Giacomo Brodolini: tutto per i lavoratori

Se Recanati è per i letterati il “natio borgo” di Giacomo Leopardi, per i politici è il paese natale di Giacomo Brodolini, uno dei socialisti più noti e dei più fedeli rappresentanti dei lavoratori. Brodolini vi nacque il 19 luglio del 1920. Completati nel 1939 gli studi secondari, potè solo iniziare la fase successiva degli studi nell‘Ateneo di Bologna perché chiamato alle armi. Quale militare, il suo impegno maggiore si ebbe nelle dure campagne di Grecia e di Albania, alle quali partecipò col grado di sottotenente di complemento.

Successivamente passò in Sardegna, dove conobbe alcuni antifascisti di chiaro orientamento liberal-socialista. Il passaggio a posizioni più nette fu rapido. Entrò infatti nel Partito d’Azione, formazione politica ufficialmente costituita nel  luglio del 1942, e al quale facevano inizialmente capo figure prestigiose della politica e della cultura come Emilio Lussu, Ferruccio Parri, Pasquale Schiano, Francesco De Martino, Adolfo Omodeo, Guido Calogero, Riccardo Lombardi. Il partito credeva fermamente nel legame indissolubile di Giustizia e Libertà e aveva un programma che prevedeva tra l’altro il decentramento amministrativo, la nazionalizzazione dei gruppi finanziari, la divisione della terra ai contadini uniti in cooperative, la federazione europea.

Gli Azionisti parteciparono alla lotta partigiana, e svolsero una intensa propaganda anche attraverso un loro foglio, “L’Italia libera”. Nel 1946 Brodolini conseguì la laurea in Lettere, discutendo una tesi su Gustavo Modena. Da tempo appassionato di storia del teatro e al tempo stesso interessato al legame di questo con le vicende del nostro Risorgimento, aveva scelto il notissimo attore e anche protagonista del nostro Risorgimento, che concepiva il teatro come strumento per risvegliare le menti e  “far pensare”. Nel giugno di quello stesso anno fu coi compagni di fede attivissimo nella campagna per il Referendum e la Costituente, che però fruttò al partito appena l’1,5 % e 7 seggi, a dimostrazione della sua scarsa penetrazione negli strati di elettorato popolare. Quando nel 1947 il Partito d’Azione si sciolse, egli assieme a Lombardi e altri della tendenza socialista aderì al PSI. Lavorò allora con passione nella CGIL: nel 1950  venne chiamato a reggere la segreteria della Federazione Lavoratori Edili e tosto fece parte del Comitato Direttivo della CGIL Nel 1953 venne eletto deputato alla Camera.

Due anni dopo, in riconoscimento della sue capacità e della sua conoscenza dei problemi del paese, raggiunse la carica di vice-segretario nazionale della grande organizzazione sindacale per la componente socialista. Lasciò poi l’attività nel sindacato per passare a quella politica nel partito, e nel ’64 entrò nella segreteria De Martino in qualità di vice- segretario, carica che gli venne confermata anche nel 1968 durante la fusione tra PSI e PSDI. In quello stesso anno venne eletto al Senato. Nominato Ministro del Lavoro e della Previdenza sociale, promosse una serie di leggi che riguardavano il superamento delle gabbie salariali e la riforma del sistema previdenziale. In quel periodo si fece sostenitore appassionato dello Statuto dei lavoratori, al quale lavorò con grande passione assieme al noto giuslavorista Gino Giugni.

Vissuto tra i lavoratori, volle rimanere sempre al loro fianco: simboli di questo attaccamento furono la notte di capodanno del 1969, che volle trascorrere assieme ai lavoratori della fabbrica Apollon in lotta per difendere il proprio posto di lavoro, e la presenza commossa tra i lavoratori di Avola che avevano perduto due loro compagni, caduti sotto il fuoco della polizia. Colpito da una grave forma di tumore, impegnò le forze residue perché giungesse a compimento l’iter dello Statuto dei diritti dei Lavoratori, al quale poi rimase giustamente legato il suo nome. Il 24 giugno del ’69 presentò in Parlamento il disegno di legge, ma non ebbe la gioia di vederlo approvato.

L’11 luglio del ’70 si spense in una clinica di Zurigo. Il presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, gli conferì la Medaglia d’Oro al Valor Civile, motivandola con parole che del efunto sintetizzavano le eccezionali qualità di politico, di parlamentare e di sindacalista: “Esempio altissimo di tenace impegno politico, dedicava, con instancabile ed appassionata opera, ogni energia al conseguimento di una più alta giustizia sociale, dando prima come sindacalista, successivamente come parlamentare e, infine, come ministro per il lavoro e la previdenza sociale, notevolissimo apporto alla soluzione di gravi e complessi problemi interessanti il mondo del lavoro. Colpito da inesorabile male e pur conscio della imminenza della sua fine, offriva prove di somma virtù civica, continuando a svolgere, sino all’ultimo, con ferma determinazione e con immutato fervore, le funzioni del suo incarico ministeriale, in una suprema riaffermazione degli ideali che avevano costantemente ispirato la sua azione”. Per questo il suo ricordo è sempre vivo e resterà incancellabile nel cuore dei socialisti e dei lavoratori.

Giuseppe Miccichè

Frontiere e Orizzonti

È necessario che esista in noi – affinché noi possiamo trarne alimento di speranza nella costruzione dell’avvenire – la ferma fede che un giorno, quando l’Europa si farà e i popoli si riconosceranno nella pace e nella concordia, le frontiere saranno segni convenzionali e non diaframmi, e i singoli gruppi etnici potranno esprimere in piena libertà il proprio genio, conformemente a ciò che sentono e venerano come Patria dello spirito”: così Giuseppe Saragat in occasione dell’udienza concessa all’Associazione dei profughi giuliano-dalmati nel 1967, significativamente citato da Sergio Mattarella in occasione del convegno che abbiamo promosso a trent’anni dalla scomparsa del quarto presidente della Repubblica di cui diamo conto nelle pagine che seguono. Anche in quel caso, benché parlasse ad una platea che invece delle frontiere faceva gran conto, Saragat non rinunciava a testimoniare le proprie convinzioni: così come, con la stessa concessione dell’udienza, non aveva rinunciato a sfidare un’opinione “di sinistra” che già dopo la guerra aveva vergognosamente negato solidarietà a quei profughi, colpevoli di essere scappati dal paradiso comunista del maresciallo Tito. L’Europa tuttavia non si è ancora fatta, e le frontiere tornano ad essere diaframmi. Da allora, per la verità, non sono mancati i passi avanti nel cammino verso l’unità europea: a cominciare da quell’Atto unico imposto da Craxi alla Thatcher nel 1985 al Consiglio europeo di Milano, dal quale sono derivati il Trattato di Maastricht e quello di Schengen. Ma paradossalmente è stata proprio la caduta di un’altra frontiera – di quella cortina di ferro che Churchill nel 1947 aveva visto calare fra Est ed Ovest – a rendere tutto più complicato. È infatti innegabile che fino al 1989 la Comunità europea era cresciuta al riparo di quel confine: e che neanche in questo caso aver cambiato nome, diventando Unione, è bastato poi all’Europa per acquisire una soggettività politica all’altezza delle sfide del terzo millennio. Ed ecco quindi tornare i diaframmi: da quello caricaturalmente provinciale cui allude il governo austriaco quando minaccia di concedere la doppia cittadinanza ai sudtirolesi, a quelli più odiosi con cui i paesi dell’Est pretendono di proteggersi dai flussi migratori. Ma ecco soprattutto nascere un diaframma del tutto inedito, come quello che Trump intende erigere fra le due sponde dell’Atlantico, nel momento in cui individua l’Unione europea come un nemico degli Stati Uniti e la Nato come una combriccola di scrocconi. Anche nel Mediterraneo, peraltro, non manca chi pensa di poter dividere il mare a fette, stravolgendo le leggi scritte e non scritte che per millenni hanno garantito la libertà e la sicurezza dei naviganti, oltre che lo sviluppo della civiltà occidentale. E pazienza se poi si sfiora il paradosso negando l’approdo nei porti italiani alle stesse navi della nostra Marina militare, o dirottandole per rifornire di cibo e medicinali imbarcazioni costrette a raggiungere porti lontani: sta scritto nel Contratto, e tanto basta. Nel Contratto, per giunta, sta scritto anche che bisogna introdurre il reddito di cittadinanza e ridurre il precariato: e pazienza, anche qui, se per farlo non si trova niente di meglio che riesumare i lavori socialmente utili, cioè la più produttiva fabbrica di precari mai concepita. Per non parlare della pretesa di impedire la delocalizzazione delle imprese per via amministrativa invece di implementare le misure avviate con Industria 4.0., o dello stallo in cui restano le politiche attive del lavoro, finora impantanate in un conflitto fra Stato e regioni la cui soluzione potrebbe non essere gradita ai governatori leghisti. Si dirà (e si dice, magari con piglio polemico) che quello che manca ai nuovi governanti è la competenza. Non è così. Quello che manca è la cultura di governo, che è un’altra cosa. Per governare, ha scritto De Rita nell’introduzione al Mese del sociale di quest’anno, bisogna innanzitutto “avere una visione e una cultura della lunga durata”: anche se “può apparire quasi provocatorio” parlarne “in una società come l’attuale dove domina il presentismo (l’appiattimento all’oggi senza alcuna scansione di passato e futuro)”. In secondo luogo, secondo De Rita, governare significa “provvedere ad un incardinamento della politica nei processi reali in corso”. Infine occorre “elaborare una strategia di coinvolgimento dei tanti e sempre più articolati soggetti sociali”.

L’esatto opposto, cioè, dell’orizzonte che si era dato il sistema politico nato a metà degli anni ’90 del secolo scorso ed ora in via di disfacimento: che aveva rinunciato alla visione in nome della “fine delle ideologie” (espressione sintetica per accomunare tutte le culture di lunga durata all’ideologia marxista, effettivamente arrivata al capolinea); che prescindeva dai processi reali in corso (a cominciare da quelli prodotti dalla globalizzazione); che ignorava l’incipiente scomposizione della società novecentesca. È meglio prendere sul serio, quindi, quanti parlano di terza Repubblica: tanto sul serio da evitare gli errori che si fecero quando si pose in opera la seconda, e da accettare la sfida che i nuovi governanti portano su questo terreno, invece di confidare nella loro pur conclamata incompetenza (o nel loro spregiudicato avventurismo sul piano delle relazioni internazionali, che vede in campo ben altri protagonisti rispetto a Salvini). Solo così l’opposizione potrà uscire dall’afasia che l’ha colpita dopo il 4 marzo: non certo portando in gita una segreteria a Torbellamonaca, o studiando il modo di riportare Berlusconi in Parlamento con un’elezione suppletiva. Della destra non ci occupiamo. Per quanto riguarda la sinistra, è difficile non condividere quello che ha scritto Ernesto Galli della Loggia sul Corriere del 27 giugno: quella a cui assistiamo è la fine di una storia “cominciata male, in modo ambiguo e pasticciato, 25 anni fa: una forte matrice comunista mai rivisitata e indagata ma semplicemente rimossa, un vantato innesto con un cattolicesimo politico di tutte le tinte, e infine la costruzione di un Pantheon di presunti antenati messi insieme come un mazzo di carte”. Si potrebbe aggiungere che quella che stiamo vivendo è anche la fine della storia dei “compagni di scuola”, per riprendere il titolo di un bel saggio di Andrea Romano sugli eredi del Pci: i quali avevano pensato che cambiare le regole del gioco avrebbe loro risparmiato una riflessione sulla propria identità. Questo, probabilmente, è il vizio d’origine dello stesso Partito democratico: aver confuso la “vocazione maggioritaria” con il sistema elettorale maggioritario, che garantiva comunque una rendita di posizione, vincenti o perdenti che si fosse, a prescindere dalla capacità di esercitare un autentico potere di coalizione, ed a prescindere soprattutto dalla capacità di difendere le proprie politiche di governo anche dall’opposizione, come stiamo vedendo in queste settimane. All’orizzonte ci sono le elezioni europee dell’anno venturo: quelle in cui, non solo in Italia, si deciderà della stessa sopravvivenza dell’Unione. L’occasione ideale per mettere in campo culture politiche di lunga durata, in assenza delle quali resteremo in balia dei Salvini e dei Di Maio: e potremo scegliere se cercare protezione da Putin o assumere come modello sociale quello instaurato da Maduro in Venezuela. Una rivista è una rivista, non è un partito. Ma mi auguro che la sua presenza nel dibattito pubblico possa aiutare la nascita, qui in Italia, di quel partito dei riformisti che non nacque al Lingotto una decina d’anni fa.

Luigi Covatta
Mondoperaio rivista 

Giuseppe Saragat, democrazia e socialismo

saragatL’11 giugno scorso l’«Associazione socialismo» e la rivista «Mondoperaio» hanno promosso un incontro per ricordare l’opera politica di Giuseppe Saragat (1898-1988). L’incontro, che si è tenuto nella sala Koch di Palazzo Madama di fronte alle massime cariche dello Stato, ha dato l’occasione al presidente della Repubblica Sergio Mattarella di rivisitare la sua lezione politica incentrata sui valori democratici della Repubblica e della rappresentanza politica per la difesa di un sistema politico «dal volto umano».

La biografia e l’opera di Giuseppe Saragat – come ha ricordato il presidente della Repubblica – sono strettamente intrecciate alle vicende politiche del Novecento e alla sua «battaglia per conquistare all’idea socialista la piena qualifica di democratica, puntando alla universalizzazione delle libertà liberali» nella «difesa dei principi di libertà, democrazia e giustizia sociale». A questi valori si ispira infatti la vicenda biografica di Giuseppe Saragat dai primi indirizzi democratici fino alla sua elezione a presidente della Repubblica (29 dicembre 1964), di cui ha tracciato un interessante profilo Marcello Staglieno nel suo volume L’Italia Del Colle 1946-2006: sessant’anni di storia attraverso i dieci presidenti (Boroli editore, Milano 2006, pp. 201-221).

Formatosi alla scuola politica del padre Giovanni Saragat (1855-1938), avvocato liberale trasferitosi nel 1882 dalla natia Sardegna a Torino, il giovane Giuseppe acquisì la sua sensibilità vero le condizioni della classe operaia, crescendo in un clima fecondo di stimoli culturali a contatto con giovani democratici come Piero Gobetti e Andrea Viglongo. La guerra del 1915-18 lo trovò nelle file dell’interventismo salveminiano, verso cui espresse un acceso fervore tanto da arruolarsi volontario. Ma la conoscenza di Claudio Treves (1869-1933) e di Bruno Buozzi (1881-1944) lo spinse ad aderire al Partito socialista unitario (Psu), costituito il 4 ottobre 1922 in seguito all’uscita dei riformisti dal Psi.

L’esordio ufficiale di Giuseppe Saragat avvenne come rappresentante della Federazione provinciale di Torino nel convegno del Psu (28-31 marzo 1925) a Roma, dove pronunciò un discorso inneggiante al «metodo democratico» contro il regime mussoliniano e la «illegalità anarchica delle squadre armate» che negano il pluralismo politico in nome di una «stalolatria che giunge fino al crimine di stato» (cfr. Il discorso Saragat, in «La Giustizia», 31 marzo 1925, p. 1). Il suo appello ai principi democratici fu proposto come antitesi al giacobinismo dei comunisti tacciati di negare la libertà, il cui ripristino presupponeva un adeguamento dell’organizzazione partitica all’accettazione della legalità come «base stessa della immancabile rivoluzione futura».

Sulla rivista «Il Quarto Stato», di cui il primo numero uscì il 27 marzo 1926, Saragat auspicò un’azione comune con il Psi per condurre una lotta contro la dittatura fascista, culminata alcuni mesi prima nello scioglimento del Psu e quell’anno nella negazione delle libertà individuali. Di fronte al dilagare del fascismo egli decise così di emigrare a Vienna, dove nell’aprile 1927 trovò impiego nella banca cittadina Wiener Merkur, senza trascurare lo studio e la ricerca culturale: quello viennese fu un periodo fecondo di riflessioni politiche a stretto contatto con il socialista Otto Bauer (1881-1938) e alla sua elaborazione dell’austromarxismo. Questo permise a Saragat di comprendere la natura totalitaria del bolscevismo e dei mezzi spietati adoperati da Stalin per detenere il potere. Dal contatto con gli austro-marxisti egli trasse le sue riflessioni poi elaborate nel settembre 1929 in un saggio dal titolo Marxismo e democrazia (ESIL, Edizioni Sala dell’Italia Libera).

In questo saggio Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e libertà, senza la quale essa diventa «un vuoto formalismo» da diffondere tra i cittadini: riflessione che riprende in una serie di articoli pubblicati sul periodico «Rinascita Socialista» di Giuseppe Emanuele Modigliani (1872-1947). Il 19 aprile del 1930 invia una «lettera aperta» all’«Avanti!», diretto in quell’anno da Pietro Nenni (1891-1980), per superare la scissione del 1922 e impedire il successo del massimalismo sostenuto da Angelica Balabanoff (1869-1965). Nella Carta dell’unità, approvata nel Congresso di Parigi (20-21 luglio) auspica una convergenza unitaria con il nucleo operativo diretto da Nenni, a cui danno il consenso di Claudio Treves e di Filippo Turati (1857-1932).

Nella sua relazione Saragat propone una lucida analisi del fascismo, considerato «un prodotto dello sviluppo organico della economia capitalistica» che «non può essere sostituito a base di decreti», ma solo attraverso l’azione di un partito in grado di promuovere un’alleanza organica di tutte le forze progressiste e richiamare la classe operaia alla coscienza del suo compito storico. Le cause del fascismo, che egli attribuisce ad una «mancata rivoluzione liberale italiana», possono essere superate sul piano politico dall’alleanza tra repubblicani e socialisti, senza mai dimenticare il nesso tra democrazia e socialismo.

Critico verso il liberal-socialismo di Carlo Rosselli e le posizioni antimarxiste sostenute nel saggio Socialismo liberale (1930), Saragat rimane fedele al materialismo storico non sempre valutato nella sua intrinseca essenza. La sua critica è rivolta anche ai comunisti per la loro incomprensione della libertà, elemento che può far sorgere uno spirito rivoluzionario in grado di coniugarlo con la lotta di classe. Lungo gli anni Trenta Saragat pubblica una serie di articoli sull’«Avanti!» e su «La Libertà», con quali ribadisce questo nesso inscindibile in un’aspra polemica con i comunisti per la loro sottomissione alla centrale moscovita.

Tuttavia, sul patto d’azione tra Psi e Pci, Saragat difende l’unità tattica, unica via per sottrarre i comunisti alla loro visione politica catastrofica e per favorire il loro processo di «socialdemocratizzazione». Nel volume L’Umanisme marxiste (ESIL, Marsiglia 1936), egli si distanzia dalla lettura comunista di Marx, interpretato anche alla stregua di Benedetto Croce come «canone di interpretazione storica» utile alla conoscenza della società umana. Non rinuncia però a rivolgere una critica al bolscevismo e ai piani quinquennali sovietici, nei quali vede un’accelerazione forzata del ritmo di sviluppo economico a detrimento dei lavoratori e un inevitabile inasprimento del regime poliziesco.

La guerra civile spagnola, cominciata nel luglio 1936, conferma la proposta di Saragat di un ampio fronte antifascista, che è così riproposto a sostegno della lotta contro il franchismo e in difesa del messaggio «Oggi in Spagna, domani in Italia» che Carlo Rosselli (1899-1937) lancia proprio durante la torbida vicenda spagnola. Il terzo congresso dei socialisti in esilio, tenuto a Parigi dal 26 al 28 giugno 1937, si caratterizza per il serrato confronto tra i sostenitori dell’alleanza con i comunisti e i critici verso l’immediato passaggio del loro partito nell’ambito dell’unità d’azione. Un confronto che non impedisce a Saragat di rivolgere una critica devastante alle purghe staliniane e ai processi di Mosca del 1938.

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale accentua la critica all’Unione sovietica che, per Saragat, ha instaurato un regime poliziesco e burocratico alla stregua delle analisi politiche espresse da Bruno Rizzi (1901-1977) nel suo volume La burocratisation du monde (Paris 1939). Ma il mutato clima, provocato dall’aggressione nazista all’Unione sovietica, favorisce un clima più distensivo tra socialisti e comunisti, che porta alla firma comune di un appello per la costituzione di un fronte nazionale antifascista.

Alla caduta di Mussolini, Saragat ritorna nel 1943 a Roma, dove contribuisce alla ricomposizione del Partito socialista e alla rinascita dell’«Avanti!». Arrestato dai tedeschi il 18 ottobre, egli viene tradotto nel carcere di Regina Coeli, dove è rinchiuso per quattro mesi, insieme a Sandro Pertini e a Carlo Andreoni (1901-1957). La vicenda, raccontata nei libri Saragat. Il coraggio delle idee (Roma 1984?) di Vittorio Statera e Saragat e il socialismo italiano dal 1922 al 1946 (Venezia 1984) di Ugo Indrio, coinvolge Giuliano Vassalli (1915-2009) e Massimo Severo Giannini 1915-2000, l’uno futuro presidente della Corte costituzionale e l’altro futuro ministro della Funzione Pubblica. Ma nuovi elementi sono aggiunti nei libri Saragat (Eri, Torino 1991) di Antonio G. Casanova e Giuseppe Saragat (Marsilio, Venezia 2003) di Federico Fornaro.

Condirettore dell’«Avanti!», con Nenni direttore, Saragat contribuisce al rilancio del giornale socialista, che nella prima metà del 1946 raggiunge le 100 mila copie. Ministro senza portafoglio nel governo presieduto da Ivanoe Bonomi (18 giugno-12 dicembre 1944), poi ambasciatore a Parigi (15 marzo 1945-23 marzo 1946), egli è deputato all’Assemblea costituente e suo presidente con 401 voti su 468. Sostenitore dell’assoluta autonomia socialista e dei valori democratici dell’Occidente, Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e socialismo, interpretando il marxismo in chiave umanistica come unica visione in grado di recuperare la tradizione riformista del socialismo italiano.

In quest’ottica deve essere inquadrata la cosiddetta «scissione di Palazzo Barberini» (11-12 gennaio 1947) e la costituzione del Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli), cui aderiscono 52 parlamentari su 115, la maggioranza della giovanile socialista e un cospicuo numero di militanti attratti dal verbo anticomunista e dal «massimalfusionismo della maggioranza». L’anno successivo Saragat, durante le elezioni politiche del 18 aprile, assume una posizione critica verso il «Fronte Democratico Popolare», provocando le invettive dei comunisti: in un intervento alla Camera viene definito da Gian Carlo Pajetta un «traditore del socialismo».

Tra il 1948 e la sua nomina a presidente della Repubblica Saragat vive gli episodi più significativi del socialismo italiano nella ricerca dell’unità socialista: l’incontro del 25 agosto 1956 a Pralognan con Nenni segna l’inizio di un processo che porta alla costituzione di un partito unitario che si conclude solo nella costituzione del PSU realizzatosi nel XXXVII congresso (ottobre 1966). Per l’occasione egli suggerisce a Nenni di inserire nella «Carta dell’unificazione socialista» l’appello ai valori «universalmente umani» e agli ideali «di libertà, di giustizia e pace», come pure il richiamo alla collaborazione tra forze democratiche e cattoliche per avviare una politica riformista.

Come presidente della Repubblica (28 dicembre 1964-29 dicembre 1971), Saragat osservò la divisione dei poteri con il rispetto dei vari organi costituzionali e non rinviò mai un provvedimento alla Camere per riesame, conferendo sempre l’incarico di formare il governo ai membri indicati dalla maggioranza parlamentare. L’esperienza del Centro-sinistra fu vissuta come formula di governo in grado di condizionare i processi di trasformazione sociale nell’ambito di una visione democratica contraria ad ogni forma di violenza e all’insegna di un riformismo inteso come fattore di crescita economica e culturale.

Nunzio Dell’Erba

Giuseppe Saragat, padre della Democrazia

34744335_2067692313518944_5583232686211727360_nRicorrono trent’anni dalla scomparsa del presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, uno dei protagonisti dell’Italia antifascista e repubblicana, ma anche di quel socialismo sempre in fermento e in lite con se stesso. Oggi l’Associazione socialismo e della Rivista Mondoperaio ha voluto ricordarlo alla Sala Koch del Senato, ma come ha precisato Gennaro Acquaviva “questa non vuol essere una commemorazione, ma un ricordo  dell’opera politica di Saragat”.
Presenti l’attuale presidente della Repubblica, Sergio Mattarella e Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato.
Proprio Alberti Casellati, ha voluto ricordare quanto questo presidente sia riuscito ad essere “una figura al di sopra dei Partiti e come sia riuscito a trovare risposte alla fermentazione degli anni 60”.
Il Presidente del Partito socialista, Carlo Vizzini, ha fatto presente quanto Saragat sia stato “protagonista indiscusso della prosecuzione della libertà”, sicuramente “non affascinò le masse, ma restò sempre coerente con le sue idee e i suoi valori”. Tra questi restava quello della Carta Costituzionale, lui diceva sempre che “come un religioso nel dubbio va a cercare la soluzione nella Bibbia, così se a qualcuno sorge un dubbio politico deve consultare la Carta”.
Il Professor Luciano Pellicani ha fatto presente che Saragat fu “l’ideatore della scissione di Palazzo Barberini, ma lo fece per allontanare l’ispirazione marxista-leninista e quindi rivoluzionaria del Partito socialista, puntando lucidamente sul socialismo umanitario di Turati”.
Lo storico Giuseppe Mammarella ha rimesso in luce il lungo cammino che portò all’elezione a Capo dello Stato “l’uomo migliore, nel momento peggiore, così come titolò il New York Times”. Il più “anticomunista dei socialisti fu eletto grazie al Pci che puntava di uscire dall’isolamento (nella logico di Amendol) e con l’appoggio del Vaticano che preferiva che i voti dei comunisti andassero a un laico piuttosto che a un cattolico”. Infine Federico Fornaro ha raccontato le traversie dell’incontro tra Nenni e Saragat per cercare di unire un partito ormai lacerato.
“Fate che il volto di questa democrazia abbia un volto umano”, è quanto riprende dalla parole dello stesso Saragat, il presidente Mattarella. Il Capo dello Stato ha reso omaggio all’uomo che già nel 1936 durante l’esilio teorizzava l’impossibilità di “avere progressi economici senza progressi sociali”. “Un uomo temprato dall’antifascismo, dall’esilio, catturato dai nazisti e imprigionato a Via Tasso”. Un uomo per il quale “democrazia e progresso sociale sono inscindibili come lo sono dalla libertà”. E infine un uomo che già allora sosteneva che “se manca un valore universale” dietro gli schieramenti politici “la democrazia non è possibile” nel Parlamento.

Giuseppe Saragat, il vincitore del XX secolo

saragat

L’11 giugno di trent’anni fa moriva a Roma Giuseppe Saragat. Il leader che aveva visto giusto condannando per primo i misfatti di Stalin rivelati da Kruscev e opponendosi apertamente all’invasione dell’Armata Rossa sovietica per schiacciare il dissenso di Ungheria e Cecoslovacchia.

Un anticipatore, il quinto presidente della Repubblica, un politico lungimirante dalle intuizioni al limite della profezia. Che dieci anni prima di Pietro Nenni e quarant’anni prima di Bettino Craxi preferì il riformismo socialdemocratico al massimalismo marxista con gesti talvolta impopolari. Dimostrando grande coraggio. La storia gli ha dato ragione, nonostante in quel periodo le sue idee innovative provocarono spesso giudizi affrettati e contrastanti, e oggi il suo nome è iscritto fra quelli dei “padri fondatori” della moderna socialdemocrazia europea. Certo, all’epoca non c’era la forza mediatica dei talk show televisivi o dei social network e la concretezza aveva maggiore spessore delle semplici parole e Saragat combatté una battaglia di minoranza per affermare quel socialismo democratico che tanti anni dopo sarebbe diventato patrimonio di molta parte della sinistra.

Formatosi anche nella lettura di Marx, il suo stile di vita rappresentò un modello di socialdemocrazia proteso verso la ricerca dell’affermazione della libertà e della giustizia sociale a cui miravano diversi ambienti della sinistra nel dopoguerra. La sua opera non è solo una pagina indelebile di storia ma è, piuttosto, la coscienza dei socialisti. Il caso Saragat, dunque, ha suscitato nel tempo, soprattutto a sinistra dello scacchiere politico, tanti ripensamenti, alimentando in particolare la polemica dei riformisti verso le responsabilità della diaspora e spingendo a riaprire un capitolo carico di contraddizioni per essere considerato chiuso per sempre.

“La democrazia italiana deve moltissimo a Giuseppe Saragat – ha scritto Leo Valiani nella prefazione del libro ‘Saragat. Il coraggio delle idee’ di Vittorio Statera –. Nel mentre, dappertutto, anche in Occidente, si plaudiva ancora a Stalin, glorificato – non senza fondamento – come uno dei massimi artefici della vittoria su Hitler, Saragat vide lucidamente il pericolo che il totalitarismo staliniano, fatto proprio, con fanatismo acritico, dai partiti comunisti del mondo intero, e in Italia anche dalla maggioranza del Partito socialista, costituiva per le libertà democratiche appena conquistate”.

La sua è stata una figura che ha caratterizzato la vita politica di buona parte del Novecento. Da riscoprire per esaminare una questione anzitutto storica con protagonista un uomo che, nella patria dei voltagabbana, scelse coerentemente una sola strada percorrendola senza esitazioni, battendosi fino alla fine per le idee nelle quali credeva. E per rimettere in prospettiva una icona minacciata dalla fugacità del presente.

Fabio Ranucci

Umberto Farri, un mazzo di garofani a Casalgrande

farri-commemorazioneDomani, lunedì 28 agosto, ci recheremo ancora al cimitero di Casalgrande, alle ore 17 e 30, per un ricordo di Umberto Farri in occasione del settantunesimo anniversario del suo omicidio. Sono stati tre gli esponenti politici che hanno sempre voluto ricordare il sindaco socialista in ogni ricorrenza: Alberto Simonini, legato politicamente alla persona di Farri, che al congresso socialista del marzo 1946 aveva sostenuto la mozione di Giuseppe Saragat, Giuseppe Amadei, che per tanti anni ha tenuto commemorazioni nel cimitero di Casalgrande e che mai è voluto mancare, in qualsiasi parte d’Italia e del mondo si trovasse, e io stesso, che proprio nel 1990 diedi avvio, con la celebrazione di Farri, al confronto storico e politico sul dopoguerra reggiano, amplificato dal Chi sa parli di Otello Montanari. Prendo atto che quest’anno l’amministrazione di Casalgrande ha voluto ricordare il suo vecchio sindaco nel giorno del suo martirio. E’ un fatto nuovo e positivo.

A 71 anni dalla morte di Farri, e dopo 27 anni da quel confronto che mise in luce le tragiche vicende del dopoguerra reggiano, e che servì a ridare dignità a due innocenti come Germano Nicolini ed Egidio Baraldi, resta molta amarezza. Innanzitutto perché i mandanti e gli esecutori del delitto del sindaco di Casalgrande non sono mai stati puniti. Farri venne colpito la sera del 26 agosto mentre la sua famiglia stava festeggiando il ritorno dall’India del figlio Bruno. Entrarono in tre, coperti da un fazzoletto rosso. Uno rimase sull’uscio a fare da palo. Gli altri due spararono. Farri morì all’ospedale di Reggio il giorno dopo, e a niente servì il disperato intervento chirurgico del professor Franzini, che nel 1958 sarà senatore del Psdi. Le piste seguite sono state sostanzialmente tre. Si tentò di collegare il delitto Farri a quello di Nando Ferioli, un possidente liberale ucciso a Sassuolo tre giorni prima, fratello di Alberto, a lungo deputato liberale reggiano. I colpevoli di questo delitto fuggirono in Jugoslavia, ma non si arrivò a nulla. Si tentò di collegare il delitto Farri allo scontro politico che il sindaco di Casalgrande ebbe con uno dei più autorevoli esponenti del locale Pci, a proposto della fucilazione di alcuni fascisti, quando Farri era presidente del Cln. Ma anche questa pista non portò ad alcun risultato. Si pensò a una vendetta di un losco figuro che gestiva il mercato nero, ma fu solo un’ipotesi. Resta forte l’impressione che anche quello di Farri sia stato un delitto politico.

Come Egisto Lui, sindaco di Reggiolo, che venne ferito nel gennaio dello stesso anno da due sicari rossi, anche Farri era un socialista riformista, legato a Saragat e a Simonini. Una specie di nemico del popolo, lui che era già stato sindaco del suo comune prima dell’avvento del fascismo e che aveva subito la violenza del regime. Difficile ipotizzare che delle centinaia di ammazzati per ragioni politiche nell’immediato dopoguerra a Reggio (Il prefetto della liberazione parla di mille morti solo nel 1945, lo storico comunista Magnanini di oltre quattrocento, ma può essere che vi includano anche quelli dei giorni dell’insurrezione, che furono tuttavia meno di quelli del dopoguerra) solo quello di Farri sia stato un delitto comune.

Amarezza anche per quel che è accaduto dopo il 1990. Eravamo a pochi mesi dalla caduta del muro di Berlino e dalla successiva svolta della Bolognina. Il Pci aveva deciso di cambiar nome e di aderire alla Internazionale socialista. Alla fine i post comunisti riusciranno a salvarsi e così i post fascisti del Msi. I socialisti no. Il muro era caduto in Italia dalla parte sbagliata? I partiti democratici ci misero del loro, con errori gravi. Eppure in questi ventisette anni l’Italia è peggiorata, dal punto di vista economico e della partecipazione democratica. Viene da rimpiangere anche l’epoca travagliata e dolorosa ma densa di forti ideali di 71 orsono e cosi pure quella di 27 anni fa, quando le tensioni politiche erano ancora cosi vive. Viene il dubbio che oggi non siamo costretti solo a ricordare la morte di Farri, ma anche quella della politica che una volta si riteneva maestra di vita.

Mauro Del Bue

L’estate rovente 
di papa Francesco

papa-francescoCase, lavoro, scuole e ospedali. Papa Francesco in quattro anni di pontificato ha ripetuto mille volte queste parole. Le stesse pronunciate ossessivamente negli anni Cinquanta e Sessanta da Giuseppe Saragat e Pietro Nenni. Per i due leader del socialismo italiano erano la spina dorsale del programma di riforme, del governo di coalizione con la Dc per cambiare la società, per rendere più giusta e democratica l’Italia. Case, lavoro, scuole, ospedali sono divenute le parole chiave di Jorge Mario Bergoglio assieme a pace, ambiente, diritti umani, accoglienza degli immigrati.

Si capì subito il profilo del nuovo papa eletto dopo le traumatiche dimissioni di Benedetto XVI. La sera del 13 marzo 2013 si affacciò dalla loggia di San Pietro subito dopo l’elezione e conquistò immediatamente il cuore dell’enorme folla di fedeli con parole semplici: «Fratelli e sorelle buona sera». Li invitò a pregare per lui, il papa scelto dai «miei fratelli cardinali» in Argentina, «quasi alla fine del mondo».

Colpì la scelta del nome Francesco, il santo dedito ai poveri, l’artefice del rinnovamento morale della Chiesa. Colpì il semplice abito bianco senza stola e il crocifisso di ferro. Colpì la decisione di non alloggiare nella sontuose sale dei Palazzi Apostolici ma a Casa Santa Marta, il semplice pensionato che in Vaticano ospita i cardinali riuniti per il conclave. Francesco stupì per i suoi comportamenti: da vescovo di Buenos Aires girava in autobus e in bicicletta, a Roma ha accettato di viaggiare su un’auto del Vaticano, ma non si trattiene dall’infrangere l’etichetta scendendo improvvisamente dalla macchina per comprarsi un paio di occhiali.

A 80 anni ha una buona fibra, regge bene alle fatiche e alle tensioni del pontificato. Viaggia molto in Italia e all’estero. Difende i giovani senza lavoro, i vecchi abbandonati, punta il dito contro il profitto senza scrupoli del capitalismo, critica lo scempio dell’ambiente. Insiste sul dialogo tra le religioni, la messa al bando della guerra, i pericoli della «terza guerra mondiale a pezzi».

La lotta alla povertà, la pace tra i popoli, la riunificazione delle Chiese cristiane, il dialogo con l’Islam sono il costante riferimento del suo pontificato. In questi anni il suo prestigio, il suo carisma sono cresciuti enormemente in Italia e a livello internazionale, con un ruolo geopolitico sempre più importante soprattutto in America Latina, in Medio ed Estremo Oriente. Il papa gesuita che si chiama Francesco ha riscosso grandi successi, ma nella Curia romana, in Vaticano, fa fatica ad affermarsi il suo rinnovamento.

Questa estate è appare particolarmente difficile, è rovente per il papa argentino non solo per le alte temperature climatiche. Ne parla Massimo Franco in un articolo sul ‘Corriere della Sera’ dal titolo: “Fra trame di potere e veleni. Il percorso ad ostacoli di Francesco”. Il notista politico del quotidiano milanese, attento analista delle vicende vaticane, scrive: «Dopo dimissioni e nuove nomine si intravede l’affanno delle riforme di Bergoglio».

Spiccano tre casi. Il Primo. Libero Milone il 20 giugno si è dimesso dal ruolo di Revisore Generale del Vaticano (con tre anni di anticipo sul previsto). Era stato nominato il 9 maggio 2015, qualche mese dopo il suo computer fu violato. Secondo caso. Georghe Pell, il ministro dell’Economia della Santa Sede, ha lasciato il Vaticano. Pell è stato accusato di reati sessuali in Australia ed è partito «per difendersi». Terzo caso. Il primo luglio il papa ha deciso di non confermare Gerhard Ludwig Muller alla guida della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ex Sant’Uffizio. Il cardinale tedesco aveva completato la sua direzione quinquennale, ma avrebbe potuto essere confermato.

Da anni si parla di uno scontro in Vaticano tra cardinali conservatori e progressisti, tra innovatori e restauratori. Sono comparsi anche dei “corvi” che hanno sottratto e divulgato delle carte riservate di papa Francesco. Le tensioni sono fortissime, soprattutto nelle scelte dottrinarie e in quelle economiche. È quasi una “guerra interna” tra porporati.

Sarà un caso, ma Bergoglio ha accennato a una sua possibile uscita di scena. Nell’agosto 2014, ad appena un anno dalla sua elezione a successore di San Pietro, usò parole criptiche: «Ancora due o tre anni e via, si torna alla casa del Padre». Nel marzo 2015 è tornato sull’argomento: «Ho la sensazione che il mio pontificato sarà breve. Quatto o cinque anni. Non so, o due, tre. Ben due sono passati da allora». Perché? «È come un piccolo, vago sentimento». La Curia vaticana? «Vivo nell’ultima corte che rimane in Europa» perché «le altre si sono democratizzate».

Gli intrighi vaticani sono di vecchia data. Erano forti anche durante il lungo pontificato di Karol Wojtyla. Di tanti segreti era a conoscenza Joaquin Navarro-Valls, direttore della sala stampa vaticana dal 1984 al 2006. Ma il “portavoce” ed uomo di fiducia di Giovanni Paolo II è morto ieri, non potrà più dire nulla.

Il papa polacco, di tempra morale e fisica fortissima, era molto popolare come papa Francesco. Bergoglio, come il predecessore, va avanti come un treno, stimato ed ascoltato a livello internazionale. Sa curare l’immagine ma può vantare contenuti di spessore. Si arriva anche ai paradossi. A sinistra è divenuto addirittura un mito Da alcuni esponenti della sinistra, in grave crisi, è indicato come il vero leader mondiale dei progressisti. Fausto Bertinotti fu il primo nel 2015 ad apprezzare il pontefice argentino: «Non mi pare che ci siano cose più interessanti di quelle che dice Papa Francesco, nel desolante panorama politico europeo». L’ex segretario di Rifondazione comunista fu netto: la sinistra «o è morta o è ininfluente».

Fancis X. Rocca, in un editoriale sul “The Wall Street Journal”, scrisse nel dicembre 2016: «Quando Francesco diffonderà il suo tradizionale messaggio natalizio, questo fine settimana, non lo farà solo da Capo della Chiesa cattolica, ma anche da improbabile portabandiera di tanti progressisti in tutto il mondo».

Massimo D’Alema guarda con interesse a Bergoglio. L’ex segretario del Pds-Ds ora esponente del Mpd dopo aver lasciato il Pd, lo scorso maggio ha sollecitato la sinistra a trarre ispirazione “da Francesco” su come lottare contro i conflitti e i frutti avvelenati della globalizzazione.

Qualcuno ha accusato papa Francesco perfino di essere un comunista. Il pontefice ha replicato: «Per quanto riguarda l’essere comunista: sono certo di non aver detto nulla di più rispetto a quanto insegna la Dottrina sociale della Chiesa. Sono io a seguire la Chiesa, e su questo credo di non sbagliare». Non mancano gli illustri precedenti di interventi papali sulla dottrina sociale della Chiesa. Papa Paolo VI scrisse nel 1966 la “Populorum Progressio”, l’enciclica sulla questione sociale e morale. Giovanni Paolo II, il papa polacco che sconfisse il comunismo, nel 1991 promulgò la “Centesimus Annus”, l’enciclica sull’uguaglianza e il rispetto dei lavoratori.

Bergoglio sta conducendo la sua battaglia di rinnovamento con decisione fuori e dentro il Vaticano. Per qualcuno, però, potrebbe anche gettare la spugna come ha fatto Benedetto XVI. Rifacendosi alla parole sibilline di papa Francesco c’è chi vede le sue dimissioni tra la fine del 2017 e il 2018. Il pontefice gesuita agisce con impegno, ma è sempre più in allerta. Nel ristorante di Casa Santa Marta c’è stata una novità negli ultimi mesi. Prima mangiava in un tavolo al centro della sala. Adesso è in un tavolo in un angolo. Si accompagna a pochi selezionati commensali e volta le spalle al resto della sala.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

125 ANNI DI BUONA STORIA

riccardo-nencini 125 anni“Oggi celebriamo 125 anni di buona storia che ha reso l’Italia più libera e più civile e non c’è una grande riforma di cui oggi godiamo i diritti che non sia passata dalle piazze o dal Parlamento con conquiste o leggi che i socialisti hanno firmato, sottoscritto e difeso fino alla fine” lo ha detto Riccardo Nencini, segretario dei Socialisti Italiani parlando con i giornalisti a Bari questo pomeriggio nella sessione di apertura del convegno “L’eresia dei liberi” dedicato ai 125 anni dalla fondazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, poi Psi, nato a Genova nel 1892 Filippo Turati, Anna Kuliscioff, Pietro Nenni, Sandro Pertini, Giacomo Matteotti, Giuseppe Saragat, Bettino Craxi e gli altri padri nobili del Socialismo italiano campeggiano al centro del manifesto della manifestazione che a Bari tra oggi e domani sta riunendo quanti si ispirano ancora a quella storia. In una sala all’interno della Fiera del Levante, vi sono fra gli altri Ugo Intini, Claudio Martelli, Claudio Signorile e, tra gli esponenti del socialismo pugliese, Alberto Tedesco già senatore, Gianvito Mastroleo, animatore della “Fondazione Di Vagno”, Franco Borgia, già parlamentare di Barletta che aprendo i lavori ha salutato “il compagno Rino Formica che tanto ha dato e continua a dare alla storia del socialismo italiano” e poi Daniela Mazzucca, prima e sinora unica donna sindaco di Bari nel 1992, quando il capoluogo pugliese fu, per una breve stagione, “la città più socialista d’Italia” sino ad ospitare nel 1991 l’ultimo congresso del Psi con Bettino Craxi poco prima del terremoto politico-giudiziario di ‘Tangentopoli’ e della fine della Prima Repubblica.

“Ma c’è una parte del futuro ancora più significativa che ci interessa – afferma Nencini – ed è riprendere questa storia su tre assi: un’Europa diversa che intanto, grazie agli eurobond, passi alla fase degli investimenti; una attenzione particolare al mondo dei migranti e dico che siamo favorevoli all ius soli a condizione che chi vive in Italia giuri sulla nostra Costituzione; poi serve defiscalizzare le assunzioni presso le imprese dei neoassunti”. In riferimento al destino del centrosinistra nell’ambito del dibattito sulla legge elettorale, Nencini ha affermato “bisogna presentarsi agli elettori con un progetto di centrosinistra e con una sinistra forte, coesa e la legge migliore è quella con un impianto maggioritario.” Il tema del leader e del ruolo di Matteo Renzi per Nencini è cruciale: “Renzi è il segretario del più grande partito della sinistra riformista italiana”. Pensando a Pisapia che però “domani non tiene a battesimo una sinistra alternativa. Una cosa è lui, un’altra è Articolo 1, un’altra ancora sono i vendoliani. Penso che si tratti di una giornata importante ma non decisiva. Oggi ha senso parlare di unità ma non certo dell’Unione di Prodi con 10-12 partiti diversi. Quando parlo di sinistra unita mi riferisco a una sinistra riformista unita ovvero il Pd, il Partito Socialista, una parte del mondo che si raccoglie attorno a Pisapia, sicuramente Emma Bonino, ovvero un mondo che ha fatto del riformismo la sua bussola di comportamento”.

Colorni e la scomparsa della sinistra in Europa

Qui di seguito il testo della relazione introduttiva al convegno “Il percorso politico di Eugenio Colorni”, Roma, 29 maggio 2017, organizzato dalle Fondazioni Nenni, Turati, Buozzi e dall’Istituto Hirschman-Colorni


 

Polonia-protesteEugenio Colorni scriveva su l’Avvenire dei Lavoratori del 1 febbraio del 1944: “Socialismo, umanismo, federalismo, unità europea sono le parole fondamentali del nostro programma politico.”

Vi era indubbiamente un clima politico culturale se l’idea di Unità Europea, legata sempre a programmi di riforma sociale, venivano da gruppi francesi come «Combat», «France-Tireur» e «Liberté» ovvero come ricorda sempre Silone dal Movimento del lavoro libero in Norvegia o dal Movimento Vrij Nederland in Olanda ed anche da sparsi gruppi di tedeschi antinazisti.

La collaborazione di Colorni alla redazione e soprattutto alla diffusione del Manifesto di Ventotene, a mio avviso, ne fa uno degli autori a ricordare al pari di Altiero Spinelli e Ernesto Rossi. Sicuramente è un suo merito la diffusione nel mondo socialista Ignazio Silone, allora a capo del Centro Estero di Zurigo del PSI e dell’Avvenire dei Lavoratori ebbe già sentore del Manifesto di Ventotene nell’autunno del 1941 e più tardi ricevette un appello analogo, dal Movimento «Li bérer et Fédérer» di Tolosa, nel quale militava Silvio Trentin, il padre di Bruno.

Sempre Colorni deve essere considerato uno degli ispiratori de Il socialismo federalista dell’«Avvenire del Lavoratore» (1) una delle componenti della conversione socialista di Ignazio Silone, che nella sua visione ebbe la stessa importanza dell’ Internazionalismo del suo periodo comunista. Due sono gli articoli di Silone nel quale delinea la sua visione europea del socialismo. Il primo fu pubblicato dall’”Avanti!” di Roma con il titolo “Prospettiva attuale del Socialismo Europeo”. Il secondo sempre dall’”Avanti!” di Roma del 28 gennaio 1945 col titolo “Europa di Domani”. Per Silone “l’Europa moderna ed il socialismo sono termini storici intimamente connessi. Il socialismo moderno infatti è nato in Europa nel corso del secolo passato, contemporaneamente all’Europa moderna. Le fasi di sviluppo e le crisi del socialismo moderno sono coincise con il progresso e le difficoltà dell’Europa”.

Il dibattito fra i compagni socialisti sul futuro dell’Europa e sulle prospettive di ricostruzione per il Vecchio continente: dal federalismo europeista di Carlo Rosselli alla proposta di una «Costituente europea per la pace» lanciata da Giuseppe Emanuele Modigliani, all’europeismo di Angelo Tasca era già iniziato nell’esilio francese. Al dibattito partecipò anche Giuseppe Saragat quando si trasferì a Parigi, dopo aver trascorso un triennio in Austria, ove conobbe Otto Bauer e l’austromarxismo, ma la sua visione federalista anche in seguito al Patto Ribbentrop Molotov si connotò sempre più come un europeismo democratico alternativo al totalitarismo (2).

Siamo tributari di Silone e Colorni della convinzione che non c’è prospettiva socialista se non c’è una chiara scelta federalista, cioè senza una dimensione internazionale della politica, al di là delle singole proposte, perché il destino del socialismo democratico e dell’Europa sono indissolubilmente legati. Questa intuizione non è stata perseguita con coerenza, avrebbe chiesto per esempio la creazione di un Partito Socialista transnazionale, cioè una visione internazionalista, di cui l’europeismo non poteva essere un surrogato, ma un’articolazione continentale. La costruzione europea si è fatta, invece, ponendo alla base la libera concorrenza ed il mercato, guidate da un centralismo burocratico senza effettivi contrappesi democratici. Non solo l’allargamento a Est della UE è stato un processo, che non si è distinto da quello della NATO, quando, nella visione socialista di Cole (3) condivisa da Silone Soltanto il socialismo democratico avrebbe potuto unificare l’Europa e farla servire da mediatrice storica tra il continente sovietico e il continente americano. Una visione che si accompagnava al superamento delle ragioni storiche sella divisione tra socialisti e comunisti, questo lo si poteva pensare negli anni 1944 e 1945 quando si era uniti nella lotta al nazifascismo.

Lo sviluppo nel dopoguerra andò in tutt’altra direzione: nei paesi conquistati dall’Armata Rossa si compì l’unificazione forzata dei partiti socialisti e comunisti, con la scomparsa politica dei primi, anche quando il nome del Partito non divenne formalmente comunista come il POUP (Partito Operaio Unificato Polacco) o mantenne il riferimento socialista come nei casi del Partito Operaio Socialista Ungherese e della SED (Partito di Unità Socialista della Germania). In Occidente la Guerra Fredda portò i partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti ad una scelta di campo occidentale, con la sola eccezione fino alla rivoluzione ungherese del 1956 del PSI. Socialisti e democristiani sono la grande maggioranza dei padri fondatori dell’Europa, con l’eccezione di Altiero Spinelli, che in Italia collaborò con socialisti e comunisti (4). Nel 1999 fu l’anno della predominanza socialista in Europa, cioè nella UE a 15, con 11 primi ministri socialisti, che sarebbero stati 12 se nel 1996 Aznar non avesse sostituito Felipe Gonzalez. La presenza contestuale di Blair, Schröder, Jospin e D’Alema per non parlare che dei grandi paesi non ha impresso un corso nuovo all’Europa della UE, ma piuttosto è stata la Commissione Prodi dal 16 settembre 1999 fino al 31 ottobre 2004 con proroga al 21 novembre dello stesso anno con la scelta dell’allargamento a Est. Nel contempo a sinistra del PSE la denuncia dell’Europa, come l’Europa dei capitalisti e dei banchieri, è stato un bell’alibi per i partiti della sinistra per non impegnarsi nella costruzione di un’altra Europa,, finché il nome non diventò un’insegna elettorale nel 2014 grazie al successo di Tsipras e di Syriza, che non superò le contraddizioni del Partito della Sinistra Europea, che comprende partiti, con scarsa peso nel parlamento Europeo e in quelli nazionali della UE fatta eccezione per la LINKE e Sinistra Italiana e di cui non fanno parte formazioni di sinistra di successo come Podemos di Iglesias o la France Insoumise di Mélenchon

Il problema più grave è che le grosse perdite socialiste non si trasferiscono massicciamente alla loro sinistra e spesso vi sono perdite dell’intero schieramento teoricamente alternativo che comprenda anche i Verdi e in generale gli ecologisti.

In nessun paese europeo, ad eccezione della Gran Bretagna, ma ora in fuoriuscita dall’UE, la sinistra è rappresentata da un solo partito, che possa aspirare al governo. Formalmente vi è una Grande Coalizione PPE-PSE, ma il PPE ha una posizi0one centrale ed è riuscita la trasformazione da Partito Democristiano e Socialcristiano in partito di centro conservatore in armonia con i cosiddetti poteri, di cui il Presidente della Commissione, Juncker, è un vassallo. Per togliere ogni dubbio il suo partito non è più il PPCS (Partito Popolare Cristiano Sociale), ma semplicemente il PD affiliato al PPE, per non confondersi con il PD affiliato al PSE. Il PSE non ha, invece, un’identità precisa e un programma alternativo all’austerità e su dossier delicati come i fenomeni migratori ha posizione differenziate.

Il quadro europeo è ancora instabile mancano i risultati delle legislative francesi di giugno 2017, delle britanniche dello stesso mese e soprattutto di quelle tedesche del 24 settembre, per non parlare di quelle italiane oscillanti tra la fine del 2017 e l’inizio 2018 a dio piacendo e al Presidente Mattarella. Riuscirà la sinistra in senso lato a compiere quella riflessione auspicata da Colorni e Silone nel 1994, cioè legare il suo destino a quello di un processo di integrazione europea, che abbia come centro la Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE, le cui norme hanno lo stesso valore giuridico dei Trattati per l’art. 6 TUE e una politica economica che salvaguardi la coesione sociale e le conquiste del welfare state e persegua con coerenza una politica di pace e cooperazione per uno sviluppo economico equo e solidale?

Felice Carlo Besostri
Blog Fondazione Nenni

(1) Corrado Malandrino “Socialismo e libertà. Autonomie, federalismo, Europa da Rosselli a Silone” Milano 1990

(2)“Il federalismo europeista in Giuseppe Saragat” di Michele Donno in L’ACROPOLI Anno XVII – n. 6 (2016)

(3)G.D.M. Cole “Europe, Russia and the Future” del 194

(4)Nominato dai primi nella Commissione Europea e dai Secondi nel Parlamento italiano e in quello europeo

 

La scissione tra politica e cultura

Qualche tempo or sono Eugenio Scalfari su “L’Espresso” intervenne sul tema della crisi del rapporto tra politica e cultura, dopo la fine della prima Repubblica. Il fondatore di “Repubblica”, ovviamente, affrontò il tema a modo suo, come colui che attribuisce posti e meriti nel suo personale Pantheon, che, in verità, sembra più da collezionista di figurine Panini con il solito livore antisocialista: democristiani, comunisti, repubblicani, liberali e azionisti citati quale esempio di politici attrezzati sul piano culturale, ma nessun socialista. Eppure, solo per ricordare qualche nome, Francesco De Martino, tra i più illustri accademici del diritto romano, Giuseppe Saragat, tra i più importanti studiosi di Hegel, Marx e Goethe, e ancora Riccardo Lombardi, Lelio Basso, Vittorio Foa, Antonio Giolitti e Giorgio Ruffolo, e, durante il “Nuovo corso”, Amato, Giugni e Martelli, sono solo alcuni esponenti del socialismo italiano portatori di un personale significativo patrimonio culturale nell’impegno politico realizzato.

In quell’articolo, comunque, Scalfari coglieva un dato incontrovertibile della politica della cosiddetta “seconda Repubblica”, la scissione con la cultura, trasformatasi in vera e propria incomunicabilità. Il ceto politico è divenuto vieppiù autosufficiente, indisponibile nei confronti di qualsiasi contributo culturale che potrebbe costituire controllo, verifica o denuncia. Una condizione a cui la crisi delle grandi ideologie che ispiravano i partiti di massa nel ‘900, ha dato un contributo decisivo.

E così all’intellettuale critico è subentrato il tecnico “usa e getta”, al quale si commissiona uno studio o una ricerca o si attribuisce un ruolo istituzionale temporaneo, ma non un impegno diretto e costante in politica. Proprio le “parentesi” dei governi tecnici subite dal paese, nelle fasi di crisi più drammatica, Ciampi, Dini e soprattutto Monti, testimoniano di questa mutazione del rapporto tra politica e competenza: la surroga tecnocratica è la prova dell’incapacità, al fondo, degli intellettuali di impegnarsi al di fuori dell’occasionalità e di una funzione “esterna”, che si configura come speculare all’autoreferenzialità di una politica senza cultura e programmaticamente fungibile attorno al “mito” del mercato. Politica e cultura incapaci, insomma, di comunicare e di dare corpo da una sintesi virtuosa ed efficace.

Sono sempre attuali gli studi di Norberto Bobbio, riassunti, tra l’altro, nel 1955 nel celebre volume “Politica e cultura” per Einaudi, su di una “politica della cultura” che fosse: “oltre che la difesa della libertà, anche la difesa della verità. Non vi è cultura senza libertà, ma non vi è neppure cultura senza spirito di verità. (…) Le più comuni offese alla verità consistono nelle falsificazioni di fatti o nelle storture di ragionamenti”. Affermazioni che sembrano scritte per i nostri giorni.

Maurizio Ballistreri