I Socialisti rinascono con Schulz e spaventano la CDU

Anche se mancano ancora sette mesi alla elezioni, fissate per il 24 settembre, la CDU di Angela Merkel cerca di contrastare la rapida scalata della SPD nei sondaggi gettando ombre sull’onestà del candidato socialdemocratico Martin Schulz. Il sospetto, l’aver agevolato la carriera dei suoi collaboratori a Bruxelles nelle vesti di Presidente del Parlamento Europeo.

shulz merkelGermania: Martin Schulz incalza Angela Merkel nei sondaggi, la CDU passa al contrattacco

La rinascita dei socialdemocratici. La corsa alla Cancelliera tedesca, che finora vedeva Angela Merkel in fuga solitaria verso il quarto mandato consecutivo, è diventato uno scontro a due. A gennaio, infatti, il distacco fra la CDU dell’attuale Cancelliera e la SPD del vice-Cancelliere e Ministro dell’Economia Sigmar Gabriel era ancora superiore ai dieci punti percentuali: poca la fiducia dell’elettorato nel candidato socialdemocratico, la cui leadership è stata schiacciata da quattro anni di alleanza di governo con Angela Merkel. Questo ha spinto Gabriel al ritiro dalla competizione e dalla guida del partito aprendo la strada alla candidatura all’ex-Presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz e – allo stesso tempo – favorendo il recupero della SPD, data nei più recenti sondaggi alla pari o in leggero vantaggio rispetto alla CDU: 31% a 30%. Inoltre, Schulz sarebbe stato capace di riaccendere gli animi dell’elettorato socialdemocratico portando ad un aumento degli iscritti – più 4631 in due settimane – e convincendo gli astenuti a tornare a votare. Difatti – secondo quanto riporta un’indagine Insa-Opinionstrend per il settimanale Der Spiegel – un quinto degli elettori socialdemocratici non avrebbe partecipato all’ultima tornata elettorale del 2013, ma sarebbe intenzionato a farlo a settembre per supportare la corsa del carismatico ex-Presidente. Dal punto di vista politico, la riapertura della corsa alla Cancelleria ha inoltre allontanato le possibilità di una coalizione di governo a tre fra CDU, SPD e Verdi – soluzione data per scontata in chiave anti-euroscettica quando la SPD era data attorno al 20% – e riaperto i giochi per un governo dei socialdemocratici insieme alla Sinistra e agli stessi verdi, riportando per la prima volta in 12 anni la CDU all’opposizione. Nonostante tutto, lo scenario più probabile rimane quello della Grande Coalizione fra i due partiti maggiori, anche se non è impossibile che la guida di questa sia proprio dei socialdemocratici.

La sfida. La discesa in campo di Schulz avviene dopo 23 anni passati al Parlamento Europeo, una carriera che lo ha portato a scontrarsi con Silvio Berlusconi, capogruppo del Partito Socialista Europeo e, infine, alla presidenza della stessa assemblea. Libraio, autodidatta senza titolo di studio, viene considerato in Germania come un “uomo del popolo“, è arrivato al successo politico dopo aver affrontato i propri demoni personali fatti di alcolismo e depressione giovanile. Politicamente è un esponente “conservatore” della corrente centrista del partito, non differenziandosi in questo dallo stesso Sigmar Gabriel da cui si distingue, invece, per il più pronunciato carisma e la capacità retorica, considerata “passionaria” e, per questo, molto diversa da quella pragmatica e rigida dell’attuale Cancelliera. La presa di Schulz sull’elettorato, ha spinto Angela Merkel – apparsa finora ancora lontana dalla campagna elettorale – a correre ai ripari rivolgendo la propria attenzione al consolidamento del proprio partito risolvendo il contrasto interno con la CSU – colonna bavarese della CDU – incentrato sulla politica di porte aperte all’immigrazione della Cancelliera, contestata da Monaco. Conscia di come l’appoggio della CSU sia essenziale per essere confermata al governo, Angela Merkel ha concordato un piano in 16 punti per il contenimento dell’immigrazione volto ad agevolare le espulsioni, favorire il riconoscimento dei rifugiati – garantendo alle autorità il controllo dei cellulari degli immigrati – e incentivare i ritorni volontari: una svolta a destra intesa – anche – a limitare l’avanzata verso i populisti di Alternativa per la Germania (AfD).

I panni sporchi di Martin Schultz? Riconsolidato il fronte interno, l’attenzione della CDU si è spostata verso Martin Schultz e se da una parte Angela Merkel – refrattaria a scendere direttamente nell’agone politico – si è rallegrata nel sottolineare l’importanza di avere una competizione elettorale equilibrata, dall’altra i toni sono stati alzati dai parlamentari europei del suo partito e dal loro capogruppo, Herbert Reul. Egli ha reso pubblico un dossier di nove pagine che accusa Schulz di  atti di nepotismo politico compiuti in qualità di Presidente del Parlamento Europeo a favore dei membri del proprio staff personale a Bruxelles. Sotto accusa ci sarebbero una serie le nomine che hanno portato alcuni membri del gabinetto della Presidenza Schulz – fra cui alcuni dei suoi collaboratori più stretti e di lunga data a posti interni all’amministrazione parlamentare, incarichi a tempo indeterminato non legati alla durata della Presidenza. In particolare il documento – che riprende in larga parte un dossier pubblicato da POLITICO nel 2016 – punta l’indice sulla nomina a Direttore Generale alla Presidenza – il numero due dell’assemblea – di Markus Winkler e quella a Direttrice della Commissione Affari Economici e Finanziari di Monika Strasser. Entrambi socialdemocratici, il primo ha servito come segretario personale di Schultz dal 1996, la seconda come ex-tesoriera dell’europarlamentare. A queste si dovrebbero aggiungere una serie di nomine minori che hanno spinto il Presidente del gruppo Verdi Europei Phillippe Lamberts a dichiarare come per farsi strada al Parlamento Europeo fosse necessario “essere tedeschi e socialisti”. Di fronte alle accuse è stata immediata la risposta della SPD: per la Segretaria Generale Katarina Barley si tratterebbe di “calunnie elettorali” diffuse – sostiene il membro della direzione del partito, Ralf Stegner – nel tentativo di “diffondere accuse infondate, sperando che qualcuna attecchisca nell’elettorato”.

Schäuble all’attacco. Mentre si apre il fronte europeo, contro il candidato socialdemocratico scende in campo anche Wolfgang Schäuble. Secondo il potente Ministro delle Finanze – considerato uno dei falchi del governo Merkel – Schultz starebbe portando avanti una campagna elettorale di matrice populista. Il candidato socialdemocratico – dice il Ministro – “dovrebbe fermarsi di più a riflettere” e non cercare di dividere la società tedesca “alterando dati” e citando “verità alternative”.  “Nessun politico intenzionato a combattere il populismo che minaccia l’Unione, dovrebbe esprimersi e comportarsi come Herr Schultz” dice il Ministro, criticando anche la tendenza di Schultz – politico di carriera – a presentarsi quale “uomo del popolo” e candidato outsider lontano dalla “casta politica”: “essere stati al parlamento europeo ed esserne arrivati alla Presidenza, significa far parte dell’establishment”. Sempre secondo Schäuble, l’atteggiamento del candidato socialdemocratico sarebbe assimilabile a quello di Donald Trump aggiungendo che “se Schultz invitasse i propri sostenitori a scandire qualcosa come Make Europe Great Again – Rendiamo l’Europa di nuovo grande – allora sarebbe letteralmente la copia di Trump”.

Nell’era dell’Europa a guida tedesca, i partner europei non possono ignorare quanto succederà a settembre a Berlino.

Simone Bonzano

 il Caffè e l’Opinione

Commercio estero. Dall’Istat segnali di ripresa

Commercio mondialeL’Istat ha comunicato i dati sul commercio estero per il 2016. “A dicembre 2016, rispetto al mese precedente, si registra una crescita sia dell’export (+2,3%) sia dell’import (+2,5%). L’avanzo commerciale è pari a 5,8 miliardi (+5,6 miliardi a dicembre 2015). L’aumento congiunturale dell’export coinvolge entrambe le principali aree di sbocco, con un incremento delle vendite maggiore verso i paesi extra Ue (+2,5%) rispetto all’area Ue (+2,1%).

Rispetto al trimestre precedente, negli ultimi tre mesi dell’anno si rileva una dinamica positiva per entrambi i flussi (+2,4% per l’export e +3,6% per l’import). Le vendite di tutti i principali raggruppamenti di industrie sono in espansione, in particolare per i prodotti energetici (+20,6%) e per i beni di consumo non durevoli (+2,9%).

Nei confronti dello stesso mese dell’anno precedente, a dicembre 2016 crescono sia l’export (+5,7%) sia l’import (+6,1%). Le variazioni tendenziali risultano pari a +8,5% per l’export e +10,0% per l’import se corrette per i giorni lavorativi.

Nel corso dell’anno 2016 le esportazioni sono in crescita (+1,1% in valore e +1,2% in volume) mentre le importazioni registrano una diminuzione (-1,4%) in valore e un aumento (+3,1%) in volume. L’espansione dell’export è da ascrivere esclusivamente ai paesi dell’area Ue (+3,0%); la flessione del valore delle importazioni (-1,4%) al netto dell’energia risulta in aumento (+1,5%). L’avanzo commerciale raggiunge i 51,6 miliardi (+78,0 miliardi al netto dell’energia).

Nel 2016, i mercati più dinamici all’export sono Giappone (+9,6%), Cina e Repubblica ceca (+6,4% entrambe), Spagna (+6,1%) e Germania (+3,8%). Si segnala la forte crescita nell’anno delle vendite all’estero di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+6,8%), autoveicoli (+6,3%), mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (+4,6%) e prodotti alimentari, bevande e tabacco (+4,2%).

Nel 2016, gli acquisti dalla Russia (-26,3%), così come quelli di gas naturale e di petrolio greggio (rispettivamente -28,5% e -20,4%), sono risultati in forte calo. Nel mese di dicembre 2016 l’indice dei prezzi all’importazione dei prodotti industriali aumenta dello 0,5% rispetto al mese precedente e dell’1,6% nei confronti di dicembre 2015.

L’incremento dei prezzi all’importazione dipende principalmente dalle dinamiche del comparto energetico, al netto del quale l’indice registra un più contenuto aumento (+0,1%) rispetto al mese precedente e una diminuzione dello 0,2% in termini tendenziali”. E’ particolarmente evidente il peggioramento delle relazioni commerciali con la Russia per la netta flessione delle importazioni di gas e petrolio greggio. Nel determinare l’avanzo della bilancia commerciale hanno principalmete contribuito i prodotti farmaceutici e medicinali, gli autoveicoli e i mezzi di trasporto, i prodotti agro-alimentari. Discorso a parte meriterebbe la forte espansione delle vendite dei prodotti energetici.

Programmi più ambiziosi si potrebbero fare per il prossimo futuro puntando su settori in cui l’Italia è particolarmente competitiva come l’industria del legno e del mobilio, la cantieristica navale, l’elettronica avanzata, ed altri settori come haute-couture, abbigliamento, etc. in cui l’Italia può vantare alta tecnologia, avanguardia stilistica e innovazione creativa.

Salvatore Rondello

SPD. Esce Gabriel, Schulz verso la sfida con la Merkel

gabriel peter“Tutti i sondaggi hanno mostrato che gli elettori non vogliono più una grande coalizione, ma nella testa delle persone io sono proprio quella. Ecco perché Martin Schulz è l’uomo giusto”, ha spiegato nella riunione del gruppo parlamentare Spd, Sigmar Gabriel rinunciando alla candidatura alla cancelleria.
Ad anticipare la ritirata di Gabriel ci ha pensato il quotidiano tedesco “Die Zeit”, aggiungendo che l’ex candidato del Spd vorrebbe dimettersi anche dai due ruoli che attualmente ricopre: quello di segretario del partito socialdemocratico tedesco e da quello di ministro degli Affari Economici, per poi diventare ministro degli Affari esteri, quando, secondo l’accordo già raggiunto nella Grande coalizione, l’attuale ministro Frank-Walter Steinmeier diventerà, a marzo, capo dello Stato.
Salvo sorprese sarà quindi Martin Schulz, l’ex presidente del Parlamento europeo, l’avversario della cancelliera uscente Angel Merkel alle elezioni di fine settembre.
La novità arriva dopo mesi di duro confronto tra Gabriel e l’ex presidente del Parlamento europeo, dato che il segretario in carica ha tentato in ogni modo di essere lui il candidato alla cancelleria.
Nell’intervista a Stern, Gabriel ha quindi aggiunto che “per condurre davvero con successo una campagna elettorale ci sono due presupposti fondamentali: il partito deve credere nel candidato e riunirsi dietro a lui e il candidato deve volerlo con ogni fibra del suo cuore. Entrambe queste pre-condizioni non sono state presenti in misura sufficiente”. C’è anche un “motivo privato”, ha aggiunto Gabriel, riferendosi alla nascita a marzo di un nuovo figlio: “Oggi sono davvero un uomo felice. Non so se lo sarei ugualmente, se dovessi vedere la mia famiglia ancor meno di quanto mi capita adesso”, ha aggiunto.

Merkel si ricandida a Berlino, ma pensa all’Europa

angela-merkel-a-essen“Non tutti i profughi entrati in Germania potranno rimanere, anche le loro domande di asilo verranno esaminate, e la situazione straordinaria dell’anno scorso non si potrà ripetere”. Angela Merkel esce dal Congresso della CDU a Essen, con la ricandidatura in tasca per le politiche 2017 e una maggioranza schiacciante. Unico punto fermo in un’Europa che sbanda, la Cancelliera si è mossa ancora una volta con destrezza e senso dei tempi anticipando la richiesta che sarebbe arrivata dai maggiorenti per una sterzata a destra sul tema dell’immigrazione. Anticipando la richiesta, l’ha fatta sua, ma depotenziata, così da non entrare in contraddizione sulla linea politica delle ‘porte aperte’ che un anno fa a Karlsruhe aveva lasciato senza fiato per la sorpresa non solo la platea congressuale – ovazione di nove minuti – ma tutta l’Europa. Citando i ‘grandi vecchi’, Adenauer e Khol, aveva scavalcato a sinistra gran parte degli esponenti della socialdemocrazia europea, fin troppo timidi sul tema immigrati, sempre timorosi di perdere consensi a destra.
La Cancelliera aveva ricordato un principio che dovrebbe essere alla base di qualunque impegno politico, quell’‘imperativo umanitario’ che dovrebbe governare le decisioni dei Governi di fronte al dramma di centinaia di migliaia di migranti in fuga da fame e guerre. E mentre prometteva al Congresso di adoperarsi per ridurne il flusso, qualche mese dopo avrebbe annunciato con un altro colpo a sorpresa, la decisione del suo governo di accogliere i profughi siriani.

Come a Karlsruhe un altro lunghissimo applauso dei delegati ha accolto le sue parole quando ha affermato che il velo integrale che copre il viso “deve essere proibito” e che in Germania non potrà mai valere la sharia, la legge islamica, né si potranno creare “società parallele” dove valgono leggi diverse da quelle a cui devono rispondere i tedeschi.

Dunque anche le affermazioni di oggi a Essen, vanno lette ricordando quanto ha fatto fino a oggi, non solo l’accoglienza dei siriani, ma anche il discutibilissimo accordo con Erdogan per fare della Turchia un enorme campo profughi, capace di frenare il flusso di migranti diretti verso il nord Europa.

Un passaggio l’ha dedicato anche alla Brexit, avvertendo Londra che non ci sarà la possibilità di avere libero accesso al mercato unico europeo senza accettare la libertà di circolazione dei cittadini: l’Unione non è come il dolce natalizio tedesco, il Rosinenpickerei, non si può spiluccare, prendersi solo l’uva passa e lasciare agli altri la mollica. O tutto o niente.

Angela Merkel ha infine rivendicato con un pizzico di orgoglio la sua posizione in Europa, ricordando che la Germania da tempo non è più il ‘malato d’Europa’ ed è anzi divenuta un’‘ancora di stabilità” per il Vecchio Continente. Ha parlato insomma come se si preparasse non solo alla ricandidatura a Berlino, ma a essere eletta Cancelliera d’Europa.

C. Co.

Elezioni Berlino. La fine della grande coalizione

angela-merkelLe elezioni di domenica scorsa 18 settembre hanno segnato la fine della grande coalizione che governva Berlino. Per i due maggiori partiti tedeschi è stato un tracollo, assieme hanno perso oltre l’11% dei voti; la Spd è scesa dal 28,3 del 2011 al 21,6, la Cdu dal 23,3 al 17,6. Per i Cristiano democratici si tratta del peggiore risultato della storia berlinese del dopo guerra. L’effetto Merkel è stato pesante come nelle regionali del 4 settembre scorso in Meclemburgo-Pomerania.

I socialdemocratici si possono consolare per essere rimasti il primo partito e per potere confermare nella carica il borgomastro uscente, Michael Mueller. A parte questi due risultati positivi, il presidente socialdemocratico e vicecancelliere Simom Gabriel, ha espresso il suo malcontento per il risultato raggiunto, per di più, in un contesto in cui la partecipazione elettorale è fortemente aumentata (dal 60,2 del 2011 a circa il 67%) per cui non può essere chiamato in causa a giustificazione l’assenteismo.

Lo stesso Gabriel ha espresso preoccupazione per il risultato dell’Afd (Alternative fuer Deutchland) che ha raggiunto il 14,2%. È vero che i populisti di destra sono ancora soltanto il quinto partito e hanno inglobato quasi completamente un altro movimento di destra (i Pirati)  già presente con l’8,9% nel Senato berlinese e questa volta rimasti al palo.
Ma è un risultato che li pone molto vicino alla sinistra (15,6 dall’11,7 del 2011 con una buona affermazione) e ai Verdi, scesi dal 17,6 al 15,2 e la stessa Cdu con il 17,6 non è lontana. Materia di preoccupazione quindi ce ne è abbastanza e anche se è vero che la stragrande maggioranza ha votato per partiti democratici, non è ragione sufficiente per rimanre del tutto tranquilli in una situazione così fluida e incerta legata alle ondate di immigrazione. Va notato infine il buon risultato del vecchio partito liberale (Fdp) che è riuscito questa volta con un buon 6,7% a superare il quorum.

Bocciata la grande coalizione, che non raggiunge più maggioranza assoluta. Si aprano due scenari: un governo Spd, Cdu e Verdi oppure un più coraggioso e innovativo Spd, Verdi e Sinistra, che molti socialdemocratici vedono come la scelta giusta per le politiche del 2017. Ma Gabriel ha invitato chiaramente a non trasferire a livello nazionale il risultato di Berlino, il che significa, probabilmente, nessuna apertura alla Linke.
Ma è anche vero che non è possibile presentarsi alle politiche del settembre 2017 senza scelte chiare e coraggiose. La Grosse Koalitioin è morta a Berlino città, a Berlino capitale è moribonda e la sua leader a livella nazionale Angela Merkel, sta affondando in acque sempre più agitate.

“Il voto di Berlino – è il commento del Segretario del PSI Riccardo Nencini – sancisce la sconfitta non della sola Merkel ma della Grande Coalizione. Lì è la straordinaria novità. Proiettate Berlino sul piano nazionale e ne vedrete delle belle”. “ Ce n’è abbastanza perché socialisti e popolari europei rivedano i cardini dell’U.E.” – ha aggiunto. “Ognun per sé non va più bene nemmeno per i tedeschi” – ha concluso Nencini.

I continui “ce la facciamo, ce la facciamo” della Merkel non convincono più, sono accolti con insofferenza. I Cristiano democratici sono probabilmente divisi al proprio interno. L’ala bavarese della Csu vuole la testa della Merkel, la cui ricandidatura a cancelliere diventa ogni giorno improbabile. Il dopo Merkel è di fatto cominciato; con la fine del monopolio dei due partiti maggiori, Cdu e Spd, si apre un interrogativo sulla tradizionale stabilità tedesca. Si aprono nuovi equilibri di cui in questo momento si vedono più i rischi che le promesse.

 Edoardo Gianelli

La settimana del terrore che spacca la Germania

attentati germania terrorismoMentre a Rouen, in Francia, riesplode la violenza dell’ISIS, la Germania si trova a riflettere sulla propria settimana di fuoco: Würzburg, Monaco, Reutlingen e Ansbach, quattro atti di violenza che in 7 giorni hanno portato il terrore in Germania.

I fatti
Il 18 luglio un teenager di origine Afghana o Pakistana, gli inquirenti sono ancora indecisi, ferisce con un ascia tre cittadini cinesi di Hong Kong all’interno di un treno regionale nei pressi della città bavarese di Würzburg per poi venire ucciso dalla Polizia. Niente di organizzato, ma durante le indagini, la Polizia scopre un video in cui il giovane, Muhammad Riyad, giurava fedeltà allo Stato Islamico e il suo intento di vendicare la morte di un amico in Afghanistan.

Passano quattro giorni ed il 22 luglio un altro diciottenne, un tedesco con origini iraniane, apre il fuoco in un McDonalds vicino al centro commerciale Olympia nell’ex-quartiere olimpico di Monaco, sempre in Baviera. Con una pistola comprata su una Darknet, una rete virtuale privata, il giovane uccide 9 persone, un apolide, un kosovaro, un greco, un ungherese, un turco e quattro tedeschi, di cui due con doppia cittadinanza turca. Infine, si suicida. Secondo gli inquirenti era da un anno che pianificava l’atto attratto dall’esempio di Andreas Breivik, il neo-nazista norvegese che cinque anni fa fece una strage nel corso della festa della gioventù socialista sull’isola di Utoya, al largo di Oslo, uccidendo 77 persone. Il giovane, sembra, aveva problemi di instabilità mentale acuiti, dicono le prime indagini, da atti di razzismo e bullismo subiti a scuola.

Quarantotto ore dopo, il 24 luglio, un profugo Siriano di 21 anni uccide a Reutlingen una donna polacca e ferisce due passanti usando un coltello da Kebab, tramutatosi, nella retorica di alcuni giornali, in un machete. Il suo raptus di follia omicida finisce grazie all’intervento di un’automobilista che, di proposito, lo investe. Anche qui nessun collegamento con lo Stato Islamico, anzi, il crimine avrebbe uno sfondo passionale essendo la vittima la fidanzata dell’assassino.

Infine, domenica notte, Mohammed Delel, anche lui profugo siriano, si fa saltare in aria davanti ad un locale ad Ansbach in Baviera. L’attentatore sarebbe dovuto essere trasferito in Bulgaria, dove era stato accettato il suo diritto di asilo, già una decina di giorni prima dell’attentato, ma il viaggio era stato posticipato per l’instabilità mentale dell’uomo. Anche qui, come negli altri casi, problemi mentali; anche qui, come a Würzburg, un video sui social network ricollega Mohammed Delel all’ISIS.

Sembra un bollettino di guerra, ma in realtà è una tragica lista di folli atti la cui origine non è da cercare nello Stato Islamico, ma nel disagio personale, sociale e mentale che si traduce in violenza e solo in due casi su quattro in una matrice islamista, peraltro spontaneista e non organizzata. Eppure lo Stato Islamico c’entra, solo che non è l’ISIS reale che combatte, e perde, in Sira e, soprattutto, in Iraq. Tanto meno non si tratta della rete terroristica che colpisce militarmente a Baghdad, Dacca o in Afghanistan. Anche qui, come a Nizza la settimana prima, è il marchio dell’ISIS che trionfa come vessillo per folli lupi solitari.

A Würzburg come ad Ansbach, riferisce la stessa agenzia di stampa dell’ISIS Aamaq, si tratta di singoli che hanno “risposto agli appelli di colpire i paesi della coalizione che combattono lo Stato Islamico”, quindi non militanti o combattenti tornati dal fronte, come in Belgio, ma singoli individui auto-radicalizzatesi su Internet. L’ISIS c’entra anche negli altri due casi, dove atti di violenza compiuti da individui instabili vengono immediatamente accomunati al “terrorismo” solo perché compiuti da un profugo e un tedesco di origine iraniana. Così si scatena l’opinione pubblica contro la politica dell’accoglienza di Angela Merkel che in taluni casi, nei Social, si spinge a bollare la Cancelliera quale “responsabile morale” degli attentati.

Le reazioni politiche
La prima a spaccarsi è l’Union, ovvero il soggetto politico che lega la CDU, il partito di Angela Merkel, alla CSU, la sua controparte bavarese. Da mesi infuria la lotta fra Monaco e Berlino sull’accoglienza ai profughi, con la prima molto scettica sull’effettiva validità di questa politica. Passano infatti poche ore dalla strage di Monaco che il Ministro degli Interni bavarese ipotizza il dispiego dell’esercito per contrastare l’ondata di violenza.

Un’idea irrealistica e vietata dalla costituzione, ma che viene ripresa, a scopi propagandistici dal Ministro della Difesa Von Leyen, per dire alla popolazione che il Governo è pronto e vigile nel contrastare futuri attacchi. Angela Merkel, come sua consuetudine, tace aspettando di far calmare le acque per far sentire la sua voce. Questo non aiuta una CDU in cui da mesi si affrontano posizioni pro e contro i profughi. Lunedì sono arrivate le reazioni del Ministro degli Interni berlinese Henkel che dichiara che in Germania “abbiamo importato persone brutali” e quella del deputato sassone Krah che sottolinea come “la politica dell’accoglienza abbia conseguenze mortale”. Dichiarazione che arrivano da quei Land orientali in cui cresce il voto per l’estrema destra di AfD ai danni, soprattutto, della CDU.

Se la CDU piange, la SPD non ride. Il deputato Flisek punta il dito contro la politica della Merkel che ha aumentato il rischio attentati nel paese mentre il Ministro per l’Integrazione Özoğuz sottolinea come il 99,99% dei profughi arrivi in Germania per scappare alla violenza. Per il ministro “la realtà è più complessa di un Tweet di AfD. Così la pensa anche il vice capogruppo della Linke, la sinistra tedesca, Jan Korte andando in disaccordo però con il capogruppo Sarah Wagenknecht che coglie l’opportunità di attaccare il governo di Angela Merkel e la SPD sua alleata, sottolineando come il Governo abbia sottovaluto il problema dei Profughi.

Il mito del multiculturalismo infranto
L’incertezza della politica si riflette nella società tedesca. Che la matrice islamista sia ideale o, in due casi totalmente inesistente, poco importa e in sette giorni la Germania si ritrova a fare i conti con l’esistenza o meno di una vera società multiculturale. Si tratta di un tema molto importante per il paese. Negli ultimi anni, la Germania si è sentita al sicuro da radicalizzazione e violenze, lontana dalle rivolte delle Banlieu Francesi, del razzismo nell’Europa Orientale e dei problemi delle periferie londinesi, protetta dalla sua identità multiculturale e dal mito della sua accoglienza. Specchio del successo di questa politica è stata la Nazionale di calcio campione del mondo composta da tedeschi di origine turca, marocchina, ghanese, albanese e polacca, simbolo di una Germania organizzata, multiculturale, potente e vincente. Sicura di sé, si è sentita pronta per accogliere i profughi cosa che ha provocato la reazione di buona parte della società tedesca. Il quadro, infatti, non era così idilliaco come lo si voleva dipingere.

In Germania Orientale, città come Berlino, Dresda e Lipsia soffrono da anni di episodi neo-nazisti o di generica xenofobia. Nella capitale il tanto sbandierato multiculturalismo si traduce spesso in comunità ghettizzate e autarchiche, lontane l’una dall’altra che, nei quartieri più disagiati vivono fianco a fianco con il disagio economico e sociale. Episodi di tensione sociale, soprattutto nelle scuole esistono da anni sia che si tratti di assalti ad immigrati, sia che si tratti di emarginazione di scolari. A tutto questo poi, va ad aggiungersi il crescente divario fra ricchi e poveri che colpisce indiscriminatamente tedeschi ed immigrati non solo all’Est ma in tutta la Germania. In questo scenario attecchiscono i radicalismi, sia di estrema destra che islamista. Da una parte nascono così fenomeni di iper-radicalizzazione, 800 i combattenti dell’ISIS di origine tedesca, o, dall’altro, lato la crescita di AfD ora al 12% nazionale ed il 20% in alcuni Land, e la nascita di PEGIDA, l’associazione di cittadini preoccupati per la islamizzazione dell’occidente”.

Impaurita e politicamente vacillante, la Germania si ritrova così, alla fine della sua settimana di fuoco, a vivere un “terrore” che viene dal suo stesso interno. Peccato che, per molta opinione pubblica, e alcuni membri della classe dirigente del paese, il problema non sia né politico né sociale, ma sempre e solo uno: i profughi.

Simone Bonzano

Un tempo era lotta di classe
oggi è lotta di classi

Quarto Stato-PasquinoIl nuovo libro di Ugo Intini, dal titolo “Lotta di Classi”, sottotitolo “Tra Giovani e Vecchi?” (edizioni Ponte Sisto), analizza le conseguenze dello straordinario processo di invecchiamento della popolazione italiana. La piramide dell’età, infatti, si è drasticamente capovolta negli ultimi 150 anni: nel 1862 gli anziani erano il 4,2% della popolazione italiana, oggi sono il 21,7%; mentre i ragazzi sotto i 15 anni, che al tempo erano il 34,2% della popolazione, ora ne rappresentano solo il 13,8%.
Dunque pochi giovani alla base e molti anziani al vertice. È questo un fenomeno  di cui si parla ancora troppo poco, ma che rischia di ipotecare seriamente il futuro del nostro Paese. Ugo Intini ci invita a riflettere su come la concezione tradizionale della vecchiaia, immutata per millenni e descritta ad esempio da Cicerone nel De Senectute, sia cambiata profondamente insieme alla demografia. Se gli antichi accettavano la riduzione delle proprie forze e organizzavano diversamente l’esistenza con l’avanzare degli anni, oggi gli anziani tendono a non rassegnarsi al peso dell’età e a non cambiare il proprio stile di vita, anche per quanto riguarda i piaceri, entrando, anche grazie alla famosa ‘pillola blu’, paradossalmente in competizione con i più giovani. E se prima gli anziani avevano una certa autorevolezza, data non solo dalle esperienze fatte in vita, ma anche dal fatto che costituivano una ristretta minoranza della popolazione depositaria della tradizione, oggi l’“inflazione” di vecchi ne forse ha diminuito il valore.

Pensionati-CalabriaIl nuovo rapporto tra vecchi e giovani, tra nazioni vecchie e nazioni giovani, rischia di rivoluzionare gli equilibri mondiali. L’Europa ormai si è guadagnata l’appellativo di “vecchio continente” e rischia di contagiare con la sua “malattia”, ossia la vecchiaia, anche altri popoli. Oggi la popolazione dell’Unione Europea è meno del 7 per cento di quella mondiale. Nel 2050 i suoi abitanti saranno poco più di 5 su 100 cittadini del mondo; gli italiani saranno lo 0,5 percento. Agli inizi dello scorso secolo gli Europei rappresentavano un quarto della popolazione mondiale.
Occorre dunque essere realistici e consapevoli che, di questo passo, Europa ed Italia saranno sempre più marginali sulla scena mondiale.
Intini ci aiuta a leggere anche le guerre coloniali del passato ed il fenomeno migratorio del presente con la lente della demografia, importante per comprendere i mutamenti degli equilibri geopolitici. E la vecchia Italia, nel caso in cui la natalità rimanga invariata nei prossimi anni e decenni, ovvero catastroficamente bassa, sarà destinata ad essere sempre più incalzata dai Paesi giovani aldilà del Mediterraneo. Un Paese vecchio e rassegnato sa lamentarsi degli immigrati, ma non persegue l’unico obiettivo che possa ridurli: la nascita, finalmente, di un numero ragionevole di italiani.

Il conflitto tra generazioni ha dunque sempre avuto un peso nella storia tra le nazioni, ma anche all’interno delle stesse nazioni. Quando una generazione più giovane vuole prendere il posto di quella anziana si parla educatamente di “ricambio generazionale” o, più crudamente, di “rottamazione”. E le giovani generazioni assumono un ruolo di primo piano nello scontro, nell’agitazione, nel movimento. Fortunatamente, nelle democrazie e nei loro partiti, per lungo tempo i giovani sono cresciuti in un contesto non di rottura, ma di fraterna comunione con gli anziani. Lo spirito non era quello della lotta fra classi di età, ma di staffetta tra generazioni. Eppure, qualcosa negli ultimi anni segnala che questo delicato equilibrio potrebbe rompersi.
Ugo Intini individua almeno due terreni sui quali rischia di esplodere il conflitto tra giovani ed anziani: quello delle pensioni e quello del lavoro.

Anziani-vacanzeLa spesa per le pensioni in Italia ha raggiunto livelli inopinatamente elevati: nel 1901 il nostro bilancio pubblico per l’istruzione era quasi sette volte più grande di quello per la previdenza; nel 1951 si è arrivati al pareggio; adesso le pensioni pesano quattro volte più della scuola. I giovani accusano i seniores di aver versato con i contributi previdenziali molto meno di quanto hanno incassato o incasseranno in pensione, considerata anche la più lunga aspettativa di vita. Gli anziani resistono facendo leva sui diritti acquisiti.

Ugo Intini evidenzia come la vicenda dei contributi di solidarietà sulle pensioni d’oro sia solo la punta dell’iceberg: se passa il concetto che la massa di denaro distribuita ai pensionati non sia coperta dai contributi versati, ad essere toccati non saranno solo i pensionati d’oro ma potenzialmente tutti coloro che hanno maturato la pensione con il sistema retributivo. Lo squilibrio tra i contributi precedentemente versati dagli anziani e la somma erogata dallo Stato era pari nel 2012 a 46 miliardi di Euro, su un totale di 186,9 miliardi di Euro distribuiti a 11,3 milioni di pensionati. E la lotta fra classi potrebbe trovare proprio su questa immensa torta un terreno di scontro cruento: il patto intergenerazionale secondo il quale i giovani lavorano per pagare le pensioni agli anziani, perché i bambini di oggi contribuiranno a pagare le loro pensioni in futuro inizia a scricchiolare. Qui Ugo Intini difende le ragioni degli anziani e denuncia gli argomenti a suo avviso “liberisti” che oppongono il sistema “virtuoso” del contributivo a quello “assistenziale” del retributivo.

Ma anche il lavoro è un altro possibile terreno di scontro fra classi di età. La disoccupazione giovanile tocca in Italia livelli impressionanti: il 40 per cento, contro il 7,6 della Germania o il 25,4 della Francia. Se quasi un giovane su due in Italia è senza lavoro, il tasso di occupazione fra gli anziani è invece al livello dei Paesi più virtuosi: il 5,2 per cento nella fascia di età tra i 60 e i 64 anni.
Mentre dunque in una società normale i giovani dovrebbero lavorare più dei vecchi, da noi avviene il contrario, con il danno evidente per l’economia in generale, privata dell’apporto di energie fresche. Intini però ci fa anche riflettere su come da noi i dati su scolarizzazione siano drammatici e quindi ci pone il dubbio che non sempre esistano competenze adeguate per sostituire chi va in pensione.
Giovani-in-fugaTroppe le lauree di tipo umanistico, proporzionalmente molto di più di fine ‘800 quando si avevano idee molto più chiare su quali percorsi universitari consentissero di cavalcare il progresso scientifico: nel decennio 1881-1890 gli studenti universitari di materie scientifiche erano il 32,8 per cento del totale, contro l’attuale 20 per cento.
L’autore pone in evidenza un altro elemento: la legge stabilisce in modo uguale per tutti il momento del passaggio dal ruolo attivo al pensionamento, il che sembrerebbe in contraddizione con la enfatizzazione dei principi opposti ispirati al liberismo dominante di enfatizzazione delle scelte individuali. Perché allora, non consentire una maggiore progressività per l’uscita dal lavoro per le persone anziane?

Il libro di Intini offre una nuova chiave di lettura per l’economia e per il costume e ci spiega come l’invecchiamento della popolazione influenzi vari aspetti del nostro vivere sociale. Siamo un Paese che consuma poco, dove si compra poco, dove si moltiplicano i mercatini di roba antica o vecchia; dove le aziende investono poco per rintanarsi nelle prudenze familiari; dove sono diventati vecchi la letteratura, il cinema, la musica; dove i protagonisti dei media sono sempre gli stessi e non solo.

Dunque un bel libro, molto ben documentato, di agevole lettura e quanto mai utile per capire il presente, come confermato da quattro notizie “vecchie” meno di un mese: la Corte Costituzionale in una recente sentenza ha affermato la legittimità del contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro; Pippo Baudo, alla veneranda età di 80 anni, probabilmente sarà il conduttore di Domenica In nella prossima stagione televisiva Rai; l’Italia è il Paese con il tasso di natalità più basso dell’Unione Europea; la Cassazione ha restituito la figlia ad una coppia di genitori anziani, affermando il principio che, se sussiste la capacità genitoriale, non ci sono limiti di età per essere padre e madre.

Alfonso Siano


lotta_di_classi

Ugo Intini
Lotta di Classi
Tra giovani e vecchi?
pp 150 – Euro 12,00
Edizioni Ponte Sisto
In vendita nelle librerie e online

Euro con le gambe di carta

Le banconote da 50 euro cambiano “vestito”. Dal 4 aprile 2017 i nuovi biglietti da 50 euro sostituiranno gradualmente i vecchi in circolazione. È già avvenuto per i tagli da 5, 10 e 20 euro. I falsari avranno delle difficoltà aggiuntive da superare. Yves Mersch, componente del comitato esecutivo della Bce (Banca centrale europea) ha spiegato: l’obiettivo è «rendere ancora più sicura la nostra moneta». Il banchiere europeo loda il lavoro arrivato praticamente all’ultima curva: dall’anno prossimo le nuove avanzatissime tecnologie impiegate per impedire la falsificazione dei nuovi tagli da 50 euro contribuiranno «a proteggere la nostra moneta» e «sono frutto del nostro costante impegno a preservare la stabilità dell’euro, una moneta utilizzata quotidianamente da 338 milioni di persone in tutta l’area dell’euro». In sintesi: è facilitato il controllo dell’autenticità del nuovo biglietto da 50 euro con il metodo “toccare, guardare, muovere”; è quasi uno slogan.

L’euro nacque nel 1999 e la circolazione effettiva della moneta unica europea avvenne dal primo gennaio 2002. Fu una grandissima rivoluzione: la storica novità prometteva pace, progresso e benessere. I vari paesi dell’Unione europea, per ragioni di prestigio e di interesse economico, sgomitarono per aderire in tempi rapidissimi all’euro. Alcuni stati, finanziariamente più deboli come l’Italia a causa degli disastrosi conti pubblici nazionali, fecero non pochi sacrifici e “compiti a casa” per entrare immediatamente nella nuova valuta comune europea, assieme a nazioni come la Germania e la Francia. Partì la corsa e alla fine ben 19 paesi della Ue hanno composto il club di Eurolandia.

Ma qualcosa, anzi molto, è andato storto. Forse la colpa è stata delle regole severe di rigore finanziario nei bilanci fissati per aderire all’euro, parametri definiti “stupidi” diversi anni fa da Romano Prodi, che pure è stato il presidente del Consiglio che più si è battuto per l’ingresso dell’Italia nell’euro. Forse la colpa è stata di voler costruire una moneta comune lasciando la libertà di normative fiscali, previdenziali e societarie ai vari paesi. Forse la colpa è nell’anomalia di aver fatto nascere una divisa unica senza uno Stato unico. Forse la colpa risiede nella “timidezza” nell’affrontare con misure comuni i nuovi problemi enormi come la Grande recessione internazionale scoppiata nel 2008, le immigrazioni di massa dal Medio Oriente e dall’Africa verso l’Europa, il terrorismo islamico.
La crisi economica ha colpito pesantemente l’Europa. L’Italia, in particolare, ha visto la cancellazione del 25% della produzione industriale, la disoccupazione è arrivata a colpire ben 3 milioni di persone, l’aumento della povertà è stato forte. Le disuguaglianze sono gravemente lievitate tra i paesi ricchi e poveri della Ue e all’interno delle varie nazioni, con la precarizzazione del ceto medio e dei giovani.

Di qui le proteste popolari contro l’Unione europea e contro l’euro. La gente ha cominciato a detestare l’euro e a rimpiangere le vecchie monete nazionali. Sono nati molti partiti populisti su secche parole d’ordine di opposizione totale: via dalla Ue, dalla moneta comune e fuori gli immigrati. Il rigore finanziario tedesco (e l’arrivo a Berlino dei capitali europei ed internazionali) è finito sul banco degli imputati, ma nonostante ciò non è stata avviata una politica comune per la crescita economica, per il lavoro e per l’immigrazione.
Ora stiamo assistendo al dilagare di una pericolosissima “valanga”. La Gran Bretagna con un referendum ha deciso di dire addio all’Unione europea (i sì all’uscita, sia pure di poco, hanno prevalso sui no) con pesanti conseguenze politiche ed economiche per il paese di William Shakespeare e per la Ue: rischio di uccidere la già debole ripresa economica, crollo delle Borse, banche con l’acqua alla gola. Altri referendum contro l’Europa e l’euro potrebbero arrivare a stretto giro di posta in Austria, Ungheria, Francia e nelle nazioni dell’Europa dell’est, causando un micidiale processo a catena di disintegrazione politica (già adesso la Scozia e l’Irlanda del Nord minacciano di staccarsi da Londra).

Il futuro non è roseo. Davanti a questi colossali problemi, sempre più gravi, la Ue non è stata capace di dare una risposta politica, parlando con una sola voce. Non è accaduto neppure dopo il traumatico referendum in Gran Bretagna. Si è limitata, come al solito, a effettuare lunghi inutili vertici e a prendere tempo. La sola risposta alla crisi è arrivata da Mario Draghi: il presidente della Bce ha promesso e adottato “misure non convenzionali” per salvare l’euro, abbassando i tassi d’interesse fino a renderli negativi e immettendo grandi quantità di liquidità sul mercato e nelle banche. È riuscito a salvare l’euro nel 2011-2012 quando si è scatenato il terremoto dei “debiti sovrani” (franavano i titoli del debito pubblico greci, italiani, spagnoli, portoghesi, irlandesi) e ci sta provando adesso, prima e dopo la Brexit.

Ma Draghi è un banchiere, un tecnico, e in situazioni così difficili servono soluzioni politiche di grande profilo e non solo tecniche (peraltro perennemente contestate da una parte del governo e della classe dirigente tedesca). Il dollaro ha oltre duecento anni di vita ed ha subito ben pochi cambiamenti grafici, perché ha alle spalle un governo solido, uno sperimentato sistema politico che rappresenta il popolo americano. L’euro, invece, non ha alle spalle un governo europeo, interprete delle richieste e dei bisogni dei cittadini del vecchio continente. Eppure la divisa europea, in poco più di dieci anni, ha già realizzato il restyling delle banconote da 5, 10 e 20 euro e si prepara e fare altrettanto per il biglietto da 50. È una mossa tecnica contro i falsari e va bene, ma non si può rimanere fermi solo alla lotta contro i contraffattori di banconote. Altrimenti affonderà la stessa moneta unica e non ci saranno più banconote da “toccare, guardare, muovere”. Il pericolo è di avere un euro con “la gambe di carta”.

Rodolfo Ruocco

Brexit. Così il Day After in Germania

Angela Merkel

BERLINO. Il tweet arriva alle 8 di mattina, breve, semplice ma significativo: si tratta di una bandiera Europea postata direttamente dal Ministero degli Esteri accompagnata dal motto “Per l’Europa”. In questo modo si è risvegliata la Germania all’indomani della vittoria dei “Leave” nel referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Passano pochi minuti ed arriva anche la dichiarazione del titolare del ministero in questione, ovvero Frank-Walter Steinmeier della SPD. In una lunga nota, egli invita a non “farsi prendere né dall’isteria né dal panico”, ma di lavorare per “tenere l’Europa assieme”. Questo, dice l’ex-candidato cancelliere social-democratico, può essere compiuto solo tramite uno sforzo comune per il rafforzamento delle politiche europee in materia di occupazione, crescita, asilo e sicurezza. Stessa soluzione viene proposta dal Presidente Tedesco Joachim Gauck, la cui dichiarazione arriva quasi in contemporanea, che invita gli stati membri dell’Unione a darsi da fare per le riforme, qualora fossero necessarie, e per la “difesa dell’Unione e dei suoi valori” di fronte alla pressione delle forze euro-scettiche presenti nel continente.

Per una riforma del processo di integrazione europeo si schiera il leader della SPD e vice-cancelliere Sigmar Gabriel. Per il segretario social-democratico, l’Europa nel suo complesso dovrebbe preoccuparsi meno della stabilità economica o del valore dell’Euro e più del benessere dei cittadini, abbandonando quella Austerity tanto criticata nel Sud dell’Europa, per maggiori investimenti: nessuno, conclude citando Jacques Delors, “si innamora del mercato interno”. Rincara la dose, Reiner Hoffmann, il leader del sindacato dei lavoratori tedeschi DGB, il quale dà la colpa all’Austerity portata avanti dal governo tedesco, e soprattutto la CDU di Angela Merkel, durante la crisi dell’Euro, della diffidenza di ampie parti della popolazione europea nei confronti dell’Unione.

Nel corso della mattinata arrivano anche le dichiarazioni dell’opposizione, ovvero dei Verdi, il terzo partito tedesco. In una intervista alla Tageszeitung, l’ex-leader Jürgen Trittin sottolinea come il no all’Europa, sia in Inghilterra come in tutta Europa, nasca dalla disaffezione delle classi più deboli economicamente al progetto europeo. Sono queste, continua, ad essere state più esposte a quelle politiche neo-liberali di cui, fra gli altri, Angela Merkel è stata nel corso degli ultimi anni alfiere e che hanno comportato vantaggi solo per le tasche dei ricchi e delle aziende. Per il politico dei Verdi, sarebbe quindi arrivato il momento di avviare una riforma in senso sociale dell’Europa.

Fin qui le forze, anche non di governo, europeiste, ma non tutta la classe politica tedesca rientra in questa categoria. Il vice-segretario di Alternative fuer Deutschland (AfD), il partito euro-scettico attualmente al 10-13% in Germania, Alexander Gauland, accusa la Cancelliera, soprattutto la sua politica di apertura delle frontiere ai profughi portata avanti anche in Europa, della Brexit. Per questo si augura un ritorno dell’Europa alla pura unione commerciale ed al rispetto delle identità nazionali. Sullo stesso registro il leader della CSU e governatore della Baviera Horst Seehofer che sottolinea come sia arrivato il momento di una maggiore autonomia in Europa delle identità nazionali, regionali e locali contro “il centralismo” per “un’Europa delle diversità”.

Intanto arriva l’apertura della borsa di Francoforte: un tragico -9% in linea con le altre borse mondiali che si è poi andato ad attestare, nel corso della giornata, al -7%. Di sicuro non è stata di aiuto la dichiarazione del presidente della Deutsche-Bank John Cryan, per il quale le conseguenze economiche e finanziarie di questo “venerdì nero per l’Europa” sono molto difficilmente prevedibili, “ma sicuramente saranno negative per tutti”.

Alle 12:30, dopo una riunione straordinaria del proprio gabinetto e, riporta l’agenzia francese AFP, un colloquio telefonico con François Hollande ed il presidente polacco del Consiglio Europeo,Donald Tusk, incomincia la conferenza stampa di Angela Merkel. Sul podio, la Cancelliera cerca di tranquillizzare mercati e cittadini esprimendo la propria fiducia incondizionata nella tenuta dell’Unione Europea: il voto britannico ha aperto sì una “frattura del processo di integrazione europea”, ma Bruxelles “è forte abbastanza per dare le giuste risposte a quanto successo”. Allo scopo di fronteggiare le conseguenze, la Merkel dichiara che ha organizzato per lunedì 27 Giugno un vertice straordinario con Hollande, Renzi e Tusk.

Non esistono comunque, continua la Cancelliera, soluzione rapide alla crisi, che richiede calma e tempo, nonché una maggiore comunicazione con i cittadini. In un momento in cui “le aspettative sull’Europa sono al massimo” è importante “comunicare bene ai cittadini, europei e tedeschi, i vantaggi dello stare nell’Unione” a fronte dei crescenti dubbi sull’operato dell’Unione soprattutto nei riguardi dell’emergenza profughi, uno dei temi usati dal “Leave” nella campagna referendaria. Su questo argomento, su cui la Merkel si è spesa sia in patria che in Europa, il governo tedesco non intende cambiare direzione per via “degli interessi particolari e delle responsabilità speciali” che ha la Germania nei confronti dei profughi. 

Finisce la conferenza stampa e il governo tedesco, come gli altri dell’Unione si mette al lavoro per fronteggiare non solo il negoziato d’uscita della Gran Bretagna, ma evitare che la Brexit scateni una reazione a catena, un timore già espresso dal Ministro delle Finanze Schaueble. A questo proposito interviene nel tardo pomeriggio di nuovo Steinmeier, secondo il quale “non esiste nessun’altro governo in Europa che abbia intenzione di intraprendere la stessa strada percorsa della Gran Bretagna”.

Di lì a poco arriva dall’Olanda, paese storicamente vicino al Regno Unito ed attraversato da pulsioni euro-scettiche, una dichiarazione a mezzo Twitter di Geert Wilders, leader del Partito della Libertà: “And The Netherlands will be next”, i Paesi Bassi saranno i prossimi”, hashtag: nexit.

Simone Bonzano

AIDOS: “Il Fondo contro Aids ha salvato 17 mln di vite”

1455641061aidsÈ stato lanciato ieri, presso la Camera dei deputati, il documento dell’Osservatorio Italiano sull’Azione Globale contro l’AIDS e di AIDOS – Associazione italiana donne per lo sviluppo, dal titolo esplicativo “Il Fondo Globale: un’opportunità per l’Italia, una risorsa per le future generazioni”. Al centro del Rapporto e della stessa conferenza c’è sicuramente l’HIV/AIDS e i dati aggiornati sulla diffusione della pandemia, con relative proiezioni, ma c’è anche il ruolo che i governi possono decidere di giocare nella lotta contro queste malattie, in particolare l’Italia.
In che modo?
Innanzitutto bisogna ricordare che il virus è un fenomeno globale, non solo perché si ammala tutto il pianeta ma soprattutto per le sue implicazioni sociali, economiche e politiche che vedono coinvolti diversi Paesi in modo differente: laddove la povertà e le discriminazioni sono più forti cresce lo stigma verso le persone affette dalla malattia ma anche la difficoltà di accesso alle cure. Inoltre, in un mondo sempre più in crisi, si fanno globali anche le proposte di risoluzione dei problemi e non è quindi un caso che la nuova Agenda di sviluppo sostenibile, con i suoi relativi Obiettivi, sia universale. Tra i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile, la lotta alle pandemie è un punto fondamentale e la sinergia di tutti i Paesi e governi diventa strategia per affrontare la questione al livello nazionale ma sopratutto per sconfiggere il virus al livello mondiale.

Tra gli attori principali nella lotta alle pandemie, dal 2002 ad oggi, troviamo il Fondo Globale, uno dei primi partenariati che è riuscito nell’importante compito di unire diverse realtà quali governi, istituzioni e società civile. Il Fondo nel corso del tempo ha ricevuto contributi da donatori di diverso tipo, la maggior parte dei quali (il 95% del totale) proviene dai governi di 50 Paesi. Tra i principali troviamo: Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Germania, Giappone, Unione europea, Canada e Italia.

Dal 2002 al 2014 il Fondo ha contribuito a salvare più di 17 milioni di vite. Attualmente – in media – concorre a salvarne oltre 2 milioni l’anno: si stima quindi che entro la fine del 2016 saranno state messe in salvo oltre 22 milioni di persone. Inoltre è stata riscontrata la diminuzione di un terzo dei decessi per Hiv, Tbc e malaria: oltre 8 milioni le persone che hanno beneficiato del trattamento antiretrovirale (Art), oltre 13 milioni quelle che hanno ricevuto cure per la Tbc e 548 milioni le zanzariere, impregnate di insetticida, distribuite attraverso i programmi di lotta contro la malaria.
Se, fino al 2008, l’Italia è stata uno dei Paesi più attivi e uno dei maggiori contribuenti, assumendo anche un ruolo guida, dal 2009 non ha più mantenuto gli impegni presi creando un ammanco di 260 milioni di euro. Alla terza conferenza di rifinanziamento, dove i donatori hanno dichiarato i propri impegni per il periodo 2011 – 2013, l’Italia non ha annunciato alcun contributo, perdendo il seggio unico al consiglio di amministrazione, per condividerne uno con la Spagna. Alla seguente conferenza è stato annunciato il rientro tra i finanziatori con un impegno, per gli anni 2014 – 2016, pari a 1000 milioni di euro; le prime due quote sono state versate ma si spera che vi sia una continuità. Questi solo alcuni dei dati che emergono nel rapporto presentato oggi che vede illustra nella prima parte il funzionamento del Fondo, e nella seconda parte le buone pratiche con le esperienze sul campo di alcune Ong dell’Osservatorio.

La necessità che il nostro Paese continui a dare il suo importante contributo è la richiesta dell’Osservatorio italiano sull’azione globale contro l’Aids che, rappresentando la società civile, monitora l’effettivo impegno del nostro governo. Le richieste contenute nel rapporto vengono esplicitate durante la conferenza da Stefania Burbo, focal point dell’Osservatorio Aids che chiede, che l’Italia torni a essere un Paese leader nel panorama dei donatori internazionali e che il prossimo impegno finanziario a favore del Fondo sia di 200 milioni di euro per il prossimo triennio e che il Fondo Globale potenzi le attività di monitoraggio dei progetti e rafforzi la partecipazione della società civile internazionale.

A settembre 2016 ci sarà la conferenza di rifinanziamento del Fondo e l’Italia è chiamata ad avere un ruolo leader fra i donatori internazionali. Proprio ieri è stata approvata in Commissione Esteri alla Camera una risoluzione in cui si invita il governo ad aumentare in maniera significativa il proprio contributo: “Ci aspettiamo che l’aumento sia superiore a quello degli altri Paesi dell’Unione europea”,ha affermato l’onorevole Lia Quartapelle (Pd), intervenendo alla presentazione del rapporto dell’Osservatorio Aids.

“Le tre pandemie sono causa e conseguenza della povertà – indica nel suo messaggio il vice ministro agli Affari Esteri, Mario Giro – ed è per questo molto importante arrivare all’obiettivo indicato dal Fondo Globale di salvare entro il 2016 altri 22 milioni di vite. L’Italia sostiene con convinzione, sia dal punto di vista politico che finanziario, l’operato del Fondo. Accanto all’approccio medico-scientifico è anche importante accrescere la resilienza delle popolazioni maggiormente colpite e promuovere la difesa dei diritti umani, garantendo l’uguaglianza di genere”.

Sul ruolo della cooperazione interviene Laura Frigenti, Direttrice dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, auspicando che “l’Italia rafforzi il suo ruolo nei meccanismi decisionali del Fondo Globale soprattutto nei Paesi prioritari per la cooperazione italiana”. Non solo, “è necessario – aggiunge Frigenti – che si applichi l’approccio gender mainstreaming anche nella fase iniziale di elaborazione dei progetti e dei programmi Paese”. Le fa eco, Marco Simonelli, Policy Advisor di Friends of Global Fund Europe, che ha sottolineato come “disuguaglianza di genere, discriminazione istituzionalizzata nei confronti dei gruppi di popolazione più vulnerabili e un contesto giuridico che punisce comportamenti considerati al di fuori della norma da diverse società, sono benzina sul fuoco nella diffusione delle epidemie, soprattutto l’Aids”.

I diritti umani e una prospettiva di genere diventano centrali, aggiunge in conclusione dei lavori Maria Grazia Panunzi, presidente di Aidos, sottolinenado come “spesso non siano accessibili alle donne. Tuttavia, sottolinea Panunzi, “le donne hanno la capacità di reagire, non vanno viste solo come vittime e devono dunque essere coinvolte nei processi politici e decisionali”.

Serena Fiorletta