Ilva, dopo il muro contro muro scongiurata la chiusura

ilvaSembrava un muro contro muro tra il Governo da una parte e gli Enti locali pugliesi (Comune di Taranto e Regione) dall’altra parte. A seguito di un intenso dialogo e diverse polemiche tra le parti, anche la Regione Puglia, dopo il Comune di Taranto, ha depositato la rinuncia alla richiesta di sospensiva al Tar sul decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri che contiene il piano ambientale per l’ILVA.

Il Ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda ha affermato: “È un segnale positivo, che scongiura il rischio spegnimento il 9. Ora lavoriamo insieme per il ritiro del ricorso”.

Il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha affermato: “Il Natale ha fatto bene al ministro Calenda che, dopo aver fatto saltare la riunione del 20 dicembre, adesso ha espresso il desiderio di lavorare con la Regione Puglia e il Comune di Taranto. Ricordo infatti che prima di iniziare la riunione del Tavolo Ilva lo scorso 20 dicembre, la Regione Puglia e il Comune di Taranto avevano chiaramente dichiarato, ribadendolo poi nel corso dell’incontro, l’intenzione di rinunciare alla richiesta cautelare, attesa la convocazione del tavolo e l’inizio dei lavori. Ciononostante il ministro Calenda, in quella occasione, si alzò bruscamente dal tavolo e andò via. Prendiamo atto che oggi ha cambiato idea ed è pronto a lavorare con Regione e Comune. E questa è una buona notizia.  Il ricorso rimane in piedi e non verrà ritirato fino a che non verrà raggiunto un accordo sul piano industriale e ambientale tra tutte le parti del tavolo”.

La società Ilva in amministrazione straordinaria, dando seguito a quanto anticipato dal ministro Carlo Calenda, durante l’incontro che si è tenuto al Mise lo scorso 20 dicembre, sta adempiendo ai pagamenti dei debiti esigibili verso i fornitori dell’indotto pugliese.  Entro la giornata di oggi dovrebbe essere saldato tutta il debito già scaduto ed accumulato fino al 10 dicembre 2017 per un ammontare di oltre 30 milioni di euro  che rappresenta la quasi totalità delle cifre esigibili mentre il pagamento di una piccola parte residuale avverrà a seguito delle verifiche necessarie previste, nei primi giorni di gennaio, come si apprende da un comunicato diffuso dalla stessa società.

Nella nota dell’Ilva si legge anche: “Questa somma va ad aggiungersi ai 220 milioni di euro che Ilva ha già versato dall’inizio dell’anno a oggi per un totale di oltre 250 milioni di euro pagati nel 2017 alle imprese del territorio pugliese. Queste risorse sono state individuate grazie alla disponibilità del governo a finanziare la fase gestionale che precede il ‘closing’ dell’operazione con il nuovo investitore e di Intesa SanPaolo che ha anticipato al mese di dicembre l’erogazione delle somme che erano previste per gennaio 2018. La società, pur nelle difficoltà economiche, sta compiendo ogni possibile sforzo per onorare tutti gli impegni e dare serenità e fiducia alle imprese del territorio”.

La storia dell’Ilva sembra avviarsi ad una felice soluzione e lascia sperare un buon proseguimento per il 2018.

Salvatore Rondello

Gentiloni bis, anti Renzi con l’appoggio di Renzi

gentiloni-uscita

Mite, sgusciante, determinato. Spunta un Gentiloni bis all’orizzonte. Paolo Gentiloni punta al governo bis nella prossima legislatura. Il presidente del Consiglio ha tirato un bilancio positivo del suo esecutivo in pista da un anno: “L’Italia si è rimessa in moto dopo la più grave crisi del dopoguerra”. Nella conferenza stampa di fine anno ha indicato i maggiori, difficili, obiettivi realizzati: economia in ripresa (un milione di posti di lavoro recuperati, dimezzato il deficit pubblico); diritti civili conquistati (importanti leggi come il bio testamento e le unioni civili hanno tagliato il traguardo); riduzione del 70% degli sbarchi degli immigrati.

Non ha messo solo la sua firma sotto questi successi, ma li ha intestati all’impegno degli italiani e anche ai due presidenti del Consiglio che l’hanno preceduto dal 2013 al 2016: “Da Letta a Renzi a me, abbiamo dimostrato che c’è una sinistra di governo a disposizione del Paese”. Dunque se l’Italia ha schivato il baratro del fallimento economico il merito, ci tiene a sottolinearlo Gentiloni, è merito di tutto il centro-sinistra basato sul Pd.

Tuttavia il presidente del Consiglio non pensa solo al passato. Adesso l’attenzione è tutta rivolta alle prossime elezioni politiche. Il presidente della Repubblica ha sciolto le Camere ponendo fine alla XVII legislatura, si voterà il 4 marzo. La situazione si profila molto difficile. Il Pd negli ultimi tre anni ha subito tre diverse scissioni da sinistra: prima se ne sono andati Cofferati e Civati; poi Fassina; quindi Bersani, D’Alema, Speranza e Rossi (hanno creato la lista elettorale Liberi e uguali guidata da Grasso).

Le scissioni e le politiche per combattere la Grande crisi economica hanno fatto perdere consensi al Pd: dalla vetta del 40,8% dei voti ottenuti nelle elezioni europee del 2014 il partito guidato da Renzi ha subito un crollo. Ora i sondaggi elettorali gli assegnano circa il 25% dei voti, con gli alleati di centro-sinistra (Psi di Nencini, Verdi di Bonelli, prodiani, radicali di Emma Bonino, centristi di Casini e di Lorenzin) arriverebbe al 30%. Il primo partito, invece, sarebbe il M5S con qualche frazione di punto in più sul Pd mentre la coalizione di centro-destra di Berlusconi viaggerebbe attorno al 35%-38%.

Vincere le elezioni è una ardua scommessa. La sfida elettorale potrebbe concludersi senza un vincitore: centro-sinistra a guida Renzi, sinistra di Grasso, centro-destra di Berlusconi e cinquestelle di Di Maio potrebbero essere quattro sconfitti. Di qui l’ipotesi Gentiloni bis. In molti guardano proprio al presidente del Consiglio per dirigere un possibile governo di “grande” o “piccola” coalizione perché amico ma autonomo da Renzi. Sia Berlusconi, sia di Di Maio, sia Grasso sarebbero pronti ad una intesa post elettorale con il Pd ma senza Renzi.

Il tema è bollente. Gentiloni ha dribblato le domande dei giornalisti su un secondo incarico di governo dopo le elezioni, ma ha aggiunto: “Non tireremo i remi in barca” e “siamo in grado di gestire la situazione dopo il voto”. Ha parlato anche dei temi della prossima legislatura: dovrà “proseguire questa crescita economica e in più lavorare sulla ricucitura delle relazioni sociali, sulla creazione di nuovi posti di lavoro, sulla riduzione delle disuguaglianze”. Ha tratteggiato quasi il programma del prossimo governo, un Gentiloni bis.

Renzi non ha mai nascosto l’obiettivo di tornare a Palazzo Chigi, ma adesso sembra dare il disco verde. L’ex presidente del Consiglio è fortemente indebolito dalle scissioni, dalla disfatta al referendum costituzionale dell’anno scorso e dalle sconfitte nelle elezioni amministrative degli ultimi tre anni. Sotto assedio, anche se con poco entusiasmo, sembra dare il disco verde a un possibile nuovo mandato da presidente del Consiglio a Gentiloni, suo amico e suo ex ministro degli Esteri. Il via libera all’ipotesi sembra arrivare da Renzi con una intervista a ‘La Stampa’: “Spero in un governo guidato da un premier Pd”. Sul rebus presidente del Consiglio in precedenza aveva sempre risposto in maniera diplomatica con un “lo decidono gli elettori”.

Certo bisognerà vedere i risultati elettorali, che potrebbero essere ben diversi dagli attuali sondaggi. Poi la decisione passerà nella mani di Sergio Mattarella. Se nel nuovo Parlamento ci sarà una maggioranza politica omogenea, la soluzione sarà abbastanza facile. Ma se dalle urne emergerà l’ingovernabilità, sarà cruciale il ruolo del presidente della Repubblica. Si potrebbe tornare a votare oppure un secondo mandato di governo a Gentiloni potrebbe trovare una maggioranza in Parlamento. Un fatto è sicuro: Renzi non si opporrebbe a quella che all’inizio appariva come una manovra dei suoi avversari. Un Gentiloni bis sarebbe una soluzione anti Renzi con l’appoggio di Renzi.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Pensionati, la maggioranza sono donne. Ma oltre la metà sotto i mille euro

Aspettativa di vita
ITALIA TRA I PAESI LEADER
L’Italia è al “quarto posto” dei Paesi Ocse per aspettativa di vita, con 82,6 anni nel 2015: è quanto afferma l’organismo internazionale per lo sviluppo e la cooperazione economica nel rapporto Panorama della Salute 2017. Per l’Ocse, questo solleva diverse sfide legate all’invecchiamento. Ad esempio, precisa, l’Italia ha il “secondo più alto tasso di demenza” tra i Paesi presi in esame, al 2,3% della popolazione nel 2017 e dovrebbe raggiungere il 3,4% entro il 2037. Il sistema sanitario in Italia offre una “copertura universale” e i costi sono generalmente “bassi” rispetto ad altri Paesi Ocse: è quanto afferma l’organismo per la cooperazione e lo sviluppo economico nel Panorama Salute 2017. Secondo l’Ocse, un numero “relativamente basso di italiani ha rinunciato ad una consultazione medica a causa del costo” (4,8%), mentre “i tempi di attesa per la chirurgia della cataratta sono più brevi rispetto alla maggior parte degli altri paesi equivalenti dell’Ocse”. Quanto all’assistenza sanitaria di base è “generalmente di alta qualità”. L’Italia realizza buoni risultati anche in termini di sopravvivenza al cancro e agli attacchi cardiaci acuti. La spesa sanitaria è pari a 3391 dollari a persona, leggermente inferiore alla media Ocse. Mentre il taglio del numero di posti letto negli ospedali è in “coerenza con una tendenza generale nell’insieme dei paesi Ocse”. Male, invece, il rapporto nel numero medici-infermieri: 1,4 infermieri per medico
In Italia “le disuguaglianze regionali destano ancora grande preoccupazione”: è quanto scrive l’Ocse nel Panorama Salute 2017. In un contesto di pesanti vincoli di bilancio dovuti alla crisi finanziaria – continua l’Ocse -l’Italia ha realizzato una riforma per ampliare i benefici dell’offerta sanitaria. Ma rimane una “preoccupazione rispetto alla capacità delle singole regioni di assicurare la fornitura dei servizi ampliati”. “Malgrado la copertura universale – avverte l’Ocse – le regioni meridionali sono storicamente meno in grado di fornire l’assistenza adeguata come definita al livello nazionale”. Il che contribuisce ad un “ampliamento delle disparità”.

Pensioni
PER GLI ITALIANI L’ASSEGNO DURA MENO DELLA MEDIA UE
Lieve apertura del Governo sulla possibilità di bloccare l’incremento dell’età pensionabile nel 2019 per chi svolge lavori gravosi: nell’ultimo incontro tecnico tra Governo e sindacati – hanno spiegato fonti sindacali – l’Esecutivo ha proposto di fissare il requisito contributivo per mantenere l’età di vecchiaia a 66 anni e sette mesi per 15 attività gravose (evitando quindi il passaggio a 67 anni) a 30 anni. In precedenza si era parlato invece dei requisiti per l’Ape (36 anni). Il lavoro gravoso per evitare l’aumento dell’età pensionabile deve essere stato svolto almeno in sette anni negli ultimi dieci prima dell’accesso alla pensione.
Una proroga dell’Ape social al 2019 ed un allargamento delle categorie previste con l’aggiunta di lavoratori agricoli, marittimi pescatori e siderurgici, “un’apertura” con un proposta sulle pensioni future, quelle dei più giovani e l’equiparazione tra pubblico e privato della fiscalità per la previdenza integrativa. Sono questi gli elementi che il governo dovrebbe ha messo sul tavolo della trattativa sulle pensioni con i sindacati. Elementi, già in parte emersi nei giorni scorsi e che indicherebbero un margine stretto per la trattativa. Come è noto infatti le richieste dei sindacati comprendevano interventi più ampi. Una proroga dell’Ape social al 2019 ed un allargamento era stato proposto nei giorni scorsi dal Pd con tre emendamenti alla manovra e prevedeva tra l’altro di estendere la platea a chi, avendo maturato almeno 30 anni di contribuzione, si trova in stato di disoccupazione senza indennità da almeno 3 mesi, a seguito di licenziamento, a prescindere dal tipo di rapporto di lavoro.
Gli italiani per fortuna godono di buona salute ed hanno un’ottima aspettativa di vita ma, visto il ritardo di 3 anni del momento di andare in quiescenza rispetto alla media europea, restano di fatto in pensione per una durata di tempo inferiore in confronto agli altri paesi Ue: gli uomini italiani percepiscono l’assegno pensionistico per una media di 16 anni e 4 mesi, 2 anni e 5 mesi in meno rispetto alla media europea, le donne per 21 anni e 7 mesi, 1 anni e 7 mesi in meno in confronto alla media europea.
Siamo praticamente all’ultimo posto tra le economie più avanzate della Ue e parecchio indietro il generale nella classifica della Ue a 28. A stilare la fotografia è stata la Uil alla vigilia del doppio incontro sul governo sulle pensioni: un’occasione per ribadire la contrarietà del sindacato all’ adeguamento automatico alle aspettative di vita. “Non c’è nessun motivo di aumentare l’età pensionabile in modo generalizzato, continuando a fare parti uguali tra diseguali”, ha ribadito il segretario confederale Domenico Proietti.

L’esperto
WELFARE AZIENDALE RISPOSTE A INEFFICIENZE SOCIALI
“Il welfare ‘privato’ è la risposta ad alcune inefficienze sociali dello Stato, tanto è vero che il governo ha previsto espressamente delle agevolazioni contributive e fiscali per chi introduce (aziende) e utilizza (i dipendenti) forma di welfare aziendali anziché retribuzione”. Lo ha recentemente affermato Simone Colombo, esperto di direzione del personale in outsourcing, che ha avvertito: “Come sempre in Italia, queste politiche funzionano per aziende strutturate, ma non sono una risposta semplice o di facile applicazione per aziende di dimensioni modeste, che però rappresentano il 90% del tessuto economico”.
“Il freno – ha ammesso – è anche culturale: se infatti alcune forme di welfare sono di competenza esclusiva delle aziende, si vedano le forme di assistenza sanitaria obbligatoria prevista dai contratti nazionali, poca cultura esiste per quanto riguarda le opportunità di spesa relative a istruzione, cultura o servizi di integrazione sociale. Inoltre, definire politiche di welfare per le aziende significa introdurre premi o mettere a disposizione dei dipendenti importi che vanno oltre le normali retribuzioni. Si tratta di un incentivo fondamentale per i lavoratori poiché i premi di produttività sono in diminuzione, spesso sono definiti ad personam e difficilmente, nelle aziende meno strutturate, i dipendenti hanno incrementi di stipendio nel corso della propria carriera oltre quelli previsti dai contratti nazionali”, ha sottolineato.
“Sostanzialmente possiamo affermare che i vantaggi sia per il dipendente che per le aziende che attivano il welfare aziendale sono molteplici: l’aumento della retribuzione reale del dipendente, che riceve il 100% del lordo, senza incidere sul costo del lavoro, con conseguente incremento della capacità d’acquisto; 100 euro di credito Welfare corrispondono a 100 euro di beni e servizi, per intenderci”, ha precisato Colombo. “A livello aziendale, i vantaggi più evidenti sono l’ottimizzazione dell’impatto fiscale, grazie alla possibilità di concedere ai dipendenti beni e servizi defiscalizzati, l’incremento della produttività dell’azienda stessa, la riduzione del turn over e l’incremento della capacità di attrarre e trattenere talenti, oltre a un miglioramento della reputazione interna e sul territorio”, ha concluso.

Ma la metà sotto i mille euro
MOLTE LE DONNE IN PENSIONE
Nel 2016 le donne rappresentano la maggioranza dei pensionati (52,7% pari a 8,5 milioni) ma percepiscono in media un importo mensile notevolmente inferiore a quello degli uomini: 1.137 contro 1.592 euro. Quasi la metà di loro (47,6%) beneficia di redditi pensionistici inferiori a mille euro, contro una quota che tra gli uomini non arriva ad un terzo (29,6%). E’ quanto si legge nel testo del Presidente Istat, Giorgio Alleva dal titolo Indagine conoscitiva sulle politiche in materia ,di parità tra donne e uomini depositato nel corso dell’audizione davanti alla Commissione Affari Costituzionali della Camera.
Gli importi medi delle pensioni di titolarità maschile invece, si legge ancora, superano del 59,2% (15.523 euro contro 9.749) quelli destinati alle pensionate. Il vantaggio maschile scende al 40% (20.697 contro 14.780) se il confronto viene effettuato sul reddito pensionistico, ottenuto cioè, cumulando i più trattamenti di cui un pensionato può beneficiare.

Carlo Pareto

Manovra, l’Italia sotto la lente della Commissione Ue

commissione-europea

Dopo gli incontri sulle pensioni con i sindacati, arriva l’opinione dell’UE sulla legge di Bilancio per il 2018. Il vicepresidente della Commissione UE, Valdis Dombrovskis, ha anticipato: “Dopo aver preso in considerazione i fattori rilevanti come l’incertezza sulla stima dell’output gap, il bisogno di bilanciare l’aggiustamento con il sostegno alla crescita, siamo dell’opinione che serve un aggiustamento fiscale di almeno 0,3 punti l’anno prossimo. E’ lo stesso pianificato dall’Italia, ma attualmente non lo vediamo ancora interamente presente. C’è un rischio di non rispetto del Patto, e quindi la Commissione invita le autorità italiane a prendere le misure necessarie nell’ambito del processo di bilancio per assicurare che sia in linea con il Patto. Il Governo deve usare le entrate impreviste per ridurre il debito. L’economia italiana crescerà quest’anno e il prossimo, ma resta ancora sotto la media Ue, la disoccupazione scende ma resta sopra la media Ue, il debito resta fonte di vulnerabilità che toglie al Paese nel 2017, solo per il suo servizio, il 3,8% del Pil. La situazione economica sta lentamente migliorando ma è importante mettere il debito pubblico su un sentiero discendente. Il debito italiano è un grande costo per l’economia. Al momento viviamo in un ambiente di tassi bassi, ma se c’è un cambio nella politica monetaria, se l’inflazione risale, questo si somma ai costi e può essere fonte di instabilità. Perciò è importante usare questa congiuntura economica per far scendere il debito. La bassa crescita e la scarsa produttività sono un problema strutturale che l’Italia sta affrontando con le riforme. Eppure, se paragoniamo esperienze di altri Paesi fortemente colpiti dalla crisi come Irlanda, Spagna, Paesi Baltici, pure impegnati in un’agenda ambiziosa di riforme, al momento essi sono tra le economie che crescono più rapidamente, a differenza dell’Italia che resta sotto la media Ue”.

Il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis ed il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici hanno avvisato che la Commissione intende riesaminare il rispetto dell’Italia dell’obiettivo di riduzione del debito nella primavera del 2018. Lo ha reso noto la Commissione europea, nell’ambito del pacchetto di autunno del semestre europeo, approvato oggi dal collegio dei commissari.

Dombrovskis e Moscovici hanno chiesto al governo di spiegare alcuni aspetti delle misure di bilancio adottate per il 2017 e per il 2018. Secondo i commenti di fonti del Mef, il governo è fiducioso che attraverso il dialogo costruttivo con la Commissione potranno essere chiariti i diversi punti di vista, senza la necessità di ricorrere ad ulteriori interventi. Le stesse fonti hanno aggiunto: “La Commissione europea apprezza i risultati del processo di consolidamento dei conti pubblici messo in atto dal governo negli ultimi anni e per il 2018 riconosce la misura dello 0,3% per l’aggiustamento strutturale del bilancio”.

Dombrovskis ha affermato: “Oggi forniamo le opinioni sui documenti programmatici di bilancio ed esortiamo gli Stati membri che rischiano di non rispettare il patto di stabilità a prendere le misure necessarie a correggere il loro percorso di bilancio”. Pierre Moscovici ha aggiunto: “Abbiamo appena inviato una lettera al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, in cui sottolineiamo che l’adozione delle sue misure chiave senza alcun annacquamento è cruciale. Manovra che deve essere attuata rigidamente, per realizzare uno sforzo strutturale pari almeno allo 0,3% del Pil. La Commissione europea non è mai qui per porre dei problemi o per additare dei colpevoli, ma per trovare soluzioni nel dialogo. E un buon dialogo si fonda sui fatti”.

Moscovici e Dombrovskis hanno anche detto: “Il debito pubblico italiano nel 2016, era al 132% del Pil, confermando quindi che sono stati fatti progressi insufficienti verso il rispetto del criterio del debito in quell’anno. Guardando avanti, prevediamo che il rapporto debito/Pil dell’Italia si stabilizzi nel 2017 e cali leggermente, al 130,8% nel 2018. Ci sono rischi inerenti alle previsioni per il 2018, connessi a prospettive di crescita nominale peggiori del previsto, ricavi più bassi dalle privatizzazioni e la prevista registrazione statistica delle operazioni di sostegno al settore bancario, come pure un grande stock rimanente di debiti commerciali arretrati della Pubblica amministrazione. Complessivamente, le sfide sulla sostenibilità per l’Italia restano alte nel medio termine. Malgrado il fatto che l’Italia non ha rispettato il criterio del debito nel 2015, la Commissione ha concluso, dopo aver esaminato tutti i fattori rilevanti, che una procedura per deficit eccessivo fondata sul debito non dovesse essere aperta, a patto che l’Italia assicurasse un complessivo rispetto dei requisiti del braccio preventivo (del patto di stabilità, ndr) nel 2016”.

Si tratterebbe di tenere i riflettori puntati, con rinvio ad altra data, quasi certamente a dopo le elezioni, per eventuali decisioni. Invece, è stata scongiurata l’ipotesi più grave, circolata nei giorni scorsi, specialmente dopo le parole non concilianti di un altro vicepresidente della Commissione UE, il finlandese Jyrki Katainen, di un avvio formale di procedura europea per deficit eccessivo che si sarebbe trascinata in piena campagna elettorale. Questo procedimento al momento riguarda solo Francia e Spagna (che hanno già votato).

Anche alla luce di questo scenario molto realistico prospettato dalla Commissione UE, appare sempre più inopportuno lo sciopero deciso dalla CGIL per il 2 dicembre prossimo. Uno sciopero con mere finalità di propaganda elettorale i cui effetti non saranno certamente costruttivi per l’arco politico della sinistra.

Salvatore Rondello

DIRITTO ALLA SALUTE

vaccini

L’estensione dei vaccini obbligatori decisa dal Governo e dal Parlamento è costituzionale. La Consulta (relatore Marta Cartabia) ha bocciato i ricorsi della Regione Veneto stabilendo la legittimità della disciplina sugli obblighi vaccinali introdotta dal Dl n. 73 del 7 giugno scorso, poi convertito nella legge 119/2017 in vigore dal 6 agosto. Ma ha anche specificato che “la mancata vaccinazione non comporta l’esclusione dalla scuola dell’obbligo dei minori, che saranno di norma inseriti in classi in cui gli altri alunni sono vaccinati”.

Esprime “grande soddisfazione” il ministro della Salute Beatrice Lorenzin “per la conferma di costituzionalità del decreto vaccini da parte della Consulta. I vaccini sono una conquista della scienza e una delle più importanti misure di prevenzione esistenti. Il Decreto protegge la salute dei nostri bambini e di tutta la comunità”.

“Le misure in questione – spiega ancora la Corte Costituzionale in una nota – rappresentano una scelta spettante al legislatore nazionale. Questa scelta non è irragionevole, poiché volta a tutelare la salute individuale e collettiva e fondata sul dovere di solidarietà nel prevenire e limitare la diffusione di alcune malattie”. Insomma per la Corte le questioni di legittimità sollevate dalla Regione Veneto sul decreto vaccini sono “non fondate”. La Consulta ha considerato anche il fatto che “tutte le vaccinazioni rese obbligatorie erano già previste e raccomandate nei piani nazionali di vaccinazione e finanziate dallo Stato nell’ambito dei Livelli essenziali di assistenza sanitaria”.

“Il passaggio da una strategia basata sulla persuasione a un sistema di obbligatorietà si giustifica alla luce del contesto attuale caratterizzato da un progressivo calo delle coperture vaccinali” ha detto ancora la Consulta, spiegando perché ha dichiarato “non fondate” le questioni di legittimità sollevate dalla Regione Veneto sul decreto vaccini. “E’ stato altresì considerato – si legge ancora nella nota diramata da Palazzo della Consulta – che la legge di conversione ha modificato il decreto legge riducendo sensibilmente le sanzioni amministrative pecuniarie e prevedendo che, in ogni caso, debbano essere precedute dall’incontro tra le famiglie e le autorità sanitarie allo scopo di favorire un’adesione consapevole e informata al programma vaccinale. Infine, la mancata vaccinazione – ricorda la Corte – non comporta l’esclusione dalla scuola dell’obbligo dei minori, che saranno di norma inseriti in classi in cui gli altri alunni sono vaccinati”.

Le questioni sottoposte dal Veneto al vaglio della Corte non mettevano in discussione l’efficacia delle vaccinazioni, attestata anche dall’Organizzazione mondiale della sanità, dall’Istituto superiore di sanità e da una lunga serie di piani nazionali vaccinali, ma la loro obbligatorietà, sospesa dalla Regione Veneto con una legge del 2007 che aveva introdotto un sistema di prevenzione delle malattie infettive basato solo sulla persuasione. Il Veneto lamentava l'”insussistenza” dei presupposti di “straordinaria necessità ed urgenza” richiesti per ricorrere alla decretazione di urgenza, oltre a ritenere lesi il diritto “all’autodeterminazione in materia sanitaria”, il diritto allo studio, i principi di ragionevolezza e proporzionalità e di buon andamento della pubblica amministrazione, nonché la “mancanza” della copertura finanziaria dei maggiori oneri sulle Regioni legati agli adempimenti sugli obblighi vaccinali imposti dal decreto varato la scorsa estate.

Secondo Zaia con questa sentenza dal dialogo ora si passa alla coercizione. “Come governatore io ho fatto solo il mio dovere, perché ho difeso un modello che esisteva da dieci anni, fondato sulla libertà di scelta e sul dialogo con le famiglie. Ora si passa alla coercizione”. Ma è comunque un valore costituzionale il diritto del cittadino alla salute e di conseguenza è dovere dello Stato difendere questo diritto anche imponendo un obbligo. Positivo invece il commento dell’Ordine medici secondo il quel la Corte Costituzionale con queste sentenza riconosce “la competenza dello Stato sulle misure in questione, in quanto ‘scelta volta a tutelare la salute individuale e collettiva e fondata sul dovere di solidarietà nel prevenire e limitare la diffusione di alcune malattie’”.

“Come abbiamo più volte ripetuto – continuano i medici – dispiace che l’attuale contesto storico e sociale abbia reso necessario il ricorso all’obbligatorietà per una scelta di salute che i cittadini avrebbero invece ragionevolmente dovuto rivendicare come un loro diritto. Dispiace vedere persone in piazza davanti alla Corte – rileva la Fnomceo in una nota – mosse anche da strumentalizzazioni da parte di interessi dubbi, che manifestano contro i loro stessi diritti e quelli dei propri figli, quelli cioè di avere a disposizione mezzi di prevenzione efficaci contro le malattie”.

La scheda

Dieci vaccini obbligatori per l’iscrizione a scuola da 0 a 16 anni. Pena la non iscrizione fino ai 6 anni, e il pagamento di multe per i genitori dai 6 anni in poi. È previsto l’obbligo di vaccinazione anche per i minori stranieri non accompagnati. I vaccini potranno essere prenotati anche in farmacia. Nasce l’Anagrafe nazionale vaccini, e vengono promosse iniziative di informazione e comunicazione sulle vaccinazioni. Questi i principali contenuti della legge sui vaccini approvata in via definitiva a luglio, e “avallata” oggi dalla Consulta che ha respinto il ricorso presentato dalla Regione Veneto.

Ecco i 10 punti chiave del provvedimento:

1) Vengono dichiarate obbligatorie per legge, secondo le indicazioni del Calendario allegato al Piano nazionale di prevenzione vaccinale vigente (età 0-16 anni) e in riferimento alla coorte di appartenenza, dieci vaccinazioni. a) anti-poliomelitica; b) anti-difterica; c) anti-tetanica; d) anti-epatite B; e) anti-pertosse; f) anti Haemophilusinfluenzae tipo B; g) anti-morbillo; h) anti-rosolia; i) anti-parotite; l) anti-varicella. Per queste ultime 4 è prevista una valutazione fra tre anni per l’eventuale eliminazione dell’obbligo. Non saranno dirimenti per l’iscrizione a scuola, ma saranno offerti gratuitamente (con un’offerta “attiva”, vale a dire con chiamata dalle Asl), i vaccini contro meningococco B, meningococco C, pneumococco e rotavirus (i primi due in origine erano previsti nel decreto come obbligatori). Sarà possibile procedere alla vaccinazione monocomponente per chi risulti già immunizzato per alcuni di questi vaccini. Per tutti gli altri, comunque, non saranno necessarie dieci punture, anzi. Ne basteranno due: sei vaccini possono essere somministrati insieme, con l’esavalente (anti-poliomielite, anti-difterite, anti-tetano, anti-epatite B, anti-pertosse, anti-Haemophilus Influenzae tipo b), e altri quattro possono essere somministrati con il quadrivalente (anti-morbillo, anti-rosolia, anti-parotite, anti-varicella).

2) Tali vaccinazioni possono essere omesse o differite solo in caso di accertato pericolo per la salute, in relazione a specifiche condizioni cliniche documentate e attestate dal medico di medicina generale o dal pediatra di libera scelta. Se un bambino ha già avuto le patologie indicate deve farsi attestare tale circostanza dal medico curante che potrà anche disporre le analisi del sangue per accertare che abbia sviluppato gli anticorpi.

3) In caso di violazione dell’obbligo vaccinale ai genitori esercenti la responsabilità genitoriale e ai tutori è comminata la sanzione amministrativa pecuniaria da 100 a 500 euro. Le sanzioni vengono irrogate dalle Aziende sanitarie. I genitori a cui l’Asl contesta la mancata vaccinazione possono provvedere entro il termine indicato a mettersi in regola. In origine la norma prevedeva anche la segnalazione al tribunale dei minori per l’eventuale perdita della patria potestà, passaggio cancellato in commissione.

4) Non possono essere iscritti agli asili nido ed alle scuole dell’infanzia, pubbliche e private, i minori che non abbiano fatto le vaccinazioni obbligatorie. In tal caso, il dirigente scolastico segnala, entro 10 giorni, alla Azienda sanitaria competente il nominativo del bambino affinché si adempia all’obbligo vaccinale. Il genitore può anche autocertificare l’avvenuta vaccinazione e presentare successivamente copia del libretto. Chi è in attesa di vaccinare il bambino può comunque iscriverlo, presentando copia della prenotazione dell’appuntamento presso la azienda sanitaria locale.

5) Anche nella scuola dell’obbligo, i minori che non sono vaccinabili per ragioni di salute sono di norma inseriti dal dirigente scolastico in classi nelle quali non sono presenti altri minori non vaccinati o non immunizzati.

6) L’Agenzia del farmaco è coinvolta sul fronte della farmacovigilanza: predisporrà una relazione annuale con i dati degli eventi avversi associabili alla vaccinazione. Relazione che verrà trasmessa dal ministro al Parlamento. Stretta anche sui prezzi dei vaccini: dovranno essere sottoposti alla negoziazione obbligatoria dell’Aifa. Infine, la stessa Agenzia è sempre parte in giudizio in tutte le controversie riguardanti presunti danni da vaccinazioni e somministrazione di presunti farmaci non oggetto di sperimentazione.

7) I vaccini potranno essere prenotati anche in farmacia, gratuitamente. I genitori potranno invece recarsi all’Asl per ricevere informazioni sulle modalità e i tempi di vaccinazione dei propri figli. 8) Nasce l’Anagrafe nazionale vaccini, nella quale sono registrati tutti i soggetti vaccinati e da sottoporre a vaccinazione, le dosi ed i tempi di somministrazione e gli eventuali effetti indesiderati. Inoltre viene istituita una Unità di crisi permanente, promossa dal ministero della Salute, per monitorare l’erogazione del servizio e prevenire eventuali criticità.

9) Il ministero della Salute avvierà una campagna straordinaria di sensibilizzazione per la popolazione sull’importanza delle vaccinazioni per la tutela della salute. Nell’ambito della campagna, i ministeri della Salute e dell’Istruzione promuovono, dall’anno scolastico 2017/2018, iniziative di formazione del personale docente ed educativo e di educazione delle alunne e degli alunni, delle studentesse e degli studenti sui temi della prevenzione sanitaria e in particolare delle vaccinazioni, anche con il coinvolgimento delle associazioni dei genitori e le associazioni delle professioni sanitarie.

10) Saltata, per assenza di coperture, l’obbligatorietà anche per operatori sanitari e scolastici, questi dovranno comunque presentare nei luoghi in cui prestano servizio una autocertificazione attestante la propria “situazione vaccinale”.

Lavori gravosi. Arriva la proposta del governo

operaio_catena montaggioNel confronto Governo-Sindacati è arrivata la proposta del Governo per l’estensione delle categorie di lavoratori esclusi dall’adeguamento automatico dell’età pensionistica a partire dal 2019. Sarebbero quindici le categorie di lavoratori escluse da quota 67. Questa è stata la proposta formalizzata dal Governo ai sindacati sull’aumento dell’età pensionabile. Nello specifico, l’esecutivo propone di esonerare dalle aspettative di vita 15 categorie di lavori gravosi. Si tratterebbe di circa 15-20mila lavoratori. Sono gli operai dell’industria estrattiva, i conduttori di gru, chi lavora sulle macchine di perforazione, i conciatori, i macchinisti ferroviari, i camionisti, i professori di scuola pre-primaria, i facchini, gli addetti alla pulizia, le ostetriche ospedaliere, gli assistenti per non autosufficienti, già individuati per l’accesso all’Ape social, ai quali sono stati aggiunti gli agricoltori, i siderurgici, i marittimi e i pescatori.

Per poter accedere al blocco dell’aspettativa di vita i lavoratori dovranno avere versato 36 anni di contributi e dimostrato di aver svolto una attività gravosa continuativamente per almeno sei anni negli ultimi sette anni. La platea così individuata è pari al 10-15% delle nuove pensioni di vecchiaia previste nel 2019.

Il Governo avrebbe anche proposto una Commissione scientifica con Inail, Istat, Inps, Mef aperta eventualmente ai sindacati, per analizzare le diverse aspettative di vita in relazione alle mansioni svolte.

I sindacati riterrebbero non sufficienti le aperture del Governo. E’ comunque prevista una riunione unitaria per oggi pomeriggio in cui verrebbe fatto un primo punto sulla trattativa. Un supplemento d’indagine tecnica è previsto anche nella mattinata di lunedì prossimo prima del vertice politico a Palazzo Chigi.

Il Governo ha fatto passi avanti per andare incontro alle richieste dei sindacati. Purtroppo, rimane insoluto il problema dell’alto tasso di disoccupazione, soprattutto tra i giovani, che non viene adeguatamente assorbito dalla crescita della produttività.

Salvatore Rondello

Pensioni. Confronto in salita governo sindacati

sindacati governo pensioni

Non parte bene il confronto tra governo e sindacati sulle pensioni. Si tratta del primo tavolo tecnico sul nodo dell’innalzamento dell’età pensionabile legato all’aspettativa di vita, che senza interventi porterà a 67 anni per tutti l’uscita a partire dal 2019. Meccanismo che i sindacati chiedono di fermare e rivedere. Sul tavolo la possibilità di bloccare quota 67 per i lavori gravosi e di modificare il sistema di calcolo. Per i sindacati ci sono i segretari confederali Roberto Ghiselli (Cgil), Gigi Petteni (Cisl) e Domenico Proietti (Uil). “I lavori non sono tutti uguali, bisogna differenziare settore per settore e all’interno di ogni settore” il riferimento all’aspettativa di vita, ha sottolineato Proietti, arrivando all’incontro. Per questo “il governo ci porti i dati. Noi ci mettiamo il massimo di impegno e di volontà, possiamo riunirci ad oltranza. Si è perso tempo in questi mesi”, ha aggiunto il segretario confederale della Uil, insistendo sul fatto che “i soldi ci sono: c’è un miliardo risparmiato sui lavori usuranti, un altro miliardo sugli esodati e ci sono 3,5 miliardi dal fondo per il lavoro di cura. Serve la volontà politica per utilizzare una parte di queste risorse”.

“Vedremo se ci sorprenderanno con dati puntuali” sulla base dei quali poter “fare subito la discussione”, ha affermato Ghiselli. Bisogna “ridiscutere completamente il meccanismo”, ha insistito. Se non ci saranno le condizioni e le risposte entro i tempi fissati del confronto, che vedrà il 13 novembre il tavolo ‘politico’, “chiederemo lo slittamento” del decreto direttoriale atteso entro il 31 dicembre, che certificherà l’adeguamento all’aspettativa di vita (cinque mesi in più) portando l’età a 67 anni dal 2019. Tanto che Ghiselli a fine incontro afferma che si è trattato di un incontro “partito in salita. Intanto abbiamo appurato che non c’è la volontà di discutere in questa sede dei temi della ‘fase due’ della previdenza. E abbiamo appurato che non esistono dati, ricerche, statistiche utili al ragionamento sull’aspettativa di vita in rapporto al lavoro svolto”.

Il segretario generale della Cgil Susanna Camusso arrivando in Senato per l’audizione sulla manovra fa trapelare il proprio pessimismo. “Potremmo passare il pomeriggio a studiare gli emendamenti sul rinvio, in questo momento è più interessante delle non risposte che sta dando il governo”. Anche la Uil parla di strada in salita. “Il governo non vuole affrontare nell’insieme i temi della fase due sulla previdenza”, relativi in particolare alle donne e ai giovani. Afferma il segretario confederale della Uil, Domenico Proietti . “Ci propongono solo di soffermarci sull’esame dell’aspettativa di vita, rispetto alla quale non hanno avanzato una proposta dettagliata, si riservano di farlo nell’incontro previsto per domani e di proseguire mercoledì. Per noi – ha sottolineato – ci vuole uno sforzo per rispondere alle reali attese dei lavoratori, quindi domani alla proposta che ci verrà presentata faremo delle osservazioni di merito, nella direzione di arrivare per i lavori gravosi e faticosi ad una non incidenza dell’aumento dell’aspettativa di vita”. Rispetto alle considerazioni dell’Istat sulla necessità di un progetto ad hoc per differenziare l’aspettativa di vita in base ai lavori, “noi abbiamo accettato di fare la discussione perché siamo forze responsabili, ma è evidente che ciò richieda del tempo ed un approfondimento scientifico”, ha detto Proietti.

Invece la Cisl con Gigi Petteni parla di segnali positivi per il quale “è stato un incontro molto importante” su un “tema delicatissimo e costosissimo” e gli altri “due appuntamenti fissati per domani e mercoledì sono il segnale che c’è la volontà di trovare una soluzione”.

Senato: ius soli-vitalizi, rebus numeri

senato

Escluse le domeniche, i giorni festivi, lo stop di una settimana per il rush finale della campagna elettorale siciliana, la sessione di Bilancio e le vacanze natalizie, la diciassettesima legislatura è giunta davvero agli sgoccioli, sempre se davvero – come sembra essere intenzione di tutti – si andrà verso lo scioglimento delle Camera nei primi giorni di gennaio 2018 per poi tornare al voto già a marzo.

Tirando le somme, dunque, i giorni utili per approvare gli ultimi provvedimenti rimasti ‘in coda’ dopo il via libera definitivo della legge elettorale e l’atteso ok della legge di Bilancio si riducono a poco più di un mese. Due le leggi su cui governo e Pd sono tornati a spingere affinché vedano la luce prima delle urne: ius soli e vitalizi. Ma mentre salgono le chance per la legge sulla cittadinanza, i numeri e i tempi non fanno essere altrettanto ottimisti sul fronte vitalizi.

Entrambi i provvedimenti hanno incassato l’ok della Camera e sono in attesa di approdare nell’Aula del Senato, dove si profilerebbero due maggioranze diverse e trasversali a seconda del provvedimento da votare. Per il via libera allo ius soli, infatti, la maggioranza non potrebbe contare sui voti di Ap, a cui si sostituirebbero i 16 di Mdp più verdiniani e Sinistra italiana. Per i vitalizi il calcolo del pallottoliere è più complicato, visto che Ap in occasione del voto alla Camera si espresse contro, ma Mdp si astenne e al Senato l’astensione equivale a voto contrario. In ‘soccorso’, però, arriverebbero i voti dei 5 Stelle, che dello stop definitivo ai vitalizi ne hanno fatto un cavallo di battaglia sin dall’inizio della legislatura. Ma mentre lo ius soli ‘accomuna’ governo e Pd nell’intento di provare a portare a casa il provvedimento, tornando ad ipotizzare il ricorso al voto di fiducia, i vitalizi dividono gli stessi dem e il governo se ne è sempre tenuto fuori. Non è poi da sottovalutare il fattore tempo: per lo ius soli l’intenzione è di inserire la legge nel calendario dei lavori dell’Aula del Senato dopo la manovra, quindi non prima di martedì 28 novembre. Volendo, quindi, il tempo ci sarebbe, tanto più se davvero l’esecutivo porrà la questione di fiducia.

Più complicata, oltre che per una questione ‘politica’ nonché tecnica – sul testo pesa il rischio incostituzionalità secondo diversi esperti auditi in commissione – la questione vitalizi: l’unica ‘finestra’ possibile sarebbe quella compresa nei primi 10-15 giorni di dicembre, dopodiché la manovra tornerà per l’ultima lettura al Senato. Sulla carta, lo ius soli può contare su una forbice che va da 150 a 160 sì, mentre i no oscillerebbero tra i 140 e i 150. I vitalizi, sempre sulla carta, avrebbero almeno 150 voti favorevoli, grazie al ‘supporto’ dei 5 Stelle, della Lega – che alla Camera votò a favore – e dei verdiniani. Ma lo stesso Pd al suo interno e’ spaccato, nonostante sia il ‘padre’ del provvedimento, Matteo Richetti, che il segretario Matteo Renzi, nelle ultime ore abbiano rilanciato la necessità di approvare la legge. Sul testo, poi, viene confermato, ‘pesano’ forti dubbi di costituzionalità nella parte che prevede la reatroattività dell’abolizione dei vitalizi, ovvero i vitalizi verrebbero eliminati tout court per tutti gli ex parlamentari che finora li hanno percepiti e continuano a percepirli. A mettere ancora più in forse la legge è poi il rischio alto di ostruzionismo qualora dovesse approdare in Aula.

Facendo un calcolo sulla base dei numeri dei singoli gruppi al Senato, lo Ius soli può dunque contare sulla carta sui voti favorevoli dei 14 di Ala; 16 sì di Mdp (i senatori dempro sono pronti anche a votare la fiducia); 97 sì del Pd (ma tra i dem è prevista qualche defezione); 18 voti a favore delle Autonomie; 7 sì di Sinistra italiana (ma se il governo mettesse la fiducia questi non sarebbero più scontati) e qualche altro voto a favore dal Misto (gruppo che in tutto è composto da 33 senatori). I voti contrari, invece, sarebbero quelli dei 24 di Ap (ma i centristi prevedono un 5-6 voti a favore); una decina di FdL; 42 di Forza Italia; 17 di Gal (anche in questo caso alcuni singoli senatori potrebbero votare a favore); 12 Lega e 35 M5s.

Diversa, invece, la maggioranza trasversale che potrebbe dare l’ok ai vitalizi: stando a come si sono espressi i singoli gruppi nel passaggio alla Camera, il ddl Richetti può contare, sempre sulla carta, sui 35 voti di M5s; 12 della Lega; 7 Pd (in realtà sarebbero meno i si’ dei dem, viste le perplessità di molti); 14 dei verdiniani. Mdp alla Camera si astenne (al Senato sono 16 i dempro); Forza Italia alla Camera non partecipò al voto (sono 42 i senatori azzurri); Ap nel passaggio a Montecitorio voto’ contro (sono 24 in tutto i senatori centristi).
(AGI)

Mezzogiorno. Il governo pone la fiducia

parlamento_cameraIl Governo pone la questione di fiducia nell’Aula della Camera sul decreto legge Mezzogiorno. Lo ha annunciato nell’Aula di Montecitorio il ministro per i Rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro. La fiducia viene posta dal governo a Montecitorio al testo del decreto approvato al Senato dove il dl era già stato approvato con voto di fiducia. Il ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno Claudio De Vincenti nella sua replica che ha chiuso la discussione generale sul provvedimento, ha definito il decreto legge Sud “un investimento sui giovani, sulle loro capacità, sulla loro voglia di prendere in mano il proprio destino, che è l’esatto contrario del reddito di cittadinanza”. De Vincenti ha peraltro precisato che “degli oltre 3,4 miliardi destinati al Sud, nessuno di questi capitali deriva da Fondi europei, ma sono tutti fondi nazionali”.

Guardando al complesso delle misure fin qui adottate dal Governo per lo sviluppo del Sud, de Vincenti ha quindi segnalato gli effetti positivi del cosiddetto credito d’imposta rafforzato. “Oggi siamo di fronte a istanze presentate da imprese private per utilizzare il credito d’imposta per 800 milioni, il che significa, dato l’effetto moltiplicatore del credito, l’effetto leva, di nuovi investimenti nel Mezzogiorno, per quasi due miliardi”, ha concluso.

La seconda parte dell’articolato del decreto, ha aggiunto De Vincenti “riguarda le Zone economiche speciali dove sosteniamo l’attrazione di grandi capitali, anche medi e piccoli, per le attività economiche, portiamo l’incentivo economico a un livello che consenta di attrarre anche importanti investimenti nei porti principali del Mezzogiorno, perché svolgano la funzione che loro spetta nel Mediterraneo”.

Il provvedimento introduce anche elementi di semplificazione, come l’estensione di un ‘nuovo strumento di governance condivisa, il contratto istituzionale di sviluppo” già utilizzato a Taranto. Guardando al complesso delle misure fin qui adottate dal Governo per lo sviluppo del Sud, il Ministro ha segnalato gli effetti positivi del cosiddetto credito d’imposta rafforzato. “Oggi – ha riferito – siamo di fronte a istanze presentate da imprese private per utilizzare il credito d’imposta per 800 milioni, il che significa, dato l’effetto moltiplicatore del credito, l’effetto leva, di nuovi investimenti nel Mezzogiorno, per quasi due miliardi”.

CONFRONTO APERTO

bandiera rossaErano già nell’aria. Chieste da più parti. Le pressioni insomma non erano mancate. E puntuali sono arrivate. Il ministro agli affari regionali Costa le ha infatti comunicate al presidente del consiglio Paolo Gentiloni. “Ho manifestato nei giorni scorsi – scrive Costa – la convinzione che sia il momento di lavorare ad un programma politico di ampio respiro che riunisca quelle forze liberali che per decenni hanno incarnato aspirazioni, ideali, valori, interessi di milioni di italiani che hanno sempre respinto soluzioni estremistiche e demagogiche”. Leggi Forza Italia. Costa aveva infatti apprezzato le parole con cui Berlusconi nei giorni scorsi si era riproposto come leader del centrodestra e ne aveva sposato il progetto. “Non posso far finta di non vedere – scrive ancora Costa – la schiera di coloro che scorgono un conflitto tra il mio ruolo ed il mio pensiero. E siccome non voglio creare problemi al Governo rinuncio al ruolo e mi tengo il pensiero”. Al primo ministro Gentiloni non è rimasto che ringraziare Costa per il contributo dato all’esecutivo e assumere l’interim degli Affari regionali.

A ritenere che le dimissioni siano tardive è il leader di Ap Afano. “Credevo lo facesse già un paio di giorni fa” afferma. “Lo diciamo da tempo: noi vogliamo costruire un’area autonoma, una forza indipendente da destra e da sinistra”. Noi, aggiunge, “abbiamo idee, forza e coraggio per fare qualcosa di grande. Comprendiamo che chi non ce la fa, faccia scelte diverse, ma noi andiamo avanti per la nostra strada senza metterci in fila da nessuna parte” conclude Alfano che guardando al futuro ha definito finita la stagione della sua alleanza con il Pd.

Intanto nelle dinamiche del centrosinistra la situazione resta molto fluida. Giuliano Pisapia continua a tessere la tela per lanciare la costruzione di un’area di centrosinistra. Anche se solo qualce giorno fa ha annunciato che non sarà candidato ma che farà solo il manovratore. Una tela che oggi soprattutto con la minoranza Pd. Ma c’è chi tra i democratici interpreta le manovre dell’ex sindaco di Milano come un tentativo di ‘Opa’ nei confronti del partito di Renzi. “Ma noi – spiega Rosato – valutiamo positivamente gli incontri di Pisapia con nostri esponenti”. Per il momento Cuperlo e Orlando non si muovono dal partito del Nazareno. Il tentativo è quello di influenzare la strategia dem e, sulla legge elettorale, di portare a settembre il segretario sulle posizioni di un premio alla coalizione, ma – spiega un esponente della minoranza – se i congressi provinciali di ottobre dovessero risultare come la caccia al non renziano si prenderanno le decisioni conseguenti.

Pisapia ai cuperliani e agli orlandiani ha riferito che si sta lavorando ad un progetto alternativo a quello del segretario del Nazareno. Un campo largo che si contrapponga al centrodestra. Lo stesso ragionamento illustrato anche agli ex Pd. Ma Pisapia ha messo dei ‘paletti’ chiari, viene riferito. C’è dialettica sul tema del governo: per l’avvocato milanese occorre tentare fino all’ultimo di dialogare con l’esecutivo, non bisogna procedere a strappi o ad accelerazioni. Anche sulla legge di bilancio. Non ci possiamo prendere la responsabilità di far cadere il governo, la riflessione.

Una iniziativa, quella di Pisapia, a cui guarda con attenzione anche il Psi. Lo afferma in una nota Gian Franco Schietroma, coordinatore politico del Psi, rispondendo a una dichiarazione di Bobo Craxi che affermava, in una dichiarazione, che il 27 luglio “inizierà un percorso di dialogo e di convergenza con i Democratici e socialisti, al fine di promuovere un terreno d’intesa più largo”, riferendosi al “nuovo soggetto politico che sta nascendo nel centrosinistra”.

“A Bobo Craxi – continua Schietroma – che ormai agisce autonomamente al di fuori del partito, dico che il Psi guarda con attenzione, da molti mesi, al generoso sforzo di Giuliano Pisapia di unire il centrosinistra”. “Il Psi, con proprie delegazioni – prosegue nella nota Schietroma – è stato presente ad entrambe le manifestazioni organizzate da Pisapia a Roma, l’11 marzo al Teatro Brancaccio ed il 1° luglio a Piazza Santi Apostoli. Il Psi continuerà a confrontarsi con Giuliano Pisapia, nella convinzione che egli sta lavorando seriamente per unire, pur nelle evidenti difficoltà che gli vengono a partire proprio dal suo stesso campo. A Craxi, che ormai si muove come un tutt’uno con MDP, voglio però ricordare che le tradizioni socialista ed ex comunista sono profondamente differenti” ha concluso Schietroma.