Jane Fonda da ‘Barbarella’ a ‘Book Club’, la pensione può attendere

Da “Barbarella” a “ Book Club”, Jane Fonda cinquant’anni sulla cresta dell’onda

barbarellaVolevamo celebrare i 50 anni di “Barbarella”, il film di Roger Vadim che ha lanciato in tutto il mondo come sex symbol Jane Fonda (New York, 21 dicembre 1937), sua moglie da tre anni.

Jane Fonda fa parte di una dinastia di attori, è figlia del grande Henry, sorella di Peter e zia di Bridget. Nel corso della sua lunga carriera, iniziata nel 1960 con “In punta di piedi”, ha vinto decine di premi. Ricordiamo solo due Oscar come migliore attrice protagonista per “Uno squillo per l’ispettore Klute” (1972) e per “Tornando a casa” (1979), e il Leone d’oro alla carriera l’anno scorso a Venezia.

Ma facendo ricerche abbiamo scoperto che c’è una pattuglia di attrici intorno agli ottant’anni che possiamo considerare ancora tra le grandi star, nel senso che non vivono di ricordi ma che lavorano ancora oggi con buon successo sul grande e sul piccolo schermo.

Partendo da Jane Fonda, ci sono venute in mente Vanessa Redgrave, Leone d’oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno, Maggie Smith, Judi Dench, Joan Collins, Shirley MacLaine e le nostre Claudia Cardinale e Sofia Loren. Più qualcuna che ci può essere sfuggita.

Una nota a parte merita Gina Lollobrigida, 91 anni compiuti il 4 luglio scorso. La sua fama non accenna a oscurarsi visto che a febbraio di quest’anno la sua presenza per la cerimonia di posa della stella che le è stata dedicata sulla Hollywood Walk of Fame ha richiamato il pubblico delle grandi occasioni. Ma la Lollo internazionale non gira più film, anche se continua a far parlare di sé per le vicende familiari.

BOOK CLUB (JANE FONDA IN ROSSO)Chi invece continua a frequentare i set e sembra proprio intenzionata a non andare in pensione è Jane Fonda che, a ottant’anni suonati, continua recitare con successo di pubblico e di critica in ruoli da protagonista, come dimostrano gli incassi del suo ultimo film, “Book Club”: più di 80 milioni di dollari a fronte di un budget di 10. E il film deve ancora uscire in Italia, dove arriverà il prossimo 31 ottobre, e in altri Paesi.

“Book Club”, regia dell’esordiente Bill Holderman, ha un cast stellare, oltre a Jane Fonda, negli altri ruoli principali troviamo Diane Keaton, Oscar 1978 per “Io e Annie”, Mary Steenburgen, Oscar alla migliore attrice non protagonista per “Una volta ho incontrato un miliardario” (1981), e Candice Bergen. Il cast è completato da Alicia Silverstone, Andy Garcia, Richard Dreyfuss, Mircea Monroe, Don Johnson, Wallace Shawn, Craig T. Nelson, Ed Begley jr.

“Book Club” racconta la storia di Carol, Diane, Jane e Sharon, amiche ultrasessantenni socie di un club del libro, che si conoscono e si frequentano sin da bambine. Le quattro amiche conducono una vita grigia, piuttosto noiosa, da anziane senza troppi sogni o grilli per la testa, finché non leggono “Cinquanta Sfumature di Grigio” di E. L. James, il più scandaloso bestseller erotico degli ultimi anni. Una lettura che porta nella loro vita dei cambiamenti straordinari e impensabili.

Torniamo indietro di cinquant’anni, al 1968, a “Barbarella”, il film di fantascienza erotica che ha lanciato in tutto il mondo Jane Fonda come sex simbol, soprattutto grazie al suo spogliarello nei titoli di testa.

“Barbarella”, infatti, inizia con Jane Fonda che fluttua in assenza di gravità dentro una improponibile tuta da astronauta. Dopo qualche istante scopriamo che nella tuta c’è una bionda che, a tempo di musica e sospesa in aria, inizia uno striptease restando completamente nuda, prudentemente coperta in qualche punto strategico dallo scorrere dei titoli di testa, e mostrando per interminabili minuti il suo corpo da favola agli occhi degli strabiliati spettatori. Non dimentichiamoci che siamo nel 1968 e un nudo integrale non era cosa di tutti i giorni, almeno in un film non porno.BARBARELLA 02

Il film, che nel 1977 verrà riproposto nelle sale nel col titolo di “Barbarella: Queen of the Galaxy” ma senza le scene di nudo, è diventato un cult, pur essendo stato inserito nell’elenco dei 100 film più brutti e di inspiegabile successo.

Probabilmente il merito è tutto della bellezza statuaria di Jane Fonda, che comunque si è liberata ben presto dell’immagine di icona sexy diventando una delle attrici di punta del cinema made in Usa, costruendosi una carriera da star sul grande e sul piccolo schermo che dura ancora oggi. La bellezza passerà pure in fretta, ma l’intelligenza e la bravura di un attrice sono doti che si raffinano col passare del tempo.

Negli ultimi anni, infatti, piuttosto che ritagliarsi comparsate da amorevole nonna che porta all’asilo i nipotini, Jane Fonda ha ricoperto ruoli importanti in diverse produzioni cinematografiche e televisive, tra cui “Newsroom”, serie prodotta dalla HBO.

Un’altra serie televisiva di grande successo, distribuita nella piattaforma di Netflix, è “Grace and Frankie”, con Jane Fonda e Lily Tomlin nel ruolo delle protagoniste. Serie che è stata rinnovata per una quinta stagione, che andrà in onda l’anno prossimo.

Due firme italiane per le sue apparizioni sul grande schermo nel 2015: “Youth – La giovinezza” di Paolo Sorrentino e “Padri e figlie” di Gabriele Muccino.

Nel 2017 è protagonista assoluta con Robert Redford di “Le nostre anime di notte”, regia di Ritesh Batra, adattamento dell’omonimo romanzo di Kent Haruf, presentato fuori concorso a Venezia. Entrambi gli attori ricevono il Leone d’Oro alla carriera. Il film è prodotto e distribuito in tv da Netflix.

Quest’anno il nuovo grande successo di “Book Club”, ma la storia non finirà qui. Jane Fonda cavalca il successo da oltre cinquant’anni e sembra decisa a occupare per molto tempo ancora il trono di ultima grande star hollywoodiana eterna regina del box office.

Viaggio tra America, Cuba e Italia. Valerio Riva
e il Jazz italiano

Gorni Kramer 12 (con Natalino Otto) bisIn questi ultimi mesi, da consegnare ai posteri come i mesi in cui Washington e L’Avana hanno fatto calare il sipario sul fantasma del Novecento, pochi avranno avuto memoria del ruolo di ”ponte” diplomatico che avrebbe potuto avere già dal 1974 nientemeno che la ”nostra” Gina Lollobrigida; e del resto, da che mondo è mondo, la diplomazia non ha mai disdegnato, tutt’altro, ”armi” non convenzionali a compimento del proprio operato.

Dacché si ritrovò tra un Fidel Castro infatuato (l’attrice di Subiaco era il ”debole” storico del Lìder màximo) ed un Henry Kissinger alla finestra in attesa di nuove da L’Avana (a conoscenza del viaggio della Lollobrigida, che a Cuba avrebbe intervistato Castro per conto del ”Time”, chiese di essere tenuto ”informato”), la Lollo raccolse ”solo” un ”Gli Stati Uniti? Se vogliono, facciano loro il primo passo” dal primo. Non è dato sapere, in questo clima a metà tra informale serietà – anche un po’ surreale – emerso dall’intervista e la boutade, il tasso di buonafede che motivava l’apertura di un volpone come Castro, ma di contro vi è comunque qualcosa di sottilmente sinistro in quel essere tenuto ”informato” del Segretario di Stato americano, alla luce del fatto che, in quel contesto storico, il suo operato non dava di certo modo a socialisti e comunisti centro e sudamericani di dormire sonni tranquilli (…). Di e su questo, e di molto altro ancora inerente a questo, scriveva sornione Valerio Riva (”Il Riposo del Guerriero”, l’Espresso, 6 ottobre 1974), uno che di cose di Cuba ne masticava (e tante). In linea con il personaggio, la prosa di Riva in questo caso era, e con essa i contenuti veicolati, finemente smaliziata e cangiante; in altri fieramente eretica e tracotante nella sua coerenza.

Intervistato nel 2002 da Claudio Sebelli Fioretti, occasione per il Nostro di rimarcare fino all’ultimo (morirà un paio di anni più tardi all’età di 74 anni) la natura affilata e pungente delle sue considerazioni, alla domanda ”Nell’arco della tua vita, chi hai votato?” Riva rispondeva: ‘‘Ho sempre votato socialista. I primi tempi scrivevo anche sull’Avanti!. Facevo il critico delle riviste musicali”. E Riva scrive di musica, di jazz, sull’Avanti!, nell’articolo ”Vita grama del nostro jazz” pubblicato il 25 gennaio 1958. Ma prima una breve digressione, con due elementi che in ”questo” Riva purtroppo non si incontreranno mai: il jazz e Cuba. Gli ultimi ritrovati (?) nel campo della musicologia ci consegnano uno scenario affascinante, con Cuba tra le sorgenti principali di quel lungo fiume che a valle verrà chiamato jazz.

In sommi capi, e presa alla larga, i passaggi cruciali – in ottica ”ispanica” – mutuati nei secoli furono: la politica schiavista di Carlo V, fin dal 1526, con gli schiavi africani di etnia Bantu peculiari degli spagnoli e pertanto determinanti nelle evoluzioni musicali che arrivano da quel fronte con destinazione finale il jazz; gli spagnoli che dal 1763 al 1801 cambiano i connotati estetico-culturali alla città di New Orleans, culla mitologica del jazz, la quale, evidentemente, essendo ad un tiro di schioppo dalla ”sorella” spagnola isola di Cuba apre un canale privilegiato a tutto tondo con essa; il pianista di ragtime (genere prevalentemente pianistico antesignano del jazz) Jelly Roll Morton, figlio della New Orleans creola e annoverato tra le prime star del jazz, la cui cifra stilistica è la cosiddetta ”sfumatura spagnola” (”spanish tinge”), ovvero l’habanera che cambia pelle proiettandosi verso ”altro”.
Ma Riva, al tempo giovane critico e commentatore del costume della musica che di mestiere non era musicologo, non avrebbe avuto comunque, oggettivamente, gli strumenti essenziali per dipanare la matassa musicologica. Anche perché la musicologia, in ambito jazz, in Italia come disciplina era ancora agli albori, se non proprio in fase assolutamente embrionale.

Come accennato precedentemente, Riva scrisse di jazz sull’Avanti! nel gennaio del 1958. Ecco uno stralcio dell’articolo che Lorenzo Santoro riporta a pag. 254 del suo ”Musica e Politica nell’Italia Unita – dall’Illuminismo alla Repubblica dei Partiti” (Marsilio Editori, 2013): ”Grama la vita del jazz in Italia: la radio aborre il jazz come il diavolo. Il pubblico non è abituato e gli preferisce Carosone o Nilla Pizzi. Gli intellettuali pensano che sia poco serio. Il jazz è rimasto in mano […] ad una federazione e i suoi cultori hanno un’unica aspirazione: presentarsi a ‘Lascia o Raddoppia’. Forse c’è solo un modo perché il jazz possa vivere in Italia: che esso trovi la via per il contatto con il mondo della cultura, ma da una cultura come la nostra dalla quale l’idealismo ha bandito l’antropologia, la etnografia, il folklore, e spesso addirittura la musica e la pittura, c’è poco da sperare.”.

Prendiamo la riflessione di Riva con relativi esempi addotti e scorporiamola, partendo da… Nilla Pizzi:

1) Su Nilla Pizzi potremmo anche essere d’accordo, malgrado le parole della famosa ”Grazie dei Fiori”, ma questo solo a titolo di curiosità (ecco perché la Pizzi ci è ”funzionale” in questo caso), furono scritte da Giancarlo Testoni. Pioniere propedeutico della critica jazz in Italia, Testoni fu fondatore della rivista ”Musica Jazz”, che quest’anno celebra il 70° dalla fondazione e ancora oggi punto di riferimento editoriale del settore, nonché co-autore (con Arrigo Polillo, Pino Maffei, Giuseppe Barazzetta e Roberto Leydi) della prima enciclopedia sul jazz al mondo, datata 1954.

2) Se l’esempio di Nilla Pizzi poteva reggere, il riferimento sminuente a Renato Carosone certamente no. Tuttavia questo era comunque piuttosto facile da riscontrare, già in quella contemporaneità, e quindi non si comprende la leggerezza di Riva, che pure era dotato di capacità auricolari e di mezzi intellettivi/intellettuali per arrivarci, nell’affermare ciò. Con gli anni Cinquanta che videro la parabola jazz in declino rispetto ai primi euforici anni del dopoguerra, in cui si assistette allo sdoganamento ”ufficiale” dei ritmi americani, Carosone fu colui che riprese un certo ”discorso” americano con gusto italiano (diretto discendente di quello anteguerra dei vari Gorni Kramer, Natalino Otto ed altri) riadattandolo con originalità ad un ex novo panorama musicale. Come rileva opportunamente Diego Librando a pag. 40 del suo ”Il Jazz a Napoli dal dopoguerra agli anni Sessanta” (Alfredo Guida Editore, 2004) ”Dopo la scorpacciata di jazz, l’Italia degli anni Cinquanta tornò ad essere la terra delle melodie popolaresche e sentimentali, di Nilla Pizzi, Claudio Villa, Luciano Tajoli. Carosone, con le sue parodie, si propose di mettere alla berlina proprio quel tipo di musica fatto di melodie piagnucolose e tristi. E per ottenere il risultato voluto ne stravolse i testi, grazie all’inventiva di Gegè Di Giacomo; e il ritmo, saccheggiando a piene mani da quel repertorio americano fatto di swing, blues e del suo derivato boogie woogie, poco presenti sulla scena italiana dei primi anni Cinquanta. […] La critica accostò il pianismo di Carosone a quello di maestri dello swing, come Fats Waller o Nat King Cole”. Sicché, la proposta musicale del Carosone ”popolare” poteva essere una buona anticamera, più o meno inconsapevolmente, del jazz ”alto” per chi non era – ancora – ”abituato”. Ad avercene avuti, di epigoni di Carosone.

3) Con ”Il jazz è rimasto in mano […] ad una federazione e i suoi cultori hanno un’unica aspirazione: presentarsi a ‘Lascia o Raddoppia’ Riva allude ad Ettore Balli, campione due anni prima del celeberrimo quiz televisivo ‘Lascia o Raddoppia?‘ condotto da Mike Bongiorno e ritratto da ”La Settimana Incom” del 28 giugno 1956 come ”Mai il più pallido segno di perplessità lungo il percorso minato dei tele-quiz per l’impassibile Ettore Balli, colui che sa tutto sul jazz”. Come nota di colore farà di certo sorridere (oggi gli si fa il ”verso”) il tono pomposo del testo del cinegiornale, quasi a rievocare infauste atmosfere di matrice fascista. Tornando al tema principale, liquidare così una figura come quella di Balli, che in quegli anni gravitava nei quadri redazionali del già citato ”Musica Jazz” di Testoni, fu alquanto ingeneroso da parte di Riva. Anche perché Ettore Balli si rivelò come una delle penne fra le più lungimiranti della critica jazz dell’epoca, comprovato dalla ”presentazione ufficiale” di Cecil Taylor al pubblico italiano, con la monografia dedicata al pianista newyorkese (”Musica Jazz”, marzo 1960, pag. 26) che si conclude con questa illuminante previsione: ”Per quanto riguarda lo stile di Taylor crediamo che il disco inciso per la Contemporary (molto probabilmente si riferisce a ”Looking Ahead!” del 1958, ndr) a New York, per l’interessamento di Nat Hentoff, sia il più rappresentativo. Taylor è riuscito ad assimilare non solo l’eredità folkloristica della musica negra, ma anche, e in maniera riuscitissima, diversi elementi della musica africana, del medio ed estremo oriente, fondendoli in una forma molto evoluta di jazz, cosa che lo pone, con pieno diritto, tra i mentori di quel ristretto nucleo di artisti d’avanguardia che si preoccupano, se non di rinnovare, almeno di rinverdire la nostra musica.”. Chapeau.

Capitolo ”La radio aborre il jazz come il diavolo”. Dipende dalle percezioni, da inquadrare con il senno di poi anche in sede ”pseudo” sociologica in quel determinato e particolare periodo storico: la ”scena” jazz italiana era abbastanza giovane, quasi ”alla buona”, e la comunità composta da chi fruiva questa musica era in divenire, qualcosa di non definito, ammesso e non concesso che qualcosa di definito lo sia diventata successivamente. Dal canto suo, la RAI doveva necessariamente puntare sul nuovo prodotto televisivo, e non a caso, da lì a ”poco” (1962), avrebbero fatto comunque la loro comparsa nei palinsesti televisivi programmi come ”Tempo di Jazz” di Adriano Mazzoletti. Per quanto riguarda le sorti del jazz nel confronto con la radio del tempo, la percezione è ancora più contraddittoria. Ad esempio, rispondendo dalle colonne della rubrica ”Lettere al Direttore” (‘‘Musica Jazz’‘, febbraio 1960, pag. 9) ad un jazz-fan che lamentava la scarsa attenzione da parte della RAI verso il jazz, Giancarlo Testoni, pur condividendo le rimostranze del lettore, aggiungeva che ”Pare, dalle statistiche esperite dalla RAI, che una percentuale irrisoria di utenti radiofonici si interessi al jazz”; con la RAI che, evidentemente, con questa ”indagine”, rispediva al mittente le accuse di poca considerazione. Eppure, paradossalmente, solo qualche pagina più avanti (25), il ”Notiziario” dava notizia del via della ”Coppa del Jazz”. In onda sul ”secondo programma” della radio dal 26 gennaio, ogni martedì per otto settimane, la ”Coppa del Jazz” era una manifestazione ideata dal già citato Adriano Mazzoletti e da Piero Vivarelli, che prevedeva sfide ad eliminazione tra sedici ”complessi” di jazz. Alla fine, quello del batterista Gil Cuppini prevalse su tutti. Probabilmente, l’accavallamento nell’arco di poche settimane tra scrittura, spedizione e pubblicazione della lettera del lettore (che nella sua pretendeva ”quotidiana diffusione” per il jazz, e chissà se alla fine gli saranno bastati quegli otto martedì), la presa di posizione del direttore Testoni di risposta alla stessa e la macchina della RAI che si metteva in moto per la realizzazione del programma, avrà creato questo cortocircuito. Ma questo aggrovigliato spaccato è la perfetta sintesi a conferma del quantomai storico e controverso rapporto tra la ”distratta” RAI, il jazz e gli appassionati di questa musica, e che perdura tutt’ora.

5) ”Gli intellettuali pensano che sia poco serio” è un falso storico, poiché nel carnet del jazz sono rubricate varie figure di intellettuali interessate al jazz già prima di quel 1958. Personalità come Mario Soldati, Cesare Pavese, Antonio Gramsci dal carcere, Filippo Tommaso Marinetti ed i suoi futuristi, Elio Vittorini ed il suo ”Politecnico”, ebbero modo di trovare nel prisma del jazz molti riflessi da indirizzare sulla letteratura, sulla società, sulla politica, sull’estetica. Il jazz è qualcosa di maledettamente ”serio”, talvolta forse troppo.

6) ”Forse c’è solo un modo perché il jazz possa vivere in Italia: che esso trovi la via per il contatto con il mondo della cultura, ma da una cultura come la nostra dalla quale l’idealismo ha bandito l’antropologia, la etnografia, il folklore, e spesso addirittura la musica e la pittura, c’è poco da sperare.”. Giunti alla fine di questo viaggio, da quel 1958 il jazz in Italia è cresciuto, attraversando varie stagioni, propagandosi in esse. Non sappiamo mediante quale ”cultura” o quali ”culture”, perché alla fine, il mondo del jazz con le sue sfaccettature, è grande e spesso e volentieri è difficile venirne a capo. Da socialista del tempo, Riva sottolinea molto opportunamente l’antropologia, la etnografia, il folklore, tutte esperienze che animeranno in quegli anni la vibrante stagione delle ”Edizioni Avanti!” di Gianni Bosio. Azzardando un’ipotesi suggestiva che qui, così, lascia un po’ il tempo che trova, un altro tassello nel mosaico del jazz non è stato collocato per il mancato appuntamento tra la cultura socialista ”classica” ed il jazz. E con le dovute premesse sarebbe stata una storia interessante.

Carmelo Sardo