IN CODA ALL’EUROPA

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Mentre continua il braccio di ferro tra Tria e Di Maio sul tetto del deficit, arrivano previsioni negative per l’Italia. L’Ocse abbassa l’asticella per il Pil italiano per il 2018 portandolo dall’1,4 all’1,2 per cento. E, nell’Economic Outlook, attribuisce il rallentamento della crescita “alle incertezze legate alle scelte politiche” del governo, “agli alti tassi di interesse e al calo nella creazione di posti di lavoro che frena la spesa delle famiglie”. Insomma il Pil non sarà quello sperato e utilizzato dal governo come base su cui calcolare il rapporto del deficit, ma sarà più basso. Due problemi insieme, meno sviluppo e rapporto con il debito più alto. In sostanza si ristringe ancora il margine di manovra già esiguo e di conseguenza si restringe il sentiero sui cui la maggioranza dovrà arrampicarsi per fronteggiare la manovra. La sforbiciata sul 2018 è in linea con il taglio medio alla stima dell’Eurozona, che comunque nel complesso si muove a velocità quasi doppia rispetto a noi con una progressione del Pil stimata nell’ordine del 2 per cento (livello simile alla Germania, vista all’1,9 per cento quest’anno).

L’Italia viene indicata, insieme alla Brexit, tra i principali rischi di instabilità che potrebbero impedire all’Europa di prosperare. E al governo italiano la nuova capoeconomista dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, Laurence Boone manda una serie di avvertimenti. Rispettare le regole Ue sui conti pubblici, innanzitutto. E non toccare la legge Fornero sulle pensioni. Immediata la risposta del vicepremier, Luigi Di Maio: “L’Ocse non deve intromettersi nelle scelte di un Paese sovrano che il governo democraticamente legittimato sta portando avanti. Il superamento della legge Fornero è nel contratto e verrà realizzato. Quasi due terzi degli italiani sono con noi. I burocrati se ne facciano una ragione. Siamo stati eletti anche per questo e manterremo l’impegno preso”. Un altro appello al popolo. Una auto legittimazione celebrativa nel tentativo di rintuzzare critiche a una azione di governo ancora teorica ma che pare voler mettere, almeno nelle intenzioni dei vicepremier, al centro del proprio agire, non lo sviluppo, ma l’aumento del debito. Unico muro a questa scellerata ipotesi, il ministro Tria, che proprio per questo è già stato richiamato all’ordine dal capetto pentastellato. Irritazione arriva anche dal premier Giuseppe Conte, per il quale “le valutazioni sull’Italia non sono supportate dai dati di fatto”.

Nell’Economic Outlook dell’Ocse si attribuisce il rallentamento della crescita “alle incertezze legate alle scelte politiche” del governo, “agli alti tassi di interesse e al calo nella creazione di posti di lavoro che frena la spesa delle famiglie”. L’Ocse avverte inoltre che il debito italiano e l’aumento dello spread rappresentano un rischio per l’intera Eurozona: “La resilienza e l’architettura dell’area euro – si legge nel rapporto – sono migliorate negli ultimi anni ma restano preoccupazioni sulla stabilità fiscale e finanziaria a causa di incertezze legate a scelte politiche, compresa l’Italia, e il futuro accordo tra Gran Bretagna e il resto dell’Unione europea. Il recente aumento dello spread legato al rischio sul debito pubblico italiano – spiega l’organizzazione – insieme al conseguente calo dell’andamento dei titoli bancari stanno a dimostrare la possibilità di un ritorno della vulnerabilità dell’area euro. Ulteriori riforme sono necessarie per ridurre il rischio contagio, aumentare la resilienza e rafforzare il quadro fiscale. Uno schema di assicurazione comune sui depositi potrebbe aumentare la fiducia e aiutare la diversificazione dei rischi”. Per l’Ocse inoltre dovrebbero essere introdotte “misure che incentivino le banche a diversificare il loro portfolio di titoli di stato, limitando il collegamento tra banche nazionali e governi. L’introduzione della capacità di una stabilizzazione fiscale per l’area euro contribuirebbe anche ad assorbire forti shock economici negativi e fornirebbe un ulteriore strumento che potrebbe essere attivato in caso di crisi”.

Particolare preoccupazione arriva dalla ipotesi, più volte rilanciata da Salvini, di voler “smontare la legge Fornero” e di ideare un reddito di cittadinanza, fortemente voluto dal M5s. La capo economista dell’Organizzazione con sede a Parigi, Laurence Boone, ha spiegato che “occorre prima di tutto mantenere la fiducia delle imprese” affermando che il precedente governo ha fatto molte riforme, come il piano Industria 4.0, e aggiungendo che “è fondamentale che continuino”.

“E poi occorre mantenere la fiducia sulla sostenibilità del debito italiano. L’Italia ha fatto sforzi straordinari ed è importante che proseguano e che rispetti le regole Ue”, ha chiarito Boone.

A proposito della riforma della legge sulle pensioni Boone ha sottolineato come sia “importante non smantellarla” spiegando tra l’altro che “non è detto che una misura simile aiuterebbe i consumi”. La Lega vuole introdurre nella legge di Bilancio una revisione della legge Fornero che garantisca la pensione con quota 100 sommando età anagrafica e contributi versati, ma a partire dai 62 anni di età. Ma Boone si è espressa anche sul reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del M5s, chiarendo che è fondamentale che si rivolga alle persone più colpite dalla crisi. “Oggi mi sembra importante puntare sulle persone più colpite dalla crisi e fornire incentivi al lavoro”, ha osservato.

Immigrazione. Tusk: “Ora basta con la retorica”

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Va in soffitta il principio delle redistribuzione obbligatoria dei migranti. Dopo mesi di battaglie, il Consiglio europeo di Salisburgo archivia d fatto un sistema che non era stato mai accettato soprattutto dai paesi del nord Europa. Ieri era stato il presidente della Commissione Jean Claude Juncker ad annunciare per primo il nuovo meccanismo per la gestione degli sbarchi e di redistribuzione che non riguarderà tutti i Paesi con le stesse modalità. “Chi non partecipa alla redistribuzione partecipa finanziariamente”, aveva ribadito ieri notte Giuseppe Conte rientrando in hotel dal vertice.

In buona sostanza il governo italiano accetta la linea della monetizzazione della solidarietà purché, questo il senso delle parole del premier, siano pochi gli Stati che non accettano quote di redistribuzione dei migranti e si impegnano, in alternativa, a un contributo finanziario. Quanti al massimo dovranno essere questi Stati affinché si possa parlare di meccanismo europeo, non si sa. Conte ha usato il termini ‘residuale”riferendosi al numero tollerabile. Grossomodo si può indicare che sceglierebbero la via “finanziaria” i quattro di Visegrad più Austria, probabilmente i tre Stati baltici, la Finlandia. Dunque, una decina su 27. Tutto dipenderà però anche dalla consistenza delle ‘quote” redistribuite. La possibilità del sostegno finanziario agli Stati più esposti alla migrazione, Italia, Grecia e Spagna, come alternativa alla ripartizione obbligatoria, era stata più volte sollevata dai paesi di Visegrad.

Insomma comincia sotto i peggiori auspici il vertice sui migranti di Salisburgo. Dopo un lungo silenzio è tornato a parlare il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk: “Basta al gioco delle colpe sull’immigrazione, non possiamo più essere divisi tra coloro che vogliono risolvere i problemi e coloro che vogliono usarli per un guadagno politico”, ha ammonito. “Bisogna affrontare il tema dell’immigrazione – ha aggiunto – senza retorica e puntare a risolverlo cooperando tra i diversi Paesi”. Un chiaro attacco ai sovranisti, e alle politiche del nostro Paese.

 

IL GRANDE BLUFF

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Alla fine anche i due vicepremier si devono arrendere all’evidenza. Per realizzare le promesse sbandierate in campagna elettorale c’è un solo sistema, sforare il tetto del deficit e quindi andare ben oltre l’1,6%, limite indicato dalla Ue e che il ministro Tria vuole assolutamente rispettare. Un punto essenziale questo sul quale si sta accendendo lo scontro interno all’esecutivo con il ministro Di Maio che ha addirittura detto di pretendere i soldi per il reddito di cittadinanza tanto caro ai pentastellati.  Al momento Tria si “limita” al ribadire che non si torna indietro su quanto deciso a Palazzo Chigi, ovvero che il deficit resti “murato” a quel’1,6% considerato l’argine giusto per non “irritare i mercati”. Reggerà? Ma c’è da chiedersi se reggerà il ministro delle finanze già al centro del malumori del vicepremier giallo-verde che in nome delle promesse elettorali è pronto a mandare all’aria il conti dello Stato.

“Ho piena fiducia nel ministro dell’Economia Giovanni Tria – si è affrettato a dire Di Maio – per quello che sta facendo e ho piena fiducia nel gioco di squadra che stiamo facendo come governo”. Dopo questa assicurazione di facciata Di Maio ha ribadito le priorità del governo: flat tax, reddito di cittadinanza e superamento della legge Fornero. “Le metteremo nella legge di Bilancio”. Sul come fare la ricetta è molto semplice: “Si attinge ad un po’ di deficit per poi far rientrare il debito l’anno dopo o tra due anni, tenendo i conti in ordine e senza alcuna manovra distruttiva dell’economia”.

In sostanza si scarica sul domani. Magari immaginando un voto che non arrivi tra cinque anni ma molto prima. Dipenderà molto dal risultato delle europee. Insomma il costo delle promesse ci allontanerà ancora di più dall’Europa pregiudicando un rapporto già compromesso dalla spregiudicatezza con cui Salvini ha affrontato il dossier immigrazione nei primi mesi dell’esecutivo.

Eppure i primi elementi di preoccupazione già ci sono. Come i dati Istat sul fatturato e ordinativi dell’industria in rallentamento e un conseguenza gap di crescita tra Italia e resto d’Europa. Anche il premier Giuseppe Conte, in un’intervista a “La Verità”, ha confermato che le misure saranno in manovra. Così come la pace fiscale (oggi i condoni si chiamano così) che, parole del presidente del Consiglio, “è imprescindibile”.  Intanto, contro l’intenzione di Tria di mantenere il deficit all’1,6% si schiera anche la sua viceministra, ovvero la pentastellata Laura Castelli, che ovviamente si schiera con il suo capo partito: “Vorrebbe dire non fare quasi niente, a meno che non si facciano solo tagli”, ha detto su Radio Capital. Parole che involontariamente smascherano senza appello il grande bluff di chi sta al governo mettendo in risalto la verità, ossia la non realizzabilità delle promesse fatte in campagna elettorale.

Vertice sui Migranti. Europa ancora divisa

Italian Prime Minister Giuseppe Conte talks with Foreign Minister Enzo Moavero Milanesi during his first session at the Lower House of the Parliament in RomeL’Italia, con il pressing del premier Giuseppe Conte e del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, insiste nel chiedere una risposta europea alla gestione dei flussi migratori del Mediterraneo. Ma perché questa risposta arrivi, se arriverà, bisogna aspettare ancora. Di certo non c’è nulla di decisivo, né sulla questione dei porti di sbarco delle missioni europee, né sulla riforma del regolamento di Dublino sull’asilo. Dal vertice informale dei leader dell’Ue in programma oggi e domani a Salisburgo potrebbe arrivare qualche risposta. All’appuntamento, gli Stati del Vecchio Continente si presentano ancora una volta divisi.

Delle questioni poste in discussione, nel recente incontro a Roma, Conte ne ha parlato con il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, il cui Paese ha fino a dicembre la presidenza di turno dell’Unione. Kurz, dopo avere incontrato Merkel e Macron, a Roma ha fatto l’ultima tappa del suo tour organizzato per tastare il polso dei diversi Paesi in vista del vertice. Conte lo ha incalzato: “Se non vogliamo un altro caso Diciotti abbiamo bisogno di una risposta europea”. Conte ha anche ribadito al premier austriaco la posizione fortemente contraria dell’Italia su un’altra questione: quella dei doppi passaporti che Vienna vorrebbe per i cittadini altoatesini di lingua tedesca e ladina. Sulle migrazioni, il premier italiano ha ribadito la richiesta di più investimenti in Nord Africa e di rivedere le missioni europee, per far sì che anche i porti di altri Paesi rivieraschi siano coinvolti negli sbarchi. Kurz ha sottolineato ancora una volta la necessità di rafforzare quanto prima Frontex, l’agenzia Ue per il controllo delle frontiere, come propone la Commissione europea, anche se l’idea ha già suscitato perplessità in vari Stati membri. Nel blocco dei Paesi Visegrad, ad esempio, nel mirino delle critiche c’è sia il rafforzamento del mandato dell’agenzia perché svolga compiti all’interno dei Paesi, sia il fatto di destinarle più finanziamenti. La Repubblica Ceca ha già dichiarato: “Meglio dare i fondi direttamente agli Stati”.

I capi di Stato e di governo dell’Ue parleranno del punto specifico di Frontex in una discussione ad hoc prevista per domani durante il vertice in Austria. Gli altri dossier relativi al nodo delle migrazioni saranno invece affrontati già stasera a cena. Ma secondo fonti europee non c’è da attendersi alcuna svolta o passo in avanti. L’unica speranza potrebbe essere quella di recuperare un clima costruttivo, come ha chiesto il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, il quale ha ammonito: “La crisi rimarrà irrisolvibile finché ci sarà qualcuno che non vuole risolverla e che di fatto la usa per i propri tornaconti di consenso”. Nei palazzi delle istituzioni europee è palpabile il fastidio nei confronti di certe prese di posizioni muscolari contro l’Ue. Anche il ministro degli Esteri, Moavero, volato a Bruxelle per una riunione del Consiglio Affari Generali, ammettendo che il clima non sia dei migliori per una soluzione condivisa, sui migranti ha detto: “Siamo molto divisi, anche aspramente. Ma si tratta di una questione reale, politica e concreta, con un’incidenza sui flussi elettorali”. Un tema, insomma, su cui potrebbe giocarsi una buona fetta di campagna elettorale per le europee in calendario la prossima primavera.

In concomitanza dell’incontro di Salisburgo, l’Unione Africana ha espresso ‘sconcerto’ per le frasi del vice premier e ministro dell’Interno Matteo Salvini. L’Organizzazione Africana, in un comunicato ha scritto: “Nella recente conferenza a Vienna ha paragonato gli immigrati africani agli schiavi. L’Unione Africana chiede al vice premier italiano di ritirare la sua sprezzante affermazione sui migranti africani”. Già nei giorni scorsi il ministro aveva tuttavia precisato il senso della sua frase spiegando di non aver mai definito schiavi i migranti.

L’ufficio stampa del ministro Salvini aveva scritto: “E’ necessario smentire seccamente alcune ricostruzioni della stampa internazionale, secondo le quali il ministro Salvini avrebbe definito ‘schiavi’ gli immigrati africani. Come è facilmente verificabile dai numerosi video e dalle dichiarazioni del ministro, Salvini non ha mai insultato gli africani, ma anzi ha censurato l’idea di farli arrivare in Europa per costringerli a lavorare e/o a vivere in condizioni così degradate da ricordare, appunto, la schiavitù. Esattamente il contrario di quanto riportato da alcuni organi di informazione stranieri”.

Criticando la posizione del vice premier e ministro dell’Interno Matteo Salvini sulla questione dei migranti, nel comunicato dell’Organizzazione Africana si legge anche: “L’Unione Africana invita l’Italia a seguire l’esempio e sostenere altri Paesi membri dell’Unione europea, come la Spagna, che hanno dato sostegno e protezione ai migranti in difficoltà, indipendentemente dalla loro origine e status legale, prima che il loro status per l’ammissione venisse determinato. L’emigrazione dall’Italia, negli ultimi due secoli, è stata il più importante caso di migrazione di massa nella Storia moderna dell’Europa, poiché dal 1861 al 1976 oltre 26 milioni di persone hanno lasciato il Paese e l’Italia ha beneficiato grandemente di questa gigantesca diaspora attraverso le rimesse e il commercio”.

Domani sapremo come si concluderà il summit europeo a Salisburgo. Ma sembrerebbe che non ci saranno passi avanti nella UE per regolamentare un fenomeno che è sempre esistito tra i diversi popoli della terra e che l’Italia aveva ottimamente risolto con la legge ‘Martelli’.

Salvatore Rondello

Milleproroghe. Il Governo mette la fiducia. Caos in Aula

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Scoppia la bagarre in Aula alla Camera alla notizia che il Governo ha posto la questione di fiducia al dl Milleproroghe. È la prima fiducia posta dal governo. Il Pd ha occupato i banchi del governo come protesta per una fiducia che ritengono illegittima. La fiducia, infatti, autorizzata dal Consiglio dei ministri del 24 luglio scorso è stata messa su un testo che l’organo di governo non aveva ancora approvato e che è stato varato il giorno dopo 25 agosto.

La ‘chiama’ inizierà domani a partire dalle 12,40. Alle 11,15 le dichiarazioni di voto sul decreto. Non è stata fissata, invece, una data per il voto finale in assenza di un’intesa tra maggioranza e opposizione.

Questa fiducia è un atto, ha detto Roberto Giachetti “illegittimo perché viziato da una irregolarità formale. “Le consiglio di consultare il presidente Fico – ha premesso il deputato Pd rivolgendosi alla presidente di turno Maria Edera Spadoni (M5S) – le ricordo che la fiducia deve essere motivata e deve essere relativa a un dato provvedimento e non sui titoli dei provvedimenti ma su un testo licenziato dalle commissioni di merito”.

“Non si può quindi mettere la fiducia – autorizzata, lo ricordo il 24 luglio – su un testo approvato lunedì scorso dalla Commissione, perché il testo, rispetto a quello varato dal governo, è cambiato per via dei voti in commissione e l’approvazione di diversi emendamenti. Sui vaccini, ad esempio, il testo ha subito ben tre variazioni. La fiducia del Cdm non può riferirsi al testo della Camera. Le suggerisco quindi – ha concluso Giachetti – di consultare il presidente Fico perché riteniamo che la proceduta adottata sia gravemente viziata”.

Altre forti proteste arrivano dall’Anci in quanto la fiducia è posta sul testo approvato dalle Commissioni, vale a dire con il taglio di 1,1 miliardi alle periferie, senza recepire quindi l’intesa raggiunta ieri con l’Anci per il ripristino nel triennio dei fondi. L’oppposione infatti aveva chiesto la sospensione dei lavori per permettere al governo di chiarire le proprie intenzioni sui fondi alle periferie dopo l’intesa raggiunta ieri sera dal premier Giuseppe Conte con l’Anci per il loro ripristino. Ma il tutto si è trasformato in un nulla di fatto. Ieri il presidente dell’Anci aveva espresso la propria soddisfazione per l’impegna strappato al premier. Soddisfazione durata poco.

REFERENDUM ILVA

Ilva-678x381Finalmente fatto l’accordo sull’Ilva. È stato raggiunto e siglato al ministero dello Sviluppo economico l’accordo sull’Ilva da sindacati, azienda e commissari, alla presenza del vicepremier e ministro Luigi Di Maio. I sindacati poi sottoporranno il testo al referendum tra i lavoratori.

Il vicepremier e ministro Luigi Di Maio ha detto: “Siamo all’ultimo miglio, sono state 18 ore di trattativa in cui i protagonisti sono stati ovviamente i rappresentanti dei lavoratori, in cui si è cercato di raggiungere il miglior risultato possibile nelle peggiori condizioni possibili.  Adesso aspettiamo la firma, non dire gatto se non ce l’hai nel sacco…”.

Per il segretario della Uil Carmelo Barbagallo “è stata la trattativa più lunga e complessa della moderna storia sindacale. Il positivo risultato è merito della lotta dei lavoratori e della determinazione e competenza della categoria al tavolo. Ora, occorre dare attuazione all’accordo perché si può e si deve guardare al futuro dei lavoratori e della città di Taranto in una prospettiva di sviluppo e di salvaguardia della sicurezza e dell’ambiente. Da questa intesa, che rilancia l’Ilva, potranno trarre beneficio la stessa industria nazionale, l’occupazione e l’economia del Paese”.

La segretaria della Fiom, Francesca Re David, ha affermato: “Per noi per essere valido deve essere approvato dai lavoratori con il referendum. Gli assunti sono tutti, si parte da 10.700 che è molto vicino al numero di lavoratori che oggi sono dentro e c’è l’impegno di assumere tutti gli altri fino al 2023 senza nessuna penalizzazione su salario e diritti, era quello che avevamo chiesto, sull’esito delle assemblee dei lavoratori siamo fiduciosi. Nell’accordo sull’Ilva con ArcelorMittal abbiamo ottenuto quello che abbiamo chiesto sin dall’inizio, quindi siamo soddisfatti, 10.700 lavoratori verranno assunti subito e sono sostanzialmente quelli che ora lavorano negli stabilimenti, ossia tutti quelli non in cassa integrazione. Contemporaneamente parte anche un piano di incentivi alle uscite volontarie e l’azienda si è impegnata ad assumere tutti gli altri che restano in carico all’Ilva senza penalizzazioni e con l’articolo 18. Molto migliorato anche il piano ambientale che porta all’accelerazione delle coperture dei parchi e a un limite fortissimo delle emissioni. Se Ilva vuole produrre 8 milioni di tonnellate di acciaio lo deve fare senza aumentare di nulla le emissioni che ci sono. Ora, sottoporremo l’intesa, come sempre al giudizio dei lavoratori che è per noi vincolante, oggi sottoscriveremo l’accordo ma la firma definitiva ci sarà solo al termine dei referendum. I tempi? Cercheremo di farlo naturalmente entro il 15 settembre, ci mettiamo subito al lavoro”.

Il segretario genovese della Fiom, Bruno Manganaro, ha detto: “Per Genova confermato l’organico, 1474 dipendenti. Aspettiamo la firma ma è chiaro che rispetto alla fase in cui venivano ipotizzate la messa in discussione di salario e diritti, siamo soddisfatti. Non ci saranno esuberi e per Genova viene riconfermato l’Accordo di programma con un organico di 1474 lavoratori. Ora comincia una lunga storia con una nuova organizzazione della fabbrica che dovremo gestire con il più grande gruppo industriale dell’acciaio, ma rispetto alle premesse l’accordo è un buon risultato”.

Di Maio ha anche affermato: “Comunque, con l’intesa non si annulla la gara per l’aggiudicazione deIl’Ilva. La gara non aveva la possibilità di tutelare l’interesse pubblico concreto e attuale. L’accordo fa sì che l’interesse pubblico concreto e attuale non si realizzi per l’eliminazione della gara”.

Il ministro ha poi spiegato: “Da quello che si è ottenuto al tavolo stanotte, già possiamo dire che non ci sarà il Jobs Act nell’azienda, che i lavoratori saranno assunti con l’articolo 18, che ci saranno 10.700 assunzioni come base di partenza e che non ci saranno esuberi: tutti riceveranno una proposta di lavoro da Mittal”.

Il premier Giuseppe Conte , da Ischia, ha affermato: “Di Maio ha fatto un lavoro veramente egregio, è stato molto sapiente il percorso che abbiamo costruito, abbiamo acquisito il parere dell’Anac e dell’Avvocatura dello Stato, sono emerse irregolarità evidenti, ma l’annullamento della gara non è così semplice. Non basta un vizio formale occorre dimostrare che attraverso quell’annullamento si realizza meglio l’interesse pubblico. I dati che sono stati resi noti sono di assoluta eccellenza”.

La cordata AmInvestco, infatti, avrebbe accettato di assumere nella nuova Ilva, da subito,  10.700 lavoratori. Dopo la  proposta lanciata ieri sera di portare a 10.300 gli assunti nella nuova Ilva al 2021, Fim Fiom Uilm e Usb, infatti, hanno cercato di  ampliare la platea. I sindacati hanno lavorato per cercare di arrivare ad un organico di 10.700-10.800 unità entro il 2022 includendo nel perimetro gli elettrici, i chimici e i marittimi di affiliate che prima erano stati esclusi.

Dal testo inoltre sembra uscito il riferimento proposto dall’azienda sempre ieri sera di intese con il sindacato sul contenimento dei costi anche attraverso riduzioni dell’orario di lavoro. Quanto al contratto integrativo i sindacati hanno chiesto che Mittal preveda sul Pdr 2019 e 2020 un ‘una tantum’ che possa tradursi in un aumento salariale del 4%. Nel testo dell’accordo che sindacati e azienda stanno scrivendo per sottoporlo alla plenaria approvazione referendaria dei lavoratori, entra anche il piano sugli esodi incentivati: Mittal conferma infatti 250 milioni da offrire complessivamente per agevolare l’uscita volontaria dei lavoratori.

L’accordo in arrivo vede anche la conferma da parte di Mittal dell’impegno a  riassorbire tutti gli eventuali esuberi che dovessero rimanere dal 2023 in capo alla vecchia Ilva. L’azienda infatti si è impegnata a riassumere tutti quei lavoratori Ilva che al termine della gestione dell’amministrazione straordinaria non abbiano usufruito né di incentivi all’esodo né di prepensionamenti né di una offerta di lavoro all’interno della nuova Ilva e che rientreranno senza alcuna differenza salariale rispetto a quelli già assunti da Mittal.

Dopo tutte le note vicende con toni accusatori e minacce di annullamento della gara fatte dal vicepremier e ministro Di Maio, la questione dell’Ilva si è finalmente conclusa seguendo il percorso già delineato dal governo Gentiloni con il ministro Carlo Calenda.

Salvatore Rondello

LINEA MORBIDA

conte salvini di maioIl cambio di rotta è quantomai repentino. Nel giro di poco tempo il programma rivoluzionario del governo è diventato un mero ricordo. È Salvini a dettare la nuova linea. “Intendiamo presentarci ai mercati e all’Europa con una legge di bilancio seria che faccia crescere l’economia di questo paese nel rispetto di tutti i vincoli Ue. È chiaro che non faremo tutto subito, né gli italiani se lo aspettano. Ci saranno opzioni a un anno, a due anni e a tre anni“. Il leader leghista e vicepremier Matteo Salvini, intervistato dal Sole 24 Ore, allunga i tempi per la realizzazione delle promesse elettorali e conferma la nuova linea morbida nei confronti di Bruxelles inaugurata martedì sera. Oggi a Palazzo Chigi si è svolto il vertice di maggioranza tra il premier Giuseppe Conte e i suoi due vice Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Tra i temi al centro della riunione, le priorità della manovra economica. Sono presenti anche il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, quello dell’Economia, Giovanni Tria, e quello degli Affari Europei, Paolo Savona. Moavero viene dalla scuola di Mario Monti a da sempre vede nell’Europa l’unico faro da seguire. Non a caso fu ministro per gli affari europei durante il governo del professore ora Senatore a vita, con il compito di recepire quanto veniva da Bruxelles per portarlo pari pari al consiglio dei ministri.

Il presidente del Consiglio Conte ogni tanto si ricorda di essere alla guida del Governo e si lascia andare in qualche dichiarazione. Solitamente lo fa quando deve tranquillizzare i mercati. “Nell’incontro di questa mattina – ha detto – abbiamo continuato a lavorare alla manovra economica e ci aggiorneremo anche domani. Stiamo approfondendo tutti i dettagli per varare un piano finanziario che tenga i conti in ordine e che consenta al Paese di perseguire un pieno rilancio sul piano economico-sociale: la nostra sarà una manovra nel segno della crescita nella stabilità”. “Stiamo lavorando alle riforme strutturali a favore della competitività del sistema-paese che saranno parte qualificante del Piano nazionale Riforme e, quindi, parte integrante della manovra economica”, ha affermato il premier in una nota diffusa al termine del vertice.

Salvini, dopo aver incassato un ricco bottino, almeno nei sondaggi, grazie alla spregiudicata politica sui migranti, si incarica di apparire rassicurante soprattutto dopo l’impennata, ora fortunatamente in fase di rientro, dello spread. Ora infatti il leader della Lega parla di rispetto degli impegni con l’Europa. Parole apprezzate subito dopo da un quasi incredulo presidente degli industriali Vincenzo Boccia. Salvini deve gestire il suo bottino di voti: le elezioni europee sono dietro l’angolo e in caso di crisi finanziaria avrebbe tutto da perdere. Di Maio ha il problema opposto: il decreto dignità non ha portato i risultati sperati e ora ha bisogno di una levata d’ingegno per risalire nei sondaggi. Per l’M5S la legge finanziaria è l’ultima occasione prima di giugno per tornare ad essere competitivi nei confronti dell’alleato di governo. Ma i temi tanto cari al Movimento, come il reddito di cittadinanza sui cui il movimento ha lucrato gran parte dei consensi, sono ancora lontani dall’entrare nella agenda di governo. Comunque anche Di Maio cerca di mostrare un volto rassicurante. Lo spread evidentemente ha lasciato un segno. “La prossima manovra – ha detto – manterrà i conti in ordine ma sarà coraggiosa: rassicurerà i mercati, ma anche le famiglie che hanno bisogno, i cui figli non trovano lavoro”. E ancora: “Non c’è contrapposizione con il ministro Tria, c’è lavoro di squadra”. E rispondendo ai cronisti che gli chiedono se la manovra manterrà il tetto del 2%, afferma: “Faremo una manovra che ridarà il sorriso agli italiani e che manterrà i conti in ordine” ha detto Di Maio. Sembra un poco la storia della botte piena e della moglie ubriaca…

Ginevra Matiz

L’ACCORDO

libia

Molto importante è la notizia che apprendiamo adesso, alle ore 19,16 sull’esito della riunione odierna dell’Usmil: le milizie libiche che si stanno scontrando a Tripoli hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco. La Missione di supporto delle Nazione Unite in Libia (Unsmil), in un tweet, ha confermato che sotto l’egida dell’inviato dell’Onu, Ghassan Salamè, è stato raggiunto un accordo. Auspichiamo che sia un accordo pacificatore di lunga durata.

Dopo che gli  eventi in Libia sembravano precipitati nel caos, con gli scontri di stamattina tra milizie rivali a Tripoli che hanno costretto il governo di Fayez al-Serraj, sostenuto dalle Nazioni Unite, a proclamare lo stato di emergenza. Si paventavano dei  risvolti negativi anche per l’Italia. I principali rischi in gioco sono: immigrazione, energia e intervento militare.

Raffale Marchetti, esperto in relazioni internazionali e docente alla Luiss di Roma, in un’intervista, ha spiegato elencando alcuni rischi possibili per il nostro Paese: “La situazione si è deteriorata in questi ultimi giorni ma può ancora rientrare e stabilizzarsi. La crisi libica potrebbe far saltare gli accordi sui migranti, avere delle ricadute sul settore energetico e, nel peggiore degli scenari, richiedere un intervento militare sul territorio. C’è poi anche il pericolo di un ritorno dello  spettro del terrorismo in quanto, in un paese destabilizzato è facile che attecchiscano gruppi terroristici. Con la crisi in Libia è in ballo la questione dei flussi migratori. A stento siamo riusciti a instaurare un rapporto di cooperazione con il governo di Tripoli. Se questo cadesse i flussi ricomincerebbero. Il rischio è che gli sbarchi nel nostro Paese, diminuiti di oltre l’80% rispetto al 2017, potrebbero tornare ai livelli precedenti. Inoltre, l’Italia dovrebbe trovare un nuovo interlocutore e avviare nuovi negoziati, dando così inizio ad un processo lungo e complesso. L’instabilità libica potrebbe avere degli effetti negativi anche sul fabbisogno energetico italiano. L’Italia importa parte delle risorse naturali dalla Libia. Se la situazione dovesse complicarsi anche le risorse verrebbero messe in discussione  con ricadute finanziarie ed economiche sul nostro Paese. L’Italia ha delle scorte energetiche ma, nel caso in cui la crisi libica dovesse prolungarsi, dovrebbe trovare delle fonti alternative. Il governo italiano, riferisce una nota di palazzo Chigi, continua a seguire con attenzione l’evolversi della situazione in Libia e ha già espresso pubblicamente preoccupazione nonché  l’invito a cessare immediatamente le ostilità. Per il momento quindi è  esclusa l’ipotesi di interventi militari sul territorio. Tuttavia, se la crisi libica diventasse una guerra vera e propria a livello internazionale, immaginando uno scenario estremo, l’Italia non potrebbe tirarsi indietro ma dovrebbe partecipare al conflitto”.

Mentre è in corso di redazione questo articolo, la situazione in Libia sta precipitando e necessita di azioni immediate.

Un   incendio è scoppiato presso la sede dell’ambasciata Usa  a  Tripoli, che si trova sulla via per l’aeroporto dove il conflitto armato è più aspro. La notizia è stata diffusa sul portale di notizie libico ‘Al Wasat’, che cita il portavoce dell’apparato libico per il soccorso e le emergenze, Osama Ali. Testimoni oculari hanno riferito ad Ali di un incendio presso la sede dell’ambasciata. Il portavoce ha aggiunto che  la Protezione civile non è riuscita a raggiungere l’area a causa del fuoco intenso. La notizia è stata confermata dalla National Safety Authority libica, che ha fatto sapere che i camion dei pompieri si sono diretti sul posto per domare le fiamme, la cui origine è ancora non precisata.

Il numero delle vittime a Tripoli, sarebbe salito ad almeno 50 morti, tra cui civili. Sarebbe questo il bilancio parziale delle vittime degli scontri tra gruppi rivali a Tripoli. Ad aggiornare il bilancio è stato il ministero della Sanità libico, spiegando che ai morti si aggiungono anche almeno 138 feriti. Un bilancio con cifre in aumento con il passare del tempo. E’ stata prevista per oggi alle 14, ora locale, la riunione convocata dalla Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) con tutte le milizie protagoniste degli scontri per un dialogo urgente sulla situazione della sicurezza.

Prima, il portavoce della Commissione Ue, Maja Kocijanic, rispondendo alle domande sulle accuse dell’Italia alla Francia, ha detto: “I Paesi membri dell’Unione Europea mantengono una posizione unita sulla Libia. L’Alto rappresentante Federica Mogherini ha avuto ieri un colloquio telefonico con il rappresentante dell’Onu per la Libia, Ghassam Salamé, ribadendo il pieno sostegno dell’Ue, concordato da tutti i Paesi membri, per arrivare ad una soluzione duratura della crisi in Libia, nella convinzione che solo un processo politico può portare ad una soluzione stabile, complessiva e sostenibile della crisi. I Paesi membri discutono regolarmente della crisi in Libia nel contesto di questi sforzi e mantengono una posizione unita su questo”.

A quanto si apprende da qualche agenzia stampa,  Salamé dovrebbe riferire domani al Consiglio di sicurezza dell’Onu sugli ultimi sviluppi della situazione a Tripoli in collegamento dalla capitale.

Questo pomeriggio alle 17 si è svolto un vertice sulla Libia presieduto dal premier Giuseppe Conte. Alla riunione, precedentemente concordata sul tema dei migranti, parteciperanno tutti i ministri interessati per affrontare le problematiche dell’attuale situazione a Tripoli. Nel frattempo l’ambasciata italiana a Tripoli è rimasta aperta. Al momento, non ci sono stati problemi per i 430 italiani che si trovano in Libia e le attività dell’Eni non sono state coinvolte. Intanto, il ministro Moavero ha confermato la disponibilità a riferire in Parlamento sulla crisi libica.

Gli eventi in Libia che stavano precipitando hanno necessitato di decisioni su un piano internazionale affrontate con molta tempestività. E’ stato presa con urgenza una decisione comune in sede Onu: innanzitutto ci sono vite umane da salvare oltre agli equilibri internazionali.

Salvatore Rondello

Conte diserta primo Cdm post ferie, presiede Salvini

Conte“Il Consiglio dei ministri è stato convocato, nonostante l’assenza del premier Conte, perché scadevano i termini per impugnare alcune leggi regionali. Si è trattata quindi di una riunione di routine per far fronte a scadenze”, si giustifica in una nota l’Esecutivo per la riunione di ieri del Consiglio dei ministri, la prima dopo la pausa estiva, nella quale erano assenti il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il vicepremier, Luigi Di Maio. Ha presieduto la riunione l’altro vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini che ormai non sembra presiedere solo il Viminale. Ma Salvini minimizza e In un’intervista al giornale Deutsche Welle, rispondendo ad una domanda se si senta lui il vero presidente del Consiglio, assicura: “No, noi due abbiamo personalità diverse. Lui è l’uomo dell’ascolto e della mediazione. È stato da Donald Trump, andrà in Cina, va ai summit europei. Io sono vicepremier insieme a Luigi Di Maio. Siamo leader di partito, dunque è chiaro che dati i nostri caratteri e i nostri ruoli tendiamo a essere più presenti, ma siamo una buona squadra“.
Se da un lato resta da chiarire se l’assenza di Giuseppe Conte sia stata dovuta a motivi personali o istituzionali (per alcuni era a Foggia, per altri all’Estero), più preminente resta invece da chiarire il vero motivo per il quale il Premier abbia disertato un appuntamento così importante visti i problemi interni (spread e Autostrade) ed esterni (caos Libia) dell’Italia. Tuttavia sembra che la sua assenza sia da ricollocarsi ai recenti malumori del Capo dell’Esecutivo sul continuo e “insostenibile” braccio di ferro tra Lega e Cinquestelle, che “Scredita il presidente del Consiglio”. Ma non solo, pare che Giuseppe Conte si stia collocando sempre di più vicino all’europeismo dei ministri Tria e Maovero Milanesi, a discapito delle continue ‘iniziative’ fuori luogo e fuori dall’Euro di Salvini e Di Maio. Quest’ultimo anche ieri ha proposto di sforare il famigerato 3% in nome di “Flat tax, legge Fornero e reddito di cittadinanza”.

FEDELI ALLA LINEA

c0b9915a-bad4-4db1-807a-7e8083f3d0c3_largeNel Governo del Cambiamento ci sono due figure che rappresentano le radici dei vecchi Esecutivi: Giovanni Tria e Enzo Moavero Milanesi, gli stessi che in questi ultimi mesi hanno frenato le esternazioni dei due Vicepremier. Il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha recentemente ripreso sia Di Maio sostenendo che “pagare i tributi all’Ue è un dovere”, sia Salvini affermando che “anche noi siamo stati migranti nel mondo”. In queste ore il ministro Moavero è a Vienna per una due-giorni dall’agenda particolarmente intensa che include una riunione informale (Gymnich) dei Ministri degli Esteri dell’Unione Europea: in agenda, su richiesta Italiana, le migrazioni nel Mediterraneo, la missione europea Sophia e la revisione del suo “Piano Operativo”. Non sarà facile recuperare credito per un’Italia che ultimamente è sempre in lite con l’Europa. L’Osce può favorire una sicurezza sostenibile e effettiva in Europa, “che dovrebbe essere la nostra stella polare”. Lo ha affermato oggi il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale Enzo Moavero Milanesi, rivolgendosi al Consiglio permanente dell’Osce a Vienna. Moavero ha ribadito l’impegno dell’Italia “per promuovere il dialogo e rafforzare la sicurezza collettiva, da Vancouver a Vladivostok”. Nella giornata di oggi, Moavero ha inoltre incontrato a Vienna il segretario generale dell’Osce, Thomas Greminger. Durante il colloquio, Moavero e Greminger hanno discusso proprio delle priorità della presidenza in esercizio italiana in vista del 25mo consiglio ministeriale dell’Osce che si terrà a Milano il 6 e 7 dicembre.
Ma a fare i conti con i due Vicepremier è proprio l’uomo incaricato di tenerli, Giovanni Tria. Non è solo la Borsa di Milano passata, nel giro di pochi mesi, da essere maglia rosa a essere maglia nera sul mercato azionario continentale (bruciando 80 miliardi in pochi giorni), a preoccupare il ministro del Tesoro, ma anche al continua messa in discussione di un’Europa fuori dalla quale l’Italia rischia il baratro. “L’Italia è un Paese affidabile: ha già adottato misure in tal senso e altre ne prenderà all’insegna della stabilità”, è quanto afferma il ministro dell’Economia Giovanni Tria in Cina tracciando un quadro ben definito e rassicurante agli investitori cinesi nella ricca giornata d’incontri tra banche e grandi fondi sovrani (Cic, Safe, National Social Security Fund e Silk Road Fund), già legati all’Italia. Alla base di tutto il ministro ha indicato l’integrazione piena nell’area dell’euro, che non è in discussione.
Dopo aver ricevuto il ‘regolo sulle dita’ per aver evocato l’eventualità di superare il tetto del 3% di deficit/Pil per finanziare una manovra espansiva, Di Maio prova a conciliarsi con il ministro delle Finanze: “Ogni giorno, costantemente, vengo messo in contrapposizione con il ministro Tria. Voglio cogliere l’occasione per dire che questo governo ha piena fiducia nel presidente del Consiglio Giuseppe Conte che coordina la linea economica del governo e nel ministro dell’Economia Giovanni Tria che porta avanti la linea economica del governo perché questa linea è dentro il contratto e sia Conte che Tria portano avanti la linea economica del contratto”.
Tuttavia anche da Palazzo Chigi si avvertono i primi malumori per le iniziative dei due Vice presidenti. Dopo aver ribadito che «l’Italia è lontana» dal gruppo dei paesi dell’est Europa che picconano l’Unione mentre ne divorano i miliardi ricevuti, il Presidente Giuseppe Conte esce definitivamente dall’angolo in cui è stato messo.
“Questa gara io non la reggo. O si cambia, o è impossibile andare avanti”. Giuseppe Conte chiama Giancarlo Giorgetti, si incontrano nello studio del premier. Un vertice di governo segreto, di svolta. Il capo dell’esecutivo considera “insostenibile” il braccio di ferro permanente tra Lega e Cinquestelle, questa “rincorsa” tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio che, si lamenta, produce un solo effetto: “Scredita il presidente del Consiglio”. E rischia di farlo saltare, assieme al resto del governo. “C’è un problema di metodo”, ammette il sottosegretario alla Presidenza, che per vocazione ricuce conflitti e si sta ritagliando il ruolo di baricentro unico della maggioranza.