Allarme Ocse e Oms: “In Italia pochi infermieri”

Italia nella bassa classifica del rapporto tra infermieri e abitanti con servizi e assistenza a rischio.

infermieri Parla chiaro l’Ocse: “Gli italiani invecchiano e la domanda di assistenza sanitaria sale. La popolazione italiana è una delle più vecchie al mondo: quasi il 20% supera i 65 anni di età e, secondo i dati Istat, nel 2050 circa l’8% degli italiani avrà più di 85 anni. Il sistema sanitario italiano, al momento, potrebbe non essere in grado di far fronte a questi cambiamenti, in particolare per quanto riguarda il rinnovo e l’assunzione del personale infermieristico. Si calcola che la carenza di infermieri, già importante soprattutto al Nord, aumenti ogni anno a causa dello squilibrio tra i pensionamenti (17 mila all’anno) e le nuove assunzioni (8 mila all’anno).

Parla chiaro anche l’Oms che lo ha ribadito anche durante la sua 68esima Assemblea generale svolta dal 17 al 20 settembre a Roma: “L’Italia deve affrontare un quadro di malattie croniche – principalmente a causa dell’invecchiamento della popolazione, che ti chiedono una risposta assistenziale complessa, proattiva, personalizzata”.
Per farlo secondo l’Oms l’Italia deve rispondere ad alcune sfide tra cui oltre a difendere meglio l’accesso universale all’assistenza (“una parte della popolazione ha esigenze sanitarie che non ricevono assistenza” secondo l’Oms, specie in alcune Regioni creando diversità e disuguaglianze), deve aumentare ancora una volta il numero di infermieri: “complessivamente il numero degli operatori del sistema sanitario è cresciuto negli ultimi dieci anni ma il numero di infermieri rimane basso: 6.5 ogni 1000 abitanti, mentre la media UE è di 8.4.”.

“Lavoriamo a provvedimenti concreti, per questo stiamo pensando di creare un gruppo tecnico stabile tra ministero, Fnopi e rappresentanze dei cittadini – ha dichiarato il ministro della Salute Giulia Grillo, garantendo il suo interessamento sia per la carenza, sia per la copertura del contratto appena chiuso, ma anche per le specializzazioni degli infermieri a una delegazione dei vertici FNOPI -. Quando parliamo di infermieri, parliamo di 440mila persone che lavorano tutti giorni, tutte le notti, Natale, Pasqua, Capodanno! Non abbiamo la bacchetta magica, ma abbiamo tanta buona volontà, e posso assicurare che il ministro è al lavoro su tutti i dossier e anche su questo perché dobbiamo dare risposte agli infermieri e a tutti coloro che garantiscono la salute dei nostri cittadini”.

Secondo i documenti internazionali di Ocse e Oms, alla luce di una popolazione che invecchia (22% sopra i 65 anni nel 2015, la più anziana in Europa) che spende pochi anni in buona salute (7,7 anni rispetto a 9,4 in media nell’OCSE) e crescenti necessità per un’assistenza sanitaria di lungo termine, Il numero di infermieri laureati negli ultimi 20 anni è vero che è comunque aumentato , grazie a un migliore iter formativo e a un cambiamento nei requisiti d’ingresso per incentivare l’iscrizione. Ma non basta: il numero di infermieri laureati rimane il quinto più basso nell’Ocse (20,6 per 100 000 persone rispetto alla media Ocse di 46).

E parlano chiaro i dati internazionali, che si affiancano alla carenza già denunciata dalla FNOPI di non meno di 51-53mila infermieri: l’Italia tra i paesi Ocse è al 24° posto (su 35 paesi) nel rapporto infermieri ogni 1000 abitanti (al 15° nell’Ue-28) e dopo di lei, Spagna a parte, ci sono nazioni che non brillano per l’organizzazione dei servizi sanitari, mentre ai primi posti ci sono i Paesi del Nord Europa (Norvegia, Svizzera, Danimarca, Islanda, Finlandia, la stessa Germania e così via), tutti a partire dai 7,9 infermieri per mille abitanti del Regno Unito (che pure chiede infermieri all’Italia) fino ai 17,7 della Norvegia.

In Italia in realtà la situazione va ogni anno peggiorando e si perdono in media tra i 2.500 e 4.500 infermieri l’anno: dal 2009 (anno dell’ultimo contratto e anno in cui sono iniziati i piani di rientro per le Regioni fortemente in deficit economico, quasi tutte del Sud) si sono perse 12.031 unità di personale.

La carenza di infermieri è considerata un grave rischio per i sistemi sanitari anche a livello internazionale.

La campagna “Nursing Now”, avviata quest’anno da Oms e Icn, l’International Council of Nurses, Consiglio internazionale delle infermiere, sottolinea anzitutto che senza interventi – ritenuti necessari e urgenti – nel 2030 mancheranno nel mondo 9 milioni di infermieri e aggiunge che è necessario migliorare la percezione degli infermieri, migliorare la loro influenza e massimizzare il loro contributo per garantire che tutti abbiano accesso alla salute e all’assistenza sanitaria.

La campagna Oms-ICN prevede entro la fine del 2020 di raggiungere cinque obiettivi, analoghi in gran parte a quelli già evidenziati nella ricerca Oasi 2017 dalla Sda Cergas Bocconi:

1. maggiori investimenti per migliorare la formazione, lo sviluppo professionale, gli standard, la regolamentazione e le condizioni di lavoro per gli infermieri;

2. maggiore e migliore diffusione di pratiche efficaci e innovative nell’infermieristica;

3. maggiore influenza per infermieri sulla politica sanitaria globale e nazionale, come parte di un più ampio sforzo per garantire che la forza lavoro della salute sia maggiormente coinvolta nel processo decisionale;

4. più infermieri in posizioni di comando e maggiori opportunità di sviluppo a tutti i livelli;

5. fornire ai responsabili politici e decisionali riferimenti per comprendere dove l’infermieristica può avere il maggiore impatto, cosa impedisce agli infermieri di raggiungere il loro pieno potenziale e come affrontare questi ostacoli.

Biotestamento. Via libera del Consiglio di Stato

cappato gallo

Via libera dal Consiglio di Stato all’attuazione del biotestamento, con il deposito oggi delle risposte ai quesiti del Ministro della Salute Giulia Grillo sulle Disposizioni anticipate di trattamento, con particolare riferimento alla Banca dati nazionale, contribuendo all’effettiva attuazione del testamento biologico. Il Consiglio di Stato dà così il via libera all’attuazione del biotestamento. “Con il parere reso oggi il Consiglio di Stato – sottolinea un comunicato – contribuisce all’effettiva attuazione del testamento biologico”. Con le Disposizioni anticipate di trattamento (Dat) – ricorda la nota di Palazzo Spada -ciascun individuo, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, può decidere “ora per allora” su eventuali trattamenti sanitari che potrebbero riguardarlo e sui quali in futuro non sarà in condizione di prestare il consenso; ciò avviene manifestando la propria volontà mediante la redazione di un atto specificamente previsto.

In particolare con il parere reso oggi il Consiglio di Stato ha ritenuto che “la banca dati nazionale – proprio perché le relative informazioni possono essere conosciute sull’intero territorio del Paese – su richiesta dell’interessato deve contenere copia delle Dat, compresa l’indicazione del fiduciario, salvo che il dichiarante non intenda indicare soltanto dove esse sono reperibili». Inoltre ha stabilito che il registro nazionale «è aperto anche a tutti coloro che non sono iscritti al Servizio sanitario nazionale”. E ancora: “Le Dat non hanno alcun vincolo di contenuto: l’interessato deve poter scegliere di limitarle solo ad una particolare malattia, di estenderle a tutte le future malattie, di nominare il fiduciario o di non nominarlo, ecc. Spetterà al Ministero della Salute mettere a disposizione un modulo-tipo per facilitare il cittadino a rendere le Dat”.

Soddisfazione esprimono Filomena Gallo e Marco Cappato, segretario e tesoriere dell’associazione Luca Coscioni: “Bene il parere del Consiglio di Stato, e bene anche la volontà della Ministra Giulia Grillo di non lasciar passare ulteriore tempi rispetto a termini di legge già scaduti per l’istituzione della Banca dati” “La Banca dati Nazionale sulle Disposizioni anticipate di Trattamento – continuano – consentirà che le stesse Dat siano rese note su tutto il territorio ai sanitari che dovranno attenersi a quanto previsto per legge ( 219/17). Chiediamo al Ministro al fine di rafforzare l’operatività della legge attraverso la Banca dati delle disposizioni anticipate di trattamento con un Decreto che preveda l’inserimento delle Dat nella tessera sanitaria regionale”.

Rai e Cdp. Voglia di Lottizzazione e scontro Lega-M5S

rai 8Il ministro della Salute Giulia Grillo ha assicurato che da ora in avanti, nel suo dicastero le nomine dei manager avverranno «solo per merito» e saranno fatte attraverso «selezioni pubbliche». «A cominciare» dal prossimo direttore generale dell’Aifa, l’agenzia italiana del farmaco. Se la promessa fosse realizzata, rappresenterebbe un’autentica rivoluzione. Comprensibile, quindi, l’enfasi con cui l’esponente Cinquestelle ha accompagnato il suo annuncio su Facebook.

Bene. Ma le altre nomine? Come verranno assegnate le 350 e passa poltrone che il governo gialloverde dovrà occupare da qui alla fine dell’anno? Per il momento sono al centro di trattative avvolte dal più stretto riserbo. Dalle poche indiscrezioni disponibili, sembra di capire però che Salvini e Di Maio, i due azionisti del governo Conte, hanno ingaggiato un duro scontro. La conferma verrebbe dai numerosi consigli di amministrazione scaduti e non ancora rinnovati. Con buona pace della trasparenza invocata e ostentata dal ministro della Salute.

In cima alla lista, c’è la Rai, la madre di tutte le lottizzazioni (Sfogliaroma 4 luglio 2018). Il consiglio di amministrazione dell’azienda radio-televisiva è scaduto il 30 giugno, ma dietro le quinte Lega e Cinquestelle hanno ingaggiato un vero e proprio braccio di ferro sui candidati alla sostituzione del direttore generale, Mario Orfeo, e del presidente, Monica Maggioni.

Stesso discorso per la Cassa Depositi e Prestiti. Anche qui il governo ha preso tempo, rinviando al 18 luglio la nomina del nuovo Consiglio di amministrazione. Quindi, al momento, non è dato sapere chi andrà alla guida della Cassa che, grazie ai risparmi postali degli italiani, dispone di un patrimonio di 410 miliardi di euro. Per il M5S, la Cdp dovrebbe diventare una sorta di Banca per gli investimenti, finanziando aziende di interesse pubblico e strategico nazionale: prima fra tutte l’Alitalia. Per il ruolo di amministratore delegato sono in corsa Marcello Sala, ex vicepresidente del cdg di Intesa San Paolo (caldeggiato dalla Lega) e Fabrizio Palermo, manager interno (attuale direttore finanziario) vicino a Cinquestelle. Il Tesoro invece punterebbe su Dario Scannapieco, ex vicepresidente della Bei, la Banca europea degli investimenti.

Ancora più complicata la situazione delle Ferrovie dello Stato. Lega e Cinquestelle non hanno mai digerito il blitz di Capodanno quando il governo Gentiloni, in carica per gli affari correnti, confermò per altri tre anni l’amministratore delegato Mazzoncini. Poi c’è il Gse, ossia il Gestore dei servizi energetici, che amministra 16 miliardi l’anno di incentivi alle rinnovabili. Scontro anche su questo fronte. L’avvio dell’era “post-Sperandini”, nonostante le promesse elettorali sulla trasparenza degli incentivi è ancora avvolto nella nebbia. Il 12 luglio l’assemblea dei soci Gse avrebbe dovuto fare i nomi del nuovo vertice. È finita con un nulla di fatto. L’assemblea si è infatti chiusa subito ed è stata aggiornata al 26 luglio.

Intanto, come ha rivelato il 12 luglio il quotidiano La Stampa, al meeting romano di Google sull’intelligenza artificiale, dove parlava Davide Casaleggio ed era vietato scattare foto e “divulgare notizie”, c’era una bella pattuglia di gran commis, a suo tempo “lottizzati” dal centrosinistra. Tra gli altri spiccavano Caio (ex Poste), Catania (ex Atm), Bassanini (ex Cdp), e Monica Maggioni (presidente Rai), che – come ha sottolineato maliziosamente uno dei presenti – se ne stava seduta vicino a Bernabè.

Felice Saulino
SfogliaRoma

Vaccini con il trucco. Obbligatori ma senza sanzione

vaccino

“I bambini che frequentano la scuola dell’obbligo che non sono al primo anno sostanzialmente non devono fare nulla. Mentre per quanto riguarda la prima iscrizione devono autocertificare che si sono vaccinati. Il termine del 10 luglio non diventa un termine perentorio”. Lo ha detto il ministro della Salute, Giulia Grillo, durante la conferenza stampa sul tema delle vaccinazioni che si è svolta questa mattina a Roma e alla quale ha partecipato anche il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti.

Un modo confuso di salvare capra e cavoli. I vaccini restano obbligatori ma per entrare a scuola basterà un’autocertificazione in cui si dirà che il proprio figlio ha fatto tutti i vaccini previsti dalla legge. In sostanza dal prossimo settembre non sarà più necessaria la certificazione di avvenuta vaccinazione da parte della Asl, la cui scadenza di presentazione era prevista per il 10 luglio 2018. I no vax, a cui i grillini hanno a lungo accarezzato il pelo, sono accontentati. E allo stesso tempo non si toglie l’obbligo. Un obbligo senza sanzione però. È come dire che non vi è nessun obbligo. È come creare un limbo normativo dove ognuno fa come vuole. Ma quando si parla di salute questo atteggiamento diventa pericoloso. Non si tratta di libertà di coscienza, ma di salute pubblica. E uno Stato, un governo, ha il dovere di tutelarla.

Il tutto tramite un atto amministrativo. “Si tratta solo con una proposta di legge parlamentare – ha infatti aggiunto il ministro della salute – noi faremo un testo serio. Ci vogliono i giusti tempi. Al momento abbiamo fatto solo un atto di semplificazione amministrativa”. Il commento di Beatrice Lorenzin, ex ministro della Salute, non si è fatto attendere: “L’obbligatorietà vaccinale non è il fine della legge Lorenzin ma il mezzo per raggiungere l’immunità di gregge, cioè proteggere la nostra popolazione da pericolose malattie”. “L’autocertificazione di per sé non è un male – ha aggiunto – ma c’è il tema dei controlli: chi garantirà che i bambini a scuola sono effettivamente in una condizione di sicurezza tale da permettere ad altri bambini troppo piccoli per essere vaccinati o non vaccinabili di frequentare in sicurezza le classi? Questa domanda rimane inevasa dalla circolare ministeriale”.

Vaccini. Psi: Salvini ministro unico del governo

matteo salviniSulla questione dei vaccini “garantisco l’impegno preso in campagna elettorale nel permettere che tutti i bimbi entrino in classe, vadano a scuola”, perché “la priorità è che i bimbi non vengano espulsi dalle classi” anche se non vaccinati. Lo ha affermato Matteo Salvini, ministro dell’Interno, intervenendo telefonicamente a RadioStudio54. A proposito di una eventuale rimozione degli obblighi vaccinali, Salvini ha puntualizzato che al governo “siamo in due, c’è un’alleanza Lega-M5s, bisogna ragionare anche con gli alleati, al ministro Grillo ho iniziato a parlare di questi temi”, e dunque “continueremo, perché ritengo che 10 vaccini obbligatori siano inutili e in parecchi casi pericolosi se non dannosi”, ha concluso il ministro Salvini. A tal proposito Giulia Grillo, che fin da quando si è insediata ha detto di essere favorevole ai vaccini, ha diffuso un comunicato stampa nel quale dice al ministero dell’Interno che spetta al suo ministero decidere sul tema. Inoltre, aggiunge, la politica può discutere dell’obbligo ma non del valore sanitario dei vaccini. Quello spetta ai tecnici. “I vaccini sono un fondamentale strumento di prevenzione sanitaria primaria. E in discussione a livello politico sono solo le modalità migliori attraverso le quali proporli alla popolazione”.
Sull’uscita da ‘campagna elettorale’ interviene il segretario del Psi, Riccardo Nencini che afferma sul suo profilo Facebook: “Salvini tra il funambolo e l’onnivoro come un caudillo sudamericano. Pontifica su tutto. Ora anche sui vaccini. Ma i suoi figli sono stati vaccinati? Tra non molto ci metterà nelle mani di stregoni e pistoleros”.

“Se continua così – aggiunge in una nota Enrico Buemi, responsabile Giustizia del Psi e già Senatore nella XVII Legislatura – Salvini nel giro di qualche giorno assumerà le intere competenze di tutti i Ministri del Governo”. “Un giorno dà la linea al Presidente del Consiglio Conte indicandogli se andare o no a Bruxelles, un altro giorno organizza blocchi navali davanti alla Libia, ovviamente come Ministro della difesa, un altro giorno ancora promette quello che di fatto è un maxi-condono nella sua qualità di Ministro dell’economia, quello vero, e oggi, per nostro diletto, impartisce direttive da Ministro della salute sulla questione dei vaccini”. “Considerando – continua Buemi – che nei ritagli di tempo libero continua a fare non il Ministro degli interni ma il capo della propaganda del disciolto Ministero per la sicurezza, di fascistica memoria, pensiamo che ormai rimanga solo la competenza del Ministero dell’istruzione libera dai suoi interventi, che aspettiamo comunque fiduciosi nella sua futura qualità di Ministro della cultura popolare. Ci chiediamo a questo punto – conclude Buemi – gli altri Ministri che cosa ci stiano a fare”.

Non si è fatta attendere la replica a Salvini dell’immunologo Roberto Burioni: “No, Ministro Salvini – scrive il professore sulla sua pagina Facebook – dieci vaccini non sono inutili e tantomeno dannosi. Sono gli stessi vaccini che vengono usati con identici tempi e identici modi in tutto il mondo. Sono i dieci vaccini che hanno salvato e salvano, in tutta sicurezza, milioni di vite”. “Ministro Salvini – prosegue Burioni – lei ha detto una cosa non rispondente al vero, perché quelli che riporto io sono fatti, suffragati da dati scientifici solidissimi. Quella che ha detto è una bugia, una bugia pericolosissima. E che a dirla – conclude il medico – sia chi ha la responsabilità della sicurezza del mio paese è una cosa che mi preoccupa molto”.

PARCO GIOCHI

Ilva-678x381Ancora in sospeso la questione Ilva, sulla quale si continua a ‘giocare’. Ieri l’idea del fondatore del Movimento Cinque Stelle aveva fatto discutere non poco, secondo Beppe Grillo “nessuno ha pensato di chiuderla” ma l’Ilva può essere riconvertita. Usando “circa 2,2 miliardi di euro che sono stati immessi in un fondo quando l’Europa si chiamava Ceca delle imprese del carbone e acciaio”. Essendo il più grande impianto siderurgico, per il fondatore del Movimento “potremmo fare come hanno fato nel bacino della Ruhr dove non hanno demolito, hanno bonificato”: Obiettivo, “rivalutare uno dei più bei golfi d’Europa”. Parole a cui ha subito replicato l’ex ministro del Mise, Carlo Calenda, che ha parlato del video di Grillo “da terrazza su mare stile grande Gatsby delirava su riconversione in parco giochi della prima acciaieria europea” e ironizza su twitter “la parte video ‘magari la riconvertiamo per farci un parco turistico’ e tutta l’altra roba onirica la consideriamo ottimisticamente come una ‘licenza poetica’ all’artista. Ci fermiamo al tweet. E speriamo che si eviti la chiusura”. A frenare Beppe Grillo è stato proprio l’attuale Capo del Mise e Capo politico del M5S, Luigi Di Maio che fa sapere che sull’Ilva “Grillo, come altri, in questo momento esprime opinioni personali”. Così a Radio Anch’Io su Radio Rai, il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio risponde a una domanda sull’ipotesi ventilata dal fondatore del Movimento di chiudere la fabbrica Ilva di Taranto e trasformarla in un parco, sul modello di quanto fatto in Germania in alcuni impianti. Sull’Ilva, ha aggiunto, “non prendo tempo” ma “non prendo una decisione finché non ascolterò le parti. Al Mise abbiamo diverse centinaia di dossier da affrontare: tutto sarà gestito con responsabilità, senza proclami”.
Poi, commentando l’opinione dell’ex titolare del Mise, Carlo Calenda, secondo cui invitare ai tavoli di crisi i rappresentanti politici locali è un errore, Di Maio ha sottolineato: “Calenda non è più ministro, adesso il ministro dello Sviluppo Economico sono io e se Calenda permette vorrei cambiare un po’ di cose. Poi, alla fine, saranno i cittadini a giudicarmi”.
Matteo Salvini, impegnato a Brindisi nell’ambito del suo tour elettorale per le amministrative, sulla questione Ilva afferma che “i posti di lavoro sono sacri” e soprattutto “nessuno pensa di chiudere domani, non siamo qua per chiudere” e che bisogna “produrre con compatibilità ambientale”.
Ma non è questione più di consenso dei cittadini una soluzione si deve trovare. Sta alla finestra la società Am Investco di Arcelor Mittal che lo scorso anno offrì una cifra ritenuta congrua dal governo e dai commissari, ma che non riesce a trovare un’intesa con i rappresentanti dei lavoratori e che non sa cosa farsene di una delle più grandi acciaierie d’Europa. In mezzo a questa miriade di problemi ci sono 11 mila lavoratori che temono la fine della cassa integrazione per il 31 luglio. Non a caso i sindacati Cgil-Fiom, Cisl-Fim e Uil-Uilm hanno scritto una lettera al ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, Luigi Di Maio, per chiedere “un incontro urgente” sull’Ilva per “conoscere le azioni che il governo intende mettere in campo”. Nella lettera i sindacati ricordano la “fase delicata” in sui si trova la trattativa con la società Am Investco “che dal primo luglio potrebbe prendere possesso degli stabilimenti senza un’intesa sindacale”.
“In questa fase di stallo continua a verificarsi ciò che da tempo denunciamo: ogni giorno di ritardo nella vicenda Ilva è un pezzo di terreno perso che danneggia tutti. Oggi al Pla2 l’ennesimo paradosso dove, nonostante lamiere pronte per la lavorazione della Cimolai, i saldatori vengono lasciati a casa perché l’azienda – a dire dei responsabili – non ha soldi per rinnovare i patentini degli operatori. Siamo in attesa di un nuovo incontro e che il governo avvii nuovamente la discussione su Ilva, ma intanto le condizioni dello stabilimento peggiorano”, così il segretario Fim Cisl, Valerio D’Alò.
In tutto questo non poteva mancare lo scontro in campo politico con oggetto ‘Ilva’, dove mesi in cui abbiamo assistito ai litigi tra Emiliano e Renzi, adesso è la volta degli screzi tra il senatore Luigi Vitali e il sindaco tarantino Arnaldo Melucci.
E mentre il neo-ministro dell’ambiente Costa, vede una Taranto ambientalmente ben tenuta, le associazioni ambientaliste vedono nella chiusura dello stabilimento la sola soluzione. L’associazione Peacelink ha scritto ai ministri della Salute, Giulia Grillo, dell’Ambiente, Sergio Costa, e al governatore pugliese, Michele Emiliano, denunciando che “solo ora si delineano i contorni di un possibile disastro ambientale in una nuova area del territorio tarantino: parliamo dello smaltimento delle scorie contaminate dell’Ilva”.

INCARICO GIALLO-VERDE

governo apre conte di maio

Giuseppe Conte è il nuovo presidente del Consiglio incaricato. Nominato da Sergio Mattarella su indicazione dei partiti più votati alle elezioni del 4 marzo scorso: Movimento 5 Stelle e Lega. Il giurista di origini pugliesi sarà in Parlamento all’inizio della prossima settimana, tra martedì e mercoledì, per presentare lista dei ministri e programma. “Quello che nasce sarà il governo del cambiamento. Sarò l’avvocato d’Italia”, le sue prime parole da Premier. Nasce quindi il Governo giallo-verde.

Dopo le ultime ore di tensione causate dalle indiscrezioni sul passato del professore, oggi il Capo dello Stato ha sciolto i dubbi, convocando Conte nel pomeriggio. Completo scuro e cravatta azzurra a pois, il neo premier è arrivato al Colle in taxi. Un’ora di faccia a faccia con Mattarella, poi il conferimento del mandato.

All’ordine del giorno anche il ruolo nell’Esecutivo di Paolo Savona, economista dalle posizioni euroscettiche. L’ex ministro, proposto dalla coppia Salvini-Di Maio per il dicastero dell’Economia, non sembra essere nelle grazie di Mattarella per le sue uscite anti-euro. Per questo l’inquilino del Quirinale ha voluto vederci chiaro. Nelle prossime ore si capirà se l’ex ministro farà parte della squadra.

I protagonisti dell’accordo di governo non nascondono l’entusiasmo per il risultato raggiunto. “Oggi comincia la terza Repubblica, ve l’avevo detto, l’avevo promesso”, il commento di Di Maio. “Siamo pronti a partire” afferma la Lega in un comunicato. D’altronde le parti in causa hanno sempre difeso la loro scelta di affidarsi al docente universitario. Il capogruppo grillino al Senato Toninelli aveva ribadito che l’ipotesi di un altro premier “non esiste e non è commentabile”. Il vice segretario leghista Lorenzo Fontana, invece, aveva detto in mattinata che in caso di un nuovo candidato premier si sarebbe “dovuto rivedere tutto l’equilibrio della squadra di Governo”.

La lista dei ministri è già pronta da tempo. Di Maio prenderà il ministero dello Sviluppo Economico che sarà accorpato a quello del Lavoro. A Salvini andrà il Viminale. Il ministero degli Esteri sarà affidato al diplomatico Massolo, mentre per Economia e Finanze resta in vantaggio Paolo Savona, nonostante le perplessità di Mattarella. Le parlamentari pentastellate Giulia Grillo e Laura Castelli favorite rispettivamente per Salute e Lavori Pubblici. Al Turismo il leghista Centinaio, mentre al ministero di Giustizia confermatissimo Alfonso Bonafede. Per la Difesa si fa sempre più insistente il nome della grillina Elena Trenta. Poi Emilio Carelli, neo eletto M5s, alla Cultura e il salviniano Nicola Molteni alle Politiche Agricole. Il Governo, dunque, è fatto. Partirà nelle prossime ore.

F.G.

SENZA COPERTURA

delegazione 5 stelle quirinaleUno dopo l’altro i leader del Movimento Cinque Stelle al Quirinale per presentare al Capo dello Stato l’accordo trovato e sul quale lavorare per la formazione del governo. Il testo programmatico è stato sottoposto al voto di iscritti e simpatizzanti chi nei gazebo improvvisati alla bisogna chi su incontrollabili piattaforme online. Riti poco ortodossi, ma ci si abitua a tutto.

Il primo a incontrare il presidente Sergio Mattarella è stato Di Maio che si è presentato insieme ai capigruppo alla Camera e al Senato Giulia Grillo e Danilo Toninelli e il capo della comunicazione Rocco Casalino. Dopo di lui, toccherà a Matteo Salvini. Il nome presentato a Mattarella come presidente del Consiglio è quello del giurista Giuseppe Conte. Mattarella aveva chiesto un governo politico. E Conte non è espressione del mondo politico. Giuseppe Conte, che non ha mai fatto politica, ha 54 anni ed è nato a Volturara Appula in provincia di Foggia. Dal 2013 è componente del Consiglio di presidenza della Giustizia Amministrativa, scelto dal Parlamento. Conte è il titolare di un grande studio legale, e insegna a Firenze diritto privato. Nel 1988 (l’anno della laurea), era già stato inserito nella commissione istituita a Palazzo Chigi per la riforma del codice civile.

Al centro anche la definizione della squadra di governo. Resta il nodo nodo del ministero dell’Economia. Il nome sul quale M5S e Lega avrebbero trovato una convergenza è quello dell’ex ministro del governo Ciampi, Paolo Savona. Un nome che, secondo fonti parlamentari, non sarebbe tuttavia particolarmente gradito al Quirinale per le sue posizioni anti-euro. Altro nodo da sciogliere quello del ministero delle Infrastrutture e Trasporti, soprattutto dopo le frizioni tra M5S e Lega sul progetto della Tav Torino-Lione.

“Credo che oggi – ha detto Di Maio al termine del suo colloquio con Mattarella al Quirinale.- possiamo dire che siamo di fronte a un momento storico. Abbiamo indicato il nome al presidente della Repubblica che può portare avanti il contratto di governo”. Dopo Di Maio è arrivato Matteo Salvini: “Noi ci siamo, siamo pronti, abbiamo fatto il nome e indicato la squadra, vogliosi di far crescere l’economia del Paese. Il governo di cui vogliamo far parte vuole aumentare il lavoro – ha detto il leader leghista -. Nessuno ha niente da temere, anzi. Ovviamente vogliamo un governo che metta l’interesse italiano al centro, prima gli italiani, rispettando tutti”.

“Sta per nascere – ha affermato in una nota il segretario del Psi Riccardo Nencini – un governo antisistema, a quanto si legge con un programma trasformista, scarno di coperture di bilancio, conflittuale con l’U.E. e con i tradizionali alleati dell’Italia. C’è da sperare che il ‘ne’ aderire ne’ sabotare’ di Forza Italia si trasformi in voto contrario”.

E mentre la lunga attesa si avvia verso una conclusione, lo spread tra Btp e Bund si amplia ancora e sfonda la soglia dei 180 punti base, a quota 181, il livello più alto da giugno scorso. Il rendimento del decennale italiano è in rialzo al 2,35%. Il ‘contratto’ di governo tra Lega e Movimento cinque stelle, è il parere della agenzia di rating Fitch, “aumenta i rischi per il profilo di credito sovrano, in particolare attraverso un allentamento di bilancio e un potenziale danno alla fiducia”.

Reddito di cittadinanza. Boeri: “Quello del M5S costa 38 miliardi di euro”

Boeri (Inps)

REDDITO DI CITTADINANZA COSTA 38MLD

Il reddito di cittadinanza proposto dal M5S riapre la mischia. Proprio di recente il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha riacceso le polemiche relativamente al costo che lo Stato dovrebbe sostenere per questo strumento universale. “Il reddito di cittadinanza proposto dal M5S costerebbe alle casse dello Stato tra i 35 e i 38 miliardi di euro. Una cifra molto consistente”, ha detto Boeri che ha formulato la stima sulla base del ddl presentato dai 5 stelle al Parlamento tre anni fa.

Immediata la replica dei deputati 5 Stelle. “Basta bugie”, hanno risposto a una sola voce i capigruppo di Camera e Senato, Giulia Grillo e Danilo Toninelli. “L’Istat ha calcolato in 14,9 miliardi di euro la spesa annua, più 2 miliardi d’investimento il primo anno per riformare i Centri per l’Impiego”, hanno spiegato.

Ma all’Inps i conti non tornano. “L’avevamo valutata già nel 2015 e sarebbe costata allora 29 miliardi. Ora abbiamo rifatto queste stime alla luce dei dati più recenti, combinando le nostre informazioni con quelle dell’Agenzia delle Entrate, e riteniamo che possa costare tra i 35 e i 38 miliardi”, ha argomentato ancora Boeri che nella stessa occasione ha presentato i dati del primo trimestre del Reddito di inclusione.

Inps

AIUTI A 900MILA POVERI

Sono quasi 900mila le persone che fino al primo trimestre 2018 hanno percepito misure di contrasto alla povertà tra il Sia, sostegno inclusivo attivo, e il Rei, reddito di inclusione: circa il 50% della platea potenziale. Per quello che riguarda il solo Reddito di inclusione a beneficiarne sono state 317mila persone pari a 110mila nuclei familiari.

E 7 nuclei beneficiari su 10 sono al Sud, Campania in testa seguita da Sicilia e Calabria. È quanto emerge da un Rapporto Inps.

L’importo medio mensile del Rei è stato pari a 297 euro anche se risulta variabile a livello territoriale con un range, annota ancora l’Inps, che va da 225 euro per i beneficiari della Val d’Aosta a 328 euro per la Campania. Complessivamente le regioni di Sud hanno un valore medio del beneficio più alto di quello del Nord (+20%) e del Centro (+14%).

L’importo medio varia sensibilmente per numero di componenti il nucleo familiare passando dai 117 euro per i nuclei monoparentali ai 429 euro per i nuclei con 6 o più persone.

Rispetto alla composizione delle famiglie beneficiarie l’Inps registra come siano 57mila i nuclei familiari con minori che rappresentano il 52% dei nuclei beneficiari che coprono il 69% delle persone interessate. Sono invece 21mila 500 i nuclei con disabili che rappresentano il 20% dei nuclei beneficiari e coprono il 20% delle persone interessate.

Boeri – Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, si rivolge di fatto alla politica, a chi “ha voluto imbracciare la bandiera del reddito minimo”. L’Italia infatti “sul contrasto alla povertà ha recuperato un ritardo di 70 anni rispetto ad altri Paesi”, ha detto presentando i dati sul Rei.

“Oggi c’è un reddito minimo ai primi passi, ancora sottofinanziato, ma c’è. Tanto più da luglio prossimo, data in cui la platea dei beneficiari salirà a 2,5 milioni di persone cioè circa 700mila famiglie”, ha concluso.

Rei

SOLLECITO MINISTERO PUNTI D’INCONTRO DEI COMUNI

Il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali con nota 3480 del 21 marzo ha sollecitato gli ambiti territoriali, che non si sono ancora conformati alle disposizioni del decreto legislativo 147 del 2017, a comunicare i punti di accesso al Rei.

Presso tali punti, viene offerta informazione, consulenza e orientamento ai nuclei familiari, sulla rete integrata degli interventi e dei servizi sociali e qualora ne ricorrano le condizioni, assistenza nella presentazione della richiesta dei benefici assistenziali.

Oltre ai punti per l’accesso la normativa prevede che, trattandosi di servizi a titolarità pubblica, i comuni possano identificare anche altre strutture ai fini della presentazione delle domande Rei. I punti per l’accesso avrebbero dovuto essere comunicati da ciascun ambito territoriale all’Inps, alla regione e al Ministero del Lavoro e delle politiche sociali entro novanta giorni dall’entrata in vigore del decreto legislativo.

Il Ministero ha anche annunciato l’ implementazione nella piattaforma Inps-Rei della specifica funzione di gestione da parte dei comuni e degli ambiti delle deleghe agli enti terzi con riferimento alla trasmissione telematica delle domande Rei ad Inps.

A decorrere dal 13 marzo, l’Inps ha reso disponibile nella versione internet della procedura, nuove funzionalità che consentono ai Comuni di delegare ai Caf (che prima si limitavano alla sola raccolta delle domande), una serie di funzioni attraverso l’accesso diretto alla piattaforma Rei. Inoltre sono state inserite la funzionalità di cancellazione e revoca delle domande Rei da parte dei Comuni.

Con il messaggio 1326 le strutture sono invitate a favorire la condivisione del contenuto della nota di sollecito del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali ai soggetti istituzionalmente coinvolti.

Economia

GIOVANI SENZA LAVORO NON SI SCHIODANO DA CASA

Sei giovani disoccupati italiani su 10 non sono disposti a trasferirsi per cercare un lavoro, nemmeno rimanendo in Italia. E’ uno dei dati che emergono da un’indagine Eurostat sui giovani disoccupati europei tra i 20 e i 34 anni. I giovani italiani senza lavoro stanziali, comunque, sono in buona compagnia: in media nell’Ue il 50% delle persone tra i 20 e i 34 anni non è disposta a spostarsi per trovare un lavoro (per contro, il 50% si sposterebbe: il 21% all’interno del proprio Paese, il 12% in un altro Paese Ue e il 17% fuori dall’Unione) e ci sono Paesi dove i giovani disoccupati sono ancora più stanziali degli italiani, come la Danimarca (il 62% non è disponibile a trasferirsi), Cipro (il 68%), Malta (il 73%), l’Olanda (il 69%), la Romania (il 63%).

Persino nel dinamico Regno Unito ben il 57% dei giovani non è pronto a spostarsi per lavorare, preferendo aspettare di trovare un posto di lavoro a casa. I Paesi dove i giovani sono più aperti alla prospettiva di muoversi sono il Belgio (solo il 38% preferisce stare dove sta), la Spagna (il 36%; per questo Paese però i dati sono poco attendibili a causa delle poche risposte), il Portogallo (il 29%), la Finlandia (39%) e la Svezia (34%). Per non parlare della Svizzera, fuori dall’Ue, dove solo il 17% dei giovani disoccupati preferisce rimanere a casa.

In Italia, comunque, a fronte del 60% dei giovani senza lavoro che non si sposterebbe per trovare un’occupazione, c’è un 40% più dinamico: il 20% si trasferirebbe rimanendo in Italia, il 7% andrebbe in un altro Paese Ue pur di lavorare e il 13% si sposterebbe fuori dall’Ue. Il nostro Paese, comunque, ha la mobilità più bassa dell’Ue tra gli occupati: il 98% dei 20-34enni occupati non si è trasferito per il lavoro che fa attualmente, l’1% si è spostato all’interno dell’Italia, mentre una percentuale trascurabile si è spostata in un altro Paese.

Fisco

IL 45% DEGLI ITALIANI DICHIARA UN REDDITO SOTTO I 15MILA EURO

Il 45% dei contribuenti italiani dichiara fino a 15.000 euro e versa il 4,2% dell’Irpef totale mentre i “Paperoni” con oltre 300.000 euro di reddito sono 35.000 mila (lo 0,1%). E’ quanto emerge dalle rilevazioni del Mef sulle ultime dichiarazioni Irpef delle persone fisiche presentate nel 2017 (anno di imposta 2016).

Nella fascia tra 15 e 50mila euro si colloca invece il 50% dei contribuenti che dichiara il 57% dell’Irpef. Il 5,3% dichiara invece oltre 50.000 euro (39% dell’Irpef totale).

Il reddito complessivo totale denunciato dagli italiani nel 2017 ammonta a circa 843 miliardi di euro (+10 miliardi rispetto all’anno precedente) per un valore medio di 20.940 euro, in aumento dell’1,2% in confronto al reddito complessivo medio dichiarato l’anno precedente. La regione con reddito medio più alto è la Lombardia (24.750 euro, mentre la maglia nera va alla Calabria (14.950 euro).

Carlo Pareto

Governo, un’intesa piena di ostacoli

Camera Deputati

Si parte alla ricerca di una maggioranza in grado di sostenere un governo. Le consultazioni al Quirinale inizieranno mercoledì 4 marzo. Ma il primo giro rischia di andare a vuoto. Perché la via di un’intesa giallo-verde è irta di ostacoli, a partire dalla volontà di Salvini di includere Forza Italia. Il M5s prova a rilanciare la propria iniziativa convocando già per domani un incontro “sui programmi” dei capigruppo di tutti i partiti. Ma il Pd, corteggiato dai grillini e agitato dalle sue divisioni, si tira fuori: “Non avranno i nostri voti”, dice Matteo Renzi.

In attesa dell’avvio delle consultazioni, inizia in confronto tra i gruppi parlamentari. Il primo incontro è alla Camera tra i capigruppo di M5s con Forza Italia. Danilo Toninelli e Giulia Grillo hanno incontrato Anna Maria Bernini e Maria Stella Gelmini. “E’ stato un incontro molto utile: abbiamo ascoltato le loro proposte e abbiamo presentato le nostre. Andremo avanti con un confronto parlamentare continuativo al livello dei capigruppo”, ha detto la Bernini al termine. I pentastellati hanno incontrato poi LeU. “Noi abbiamo detto che non ci sottraiamo al dialogo e al confronto sulle cose concrete anzi vediamo positivamente il fatto che si esca da una fase in cui si parla di poltrone. Sul confronto parlamentare diamo la nostra totale disponibilità”. hanno detto lasciando la riunione che si è tenuta alla Camera con i capigruppo M5s i rappresentanti di Leu, Loredana De Petris e Federico Fornaro.

Nel frattempo, Matteo Salvini, frena sul reddito di cittadinanza. “Dopo 5 anni di propaganda ora scoprono che si sono sbagliati. Per anni hanno promesso soldi, illudendo le persone e speculando sulla pelle di chi non ce la fa. Passata la festa, gabbato lo santo. Vergogna”. E’ questo il retweet con cui l’account Lega-Salvini Premier rilancia un’intervista in cui l’esponente Pd Michele Anzaldi critica, in maniera dura, il reddito di cittadinanza portato avanti dal M5S.

Anche Salvini prova a spingere sull’acceleratore: “O parte un governo o si va subito al voto. Non ci sto a tirare a campare, discutere per un anno di legge elettorale sarebbe devastante”. Il leader della Lega assicura che il centrodestra è “granitico”, anche se al primo giro di consultazioni ognuno si presenterà per proprio conto. E aggiunge che con il M5s “c’è un dialogo”: un governo è possibile. I Cinque stelle proseguono in realtà un corteggiamento sotto traccia al Pd. Ma Salvini, che fa sapere che non accetterebbe un incarico “al buio” senza avere prima un accordo, mostra di non crederci: “Voglio veder Di Maio trovare 90 voti in giro che si convincono…”.

Il leader della Lega esclude un esecutivo con i Dem, ma assicura che M5s non ha l’esclusiva dei contatti: “Sento tutti i pezzi del Pd”. L’accenno di Salvini ai “pezzi” del Pd non è casuale, perché dietro l’unità sulla linea dell’opposizione, il partito democratico sembra diviso in due, tra renziani e orfiniani che rifiutano ogni dialogo e il correntone “governista” che non vuole l’Aventino.

Intanto Renzi cerca di compattare il proprio partito: “La situazione politica è chiara: il Pd starà all’opposizione. E stando all’opposizione potrà dare un aiuto al Paese portando un clima di civiltà e rispetto del Governo che nei nostri confronti purtroppo non c’è stato. L’opposizione si può fare bene. Chi ha vinto le elezioni si metterà d’accordo, prima o poi: del resto Cinque Stelle e Centrodestra stanno facendo accordi in tutti i passaggi istituzionali”. E ancora: “Quando eravamo al Governo noi, questa fase delicata della democrazia parlamentare si chiamava ‘accaparramento di poltrone’. Ora che c’è un accordo che va da Berlusconi a Di Maio, passando per Salvini, per i centristi, per la Meloni (cinque forze, un nuovo pentapartito) si chiama ‘rappresentanza istituzionale’. Quelli che quando c’eravamo noi gridavano nei talk contro gli inciuci, oggi vanno in tv a spiegare la necessità degli accordi che smentivano con forza prima delle elezioni. Guardiamo il positivo, amici. Il vocabolario della politica migliora: si passa dagli insulti ai toni istituzionali. E nelle aule del Parlamento il clima è molto più tranquillo”.

Comune nel partito democratico cresce la tensione. Il mal di pancia è ben visibile nella diatriba sollevata in particolare da Dario Franceschini (poi sposata da Andrea Orlando) su una questione formale. Ovvero se convocare i gruppi Pd di Camera e Senato prima del quattro marzo (come invocato dai ministri della Giustizia e dei Beni Culturali) per chiarire la linea politica dem quando i partiti saranno ricevuti al Colle per discutere sul governo. Oppure se convocare la riunione dei gruppi dei due rami del Parlamento solo all’indomani delle consultazioni col Quirinale, come replica Lorenzo Guerini. Il segretario reggente Maurizio Martina sta mediando tra le varie anime dem, anche se la sua idea è di convocare i Gruppi e la direzione all’indomani delle consultazioni al Quirinale per un confronto interno. E, soprattutto, per fare il punto della situazione.