LO SPREAD TRIA DRITTO

tria_spread 2

Alla vigilia della risposta europea sulla lettera della commissione europea sulla manovra italiana, continua la corsa dello spread che sfonda la soglia dei 330 punti, arrivando a toccare i 335 punti base, il livello più alto dal 19 ottobre, per poi ripiegare leggermente. Il rendimento del decennale del Tesoro è salito fino al 3,70%. Il ministro Tria si è detto preoccupato della situazione. “Ovviamente sono preoccupato dall’aumento dello spread” è il suo commento.

“L’Europa deciderà quello che vorrà decidere, io penso che Conte e Tria stiano facendo un ottimo lavoro con un tentativo di mediazione, ma non deve esserci un muro di gomma”, ha detto Luigi Di Maio a margine dell’incontro con i vertici di CNA. “Devo fare i complimenti al ministro Tria, sta portando avanti questa legge di Bilancio con grande convinzione e sta combattendo come un leone”, ha aggiunto.

Il Tesoro non ha ricevuto certo buone indicazioni dalla prima giornata di offerta del Btp Italia, con ordini a un livello così basso che non si vedeva dal 2012. Oggi, nella seconda giornata dedicata all’offerta per i piccoli risparmiatori, le cose non si sono messe meglio: a metà giornata – dopo i 481 milioni della vigilia – si registrano domande per soli 170 milioni. Nella sola prima giornata del titolo venduto nel maggio scorso, per fare un raffronto, si erano superati i 2 miliardi di richieste. Giovedì sarà la volta degli istituzionali, ma su tutto incombe anche il giudizio della Commissione Ue.

Il rendimento del decennale del Tesoro sfiora il 3,70%, rispetto al 3,59% dell’ultimo riferimento. Il dato arriva mentre Piazza Affari apre in ribasso e mentre si registra un mezzo flop nella sottoscrizione del Btp Italia, il titolo indicizzato all’inflazione con un rendimento minimo dell’1,45%, che è il termometro del grado di fiducia degli italiani nel Paese.

Il caro spread inizia intanto a impattare sui tassi dei mutui e dei prestiti alle imprese. Ad ottobre 2018, spiega l’Abi, si registra un incremento “non ancora molto accentuato” dei tassi di interesse sulle nuove operazioni di finanziamento, “risentendo dell’aumento dello spread nei rendimenti dei titoli sovrani”. Un aumento che si riflette sui tassi. Infatti quelli medi sulle nuove operazioni per acquisto di abitazioni è risultato in leggera crescita. 1,87% (1,80% a settembre 2018) mentre quello sui nuovi finanziamenti alle imprese è risultato pari a 1,60% (1,45% il mese precedente).

Una variazione contenuta ma si tratta comunque di un segnale di inversione di tendenza. “Nei prossimi mesi – ha detto vice dg dell’Abi Gianfranco Torriero – monitoreremo i dati per vedere se il fenomeno dovesse proseguire”. Più volte l’Abi ha segnalato il possibile impatto dello spread sui prestiti a famiglie e imprese in termini di condizioni e quantità (elemento quest’ultimo che non si è ancora verificato).

L’Eurogruppo in attesa del verdetto Ue

commissione_berlaymont

Valdis Dombrovskis, il vicepresidente della Commissione, giungendo stamane alla riunione dell’Eurogruppo, a Bruxelles, ha affermato: “Alla Commissione europea stiamo preparando il nostro pacchetto per mercoledì, che includerà i pareri sui piani di Bilancio di tutti i Paesi, incluso quello rivisto dall’Italia. Nel caso della Penisola, l’Ue lavora anche a una replica dopo la risposta di Roma alla richiesta di chiarimenti sui fattori rilevanti riguardo alla regola del debito, in base all’articolo 126 comma 3 dei Trattati europei. Non anticipo decisioni”.

Nell’agenda della riunione straordinaria dell’Eurogruppo che si svolge oggi a Bruxelles, nell’ambito della discussione sulle riforme previste per approfondire l’Unione monetaria, c’è un punto potenzialmente molto dannoso per l’Italia: è la riforma delle ‘clausole di azione collettiva’ (Cacs) per eventuali casi di ristrutturazione del debito sovrano di uno Stato membro. Se approvata, molto probabilmente, farebbe aumentare i premi di rischio per i titoli di Stato, e quindi i costi del finanziamento pubblico, con impatto destabilizzante in particolare sui paesi più indebitati (e sul loro sistema bancario). Una vera e propria trappola, nascosta in una oscura modifica tecnica nell’ambito della riforma dell’Esm, il Fondo salva Stati.

Si tratta di un rischio nuovo e non ancora abbastanza denunciato dalla stampa ‘mainstream’, che ha attribuito invece fin troppa attenzione, negli ultimi giorni, a un elemento già noto e presente da tempo nella discussione sulla riforma dell’Unione monetaria: la condizione, prevista dall’intesa franco-tedesca, che uno Stato membro debba essere in regola con la disciplina di bilancio per poter accedere ai finanziamenti di eventuali nuovi fondi dell’Eurozona. Questo condizionamento è già presente, ad esempio, nel meccanismo del Fondo salva Stati per l’assistenza ai paesi in difficoltà.

Le clausole di azione collettiva sono state adottate per tutti i titoli di Stato emessi dai paesi dell’Eurozona a partire dall’inizio del 2013, in virtù di un obbligo introdotto dal trattato che ha istituito l’Esm. Si tratta, in sostanza, di prescrizioni riguardanti il tipo di maggioranza qualificata necessaria, nella platea dei detentori di titoli di Stato di un determinato paese, per procedere alla ristrutturazione del suo debito sovrano. Queste disposizini servono a evitare che una piccola minoranza di detentori di titoli, cercando di strappare condizioni migliori, possa bloccare una ristrutturazione, ritenuta necessaria per un debito ormai ritenuto insostenibile.

Per approvare la ristrutturazione del debito sono necessarie oggi due diverse maggioranze qualificate: i 2/3 dell’insieme dei detentori di tutti i tipi titoli, e contemporaneamente almeno il 50% dei detentori di ogni singolo tipo di titolo, se la consultazione avviene per iscritto; se invece i ‘bondholder’ vengono convocati in un’assemblea, le maggioranze qualificate sono del 75% per l’insieme dei titoli e dei 2/3 per ogni tipo di titolo.

Le modifiche prospettate alle clausole di azione collettiva, volute dalla Bundesbank e promosse dall’asse franco tedesco fin dal vertice di Mesenberg del giugno scorso, comporterebbero in sostanza una semplificazione del sistema, passando dall’attuale approvazione a doppia maggioranza (“dual limb CACs”) a un’approvazione a maggioranza unica (“single limb CACs”), con l’eliminazione della consultazione specifica per ogni diverso tipo di titolo di Stato.

Secondo diversi osservatori, tuttavia, questo giro di vite, diminuendo le salvaguardie di cui dispongono i detentori di titoli e irrigidendo tutto il processo di ristrutturazione, comporterebbe inevitabilmente un aumento del premio di rischio soprattutto per i titoli di Stato dei paesi più indebitati. Una cosa di cui certamente non ha bisogno l’Italia, già sottoposta alla pressione dell’aumento dello spread a causa delle tensioni fra il governo e l’Ue.

Il vicepremier e Ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, rispondendo ai giornalisti a margine dell’appuntamento in una scuola di Pomigliano d’Arco (Napoli), ha detto: “La procedura d’infrazione Ue sui conti? Non mi preoccupa. Le riforme le faremo”.

Il ministro dell’Interno e vicepremier, Matteo Salvini, a margine di un evento in Regione Lombardia, ha detto: “Se danneggia l’Italia, come pare, ovviamente non ci sarà il nostro consenso”.

Unione bancaria, riforma del meccanismo europeo di stabilità Esm e nuovo bilancio unico dell’area euro. Ufficialmente sono questi i temi all’ordine del giorno dell’Eurogruppo straordinario in svolgimento oggi a Bruxelles, ma è difficile pensare che alla riunione, o quanto meno a margine dell’incontro, non si parli del caso Italia. La settimana si annuncia infatti decisiva per i rapporti tra Roma e Bruxelles, ma anche tra Roma e gli altri Paesi dell’area euro, dimostratisi finora tutt’altro che comprensivi rispetto alle scelte del bilancio italiano. Mercoledì 21 potrebbe infatti già essere il giorno della verità. Come previsto, la Commissione pubblicherà il suo parere sulla manovra gialloverde ma non si esclude che possa anche richiedere, da subito, l’apertura di una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per mancato rispetto della regola del debito. Toccherebbe poi all’Eurogruppo del 3 dicembre affrontare formalmente la questione. I tempi non sono certi, così come non è ancora certo nemmeno l’avvio della procedura, anche se in molti ambienti, in Europa come in Italia, sembra ormai quasi scontato. Il governo giocherà comunque fino all’ultima carta a sua disposizione per cercare di convincere l’Europa della fondatezza delle sue scelte. Il Mef lo ha già fatto nel Rapporto sui fattori rilevanti richiesto e inviato a Bruxelles pochi giorni fa, e il ministro dell’economia, Giovanni Tria, lo farà nella riunione di oggi con gli altri protagonisti europei. Probabilmente lo farebbe anche il premier, Giuseppe Conte, che punterebbe ad avere un colloquio diretto con il presidente della Commissione Jean Claude Juncker, però, l’appuntamento non sarebbe stato ancora ufficialmente fissato poichè sarebbero scarse le probabilità di riuscita. Il vicepremier Matteo Salvini, ribadendo la linea della Lega ma con toni più morbidi rispetto al passato, ha chiarito: “Quello che stiamo facendo lo stiamo facendo per gli italiani, quindi io sono convinto che l’Ue ci permetterà di fare quello che è un bene per gli italiani”.

Pur non facendo passi indietro rispetto a quelli che sono considerati i pilastri della manovra, in un’intervista al Corriere della Sera, Di Maio ha auspicato un dialogo con l’Europa, non rinnegando la possibilità di clausole di salvaguardia e di maggiori tagli di spesa per mantenere il deficit entro il tetto previsto. L’attenzione resta comunque altissima. Incappare nella procedura significherebbe per l’Italia non solo rischiare di pagare sanzioni ma anche incrinare i rapporti con l’Unione europea proprio nel momento in cui Francia e Germania sembrano concordi nel riscrivere le regole dell’Eurobudget. Le indiscrezioni circolate negli ultimi giorni indicavano un’intesa tra i due Stati per tagliare fuori dalla distribuzione dei fondi i Paesi non rispettosi delle regole, compresa quella sul debito, su cui l’Italia mostra la deviazione più significativa. Qualunque sarà il giudizio espresso dalla Commissione mercoledì prossimo, la legge di bilancio seguirà, intanto, probabilmente senza troppe interferenze esterne il suo percorso parlamentare. Malgrado le tensioni interne alla maggioranza, Lega e M5S sembrano determinati in Parlamento a non stravolgere minimamente i capisaldi del provvedimento. Da oggi si valuteranno quindi le ammissibilità degli emendamenti, che la Commissione Bilancio dovrebbe cominciare a votare da mercoledì. Vista la concomitanza dell’esame del decreto fiscale in Senato, è probabile però che l’inizio delle votazioni slitti di qualche giorno.

Attualmente, sono circa un migliaio gli emendamenti alla legge di bilancio dichiarati inammissibili, sui 3626 presentati in commissione alla Camera. È quanto è emerso dalla seduta della commissione Bilancio, nel corso della quale sono state dichiarate le inammissibilità. Dunque, sono circa 2600 gli emendamenti ammissibili. Tra le proposte di modifica, 374 sono state bocciate perché estranee per materia, 640 per carenza o inidoneità delle coperture. Entro domani i gruppi dovranno indicare gli emendamenti segnalati: 700 in totale.

Rispetto agli argomenti in discussione dall’Eurogruppo ed alle ripercussioni che possono derivarne, il vice direttore generale dell’Abi, Gianfranco Torriero, nel corso di un seminario organizzato a Ravenna dall’associazione sul settore bancario, ha spiegato: “L’effetto spread ha impatti sulla crescita italiana. L’aumento del differenziale, porta a un aumento del costo di raccolta che, necessariamente, incide sul costo dei finanziamenti, che cresce. Chiaramente questo porta a una riduzione dell’ammontare dei finanziamenti, per cui ci saranno minor valore del risparmio delle famiglie e minori investimenti. Tutte variabili che incidono, quindi, sulla crescita dell’economia italiana”.

Il Presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, riferendosi all’emendamento alla legge di bilancio approvato dalla Commissione Finanze alla Camera sullo scudo anti-spread anche per le banche non quotate ha detto: “Se ci devono essere regole uguali nell’Unione Bancaria, allora l’oggetto è: l’Italia si allontana o ci avviciniamo a un’armonizzazione? Io aspetto l’approvazione della norma almeno in uno dei due rami del Parlamento, ma mi domando se il testo riprenderà la normativa di altri Paesi della Ue oppure no. L’ipotesi di un’uscita dall’Europa e dall’euro sarebbe assolutamente una pazzia, una devastazione economica. Non se ne parla più e ora si ragioni prospetticamente per usufruire dei vantaggi della moneta unica”. Il presidente dell’Abi ha aggiunto: “Le elezioni europee in programma a maggio dovrebbero essere intese come un momento ricostituente per la Ue e non essere una ripetizione di quanto visto fino a oggi. Noi come italiani abbiamo un grandissimo interesse a una fase ricostituente, perché siamo poveri infrastrutturalmente, viviamo di export e turismo e le barriere su merci e sulla libera circolazione scoraggiano il nostro sviluppo. Inoltre, siamo mitridatizzati da un debito pubblico immane con il quale dobbiamo convivere e che è stato mitigato dall’euro. Oggi, il dibattito sulla Ue è logico e inevitabile perché l’Unione europea è stata fatta frettolosamente. E’ stato inglobato tutto senza sapere chi siamo e quando è calato l’entusiasmo sono venute al pettine le differenze sia culturali che metodologiche. Ma la soluzione a queste contraddizioni non è il disfacimento ma una fase costituente della Ue”.

Dal seminario dell’Abi a Ravenna è emerso che uno spread Btp Bund a 300 punti non è coerente con i fondamentali dell’economia e occorre ridurlo, altrimenti si avrà un impatto sul patrimonio delle banche, un aumento del costo della raccolta e quindi dei finanziamenti a famiglie e imprese oltre a una loro riduzione che fino a ora non si è ancora verificata grazie anche alle misure della Bce. Per ogni 100 punti di spread si erodono, in media, 35 punti base del patrimonio delle banche.

Sono questi i problemi sul tappeto, in attesa del verdetto Ue di mercoledì prossimo. Problemi già noti all’attuale governo che avrebbe dovuto tenerne conto preventivamente nel preparare la discutibilissima manovra finanziaria.

Salvatore Rondello

BORDERLINE

SALVINI DI MAIO

La manovra è stata confermata, non sono cambiati i saldi e non sono state aggiustate le previsioni di crescita del Pil. E’ questo l’orientamento del governo emerso dal vertice del Consiglio dei ministri iniziato ieri alle ore 20 tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte e i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini cui hanno partecipato anche il ministro dell’economia, Giovanni Tria e quello dei rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro.

Che le intenzioni fossero queste lo aveva fatto capire senza mezzi termini Salvini che, già prima di entrare a Palazzo Chigi, ha detto: “Stiamo lavorando a una manovra che prevede più posti di lavoro, più pensioni e meno tasse non per tutti ma per molti italiani. Se va bene all’Europa siamo contenti, sennò tiriamo dritti lo stesso” (scopiazzando, forse involontariamente, una frase di Mussolini).

Nessun arretramento, quindi, neppure dopo le stime del Fondo Monetario Internazionale che prevede un Pil in crescita dell’1% nel 2019 e 2020, un impatto incerto della legge di bilancio sulla crescita dei prossimi due anni e un effetto probabilmente negativo sul medio termine.

Sempre Salvini ha precisato: “Se ci sarà qualcosa da modificare, sarà non in base alle richieste di Bruxelles, ma in base a quello che succede in Italia, ad esempio a causa del maltempo. Stiamo facendo la conta dei danni e rischiano di essere 5 miliardi di euro. Quindi è chiaro che dobbiamo mettere più soldi alla voce investimenti sul territorio. Perché ce lo chiede la situazione. Da tenere presente che per le spese per circostanze eccezionali è ammessa la copertura in deficit sia dall’Europa che dalla Costituzione”.

Il Consiglio dei Ministri, al termine del vertice, ha certificato l’orientamento del governo nella lettera di risposta ai suoi rilievi che la Commissione ha richiesto.

In sintesi la manovra non è cambiata, i saldi sarebbero rimasti invariati. Ma, sono state messe più risorse sul dissesto idrogeologico. Dunque, questo sarebbe il punto di caduta del vertice a Palazzo Chigi.

Poi, Di Maio ha confermato: “La manovra non cambia né nei saldi né nella previsione della crescita, perché è nostra convinzione che è quel che serve al Paese per ripartire ha detto il vicepremier subito dopo il Cdm. Abbiamo detto chiaramente che ci impegnamo a mantenere il 2,4% di deficit, e il Pil all’1,5% ma reddito cittadinanza, riforma Fornero, soldi ai truffati dalle banche restano. E’ una manovra in controtendenza col passato ma non facciamo i furbi sul debito. Non abbiamo aggiunto niente a quello che già leggete nella manovra di bilancio ma c’è l’impegno a mantenere quelli che sono i saldi indicati; quindi non facciamo i furbi sul deficit ma allo stesso tempo manteniamo gli impegni con gli italiani”.

La novità consisterebbe nelle dismissioni. Di Maio, uscendo da Palazzo Chigi, ha aggiunto: “Il nostro obiettivo è tutelare i gioielli di famiglia ma allo stesso tempo di dismettere tutto quello che non serve dello stato di immobili o di tutti questi beni che sono di secondaria importanza. Deve essere chiara una cosa nel programma di dismissioni non ci sono i gioielli di famiglia: stiamo parlando di immobili, di beni secondari dello Stato e sicuramente la dismissione avrà un effetto positivo per la riduzione del debito. Nella lettera a Bruxelles abbiamo detto che aumentiamo la valorizzazione dei nostri immobili, quindi della dismissione dei nostri immobili. E potremo fare più soldi dal taglio e dalla dismissione di quello che non serve, degli immobili di proprietà dello Stato. La notizia che devo dare agli italiani è che reddito di cittadinanza, pensioni di cittadinanza, superamento della legge Fornero con quota 100, risparmiatori truffati, tutti questi provvedimenti non cambiano. Vanno avanti e creeranno un anno, il 2019, che sarà l’anno del cambiamento”.

Anche le fonti della Lega hanno fatto sapere: “La novità sono proprio le dismissioni, anche immobiliari, che verranno attuate e valgono l’1% del Pil. Per quanto riguarda la lettera di risposta a Bruxelles, sono confermati saldi e crescita come già previsti (2,4 deficit e 1,5 crescita). Nessun arretramento di fronte a Bruxelles, il governo spiega le sue ragioni ma va avanti per la sua strada”. Dopo il Cdm si è confermato anche l’impianto della manovra e l’azione politica del governo, con quota 100 che parte subito. Vengono inoltre confermate le clausole di salvaguardia e i controlli automatici sulla spesa già previsti (monitoraggio conti pubblici ai fini correttivi) e la destinazione dello 0,2% degli investimenti all’idrogeologico.

Il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, lanciando un appello, aveva detto: “Bisogna cambiare la manovra, e bisogna fare in fretta, c’è tempo fino a questa sera, il buon senso deve prevalere sui capricci, a volte sull’arroganza che punta a difendere posizioni che sono economicamente indifendibili. Un appello al governo italiano perché modifichi i contenuti della manovra per dare un segnale di cambiamento che permetta di evitare una bocciatura della proposta italiana”.

Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono tornati a ripetere che ‘i pilastri fondamentali della manovra non cambiano’. Ma in Parlamento intanto sono sfilate le principali istituzioni in audizione e senza eccezione hanno puntato il dito sulle stime di crescita ritenute eccessivamente ottimistiche. Anche perché secondo l’Ufficio parlamentare del bilancio, ed anche Confindustria, una delle misure chiave come la riforma della legge Fornero sulle pensioni darà risultati lontani dalle aspettative. Critiche a cui si aggiunge la voce dei vescovi, che invitano a stare all’erta per salvaguardare il risparmio delle famiglie e la vita delle imprese. Con le nuove regole previdenziali, è l’allarme dei tecnici del Parlamento, l’assegno che si intascherà sarà più leggero: la sforbiciata oscillerebbe dal 5 al 30 per cento.

Dunque, si potrebbe arrivare a prendere fino ad un terzo in meno se si decide di anticipare di 4 anni l’uscita. Il sottosegretario al lavoro, il leghista Claudio Durigon, ha difeso l’operazione assicurando che non ci saranno tagli con questa affermazione: “Chi uscirà con quota 100 avrà una rata pensionistica basata sugli effettivi anni di contributi e non anche sugli anni non lavorati”.

Il presidente dell’Ufficio Parlamentare al Bilancio, Giuseppe Pisauro, ha sottolineato il paradosso: “Ma proprio il rischio di intascare una pensione più light potrebbe far sì che molti vi rinuncino: una conseguenza nei fatti da auspicare, perché altrimenti salterebbero i conti”.

Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, ha osservato: “La platea potenziale per il 2019 sarebbe di 437.000 contribuenti attivi e quindi se uscissero tutti si registrerebbe un aumento di spesa lorda per 13 miliardi. Il doppio di quanto quantificato dal governo. Traballa anche il ragionamento per cui la nuova riforma previdenziale garantirebbe il turn over e quindi l’occupazione giovanile: difficile che i benefici siano automatici”.

Non appare più semplice la messa a punto del reddito di cittadinanza, l’altra norma cardine della legge di bilancio. Le difficoltà dell’attuazione del reddito di cittadinanza spaventano anche un sottosegretario ed esponente pentastellato come Stefano Buffagni che ha detto: “Una misura fondamentale, ma deve essere equilibrata”.

Nonostante il governo sembri allontanarsi di nuovo dall’idea di rivedere il quadro macro, insieme all’Upb anche l’Istat, Corte dei Conti e Abi mettono in guardia il governo giallo-verde dal rischio di dover rifare i conti a breve.

L’Istat ha detto: “Un mutato scenario economico potrebbe influire sui saldi di finanza pubblica in modo marginale per il 2018, ma in misura più tangibile per gli anni successivi”.

Che d’altro canto lo scenario economico si sia deteriorato rispetto alle previsioni di appena qualche tempo fa, lo ha riconosciuto lo stesso ministro dell’Economia Giovanni Tria, che sarebbe stato tentato dal rivedere i dati del Pil incontrando però il muro della Lega e del M5S.

Intanto, lo spread continua a viaggiare a ritmi sostenuti e chiude in rialzo a 304 punti base restando quindi fonte di preoccupazione per gli interlocutori nazionali e internazionali, Fondo monetario incluso che proprio ieri è stato ricevuto, in delegazione, a Palazzo Chigi.

In una nota del Mef, si legge: “Il tasso di crescita non si negozia: il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, smentisce voci e indiscrezioni apparse sui giornali secondo cui il tasso di crescita dell’Italia sia stato o sia oggetto di dibattito politico. Le previsioni di crescita sono infatti il risultato di valutazione squisitamente tecnica. Per questo non possono diventare oggetto di negoziato alcuno dentro o fuori dal Governo”.

La cancelliera tedesca Angela Merkel, nell’ultima replica del suo discorso davanti alla seduta plenaria del Parlamento europeo, ieri pomeriggio a Strasburgo, ha detto di sperare che si troverà una soluzione alla controversia fra Italia e Ue sulla manovra finanziaria, ma ha anche ricordato che l’Italia ha approvato le regole dell’euro, aggiungendo che ora non si può dire che non siano più importanti.

Angela Merkel ha detto: “Noi vogliamo tendere la mano all’Italia, ma voglio dirlo chiaramente: l’Italia è un membro fondatore dell’Ue e ha partecipato alla decisione di molte regole che ora sono le nostre basi giuridiche. Non si può affermare ora che queste regole non interessano più. E non sono io che lo dico; a dirlo è la Commissione europea, che ha un ruolo importante da svolgere in questo contesto. Spero che si giunga a una soluzione e che lo si faccia nel dialogo con le autorità italiane; è la mia forte speranza, e l’ho detto anche al premier Giuseppe Conte”.

La risposta del governo italiano è stata inviata all’Ue senza modifiche significative sugli effetti economici di pensioni e reddito di cittadinanza nella manovra di bilancio.

Adesso bisognerà attendere la risposta dell’Ue. Intanto, anche oggi, con il rinnovo dei titoli di stato in scadenza, gli italiani dovranno sopportare interessi più alti rispetto allo scorso mese di aprile.

Salvatore Rondello

Manovra, il governo diviso sulla risposta alla Ue

commissione_berlaymont

Il termine per la risposta del governo italiano alla Commissione Ue è in scadenza. Bruxelles vuole spiegazioni sulle deviazioni previste dalla Manovra finanziaria e sugli obiettivi di deficit/Pil e riduzione del debito che porterebbero Roma fuori dai parametri previsti dai trattati comunitari e che hanno portato Bruxelles preventivamente a bocciare il testo. Un Consiglio dei Ministri è previsto alle otto di sera, preceduto da vertici a livello politico. Le audizioni degli organismi tecnici di questi giorni hanno puntato in maniera unanime il dito contro le stime sulla crescita (+1,5% per il governo nel 2019), anche alla luce dei numeri ben diversi prospettati dall’Unione, e non solo da essa, che prevedono una crescita del pil ben più bassa. “Il tasso di crescita non si negozia” ha detto il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, smentendo voci e indiscrezioni apparse sui giornali secondo cui il tasso di crescita dell’Italia sia stato o sia oggetto di dibattito politico. “Le previsioni di crescita sono infatti il risultato di valutazione squisitamente tecnica. Per questo non possono diventare oggetto di negoziato alcuno dentro o fuori dal Governo”. Però allo stesso tempo gioca d’anticipo e proponendo la carta della limatura delle stime del Pil 2019, riducendole fino all’1,2% dall’1,5% previsto nella Nota di aggiornamento al Def. Uno 0,3% in meno che renderebbe più credibile la previone dell’esecutivo. Una proposta di se da una parte sembra ricevere una prima apertura dal parte della Lega, dall’altra vede il netto rifiuto del M5S con Luigi Di Maio che non ci pensa proprio a rivedere parametri, misure e percentuali della manovra.

Per il Movimento il testo e il quadro macroeconomico non si cambiano anche a costo di andare allo scontro con la Ue. Da qui si spiegherebbe anche il ‘giallo’ sul vertice non vertice della mattinata a palazzo Chigi. Anche se fonti di entrambi i partiti negano divergenze, ancora una volta si sarebbe consumato un braccio di ferro fra il Movimento e il ministro Tria. I 5 Stelle vogliono lasciare il quadro esattamente com’è, mentre Tria punta a dare un segnale di buona volontà alla Commissione europea soprattutto dopo le ultime previsioni d’autunno della Ue.

Il Pil, ragionano a via Venti Settembre, deve scendere necessariamente, tanto più che questo non comporterebbe nessuna modifica sul fronte deficit in quanto la base di partenza sarebbe il Pil tendenziale previsto allo 0,9 per cento. Tra le altre ipotesi sui cui si ragiona in vista dalla risposta ai rilievi europei sarebbe anche quella di inserire una clausola sulla spesa che garantirebbe la tenuta del rapporto deficit-Pil al 2,4% (intoccabile per Di Maio e i suoi). Soluzione che comunque non basterebbe a soddisfare la Ue che vuole una vera e propria correzione della manovra soprattutto sul fronte delle misure più costose (reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni). Nel menù delle possibilità, ovviamente non contemplate dai due azionisti di maggioranza dell’esecutivo, ci potrebbe essere lo slittamento a fine 2019 di reddito di cittadinanza e ‘quota 100’ per indirizzare i risparmi alla riduzione del disavanzo. Ma la partita è ancora decisamente aperta, tanto che è in programma un vertice per cercare di trovare un accordo e inviare finalmente una risposta all’Europa.

Manovra, iniziata un’altra settimana di passione

salvini di maio

In mattinata, a quanto si apprende da fonti di governo, si è svolto un vertice a Palazzo Chigi tra il premier Giuseppe Conte, il vicepremier Matteo Salvini ed il sottosegretario Giorgetti per fare il punto sul decreto fiscale e sulla manovra in vista della lettera di risposta da inviare a Bruxelles. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria ed il vicepremier Luigi Di Maio, stranamente, non hanno partecipato.

Nel frattempo, il facente funzioni di presidente dell’Istat, Maurizio Franzini, in audizione davanti alle Commissioni di Camera e Senato sulle misure della manovra, ha dichiarato: “Quattro famiglie su 10 sotto la soglia di povertà (il 40,7%) vivono in case di proprietà, sulle quali una su 5 paga un mutuo medio di 525 euro, mentre il 15,6% in abitazioni in uso o usufrutto gratuito. Il 43,7% vive invece in affitto, quota che è particolarmente elevata nei centri metropolitani (64,1%) e nel Nord del Paese (50,6%). La spesa media effettiva per l’affitto è di 310 euro.

La rinuncia a visite o accertamenti specialistici per problemi di liste di attesa complessivamente riguarda circa 2 milioni di persone (3,3% dell’intera popolazione, mentre, sono oltre 4 milioni le persone che rinunciano per motivi economici. A rinunciare di più sono i più anziani, tra i 45 e 64, e rilevante è l’intreccio tra rinuncia e condizioni economiche. Ipotizzando costanti sia i tassi di fecondità osservati nel 2017 per ordine di nascita, sia la popolazione femminile residente tra i 15 e 49 anni al 1 gennaio 2018, si stima la nascita di circa 51 mila terzi figli nel 2019. Questo numero era intorno ai 53 mila tra il 2013 e 2015 e intorno a 51 mila tra il 2016 e 2017″. La media di figli per donna, per le nate a metà degli anni 70, è stimato nell’1,4% e che a livello nazionale la quota di donne senza figli è in continuo aumento da una generazione all’altra: era di circa una su 10 per le nate nel 1950, è cresciuta a circa 1 su 5 per le nate a metà degli anni 70. Parallelamente aumentano, leggermente, le donne con un solo figlio e crolla il numero di donne con almeno due figli”.

Il vice presidente della Bce, Luis De Guindos, ha detto: “Un effetto contagio dall’Italia è stato finora limitato, ma rimane una possibilità. Sul fronte delle finanze pubbliche, l’Italia è il caso più importante al momento, visto il livello del debito e delle tensioni politiche sui piani di bilancio del governo. Le forti reazioni del mercato agli eventi politici hanno scatenato nuove preoccupazioni sul nesso tra banche e debito sovrano in alcune parti d’Europa. E questo è alla base della richiesta di disciplina fiscale e del rispetto delle regole”.

E’ iniziata un’altra settimana di passione per l’Italia, stretta tra la risposta sulla manovra da inviare alla Commissione europea entro domani, e l’attesa dei mercati per l’esito della trattativa, con lo spread che venerdì si era riposizionato attorno ai 300 punti e nuovi titoli di Stato da collocare tra lunedì e martedì. Se nel fine settimana si era un po’ allentata la tensione Roma-Bruxelles, a riaccendere lo scontro è stato un duro botta e risposta a distanza tra Matteo Salvini e il presidente della Commissione Ue, Jean Claude Juncker, prima sui migranti e poi, inevitabilmente, sulla manovra. L’Italia ha già avuto flessibilità per 30 miliardi e ora deve rispettare le regole, è il messaggio di Juncker, cui il leader leghista ha risposto insolentemente: “Non siamo cocciuti ma lasciateci lavorare”. Salvini si mostra spavaldo anche di fronte all’ipotesi, ormai incombente, dell’apertura di una procedura con queste affermazioni provocatorie: “Ispettori Ue? Manca solo l’ispettore Derrick e il tenente Colombo. I fondamentali non saranno toccati. Ben vengano i consigli ma i diktat saranno rispediti al mittente”.

Il clima incandescente certo non aiuta l’opera di tessitura che Giuseppe Conte, forse, sta cercando di mettere in atto e che potrebbe portare a un incontro, al momento ancora non in agenda, proprio con Juncker. Il premier, prima di partire per Palermo per la conferenza sulla Libia, potrebbe vedere di nuovo il ministro dell’Economia Giovanni Tria, per mettere a punto i dettagli delle (poche) concessioni che l’esecutivo è pronto a fare a Bruxelles: da un lato una revisione al ribasso del Pil, che tenga conto dello scenario che si è deteriorato da settembre a oggi, e che diventerebbe così più vicino alle stime europee (1,2% contro l’1,5% italiano) che pure tengono conto di un effetto espansivo della manovra, anche se meno di quanto ipotizzato dal governo.

Dall’altro lato ci potrebbe essere la promessa di una clausola, forse automatica, di taglio della spesa in caso di sforamento. Nulla di più, almeno per ora. L’azione del governo in queste ore è anche sotto la lente degli ispettori dell’Fmi, in Italia per la consueta missione nell’ambito dell’Article IV, che incontreranno Tria proprio martedì, quando scade il termine per inviare il nuovo Draft Budgetary Plan a Bruxelles. In questo contesto incandescente Piazza Affari da settimane subisce contraccolpi. Il grafico del Ftse All Share è in rosso perenne, con una flessione che da inizio anno ha toccato oltre il 12%. Ancora peggio il Ftse Italia All Share banks, quello delle banche, che perde il 25%. Istituti di credito che rischiano di subire più di altri i contraccolpi dell’instabilità perché sovraesposti al debito pubblico, con oltre 369 miliardi di titoli in portafoglio. E proprio domani il Tesoro tornerà sul mercato offrendo in asta Bot a un anno. Martedì sarà invece la volta dei Btp a 3, 7 e 20 anni. Entrambe fino a 5,5 miliardi. Le ultime emissioni hanno registrato tassi al top da 5 anni.

Domani ci sarà un altro vertice del Consiglio dei Ministri prima di inviare la lettera a Bruxelles sulla manovra. Sembrerebbe che la posizione con l’Ue sia rimasta distante senza nessun sostanziale cambiamento. Il vicepremier Salvini ha minacciato che se l’Ue applicherà le sanzioni all’Italia, non verrà più corrisposto il contributo dell’Italia all’Ue. Affermazioni gravi e dirompenti.

Vilfredo Pareto, nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale scrisse: “Al governo delle volpi si sostituirà il governo dei leoni e dopo finiranno per sbranarsi”. Allora, come la storia insegna, le affermazioni di Pareto si avverarono tragicamente.

Speriamo che in futuro questo non avvenga, ma, purtroppo la situazione emersa in Italia non promette niente di buono.

Salvatore Rondello

IL SUICIDIO

tria centeno

Quel che non funziona fra l’Italia e Bruxelles si riassume nella giornata di oggi che vede Mário Centeno a Roma. All’ora di pranzo il presidente dell’Eurogruppo è in via XX Settembre con il ministro dell’Economia Giovanni Tria. All’ora del caffé, a Palazzo Chigi dal premier Giuseppe Conte. Prima del tramonto sarà sulla strada dell’aeroporto, avendo fatto migliaia di miglia aree senza incrociare le due persone con le quali dovrebbe sedersi per fare la differenza nella crisi attuale dell’area euro: i due viceministri che decidono in Italia, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Centeno, ministro delle Finanze del Portogallo, non ha osato chiamare i vicepremier per proporre un incontro perché avrebbe infranto il protocollo: Tria si sarebbe visto messo da parte e delegittimato dalla sua stessa controparte europea. Quanto a Di Maio e Salvini, non hanno mai cercato il tempo di un caffé con Centeno, con il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis o con il commissario agli Affari monetari Pierre Moscovici.

Così, mentre la crisi fra Roma e Bruxelles si è avvitata, le due parti continuano a giocare al buio: ciascuna male informata sul modo nel quale l’altra pensa e si prefigura un finale di partita. In questo la vertenza italiana del 2018 è davvero diversa da quella greca del 2015. Allora Alexis Tsipras scambiava accuse continue con le figure di punta dell’Unione europea, ma almeno le incontrava e poi, da leader, era in grado di decidere per la Grecia. In Italia invece chi parla con gli ambienti europei sui problemi dell’economia non ha potere e chi ha potere non parla con gli ambienti europei. Le parti di sfidano ma non si conoscono. È anche per questo che producono cortocircuiti come quello di ieri, quando Tria ha individuato una ‘défaillance tecnica’ nelle previsioni della Commissione Ue che fissano al 2,9% del prodotto lordo (Pil) il deficit per il 2019.

È probabile che né la Commissione Ue né il Tesoro di Roma abbiano ragione e gli errori di stima di entrambi si spieghino con ragioni politiche. Il governo vede un deficit non oltre il 2,4% del Pil l’anno prossimo sulla base di una crescita complessiva dello 0,9% del prodotto reale e dell’1,8% dei prezzi; questa stima sembra davvero troppo ottimistica perché l’economia e i prezzi molto probabilmente cresceranno meno di quanto dica il governo. La Commissione invece vede un deficit italiano più alto, fino al 2,9% del Pil nel 2019 e al 3,1% nel 2020,  sulla base di una crescita del prodotto reale dell’1,2% l’anno prossimo e dell’1,3% dei prezzi. A un disavanzo tanto più elevato rispetto ai piani del governo i tecnici di Bruxelles arrivano in base a vari fattori tutti credibili: uno 0,1% di deficit in più già nel 2018, che poi si trascinerà all’anno prossimo; un altro 0,15% di deficit in più da interessi sul debito, a causa dell’aumento già avvenuto sul rischio Italia; più un ulteriore 0,1% di deficit in più dovuto alla più bassa crescita del complesso dell’economia in termini reali e dei prezzi. In sostanza Bruxelles vede uno 0,35% in più di deficit ma riesce ad arrotondare fino a 0,50%. Proprio ciò permette di mostrare che il disavanzo salirà al 2,9% nel 2019 (dunque sarà il più alto dell’area euro) e soprattutto sopra il 3,1% nel 2020. Ciò giustificherebbe la necessità di applicare subito una procedura piuttosto aggressiva come previsto dal protocollo dell’Ue.

In sostanza a Roma, per ragioni politiche, si cerca di far apparire artificiosamente un po’ migliore lo stato dei conti; a Bruxelles per ragioni opposte non si fanno sconti. È quasi sicuro che fra pochi giorni l’Ufficio parlamentare di bilancio italiano, che è indipendente da entrambi, correggerà in peggio del stime del Tesoro ma in meglio quelle di Bruxelles. È probabile poi che l’economia si fermi o vada in recessione presto, proprio a causa dell’incertezza creata dal governo, quindi alla fine lo stato dei conti nel 2019 potrebbe rivelarsi anche più preoccupante di come indica oggi la Commissione Ue. Ma questa sfida mostra quanto quello in corso sia un dialogo fra sordi, fra forze che non si capiscono. Oggi la questione dell’Italia è molto più pericolosa e complicata di quanto è successo in Grecia. L’attuale governo Conte va per la sua strada senza ascoltare neanche le valutazioni fatte dalle autorevoli istituzioni economiche dello Stato come l’Istat, la Banca d’Italia o l’Ufficio parlamentare di bilancio.

Proprio oggi, il vice direttore generale della Banca d’Italia, Luigi Signorini, in audizione davanti alle commissioni bilancio di Camera e Senato sulla manovra, ha detto: “L’aumento dello Spread è già costato al contribuente quasi 1,5 miliardi di interessi in più negli ultimi sei mesi, rispetto a quanto si sarebbe maturato con i tassi che i mercati si aspettavano ad aprile. Il costo sarebbe di oltre 5 miliardi nel 2019 e circa 9 nel 2020, se i tassi dovessero restare coerenti con le attuali aspettative dei mercati. L’aumento dello spread sovrano si ripercuote sull’intera economia e la crescita dei tassi di interesse sul debito pubblico ha un effetto in qualche modo comparabile a una stretta monetaria, rischiando di vanificare tutto l’impulso espansivo atteso dalla politica di bilancio. Le misure di condono fiscale potrebbero determinare disincentivi all’adempimento regolare degli obblighi tributari; andrebbero quindi considerate con molta attenzione”. Signorini ha anche ricordato che per abbattere lo spread sono importanti i segnali che percepiscono gli investitori.

Dunque, non si tratterebbe di una manovra a favore degli italiani ma contro gli italiani. A questo punto sarebbe doveroso chiedersi perché.

Oggi, durante la conferenza stampa a Roma assieme al ministro dell’Economia, Giovanni Tria, il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, ha affermato: “All’ultima riunione dei ministri delle Finanze dell’area euro ci stava un chiaro supporto alla valutazione della Commissione europea sulla manovra dell’Italia e sottolineo anche l’importanza che nell’ambito delle regole, ma anche oltre le regole, deve esserci sulla sostenibilità del Bilancio. È importante che in ogni paese le Politiche siano sane, sostenibili e che i Bilanci pubblici siano orientati in maniera tale da garantire la finanziabilità del debito sul mercato, ha avvertito”.

Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, nella stessa conferenza stampa, ha affermato:  “Per evitare una procedura di infrazione Ue sulla base della lettera delle regole dovremmo fare una manovra di restrizione fiscale violentissima, dovremmo andare a un deficit dello 0,8% del Pil che per una economia in forte rallentamento sarebbe un suicidio, non credo che nemmeno la Commisione Ue se la aspetti”.

A conclusione dell’incontro di Centeno a Roma, le posizioni dell’Italia con Bruxelles sono rimaste ferme. Sembra proprio che il Governo Conte stia provocando l’Ue per la bocciatura della manovra. Ma a chi giova fare una manovra finanziaria irresponsabilmente per farla bocciare dall’Unione europea? Non certo all’Italia e nemmeno agli italiani.

Roma, 09 novembre 2018

Salvatore Rondello

DEFAILLANCE

tria 5L’Italia sarebbe il fanalino di coda in Europa per la crescita. Nel triennio 2018/2020, stando alle previsioni economiche d’autunno della Commissione Europea diffuse oggi, l’economia italiana resterà la tartaruga sia dell’Eurozona che dell’Ue, fatta eccezione per il 2020, quando, sempre secondo le stime dell’esecutivo comunitario, l’Italia supererà di un soffio il Regno Unito, che tuttavia per allora dovrebbe essere già fuori dall’Unione. La Commissione Europea ha tagliato il Pil 2018 dell’Italia da 1,3% a 1,1%, ritoccando anche quello 2019 e 2020, ed ha rivisto al rialzo le stime sul deficit italiano, che nel 2018 salirebbe a 1,9%, per poi schizzare al 2,9% nel 2019 e sfondare il tetto del 3% nel 2020.
Durante la conferenza stampa a Bruxelles, il commissario europeo agli Affari Economici e Finanziari, Pierre Moscovici, ha osservato: “Tali stime divergono con quelle presentate dal governo, principalmente perché le nostre proiezioni di crescita sono più conservative e quelle sulla spesa sono più elevate di quelle del Mef, a causa dei costi più elevati del servizio del debito, dovuto al rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato. Le nostre previsioni sono basate sulle informazioni contenute nel documento programmatico di bilancio. La situazione potrebbe risultare diversa, ma dipende da che cosa ci manderanno la prossima settimana. Spero che troveremo una soluzione comune, e che l’Italia rimanga quello che è, un grande Paese al cuore della zona euro. Con l’Italia sulla manovra economica, spero che ci sia un riavvicinamento, sicuramente. Spero che troveremo una soluzione comune. Se questo lo chiamate compromesso, va bene. Ma se l’idea è quella di incontrarsi a metà strada (‘couper la poire en deux’, espressione francese che letteralmente significa tagliare la pera a metà) non vedo come sia possibile. Il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno, andrà domani a Roma. Non c’è dubbio che questo incontro sarà utile: spero che sarà fruttuoso. Da parte mia continuo ad essere, sempre, in un atteggiamento di dialogo con l’Italia. Il confronto non è mai ‘bon ton’; il dialogo è sempre il buon metodo e lo perseguirò. Sono convinto che Mario Centeno andrà a Roma anche lui con questo atteggiamento a Roma, con un messaggio molto chiaro, dato dall’Eurogruppo lunedì scorso. I ministri delle Finanze, tutti, appoggiano l’analisi della Commissione e sostengono la Commissione in questa sfida di dialogo. Abbiamo fiducia. Vorrei dire a coloro che vorrebbero ridurre il tutto ad un dibattito tra un Paese e la Commissione che la Commissione non è sola. La Commissione non è una burocrazia senz’anima, completamente scollegata da tutto: i ministri delle Finanze rappresentano dei popoli, e anche noi siamo stati investiti democraticamente, esattamente come accade ai ministri da parte dei Parlamenti nazionali”.
Secondo il ministro dell’Economia, Giovanni Tria,: “Le previsioni della Commissione europea relative al deficit italiano sono in netto contrasto con quelle del Governo italiano e derivano da un’analisi non attenta e parziale del Documento Programmatico di Bilancio, della legge di bilancio e dell’andamento dei conti pubblici italiani, nonostante le informazioni e i chiarimenti forniti dall’Italia. Ci dispiace constatare questa défaillance tecnica della Commissione che non influenzerà la continuazione del dialogo costruttivo con la Commissione stessa in cui è impegnato il Governo italiano. Rimane il fatto che il Parlamento italiano ha autorizzato un deficit massimo del 2,4% per il 2019 che il Governo, quindi, è impegnato a rispettare”.
Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in una nota ha rimarcato: “Le previsioni di crescita della Commissione Ue per il prossimo anno, sottovalutano l’impatto positivo della nostra manovra economica e delle nostre riforme strutturali. Andiamo avanti con le nostre stime sui conti pubblici, sulla crescita che aumenterà e sul debito e il deficit che diminuiranno. Non ci sono i presupposti per mettere in discussione la fondatezza e la sostenibilità delle nostre previsioni. Per questo riteniamo assolutamente inverosimile qualsiasi altro tipo di scenario sui conti pubblici italiani. Il deficit diminuirà con la crescita e questo ci permetterà di far diminuire il rapporto debito/Pil al 130% nel prossimo anno e fino al 126,7% nel 2021. L’Italia non è affatto un problema per i Paesi dell’Eurozona e dell’Unione europea, ma anzi contribuirà alla crescita di tutto il continente. Le riforme strutturali che mettiamo in campo, dalla riforma dei centri per l’impiego alla semplificazione del codice degli appalti, alla riforma del codice e del processo civile insieme al piano investimenti, daranno maggiore impulso alla crescita rispetto a quanto previsto dalla Commissione Ue. Sulla base di queste valutazioni guardiamo positivamente agli sviluppi del dialogo intrapreso con le Istituzioni europee”.
Secondo le stime dell’Ue, per quanto riguarda la crescita attesa del Pil dell’Italia nel 2019, la crescita sarà sostenuta dalla ripresa delle esportazioni e dalla spesa pubblica più elevata, è prevista al rialzo di 0,1 punti percentuali rispetto allo scorso luglio, al +1,2% in termini reali. Nel 2018 la crescita attesa è invece dell’1,1%, mentre nel 2020 dovrebbe salire all’1,3%.
Per quanto riguarda il rapporto tra deficit e Pil del nostro Paese, secondo le previsioni della Commissione subirà un netto deterioramento, a partire dall’anno venturo: dopo essersi assestato al 2,4% nel 2017 a causa dei costi dei salvataggi bancari, nel 2018 dovrebbe declinare all’1,9%. Nel 2019, è stimato al 2,9% del Pil, a un soffio dalla soglia del 3%, poiché la spesa pubblica aumenterà in modo significativo dopo l’introduzione di un piano di reddito minimo, e ci saranno una flessibilità più elevata per i pensionamenti anticipati e un aumento dei fondi per gli investimenti pubblici.
Il saldo strutturale è previsto deteriorarsi al -3% del Pil (potenziale) nel 2019. Nel 2020 il deficit è previsto al 3,1% del Pil, sopra la soglia del 3% (la previsione non considera l’aumento delle aliquote Iva, già legiferato come clausola di salvaguardia, dato che in passato non è stato mai attuato, poiché ha un impatto depressivo sull’economia). Il saldo strutturale è previsto al -3,5% del Pil (potenziale).
Per quanto riguarda l’elevato debito pubblico dell’Italia, secondo le previsioni della Commissione Europea, è previsto stabile intorno al 131% del Pil nel triennio 2018-2020. Il motivo è il deterioramento del bilancio pubblico, unito ai rischi al ribasso per la crescita nominale. Il rapporto tra debito e Pil, dal 131,2% del 2017, dato acquisito, è stimato al 131,1% nel 2018, al 131% nel 2019 e al 131,1% nel 2020. Per la Commissione, l’aumento del deficit, insieme ai tassi di interesse più elevati e a cospicui rischi al ribasso, mette in pericolo la riduzione dell’elevato rapporto tra debito e Pil dell’Italia. I prezzi al consumo, cioè l’inflazione, sono visti in aumento dell’1,3% quest’anno, dell’1,5% nel 2019, principalmente per effetto dell’aumento dei prezzi del petrolio, mentre sono previsti al +1,4% nel 2020. Il tasso di disoccupazione è previsto in calo dall’11,2% del 2017 al 10,7% quest’anno, al 10,4% nel 2019 e al 10% nel 2020.
Moscovici ha osservato: “Il costo del debito, cioè il rendimento dei titoli di Stato, è rimasto pressoché stabile nell’Eurozona, ad eccezione del debito italiano, dove i rendimenti e lo spread Btp-Bund sono notevolmente aumentati da qualche mese a questa parte. Tuttavia, si tratta di una crescita non enorme, se vista in una prospettiva storica e non ci sono stati effetti di contagio verso altri Paesi dell’area euro”.
Secondo la Commissione europea, le prospettive di crescita dell’Italia sono soggette ad un’elevata incertezza, con rischi al ribasso intensificati. Una crescita prolungata dei rendimenti dei titoli di Stato peggiorerebbe le condizioni di raccolta per le banche e ridurrebbero ulteriormente l’offerta di credito, mentre la spesa pubblica potrebbe scoraggiare gli investimenti privati.
Anche il Fondo monetario internazionale ha lanciato un allarme sull’Italia. Il FMI fa notare come il nostro Paese si mantenga in una consistente incertezza al punto tale che l’effetto contagio potrebbe essere notevole in Europa. Per ora, fanno notare dall’Fmi, l’Italia ha registrato un aumento dei rendimenti ai massimi degli ultimi quattro anni, ma le ricadute sugli altri mercati sono state piuttosto contenute.
Nella prima metà del 2018 in Europa la crescita è proseguita anche se a un ritmo più basso del previsto e il Pil dovrebbe rallentare la corsa dal +2,8% dello scorso anno al +2,3% nel 2018 e a +1,9% il prossimo anno. I rischi sono aumentati, spiega l’Fmi, con tensioni nel breve periodo legate all’aumento delle politiche protezionistiche. Nel medio termine, invece, a pesare sull’economia europea sono i pericoli legati ai ritardi sugli aggiustamenti di bilancio e sulle riforme strutturali. Ma anche, ammonisce il rapporto, c’è un rischio per la crescita, legato a una eventuale Brexit senza accordo fra Londra e Bruxelles.
Il Fondo ha rinnovato, pertanto, l’invito ai Paesi con l’indebitamento maggiore a ridurre il livello. Il Fmi ha concluso: “L’esigenza di ridurre l’indebitamento è particolarmente forte in alcuni Paesi con vulnerabilità significative come l’Italia e la Turchia”.
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ricevendo al Quirinale i cavalieri del lavoro, ha detto: “L’economia italiana presenta buoni fondamentali, a cominciare da quelle risorse di cittadini e imprese rappresentate dal risparmio delle famiglie e dall’avanzo della bilancia commerciale. Siamo in grado di fronteggiare le difficoltà che abbiamo davanti. Possiamo crescere, e raggiungere migliori livelli di giustizia sociale. La più diffusa consapevolezza del bene comune aumenta la fiducia e la sicurezza nella società. Abbiamo assolutamente bisogno di ispirare fiducia. Le imprese lo sanno. Vanno garantiti equilibri che rafforzino le nostre imprese e tutelino il risparmio degli italiani, riducano le aree di povertà, consentano di ammodernare le infrastrutture. Parliamo di equilibri dinamici, che vanno continuamente verificati guardando ciò che accade fuori da noi, nella Ue, che resta vitale per il nostro futuro, nei mercati interdipendenti che sono esposti a brusche variazioni in conseguenza di vari fattori di instabilità. Il lavoro resta la vera priorità, la bussola di ogni nostro sforzo. Per questo l’impegno degli imprenditori a rendere più forti le loro aziende, a investire, a cercare nuovi mercati, a innovare, a migliorare la qualità dentro e fuori la fabbrica e l’impatto con l’ambiente esterno è altamente prezioso. Sarebbe un errore pensare di determinare i nostri equilibri economici e sociali, come se questi rispondessero soltanto a un orizzonte interno. Viviamo in un mondo in cui si moltiplicano le interdipendenze. Abbiamo bisogno di un’Europa che dia priorità a uno sviluppo equilibrato ed è necessario privilegiare interventi che favoriscano investimenti pubblici e privati. Il messaggio che vorrei trarre è che dobbiamo essere capaci di mettere il bene comune al centro della nostra azione. Esiste il proficuo confronto tra idee diverse, c’è il contrasto di interessi, ma nessuno deve perdere di vista l’interesse comune, né, tantomeno, il domani di chi verrà dopo di noi. Di questi giovani che esprimono così grandi valori e risorse. Non c’è calcolo di breve periodo che possa giustificare il rischio di comprimere un potenziale di sviluppo per l’intera comunità”.
Secondo il Presidente della Repubblica: “Lo sviluppo sostenibile del Paese è strettamente connesso alla sua unità. L’Italia diverrà più forte se riuscirà a ridurre i divari esistenti tra Nord e Sud, tra città e aree interne, tra territori dotati di infrastrutture moderne ed efficienti e zone strutturalmente più svantaggiate. L’unità nazionale non è soltanto un dato territoriale. L’unità si fonda sulla coesione della società, ed è minacciata dagli squilibri, dalle diseguaglianze, dalle marginalità, dalla mancata integrazione. Per questo il lavoro, come indica la nostra Costituzione, è elemento basilare dell’unità. Il lavoro per tutti: obiettivo a cui le politiche pubbliche devono tendere costantemente, cercando di rimuovere gli ostacoli che ne impediscono il pieno raggiungimento. L’Italia può superare il periodo di difficoltà che sta vivendo ma è essenziale ispirare fiducia”.
Così, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, consegnando oggi al Quirinale le Insegne di Cavaliere del Lavoro, ha lanciato un messaggio di ottimismo verso il futuro del paese.
Il significativo messaggio del Presidente Mattarella avrà riscontro nei fatti politici messi in atto dall’attuale Governo che, con la finanziaria, ha lanciato una sfida all’Europa ed alle più significative ed importanti istituzioni monetarie, finanziarie ed economiche del mondo?

Ue, Italia ultima per la crescita. Governo contesta i dati

pierremoscovici-465x390L’Italia maglia nera d’Europa dopo il piccolo passo in vanti degli ultimi due anni il BelPaese fa un lungo passo indietro e si arresta dietro agli altri Paesi comunitari. Le previsioni Ue tagliano il Pil 2018 da 1,3% a 1,1%, e ritoccano quello 2019 da 1,1% a 1,2%. “Dopo una crescita solida nel 2017 l’economia italiana ha rallentato nella prima metà di quest’anno per l’indebolimento dell’export e della produzione industriale. Una ripresa degli export e una maggiore spesa pubblica sosterranno la crescita moderatamente ma l’associato rischio nel deficit, assieme ad interessi più alti e considerevoli rischi al ribasso, mette in pericolo la riduzione dell’alto debito”, si legge nel testo.
Bruxelles rivede al rialzo le stime sul deficit italiano: nel 2018 dall’1,7% previsto in primavera sale a 1,9%, per poi schizzare al 2,9% nel 2019 “a causa delle misure programmate” come reddito di cittadinanza, riforma Fornero e investimenti pubblici che “aumenteranno significativamente la spesa”. Nel 2020 sfonda il tetto del 3%, raggiungendo il 3,1%. La Ue precisa che tale cifra non tiene in considerazione la clausola di salvaguardia, cioè l’aumento dell’Iva, data la “sistematica sterilizzazione”. Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, risponde però che le previsioni Ue “sottovalutano l’impatto positivo della nostra manovra economica e delle nostre riforme strutturali. Andiamo avanti con le nostre stime sui conti pubblici, sulla crescita che aumenterà e sul debito e il deficit che diminuiranno. Non ci sono i presupposti per mettere in discussione la fondatezza e la sostenibilità delle nostre previsioni. Per questo riteniamo assolutamente inverosimile qualsiasi altro tipo di scenario sui conti pubblici italiani”.
Mentre il ministro Tria si dice “dispiaciuto” della “défaillance tecnica della Commissione”. E aggiunge: che la “defaillance tecnica” non “influenzerà la continuazione del dialogo costruttivo con la Commissione stessa in cui è impegnato il Governo italiano. Rimane il fatto che il Parlamento italiano ha autorizzato un deficit massimo del 2,4% per il 2019 che il Governo, quindi, è impegnato a rispettare”.
“La qualità del lavoro della Commissione Ue e la sua imparzialità non possono essere messe in causa”, per questo le stime di Bruxelles, diverse da quelle del governo italiano, “non devono prestarsi alla minima polemica”. Così il commissario Pierre Moscovici. “L’Italia non è stata oggetto di un trattamento particolare ma ha avuto lo stesso di tutti gli altri Paesi”, con cui “sono abituali scarti tra le previsioni”, ha detto Moscovici. “L’Italia non è sola in questa situazione”, c’è già stata anche “con i governi precedenti”.

Draghi all’Italia, ineludibile ridurre il debito

Draghi-EurozonaAll’eurogruppo di lunedì scorso, il presidente della Bce Mario Draghi, durante la riunione alla quale ha partecipato il ministro dell’Economia Giovanni Tria, ha insistito sulla necessità che l’Italia riduca il suo debito elevato. E’ quanto si apprende da fonti europee. Prendendo la parola nella riunione dei ministri dell’Economia dell’Eurozona dedicata all’Italia, Draghi ha sottolineato come ridurre il debito sia una responsabilità che va al di là di quanto richiesto dalle regole europee.

L’ultimo Consiglio direttivo della Banca centrale europea ha deciso di indicare l’italiano Andrea Enria come prossimo presidente del Consiglio di Vigilanza bancaria. La proposta di Enria, attualmente presidente dell’Autorità bancaria europea, sarà sottoposta al vaglio formale dell’Europarlamento.

Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea lo ha preferito alla numero due della Banca centrale irlandese Sharon Donnery.

Per un anno dunque le due massime autorità della Bce saranno a guida italiana: Mario Draghi, in scadenza a fine ottobre 2019, e Andrea Enria, che resterà in carica per 4 anni e succede alla francese Danièle Nouy. Ora la sua nomina dovrà essere confermata dal Parlamento europeo e dal Consiglio europeo formato dai Governi nazionali. Enria sarà a capo di un istituto, la Bce, che esercita la vigilanza diretta sulle maggiori 118 banche dell’Eurozona, che detengono quasi l’82% degli attivi bancari nell’area dell’euro. Le banche più piccole continuano a essere sottoposte alla vigilanza esercitata dalle autorità nazionali competenti in stretta collaborazione con la Bce. La Bce può comunque decidere in ogni momento di assumere la vigilanza diretta di un qualsiasi istituto al fine di assicurare l’applicazione coerente di standard di vigilanza elevati.

La proposta finale spettava al Consiglio direttivo della Bce che si è espresso con 21 voti e non 25 (i 19 governatori delle banche centrali della zona euro e i 6 membri del board della Bce), in virtù del sistema di rotazione che disciplina l’assegnazione dei diritti di voto, in vigore dal 1° gennaio 2015 con l’ingresso della Lituania nell’euro. La rotazione, che esclude dalla votazione quattro membri del Council, sembrava in effetti favorire Enria perché questo mese non votano tre Paesi considerati falchi come Lettonia, Lituania e Lussemburgo e non ha votato neppure il governatore della Banca centrale francese, visto vicino alla posizione della Germania.

Andrea Enria, 57 anni, spezzino, laureato alla Bocconi, dal 2008 al 2010 è stato a capo della supervisione bancaria della Banca d’Italia. Dal 1º marzo 2011 è stato il primo presidente dell’Autorità bancaria europea (e la conseguente gestione degli stress test bancari) per la quale nel 2015 è stato riconfermano per un secondo mandato di presidenza. Enria ha contribuito a creare l’Eba, l’authority che il prossimo anno si trasferirà da Londra a Parigi in seguito alla Brexit. L’Eba ha fissato gli standard patrimoniali per le banche che la Bce ha poi fatto rispettare nella sua attività di supervisione.

Tanto Enria quanto Donnery sono considerati falchi moderati, non colombe: tuttavia i Paesi core appoggiano più Donnery, i periferici più Enria. Detto questo, il conteggio delle possibili preferenze tra l’italiano e l’irlandese (servono come minimo 11 voti per divenire chair dell’SSM) dava incerti i due voti della Spagna (il vice-presidente Bce Luis de Guindos e il Governatore del Banco de España Pablo Hernández de Cos) e del Governatore irlandese della Central Bank of Ireland, Philip R. Lane. Un testa a testa dall’esito incerto fino all’ultimo istante. Enria negli ultimi giorni aveva conquistato terreno rispetto a Donnery disposta a rinunciare all’SSM per divenire governatrice della Banca centrale irlandese e spianare la strada al governatore Philip Lane per il posto del capo economista Peter Praet che si libera nel giugno 2019.

Durante il recente voto nel comitato dei coordinatori che si occupano di finanza e mercati al Parlamento europeo si era verificato un pareggio tra Enria e Donnery. Sarebbe stata la mancanza del voto del coordinatore della Lega, assentatosi al momento del voto, a far mancare a Enria il voto della vittoria.

S. R.

Ue all’Italia: “Se manovra non cambia procedura”

tria

Ieri all’Eurogruppo la discussione è stata caratterizzata dalla ‘pacatezza dei toni sul Bilancio dell’Italia. Secondo fonti del ministero dell’Economia, sentite a Bruxelles, il messaggio portato dal ministro Giovanni Tria è che l’Italia è d’accordo sul rispetto delle regole, che non vuole infrangerle, vuole evitare le tensioni su mercati e spread e proseguire con il dialogo alla ricerca di un compromesso. Tria però ha ribadito e difeso le ragioni della posizione espansiva scelta dal governo sulla manovra, perché la si ritiene necessaria per rilanciare la crescita.

L’Italia, ha detto Tria, secondo quanto riportano le fonti, non rappresenta una minaccia né per la stabilità, né per le regole europee.

Rispondendo ai cronisti, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha detto: “La manovra non cambia, stiamo discutendo dobbiamo rispondere alla Commissione entro il 13 novembre, non è che rispondo qui. Abbiamo studiato la manovra, i dati e la strategia. Il colloquio, il dialogo sarà con la Commissione, che è il nostro interlocutore in questa fase, noi risponderemo entro i termini prestabiliti alla Commissione. Insomma, oggi, non c’è né scontro né compromesso. L’Eurogruppo ha invitato a continuare il dialogo con la Commissione”.

Quanto all’impegno a ridurre il debito pubblico, a cui la Commissione sembra non credere, Tria ha affermato: “C’è scritto nella nostra manovra: le nostre stime sono che il debito scenderà di 4 punti percentuali nei tre anni. Il dialogo continuerà, certo abbiamo qualche disaccordo ma questo non vuol dire che non possiamo avere un dialogo costruttivo tra la Commissione Ue e l’Italia, è una cosa abituale tra i Paesi e la Commissione.  Dobbiamo spiegare alla Commissione, ma non posso anticipare ora la risposta sulla manovra che verrà data entro il 13 novembre a Bruxelles come richiesto”.

Pierre Moscovici, il commissario Ue agli affari economici, ha detto: “Ci aspettiamo una risposta forte e precisa da parte del governo italiano e i prossimi passi dipendono dalla qualità della risposta, la palla è nel campo dell’Italia da cui attendiamo una manovra rivista, e il primo punto è quindi averne una, ha detto il commissario Ue agli affari economici. Il 13 novembre non è la fine del mondo ma solo un nuovo passo, però una cosa è essere flessibili nell’interpretazione delle regole, un’altra è essere fuori dalle regole”.

Valdis Dombrovskis, il vicepresidente della Commissione, ha detto: “La Commissione Ue  sta considerando la procedura per debito contro l’Italia e per questo sta anche preparando il rapporto sul debito. Lo abbiamo fatto anche gli anni scorsi, concludendo che l’Italia era sostanzialmente in linea con i requisiti del Patto e quindi non abbiamo aperto la procedura. Ma in questo caso, se il Documento programmatico di bilancio non cambia materialmente, dobbiamo riconsiderare le conclusioni. La correzione della manovra italiana dovrà essere considerevole. Numericamente l’Italia avrebbe dovuto assicurare un miglioramento del deficit strutturale di 0,6% invece c’è un peggioramento di 0,8%. Pari a una deviazione dell’1,4%. E’ una deviazione molto ampia”.

Intanto, il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha lasciato la riunione dell’Ecofin in anticipo sulla fine dei lavori, per rientrare a Roma per il vertice al Cdm. Il ministro non ha quindi partecipato al tradizionale incontro con la stampa, previsto alla fine della due giorni di lavori.

Dopo l’Eurogruppo, non è emerso niente di nuovo sulla legge di bilancio neanche dall’Ecofin. Ci sarà forse un dialogo tra le parti, ma sembrerebbe quello tra sordi che non vogliono sentire. Di fatto si starebbe assistendo al muro contro muro tra Ue e governo italiano. Bisognerà attendere la risposta scritta entro il prossimo tredici novembre per verificarne gli effetti.

Salvatore Rondello