Addio Guglielmo, cronista di vecchio stampo

guglielmo gabbi

E’ scomparso a Roma, dopo una lunga malattia, Guglielmo Gabbi, giornalista professionista, direttore responsabile dell’ agenzia stampa “Fuoritutto”. Romano, con una vera passione per l’ informazione, manifestatasi sin da quand’era ragazzo, Gabbi aveva lavorato molti anni all’agenzia “Adnkronos”, ricoprendo l’incarico di caporedattore per la politica: svolto con molta competenza, grazie anche a un costante rapporto col Parlamento e con vari gruppi politici (che gli aveva permesso di fare anche veri e propri scoop). In seguito, era stato responsabile della redazione AKI prima di Palermo, poi di Napoli: lavorando, in ambedue i posti, sempre con impegno e in stretto rapporto col territorio. All’ AKI, Gabbi aveva a lungo collaborato con Velia Iacovino (salita poi alla direzione dell’agenzia), moglie di Franco Cuomo, brillante redattore dell'”Avanti!” e collaboratore di altre testate, storico e autore di teatro.

Andato in pensione, Guglielmo poi aveva creato, insieme al senatore del PSI Antonio Landolfi (giornalista, scrittore, docente universitario, molto vicino al socialista autonomista Giacomo Mancini) “Fuoritutto”: piccola, ma combattiva, agenzia stampa (che tuttora, da circa un ventennio, esce ogni settimana, raggiungendo tutti i quotidiani con continui aggiornamenti), di cui era divenuto direttore responsabile, alla morte di Landolfi, nel 2011.
I funerali di Gabbi si terranno domattina, sabato 14 luglio, nella cappella dell’ Istituto “Don Orione” in Via della Camilluccia, 112- 120, alle 10,30. Alla moglie Rita, ai figli Andrea e Manuela, a tutta la famiglia, vanno le piu’ sincere e affettuose condoglianze dell’ “Avanti!”.

Chi scrive ha perso veramente un amico sincero: col quale – così come, del resto, con Antonio Landolfi – avevamo un continuo scambio intellettuale, spirituale, affettivo (fatto soprattutto di belle telefonate), e dal quale ho avuto tante dimostrazioni di amicizia vera, e la possibilità d’imparare molto della professione. Ciao, Guglielmo: salutami Antonio, e tutti i componenti della grande famiglia socialista: e se il Padreterno volesse creare un ufficio stampa, o una vera e propria testata, so che ti farai valere…

Fabrizio Federici

Beni confiscati alla Mafia, l’evoluzione normativa

I beni confiscati alla criminalità organizzata:
evoluzione normativa, attuazione pratica e prospettive future

I puntata

terra-liberaLa tematica dei beni confiscati alla criminalità organizzata è oggi di grande attualità, soprattutto in un territorio come quello calabro che vanta, purtroppo, un posto di rilievo su base nazionale per numero di beni confiscati sottratti alle cosche di ndrangheta.

Scopo del presente approfondimento (di cui oggi si propone la prima puntata) che non ha la pretesa di assurgere a studio scientifico, bensì l’obiettivo di sollecitare una riflessione a 360° sulla materia trattata, è quello di tracciare un excursus, sia normativo che pratico, sull’evoluzione del concetto stesso di confisca dei beni ai “mafiosi” e sul suo impatto economico, sociale e culturale nei territori interessati, oltre che di immaginare, da qui ai prossimi anni, la direzione in cui verrà utilizzato il vasto patrimonio acquisito.

Nell’elaborazione di questo testo, ci si è riferiti a fonti documentali autorevoli tra cui “Libera, Associazione Nomi e Numeri contro le mafie”, Fondazione “Tertio Millennio Onlus”, Lorenzo Frigerio, Giornalista della Fondazione “Libera Informazione”, “Fondazione con il Sud”, “Avvenire.it”, ed altri.

Dedico questo piccolo opuscolo alla memoria di mio nonno, Pasquale De Zerbi, che fu uomo dai grandi ideali socialisti, in nome di questi fuoriuscito in Francia durante il regime fascista, Sindaco antifascista subito dopo la seconda guerra mondiale a Oppido Mamertina e più volte Segretario della Sezione oppidese del PSI negli anni ’60-’70, grande amico di Giacomo Mancini e Gaetano Cingari. Di lui tutti ricordano la difesa dei più deboli, il rigore morale, il rispetto delle regole e la serietà ed onestà intellettuale.

Prima puntata: evoluzione normativa
Il primo atto normativo in materia risale al 1965 quando, con Legge n. 675, recante “Disposizioni contro la mafia”, dopo la strage di Ciaculli (PA), comincia ad essere disciplinato l’istituto della confisca, da destinare, da parte dell’A.G. competente, alle persone e/o ai loro familiari definitivamente riconosciuti, a seguito di indagini anche patrimoniali e finanziarie, come appartenenti alle organizzazioni criminali di tipo mafioso, prevedendo tuttavia la possibilità che il Tribunale disponga la confisca anche come misura cautelare, ossia con l’applicazione della misura di prevenzione quando non sia dimostrata la legittima provenienza dei beni.

Ma è soltanto negli anni Ottanta che la materia viene disciplinata in maniera approfondita e con il precipuo obiettivo di colpire il cuore delle organizzazioni mafiose, controllandone pienamente il potere ed il patrimonio economico. Infatti, a meno di cinque mesi dall’omicidio del suo promotore, Pio La Torre, allora Segretario del PCI siciliano, assassinato dalla mafia, il 13.09.1982 viene approvata la Legge n. 646/1982 detta “Rognoni – La Torre”, che introduce per la prima volta nell’ordinamento giuridico italiano il reato di “associazione mafiosa” (articolo 416 – bis) e stabilisce la confisca dei beni rinvenuti nella proprietà diretta o indiretta dell’indiziato, nonché il loro preventivo sequestro, in caso di rischio di vendita o sottrazione degli stessi. La legge dispone inoltre la possibilità di effettuare indagini patrimoniali a tutto tondo non soltanto sugli indiziati, ma anche sulle persone fisiche o giuridiche dei cui patrimoni gli indiziati potevano disporre.

Alcuni anni dopo, il Decreto Legge n. 230/1989, di modifica della Legge n. 575/1965, prevede la figura dell’amministratore del bene, nominato dal Tribunale con lo stesso provvedimento con cui dispone il sequestro, con il ruolo di custodire il bene medesimo e relazionare periodicamente sul suo utilizzo, segnalando all’A.G. eventuali altri beni da sequestrare e di cui è venuto a conoscenza, nonché di disporre di somme di denaro ricavate dalla gestione di altri beni sequestrati per pagare eventuali spese di gestione del bene stesso. Il decreto dispone inoltre che i beni confiscati siano devoluti allo Stato e le somme di denaro sequestrate versate all’Ufficio del Registro.

A distanza di un anno dall’emanazione del suddetto D.L., la Legge n. 55/1990, allarga il ventaglio dei possibili destinatari delle misure patrimoniali, includendo alcune classi di soggetti a pericolosità sociale come gli indiziati di appartenere ad associazioni di narcotraffico o dedite a usura ed estorsione, e consente il sequestro e la confisca dei beni nei casi in cui la misura di sorveglianza speciale non sia applicabile, ad esempio nei casi in cui il soggetto sia assente o residente all’estero.

Il decreto legge n. 356/1992 stabilisce la temporanea sospensione dell’amministrazione dei beni utilizzabili per svolgere attività economiche se queste possono agevolare l’attività dei soggetti sottoposti a una misura di prevenzione personale o a procedimenti penali per delitti di associazione mafiosa, sequestro ed estorsione, con l’intento di ampliare le azioni di contrasto all’ingresso delle mafie nel mondo economico.

Ma è soltanto dopo l’era delle così dette stragi di mafia degli anni Novanta, che il Legislatore decide di dare una svolta in chiave rivoluzionaria rispetto al passato, prevedendo non soltanto la confisca ai mafiosi del loro patrimonio mobiliare, immobiliare e finanziario, ma anche il riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati, anche sotto la forte spinta delle associazioni di promozione della legalità ed antimafia.

Nasce il 7 marzo 1996 la Legge n. 109, recante “Disposizioni in materia di gestione e destinazione dei beni sequestrati e confiscati. Modifiche alla legge 31 maggio 1965, n. 575, e all’articolo 3 della legge 23 luglio 19941, n. 223. Abrogazione dell’articolo 4 del decreto-legge 14 giugno 1989, n. 230, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 1989, n. 282”. La Legge snellisce le procedure di assegnazione del bene, istituisce presso le Prefetture un Fondo con somme di denaro ricavate dalla vendita di beni mobili e titoli per il finanziamento ai progetti relativi alla gestione degli immobili confiscati e prevede il riutilizzo per il finanziamento di progetti relativi alla promozione di una cultura imprenditoriale, all’inclusione sociale, alla prevenzione delle condizioni di disagio e di emarginazione e al risanamento di quartieri urbani degradati. Questa Legge segna un momento determinante nella storia della lotta alla mafia, perché introduce, nello stesso concetto di confisca, non soltanto il principio secondo cui la mafia, in quanto illegale, va perseguita con il metodo della privazione di ogni forma di potere economico ai suoi adepti, ma anche e soprattutto l’idea che i beni che i mafiosi hanno illegalmente ottenuto, o dei quali si sono serviti per scopi illeciti, debbano essere riutilizzati per finalità antitetiche a quelle che ne hanno determinato la confisca. Insomma, una sorta di dantesca legge del contrappasso, che servisse sia da monito per coloro che, nel futuro, avessero voluto affiliarsi alle cosche mafiose, affinché sapessero a cosa sarebbero andati incontro, sia per le popolazioni ed i cittadini dei luoghi di confisca, affinché tutti i giorni potessero comprendere che la logica dell’illegalità e della mafia, alla fine, soggiace sempre a quella della giustizia e della legalità. Riutilizzo dei beni confiscati, dunque, per farne centri di accoglienza per ex detenuti, sedi di caserme o di uffici giudiziari, centri antiviolenza, tutti quasi sempre intitolati a soggetti simbolo della lotta e del contrasto alle mafie.

Da qui in poi, è stata una fase di sperimentazione ed applicazione pratica della normativa che, naturalmente ed inevitabilmente, ha portato a far emergere da un lato i suoi punti di forza, raggiungendo importanti obiettivi nella lotta alle cosche, private ora dei loro patrimoni e, quindi del potere economico che gli aveva consentito, negli anni precedenti, di espandersi anche a livello internazionale ed anche in assenza dei boss che si trovavano detenuti, ma dall’altro anche molte criticità e falle, soprattutto nella fase amministrativa ed organizzativa di acquisizione, gestione, destinazione e consegna dei beni. La norma, infatti prevede un iter specifico che segue immediatamente dopo il decreto di confisca che, a sua volta, diventa definitivo, dopo la fase del sequestro, e solo dopo che la condanna sia stata anch’essa definitiva. Queste criticità hanno portato, nel biennio 1999-2000, alla creazione dell’ufficio del Commissario Straordinario del Governo per la gestione e la destinazione dei beni confiscati alle organizzazioni criminali, con l’obiettivo sostanziale di omogeneizzare l’iter procedimentale dalla confisca alla consegna del bene, anche attraverso delle intese con le autorità giudiziarie competenti.

Stefania Bruno

A Roma una via per Giacomo Mancini

Roma dedicherà una via a Giacomo Mancini. L’ex segretario, leader del Partito socialista e sindaco di Cosenza per due mandati vedrà il proprio nome campeggiare su una strada della Capitale. Lo ha reso noto Pietro Mancini, figlio del “leone socialista” che ha ricevuto una comunicazione ufficiale dall’amministrazione capitolina.

«La informo – recita la lettera – che il toponimo “Giacomo Mancini: politico (1916-2002) è stato attribuito, con delibera della giunta capitolina numero 119 del 16 dicembre 2016, a una via sita nel V Municipio, Quartiere XXII – Collatino, con limiti da via Prenestina a via Vittorino Colombo»

Giacomo Mancini,
il meridionalista

Il Parlamento italiano ha dato alle stampe un libro che raccoglie i discorsi di Giacomo Mancini, deputato, ministro, sindaco di Cosenza e segretario nazionale del Psi negli anni ’70. Ma anzitutto è stato un grande meridionalista. Deputato dal 1948, Giacomo Mancini è stato l’artefice dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria e dell’istituzione dell’Università di Calabria. Ma anzitutto, nel 1963, come ministro della Sanità rese obbligatoria la vaccinazione antipolio. Abbiamo colto l’occasione del riconoscimento postumo a Giacomo Mancini per parlare della cosiddetta questione meridionale. Sono lontani i tempi di Giustino Fortunato e di Gaetano Salvemini e di altri illustri meridionalisti. Il Sud è sempre più abbandonato a sé stesso. La marginalità del Sud, nel peso della nazione, è testimoniato non solo dall’uscita di scena di studiosi dei problemi del Mezzogiorno. Negli anni della prima Repubblica, l’Italia era diventata la quarta potenza mondiale in termini di Pil: la scena politica vedeva i parlamentari del Sud protagonisti della realtà italiana. Primi fra tutti Aldo Moro e Ugo La Malfa. E poi una lunga lista, da Emilio Colombo e Ciriaco De Mita, entrambi presidenti del Consiglio; da Francesco De Martino, Rino Formica, Claudio Signorile, ministri di primo piano. E poi Mannino e Lima in Sicilia, ed altri politici di alto livello sui quali non ci dilunghiamo. In questo momento, nel governo Renzi c’è solo Alfano, che non si può definire un meridionalista. Il ministro Alfano è da 15 anni al governo; avrebbe potuto portare almeno l’alta velocità in Calabria e Sicilia. Non è stato così; per andare in treno da Roma a Palermo si impiegano più di dieci ore. Dopo l’era dei milanesi caratterizzata dalla ventennale presenza di Silvio Berlusconi e Romano Prodi al governo, con Renzi siamo entrati nel ciclo dei fiorentini. Il Sud non esiste più in politica, così come non c’è una prospettiva in favore di quest’area importante della nazione. Non ci si rende conto che senza un piano di sviluppo per il Sud, anche il Nord è condannato alla non crescita, che contraddistingue l’andamento asfittico della nostra economia. La Germania è ritornata grande, finanziando la rinascita dell’ex Ddr (Repubblica democratica tedesca) rimasta fortemente arretrata, dopo 40anni di comunismo.

Roberto Fronzuti

Vi parlo di Mancini, pratico ed eretico… – Il Dubbio – Giuliano Amato

Il Dubbio
Vi parlo di Mancini, pratico ed eretico…

Giuliano Amato Giurista costituzionalista, membro dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti e docente universitario, presidente onorario dell’Aspen Institute, è stato deputato del Partito socialista italiano e presidente del Consiglio nonché compagno nel Psi di Giacomo Mancini


 

Basta ripercorrerne la vita, a cent’anno dalla sua nascita, per percepire in Giacomo Mancini un leader di prima grandezza nella storia del socialismo italiano. È un percorso, che già solo attraverso le sue vicende e i ruoli che ha ricoperto, offre testimonianze sufficienti di tale grandezza. Ma c’è di più, c’è un filo rosso che congiunge queste vicende ed è la nozione di autonomia socialista che traspare da tutte le sue esperienze e che, ce ne accorgiamo forse più oggi di allora, fu un patrimonio al quale non si attinse come avrebbe meritato e che costituisce, a mio avviso, la ragione prima per cui ricordarlo.

La vita di Giacomo Mancini attraversa tutte le tappe che segnano le grandi figure politiche del suo tempo. Laureatosi a Torino in Giurisprudenza nell’anno- questo mi ha colpito- in cui io a Torino nascevo, il 1938, dopo l’8 settembre 1943 scende a Roma in attesa di potersi congiungere alla famiglia e lì si unisce alla nascente resistenza romana sotto la guida di Giuliano Vassalli, che aveva avuto dallo stesso Nenni il compito di organizzare i socialisti. Questo è una specie di marchio di fabbrica per i giovani di qualità di quella stagione. E lui se lo conquista, divenendo responsabile di una zona di Roma nella quale mette a repentaglio la sua stessa vita, come tanti altri giovani che si offrono alle stesse esperienze.

Rientrato poi in Calabria trova naturalmente il suo posto nelle lotte contadine, condotte unitariamente da socialisti e comunisti. Erano lotte storiche, nelle quali prendevano corpo insieme la rabbia e le rivendicazioni più tradizionali dei diseredati del Sud. Ma presto, davanti alle dimensioni dell’esodo dalle campagne, si rende conto che quelle lotte rispondono, sì, a un fine di ineludibile giustizia, ma non è dal loro esito che dipenderà lo sviluppo del Sud. E inizia un percorso diverso, suggerito non dall’ideologia, ma dalla realtà economica e sociale che si trovava davanti. Non era l’alleanza fra operai del Nord e contadini del Sud che avrebbe riscattato il Mezzogiorno. Era una nuova politica economica, il cui perseguimento non lo mise soltanto in polemica con le vecchie impostazioni unitarie, ma anche con la politica clientelare della vecchia maggioranza, che nel frattempo, nella sua Cosenza e non solo, si identificava con gli interessi della rendita edilizia.

Come scrive Antonio Landolfi nella biografia del suo leader, al quale fu sempre e disinteressatamente vicino, Mancini si trovò a lottare contro due immobilismi, affermando uno “stile politico” – altri ha scritto- non ideologizzato, ma calibrato volta a volta su obiettivi specifici, perseguiti con caparbia attenzione ai rapporti di forza.
Eccolo il filo rosso che comincia a dipanarsi.

Notate, non attraverso teorizzazioni (Mancini non appartiene alla categoria dei socialisti scrittori), ma attraverso l’elaborazione e la prassi politica al confronto con il mutamento sociale. Questo, fra l’altro, gli permetterà di sviluppare una sua distinta identità, e una distinta identità della sua prospettiva politica, senza mai né rompere i rapporti con le forze politiche circostanti né piegare le sue ragioni alle “superiori esigenze” di queste. Abbandona l’unità di sinistra, è con Nenni fra i fondatori dell’autonomia, ma continua ad avere rapporti, anche amichevoli, con esponenti del PCI, del che ci ha dato oggi una vivida testimonianza lo stesso Presidente Napolitano, con il suo bel messaggio inviato al nostro incontro. E lo stesso atteggiamento avrà Mancini quando inizierà la collaborazione con la DC: sarà politicamente leale, ma non farà sconti.
In questa chiave possiamo leggere l’uomo di governo. Il ministro della Sanità, che impose ai medici la vaccinazione antipolio di massa e alle industrie farmaceutiche, che per farlo avevano accumulato ingenti scorte del vaccino Salk, quello che riteneva più efficace, il Sabin. Ma sappiamo tutti che la grande stagione di Giacomo al governo è quella ai Lavori Pubblici. Davanti al sacco di Agrigento, prima costituì la Commissione presieduta da Michele Martuscelli, poi fece quella legge ponte, che ha cambiato la storia d’Italia ripristinando un governo del territorio, che era venuto a mancare per decenni a beneficio della rendita e della speculazione.

Sono andato a rileggerla in questi giorni la relazione finale della Commissione Martuscelli e ho trovato in essa parole che commuovono oggi, come commossero allora. Gli italiani non se lo aspettavano che un uomo di governo e i suoi collaboratori additassero come traditori coloro che violando non solo la legge, ma un loro dovere etico e civile nei confronti degli altri, distruggevano un patrimonio di tutti in nome dei propri interessi privati. Erano cose che avevano sentito dire nei convegni dell’Eliseo, nelle filippiche contro la razza padrona. Cose che si dicono e basta e che, con Mancini, divennero invece pratica di governo. Mi sbaglierò, ma mi ha sempre colpito che fu dopo la svolta così impressa alla politica nazionale che nella Democrazia Cristiana presero a pesare i giovani economisti cattolici, da Andreatta a Mazzocchi, contrari al conservatorismo difensivo che allora prevaleva nel loro partito.

Non guardò in faccia a nessuno Giacomo e mise alle corde quel partito della rendita che aveva cominciato a combattere a Cosenza ed era diventato il tossico più pesante nel corpo stesso della DC. Negli stessi anni – merita notarlo- Nenni non riuscì a prosciugare le sabbie mobili della Federconsorzi. L’autonomia socialista si fermò qui davanti alle ragioni superiori del maggiore alleato, che riuscirono così a prevalere. Non riuscirono a farlo invece con Mancini, che affermò così, nel concreto della politica, la sua visione dell’autonomia, un’autonomia più forte delle ragioni superiori degli altri.
Diverso, ovviamente, il ruolo che aveva e che avrebbe esercitato da uomo di partito. Qui, tanto da collaboratore di Morandi nei suoi primi anni, quanto da segretario nazionale nel ’70, fa valere le ragioni dell’organizzazione e quelle della vitalità da mantenere nelle strutture periferiche, per evitare rapporti politici costruiti solo al vertice e trasmessi a terminali non più interattivi. Ricordo ancora la conferenza di organizzazione che facemmo nel 1975 a Firenze. Lui non era più segretario nazionale, ma fu il suo discorso a segnare la conferenza e fu una bacchettata a tutti noi. Il nostro bersaglio era il rischio di sclerosi burocratica delle federazioni, un rischio vero, ma lui ci ammonì. Attenti a non distruggerlo il partito, perché, dopo, sarete esposti ai quattro venti. E non avrete più il corpo che da’ consistenza alla vostra autonomia.
Riflettiamoci. Negli ultimi dieci anni, le analisi più ricorrenti ci dicono certo che i partiti sono finiti male. Ma ci spiegano anche la funzione essenziale alla quale avevano assolto, come veicoli attraverso i quali i cittadini potevano fare ciò che la Costituzione vorrebbe: concorrere – com’è scritto nell’art. 49- alla determinazione della politica nazionale. I partiti, indicati dallo stesso art. 49 come strumenti a tal fine, non sono più quei veicoli. Ma senza di loro i cittadini sono diventati sempre più spettatori, tifosi, opinione pubblica passiva, che solo per piccoli segmenti riesca ad attivarsi attraverso la rete. Giacomo di questo ci avvertiva, oltre trent’anni fa. E reagiva, razionalmente e d’istinto, al possibile avvento di quella che oggi chiamiamo democrazia plebiscitaria.

Non più al governo e non più al vertice del partito, continuò a dare sostanza all’autonomia, così come aveva sempre fatto. In prima fila sui temi del rinnovamento civile e sociale, a partire dal divorzio, e non meno su quelli del garantismo, anche a favore di ciò che si muoveva all’estrema sinistra e sfidando gli equivoci che si sarebbero alimentati con l’avvento del terrorismo. Sostenne inoltre i socialisti greci vittime dei colonnelli e divenne per questo un loro eroe, che come tale gli studenti di quel paese avrebbero ricordato alla sua morte.

All’insegna di questa sua coerente visione dell’autonomia favorì l’ascesa di Bettino Craxi, che già aveva voluto come vicesegretario nel ’70, con Mosca e Codignola. Ma presto si trovò in polemica con il verticismo impresso al partito e con l’asse troppo stretto con la DC. Per essere se stesso tornò qui e visse i suoi ultimi anni da sindaco di Cosenza, riaffermando, in questa sua ultima esperienza, due tratti essenziali di tutta la sua vicenda politica: il primo era la qualità del suo rapporto con le altre forze politiche, un rapporto che poteva essere di collaborazione, ma non di sudditanza, ovvero rapporto tra avversari, non tra nemici. Notate a questo riguardo che, prima sostenuto da liste civiche, vinse poi nel 1997 con il sostegno di tutto l’Ulivo. Il secondo tratto era quello del rifiuto del verticismo in nome di una relazione con i cittadini, che riuscisse ad essere diretta e bi-univoca. È questa la relazione che volle vivere nell’esperienza ad essa più congeniale, quella del sindaco, e della quale invece non vedeva più traccia nella politica nazionale.

Si conclude qui una grande storia, che è insieme la storia di un leader, ma è anche quella, fortemente vissuta e coerentemente fatta valere, di una visione a 360 gradi dell’autonomia socialista. Tale fu, per lui, non solo il nesso socialismo-libertà, che ne fu certo la irrinunciabile matrice sul terreno del duello a sinistra e che fu da lui interpretato e sostenuto, pagando anche prezzi che non doveva pagare. Fu, nondimeno, la distanza dal moderatismo conservatore e dagli interessi e le rendite che vi si nascondevano, così da mantenere sempre tesa, per quanto lo riguardava, la corda della collaborazione di governo.

Letta a distanza, e letta nel suo insieme, l’autonomia di Mancini appare nutrita da quella componente libertaria che il Psi doveva alla commistione pre-natale con gli anarchici e che, negli anni, lo avrebbe reso protagonista di tutte le battaglie di libertà. Con una vicinanza, in questo, più ai radicali, e talora alla sinistra estrema, che non alla sinistra tradizionale. E con un legame a quella New Left secondo Wright Mills, che orientò i giovani dei tardi anni ’60 a lottare più contro l’autoritarismo nella società e in tutti i suoi corpi intermedi che non nei rapporti di fabbrica.

È importante ricordarlo. Il Psi perse alla fine la sua battaglia, non sullo storico terreno del duello a sinistra. Lì vinse, anzi stravinse, se è vero che alla fine il Pci, per non essere travolto dalla fine del comunismo, dovette assimilarsi ai partiti socialisti europei e unirsi alla loro famiglia politica. Il Psi perse sull’altro terreno, quello dell’autonomia dalla Dc, quello della capacità di mantenere una identità distinta e distinguibile da quella democristiana e non essere trascinato dal suo tramonto. Diventò, insieme alla Dc, prigioniero del palazzo, partecipe più delle sue vicende che di quelle della società.

Va detto che non capitò così né al giovane o al maturo Mancini, che aveva sempre rifiutato la verticalizzazione del partito e la identificazione con altri, né al vecchio Mancini, che si gettò su un mestiere, quello di sindaco, che lo legava direttamente ai cittadini.
Di questo tutti devono dargli atto. Io sono qui per farlo.

Giuliano Amato

Cento di questi anni.
Il Riformismo di Giacomo Mancini

“Il sindaco con la mentalità più giovane d’Italia”, così venne definito Giacomo Mancini, quando alla soglia degli 80 anni venne eletto sindaco della sua città, Cosenza.
Il “vecchio” socialista aveva infatti idee giovani, ed è stato sempre ricordato per la sua audacia, oltre che per il suo riformismo. Era nato a Cosenza il 21 aprile 1916, figlio di Pietro Mancini (uno dei fondatori del Psi), antifascista di famiglia, nel 1944 si trova a Roma dove combatte contro i tedeschi e dopo la liberazione torna nella sua città per assumere la guida della Federazione socialista locale carica che lascerà nel 1953 per diventare segretario regionale dei socialisti calabresi.
Nel gennaio del 1953 venne eletto segretario regionale del PSI. Nel 1956, all’indomani della repressione sovietica della rivoluzione ungherese, le strade dei socialisti e dei comunisti si separarono e Mancini fu chiamato da Pietro Nenni a occuparsi dell’organizzazione del PSI.
La sua figura viene ricordata soprattutto per la realizzazione della Salerno- Reggio Calabria quando era Ministro dei lavori pubblici nel secondo e terzo governo Moro e nel primo e secondo governo Rumor, diventando ministro del Mezzogiorno nel quinto governo Rumor. Da ministro della Sanità impose tra l’altro l’introduzione del vaccino antipolio Sabin. Ma fu anche tra i primi ad opporsi alla linea di fermezza contro il terrorismo e la sinistra extraparlamentare, tanto da guadagnarsi le ire e le antipatie all’interno come all’esterno del suo Partito. Senza dimenticare la sua intransigenza quando il Psi venne travolto dagli scandali di mani pulite.
Ieri la sua città, Cosenza, ha voluto omaggiarlo, ma non è stata la sola, anche le figure più importanti della politica del secolo scorso hanno partecipato al centenario della sua nascita, in primis l’ex Presidente del Consiglio, Giuliano Amato. “Dalle lotte contadine a uomo di stato e di partito. Così ha praticato l’autonomia socialista Giacomo Mancini, che vedeva l’esigenza dei cittadini e dei cambiamenti italiani prioritaria al di là delle esigenze con i suoi alleati e delle collaborazioni politiche”. ha affermato Amato giudice della Corte Costituzionale intervenendo durante le celebrazioni. “Un’autonomia socialista tradizionale – ha aggiunto Amato – figlia del duello a sinistra, della differenza tra comunismo, socialismo e libertà, ma anche difesa dal conservatorismo che chi governa finisce sempre per avere una forza superiore a quella che merita, perché gli interessi premono su chi governa, specie sui partiti che governano. Questa sua autonomia – ha detto ancora l’ex premier – ha coperto tutti i versanti e gli ha creato degli avversari ma mai dei nemici. Ostile per istinto a quella che si chiama verticalizzazione della politica, Mancini capì che, con la morte dei partiti, sarebbe morta anche un’interazione tra cittadini e governanti che successivamente siamo stati capaci di ripristinare”.
Mancini però era stimato non solo dai suoi compagni di Partito, ma anche dai suoi rivali. Alla cerimonia ospitata a Palazzo Arnoni, infatti, non ha potuto partecipare l’ex Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano che ha comunque inviato una lettera alla “Fondazione Giacomo Mancini”:
“Mi complimento vivamente per l’iniziativa promossa dalla Fondazione Giacomo Mancini pregando i promotori di volermi considerare pienamente partecipe a un omaggio che sento profondamente da compagno e da amico.
Ci confrontammo sempre con reciproco affetto e simpatia negli anni della sua importante azione di governo, pur ricoprendo io un ruolo di opposizione peraltro con spirito unitario”.
Giacomo Mancini è stato anche oggetto di pesanti campagne polemiche da parte di molteplici detrattori, ma la sua figura rimane nella memoria storica collettiva del tempo da lui intensamente vissuto tra le più incisive e combattive della sinistra e della democrazia italiana”.

Per l’occasione Poste Italiane ha dedicato uno speciale annullo e delle cartoline filateliche con l’immagine di Giacomo Mancini durante un discorso pubblico.

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Redazione Avanti!

Cinquant’anni fa nasceva il centrosinistra
poi arrivarono i ‘nani’ della politica

Governo Moro 1963Sul blog di ‘mondoperaio’ del 28 ottobre, Luigi Covatta ha celebrato, con un lungo articolo, la nascita negli anni Sessanta del secolo scorso del centrosinistra (Governo Moro, 4 dicembre 1963). Nell’articolo Covatta ha sottolineato che quella formula di governo non è nata solo dall’attivismo di Fanfani e dall’illuminismo di Lombardi; il nuovo progetto di governo ha avuto alle spalle una lunga elaborazione politico-culturale, sia in seno al mondo cattolico (Lombardini, Saraceno, Ardirò ed altri), sia nell’area laico-socialista (Nenni, Giolitti, La Malfa ed altri). La sua sperimentazione, ha trovato anche il favore del PCI, il quale, pur essendo consapevole che la nuova formula governativa avrebbe posto fine all’unità dell’azione politica dei partiti della sinistra italiana, ha individuato nel nuovo quadro politico un avanzamento sulla via italiana al socialismo. Continua a leggere