Il sogno precario di una vita in vacanza

ridersD’estate c’è chi si riposa, si diverte dopo un anno di fatiche e chi lavora. E ci sono i ragazzi precari. Sulle spiagge, in montagna e negli alberghi lavorano tanti ragazzi precari: fanno i camerieri, i maestri di tennis, i fotografi, i bagnini, gli skipper, le guide, gli attori negli spettacoli serali. Fanno di tutto. Sono i lavori stagionali offerti dal turismo, uno dei pochi settori produttivi che continua a tirare nell’Italia afflitta dalla bassa crescita economica. Sono contratti da uno a quattro mesi.
I contratti di lavoro non sono esaltanti: molta fatica e salari bassi, ma i ragazzi passano l’estate fuori casa, guadagnano e, ogni tanto, ci scappa un bagno al mare. Come capita nella splendida Villasimius in Sardegna. Una ragazza trentenne di Roma, china su un computer in un chiosco sulla spiaggia, dice: «Distribuisco ombrelloni e lettini. I clienti sono incontentabili, qualcuno non vuole pagare e occupa il posto dei legittimi proprietari quando si allontanano. Siamo costretti a intervenire e sono discussioni. Addirittura vanno a fare il bagno e lasciano i loro asciugamani sui lettini degli altri! Noi li prendiamo e li portiamo qui, nel chiosco…».
A settembre le file di persone che vogliono un ombrellone si sono ridotte, c’è l’afa ma non è più quella asfissiante del sole rovente di luglio ed agosto. Indica un ventilatore nel chiosco: «Serve a poco ma aiuta a respirare! Almeno non bollisco al sole!». Il futuro? «Non lo so! Sono fotografa e guido bene, anche auto da competizione, ma non ho una occupazione stabile. Non so cosa farò quando tornerò a casa: sono una donna senza fissa dimora».
I lavoratori precari sono moltissimi in Italia e sono tanti soprattutto i ragazzi precari con davanti un grande punto interrogativo sulla loro vita. Una ventenne di Catania, istruttrice di ginnastica e di vela, parla solo del presente, è incantata dalla Sardegna: «Vengo da un’isola, la Sicilia è bella ma la Sardegna è straordinaria, mi ha stregato. Certo, dopo Ferragosto è arrivata una raffica di temporali, qualche volta non siamo potuti uscire in barca e fare il bagno. Pazienza! Adesso sono riprese le belle giornate: io amo crogiolarmi al sole come una lucertola! Voglio sempre fare questa vita!».
Un trentenne sardo si occupa di security, di sicurezza sulla spiaggia: vigila contro gli scalmanati, i ladri e i rapinatori. Per ora, fortunatamente, ha sedato solo delle liti tra vicini di ombrellone per chi occupava più spazio per essere più vicino al mare. È un simpatico ragazzo che fa i conti con la realtà: «Quando finirà la stagione estiva penso che tornerò alla mia vecchia occupazione, quella di fruttivendolo».
Ragazzi precari. Un ventenne sardo filosofeggia: «Porto spaghetti e caffè, faccio il cameriere. Non ho il tempo di respirare: comincio la mattina con le colazioni, proseguo con il pranzo e concludo la sera lavorando per la cena. È un lavoro faticoso, ma è un lavoro!». Un altro cameriere ventenne del nord Italia non sa cosa l’aspetta tra qualche mese: «Il futuro? Il prossimo inverno non so cosa farò! L’anno scorso ho girato molto: Barcellona, Parigi, Londra».
Un’altra persona è riuscita a fare il salto da ragazzo precario a lavoratore autonomo. È un quarantenne muratore di Villasimius: «Assicuro la manutenzione alla struttura. Quando qualcosa si rompe intervengo io. D’estate lavoro qui, d’inverno svolgo la manutenzione a un’altra struttura alberghiera nelle vicinanze che concentra i lavori nel periodo di chiusura».
Un diciottenne, sempre del Nord, fa l’animatore: «Ballo, recito, organizzo lotterie. Quest’anno mi diplomo e poi vedrò. Se mi si aprisse una possibilità seria di lavoro mi piacerebbe proseguire nel mondo del turismo!». Penso all’agenzia di viaggi di Roma dove sono cliente, è gestita da un quarantenne che prima ha fatto per anni il capo villaggio: «Ho lavorato per tanti anni nei villaggi in Italia e in tutto il mondo: in Sardegna, in Sicilia, in Puglia, in Campania, in Tunisia, in Egitto, in Grecia, in Messico, a Zanzibar, in Thailandia». Poi ha tirato i remi in barca: «Ho preso questa agenzia di viaggi diversi anni fa. Adesso organizzo e vendo vacanze!».
Un tormentone musicale dell’estate, una delle canzoni più gettonate gira attorno al ritornello di “una vita in vacanza…”. Purtroppo la vita non è una vacanza, c’è anche il lavoro e se manca è un dramma. Il lavoro è una componente importante della vita, permette la libertà, l’autonomia economica, assicura la dignità personale e sociale. Anche il lavoro stagionale e precario è importante, si può fare in allegria ma solo se è un impegno transitorio verso una occupazione stabile: non esiste “una vita in vacanza…”.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Neet, un triste primato
per i giovani italiani

neet

Un altro triste primato per i giovani italiani. Purtroppo non siamo solamente il Paese con la più alta percentuale di giovani disoccupati, ma anche la quello in cui è più alto il numero di giovani che non studiano, non lavorano e neppure cercano il lavoro. I cosiddetti Neet: “not (engaged) in education, employment or training”.

Lo sentenzia Eurostat. Il termine è stato usato per la prima volta nel luglio 1999 in un report della Social Exclusion Unit del governo della Gran Bretagna, per classificare una determinata fascia di popolazione, in quel caso tra 16 e i 24 anni. Ed è proprio questo range che varia a seconda dei contesti nazionali. In Italia, ad esempio, l’indicatore statistico si riferisce alla fascia tra i 15 e i 29 anni, anche se in alcuni usi si amplia fino a 35 anni, se i giovani vivono ancora con i genitori.

I dati diffusi oggi da Eurostat si riferiscono al 2017 e prendono in esame la fascia tra i 18 e i 24 anni. Nel nostro Paese lo scorso anno, in questo ‘range’, i Neet erano il 25,7%, più di uno su quattro, contro una media europea pari al 14,3%. Il dato è in crescita rispetto al 2016 e non lontano dal massimo registrato nel 2014 (26,2%)

Una percentuale simile si registra a Cipro, dove (22,7%), seguono poi Grecia (21,4%), Croazia (20,2%), Romania (19,3%) e Bulgaria (18,6%). Un tasso Neet superiore al 15% è stato registrato anche in Spagna (17,1%), seguito da Francia (15,6%) e Slovacchia (15,3%). Il dato più basso è stata invece registrato nei Paesi Bassi (5,3%), davanti a Slovenia (8%), Austria (8,1%), Lussemburgo e Svezia (entrambi a 8,2%), Repubblica Ceca (8,3 %), Malta (8,5%), Germania (8,6%) e Danimarca (9,2%). A livello Ue, nel 2017 circa 5,5 milioni di giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni (pari al 14,3%) non erano né occupati né in istruzione o formazione.

Reddito di cittadinanza. Boeri: “Quello del M5S costa 38 miliardi di euro”

Boeri (Inps)

REDDITO DI CITTADINANZA COSTA 38MLD

Il reddito di cittadinanza proposto dal M5S riapre la mischia. Proprio di recente il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha riacceso le polemiche relativamente al costo che lo Stato dovrebbe sostenere per questo strumento universale. “Il reddito di cittadinanza proposto dal M5S costerebbe alle casse dello Stato tra i 35 e i 38 miliardi di euro. Una cifra molto consistente”, ha detto Boeri che ha formulato la stima sulla base del ddl presentato dai 5 stelle al Parlamento tre anni fa.

Immediata la replica dei deputati 5 Stelle. “Basta bugie”, hanno risposto a una sola voce i capigruppo di Camera e Senato, Giulia Grillo e Danilo Toninelli. “L’Istat ha calcolato in 14,9 miliardi di euro la spesa annua, più 2 miliardi d’investimento il primo anno per riformare i Centri per l’Impiego”, hanno spiegato.

Ma all’Inps i conti non tornano. “L’avevamo valutata già nel 2015 e sarebbe costata allora 29 miliardi. Ora abbiamo rifatto queste stime alla luce dei dati più recenti, combinando le nostre informazioni con quelle dell’Agenzia delle Entrate, e riteniamo che possa costare tra i 35 e i 38 miliardi”, ha argomentato ancora Boeri che nella stessa occasione ha presentato i dati del primo trimestre del Reddito di inclusione.

Inps

AIUTI A 900MILA POVERI

Sono quasi 900mila le persone che fino al primo trimestre 2018 hanno percepito misure di contrasto alla povertà tra il Sia, sostegno inclusivo attivo, e il Rei, reddito di inclusione: circa il 50% della platea potenziale. Per quello che riguarda il solo Reddito di inclusione a beneficiarne sono state 317mila persone pari a 110mila nuclei familiari.

E 7 nuclei beneficiari su 10 sono al Sud, Campania in testa seguita da Sicilia e Calabria. È quanto emerge da un Rapporto Inps.

L’importo medio mensile del Rei è stato pari a 297 euro anche se risulta variabile a livello territoriale con un range, annota ancora l’Inps, che va da 225 euro per i beneficiari della Val d’Aosta a 328 euro per la Campania. Complessivamente le regioni di Sud hanno un valore medio del beneficio più alto di quello del Nord (+20%) e del Centro (+14%).

L’importo medio varia sensibilmente per numero di componenti il nucleo familiare passando dai 117 euro per i nuclei monoparentali ai 429 euro per i nuclei con 6 o più persone.

Rispetto alla composizione delle famiglie beneficiarie l’Inps registra come siano 57mila i nuclei familiari con minori che rappresentano il 52% dei nuclei beneficiari che coprono il 69% delle persone interessate. Sono invece 21mila 500 i nuclei con disabili che rappresentano il 20% dei nuclei beneficiari e coprono il 20% delle persone interessate.

Boeri – Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, si rivolge di fatto alla politica, a chi “ha voluto imbracciare la bandiera del reddito minimo”. L’Italia infatti “sul contrasto alla povertà ha recuperato un ritardo di 70 anni rispetto ad altri Paesi”, ha detto presentando i dati sul Rei.

“Oggi c’è un reddito minimo ai primi passi, ancora sottofinanziato, ma c’è. Tanto più da luglio prossimo, data in cui la platea dei beneficiari salirà a 2,5 milioni di persone cioè circa 700mila famiglie”, ha concluso.

Rei

SOLLECITO MINISTERO PUNTI D’INCONTRO DEI COMUNI

Il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali con nota 3480 del 21 marzo ha sollecitato gli ambiti territoriali, che non si sono ancora conformati alle disposizioni del decreto legislativo 147 del 2017, a comunicare i punti di accesso al Rei.

Presso tali punti, viene offerta informazione, consulenza e orientamento ai nuclei familiari, sulla rete integrata degli interventi e dei servizi sociali e qualora ne ricorrano le condizioni, assistenza nella presentazione della richiesta dei benefici assistenziali.

Oltre ai punti per l’accesso la normativa prevede che, trattandosi di servizi a titolarità pubblica, i comuni possano identificare anche altre strutture ai fini della presentazione delle domande Rei. I punti per l’accesso avrebbero dovuto essere comunicati da ciascun ambito territoriale all’Inps, alla regione e al Ministero del Lavoro e delle politiche sociali entro novanta giorni dall’entrata in vigore del decreto legislativo.

Il Ministero ha anche annunciato l’ implementazione nella piattaforma Inps-Rei della specifica funzione di gestione da parte dei comuni e degli ambiti delle deleghe agli enti terzi con riferimento alla trasmissione telematica delle domande Rei ad Inps.

A decorrere dal 13 marzo, l’Inps ha reso disponibile nella versione internet della procedura, nuove funzionalità che consentono ai Comuni di delegare ai Caf (che prima si limitavano alla sola raccolta delle domande), una serie di funzioni attraverso l’accesso diretto alla piattaforma Rei. Inoltre sono state inserite la funzionalità di cancellazione e revoca delle domande Rei da parte dei Comuni.

Con il messaggio 1326 le strutture sono invitate a favorire la condivisione del contenuto della nota di sollecito del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali ai soggetti istituzionalmente coinvolti.

Economia

GIOVANI SENZA LAVORO NON SI SCHIODANO DA CASA

Sei giovani disoccupati italiani su 10 non sono disposti a trasferirsi per cercare un lavoro, nemmeno rimanendo in Italia. E’ uno dei dati che emergono da un’indagine Eurostat sui giovani disoccupati europei tra i 20 e i 34 anni. I giovani italiani senza lavoro stanziali, comunque, sono in buona compagnia: in media nell’Ue il 50% delle persone tra i 20 e i 34 anni non è disposta a spostarsi per trovare un lavoro (per contro, il 50% si sposterebbe: il 21% all’interno del proprio Paese, il 12% in un altro Paese Ue e il 17% fuori dall’Unione) e ci sono Paesi dove i giovani disoccupati sono ancora più stanziali degli italiani, come la Danimarca (il 62% non è disponibile a trasferirsi), Cipro (il 68%), Malta (il 73%), l’Olanda (il 69%), la Romania (il 63%).

Persino nel dinamico Regno Unito ben il 57% dei giovani non è pronto a spostarsi per lavorare, preferendo aspettare di trovare un posto di lavoro a casa. I Paesi dove i giovani sono più aperti alla prospettiva di muoversi sono il Belgio (solo il 38% preferisce stare dove sta), la Spagna (il 36%; per questo Paese però i dati sono poco attendibili a causa delle poche risposte), il Portogallo (il 29%), la Finlandia (39%) e la Svezia (34%). Per non parlare della Svizzera, fuori dall’Ue, dove solo il 17% dei giovani disoccupati preferisce rimanere a casa.

In Italia, comunque, a fronte del 60% dei giovani senza lavoro che non si sposterebbe per trovare un’occupazione, c’è un 40% più dinamico: il 20% si trasferirebbe rimanendo in Italia, il 7% andrebbe in un altro Paese Ue pur di lavorare e il 13% si sposterebbe fuori dall’Ue. Il nostro Paese, comunque, ha la mobilità più bassa dell’Ue tra gli occupati: il 98% dei 20-34enni occupati non si è trasferito per il lavoro che fa attualmente, l’1% si è spostato all’interno dell’Italia, mentre una percentuale trascurabile si è spostata in un altro Paese.

Fisco

IL 45% DEGLI ITALIANI DICHIARA UN REDDITO SOTTO I 15MILA EURO

Il 45% dei contribuenti italiani dichiara fino a 15.000 euro e versa il 4,2% dell’Irpef totale mentre i “Paperoni” con oltre 300.000 euro di reddito sono 35.000 mila (lo 0,1%). E’ quanto emerge dalle rilevazioni del Mef sulle ultime dichiarazioni Irpef delle persone fisiche presentate nel 2017 (anno di imposta 2016).

Nella fascia tra 15 e 50mila euro si colloca invece il 50% dei contribuenti che dichiara il 57% dell’Irpef. Il 5,3% dichiara invece oltre 50.000 euro (39% dell’Irpef totale).

Il reddito complessivo totale denunciato dagli italiani nel 2017 ammonta a circa 843 miliardi di euro (+10 miliardi rispetto all’anno precedente) per un valore medio di 20.940 euro, in aumento dell’1,2% in confronto al reddito complessivo medio dichiarato l’anno precedente. La regione con reddito medio più alto è la Lombardia (24.750 euro, mentre la maglia nera va alla Calabria (14.950 euro).

Carlo Pareto

Elisa Gambardella – Francesco Bragagni
Dalla parte dei giovani

Nonostante qualcuno si ostini a far finta di non vederlo, il disagio giovanile è qui tra noi e il 4 marzo rischia di manifestarsi con un silenzio assordante nelle urne. Noi non ci stiamo. Noi, che abbiamo dedicato ai movimenti giovanili e studenteschi, nelle nostre città, in Italia e in Europa, molta parte delle energie che abbiamo avuto in questi anni, non ci possiamo stare. Perché le ragioni che ci hanno spinto a fare politica per cambiare un sistema distorto sono ancora qui, più vive e attuali che mai.

Il disagio lo respiriamo appieno e lo viviamo tutti i giorni. E anziché limitarci ad osservarlo, con le nostre candidature cerchiamo di dare risposte concrete a bisogni che conosciamo bene.

Ecco perché non ci spaventa bussare alle porte degli elettori spiegando il programma di INSIEME. Abbiamo una storia di impegno da raccontare, ma soprattutto una visione per il futuro in cui coinvolgerli.

Siamo orgogliosi di essere candidati per un lista che i giovani li vede nitidamente, che per questo ne ha candidati molti, in tutta Italia, e sui quali scommette per rinfrescare l’aria di un sistema incancrenito da risposte generiche e dalla fuga dalla politica.

“Ogni generazione deve apporre un suo sigillo al corso storico della società in cui vive e vivrà. Se ci rinuncia, sarà giovane solo anagraficamente. Non sarà portatrice di idee e realizzatrice di fatti nuovi”. Lo ha scritto Craxi ed è stato raramente più attuale: noi siamo qui per metterci la faccia.

Crediamo nel progetto di INSIEME perché parte da una visione chiara di società sostenibile, senza compromessi, e la declina in proposte vicine all’esigenza giovanile di avere gli strumenti per emanciparsi, senza paternalismi. Quegli strumenti che rendono ogni Stato giusto, moderno e civile del mondo degno di questi aggettivi. è questo il significato di proposte come l’incremento dei fondi per il diritto allo studio (ampliamento della no tax area e borse di studio che coprano il fabbisogno), la creazione di un fondo per gli istituti tecnico-scientifici e l’obiettivo di adeguare gli investimenti nella ricerca ai livelli di Francia e Germania.

Non solo: INSIEME si distingue dalla maggior parte delle proposte elettorali per la forte convinzione che il cambiamento, come quello apportato dalla digitalizzazione dell’economia e quindi del mercato del lavoro, non ci debba spaventare, bensì ci veda pronti a governarlo. La nostra generazione non è interessata a programmi che ignorano i cambiamenti che avranno un forte impatto sulle nostre vite. A noi interessano le proposte di riforma che permettono di rendere la quarta rivoluzione industriale un elemento di liberazione e miglioramento delle nostre vite. Ci interessa sapere che grazie alle nuove tecnologie possiamo semplificare la pubblica amministrazione, rendere più personalizzato e quindi efficiente il sistema di politiche sociali (dalla sanità, al sistema contributivo e previdenziale) e ripensare l’organizzazione del lavoro e delle relazioni tra datore di lavoro e lavoratore. A vantaggio di entrambi.

Noi abbiamo il compito di spiegare in modo estremamente chiaro tutte queste proposte. Perché, se rese visibili, siamo sicuri che i giovani non saranno più interessati a votare una destra che ci ha letteralmente rubato il futuro con politiche scellerate e insostenibili per vent’anni. E che poi ci ha persino punito ulteriormente con i tagli al sistema di welfare, che hanno fortemente ridotto la possibilità della nostra generazione di aspirare a un futuro migliore di quello della generazione precedente.

Per la prima volta dal dopoguerra.

Una destra il cui leader, non pago di quanto fatto nei lunghi anni di governo, si permette ora di fare analisi un tanto al chilo sui giovani che non studiano e non lavorano, e che, nella sua visione totalmente disconnessa dalla realtà, passano il tempo tra Playstation e discoteche.

Nessuno a ricordargli che in 5 anni, dal 2008 al 2012 impose un taglio abnorme del fondo per le politiche sociali del 75%, che passò da una dotazione originaria di 923,3 milioni di euro a 69,95 milioni.

Nessuno a ricordargli che la flat tax, sperimentata con esiti nefasti in alcuni paesi soprattutto dell’Est Europa, è un provvedimento che demolirebbe la progressività fiscale, principio sancito dalla nostra Costituzione, in virtù del quale molti giovani liberi professionisti usufruiscono del regime dei minimi che gli permette di non andare in perdita tra guadagni e spese nei primi anni di lavoro.

Siamo sicuri, altresì, che a chi come noi ha tra i 20 e i 30 anni non interessa un movimento che di fronte alle sfide del cambiamento si nasconde e ne ha una paura talmente grande da avere come unica proposta quella di dare dei soldi a tutti, senza però accompagnarla a politiche che permettano a tutti, indipendentemente dal contesto socio-economico di provenienza, di perseguire le proprie aspirazioni di realizzazione personale. Ma allora a cosa serve il reddito di cittadinanza? Ma allora cos’è per questi incompetenti la cittadinanza? Ma del resto chi si candida a governarci è meno qualificato di noi. è meno qualificato della generazione più istruita che il mondo abbia mai visto. Ma anche l’unica generazione della storia che rischia di essere annientata senza che siano state necessarie una guerra, una carestia o una pestilenza. No. Ci stanno annientando con l’ingiustizia. Quella di vedere i rampollini senza arte né parte andare avanti senza aver subito nessuna conseguenza per la crisi, mentre chi come noi proviene da famiglie semplicemente normali (e chi scrive non è tra i più sfortunati) impazzisce tra tirocini avvilenti e stipendi umilianti, subisce continue interruzioni di carriera, dovute a capricci fiscali e assenza di visione di impresa e capacità d’investimento sui giovani, dovendo ancora ringraziare per avere il privilegio di non dover passare la giornata sul divano.

Le teorie dei benpensanti, secondo cui la nostra generazione odia la politica e, se vota, vota 5 Stelle o altri soggetti estremisti, non solo sono false ma servono ad allargare le fratture nella nostra società e ad allontanare dalla politica chi studia o si appresta ad entrare nel mondo del lavoro. I giovani che aprono alle porte a cui bussiamo, quelli con cui condividiamo la nostra vita, ha sete di politica, ma di quella vera: che sa offrire una visione chiara e che in modo netto si batte per essa. È perché sono mancati i soggetti in grado di portare avanti un’idea di futuro coerente che la nostra generazione fugge dalla politica.

Per queste ragioni, crediamo che con la speranza e l’ottimismo della volontà riusciremo a convincere un’intera generazione che dobbiamo stare INSIEME per combattere le disuguaglianze e, rispondendo ai bisogni, offrire la possibilità di liberare i meriti dal tappo dei privilegi, permettendogli di esprimersi appieno. E portare avanti tutti.

Ha ragione Romano Prodi, quando nella sua dichiarazione di sostegno alla lista INSIEME, che ci ha riempito di orgoglio, ha detto che dobbiamo andare a testa alta: perchè le nostre idee e i nostri programmi sono gli unici in grado di offrire un futuro al nostro Paese, e che per questo dobbiamo giocare all’attacco, senza subire le offensive di chi non ha valori, ma solo istinti.

Noi siamo qui e continueremo e bussare alle vostre porte fino al 4 marzo. Anzi, continueremo anche dopo. Se anche voi vedete l’Italia che sogniamo noi, uniamo le forze. La nostra generazione si merita un cambiamento reale.

Elisa Gambardella – capolista per Insieme alla Camera, Liguria 02

Francesco Bragagni – candidato alla Camera, Emilia-Romagna 01

Scrive Andrea Zirilli:
Integrare scuola e lavoro

Il fenomeno dell’alto numero di giovani che ha terminato la scuola, ma purtroppo non ha ancora trovato un lavoro, è il risultato di uno dei difetti più gravi del nostro mercato del lavoro: il cattivo coordinamento tra sistema scolastico-formativo e tessuto produttivo, che si manifesta anche nella mancanza di servizi efficienti e capillari di orientamento scolastico e professionale. E’uno scenario di cui i giovani non sono direttamente responsabili. Cosa si deve fare?
Serve un serio programma di “prevenzione”, soprattutto nei confronti dei più giovani, per affrontare in particolare la sfida dei cosiddetti “neet” (persone “not in education, employment or training”): i giovani che “non fanno niente”, non vanno a scuola, né cercano occupazione.
Occorre ripensare i modelli di istruzione e di formazione professionale al fine di fare incontrare le esigenze dei giovani con le richieste del mercato del lavoro.
C’è da ripensare l’orientamento scolastico.
C’è da rivalutare l’apprendistato.
C’è da ridare importanza alla formazione tecnica.
C’è da trovare raccordi fra percorsi formativi e percorsi di lavoro per consentire una maggiore spendibilità delle competenze.
C’è da istituzionalizzare percorsi di orientamento per gli studenti dai 14 ai 19 anni, alla presenza delle imprese.
C’è da sfruttare al massimo le agenzie per il lavoro che in questi anni hanno dimostrato di essere soggetti efficaci non solo nell’intermediare domanda e offerta di lavoro, ma anche nell’inserire le persone in percorsi formativi e di continuità professionale e nell’accompagnare i lavoratori in percorsi di ricollocazione professionale.

I giovani dell’Unione europea sono a rischio povertà

italia_giovani_povertàIl Fondo monetario internazionale ha lanciato l’allarme di povertà sui giovani dell’UE. Lo staff economico del FMI ha curato un lungo lavoro sulla diseguaglianza tra generazioni nell’Unione Europea. L’analisi non lascia spazio a dubbi e recita: “Oggi, i giovani sono il gruppo anagrafico a maggior rischio di povertà in Europa. Nel sud del continente la situazione è più drammatica: ad essere minacciato è addirittura un ragazzo su 4. Ai giovani tra i 16 ed i 34 anni, fa capo appena il 5% della ricchezza netta in Europa e la loro ricchezza mediana è soltanto un decimo di quella del gruppo di persone di età superiore ai 65 anni. Sempre tra le generazioni più giovani si ritrova il più alto rapporto tra debito e patrimonio (49%) e la maggiore possibilità di finire tra i ‘protestati’ (12,4%). Il rischio di povertà giovanile è crescente nel vecchio continente. E se prima della crisi i tassi di povertà relativa di giovani (18-24) e anziani (oltre i 65 anni) erano ampiamente simili, oggi la minaccia è cresciuta significativamente per i primi che sono diventati il gruppo anagrafico a maggior rischio di povertà, tanto in termini relativi che assoluti”.

Gli economisti del Fondo Monetario affermano: “A pesare sui destini dei ragazzi europei sono stati gli sviluppi del mercato del lavoro, ma anche i modelli scelti per riformare i sistemi di protezione sociale e consolidare i conti pubblici. La crisi ha esacerbato la già alta disoccupazione giovanile e la tendenza verso la precarizzazione del lavoro”.

Secondo quanto si legge nel rapporto del Fmi: “I problemi della disoccupazione giovanile e della conseguente povertà stanno raggiungendo proporzioni macroeconomiche in molte economie europee. E mentre la ripresa ciclica in corso migliora le opportunità occupazionali per i giovani, i governi devono fare di più per assicurare che i giovani d’oggi non restino ulteriormente indietro rispetto al resto della popolazione con effetti durevoli sulle loro prospettive sociali. Per ridurre le possibilità che i giovani si impoveriscano e soffrano perdite di reddito durante la loro vita, è essenziale facilitare la loro integrazione nel mercato del lavoro. Il suggerimento è di fornire agli imprenditori incentivi che li spingano ad assumere giovani, comprese riduzioni mirate del cuneo fiscale o crediti fiscali per i salari più bassi. Ma per raggiungere l’obiettivo è necessario anche migliorare e adattare le competenze dei ragazzi europei. Per questo le spese per l’educazione e l’aggiornamento professionale dovrebbero essere escluse dal risanamento dei conti e andrebbe migliorata la cooperazione tra aziende, sindacati e governi nella definizione dei programmi”.

Il Fmi ha messo sotto accusa quei sistemi di protezione sociale “che durante la crisi hanno protetto gli anziani meglio dei giovani”.

I tecnici del Fmi hanno scritto: “Per far fronte ai vincoli di bilancio, sono stati spesso tagliati gli strumenti non pensionistici, con la conseguenza che i giovani non sono stati adeguatamente coperti contro il rischio di disoccupazione e l’impatto di posti di lavoro precari. In definitiva, le riforme previdenziali adottate durante la crisi finanziaria hanno protetto chi è già in pensione e spostato la maggior parte del peso dell’aggiustamento sulle future generazioni di pensionati. Anche il sistema fiscale andrebbe rivisto. Un’eventuale riforma dovrebbe riequilibrare il peso delle tasse tra le diverse generazioni e aumentare l’effetto redistributivo della tassazione, tramite un incremento della progressività delle tasse sul reddito e dando maggior ruolo redistributivo all’imposizione sui redditi di capitali e la ricchezza”.

In conclusione nel rapporto si legge: “Ma bisogna fare in fretta: c’è una generazione intera da salvare”.

Il condivisibile rapporto del Fmi è un invito a correggere le scelte di politica economica adottate negli ultimi anni. Non c’è più tempo da perdere. L’Unione Europea, assieme ai Paesi membri, dovrebbe affrettarsi a risolvere il problema dei giovani e delle generazioni future. Per l’umanità c’è bisogno di una politica di ampio respiro, che guardi lontano nel futuro, e non della politica del giorno dopo giorno che quasi sempre risulta miopica, limitata ed insufficiente.

Salvatore Rondello

Draghi: focus giovani e tutele uniformi per lavoratori UE

Mario Draghi-BocconiMario Draghi, intervenendo al Trinity College di Dublino, in un convegno sul tema della disoccupazione giovanile, ha detto: “Oggi più che mai i Paesi europei devono trovare una soluzione stabile alla piaga della disoccupazione giovanile, affrontandone le cause strutturali”. Il Presidente della BCE ha aggiunto: “In alcuni Paesi dell’Eurozona sono stati  fatti passi avanti per ridurre la disoccupazione giovanile e col consolidamento della ripresa diminuirà ulteriormente. Ma per affrontare le cause strutturali della disoccupazione giovanile, sono necessarie forme di protezione omogenee tra i lavoratori, accordi di lavoro flessibili, programmi di formazione professionale efficaci, un elevato grado di apertura del commercio e sostegni per ridurre i costi sociali della mobilità. I giovani non vogliono vivere con i sussidi. Vogliono lavorare ed allargare le proprie opportunità ed oggi, dopo la crisi, i Governi sanno come rispondere alle loro richieste e come creare un ambiente in cui le loro speranze possano avere una opportunità”. Draghi ha esortato i Governi a rispondere alle richieste dei giovani, per il futuro dei loro Paesi e della loro democrazia.
Il Presidente della BCE ha proseguito: “Il Pil dell’Eurozona è in crescita da 17 trimestri consecutivi, creando nel complesso oltre 6 milioni di posti di lavoro. Dal picco del 24% nel 2013, la disoccupazione giovanile è scesa intorno al 19% nel 2016 ma è ancora di circa 4 punti percentuali più alta rispetto all’inizio della crisi nel 2007”. Poi, Mario Draghi ha anche puntualizzato: “Nel 2016 circa il 17% dei giovani tra i 20-24 anni non studia, non lavora e non fa formazione”.
Poi ha fatto riferimento al mercato del lavoro: “La segmentazione del mercato del lavoro e una scarsa formazione professionale sono tra i principali motivi dell’elevato tasso di disoccupazione giovanile persistente in diversi Paesi colpiti gravemente dalla recessione come Italia, Grecia, Spagna e Portogallo. Invece, Paesi come Germania e Austria sono riusciti a mantenere bassa la disoccupazione giovanile grazie ad efficaci programmi di formazione professionale e piani mirati ai giovani più svantaggiati”.
Sui pericoli della criminalità informatica, ha detto: “La dimensione dominante per le banche centrali sono i rischi ai cyber-attacchi”. Draghi ha sottolineato che ogni innovazione tecnologica andrà affrontata da questo punto di vista. Rispondendo ad una domanda sulla piattaforma blockchain, utilizzata anche per il Bitcoin, ha affermato: “Alla Bce stiamo studiando tutto questo, e la nostra conclusione è che in questo momento la tecnologia non è ancora abbastanza matura per essere considerata dalle banche centrali per le loro politiche o per i sistemi di pagamento”.
Alla domanda di una studentessa su quali consigli volesse dare ai giovani che si apprestano ad affrontare il mondo del lavoro, Il Presidente della BCE ha risposto: “Rimanete curiosi, imparate dal mondo, la curiosità è ciò che spinge a esplorare nuove opportunità professionali e ambienti diversi e ad essere creativi. Non perdete mai il vostro coraggio”.
Poi Draghi ha aggiunto: “In diversi paesi il peso della crisi è caduto in modo sproporzionato sui giovani, lasciando un’eredità di speranze fallite, di rabbia e, infine, di sfiducia nei valori della nostra società e nell’identità della nostra democrazia”.
Dal convegno di Dublino, il Presidente della BCE ha lanciato un grande messaggio a favore dei giovani e della democrazia. Speriamo ed auspichiamo che i Governi dei Paesi della UE lo sappiano cogliere.

Non solo disoccupati, giovani penalizzati dalla Riforma delle pensioni

Renzi-calo consensi-giovaniIl Presidente dell’INPS, Tito Boeri, all’apertura del convegno fatto a Milano presso la sede del Sole24ore, intitolato “Tutto pensioni”, si è schierato contro la riforma delle pensioni: “Aumenta il debito e grava sui giovani”.
L’intervento di Tito Boeri è stato pungente nei confronti del Governo. Il Presidente dell’INPS ha sottolineato gli effetti che tutte le riforme hanno sul debito implicito pensionistico inclusa l’ultima riforma delle pensioni approvata nella legge di Bilancio 2017.
Il debito implicito pensionistico è l’insieme degli impegni presi dallo Stato nei confronti dei cittadini in ottica futura e secondo Boeri, la riforma delle pensioni fa aumentare il debito.
Tito Boeri ha denunciato la riforma approvata nella legge di Bilancio 2017, lanciando un allarme a tutti gli interessati, spiegando come questa manovra graverà sulle generazioni future e come non sia scongiurato il pericolo di tagli agli assegni. Secondo Boeri la riforma aumenta la spesa pensionistica che aiuta le categorie che hanno già goduto di buoni trattamenti andando ad incidere sul debito implicito pensionistico.
Per il Presidente dell’INPS, la riforma delle pensioni non comporterà soltanto oneri alle prossime generazioni, sempre più lontane da una pensione simile a quella dei loro genitori, ma anche una evidente differenza di trattamenti all’interno della stessa generazione.
Di conseguenza, dalle affermazioni di Boeri, si potrebbe pensare se la legge possa aver violato anche qualche dettato costituzionale.
Al di là delle considerazioni di Boeri, i giovani, dal ‘patto generazionale’ a tutte le altre norme che li riguardano, sono penalizzati sia nel mercato del lavoro che nel futuro pensionistico. Alla luce di ciò, quando i giovani andranno alle urne per votare, chi sosterranno con il loro voto?

Utilizzo di Internet oggi: chi lo usa, per quanto tempo e come

INTERNETOggi Internet lo utilizziamo tutti, ma questo non rende l’idea di tutte le tendenze, le statistiche e le curiosità relative agli accessi alla rete in Italia. Chi lo usa, nello specifico? Per quanto tempo? E in che modo? Dare una risposta completa richiederebbe molto più tempo e molto più spazio, ma è comunque possibile tracciare uno spaccato di quelle che sono le abitudini degli italiani per quanto concerne la navigazione sul web: ecco perché oggi cercheremo di dare una risposta a queste domande.

Internet: chi lo usa, per quanto tempo e come?

Partiamo da un dato molto interessante: il 40% dei giovani utilizza la rete con una media di 4 ore al giorno. Nel 15% dei casi, il computo totale delle ore trascorse su Internet arriva alle 6 ore o addirittura le supera. Per quanto concerne gli accessi unici, sono circa 30 milioni gli italiani che accedono in rete: o almeno, questo è il picco registrato ad aprile dalle indagini mosse da Audiweb. Senza considerare il numero di ore, invece, la percentuale di giovani under-24 che accede alla rete si attesta sul 69%, e cala al 67% per quanto concerne gli under-35 fino ad arrivare al 31% per gli over-50. La maggior parte dei giovani usa la rete soprattutto per i social network e per la visione di contenuti video in streaming. Infine, il 95% dei ragazzi accede a Internet tramite smartphone. Dalle statistiche risulta anche che le donne utilizzano di più la rete (2,35 ore di media contro 2,14).

Connessioni Internet: la competizione è alta
Per via dell’utilizzo massiccio della rete in Italia, il mercato delle connessioni Internet ha sviluppato una vera e propria “guerra” fra operatori: ognuno cerca dunque di conquistare la propria fetta di mercato, e questo riguarda sia il settore dell’Internet casalingo, sia il Mobile e ultimamente anche il settore della TV digitale. Questo discorso porta con sé ottime notizie per gli italiani, in quanto la suddetta “guerra” viene giocata sempre più spesso sui prezzi al ribasso. Ed ecco che negli ultimi anni si è fatto strada un ulteriore competitor, Linkem, che propone delle offerte per Internet WiFi molto interessanti e concorrenziali, le quali non richiedono una linea a casa fissa per fornire la connessione, al contrario della maggior parte delle offerte dei big del settore.

Internet: uno dei mezzi di comunicazione più potenti

Non è un caso che si parli di rivoluzione digitale: la diffusione capillare di internet negli ultimi 20 anni e la svolta al web 2.0 di una decina di anni fa circa, ha portato con sé enormi cambiamenti nella vita delle persone. Stiamo parlando di un mezzo potentissimo, in grado di mettere in contatto moltissimi utenti e dar loro la possibilità di esprimersi e confrontarsi con un pubblico più ampio, questo nel bene e nel male. Sì, perché, pur essendo vero che da un lato le comunicazioni e la diffusione di idee di valore abbiano guadagnato in velocità, è altrettanto vero che parallelamente a questo hanno avuto largo spazio anche fenomeni meno piacevoli, dettati da scopi decisamente poco nobili. Basti pensare agli attacchi di cyberbullismo perpetrati ai danni dei ragazzi più deboli, oppure a fenomeni più agghiaccianti quali la Blue Whale ed altri.

Quello che dovrebbe essere fatto in maniera più insistente è tentare di diffondere, soprattutto tra i più giovani, una cultura per un uso corretto di questo straordinario mezzo, facendo capire loro che quello che all’apparenza può sembrare un gioco in realtà può avere delle conseguenze inaspettate.

Modello Coverciano

Il ministro del lavoro Poletti, ci ha abituato, ormai, alle sue gaffe. Sui giornali ci finisce più per le sue uscite, non proprio “istituzionali”, che per mirabolanti risultati del suo agire da responsabile di dicastero.
Ma, negli ultimi anni, i giovani (o “diversamente” giovani), rispetto al lavoro e alla loro condizione, si sono sentiti dire di tutto: “Choosy, sfigati, bamboccioni”. Non proprio dei complimenti, resi ancora più urticanti, perché espressi da chi ha la responsabilità di governare il paese. E, quindi, di dare delle possibilità di vita e sviluppo personale, quanto di progresso sociale.
Però, senza fare troppo i “puritani”, bisogna ammettere che Poletti ha detto la verità. Per trovare un lavoro, contano molto più le relazioni personali, che l’invio di curricula. Peccato che, utilizzando la metafora della partita di calcetto, il Ministro rischia di prestare il fianco ad una critica “classista”; che per una persona di sinistra non dovrebbe essere cosa indifferente, e rinvenibile nella variabile della “squadra”. Che può fa quelle differenze che, proprio un ministro del lavoro (e di sinistra), dovrebbe tentare di eliminare.
E che sia sempre esistita una differenza “di campo” tra le persone, non sminuisce un problema che rimane importante; uno dei capisaldi della nostra società: l’avere uguali opportunità al di là delle condizioni economiche e sociali.
Ma non facciamola troppo lunga su questo. Si potrebbe sfociare in un blando “moralismo”, poco avvezzo ad un più utile pragmatismo.
Però, pur volendo ridursi al miglior uso di un pensiero utilitarista, un problema si pone, quando a parlare con una certa “libertà” sono persone di altre “epoche”, ed altre “Italie”.
Nessuno vuole togliere ai vari Poletti, Padoa Schioppa, Fornero, Berlusconi & C. i loro meriti professionali. Siamo certi che sono arrivati ai massimi livelli nel loro lavoro, perché sono stati bravi. Anzi, cosa dico, eccellenti.
Ma loro, almeno sotto un profilo “quantitativo”, sono figli di un paese diverso.
E’ molto difficile dare giudizi comparativi sulle epoche passate. Il professor Powicke ebbe ad affermare che: “Il desiderio di un’interpretazione della storia ha radici così profonde che, se non possediamo una visione costruttiva del passato, finiamo nel cadere nel misticismo o nel cinismo”. E di “misticismo” e “cinismo” in salsa populista, ne abbiamo fin troppo in questo paese.
Possiamo dirlo senza possibilità di grossa smentita: per quanto riguarda la “corposità” dei diritti sociali, e delle possibilità lavorative, la generazione dei Poletti è stata molto più avvantaggiata. Almeno con riferimento al nostro paese.
Una tale massa di giovani senza lavoro, dal Dopo Guerra, non si era mai vista. Come non si era mai percepita la possibilità di rimanere precari a vita. O, ancora, non si presumeva affatto che le future pensioni sarebbero state tali da far immaginare impossibile la ben che minima soglia vitale.
E questo non può certo essere imputato ai “bamboccioni”. Ma, sia ad una cattiva gestione delle risorse, come ad una, praticamente, flebile capacità di vedere (e “prevedere”) il futuro da parte dei governanti.
Se l’Italia, dal “Miracolo Economico”, è passata ad un lento, e sembra inesorabile, declino, non è responsabilità principale di chi, oggi, emigra. E la politica, che avrebbe dovuto fare da naturale guida, al fine di garantire chi c’era e chi ci sarà, non è stata in grado di costruire un giusto equilibrio generazionale.
Oggi, quando si lavora, si guadagna poco, e neanche sempre, vista la continua precarietà. Con ciò, e con l’aggiunta dei continui tagli a quel welfare state, istituzione di cui la “generazione Poletti” ha beneficiato non poco, la vita di ogni giovane è messa a dura prova. Lasciando alla famiglia di origine (quando c’è, e può) il compito di fare da ammortizzatore sociale.
Il sociologo Parkin affermava che: “Le disuguaglianze connesse con il sistema di classe si fondano su due processi sociali interrelati, ma concettualmente distinti. Il primo è l’assegnazione dei compensi in relazione a differenti posizioni nel sistema sociale; il secondo è il sistema di reclutamento a queste stesse posizioni”.
Tra i sistemi di “reclutamento”, Parkin non aveva certo in mente il “modello calcio” di Poletti. Però, aveva ben chiaro il ruolo giocato dalla “famiglia” (squadra!) nel “sistemare gli individui ai diversi livelli della gerarchia di classe”, secondo un “auto reclutamento sociale […] cristallizzando così nel tempo la struttura di classe”.
Ma la “classe” non è mai stata pensata in termini generazionali. Forse, è questo che dà a qualche politico la “liceità” di un certo linguaggio; perché sa che non ha di fronte un corpo sociale compatto, capace di farsi sentire all’unisono. Almeno per ora.
Restando in un’ottica da “stadio”, chi ha giocato a pallone sa benissimo che, volendo fare una distinzione solo duale, i sistemi di gioco si dividono in “gioco a zona”, e “gioco a uomo”. Nella variante tutta italiana, il gioco a uomo viene (veniva) applicato come “catenaccio”.
Aspettiamo da Poletti indicazioni in merito al sistema per meglio giocare, vincere e lavorare. È il suo lavoro, infondo. E non gli diamo, e non gli daremo, tutte le croci addosso per ogni insuccesso in campionato. E’ giusto saper valutare le responsabilità…

Raffaele Tedesco