Il “presentismo” come causa del peggior populismo

giuseppe_de_ritaIl XX secolo è stato caratterizzato dal fatto che capitalismo e democrazia sono stati “coniugati” attraverso uno stretto rapporto tra politica e società; il XXI secolo, invece, con l’approfondimento e l’allargamento della globalizzazione, sembra destinato a connotarsi in termini del trionfo di un capitalismo che, ridimensionando la democrazia, sta causando una cesura sempre più profonda tra politica e società. Rimuovere questa cesura significa, affermano Giuseppe De Rita e Antonio Galdo, in “Prigionieri del presente. Come uscire dalla trappola della modernità”, costituisce oggi una priorità ineludibile, se si vuole ricuperare la politica alla sua funzione originaria e realizzare così le condizioni per un’”alba di una nuova vita”.

“L’uomo occidentale è in piena crisi antropologica. Non riesce più a governare la modernità e ha smarrito la sua bussola più preziosa: il rapporto con il tempo lineare, l’unico in grado di riservare la nostra identità. Da qui la sottomissione a un eterno presente, il tempo circolare, frantumato in un’incessante sequenza di attimi. Una forma di nuova schiavitù”. Il tempo, sottolineano gli autori, è per sua natura lineare, perché si sviluppa secondo un continuum che dalle radici del passato porta l’uomo alla progettazione del proprio futuro; riducendo il tempo ad un andamento circolare, se ne snatura la linearità e lo si priva di significato, allontanando l’uomo dal sentiero della storia.

Accade così che l’uomo diventi vittima del “presentismo”, del quale soffre le conseguenze negative, sia nella sfera privata che in quella pubblica; il tempo circolare lo spinge a “rattrappirsi” nell’”io”, soffrendo dei limiti di un progresso tecnologico declinato “con le categorie del tempo presente”, quindi ad una velocità cui l’uomo non è abituato, sul piano economico, politico e antropologico.

Sul piano economico, il tradizionale conflitto tra capitale e lavoro ha assunto nuove forme, anch’esse determinate dal tempo presente. Il capitale ha cessato d’essere motivato all’investimento, risultando invece prevalentemente orientato alla ricerca della rendita; mentre il lavoro, la cui difesa è stata al centro dell’attività politica per gran parte del Novecento, sta subendo una riduzione dei diritti acquisiti, congiuntamente ad una restrizione delle garanzie del welfare realizzato.

Sul piano politico, il presentismo sta compromettendo i “pilastri” della democrazia rappresentativa, separando la politica dalla società, che divengono due mondi tra loro incomunicabili e sempre più distanti; di conseguenza, la loro residua comunicazione, ispirata all’”ora e subito”, impedisce di tener conto “di quanto si è detto ieri” e fa sparire ogni interesse “per ciò che potrebbe accadere domani”.

Sul piano antropologico, infine, l’allontanamento dell’uomo dal sentiero della storia – affermano De Rita e Galdo – sta segnando la sconfitta dell’umanesimo, poiché il presentismo schiaccia, sia l’uomo in quanto singolo, sia la società della quale egli è parte, in modo tale da estraniali da ogni progettazione per il futuro.

Un’”alba per una nuova vita” potrà sorgere solo se, in luogo del presentismo, sia l’uomo che la società saranno in grado di dare risposte adeguate alle conseguenze negative originate dalla globalizzazione; conseguenze riguardanti, da un lato, la sicurezza, intesa come garanzia della conservazione e del potenziamento dei diritti acquisiti, e dall’altro lato, la possibilità di poter fare affidamento su un benessere crescente, inteso come capacità di assicurare alle generazioni future condizioni esistenziali non inferiori a quelle delle generazioni del passato.

L’uomo e l’umanità potranno avere successo nel contrastare le conseguenze negative indotte dalla globalizzazione, solo se sapranno trovare il modo di superare i limiti dell’”economia presentista”. Questa, a parere degli autori, ha il suo “mantra nella formula ripetuta ossessivamente dai manager più importanti e più pagati del mondo: ‘creare valore’”. Questo “mantra” evoca il breve periodo, che costituisce il paradigma di riferimento della moderna attività finanziaria, quindi il suo sopravvento sull’economia reale.

L’avvento della primazia della finanza sull’economia reale è valsa a consegnare “il primato ai mercati finanziari […] sempre più guidati dagli algoritmi e dai software”; nel mondo capitalistico a decisioni decentrate, le scelte economiche a livello micro e macro, nazionali e internazionali, “sono diventate così ostaggio di oscillazioni misurate in termini di giorni, ore, minuti”, consentendo al “presente” di condizionare l’intero funzionamento stabile dell’economia, che per invertire le fasi negative del processo economico dovrebbe disporre, invece, di progetti innovativi di medio-lungo periodo. Accade così che il “presentismo economico” orienti verso il basso la distribuzione del prodotto sociale, a favore di gruppi sempre più ristretti e, date le crescenti disuguaglianze distributive, a scapito dell’inclusione sociale.

Sul tronco di siffatta economia, in Italia, – affermano gli autori – si è innestato il crescente numero dei rentiers, per i quali “gli imperativi di una società che mira a proteggersi attraverso lo scudo della rendita, diventano un’ossessiva tendenza alla moltiplicazione del risparmio, inteso come cash, denaro liquido disponibile da far fruttare, e a un mutamento negli stili di vita ispirato a una voglia di sicurezza e a orizzonti temporali di breve termine”.

L’espansione del risparmio, per il finanziamento di operazioni orientate alla ricerca della rendita, comporta che il patrimonio accumulato non sia più diretto a finanziare attività produttive, ma ad alimentare una nuova forma di “economia sommersa”, molto diversa da quella formatasi nel recente passato. Allora, il sommerso era il protagonista di un’espansione caotica di un sistema di piccole e medie imprese, che ha portato all’”esaltazione” del “piccolo è bello” e all’industrializzazione diffusa nel territorio; quello attuale, invece, manca di esprimere “nuovi e originali percorsi di crescita economica”, mostrando solo segnali di una chiusura a riccio del “corpo sociale”: ieri, il sommerso guardava al futuro, oggi “ha l’occhio spento sul presente”. Ciò penalizza soprattutto le nuove generazioni, e sebbene la situazione italiana sia comune alla maggioranza dei Paesi occidentali ad economia di mercato, la disoccupazione giovanile in Italia è tra le più alte.

La penalizzazione, tuttavia, ha colpito l’intera società italiana, anche per via dell’impatto diretto esercitato, in modo sempre più profondo, dal progresso scientifico e tecnologico, a causa della continua “distruzione” delle opportunità lavorative che esso sta provocando; A ciò la “politica presentista” cerca di porre rimedio attraverso un crescente aumento della precarizzazione del lavoro. Inoltre, la politica, sottomessa all’immediatezza, sta perdendo cognizione del fatto che l’aumento del benessere dell’Italia è stato realizzato – sostengono De Rita e Galdo – attraverso la “spinta di due motori, oggi entrambi inceppati; il primato della politica e l’inclusione sociale, con un ‘ascensore’ in continuo movimento verso l’alto”.

Questo inceppamento sta causando la separazione della politica dalla società; ciò vale a travolgere i “presidi più importanti della politica del tempo lineare, radicata nella memoria e con lo sguardo proiettato verso il futuro: le istituzioni”. La distorsione di queste ultime sta svuotando l’istituto della rappresentanza democratica, spesso sostituito “dalla personalizzazione sfrenata di una fasulla democrazia diretta”; via via che la società e la politica dell’immediatezza si divaricano, per effetto della perdita del ruolo delle istituzioni come cerniera tra le due “sfere” (della società e della politica), si sta espandendo il tanto deprecato populismo, il quale non nasce a seguito della crescente separazione del popolo dalla politica, ma per l’inadeguata capacità di questa nel dare risposte ai problemi connessi all’aumento continuo della complessità nella società contemporanea.

Se si fosse voluto evitare il distacco della società dalla politica, quest’ultima – a parere di De Rita e Galdo – si sarebbe dovuta tradurre “nella ricerca faticosa e costante di mediazioni, sintesi, compromessi”. Al contrario, la semplificazione resa possibile dal presentismo ha imposto una politica priva della valutazione realistica dei problemi; fatto, questo, che ha dato luogo a due sentimenti collettivi, la “rabbia e la nostalgia”, oggi prevalenti all’interno di quelle società la cui politica, non riuscendo ad intercettarli e ad affievolirli, è chiamata a confrontarsi con il populismo.

La “rabbia” è dovuta alla frustrazione di chi ha perso la percezione della sicurezza sociale ed economica che la politica del passato aveva per un lungo periodo di tempo assicurato; il diffuso risentimento causato da questa perdita di sicurezza porta i soggetti che ne sono vittime ad affidarsi al “capopopolo di turno”, che li orienta contro l’attività politica, accusata di inefficienza, perché prona ai diktat dei mercati finanziari. La “nostalgia”, invece, è dovuta al fatto che gli stessi soggetti, dopo aver interiorizzato un forte senso di insicurezza, sono portati a rimpiangere ciò che non sono riusciti a realizzare nel passato. In entrambi i casi – sostengono gli autori – viene “negata la necessità del tempo e della profondità, elementi essenziali della democrazia”, con la conseguenza che si afferma, come pensiero unico dominante, “l’immediatezza di una presunta, autentica volontà popolare”.

Contro chi critica la sottomissione della politica al tempo presente si potrebbe obiettare, osservano De Rita e Galdo, che il progresso scientifico e tecnologico, proprio delle società capitalistiche attuali, giustifichi la velocità e la semplificazione dell’attività politica presentista, perché giudicata idonea ad assicurare al sistema sociale una leadership politica all’altezza dei problemi del mondo globalizzato. Gli autori negano che ciò corrisponda al vero; la velocità e la semplificazione dell’attività politica può tutt’al più servire a catturare e a consolidare il consenso elettorale nei momenti di crisi, ma il presentismo che la caratterizza ne costituisce il suo punto di debolezza ineliminabile.

Il presentismo, infatti, non valutando realisticamente i problemi sociali che nascono dal cambio d’epoca in corso, non è per sua natura veritiero, perché manca di una visione appropriata del futuro; quest’ultima dovrebbe essere fondata su un insieme di progetti collocati dentro un unico orizzonte temporale, mentre l’immediatezza degli obiettivi, nutrendosi spesso di “bugie, o comunque di una ricorrente distorsione della realtà”, può solo suggerire un’attività politica non rispondente ai sentimenti di frustrazione e di nostalgia, che danno la spinta alla diffusione del populismo. L’affabulazione del presentismo, quindi, è la madre di tutte le peggiori forme di populismo.

In conclusione, secondo De Rita e Galdo, il mondo capitalistico retto da regimi democratici si trova ora “nel mezzo di un cambio d’epoca, con orizzonti che eccitano per la portata dell’innovazione e con l’incubo di una crisi di civiltà, e soltanto la politica può darci le bussole per attraversare il deserto del cambiamento”; le società capitalistiche occidentali sono senz’altro coinvolte in una crisi, la cui irreversibilità però non è affatto scontata.

Il superamento della crisi dipende dalla capacità della politica di ricuperare il suo antico collegamento con la società, impedendo che il populismo, il nuovo spettro che si aggira per il mondo, possa ulteriormente consolidarsi. Ciò però presuppone, non una continua attività di demonizzazione, qual è quella con cui in Italia si cerca ora di esorcizzare il pericolo del populismo, ma l’elaborazione di un progetto per il futuro, in grado di offrire all’intera società il senso di una sicurezza sociale ed economica che la politica non ha sinora saputo affrontare.

Non è accettabile che, per sconfiggere la presunta irrazionalità del populismo, non si sappia sostenere altro che la validità di una politica presentista, solo perché questa è ritenuta idonea a garantire il facile accesso ai mercati finanziari internazionali, per approvvigionare lo Stato delle risorse che da troppo tempo esso non sa reperire al proprio interno. L’eccessiva preoccupazione di salvaguardare la fiducia sulla quale i creditori esteri devono poter contare nei confronti dell’Italia, non è di per sé uno dei motivi, se non il più importante, che giustifica la tesi secondo cui la causa del populismo è la mancanza di progettualità della classe politica, la cui azione dall’avvento della globalizzazione non ha saputo evitare la deriva del presentismo e la comparsa dei capipopolo?

Gianfranco Sabattini

 

Il cambiamento della mappa del potere

ministero_economia

Sta per cambiare l’organigramma amministrativo del potere italiano. Ci sono centinaia di poltrone tra dirigenti della Pa, segretari generali, capi dipartimento dei dicasteri, capi area, staff di premier e ministri, vertici delle Agenzie, tutti soggetti ad un eventuale ricambio sulla base della legge 165 del 2001, lo  ‘spoil system’ che dà al nuovo governo la facoltà di revocare o confermare gli incarichi  entro 90 giorni dal giuramento.

Una norma introdotta per fare in modo che i tempi degli incarichi dirigenziali non superino la durata dell’organo politico che li ha nominati e che dunque farebbe saltare le poltrone assegnate durante i governi di Renzi e Gentiloni. A partire da Palazzo Chigi, dove a parte il naturale ricambio nello staff del premier, ci sono in ballo la poltrona di segretario generale, quella del consigliere diplomatico oltre a ben 19 capi dipartimento, dalla Protezione civile al delicato Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (il Dis).

Tra i posti chiave in attesa di assegnazione al Tesoro, la scrivania del direttore generale, dopo le dimissioni di Vincenzo La Via, e quella del Capo commissione speciale per fabbisogni standard, occupata in precedenza da Luigi Marattin poi eletto a Montecitorio. Esposte allo spoil system ci sono anche le nomine del capo di gabinetto, del ragioniere generale dello Stato e del capo dipartimento delle Finanze.

Restano in attesa di riconferma o di sostituzione tutti i capi di gabinetto e gli staff dei ministri in tutti gli altri dicasteri, Mise e Giustizia, tra i fronti più caldi. Da riconfermare o sostituire anche i vertici dell’Agenzia delle entrate, Demanio e Dogane, soggetti anch’essi allo spoil system.

Tempi stretti per rinnovare i cda in scadenza di Cdp e Rai. Entro il 16 giugno il Tesoro deve presentare la lista per Cassa Depositi e Prestiti. L’attuale presidente Claudio Costamagna , ha già ufficializzato l’indisponibilità a un secondo mandato. Qualche giorno fa, il banchiere Costamagna ha dichiarato: “Come ho avuto sempre modo di dire, proveniendo da una carriera trentennale nel mondo privato, ho vissuto questo prestigioso incarico come una missione a tempo determinato”.

Alla presidenza di Cdp, su indicazione delle fondazioni che detengono il 16% dell’istituto, potrebbe andare Massimo Tononi, come Costamagna con un passato in Goldman Sachs e più recentemente alla presidenza di Mps. L’assemblea degli azionisti è prevista in prima convocazione il 20 giugno e il 28 di questo mese per l’eventuale seconda. Rimane comunque fermo il termine del 16 per la presentazione delle liste. Il cda nomina il presidente che dovrà ottenere il via libera da parte della commissione di vigilanza a maggioranza di due terzi. M5S e Lega da soli non bastano.

A fine giugno dovrà essere rinnovato il cda della Rai con le nuove disposizioni previste dalla riforma Renzi. Cda a sette membri di cui quattro nominati da camera e Senato, due dal Tesoro (che indicherà anche l’ad) e uno dai dipendenti. Oggi sono stati resi i nomi delle autocandidature per i componenti di nomina parlamentare. In totale 365 candidati ma 129 hanno inviato il curriculum sia alla Camera e sia al Senato. Tra questi figurano molti componenti dell’attuale cda come Carlo Freccero e Arturo Diaconale. Tra i nomi noti ci sono Michele Santoro e Giovanni Minoli, l’ex deputata Nunzia De Girolamo, l’ex direttore del Censis Giuseppe De Rita. Ha presentato il curriculum Emmanuel Gout, ex presidente di Tele+, ex volti noti della Rai come Fabrizio Del Noce. C’è anche l’ex iena Dino Giarrusso, candidato alle politiche con il M5S. C’è Alberto Contri già in passato nel cda Rai ai tempi di Zaccaria presidente. C’è anche Stefano Rolando, a lungo capo del dipartimento editoria di Palazzo Chigi, il fondatore del Codacons Carlo Rienzi e Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Consumatori. Nell’arco dei prossimi tre mesi, dunque, verrà ricostruita la nuova mappa del potere in Italia.

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PAESE RANCOROSO

gente di spalleLa ripresa c’è, ma gli italiani non la vedono. Tutte le statistiche affermano che il Belpaese si risolleva (corre la produzione industriale con performance che superano anche quella tedesca), ma a non crederci è proprio la popolazione. Nell’ultimo rapporto stilato dal Censis infatti si delinea un Paese scettico e sempre più rancoroso che si trascina dietro pesanti scorie derivanti da una lunga stagnazione socio-economica. Scorie che originano in chi è rimasto ancora indietro e non coinvolto nella ripresa, specie nel ceto popolare, una sorta di rancore ed anche nostalgia della politica di un tempo, sfiduciando così tutti, istituzioni – dal governo centrale agli enti locali – comprese. Il pessimismo impera nel Paese orfano di un Welfare forte: quasi 9 italiani su dieci appartenenti al ceto popolare pensa che sia difficile salire nella scala sociale, così come l’83,5% del ceto medio e anche il 71,4% del ceto benestante. Il percorso contrario, invece è ritenuto possibile dal 71,5% del ceto popolare, il 65,4 per cento del ceto medio, il 62,1% dei più abbienti. I dati sono simili tra i giovani: l’87,3 per cento dei Millenials ritiene infatti che sia “molto difficile” l’ascesa sociale, mentre lo scivolamento è uno scenario ritenuto probabile dal 69,3 per cento dei giovani. Proprio i giovani sono ancora al centro del rapporto. Il più forte squilibrio di questa ripresa ineguale, denuncia il direttore generale del Censis Massimiliano Valerii, è il “degiovanimento” del Paese: “La riduzione del peso demografico dei giovani è una miccia accesa che sta per accendersi in futuro. Nel momento in cui si inverte quella che non ha più senso chiamare piramide demografica si crea un grave problema per il Paese. Oggi i Millennials tra i 18 e i 34 anni sono 11 milioni rispetto a 50 miloni di elettori, e quindi l’offerta politica non li guarda con sufficiente attenzione, si parla molto di più di pensioni che di disoccupazione giovanile. Il problema dei giovani in Italia è che non contano perché sono pochi”.
Gli ultimi anni, segnati da livelli di crescita misurata in pochi o nessun punto decimale del Pil, hanno cambiato il Paese. In risposta alla recessione, la società italiana si è mossa attraverso processi a bassa interferenza reciproca, con il risultato di disarticolare i punti di contatto – “le giunture” – delle varie componenti sociali. E anche qui il Censis va giù duro: abbiamo assistito a processi di progressiva disintermediazione, che hanno finito per sottrarre forza ai soggetti e agli strumenti della mediazione, lasciando spazio “all’affermazione di consumi mediatici e di palinsesti informativi tutti giocati sulla presenza e sulla rappresentazione individuali, con un linguaggio spesso involgarito; all’assestamento verso una sobrietà diffusa nei consumi, aprendo spazi all’economia low cost e alla condivisione di mezzi e patrimoni”. La contrazione dei consumi e degli investimenti ha portato le imprese a concentrarsi sulla ripresa di capacità competitiva. Così, tanti settori nell’anno hanno accelerato in fatturato e produttività: dall’agroalimentare all’automazione, dai macchinari alla nautica e all’automobile, dall’ingegneria al design e al lusso. Ben 28,5 milioni di italiani dichiarano di avere acquistato ‘in nero’ nell’ultimo anno almeno un servizio o un prodotto, senza scontrino o fattura. Il 35,6% ha acquistato in nero servizi da artigiani (idraulici, elettricisti, imbianchini, ecc.), il 22,1% da professionisti e strutture sanitarie (medici, dentisti, ecc.), il 20,3% ha consumato in nero in bar o pizzerie, il 19,1% presso ristoranti, trattorie o enoteche; il 14,7% ha fatto acquisti in nero presso negozi di alimentari, macellerie o salumerie, il 14,6% presso negozi non alimentari (dalle ferramenta alle tintorie). Il 13,2% ha acquistato in nero servizi di professionisti come avvocati, architetti, ingegneri, geometri.
È un Paese che non crede più, oltre all’individualismo cresce sempre di più la sfiducia verso una politica che ha smesso di rappresentare i cittadini, pur di fare propaganda. Il Censis non fa sconti a questa politica d’oggi, la definisce appunto in debito d’ossigeno, attenta ai ‘like’, a non andare in crisi d’astinenza di ‘like’, e quindi conta esserci sui media, e sempre più con titoli di taglio alto. Una politica fatta di decisori pubblici “rimasti intrappolati nel brevissimo periodo”. C’è disimpegno dal varo delle riforme sistemiche, dalla realizzazione delle grandi e minute infrastrutture, dalla politica industriale, dall’agenda digitale, dalla riduzione intelligente della spesa pubblica, dalla ricerca scientifica, dalla tutela della reputazione internazionale del Paese, dal dovere di una risposta alla domanda di inclusione sociale. Finendo con il produrre una società “che ha macinato sviluppo, ma che nel suo complesso è impreparata al futuro”. E se chi ha responsabilità di governo e di rappresentanza si limita a un gioco mediatico a bassa intensità di futuro, allora la sentenza non può che essere quella che “resteremo nella trappola del procedere a tentoni, senza metodo e obiettivi, senza ascoltare e prevedere il lento, silenzioso, progredire del corpo sociale”. Anche i sindacati nel mirino: tra il 2015 e il 2016 Cgil Cisl e Uil hanno subito una contrazione di 180 mila tessere. Su 11,8 milioni di iscritti alle tre sigle, 6,2 milioni sono costituiti da lavoratori attivi (+0,2%) e 5,2 milioni da pensionati (-3,9%). Secondo il Censis, si manifesta quindi “l’esigenza di una maggiore inclusione da parte dei soggetti di rappresentanza verso categorie e segmenti non tradizionalmente coperti dall’azione sindacale”.
Ma il Paese ha smesso anche di investire sull’istruzione e sulla formazione, nonché sulle figure qualificate.
Siamo penultimi in Europa per numero di laureati, con il 26,2% della popolazione di 30-34 anni, una situazione aggravata dalla forte spinta verso l’estero, che assorbe una buona quota di giovani qualificati. Infatti nel 2016 i trasferimenti dei cittadini italiani sono stati 114.512, triplicati rispetto al 2010. Quasi il 50% dei laureati italiani si dice pronto a trasferirsi all’estero anche perché, calcola il Censis, la retribuzione mensile netta di un laureato a un anno dalla laurea si aggira intorno a 1344 euro corrisposti per una assunzione nei confini nazionali ma arriva a 2.200 euro all’estero.
Giorgio De Rita, nuovo segretario generale del Censis, nel suo intervento ha sottolineato l’incapacità del Paese di “immaginare il futuro”, un rischio e un limite, che ci riporta a un futuro appiccicato al presente, in cui resistono pochi miti vecchi, tra i quali svetta quello del posto fisso, e svettano pochi miti nuovi, i social networ, che però non riescono a creare un nuovo progetto di società. Più che di fronte a un ciclo nuovo, dunque, siamo di fronte all’esaurirsi di un ciclo vecchio, in cui la rabbia sociale non si tramuta ancora in frattura che dà anche il via all’inizio di qualcosa di diverso.

Ugo Intini. Un tempo
era lotta di classe
oggi è lotta di classi

Presentazione libro Intini Lotta di Classi“L’Italia è tra i leader mondiali per vecchiaia. Nel 1951 i neonati erano il doppio di oggi. Gli ottantenni un quinto di oggi. Rischiamo di passare dalla lotta di classe alla lotta di classi”. Ugo Intini ha presentato mercoledì sera all’Enciclopedia Italiana, a Roma, il suo ultimo libro ‘Lotta di classi tra giovani e vecchi?’, edito da Ponte Sisto, assieme al ministro del lavoro Giualiano Poletti, al presidente della Fondazione Nenni, Giorgio Benvenuto e al sociologo Giuseppe De Rita sociologo. Sala gremita con tantissimi socialisti, Giuliano Amato e il parlamentare Oreste Pastorelli.
A introdurre i lavori Stefano Folli, editorialista di ‘La Repubblica’, che ha ricordato le conseguenze dell’invecchiamento della popolazione in termini economici, politiche, sociali, mentre il ministro del lavoro Giualiano Poletti, è stato introdotto da un breve intervento dello stesso Autore – “la vecchiaia è una malattia endemica – che ha riassunto a sommi capi il suo lavoro.
L’invecchiamento, ha spiegato, produce conseguenze anche politiche in tutto il mondo: “Giovani e vecchi si sono divisi nettamente sulle scelte per la Brexit e nelle primarie democratiche Usa”. In Italia i dati sono enormi: “Nel 1862 i bambini e i ragazzi sino ai 15 anni erano il 34,2% della popolazione. Gli anziani oltre i 65 erano il 4,2%. Nel 2015 la piramide risulta largamente capovolta – scrive Intini – gli over 65 si avviano a diventare non un ottavo, ma il doppio degli under 15, perchè gli anziani sono aumentati di oltre 5 volte (salendo dal 4,2 al 21,7%), mentre i giovanissimi sono diminuiti di circa due volte e mezzo (scendendo dal 34,2 al 13,8%).
In Liguria per ogni ragazzo sotto i 15 anni ci sono 2,5 persone over 65”. Intini prosegue la sua analisi: “Nel 2030 in Italia gli ultrasessantenni saranno la meta’ del totale dei cittadini. Si evitera’ un calo della popolazione non certo per l’apporto degli italiani, ma degli immigrati, che arriveranno a essere un cittadino su quattro (naturalmente con una percentuale più alta tra i giovani). Gli ultraottantenni arriveranno a essere 7 milioni su 60”.

Presentazione libro Intini Lotta di Classi 1Le conseguenze di questi dati rischiano di essere drammatiche. “La lotta di classi (di età) – scrive Intini – rischia di svilupparsi nel modo più crudo sul terreno delle pensioni. Già se ne vedono tutti i segni, ma forse il peggio deve ancora venire. Tra il 1990 e il 2014 il reddito dei lavoratori dipendenti con meno di 34 anni è andato indietro, in termini reali, di quasi il 20%. Mentre il reddito degli over 55 è aumentato, in un quadro complessivo che è comunque di calo. Vent’anni fa le famiglie con capofamiglia under 34 e over 65 avevano una ricchezza sostanzialmente uguale. Adesso le famiglie degli anziani hanno una ricchezza tre volte più alta di quella dei giovani”.
Intini prosegue: “Nel 1901 il nostro bilancio pubblico per l’istruzione era quasi sette volte più grande di quello per la previdenza. Poi, nel 1951, si è arrivati praticamente al pareggio. Adesso le pensioni costano quattro volte di più della scuola. Anche la sanità oggi costa quasi il doppio dell’istruzione”. Il conflitto giovani-vecchi è evidente anche sul piano dell’occupazione: “Il tasso italiano di disoccupazione intorno al 12% è tra i peggiori di Europa, ma al suo interno quello della disoccupazione giovanile è catastrofico: ben oltre il 40%. Se quasi un giovane su due è senza lavoro, il tasso di disoccupazione tra gli anziani è invece al livello dei Paesi più virtuosi: il 5,2% nella fascia tra i 60 e i 64 anni. In una società normale i giovani dovrebbero lavorare più dei vecchi. Da noi avviene il contrario”.
Per il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, Intini “ha il merito di avere scritto un libro che affronta i temi a 360 gradi senza limitare l’analisi ad un centimetro quadrato”. Giorgio Benvenuto, Presidente della Fondazione Nenni, giudica “importante e pieno di dati” il libro di Intini. “Dopo l’unità d’Italia – afferma Benvenuto – l’età media degli italiani non arrivava a 50 anni. Oggi pensare ad un sistema pensionistico che si regga solo sui contributi dei datori di lavoro e dei lavoratori non è realistico. È un sistema che non regge perchè non tiene conto delle variabili demografiche ed economiche. Con l’economia ormai ferma da anni gli equilibri saltano”. Benvenuto vede il pericolo della “marginalizzazione” dei sindacati. “C’è la paura di trattare con i sindacati e ci sono sindacati che hanno paura di trattare. Questo è un errore perchè i problemi sono dirompenti”.
Giuseppe De Rita, sociologo, dice chiaro: “L’unica volta che la politica ha fatto il suo mestiere fu con il Governo Amato”. Come Benvenuto, De Rita teme la marginalizzazione dei sindacati: “Oggi i livelli intermedi sono condannati alla reiezione”. Per De Rita “si contrappongono due radicalità: quella della sicurezza e quella della certezza. A Mosca Putin offre sicurezza e dà la certezza della ‘sacra’ Russia. I giovani a volte hanno la certezza del fanatismo religioso. I vecchi chiedono più sicurezza”.

“L’obiettivo di una vita non può essere quello di andare in pensione”. Lo afferma il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, durante la presentazione del libro. “Prima si diceva che si andava in pensione a 60 anni, ma in realtà ci si andava 5-8 anni prima. La gente accettava un lavoro insoddisfacente, perché pensava alla vita che avrebbe fatto una volta raggiunta la pensione. Ora il problema della gente è il timore che la vita in pensione non ti venga consegnata. La prima cosa che mi chiedono è: ‘Ma quando mi mandi in pensione?’. Io penso che l’obiettivo di una vita non debba essere quello di andare in pensione. È vero che la pensione è una tutela e un diritto, ma dal punto di vista delle aspettative soggettive aspettare solo la pensione non è il massimo”. Il ministro del Lavoro affronta anche il tema della precarietà giovanile: “Il numero dei giovani è più basso di quello delle persone in età avanzata. Teoricamente questo dovrebbe dare ai giovani più opportunità, ma così non è”.
“Ogni mattina quando accendo il telefonino ricevo una app che mi propone di portare un pacco dal punto A al punto B a 2,9 euro. Come regolamentare tutto ciò dal punto di vista del lavoro? Per approvare una legge ci vogliono 3 anni, ma tra 3 anni non ci saranno più né quella app né quell’ipad. Non ci sarà più neppure quell’infrastruttura”. Giuliano Poletti, ministro del Lavoro, alza le mani di fronte alla rapidità con cui si evolve il mercato del lavoro. Un mercato che crea buchi nell’assistenza sanitaria e previdenziale delle persone. “Intini – conclude Poletti – ha il merito di avere scritto un libro che affronta i temi a 360 gradi senza limitare l’analisi ad un centimetro quadrato”.

Intervista di Ugo Intini al Tg2
La presentazione del libro su Radio Radicale

 

Locandina Lotta di Classi di Ugo IntiniUgo Intini
Lotta di Classi
Tra giovani e vecchi?
pp 150 – Euro 12,00
Edizioni Ponte Sisto
In vendita nelle librerie e online
La recensione
di Alfonso Siano
per l’Avanti!

Ugo Intini. Un tempo
era lotta di classe
oggi è lotta di classi

Presentazione libro Intini Lotta di Classi“Che facciamo, allarghiamo le braccia e prendiamo atto della situazione?” No, non possiamo farlo spiega il ministro del Welfare, Giuliano Poletti, dalla presentazione del libro di Ugo Intini “Lotta di classi. Tra giovani e vecchi”. Il tema affrontato nel libro, quello del possibile scontro generazionale in un moindo dove la piramide si è rovesciata e i giovani sono sempre di meno, non potevano non attirare l’attenzione di un ministro che per lavoro deve occuparsi proprio di questi problemi.
Questioni complesse che ci costringono a “ragionamenti che ci impegnano”  perché “dobbiamo costruire una buona società che faccia i conti comn la lotta di classi”. Insomma il problema non è aggirabile, non ‘possiamo allargare le braccia’ e basta, ma farci i conti. E i conti sono tutt’altro che facili perché tutto sta cambiando e bisogna affrontare prospettive affatto nuove come quelle che, ad esempio, ricorda Poletti, costruiscono nuovi lavori attorno ad un App. “Possiamo fare una legge per normare il lavoro che nasce da queste App? Metterci due o tre anni e arrivare quando è tutto cambiato un’altra volta?”.Presentazione libro Intini Lotta di Classi 1
Ad aprire i lavori Stefano Folli, editorialista di ‘La Repubblica’, che ha ricordato le conseguenze dell’invecchiamento della popolazione in termini economici, politiche, sociali, mentre Poletti è stato introdotto da un breve intervento dello stesso Autore – “la vecchiaia è una malattia endemica – che ha riassunto a sommi capi il suo lavoro e quindi un rapido e intenso dibattito con gli altri ospiti, il presidente della Fondazione Nenni, Giorgio Benvenuto e il sociologo Giuseppe De Rita il sociologo.

La presentazione si è tenuta in una gremita sala dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani a Roma.

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di Alfonso Siano
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Censis. Crescono disuguaglianze e egoismi

EconomiaL’Italia è ferma, una società in letargo esistenziale, un Paese non più capace di progettare il futuro, che ha perso il gusto del rischio e che esce molto lentamente dalla crisi. Il 49esimo rapporto del Censis fotografa un’Italia ancora al palo, dove crescono le disuguaglianze e gli egoismi, dove le riforme realizzate dal governo faticano a suscitare consenso, dove la crescita avviene puntando su ‘ciò che resta’ dei grandi soggetti economici, politici e sociali che hanno indirizzato la società negli anni passati.

“Nella nostra storia – ha detto il direttore del Censis, Giuseppe De Rita – il resto del mito della grande industria e dei settori avanzati è stata l’economia sommersa e lo sviluppo del lavoro autonomo. Il resto della lotta di classe nella grande fabbrica è stata la lunga deriva della cetomedizzazione. Il resto della spensierata stagione del consumismo è la medietà del consumatore sobrio. Il resto della lunga stagione del primato delle ideologie è oggi l’empirismo continuato della società che evolve”. Una sorta di “limbo italico”, ha detto il presidente del Censis, citando Filippo Turati, fatto di “mezze tinte, mezze classi, mezzi partiti, mezze idee e mezze persone”.

Gli italiani sono costretti ancora una volta ad arrangiarsi, facendo ricorso ai pilastri di sempre: la “saggezza popolare”, la capacità inventiva, aiutati da una composizione sociale poliedrica, lontana dagli schemi di classe e di ceto. E’ “l’Italia dello zero virgola”, dove la ripresa economica non decolla e gli italiani, anche quelli che hanno i soldi, sono ancora timorosi di investire e di spendere. Le speranze di ripartenza del Belpaese sono riposte in un mix di tradizione e innovazione, una “ibridazione”, così la definisce il Censis, di settori tra i quali il design, la moda, la gastronomia, il turismo, la cultura. Oggi vince chi ha saputo riposizionarsi, accettando le sfide della globalità: le esportazioni valgono il 29,6% del Pil.

Vincono i produttori di macchine e apparecchiature, con un surplus di 50,2 miliardi di euro nel 2014, vince l’agroalimentare, che nell’anno dell’Expo fa il boom di esportazioni (+6,2% nei primi 8 mesi del 2015) e riconquista la leadership nel mercato mondiale del vino. Vincono inoltre i comparti dell’abbigliamento (+1,4% di export nei primi 8 mesi dell’anno), della pelletteria (+4,5%), dei mobili (+6,3%) e dei gioielli (+11,8%). Mentre il mattone è ancora in crisi: se tra il 2004 e il 2007 nel mercato immobiliare si era superata la soglia delle 800.000 compravendite l’anno, negli ultimi quattro anni ci si e’ attestati poco sopra le 400.000. Nel complesso il Censis rileva una timida ripartenza dei consumi, ma si allarga la forbice sociale. Per la prima volta dall’inizio della crisi la quota di famiglie che nell’ultimo anno hanno aumentato la propria capacità di spesa risulta superiore a quella delle famiglie che l’hanno invece ridotta (il 25,% contro il 21,3%), d’altro lato, però, continua a crescere, sfiorando ormai il 20% del totale, il numero di famiglie che non riescono a coprire tutte le spese con il proprio reddito. Circa 5 milioni di famiglie hanno difficoltà a far tornare i conti e tra quelle di livello socio-economico basso la percentuale sale al 37,3%.

Redazione Avanti!

”I Nuovi pellegrini”, mostra sul rapporto tra migranti e sanità italiana

pellegriniAll’interno della splendida cornice della Galleria del Cembalo, la Fondazione Farmafactoring presenta la mostra itinerante “I nuovi pellegrini. L’impatto storico-sociale dell’immigrazione moderna nella sanità”.

L’esposizione è un viaggio con i fotografi Alessandro Scotti, Edoardo Delille e Umberto Fratini, coordinati da Costantino Ruspoli, attraverso immagini ed emozioni per scoprire la realtà degli immigrati, nel loro rapporto con la sanità italiana. Uno sguardo ai luoghi di malattia e di cura per raccontare le storie di una umanità che non incontra solo il disagio, la lontananza, la diversità, ma anche l’accoglienza, la solidarietà, la fraternità. Nelle fotografie si specchia così una realtà lontana dagli stereotipi e dai pregiudizi: ci sono innanzitutto la grandezza e l’umiltà delle persone.

Il progetto, voluto fortemente da Fondazione Farmafactoring, nasce da una ricerca di Censis che ha studiato il fenomeno attraverso analisi socio-economiche e che mostra un modello positivo di convivenza che ha, nei luoghi della sanità, i pilastri decisivi, espressione e sedimentazione di comportamenti condivisi. Giuseppe De Rita, Presidente Fondazione Censis, evidenzia questo aspetto: “Il nostro Servizio sanitario rappresenta per gli immigrati non solo un’opportunità di potersi curare e di far riferimento a operatori e tecnologie di alto livello, ma un insieme di luoghi in cui matura una vicinanza ai comportamenti e alle scelte dei cittadini italiani che è decisiva per una buona integrazione civile, sociale, culturale e umana”.

La buona convivenza tra italiani e nuovi italiani è anche esito di questa sorprendente sanità inclusiva, che vale la pena raccontare attraverso linguaggi moderni, come la fotografia. Marco Rabuffi, Presidente di Fondazione Farmafactoring spiega: “Abbiamo deciso di affiancare ad una ricerca Censis una mostra fotografica in grado di raccontare la dimensione quotidiana nelle piccole e grandi strutture sanitarie italiane. I fotografi hanno messo a fuoco le realtà del Sud, del Centro e del Nord, affiancati da tre fotografi junior. E’ interessante notare che la qualità delle sanità ne esce molto diversa, e soprattutto migliore, di come spesso la si racconta. C’è, spesso, l’eccellenza delle cure; c’è, normalmente, una buona qualità delle strutture; c’è, nella grande maggioranza dei casi, una tensione all’accoglienza che riesce a superare il naturale disagio delle differenze umane, sociali e culturali. E spesso il rapporto umano aiuta a non aggiungere alla sofferenza della malattia anche il disagio della propria condizione di immigrato.”

Il compito dei fotografi è stato quello di dare visibilità, non solo ai volti, alle persone e alle situazioni, ma anche ai luoghi in cui viene offerta assistenza, ponendo un’attenzione particolare agli eventuali “segnali” di mutamento riferibili alla presenza dei migranti.

Interessanti anche le visioni dei tre fotografi junior: gli scatti di Giulia Piermartiri, Irene Carmassi e Marcella Magalotti, completano il viaggio nella moderna immigrazione nei luoghi della sanità. Tre giovani fotografe, appassionate del loro lavoro, che hanno affiancato i tre fotografi professionisti nel racconto di un’esperienza dai mille contrasti ma unita dal senso condiviso dell’umanità. La mostra, che ha ottenuto il patrocinio del Ministero della Salute, rimarrà aperta gratuitamente al pubblico dal 20 al 28 novembre per poi, nel 2016, spostarsi in altre città italiane, tra cui Milano e Palermo.

Gioia Cherubini

Scala mobile. Il sindacato trent’anni dopo

Enrico Berlinguer alla manifestazione del 24 marzo 1984 contro la scala mobile, organizzata dal PCI

Enrico Berlinguer alla manifestazione del 24 marzo 1984 contro la scala mobile, organizzata dal PCI

“Questo non è, e non vuole essere un convegno celebrativo”, così Luigi Covatta,direttore di Mondoperaio, ha aperto i lavori al Cnel del convegno intitolato “Il sindacato ieri e domani. A trenta anni dal referndum sulla scala mobile”. Sono passati trent’anni da quando gli italiani dissero no al referendum abrogativo sul decreto di San Valentino dando così fiducia al Governo Craxi, che fece quel decreto per combattere il galoppante aumento dei prezzi che viaggiava su percentuali a due cifre. La consequenza fu la prima crepa nel mondo sindacale, in quanto da allora si allargarono le divergenze delle varie sigle sindacali. L’effetto di quel referendum fu storico, non solo ci fu la fine dell’unità sindacale (il ”decreto di San Valentino”, fu emanato con l’accordo solo di Cisl e Uil), ma allora “si suggellò il definitivo superamento sia dell’egemonia della politica sul sociale, sia dei residui condizionamenti del partito sul sindacato e sia, conseguentemente, della reciproca autonomia nei rapporti tra Governo, opposizione e parti sociali”. Ha ricordato, Raffaele Morese, sindacalista, nella sua relazione introduttiva. “Una fase nuova si apriva nello scenario delle relazioni tra i vari protagonisti della politica e del sociale, anche perché – contemporaneamente – perdeva vigore ogni velleità pansindacale (il “salario, variabile indipendente”) che pure aveva caratterizzato un bel pezzo del periodo precedente quell’evento”, ha sostenuto Morese. Il sindacalista si è poi interrogato sul senso di rievocare quegli eventi, ricordando che “quell’evento non fu provocato da banali interessi e spicciole convenienze ma da scelte valoriali che anche nella nuova situazione mantengono intatto il loro influsso e la loro incidenza. Allora come oggi – ricorda Morese – la solidarietà emergeva come collante non effimero e predicatorio di una società impaurita dagli eventi, a disagio di fronte al futuro, incollerita per le disuguaglianze montanti e per una morale politica degenerata”. Sul decisionismo del Governo attuale Morese ha poi precisato che “i corpi intermedi della società e le organizzazioni di rappresentanza, in particolare, non possono essere considerati da nessuno come un intralcio, un fastidio, un’ inutilità da parte delle istituzioni o dei partiti. Si può non essere d’accordo con le loro scelte, ma non si possono considerare degli ectoplasmi di una società. Specie quando la questione centrale di una società come la nostra è il lavoro, il suo futuro, la sua capacità di far realizzare le persone, la sua ragione di sempre: la dignità”. Numerosi poi gli interventi che si sono succeduti di personaggi di spicco del mondo sindacale: Giorgio Benvenuto, Pierre Carniti, Giuseppe De Rita, Ivan Lo Bello, Stefano Mantegazza, Tommaso Nannicini, Maria Grazia Gabrielli, Carlo Callieri, Bruno Manghi, Giacinto Militello e Carlo Callieri.
Luciano Pero ha voluto ricordare quanto siano cambiati in questi anni “i modi di lavorare e il lavoro stesso” portando a esempio numerosi settori in crisi contro i molti in continua espansione e individuando in quelli in crescita e nell’intermediazione del contributo intelligente dei lavoratori il nuovo ruolo dei sindacati. Numerose le rievocazioni, ma su tutte ha prevalso la buona occasione che ha il nostro Paese di poter ripartire investendo sul lavoro. Molto critica la posizione del giovane sindacalista Cisl, Marco Bentivogli, che ha messo sul piano della bilancia il problema di poter e dover rappresentare dei giovani lavoratori che non hanno alcune garanzie contrattuali e soprattutto è stato critico verso “una parte del sindacato che molto spesso sciopera contro gli stessi accordi che ha sottoscritto precedentemente”.
Infine il convegno si è concluso con le relazioni finali di Carmelo Barbagallo e di Susanna Camusso. Il segretario della Cgil, Camusso, ha voluto precisare riguardo il ricordo evocativo di quegli anni che “è importante la memoria e non l’imitazione”. Riguardo il lavoro e le problematiche a esso connesse, l’errore del sindacato è stato quello di affidarsi a una “legislazione che non ha risolto nulla”. Inoltre “si continua a evocare il problema dell’inflazione a due cifre e alla crisi che può portare dimenticando invece che il vero problema è la disoccupazione” ed è quello il lavoro del sindacato. Infine la crisi che si registra nel sindacato è la mancanza di “un pensiero lungo sui problemi”, ovvero “una discussione che duri più di tre giorni” su quelle che sono le questioni del mondo lavorativo attuale.

Maria Teresa Olivieri

Craxi non ha governato
solo l’onda delle aspettative  

In occasione del recente convegno organizzato dal Partito Socialista Italiano sul tema “Rifare l’Italia”, svoltosi a Città di Castello il 13 dicembre dello scorso anno, tra le diverse relazioni presentate, quella di Giuseppe De Rita merita qualche commento riguardo all’analisi che egli effettua delle modalità con cui sarebbe stata governata l’Italia, prima, quando a capo del Governo era Bettino Craxi, e dopo, quando il Paese è stato colpito dalla crisi del 2007/2008.

Nella sua relazione “L’Italia da rifare” (Mondoperaio, 2/2015), De Rita, riferendosi al momento attuale, afferma che il superamento della crisi italiana può solo dipendere dalla capacità delle forze politiche di “riattivare le aspettative del Paese; di rimettere in campo le motivazioni e le opportunità delle imprese; e di rifare politica in maniera diversa”.

Per De Rita, la riattivazione delle aspettative non dovrebbe essere estranea al modo di pensare proprio dei “leader socialisti degli ultimi anni”, considerato che essi hanno sempre avuto il “senso di cavalcare le aspettative”, ereditato dal modo in cui negli anni Ottanta (con Bettino Craxi capo del Governo) il partito avrebbe seguito “l’onda delle aspettative: le aspettative delle realtà locali, quelle delle famiglie, delle imprese, del modo di vivere la realtà sociale e la politica”. Queste aspettative sarebbero state, in qualche modo, tutte recepite da Craxi, “rifiutando – afferma De Rita – la dimensione berlingueriana di fare il cambiamento politico per poter fare il cambiamento sociale”. Nella visione di De Rita, Craxi non si sarebbe mai conformato alla “dimensione berlingueriana”, in quanto per lui il cambiamento c’era di già; esso andava solo riconosciuto e recepito, per viverlo, non per essere cambiato.

La bravura di Craxi, secondo De Rita, sarebbe consistita appunto nel capire le aspettative; nell’Italia di oggi Craxi si troverebbe in difficoltà, perché quelle delle famiglie e delle imprese sono poche o assenti: lo sviluppo del Paese “senza le aspettative del popolo” sarebbe difficile da individuare”, in quanto, in queste condizioni, pretendere di fare politica senza recepire le aspettative presenti all’interno del sistema sociale, giusto per rispondere ad esse, significherebbe fare solo politica all’interno di un contesto istituzionale afflitto da un sostanziale immobilismo. Perciò, sin quando le aspettative non saranno riattivate, la politica di oggi potrà solo gestire l’esistente, cioè potrà governare solo il galleggiamento delle famiglie e delle imprese, senza costruire alcuna prospettiva di crescita e di sviluppo.

Rifare l’Italia, oggi significa pertanto, secondo De Rita, ripromuovere le opportunità degli imprenditori; ciò perché, sin tanto che permarrà la staticità dei due operatori fondamentali del sistema sociale, le famiglie che consumano e le imprese che producono, non sarà possibile uscire dal tunnel della crisi; sarà impossibile evitare che il Paese “galleggi”, governando solo l’esistente fine a sé stesso, in quanto privo di prospettive. Sarebbe questo tipo di galleggiamento, di natura statica, a consentire di distinguere l’Italia di oggi dall’Italia dei tempi di Craxi; come dire che, mentre nell’Italia degli anni Ottanta a “conduzione socialista” le aspettative delle famiglie e delle imprese hanno creato condizioni favorevoli per tutti, con un galleggiamento dinamico che induceva tutti a “stare buoni”, nell’Italia di oggi il galleggiamento statico è all’origine di profonde disuguaglianze distributive e sociali.

Nell’Italia di Craxi è stato possibile vivere una stagione di stabilità e di pace sociale, ma oggi l’aumento delle disuguaglianze serve solo a diffondere instabilità e risentimento nello svolgimento delle relazioni tra i gruppi sociali; poiché gli Italiani sono un popolo rancoroso – afferma De Rita – il giorno in cui il normale e fisiologico maturare delle cose determinerà l’esplosione della tensione sociale “non saranno certo le parole – la solidarietà, la concertazione, eccetera – a difendere la coesione sociale, perché esploderà la dimensione più profonda della disuguaglianza, che è il rancore”.

Per evitare che ciò accada, De Rita sembra suggerire la necessità che il Paese torni a galleggiare in termini dinamici, facendo ripartire le prospettive delle famiglie e delle imprese, ma anche la dimensione di equilibrio dei rapporti sociali, al fine di consentire alla politica di ricuperare il suo rapporto funzionale con i processi sociali. Rapporto, questo, nel quale credeva Craxi, in quanto “aveva capito che bisognava starci dentro”; per De Rita, non c’è più stato in Italia nessuno come lui. “Lo stesso lungo percorso berlusconiano, che era partito come una grande adesione alle aspettative liberali e liberiste del Paese […], poi se ne è andato per conto proprio”.

La narrazione di De Rita non risponde alla qualità della leadership craxiana: essa appare riduttiva e appiattita sul puro e semplice riconoscimento di un cambiamento che c’era di già e che andava solo recepito; per cui la visione dell’azione politica di Craxi sarebbe consistita semplicemente nel vivere il cambiamento, non di cambiarne gli attori principali, e con essi il cambiamento stesso.

Se è vero che la visione che Craxi aveva su questo aspetto valeva a differenziarlo da Belinguer, essa tuttavia non implicava affatto un’adesione totale a principi liberisti, ma a principi liberali e riformisti; ne è prova il fatto che nel 1979 Bettino Craxi, da tre anni segretario del PSI, aveva formulato una proposta generale di riforma del “sistema Italia”, giusto per consentirgli di governare il cambiamento spontaneo del sistema sociale nazionale. Egli era consapevole che la crisi del Paese era diventata un fattore costante di crisi economico-sociale; i tentativi di attuare tale riforma, tuttavia, non hanno mai avuto un seguito, a causa delle resistenze conservatrici volte ad impedire che l’Italia aumentasse il suo “peso” in Europa e potesse godere dei vantaggi connessi ad una sua maggiore apertura al mondo.

Craxi era anche consapevole del fatto che il cattivo funzionamento del sistema politico era la conseguenza di una realtà storica, espressa dal fatto che i partiti antifascisti avevano fondato la nascita dello Stato repubblicano su un sistema pattizio, che escludeva a priori da qualsiasi maggioranza le formazioni politiche eredi dell’ideologia fascista. Ciò ha consentito che tutti i partiti esclusi da una maggioranza di governo, come ad esempio il PCI, contassero più dei loro voti, perché parti integranti del patto; quest’ultimo, pertanto, ha imposto maggioranze consociative fondate, non su un’alleanza partitica realizzata su un dato programma condiviso, ma su un consenso generale, che avesse incluso l’opposizione, sulle “cose da fare”.

Su questo punto si è consumato il lungo “braccio di ferro” tra i due partiti di sinistra, PSI e PCI, nel senso che l’obiettivo politico di spezzare la logica delle maggioranze consociative per poter realizzare la riforma istituzionale, ha esposto il PSI e il suo segretario ad una contraddizione esiziale: se Craxi convergeva al centro, accordandosi con la DC, indeboliva il ruolo del PSI a sinistra, senza rafforzarlo al centro; mentre se convergeva, come più volte è accaduto, verso un’alleanza col PCI, doveva affrontare il “duello a sinistra”, con i comunisti irremovibili nel negare al PSI la leadership, sia pure transitoria, dell’alleanza, come la situazione politica internazionale e la ritardata conversione socialdemocratica del PCI giustificavano. Respinta questa soluzione dal partito di Berlinguer per ragioni ideologiche e di potere, la fine del duello a sinistra si è conclusa, percorrendo scorciatoie extrapolitiche, con la fine del PSI, di Craxi e, con loro, del progetto di riforma istituzionale.

Se si giudica l’analisi di De Rita sulla base delle considerazioni appena svolte, non può sfuggire il fatto che essa non dà conto della qualità e della natura dell’azione di un leader, che è stato, ad un tempo, liberale e riformista (ma non liberista) e al quale solo la mancata disponibilità di un’adeguata forza partitica impedito di portare a compimento il suo progetto di riforma istituzionale, la cui attuazione gli avrebbe consentito di governare, nel senso proprio del termine, il processo di crescita e sviluppo del Paese.

Il fatto che Craxi non abbia potuto attuare la sua “Grande riforma”, per realizzare nel Paese una reale “democrazia governante”, non giustifica la considerazione del leader del PSI come un politico che si sarebbe limitato a governare l’esistente e a rispondere passivamente alle aspettative spontaneamente emergenti dalla dinamica sociale del “sistema Italia”; tanto meno si può lasciare intendere che Craxi sia stato, in qualche modo, il precursore del berlusconismo delle prima ora, che sin dall’origine della “discesa in campo” del suo “líder máximo” ha connotato l’azione di governo del Paese in termini di un galleggiamento sull’esistente fine a sé stesso, unicamente all’insegna dell’invito rivolto a tutti di perseguire il proprio arricchimento senza regole.

Mancando di ricordare quanto sin qui detto, si commette l’errore storico di fare risalire la condizione presente del Paese all’azione politica di un leader che, solo per aver tentato di modernizzare il Paese stesso con la realizzazione del necessario mutamento dei profili del sistema costituzionale vigente, è stato “eliminato politicamente”, a causa del prevalere delle forze conservatrici che gli si sono opposte; successivamente alla scomparsa del leader socialista, queste sono divenute le protagoniste dello sfascio di un’Italia che, ai tempi di Craxi, risultava essere uno dei sistemi sociali più stabili e dinamici in Europa. A Città di Castello sarebbe stato opportuno incentrare i lavori del convegno sui temi della grande riforma perseguita senza successo da Craxi; ciò forse avrebbe consentito ai socialisti di oggi che siedono in Parlamento una più responsabile partecipazione al riformismo istituzionale della maggioranza governativa attuale, considerato che i pochi militanti socialisti che ancora residuano nutrono più di un dubbio che le riforme del renzismo possano servire a “Rifare l’Italia”.

Gianfranco Sabattini

 

Nencini: “La crisi dei partiti oggi più grave che nel ’92”

Convegno-Psi“La ragione madre della crisi dei partiti è da ricercarsi nella crisi della società e del suo associazionismo”. Così Riccardo Nencini, segretario del Psi, ha esordito al convegno di Mondoperaio “Modelli di Partito e Riforma della Politica”.

Secondo Nencini “da questa crisi politica sono tre i tipi di partiti che ne sono usciti: i comitati elettorali, ovvero le alleanze governative, il partito di tipo localistico come la lega e quello leaderistico come nel caso di Monti”. E avverte: “Questo è il periodo peggiore del ’92, almeno allora c’era aria di rinnovamento, speranza. Adesso invece non ci troviamo di fronte a corpi intermedi reattivi”.

Il problema dei Partiti e del partitismo è un problema che circola nella crisi della rappresentanza e quindi della Democrazia. Oggi il modello dei Partito che si è imposto è quello del “Partito del leader”, dove come rilevato da Gennaro Acquaviva la “tendenza al consenso enfatico è tipica degli italiani, da Garibaldi in poi” e proprio la forma del Partito-stato è un’eredità che si sono divise in egual misura Dc e Pc, più del Partito Fascista.

Il problema generale, del Partito del leader, è quello di una rappresentanza “sostituita dalla testimonianza fisica”, e attualmente “viste le crescenti tensioni politiche si ha bisogno di un partito che sappia far politica oltre che testimonial e comunicazione e che si assuma le sue responsabilità”, secondo Giuseppe De Rita.

“Manca in Italia il principio di responsabilità”, afferma Cesare Pinelli. Un’altro fattore del partitismo tipicamente italiano è il ricatto dei piccoli partiti sui grandi.
La denuncia che fa Mario Ricciardi è quella del provincialismo politico italiano, anche nel rifarsi a modelli europei e anglosassoni che conoscono solo superficialmente. Molto decantato – ha spiegato – è il modello del Labour inglese; è vero che il pluralismo di questo partito è tale che vi approdano politici con idee contrapposte a quelle dell’animo del Partito, ma se il Labour ha resistito è perché ha il grande merito di essersi riallacciato alle origini, di non aver mai abbandonato nessuna anima al suo interno.

La differenza per quanto riguarda l’altro modello, quello americano, è che lì non ci sono ideologie di fondo, ma vige la responsabilità di fronte all’opinione pubblica che è il vero asse portante del sistema politico d’oltreoceano, “la politica ha la controparte di votazioni e sondaggi continui, i partiti non possono permettersi il letargo”, così come rileva lo storico Giuseppe Mammarella.

Un Partito che alla fine si è adeguato al modello del Partito del leader è oggi quello del Pd, che era l’unico schieramento, quello della sinistra, o meglio del centro- sinistra, a reggersi su alleanze senza una vera e propria forma di Partito. “Dalla sua nascita, sette anni fa, il Pd è nato per l’esigenza di non essere al centro dello scontro di coalizioni così come avvenne con Prodi”, ha affermato Giorgio Tonini. La necessità è stata quella di prendere esempio dal fallimento dell’Ulivo per mancanza di una leadership seria, la necessità di un riformismo necessario contro la veterocrazia e la sua vocazione maggioritaria.

Anche in un sistema come quello francese, con Partiti molto simili ai nostri, ogni leader non ha motivo di esistere senza un Partito dietro “soprattutto senza un partito nessun politico arriva alla presidenza”, rileva Michele Marchi.
Insomma i Partiti sono dei “sistemi strutturali da cui la politica non può prescindere”, secondo Gaetano Quagliariello.
Non si può quindi che essere d’accordo con le deduzioni dell’incontro organizzato da Luigi Covatta con il mensile Mondoperaio, la crisi dei Partiti è lampante, ma se ne ha ancora bisogno per una questione identitaria, per l’anima stessa di una democrazia altrimenti inconsistente e in ultima analisi, se tutte le democrazie occidentali prevedono forme di rimborso elettorale un motivo ci sarà.

Maria Teresa Olivieri