questa lista per altre quattro pagine; ebbene detto tutto questo, gli storici hanno già dissotterrato da sotto il manto dell’oblio molti casi di partecipazione attiva di parti della società polacca nell’uccisione di ebrei. Soprattutto nell’Est del paese, in casi molto simili a quanto sia avvenuto in Lituania e Bielorussia.

E che questi casi, così come quelli ancora da portare a galla, non cambierebbero nulla rispetto all’assioma di cui sopra, ossia che lo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale sia un fatto che pesi sulla coscienza dei soli nazisti o al massimo, per dirla con Baumann, su quella dell’umanità moderna nella sua interezza.

Logico pensare quindi che tale legge impedisca una ulteriore analisi di questi casi soprattutto ad opera di giovani storici o giornalisti che non siano protetti da strutture universitarie o grandi giornali.

Essendo una legge impossibile da applicare – come arrestare un giornalista finlandese? Portare alla sbarra un sopravvissuto dell’olocausto che accusa un vicino di casa di collaborazionismo? – risulta evidente come l’obiettivo del partito di Jarosław Kaczynski sia gettare benzina sul già infuocato sentimento di nazionalismo che divide il paese e spostare l’attenzione dalla scandalosa riforma della giustizia che ha fatto reagire muscolosamente Bruxelles.

Mentre Israele reagisce in modo deciso, e a mio avviso esagerato ed esacerbato anch’esso da lotte interne al governo Netanyahu, mentre gli Stati Uniti minacciano il ritiro dell’ambasciatore se il pavido presidente Duda controfirmasse la legge rendendola effettiva, in Polonia sembra essere saltato il coperchio al vaso di Pandora di un antisemitismo latente da anni.

Era infatti dalla fine degli anni sessanta, dall’epoca di Gomułka, che non si vedevano nella società manifestazioni così dichiarate di antisemitismo, con scandalosi fiumi di parole sui social, deputati della maggioranza che si producono in dichiarazioni contro Israele e manifestazioni pubbliche di antisemitismo nelle piazze. Tutto ciò peraltro in un contesto già di per sè reso incandescente dalle manifestazioni fasciste di parte delle marce in occasione della festa nazionale dell’11 di novembre, della scoperta fatta dalla tv indipendente di incontri inneggianti ad Hitler e celebrati nei boschi della Slesia ai quali hai quali hanno personaggi legati, direttamente o indirettamente, alle ali più estreme del governo in carica.

Il rimpasto di governo del mese scorso ha reso possibile l’ eliminazione delle figure più controverse del governo, ma sembra a parte dell’opinione pubblica, quella più spaventata dalla deriva nazionalista della Polonia, solo un trompe-l’œil volto a calmare gli animi del mondo occidentale mentre il governo solletica all’interno del paese il lato più revanscista di una società che, per dirla come l’ex presidente Aleksader Kwasniewski, ancora non ha superato i traumi e i complessi del proprio passato.

Non resta che attendere la decisione del presidente Duda. Ma per le relazioni internazionali della Polonia non sarà una firma o meno a dissipare le nere nuvole di tempesta che si addensano su Varsavia e rischiano di rimanervi per molti decenni. Già, quella stessa Varsavia resa celebre nel mondo dalle pagine in Yiddish dei fratelli Singer .

Diego Audero