Concetto di imprenditore e responsabilità sociale dell’impresa

giuseppe bertaNonostante l’interesse nutrito nell’ambito della storia del pensiero economico per il concetto di imprenditore e di imprenditorialità, i contenuti e le rappresentazioni di tale concetto “risultano sfuggenti non appena si cerca di afferrarne la sostanza”. È questo il motivo per cui Giuseppe Berta, in “L’enigma dell’imprenditore (e il destino dell’impresa)”, compie il tentativo di catturare in termini circostanziati la determinatezza di quei “contenuti e rappresentazioni”, in considerazione del fatto che l’imprenditore e l’imprenditorialità, nella storia del modo di produzione della vita materiale, sono considerati le forze motrici del progresso economico.
Secondo Berta, nell’immaginario collettivo, l’imprenditore impersona “quella delicata combinazione di attitudini e capacità che permette di ottenere la riuscita economica, sia individualmente, sia all’interno di un’organizzazione”; l’imprenditorialità viene così fatta coincidere “con la virtù dell’intraprendenza personale, da perseguire attraverso una tenace e orgogliosa affermazione delle doti individuali, con un impegno e una dedizione rivolti a un risultato che fosse il premio tangibile”, sia sul piano dell’arricchimento, che su quello della distinzione sociale, con l’apporto di qualità e di risorse esplicitamente personali.
Questa rappresentazione dell’imprenditore risulta implicitamente caratterizzata dalla virtù che, di per sé, qualifica la sua funzione, quella di essere proteso sempre ad innovare; una propensione in parte “oscurata” nel corso del XX secolo, con l’avvento dei manager nati come alternativa e complemento dell’azione imprenditoriale, ma che è riemersa prepotentemente verso la fine dello stesso secolo, con la rivoluzione determinata dalle tecnologie dell’informazione, che hanno avuto l’effetto di “riportare in piena luce i connotati originari dell’imprenditore”; ciò ha consentito di “celebrarne la potenza creativa” e di ricuperare la considerazione dell’attività innovativa come “atto rivelatore della presenza dell’imprenditore nel processo economico”.
Perché, allora, si chiede Berta, riesce difficile catturare i contenuti e le rappresentazioni idonei a consentire di fissare, in termini univoci, il profilo dell’imprenditore? A questa domanda egli si propone di rispondere, intraprendendo “un percorso tra economia e storia”, intesa quest’ultima un senso lato, non come ricostruzione delle vicende economiche.
Secondo un’accreditata linea di pensiero della storia del pensiero economico, il merito di aver indicato nell’imprenditore il vero motore dell’attività economica va riconosciuto a Richard Cantillon, un finanziere francese vissuto a cavallo tra il Seicento e il Settecento; egli, infatti, ha inaugurato la tradizione continentale di considerare imprenditore, non tanto colui che detiene la proprietà dei mezzi di produzione, né colui che mette a disposizione il proprio lavoro, quanto colui che, organizzando nel migliore dei modi l’impiego dei fattori produttivi, ne assume la responsabilità della gestione.
Tuttavia, a parere di Berta, la definizione di imprenditore data da Cantillon sarebbe lontana “dal rigore analitico proprio dei protagonisti dell’economia politica classica”; per l’”entrepreneur” cantilloniano “non c’è posto nei grandi testi” in cui si compendia l’economia politica della tradizione inglese; ciò è testimoniato dal fatto che, in tali testi, in luogo del termine “entrepreneur”, venga usato alternativamente quello di “manufacturer”, o quello di “undertaker”, od anche quello di “projector”, privilegiando in ogni caso quello di “capitalist”. Nella visione dei classici – afferma Berta – la funzione di guida dell’attività produttiva ha scarsa importanza, mentre ciò che caratterizza il capitalista consiste nell’apporto dei fattori produttivi (ovvero nella fornitura del capitale reale).
Questo spostamento d’accento, riguardo al ruolo e alla funzione del soggetto che organizza e conduce l’attività economica, non impedisce che il ruolo e la funzione del “capitalist” della tradizione inglese coincidano con il ruolo e la funzione dell’”entrepreneur” della tradizione continentale. Sono rimasti, però, due approcci differenti alla definizione di inprenditore; perché si delineasse “qualche tacito spunto di convergenza – continua Berta – bisognerà attendere l’ultimo quarto dell’Ottocento”.
Nell’ambito dell’approccio inglese, verso la fine dell’XIX secolo, si è fatta strada l’idea di riportare al ruolo e alla funzione dell’imprenditore anche la genesi del profitto; idea che ha trovato soprattutto nelle riflessioni di Alfred Marshall la sua formulazione più compiuta, permettendo l’integrazione nella struttura del ragionamento economico dell’analisi del ruolo e della funzione dei concetti di imprenditorialità e di direzione dell’impresa; si è così rinvenuta la genesi e la destinazione del profitto nel fatto che esso rimuneri l’imprenditore, non solo perché egli coordina, secondo un approccio razionale, l’impiego del proprio capitale nell’attività produttiva, ma anche perché è colui che si accolla il rischio, “implicato nella combinazione di capitale e lavoro” per scopi produttivi, del successo o dell’insuccesso dell’attività dell’impresa.
All’inizio del Novecento, l’ipotesi della razionalità dell’agire economico e quella del rischio implicito in tale attività sono state ritenute, dall’austriaco Joseph Alois Schumpeter, insufficienti a caratterizzare l’attività imprenditoriale; secondo l’economista austriaco, la definizione dell’imprenditorialità fondata su “una convenzionale razionalità di tipo utilitaristico” era adatta solo ad un’economia statica. L’imprenditore, secondo Schumpeter, non svolge solo attività di routine, ma è anche portatore di nuove forme di azione, capaci di mutare la realtà esistente; prendendo nelle sue mani tutto ciò che concerne l’economia, l’imprenditore lo trasforma in qualcos’altro; l’attività che così pone in essere non è “una semplice capacità di adattamento, è piuttosto una volontà di trasformazione […] che assoggetta a sé la realtà per piegarla alla sua volontà”.
Con questo approccio al concetto di imprenditore, perciò, ricchezza e profitto rappresentano la misura del successo dell’uomo d’azione nel campo dell’economia. Per Schumpeter, sottolinea Berta, l’imprenditore è “un tipo umano che esalta al massimo le doti e le qualità individuali: è l’incarnazione moderna dell’individualismo”. L’agire imprenditoriale è la leva che porta l’economia fuori dal suo binario statico. Secondo l’economista austriaco, il tipo ideale di imprenditore andava individuato nel moderno “capitano d’industria”, un soggetto non riconducibile all’interno della massa degli operatori attivi nel mondo dell’attività economica.
Inoltre, per Schumpeter, l’imprenditore non era soltanto colui che fondava una nuova impresa, ma era soprattutto colui che, in virtù della sua propensione alla “distruzione creativa”, rimuoveva il modo consolidato di utilizzare i fattori della produzione, per crearne uno nuovo; l’esito della distruzione creativa schumpeteriana era il motore dello sviluppo economico e del progresso.
Con l’approfondimento della sua definizione di imprenditore innovatore, Schumpeter mostrava come non fosse necessario legare l’azione imprenditoriale alla proprietà dei mezzi di produzione e al rischio che corre l’investitore che finanzia l’impresa. Fatta chiarezza su tutti questi aspetti, l’imprenditore, secondo Schumpeter, veniva così a configurarsi come perno introno al quale ruotava l’intera economia di scambio, diventando egli l’intermediario tra i possessori di prestazioni produttive e i consumatori.
Questa caratterizzazione dell’imprenditore, formulata da Shumpeter nella fase giovanile della sua esperienza professionale (cioè all’inizio del secolo scorso), varrà a caratterizzare il suo “eroe” in termini esclusivamente individualistici, incurante – afferma Berta – delle convenzioni sociali e avverso a ogni deriva conformistica. Tuttavia, in una fase più avanzata del capitalismo, Schumpeter, dopo aver esaltato la forza dirompente dell’imprenditore innovatore, sarà costretto a riconoscere, ricorda Berta, che anche un “quadro” intermedio della direzione dell’impresa “può rivestire la funzione imprenditoriale, sebbene a rigore non venga ricompensato attraverso il profitto, ma piuttosto con uno stipendio derivante da un contratto di assunzione”.
E’ stato, questo, da parte di Schumpeter, un riconoscimento tradivo del ruolo e della funzione che la “scuola manageriale ed economico-giuridica americana” (per merito soprattutto di Frederick Taylor, Adolf Berle e Gardiner Means) ha assegnato all’imprenditore nella prima parte del XX secolo, in conseguenza della trasformazione dell’organizzazione dell’impresa verificatasi sull’altra sponda dell’Atlantico.
In America, l’innovazione è stata percepita come il prodotto dell’organizzazione, che rende superfluo se non dannoso l’apporto individuale, quando questo non sia strutturato all’interno di precisi “protocolli operativi”. Il ruolo e la funzione affidati alla direzione dell’organizzazione dell’impresa vengono così individuati nella creazione “di procedure standardizzate e formalizzate in luogo del sapere informale, appreso ‘inconsciamente attraverso l’osservazione personale’”.
Ciò implica, non solo la sostituzione della figura dell’imprenditore innovatore individualista, di schunpeterana memoria, con il management dell’impresa (i cui componenti non sono necessariamente i proprietari dei fattori produttivi), ma anche lo sfaldamento del vecchio concetto di proprietà e dell’unità dell’impresa. Questo modo di pensare ha condotto a scoprire che la “moderna corporation, la public company il cui capitale è posseduto da una massa dispersa e anonima di azionisti, [è] ‘l’istitutore dominante del mondo moderno’”.
Tale scoperta ha rappresentato un evento rivoluzionario, in quanto è valsa a “sovvertire il tradizionale assetto proprietario”, in quanto gli interessi dei tradizionali proprietari potevano continuare ad essere garantiti, facendo valere il principio secondo il quale le corporation, nella forma di società per azioni, sono al servizio, non solo del “gruppo di comando”, ma anche dell’intera comunità. Il ricupero della tutela degli interessi dei proprietari è stato infatti determinato dalla necessità che il management fosse responsabilizzato, non solo nei confronti degli “shareholders” (gli azionisti), ma anche e soprattutto nei confronti degli “stakeholders”, cioè di tutti i componenti la comunità.
Così, alla metà del Novecento, il capitalismo americano rifletterà un’immagine dell’imprenditore totalmente spersonalizzato, in cui il l’”eroe” schumpeteriano sarà sostituito dal management d’impresa; contemporaneamente, però, avrà inizio, soprattutto dopo l’esperienza della Grande Depressione, il processo di progettazione e di realizzazione di una complessa legislazione sociale volta ad introdurre una regolazione pubblica dell’attività economica; il controllo sociale del modo capitalistico di produrre, soprattutto dopo il secondo conflitto mondiale, risulterà la forma organizzativa prevalente dei sistemi economici ad economia di mercato.
Ironia della sorte, a causa delle crisi, che per vari motivi hanno colpito le economie di mercato nel corso degli anni Settanta, il primato del management, ricorda Berta, è stato sconfitto e “l’individualismo è tornato ad essere l’unica ricetta per il successo economico”; in tal modo, ha ripreso forma uno scenario economico dominato da quello stesso individualismo che, dopo l’ammansimento degli animal spirit del capitalismo dominato dall’imprenditore distruttore creativo di Schumpeter, era stato sostituito, prima, dal managenemt e, poi, da un crescente e pervasivo controllo sociale dell’attività d’impresa.
Da un lato, il ritorno all’individualismo imprenditoriale, complici i progressi scientifici e tecnologici verificatisi nel campo delle scienze dell’informazione, ha consentito di rilanciare la crescita e lo sviluppo economico delle economie di mercato in crisi; da un altro lato, però, esso è valso anche a ristrutturare le forme di produzione capitalistiche che, con la globalizzazione, sono divenute la causa dello stato permanentemente instabile del mondo economico e politico contemporaneo.
Non è possibile prevedere quanto ancora potrà reggere questa riaffermazione dell’individualismo imprenditoriale; ciò non toglie che sia quanto mai avvertita l’urgenza, nell’interesse dello stesso capitalismo, di ammansire di nuovo la sua azione, perché i suoi risultati tornino ad essere compatibili con gli interessi dell’intera comunità.

L’Italia e lo smarrimento del “suo interesse nazionale”

limes cover 4_17La Grande Recessione che ha colpito gran parte delle economie di mercato, e in particolare alcuni Paesi dell’Unione Europea, tra i quali l’Italia, ha portato con sé una crisi d’instabilità politica, non solo per l’incapacità dell’establishment tradizionale di fare fronte alle conseguenze più negative della crisi economica, ma anche per l’accentuarsi ed il diffondersi del convincimento che le modalità con cui si è cercato, e si continua a cercare, di uscire dalla crisi in modo stabile e duraturo stiano mettendo a rischio le istituzioni democratiche.

Ciò è tanto più grave per quei Paesi che, come l’Italia, non hanno precisa consapevolezza di quali siano il “proprio interesse nazionale” e il proprio ruolo a livello internazionale, e soprattutto europeo. Ciò è dovuto, non tanto alla sua recente costituzione come nazione, quanto alle particolari circostanze che ne hanno caratterizzato la vita politica nel secondo dopoguerra, spingendola ad affidarsi al mondo esterno per la soluzione dei propri problemi interni, di ricorrerere cioè al cosiddetto “vincolo esterno”.

La conseguenza di tutto ciò è stata la maturazione di un’estrema posizione di debolezza contrattuale che l’Italia ha scontato, e continua a scontare, come, ad esempio, al “tavolo delle trattative europee” che di continuo si svolgono per adeguare il governo del mercato interno dell’Europa alle pressioni esercitate dalla globalizzazione (asse di governo franco-tedesco, Europa a due velocità, costituzione dell’”Euronucleo tedesco”, ecc.). Il n. 4/2017 di “Limes” è interamente dedicato all’approfondimento di questi problemi; le osservazioni svolte nell’”Editoriale”, congiuntamente alle argomentazioni formulate in alcuni degli articoli contenuti nel periodico, meritano d’essere considerate.

Nell’”Editoriale” si sostiene, non infondatamente, che la mancata consapevolezza di quale sia l’interesse in base al quale giustificare le scelte nazionali mette a rischio la soluzione dell’antico problema del dualismo Nord/Sud, concorrendo anche a creare motivi che porteranno il Paese a divergere dall’Europa. E’ vero che il “solco che accentua la separatezza originaria tra Settentrione e Mezzogiorno è scavato in parallelo da percezioni antropologico-culturali e dinamiche socio-economiche, nell’impotenza della politica – futile, afasica – e nella fragilità del contesto istituzionale, minato dalla corruzione sistemica, di cui si avvantaggiano mafie e altri poteri informali”, indebolendo l’”architettura geopolitica italiana”; non è meno vero, però, che con la crisi della Prima Repubblica e la fine della guerra fredda “è emersa al Nord la tentazione di codificare su base geoculturale, se non etnica, la propria alterità a Roma e al Sud”, con il fine di affermare la “rappresentazione di una diversità che nella sua versione estrema, tendeva a negare l’identità italiana”, quindi con conseguenze delegittimanti nei confronti dello Stato nazionale.

Il dualismo italiano Nord/Sud “non consiste più – com’è detto nell’”Editoriale” di Limes – solo nella diffidenza del Nord che si vuole civile e produttivo, vocazionalmente impolitico verso l’inefficiente classe amministrativa incistata nella capitale e l’ignaro Mezzogiorno”, ma nell’affermazione del convincimento dell’esistenza di “un’insuperabile diversità antropologica” del Nord rispetto al Sud, alla quale “corrisponde una latente quanto poco ricambiata affinità con il mondo germanico”. Sfortunatamente, questo convincimento è stato corroborato dagli effetti della crisi dell’ultimo decennio.

In tale periodo, il Prodotto Interno Lordo (PIL) del Sud dell’Italia è crollato di quasi il doppio rispetto a quello del Centro-Nord; il PIL medio meridionale è divenuto uguale a poco più della metà di quello dell’area centro-settentrionale, mentre la caduta dei consumi medi pro-capite è stata di due volte e mezzo superiore rispetto a quella registrata nel resto del Paese e quella dell’occupazione è stata addirittura maggiore di sei volte. Di fronte all’aggravamento del dualismo territoriale, vi è chi afferma che il divario sia ormai diventato incolmabile, e a riprova di questa affermazione si osserva che, se anche si dovesse ipotizzare una futura crescita annua del Sud superiore dell’0,4% rispetto a quella del Centro-Nord, per realizzare la tanto attesa convergenza tra le due aree “occorrerebbe attendere l’anno 2243”.

Inoltre, nella parte settentrionale dell’Italia, gran parte del sistema industriale è integrata nell’economia dell’area destinata, probabilmente, a costituirsi in “euronucleo tedesco”. Fatto questo che sembra essere confermato dalla consistenza dell’interscambio fra l’area settentrionale dell’Italia e la Germania; nel 2016, esso ha raggiunto il tetto degli 87 miliardi di euro, a fronte dei 15 miliardi dell’area centrale e dei 7 dell’area meridionale; si tratta tuttavia di un interscambio, quello tra il Nord dell’Italia e la Germania, che al di là delle apparenze nasconde un grave limite: senza una solida ripresa del Mezzogiorno, l’area centro-settentrionale dell’Italia è destinata a risultare penalizzata; ciò perché il mercato del Mezzogiorno varrebbe, per la parte più ricca del Paese “il triplo delle esportazioni verso tutti i Paesi dell’Unione Europea”.

A livello europeo, l’aggravarsi del dualismo tra la parte “ricca” e quella “povera” ha determinato l’ulteriore divergenza, sul piano economico, del nostro Paese rispetto al resto dell’Europa, che negli anni della Grande Recessione, è stata come riporta l’”Editoriale” di Limes, di 9 punti percentuali rispetto all’Eurozona e di 11 punti percentuali rispetto all’intera Unione Europea; si è consolidato in tal modo “il distacco fra la crescita italiana e quella delle principali economie continentali”, che ha sua matrice d’origine nella distruzione dell’economia mista, che aveva consentito all’Italia, non solo di ricostruirsi dopo la Seconda guerra mondiale, ma anche di inserirsi con successo nel mercato manifatturiero internazionale. Come afferma Giuseppe Berta nella sua “Conversazione” con Giuseppe Maronita, il cui testo è riportato nella rivista Limes col titolo “La grande industria è finita con l’IRI. Puntiamo sui medi per non scomparire”, una “retorica semplice e precisa” identificava l’Italia, dopo la Germania, come “seconda potenza manifatturiera” europea.

Il paragone con la Germania, a parere di Berta, non poteva reggere, in quanto, già prima della crisi, l’Italia non disponeva del “possente apparato produttivo tedesco, né la forza lavoro altrettanto evolutiva, tipica di un Paese a forte connotazione manifatturiera”: l’Italia era, e continua ad esserlo, un Paese di imprese medio-piccole, esprimente una realtà ed una forza economica imparagonabili a quele tedesche. La struttura dei settori manifatturieri italiani è, secondo Berta, la “chiave per capire la nostra formidabile esposizione alla crisi”; ma anche, si può dire, la “chiave” per capire le ragioni dell’allargamento della divergenza dell’Italia dal resto dei più importanti Paesi europei. A suo parere, un dato esprime, più di qualsiasi altro, la debolezza dell’apparato industriale manifatturiero italiano: quello stimato da Nomisma, dal quale risulta che “circa il 20% dell’industria italiana – meno di 2000 imprese in un Paese di quasi 60 milioni di abitanti – fa l’80% del valore manifatturiero”, mentre tutto il restante apparato produttivo industriale stenta a conservarsi sul mercato. Il resto dell’apparato industriale, infatti, è costituito da piccole imprese per lo più orientate al mercato interno; nel loro insieme, tali imprese hanno costituito la parte dell’intero apparato produttivo sulla quale si sono “scaricati” gli effetti più disastranti della crisi.

Si deve tenere presente che il dualismo tra medie e piccole imprese preesisteva alla crisi, ma si è fortemente accentuato in seguito; va anche considerato che il dualismo non è solo dimensionale, in quanto esso presenta pure una dimensione settoriale. I settori che più hanno retto gli esiti negativi della crisi sono quelli che andavano meglio anche prima: sono i settori produttivi pesanti, quali quelli della meccanica, della chimico-farmaceutica e della metallurgia; mentre più penalizzati sono stati i settori delle costruzioni e dell’abbigliamento.

Il limite del nostro apparato industriale – afferma Berta – non sta nella mancanza di professionalità e di capacità innovative, “quanto nell’incapacità di produrre realtà industriali grandi, capaci di replicare su vasta scala le intuizioni e le eccellenze locali”. Per questo motivo, sostiene Berta, la nostra maggior forza industriale deve essere rinvenuta in un “capitalismo intermedio”, espresso “da imprese di medio fatturato, capaci di mettere a sistema saperi, competenze e attività presenti nel territorio” che stimolano l’ammodernamento tecnologico e creano sbocchi sui mercati esteri.

Si tratta di una forma di capitalismo che influenza, aggravandolo, il dualismo tra l’aerea settentrionale e quella meridionale del Paese; ciò perché esso è, e resta, espressione delle regioni del Centro-Nord del Paese. Se dunque dopo il decennio di crisi, il dualismo territoriale dell’Italia si è accentuato, lo si deve al peggioramento della situazione del Mezzogiorno e non alla maggior tenuta sul piano economico dell’area settentrionale, la quale peraltro ha visto il deteriorarsi della propria situazione rispetto all’Europa.

Dopo tanti anni di attenzione riservata al cosiddetto capitalismo leggero della moda e del design, l’Italia deve prendere atto del fatto che non potrà mai esprimere un’economia incentrata sulla grande industria; ciò perché – afferma Berta – “è un Paese di recente e imperfetta industrializzazione, che ha fatto il suo miracolo tra la metà degli anni Cinquanta e la metà dei Sessanta in condizioni internazionali e politico-sociali forse irripetibili, e che ci ha messo altri dieci anni, dalla metà degli anni Settanta, per demolire l’economia mista e sprofondare nei debiti”. Occorre, perciò, che si reagisca alla situazione evidenziatasi nella sua nuda realtà durante e dopo la crisi, tenendo presente che la forza oggi sta nella “sparuta pattuglia” di medie imprese, da incentivare e proteggere con uno sforzo congiunto del mondo imprenditoriale e di quello politico.

Il mondo imprenditoriale, a parere di Berta, deve riconsiderare il problema della propria rappresentanza; ciò al fine di “ricalibrare” l’azione a tutela della sua funzione sulla “dimensione di gran lunga dominante” del capitalismo italiano, rendendo più efficace l’operato delle proprie organizzazioni a livello nazionale ed internazionale. Il mondo politico deve anch’esso prender atto della nuova realtà economica che ha preso forma dopo i dieci anni di crisi e “chiudere la forbice”- come si afferma nell’”Editoriale” di Limes – fra “oggettivo rilievo e carenza di soggettività” che caratterizza il Paese; ciò al fine di costituirlo “in attore geopolitico”, non importa se grande o piccolo, per proteggere gli interessi nazionali “nella competizione e nel compromesso” con gli altri attori geopolitici, evitando così, come spesso è accaduto nei momenti più acuti della crisi, di “pretendersi Stato per farsi eterodirigere da altri Stati”.

Sinora, l’Italia è stata molto disattenta nel valutare il rischio cui potrebbe essere esposta se prendesse corpo ciò di cui spesso si discute; qualora cioè diventasse concreto lo scenario connesso alla possibile costituzione in Europa dell’euronucleo tedesco; evento questo che varrebbe ad evocare anche la possibilità che la fragile unità dell’Italia sia “spaccata” dall’adesione all’euronucleo della “macro-regione padana”, per via dell’ulteriore peggioramento del dualismo territoriale, che vedrebbe l’area del Mezzogiorno non più in grado di esercitare un attrazione economica conveniente nei confronti del capitalismo leggero delle regioni del Centro-Nord del Paese. La necessità di prevenire questi possibili eventi nefasti esprime il motivo per cui agli italiani serve un’Italia che sia attore geopolitico.

Gianfranco Sabattini

Giuseppe Berta, tecnologia e irreversibilità dei sistemi economici

bertaGiuseppe Berta, in “Post-global: economia politica della nostalgia” (Il Mulino 2/2017), svolge interessanti considerazioni sul ruolo della tecnologia nella formulazione delle politiche utili a rimediare a molti guasti provocati dalla globalizzazione, sorretta dal funzionamento di un mercato senza regole. Anche se il contesto al quale Berta si riferisce, gli Stati Uniti d’America e le pretese dell’attuale Presidente di mantenere le promesse fatte durante la campagna elettorale che l’ha visto vincitore, il senso del suo discorso assume un significato generale e solleva non pochi problemi per il futuro dei Paesi ad economia di mercato, retti da sistemi politici democratici. Quale il ragionamento di Berta?
Nella sua campagna elettorale, Donald Trump aveva promesso ai “dimenticati d’America” che avrebbe “costretto” i grandi gruppi industriali, a cominciare da quelli del settore dell’auto a garantire, da un lato, il potenziamento della produzione industriale endogena e, dall’altro lato, a stimolare maggiori investimenti da parte degli stessi gruppi, “grazie a una spregiudicata politica di sostegno, fondata in primo luogo sulla rimozione dei severi vincoli ambientali posti dall’amministrazione Obama”.
Secondo Berta, il “nocciolo della politica industriale di Trump” si fonderebbe sulla re-industrializzazione del Paese, le cui leve per la sua attuazione dovrebbero consistere “nel protezionismo doganale come minaccia” (il bastone) e “nella soppressione delle misure ecologiche come incentivo” (la carota). L’obiettivo politico di Trump dovrebbe essere quindi quello di “far rivivere l’America dei produttori, quella di un big business”, che un tempo era all’origine delle “grandi fabbriche” e delle “concentrazioni operaie”.
Basterebbe considerare la semplicità con cui il neo-Presidente intende attuare le promesse elettorali, per intendere – afferma Berta – “come, nel suo nucleo costitutivo, la visione post-global di Trump si sostanzi di nostalgia. Nostalgia per il buon tempo andato, quando nessuno sfidava il primato americano e Detroit [il centro, per eccellenza di produzione dell’auto] girava a pieno regime”. Fare leva sulla nostalgia, sarebbe, a parere di Berta, il frutto di una “furbata” del tycoon americano che, candidandosi alla presidenza degli Stati Uniti, è stato “abile a capire che la nostalgia era la chiave di volta per arrivare al cuore di un elettorato che sognava un ritorno al passato”; un passato che Berta ipotizza sia “incardinato nella psicologia del neo-Presidente” che, considerata la sua età, non più nel verde degli anni, come molti della sua generazione custodirebbe dentro di sé “la memoria dell’America ricca e potente, dove c’era lavoro per tutti”.
Gli analisti economici del settore industriale americano, in particolare quelli del comparto dell’auto, parrebbero non essere convinti della bontà della politica industriale di Trump; perché, se tale politica fosse realmente volta ad aumentare i livelli occupazionali, non terrebbe conto del fatto che, impiantare nuove attività produttive o potenziare quelle già esistenti, con l’impiego delle tecnologie oggi disponibili sarebbe possibile creare un numero di posti di lavoro di gran lunga inferiore rispetto a quello realizzabile in passato a parità di risorse investite; ciò perché il progresso tecnologico ha completamente trasformato le combinazioni dei fattori produttivi all’interno delle fabbriche (in particolare all’interno di quelle automobilistiche), allargando i processi di automazione che, com’è noto, consentono di risparmiare sull’ammontare dei costi salariali attraverso una minore occupazione.
La politica industriale di Trump, perciò, a parere di Berta, si scontrerebbe con un “nemico” difficile da sconfiggere, qual è appunto l’innovazione tecnologica, in grado di creare non poche difficoltà sulla via di un sicuro successo del “dirigismo” di Trump. La tecnologia, infatti, è stata del tutto trascurata dalla retorica che ha animato la campagna elettorale del neo-Presidente e continua ancora ad essere assente nei suoi intenti di inaugurare una nuova politica industriale per l’America; mentre, al contrario, l’innovazione tercnologica costituirà il vero ”ostacolo contro il quale sono destinate a cozzare le premesse” del dirigismo trumpiano, al fine di “ricuperare l’America ai fasti di una volta”.
E’ forse questa la ragione per cui, tra i rappresentanti del capitalismo americano e l’entourage del neo-Presidente, non vi è una chiara intesa sul da farsi; ciò perché – afferma Berta – l’anima di Trump “non è omologabile al capitalismo di un tempo”; è perciò prevedibile che non passerà molto tempo per capire che il “’vecchio’ capitalismo non può restaurare la prosperità della rust belt, le aree rugginose della deindustrializzazione. Esse sono state affondate dalla tecnologia”, ancor più, e prima ancora, che dalla delocalizzazione di molte attività produttive americane in Cina ed in altre parti del mondo, vantaggiosa dal punto di vista dei costi di produzione.
Il nazionalismo che sorregge le intenzioni politiche di Trump, a parere di Berta, esalta la “politica della nostalgia” anche di altri protagonisti della scena politica mondiale: come, ad esempio, quella di Theresa May che, dopo la Brexit, intende “riscoprire il ruolo globale del Regno Unito, quale erede del Commonwealth britannico”, o ancora quella di Vladimir Putin, che persegue il ricupero della vecchia posizione di potere mondiale della Russia attuale, attraverso l’enfatizzazione della “missione imperiale adempiuta da Stalin”. Si tratta, in sostanza – sottolinea Berta – di intenzioni “destinate a consumarsi non appena si scontreranno con le dure repliche della storia, alla stessa maniera in cui sono andate in frantumi le visioni ireniche della globalizzazione, magnificata come la fonte di maggior benessere per tutti”.
L’avvento alla presidenza di Trump non deve essere dissociato dalla crisi nella quale è incorso il processo di globalizzazione, portando alla Grande Recessione; crisi cui si deve il declino delle grandi imprese multinazionali che, coniugandosi con la svolta antiglobalista trumpiana, contribuirà a far cessare che esse continuino ad essere percepite come il primario sostegno globale della crescita e dello sviluppo; ciò, molto probabilmente, farà sì che le grandi imprese americane siano costrette a rinunciare all’”impero che avevano costruito, accettando di trasformare le proprie diramazioni locali in imprese più aderenti ai caratteri economici delle nazioni che le ospitano”.
Al contrario, le imprese multinazionali, costituite da “conglomerati” di attività finanziarie, di ricerca, d’investimento e di produzione di servizi informatici, “confidando nella forza della proprietà intellettuale” esclusiva della quale dispongono, potranno continuare a svolgere la loro attività di sempre; ma anch’esse, prima o poi, saranno costrette a subire la protesta di chi, grazie alla loro attività innovativa, vedrà ridursi le possibilità occupazionali. A parere di Berta, saranno invece destinate a conservarsi sul mercato e ad operare le imprese di “dimensioni ridotte capaci tuttavia di avvantaggiarsi delle piattaforme dell’e-commerce per comprare e vendere su scala globale”; esse potranno dare origine ad “un capitalismo frammentato e parrocchiale”, col beneficio di godere di un ampio sostegno pubblico.
«Se lo scenario appena descritto è l’obiettivo dell’amministrazione Trump – afferma Berta – occorrerebbe dare al neo-Presidente “un eccessivo credito di lungimiranza per poterlo pensare”, ma anche per poterlo realizzare; nell’immediato, ciò che si può dire e che il Presidente degli Stati Uniti, grazie alla nostalgia per il passato di cui è pervaso, abbia colto opportunisticamente l’”atout” offertogli dalle forze che ancora si identificano nell’establishment totalmente legato al ciclo della globalizzazione in crisi». In questo modo, Trump ha potuto vincere le elezioni ”raccogliendo attorno a sé un elettorato composito, nel quale si ritrovano i forgotten, coloro che la globalizzazione ha lasciato indietro nella sua marcia incurante dei costi sociali, un buon aggregato di classe media non ancora spossessata delle proprie opportunità e i rappresentanti della più spregiudicata oligarchia degli affari di Wall Street”. Un blocco sociale che, dal punto di vista europeo, si tende a qualificare come sbocco finale di un movimento populista “made in USA”.
Tale blocco sociale è valutato da Berta in termini diversi dai blocchi sociali espressi dai movimenti populisti e fascisti del periodo tra le due guerre; tali movimenti pretendevano di risolvere le difficoltà, seguite alla Grande Depressione del 1929/1932, con la rinuncia alla democrazia e con la proiezione sopranazionale attraverso l’uso della forza. I populismi che allignano ora al di qua e al di là dell’Atlantico, con l’eccezione di quelli autoritari di alcuni Paesi europei, tendono a conciliare “i sistemi economici con le nazioni” e di conservare le loro proiezioni internazionali senza rinunciare alla istituzioni democratiche, sia pure in presenza di un potere politico depotenziato in pro di quello economico.
Nel caso dell’America – afferma Berta – il collante dell’operazione avrebbe tuttavia origini nel passato, dovendo per forza fare appello all’idea di “un primato perduto, per colpa di un’élite corrotta e globalista che avrebbe scientemente cancellato le radici popolari e nazionali, ora da ricostruire” Rivolgendosi a un elettorato custode di questa “memoria tradizionale del passato”, la nostalgia è apparsa a Trump come “un mastice irrinunciabile” per la costruzione e la conservazione del suo blocco di consenso.
Ma se la memoria del passato può servire a dare corpo ad una politica industriale che persegua una struttura produttiva fatta di imprese di limitate dimensioni, orientate a produrre per il mercato interno ed anche per quello internazionale, nella prospettiva di un ridimensionamento del vecchio capitalismo delle imprese multinazionali, si imporrà alla nuova amministrazione americana, non solo l’urgenza di ricuperare antichi “circuiti economici locali”, ma anche istituzionalizzare nuove regole distributive del prodotto sociale.
È, quest’ultimo, un tema sempre eluso, oltre che dai movimenti populisti ovunque essi siano presenti, anche dalle forze che si identificano negli establishment tradizionali che intendano, con le loro politiche-tampone, riconciliare i sistemi economici in crisi con le nazioni senza alcuna riflessione sui cambiamenti che sarebbe necessario introdurre per rimuovere le ineguaglianze distributive. Questi cambiamenti sarebbero sicuramente impediti, come sinora è avvenuto, da un potere economico egemone su quello politico; tutto ciò, nel caso dell’America, non concorrerà certo a farla di nuovo grande, com’è nella promesse di Trump, ma potrebbe tutt’al più solo rendere pro-tempore “vivibili territori che non lo sono più”.
Nel lungo periodo, però, c’è da stare sicuri che la politica della nostalgia non garantirà a Trump di riuscire a conservare il voto dei cittadini della “cintura della ruggine” (the rust belt), i quali non esiteranno a voltargli le spalle, per le sue promesse demagogiche rimaste senza seguito.

Gianfranco Sabattini

Gli sviluppi dell’economia italiana rispetto al mondo

PAOLO ONOFRI PROMETEIA ASSOCIAZIONE

PAOLO ONOFRI PROMETEIA ASSOCIAZIONE

Paolo Onofri, economista e segretario generale di Prometeia, l’Associazione per le Previsioni Econometriche nata nel 1974 per iniziativa del noto economista dell’Università di Bologna Nino Andreatta, poi trasformata, nel 1981, sempre su sollecitazione dell’economista bolognese, in “Prometeia Associazione per le Previsioni Econometriche”. Questa, oltre a fornire servizi di calcolo all’Associazione originaria, ha poi sviluppato competenze specifiche di analisi dei mercati e degli intermediari finanziari; infine, alla fine degli anni Ottanta, “Prometeia” si è ulteriormente trasformata nel centro previsionale che l’ha resa famosa, per divenire nel 2006 “Prometeia Advisor Sim”, consulente per gli investitori istituzionali.
Nell’articolo “Economia mondiale, economia italiana. Un contrappunto”, pubblicato sul fascicolo 1/2016 de “Il Mulino”, Paolo Onofri offre, dalla sua “privilegiata posizione”, un interessante confronto retrospettivo e prospettico dell’economia italiana rispetto all’andamento passato e al prevedibile futuro dell’economia-mondo, accompagnato da alcune responsabili considerazioni critiche relative alle previsioni concernenti l’Italia.
Nel periodo compreso tra il 1951 e il 1975, “la crescita del PIL reale aveva proceduto al tasso del 5,1% medio annuo, e del 4,3% in termini pro capite; contro, ad esempio, un aumento medio annuo del PIL pro capite in termini reali negli Stati uniti del 2,3% nello stesso periodo”. La crisi internazionale esplosa negli anni Settanta, con il collasso, prima, degli accordi di Bretton Woods e, successivamente, dei mercati delle materie energetiche, quindi con il crescente indebitamento dei Paesi in via di sviluppo, ha causato una radicale cesura nell’evoluzione che aveva caratterizzato sino ad allora l’economia mondiale. La politica di bilancio con la quale nei primi venticinque anni del dopoguerra era stata realizzata la stabilizzazione della domanda aggregata, quindi dell’occupazione, ha dato origine ad una forte instabilità di tutti prezzi, sia dei prodotti e dei servizi, che delle materie prime, divenuta una caratteristica persistente delle economie sviluppate.
Il fenomeno dell’inflazione associata alla stagnazione ha messo in crisi la politica di bilancio, rendendo confusi gli obiettivi tradizionali della politica monetaria, a causa del venir meno della “certezza, come nei decenni precedenti, della crescita della domanda, della stabilità dei livelli dei tassi d’interesse e di cambio”; con la conseguenza che il ventennio 1975/1995 è stato caratterizzato da “radicali mutamenti nella gestione delle politiche economiche, indotti dal crollo del sistema monetario di Bretton Woods e dagli shock petroliferi degli anni Settanta.
L’obiettivo principale della politica monetaria è divenuto così quello di rientrare dall’inflazione, mentre la politica di bilancio è risultata fondamentalmente orientata al perseguimento della stabilizzazione del disavanzo del debito pubblico, anziché della domanda finale del sistema economico. In tal modo – afferma Onofri – sono state gettate le basi “per la liberalizzazione dei sistemi finanziari e l’uscita da decenni di ‘repressione finanziaria’, come ora vengono chiamati i primi venticinque anni del dopoguerra, quando la forte regolamentazione dei mercati finanziari aveva evitato riflessi finanziari delle politiche di bilancio espansive”. Mentre, però, in altri Paesi, il rientro dall’inflazione è stato razionalmente perseguito attraverso un mix di misure monetarie e fiscali, in Italia le difficoltà di attuare lo stesso tipo di politica economica ha imposto la necessità di affidarsi al “vincolo esterno”, ovvero “allo SME e all’adesione alle tappe verso il mercato unico e l’unione monetaria”.
Vent’anni dopo gli shock monetari e quelli dei mercati delle materie prime, mentre i Paesi che avevano perseguito con continuità il rientro dall’inflazione potevano garantire la difesa dei livelli di benessere raggiunti, l’Italia, ancora impegnata ad “aggiustare” la propria economia ha dovuto affrontare le difficoltà connesse all’ingovernabilità del suo debito pubblico; a peggiorare la situazione – afferma Onofri – sono sopraggiunte anche “le ansie che ora sono conclamate. Sul piano politico: il passaggio dallo scontro tra le ideologie allo scontro tra le civiltà (clash of civilizations). Su quello economico: le implicazioni non sempre facili da accettare per le politiche nazionali dell’allora imminente unione monetaria europea”.
Il cambiamento complessivo dell’economia mondiale ha segnato per l’Italia l’inizio di un trend di crescita che ha cambiato tendenza rispetto al passato; infatti, tra il 1975 ed il 1995, il tasso di crescita medio annuo dell’economia nazionale si è ridotto al 2,4% e quello del reddito pro capite al 2,2%. Il contenimento dell’inflazione indotta dagli shock di vent’anni prima ha lasciato aperta “la questione del debito pubblico”, mentre la politica di bilancio è stata perseguita in funzione della sua sostenibilità; obiettivo, quest’ultimo, ancora ora in corso di perseguimento.
A livello internazionale, tra il 1995 e il 2007 si è continuato a perseguire l’obiettivo del controllo dell’inflazione e quello della sostenibilità fiscale del debito pubblico; sotto l’apparente calma di una fase di stabilità, da alcuni definita “Grande Moderazione”, sono nate, per via della crescente finanziarizzazione dell’economia, numerose bolle speculative, la principale delle quali, quella dei mutui subprime americani, è esplosa nel 2007/2008; ciò ha dato inizio ad una crisi dell’economia-mondo, i cui ultimi effetti sono ancora in corso, con il rallentamento della crescita in tutti i Paesi, le cui aspettative sono state depresse più di quanto non lo fossero state a metà degli anni Novanta. Per l’Italia, il periodo 1995/2007, sotto l’apparente calma della fase internazionale della “Grande Moderazione”, si è verificata un’ulteriore riduzione del trend di crescita rispetto a quella verificatasi nel periodo 1975/1995.
L’ulteriore contrazione del tasso di crescita annua dell’Italia, a parere di Onofri, è stata determinata dal fatto che l’”intensità della concorrenza internazionale e il rallentamento della crescita della produttività erano stati i principali fattori specifici della modificazione del trend verificatosi tra il 1975 e il 1995, ma non erano stati pienamente valutati nelle loro implicazioni prospettiche”. Prima ancora dell’esplosione della crisi attuale, la mancata valutazione di quei fattori specifici è stata infatti la causa dell’ulteriore contrazione della crescita degli anni 1996/2007; il tasso di crescita medio annuo si è ridotto all’1,6% e quello della crescita in termini pro capite all’1,3%. Si è trattato – afferma Onofri – “di un mutamento di trend di minore intensità rispetto a quello dovuto alla rottura dell’ordine internazionale di quaranta anni fa” Il sopraggiungere della crisi ha ulteriormente peggiorato il ritmo della crescita dell’economia nazionale.
Di fronte alla situazione descritta, è inevitabile porsi il problema del come uscire dal continuo trend negativo della crescita: deve l’Italia accettare la prospettiva di un’ulteriore riduzione della propria crescita, oppure può riconquistare il ritmo di crescita del decennio precedente lo scoppio della crisi del 2007/2008? A parere di Onofri, una semplice estrapolazione meccanica dei dati dal 1951 ad oggi condurrebbe a un trend ancora più basso di quello pre-crisi; è più opportuno, perciò, ricorrere a valutazioni prospettiche effettuate sulla base di modelli strutturali, quale quello che Michele Catalano ed Emilia Pezzolla hanno presentato nel 2015 alla “XII Euroframe Conference di Vienna”.
Si tratta di un “modello a generazioni sovrapposte”, costruito ipotizzando una “parità di contesto internazionale e di politica economica”, dal quale sono state estratte le implicazioni dell’evoluzione “della popolazione totale e della sua distribuzione per età su offerta di lavoro, formazione di risparmio e quindi accumulazione di capitale e crescita”. Nel modello, la componente demografica non è stata considerata solo in funzione della sua numerosità, “ma anche della qualità del capitale umano”, stimata con indici che hanno fatto “riferimento al livello di scolarità delle diverse classi di età” e di quelle che via via sarebbero entrate nel mercato del lavoro; dalla combinazione di quantità e qualità del capitale umano è stata calcolata la formazione del capitale fisico, che si è supposto incidente “sulla dinamica della produttività totale dei fattori produttivi”.
Gli effetti complessivi ricavati dal modello hanno suggerito, per l’Italia negli anni 2016/2040, la possibilità di una “crescita media annua potenziale” pari ad un tasso dell’1,3%, di poco inferiore a quella degli anni 1995/2007: “Più lenta nel primo decennio e un po’ più sostenuta successivamente quando, nel corso della seconda metà dei prossimi anni Venti”, vi sarà “un ricupero della crescita potenziale, conseguente sia alla ricostituzione dello stock di capitale fisico […], sia alla diffusione più ampia di una maggiore scolarità a tutte le coorti delle forze di lavoro”.
A parere di Onofri, quindi, alla domanda se l’Italia debba accettare la prospettiva di un’ulteriore riduzione del trend di crescita, la risposta è che ci sarebbero le condizioni “per riprendere a crescere al ritmo quasi uguale a quello degli anni pre-crisi, ma senza recuperare il terreno potenziale prospettico che la crisi ci ha fatto perdere”. Le valutazioni, tuttavia, hanno il limite d’essere basate su un modello previsionale il cui mondo di riferimento è limitato soltanto alla considerazione di tre Paesi: Italia, Francia e Germania. Inoltre, Onofri è consapevole che fare previsioni per i prossimi decenni è un’operazione ad alto rischio: intanto, perché le previsioni spinte sino a date molto lontane possono essere valutate solo sulla base di considerazioni di natura qualitativa; in secondo luogo, perché l’economia-mondo esprime un orizzonte molto più complesso di quello espresso dai tre soli Paesi presi in considerazione dal modello utilizzato per le previsioni; infine, perché il presente è caratterizzato da fenomeni che ora sono ancora embrionali, ma che nel futuro potrebbero essere la causa di ulteriori radicali trasformazioni dell’intero scenario economico mondiale.
In conclusione, secondo Onofri, “a distanza di quarant’anni dal primo grande shock petrolifero, di venti dalle svolte della metà degli anni Novanta e di quasi nove dall’inizio della crisi”, ci si può chiedere che cosa stia maturando a livello globale alla fine del 2016. Per quanto riguarda l’Unione Europea, nella quale sono integrati i tre Paesi considerati dal modello di Catalano e Pezzolla, la crescita potenziale è esposta ai rischi connessi agli ostacoli di natura socio-politica (migrazione, terrorismo, movimenti sociali anti-euro), di natura istituzionale e demografica; il clima di incertezza nascente dalla percezione di tali rischi fa sì che il governo del presente europeo sia “nelle mani della politica tout court“.
Per quanto riguarda l’Italia – afferma Onofri – “ragioni strutturali di fondo difficilmente modificabili suggeriscono che la crescita potenziale riprenderà, sì, ma a ritmi limitati. Ritmi che saranno sempre più condizionati dall’estero”. Si tratta di una conclusione in linea con quella formulata da Giuseppe Berta nel suo recente libro “Che fine ha fatto il capitalismo italiano?”, nel quale lo storico della Bocconi ha sottolineato l’urgenza, per il Paese, di un ridimensionamento delle sue aspettative. Senza che ciò debba implicare una sorta di autoripiegamento rispetto allo spazio occupato nel passato, il ridimensionamento deve invece costituire la premessa per fare “riguadagnare” al Paese un clima di fiducia, utile per poter effettuare scelte responsabili in funzione di un futuro problematico.

Gianfranco Sabattini

Fine dell’Economia mista e crisi del capitalismo italiano

capitalistiTra la fine del Novecento e l’inizio del Duemila, l’Italia ha liquidato la struttura portante della propria economia, fondata sulla specificità del proprio capitalismo, espressa dalla presenza di un robusto settore pubblico nel tessuto produttivo, che valeva a qualificare l’economia del Paese come “economia mista”. Il risultato è stato, a parere di Giuseppe Berta (“Che fine ha fatto il capitalismo italiano?”), che non soltanto è venuto meno un capitalismo dai lineamenti prettamente italiani, ma è mancata anche l’elaborazione di un “modello economico del nostro Paese”, che aiutasse, “più ancora che a comprendere i problemi che lo affliggono, a intravedere una prospettiva definita”.
L’economia italiana è oggi internazionalmente integrata, attorniata dal complesso delle economie degli altri Paesi, rette dalle diverse forme in cui si declina il capitalismo attuale; essa, però, in mancanza della sua antica specificità, è stata spinta ai margini dell’economia mondiale, proprio perché priva di un assetto produttivo riconducibile ad un ben definito modello di governo del proprio sistema economico. Quell’assetto è venuto meno, non perché gran parte di esso sia stato trasferito sotto il controllo di imprenditori esterni, ma perché ha perso la propria coesione interna; non deve stupire perciò – afferma Berta – che ora “sia così difficile coglierne una linea di evoluzione”.
Perché è accaduto che l’Italia “smontasse” la propria forma specifica di capitalismo, privandosi in tal modo dello strumento col quale aveva realizzato la propria modernizzazione, non solo economica?. A parere di Berta, l’evoluzione della base produttiva italiana è sempre stata caratterizza dalla presenza di due correnti di pensiero, che si sono confrontate tra loro “in differenti momenti e passaggi” della storia contemporanea del Paese. La prima corrente è stata espressa da un’”élite industrialista”, mossa dalla volontà di guidare l’Italia “verso il traguardo delle produzione su larga scala, così da reiterare in modo originale gli orientamenti più forti dello sviluppo occidentale”; la seconda linea di pensiero, per contro, non si è mai orientata verso l’esterno come la prima, per garantire il successo industriale raggiunto dagli altri Paesi, ma ha sempre sostenuto l’opportunità che si enfatizzassero “le condizioni peculiari in grado di animare una crescita magari più lenta, ma costante e solida”.
Delle idee dell’antico confronto tra le due linee di pensiero non restano che ricordi lontani; quindi, occorre prendere atto che la seconda corrente è oggi la “depositaria dell’imprinting italiano” dal quale si propende a far dipendere il nostro futuro, al quale sono affidate le opportunità economiche del Paese.
In passato sono stati coloro che hanno sposato la prima linea di pensiero a far valere il proprio punto di vista; ma ora che la contrapposizione delle due linee di pensiero riguardo all’evoluzione della struttura economica dell’Italia si è estinta, occorre tuttavia riconoscere che, con il governo dell’economia ispirato dalla seconda linea di pensiero, lo smantellamento dell’economia mista non è stata supportata da una visione complessiva della struttura del sistema economico italiano e delle dotazioni sulle quali esso poteva “fare affidamento per il proprio futuro”. Senza una visione, anche approssimata, del proprio futuro, si doveva riconoscere – afferma Berta – che il Paese non poteva andare da nessuna parte, né poteva sperare, senza il suo supporto, di poter “ritornare su un cammino di crescita, pur contenuta e minore rispetto a un tempo”.
Sono trascorsi pochi lustri, osserva Berta, dacché l’IRI è stato liquidato nel 2000, senza che il Paese sia stato dotato di un nuovo modello di crescita e sviluppo, al fine di impedire che la sua struttura capitalistica diventasse “tanto labile e sbiadita come ora” e il suo tessuto imprenditoriale si rattrappisse sino quasi a scomparire; ne è prova il fatto che, dopo lo smantellamento dell’IRI, il “sistema delle imprese ha smarrito i suoi lineamenti storici, senza acquistarne di nuovi e soprattutto senza raggiungere un assetto inedito abbastanza saldo da far maturare una credibile prospettiva di sviluppo”.
Sin dalla sua costituzione, nel 1933, l’IRI è stato un soggetto determinante per il futuro del capitalismo italiano, non per via del quadro istituzionale corporativo del regime politico esistente all’epoca, ma in quanto l’istituto è rimasto estraneo, al “di là dei tributi di rito [ ] pagati alla retorica del fascismo”, a quel quadro. La sua costituzione ed il suo ruolo sono ascrivibili a quegli uomini che sono stati i portatori della linea di pensiero industrialista cui si è prima accennato e che ha avuto in alcune personalità, quali ad esempio Alberto Benedice e Donato Menichella, i suoi più autorevoli e prestigiosi rappresentanti. Per iniziativa di costoro, l’IRI, destinato ad attuare la politica degli smobilizzi nei quali risultava incagliata gran parte del sistema industriale italiano dopo la Grande Guerra, a partire dal 1937 si è configurato come “un polo di grandi imprese” all’interno dell’economia del Paese; il suo merito è consistito nell’aver garantito la continuità di “un apparato produttivo che sarebbe franato e si sarebbe disarticolato sotto l’urto della crisi” provocata dalla Grande Depressione del 1929-1932.
All’alba dell’Italia repubblicana – afferma Berta – l’IRI ha costituito il punto di partenza della ricostruzione del Paese; le sue imprese hanno permesso all’Italia di riaffacciarsi sul mercato internazionale, divenendo negli anni della ricostruzione e del “miracolo economico” un vettore insostituibile dell’innovazione e del progresso tecnico; è stato grazie ad esso che il sistema economico nazionale ha potuto approfondire la sua presenza sui mercati internazionali, per diventare, assieme all’ENI, l’”agente del nuovo paradigma dell’economia mista”. Con questo nuovo paradigma, il sistema misto è divenuto il tratto distintivo dell’assetto dell’economia italiana del secondo dopoguerra, stabilendo tra la componente pubblica del sistema economico e quella privata “una relazione di interdipendenza”, diventata “condizione di garanzia per la continuità stessa dell’iniziativa privata”.
Il ruolo e la funzione del nuovo paradigma incentrato sull’IRI sono stati svolti con efficienza sino alla fine degli anni Sessanta, per precipitare poi in una condizione di insostenibilità, allorché, per effetto delle trasformazioni sociali interne e della cambiamento delle condizioni di mercato dei prodotti petroliferi, il polo pubblico delle imprese è stato convertito in strumento di una politica economica volta a togliere dalle difficoltà il sistema sociale dell’Italia. E’ accaduto così che l’IRI, “sollecitato a operare quale strumento delle politiche di governo”, fosse stravolto, “annichilito dalla sottomissione all’autorità politica”, dall’assunzione di un “carico di compiti tanto ampio quanto contraddittorio, che poteva essere sostenuto soltanto addossandone i costi sulla collettività”.
Quando Romano Prodi ha assunto la presidenza dell’IRI nel 1982, l’istituto versava in condizioni talmente gravi da divenire nell’immaginario di molti osservatori una bomba ad alto potenziale a miccia accesa; la classe politica si è allora convinta della necessità di una svolta, da realizzarsi con lo smantellamento, nel 2000, dell’economia mista, sulla quale era stato fondato nel dopoguerra il successo del capitalismo italiano. Lo smantellamento è stato realizzato attraverso la prevalente privatizzazione delle imprese dell’ente pubblico, senza che i partiti di governo e di opposizione pensassero di accompagnare l’eliminazione del polo pubblico dell’economia con l’elaborazione di un’idea precisa circa l’assetto da assegnare alla futura struttura economica del Paese.
Con l’abbandono dell’economia mista, il sistema delle imprese italiane è stato incapace di migliorare la propria efficienza; senza l’”ombra protettiva dello Stato e senza l’impulso dell’intervento pubblico, la struttura del capitalismo italiano ha cessato di supportare lo sviluppo della società” e di “far marciare la sua crescita” secondo i ritmi del passato. E’ divenuto così inevitabile rinvenire la causa della progressiva caduta del capitalismo italiano, tra la fine del Novecento e l’inizio del Duemila, nel venir meno del ruolo dell’economia pubblica che, per gran parte del secolo scorso, aveva realizzato una coesistenza dinamica positiva con l’economia privata del Paese.
Ricordare le vicende che hanno caratterizzato in negativo l’evoluzione del capitalismo italiano nel corso del XX secolo e la liquidazione della sua componente pubblica, non significa – afferma Berta – che si debba “rifare l’IRI”; lo impedirebbero, tra l’altro, le regole comunitarie vigenti, che l’Italia ha accettato dopo il trattato di Maastricht, proprio per introdurre nel governo dell’economia una netta discontinuità rispetto al passato.
Di fronte alla crisi che da tempo affligge il Paese, il problema non sta tanto nell’immaginare un’Italia in cui sia presente uno strumento alternativo all’IRI, quanto nell’incapacità delle forze politiche, sindacali ed imprenditoriali di promuovere la formulazione di un’ipotesi in grado di far ripartire il ciclo virtuoso della crescita economica, sia pure in presenza di condizioni operative radicalmente diverse da quelle esistenti nel passato; soprattutto, senza la commistione fra politica ed economia che è stata la causa principale della crisi dell’economia pubblica italiana.
Oggi – afferma Berta – il sistema industriale italiano “proietta di sé due immagini diametralmente opposte”: una è quella che prefigura un “processo di destrutturazione del capitalismo delle grandi imprese storiche”; l’altra è quella espressa “dall’ascesa delle imprese dal profilo intermedio, che incarnano, a differenti stati di evoluzione, quanto di nuovo e di più solido è venuto coagulandosi all’interno dei territori dove si è ramificata la presenza dell’imprenditorialità”. Si tratta di realtà che si sono separate da tempo; non essendo però dotate degli stessi ritmi dinamici, esse configurano due aree economiche distinte, alle quali corrispondono due differenti prospettive: alla prima guardano coloro che esprimono una valutazione negativa sullo “stato di salute” del sistema economico italiano; alla seconda tendono lo sguardo coloro che sono propensi ad esprimere una valutazione ottimistica, fondata sul ruolo e le funzioni delle “imprese locomotive” presenti nella “geografia dei distretti industriali”, operanti in particolare nel Veneto, in Toscana, in Lombardia, Emilia-Romagna e Campania.
Tuttavia, a parere di Berta, non basteranno le imprese locomotive dei distretti industriali, né le poche medie imprese che sono riuscite ad inserirsi nel mercato internazionale, “a cambiare il ritmo lento a cui marcia l’economia italiana”; ciò perché l’insieme di tali imprese non “dispongono della forza sufficiente per disseminare i loro stimoli allo sviluppo in una società che risente troppo poco della loro presenza e che sovente nemmeno avverte la portata effettiva e l’efficacia delle loro azioni”. Ciononostante – conclude Berta – è da qui che deve partire il discorso sulle future prospettive economiche dell’Italia.
Il cammino appare certamente “dissonante” rispetto al quadro dell’Italia odierna, con il ridimensionamento della presenza della grande impresa, un’azione sindacale che pare non essersi accorta del diverso contesto che nel passato poteva giustificarla e un’attività politica interessata a compiere riforme costituzionali per governare il Paese nella presunzione di poterlo reinserire nell’alveo dell’antico processo di sviluppo industriale. Ciò di cui, invece, il Paese ha bisogno è il ridimensionamento delle sue aspettative, quali quelle che possono essere derivate dalla storia recente. Senza che il ridimensionamento debba essere recepito come una sorta di autoripiegamento rispetto allo spazio occupato nel passato, esso deve invece costituire – come afferma Berta – la premessa per “riguadagnare” al Paese una prospettiva certa e stabile, in funzione della quale poter effettuare scelte responsabili.

Gianfranco Sabattini