Caso Benetton, Salvini ammette il voto favorevole

salviniDi nuovo scontro politico dopo la tragedia di Genova, stavolta è l’opposizione a mettere ‘i puntini sulle i’ e a far notare al Vicepemier Salvini di essere stato proprio lui a votare il cosiddetto “Salva Benetton”, il decreto del governo Berlusconi che concesse condizioni estremamente vantaggioso ai concessionari di Autostrade. Il Capo del Viminale ammette di aver votato, nel 2008, a favore della salva-Benetton, ma rilancia subito: “Da parte di chi ha governato per anni e anni e ha firmato e verificato le concessioni, un buon silenzio sarebbe opportuno”.
Poi rilancia l’ipotesi del neo ministro Toninelli sulla nazionalizzazione di Autostrade: “Nazionalizzazione? Guardando i bilanci, rispondo di sì: io non sono pro e contro Autostrade o Benetton. Non sono contro i privati, ma in questo caso il privato ha fatto un disastro. Quello che faremo noi sarà dettato non da voglia di vendetta ma di giustizia”. Ancora: “Non vorrei che a Genova si arrivasse al doppio disastro che stanno vivendo le vittime di Viareggio”, dice Salvini ricordando il complicato percorso giudiziario relativo all’incidente ferroviario del 29 giugno 2009 nella città toscana. Per quanto riguarda la revoca della concessione per le autostrade, Salvini fa sapere che “non arriverà in 15 giorni: perché giustamente essendo noi un Paese civile, ci sarà spazio per la controparte, per spiegare cosa ha fatto, cosa non ha fatto, per giustificarsi. Durerà alcune settimane questo percorso; durante queste settimane valuteremo cosa è meglio per gli italiani”.
Parla per il bene degli italiani e omette che il governo Prodi aveva legato gli utili agli investimenti per la messa in sicurezza, si obbligavano così i gestori privati delle autostrade a legare gli aumenti dei pedaggi agli interventi di ammodernamento e manutenzione. Ma nel maggio 2008 il IV governo Berlusconi, appena insediato, cancellò quella norma.

SE POTESSI AVERE
MILLE EURO AL MESE

Pensionati poveri

“Se potessi avere mille lire al mese”. Così cantava Gilberto Mazzi nel 1939. Ora le lire sono diventate euro, ma per molti il sogno rimane lo stesso. Infatti quasi un pensionato su due, il 42,5%, pari a circa 6,5 milioni di persone, percepisce un reddito pensionistico medio inferiore a mille euro mensili. È la fotografia scattata dall’Inps che vede il 12,1% dei pensionati non arrivare a 500 euro al mese. È quanto si legge nel bilancio sociale 2014 dell’Inps, secondo cui nelle classi di importo più basse sono concentrate le donne. Dei 15,5 milioni di pensionati, 724 mila, pari al 4,6%, hanno un reddito medio mensile di oltre 4.300 euro. Il reddito medio più basso è dei pensionati residenti al sud: 1.151 euro; al nord si sale a 1.396 euro, mentre al centro si arriva a 1.418 euro. È anche da dire che una pensione è bassa quando i contributi versati sono bassi. È il caso spesso delle categorie autonome, o dei commercianti per esempio, che solitamente versano il minimo previsto e di conseguenza nella graduatoria di reddito da pensione risultano in bassa classifica anche se la realtà patrimoniale è ben diversa.

“I dati forniti dall’Inps in materia di pensioni debbono far riflettere seriamente”. Ha affermato il coordinatore della Segreteria nazionale del Psi Gian Franco Schietroma. “E’ davvero preoccupante il fatto che metà dei pensionati italiani abbia un assegno inferiore ai mille euro e che circa due milioni di pensionati percepisca somme addirittura al di sotto dei cinquecento euro”.

Schietroma ha ricordato che “il Governo Prodi, nel 2007, si era posto il problema della perdita del potere di acquisto delle pensioni prevedendo, all’art.5 della Legge n.127 del 3 agosto 2007, l’erogazione di una somma aggiuntiva (o quattordicesima), che, infatti, è attualmente percepita da più di due milioni di pensionati. L’Esecutivo di allora si impegnò a recuperare, negli anni a seguire, altre risorse finanziarie, al fine di estendere la quattordicesima ad un maggior numero di pensionati, ma la caduta del Governo Prodi impedì l’attuazione di questi propositi. Ora è davvero opportuno che il Governo Renzi si occupi concretamente dell’importante questione, o ampliando la platea dei beneficiari della quattordicesima, così come sollecitato in una proposta di legge presentata il 15 aprile scorso dai parlamentari del Psi, oppure estendendo ai pensionati il bonus Irpef di 80 euro, già disposto a favore dei lavoratori dipendenti”.


LA FOTOGRAFIA 2014 DELLA PREVIDENZA ITALIANA
di Carlo Pareto

Quasi un pensionato Inps su due, e cioè il 42,5%, pari a circa 6,5 milioni di soggetti, percepisce – al 31 dicembre 2014 – un reddito pensionistico medio inferiore ai mille euro mensili, e tra questi il 12,1% al di sotto dei 500 euro. In particolare, emerge la concentrazione delle donne nelle classi di importo di reddito pensionistico più basse. E’ quanto si evidenzia all’interno del Bilancio sociale Inps 2014, appena presentato a Roma. Nella classe di importo al disotto dei 500 euro medi mensili, troviamo il 14,2% delle donne, a fronte del 9,8% degli uomini. Nella somma delle classi di reddito inferiori a mille euro medi mensili, le donne sono oltre la metà, 52,2%, e assorbono il 27,7% della spesa pensionistica. I maschi sono, invece, il 31,3% e assorbono l’11,8% della spesa. Dal rapporto emerge inoltre che “nel 2014 la spesa previdenziale è stata pari a 243 miliardi e 514 milioni di euro, con una crescita dello 0,6% rispetto al 2013”. In particolare, si osserva un incremento dello 0,5% per la spesa Inps, al netto dei nuovi ingressi, dell’1,1% per la Gestione ex Inpdap e dello 0,8% per la Gestione ex Enpals.
Più quattro pensionati su dieci hanno un trattamento inferiore ai mille euro. Il 42,5% dei pensionati italiani (6,5 milioni di persone), ha quindi come detto un reddito da pensione inferiore ai 1.000 euro. Stando a quanto riportato nel documento dell’Inps, secondo il quale ci sono 1,88 milioni di pensionati (12,1%) che ha assegni inferiori ai 500 euro. Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha sottolineato che “sarebbe stato importante fare l’ultima riforma delle pensioni”.

Flette a tre milioni il numero di dipendenti pubblici – I dipendenti pubblici a tempo indeterminato scendono sotto quota 3 milioni. Nel bilancio sociale dell’Inps si evidenzia in particolare che nel 2014 i ‘travet’ erano 2.953.000 con un calo del 2,8% (circa 90.000 unità) sul 2013. In confronto al 2011 quando erano 3,23 milioni i dipendenti pubblici, grazie al blocco del turn over, sono diminuiti di quasi 300.000 unità. L’Inps ha incluso per la prima volta nel 2014 tra i lavoratori dipendenti pubblici iscritti anche quelli a tempo determinato portando il totale complessivo a 3,22 milioni (2,95 milioni i dipendenti a tempo indeterminato, 270 mila circa quelli a tempo determinato). Nel complesso il numero dei lavoratori iscritti all’Inps (privati e pubblici) è risultato pari nel 2014 a 22.067.086 unità con un rialzo di 142.821 lavoratori a fronte dei 21.924.265 del 2013. L’incremento è dovuto solo all’inserimento nel totale dei dipendenti pubblici a tempo determinato.

Boom di pensioni anticipate, 109.000 primi 9 mesi – Nei primi 9 mesi del 2015 sono state liquidate in tutto 109.796 pensioni anticipate rispetto all’età di vecchiaia a fronte delle 84.840 dell’intero 2014. La percentuale sulle pensioni liquidate nel lavoro dipendente (73.508 contro 57.2013) è passata dal 22% al 34% del totale. Il dato diffuso dall’Inps è legato alla stretta sull’anzianità introdotta dalla legge Fornero.

Cala il numero dei lavoratori in cig – Nel 2014 il flusso di lavoratori in cassa integrazione è stato di 1,2 milioni con un calo del 21,3% sul 2013. Secondo quanto emerge dal rapporto dell’Istituto la spesa complessiva per ammortizzatori sociali nell’anno è stata pari a 22,6 miliardi con una flessioneo del 4,2% sul 2013. Compresa la contribuzione figurativa per la cassa integrazione guadagni si sono sborsati 6,1 miliardi (-8,8%); per le indennità di disoccupazione sono usciti 13,1 miliardi (-3,6%, tre milioni di persone interessate); per la mobilità si sono spesi 3,4 miliardi (+2,7%).

Boeri, interventi parziali e selettivi su pensioni – Sarebbe stato “importante” con la manovra per il 2016 “fare l’ultima riforma delle pensioni”. Così si è espresso il presidente Inps, Tito Boeri, rimarcando che nella Legge di Stabilità ci sono stati solo “interventi selettivi e parziali, che creano asimmetrie di trattamento”. Presumibilmente, “in assenza di correttivi, daranno spinta a ulteriori misure parziali che sono tra l’altro molte costose”

Giudizi positivi – In questa difficile crisi economica, l’Inps ha avuto un ruolo importante nel tenere insieme il tessuto sociale di questo Paese. Questo il commento unanime degli osservatori. Colpisce notevolmente sotto questo profilo il rigore con cui sono stati analizzati gli aspetti finanziari e soprattutto come questi dati incrociano in pieno le questioni più difficili del Paese cioè il lavoro, l’età anziana e le pensioni. L’Inps sta nel centro di questi temi e più che mai deve fungere da pilastro, da intelligence operativa. Per quanto attiene le questioni interne all’Ente di via Ciro il grande – continuano le valutazioni – si nota con tutta evidenza da parte del personale dell’Inps un grande impegno, non solo nella gestione ordinaria, ma anche nell’operazione straordinaria di fusione degli enti previdenziali. Si è trattato non solo di armonizzare le strutture ma principalmente culture diverse. L’efficienza raggiunta dall’Inps insomma con meno risorse e meno personale è stata coralmente registrata come davvero eccezionale.

Carlo Pareto

I debiti de l’Unità? Li paghiamo noi contribuenti

Report-unita-debitiLa trasmissione diretta da Milena Gabanelli sui Rai Tre, Report, nella puntata andata in onda domenica scorsa, 10 maggio, ha affrontato un tema di cui già in passato si era occupata, quello del finanziamento alla stampa di partito. La ragione del servizio andato in onda, (“La causa persa” di Emanuele Bellano) questa volta era legata ad un fatto specifico, denunciato nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio, dall’ex direttore de l’Unità Concita De Gregorio e da altri giornalisti del quotidiano, già organo ufficiale del Partito comunista italiano, poi passato a esserlo del PDS, dei DS e infine del PD.

La vicenda, di cui abbiamo già dato notizia, può riassumersi in poche parole: la società editrice è fallita e i giornalisti sono stati chiamati a far fronte alle richieste di danni per centinaia di migliaia di euro, con abitazioni personali pignorate, nelle cause per diffamazione intentate, e vinte, negli anni passati.

Bellano di Report in questa storia ha voluto vederci chiaro e ha scoperto un verminaio di notevoli proporzioni che chiama in causa non solo il partito che sotto varie sigle ha sempre detenuto la proprietà reale del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, ma anche un Governo (il primo Prodi) e quasi tutte le forze politiche. L’uso disinvolto dei soldi pubblici è una regola che ha continuato ad essere in uso ben oltre la fine della Prima Repubblica e che pare sia arrivata intatta fino ai giorni nostri. Chi doveva rottamare non ha rottamato e chi doveva protestare non ha protestato. Solo disattenzione o ignoranza?

L’unica cosa certa è che venti anni prima, analoga tolleranza non ci fu per un giornale che aveva sicuramente anche qualche merito e qualche anno in più di quello del PCI, l’Avanti!. Dei socialisti non doveva restare neppure la memoria, figuriamoci un intero quotidiano. Della vicenda ne ha scritto anche Ugo Intini nel suo splendido libro ‘Avanti! Un giornale, un’epoca’, pubblicato da Ponte Sisto. La società editrice fallì nel ’94 perché i fondi dell’editoria che gli spettavano non vennero erogati per ragioni quantomeno discutibili, ma sicuramente utili a coronare la vittoria del Pool di Mani Pulite e dei suoi sponsor politici.

Oggi torna a occuparsene anche il nostro senatore Enrico Buemi con una istruttiva interrogazione che riportiamo integralmente qui di seguito:

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA
Enrico BUEMI Al Ministro per le riforme costituzionali e rapporti con il Parlamento. 

Premesso che:
– il governo Prodi I proponeva, nella XIII legislatura, il disegno di legge Atto Senato n. 3053 (Remunerazione dei costi relativi alla trasmissione radiofonica dei lavori parlamentari effettuata dal Centro di produzione S.p.A.), esclusivamente per sanare la condizione di Radio radicale nell’erogare un servizio pubblico;

– licenziato dal Senato in testo pressoché conforme alla proposta del governo, il disegno di legge approdava alla Camera dei deputati, dove registrava un peculiarissimo iter: il 20 maggio 1998 la VII Commissione referente registrava il deposito del testo di alcuni emendamenti, tra cui quello (numerato 1. 04 a firma dei deputati De Murtas, Giulietti, Riva, Dalla Chiesa, Bianchi Clerici, Bicocchi, Bracco, Malgieri) rubricato “Mutui agevolati per l’estinzione delle passività per il settore editoriale”. Ancor più stranamente, tale emendamento non veniva posto ai voti, ma il testo, senza modifiche, veniva inviato in Assemblea, dove si svolgeva una discussione generale sul testo del Senato il 25 maggio del 1998. Successivamente, su richiesta del relatore, l’Assemblea deliberò di rinviare il testo in Commissione, la quale, il 17 giugno 1998, ottenne il trasferimento alla sede legislativa. Solo in questa sede riaffioravano gli emendamenti di cui sopra; su di essi emergeva soltanto una dichiarazione del sottosegretario per le comunicazioni Vincenzo Vita (“il Governo apprezza il lavoro svolto dalla Commissione e si rimette a quella che sembra essere la soluzione conclusiva, nel rispetto dell’autonomia della Commissione e del Parlamento. Come infatti abbiamo sostenuto fin dall’inizio, si tratta di un tema squisitamente parlamentare ed il Governo si affida al ruolo decisivo del Parlamento per la scelta della pubblicità da dare ai propri lavori. Per parte nostra intendiamo cooperare anche in questa seduta affinché il lavoro che l’onorevole Risari ha condotto così bene possa concludersi positivamente. Non mi sento di dire, onorevole Vignali – né acconsentirei per quanto mi riguarda a questa interpretazione -, che si è assunta un’iniziativa nel chiuso di qualche stanza. Si tratta di un compromesso, un compromesso positivo che credo si possa così rappresentare, in modo trasparente, sia in questa sede, sia al di fuori di qui“), un’obiezione del deputato Giuseppe Rossetto (“esprimo perplessità circa l’ammissibilità degli emendamenti presentati che recano agevolazioni alla stampa di partito, in quanto concernenti materia estranea a quella del provvedimento in esame”) e l’approvazione dell’emendamento 1.04. In sede di voto finale, il giorno dopo, le opposizioni si unirono al voto con la maggioranza (presenti e votanti 35; maggioranza 18; hanno votato sì 34 deputati – ha votato no 1 deputato ) ed il testo tornò, così stravolto, al Senato, dove fu approvato (anche lì in sede deliberante) senza ulteriori modifiche, andando in Gazzetta Ufficiale del 13 luglio 1998 n. 161 come legge 11 luglio 1998 n. 224;

– a seguito delle vicende sopra illustrate, l’articolo 4 della legge prevedeva che “la corresponsione delle rate di ammortamento per i mutui agevolati concessi ai sensi dell’articolo 12 della legge 25 febbraio 1987, n. 67, e dell’articolo 1, comma 1, della legge 14 agosto 1991, n. 278, può essere effettuata anche da soggetti diversi dalle imprese editrici concessionarie, eventualmente attraverso la modifica dei piani di ammortamento già presentati dalle banche concessionarie, purché l’estinzione dei debiti oggetto della domanda risulti già avvenuta alla data della stessa e comunque prima dell’intervento del soggetto diverso. In tale evenienza, ferma restando la trasferibilità della garanzia primaria dello Stato già concessa ai sensi dell’articolo 2 della legge 8 maggio 1989, n. 177, e dell’articolo 1, comma 3, della legge 14 agosto 1991, n. 278, viene parimenti modificata in conformità la corresponsione delle rate di contributo in conto interessi a carico dello Stato. La garanzia concessa a carico dello Stato applicata per capitale, interessi anche di mora ed indennizzi contrattuali, è escutibile a seguito di accertata e ripetuta inadempienza da parte del concessionario ovvero a seguito di inizio di procedure concorsuali. Gli interessi di mora, se dovuti, sono calcolati in misura non superiore al tasso di riferimento cui e’ commisurato il tasso di interesse del finanziamento fino alla data della richiesta di perfezionamento della documentazione necessaria alla liquidazione e al tasso di interesse legale per il periodo successivo“;

– ancora sotto il governo Prodi, ma questa volta nel suo secondo mandato, l’articolo 4 venne abrogato dal decreto-legge 1° ottobre 2007, n. 159, convertito, con modificazioni, dalla l. 29 novembre 2007, n. 222. Eppure, si apprende dalla puntata di Report della RAI del 10 maggio 2015 (“La causa persa” di Emanuele Bellano) che la disposizione abrogata continua a dispiegare i suoi effetti: secondo la giornalista Gabanelli essa “sostanzialmente, sancisce che se un partito, non è in grado di pagare i debiti dell’editore, e non ci sono altri beni aggredibili, le banche creditrici possono battere cassa alla presidenza del consiglio. Cosa che hanno fatto, e il tribunale infatti ha sentenziato che ci sono 120 giorni di tempo per pagare. Naturalmente, la presidenza del consiglio ha fatto opposizione, ma intanto bisogna scucire 95 milioni di euro”. Secondo la giornalista, “stiamo parlando dell’Unità, ritorniamo un po’ indietro per capire meglio poi i fatti di oggi. Siamo nel 1994 l’Unità spa va in liquidazione, e fino al 2001 se ne vanno e vengono nuovi soci. Però c’è un tot di debiti lasciati appunto dall’Unità. 82 milioni e 5 verso BNL, 32 milioni e 6 con banca IMI, che oggi è Intesa San Paolo, 10 milioni e cento con Efibanca, che è Banco Popolare. Il totale sono 125 milioni e rotti. Chi li dovrebbe pagare? La proprietà, vale a dire il PDS, si chiamava così allora, magari vendendo un po’ dei suoi numerosi immobili. (…) Arriviamo al 2000, il PDS si chiama DS, vanno in banca e dicono “ci accolliamo tutto il debito, lo ristrutturiamo e paghiamo a rate”. Arriviamo al 2007 e i DS blindano gli immobili dentro ad una fondazione, nel 2008 i DS diventano PD, e smettono di pagare, e oggi scopriamo che restano da pagare 110 milioni di euro che dovremmo pagare noi. (…) Banca Intesa, Bnl e le altre banche coinvolte ricorrono in Tribunale. La decisione arriva ad aprile scorso. Il Tribunale di Roma emette tre decreti ingiuntivi: il vecchio debito dell’Unità lo deve pagare la Presidenza del Consiglio dei Ministri”;

– secondo la predetta trasmissione, dal dipartimento per l’editoria della Presidenza del consiglio avrebbero precisato che “il totale dei decreti ingiuntivi fanno poco meno di 95 milioni … Contro tutti e tre i decreti ingiuntivi noi abbiamo proposto opposizione”;

Considerato che:
– quando si era trattato, nel 1993, di utilizzare fondi per l’editoria, a disposizione della presidenza del Consiglio, per fronteggiare le forti difficoltà di una serie di quotidiani, con motivazioni infondate, e anche provocatorie, questi contributi vennero negati.

– non fu solo per una diversità di stile, ma per probabili protezioni politiche (delle quali la vicenda legislativa citata in premessa è solo una spia) che la vicenda del salvataggio dell’ “L’Unità” si sviluppò in modo ben diverso: nel 1994, registrava un passivo molto superiore ad esempio a quello dell’”Avanti!”, e il suo debito ammontava a 125 milioni di euro, pari a 250 miliardi di vecchie lire (quello del Pci-Pds era arrivato a 447 milioni degli attuali euro). “L’Unità” con quel passivo non fallì, l’Avanti, con un passivo inferiore, sì. Adesso sappiamo anche perché. I giornali di partito (ad eccezione dell’Avanti ed de “Il Popolo” della vecchia Dc) con la legge sull’editoria godevano di un sostanzioso finanziamento. E poterono tirare avanti con una certa disinvoltura. Il giornale comunista, nel 1994 di proprietà dell’allora Pds, aveva in mente però anche un altro percorso, perché continuava a fare debiti, tra i cinque e sei milioni di euro l’anno;

– il Pds si accollò i debiti che aveva con le banche e riuscì a rateizzarli. Poi dissociò la proprietà dal partito quando nacque il Pd, che ne divenne azionista per solo lo 0,1%. Nel contempo, si blindò il patrimonio immobiliare enorme del vecchio Pci-Pds-Ds in una fondazione. In base al citato articolo 4, le fidejussioni date alle banche dai giornali di partito, qualora questi ultimi non fossero stati in grado di pagare, sarebbero passati allo Stato o meglio alla Presidenza del Consiglio che erogava fondi per l’editoria. E così, da un lato, riversarono i debiti sui giornalisti in mancanza di un editore dopo il fallimento e la chiusura del giornale e dall’altro orientarono la maggior parte del debito, circa 110 milioni di euro, sullo Stato, separando partito e proprietà del giornale e poi partito e fondazione. Da registrare che la fondazione oggi detiene un patrimonio di centinaia di milioni di euro che sono assolutamente distinti dalle proprietà del Pd;

Si chiede di sapere:
– se l’annunciato intendimento del Governo, di propiziare l’attuazione all’articolo 49 della Costituzione, non debba ispirarsi all’abbandono della “concezione strettamente privatistica del partito politico, inteso quale associazione non riconosciuta di diritto privato e in quanto tale dotata della massima libertà”: tale concezione ha ispirato, nel passato anche recente, “il criterio che stava a fondamento delle scelte legislative sulla contribuzione economica statale era quello di finanziare i partiti politici senza riconoscerli, anziché riconoscerli per finanziarli”;

– se non si ritenga che “occorre tornare ad affrontare il problema di una regolamentazione giuridica degli stessi in modo da restituire ad essi la funzione che è loro propria e che appare fondamentale in una democrazia pluralista: il raccordo fra i cittadini e le istituzioni. Si tratta di subordinare i partiti politici a regole certe e trasparenti, rendendo pubblici i loro statuti oltre che i loro bilanci e dando più potere ai loro iscritti ed elettori”;

– se, per conseguire l’obiettivo di cui sopra, non si ritenga di avanzare al Senato la richiesta di celere calendarizzazione del disegno di legge n. 891 (dalla cui relazione sono tratte le citazioni precedenti), nonché dell’Atto Senato n. 1319 (d’iniziativa dei senatori Buemi, Nencini, Longo, Esposito e Mastrangeli, recante “Disposizioni per la prevenzione del conflitto di interessi dei titolari di cariche pubbliche“). In assenza di una precisa regolamentazione del conflitto di interessi, infatti, non si può escludere che vicende opache come quella descritta in premessa – di commistione di interessi privatistici e partitici con la funzione legislativa – non si possano ripetere anche al giorno d’oggi.

Redazione Avanti!

Schietroma: il PSI si mobilita su pensioni e sicurezza

Sicurezza famiglie-PsiAbbiamo rivolto alcune domande a Gian Franco Schietroma, Coordinatore della Segreteria nazionale del PSI, in ordine alle proposte di legge presentate ieri dai parlamentari socialisti sulle pensioni e sulla sicurezza delle famiglie.

I parlamentari del PSI hanno presentato due proposte di legge, una a favore dei pensionati, l’altra per la sicurezza delle famiglie. Quale è il significato di questa iniziativa?
Noi socialisti siamo sempre stati e siamo sempre dalla parte dei più deboli. Pertanto, con l’evidente perdita del potere d’acquisto delle pensioni, riteniamo assolutamente opportuno ampliare la platea dei pensionati beneficiari della cosiddetta quattordicesima, portando a compimento la giusta iniziativa promossa dal Governo Prodi con la legge n. 127 del 2007. Inoltre, consideriamo fondamentale assicurare alle famiglie una maggiore sicurezza rispetto a reati di enorme allarme sociale, come i furti nelle abitazioni, gli scippi, le rapine e le estorsioni, estendendo le misure di prevenzione previste per i mafiosi ed i camorristi anche a coloro che commettono questi reati.

L’intervento proposto sulle pensioni è consistente; ci sono le coperture finanziarie sufficienti ?
È vero; si tratta di una manovra importante perché riguarda circa 10 milioni di pensionati, i quali riceverebbero in più, di media, circa 400 euro. Il costo complessivo è stimato intorno a 4,5 miliardi di euro e le risorse per far fronte a questa spesa sono, oltre all’annunciato “tesoretto” di 1,6 miliardi, l’utilizzo delle somme relative alle quote inespresse dell’otto per mille (circa 800 milioni) e l’aumento del prelievo sul gioco d’azzardo.

La proposta di legge sulla sicurezza delle famiglie non va a contrastare con la tradizione garantista del PSI ?
Certamente no; noi socialisti siamo sempre stati e restiamo sempre garantisti, ma abbiamo, anche e soprattutto, il dovere civico di garantire la sicurezza delle famiglie, sempre più minacciate da fenomeni gravissimi, come, ad esempio, le violente violazioni di domicilio perpetrate con i furti e le rapine nelle abitazioni. Il provvedimento proposto, peraltro, è molto bene equilibrato, non comportando aumenti di pene, ma un’applicazione più ampia delle misure di prevenzione personali.

Cosa intendete fare per sostenere al meglio le due proposte di legge presentate dai parlamentari socialisti ?
È nostro intendimento promuovere sul territorio, a cura degli organismi locali del Partito, ampie raccolte di firme a sostegno di queste proposte di legge. I cittadini avranno, quindi, modo di partecipare e di esprimersi al riguardo. È importante che l’iter parlamentare di queste proposte socialiste venga rafforzato da un forte consenso proveniente dai territori.

Lorenzo Mattei