Severgnini, Montanelli e la Storia d’Italia

Beppe_SevergniniSul «Corriere della Sera» del 12 aprile, Beppe Severgnini presenta l’opera storica che Indro Montanelli pubblicò dal 1957 al 1985. Essa viene riproposta in sedici volumi e copre 2.500 anni di storia dall’Italia medievale «dei secoli bui» sino alle elezioni del 18 aprile 1948. Un piano caratterizzato dalla ricostruzione di eventi e dalla proposta di riflessioni che investono un processo storico di lungo periodo e sottendono il cosiddetto «metodo Montanelli» con la creazione di un’«opera monumentale di un genio del racconto».
Severgnini riconduce la gestazione dell’opera ad «un vago mistero» che tenta di spiegare con il ricorso alla sua «impressione» di giovane giornalista e con il conforto di Iside Frigerio, «custode della serenità del direttore», a cui tributa enfatici elogi di «cormorano-narratore», come si legge nel titolo del suo articolo. Un «vago mistero» che è chiarito in modo contraddittorio dal giornalista, laddove – sulla scia della voce «Storia d’Italia (Montanelli)» reperibile su Internet – fornisce la chiave per comprendere l’opera storica di Montanelli. Egli attinge e condivide che senza l’ausilio di Roberto Gervasi e poi di Mario Cervi lo scrittore toscano non avrebbe potuto dar sfogo alle «sue inconfondibili impronte, stilistiche e caratteriali».
Sulla base di osservazioni poco equilibrate e ispirate da eccessivi elogi, bisogna sottolineare che stile e carattere – seppure uniti ad un vivido amore per la storia – non possono dar vita a un’opera storica in grado di «formare e informare» i cittadini e permettere loro di capire «i disastri» dell’Italia odierna. Quella lode generosa, attribuita a Montanelli di possedere una «capacità di usare lo stile per volare sopra le cose» che lo rendono simile a un raro «narratore-cormorano», è il risultato di considerazioni personali dotate di scarsa conoscenza culturale degli eventi storici. Un motivo ripreso anche da Luigi Offeddu che in modo erroneo parla di «un modello proposto da Dino Buzzati e tradotto da Montanelli in un nuovo stile» (cfr. «Corriere della Sera», 16 aprile 2018, p. 31), che per il giornalista consiste nel linguaggio semplice, nella presentazione dei personaggi priva di ogni retorica e non aliena dalle loro debolezze (cose vere in parte).
L’articolo di Beppe Severgnini può essere considerato la più vivida testimonianza di quella mentalità «corporativa» che due suoi colleghi, Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, hanno sottoposto ad aspre critiche nel loro libro La Casta (2007), però solo in riferimento alla classe politica. Per l’insigne giornalista, direttore dell’inserto settimanale «Corriere della Sera 7» e assiduo frequentatore del programma «Otto e Mezzo» di Lilli Gruber, Montanelli ha inaugurato un «metodo storico» che ha conquistato «un pubblico vastissimo», senza riscuotere la simpatia degli «storici di professione». La conclusione di Severgnini va nella direzione opposta a quella del giornalista obiettivo, consapevole dei principi elementari del lavoro compiuto dallo storico che studia, si documenta e cita la fonte da cui attinge le notizie.
Nulla di tutto ciò si ravvisa nell’indagine storica di Montanelli, che considera inutile la citazione del libro, del saggio o dell’articolo consultato, senza parlare delle fonti dirette come diari, memorie o carteggi. Un criterio «empio» di «fare storia», molto presente nel mondo giornalistico e diffuso anche in alcuni ambienti accademici: un criterio che nuoce gravemente al progresso e alla serietà degli studi storici. L’opera di Montanelli comincia con la pubblicazione della Storia di Roma, che apparve a puntate sulla «Domenica del Corriere», per essere poi pubblicata in volume (Longanesi, Milano 1957). L’invito gli fu rivolto dal vice direttore del «Corriere» Dino Buzzati, che lo incoraggiò due anni dopo a proseguire la sua opera con la Storia dei Greci (Rizzoli, Milano 1959).
Riguardo alla Storia di Roma, Sandro Gerbi – autore di alcuni saggi biografici su Montanelli – elenca una serie di giudizi meritevoli di essere ripresi e approfonditi. Egli ricorda quello di Roberto Contini, per il quale il suo racconto storico risulta «un po’ opaco, appesantito da confronti non indispensabili, scarso di coloritura e di accenti», mentre Bruno Maffi avanza forti riserve sulla «filosofia» di Montanelli, largamente improntata ad una «visione scettica, disincantata, della vita e della storia […] col risultato che tutto si appiana e si spiana, tutto è grigio ed uniforme, proprio dello stile semplificatorio del giornalismo corrente». Un giudizio, quello di Maffi, che può essere esteso ai giornalisti come Severgnini, che «non si preoccupa di approfondire e giustifica questo mancato sforzo con i dettami della saggezza millenaria». La conclusione di Maffi è chiara: «Che il metodo [di Montanelli] aiuti a capire la storia, sia pur semplificandola, lo nego; potrà aiutare la cultura generale come l’aiuta … Lascia o raddoppia. Per me, il tentativo di Montanelli è squallido, falsamente geniale e banalmente umoristico».
Nel rovesciamento di questo giudizio sull’opera storica di Montanelli, Severgnini adultera la realtà e la pone al servizio del suo editore. Alcuni esempi valgono forse a chiarire l’inconsistenza del cosiddetto «metodo Montanelli»: il volume su L’Italia di Giolitti (1900-1920), edito per la prima volta nel 1974, attinge abbondantemente dal libro L’Italia dal liberalismo al fascismo 1870-1925 (Roma-Bari 1973 vol. I) di Christopher Seton-Watson, per cui diventa difficile (ma non impossibile) stabilire che cosa sia dello storico inglese e che cosa del giornalista toscano. Medesimo discorso vale per il volume L’Italia della disfatta, almeno per la parte relativa al 25 luglio del 1943 e alla caduta del fascismo, che fa largo uso della ricostruzione storica reperibile nel volume 25 luglio crollo di un regime (Milano 1963) di Gianfranco Bianchi.
Severgnini cita il volume L’Italia di Giolitti, ma non sa che esso è superato dagli studi storici apparsi negli ultimi decenni, oltre ad essere inficiato da strafalcioni storici. Il caso di Gaetano Bresci, uccisore il 29 luglio 1900 di Umberto I, è un esempio eclatante per comprendere come la narrazione storica di Montanelli sia superata dai recenti studi volti a sottolineare il legame tra l’ex regina Maria Sofia e gli anarchici. Bresci lascia Paterson e viene in Italia per uccidere il sovrano per motivi pecuniari: eppure la via era stata indicata da Benedetto Croce nel suo articolo Gli ultimi Borbonici («La Stampa, 2 giugno 1926, poi in Id., Uomini e cose della vecchia Italia, Bari 1927, p. 406») quando aveva denunciato il legame perverso tra la regina borbonica e l’anarchico Errico Malatesta: una tesi sviluppata e documentata da Enrico Tuccinardi e Salvatore Mazzariello nel volume Architettura di una chimera. Rivoluzioni e complotti in una lettera dell’anarchico Malatesta reinterpretata alla luce di inediti documenti d’archivio (Mantova 2014).
Nella miriade di notizie sull’«età giolittiana», il giornalista toscano confonde il periodico L’Era nuova (13 giugno 1908-19 ottobre 1917) con la casa editrice omonima, ignora il dibattito tra anarchici individualisti e organizzatori (parla di «tal Ciancabilla»), confonde l’anarco-sindacalismo con il sindacalismo rivoluzionario e non comprende l’arringa difensiva di Francesco Saverio Merlino durante il processo a Bresci. Addirittura considera Napoleone Colajanni «socialista», quando il direttore della «Rivista Popolare di Politica, Lettere e Scienze Sociali» era un repubblicano, fervente seguace di Giuseppe Mazzini.
Nelle pagine dedicate al Partito socialista, Montanelli dimostra livore e confusione, riportando notizie tratte dal testo di Seton-Watson, che attribuisce impropriamente il famoso brano di Filippo Turati alla polemica con Enrico Ferri. Esso apparve invece sulla «Critica Sociale» (1° gennaio 1900) con il titolo Dichiarazioni necessarie: rivoluzionari od opportunisti? ed è diretto più agli anarchici che al socialista mantovano. Il brano, là dove Turati dice: «Verrà giorno che i fiocchi di neve formeranno valanga. Aumentare queste forze latenti, lavorandovi ogni giorno, è fare opera quotidiana di rivoluzione, assai più che sbraitare su pei tetti la immancabile rivoluzione, che non si decide a scoppiare», è scopiazzato da Montanelli per commentare la figura di Enrico Ferri (cfr. C. Seton-Watson, L’Italia dal liberalismo al fascismo, vol. I, cit., p. 309 e I. Montanelli, Storia d’Italia 1861-1919, vol. 6, Corriere della Sera, Varese 2003, p. 352).
Da Filippo Turati ad Enrico Ferri fino a Pietro Nenni si ha un susseguirsi di giudizi validi sul piano cronachistico e meno su quello storico, ma certamente non rispondenti ai giudizi di Severgnini o di Luciano Fontana. Il primo dice che Montanelli lascia un ritratto «formidabile» di Nenni, ma non specifica le sue caratteristiche fondamentali; mentre il secondo – nella scialba introduzione al volume L’Italia della Repubblica (2 giugno 1946 – 18 aprile 1948) pubblicata sul «Corriere» del 16 aprile – sottolinea l’«irruenza» di Nenni e all’asserzione impropria, secondo cui la vittoria della Democrazia Cristiana avrebbe «spazzato via dalla scelta degli italiani» il dibattito politico tra i vari partiti presenti sulla scena politica. Negli articoli di Montanelli, ignorati dal direttore del «Corriere della Sera», non si ritrova un simile giudizio, come si ricava anche dalle annotazioni di Nenni nei suoi Diari compresi tra il 1957 e il 1971(vol. II, pp. 27, 145, 552; vol. III, pp. 82, 185, 351, 607).
Le elezioni del 18 aprile 1948 e la sconfitta del Fronte popolare non lasciarono «affranto» Pietro Nenni (come sostiene Severgnini) o in preda all’«amarezza» (come dice Fontana) nel citare il medesimo brano sulla distanza dei socialisti dal Paese reale, ma indussero il leader romagnolo ad imboccare le «vie maestre del socialismo» nella lotta contro la maggioranza «clerico-moderata», in difesa dei valori laici dello Stato, di una critica costruttiva del piano Marshall, di una ripresa della lotta sindacale e di organi come i comitati di gestione, comitati per la lotta della terra e della Lega dei Comuni («Avanti!», 23 maggio 1948, ma si veda anche Meditazioni su una battaglia perduta, ivi, 1° maggio 1948).

Le considerazioni nebulose di Stella, Roth e la “patria ritrovata”

Joseph Roth

Joseph Roth

La coincidenza del centenario della morte dell’imperatore Francesco Giuseppe (21 novembre 1916) e la vittoria elettorale del verde Alexander Van der Bellen alle presidenziali austriache ha dato spunto a Gian Antonio Stella di svolgere alcune riflessioni sul sentimento patriottico («Corriere della Sera», 7 dicembre 2016, p. 53). Esse prendono avvio dal capolavoro Il busto dell’Imperatore dello scrittore ebreo Joseph Roth, nato a Schwabendorf nei pressi di Brody il 2 settembre 1894 e morto a Parigi il 27 maggio 1939. Dopo aver tratto da «la Repubblica» del 6 agosto 2011 la notizia relativa alla sua lapide («scrittore austriaco, morto in esilio», il giornalista del quotidiano milanese si lascia andare ad alcune considerazioni nebulose sul protagonista, il conte Franz Xaver Morstin, che – come si legge nella recensione pubblicata da «la Repubblica» – discende da una famiglia di origine italiana e descrive con nostalgia il mondo elegiaco dell’Impero austro-ungarico e il suo «complesso sistema di popoli e di razze».

Quale sia il nesso tra Van der Bellen, il protagonista del romanzo Il busto dell’Imperatore e Francesco Giuseppe I è noto solo al giornalista, che trova chiarezza alle sue considerazioni su Wikipedia per la molteplicità di nomi utilizzati per definire lo statista austro-ungarico. Sembra che egli accetti i giudizi del protagonista, senza tenere presente il percorso esistenziale di Roth, il quale verso il 1925 abbandona la sua fede socialista, difende la monarchia ed esalta la tradizione ruotante intorno ai valori religiosi e patriottici. Le sue scarse simpatie per il socialismo, dettate da una particolare sensibilità verso i più bisognosi, vengono meno durante il suo soggiorno in Russia, dove vi si recherà nel 1926 come inviato del «Frankfurter Zeitung».

Da quell’anno fino al 1933 la sua vita si caratterizza per un indefesso peregrinare in varie città europee (Parigi, Berlino, Francoforte) e in Russia per poi passare in Albania, in Polonia e in Italia, da dove invia precise corrispondenze alla stampa sulla realtà politica di quei Paesi. Con l’ascesa al potere di Hitler, Roth coglie nella Chiesa e nella monarchia le uniche forze capaci di opporsi alla prepotenza nazista. Accanto ad una intensa attività pubblicistica, sconvolta dalla crisi mentale della moglie, Roth pubblica il reportage Viaggio in Albania (1927), i romanzi Giobbe (1930), La marcia di Radetzky (1932), Il busto dell’Imperatore (1934).

Proprio in questo racconto, ripubblicato nel 2011 dall’editore Passigli, il protagonista esalta la monarchia, che si regge sulle «virtù nazionali» della fede, della patria e del valore militare, su cui si erge l’aquila asburgica. Un ideale già espresso da Roth ne La marcia di Radetzky, là dove scrive: «Quando fu seppellito, ero lì, uno dei tanti soldati della guarnigione di Vienna, con la nuova uniforme grigioazzurra che di lì a qualche settimana avremmo portato al fronte, uno dei tanti che riempivano le strade. La commozione che nasceva dalla consapevolezza di vivere una giornata storica che si accompagnava alla contraddittoria tristezza per il declino di una patria che aveva educato i suoi figli all’opposizione. [… ] E mentre misuravo esarcebato la vicinanza della morte, cui mi mandava incontro il defunto imperatore, mi sentivo preso dalla cerimonia per la sepoltura di Sua Maestà (e quella era l’Austria-Ungheria)» (cit. in F. Herre, Francesco Giuseppe. Splendore e declino dell’impero asburgico nella vita del suo ultimo grande rappresentante, Milano 1979, p. 465).

In altri brani del racconto Il busto dell’Imperatore, riportati a casaccio da Gian Antonio Stella e ripresi da Internet, il conte sembra identificarsi nel senso del dovere diffuso nell’età dominata da Francesco Giuseppe, il cui simbolo personifica l’asburgica coscienza basata sulla religione e sulla derivazione teologica del potere. Così la «patria ritrovata» deve essere riferita ad un contesto storico ormai tramontato, mentre l’ideale regio del «buon padre di famiglia» non può che essere visto come un mito ormai travolto dalla sovranità popolare e dai valori democratici.

Nunzio Dell’Erba

Scrive Giovanni Gambino:
Indagini che ti ‘costano’ il lavoro

Caro Direttore,

Come il professore di Rho anche io ho visto annullato il mio posto di lavoro vinto dopo un faticoso concorso all’Agenzia delle entrate Emilia Romagna perché avrei omesso un procedimento penale (non una condanna, ma una semplice indagine poi archiviata). Il dott Gian Antonio Stella stigmatizza il silenzio della ministra Giannini dalle colonne dell’autorevole corriere della sera, sul numero di sette del 22 luglio.
L’opinione pubblica non capisce simili comportamenti. Figurarsi chi li subisce!

Distinti saluti,

Giovanni Gambino

“Saudade” Battistiana,
a cent’anni dalla morte

Tra Risorgimento italiano e socialismo d’Austria-Ungheria, oltre al rimpianto per Cesare Battisti, ci resta la fiducia per una compiuta riconciliazione giusta e gentile tra le diverse esperienze di una terra di confine.

Il 10 luglio 1916 Cesare Battisti veniva catturato dagli austriaci sul monte Corno, sopra Rovereto tra la Vallarsa e Trambileno, e due giorni dopo saliva sul patibolo asburgico nel castello del Buon Consiglio a Trento. La ricorrenza del fatto vede tutti gli anni i socialisti roveretani e trentini partecipare all’incontro promosso dagli Alpini dell’ANA, salendo sul Corno “Battisti” la seconda domenica di luglio, per ricordare con questo “pellegrinaggio alpestre” il sacrificio dell’irredentista democratico, che fu un pensatore e un dirigente socialista di livello europeo. Quest’anno, ricorrendo il centenario degli avvenimenti, l’appuntamento è per domenica 10 luglio 2016, partendo per il Monte Corno Battisti alle ore 8 da piazza Podestà di fronte al Municipio di Rovereto.

Per questo evento, provo a ricordare Battisti con uno spunto diverso, quello che chiamerei della “saudade”, un termine lusitano rivolto ad un rimpianto per un bene speciale che è assente, ma che si lega ad un desiderio di riviverne il ricordo per poterlo nuovamente possedere, dunque mostrando ancora fiducia nel futuro.

Partiamo da uno spunto positivo: un giorno venne Silvius Magnago a spiegare sul Corriere della Sera che “Cesare Battisti fu un uomo che sacrificò la vita per i suoi ideali e dunque è degno della stima anche di coloro che come austriaci lo condannarono a morte”; lo ha ricordato di nuovo a tutti Gian Antonio Stella il 16 luglio 2014. Era stato un altro illustre sudtirolese, lo storico Claus Gatterer, a far conoscere al mondo austro-tedesco un uomo lì identificato solo come “alto traditore”, con queste parole: “Gli ideali battistiani attingono a due fonti: il Risorgimento italiano e il socialismo d’Austria-Ungheria. In Battisti questi ideali si erano pienamente fusi. Rappresentavano le direttrici per una vita e un’opera di rara coerenza”. Queste parole, per le fonti da cui provengono, dovrebbero aver posto fine alle polemiche di chi non riconosce l’onore altrui. Non a caso Gatterer ha introdotto il suo libro su Battisti con la citazione dello sferzante scrittore austriaco Karl Kraus: “Chi giudica farabutto il patriota dell’altrui patria, dev’essere un imbecille della propria”.

Le polemiche ricorrono invece ancora, ma si arenano nell’aforisma di Kraus. Piuttosto noi socialisti e democratici – e qui veniamo al discorso della “saudade” – non vogliamo far dimenticare che nella tormenta epocale della prima guerra mondiale si trovarono due socialisti esemplari come Giacomo Matteotti e Cesare Battisti che tennero un comportamento discorde: pacifista intransigente l’uno, interventista democratico l’altro. Eppure, come riporta la ricerca dello storico Mirko Saltori, ci doveva essere una base comune per le due personalità: “il socialismo non era stato né per Battisti né per Matteotti un’etichetta o una superficiale infatuazione, bensì un impegno costante e rigoroso, e certo nella concezione della realtà e della politica dell’uno e dell’altro vi sarà stata una larga identità di vedute”. Una identità che avrebbe potuto portarli successivamente anche a revisione i punti di vista divergenti, e comunque a svolgere un comune lavoro utilissimo per il popolo: non fu loro possibile, perché le vite di questi due protagonisti furono entrambe spente da mani barbare. È questo sconforto che porta i sinceri democratici ad onorare ogni anno sia la memoria di Matteotti, assassinato il 10 giugno 1924 dai fascisti, sia quella di Battisti, con speciale adesione nel centenario della morte per capestro asburgico il 12 luglio di cent’anni fa. È il rimpianto per un’Italia che poteva esserci e non ci fu, un rimpianto scolpito nelle parole autorevoli di Gaetano Salvemini, antico amico di studi fiorentini di Cesare Battisti, che definì la morte del compagno «una perdita funesta per la parte sana e consapevole della democrazia italiana impedendogli di svolgere nella nuova vita italiana una funzione benefica di prim’ordine»: parole che possono essere rivolte per uguali e altissime ragioni a Giacomo Matteotti, non casualmente accomunato a Battisti dal patriota triestino G. M. Germani, incarcerato dai fascisti: «Battisti e Matteotti io li vedevo così, uniti, simboli e sintesi di una Italia avvenire».

Tra tanto rimpianto, pur ci resta un speranza, una fiducia nel futuro. Come gli ideali democratici di Matteotti e Battisti, poterono rivivere nelle stagioni della resistenza al nazi-fascismo con la nascita dell’Italia repubblicana e possono per molte ragioni ancor oggi essere richiamati quando la stima per la vita democratica vacilla, così anche nella nostra terra di antichi confini confidiamo che possa consolidarsi quella comunanza di rispetto e di spirito evocata all’inizio dai sudtirolesi Magnago e Gatterer: facendo capire a noi tutti che la cosa davvero meritevole è confermare una strada di riconciliazione giusta e gentile tra le diverse esperienze.

Nicola Zoller


Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella,  ha inviato al Direttore dell’Ente Museo Castello del Buonconsiglio, Laura Dal Prà, un messaggio per ricordare Cesare Battisti,: Ecco il messaggio, pubblicato oggi dal quotidiano Trentino. Questo il testo:
«Nella ricorrenza del centenario della condanna a morte di Cesare Battisti, eseguita nella Fossa dei martiri del Castello del Buonconsiglio, desidero rinnovare il tributo di riconoscenza e l’onore che le istituzioni nazionali devono a un grande italiano, divenuto con il suo sacrificio un simbolo patriottico nella Grande Guerra dopo essere stato un combattente non meno coraggioso per il riscatto del mondo del lavoro, per la libertà della sua terra, per il progresso del popolo trentino.

         Battisti, preso prigioniero in battaglia dall’Esercito Austro-Ungarico e accusato di tradimento perchè suddito austriaco per nascita, fu impiccato. Esponente di quell’interventismo democratico dissonante con il prevalente neutralismo socialista, Battisti, in realtà, aveva voluto esser fedele ai valori e alle convinzioni che aveva posto a base del proprio impegno civile, prima cercando di ottenere l’autonomia amministrativa del Trentino, poi rilanciando questa richiesta come deputato eletto nel Parlamento di Vienna, infine arruolandosi come volontario nell’Esercito Italiano, dove venne impiegato negli Alpini, quando la guerra divampò e il completamento della Nazione divenne un concreto traguardo storico.

         Per questa sua coerenza civile pagò con la vita e altri eroi italiani irredentisti seguirono il suo esempio, come il Sottotenente Fabio Filzi, catturato e ucciso insieme al Tenente Battisti: ad entrambi fu riconosciuta la Medaglia d’Oro al Valor Militare.

         Ricordare oggi il martirio di Battisti e di Filzi non costituisce tributo ad antiche avversità o alzare nuovi muri. Al contrario. Da quelle testimonianze di intensa umanità, da quel desiderio di libertà, da quella speranza di integrità e di giustizia per la propria gente, viene una forte spinta alla pace e alla convivenza nel rispetto dei diritti universali della persona e dei popoli, così mirabilmente riassunti nella Costituzione della Repubblica. Cesare Battisti, militante e dirigente socialista, seppe sempre unire la dimensione nazionale con la prospettiva universale di una riduzione delle diseguaglianze sociali. Sfida che l’Europa ha di fronte nella società globalizzata. L’Europa, epicentro di guerre e che dalle guerre è stata dilaniata, ha saputo diventare nel mondo protagonista di pace e di sviluppo. Occorre continui ad esserlo oggi, all’altezza della civiltà che i suoi figli hanno contribuito a costruire nei difficili tornanti della storia».

         Roma, 12 luglio 2016

Italia-Svizzera, il segreto bancario non c’è più

Italia-Svizzera-segreto bancarioDa un rapporto dell’Università di Losanna per il Consiglio d’Europa sulla popolazione carceraria in Europa, curato da Marcelo F. Aebi e Natalia Delgrande, dell’Università di Losanna, di cui ha dato ampi conto il Corriere della Sera in un articolo di Gian Antonio Stella, si evince che in Italia gli ultimi a essere perseguiti dalla giustizia sono i cosiddetti ‘colletti bianchi’, ovvero i criminali che si occupano di frodare il fisco, di imbrogliare lo Stato e le sue Istituzioni.

I numeri sono davvero inquietanti. In Germania i detenuti colpevoli di aver violato le leggi fiscali o finanziarie, sono 7.986. Da noi, noi 230. è anche per questo che ci troviamo nelle condizioni in cui siamo e invece la Germania di fatto sta assumendo la guida della politica e dell’economia europea. Il nostro è il Paese delle prescrizioni, delle leggi ‘su misura’, di sartoria politica come quelle che si faceva il Governo Berlusconi, a cominciare dalla depenalizzazione del falso in bilancio, ma anche degli incomprensibili ritardi nell’adottare misure serie come dovrebbe fare il Governo attuale e invece non fa quando rimanda senza una spiegazione plausibile di altre due settimane la Delega Fiscale. Dentro c’è il nuovo catasto, con una rivoluzione della classificazione degli immobili, un aggiornamento dei valori a quelli di mercato, ma anche le norme per la Cooperative Compliance, quelle sulla fiscalità nazionale, per bloccare le multinazionali che giocano su più Paesi spostando in modo fittizio i profitti e pagare meno tasse, la fatturazione elettronica, e – ancora da sciogliere – il nodo del 3% reddito imponibile sotto la quale non scatta la sanzione penale anche in caso di frode fiscale e della quale secondo alcune interpretazioni avrebbe potuto avvalersi Silvio Berlusconi.

Ma per tornare ai reati fiscali, Gian Antonio Stella (leggi più sotto nella Rassegna stampa), scrive tra l’altro che i “dati più interessanti, però, sono quelli sul tipo di detenuti. Perché è lì che emerge nettamente la scelta delle priorità che ogni Paese assegna alle diverse emergenze. Puoi scoprire così che in Italia (ultimi dati disponibili: 2013) su 39.571 condannati con sentenza definitiva il 16,3% era dentro per omicidio o tentato omicidio, il 5,1% per stupro, il 14,7% per rapina, il 5,2% per furti più o meno aggravati e addirittura il 37,9%, cioè la maggioranza relativa, per reati legati alla droga. Una percentuale immensa rispetto ai «colletti bianchi». Basti dire che, in numeri assoluti, gli spacciatori in cella sono 14.994 contro 230 condannati per reati economici e finanziari. Ora, è ovvio che l’eroina, la cocaina e le altre droghe sono un problema. Ma è un’emergenza che vale per tutta l’Europa. Ed è impressionante, invece, lo squilibrio tra i diversi paesi. Se da noi è in carcere un «colletto bianco» ogni 65 spacciatori, in Irlanda ce n’è uno ogni 23, in Spagna uno ogni 9, in Inghilterra uno ogni 7, in Danimarca uno ogni 6, in Olanda e in Svezia uno ogni 4, in Finlandia e in Croazia uno ogni due… Per non dire di Paesi come la Germania dove i delinquenti in giacca e cravatta condannati per avere maneggiato il denaro sporco della mala-economia sono perfino più dei pusher: 7.986 contro 7.555”.

Non ci lamentiamo insomma delle condizioni in cui versa il nostro Paese, dove ci si strappa i capelli per un immigrato clandestino che spaccia l’hashish, ma si lascia correre su chi froda milioni al fisco, cioè a noi tutti. Qualcosa comunque si fa, e non è poco.

Finalmente, Italia e Svizzera si sono messi d’accordo per impedire che grazie al segreto bancario i ‘furbetti’ continuino a farla franca. Il segreto bancario, in questi termini, non c’è più perché i due Governi ha siglato il Protocollo che modifica la Convenzione per evitare le doppie imposizioni, prevede lo scambio di informazioni su richiesta ai fini fiscali, secondo lo standard Ocse, e pone così fine al segreto bancario. Insieme al Protocollo è stata anche sottoscritta una ‘road map’, un documento politico che fissa il percorso per la prosecuzione dei negoziati su altre questioni tra cui la tassazione dei lavoratori frontalieri.
Il Protocollo, che modifica la Convenzione del marzo 1976 e deve ora essere ratificato dai rispettivi Parlamenti, pone le basi per rafforzare la cooperazione tra i due Paesi e per contrastare il fenomeno dell’evasione e dell’infedeltà fiscale.

“Una volta ratificato il Protocollo – informa un comunicato del MEF – le autorità fiscali italiane potranno richiedere alla Svizzera informazioni, ivi comprese “richieste di gruppo”, anche su elementi riconducibili al periodo di tempo decorrente dalla data della firma, quindi da oggi. Ciò produce effetti ai fini della regolarizzazione spontanea dei capitali detenuti illegalmente nella Confederazione (la cosiddetta voluntary disclosure). La Svizzera, impegnandosi ad un effettivo scambio di informazioni, viene a tal fine equiparata ai Paesi non black list e i contribuenti italiani potranno sanare le irregolarità pagando integralmente le imposte dovute, come prevede la legge sulla voluntary disclosure, e usufruendo di un regime sanzionatorio più conveniente e di termini di prescrizione dell’accertamento più favorevoli. La firma del Protocollo consente quindi immediatamente alle nostre autorità di individuare potenziali evasori italiani che detengono patrimoni in territorio svizzero. Tale possibilità concreta costituisce evidentemente uno stimolo alla regolarizzazione da parte dei contribuenti italiani che entro settembre 2015 possono aderire alla voluntary disclosure.

Con la ratifica del Protocollo la Svizzera sarà inoltre inclusa nelle white lists italiane e uscirà dalle black lists basate esclusivamente sull’assenza dello scambio di informazioni.

Quanto allo scambio automatico di informazioni, l’Italia è stata tra i Paesi ‘early adopter’ del nuovo standard Ocse, e rientra quindi tra i Paesi che si sono impegnati ad adottarlo a partire dal 2017 con riferimento alle attività finanziarie detenute nel 2016. La Svizzera si è impegnata ad adottare lo scambio automatico di informazioni a partire dal 2018, con riferimento all’annualità 2017. Poiché lo standard prevede la reciprocità, il primo scambio automatico di informazioni di carattere finanziario tra Italia e Svizzera avverrà entro settembre 2018 con riferimento all’anno 2017. I conti finanziari oggetto di comunicazione automatica all’Agenzia delle Entrate sono quelli di custodia, di deposito e i contratti di assicurazione con contenuto finanziario.

La road map delinea il percorso per la revisione dell’accordo sui frontalieri. L’accordo oggi in vigore, firmato nel 1974, riguarda solo i frontalieri italiani e prevede la tassazione esclusiva in Svizzera con il ristorno del 40% dei gettito ai Comuni italiani della zona di confine.

Il nuovo accordo è impostato su basi assolutamente innovative.

Viene innanzitutto prevista la reciprocità: anche i frontalieri svizzeri che lavorano in Italia saranno compresi nell’accordo. I lavoratori frontalieri saranno assoggettati ad imposizione sia nello Stato in cui esercitano l’attività, sia nello Stato di residenza. La quota spettante allo Stato del luogo di lavoro ammonterà al massimo al 70% del totale dell’imposta normalmente prelevabile alla fonte. Il Paese di residenza dei lavoratori applicherà l’imposta sul reddito delle persone fisiche tenendo conto delle imposte già prelevate nell’altro Stato ed eliminando l’eventuale doppia imposizione. Il carico fiscale totale dei frontalieri italiani rimarrà inizialmente invariato e successivamente, con molta gradualità, sarà portato al livello di quello degli altri contribuenti. Non vi sarà più alcuna compensazione finanziaria tra i due Stati. Il ristorno ai Comuni frontalieri italiani sarà a carico dello Stato, sulla base del principio di invarianza delle risorse.

Nella road map Italia e Svizzera si impegnano anche ad individuare le migliori soluzioni pratiche per Campione d’Italia, exclave italiana circondata dal territorio svizzero. L’obiettivo è di garantire alle imprese e ai cittadini di Campione d’Italia il corretto funzionamento delle attuali regole nazionali ed internazionali sulla fiscalità indiretta. Fino ad oggi la mancanza di disposizioni concordate tra i due Paesi ha creato criticità alle autorità preposte ai controlli ed anche ai cittadini e alle imprese. La road map – conclude il comunicato – prevede la negoziazione in tempi più lunghi di un ampio accordo, non solo fiscale, che regolamenti e semplifichi i rapporti tra i due Stati relativamente al Comune di Campione d’Italia”.

La firma di oggi è stata messa per l’Italia dal Ministro dell’economia e delle finanze Pier Carlo Padoan, e per la Svizzera dal Capo del Dipartimento federale delle finanze Eveline Widmer-Schlumpf.

Redazione Avanti!