Tecnologie informatiche e “Grande Convergenza” secondo Richard Baldwin

convergenza

Richard Baldwin, docente di economia internazionale in diverse Università del mondo e al MIT, nel volume “La Grande Convergenza. Tecnologie informatiche, web e nuova globalizzazione”, sostiene che, con l’avvento delle tecnologie informatiche, “è cambiato il modo in cui si è soliti pensare la globalizzazione”. La sua tesi è che, verso la fine del secolo scorso, i cambiamenti rivoluzionari verificatisi nelle tecnologie della comunicazione e dell’informazione hanno avuto un impatto rivoluzionario sull’economia globale; un effetto semplice da intuire, ma che può essere adeguatamente spiegato solo inquadrandolo nella prospettiva del processo storico durante il quale sono maturate le condizioni che ne hanno determinato l’accadimento.

Quello della globalizzazione – afferma Baldwin – è un fenomeno antico; esso però ha compiuto un grande balzo in avanti solo verso la fine del XIX secolo, quando la macchina a vapore e la pace globale (assicurata al mondo per quasi un intero secolo dall’equilibrio tra le grandi potenze convenuto al Congresso di Vienna, dopo le guerre napoleoniche) hanno ridotto il costo del trasporto dei beni. Il fenomeno della globalizzazione ha fatto poi un secondo balzo in avanti, verso il 1990, allorché le tecnologie informatiche hanno ridotto il costo di trasferimento delle idee e della conoscenza. La “vecchia” e la “nuova” globalizzazione – sostiene Baldwin – hanno avuto “effetti sostanzialmente differenti sulla geografia economica mondiale”.

Nel corso del XIX secolo, la lenta ma continua diminuzione dei costi di trasporto ha dato luogo “a un ciclo di scambi commerciali, industrializzazione e crescita, che ha prodotto uno dei più drammatici rovesciamenti di fortune: le antiche civiltà asiatiche e mediorientali, che da quattro millenni dominavano il mondo, in meno di due secoli [sono state] soppiantate dai moderni Paesi ricchi”. Questo risultato, denominato dagli storici “Grande Convergenza”, spiega, secondo Baldwin, come tanto potere economico sia “passato di mano”, concentrandosi in pochi Paesi.

La globalizzazione, iniziata dopo le guerre napoleoniche, è stata associata alla rapida industrializzazione degli odierni Paesi economicamente avanzati, rappresentati attualmente dal gruppo di quelli più ricchi, indicato con la sigla “G7” e comprendente Stati Uniti, Germania, Giappone, Francia, Regno Unito, Canada e Italia. Il processo ha dato inizio a “una spirale di agglomerazione, innovazione e crescita industriale in grado di autoperpetuarsi, portando ad un nuovo assetto dell’economia mondiale. Dal 1820 al 1990, la quota del reddito globale del “G7” è passata da circa un quinto a quasi due terzi; l’aumento vero e proprio però è cessato a partire dagli anni Ottanta del XX secolo, addirittura invertendosi verso il 1990. Da questa data, la quota del reddito globale del “G7” ha continuato a contrarsi, sino a tornare al livello che aveva raggiunto all’inizio del XIX secolo; fatto, questo, che, a parere di Baldwin, spiega perché la natura della globalizzazione si sia modificata a partire dagli anni prossimi al 1990.

Il cambiamento epocale, che contraddistingue la “nuova” globalizzazione da quella “vecchia” del XIX secolo, è “stato altrettanto duro” anche con riferimento al prodotto dell’industria mondiale; dal 1990, la quota di tale prodotto ascrivibile al “G7” si è contratta, sino a ridursi a meno del 50%, mentre sei soli Paesi, tra quelli in via di sviluppo (Cina, Corea del Sud, India, Polonia, Indonesia e Tailandia), “hanno rappresentato la contropartita positiva del saldo negativo del G7”. La quota di prodotto industriale del resto del mondo non ha risentito di questi cambiamenti; assume però rilievo il fatto che la quota di prodotto industriale mondiale della sola Cina è salita, a partire dalla fine del secolo scorso, dal 3% circa a quasi un quinto.

Baldwin definisce “Grande Convergenza” quanto si è verificato dopo il 1990 a livello globale; allo stato attuale, ad essa di deve l’origine dell’”avversione per la globalizzazione nutrita da gran parte della popolazione dei Paesi ricchi”, a causa del manifestarsi al loro interno del fenomeno della disoccupazione strutturale irreversibile. Infatti, gli effetti del traumatico cambiamento delle quote del PIL e della produzione industriale, verificatisi nei Paesi ricchi, si sono manifestati in termini così accelerati, da non lasciare alle economie che li subivano il tempo di adeguarvisi. Ciò che, tuttavia, resta da spiegare, sostiene Baldwin, è il fatto che il ridimensionamento del “G7” sia avvenuto a favore di un così ristretto numero di Paesi in via di sviluppo, nonostante che il basso costo del trasporto commerciale e delle idee fosse disponibile per tutti. Per una plausibile spiegazione di tale fatto, occorre concentrare la riflessione sulle modalità in presenza delle quali si sono affermate, prima, la “vecchia”, e dopo, la “nuova” globalizzazione.

Quando il trasporto marittimo dipendeva dall’energia eolica e quello terrestre dall’energia animale, nulla poteva essere spedito convenientemente, se non a breve distanza; ciò – afferma Baldwin – “rendeva la produzione ostaggio del consumo”, nel senso che, essendo le persone tendenzialmente stanziali, l’alto costo del trasporto comportava che i beni fossero prodotti nel luogo dove essi venivano consumati; pertanto, poteva dirsi che la produzione fosse “forzatamente ‘impacchettata’ con il consumo”. Si può quindi pensare all’espansione della “vecchia” globalizzazione come a un progressivo “scioglimento” del forzato “impacchettamento”. Tuttavia – avverte Baldwin – non erano solo i costi del trasporto commerciale a generare il vincolo territoriale sulla produzione, in quanto vi contribuivano tre diversi costi determinati dalla distanza: il costo di trasporto dei beni, del trasporto delle idee e del trasporto delle persone.

Sin dall’inizio del XIX secolo, tali costi hanno iniziato a diminuire, ma non tutti insieme: quelli riguardanti il trasporto dei beni sono “caduti verticalmente un secolo e mezzo prima dei costi di comunicazione. E i contatti personali diretti sono ancora oggi molto costosi”. L’avvento della “nuova” globalizzazione può essere spiegato, secondo Baldwin, nella prospettiva della storia dell’”estinzione a cascata” dei vincoli espressi dalle tre categorie dei costi di trasporto. Rispetto alla commercializzazione dei beni, i costi di circolazione delle idee e delle persone sono diminuiti molto più lentamente e il diverso andamento della diminuzione ha determinato una catena di cause ed effetti, producendo “enormi differenze di reddito fra gli odierni Paesi sviluppati (indicati nel loro insieme come il ‘Nord’ del mondo) e quelli in via di sviluppo (il ‘Sud’)”.

A seguito di ciò, i mercati si sono espansi globalmente, mentre la produzione industriate si è concentrata localmente (di fatto, nei Paesi del “Nord” del mondo), con la conseguenza che anche l’innovazione è risultata concentrata territorialmente, in quanto le idee erano ancora molto costose da trasferire. Di conseguenza, sono bastati pochi decenni perché si approfondissero le asimmetrie tra i Paesi del “Nord” e quelli del “Sud”; asimmetrie che definiscono ancora oggi il panorama economico del pianeta. In ultima analisi, sostiene Baldwin, lo squilibrio tra i Paesi del Nord e quelli del Sud del mondo è stato provocato dalla “combinazione di bassi costi commerciali e alti costi di comunicazione”.

Verso il 1990, la “nuova” globalizzazione ha avuto un’accelerazione, a seguito della rivoluzione delle tecnologie informatiche, che è valsa a ridurre drasticamente il costo di trasferimento delle idee e a determinare un secondo “spacchettamento” della “vecchia” globalizzazione; ciò perché il radicale abbassamento del trasferimento delle idee ha comportato, con la delocalizzazione, il deradicamento delle fabbriche dal luogo in cui si erano affermate.

In particolare, la delocalizzazione di alcune fasi del processo produttivo industriale in Paesi a basso costo salariale ha comportato il trasferimento all’estero di molti posti di lavoro precedentemente coperti nei Paesi più sviluppati; ciò, però, ha anche comportato che, per realizzare l’adattamento delle fasi dei processi produttivi trasferite all’estero con quelle rimaste nella madrepatria, fosse operata una “rivoluzione della catena globale del valore”, a seguito della quale sono stati abbattuti i rigidi confini territoriali della conoscenza. Ciò è valso a combinare il know-how tecnologico del “G7” con i lavoratori a basso costo salariale dei Paesi in via di sviluppo, facilitando il trasferimento della conoscenza dai Paesi del “Nord” a quelli del “Sud” del mondo. Resta ancora da spiegare perché tale trasferimento abbia favorito la crescita e lo sviluppo di cosi pochi Paesi del “Sud”.

La risposta al quesito, a parere di Baldwin, può essere formulata considerando che il costo di trasferimento delle persone, correlato alle retribuzioni dei manager e dei tecnici, ha continuato a conservarsi alto; ragione, questa, che ha giustificato la propensione del “G7” a scegliere di delocalizzare in prossimità dei grandi Paesi industriali. Tuttavia, è accaduto che, mentre l’impatto sull’economia globale del secondo “spacchettamento” è risultato fortemente concentrato, la “’Grande Convergenza’ ha costituito, invece, un fenomeno molto più diffuso, a causa degli effetti a catena. Infatti, lo sviluppo di quei Paesi che hanno tratto giovamento dalla diminuzione del costo di trasferimento delle idee, ha determinato un aumento del reddito, che a sua volta, ha causato il “superciclo dei prodotti di base”; questi ultimi hanno avuto ad oggetto l’esportazione di materie prime da parte di quei Paesi del “Sud” del mondo che non erano stati coinvolti dai processi di delocalizzazione delle attività industriali dei Paesi del “Nord” del mondo.

Baldwin ritiene che la possibile e ulteriore evoluzione della globalizzazione ammetta la possibilità di un terzo “spacchettamento”, che potrà (o potrebbe) determinarsi se il costo di trasferimento dei manager dovesse diminuire nella stessa misura in cui sono diminuiti, a partire dal 1990, i costi di coordinamento delle fasi produttive delocalizzate con quelle rimaste nel Paese d’origine. Ciò accadrà (o potrà accadere) quando il miglioramento dell’intelligenza artificiale consentirà ai manager e tecnici di un Paese di fornire servizi in un altro Paese, senza esservi materialmente presenti. In altri termini, è possibile che il terso “spacchettamento” consenta ai manager e tecnici dei Paesi del “Nord” del mondo di fornire i loro servizi in un altro Paese, senza la loro presenza fisica.

La mutata natura nel tempo della globalizzazione ha dato origine a diverse forme di ripercussione sull’economia globale; quella connessa alla “nuova” globalizzazione dovrebbe indurre, conclude Baldwin, i governi, soprattutto quelli dei Paesi di più antico sviluppo, “a cambiare il modo di pensare le proprie politiche”. In particolare, dovrebbero ripensare le proprie politiche economiche, tenendo conto che la “denazionalizzazione del vantaggio competitivo” ha modificato le opzione a disposizione di tutti i Paesi; soprattutto i governi dei Paesi ricchi dovrebbero tener conto che questo cambiamento comporta che le attività produttive, per conservarsi competitive a livello globale, devono poter “mischiare e abbinare” i vantaggi competitivi garantiti dai loro Paesi con quelli dei Paesi di delocalizzazione, in modo da sceglier tra questi quelli che consentono le “maggiori efficienze di costo”.

Il mutamento della natura della globalizzazione ha determinato per tutti Paesi (sviluppati e in via di sviluppo) “la fine delle politiche di sviluppo di una volta, come pure delle ingenue politiche industriali nazionalistiche”. Esso, però, ha anche comportato la fine, o quanto meno l’inadeguatezza, della tradizionale politica sociale che i Paesi ricchi avevano adottato soprattutto a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale. La “nuova” globalizzazione ha, infatti, vanificato il patto sociale tra capitale e lavoro che sottendeva il sistema welfaristico e che rendeva compatibile la dinamica del mercato del lavoro con il progresso tecnologico.

Che cosa implica tutto ciò – si chiede Baldwin – sul piano della politica sociale, per i Paesi che non intendono bloccare il cambiamento intrinseco alla logica con la quale evolve la globalizzazione? La risposta di Baldwin non ammette dubbi: “Poiché il progresso [economico] viene dal cambiamento e il cambiamento causa dolori, i governi che vogliono sostenere il progresso devono […] escogitare il modo per far partecipare i cittadini a gioie e dolori del progresso”. Per i governi del “G7”, perciò, la “nuova” globalizzazione comporta che essi devono “proteggere i lavoratori, non i posti di lavoro. Inoltre, proprio perché l’odierna globalizzazione richiede più flessibilità dai lavoratori, è tanto più importante garantire che tale flessibilità non ne precarizzi la vita. I governi devono fornire sicurezza economica e aiutare i lavoratori ad adattarsi al mutamento delle circostanze”.

In futuro, se la globalizzazione dovesse continuare a rappresentare la principale forza trainante del cambiamento, questo sarà quasi certamente determinato dalla diminuzione dei “costi della telepresenza e della telerobotica innescate dalla rivoluzione della presenza virtuale”. I governi e il mondo produttivo (imprese e sindacati), se non saranno in grado di bloccare l’evoluzione della globalizzazione, dovranno necessariamente pensare a riformare i meccanismi distributivi attuali, che andranno riproposti in modo da garantire, a chi suo malgrado viene espulso irreversibilmente dal mercato del lavoro, l’accesso a un reddito, che consenta di soddisfare le sue ordinarie esigenze di consumo, salvaguardando la propria dignità di cittadino.

Gianfranco Sabattini

 

Città-globali e nuove forme di disuguaglianza

città globaleLa maggioranza della popolazione del mondo oggi vive nelle città, per cui si può dire che il modo di vivere urbano permea di sé e condiziona l’intera vita umana sul pianeta. La globalizzazione, col suo flusso di idee, uomini e capitali ha attribuito alle città una dimensione planetaria, dando origine alle città-globali (o città-mondo).

Le attività prevalenti nelle città-globali sono quelle finanziarie e di servizio, che si concentrano nei luoghi in cui più facilmente possono essere riunite e organizzate le competenze necessarie per produrre i servizi che a quelle attività fanno capo, piuttosto che badare al colore della pelle e ai Paesi d’origine dei portatori di quelle competenze.

Le città in cui vivono coloro che lavorano nel mondo della finanza e dei servizi si modellano in funzione dei loro bisogni; ma, in quegli stessi luoghi, cresce il numero di quelli che lavorano, in condizioni marginali, per consentire lo svolgimento delle attività finanziarie e di servizio. Le città-globali hanno aumentato la loro popolazione e contemporaneamente hanno subito una riduzione drastica delle attività reali che, sino alla metà del secolo scorso, costituivano la ragione della loro crescita; nella fase attuale dell’evoluzione dell’economia-mondo, le produzioni materiali utili al “mantenimento” delle città-globali sono state delocalizzate altrove, rendendo le economie dei Paesi emergenti fornitrici di tutto ciò di cui le città-globali abbisognano.

Inoltre, queste città tendono a diventare autonome, organizzandosi nella forma di “città-Stato”, ostacolando la tradizionale funzione regolativa del vivere insieme dello Stato-nazione e arrivando in alcuni casi a sostituirlo, non solo nella formulazione delle politiche più convenienti per l’intera nazione, ma anche nello stabilire le linee di politica estera, valutate più convenienti rispetto alle reti di relazioni che esse, le città-globali, hanno costruito con le altre città sparse per il mondo; nel loro insieme, esse costituiscono il sistema dei “nodi” sottostanti il regolare svolgimento del processo di globalizzazione delle economie nazionali.

Le città-globali hanno, inoltre, formato il proprio anche il management urbano, per strutturare la forma della città, al fine di renderla attraente di risorse e di funzioni esterne, nonché di investimenti infrastrutturali, materiali e immateriali; il nuovo management urbano ha provveduto anche a privatizzare gran parte del patrimonio e dei sevizi urbani e acquisito il diretto controllo del mercato immobiliare, verso il quale viene indirizzata preferibilmente la ricchezza finanziaria degli operatori localizzati nelle mega-città.

Le città-globali sono importanti, nell’attuale fase dell’evoluzione del modo capitalistico di produrre, perché esse assicurano coesione all’economia mondiale; al riguardo, va tenuto presente che non avrebbe senso pensare che la globalizzazione delle economie nazionali si sia affermata solo perché sono cresciti i traffici internazionali. Le modalità di svolgimento dei traffici mercantili e finanziari attuali non sono la conseguenza di una pura e semplici lievitazione quantitativa dei traffici, come è accaduto nelle prime fasi in cui si è consolidato ed espanso il commercio internazionale; oggi, l’aumento dei traffici, connesso all’espansione del processo di globalizzazione, corrisponde a un mutamento radicale del regime di governo dell’economia internazionale, tenuta insieme dal sistema dei “nodi” espressi da tutte le città-globali del mondo.

Il mutato regime è riconducibile al fatto che la ridistribuzione spaziale delle attività produttive, che è alla base della globalizzazione, può risultare compatibile con uno stabile funzionamento dei mercati, soltanto grazie alla fruizione di molti servizi essenziali, tra i quali sono imprescindibili quelli resi dalle istituzioni finanziarie globali. Inoltre, come si è detto, le città-globali sono i luoghi nei quali sono localizzati i centri che provvedono ad offrire i servizi avanzati di cui abbisognano le imprese per essere connesse all’interno dei mercati internazionali.

L’erosione causata dall’economia globalizzata, ai danni delle pubbliche amministrazioni operanti quando l’economia internazionale si riduceva solo al commercio internazionale, ha comportato che le attività produttive di servizi speciali (finanziari e non), necessari alla coesione della nuova economia internazionale, si siano concentrate nelle città-globali. Esse, quindi, sono il risultato di una combinazione della dispersione spaziale delle attività economiche e della loro integrazione unitaria all’interno delle città-globali.

Un’analisi dell’impatto che la globalizzazione ha esercitato sulla riorganizzazione delle grandi città del mondo è offerta, tra i molti, da Anthony King con riferimento alla città di Londra. L’autore, docente presso la Columbia University di New York, in “Global cities. Post-imperialism and the internationalization of London”, descrive le tendenze evolutive che hanno caratterizzato la città di Londra; tendenze che hanno assunto il valore di paradigma, ovvero di modello di riferimento per valutare effetti positivi e negativi che le grandi città hanno causato sulla vita sociale dei Paesi ai quali appartengono.

Alla fine del diciassettesimo secolo, Londra era la maggiore città d’Europa e la sua struttura economica era, per la maggior parte, fondata sul commercio, piuttosto che sulle attività di trasformazione industriale. La conseguenza della prevalente attività commerciale è stata la costruzione della struttura portuale di Londra che, all’inizio del diciottesimo secolo, occupava circa un quarto della propria popolazione. L’espansione del commercio ha creato i presupposti per la crescente importanza della “City of London” e della sua trasformazione in una delle basi della rivoluzione industriale e, all’inizio del XIX secolo, nel centro di riferimento mondiale per le attività finanziarie.

Dopo il 1815, la combinazione degli effetti della rivoluzione industriale e di quelli della sconfitta di ogni forma di opposizione all’egemonia mondiale del Regno Unito ha avuto come esito l’emersione di una nuova forma di governance dell’economia mondiale, che ha imposto la costituzione di un centro direzionale cui demandare la funzione di regolatore i flussi degli scambi internazionali. Questo funzione, a partire dalla metà del diciannovesimo secolo, è stata svolta dalla “City”, potenziandosi con l’espansione della sua attività d’investimento all’interno del vasto impero britannico. L’importanza e il ruolo egemonico della “City” è durato per tutta la seconda metà del XIX secolo e per i primi anni del XX; le due guerre mondiali hanno segnato il suo ridimensionamento, durato lungo i primi decenni successivi al 1945.

La “City” ha però incominciato a ricuperare il suo ruolo internazionale a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso ed ha continuato a consolidarlo via via che è iniziato ad allargarsi e ad approfondirsi il processo di globalizzazione delle economie nazionali. La “City” ha potuto così ricuperare la propria antica funzione, specializzandosi nelle conduzione di attività finanziarie e di servizio, riuscendo a sostituire la dipendenza dalla sterlina con un suo più largo inserimento nel mercato internazionale dei capitali. In tal modo, la “City” ha potuto riproporre la sua internazionalizzazione, attraverso due vie: da un lato, concorrendo a rinforzare il grado di internazionalizzazione dell’economia del proprio Paese e, dall’altro lato, specializzandosi, più di ogni altro centro operativo del mondo, nella produzione di servizi per il mercato internazionale. In tal modo, essa ha potuto assicurarsi ritorni in termini di reddito, direttamente proporzionali alla crescita economica di tutti gli altri Paesi integrati nell’economia mondiale.

La crescita del volume degli scambi internazionali è stata considerata il miglior viatico per una continua espansione del ruolo della “City” nel mondo e per il continuo miglioramento delle sue fortune economiche e di quello delle istituzioni che in essa si sono concentrate. E’ per questa via che la “City” ha potuto identificarsi in un quartiere di Londra che non dipende dall’amministrazione comunale, in quanto costituisce una realtà a parte.

Si tratta di un’entità istituzionale a sé stante, espressa dalla “City of London Corporation”, che ha un suo sindaco, un suo organo consiliare composto da 100 membri, suoi magistrati e proprie forze dell’ordine. L’elezione dei consiglieri è prerogativa dei pochi residenti e dei rappresentanti delle molte istituzioni economiche presenti nell’area d’insediamento. Secondo molti osservatori, si tratta del più grande paradiso fiscale del pianeta che, se per un verso ha contribuito a rilanciare l’economia inglese, per un altro verso ha originato molti effetti negativi.

Questi ultimi sono derivati dal generale spostamento dell’attività economica verso un’economia di servizi e dal declino dell’industria manifatturiera. Il nuovo tipo di attività economiche prevalenti ha rimodellato l’offerta dei posti di lavoro; la nuova offerta ha risentito in maniera crescente del fatto che buona parte del processo produttivo, che tradizionalmente era svolto in fabbrica, si sia diviso, grazie all’avvento dell’informatica, tra i centri che forniscono i servizi altamente specializzati, da un lato, e un centro direttivo responsabile dell’organizzazione della loro produzione e distribuzione, dall’altro. In conseguenza di ciò, la nuova forma assunta dalla crescita economica, man mano che il processo di globalizzazione si è espanso ed approfondito, ha trasformato le caratteristiche del mercato del lavoro, il cui funzionamento è divenuto sempre più complesso, a causa, oltre che della presenza della crescente forza lavoro disoccupata, anche di quella di consistenti quote di manodopera immigrata.

La trasformazione dell’economia del Regno Unito in un’economia dominata dalla produzione di servizi ha avuto, inoltre, un impatto negativo sul piano distributivo; molte indagini compiute al riguardo, hanno rilevato che, a differenza di quanto è avvenuto nei residui comparti produttivi manifatturieri, le rimunerazioni sono cresciute solo in quelli produttivi di servizi; coloro che hanno condotto le rilevazioni concordano sul fatto che il venir meno della centralità delle attività manifatturiere ha posto fine al funzionamento del meccanismo distributivo fondato sul grande patto tra capitale e lavoro di keynesiana memoria. Sin tanto che le attività manifatturiere hanno avuto un peso rilevante nel processo di crescita, la distribuzione del prodotto sociale è avvenuta secondo una dinamica che vedeva coinvolti anche i comparti delle attività più periferiche dell’economia. Il meccanismo equitativo sul piano distributivo è stato interrotto dall’egemonia acquisita dai nuovi comparti produttivi specializzati solo nella produzione servizi.

Quanto è accaduto nel Regno Unito, con l’avvento della città-globale di Londra, non è che lo specchio di quanto è avvenuto in tutti gli altri Paesi in cui è prevalsa la tendenza a fondare la crescita sullo sviluppo delle attività produttrici di servizi, in funzione della dinamica del mercato globale. Non casualmente, l’attuale situazione economica e sociale attuale, oltre che politica, vissuta dal Regno Unito, presenta i sintomi di un altro grande sistema economico, quello degli Stati Uniti d’America, che ha privilegiato per lungo tempo la produzione di servizi a scapito delle attività manifatturiere.

Vien fatto di pensare che anche Theresa May, come Trump negli USA, debba correre ai ripari per riequilibrare una situazione economica ampiamente squilibrata, pensando che con provvedimenti protezionistici possa essere ricuperata la stabilità economica e sociale che il “corpus” ingombrante della città-globale di Londra è valso a sacrificare. Forse la stessa Brexit è, in parte, da ricondursi all’esigenza dell’intero Regno Unito di porre rimedio ai pesanti squilibri economici dei quali esso soffriva da tempo, dopo il ridimensionamento della vecchia “City”, per aver privilegiato la continua crescita dei comparti produttivi di servizi a scapito dei quelli manifatturieri. Anche il malcontento degli scozzesi e dei gallesi (a parte i cittadini dell’Ulster, prevalentemente preoccupati di conservare la propria separazione da quelli dell’Eire) non è estraneo ai guasti causati dalle scelte economiche e politiche degli inglesi; ne è spia il fatto che scozzesi e gallesi siano sempre stati, e continuino ad esserlo, molto critici riguardo alla fuoriuscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Gianfranco Sabattini

L’economia e lo smarrimento della sua natura di scienza sociale

economiaIn “L’economia in cerca dell’uomo. Etica e globalizzazione nel XXI secolo”, Antonella Crescenzi, già responsabile del coordinamento dei Documenti Programmatici presso il Ministero dell’Economia, nonché delle questioni relative alla programmazione europea presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, evidenzia i guasti e le contraddizioni che traggono origine dalla globalizzazione.
La crescente integrazione delle economie nazionali a livello globale all’inizio del terzo millennio – afferma l’autrice – l’”economia mondiale sembrava lanciata verso uno sviluppo senza limiti: la spinta delle nuove tecnologie informatiche e delle comunicazioni, la progressiva liberalizzazione degli scambi di merci e capitali, l’ingresso nel circuito del commercio mondiale della Cina e di altri grandi Paesi prima esclusi dalle potenzialità della crescita, l’espansione delle finanza internazionale” hanno costituito le basi sulle quali la globalizzazione si è affermata sotto la spinta dell’ideologia neoliberista che ne ha legittimato la condivisione.
Il successo però, a parere delle Crescenzi, ha fatto velo sulle molte contraddizioni che hanno caratterizzato l’espansione incontrollata della finanza sin dal suo primo manifestarsi, sino a tradursi nella cause della Grande Recessione che da dieci anni ormai affligge le economie dei Paesi che sono stati coinvolti nel processo di mondializzazione delle loro economie. Ciò perché non è stato responsabilmente valutato che la concorrenza globale e la liberalizzazione del mercato avrebbero prodotto “dinamiche di segno opposto”. Se, da un lato, garzie alla globalizzazione, molti Paesi arretrati sono riusciti a sottrarsi alle penalizzanti condizioni del sottosviluppo, dall’altro lato, i Paesi avanzati, malgrado l’alto livello di crescita e di sviluppo raggiunto, hanno sperimentato la caduta di larghe quote delle loro popolazioni nello stato di povertà. Inoltre, se in alcuni casi, la globalizzazione ha concorso a ridurre la disuguaglianza tra Paesi ricchi e Paesi poveri, nel contempo ha contribuito all’aumento delle disuguaglianze distributive all’interno di entrambe le categorie di Paesi.
Si tratta, secondo l’autrice, di contraddizioni fatali, che minacciano le “prospettive di crescita mondiale, contrapponendo bisogni di avanzamento e paure di arretramento e alimentando, in presenza di flussi migratori di straordinaria intensità […], reazioni politiche e sociali tendenti alla chiusura e al protezionismo”. Al fine di prevenire il peggioramento degli effetti delle contraddizioni indicate, occorre – afferma la Crescenzi – che l’economia ricuperi la natura originaria di scienza rivolta alla soluzione dei problemi esistenziali dell’uomo; in altre parole, occorre che essa ricuperi la propria natura di scienza sociale, abbandonando il processo di estraniazione dalla realtà, alla quale l’hanno condotta, sia gli sviluppi teorici realizzati al prezzo di un eccesso di formalismo, sia le ideologie neoliberiste affermatesi tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI.
Di fronte al peggiorare della situazione, occorre portare sotto controllo i meccanismi che sinora hanno funto da “motore” della globalizzazione; in particolare, i processi di crescita esplosiva e i ritmi del progresso tecnologico, soprattutto di quello dei settori dell’informazione e delle comunicazioni, cui sono da imputare “ampie delocalizzazioni dei processi produttivi e l’utilizzo di enormi bacini di mano d’opera” a basso costo, che hanno consentito di “produrre beni destinati alle aree più ricche del mondo”.
Questo processo non è stato privo di implicazioni negative per i Paesi economicamente avanzati; l’apertura dei mercati interni ai beni prodotti a prezzi competitivi dai Paesi emergenti, che hanno fatto largo ricorso alla pratica del dumping sociale e ambientale, ha comportato nei Paesi importatori inevitabili processi di aggiustamento produttivo; i settori ad alta intensità di lavoro, messi in crisi dalle importazioni a basso prezzo, non sempre sono stati sostituiti da nuovi settori che non fossero quelli avanzati a bassa intensità di lavoro, dando origine in tal modo ad uno dei problemi più gravi, sul piano politico oltre che economico, che i Paesi avanzati hanno dovuto affrontare, quale quello della disoccupazione tecnologica irreversibile.
I Paesi avanzati, fra questi quelli europei in particolare, hanno sofferto di questo fenomeno, in quanto i loro governi non sono riusciti ad attuare politiche economiche efficaci per contrastarlo; essi, infatti, hanno risposto “per lo più con misure di emergenza”, che però sono risultate inefficaci a contrastare la nuova natura della disoccupazione. Ciò perché, a parere della Crescenzi, sarebbe mancata “una visione riformatrice complessiva”, tale da consentire di affrontare le esigenze di maggiore efficienza imposte dall’aumentata concorrenza internazionale, ma anche di sostenere i settori produttivi più esposti e gli strati sociali che maggiormente, sul piano esistenziale, subivano le conseguenze più negative degli esiti indesiderati dell’approfondimento della globalizzazione.
Ma le riforme strutturali necessarie sono state sostituite da politiche utili ad affrontare solo la contingenza e a “guadagnare tempo”; ragione, questa, per cui in Paesi come l’Italia gli effetti della crisi provocata dal funzionamento dell’economia globale, ispirata all’ideologia neoliberista, sono risultati più profondi e persistenti. Le riforme necessarie sono state, infatti ostacolate, in quanto interpretate, da chi dagli effetti delle globalizzazione aveva tratto i maggiori vantaggi, come rinuncia a benefici “acquisiti per sempre”. Queste resistenze, oltre ad aver costituito la causa dell’inefficacia delle misure anticicliche cui si è fatto ricorso, sono state anche ulteriormente inasprite “dalla minore autonomia di manovra degli Stati in un contesto economico altamente integrato e dalla sfiducia verso la capacità della mano pubblica di regolare con efficacia l’economia”.
L’impossibilità di realizzare riforme strutturali utili a contrastare efficacemente gli effetti indesiderati della globalizzazione impone in ogni caso, secondo l’autrice, la soluzione di alcune questioni non più procrastinabili, quali il ricupero di un rapporto maggiormente condivisibile tra economia e etica, il contenimento e la riduzione delle disuguaglianze distributive e la necessità dell’adozione di parametri alternativi al PIL, per misurare il benessere delle popolazioni.
La ridefinizione del rapporto tra etica ed economia sarebbe imposta dall’urgenza di cambiare una “concezione del mercato focalizzata unicamente sugli interessi dell’individuo e sulla ricerca dell’utile fine a se stesso”; ciò, al fine di aumentare la “dimensione sociale del profitto” e di espandere l’attenzione “per i sentimenti morali e le istanze del bene comune”. L’autrice giustifica l’urgenza di un maggior ruolo dell’etica nel governo dell’economia, in considerazione del fatto che la scienza economica, in virtù della sua natura di scienza sociale, non possa “essere separata dall’uomo inteso nella sua complessità”, mentre il concetto cardine di tale scienza, l’homo oeconomicus, consentirebbe di cogliere “solo le motivazioni legate alla massimizzazione della ricchezza” e la sua astratta concezione non consentirebbe di cogliere tutti gli aspetti della “variegata realtà umana”.
Strano quest’appello all’etica compiuto dall’autrice per ricondurre la scienza economica al sevizio dell’uomo; se ciò accadesse si farebbe compiere all’economia il percorso inverso a quello che nel tempo le ha consentito di proporsi come scienza autonoma da presunti valori assoluti “non negoziabili” e di sostituire, convenientemente, tali valori con “regole” condivise dai componenti le comunità. Perciò, più che un appello a valori assoluti, che avrebbero l’effetto di rendere difficile la convergenza sul loro rispetto da parte di tutti i componenti i sistemi sociali pluralistici sul piano valoriale, molto più conveniente sarebbe parlare di ridefinizione del rapporto tra economia e rispetto delle regole adottate a tutela degli interessi comuni; l’aver disatteso queste regole, introdotte e perfezionate faticosamente dopo il secondo conflitto mondiale, ha dato luogo allo “scatenarsi” degli “animal spirit” che hanno caratterizzato il processo di integrazione delle economie nazionali nel mercato globale.
Oltre al ricupero di regole più funzionali al rispetto degli interessi sociali, sarebbe necessario, a parere dell’autrice, ridurre le disuguaglianze distributive che si sono approfondite e consolidate con la globalizzazione; ciò perché quest’ultima ha dato origine ad “una dinamica in cui alla ricchezza crescente di pochi” si è contrapposta “la povertà crescente dei molti”, limitando le potenzialità di espansione del reddito complessivo e bloccando i “consueti meccanismi di formazione del consumo, risparmio e investimento”. Ma la dinamica della globalizzazione ha avuto anche conseguenze extraeconomiche, il cui effetto ha ugualmente inciso sul livello di benessere delle popolazione; studi epidemiologici – afferma Antonella Crescenzi – hanno dimostrato che all’ampliamento dei divari economici nei Paesi avanzati ha corrisposto il “peggioramento della qualità della vita”, nel senso che i Paesi nei quali sono risultate maggiori le disuguaglianze sono aumentate anche le “problematiche sociali” (disagi mentali, mortalità infantile, minore speranza di vita, ecc.), che hanno inciso negativamente sulla produzione di nuova ricchezza e sulla conservazione di alti livelli di fiducia sociale nelle istituzioni da parte delle popolazioni.
Anche riguardo al PIL, sarebbe necessario che la misura della crescita e dello sviluppo economico dei singoli Paesi fosse condotta sulla base di ben altri parametri, più comprensivi degli effetti negativi che l’impatto della crescita e dello sviluppo senza regole ha sulla capacità di tenuta della coesione sociale dei singoli Paesi. Tale esigenza è imposta dal fatto che, quando i sistemi economici raggiungono stadi avanzati di crescita e sviluppo, non sempre l’aumento del PIL comporta un maggior benessere; ciò accade perché, in corrispondenza di alti livelli di attività produttiva, ricorrono fenomeni che il PIL manca di rappresentare, la cui rilevanza però risulta elevata per la società.
Secondo la Crescenzi esistono seri dubbi sulla possibilità di contrastare gli effetti indesiderati della globalizzazione attraverso il superamento di una “concezione del mercato focalizzata unicamente sugli interessi dell’individuo”. Il primo dubbio riguarda la possibilità di rimuovere il convincimento che i sistemi economici, a livello nazionale ed internazionale, possano autocorregersi, stante l’egemonia acquisita, nonostante la crisi della Grande Recessione, dall’ideologia neoliberista; il secondo dubbio riguarda la possibilità di dissolvere l’illusione che con il ricorso al debito, grazie alle “magie” dei mercati finanziari, possano essere resi possibili standard di consumo superiori alla capacità di reddito della quale si dispone; infine, un terzo dubbio concerne la possibilità di un “ritorno a Keynes”, ovvero al ricupero del “patto sociale” che nell’immediato dopoguerra aveva consentito di conciliare gli opposti interessi di lavoro e capitale, garantendo un trentennio di stabilità economica ai Paesi ad economia di mercato retti da istituzioni democratiche e un miglioramento delle condizioni di vita che mai le popolazioni avevano sperimentato nel passato.
Pur in presenza di tali dubbi, il percorso da seguire, a parere della Crescenzi, dovrebbe essere “quello tracciato dal modello di apertura economica che finora ha consentito lo sviluppo per tanti Paesi del mondo”; ma questo modello dovrebbe essere rivisto con correzioni di dubbia fattibilità. In conclusione, l’autrice, auspica una “globalizzazione ‘soft’[…] che stemperi le asprezze della concorrenza senza limiti assicurando potenzialità di crescita e benessere per tutti i Paesi, ricchi e poveri, e riequilibrio della società”. Sarebbe questa una speranza cui non si dovrebbe rinunciare; apparterrebbe alla politica l’oneroso compito di realizzare le condizioni perché, “facendo tesoro delle antiche consapevolezze”, diventi possibile configurare le nuove modalità di crescere e progredire. Ma quali dovrebbero essere queste nuove modalità?
La Crescenzi, come molti analisti degli effetti indesiderati del modello di globalizzazione sinora sperimentato, dopo puntuali esposizioni di quanto è accaduto di negativo negli ultimi decenni, si limita ad auspicare un ritorno al passato, attraverso semplici operazioni di manutenzione dell’attuale modo di funzionare del capitalismo, trascurando il fatto che simili operazioni servono solo a fare “guadagnare tempo”, nel senso di Wolfgang Streeck, per ritardare la crisi finale del capitalismo stesso.
Per una concreta azione a supporto della realizzazione di un modello di “globalizzazione ‘soft’”, occorrerebbe accompagnare la trasformazione delle economie di mercato integrate nel mercato mondiale con “una visione riformatrice complessiva”, volta a conformare il sistema produttivo, il funzionamento del mercato del lavoro, il welfare State e il sistema pensionistico al funzionamento dell’auspicato modello “soft” della globalizzazione. Una simile visione riformatrice, però, è ben al di là delle attuali capacità di governo delle singole classi politiche; inoltre, essa è del tutto estranea agli interessi che motivano tali classi ad offrirsi come rappresentanti degli elettori, sui quali continueranno ad “abbattersi” gli esiti negativi di un’economia che ha cessato di funzionare per fare fronte agli stati di bisogno dell’uomo.

Alain De Benoist e i limiti del processo
di globalizzazione

AlainDeBenoistAlain De Benoist è un autore “intrigante”, il cui pensiero è di difficile classificazione, essendo trasversale rispetto alle molte prospettive di analisi prevalse nel corso del XIX secolo ed anche in quello dei primi lustri di quello attuale; per questo motivo è spesso aspramente criticato, sia da destra che da sinistra. Poiché si tratta di un pensatore che sintetizza concetti e conclusioni includenti il marxismo, l’ecologismo, il multiculturalismo, il socialismo, il federalismo, il comunitarismo ed altro ancora, si può condividere la risposta che De Benoist ha dato ai suoi critici: “Non limitiamoci a dire che tutto ciò che è nostro ha un valore; diciamo piuttosto, con forza e convinzione, che tutto ciò che ha valore è anche nostro”.

Da tempo, De Benoist è un critico radicale degli esiti della globalizzazione e di quelli delle politiche ispirate all’imperante neoliberismo, considerato dal pensatore francese responsabile della crisi che sta attanagliando il capitalismo a partire dal 2007/2008; la sua analisi merita attenzione, anche perché propone una prospettiva riformista di alcuni aspetti dell’attuale sistema capitalistica che i riformisti storici stentano a condividere, qual è ad esempio la riforma dell’attuale organizzazione del sistema di sicurezza sociale.

E’ ricorrente, fra i neolibersiti, il ritornello secondo cui il capitalismo sarebbe indistruttibile; si dice anche che la capacità di adattamento del capitalismo alle situazioni sempre mutevoli sarebbe illimitata, nel senso che esso sarebbe sempre in grado di superare qualsiasi crisi, quale che sia il livello d’intensità con cui questa si manifesta. In realtà – afferma De Benoist – occorre distinguere tra crisi congiunturali e crisi sistemiche o strutturali; queste ultime, a differenza delle prime, sono quelle che hanno incominciato ad verificarsi prevalentemente a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, allorché all’interno delle economie capitalistiche la disoccupazione ha presentato il carattere del irreversibilità. Ciò ha posto l’economia globale di fronte a una triplice crisi, riguardante, rispettivamente, il modo di produzione, l’idea che il mercato non abbia bisogno d’essere regolato e l’ideologia economica che postula la possibilità di garantire il funzionamento stabile del sistema economico attraverso un continuo ricorso al debito. E’ proprio alla propensione a ricorrere all’espansione del debito che si deve – secondo De Benoist – l’origine della crisi dei mercati immobiliari americani del 2007/2008.

La possibilità di supportare la domanda finale attraverso il ricorso il credito al consumo è stata una della maggiori innovazioni finanziarie del capitalismo, non del secondo dopoguerra, come sostiene De Benoist, ma di quello entrato in crisi durante gli anni Settanta, a causa dei problemi energetici e di quelli valutari manifestatisi a livello globale. In altri termini, a parere di De Benoist, non potendo stimolare il consumo attraverso il monte salari, a causa della crisi delle attività reali, si è cercato di stimolarlo con il credito; ciò in quanti, per “i detentori di portafogli finanziari, questo era l’unico modo per trovare nuovi giacimenti di redditività, anche a costo di rischi sconsiderati”. Al fine di sostenere il ritmo crescente del credito concesso e garantirne il sicuro “rientro”, le istituzioni finanziarie hanno fatto ricorso a due tecniche: la “cartolarizzazione” e il trasferimento del “rischio di credito”, realizzato attraverso i cosiddetti “titoli derivati”.

Quali ammaestramenti possono essere tratti – si chiede De Benoist – da quanto è accaduto a livello globale nel funzionamento dei sistemi economici, a causa del prevalere dell’ideologia neoliberista? Innanzitutto, la flagrante smentita della tesi secondo la quale solo i comportamenti egoistici individuali, attraverso il libero mercato, contribuiscono al bene collettivo. In secondo luogo, il fallimento dell’ideologia neoliberista evidenzia il fatto che il libero mercato non è affatto dotato di “meccanismi autoregolatori”, per cui il sistema economico, in assenza di interventi correttivi esterni, non è in grado di aggiustarsi spontaneamente. Infine, l’altro importante ammaestramento che può essere tratto dalla crisi globale, provocata dall’egemonia dell’ideologia neoliberista, è che, sebbene si pretenda di accreditare la teoria economica come una scienza al pari delle scienze della natura, nessuno tra gli “addetti ai lavori” sembra essere in grado di prevedere il sopraggiungere di una crisi, o quantomeno di eliminarne il rischio, assicurando stabilità di funzionamento al sistema economico; ciò accade perché la realtà economica, in quanto parte della realtà sociale, non può essere riassunta all’interno di rigidi schemi formali, per cui la crescente “matematizzazione” della teoria economica degli ultimi decenni, soprattutto nell’ambito della valutazione dei rischi, non ha potuto garantire alla teoria una capacità predittiva, avendole garantito solo eleganza formale a scapito del realismo.

A parere di De Benoist, l’idea complessiva che può essere tratta dalla crisi dell’economia globale è che “il capitalismo lasciato a se stesso non può che auto-distruggersi, non può che essere minato dalle proprie contraddizioni interne”, derivanti in particolare dai limiti della logica distributiva ineguale del prodotto sociale; nel lungo periodo, ciò dà origine a profonde e generalizzate ineguaglianze, sorreggendo un processo di accumulazione del capitale, la cui dinamica raggiunge il proprio limite quando “l’economia non riesce più a fare sistema, ossia quando il fare del suo mondo non riesce più a riprodurre il mondo del suo fare”.

Per rimediare alla perdita di coesione della quale soffrono quasi tutti i sistemi sociali in crisi, per via delle disuguaglianze distributive, De Benoist suggerisce l’introduzione di un reddito di cittadinanza; questa forma di reddito avrebbe il merito di caratterizzarsi come diritto prepolitico da riconoscersi, al pari di tutti gli altri diritti civili, a tutti i componenti di una data comunità, per il solo fatto d’essere nati. Tale forma di reddito sarebbe quindi corrisposta a tutti i cittadini, perché ne dispongano incondizionatamente, potendolo cumulare con qualunque altro reddito, senza alcuna detrazione, eccetto quella prevista dal sistema fiscale in vigore.

Per DE Benoist, il reddito di cittadinanza “rappresenta un atto di solidarietà, che si esercita in permanenza a priori, e non a posteriori”; inoltre, non essendo soggetto ad alcuna condizione, il reddito di cittadinanza si distingue da ogni forma di sussidio sociale, la cui erogazione è subordinata alla contropartita della ricerca di un’occupazione. L’idea del reddito di cittadinanza – afferma De Benoist – non è nuova, ma la sua formulazione moderna risale al periodo tra le due guerre mondiali, mentre la sua giustificazione politica è avvenuta soprattutto per opera di Philippe Van Parijs e di André Gorz a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso.

L’istituzione di un reddito di cittadinanza è oggetto di numerose obiezioni; alcune di carattere morale, altre economiche. Le obiezioni morali sono generalmente basate sul presupposto che il lavoro sia il mezzo che qualifica l’uomo, fondandone la dignità e il rispetto sociale; l’erogazione del reddito di cittadinanza, si obietta ancora, potrebbe favorire il disinteresse dell’uomo per il lavoro e, di conseguenza, creare tensioni nel marcato del lavoro. In proposito, si può controbattere affermando che l’introduzione del reddito di cittadinanza, non solo non provocherebbe, da parte di chi ne gode, la diserzione dal mercato del lavoro, ma anzi concorrerebbe a migliorare la funzionalità di tale mercato; la libertà di licenziamento infatti cesserebbe di costituire motivo di tensioni sociali, per via del fatto che coloro che dovessero perdere la stabilità lavorativa godrebbero dei vantaggi del reddito di cittadinanza.

Le obiezioni economiche al reddito di cittadinanza traggono origine dall’idea che esso possa trasformare coloro che ne fruiscono in assistiti perenni. Anche questa idea è destituita di credibilità, in considerazione del fatto che il reddito di cittadinanza – afferma De Benoist – “non è un assistentato, perché l’individuo, una volta munito del necessario, proverà il bisogno di agire e di realizzarsi”; bisogno, questo, che sarà tanto più avvertito, quanto più lo Stato accompagnerà l’erogazione del reddito di cittadinanza con la promozione di attività autonome.

Un’altra obiezione economica paventa il rischio che l’introduzione del reddito di cittadinanza possa incrementare l’immigrazione; ciò è comunque poco credibile, se il reddito di cittadinanza viene erogato solo a favore dei cittadini e se si procede, di pari passo, ad una rigida disciplina delle condizioni di attribuzione della cittadinanza.

L’obiezione più fondata riguarda la realizzabilità dell’istituzione del reddito di cittadinanza, soprattutto sotto l’aspetto del finanziamento; si può osservare in proposito che tale finanziamento dovrebbe avvenire attraverso la sostituzione della maggior parte delle attuali prestazioni sociali, nel senso che il reddito di cittadinanza si sostituirebbe alla maggior parte dei meccanismi redistributivi esistenti; fatto, questo, che implica un processo di revisione radicale del vigente sistema di welfare.

E’, questo, un punto qualificante dell’istituzione del reddito di cittadinanza, per via dei suoi effetti positivi sul piano sociale e su quello economico; attraverso l’istituzione del reddito di cittadinanza diverrebbe possibile, non solo porre rimedio al problema delle disuguaglianze distributive ed ai loro effetti negativi sul piano della tenuta della coesione sociale; ma, come già si è detto, anche sul piano del più efficace funzionamento del mercato del lavoro, non più condizionato dalle tensioni che possono insorgere ogni qual volta il mondo della produzione si trova nella necessità di dover variare il livelli occupazionali, per conservarsi competitivo sul mercato internazionale.

In conclusione, l’analisi storica e prospettica della possibile evoluzione del capitalismo compiuta da Alain De Benoist potranno essere considerate con sospetto dai riformisti di sinistra, per via dell’impegno politico profuso dal pensatore francese da posizioni di destra; tuttavia, non va dimenticata la trasversalità del suo pensiero rispetto a molte delle correnti culturali prevalse nel XX secolo. Considerato lo stato non proprio ottimale del dibattito culturale, politico ed economico in corso in molti Paesi del Vecchio Continente, diventa impossibile trascurare l’invito dello stesso De Benoist a condividere tutto ciò che ha valore e senso, prescindendo dalla connotazione culturale da cui ha tratto origine.

Gianfranco Sabattini

 

Giuseppe Berta, tecnologia e irreversibilità dei sistemi economici

bertaGiuseppe Berta, in “Post-global: economia politica della nostalgia” (Il Mulino 2/2017), svolge interessanti considerazioni sul ruolo della tecnologia nella formulazione delle politiche utili a rimediare a molti guasti provocati dalla globalizzazione, sorretta dal funzionamento di un mercato senza regole. Anche se il contesto al quale Berta si riferisce, gli Stati Uniti d’America e le pretese dell’attuale Presidente di mantenere le promesse fatte durante la campagna elettorale che l’ha visto vincitore, il senso del suo discorso assume un significato generale e solleva non pochi problemi per il futuro dei Paesi ad economia di mercato, retti da sistemi politici democratici. Quale il ragionamento di Berta?
Nella sua campagna elettorale, Donald Trump aveva promesso ai “dimenticati d’America” che avrebbe “costretto” i grandi gruppi industriali, a cominciare da quelli del settore dell’auto a garantire, da un lato, il potenziamento della produzione industriale endogena e, dall’altro lato, a stimolare maggiori investimenti da parte degli stessi gruppi, “grazie a una spregiudicata politica di sostegno, fondata in primo luogo sulla rimozione dei severi vincoli ambientali posti dall’amministrazione Obama”.
Secondo Berta, il “nocciolo della politica industriale di Trump” si fonderebbe sulla re-industrializzazione del Paese, le cui leve per la sua attuazione dovrebbero consistere “nel protezionismo doganale come minaccia” (il bastone) e “nella soppressione delle misure ecologiche come incentivo” (la carota). L’obiettivo politico di Trump dovrebbe essere quindi quello di “far rivivere l’America dei produttori, quella di un big business”, che un tempo era all’origine delle “grandi fabbriche” e delle “concentrazioni operaie”.
Basterebbe considerare la semplicità con cui il neo-Presidente intende attuare le promesse elettorali, per intendere – afferma Berta – “come, nel suo nucleo costitutivo, la visione post-global di Trump si sostanzi di nostalgia. Nostalgia per il buon tempo andato, quando nessuno sfidava il primato americano e Detroit [il centro, per eccellenza di produzione dell’auto] girava a pieno regime”. Fare leva sulla nostalgia, sarebbe, a parere di Berta, il frutto di una “furbata” del tycoon americano che, candidandosi alla presidenza degli Stati Uniti, è stato “abile a capire che la nostalgia era la chiave di volta per arrivare al cuore di un elettorato che sognava un ritorno al passato”; un passato che Berta ipotizza sia “incardinato nella psicologia del neo-Presidente” che, considerata la sua età, non più nel verde degli anni, come molti della sua generazione custodirebbe dentro di sé “la memoria dell’America ricca e potente, dove c’era lavoro per tutti”.
Gli analisti economici del settore industriale americano, in particolare quelli del comparto dell’auto, parrebbero non essere convinti della bontà della politica industriale di Trump; perché, se tale politica fosse realmente volta ad aumentare i livelli occupazionali, non terrebbe conto del fatto che, impiantare nuove attività produttive o potenziare quelle già esistenti, con l’impiego delle tecnologie oggi disponibili sarebbe possibile creare un numero di posti di lavoro di gran lunga inferiore rispetto a quello realizzabile in passato a parità di risorse investite; ciò perché il progresso tecnologico ha completamente trasformato le combinazioni dei fattori produttivi all’interno delle fabbriche (in particolare all’interno di quelle automobilistiche), allargando i processi di automazione che, com’è noto, consentono di risparmiare sull’ammontare dei costi salariali attraverso una minore occupazione.
La politica industriale di Trump, perciò, a parere di Berta, si scontrerebbe con un “nemico” difficile da sconfiggere, qual è appunto l’innovazione tecnologica, in grado di creare non poche difficoltà sulla via di un sicuro successo del “dirigismo” di Trump. La tecnologia, infatti, è stata del tutto trascurata dalla retorica che ha animato la campagna elettorale del neo-Presidente e continua ancora ad essere assente nei suoi intenti di inaugurare una nuova politica industriale per l’America; mentre, al contrario, l’innovazione tercnologica costituirà il vero ”ostacolo contro il quale sono destinate a cozzare le premesse” del dirigismo trumpiano, al fine di “ricuperare l’America ai fasti di una volta”.
E’ forse questa la ragione per cui, tra i rappresentanti del capitalismo americano e l’entourage del neo-Presidente, non vi è una chiara intesa sul da farsi; ciò perché – afferma Berta – l’anima di Trump “non è omologabile al capitalismo di un tempo”; è perciò prevedibile che non passerà molto tempo per capire che il “’vecchio’ capitalismo non può restaurare la prosperità della rust belt, le aree rugginose della deindustrializzazione. Esse sono state affondate dalla tecnologia”, ancor più, e prima ancora, che dalla delocalizzazione di molte attività produttive americane in Cina ed in altre parti del mondo, vantaggiosa dal punto di vista dei costi di produzione.
Il nazionalismo che sorregge le intenzioni politiche di Trump, a parere di Berta, esalta la “politica della nostalgia” anche di altri protagonisti della scena politica mondiale: come, ad esempio, quella di Theresa May che, dopo la Brexit, intende “riscoprire il ruolo globale del Regno Unito, quale erede del Commonwealth britannico”, o ancora quella di Vladimir Putin, che persegue il ricupero della vecchia posizione di potere mondiale della Russia attuale, attraverso l’enfatizzazione della “missione imperiale adempiuta da Stalin”. Si tratta, in sostanza – sottolinea Berta – di intenzioni “destinate a consumarsi non appena si scontreranno con le dure repliche della storia, alla stessa maniera in cui sono andate in frantumi le visioni ireniche della globalizzazione, magnificata come la fonte di maggior benessere per tutti”.
L’avvento alla presidenza di Trump non deve essere dissociato dalla crisi nella quale è incorso il processo di globalizzazione, portando alla Grande Recessione; crisi cui si deve il declino delle grandi imprese multinazionali che, coniugandosi con la svolta antiglobalista trumpiana, contribuirà a far cessare che esse continuino ad essere percepite come il primario sostegno globale della crescita e dello sviluppo; ciò, molto probabilmente, farà sì che le grandi imprese americane siano costrette a rinunciare all’”impero che avevano costruito, accettando di trasformare le proprie diramazioni locali in imprese più aderenti ai caratteri economici delle nazioni che le ospitano”.
Al contrario, le imprese multinazionali, costituite da “conglomerati” di attività finanziarie, di ricerca, d’investimento e di produzione di servizi informatici, “confidando nella forza della proprietà intellettuale” esclusiva della quale dispongono, potranno continuare a svolgere la loro attività di sempre; ma anch’esse, prima o poi, saranno costrette a subire la protesta di chi, grazie alla loro attività innovativa, vedrà ridursi le possibilità occupazionali. A parere di Berta, saranno invece destinate a conservarsi sul mercato e ad operare le imprese di “dimensioni ridotte capaci tuttavia di avvantaggiarsi delle piattaforme dell’e-commerce per comprare e vendere su scala globale”; esse potranno dare origine ad “un capitalismo frammentato e parrocchiale”, col beneficio di godere di un ampio sostegno pubblico.
«Se lo scenario appena descritto è l’obiettivo dell’amministrazione Trump – afferma Berta – occorrerebbe dare al neo-Presidente “un eccessivo credito di lungimiranza per poterlo pensare”, ma anche per poterlo realizzare; nell’immediato, ciò che si può dire e che il Presidente degli Stati Uniti, grazie alla nostalgia per il passato di cui è pervaso, abbia colto opportunisticamente l’”atout” offertogli dalle forze che ancora si identificano nell’establishment totalmente legato al ciclo della globalizzazione in crisi». In questo modo, Trump ha potuto vincere le elezioni ”raccogliendo attorno a sé un elettorato composito, nel quale si ritrovano i forgotten, coloro che la globalizzazione ha lasciato indietro nella sua marcia incurante dei costi sociali, un buon aggregato di classe media non ancora spossessata delle proprie opportunità e i rappresentanti della più spregiudicata oligarchia degli affari di Wall Street”. Un blocco sociale che, dal punto di vista europeo, si tende a qualificare come sbocco finale di un movimento populista “made in USA”.
Tale blocco sociale è valutato da Berta in termini diversi dai blocchi sociali espressi dai movimenti populisti e fascisti del periodo tra le due guerre; tali movimenti pretendevano di risolvere le difficoltà, seguite alla Grande Depressione del 1929/1932, con la rinuncia alla democrazia e con la proiezione sopranazionale attraverso l’uso della forza. I populismi che allignano ora al di qua e al di là dell’Atlantico, con l’eccezione di quelli autoritari di alcuni Paesi europei, tendono a conciliare “i sistemi economici con le nazioni” e di conservare le loro proiezioni internazionali senza rinunciare alla istituzioni democratiche, sia pure in presenza di un potere politico depotenziato in pro di quello economico.
Nel caso dell’America – afferma Berta – il collante dell’operazione avrebbe tuttavia origini nel passato, dovendo per forza fare appello all’idea di “un primato perduto, per colpa di un’élite corrotta e globalista che avrebbe scientemente cancellato le radici popolari e nazionali, ora da ricostruire” Rivolgendosi a un elettorato custode di questa “memoria tradizionale del passato”, la nostalgia è apparsa a Trump come “un mastice irrinunciabile” per la costruzione e la conservazione del suo blocco di consenso.
Ma se la memoria del passato può servire a dare corpo ad una politica industriale che persegua una struttura produttiva fatta di imprese di limitate dimensioni, orientate a produrre per il mercato interno ed anche per quello internazionale, nella prospettiva di un ridimensionamento del vecchio capitalismo delle imprese multinazionali, si imporrà alla nuova amministrazione americana, non solo l’urgenza di ricuperare antichi “circuiti economici locali”, ma anche istituzionalizzare nuove regole distributive del prodotto sociale.
È, quest’ultimo, un tema sempre eluso, oltre che dai movimenti populisti ovunque essi siano presenti, anche dalle forze che si identificano negli establishment tradizionali che intendano, con le loro politiche-tampone, riconciliare i sistemi economici in crisi con le nazioni senza alcuna riflessione sui cambiamenti che sarebbe necessario introdurre per rimuovere le ineguaglianze distributive. Questi cambiamenti sarebbero sicuramente impediti, come sinora è avvenuto, da un potere economico egemone su quello politico; tutto ciò, nel caso dell’America, non concorrerà certo a farla di nuovo grande, com’è nella promesse di Trump, ma potrebbe tutt’al più solo rendere pro-tempore “vivibili territori che non lo sono più”.
Nel lungo periodo, però, c’è da stare sicuri che la politica della nostalgia non garantirà a Trump di riuscire a conservare il voto dei cittadini della “cintura della ruggine” (the rust belt), i quali non esiteranno a voltargli le spalle, per le sue promesse demagogiche rimaste senza seguito.

Gianfranco Sabattini

Ethan B. Kapstein. Globalizzazione e crescita della disuguaglianza

EthanKapstein1Il saggio di Ethan B. Kapstein “Governare l’economia globale. La finanza internazionale e lo Stato” riporta alla memoria un suo precedente saggio: “Governare la ricchezza. Il lavoro nell’economia globale”; la spiegazione che l’autore offre in quest’ultimo, circa il modo in cui è ora strutturato il sistema finanziario internazionale, consente di capire perché il lavoro nell’economia globale perda di continuo le garanzie conquistate nei primi decenni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale.
Ormai, afferma Kapstein “in tutto il mondo i lavoratori vengono sopraffatti dalle forze dei mercati privi di ogni vincolo”; il fenomeno dovrebbe indurre a riflettere sul perché la globalizzazione, pur contribuendo a migliorare le condizioni economiche di molti Paesi, crea disuguaglianze distributive divenute così profonde da risultare ormai insostenibili. Non era cosi – osserva Kapstein – che doveva funzionare l’economia globale ricostruita alla fine della guerra. I capi di Stato delle potenze vincitrici, ricorda l’esperto di finanza internazionale, si sono trovati “d’accordo sul fatto che l’esperimento economico che essi tentavano in vista della globalizzazione doveva, in caso di successo, essere considerato dai singoli Paesi come un contributo alla prosperità e alla Pace”.
A tal fine, sono state costruite le prime istituzioni internazionali preposte al governo del libero svolgersi delle relazioni economiche internazionali; l’evoluzione che queste istituzioni hanno successivamente subito solleva ora molti dubbi sull’efficacia dell’ordine economico attuale che esse hanno contribuito a realizzare, per via della conseguenze sempre più negative che il nuovo ordine sta determinando ai livelli occupazionali e distributivi. Di fronte ad una disoccupazione irreversibile sempre più estesa e alle disuguaglianze crescenti viene naturale chiedersi quale sia lo scopo delle politiche economiche che i singoli Paesi dovrebbero adottate per contenere o impedire che tali fenomeni di verifichino.
Ogni cambiamento economico, osserva Kapstein, ha un impatto sociale; ciò comporta che ogni politica pubblica debba preoccuparsi della gestione dei suoi effetti; se manca il governo del cambiamento e se un numero sempre maggiore di persone rinvengono nell’economia globale la causa del peggioramento delle loro condizioni esistenziali, è inevitabile che la struttura attuale dell’economia internazionale sia destinata a non avere “vita lunga”. La globalizzazione – afferma Kapstein – “non è infatti una forza inevitabile della storia, bensì la conseguenza di scelte di politica pubblica che, pur avendo favorito il consumo di beni e servizi, hanno fatto passare in secondo piano gli interessi e le preoccupazioni dei lavoratori”.
Attualmente, il problema dei responsabili del governo dell’economia globale riguarda l’efficienza della struttura che la sottende, per via del fatto che tale struttura vanifica la capacità dei singoli Stati di fare fronte, attraverso lo stato sociale, ai propri impegni garantistici nei confronti dei più svantaggiati; ciò in quanto le loro decisioni relative alla spesa pubblica sono fortemente condizionate dai vincoli assunti a livello internazionale per garantire la stabilità della struttura finanziaria che supporta il mercato mondiale.
Cosa occorre perché i responsabili del governo dell’andamento dell’economia mondiale tengano conto, oltre che delle esigenze in fatto di occupazione e di equità distributiva, anche di quelle in fatto di efficienza del mercato globale? Kapsten, tenuto conto degli studi e delle ricerche che evidenziano i vantaggi materiali che possono derivare dalla promozione di una maggior giustizia sociale, è del parere che risposte alla domanda, adeguate dal punto di vista dei lavoratori, vadano “molto al di là dei calcoli politici relativi ai rischi di conflitto interno e internazionale”. In ogni caso, qualsiasi risposta venga data per conciliare efficienza e giustizia sociale non potrà provenire dai singoli Stati nazionali, in quanto sarà necessario, se si vorranno evitare conflitti generalizzati tra Stati e gruppi sociali all’interno di ognuno degli Stati “trovare nuovi modi per restituire vigore alle istituzioni internazionali”.
La forza lavoro a livello globale sta affrontando le conseguenze di una crescente ed irreversibile disoccupazione, alla quale si associa l’approfondimento delle disuguaglianze distributive. Questi fatti, afferma Kapstein, devono costituire la massima fonte di preoccupazione per chi esercita funzione di governo dell’economia globale, non solo per ragioni politiche e morali, ma anche e soprattutto per l’impatto che la disoccupazione e le disuguaglianze possono avere sulla crescita e lo sviluppo dei sistemi economici. Poiché le politiche di ridistribuzione del prodotto sociale promuovono anche la crescita e lo sviluppo “dovrebbe sussistere – afferma Kapstein – un interesse più ampio da parte della società nei confronti dell’adozione di politiche di questo genere”; un interesse che non dovrebbe essere limitato alla valutazione delle politiche economiche ridistributive solo in base ai costi ed ai benefici del settore pubblico a seguito della loro attuazione, ma anche in base al maggior peso che dovrebbe essere riconosciuto alla forza lavoro nei processi decisionali politici relativi alle tendenze di fondo dell’economia. In altre parole, nell’adozione e attuazione di quelle politiche la forza lavoro dovrebbe essere messa nella condizione di poter avere un maggior potere decisionale all’interno delle istituzioni dello Stato di diritto, per poter essere coinvolta nell’assunzione delle decisioni destinate a pesare sulle sue condizioni sociali; ciò per evitare, a parere di Kapstein, che “i concetti di libertà e di democrazia, molto diffusi nella retorica del libero mercato, siano sostanzialmente vuoti per coloro che non si trovino nella condizione di mettere in atto le proprie potenzialità”. Se si intende realmente costruire un’economia di mercato democratica, aperta su un piano di parità nei confronti degli stati di bisogno di tutti, il governo dell’economia, oltre a soddisfare le esigenze di efficienza del sistema economico, deve anche soddisfare le esigenze fondamentali di una vita dignitosa dei componenti il sistema sociale, in condizioni di stabilità e di pace sociale interna ed internazionale.
Per poter perseguire questo obiettivo, le politiche di un responsabile governo dell’economia dovrebbero agire, a parere di Kapstein, a tre diversi livelli dell’organizzazione sociale: a livello delle associazioni che, su base sempre più internazionale, rappresentano gli interessi della forza lavoro; a livello nazionale, in quanto sede delle istituzioni che attuano le maggiori e più importanti politiche sociali; a livello delle istituzioni internazionali, divenute supervisori dell’andamento dell’economia globale. Le politiche adottate dovrebbero essere giudicate sulla base del criterio suggerito da John Rawls, secondo il quale non esiste alcuna ragione per credere che l’efficienza e la giustizia debbano sempre “procedere di pari passo”; in altri termini, le politiche di un responsabile governo dell’economia dovrebbero essere giudicate in funzione di una loro larga legittimazione presso il maggior numero di cittadini, nell’assunto che, oltre a risultare utili ad assicurare l’efficienza del sistema economico, risultino anche appropriate per poter assicurare il supporto dell’efficienza attraverso l’equità distributiva.
In un mondo in cui le economie nazionali risultano sempre più integrate all’interno del mercato globale, l’attività politica, volta a cercare di difendere gli interessi dei lavoratori, dovrebbe tener conto, non solo delle forze contrarie presenti all’interno di ogni sistema economico, ma anche di quelle che operano a livello internazionale. Ciò comporterebbe che le istituzioni internazionali siano considerate per il ruolo che esse potrebbero svolgere nella regolazione dell’evoluzione del mercato del lavoro. Anche le istituzioni internazionali, infatti, al pari di quelle interne a ciascun sistema sociale, dovrebbero svolgere un ruolo più attivo nel cercare di orientare le politiche economiche globali sulla base di considerazioni di efficienza, non meno che di equità.
Se le istituzioni economiche internazionali volessero ricuperare la fiducia dei cittadini del mondo nell’economia globale, dovrebbero considerare il fatto che l’equità è andata sempre più divergendo dalla fine del secondo conflitto mondiale da un’equa soddisfazione degli interessi della forza lavoro. Occorrerebbe, pertanto, che queste istituzioni non limitino la loro azione a rendere sempre più efficienti i mercati internazionali e a vigilare sul rispetto delle convenzioni internazionali riguardanti lo stabile funzionamento dei mercati finanziari, ma si aprano anche alla necessità di sostenere la causa della generale condizione di precarietà in cui versa attualmente tutta la forza lavoro a livello globale.
In conclusione, può darsi che il globalismo, in linea di principio, possa portare nel lungo periodo benefici ai lavoratori di tutto il mondo e che possa anche contribuire ad alleviare le condizioni esistenziali dei più svantaggiati; sta di fatto, però, che sinora l’esperienza evidenzia tendenze opposte. Rimediare a tale stato di cose è oggi un obiettivo prioritario; in caso contrario, l’aspirazione largamente condivisa di un’economia globale e di un mondo prospero e in pace è destinata a rimanere un’autentica illusione, utile solo a rinforzare l’idea che il capitalismo sia giunto al punto in corrispondenza del quale ha cessato di rispondere in pieno alle attese.

Gianfranco Sabattini

L’impatto della globalizzazione sulla Storia

globalizzazioneSerge Gruzinski, storico francese, affronta il problema delle conseguenze della globalizzazione sulla storia del mondo e del tendenziale appiattimento del presente sul mondo globalizzato. Maria Matilde Benzoni, nella prefazione all’edizione italiana del libro dello storico francese (”Abbiamo ancora bisogno della storia? Il senso del passato nel mondo globalizzato”), giustamente afferma che non si tratta di una questione che possa interessare solo gli “addetti ai lavori”; si tratta invece di un argomento che investe la sensibilità di tutti, “giacché esso riguarda la continuità della trasmissione, da una generazione all’altra, di una consapevolezza, sia pur minima, della profondità del passato, strumento imprescindibile per orientarsi nel presente e guardare al tempo che verrà”.

In realtà, l’appiattimento del presente sul mondo globalizzato è solo apparente; ciò perché, com’è nell’esperienza di tutti, oggi il contesto globale è contrassegnato da una pervasiva conflittualità sociale, culturale ed economica, che mobilita e spinge all’azione individui e società, producendo esiti inattesi e, a volte, accentuando le contrapposizioni sino a causare lo scoppio di conflitti armati di varia natura.

A parere di Gruzinski, per quanto sia difficile pensare di poter definire una storia globale, se però ci si colloca dal punto di vista dell’intero mondo, essa può essere intesa come “storia delle relazioni internazionali”; ciò implica la concentrazione dell’attenzione “sui rapporti che le società intrattengono tra loro, sulle articolazioni e sulle aggregazioni che costruiscono, ma anche sul modo in cui tali organizzazioni umane, economiche, sociali, religiose o politiche omogeneizzano il globo oppure resistono al movimento”; ma implica anche – afferma Gruzinski – che una storia siffatta non possa non riflettersi sui processi di globalizzazione in atto sulla Terra, ieri come oggi. Per questo motivo, la storia delle relazioni internazionali offre degli strumenti efficaci “per far dialogare i passati del nostro pianeta con i suoi presenti”. Come considerare il dialogo tra organizzazioni umane tanto distanti tra loro, non solo in termini culturali, ma soprattutto in termini economici e delle opportunità che le singole organizzazioni possono offrire ai propri membri? Cos’hanno in comune comunità tanto diverse, dopo il loro ingresso nel mondo globalizzato?

Dal punto di vista della storia, le differenze che intercorrono tra le diverse società del mondo fanno parte dell’eredità con cui lo storico è chiamato a confrontarsi. Per quanto le fonti, gli ambiti di ricerca e i diversi modi di affrontare la storia delle società suscitino incessanti dibattiti – afferma Guzinski – “è raro che si critichino le barriere in sé, vale adire le articolazioni geografiche e cronologiche” in cui è diviso per tradizione il settore che cura e custodisce la memoria delle società. L’Europa, ad esempio, a parere dello storico francese, all’inizio del terzo millennio non riesce ancora ad affermarsi in quanto tale; per non dire “della storia del resto del mondo, sostanzialmente sorvolata nella maggior parte dei paesi europei e in America”. Non è però il predominio della storia nazionale di un paese o di un gruppo di paesi a costituire il maggior ostacolo alla narrazione della storia del mondo vista solo da un particolare ed esclusivo punto di vista.

La storia in Europa, afferma Gruzinski, “si è a lungo considerata come l’equivalente della storia del mondo. O meglio, a lungo, al di fuori delle frontiere del Vecchio Continente, dal Giappone agli Stati Uniti e all’America latina, molti l’hanno creduto e si sono comportati come se ratificassero simile pretesa”. Alla fine del secolo scorso, però, il vento che soffiava in favore di tale pretesa ha cambiato direzione, per cui “le certezze delle tradizioni storiografiche che riconducevano l’evoluzione delle altre società a categorie e problematiche strettamente europee ne sono uscite fortemente incrinate”; ciò è valso ad affermare il convincimento che applicare la storia d’Europa a quella del resto del mondo non fosse sicuramente il modo migliore per comprendere tutte le storie del passato del pianeta.

La visione eurocentrica della storia del mondo, se da un lato può permettere di eliminare alcune barriere, da un altro lato ne eleva altre, dal momento che trasforma il punto di vista europeo in una visione unica e universale del passato globale del pianeta. Ma come può essere superato l’erocentrismo – si chiede Gruzinski – senza trascurare il fatto che nessun punto di vista può prescindere  da un osservatorio specifico?

La storia comparata ha certamente contribuito a “fare arretrare nel passato” la storia del mondo; ma una storia comparata, in sé e per sé considerata, non può tradursi in una storia globale; affinché ciò possa essere reso possibile, mettendo fuori discussione ogni pretesa di far valere un particolare punto di vista, devono essere “reinquadrate e ricalibrate” tutte le storie locali. Comunque, il compimento di tutte queste operazioni, non è sufficiente – afferma Gruzinski – a “configurare una storia globale”.

A parere dello storico francese, assumere il punto di vista locale, quale fulcro per una trasformazione delle storie locali in una storia globale, non è un’operazione corretta dal punto di vista del metodo storico. Ciò perché gli storici non sono “avvezzi a ricostruire il profilo della dimensione locale nei suoi rapporti con una pluralità di realtà esterne, a volte estremamente lontane”; ma anche perché l’esaltazione di una data società per il suo patrimonio identitario non è che un legame esclusivo che vincola i suoi componenti al suolo e alla terra che essi abitano.

Questo legame esclusivo è portatore di una “miopia” quasi assoluta da parte dei componenti le società locali nei confronti dell’altrove, ed il legame che li vincola al luogo d’origine è cosi profondamente sentito che, normalmente, quando vengono loro offerte “possibilità di mobilità su scale planetaria”, sono destabilizzati, sino ad essere indotti a considerare il loro luogo un “cordone ombelicale da non recidere mai, perfino il santuario delle purezza etnica”. Di fronte alla destabilizzazione, molte società locali hanno risposto erigendo delle difese e “declinando ogni sorta di etnocentrismo e di mito su scala locale, regionale o nazionale”. Tutte queste reazioni spiegano le difficoltà che si oppongono all’assunzione del punto di vista locale per la scrittura di una storia globale; esse, le reazioni, sono infatti la negazione dei rapporti che le diverse società del mondo dovrebbero intrattenere, al fine di offrire allo storico il punto di partenza per la costruzione di una storia del mondo condivisa.

La globalizzazione, a parere di Gruzinski, ha originato la massima intensità delle reazioni locali, in quanto l’appiattimento sul presente di tutte le storie locali ha determinato, e continua a determinare, in molte circostanze una resistenza, il cui unico scopo è quello di giungere all’espulsione dal contesto locale di ogni forma di intrusione. Ciò è facilmente intuibile, in considerazione del fatto che, nel realizzare l’appiattimento del presente sulle diverse storie locali, la globalizzazione ha sostituito all’esclusivo punto di vista europeo quello, ancora più esclusivo, della presunta superiorità della civiltà dell’Occidente.

La storia del passato di ogni società è narrata – afferma Gruzinski – al fine di generare senso; di garantire, cioè, punti di riferimento a tutti i componenti della società, perché possano “meglio affrontare le incertezze del presente e del futuro”; ma per molte società, egemonizzate dalla pretesa dell’Occidente d’essere portatore di valori superiori, la storia del loro passato serve solo per affrontare le incertezze del presente e non anche del futuro. Ciò perché per molti componenti delle società egemonizzate dall’Occidente, “i domani che li ossessionano non sono che il prossimo capitolo di vicende” vissute in un passato prossimo o remoto, come conseguenza del processo di colonizzazione sorretto dall’etnocentrismo europeo.

Queste società, che non sanno valutare in termini autonomi il loro presente per affrontare le incertezze del futuro, dopo il crollo dell’utopia marxista alla fine del XX secolo, possono solo disporre dell’assistenza delle grandi religioni, dalle quali possono trarre possibili risposte alle loro attese; accanto a tali certezze, rese opache dai fondamentalismi che affascinano alcune di queste società, la globalizzazione persiste, come se tutte le società del mondo dovessero necessariamente convergere verso un unico presente globale, nel più assoluto disinteresse per la storia dei passati di tutte le realtà sociali del globo.

In conclusione, a parere di Gruzinski, per opporsi agli esiti di una globalizzazione, che ignora i passati di tutte le società che coinvolge, occorre ricuperare parti consistenti di tutti questi passati e, con essi, di tutti i diversi presenti delle realtà locali, per inquadrare le diverse storie in una dimensione internazionale e interculturale; in tal modo, la conoscenza degli accadimenti che caratterizzano specificamente tutti i passati locali cesserebbe d’essere intesa come isolata, bensì come “crocevia” attraverso il quale cogliere le diverse correnti della storia globale. Accettare, perciò, la prospettiva di Gruzinski per lo studio della storia del mondo significa evitare le storie etnocentriche ed eurocentriche che ancora dominano in molte parti del globo e, allo stesso tempo, andare al di là della conoscenza dei particolarismi che impediscono qualsiasi forma di generalizzazione della conoscenza storica dei passati locali.

Serge Gruzinski auspica che si arrivi ad una storia capace di far dialogare criticamente passato e presente di ogni società, per una storia globale che inviti tutti i popoli a riconsiderare da nuovi punti di vista i loro passati; ciò al fine di far convergere in un unico “corpus” narrativo tutte le esperienze sinora vissute, al fine di illuminare, attraverso la loro conoscenza, il presente in cui si vive in termini multiformi. E’ questa la condizione per il superamento di ogni forma di esclusivismo; ma è anche il presupposto per evitare la pretesa di realizzare un appiattimento uniforme delle storie locali su un presente del mondo globalizzato che non tutti condividono.

Gianfranco Sabattini

La crisi della globalizzazione

Un’interessante inchiesta di Federico Rampini sul futuro della globalizzazione è stata pubblicata in quattro puntate su “la Repubblica”, dal 27 al 30 giugno scorso; in “L’inchiesta: globalizzazione addio?”, Rampini compie un’analisi dell’evoluzione del processo di integrazione mondiale delle economie nazionali, mettendone in evidenza, sia gli aspetti positivi, che quelli negativi; tra questi, quelli che hanno condotto alla Grande Depressione del 2007-2008 avrebbero portato il libero mercato globale quasi a un punto di “non ritorno”, rispetto alla operatività del suo esordio. Ciò che dell’inchiesta appare deludente è che, a parte le critiche degli aspetti negativi della globalizzazione, l’autore non si sia sforzato di indicare le possibili vie di una radicale riforma del mercato globale, ma abbia concluso la sua “Inchiesta” solo auspicando che siano adottati provvedimenti correttivi tradizionali, ispirati alla usuale tattica dello “stop and go”, ovvero dell’adozione di provvedimenti correttivi “ad hoc” per un ritorno alla normalità.

Dopo l’avvento dell’ideologia neoliberista alla fine degli anni Settanta, la liberalizzazione del mercato a livello globale sembra si sia irreversibilmente incagliata. Il tacherismo e il reaganismo, oltre a delegittimare l’economia mista ed ogni altra forma di presenza pubblica nel mercato, hanno rimosso molti “lacci e lacciuoli” regolatori del mercato del lavoro; la rimozione di ogni forma di regolazione del mercato ha anche tratto forza dal crollo del “Muro”, che ha segnato, tra l’altro, alla fine degli anni Ottanta, il fallimento del “capitalismo di Stato” dell’URSS e dei suoi Stati satelliti dell’Europa orientale. Con l’inizio degli anni Novanta, perciò, l’ideologia neoliberista ha contribuito a radicare l’idea che occorresse accelerare il processo di smantellamento delle barriere doganali e di approfondire i primi timidi tentativi che erano stati realizzati con Il GATT (General Agreement on Tariffs and Trade), tra il 1947 e la fine degli Anni Settanta, per la creazione di aree di libero scambio.

Senza più barriere e protezionismi, ciascun Paese ha potuto meglio organizzare la propria base produttiva e specializzarsi nella produzione che maggiormente gli consentisse di appropriarsi dei vantaggi comparativi. Fin dal primo avvento dell’ideologia liberista, propagandata da Milton Friedman e dalla sua “Scuola di Chicago”, si sono però sollevate alcune critiche, per via del fatto che la competizione tra sistemi economici a diverso livello di sviluppo potesse trasformarsi, come poi è realmente avvenuto, in una “ricorsa al ribasso”, con conseguente appiattimento dei livelli salariali, in corrispondenza di quelli dei Paesi economicamente più deboli, a svantaggio dei livelli salariali dei Paesi economicamente forti.

Non è casuale che, a fronte di questo pericolo, pur all’interno del mercato unico dell’Europa comunitaria, dove si è realizzata un’area di libero scambio, sia stata adottata nel 1989, per iniziativa del Presidente della Commissione Jacque Delors, la “Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori”, a tutela dei livelli salariali e di benessere conseguiti nei primi trent’anni successivi al fine del secondo conflitto mondiale dalla forza lavoro dei Paesi comunitari. Con il Trattato di Maastricht, la “Carta” è divenuta, dopo il 1992, la base per la realizzazione del modello di economia sociale di mercato dell’Unione Europea; all’interno di questa, la “Carta”, armonizzando tra loro la libertà di mercato e la giustizia sociale, ha consentito di realizzare un “mercato unico interno” che si è tradotto in qualcosa di più di un’area di libero scambio. Esso, infatti ha eliminato le barriere doganali, ha liberato da ogni impedimento la circolazione delle merci, dei capitali e della forza lavoro, coordinando le politiche fiscali, industriali ed agricole e vietando l’rogazione di sovvenzioni pubbliche alle attività produttive. All’inizio degli anni Novanta, con il NAFTA (North American Free Trade Agreement), nel Nord-America si è tentato di estendere un esperimento simile, senza però alcuna salvaguardia contro i possibili effetti negativi che potevano manifestarsi sul piano sociale; il trattato, stipulato tra Stati Uniti, Canada e Messico, non ha avuto il successo sperato, soprattutto, appunto, per gli effetti negativi da esso provocati, che hanno colpito sul piano economico e sociale tutti Paesi firmatari e, in particolare, gli Stati Uniti d’America.

Nel 1995, con l’Accordo di Marrakech, stipulato l’anno precedente a conclusione dell’Uruguay Round (i negoziati che tra il 1986 e il 1994 hanno visto impegnati tutti i Paesi ad economia di mercato per regolamentare su nuove basi il commercio mondiale) è stata adottata una nuova Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO: World Trade Organization), per svolgere in termini più radicali ed a livello globale il ruolo precedentemente svolto dal GATT. Alla fine degli anni Novanta, a Seattle, in occasione di un vertice dei capi di Stato, riuniti per celebrare la nuova governance della globalizzazione, si è avuta una prima grande e violenta protesta da parte principalmente del “movimento no-global”, seguita da quella manifestatasi a Genova nel 2001, in occasione del vertice del G8. Il “Movimento” a Seattle ha formulato accuse pesanti contro la globalizzazione, ovvero quelle di non salvaguardare i diritti umani, di destabilizzare i mercati del lavoro e di impattare negativamente sull’ambiente naturale, di privilegiare le multinazionali ed i suoi membri più influenti (Stati Uniti, Unione Europea e Giappone), di esercitare un potere di coercizione sugli Stati, di accettare che alcuni Paesi non democratici impediscano l’esercizio delle attività svolte in difesa dei diritti umani, di non opporsi al forte restringimento delle libertà sindacali, di evitare lo slittamento della classe media verso la povertà. Ancora oggi, il movimento no-global è impegnato nella critica contro una nuova generazione di trattati, che vorrebbero ancor più allargare la deregulation con riferimento a molti comparti della vita economica, tutelati da residui vincoli a vantaggio degli interessi collettivi, quali sono i trattati oggi proposti di liberalizzazione commerciale transatlantica (TTIP: Transatlantic Trade and Investment Partnership) e transpacifica (TPP: Trans-Pacific Partnership).

Nel 2001, con l’ingresso della Cina nel WTO, la globalizzazione ha subito una svolta, i cui effetti negativi non hanno tardato a manifestarsi verso la fine del primo decennio del secolo attuale; ha avito inizio una crescita mai sperimentata nel passato, sostenuta da crescenti flussi di esportazioni di beni prodotti dall’industria manifatturiera del grande Paese asiatico; ad esso si sono associati presto altri importanti Paesi dell’area globale, quali il Brasile, la Russia, l’India, e il Sudafrica (nell’insieme, inclusa la Cina, sono stati indicati con l’acronimo BRICS, ottenuto con le iniziali dei cinque Paesi coinvolti nel sostenuto processo di crescita). Per essi la globalizzazione si è rivelata positiva, facendo registrare una riduzione delle distanze tra i Paesi del Nord del mondo e quelli del Sud; ma all’interno di ogni Paese si è verificato un peggioramento delle ineguaglianze tra i ricchi ed i poveri.

Con l’inizio del nuovo secolo, quindi, sono peggiorate le disuguaglianze distributive che già si erano formate nei precedenti anni Ottanta e Novanta; a questo peggioramento ed ai problemi sociali conseguenti, gli Stati Uniti hanno offerto il rimedio della “deregulation finanziaria”, avallata anche da governi di sinistra di molti Paesi europei, già inaugurata nel 1999 con l’abrogazione della legge Glass-Steagall che, dopo la Grande Depressione del 1929-1932, aveva separato la gestione bancaria del credito ordinario da quella del credito mobiliare. Con la deregulation finanziaria e l’affermarsi della “finanza creativa” si è inteso di risolvere i problemi connessi all’approfondimento delle disuguaglianze distributive, allargando la concessione di mutui per la casa, insufficientemente garantiti, alle fasce sociali più colpite dagli effetti indesiderati della globalizzazione. Tali mutui sono valsi ad alimentare una “bolla finanziaria”, il cui scoppio ha condotto il mondo “al colossale disastro dei mutui subprime”, dando inizio a partire dal 2007/2008 ad una nuova Grande Depressione, che ha colpito gran parte dei Paesi del mondo e che ancora non si riesce a sconfiggere.

L’inizio della crisi ha rilanciato la protesta sociale, sia di destra che di sinistra: in America, contro i salvataggi, a spese del contribuente, dei “banksters”, ritenuti responsabili della bolla finanziaria dei subprime; in Europa, contro le politiche di austerità e del “taglio della spesa pubblica” che hanno causato il sacrificio di molti diritti acquisiti da parte dei cittadini e soprattutto della forza lavoro. A criticare la globalizzazione senza regole, non sono stati solo i movimenti spontanei originati dai gruppi sociali maggiormente colpiti dagli effetti negativi della crisi; riflessioni critiche sono state formulate anche da parte di molti che all’origine erano tra i principali sostenitori del processo di mondializzazione delle economie nazionali, ma anche di alcuni Paesi che, come la Cina, hanno tratto i maggiori vantaggi.

Tra i critici “pentiti”, un caso clamoroso di conversione – segnala Rampini – è quello si Larry Summers, il quale, quando “era segretario al Tesoro di Bill Clinton, fu l’artefice della deregualation finanziaria. Ora che è tornato a fare il professore a Harvard, parla di ‘stagnazione secolare’ e fa autocritica”. Nuove ricerche – afferma Summers – “hanno cambiato le idee dominanti sul commercio internazionale. Abbiamo le prove che la globalizzazione ha aumentato le disuguaglianze all’interno degli Stati Uniti”, migliorando le opportunità riservate ai più ricchi ed esponendo i lavoratori agli effetti di una competizione più serrata. Summers avanza adesso proposte per orientare la globalizzazione verso un nuovo corso, al fine di evitare che la maggiore mobilità del capitale e delle imprese tolga “agli Stati la capacità di proteggere i cittadini”, auspicando anche che i nuovi trattati internazionali (TTIP e TPP), volti ad approfondire la liberalizzazione del mercato di libero scambio globale, includano “meccanismi vincolanti sui diritti dei lavoratori, le conquiste sociali la protezione dell’ambiente”.

A livello istituzionale e politico le conversioni più spettacolari riguardano il Fondo Monetario Internazionale e la nuova politica economica della Cina: il “Fondo”, dopo aver accertato, con un ampio studio commissionato ad uno staff di economisti, le cause e le conseguenze delle disuguaglianze distributive sui redditi a livello globale, è giunto a raccomandare l’introduzione di più stringenti controlli sui movimenti dei capitali, soprattutto nelle situazioni di crisi; la Cina, dal canto suo, dopo l’avvento al potere di Xi Jinping, è diventata più nazionalista, ha rivalutato l’intervento dello Stato ed ha aumentato le forme di protezionismo e gli ostacoli alle iniziative imprenditoriali straniere.

Le critiche trovano terreno fertile soprattutto nella persistenza della crisi ancora in atto, con il commercio mondiale che stenta a riprendersi, a causa della deflazione, che scoraggia, da un lato, la ripresa della produzione all’interno dei singoli sistemi economici e, dall’altro, l’aumento dei salari e, conseguentemente, della domanda di consumo delle famiglie. Mancata ripresa dell’economia globale e neo-protezionismo si alimentano a vicenda, prospettando il pericolo che la nuova Grande Depressione iniziata nel 2007/2008 possa essere seguita da quanto è accaduto dopo il 1929-1932, ovvero dall’aggravarsi delle “guerre tariffarie”, dal ritorno alle barriere doganali e dalla generalizzata e persistente crisi del mercato internazionale; fatti, questi ultimi, destinati oggi ad avere effetti ancora più devastanti per tutti quei sistemi economici che, come quello italiano, dispongono di un livello di benessere fondato sulla salvaguardia delle attività produttive di trasformazione, destinate ad alimentare stabili flussi di esportazioni.

A parte le “conversioni intellettuali” e i diversi orientamenti delle politiche economiche dei Paesi che sono stati tra i protagonisti della creazione del mercato di libero scambio globale, quali sono le prospettive del nuovo corso auspicato per la globalizzazione degli anni a venire? Ad essere realisti, la risposta è: le solite, poche e fondate su promesse che da decenni vengono fatte, senza essere seguite da fatti concreti. Le risposte sono del tipo di quelle formulate nelle interviste concesse a due importanti economisti, Angus Deaton e Thomas Piketty, pubblicate su “la Repubblica” a conclusione delle quattro puntate di Rampini, sul futuro della globalizzazione.

I due economisti citati non sono stati capaci di andare, sia pure di poco, al di là dell’indicazione della necessità di ridurre le disuguaglianze (Deaton), o di regolare il mercato perché le innovazioni siano messe “al servizio dell’interesse generale” (Piketty); entrambi mancano di dire attraverso quali politiche e quali procedure, lasciando impregiudicato il modo di funzionare del capitalismo. Portatore di effetti riformatrici, oltre che regolatori, potrebbe sembrare l’intento di Barack Obama di trasformare il NAFTA in un’avanguardia dello sviluppo sostenibile, perseguendo l’obiettivo del raddoppio della produzione delle energie rinnovabili entro il 2025; con questo intento, però, non vengono minimamente messe in dubbio le virtù del modo di funzionare del capitalismo, essendo la preoccupazione principale sempre quella di apportare piccole correzioni alle disfunzioni del capitalismo, “prima che prevalgano spinte di segno opposto”.

Gianfranco Sabattini

L’ipocrisia dell’Occidente
secondo Franco Cardini

L’ipocrisia dell’OccidenteFranco Cardini, professore di Storia medievale, ha appena pubblicato “L’ipocrisia dell’Occidente”, nel quale sviluppa un discorso che individua nell’egemonia che l’Occidente ha instaurato nei riguardi del resto del mondo la causa prima delle crisi regionali che stanno mettendo a repentaglio la pace nelle relazioni tra i popoli; l’analisi di Cardini è scorrevole e convincente; il solo “neo” fastidioso che la caratterizza è la sua prevenzione di origine cattolico-conservatrice nei confronti degli USA, sebbene, contraddittoriamente, egli stesso riconosca che la “questione egemonica” non riguarda solo gli Stati Uniti d’America, ma in generale tutti i Paesi avanzati ad economia capitalistica.

Per capire, il senso dell’accusa di Cardini, è bene tener conto della prospettiva storica all’interno della quale si colloca l’intero suo discorso. Egli esclude che quello in atto tra Oriente e Occidente costituisca uno “scontro di civiltà” (“clash of civilizations” di huntingtiana memoria); ciò perché, esso non va inteso come pretesa di un paese o di un gruppo di paesi di affermare la supremazia della loro civiltà, ma solo come imposizione da parte dell’Occidente del suo modo di vivere, di produrre e di pensare a tutto il resto mondo. Quest’ultimo “nelle sue classi dirigenti ha accettato oramai questo sistema, questo modo di vivere e di pensare”. Tutto ciò, secondo lo storico medievista, ha originato il costante tentativo dei popoli subalterni di “modificare in qualche modo la situazione mondiale”, attraverso iniziative che, partendo da posizioni ideologiche, si sono lentamente trasformate in posizioni religiose.

L’Occidente, quindi, avendo imposto il suo modo di vivere e di produrre ha commesso, secondo Cardini, un “crimine” che ha finito col generare delle reazioni violente da parte dei popoli che l’hanno subito. Tra Quattrocento e Cinquecento è nata l’economia-mondo di braudeliana memoria, nella quale i Paesi occidentali si sono lentamente trasformati in colonizzatori che, operando sul piano istituzionale, hanno riprodotto all’interno delle comunità colonizzate la propria realtà organizzativa sul piano sociale e politico. Da un lato vi è stata l’occidentalizzazione del mondo, realizzata con l’esportazione da parte dell’Occidente delle sue forme di vita e di produzione e, dall’altro lato, attraverso le forme organizzative esportate, si è avuto il consolidamento di un’egemonia divenuta sempre più totalizzante, rispetto alla quale i popoli colonizzati, pur aspirando a compartecipare al processo di occidentalizzazione, non hanno tardato a volersi affrancare, per acquisire una loro propria visibilità.

Poi è sopraggiunta la prima guerra mondiale, dopo la quale i Paesi europei hanno perso la loro posizione di supremazia a vantaggio degli Stati Uniti d’America. Durante le svolgersi della prima guerra mondiale, Francia e Inghilterra, per conservare la loro posizione dominante all’interno del mondo arabo, hanno operato in modo che l’etnia più importante in esso presente accettasse l’appoggio dell’Occidente per diventare una grande potenza unita e libera e riconoscersi in una nazione araba. In realtà Francia e Inghilterra non hanno mai avuto interesse a far nascere una nazione araba; il loro “tradimento” è stato, secondo Cardini, l’elemento che ha spinto il mondo arabo, e quello musulmano in generale, a maturare verso l’Occidente un atteggiamento di sfiducia.

La reazione arabo-musulmana si è manifestata attraverso una pluralità di forme, ma nessuna di queste è risultata “vincente” sul piano dei risultati. Al fallimento ha fatto seguito il fondamentalismo o jihadismo, ovvero il principio secondo il quale il mondo arabo-musulmano non avrebbe mai potuto affermarsi, se non avesse trovato all’interno di se stesso la forza per reagire; le difficoltà che i movimenti fondamentalisti e jihadisti avrebbero vissuto nell’impostare la propria azione politica avrebbe poi dato luogo in molti casi alle forme di terrorismo oggi diffuse nel mondo.

Il discorso svolto da Cardini trova la sua più immediata comprensione e giustificazione in questa prospettiva storica; l’autore sostiene che nello scontro in atto tra il mondo arabo-musulmano e quello dell’Occidente non si tratta di stabilire chi ha torto o ragione, ma di interpretare il fenomeno come l’effetto della dinamica attivata dai fatti storici. Gli arabi-musulmani non lotterebbero contro l’Occidente per quello che è, non lo odierebbero in quanto culla della libertà e del diritto; lo odierebbero, invece, per quello che gli occidentali dicono di essere, senza esserlo mai stati.

Cardini prende spunto dai fatti tragici del massacro dei giornalisti di “Charlie Hebdo” occorso a Parigi all’inizio dei gennaio di quest’anno, ad opera di due fratelli di fede musulmana, d’origine nordafricana, ma cittadini francesi; fatti cui ha fatto seguito la grande manifestazione di solidarietà in favore della Francia, svoltasi in Place de la République, per rivendicare il diritto alla satira, come parte della libertà di stampa e d’espressione. Tuttavia, all’indomani della manifestazione – osserva Cardini – ha cominciato a profilarsi una disparità di vedute circa il modo in cui sarebbe stato opportuno reagire alla strage consumata nella “Ville Lunière” contro i diritti dell’uomo. Secondo molti intellettuali francesi occorreva prendere coscienza che l’Occidente era in guerra, non contro l’Islam, ma contro il terrorismo. Le reazioni a caldo con cui è stata manifestata la necessità di una guerra contro il terrorismo non sono condivise da Cardini, perché mancanti della considerazione che i movimenti jihadisti si alimentano “non solo di visioni religioso-politiche universali e apocalittiche, ma anche di istanze di giustizia sociale”.

In altre parole, secondo Cardini, riconoscere la necessità di una guerra per sconfiggere il terrorismo significa non riconoscere che ciò che “spinge molti musulmani […] a cercare l’arruolamento nelle formazioni jihadiste non è l’odio contro l’Occidente, inteso come cultura della libertà e dei diritti dell’uomo, bensì la costatazione che tale cultura, formalmente sostenuta e anzi ostentata, coincide nella realtà delle cose con quelle forme di repressione e sfruttamento che trovano la loro espressione nel viluppo di interessi tra stati occidentali, lobbies multinazionali, e forme varie di corruzione nelle stesse élites di governo dei paesi musulmani”; in conseguenza di ciò, le reazioni ad un mondo caratterizzato da una crescente concentrazione della ricchezza e dall’approfondirsi delle disparità ed ineguaglianze internazionali possono “bene assumere i connotati del jiād voluto da Dio”.

La sottovalutazione della grande disparità che affligge l’economia-mondo – afferma Cardini – è normale per coloro che amano pensare che chi si proclama terrorista è un fanatico, senza chiedersi se per caso il terrorismo trova la sua giustificazione negli effetti di un secolare sfruttamento, che ha avuto come contraltare un “sistematico drenaggio di ricchezze”, al quale le multinazionali dell’Occidente hanno sottoposto i Paesi sfruttati. Occorreva la sanguinosa manifestazione di violenza dei fratelli Kouachi perché – si chiede Cardini – l’opinione pubblica occidentale si rendesse conto del fenomeno?

Sono ancora pochi, secondo lo storico, quelli che hanno contezza di questo stato ingiustificabile del mondo, perché gli occidentali sono sempre stati abituati, e continuano ad esserlo, ad autoassolversi sui secoli di rapina, di schiavismo, di sistematica razzia di materie prime e di forza lavoro, nonché sui cumuli d’infamie che hanno sempre coperto “con la coltre benevola dei diritti dell’uomo” e di una libertà-fratellanza-uguaglianza che in realtà cominciava da loro e finiva con loro. E’ questo il motivo per cui Cardini, pur dichiarandosi profondamente commosso del sacrificio dei redattori di “Charlie Hebdo”, non si riconosce nella “loro visione del mondo”, in quanto portatori di una “libertà sadica”, ovvero di una libertà esercitata calpestando quella altrui; una “libertà che sa di non poter progredire senza la giustizia: il che, al giorno d’oggi e arrivati a questo punto nel processo di globalizzazione, non può non significare l’assunzione di una prospettiva di ridistribuzione delle ricchezza”.

La religione, conclude Cardini, può anche venire invocata per realizzare questa ridistribuzione, come fanno molti jihadisti; ma per capire le ragioni reali della lotta degli arabi-musulmani, ormai trasformatasi in conflitto mondiale, occorre mettere in conto che esse risiedono “nello scontro fra la brutale volontà di potenza di chi oggi detiene il controllo del pianeta versus la fame e la sete di giustizia che anima […] ‘la moltitudine’”, ovvero tutti coloro che Frantz Fanon chiamava i “dannati della terra”; di tali “dannati” l’Occidente non può più ignorare l’esistenza: non solo perché essi hanno imparato a conoscerne le responsabilità cumulatesi nel tempo, ma anche e soprattutto per il costo in termini di sofferenza e di miseria loro inflitto.

Il “j’accuse” di Cardini contro l’Occidente, sembra trovare conferma in quanto sta accadendo nelle acque del Mediterraneo, con la tragedia dei migranti, la cui propensione a venire a stabilirsi nei Paesi del ricco Occidente può essere realisticamente considerata come la pretesa tacita di una riparazione ai torti subiti. Ma per quanto rispondente al vero, il “j’accuse” si presta ad alcuni considerazioni critiche. E’ vero che il mondo arabo-islamico appare essere stato quello maggiormente sfruttato dalle multinazionali; è altrettanto vero, tuttavia, che nel passato, il mondo arabo-musulmano non è stato meno aggressivo e animato da spirito di conquista nei confronti dell’Occidente. In secondo luogo, è ugualmente vero che spesso l’Occidente ha trovato, e continua a trovare, nei gruppi arabi moderati il conservatorismo politico che si presta ad essere il “solido pilastro” sul quale continua a reggersi l’egemonia occidentale; motivo quest’ultimo che, almeno in parte, serve non tanto ad attenuare le responsabilità dell’Occidente, quanto a sottolineare le difficoltà di quei pochi occidentali che potrebbero manifestare la propria solidarietà attiva nei confronti di quei Paesi arabo-musulmani che si battono per una più equa ridistribuzione delle ricchezza. Quanto sia grave la responsabilità dei gruppi cosiddetti moderati dei Paesi arabo-musulmani, è dimostrato dalla “fine ingloriosa” delle “primavere” con cui i Paesi che ne hanno vissuto l’esperienza si erano illusi di porre rimedio all’arretratezza delle loro istituzioni e al conservatorismo delle loro classi politiche. Perdurando, perciò, un tale stato di cose è difficile evitare che lo scontro in atto con l’Occidente da parte dei gruppi jihadisti non sia recepito dall’immaginario collettivo dell’Occidente come scontro di civiltà.

Gianfranco Sabattini

La supremazia del dollaro
e l’atteso crollo dell’Impero

EURO-DollaroAccade di frequente che i corrispondenti dagli USA di alcuni giornali italiani, in particolare Rampini e Zucconi di “la Repubblica”, annuncino il progressivo declino dell’impero americano; quasi ubbidendo ad una sorta di “wishful thinking”, sulla scorta dei rumors politici nascenti dal confronto tra i principali leader dei due maggiori partiti americani, ipotizzino di continuo la fine o il ridimensionamento del dominio nel mondo da parte del Paese a stelle e strisce. Le loro cronache, però, mancano di interpretare correttamente il senso del dibattito politico interno e, quel che è più grave, non colgono le ragioni per cui la supremazia americana è destinata a durare ed i motivi per cui il mondo ha ragione di preoccuparsi della dinamica delle forme con cui il potere connesso a quella supremazia tende ad essere esercitato.

Un aiuto per capire perché gli Usa continueranno a conservare, per un tempo destinato a durare, la loro supremazia politica, economica e militare su scala mondiale è offerto da un recente articolo (“Il dollaro, l’altro pilastro della supremazia americana”) che Germano Dottori, docente ed esperto di studi strategici, ha pubblicato sul n. 4/2005 di “Limes”. Secondo questo esperto, gli USA continueranno ad esercitare la supremazia, utilizzando la loro moneta per “socializzare”, ovvero per fare pagare ad altri le proprie spese militari e per finanziare e tenere efficiente il pilastro sul quale si regge la tenuta, l’ordine e la sicurezza dell’area valutaria del dollaro.

La socializzazione delle spese militari – afferma Dottori – è resa possibile dalla “relazione circolare che lega tra loro lo status del dollaro sui mercati mondiali, la supremazia militare americana e la potenza geopolitica degli Stati Uniti. E’ la supremazia globale delle armi statunitensi, infatti, a fare della divisa americana il rifugio sicuro del risparmio planetario, rendendo il dollaro e gli asset denominati nel biglietto verde un investimento prudente ogni qual volta una crisi di maggiori proporzioni si profili all’orizzonte”.

Con la forza della loro moneta, gli USA hanno “dollarizzato” l’economia internazionale, grazie alla circostanza che, militarmente superiori, possono sanzionare qualsiasi Paese o gruppo di soggetti, negando l’accesso all’area valutaria del dollaro per fruire dei servizi finanziari che l’area può offrire. Con questo particolare potere gli Stati Uniti si sono assicurati, e continuano ad assicurarsi, il “privilegio esorbitante” di “poter acquisire ovunque qualsiasi bene in cambio della propria moneta e, fatto ancora più importante, la possibilità di indebitarsi sul piano interno e internazionale nella certezza di poter determinare, unilateralmente, le ragioni di scambio al momento del rimborso”.

Tale stato di cose si è consolidato durante le fasi finali della Guerra fredda, ma ha raggiunto il massimo della sua efficacia dopo il crollo dell’URSS, regolando l’andamento del valore del dollaro con gli accordi del Plaza del 1985 e con quelli del Louvre del 1987: i primi, stipulati con i Paesi costituenti l’allora G5 (Francia, Giappone, Gran Bretagna, Repubblica federale tedesca, Stati Uniti), hanno consentito agli USA di perseguire l’obiettivo di contrastare il persistente apprezzamento del dollaro, attraverso interventi coordinati sul mercato dei cambi; i secondi accordi, stipulati con gli stessi Paesi che avevano sottoscritto i primi, con l’aggiunta del Canada, hanno consentito agli USA di perseguire il raggiungimento dell’obiettivo opposto, quello di arrestare il deprezzamento del dollaro, particolarmente rispetto allo yen e al marco tedesco. Secondo Dottori, è stato “grazie a questo incontrastato potere di signoraggio internazionale – l’aggiudicazione da parte del debitore sovrano americano della differenza di valore tra il titolo emesso e quello saldato – che Ronald Reagan riuscì a innescare negli Stati Uniti la ripresa impetuosa che avrebbe affiancato i costosi investimenti militari, rendendo irrisorio il peso sui contribuenti”. Con la corsa agli armamenti inaugurata da Reagan non hanno potuto competere, per motivi diversi, sia la Russia che la Cina, le due superpotenze più direttamente concorrenti e antagoniste degli USA.

Il potere di signoraggio ha così garantito agli USA un’efficace “polizza di assicurazione” contro ogni pericolo di declino geopolitico, in quanto le superpotenze alternative e antagoniste non hanno potuto accollarsi i costi con la stessa facilità consentita agli americani; ciò perché, Russia e Cina, non hanno potuto imporre ai loro cittadini sacrifici superiori a quelli mediamente imposti al cittadino americano, a causa della maggior rapidità con cui, all’interno delle superpotenze alternative e antagoniste degli USA, era raggiunta la soglia al di là della quale le spese militari avrebbero perso “la loro legittimità”, determinando il crollo del consenso dei cittadini nei confronti del decisore politico che ne avesse promosso l’aumento.

Per via dell’esercizio del suo “privilegio esorbitante” sul piano monetario, gli Usa, a differenza dei più diretti concorrenti sul piano geopolitco, hanno potuto, in tal modo, finanziare il debito pubblico e i deficit correnti del Tesoro, con l’emissione di una moneta accettata in tutto il modo come mezzo di pagamento e di conservazione del valore; fatto, questo, che ha consentito, e continua a consentire, al governo statunitense di fissare di momento in momento il mix di politiche fiscali e monetarie valutate più convenienti, in funzione della percezione dei rischi e delle opportunità avvertite dall’amministrazione americana nell’esercizio della leadership mondiale. In queste condizioni, nelle scelte di politica monetaria interna, il governo americano ha potuto così limitarsi a operazioni di “tapering”, o semplicemente di “fine tuning” (tutte operazioni di semplice aggiustamento), con cui ha costantemente conformato le misure di politica monetaria alla dinamica del ciclo economico; ciò ha consentito di evitare che le crisi mondiali potessero indebolire il dollaro, rendendo fondata la previsione che, nonostante l’attuale fase di instabilità dell’economia mondiale, la moneta a stelle e strisce potesse sopravvivere e rinforzarsi, permettendo all’America di conservare ancora per un periodo futuro, del quale non è dato prevedere la fine, il proprio primato politico, economico e militare nel mondo.

La prosecuzione di questo primato non è immune da ombre e da pericoli, non solo per gli USA stessi, ma anche e soprattutto per il resto del mondo; ciò perché, sebbene potenti, gli USA sono esposti al pericolo di indebolirsi, a causa della crescente forza che vanno accumulando le lobby interne: è questa la tesi che Lucio Caracciolo illustra nell’articolo, comparso su “la Repubblica” del 7 maggio col titolo “L’irreversibile declino dell’Impero americano”. Il tono e il senso dell’articolo è diverso da quello dei corrispondenti esteri dei quali si è detto in precedenza. Il potere delle lobby, secondo Caracciolo, nonostante i tentativi di regolamentarlo, sta diventando incontrollabile e minaccia “di rendere le istituzioni largamente disfunzionali. E di facilitare l’intrusione di interessi esterni […] nel motore a stelle e strisce, per limitarne e deviarne la potenza”, col pericolo che il mondo intero, privo della “pax americana”, diventi più ingovernabile di quanto già ora non lo sia. Ma quelle chance ha il mondo per evitare che il prevalere delle lobby americane porti il mondo a ridosso del “ciglio del non ritorno”?

A ben considerare, il pericolo sarebbe evitato se alcune delle potenze minori decidessero di rinunciare al ruolo di emissari subalterni agli USA, accollandosi l’onere di favorire la trasformazione della natura dell’attuale area valutaria monocentrica egemonizzata dal dollaro, in area pluricentrica, imperniata sull’adozione di un “canestro di monete” composto dalle valute dei Paesi economicamente più importanti.

Sarebbe necessario che le corrispondenze dall’estero, sempre propense ad annunciare l’imminente crollo dell’egemonia statunitense, incominciassero ad indicare ai loro lettori quali sono le potenze minori che, soprattutto in questo momento, prediligono la subalternità all’America, anziché l’assunzione dell’impegno a favorire un’evoluzione delle istituzioni economiche mondiali perché siano rese meno gravide di pericoli; i corrispondenti esteri non dovrebbero trovare eccessive difficoltà nell’individuazione di alcune di queste potenze, reali o presunte che siano, anche perché alcune di esse sono potenze europee, come ad esempio la Germania di Angela Merkel e, in una veste minore, la Francia di François Hollande. Questi due importanti attori dell’Unione Europea, nonostante le loro reiterate invettive pronunciate contro le pretese della “superpuissance”, recentemente non hanno esitato a recarsi da Putin che, svogliatamente, come sembra potersi evincere dalle foto diffuse dell’incontro, è stato a sentirli sulle condizioni delle quali erano latori per indurlo a rispettasse l’autonomia e l’indipendenza degli Stati nati dopo la disintegrazione dell’URSS; giusto per salvaguardare i dogmi della globalizzazione e, dunque, i dogmi propri del neoliberismo reaganiano, esprimenti il contenuto della politica internazionale degli Stati Uniti, inficiati, come afferma Caracciolo, dalla crescente manomissione delle lobby private. E dire che Germania e Francia dovrebbero essere i corifei dei futuri Stati Uniti d’Europa, per accorgerci invece che il loro obiettivo è, non l’Unione politica europea, ma la sola unione economia dei Paesi membri, totalmente conformata ad una globalizzazione dollarizzata.

Gianfranco Sabattini