La storia di Adrano ripresa (malamente) a scopo elettorale

adrano

Ho ascoltato un discorso sulla Storia di Adrano da un designato Assessore alla cultura della città etnea nella contesa elettorale che si concluderà il 24 giugno prossimo. Il discorso, che circola come video sui social network, è stato pronunciato il 17 giugno verso le 20:30 dal noto otorinolaringoiatra Antonio Politi con la finalità di riscuotere il consenso per la sua coalizione di Centro-destra. Nondimeno esso contiene presentazioni storiche poco chiare e valutazioni personali non sempre conformi alla realtà storica. Ammiro quelli che si interessano alla storia locale per un legame affettivo inscindibile tra persone e luoghi della loro infanzia e giovinezza. Ma durante l’ascolto mi sono chiesto per quale motivo un chirurgo di fama europea si inoltra in territori così lontani dalla sua professione e dai suoi impegni medico-scientifici.

Il discorso, visualizzato più di 4190 volte, nuoce alla conoscenza della storia di Adrano per le diverse omissioni, contraddizioni e incongruenze. Encomiabile il suo appello iniziale, là dove l’oratore medico dice: «La prima cosa che farò, consiglierò ai professori di insegnare la storia di Adrano per dare quell’orgoglio, quell’identità di essere Adraniti». Ma mi sono chiesto su quale testo i giovani devono studiare la storia della cittadina etnea, se non esiste nessun libro che inquadri la sua storia?

I due volumi dell’ex senatore comunista Pietro Maccarrone, su La battaglia di Adrano (1988-89) sono impregnati di luoghi comuni e inficiati da una visione vetero-marxista che la rende una storia poco seria e attendibile. Tuttavia le sue disquisizioni storiche dimostrano uno sforzo interpretativo: il Risorgimento è presentato come un fenomeno storico sorto per realizzare l’indipendenza nazionale che si conclude con lo sbarco di Giuseppe Garibaldi in Sicilia. I suoi seguaci, contrariamente a quanto sostiene l’oratore, furono accolti da una sparuta minoranza di Adraniti, che non manifestarono alcuna simpatia verso i garibaldini. La loro marcia verso Catania fu ignorata dalla popolazione e dalle autorità cittadine, che per l’occasione non esposero alcuna bandiera negli edifici pubblici.

Su una popolazione di 13.161 abitanti, rilevata dal censimento del 1861 e segnalata da Gaetano Branca nel suo «Dizionario geografico universale» (Torino 1865, p. 6), Adernò – diventata nel 1929 Adrano – si presentava sullo scenario unitario con gravi difficoltà economiche per la miseria diffusa tra la popolazione contadina e per la collusione tra il nuovo governo italiano e i baroni ex borbonici diventati fedeli della Corona sabauda. Che cosa trova di così strano il medico adranita, se la popolazione si trovò ex abrupto «sotto uno Stato sabaudo» monarchico autoritario non dissimile a quello borbonico?
Il patriota Benedetto Guzzardi Moncada (nato il 23 febbraio 1841), considerato astrattamente «fondatore del benemerito Circolo Operai», fu massone, venerabile della loggia di Catania e autore dell’opuscolo Le cinque giornate di Adernò in settembre ed ottobre 1866 (Catania 1866, pp. 23). Di quelle tragiche giornate e della popolazione in preda al panico per «l’annunzio dello sviluppo del Morbo Asiatico» (p. 4), l’oratore svolge considerazioni superficiali e compie omissioni storiche rilevanti. La tassa sul macinato, istituita a decorrere dal 1° gennaio 1868, non c’entra nulla con la rivolta sociale di Adrano, scoppiata per altre cause connesse all’annuncio del colera e alle lotte intestine dei notabili locali «in questa terra Italiana» (p. 5) dove un’intera famiglia «massacrata (?)», quella di Domenico Crucillà, fu uccisa dai carabinieri in una casa di campagna ubicata nella cosiddetta contrada Camerone (p. 21).

Da quel triste episodio, meglio inquadrato da Antonino Sanfilippo in un altro opuscolo del medesimo anno, l’oratore compie «un volo pindarico» sul ruolo svolto da Agatino Chiavaro (1885-1938), definito «un mezzo gangster … che aveva un’idea moderna della città» per avere istituito il centro dei pompieri e avviato i bagni pubblici. Egli passa poi alla presentazione del canonico Vincenzo Bascetta (1879-1959), «che sposò le idee rivoluzionarie del Cristianesimo sociale di Luigi Sturzo». Così sembra ignorare che il Partito popolare non sorse come partito rivoluzionario, ma come organizzazione politica volta a salvaguardare l’integrità della famiglia, l’unità sindacale, la riforma tributaria ed altri aspetti della vita sociale come la tutela dell’emigrazione e lo «sviluppo commerciale del Paese».

Il noto otorino dimentica anche di dire che Chiavaro e Bascetta sono due Personaggi diametralmente opposti, perché il primo si arricchì durante il suo soggiorno a New Orleans con proventi illeciti come affiliato all’associazione criminale «Mano nera»: una notizia riportata nel libro Novecento Siciliano. Da Garibaldi a Mussolini (Edizioni del Prisma, Catania 2008, p. 222) da Pietro Castiglione che riporta una diceria popolare conforma alla realtà; il secondo fu un grande amico dei braccianti, che applicò la lezione di Sturzo sul piano concreto con l’istituzione di cooperative e di banche per incoraggiare la piccola proprietà rurale.

Sull’«azione sociale e politica» di Vincenzo Bascetta esiste la biografia di Giuseppe e Pietro Scarvaglieri (Edizioni Dehoniane, Napoli 1979, pp. 179), senza dubbio un’opera innovativa e pionieristica che rende giustizia al seguace di Sturzo, vittima di violenza da parte del sindaco e poi podestà adranita. Il 16 marzo 1924 Chiavaro partecipò infatti alla sparatoria contro il sacerdote, impadronendosi con la violenza dell’amministrazione comunale, dando vita al periodo più fosco per la comunità adranita: altro che «grande sindaco» e protagonista «di cose straordinarie per quell’epoca». Una rilettura del libro dei fratelli Scarvaglieri, certamente salutare per coloro che esaltano il futuro podestà adranita per la descrizione puntuale della sparatoria e il successivo isolamento di Padre Bascetta (p. 123). Ma le malefatte del fascista adranita emersero nel gennaio 1928 con l’arresto «per concussione, peculato, minacce ed abuso di autorità» tanto da costringere lo stesso Mussolini ad intervenire per revocargli tre anni dopo «le onorificenze di cavaliere e ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia», come si legge in un documento ufficiale coevo.

Sulle comparazioni assurde tra il «grande» Giorgio Almirante ed «il gigante della politica» Enrico Berlinguer è meglio sorvolare per le imprecisioni compiute dal noto otorino, che in un passaggio del suo discorso dice che a scrivere «Don Camillo e Peppone» sarebbe stato un certo Giovanni Ungaretti. Rimane prezioso il suo invito alla stesura di una storia di Adrano, che attende ancora uno storico vero nella convinzione che possa contribuire alla crescita civile dei cittadini, vittime della delinquenza e della nefasta politica di una destra conservatrice poco sensibile ai valori culturali e alle necessità della popolazione.

Nunzio Dell’Erba

Via Almirante. Quando il M5S si mosse contro via Craxi

bettino-craxiUn Movimento a targhe alterne, i cinquestelle ignorano completamente il passato e la storia d’Italia. A Roma la mozione per intitolare una via a Giorgio Almirante, già repubblichino, fascista ed esponente missino, ha ottenuto i voti favorevoli di gran parte del gruppo consiliare M5s con la sola astensione dei consiglieri Valentina Vivarelli e Pietro Calabrese e il voto contrario della consigliera Maria Agnese Catini. “La decisione del Consiglio Comunale di votare una mozione per intitolare una via a Almirante è una vergogna per la storia di questa città. Chi ha ricoperto il ruolo di segretario di redazione del Manifesto per la Difesa della Razza, senza mai pentirsene, non merita una via come riconoscimento”, fa sapere subito in una nota la comunità ebraica di Roma. Insomma non viene rispettata non solo la memoria, ma anche un’intera comunità di cittadini. Eppure per i pentastellati non è stato un problema. Tuttavia proprio in nome del ‘popolo e dei cittadini’ il M5S si è battuto con foga contro la decisione di intitolare una via al leader socialista, Bettino Craxi, nella sua città, Milano. “Intitolare una via a una persona serve per preservarne la memoria, valorizzarne le gesta”, scriveva sul blog delle stelle Stefano Buffagni, ex capo dei 5Stelle nel consiglio lombardo e neo deputato, legato al giro Casaleggio Associati e in buoni rapporti con la Lega. Quindi valorizzare le gesta di Almirante che in passato ha propugnato la ‘difesa della Razza’ e offeso gli ebrei per i cinquestelle va bene…
Ad ogni modo per Buffagni intitolare una via di Milano a Craxi era “un insulto ai milanesi, alla città e al suo futuro”.
Buffagni però non è solo il plenipotenziario di Luigi Di Maio, ma è anche l’uomo che commentò così l’arresto per corruzione di un famoso medico: “Questa gente deve essere linciata ed esposta in pubblica piazza affinchè casi di questo genere non succedano mai più”.
La via a Bettino Craxi è arrivata a Sesto San Giovanni, anche se recentemente c’è stato un nuovo atto vandalico contro la targa che richiama il nome del leader socialista. Tornando ai cinquestelle un altro caso in cui si sono battuti i militanti del Movimento è quello relativo a Viale Craxi ad Albano laziale, dove hanno persino raccolto delle firme per rimuovere la targa. Dalla primavera del 2010 i 5S di Albano hanno segnalato quella che loro definiscono “anomalia nella toponomastica stradale”.

Almirante e il Movimento sociale, il partito
della reazione in mostra

Giorgio Almirante

Curata da Giuseppe Parlato e diretta da Marcello Veneziani, si terrà a Roma dal 20 ottobre fino alla fine dell’anno una mostra sul Movimento Sociale Italiano (Msi). Con il reboante titolo «La Nostalgia dell’avvenire», gli organizzatori presentano volantini, manifesti, prime pagine di giornali su un partito nato settant’anni fa e vissuto sotto varie sigle politiche. Si tratta di una iniziativa confluita in un catalogo a cura di Simonetta Bartolini e volta a mettere in mostra una storia che – cominciata su iniziativa di un gruppo di nostalgici e di reduci della Repubblica di Salò – si ispirò dichiaratamente all’esperienza storica del fascismo per ricordare i «fasti» del regime mussoliniano e ripristinare i valori di «ordine e legge».
Sorto a Roma nel dicembre 1946, il Msi elesse come segretario Giorgio Almirante, la cui scelta del nome sembra significare «Mussolini sei immortale» e quella del simbolo con la fiamma tricolore e il trapezio sottostante per dare spazio alla sua dicitura. Come figura centrale di questa storia messa in mostra con dovizia di documenti, Almirante esercita una grande influenza per la sua dote di equilibrio tra le diverse anime del partito. Esso si presentò per la prima volta alle elezioni amministrative di Roma del ’47 e a quelle politiche nell’anno successivo, ottenendo sei seggi alla Camera e uno al Senato.

Da quell’anno il partito si trovò invischiato in discordie personali, che portarono ad una grave crisi interna per la diversa posizione sull’adesione dell’Italia al Patto atlantico. Almirante fu costretto a dimettersi e venne sostituito da Augusto De Marsanich, che impresse al partito un indirizzo basato sull’accettazione del Patto atlantico, sulla ricerca di un’intesa con i liberali, i monarchici e la destra della Dc.
In questo contesto storico grazie all’ausilio offerto dalla destra moderata, il Msi partecipò alle esperienze amministrative in molti comuni meridionali, riscuotendo sostegno da parte della Chiesa e dai maggiorenti della Dc: famoso è rimasto il gesto di Giulio Andreotti, che durante un comizio tenuto nel maggio 1953 invitò Rodolfo Graziani a salire sul palco, dimenticando che il generale fascista si era macchiato di orrendi delitti per l’uso dei gas asfissianti nella guerra d’Etiopia. Dai ripetuti tentativi degli anni Cinquanta, volti ad ostacolare nuove alleanze tra socialisti e democristiani, il Msi imboccò la strada della violenza con il sostegno di gruppi eversivi come Fronte nazionale, Ordine Nuovo, Rosa dei Venti, Avanguardia Nazionale, presentati come organizzazioni staccate da esso.

Negli anni Sessanta il partito vide un declino, a cui pose rimedio Almirante, che – rieletto segretario alla fine del decennio – sfruttò le agitazioni operaie e studentesche del ’68 per rilanciarlo sul piano politico e organizzativo. Nelle elezioni politiche del 1972 il Msi, presentatosi con la denominazione di «Destra nazionale», ottenne l’8,7 per cento dei voti, mentre in quelle del ’76 scese al 6,1 % e nelle altre del ’79 subì ancora una flessione. La morte di Pino Romualdi (1913-1988) e quella di Almirante (1914-1988) fece emergere l’astro nascente di Gianfranco Fini, la cui segreteria traghettò il partito verso una linea di legittimazione quale destra democratica. Nel 1994 egli annunciò la trasformazione del vecchio Msi in Alleanza nazionale con lo scopo di dar vita a una moderna organizzazione di destra, ma si trattò di un’operazione ambigua per un partito che soltanto un anno e mezzo prima aveva celebrato il settantesimo anniversario della marcia su Roma con una manifestazione scandita di inni fascisti e saluti romani. L’ultimo congresso del Msi (Fiuggi, 25-27 gennaio 1995) e il primo di Alleanza nazionale provocò anche la nascita del Msi-Fiamma nazionale su iniziativa di Pino Rauti, contrario ad accettare il nuovo corso inaugurato dal delfino di Almirante. L’assise di Fiuggi aprì una fase nuova nel partito, alimentando contrasti personali e chiudendo una storia che – inaugurata 76 anni prima con la fondazione dei Fasci di combattimento – culminò il 26 dicembre 1946 nella nascita del Msi, di cui la mostra ripercorre vicende ancora da definire sul piano storico.

Nunzio Dell’Erba

23 settembre 1943
Nasce la Repubblica sociale

Seconda Repubblica -MussoliniIl 23 settembre del 1943 nasce la repubblica sociale italiana. Una cosa è certa. Benito Mussolini, guardando al futuro dello Stato nazionale repubblicano (questo è il nome originale), non avrebbe mai detto a nipoti e delfini riuniti: un giorno tutto questo sarà vostro.

Le ore erano ormai contate.Troppo animale politico il duce per non capire che Salò aveva il fiato corto per l’imminente arrivo degli eserciti alleati e per di più strozzato in gola dall’arrogante alleato-padrone tedesco. E così l’epitaffio sulla Rsi lo mise Mussolini stesso prima che tutto avesse inizio: “Forse sarebbe stato meglio che il mio destino si compisse il 25 luglio. Le prospettive non mancavano: o impiccato dagli inglesi nella Torre di Londra o fucilato da Badoglio”. Queste le parole di un Benito Mussolini avvolto nelle malinconie di un settembre trascorso sui colli romagnoli nel castello di famiglia alla Rocca delle Caminate.
Molti anni dopo, poi, da Giorgio Almirante (segretario del Movimento sociale italiano) arrivò una versione dei fatti più in linea con il giustificazionismo di Salò: “Durante la Repubblica ho cercato di capire perché Mussolini accettò di formare un governo e di far rinascere il fascismo. E mi sono persuaso che la ragione decisiva fu il ricatto di Hitler: o lo fai tu o provvediamo noi”.
E fu così che sin dall’alba la repubblica sociale si mostrò supina ai nazisti, nel pieno ricordo di quello che fu il fascismo e di ciò che non sarebbe mai più stato. D’altronde anche il duce, appena liberato dalla prigionia sul Gran Sasso da una spericolata missione delle Waffen-SS, era ormai un uomo privo di quella forza carismatica che lo aveva sospinto nel ventennio. Dunque il governo fascista poi installato sulle acque grigiastre del Lago di Garda prese forma in Romagna. E il duce si trovava ancora vicino alla natia Predappio quando diramò la prima lista dei ministri.
Mussolini, infatti, arrivò a Gargnano, sede del governo, solo alcuni giorni più tardi. Correva il 10 di ottobre quando prese alloggio a Villa Feltrinelli che descrisse come un “luogo lugubre e ostile”. Mentre anche il lago lo deprimeva: “Un compromesso tra il fiume e il mare”, ripeteva.
La Rsi divenne da subito nota con il nome di Repubblica di Salò, anche se la cittadina lombarda non era la capitale de facto e neppure il domicilio del capo del governo, ma solo la sede del Ministero della Cultura popolare.
Quello che fu invece lo spirito politico della repubblica sociale resta legato al manifesto di Verona: una ritrovata volontà repubblicana rivolta principalmente contro i Savoia, accusati di essere i traditori del fascismo e un ritorno al fascino della parola socialismo, dimenticato per vent’anni dal regime, e sventolato ora per impaurire il capitale reo di essere riuscito a sfuggire alla fascistizzazione.
Nella realtà tutta la politica di Salò fallì. Mentre la Repubblica sociale, sempre più funerea, si mosse scavando il solco di una cruda guerra civile. Molti giovani, che avevano scelto di stare dalla parte sbagliata, disseminavano lutti inseguendo il mito del “cercar la bella morte”. Sotto il controllo nazista fu anche inasprita la persecuzione agli ebrei che dopo le leggi razziali del 1938 subì nuova spinta e recrudescenza. Travolta dall’esito ineluttabile della guerra che ormai aveva già designato i vincitori, la repubblica di Salò cessò ufficialmente di esistere il 29 aprile del 1945. Il fondatore, Benito Mussolini, era stato giustiziato il giorno prima ai bordi di una strada davanti al cancello di una villa a Giulino di Mezzegra, vicino Como.
La Rsi, dunque, ebbe vita breve, ma il ribollire dell’odio che aveva fomentato avrebbe al contrario continuato a mietere altre vite.Sull’Italia dei padri Costituenti, ancora per molti anni a venire, si abbattè una lunga scia di omicidi politici. A scorrere copioso non fu solo il sangue dei vinti, ma in molti e clamorosi casi rimbalzati sulle pagine della cronaca nera e nelle aule dei tribunali anche quello dei vincitori. C’era infatti chi aveva deciso di non deporre le armi e di spingere la lotta di classe fino all’ora x della desiderata rivoluzione.E così per questi nuovi giacobini dal grilletto facile gli avversari politici si trasformarono in nemici che in quanto tali andavano eliminati.
Ma questa è già un’altra storia.