Trump, Putin e le nuove relazioni multilaterali

trump putinLe alleanze internazionali, che hanno garantito pace e stabilità per un cinquantennio, sembrano spazzate via dalle misure isolazioniste prese dall’Amministrazione americana, guidata dal Presidente Donald Trump. Ormai nessun commentatore si stupisce, più di tanto, delle affermazioni del tycoon. Alla Cbs News, a proposito del ruolo degli Usa nello scacchiere globale, Trump ha affermato: “penso che abbiamo molti nemici, credo che l’Unione europea sia un nemico per quello che fa a livello commerciale. La Russia è un nemico per certi aspetti, la Cina è un nemico economicamente. Certamente sono nemici, ma questo non significa che siano cattivi. Non significa niente, significa che sono competitivi”.

Leggendo queste dichiarazioni, si comprende il recente attivismo delle Istituzioni europee, i cui massimi rappresentanti, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, hanno incontrato la delegazione cinese e, in seguito, hanno partecipato alla firma dell’Economic Partnership Agreement tra Ue e Giappone.

Entrambi gli avvenimenti rappresentano una forte risposta dell’Europa al protezionismo americano e al “ritrovato feeling” tra Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin. Emerge la necessità, da parte dell’Ue, di ritagliarsi uno spazio autonomo dallo storico alleato, che mai come adesso risulta ondivago e contraddittorio nello scacchiere internazionale. Anche per questo, in patria, il presidente Trump viene fortemente criticato dal mondo dell’informazione e, in modo bipartisan, da esponenti democratici e repubblicani.

Le nuove relazioni multilaterali dell’Unione Europea guardano ad Oriente, ai mercati asiatici e alle enormi opportunità offerte dalla Cina e dal Giappone. Dell’Accordo di partenariato economico con il Giappone, firmato il 17 luglio, a Tokyo, si è scritto, anche sul nostro quotidiano, sottolineando come questo sia il più rilevante trattato mai negoziato tra le due aree economiche.

In esso si prevede la graduale eliminazione dei principali dazi sulle importazioni: il Giappone li toglierà sul 94% dei prodotti esportati dall’Unione europea, mentre quest’ultima cancellerà le imposte sul 99% delle merci giapponesi.

Tuttavia, quest’accordo ha suscitato diverse criticità, ad esempio da parte dell’intergruppo “No Ceta”, costituitosi nelle assemblee parlamentari italiane della passata legislatura e formato da esponenti di tutti gli schieramenti, cosi come è stata espressa contrarietà da Greenpeace e da altre organizzazioni sociali.

Secondo i critici, l’accordo tutelerebbe un modesto numero di denominazioni di origine, non proteggendo, sufficientemente, il Made in Italy. Inoltre, si critica il controllo inadeguato che l’Unione Europea sarebbe legittimata a fare sulle importazioni di prodotti alimentari giapponesi, con il rischio della presenza di Ogm.

Infine, si accusa l’accordo di abbassare le tutele sul lavoro, poiché il Giappone non ha ancora ratificato due delle otto convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro, un’agenzia specializzata dell’ONU che si occupa di promuovere i diritti umani e la giustizia sociale con una particolare attenzione al tema del lavoro, in tutti i suoi aspetti.

Queste obiezioni dovranno essere affrontate per evitare che gli accordi si rivelino infruttuosi o, peggio ancora, controproducenti per le produzioni locali e i mercati europei.

Per quel che riguarda il ventesimo summit Ue-Cina, si è concordato di sviluppare ulteriormente la partnership strategica, tramite una serie di misure connesse ai “cambiamenti climatici e all’energia pulita”. In conclusione del summit è stata firmata, dai leader Ue e dal premier cinese Li Keqiang, una “dichiarazione congiunta” sui temi che costituiscono la partnership.

Cina e Unione Europea hanno ribadito il sostegno per la risoluzione pacifica della questione nucleare nordcoreana attraverso mezzi diplomatici e per una completa denuclearizzazione della penisola coreana; così come l’impegno a favore della piena attuazione dell’accordo nucleare in Iran.

Di contro, persistono rilevanti differenze sul tema dei diritti umani, ciò nonostante si è deciso di “intensificare gli scambi in seguito al recente dialogo sui diritti umani”.

Sui temi del summit euro-cinese, il Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk ha dichiarato: “nello stesso giorno in cui l’Europa incontra la Cina a Pechino, il presidente americano Trump e il presidente russo Putin si parleranno a Helsinki, siamo tutti consapevoli del fatto che l’architettura del mondo sta cambiando sotto i nostri occhi. Ed è nostra responsabilità comune fare che sia un cambiamento per il meglio”.

Tusk ha ricordato, “che il mondo che per decenni abbiamo costruito, a volte con contrasti, ha portato la pace per l’Europa, lo sviluppo della Cina e la fine della Guerra fredda. E’ un dovere comune non distruggere quest’ordine, ma migliorarlo”.

Infine, il Presidente del Consiglio Europeo ha esortato i presidenti di Usa, Russia e Cina ad “avviare congiuntamente il processo di riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio, al fine di prevenire conflitti e caos”, scongiurando guerre tariffarie a favore di comuni soluzioni basate su regole eque.

Soluzioni comuni che passano dal superamento di rigidità e chiusure nazionalistiche, dall’abbandono dei sovranismi e dalla riscoperta di relazioni internazionali guidate da spirito di leale collaborazione e cooperazione.

In questo senso è preoccupante che il rapporto tra Usa e Ue si stia deteriorando, a causa della mediocrità dell’amministrazione statunitense nell’affrontare le grandi sfide geopolitiche ed emerge la necessità di un rapido cambio di passo in direzione della difesa di un rinnovato multilateralismo.

Paolo D’Aleo

La ricerca di un nuovo equilibrio tra le grandi potenze del mondo

May-16-2012-State-of-libertyIl numero 4/2018 di “Limes” è dedicato ad un’analisi dello stato attuale del mondo, caratterizzato dalle tensioni globali causate dalla ricerca di una nuova configurazione dell’equilibrio dei rapporti di forza tra gli Stati. I termini della questione sono riassunti nell’Editoriale del periodico, secondo il quale la situazione attuale è rappresentata dalla posizione dominante degli Stati Uniti; sebbene tale posizione risulti ridimensionata rispetto al passato, è possibile che, considerate le condizioni interne e internazionali riguardanti i loro competitori, gli USA riescano a conservarla anche per il futuro, che è plausibile prevedere possa risultare piuttosto lungo. L’ipotesi dell’Editoriale è corroborata da una serie di articoli di autori, specialisti nel trattare le relazioni internazionali; in essi sono evidenziate le problematiche riguardanti le altre potenze che aspirano, se non proprio a sostituire, ad indebolire ulteriormente, la superpotenza americana.
La posizione attuale degli Stati Uniti – afferma l’Editoriale – “è presupposto geopolitico per eccellenza”. Tutti gli altri Stati, alleati o meno, “ne accettano l’esistenza come evidente, incontestabile. Tutti, o quasi, ne celebrano ovvero ne dannano l’iperpotenza materiale e immateriale”; alcuni Paesi alleati, addirittura, li detestano, mentre altri Paesi avversari “anelano ad essere ammessi a corte”. Ciò che stupisce è il fatto, che, malgrado l’universale riconoscimento della primazia globale della quale godono gli Stati Uniti, fra coloro che si oppongono al loro imperialismo vi siano “diversi fieri cittadini” americani, convinti che la conservazione dell’”impero non sia un affare. Stanchi di sopportarne i costi veri o presunti. Insensibili alla gloria”. Se la posizione dominante degli USA è presupposto geopolitico, come possono essere spiegate, malgrado la presidenza di Donald Trump, le ragioni della sua conservazione, “pur se oggi [quel presupposto è] meno splendente e più contestato?”
Dopo il crollo dell’ex URSS, gli USA si sono imposti nell’immaginario collettivo mondiale come unica superpotenza, perseguendo, attraverso la globalizzazione, l’unificazione del pianeta, con la proposta, da parte di due scienziati americani, di “abolire i fusi orari virando verso un tempo universale atto a istituire un calendario permanente. Valido per tutti per sempre”.
Rifacendosi al Tucidide della “Guerra del Peloponneso”, l’Editoriale di “Limes” ricorda che per qualsiasi potenza, che persegua la conservazione di una posizione dominante nel mondo, non possa “esistere logica diversa da quella dell’utile”; ciò perché nessun legame di solidarietà e di vicinanza può conservarsi nel tempo se “non vi corrispondono sicurezza e fiducia”; concetto, questo, che sarà formalizzato sul piano politico dal marxista Antonio Gramsci, con la formulazione del concetto di “egemonia”, adottato per esprimere una posizione dominante di un gruppo sociale o di uno Stato, destinata a divenire impensabile “senza il consenso” e impraticabile “senza la forza”, non solo militare, ma anche e soprattutto culturale. Ma ogni potenza globale ed egemone, pur sorretta dal consenso, osserva l’Editoriale, è costretta ad agire all’interno di un contesto di relazioni interstatali che ne condizionano la strategia.
Sulla base di questo assunto, l’Editoriale di “Limes” ipotizza, all’interno del precario equilibrio globale ora esistente, la presenza di alcuni Stati o realtà politiche che, con la loro azione, potrebbero prefigurare possibili conflitti, tali da implicare “un grado minimo o massimo di impegno americano”. I soggetti, nel ruolo dei quattro “cavalieri dell’Apocalisse” assegnato dall’Editoriale, sono principalmente la Cina, la Russia, la Corea del Nord, cui può essere aggiunta l’Unione Europea; viene pertanto da chiedersi se tali realtà politiche possano e vogliano davvero subentrare agli Stati Uniti nel rango di primo attore e, se lo potessero e volessero, di quali argomenti e strumenti dispongano per coronare col successo la loro aspirazione.
A parere dell’Editoriale, se gli americani eviteranno “di farsi del male da soli, e malgrado la torrenziale letteratura apocalittica di propria produzione, in questo mondo di Stati, gli Stati Uniti possono aspirare a restare il Numero Uno. A lungo”. Questa conclusione è supportata da varie considerazioni e riflessioni, tutte attinenti alla “debolezza” degli Stati o delle realtà politiche che possono svolgere il ruolo di competitori e che, con la loro azione, possono destabilizzare la posizione egemone degli USA, per sostituirsi ad essi, o quantomeno per ridurne il “peso” globale.
Le difficoltà che si parano davanti all’azione dei competitori dell’America derivano innanzitutto dal fatto che, come osserva Dario Fabbri (“L’America conservatrice”), nel mondo instabile di oggi gli americani sono diventati conservatori. A differenza di quanto erano propensi ad intraprendere nel passato, essi “non pensano più di stravolgere la congiuntura internazionale. Confermano lo status quo, ne accettano il dipanarsi. Non solo perché maneggiano i gangli del primato – dal controllo delle vie marittime alla funzione di compratore di ultima istanza, dall’emissione del dollaro all’avanguardia tecnologica”; ma anche perché le sofferenze patite a causa del loro avventurismo, vissuto nella prospettiva di poter “rimodellare il creato, intendono scongiurare il ripetersi della storia”. Soffrendo per l’impulsiva voglia di isolarsi e di ritirarsi dalla gestione degli affari internazionali, anche per gli sforzi che sono chiamati a compiere per via del loro status egemonico nel mondo, gli Usa hanno scelto “la manutenzione ordinaria del sistema che presiedono”.
Pur scegliendo l’opzione meno impegnativa per la conservazione della loro posizione egemone, gli Stati Uniti hanno conservato intatte le finalità della loro politica estera, salvo l’apporto di alcuni adattamenti al mutamento delle condizioni attinenti il resto del mondo; gli USA, infatti, continuano a curare gli aspetti della loro politica estera, avendo di mira l’obbiettivo prioritario del contenimento marittimo della Cina e di quello terrestre della Russia; quindi, senza temere una possibile convergenza tra i propri competitori, hanno maturato una crescente opposizione nei confronti dell’aumento delle pretese tedesche, nella consapevolezza – secondo Fabbri – “che è impossibile rinnegare la propria dimensione imperiale”. Ciò, nel timore che le dinamiche interne alla società americana possano vanificare quanto sinora realizzato.
L’attuale strategia internazionale degli Stati Uniti è stata elaborata al termine della Guerra fredda, allorché, dopo il crollo dell’URSS, gli USA hanno vissuto l’illusione d’essere divenuti una superpotenza solitaria; da allora, via via che l’illusione si è dissolta, essi hanno adattato la loro politica internazionale al mutare delle condizioni globali, cumulando “un massiccio deficit commerciale per creare dipendenza tra sé e i [loro] satelliti e mantenere globale la [propria] moneta”, riuscendo così a contenere le sfide dei concorrenti più insidiosi, fornendo aiuti militari ai loro alleati, senza però agire per distruggere l’equilibrio esistente, al fine di favorire l’avvento di una nuova configurazione dello stato del mondo. Così facendo, gli USA hanno teso a lasciare agli altri l’onere di alterare lo status quo, a condizione che i mutamenti risultassero aderenti ai loro interessi.
Una prova di tale atteggiamento sul piano della politica estera degli Stati Uniti può essere rinvenuto, ad esempio, nel proposito di coinvolgere i propri alleati nelle “campagne” di contenimento dei propri concorrenti, come è avvenuto nel caso della Russia, contro la quale l’opposizione è stata appaltata – afferma Fabbri – “ai Paesi dell’Europa centro-orientale”, attraverso il collocamento al loro interno di sistemi d’armi puntati contro Mosca e l’assegnazione di un ruolo cruciale ai paesi baltici.
Anche sul fronte estremo-orientale, l’impegno degli USA è volto a coinvolgere gli alleati nel contenere le ambizioni della Cina, determinata a divenire il principale concorrente commerciale di Washington attraverso la realizzazione del progetto infrastrutturale delle vie della seta. Eppure, anche da questo fronte, secondo Giorgio Cuscito (“I nemici delle nuove vie della seta”), gli Stati Uniti hanno poco da temere, sia per i timori che la realizzazione di tale progetto sta suscitando in diverse aree politiche del mondo, sia per ragioni politiche interne della Cina.
Sul Piano internazionale, diversi sono i fattori che rendono le rotte delle vie della seta fonte di preoccupazioni, non solo per gli Stati Uniti, ma anche per altre realtà politiche; in Asia, ad esempio, India e Giappone, congiuntamente ad altri Paesi minori del Sud-Est asiatico, “stanno prendendo contromisure per ostacolare l’iniziativa, percepita come uno strumento per espandere la sfera d’influenza cinese a livello globale”; anche perché alcuni progetti promossi da Pechino non hanno una valenza esclusivamente economica.
Ultimamente, ai dubbi e ai timori dei Paesi asiatici si sono aggiunti anche quelli dell’Unione Europea; negli ultimi tempi, le istituzioni europee, sollecitate da Germania, Francia e Italia, hanno evidenziato una maggiore attenzione rivolta alle attività cinesi in Europa e nel Mediterraneo. Ciò ha spinto le istituzioni comunitarie “a prendere provvedimenti per monitorare più accuratamente le attività della Repubblica Popolare nel Vecchio Continente”, sino a decidere di dotarsi di un quadro normativo atto “a prevenire le acquisizioni d’interesse strategico da parte di aziende statali ubicate fuori dall’UE”.
Sotto l’aspetto politici interno, invece, la Cina avrà a che fare con i numerosi problemi che da sempre la assillano, quali sono i profondi squilibri economici esistenti sul piano territoriale e su quello personale, le aspirazioni ad una maggiore autonomia delle minoranze etniche e culturali e l’unificazione alla Repubblica Popolare di Taiwan; aspirazione, quest’ultima, destinata a sollevare le incertezze sul come conciliare le diversità del credo politico e delle istituzioni, oggi esistenti all’interno delle due realtà statuali asiatiche.
Oltre che dal fronte del Sud-Est asiatico, gli Stati Uniti hanno poco di che temere da quello Europeo, in particolare dall’Unione Europea, soprattutto per le divisioni esistenti tra gli Stati che la compongono, causate oltre che dalle differenze economiche esistenti, anche dal “peso” che la Germania sta assumendo all’interno della comunità. In “I tabù di Berlino fanno male all’Europa”, Heribert Dieter afferma che in Europa, secondo un’inchiesta condotta nel 2017 dal Pew Research Center, “la Germania è vista bene: il 71% dei cittadini europei ne ha una percezione positiva”; ma le cose cambiano “quando le stesse persone vengono intervistate a proposito di una leadership tedesca in Europa. Poco meno della metà (49%) è dell’opinione che la Germania sia già adesso sin troppo forte, solo un’esigua minoranza (5%) dichiara che Berlino ha un’influenza troppo debole”.
L’inchiesta ha messo in evidenza una frattura tra i Paesi del Nord e quelli del Sud dell’Unione europea, palesando che “né gli altri europei, né la maggioranza dei tedeschi desiderano una più marcata leadership tedesca all’interno della UE”. Ciò è sufficiente a garantire agli USA che l’Europa, almeno per il momento, non può rappresentare alcuna seria contestazione alla loro posizione egemone globale e che l’ambizione dell’establishment tedesco ad elevare il livello di contrapposizione con l’iperpotenza d’oltre Atlantico è più che annullata dalle contrapposizioni a Berlino da parte degli altri partner europei.
Resta il problema dell’opposizione russa all’egemonia americana; dopo l’esperienza negativa dell’ex URSS nel condurre una concorrenza attiva nei confronti degli USA, gli obiettivi della nuova Russia di Putin, secondo Vitalij Tret’jakov, preside delle scuola superiore per la televisione dell’Università statale di Mosca (“La dottrina Putin”), gli obiettivi di Mosca consisteranno nel preservare e rafforzare la Russia come grande potenza e come civiltà a sé stante e autosufficiente, salvaguardando la pace, soprattutto nelle regioni immediatamente vicine ai confini russi, e difendendo la civiltà russa in senso politico ed etnico.
Nei confronti degli USA, tali obiettivi saranno perseguiti, a parere di Tret’jakov, nel rispetto di tre linee di condotta: in primo luogo, la promozione dell’emancipazione, in modo graduale e, se possibile, non conflittuale dal predominio americano in campo economico e finanziario; in secondo luogo, il mantenimento di un equilibrio strategico-militare con gli USA; infine, l’opposizione a Washington laddove vada a toccare esplicitamente gli interessi della Russia. Nell’attenersi a questi tre criteri strategici, Mosca non “avrebbe interesse a minare intenzionalmente le posizioni degli Stati Uniti nel mondo attuale”, in quanto basterà aspettare che queste posizioni si indeboliscano naturalmente: Putin non avrebbe che da attendere, in quanto “sa e capisce che prima o poi l’Occidente” commetterà degli errori. A quel punto, “non gli resterà che decidere, dopo aver valutato i pro e i contro”, se sfruttare gli errori oppure no.
Malgrado il semi-isolazionaismo della nuova Russia, l’azione politica internazionale indicata da Tret’jakov, non può certo dirsi positiva per il mondo; ciò in quanto non è auspicabile che una superpotenza di rilevanza globale, come la Russia, possa perseguire una politica egoistica; una politica cioè che, se può non impensierire l’egemonia statunitense, è però gravida di pericoli per il resto del mondo, a causa dell’esclusivismo (non solo sul piano degli interessi materiali, ma anche su quello etnico e culturale) col quale la Russia, anziché impegnarsi nel tentativo di governare la dinamica dello stato del mondi, si limiterebbe a difendere i suoi interessi “particolari”, sfruttando i possibili errori degli altri.

Gianfranco Sabattini

Il mondo spremuto da una montagna di debiti

mondo spremuto

Il debito globale è salito ininterrottamente dalla Seconda Guerra mondiale, toccando nel 2016 un nuovo picco di 164.000 miliardi di dollari, circa il 225% del pil del pianeta. Questo quadro è emerso da un nuovo documento del Fondo monetario internazionale che passa in rassegna il debito ‘lordo’ (pubblico più privato) di 190 Paesi dal 1950 ad oggi. Con qualche sorpresa, si scopre che  le economie più indebitate del mondo sono anche le più ricche.

I primi tre debitori nella classifica mondiale sono Stati Uniti, Cina e Giappone e rappresentano oltre la metà del debito globale, significativamente superiore alla loro quota di produzione globale. Al primo posto gli Usa con un debito lordo (pubblico più privato escluse le società finanziarie) a 48mila miliardi; a seguire la Cina a 25,5 mila miliardi, il Giappone a 18,2mila miliardi e la Francia a 6,7 mila miliardi. Il debito delle restanti economie avanzate complessivamente ammonta a 46,2 mila miliardi, mentre dei restanti paesi emergenti ammonta a 12,7mila miliardi.

L’approdo della Cina tra le prime posizioni è comunque uno sviluppo relativamente nuovo, con la quota del colosso asiatico nel debito globale che è salita da un livello inferiore al 3% agli inizi del millennio a oltre il 15% oggi, con l’ascesa del credito dopo la crisi finanziaria globale.

Rispetto al picco precedente del 2009, il debito globale è ora superiore del 12% rispetto al prodotto interno lordo, con un trend generale in rialzo trainato dal settore privato, che dal 1950 ad oggi ha quasi triplicato il suo debito. Ampliando la visione, emerge come il debito globale ha seguito la tendenza al rialzo quasi ininterrotta dalla Seconda guerra mondiale ad oggi. L’osservazione è stata fatta dagli analisti del Fondo monetario.

Le economie avanzate hanno dominato il panorama per quasi sei decenni, con il debito del settore privato non finanziario che ha raggiunto un picco del 170% del Pil nel 2009, mentre le economie emergenti hanno assunto un ruolo guida all’indomani del collasso di Lehman Brother, data convenzionale per indicare l’inizio della grande crisi finanziaria. Nonostante ciò il divario tra il debito del G20 e i mercati emergenti è ancora significativo, superando in media il 90% del pil. I paesi a basso reddito invece rappresentano meno dell’1% del debito globale, ben al di sotto del loro prodotto.

Inoltre, anche se la storia del debito globale è stata dominata dal settore privato, anche il debito pubblico ha svolto un ruolo importante con due fasi distinte: fino alla metà degli anni ’70 è diminuito progressivamente per effetto della crescita e dell’inflazione nelle economie avanzate, dopo ha invertito il suo corso con dinamiche diverse nei vari paesi.

In questo panorama si potrebbe dedurre che la politica economica dell’Italia, almeno fino alla fine degli anni ottanta, è stata encomiabile. In quel periodo l’Italia era diventata la quinta potenza mondiale con un debito lordo inferiore a quello di altri paesi ad economia avanzata.

Salvatore Rondello

Il pericolo di uno scontro tra Giappone e Repubblica Popolare Cinese

cinagiapponeLo storico di strategia giapponese Tömatsu Haruo, in un’intervista concessa a Dario Fabbri, pubblicata su “Limes, n. 2/ 2018”, col titolo “Il Giappone sta per vivere una nuova fase della sua storia”, afferma che il Paese del sol levante sta adeguandosi alla dinamica degli eventi che caratterizzano l’area del Pacifico. Ciò perché – afferma lo storico giapponese di strategia – la “Cina è una potenza tanto in ascesa quanto fragile, dunque particolarmente pericolosa. La Russia è in grande difficoltà, quindi destinata ad essere aggressiva. La penisola coreana, che nella sua interezza palesa un crescente sentimento anti-giapponese, rischia di tradursi nella più grande minaccia alla stabilità planetaria. Gli Stati Uniti, ancorché attivamente impegnati nel contenimento della Repubblica Popolare, vivono notevoli convulsioni interne e chiedono agli alleati di fare maggiormente la loro parte”.
Conseguentemente, il Giappone, principale alleato della superpotenza americana, non può fare a meno di “modificare il suo approccio al mondo, ad abbandonare la condizione di mero soggetto economico per tornare ad occuparsi direttamente della sua difesa”. A tal fine, a parere di Haruo, gli effetti di questa necessità sono riscontrabili nella febbrile attività politica della società nipponica, volta ad elaborare la strategia più conveniente per il Paese; strategia che non potrà che essere quella, sia pure adeguata al tempo attuale, inaugurata nel 1868, dopo il rinnovamento Meiji (il radicale cambiamento della struttura istituzionale con cui il Giappone, abolendo il sistema feudale, si è aperto alla modernizzazione e all’industrializzazione della propria economia).
Prima del rinnovamento vivevano in Giappone circa 30 milioni di abitanti, con un’economia esclusivamente agricola; a seguito dell’industrializzazione – afferma Haruo – la popolazione è ammontata nel 1940 a 70 milioni, imponendo la necessita per il Paese di “reperire all’estero le risorse necessarie”, sia per soddisfare le esigenze esistenziali dell’aumentato numero di abitanti, che per reperire le materie prime necessarie per supportare il processo di industrializzazione. Dopo la drammatica sconfitta subita nella Seconda guerra mondiale, il Giappone ha continuato a perseguire lo stesso obiettivo pre-bellico, sotto l’”ombrello protettivo” americano, tendendo a controllare le rotte marittime e ad estendere la propria influenza sui Paesi asiatici ricchi di materie prime. Il Giappone abbandonerebbe tale strategia, soltanto se una potenza ostile si sostituisse agli Usa col proposito di “dominare i mari”; in questo caso, per il Paese, sarebbe gioco forza reagire.
Per sventare il pericolo di una reazione militare, considerate le propensioni degli Stati Uniti ad interessarsi, più di quanto hanno fatto sinora, dei loro problemi interni, al Giappone non resta che affidarsi a un maggior margine di manovra autonoma, per valutare con lucidità le vicende internazionali e le proprie condizioni attuali, le quali concernono principalmente, sia l’affidabilità delle protezione americana, sia la dinamica al ribasso della propria demografia.
Riguardo al problema della protezione a “stelle e strisce”, il Giappone è afflitto dalla sindrome della percezione che il confronto degli USA con la Cina sia destinato a consumarsi in una guerra, in quanto le due potenze a confronto sono considerate in competizione apparentemente inconciliabile. E’ questo il motivo principale che spinge oggi il Giappone a riscattarsi dalla posizione di “ancella geostrategica” degli Stati Uniti, per rientrare a pieno titolo nel governo delle relazioni che si svolgono a livello planetario. Ma a preoccupare Tokyo non è soltanto la Cina, in quanto sono percepite come gravi anche le minacce che provengono dalla Corea del Nord e dalla possibile evoluzione delle relazioni con la Russia. Comunque, la percezione delle minacce cinesi è in testa alle preoccupazioni dei governanti giapponesi, anche per via del calo demografico del Paese.
Il problema demografico riveste per il Giappone una particolare importanza, soprattutto per il suo impatto sull’economia e, ciò che più conta, sulla sicurezza nazionale. Secondo l’Ufficio statistico nazionale, la popolazione nipponica ammontava nel gennaio 2018 a circa 127 milioni di persone; nel 2040, è previsto che scenda a circa 111 milioni, a circa 100 nel 2053, a 88 entro il 2065; a rendere più grave la diminuzione della popolazione è l’aumento della percentuale della popolazione degli ultrasessantacinquenni; oggi sono il 28% circa, ma si prevede che arriveranno al 35% circa nel 2040, al 38% nel 2053 e al 38,4% nel 2065. Oggi, i decisori politici giapponesi tendono ad accettare la realtà del declino demografico, ponendosi l’obiettivo di conservare una popolazione di 100 milioni di persone, con l’intento di compensare gli effetti negativi del calo demografico sulla sicurezza mediante il miglioramento qualitativo del loro sistema di difesa e un maggiore impegno geopolitico e geostrategico del Paese.
Le preoccupazioni che il Giappone nutre nei confronti della Cina sono alimentate dal modo “aggressivo” con cui la Repubblica Popolare, dopo la sua rapida ascesa economica, sino a diventare uno dei principali protagonisti dell’economia globale e della politica internazionale, tende ad espandere il controllo sui mari che circondano l’arcipelago giapponese e a potenziare la propria espansione economica attraverso la realizzazione del progetto delle “vie della seta”, percepito da Tokyo anche come strumento infrastrutturale di espansione militare.
Dei pericoli intrinseci all’espansionismo economico, politico e militare della Cina è convinto sostenitore Sakaguchi Daisaku, Docente di Studi strategici presso l’accademia nazionale di difesa di Yokosuka; in “La prossima guerra tra Cina e Giappone” (“Limes”, n. 2/2018), egli afferma che, da anni, il governo della Repubblica Popolare si legittima presso la popolazione attraverso lo sviluppo economico, ma, assieme alla crescita economica, sta sviluppando la propria potenza militare, con la quale sta rendendo insicuri i Paesi limitrofi, alimentando “nella regione il dilemma della sicurezza”; tramite l’utilizzo di missili antinave e missili Cruise a lunga gittata, “la Cina – secondo Daidaku – si sta preparando ad affrontare una campagna militare di notevoli dimensioni”. A rendere la Repubblica Popolare ulteriormente insidiosa, sarebbe “la sua avanzata nel Mar Cinese Orientale, nel Mar Cinese Meridionale e nell’Oceano Pacifico”, cui va aggiunta le “questione delle isole Senkaku”, appartenenti al Giappone per ragioni storiche e in base al diritto internazionale.
La questione delle isole Senkaku, emersa soprattutto negli ultimi anni, deve la sua origine alla sconfitta del Giappone nella Seconda guerra mondiale; il Trattato di S. Francisco del 1951 ha obbligato il Giappone – ricorda Daisaku – “a rinunciare all’isola di Taiwan e alle Pescadores, senza specificare quale Cina dovesse prenderne il controllo. Pechino e Taipei sostengono entrambe che anche le Diaoyu (come sono chiamate in Cina le isole Senkaku) devono essere restituite poiché affiliate all’isola di Formosa. Secondo Tokio, queste facevano parte delle isole Nanes, che furono poste sotto l’amministrazione degli USA e restituite ai giapponesi nel 1971”. Per i cinesi, la pretesa del Giappone di considerare le Senkaku come parte integrante del proprio territorio nazionale è indice del mai sopito espansionismo nipponico. Il Giappone considera l’atteggiamento cinese riguardo alle isole motivo di preoccupazione, in quanto è consapevole che Pechino non sarà mai disposta a transigere sull’aspirazione a realizzare “una sola Cina”, anche con l’uso della forza, se necessario.
Per tutti i motivi indicati, le priorità strategiche di Tokyo stanno perciò cambiando; se durante la guerra fredda la principale preoccupazione era quella di difendere l’intero arcipelago giapponese dall’Unione Sovietica, ora – a parere di Daisaku – è la regione insulare posta a Sud-Ovest del Paese ad essere esposta alle minacce cinesi. Non a caso, la strategia giapponese, elaborata per la difesa dell’area, prevede la costituzione di un contingente di marines destinato a presidiare le zone giapponesi più esposte; ciò perché, se Tokyo rinunciasse alla sovranità su qualcuna delle isole disseminate tra il Mar Cinese orientale e il Mar Cinese Meridionale, secondo Haruo “cesserebbe di essere, assieme agli Stati Uniti, il principale contrappeso all’Impero del Centro. Una diminutio che inficerebbe anche il tentativo di negoziare con la Russia il possesso delle Curili meridionali, tutt’ora considerate il punto più a Nord del territorio nazionale”.
Oltre alla minaccia militare espressa dalla Cina, aggiunge Daisaku, il Giappone ne teme la propensione a fare uso di “insidiose armi alternative”, quali lo “sharp power” (potere aspro e sottile), utilizzato principalmente per influenzare l’opinione che il mondo ha della Cina, con l’impiego “di mezzi opachi come l’intimidazione e la manipolazione delle informazioni”. Ma non è tutto; ai pericoli originati dalle minacce espresse dai comportamenti della Cina, devono essere aggiunti anche quelli provenienti indirettamente da situazioni di crisi proprie di altri Paesi vicini al Giappone, come, ad esempio, la Corea del Nord, un Paese divenuto ormai un soggetto nucleare, caratterizzato da un approccio aggressivo alle questioni internazionali.
Dal punto di vista giapponese, distando la Corea del Nord dal Giappone più di mille chilometri, non è la minaccia delle armi convenzionali ad essere fonte di preoccupazione, ma quella proveniente dal probabile impiego di missili nucleari; pericolo, questo che, secondo Kurata Hideya, docente di Studi coreani presso l’Accademia Nazionale di difesa di Yokosuka, (“La Corea è affare anche di Tokyo”, in “Limes”, n. 2/2018), è un’eredità della Guerra di Corea, combattuta a sostegno della Corea del Sud, difesa dagli Stati Uniti, utilizzando basi aeree dislocate nell’isola di Guam e in territorio nazionale giapponese.
Alle prese con una penisola coreana divisa, parte della quale nuclearizzata, a parere di Haruo, per il momento il Giappone, non si doterà di un arsenale atomico, considerando sufficiente la copertura garantita dall’ombrello protettivo statunitense, anche perché l’opinione pubblica è fortemente contraria a una svolta di tale genere, per cui solo “un drammatico evento potrebbe stravolgere tanta ritrosia, peraltro corroborata da ovvie e dolorose reminiscenze storiche”. Sicuramente, afferma Haruo, si tratta di una condizione paradossale “per una nazione che dispone degli strumenti tecnologici per realizzare la Bomba (in meno di sei mesi) e che per ora preferisce rimanere sprovvista”. Almeno finché un rivale non vorrà testare la nostra risolutezza o costringersi a mosse autolesioniste”. Specie se l’antagonista in questione fosse la Cina. Se, per caso, ciò accadesse, il Giappone sarà chiamato ad evitare una guerra di logoramento “impossibile da vincere”; se la Cina, conclude Haruo, annettesse le isole Senkaku, il Giappone dovrà “fingere di accettare il fatto compiuto”, salvo poi organizzare, assieme agli Stati Uniti, “una risposta militare adeguata”.
Venti di guerra, dunque, in Estremo Oriente; gli strateghi e gli studiosi giapponesi di relazioni internazionali stanno preparando il Paese ad affrontare lo scontro con la Cina; scontro, destinato a diventare tanto più probabile, quanto più l’America di Trump continuerà a perseguire il crescente disimpegno riguardo al “governo” dei problemi dell’Estremo Oriente. Ciò che preoccupa della situazione di crisi che serpeggia in quest’area del mondo è il totale disinteresse dell’Europa per il crescente clima di guerra che sta caratterizzando le relazioni tra i Paesi che ne fanno parte. C’è solo da chiedersi se non sia il caso, per i Paesi europei, di preoccuparsi meno degli effetti della guerra dei dazi avviata dall’amministrazione americana e più del suo progressivo disinteresse per l’accresciuta intensità dei pericoli di guerra che questo disinteresse sta determinando.

Gianfranco Sabattini

Giappone, due nuove esecuzioni. 4 nel 2017

Giappone-morteIl Giappone ha messo a morte questa mattina due condannati per omicidio, Teruhiko Seki (44 anni) e Kiyoshi Matsui (69 anni). Due esecuzioni che fanno salire a 4 il triste bilancio del 2017 e a ben 21 da quando il primo ministro conservatore Shinzo Abe è tornato al potere alla fine del 2012. Entrambi i condannati avevano chiesto di essere di nuovo processati. “Si trattava di casi estremamente crudeli”, ha commentato la Ministra della Giustizia Yoko Kamikawa. “Ho ordinato le esecuzioni – ha aggiunto – dopo un’accuratissima analisi”.

Sta di fatto che ogni esecuzione in Giappone lascia sempre abbastanza sgomenti, sia perchè stiamo parlando di una grande democrazia che, alla pari degli Stati Uniti, va a braccetto nella lista dei Paesi-boia con regimi illiberali se non ispotici e autoritari. A questo si aggiunge il fatto che in Giappone ogni esecuzione è avvolta da una spessa coltre di segretezza: i detenuti vengono avvisati appena poche ore prime di essere uccisi, alcuni di loro non vengono avvisati affatto, mentre le loro  famiglie e gli avvocati sono informati spesso solo a esecuzione avvenuta.

Appena pochi giorni fa, il Segretario generale aggiunto dell’Onu per i diritti umani, Andrew Gilmour, aveva sottolineato la necessità di garantire maggiore trasparenza da parte dei Paesi che fanno ancora ricorso alla pena di morte, poiché questo è vitale per le famiglie che hanno il diritto di conoscere il destino dei loro cari.

Delle ultime esecuzioni colpisce la storia di Teruhiko Seki, condannato per l’uccisione di quattro persone a Chiba, a sudest di Tokyo, avvenute nel 1992, quando aveva 19 anni. Si tratta della prima esecuzione di un minorenne all’epoca del reato dal 1997, hanno riferito i media nippponici, ricordandosi che in Giappone la maggiore età si raggiunge a 20 anni.

Sebbene i sondaggi, per lo più governativi, indicano una percentuale sempre molto alta di giapponesi favorevoli al mantenimento dello status quo, dalla società civile comincia ad arrivare qualche segnale positivo. Lo scorso anno, la Federazione giapponese delle associazioni degli avvocati ha rilasciato una dichiarazione con cui afferma la propria opposizione alla pena capitale e chiede alle autorità di abolirla entro il 2020. Una dichiarazione arrivata sull’onda di un clamoroso errore giudiziario che ha riguardato Iwao Hakamada, oggi ottantenne, tenuto in prigione per ben 46 anni, molti dei quali nel braccio della morte, il detenuto che ha trascorso più tempo nel braccio della morte tanto che il suo assai poco invidiabile “primato” è stato registrato anche nel Guinness World Records. L’uomo è stato scarcerato nel marzo 2014 e la sua storia è diventata anche un film-documentario dal titolo “Freedom Moon” del regista Kim Sung-woong, dove si racconta la vita quotidiana di Hakamada dopo il rilascio dal carcere, tra problemi mentali e lenti miglioramenti nell’adattamento a una vita normale dopo decenni di isolamento.

Sulla base dei dati più recenti del ministero della Giustizia in Giappone ci sono 124 prigionieri detenuti nel braccio della morte, gran parte dei quali con sentenza definitiva, senza possibilità di ulteriore appello.

Massimo Persotti

Lo scaricabarile. L’amaro frutto della Brexit

Prime Minister Theresa May and Japanese Prime Minister Shinzo Abe (not pictured) wait at Kyoto railway station for a Shinkansen (Bullet train) to take them to Tokyo following a dinner and a tea ceremony.

Prime Minister Theresa May and Japanese Prime Minister Shinzo Abe

Nel mondo della finanza e delle grandi istituzioni bancarie cresce il turbinio di accuse incrociate contro chi sarebbe il primo responsabile di un’eventuale nuova crisi globale. Se fossero solo commenti più o meno forti non sarebbe un problema. Purtroppo i veri problemi ci sono e sono malamente celati sotto il tappeto.
Si ricordi che il cuore finanziario mondiale è ancora Londra. Ecco perché certi effetti destabilizzanti della Brexit stanno emergendo in campo finanziario e bancario. Il governatore della Bank of England ha recentemente detto davanti al parlamento britannico che circa 25 trilioni (!) di dollari di derivati over the counter (otc) sarebbero a rischio, qualora la separazione tra Londra e l’Unione europea avvenisse in modo disordinato.
Servirebbe un accordo tra le parti prima di marzo 2019 in modo tale che i contratti possano essere onorati. Altrimenti l’intero sistema di rischio, capitali, collaterali e persone coinvolte dovrebbero lasciare la City e trasferirsi in uno degli altri paesi dell’Ue. È ovvio che eventuali iniziative unilaterali non sarebbero risolutive. A oggi i contatti tra il governo britannico e la Commissione di Bruxelles non sembrano procedere positivamente.
Anche il Comitato finanziario della Bank of England ha preparato uno studio sullo stesso argomento. Si dice che, senza un accordo congiunto, i derivati otc rischiano di essere invalidati. Anche una loro eventuale rinegoziazione richiederebbe tempi molto più lunghi rispetto ai pochi mesi che ci separano dalla primavera del 2019.
Secondo una recente analisi del Financial Times, anche il mercato dei cambi monetari sarebbe messo in grande fibrillazione dalla Brexit. Si pensi che le relative operazioni quotidiane ammontano a circa 5 trilioni di dollari, il 40% delle quali è trattato nella City. Il giornale inglese riporta anche che circa la metà degli esistenti 600 trilioni di dollari di derivati otc sarebbe contrattata sul mercato londinese.
È chiaro che Londra sta facendo di tutto per sollevare, forse anche con toni esagerati, i rischi e i pericoli insiti negli spostamenti dei mercati finanziari. Sta cercando in tutti i modi di mantenere la City come centro finanziario mondiale. Cosa non facile dopo la Brexit.
Grandi attori economici, tra cui la Cina e il Giappone, hanno sospeso le proprie decisioni relative ai loro futuri rapporti con la City, in attesa di conoscere meglio gli effetti del divorzio con l’Ue. Londra vorrebbe che nel business si procedesse “as usual” e che alla City fosse garantito comunque il suo ruolo centrale e dominante nella finanza mondiale.
Il problema di tutti gli attori in campo, però, potrebbe essere quello di sottovalutare i rischi e di sopravalutare una presunta capacità di gestione della crisi, che, nelle passate situazioni difficili, è sempre stata fatale. In questa diatriba, di fatto, si getta un velo sulla rischiosità intrinseca della montagna di derivati otc in circolazione e si mette in ombra la necessità di una profonda riforma di questo mercato molto speculativo, così come da noi ripetutamente evidenziato.
Un altro argomento di scontro sulle responsabilità di una nuova crisi è la montagna del debito aggregato, pubblico e privato. Un recente dossier del Fondo Monetario Internazionale affermerebbe che l’intero sistema globale sarebbe minacciato dalla forte crescita del debito del settore non finanziario, pubblico e privato, della Cina. Si tratta cioè della somma del debito pubblico e di quello corporate, cioè delle imprese: Secondo il Fmi nel 2022 esso arriverebbe al 290% del Pil. Nel 2015 era al 235%.
Indubbiamente in Cina sono cresciute molte bolle finanziarie. Ma ci sembra un tentativo pretestuoso per trovare un capro espiatorio. Invece è l’intero sistema che deve essere messo sotto la lente d’ingrandimento e riformato.
Intanto economisti cinesi sono stati messi in campo per confutare le analisi del Fondo. Affermano che gran parte del debito cinese poggia su attivi e investimenti sottostanti nei settori dell’economia reale e delle infrastrutture. Ad esempio, nel 2015 i titoli sovrani cinesi erano pari a oltre 100.000 miliardi di yuan, equivalenti a circa 15.000 miliardi di dollari, però gli attivi sottostanti erano stimati a oltre 20.000 miliardi di yuan. Un rapporto indubbiamente migliore rispetto a tanti paesi dell’Occidente.
La Cina, da parte sua, punta il dito contro le politiche di Quantitative easing che hanno inondato il sistema di liquidità senza mettere in moto nuovi investimenti e perciò causa di nuove instabilità.
Sono segnali brutti. Quando, invece di incontrarsi per definire unitariamente la necessaria e improcrastinabile riforma del sistema finanziario globale, ci si accusa reciprocamente, allora c’è veramente da temere il peggio. Il che significa ignorare le lezioni del passato. Il “black monday” di trent’anni fa docet!

Mario Lettieri e Paolo Raimondi

Karoshi. In Giappone si muore ‘per troppo lavoro’

giappone lavoratoreIn Giappone si muore di lavoro si tratta del fenomeno del «karoshi». Secondo le statistiche rilasciate dal governo, negli ultimi 18 mesi sono almeno 2 mila i lavoratori che si sono suicidati a causa dell’eccessivo carico di lavoro, mentre decine di altre vittime sono morte per attacchi di cuore, insufficienze respiratorie e altri malanni provocati dal karoshi. Per questo il governo sta cercando di porre rimedio con l’introduzione del “Premium Friday”.

L’ultima vittima conosciuta è una giornalista trentunenne Miwa che è stata stroncata da un infarto che secondo i medici è stato causato dallo stress accumulato.
In base alle rilevazioni dell’ufficio del lavoro nipponico, rese pubbliche nel maggio 2014, la reporter Miwa Sado aveva fatto 159 ore di straordinario, con solo due giorni liberi, appena un mese prima di morire per complicazioni cardiache, nel luglio del 2013. Se ne parla oggi poiché i genitori oggi hanno fatto appello affinché si trovi una soluzione a questo fenomeno culturale che stronca le menti più brillanti. “Ancora oggi non possiamo accettare la morte di nostra figlia come qualcosa di reale – si legge nel comunicato -. Speriamo che il dolore di una famiglia distrutta non vada sprecato”.
Il Governo è a lavoro dal 2015 e tra le tante proposte presentate c’è quella di massimizzare gli straordinari mensili a 100 ore e di introdurre sanzioni per le aziende che consentono ai loro dipendenti di superare il limite. Tuttavia i numeri pubblicati nel 2016 dal Governo di Abe restano allarmanti: almeno uno su 5 dipendenti in Giappone è a rischio morte per il sovraccarico di lavoro e il 22,7% delle aziende intervistate dichiarano che una parte dei loro dipendenti accumula in media 80 ore di straordinari al mese.

Giappone, Shinzo Abe indice elezioni anticipate

abeIl Primo ministro giapponese Shinzo Abe ha annunciato lo scioglimento della Camera bassa per il 28 settembre, una misura che comporta automaticamente la convocazione di elezioni entro i 40 giorni successivi che saranno quindi anticipate. Il premier in carica dal 2012, ha deciso di capitalizzare così la grande popolarità che avrebbe nel Paese secondo i sondaggi e il contestuale momento disastroso per l’opposizione. Il premier ha infatti dichiarato che attraverso il voto i giapponesi avranno la possibilità di esprimersi sul suo programma economico: la tassa sui consumi passerà dall’8 al 10 per cento, ma aumenteranno gli investimenti sociali e verrà posticipato l’obiettivo del pareggio di bilancio previsto per il 2021.
A lungo il governo di Abe ha avuto difficoltà nel mantenere un consenso, ma in suo aiuto è corso il leader nordcoreano Kim Jong Un. I suoi test nucleari e balistici, a partire da quello di metà agosto con un missile che ha sorvolato il Giappone, hanno di fatto riportato fiducia attorno a un leader e a un governo che punta a fornire al Sol levante una maggiore capacità di reazione militare.
Shinzo Abe non ha fornito una data per le elezioni anticipate ma, secondo l’agenzia di stampa Kyodo, i piani della coalizione di governo sono di portare i giapponesi alle urne il 22 ottobre.
Molti analisti politici ritengono che Abe – reduce da un paio di scandali che ne avevano intaccato la popolarità – intenda cavalcare la recente ripresa dei consensi legata alla crisi internazionale innescata dalla Corea del Nord e soprattutto cercare di non dare troppo tempo alle opposizioni per riorganizzarsi. Così, per quanto il suo partito abbia oggi una larghissima maggioranza alla Camera Bassa difficilmente replicabile, Abe ha deciso di chiedere agli elettori un rinnovo del mandato.

GUERRA SIMULATA

corea sudAlle minacce gli Usa fanno seguire i fatti e come ai tempi della ‘Guerra Fredda’, Washington mostra i muscoli all’avversario. Un totale di quattro jet americani F-35B invisibili e 2 bombardieri strategici B-1B hanno simulato oggi un bombardamento strategico nei cieli sudcoreani, quale monito alla Corea del Nord. Gli aerei Usa sono stati affiancati da quattro F-15K sudcoreani, prima di rientrare alle basi, rispettivamente, in Giappone e a Guam. Le esercitazioni sono maturate a tre giorni dal missile intermedio lanciato dal Nord verso il Pacifico dopo il sorvolo del Giappone. Il ministero della Difesa di Seul ha confermato le esercitazioni congiunte con Washington, quale “parte di manovre regolari finalizzate a rafforzare la capacità di estendere la deterrenza”. Le parti, attraverso le manovre, oltre a respingere le minacce nucleari e missilistiche nordcoreane, hanno testato la interoperatività e la capacità di operazioni combinate. “Nei giorni a venire, le Marine militari di Corea del Sud e Usa dimostreranno la loro interoperatività coinvolgendo anche i bombardieri strategici americani”, si legge infatti nella nota. A ottobre gli Usa invieranno una portaerei e il relativo gruppo d’attacco vicino alla penisola coreana per un ciclo di manovre navali con la marina di Seul: in un rapporto al parlamento, il Ministero della difesa di seul non ha rivelato il nome dell’unità americana, precisando che Corea del Sud, Stati Uniti e Giappone terranno tra fine mese e inizio ottobre anche un’esercitazione di allerta sui missili.
Ma Pyongyang non sembra voler abbassare la tensione arrivata ormai alle stelle, infatti Kim Jong-un dice che la Nord Corea non ha finito con i test missilistici e nucleari: “Dobbiamo mostrare agli sciovinisti della grande potenza (gli Stati Uniti, ndr) come completeremo la nostra forza nucleare e raggiungeremo l’obiettivo dell’equilibrio”. Donald Trump su Twitter si fa scherno di lui, lo definisce “Rocket Man”, l’Uomo Missile e si felicita per le “lunghe code alle pompe di benzina” di Pyongyang, segno che le sanzioni si fanno sentire, riferendosi alle ultime decisioni prese in sede del Consiglio di Sicurezza Onu. Proprio dal Palazzo di vetro sono arrivate alla vigilia del bombardamento simulato gli ultimi avvertimenti a Pyongyang, dall’ambasciatrice Usa all’Onu, Nikki Haley: “La Corea del Nord sarà distrutta se continua con il suo comportamento incosciente”, aggiungendo che le ipotesi di soluzione pacifica percorribili al tavolo del Consiglio di Sicurezza, sono “esaurite”. Rimangono, invece, una serie di opzioni militari su cui si stanno concentrando al Pentagono.

Proprio l’Onu vedrà il debutto del nuovo presidente degli Usa, Donald Trump, durante la settantaduesima sessione dell’Assemblea Generale dell’ONU, la stessa che per una curiosa coincidenza legata all’estrazione dei posti, vedrà la delegazione di Pyongyang sedere in prima fila al centro della platea, a pochi metri dal podio dove Trump prenderà la parola. E proprio sulla Corea, giovedì il consiglio di sicurezza si riunirà nuovamente, mentre lo stesso giorno ci sarà un trilaterale fra Trump e i presidenti di Giappone e Corea del sud. I due Stati appoggiano l’iniziativa Usa per nuove sanzioni contro Kim Jong-un, mentre Russia e Cina chiedono il dialogo con la Corea del Nord e sostengono che l’opzione militare messa sul tavolo da Washington avrebbe conseguenze catastrofiche.
Nel frattempo gli schieramenti sembrano già delinearsi: i due storici alleati, Mosca e Pechino hanno iniziato le loro esercitazioni sull’Oceano Pacifico, ovvero la seconda parte delle esercitazioni marittime russo-cinesi detta “Interazione navale-2017”. Le manovre dureranno fino al 26 settembre e saranno divise in due fasi: quella costiera e quella navale. La parte costiera delle manovre avrà luogo a Vladivostok dal 18 al 21 settembre. Quella marittima dal 22 al 26 settembre nel Mar di Giappone e nella parte meridionale del Mare di Okhotsk.
Secondo il ministero della Difesa russo, nelle esercitazioni saranno impiegate 11 navi, due sottomarini, due sommergibili di salvataggio in acque profonde, quattro aerei antisommergibile e quattro elicotteri.
E in attesa dell’incontro a New York, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu, tra il segretario di Stato Usa Rex Tillerson e il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, il Kuwait ha ordinato all’ambasciatore della Corea del Nord di lasciare il Paese entro un mese. Pressioni diplomatiche che arrivano dieci giorni dopo l’incontro a Washington tra il presidente americano Donald Trump con l’emiro dello Stato del Golfo.

Sempre più emarginata, la Corea del Nord ha criticato la condanna decisa dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu sul missile balistico intermedio lanciato venerdì, chiarendo che la stretta internazionale ulteriore spingerà il Paese verso il “compimento di status di potenza nucleare”. I movimenti in aumento “di Usa e forze vassalle nell’imposizione di sanzioni e pressione sulla Dprk – afferma il ministero degli Esteri in una nota rilanciata dall’agenzia Kcna – farà crescere solo il nostro passo verso il
completamento verso lo status di potenza nucleare”.

Nel frattempo arriva il primo invito alla pace. “Stati Uniti e Corea del Nord si stanno fronteggiando con tanta durezza, se avvenisse qualcosa e ci fosse un olocausto nucleare ci sarebbe una reciproca distruzione. Qualsiasi conflitto umano si risolve con il dialogo cercando di connettersi con l’altro, altrimenti se si risponde con rabbia la controparte risponde con più rabbia. Non è possibile risolvere i conflitti con l’uso della guerra. Questo è il secolo del dialogo”. L’ha detto il Dalai Lama a Palermo, in conferenza stampa. A chi gli ha chiesto quale messaggio dare ai potenti della Terra in un momento storico di cambiamenti climatici e fanatismo religioso, il Dalai Lama ha risposto: “Se le persone prendono a cuore quello che ho detto. Questo è il messaggio: amore e compassione. Io sono persona questo è il messaggio”.

Corea del Nord. Putin invita gli Usa alla calma

trump bandieraSi scaldano gli animi sul Pacifico. La Corea del Nord riparte in offensiva e sgancia un nuovo missile che anche stavolta, come appena tre settimane fa, sorvola il Giappone. Milioni di giapponesi sono stati svegliati dalle sirene di emergenza e da messaggi di testo d’allarme dopo che il missile è stato lanciato. I programmi televisivi del mattino hanno lanciato allarmi del tipo: “Precipitatevi in un edificio o in una cantina”. Subito dopo il premier nipponico Shinzo Abe ha affermato che il Giappone “non tollererà mai” questa “azione provocatoria che minaccia la pace nel mondo”. Il missile balistico lanciato stanotte dalla zona di Sunan è caduto a 2.000 km ad est da capo Arakura sull’isola giapponese di Hokkaido.
Da parte si Seul invece si risponde minacciando Pyongyang. Come in tempo di guerra l’esercito sudcoreano sei minuti dopo il test di Pyongyang ha lanciato due missili in un’esercitazione che ha simulato una rappresaglia contro il Nord. Uno dei due ordigni sudcoreani del tipo Hyunmoo-2 ha volato sul mare per 250 km, la distanza esatta per colpire la base di Sunan accanto a Pyongyang, ha informato un comunicato della Difesa di Seul. Il presidente della Corea del Sud Moon Jae-in assicura che il suo Paese ha la capacità di distruggere la Corea del Nord “in modo irrecuperabile”. Il dialogo con Kim Jong-un è “impossibile in una situazione come questa”, ha affermato Moon Jae-in dopo il nuovo test missilistico balistico di Pyongyang, il 19esimo quest’anno citato dall’agenzia di stampa Yonhap. “Nel caso la Corea del Nord lanci provocazioni contro di noi o i nostri alleati, abbiamo il potere di distruggere (chi le fa, ndr) in modo irrecuperabile. In situazioni come questa, il dialogo è impossibile. Sanzioni internazionali e pressioni spingeranno ancora di più la Corea del Nord a scegliere null’altro che la sua uscita dal percorso di un dialogo sincero”, ha dichiarato.
In risposta alla nuova provocazione di Pyongyang, Moon ha ordinato ai suoi militari di dare il via a test di missili balistici.
Subito dopo è stata convocata una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Questo lunedì il Consiglio di Sicurezza aveva approvato all’unanimità nuove stringenti sanzioni contro la Corea del Nord, imponendo anche un tetto all’import di petrolio e mettendo al bando le esportazioni di tessile da Pyongyang. Un deterrente con cui non concorda molto Mosca, il Presidente Putin, già durante il forum economico di Vladivostok, ha confermato che Mosca non riconosce lo status di potenza nucleare alla Nord Corea. Putin respinge così la richiesta del collega sudcoreano Moon Jae-in di sostegno al taglio dell’export di petrolio verso la Corea del Nord al fine di spingere Pyongyang a tornare ai negoziati.
Dopo i fatti di oggi la Russia si dice profondamente preoccupata per le ulteriori azioni provocatorie della Corea del Nord e le condanna con forza perché possono portare a una escalation. Ciò detto, però, il portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova accusa gli Stati Uniti: “Purtroppo da Washington viene solo retorica aggressiva, noi desideriamo risolvere la situazione nella penisola coreana”. Tuttavia Washington sembra allarmato dal fatto che Pyongyang ha già l’arma nucleare e cerca solo di affinare i missili per poter provare di essere capace di colpire in ogni momento.
All’inasprimento dell’embargo (che però non ha tagliato le forniture di petrolio, unica misura che potrebbe paralizzare l’economia del Nord), Pyongyang aveva risposto ieri minacciando di “affondare con i missili nucleari le isole giapponesi” e di “ridurre in cenere e all’oscurità” gli Stati Uniti. Il missile che ha sorvolato Hokkaido questa mattina appare evidentemente come una nuova prova di quanto sia seria purtroppo la minaccia. Il vero obiettivo di Kim Jong-un è infatti Washington, non a caso quest’ultimo missile è stato sganciato quando il presidente Donald Trump ha reso noto parlando con i giornalisti sull’Air Force One, tornando a Washington dalla Florida che a novembre visiterà Corea del Sud, Giappone e Cina. Si tratta di Paesi tutti direttamente coinvolti nella crisi con la Corea del Nord