I diritti civili, l’autoritarismo e il realismo politico

diritti civiliDa tempo si assiste ad un fenomeno preoccupante: i diritti civili vengono, molto spesso, calpestati sull’altare del realismo politico.

L’attenzione e la sensibilità dei paesi occidentali, sul grande tema della tutela dei diritti umani su scala planetaria, tema centrale nella seconda parte del Novecento in Europa, si sono fortemente affievolita, a causa del prevalere di ragioni economiche e di “potenza” dell’occidente liberale.

Alzando lo sguardo verso il mondo, ci si accorge di tante violazioni dei diritti umani, vasti luoghi, regioni e Stati che, sistematicamente, calpestano i diritti fondamentali.

A queste realtà i governi europei, il governo americano, la stessa Ue e l’opinione pubblica sembrano essere disattenti in nome della tutela di interessi consolidati.

Per questi motivi, ad esempio, in Egitto, per mantenere dei rapporti di collaborazione geopolitica con il governo, che si erge a paladino della lotta contro il fondamentalismo islamico, si tende a dimenticare il caso di Giulio Regeni, (dottorando dell’Università di Cambridge, ucciso due anni fa, si suppone potesse avere un legame con il movimento sindacale che si oppose al governo del generale Al Sisi, in seguito alle vicende di Piazza Tahrir al Cairo).

 Si pensi all’operato dei tribunali egiziani che, oltre ad aver “ucciso” un’intera generazione di giovani che chiedevano più libertà e democrazia, hanno commutato diverse esecuzioni capitali a esponenti dei Fratelli Musulmani, nel quadro di una spietata campagna di repressione che va avanti dal 2013.

 Emblematico, in questo senso la situazione che si registra in Birmania, con la persecuzione dei Rohingya, gruppo etnico di minoranza islamica, in un paese a maggioranza buddhista, massacrati dall’esercito nazionale con la complicità, preoccupante e dolorosa allo stesso tempo, del premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi.

Come testimonia la sua stessa vita, rappresenta un simbolo di resistenza alla tirannide della dittatura, tuttavia, adesso trovandosi al governo, seppur in “co-tutela” con l’esercito, non ha speso, incredibilmente, una parola o preso l’iniziativa per bloccare le violenze ai danni dei suoi stessi concittadini.

Ancora, la vicenda terribile della persecuzione degli omosessuali in Cecenia, con veri e propri campi di concentramento, venuta a galla nel 2017 grazie all’inchiesta del periodico indipendente russo Novaja Gazeta, per cui scriveva la giornalista Anna Politkovskaja, assassinata per motivi politici.

La repressione è stata pensata e organizzata dal governo locale ceceno, ma ha avuto l’appoggio silente e la complicità della Federazione Russa, da tempo immemore, poco attenta alla tutela dei diritti umani e di libertà.

Potremmo parlare di quel che avviene in Turchia, nel Kurdistan, in Yemen, Siria, Arabia Saudita, Cina, Corea del Nord o di quel che succede nel continente africano o in alcuni paesi dell’America Latina.  Come si vede, purtroppo sono innumerevoli i casi di violazione dei diritti umani nel mondo.

I diritti umani rappresentano dei diritti inalienabili che spettano ad ogni essere umano: tra i diritti fondamentali della persona, spiccano il diritto alla libertà individuale, il diritto ad esprimere le proprie idee, il diritto ad autodeterminarsi e, più in generale, i diritti civili e politici. Accanto ai diritti di libertà prendono corpo i diritti sociali, fra i quali il diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione, all’abitazione, alla pensione e ad una vita dignitosa.

Nel dibattito politico occidentale, si regista una certa tendenza nel considerare i diritti civili come subordinati ai diritti sociali e, di conseguenza, si dà una scarsa attenzione al consolidamento dei necessari diritti di libertà.

Si pensi alle narrazioni delle destre sovraniste europee che vagheggiano una democrazia illiberale nel cuore dell’Europa, sul modello della Russia di Putin o dell’Ungheria di Orban. I nazionalisti parlano molto di sovranità e riconquista dei diritti sociali perduti, proponendo, nello stesso tempo, norme di stampo reazionario e liberticida sui diritti civili (in questo senso, si muove il ddl proposto dal senatore della Lega Pillon).

Dunque, s’insidia nel cuore dell’Europa, un pensiero autoritario che guarda con favore a diverse realtà non democratiche del mondo, accomunate dalle limitazioni alle libertà d’informazione e di espressione.

Una torsione pericolosa che andrebbe riconosciuta nelle sue caratteristiche, cui contrapporre il valore universale dei diritti umani, sparito dall’agenda effettiva dei governi occidentali.

Come saggiamente previsto dai padri costituenti italiani, dopo l’esperienza della seconda Guerra Mondiale, i diritti sociali e i diritti civili rappresentano, nella prima parte della Costituzione, i due principi fondamentali: inviolabilità e dignità personale (art. 2 Cost.), eguaglianza (art. 3 Cost.).

Sandro Pertini diceva che: “Libertà e giustizia sociale, che sono le mete del socialismo, costituiscono un binomio inscindibile: non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà”.

Di fronte alla necessità storica di mantenere le libertà faticosamente conquistate e di costruire società eque e democratiche, occorrerebbe un risveglio della cittadinanza, da tempo sopita, un contraltare al pensiero conservatore e reazionario di una nuova intellettualità progressista, un maggiore sforzo di analisi in capo ai partiti democratici in un’ottica europea e internazionale e un convinto coinvolgimento delle Istituzioni internazionali, come l’ONU, oggi, al contrario, avvitati in una pericolosa impotenza.

Paolo D’Aleo

2 agosto 1980. Si nega ancora la ‘matrice fascista’

pertini strage bolognaSono passati 38 anni dalla strage di Bologna che sconvolse l’Italia, eppure c’è ancora chi nega alcune responsabilità e proprio dagli scranni del Parlamento. Per la deputata di Fratelli d’Italia Paola Frassinetti la verità non si “è ancora affermata. I veri colpevoli non sono stati ancora condannati”, ha detto Frassinetti. “Bisognerebbe avere il coraggio di dire che i giudici a Bologna sono sempre stati prigionieri di logiche idelogiche-giudiziarie con lo scopo non di ricercare la verità ma di riuscire, a tutti i costi, ad arrivare alla conclusione che la matrice fosse nera per ragione di Stato”. E aggiunge: “Bisognerebbe avere lo stesso coraggio del presidente Cossiga- prosegue- quando nel 1991 ebbe l’onestà di ammettere che si era sbagliato e che la strage non era addebitabile ad ambienti di estrema destra chiedendo anche scusa. Anche il nuovo processo iniziato a Bologna in Corte di Assise a marzo è un’altra occasione perduta. Invece di approfondire la pista che porta a verificare l’ipotesi dell’esistenza di una ritorsione del terrorismo palestinese…”.
Dichiarazioni che hanno acceso lo scontro in aula con il Centrosinistra compatto contro le affermazioni della deputata.
Pier Luigi Bersani, rivolgendosi a Frassinetti, le ha ricordato la piazza di Bologna “tesa rabbiosa” e la capacità di Zangheri e Pertini di usare parole ferme a “difesa della democrazia e delle istituzioni”. “Attorno a noi c’erano solo bombe”, ha concluso tra gli applausi, “ma quegli attentati non riuscirono a portarci dove volevano”. Intervento che ha accentuato il clima di bagarre, stavolta dai banchi di Fratelli d’Italia. Giovanni Donzelli (Fdi) ha preso la parola chiedendo un chiarimento all’ex segretario Pd. “Vorrei sapere se crede sul serio che una forza democraticamente eletta sia responsabile di quelle bombe. Vuol dire che noi potremmo dire che la sinistra è responsabile delle Br”. A quel punto, dai banchi della sinistra si è levato un coro di proteste, tenuto a bada, con difficoltà, dalla vicepresidente di turno, Maria Edera Spadoni. “Se ci sono delle incomprensioni tra voi e Bersani”, ha detto Spadoni a un certo punto, rivolta ai banchi di FdI, “parlatene tra di voi”. Parole che hanno fatto infuriare Emanuele Fiano (Pd): “Presidente, qui siamo nell’Aula di Montecitorio. E quando si parla di democrazia e antifascismo non si chiariscono questi punti privatamente, come lei ha invitato a fare”.
Il Parlamento parla ancora una volta di Fascismo e democrazia ed è proprio la parola ‘Fascista’ che è stata più volte pronunciata dal sindaco di Bologna Virginio Merola, durante la commemorazione “perché esiste la verità storica, sono esistite ed esistono forze nazifasciste, così come esiste l’antifascismo e la sua necessità presente e futura. Come sindaco mi sento un po’ umiliato nel doverlo dire”, attacca Merola: “Ditelo ai famigliari delle vittime del 2 Agosto e ai bolognesi, guardandoli in faccia, senza la scorciatoia dei social network, che non esiste più il problema del fascismo”.
“Oggi i fascismi possono essere di tanti tipi e vanno tutti combattuti”, gli replica, sceso dal palco, il presidente della Camera Fico, che davanti al microfono raccoglie molti applausi quando ha voluto mandare un saluto ai genitori di Giulio Regeni, sottolineando che “tutte le verità richiedono giustizia, solo quando sapremo tutto ciò che è stato potremo dirci un Paese unito”. E ancora: “Lo vorrei dire da qui ed è l’unica promessa che vi faccio”, ai famigliari e alla città: come terza carica dello Stato ci sono al 100% e non arretrerò mai di un passo”.
Tuttavia sono ancora in corso udienze per scoprire i mandanti di una bomba che portò alla morte di 85 persone e oltre 200 i feriti.
Ma il capo dello Stato Sergio Mattarella nel messaggio alla città ha voluto ricordare anche “L’impegno e la dedizione di magistrati e servitori dello Stato hanno consentito di ottenere risultati che non esauriscono ma incoraggiano l’incalzante domanda di verità e giustizia”.

Regeni, inganno delle immagini delle telecamere della metro del Cairo

Incomplete o manomesse? O incomplete perché manomesse?

striscione-regeniDi certo, quelle immagini che la procura del Cairo aveva messo a disposizione di quella di Roma con enorme ritardo (la prima promessa di consegnarle risaliva al 25 luglio 2016), non contengono nulla che possa chiarire cosa successe a Giulio Regeni dopo che uscì dalla sua abitazione al Cairo, al tramonto del 25 gennaio 2016, destinato a una festa di compleanno cui mai arrivò.

Le telecamere a circuito chiuso avrebbero forse potuto, se il loro contenuto fosse stato messo a disposizione immediatamente, mostrare Giulio venire avvicinato e poi rapito nella stazione d’ingresso o in quella di uscita della linea 2 della metropolitana del Cairo, o nelle loro prossimità.

Invece, come scrive la procura di Roma in un comunicato sottoscritto anche da quella del Cairo, non solo nelle poche immagini messe a disposizione (il cinque per cento di quelle riprese dalle telecamere interne alla linea 2 il 25 gennaio 2016) non si vede mai Giulio ma ci sono diversi “buchi temporali in cui non vi sono né video né immagini”.

Insomma, per farla breve, dopo 29 mesi di quelle immagini non è emerso “alcun materiale di interesse investigativo”.

E bisognerà capire il perché di quei “buchi temporali”. Dunque, indagini sulle indagini. E perdite di tempo, cui le autorità del Cairo ci hanno abituato da due anni e mezzo.

Riccardo Noury
Redazione Pressenza

Caso Regeni, per Salvini è una questione di ‘famiglia’

madre-giulio-regeni“Il problema Regeni” così lo ha definito Salvini, sottolineando che “comprende bene la richiesta di giustizia della famiglia di Giulio Regeni. Ma per noi, l’Italia, è fondamentale avere buone relazioni con un Paese importante come l’Egitto”. È quanto ha dichiarato il neo ministro degli interni Salvini nell’intervista al Corriere della Sera. In precedenza, durante il programma tv Otto e Mezzo, il ministro dell’Interno ha dichiarato più o meno la stessa cosa.
Il ministro degli Interni ha liquidato così il sequestro, la tortura, l’assassinio di un cittadino italiano all’estero, “il più tremendo” per usare le parole della mamma di Giulio, Paola, “dal nazismo a oggi”.
La posizione del ministro degli Interni è tra l’altro in controtendenza con quanto detto e fatto nelle scorse settimane dal presidente della Camera, Roberto Fico, che ha incontrato i genitori di Giulio e l’ambasciatore italiano al Cairo, Gianpaolo Cantini, chiedendogli il massimo sforzo in un momento cruciale per l’indagine: i magistrati romani hanno messo sul tavolo dei colleghi egiziani elementi cruciali per poter circoscrivere le responsabilità di nove agenti della National security.
Eppure il 13 aprile 2016, il leader leghista la pensava diversamente, in un’altra intervista (sempre sul Corriere), Salvini sosteneva che l’Egitto stava prendendo in giro l’Italia e che il governo italiano non aveva mostrato sufficiente determinazione nell’approfondire la vicenda.
“È una farsa, il problema però non è l’Egitto che ci sta letteralmente prendendo in giro, ma un paese come l’Italia che evidentemente conta come il 2 di picche e viene irriso non solo dall’India, dopo quattro anni con i marò, ma anche dall’Egitto”, diceva allora il leader del Carroccio.
Il collettivo Giulio Siamo Noi invece attacca su Facebook: “C’era un tempo in cui Matteo Salvini riteneva che nessuno nel governo Renzi avesse abbastanza ‘attributi’ per esigere verità dall’Egitto ‘dal quale ci lasciamo prendere per i fondelli’. Ora è lui al governo. E indovinate? Le prese in giro dell’Egitto vanno benissimo anche a Salvini”.

Regeni due anni dopo. Bonelli: “Serve risposta”

Giulio regeni

“A distanza di due anni dalla scomparsa di Giulio Regeni stiamo ancora lottando per conoscere la verità sull’accaduto. Si tratta di una questione per cui il Governo deve prendersi delle responsabilità e cercare con efficienza di dare una risposta ai tanti interrogativi della famiglia in primis, ma anche per le moltissime persone che in questi giorni continuano a mobilitarsi per chiedere al nostro Paese di impegnarsi per ottenere la verità”. Lo scrive in una nota Angelo Bonelli, coordinatore nazionale dei Verdi e tra i promotori della lista Insieme che aggiunge: “L’Italia deve utilizzare tutti i mezzi diplomatici a propria disposizione per fare chiarezza su questa triste vicenda, proprio per dimostrare anche a noi cittadini che questo protrarsi delle indagini non sia il frutto della paura di potenziali ritorsioni strategiche da parte del governo egiziano, ma che la nostra politica faccia di tutto per tutelare i propri cittadini”. “Oggi, ancora una volta – conclude Bonelli – ci uniamo al dolore e alla necessità di giustizia della famiglia Regeni e delle persone che si raduneranno nelle piazze di tutta Italia in questa giornata. L’esempio di Giulio serva come occasione per promuovere politiche di pace e di cooperazione”.

Sono passati due anni dalla tremenda fine del giovane ricercatore friulano. Erano le 19.41 del 25 gennaio del 2016 quando al Cairo si persero le tracce di Giulio Regeni. Rapito e torturato a morte, ancora non è chiaro in quale meandro sia sparito prima di essere ritrovato, ormai senza vita, il 3 febbraio sul ciglio di una superstrada alla periferia est della capitale egiziana. Ma a differenza del primo anniversario, l’anno scorso, ora pare essersi innescata una dinamica nuova per fare luce sul caso, con l’Egitto che ha lanciato segnali di collaborazione. Imputati comunque ancora non ci sono e, per tenere alta la pressione attraverso il ricordo, la Rai ha annunciato una programmazione speciale per domani, giorno in cui Amnesty International ha indetto manifestazioni in decine di piazze italiane per accendere, alle 19.41, migliaia di candele gialle, il colore della protesta che reclama verità. A Fiumicello, il paese dove Regeni è nato, si terrà una fiaccolata commemorativa, mentre mercoledì i Giuristi Democratici terranno un presidio davanti all’ambasciata egiziana in Italia, e a Bruxelles i parlamentari del Pd organizzeranno un’iniziativa all’Europarlamento.

Intanto la la Procura generale egiziana, in un comunicato, ha definito “totalmente contraffatta” la missiva attribuita ai vertici dei servizi segreti egiziani in cui si parla dell’arresto del giovane ricercatore italiano.  “Questa lettera è totalmente falsificata e la Procura generale egiziana ha informato immediatamente il suo omologo italiano” su questa circostanza, “nel quadro della fruttuosa cooperazione fra le due parti”, si afferma nel comunicato. La lettera anonima inviata all’ambasciata italiana in Svizzera “La Procura generale egiziana ha ricevuto dal suo omologo italiano, il 22 gennaio 2018, una lettera anonima” inviata “all’ambasciata italiana nella capitale svizzera Berna”, riferisce il comunicato confermando indiscrezioni mediatiche diffuse oggi. Il testo trasmesso è una lettera “attribuita al presidente dei Servizi di informazione egiziani, destinata ai servizi di informazione militari in Egitto, datata 30 gennaio 2016, dove è scritto che i servizi di sicurezza egiziani avevano arrestato la summenzionata vittima”, viene aggiunto riferendosi al “cittadino italiano Giulio Regeni”. “La Procura di Roma ha chiesto alla Procura generale di prendere le misure necessarie circa la conferma delle informazioni di questa lettera”, è scritto ancora nel comunicato sul “Procedimento numero 643, anno 2016”.

Iran. Locatelli: “Serve più rispetto dei diritti umani”

Ahmadreza-DjalaliTenere alta l’attenzione sul caso del ricercatore iraniano Ahmadreza Djalali, la cui condanna a morte per spionaggio è stata sospesa ed è ora al riesame della sezione 33 della Corte suprema. Ma anche sul tema del rispetto dei diritti umani nella Repubblica islamica, a partire da quello di un giusto processo anche per le migliaia di giovani manifestanti arrestati durante le ultime proteste di piazza. E’ l’invito rivolto alle istituzioni italiane ed europee in una conferenza stampa oggi a Roma, su iniziativa della sen. Elena Cattaneo e con la collaborazione della Fidu Federazione italiana diritti umani. Alla storia di Djalali, che si teme abbia un tumore, “si sovrappone la storia collettiva – ha detto la sen. Cattaneo – di tanti giovani rinchiusi in carcere” e minacciati in alcuni casi anche di condanna a morte. E fra i quali – circa 7.000 gli arrestati secondo le fonti di Antonio Stango, presidente Fidu – almeno tre sono morti in prigione in circostanze non chiare, anche se le autorità iraniane hanno parlato di suicidio. “Siamo di fronte ad una violazione costante del diritto ad un equo processo ed al disprezzo di quello alla vita”, ha detto sul caso Djalali, in collegamento telefonico, Luca Ragazzoni, suo collega negli anni in cui il ricercatore – prima di trasferirsi in Svezia e poi andare nel 2016 in Iran per un viaggio di lavoro, durante il quale è stato arrestato – collaborava in Italia con l’Università del Piemonte Orientale. Nell’incontro – svoltosi in Senato e in cui è stato ricordato il caso del ricercatore Giulio Regeni, torturato e ucciso in Egitto – è stato rilanciato l’appello al ministro degli Esteri Angelino Alfano ed all’Alto Rappresentante Ue Federica Mogherini a continuare a spendersi per il caso di Djalali, ma anche per proteggere i detenuti dal rischio di torture e le liberta’ fondamentali di studenti e accademici che si rechino in Iran.

Paese con cui “l’Italia ha una lunga tradizione di rapporti – ha ricordato Pia Locatelli, presidente del Comitato per i diritti umani della Camera e presidente del gruppo del Psi alla Camera – ma dobbiamo lavorare anche perché si arrivi a ridurre e infine abolire la pena di morte”. “Nel 2016 in Iran ci sono state 530 esecuzioni, il numero più basso degli ultimi 10 anni; la sospensione dell’esecuzione del professor Ahmadreza Djalali può essere considerata un indice di prudenza delle autorità iraniane in questa direzione”. “L’Italia – continua Locatelli – ha una lunga tradizione di rapporti economici, ma anche di ricerca con l’Iran: essi sono importanti di per sé, ma anche come ‘fili da tirare’ per sollecitare un maggior rispetto dei diritti umani. Dobbiamo evitare di scambiare i nostri rapporti economici con una maggior ‘timidezza’ nella denuncia della violazione dei diritti”. “Lancio un appello – ha concluso Pia Locatelli – per una regione vicina all’Iran: 91 persone sono state arrestate in Turchia per essersi opposte a quanto è avvenuto con i curdi nel Nord della Siria, non lasciamo passare sotto silenzio quanto avviene, perché la repressione della libertà di manifestare la propria opinione è una violazione dei diritti”.

Elisabetta Zamparutti, del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa e di Nessuno Tocchi Caio ha concluso di lavori affermando che “con Teheran si sono siglati negli ultimi tempi tanti accordi, ma la questione dei diritti umani viene sempre lasciata in fondo alla lista” dei punti in agenda.

Regeni: i pm ora guardano a Cambridge

Giulio regeniPuntano decisamente sull’Università di Cambridge gli ultimi sviluppi investigativi intrapresi dalla Procura di Roma che sta indagando sul sequestro, sulle torture e sulla morte di Giulio Regeni, avvenuta al Cairo tra il 25 gennaio e il 3 febbraio del 2016. Mentre procede senza grosse novità l’interlocuzione con le autorità giudiziarie egiziane (in vista di un nuovo vertice forse già questo mese), il procuratore Giuseppe Pignatone e il pm Sergio Colaiocco hanno inviato nei giorni scorsi una terza rogatoria al Regno Unito nella speranza che la professoressa Maha Abdel Rahman, docente di Cambridge nonché tutor del 28enne ricercatore di origine friulana, si decida a raccontare quello che sa dopo essersi limitata, tramite mail, a parlare di incontro fugace, durato pochi minuti, con il ragazzo la mattina del 7 gennaio del 2016, quando, secondo chi indaga, avrebbe preso in consegna dieci report, frutto della sua attività di ricerca sul sindacato autonomo cairota degli ambulanti.

Oltre all’interrogatorio della docente, che resta comunque una testimone, i pm di piazzale Clodio chiedono di acquisire i suoi tabulati telefonici utilizzati tra il gennaio 2015 e il febbraio 2016 per ricostruire la sua rete di relazioni. Un’iniziativa, quella della Procura, che ha raccolto il plauso di Matteo Renzi: “Noi vogliamo con forza la verità su Giulio Regeni. La verità, solo quella. Per questo chiediamo da mesi chiarezza anche all’università di Cambridge. Il team che seguiva Giulio sta nascondendo qualcosa?”, ha scritto su Twitter il segretario Pd. Ma c’è dell’altro: oltre all’audizione della professoressa, i magistrati romani chiedono agli inglesi di identificare, al fine di procedere alla loro audizione, tutti gli studenti che Cambridge ha inviato in Egitto dal 2012 al 2015. Chi indaga vuole verificare se il caso di Giulio fosse un ‘unicum’ o se anche altri giovani, sempre sotto la ‘regia’ della professoressa Abdel Rahman, avessero seguito un analogo percorso di ricerca, impostando il dottorato prima sul tema generale dello sviluppo economico dell’Egitto per poi indirizzare il lavoro di analisi sull’attività del sindacato indipendente di quel Paese. Un argomento quest’ultimo che, stando a quanto emerso dall’analisi del suo pc personale, Giulio era stato indotto ad accettare.

Questa rogatoria (da qualche mese si chiama tecnicamente ‘Ordine europeo di investigazione’ perché mette direttamente in contatto gli uffici giudiziari, senza più sottoporre i quesiti al vaglio dei rispettivi governi) è la terza che la Procura di Roma ha inoltrato al Regno Unito: inviata il 9 ottobre, è pervenuta il 23 dello stesso mese alle autorità inglesi che hanno 90 giorni di tempo per rispondere.

La prima risale al giugno del 2016: Colaiocco in quell’occasione avrebbe voluto ascoltare in Inghilterra una serie di testimoni, tra cui la stessa tutor di Regeni, che scelsero di non presentarsi all’autorità giudiziaria. La docente inviò dopo alcuni giorni una mail dal contenuto vago. Nei mesi successivi altra rogatoria presso la Oxford Analytica per prendere atto che non c’erano Oltremanica conti correnti riconducibili a Regeni, così come erano venuti meno i contatti tra il ricercatore e la stessa società di consulenza geostrategica dopo il suo allontanamento volontario nel settembre del 2014.

Inesistenti pure i rapporti tra lo stesso ragazzo e la Fondazione Antipode che, teoricamente, avrebbe dovuto finanziare la sua ricerca con un finanziamento di 10mila euro. La Procura resta fortemente convinta che Regeni svolgesse in Egitto solo un’attività di ricerca e che non fosse una spia al servizio di qualche intelligence: ciò non toglie pero’ che possa essere stato inconsapevolmente strumentalizzato e sfruttato per le informazioni che era riuscito ad acquisire dialogando in particolare con i sindacati indipendenti, che dopo la rivoluzione del 25 gennaio 2011 furono messi ai margini dalle autorità egiziane, e, in particolare, con Mohamed Abdallah, il capo di quegli organismi. Se decidesse di rispondere alle domande dei pm della capitale, Maha Abdelrahman dovrebbe dire, ad esempio, se è vero che il 7 gennaio 2016 Regeni le consegnò i dieci report (lei in una mail si congratulò con lui per aver svolto un lavoro di qualità) frutto della sua attività di ricerca e che fine abbia fatto questa documentazione.

Le ultime novità su Cambridge fanno esultare il capo del sindacato autonomo dei venditori ambulanti del Cairo, Mohamed Abdallah. “Io ve l’ho sempre detto che dietro l’uccisione di Giulio c’era la pista dei britannici. La prima volta che mi si presentò Giulio fece il nome della professoressa Abdel Rahman, nota oppositrice del Governo egiziano e sostenitrice dei Fratelli musulmani”, riferisce il sindacalista. “Io – racconta ancora Abdallah – fui contattato da Houda Kamal (presidente del Centro per i diritti economici e sociali del Cairo) perché Maha Abdel Rahman aveva espressamente chiesto a Regeni di lavorare sui sindacati autonomi”. “Ho incontrato Giulio diverse volte e gli ho dato una mano a fare le sue ricerche ma quando è venuta fuori la storia dei soldi non me la sono sentita di continuare e quindi ho detto alla polizia ciò che pensavo”, insiste Abdallah. “Sono convinto che alla fine chiederete scusa a me e ai servizi egiziani per averci accusati della morte del ricercatore”.

Il capo del sindacato ha avuto un ruolo decisivo nella vicenda di Giulio, è stato uno dei primi ad accompagnarlo nelle sue ricerche ma, soprattutto, è stato l’anello di congiunzione con la National Security egiziana che aveva deciso di mettere sotto controllo il ricercatore, facendolo spiare proprio dal sindacalista. In uno degli ultimi incontri, avvenuto il 7 gennaio, successivo di alcune ore a quello tra Regeni e la ‘tutor’, Abdallah ha filmato Giulio per incastrarlo. Un tentativo fallito perché il ricercatore ha confermato, ancora una volta, di non aver altro interesse se non quello di portare avanti il proprio lavoro accademico. “L’ho fatto per amore di patria, per il mio Paese, perché Regeni andava in giro facendo domande che riguardavano la sicurezza nazionale”, si è sempre giustificato il sindacalista. Il video da lui realizzato a tradimento, però, ha mostrato in modo inequivocabile che l’intenzione di Regeni era solo quella di condurre la sua ricerca.

No comment invece da Rabab Al Mahdi, la docente dell’Università americana del Cairo che faceva da supervisor a Giulio Regen: “Non sono obbligata a parlare”, ha detto Al Mahdi. “Ho visto le notizie pubblicate oggi – ha spiegato – ma non voglio commentare”.
(AGI)

Regeni. Locatelli, brutta accoglienza per l’ambasciatore

Giulio Regeni

Giulio Regeni

“La notizia della detenzione in un carcere di massima sicurezza del consulente legale della famiglia di Giulio Regeni al Cairo, avvocato Ibhrahim Metwaly, non è un bel modo da parte delle autorità egiziane di accogliere il nostro ambasciatore Giampaolo Cantini alla vigilia del suo insediamento. Sono certa che il nostro ambasciatore darà un contributo importante per fare chiarezza su quanto è accaduto a Giulio Regeni”.
Lo ha detto Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera e presidente del Comitato Diritti umani della Camera commentando la notizia che il consulente legale della famiglia di Giulio Regeni al Cairo, arrestato tre giorni fa, è detenuto nel carcere di massima sicurezza di Tora, nella zona sud del Cairo, dove era stato detenuto anche l’ex presidente egiziano Mubarak. Le autorità egiziane – che lo hanno interrogato ieri – lo hanno posto in custodia cautelare con l’accusa di aver diffuso notizie false. Metwaly era stato fermato in aeroporto al Cairo prima di imbarcarsi per Ginevra, dove avrebbe dovuto partecipare ad una riunione dell’Onu sulle sparizioni forzate.

Il tutto nel giorno in cui ‘ambasciatore Giampaolo Cantini è giunto al Cairo. Domani Cantini si insedierà in veste di nuovo ambasciatore italiano in Egitto dopo il ritiro nella primavera del 2016 di Maurizio Massari in seguito all’omicidio di Giulio Regeni. Il diplomatico non ha rilasciato alcuna dichiarazione al suo arrivo. Di balletto inaccettabile parla l’ex presidente del Consiglio Enrico Letta per il quel “è incredibile che la vicenda di Giulio Regeni sia ancora insoluta. Da parte delle autorità egiziane c’è un balletto inaccettabile e finora hanno dimostrato solo di volerci prendere in giro. Sulla morte di Regeni non può prevalere la realpolitik. È una vicenda sulla quale dovrebbe essere il Paese intero a dover reagire con fermezza, per dimostrare alle autorità egiziane che l’Italia è un grande Paese e non può farsi prendere in giro”.

In una nota il presidente di Amnesty International Antonio Marchesi afferma “ogni 14 del mese, a iniziare dal 14 ottobre, quando saranno trascorsi i primi 30 giorni dal ritorno dell’ambasciatore, chiederemo a governo di far sapere quali ‘passi avanti’ quella decisione avrà favorito”. “Non sono in discussione la professionalità, l’esperienza e la competenza dell’ambasciatore Cantini. Siamo piuttosto preoccupati che la decisione di normalizzare i rapporti diplomatici sia stata presa unicamente per motivi diversi dalla ricerca della verità sulla sparizione, la tortura e l’uccisione di Giulio Regeni.

Regeni, perché serve l’ambasciatore al Cairo

Giulio Regeni

Giulio Regeni

La vicenda del sequestro del giovane ricercatore Giulio Regeni, torturato a morte da sconosciuti e il cui cadavere martoriato venne fatto ritrovare poco prima che iniziasse la visita della ministra Guidi con una folta delegazione commerciale italiana all’ambasciata del Cairo nel febbraio dell’anno scorso, è di quelle che segnano a fondo le coscienze e che non è possibile dimenticare.
L’emozione suscitata non si è certo esaurita e non c’è dunque da stupirsi se attorno alla ricerca degli assassini e dei mandanti, si accendano facilmente gli animi e nascano ancora polemiche.
Prima di entrare nel merito del tema che è stato ieri, lunedì 4 settembre, in seguito alla decisione di rimandare il nostro ambasciatore al Cairo, oggetto di un’audizione del ministro Alfano davanti alle Commissioni riunite di Camera e Senato, vorrei esprimere due riflessioni:

– l’Egitto è un Paese che presenta criticità di non poco conto. È davanti agli occhi di tutti che lì vi sia poca democrazia, per non dire una dittatura, e una sistematica violazione diritti umani. Il tutto aggravato da una nuova legge contro le ONG che si occupano di diritti umani per imbavagliarle e impedire che vengano finanziate dall’estero;

– un Paese come l’Italia, ha il dovere morale e politico di proteggere i suoi cittadini e cittadine. Il caso Regeni è tragico e i comportamenti dell’Egitto sul caso inaccettabili da tutti i punti di vista e in alcune occasioni anche molto offensivi nei confronti del nostro Paese. Giustamente dunque nell’aprile dello scorso anno, a fronte dei comportamenti egiziani, soprattutto per la evidente mancata collaborazione giudiziaria per arrivare alla verità sulla morte del giovane ricercatore italiano, venne deciso di dare un segnale forte, ritirando l’ambasciatore.

Da allora sono passati lunghi mesi di almeno apparente inattività e silenzio e mi sono interrogata sull’opportunità e sulla utilità di prolungare ancora l’assenza del nostro ambasciatore dal Cairo tanto che il 18 gennaio scorso, nel question time, ho interrogato il ministro degli esteri chiedendogli se a quasi un anno dal richiamo dell’ambasciatore Massari e la successiva nomina di Gianpiero Cantini, il Governo non intendesse “riconsiderare l’opportunità del ritorno dell’ambasciatore in sede, allora richiamato come forma di protesta nei confronti delle autorità egiziane, per esercitare da vicino tutte le pressioni possibili per arrivare alla verità”. La risposta rimase nel vago.
Nei mesi successivi, passo dopo passo, sembra si sia ricreata questa collaborazione e a metà agosto le due procure, quella di Roma e quella del Cairo, hanno con una dichiarazione congiunta, espresso ufficialmente la volontà di proseguire nel rapporto di collaborazione. Sembra insomma che, con tutte le legittime riserve del caso, il lavoro di ricerca della verità per ricostruire i fatti, individuare le responsabilità, punire i colpevoli sia davvero ripartito.

Il ministro Alfano ha parlato di ‘progressi’ ed è a questo passaggio che è legata la decisione di far tornare l’ambasciatore al Cairo.
Una decisione che non ho esitato a definire giusta, anzi direi che si è trattato di un passo che sarebbe stato opportuno fare anche prima e spiego perché.
Si tratta di una passo in qualche modo inevitabile, perché ci sono molti altri modi per segnalare al Cairo il giudizio dell’Italia e degli italiani su quanto avvenuto e su quanto ancora non è stato fatto per arrivare a identificare i responsabili di un atto così ignobile mentre il protrarsi ancora dell’assenza del nostro rappresentante non avrebbe aiutato in nessun modo la ricerca della verità.

Un passo sensato inoltre, perché il ritiro dell’ambasciatore non può essere usato né come rappresaglia per il mancato raggiungimento della verità né come strumento di pressione.
Solo se tutti i Governi dell’Unione avessero adottato infatti la stessa decisione all’unisono con l’Italia, questa misura comune avrebbe potuto avere un impatto efficace sul Cairo, altrimenti, ed è evidente, ne risulterebbe esclusivamente da un lato un passo sostanzialmente inefficace e dall’altro soltanto un danno concreto alle relazioni tra noi e l’Egitto.

Ecco dunque perché considero la decisione un passo utile, perché il nostro ambasciatore può servire sul posto proprio a seguire da vicino gli sviluppi delle indagini, a stimolare gli organismi competenti e a impedire che la vicenda finisca pian piano per apparire al Governo egiziano meno importante e grave di quel che è.
Apro poi una parentesi su una vicenda collaterale che, complice certamente la noia agostana segnata da una scarsità di notizie di rilievo, è esplosa attorno alla pubblicazione sul quotidiano statunitense  New York Times, di un articolo in cui si riferiva di informazioni esplosive che l’amministrazione Obama avrebbe passato al nostro Governo a poche settimane dall’esplosione del caso Regeni.
Ho letto con grande attenzione quell’articolo, ma l’importanza che gli è stata data, era davvero eccessiva.
Il pezzo conteneva solo alcune congetture, e neppure originali perché le avevamo avanzate già noi subito dopo il ritrovamento del corpo del giovane ed erano state ampiamente analizzate e approfondite dai mezzi di informazione italiani.
Che nel rapimento e nel brutale assassinio di Regeni, nelle modalità stesse del fatto compreso il ritrovamento del corpo, nei depistaggi a ripetizione che avevano coinvolto le forze di polizie, vi fosse quantomeno lo zampino dei servizi segreti egiziani o di qualche sua branca ‘deviata’, era a dire poco evidente. Non ci voleva certo la Cia per capirlo. Quello che mancava erano prove concrete, utilizzabili dai magistrati e di tutto questo, non c’era traccia nell’articolo.

Sul contenuto lo stesso giornalista Declan Walsh, corrispondente del New York Times dal Cairo, ammette che “per evitare di identificare la fonte (delle informazioni), gli americani non condivisero l’informazione originale: non dissero quale agenzia della sicurezza egiziana credevano ci fosse dietro la morte di Regeni. E vi pare poco?
Le stesse fonti riportate nell’articolo ammettevano poi che “non era chiaro chi aveva dato l’ordine di sequestrarlo e, probabilmente, ucciderlo”. E dove sono allora le rivelazioni esplosive?
Quello che ha colpito davvero nella pubblicazione (e ripubblicazione nel magazine dello stesso NYT) di quell’articolo, è stato esclusivamente la scelta dei tempi per farlo, ovvero proprio all’indomani della decisione dell’Italia di riportare un ambasciatore al Cairo!
È sembrato che si volesse creare un difficoltà aggiuntiva al Governo italiano in un momento non semplice
Interpretazioni sul senso dell’articolo del NYT sono state date da numerosi commentatori ed ex diplomatici. L’ambasciatore Sergio Romano sul Corriere della Sera del 22 agosto, ad esempio, ipotizza come il vero obiettivo delle “rivelazioni” potesse non essere l’Italia e neppure l’Egitto bensì il presidente Trump per il suoi rapporti con Al Sisi.
Ed è ancora l’ambasciatore Vattani che su Panorama ha parlato di intervento ‘tempestivo’ per rendere più difficile la ripresa e i rapporti tra Italia ed Egitto: “Fanno gli interessi di qualcuno e paiono interessi importanti”

La parte dell’articolo che più mi ha incuriosito però è nel riferimento ai rapporti tra il presidente Al Sisi e il suo ministro degli interni. Ecco allora una domanda per il nostro ministro degli esteri, e cioè se ritiene che il regime di egiziano sia solido abbastanza per sostenere la ricerca della verità sul caso Regeni anche a rischio di una frattura interna e se risponde al vero che vi sia un certo antagonismo tra il Presidente e il suo ministro degli interni. Insomma se la pista della faida interna dietro il caso Regeni abbia o meno una consistenza reale e impedisca che si faccia piena luce.
Una riflessione infine sui diritti umani che devono starci a cuore sempre, sia che si parli dell’Egitto sia che si parli del Venezuela, della Russia o della Cina.
I diritti umani non hanno confini e a questo proposito non posso dimenticare che i colleghi grillini in commissione esteri hanno sostenuto che era sbagliato intervenire sulle violazioni dei diritti umani in Myanmar ‘perché non si deve intervenire nelle vicende interne di un altro Stato’.

Non possono essere davvero i confini dei Paesi che ci impediscono di difendere i diritti umani, ma questi non si difendono ritirando senza scadenza l’ambasciatore come suggerisce – e solo all’Italia – Amnesty International. Seguendo questa scuola di pensiero, probabilmente, verrebbero chiuse le ambasciate in quasi tutto il mondo fatta eccezione per l’Europa e pochi altri Paesi.
Noi dobbiamo continuare difendere i diritti umani sapendo che è azione difficile, lenta, complessa, una continua negoziazione. E lo facciamo anche come Comitato diritti umani della Camera, dando voce a coloro che ne denunciano le violazioni.
Per tornare al nocciolo della vicenda Regeni, dobbiamo continuare ad esigere collaborazione giudiziaria, a chiedere a gran voce la verità. Fino ad ora il trattenere l’ambasciatore non ci ha aiutato. Proviamo quest’altra via nella consapevolezza che il compito dell’ambasciatore al Cairo non sarà facile. Dovrà essere fermo ed esercitare una pressione costante, diretta, sistematica e al massimo livello istituzionale.
Per questo dobbiamo rimandarlo con questo compito preciso e prioritario e mandarlo nelle condizioni migliori, cioè dandogli forza, facendo capire che tutto il Paese lo vuole in Egitto per questa ricerca della verità.

Non facciamo del caso Regeni terreno di scontro pre-elettorale, sarebbe il modo per rendere meno incisiva l’azione del nostro ambasciatore: la sua missione non deve partire indebolita né l’ambasciatore delegittimato;  così toglieremmo forza ed efficacia alla sua azione. Esattamente l’opposto dell’obiettivo che tutti ci prefiggiamo.
Continuiamo a ricercare con determinazione la verità sul caso Regeni e riprendiamo i rapporti con l’Egitto, operando su piani diversi: verità per il caso Regeni da una parte e strategie geopolitiche per la sicurezza nel Mediterraneo dall’altra: le due cose possono avanzare insieme.

Pia Locatelli
Capogruppo Psi alla Camera

Regeni, la Realpolitik e i dubbi su Cambridge

Giulio-RegeniIl ministro degli Esteri ha parlato alle commissioni riunite di Camera e Senato tornando sul caso del giovane ricercatore ucciso in Egitto, Giulio Regeni. “L’Egitto – ha detto alle commissioni riunite Angelino Alfano – è un partner ineludibile dell’Italia, così come l’Italia è imprescindibile per l’Egitto”.
“Nonostante questo, il giorno del ritrovamento del cadavere di Giulio Regeni i rapporti bilaterali hanno subito un duro colpo, l’omicidio Regeni è una grave ferita per le nostre coscienze, per tutti noi e per un intero paese”, ha aggiunto.
Tuttavia Alfano non torna indietro sulla decisione di riprendere i ‘normali’ rapporti con l’Egitto, già dallo scorso 14 agosto la Farnesina aveva annunciato il ritorno dell’ambasciatore al Cairo, richiamato nell’aprile del 2016 a causa della mancata collaborazione sul caso di Giulio Regeni. “Durante tutti questi mesi” è stato mantenuto “costante il livello di interlocuzione con i genitori di Giulio”, ha detto il ministro che ha sottolineato un punto: “È impossibile per i nostri Paesi non avere un’interlocuzione politico-diplomatica di alto livello”. “Il nostro obiettivo – ha aggiunto Alfano – è giungere alla verità sulle circostanze che hanno portato alla morte di Giulio Regeni. Una verità vera e non di comodo”. “Gli ultimi sviluppi segnano ulteriori passo avanti nella collaborazione” tra Italia ed Egitto. “Il governo italiano ha sostenuto con passo politico-diplomatico il lavoro investigativo della procura di Roma. Continueremo a sostenere la Procura di Roma nella ricerca della verità”.
“Inviando al Cairo un diplomatico di comprovato livello come l’ambasciatore Giampaolo Cantini, il governo intende rafforzare l’impegno politico e morale per la ricerca della verità sulla scomparsa di Giulio” Regeni. “Cantini ha ricevuto istruzioni precise – ha aggiunto – dovrà seguire in via prioritaria le indagini sul caso”.
La decisione del Ministro degli Esteri è stata accolta con favore dalla presidente del Comitato Diritti umani della Camera, Pia Locatelli che ha affermato: “I diritti umani non si difendono ritirando senza scadenza l’ambasciatore. Seguendo questa scuola di pensiero, probabilmente verrebbero chiuse le ambasciate in quasi tutto il mondo fatta eccezione per l’Europa e pochi altri Paesi”. Ha detto la deputata Psi, a margine dell’Audizione del Ministro Alfano in Commissione Esteri. “Il rinvio del nostro ambasciatore può, al contrario servire proprio a stimolare gli organismi competenti per ricercare la verità e a impedire che tutto finisca pian piano nel dimenticatoio. Purtroppo su questa vicenda è stata fatta una polemica tanto sterile, quanto strumentale che può danneggiare non solo il Governo e la maggioranza, ma anche il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo”.
Ma se sui rapporti tra Egitto e Italia, Roma sembra aver trovato una soluzione, restano invece ancora forti dubbi sull’operato inglese nella faccenda. Sull’intricato caso che ha portato alla tortura e alla morte del giovane ricercatore resta tutt’ora l’opacità che riguarda il mandato che l’Università di Cambridge affidò a Regeni. Il presidente dei senatori del Pd, Luigi Zanda, durante l’intervento alle commissioni Esteri di Camera e Senato ha infatti chiesto al riguardo: “Giulio Regeni era un cittadino italiano. Ma quando è stato assassinato era in Egitto per incarico dell’università inglese di Cambridge per conto della quale svolgeva un lavoro che gli era stato commissionato per obiettivi che, sino a prova contraria, dobbiamo ritenere di esclusivo interesse scientifico. Questo è un punto delicatissimo che va chiarito in profondità e con la massima sollecitudine”, ha spiegato Zanda. “Non c’è ancora la necessaria chiarezza sulla strategia e sul costume didattico dell’Università di Cambridge nel commissionare ai suoi studenti ricerche con profili politici così delicati”, ha poi sottolineato il senatore dem. “Non sappiamo quale fosse sino in fondo il mandato di ricerca di Giulio Regeni che però era tale da mettere a rischio la sua stessa incolumità”.