DOPPIA FIDUCIA

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Dopo aver incassato la fiducia alla Camera, Gentiloni fa il bis al Senato con 169 voti favorevoli, 99 voti contrari e 0 astenuti. Ala e Lega non hanno partecipato al voto mentre il M5S ha votato contro. Il governo di Matteo Renzi, il 25 febbraio del 2014, ottenne la prima fiducia del Senato con lo stesso numero di voti favorevoli.

“Per il tempo necessario in questa delicata transizione servirò con umiltà gli interessi del Paese – ha detto il presidente del Consiglio in Aula per la fiducia.  “Una fiducia un po’ particolare”, come ha detto lo Gentiloni, avendo “condiviso pienamente la riforma costituzionale approvata ripetutamente in questa Aula” e che avrebbe eliminato il bicameralismo paritario, se fosse stata ratificata dalla consultazione popolare. Quindi ribadisce alcuni punti programmatici già espressi martedì a Montecitorio – “lavoro, lavoro, lavoro” e poi “Sud per cui servono risposte credibili” – e, in generale, indica due obiettivi: “dare stabilità al Paese” e completare “le riforme avviate”.

La prova del Senato è quella più difficile, con i mal di pancia di Ala insoddisfatta dalla lista dei ministri che la ha lasciata a bocca asciutta contrariamente alle sue aspettative. Ala non parteciperà al voto, spera evidentemente che le loro rimostranza possano dare frutto più avanti. Ci sono in ballo la vicepresidenza dell’Aula del Senato e la presidenza di commissione affari costituzionali lasciate libere rispettivamente dai neo ministri Fedeli e Finocchiaro.  Il senatore di Ala-Sc Riccardo Mazzoni ha parlato del principio “della dignità politica che non ci ha voluto riconoscere sulla base di una conventio ad excludendum che non comprendiamo”.

Gentiloni è intervenuto nella replica della discussione sulla fiducia. “Non siamo innamorati della continuità – ha detto ancora il presidente – abbiamo anzi rivolto una proposta all’insieme delle forze parlamentari per individuare una convergenza più larga. C’è stata una indisponibilità: non un amore della continuità ma la presa d’atto di questa situazione ha spinto le forze che hanno sostenuto questa maggioranza a dar vita a questo governo, per responsabilità”. Non è un governo di inizio legislatura ma innanzitutto deve completare la eccezionale opera di riforma, innovazione, modernizzazione di questi ultimi anni”.  Il premier ha anche sottolineato con forza la necessità di una riforma della legge elettorale “a prescindere da quanto durerà la legislatura”. Nella conclusione del suo intervento citando Carlo Azeglio Ciampi, Gentiloni ha ribadito la sua intenzione “per quanto durerà questa delicata transizione” di “servire con umiltà il Paese”.

E proprio sulla durata del Governo è il ministro Poletti a porre subito un limite. L’occasione viene dalla notizia secondo la quale la Corte costituzionale esaminerà nella camera di consiglio dell’11 gennaio 2017 l’ammissibilità delle richieste relative a tre referendum abrogativi tutte concernenti disposizioni in materia di lavoro, comprese misure presenti nel Jobs Act. “Se si vota prima del referendum –  ha commentato Poletti – il problema non si pone. Ed è questo, con un governo che fa la legge elettorale e poi lascia il campo, lo scenario più probabile. Sulla data dell’esame della Consulta è tutto come previsto”.

Per i Socialisti è Leggi l’intervenuto del Senatore Enrico Buemi: “Quanto è accaduto in queste settimane – ha detto – dimostra che si può uscire rapidamente da una crisi di governo e che si può rapidamente approvare nelle due Camere leggi importanti come la legge di bilancio, senza eliminare la doppia approvazione di Camera e Senato”. “Per quanto riguarda la prospettiva di questa legislatura – ha aggiunto – resto fedele all’imperativo di conseguire il più possibile la razionalizzazione e modernizzazione del meccanismo decisionale all’interno dell’assetto costituzionale esistente, fermo restando l’auspicio che la revisione costituzionale sia affidata, se si ritiene utile procedere a cambiamenti, a una futura legislatura secondo il metodo condiviso e proporzionale dell’Assemblea costituente”. “Da ora fino a fine legislatura le garantiamo l’appoggio sui provvedimenti che riguardano i problemi del Paese, i terremotati, la crisi economica e bancaria, il lavoro e la creazione di nuove opportunità per le nuove e vecchie generazioni, la legge elettorale, che oggi è sulla bocca di tutti, ma che in passato veniva tralasciata mentre noi abbiamo presentato in epoca non sospetta una proposta che recuperasse l’esperienza degli anni Novanta e Duemila con il Mattarellum, con il quale – ha concluso Buemi – si erano sperimentate maggioranze di vario tipo e su cui si possono apportare modifiche”.

GOVERNO. SÌ DELLA CAMERA

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Il Gentiloni incassa la fiducia della Camera con 368 sì. Domani la prova del Senato. Gentiloni ha presentato a Montecitorio il suo governo e il programma. Molti i ministri che vengono dal governo precedente. Il programma pure rimane in gran parte quello del governo guidato da Matteo Renzi in cui Gentiloni occupava la  casella di Ministro degli Esteri. Insomma un governo nella continuità. “Un governo di responsabilità che durerà fin quando avrà la fiducia del Parlamento”,  ha detto il neo presidente del Consiglio in un discorso lungo appena 18 minuti, in cui ha rivendicato come un punto di forza quello che altri considerano un limite. Ossia la continuità con il governo Renzi e il “grande lavoro fatto”. Su due temi proverà a fare di più: il sostegno alla classe media disagiata e il Sud.

Un Governo che vede il sostegno anche dei socialisti che in Aula hanno annunciato il voto a favore con Pia Locatelli, presidente del gruppo del Psi “La rapidità con la quale il suo Governo – ha detto nel corso del dibattito – si è insediato evidenzia, se ce ne fosse bisogno, le urgenze che abbiamo di fronte nazionali ed internazionali e che giustamente hanno prevalso su tutto”. I socialisti, come ha aggiunto Pia Locatelli nella dichiarazione di voto, hanno assicurato il sostegno al governo.

Bobo Craxi (Psi): “Senza una legge elettorale equilibrata non si può andare al
voto”

Per Bobo Craxi “finché non c’è una legge elettorale, equilibrata e legittima, non è possibile
andare al voto”. “Le emergenze di carattere economico e lo scenario internazionale, globale ed europeo –  ha aggiunto Craxi – impongono all’Italia una motivata responsabilità e
stabilità, non una ennesima, lunga ed estenuante campagna elettorale. Di questo ne sono consapevoli tutte le forze politiche e le personalità più avvertite, che hanno a cuore la stabilità e l’autorevolezza del nostro Paese. A cominciare dal Capo dello Stato, che si è mosso con grande equilibrio”.

In Aula, mentre Gentiloni illustrava il suo programma, sono rimasti vuoti gli scranni del M5s, della Lega e di Ala.  E il premier a loro si rivolge sul finale: “La politica è confronto, non odio o post verità. Chi rappresenta i cittadini non deve diffondere paure”. Curioso che Ala, i verdianini per intenderci, che sono stati tra i sostenitori della necessità di proseguire la legislatura, ora neanche entrano in Aula, evidentemente delusi dalla lista dei ministri che non ha premiato le loro aspettative.

Nel discorso di replica alla Camera dopo il dibattito sulla fiducia il nuovo premier ha rivendicato quanto fatto dal Parlamento. “Tutti sappiamo – ha detto parlando della legge elettorale – che occorre intervenire sulle regole per portare il Paese al voto, quindi abbiamo chiesto un concorso generale a questo compito ma non c’è stata questa disponibilità delle altre forze e le forze della maggioranza si sono assunte la responsabilità. Si sono assunte un rischio? Certamente si sono prese un rischio politico ma nel rispetto dei doveri costituzionali previsti dal nostro ordinamento” e con “coerenza”.

E sul referendum ha aggiunto: “Ho sentito dire che non avremmo riconosciuto la sconfitta referendaria. Se sono qui è perché abbiamo riconosciuto le ragioni della sconfitta. Il presidente del Consiglio si è dimesso e abbiamo invitato tutte le forze parlamentari a concorrere alla formazione di un nuovo governo che era necessaria e alla quale ci richiamava il presidente della Repubblica”.

E non si è lasciato sfuggire l’occasione per qualche frecciata ai 5 Stelle. “Se c’è stata una cosa davvero bella di questi mesi di campagna referendaria, che a me non sono piaciuti moltissimo, è stata una discussione pubblica sulla Costituzione. Ora non si può fare che la discussione svanisca nel nulla e la costituzione venga dimenticata. Abbiamo i super paladini della centralità del Parlamento che nel momento più importante della vita parlamentare non ci sono”.

E a proposito di Parlamento Gentiloni ha sottolineato come sia necessario rasserenare il clima: “Bisogna farla finita con l’apparentemente inarrestabile escalation di violenza verbale nel nostro dibattito politico. Il Parlamento non è un social network”. E poi le priorità scritte nell’agenda dell’esecutivo: Lavoro e migranti.  “La priorità delle priorità sarà lavoro, lavoro e lavoro. Nel momento in cui l’economia mostra alcuni segni di ripresa, certo tutti sappiamo che sono segni iniziali ma vanno incoraggiati. I segnali di ripresa del mercato dei consumi mettono il lavoro al centro”.

“Nel consiglio europeo di questa settimana – ha aggiunto – sarà centrale il tema migratorio. Deve essere molto chiaro che la posizione italiana non manca di rispetto a qualcuno. Non siamo guastafeste ma non possiamo neanche farci carico dei flussi migratori per conto dell’Ue”. “Interpreterò il sentimento comune al Parlamento quando discuteremo la riforma delle regole di Dublino che riguardano l’accoglienza e ci confronteremo con posizioni non accettabili”.

Intervento del Presidente del gruppo del Psi Pia Locatelli sulle comunicazioni programmatiche del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni

Intervento del Presidente del gruppo del Psi Pia Locatelli nel corso del dibattito sulle comunicazioni programmatiche del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni per il nuovo Governo  

Signor Presidente del Consiglio, la rapidità con la quale il suo Governo si è insediato evidenzia, se ce ne fosse bisogno, le urgenze che abbiamo di fronte nazionali ed internazionali e che giustamente hanno prevalso su tutto. Sui temi nazionali vogliamo, anzi, dobbiamo dare senso e gambe a quella che agli occhi esterni è apparsa una contraddizione istituzionale, cioè dimissioni del Governo e, in parallelo, atto di consenso parlamentare. Ma era urgente e indifferibile approvare la legge di bilancio, che ora ha bisogno degli strumenti di attuazione per tradurre in azione la filosofia che ha ispirato per buona parte la manovra economica. Merito e bisogno, binomio caro ai socialisti, e futuro.

Noi socialisti poniamo alla sua attenzione un solo significativo tema della legge di bilancio: il contrasto alla povertà assoluta – sono un milione e 600 mila le famiglie in povertà assoluta – e alla povertà educativa, che colpisce un milione di minori, per i quali va spezzata la trasmissione intergenerazionale della povertà, perché, se sei povero da piccolo, è alto il rischio che tu lo sia da adulto.
Le scadenze internazionali sono numerose e molto impegnative, anche qui ne indichiamo una sola: il Consiglio europeo. Ci toglie una forte preoccupazione la sua partecipazione al Consiglio europeo di giovedì e venerdì, non potevamo certo farci sostituire ad un Consiglio che vede all’ordine del giorno migrazioni e sicurezza. Si discuterà di
 migration compact nella versione minimalista rispetto alla nostra proposta originale, che certamente non ci soddisfa. Si discuterà dell’attuazione della dichiarazione UE-Turchia, Paese al quale la UE ha appaltato il contenimento dei migranti, chiudendo gli occhi di fronte a tante violazioni dei diritti umani e pure dello Stato di diritto. Pensiamo ai nostri colleghi parlamentari incarcerati. Soprattutto, si discuterà della riforma del sistema europeo comune di asilo. Si definisce «comune», ma sappiamo bene che comune non è, e per questo Dublino, anche nella sua ultima versione, va riformato, e tocca soprattutto a noi, che ben lo conosciamo, indicarne la disfunzionalità, la necessità di riformarlo e la direzione della riforma. È un compito difficile quello che spetta a lei e al suo Governo, e per questo le auguriamo buon lavoro, a lei e al suo Governo.

IL GOVERNO GENTILONI

 “Ho fatto del mio meglio per formare il nuovo Governo per aderire all’invito del presidente della Repubblica. Il Governo proseguirà nell’azione di innovazione svolta dal presidente Renzi, come si vede dalla sua struttura”. Ha detto il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, dopo aver accettato di formare il nuovo Governo. Il governo chiederà “la fiducia per rappresentare a pieno titolo l’Italia già nel consiglio Ue”. “L’Italia come fondatore e protagonista – aggiunge – si batterà in Ue per politiche migratoria comuni e politiche orientato alla crescita”. “Domani e dopodomani” il governo chiederà la fiducia alle Camere. Ha annunciato il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni.

“Il governo si metterà al lavoro immediatamente con tutte le sue forze concentrato sui problemi da risolvere nel Paese con l’ottimismo che deriva dal popolo italiano”. “Il governo – ha detto ancora – come si vede dalla sua struttura proseguirà in azione di innovazione svolta da governo Renzi e nel contempo si adopererà per facilitare il lavoro  delle diverse forze parlamentari volto a individuare nuove regole per la legge elettorale”.

La grana Verdini
La prima grana è quella di Verdini. Il leader di Ala in una nota sottoscritta anche da Enrico Zanetti afferma che non voterà la fiducia “senza rappresentanza” nella compagine governativa. “Non voteremo la fiducia a un governo – si legge – che ci pare al momento intenzionato a mantenere uno status quo, che più dignitosamente sarebbe stato comprensibile con un governo Renzi-bis”. Così Denis Verdini e Enrico Zanetti in una nota affermando che il governo “deve assicurare il giusto equilibrio tra rappresentanza e governabilità, senza rinunciare, in nome di pasticciate maggioranze, a quest’ultimo principio”. “In questi giorni abbiamo rappresentato al Presidente della Repubblica e successivamente al Presidente del Consiglio incaricato la nostra disponibilità e il nostro senso di responsabilità: siamo convinti che il Paese abbia bisogno di un governo nella pienezza delle sue funzioni, sufficientemente forte per far fronte alle immediate emergenze economiche ed internazionali legate al ruolo del nostro Paese, e alla imprescindibile necessità di una legge elettorale che, a nostro avviso, non può che essere il frutto del lavoro del Parlamento della Repubblica e che doveva e deve assicurare il giusto equilibrio tra rappresentanza e governabilità, senza rinunciare, in nome di pasticciate maggioranze, a quest’ultimo principio, affermano Verdini e Zanetti.

La lista
Al termine dell’incontro ha comunicato la lista dei ministri del suo Governo. Sono 17 i dicasteri. Rispetto al Governo Renzi si aggiungono il ministero dello Sport, affidato a Luca Lotti, e quello per il Sud, che sarà guidato da Claudio De Vincenti. Tra le novità il ruolo di Maria Elena Boschi che diventerà sottosegretario alla presidenza del Consiglio e il passaggio di Angelino Alfano al ministero degli Esteri.

Maria Elena Boschi sottosegretario alla Presidenza del Consiglio; Anna Finocchiaro ai Rapporti con il Parlamento; Angelino Alfano agli Esteri, Luca Lotti allo Sport con deleghe editoria e Cipe, Valeria Fedeli all’Istruzione; Enrico Costa va agli Affari Regionali, Claudio De Vincenti alla Coesione Territoriale e Mezzogiorno, Marco Minniti agli Interni, Andrea Orlando alla Giustizia; Roberta Pinotti alla Difesa, Pier Carlo Padoan all’Economia, Carlo Calenda allo Sviluppo Economico, Maurizio Martina all’ Agricoltura, Gianluca Galletti all’Ambiente, Graziano Delrio alle Infrastrutture, Beatrice Lorenzin alla Salute, Dario Franceschini alla Cultura e Giuliano Poletti al Lavoro.

LA FARNESINA AL QUIRINALE

gentiloniSergio Mattarella ha dato a Paolo Gentiloni l’incarico di formare il nuovo governo dopo le dimissioni di Renzi. Gentiloni, accettando con riserva, ha dichiarato: “Dalle consultazioni, è emersa l’indisponibilità delle maggiori forze delle opposizioni a condividere responsabilità in un nuovo governo. Dunque non per scelta ma per senso di responsabilità ci muoveremo nel quadro del governo e della maggioranza uscente”. Il ministro degli Esteri uscente pronuncia poche parole.
Il presidente del Consiglio incaricato intende “accompagnare e se possibile facilitare il percorso delle forze parlamentari” per definire le nuove regole elettorali. Gentiloni si dice “consapevole dell’urgenza di dare all’Italia un governo nella pienezza dei poteri, per rassicurare i cittadini e affrontare con massimo impegno e determinazione le priorità internazionali, economiche, sociali, a iniziare dalla ricostruzione delle zone colpite dal terremoto”. Nelle consultazioni, prosegue il premier incaricato, è stata registrata “l’indisponibilità delle maggiori forze di opposizioni a condividere un governo di responsabilità. Quindi non per scelta, ma per senso di responsabilità ci muoveremo nel quadro del governo e della maggioranza uscente”. Infine non dimentica l’omaggio al segretario-ex premier Renzi che si è dimesso come aveva promesso, mostrando “una coerenza che merita il rispetto di tutti”. Poi se ne va, atteso dal presidente del Senato, Pietro Grasso. Non risponde a chi gli chiede cosa significhi “il più presto possibile”, se già stasera o domani.
Rispetto ad altre situazioni i tempi per la formazione del nuovo esecutivo dovranno essere strettissimi. Come Mattarella ha sottolineato al termine delle consultazioni, il Paese “ha bisogno di un governo in tempi brevi” perché ci sono “scadenze e impegni da rispettare, sul piano interno, europeo e internazionale”. E proprio il piano europeo è quello più impellente: giovedì 15 c’è infatti il Consiglio Europeo e Mattarella vuole un governo insediato e con pieni poteri.
Nel colloquio tra il Presidente incaricato Paolo Gentiloni e il segretario del PSI Riccardo Nencini, Nencini ha confermato quanto già consegnato nelle mani del Presidente della Repubblica: un governo di scopo che consenta al Parlamento la riforma dell’Italicum e l’armonizzazione delle leggi elettorali di Camera e Senato, che adotti i decreti attuativi della legge di bilancio, che rappresenti l’Italia nei vertici internazionali.
Nencini ha sottolineato che la nuova legge elettorale dovrà essere valutata coralmente dalle Camere. Meglio scrivere le regole del gioco con una maggioranza ampia.
I decreti relativi alle fasce sociali più deboli devono avere la precedenza su ogni altro atto – ha proposto Nencini.
Un governo nel pieno delle sue funzioni è utile fin dai prossimi giorni quando nel Consiglio Europeo si discuterà il Trattato di Dublino relativo alle norme sui migranti.
“La revisione del Trattato – ha detto Nencini – è una delle priorità dell’esecutivo. È’ indispensabile che l’Unione Europea condivida le responsabilità nell’accoglienza”.

Adesso impazza il toto-nomi per il governo che ancora non c’è e che dovrà prima ottenere la fiducia del Parlamento.
Silvio Berlusconi ha bocciato le larghe intese, ma è pronto a sostenere il governo che nascerà, fino alla nuova legge elettorale, mentre il M5s continua la sua battaglia. “Non vogliamo legittimare questo governo neanche con un nostro No alla fiducia”, ha dichiarato a Skytg24 la capogruppo M5S alla Camera, Giulia Grillo.

Nencini: “Un Governo di responsabilità”

consultazioni Quirinale

Al Quirinale la seconda giornata di consultazioni per la formazione del nuovo Governo. Giovedì Mattarella, nella prima giornata di consultazioni, ha incontrato le alte cariche dello Stato: il presidente del Senato Pietro Grasso, la presidente della Camera Laura Boldrini, infine il presidente emerito Giorgio Napolitano. Quello che è certo è che il presidente della Repubblica vuole chiudere rapidamente. Ne parliamo con il Segretario del Psi Riccardo Nencini che, insieme a Pia Locatelli, presidente del gruppo, e al deputato Oreste Pastorelli, ha illustrato le posizioni del Partito al presidente della Repubblica..

Che cosa avete detto a Mattarella? Quali le strade indicate dal Partito per questa affrontare  questa crisi di governo?
C’è una strada maestra. Quella costituita da un governo di scopo e di responsabilità. Si tratterebbe di una riedizione del governo con cui si è iniziata la legislatura. Perché non bisogna dimenticare che metà di questa legislatura, non avendo avuto vincitori alle elezioni del febbraio 2013, ha visto un governo che ha visto assieme partiti che si erano combattuti in campagna elettorale. Quindi si può tornare lì per 3 motivi.

Quali?
La nuova legge elettorale che sostituisca l’Italicum, l’armonizzare delle due leggi elettorali di Camera e Senato, i decreti attuativi della legge di stabilità in ultimo i vertici internazionali che ci attendono.

Tutto questo con un governo Renzi bis, anche perché non c’è stato nessun voto di sfiducia…
Questa penso sia la strada maestra.  Se questa strada maestra non si potesse seguire perché Forza Italia e la destra pensano a soluzioni diverse, va intanto registrato un paradosso: ossia che chi ha chiesto le dimissioni del governo ora chiede che il governo resti in carica per la modifica della legge elettorale. Comunque vadano le cose, c’è bisogno di un tavolo congiunto, un tavolo corale per la revisione della legge elettorale. Si tratta di riscrive le regole del gioco. Le regole del gioco si riscrivono, salvo che qualcuno si sfili, con senso di responsabilità condiviso.

Si può dire che questa situazione nasce dalle divisioni interne del Pd che anche in questi giorni sembra muoversi su posizioni diverse?
Io rimango alle dichiarazioni ufficiali figlie della Direzione che si è tenuta pochi giorni fa. E da lì è uscita una posizione di unità. In alternativa a quanto da noi proposto devono esserci delle subordinate che devono essere il reincarico a Renzi o a una personalità di alto profilo internazionale in modo tale che vi sia continuità nell’azione del governo nei vertici internazionali. Ma resta  un fatto.

Quale?
Vi è lo scoglio della legge elettorale, e quello è uno scoglio che deve essere affrontato da un governo in carica. Quindi rimane il tema di quale governo. Noi abbiamo presentato tre opzioni che sono opzioni larghe che si rivolgono alle forze politiche responsabili che siedono in Parlamento.

Il Pd sembra incrinato dalle divisioni interne. Quanto ha pesato questo sul voto referendario?  E soprattutto come costruire un centrosinistra quando il maggiore azionista è dilaniato dallo scontro interno?
Bisogna considerare due  fattori che si sono verificati in questi anni. Un primo fattore è che un partito democratico a vocazione maggioritaria non c’è. Il secondo è che permane una sinistra radicale e massimalista che è una sinistra del no. Non solo sul referendum, ma del no a prescindere. Questo significa che il processo di formazione di una coalizione riformista, che si richiami alla vocazione del socialismo umanitario, italiano ed europeo, è un cantiere che va aperto subito. E ci sono movimenti che vanno in questa direzione. Anche interessanti.

Quali per esempio?
Intanto ci stiamo raccordando con ambientalisti e radicali. Secondo, quello che succede nella sinistra italiana, con la fuoriuscita di Pisapia ed altri, va in una direzione che non è per nulla lontana dalla nostra

E quindi si può aprire un cantiere nuovo?
Non c’è dubbio. Un cantiere che riguarda la sinistra riformista non Pd. Ma inesorabilmente ci sarà un cantiere che si aprirà anche nel Partito Democratico. Le lacerazioni che si sono determinate avranno bisogno di un congresso per essere superate. E anche quello sarà un vero cantiere.

A questo punto, dopo la vittoria del no, parlare di riforme e di revisione della costituzione ha ancora senso? Non è la prima volta che l’Italia prova a modificare se stessa senza successo…
Credo per modificare la Costituzione si debba prendere la via principale. E non c’è dubbio che questa quella dell’Assemblea Costituente. La avessimo presa due anni e mezzo fa, quando noi la proponemmo forse oggi saremmo in una posizione diversa, ma allora fummo inascoltati.

Daniele Unfer

Sì del Senato. La manovra è legge

Senato-come-governareIl Senato ha approvato a tempo di record la legge di Bilancio con 166 voti favorevoli, 70 contrari un astenuto. La manovra è dunque legge essendo già stata votata alla Camera. Il governo aveva posto la fiducia sulla manovra. L’epilogo lampo è stato chiesto dal Quirinale prima delle dimissioni del governo. Ma i tempi della crisi potrebbero non essere rapidissimi. Il ddl di bilancio porta con sé per l’anno prossimo un nuovo taglio delle tasse, dal canone Rai al disinnesco delle clausole di salvaguardia, un ricco capitolo welfare e pensioni, con l’avvio dell’Ape, e una lunga serie di bonus.

“Grazie a tutti. Evviva l’Italia”, ha annunciato il premier Renzi su Twitter. “Credo sia un’ottima legge e vi invito a vedere le slide che abbiamo preparato un mese fa all’atto dell’approvazione in Consiglio dei Ministri”, aggiunge il premier su Facebook. “Sono stati mille giorni straordinari”.

Oggi Renzi, ha definito “bella” la Legge di Bilancio 2017 e ha rivendicato i provvedimenti del Governo fatti in questi mille giorni a cominciare dagli 80 euro. Poi l’abbassamento delle tasse a cominciare dall’Imu, alle tasse agricole, dall’Irap, all’Ires; i diritti civili; il sociale, il dopo di noi, l’autismo, la cooperazione internazionale, lo spreco alimentare, la sicurezza stradale. La lista è lunga.

Il voto elettronico sul provvedimento ha concluso l’esame lampo del Senato dove il testo è stato dunque ‘congelato’ nella versione di Montecitorio dopo l’apertura della crisi politica conseguente all’esito del referendum, che ha bocciato le riforme costituzionali. Complessivamente l’esame da parte di Palazzo Madama è durato poco più di 24 ore, con i lavori della commissione Bilancio che sono iniziati ieri alle 11 e terminati alle 23 senza il mandato al relatore e un’unica seduta dell’Aula iniziata stamattina alle 9.30.

Ora una nuova legge elettorale

quirinaleRenzi ha deciso di chiedere la fiducia sulla legge di bilancio che domani verrà votata al Senato. Non è ancora chiaro se poi, una volta acquisita la fiducia, il governo si riterrà ugualmente dimissionario. Sarebbe una contraddizione istituzionale, giacché le dimissioni seguirebbero proprio un atto di consenso parlamentare. Eppure il presidente del Consiglio aveva annunciato la sua irrevocabile decisione di dimettersi dopo la sconfitta al referendum. A questo punto, e la direzione del Pd convocata anch’essa domani, se verrà confermata nonostante il voto di fiducia al Senato, servirà a dipanare la matassa. Restano sul campo due ipotesi, qualora Renzi, come sembra, confermi le sue irrevocabili dimissioni.
La prima è che Renzi resti in carica, sia pur dopo le dimissioni, per ordinaria amministrazione dopo che il Presidente della Repubblica abbia accertato l’impossibiltà di costituire un governo diverso e conseguentemente abbia deciso lo scioglimento delle Camere. In questo caso sarebbe impossibile per il Parlamento varare una legge elettorale se non nel tempo ristretto tra le dimissioni e lo scioglimento e ci si dovrebbe accontentare delle modifiche della Corte, ma si dovrebbe poi votare con il cosiddetto Consultellum al Senato. In una situazione di evidente contrasto elettorale.

La seconda ipotesi è che il Pd, dopo le dimissioni di Renzi, dia il via libera a un nuovo governo, può probabilmente di scopo che di legislatura, e in questo caso il Parlamento potrebbe varare una nuova legge elettorale e col consenso di Mattarella andare al voto a Primavera. Un governo istituzionale, presieduto da Grasso, è a questo proposito la soluzione più logica. Anche Renzi, oggi, in una dicchiarazione, non la esclude.

I socialisti, per bocca del segretario Nencini, hanno ribadito che senza una nuova legge elettorale non si può sciogliere le Camere e che il Pd dovrebbe presentare subito la proposta frutto del lavoro della sua commissione interna che ha lanciato la riforma dell’Italicum con il turno unico e le coalizioni. Inutile e paradossale attendere che il fronte del no avanzi la sua proposta di legge elettorale, vista l’estrema eterogeneità delle opinioni al riguardo. Tanto che i Cinque Stelle sono oggi, ed è comprensibile, i più strenui difensori dell’Italicum che vorrebbero trasferire anche al Senato. Il che risulta impossibile per la natura della legge del Senato, prevista in Costituzione con calcolo “su base regionale”. Il clima politico risulta denso di incognite. Nell’ordine esse riguardano: le decisioni della direzione del Pd, le dimissioni o meno di Renzi, la possibilità di formare un nuovo governo e la sua scadenza, la natura della riforma dell’Italicum.

Per i socialisti vi è un’ulteriore incognita e riguarda la sentenza sulla sospensiva dopo il ricorso di un gruppo sulla validità del congresso di Salerno. Oggi Bobo Craxi ipotizza in una dichiarazione pubblica una scelta di alleanze con i dissidenti del Pd e con Sinistra italiana. E questo difficilmente si può conciliare con un rientro nelle fila degli organi del Psi che hanno autonomamente scelto, già dal congresso di Venezia, una politica diversa. Anche la questione di un eventuale congresso va rapportata ai tempi di scioglimento delle Camere. Se saranno ravvicinate il vero congresso socialista saranno le elezioni. Intanto in casa socialista proseguono e si intensificano gli incontri con radicali, verdi, personalità del mondo riformista, per verificare la possibilità di una aggregazione politica.

Mauro Del Bue

IL REBUS

APERTURA-Governo-crisiRenzi ha deciso di chiedere la fiducia sulla legge di bilancio che domani verrà votata al Senato. Non è ancora chiaro se poi, una volta acquisita la fiducia, il governo si riterrà ugualmente dimissionario. Sarebbe una contraddizione istituzionale, giacché le dimissioni seguirebbero proprio un atto di consenso parlamentare. Eppure il presidente del Consiglio aveva annunciato la sua irrevocabile decisione di dimettersi dopo la sconfitta al referendum. A questo punto, e la direzione del Pd convocata anch’essa domani, se verrà confermata nonostante il voto di fiducia al Senato, servirà a dipanare la matassa. Restano sul campo due ipotesi, qualora Renzi, come sembra, confermi le sue irrevocabili dimissioni.
La prima è che Renzi resti in carica, sia pur dopo le dimissioni, per ordinaria amministrazione dopo che il Presidente della Repubblica abbia accertato l’impossibiltà di costituire un governo diverso e conseguentemente abbia deciso lo scioglimento delle Camere. In questo caso sarebbe impossibile per il Parlamento varare una legge elettorale se non nel tempo ristretto tra le dimissioni e lo scioglimento e ci si dovrebbe accontentare delle modifiche della Corte, ma si dovrebbe poi votare con il cosiddetto Consultellum al Senato. In una situazione di evidente contrasto elettorale.

La seconda ipotesi è che il Pd, dopo le dimissioni di Renzi, dia il via libera a un nuovo governo, può probabilmente di scopo che di legislatura, e in questo caso il Parlamento potrebbe varare una nuova legge elettorale e col consenso di Mattarella andare al voto a Primavera. Un governo istituzionale, presieduto da Grasso, è a questo proposito la soluzione più logica. Anche Renzi, oggi, in una dicchiarazione, non la esclude.

I socialisti, per bocca del segretario Nencini, hanno ribadito che senza una nuova legge elettorale non si può sciogliere le Camere e che il Pd dovrebbe presentare subito la proposta frutto del lavoro della sua commissione interna che ha lanciato la riforma dell’Italicum con il turno unico e le coalizioni. Inutile e paradossale attendere che il fronte del no avanzi la sua proposta di legge elettorale, vista l’estrema eterogeneità delle opinioni al riguardo. Tanto che i Cinque Stelle sono oggi, ed è comprensibile, i più strenui difensori dell’Italicum che vorrebbero trasferire anche al Senato. Il che risulta impossibile per la natura della legge del Senato, prevista in Costituzione con calcolo “su base regionale”. Il clima politico risulta denso di incognite. Nell’ordine esse riguardano: le decisioni della direzione del Pd, le dimissioni o meno di Renzi, la possibilità di formare un nuovo governo e la sua scadenza, la natura della riforma dell’Italicum.

Per i socialisti vi è un’ulteriore incognita e riguarda la sentenza sulla sospensiva dopo il ricorso di un gruppo sulla validità del congresso di Salerno. Oggi Bobo Craxi ipotizza in una dichiarazione pubblica una scelta di alleanze con i dissidenti del Pd e con Sinistra italiana. E questo difficilmente si può conciliare con un rientro nelle fila degli organi del Psi che hanno autonomamente scelto, già dal congresso di Venezia, una politica diversa. Anche la questione di un eventuale congresso va rapportata ai tempi di scioglimento delle Camere. Se saranno ravvicinate il vero congresso socialista saranno le elezioni. Intanto in casa socialista proseguono e si intensificano gli incontri con radicali, verdi, personalità del mondo riformista, per verificare la possibilità di una aggregazione politica.

Mauro Del Bue

Si apre il rebus sul nuovo esecutivo

Palazzo ChigiLa vittoria del No al referendum, oltre ad aprire il rebus sul nuovo esecutivo, rende ancora più urgente garantire l’approvazione rapida della legge di Bilancio. Manovra sulla quale peraltro pende il giudizio sospeso da parte della commissione Ue che ha individuato il rischio di sforamento dei requisiti fissati dal patto di Stabilità. Il messaggio del presidente Sergio  Mattarella è stato piuttosto chiaro. “Vi sono di fronte a noi impegni  e scadenze di cui le istituzioni dovranno assicurare in ogni caso il  rispetto, garantendo risposte all’altezza dei problemi del momento”, ha detto il capo dello Stato. E la prima, più imminente, delle  scadenze è quella di mettere in sicurezza la legge di Bilancio. Questa la lettura che viene fatta in Parlamento delle parole di Mattarella.

Nelle prossime ore si vedrà se questa sarà la strada indicata dal  Colle e quale sarà la risposta di Matteo Renzi. “Sono in corso  valutazioni. Ma certo, sarebbe un invito a cui il premier difficilmente potrebbe sottrarsi”, si sottolinea ambienti parlamentari Pd. Nella maggioranza dem c’è chi spinge perché il premier, che  stamattina ha già avuto un colloquio informale con Mattarella, accetti la via delle dimissioni ‘congelate’.

Tecnicamente, potrebbe trattarsi di un ‘congelamento’ breve. “Due, tre giorni è un tempo verosimile se c’è la volontà  politica”, spiega Ettore Rosato ai cronisti alla Camera. Al Senato gli uffici sono già allertati. “Potremmo chiudere in 48 ore, venerdì al  massimo, approvando il testo passato alla Camera”, è la valutazione di fonti parlamentari confidando che si raggiunga la volontà politica unanime di un’approvazione lampo del Bilancio. “Quale convenienza  avrebbe l’opposizione ad allungare i tempi?”.

Quale piega prenderanno le cose si vedrà nelle prossime ore. Alle 18.30 si riunirà il Cdm per le comunicazione del presidente  del Consiglio e poi Renzi dovrebbe salire al Colle. La situazione resta fluida. E valutazioni sul da farsi sono ancora in corso. L’unica ipotesi che al momento viene esclusa è quella di un reincarico per un  Renzi bis. “E’ irremovibile”, spiega chi ha parlato con il premier  nelle ultime ore.

Anche Dario Franceschini che fino a ieri, pubblicamente, ha sempre caldeggiato la permanenza di Renzi a palazzo Chigi qualunque fosse stato l’esito del referendum, sembra aver rinunciato. “Quello che penso, l’ho detto più volte”, ribadisce ai cronisti ma “ho ascoltato  le parole del presidente del Consiglio e mi sono sembrate molto chiare e nette”.

E resta ancora in piedi l’ipotesi di dimissioni non solo da palazzo Chigi ma anche dalla segreteria del Pd. Nella cerchia più vicina al premier, l’ipotesi di addio anche alla segreteria, tramontata nella nottata, oggi è tornata a circolare. “Ci sta pensando”. Anche se nelle ultime ore, alla Camera, è girata molto l’ipotesi di dimissioni in Direzione per poi farsi chiedere di restare. Insomma, anche questo sarebbe oggetto di valutazione.

Nella minoranza dem vedono come realistica l’ipotesi di dimissioni di Renzi da segretario. “Ma ce lo vedete Renzi a gestire la fase congressuale, il cambio di Statuto e via dicendo?”, si osservava stamattina tra i bersaniani. La minoranza resta in attesa delle mosse di Renzi. Nessuna richiesta di congresso anticipato e responsabilità istituzionale sulla partita del governo. “I gruppi parlamentari del Pd siano perno della stabilità del Paese”, dice Roberto Speranza. “Pieno sostegno al percorso istituzionale che indicherà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella”. Quanto alle vicende interne, la minoranza non ha alcuna intenzione di aprire in anticipo la stagione congressuale. “Dobbiamo prima rimettere in sesto il partito e mettere in campo una proposta alternativa. L’obiettivo, adesso, dovrà essere il recupero identitario delle origini del Pd”, dice Davide Zoggia.

“Non ho mai chiesto a Renzi di dimettersi da Palazzo Chigi figuriamoci se gli chiedo di dimettersi da segretario del Partito democratico”. Cosi’ Roberto Speranza, della minoranza dem, ai cronisti che lo hanno avvicinato in piazza Colonna. “Renzi ha fatto questa scelta” di annunciare le dimissioni da premier, “ora bisogna sostenere il lavoro che farà il Presidente della Repubblica. I gruppi parlamentari del Pd che sono composti da 400 tra deputati e senatori, devono essere il perno della governabilita’”, ha aggiunto.

Di certo, ha sottolineato “un pezzo del Pd ha rappresentato chi nel centrosinistra ha votato No, mi pare che siano stati tanti altrimenti il No non avrebbe raggiunto numeri così alti, ma non è stato un voto su Renzi o sul governo ma sulla Costituzione”. A chi gli chiedeva infine quale sarà la soluzione per approvare in via definitiva al Senato la legge di Bilancio ha poi risposto: “Prima si fa meglio è, ci sono tutte le condizioni perché la maggioranza parlamentare esiste. Sono materie di cui in queste ore si deve occupare il Presidente della Repubblica con Matteo Renzi”.