L’APERTURA

martina quirinale

Inizia il tentativo di Roberto Fico per mettere assieme una maggioranza in grado di sostenere un governo dopo il nulla di fatto dei tentativi precedenti resi vani da veti reciproci. Giro di incontri per il presidente Mattarella che parte con l’incontrare la delegazione del Pd fino ad oggi rimasta alla finestra. Ma il cambio di esploratore potrebbe avere degli effetti. Fico infatti rappresenta l’anima di sinistra del Movimento 5 Stelle.

Il partito sembra diviso, con i renziani che sembrano rimarcare la linea della chiusura totale come più volte ribadita. “Non sono ottimista, non vedo le condizioni perché i programmi si possano allineare, ma le sorprese in politica sono sempre dietro l’angolo” ha detto ai microfoni di ‘Radio Anch’io’ il capogruppo al Senato del Pd, Andrea Marcucci. Invece Dario Franceschini si dice aperto a un confronto, così come l’area di Michele Emiliano, che nelle settimane scorse non è sembrata voler escludere del tutto l’idea di un confronto. Calenda sceglie l’ironia per commentare il cambiamento di passo dei Cinquestelle che in poche settimane hanno stravolto quelli che per loro erano considerati dei punti saldi ai quali il programma era ancorato. “Fico esplora, Salvini passeggia (ma non marcia), Di Maio inforna. Intanto programmi cambiano, contratti vengono redatti da Professori su input di chi considera Governo dei tecnici e professori male assoluto. Nessuno mette in discussione Nato e Euro. Non male per primi 50 g.”

La delegazione Pd composta da Maurizio Martina, Andrea Marcucci, Graziano Delrio e Matteo Orfini è arrivata al Colle dopo una riunione al Nazareno. “Abbiamo detto a Fico una cosa: dopo 50 giorni di questa situazione che abbiamo tutti osservato e vissuto di impossibilità ad arrivare ad una proposta di governo, noi siamo disponibili a valutare il fatto nuovo se verrà confermato in queste ore e cioè la fine di qualsiasi tentativo di un accordo con la lega”, ha detto il segretario reggente Maurizio Martina al termine dell’incontro con Fico.

“Con spirito di leale collaborazione, non nascondendoci le diversità e punti di partenza differenti anche dal punto di vista programmatico su temi essenziali, ci impegniamo ad approfondire questo possibile percorso di lavoro comunque coinvolgendo i nostri gruppi dirigenti”. Martina ha anche spiegato che “la direzione nazionale deve essere chiamata a valutare, approfondire discutere ed eventualmente deliberare un percorso nuovo che ci coinvolga”. Insomma il Pd è disponibile a dialogare con M5s. “Attendiamo di capire gli sviluppi – ha detto ancora Martina -, lo faremo con la massima disponibilità, tenendo fermi la chiarezza, la responsabilità, il riconoscimento della fase del Paese che sta attraversando”. Insomma Matina la mette giù parlando di  un è “disponibile a dialogare” con M5s sulla base dei 100 punti del suo programma di governo e su tre punti “già evidenziati durante le consultazioni al Quirinale”. Punti che così riassume: “Una agenda europeista, il rinnovamento della democrazia superando il populismo, politiche del lavoro rispettando gli equilibri di finanza pubblica”. Ma a frenare su un possibile accordo è il ministro Calenda: “Vedo il serio rischio – scrive su Twitter – che Pd sia troppo antisistema per allearsi con M5s attuale”.

Dopo il Pd è stata la volta dei 5 Stelle. “E’ chiaro che un governo del centrodestra non è più un’ipotesi percorribile, gli unici che non l’hanno capito sono forse proprio loro ma dopo il fallimento del mandato di Casellati quell’ipotesi tramonta del tutto”, ha detto il capo del M5s Luigi Di Maio, al termine dell’incontro con Roberto Fico. “Sono passati circa 50 giorni in cui abbiamo provato in tutti modi e tutte le forme a firmare un contratto di governo per il cambiamento del Paese con Salvini e la Lega ma loro hanno deciso di condannarsi all’irrilevanza per rispetto dei loro alleati e del loro alleato invece di andare al governo nel rispetto degli italiani”. “Se fallisce questo percorso per noi si deve tornare al voto non sosterremo nessun altro governo, tecnico, di scopo o del presidente”, ha detto ancora Di Maio.

Ma se nessuno dovesse tornare sui propri passi, la formazione di un governo resta un rebus. D’altronde non è facile muoversi dopo che ci si è ingarbugliati nelle solenni promesse del “mai con”. Vale per la Lega, per i Cinquestelle, per Forza Italia e anche per il Pd.  Per questo c’è chi non esclude la carta di un governissimo con tutti dentro. Ipotesi che sarebbe gradita a Silvio Berlusconi, il quale, pur ribadendo di voler restare nella partita con qualsiasi formula, sarebbe pronto a una maggioranza con tutti dentro. Opzione che i grillini vogliono invece scongiurare. Difficile quini ipotizzare quali possano essere gli scenari e le mosse del Colle se il mandato di Fico dovesse concludersi con un nulla di fatto.

Ginevra Matiz

VETI INCROCIATI

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È stallo. E la strada per un nuovo governo sempre più stretta. Il presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati ha andata al Colle per incontrare il Capo dello Stato dopo il giro di consultazioni con i gruppi parlamentari ed ha fatto intendere chiaramente che non è riuscita ad individuata nessuna maggioranza parlamentare disponibile a far partire un nuovo esecutivo. “Mattarella saprà individuare il percorso migliore da intraprendere” ha detto. Ed ha aggiunto: “Ho svolto il mio incarico cercando di favorire un confronto costruttivo per verificare la possibilità di una maggioranza parlamentare nel perimetro e nei limiti indicati dal presidente Mattarella. La discussione ha consentito, pur nella diversità di opinioni, di evidenziare spunti di riflessioni politiche”.

Dunque, dopo la due giorni di consultazioni, ancora un nulla di fatto. Ora il Presidente della Repubblica si prenderà qualche giorno per riflettere. I Cinquestelle e la Lega rimangono fermi sulle proprie posizioni senza fare nessun passo e senza mostrare nessun tipo di disponibilità verso posizioni altrui. Anzi si è verificato un nuovo irrigidimento. Forza Italia che mira a un accordo con il Pd ha attaccato duramente i Pentastellati. A parlare è stato lo stesso Berlusconi: “È gente che non ha mai fatto nulla nella vita: nella mia azienda li prenderei per pulire i cessi”. Di Maio? “Ha una buona parlantina, non posso negarlo, ma non ha mai combinato niente di buono per sé, per la sua famiglia, per il Paese. Non possiamo affidare l’Italia a gente come lui. Nessun accordo è possibile con i 5 Stelle, un partito che non conosce l’abc della democrazia, che prova invidia sociale, formato solo da disoccupati, e che rappresenta un pericolo per l’Italia”, ha concluso il leader forzista. Insomma parole che tolgono qualsiasi dubbio sulla possibilità di un qualsiasi accordo o di appoggio, anche esterno, come si ipotizzava ieri, che coinvolga Forza Italia e i 5 Stelle. La parole di Berlusconi hanno lo scopo di allontanare anche Salvini dai 5 Stelle e obbligarlo a venire allo scoperto.

Ma dall’altra parte Salvini tiene la propria posizione ribadendo che se Berlusconi vuole un governo con il Pd, lo farà senza la Lega. Ed poi ha aggiunto: “Ho la netta sensazione che c’è qualcuno che vuole perdere tempo, che vuole un governo tecnico alla Monti voluto da Bruxelles”. Un modo per mettere le mani avanti e scaricare su altri la incapacità o l’impossibilità di trovare un accordo. D’altronde ognuno si diceva pronto per governare. Di Maio addirittura aveva già portato la lista dei ministri al Presidente Mattarella. Ma tra un comizio e l’altro e un insulto a destra a uno a sinistra, si sono dimenticati che si è votato con un sistema proporzionale.
E su un possibile governo di centrodestra con l’appoggio del Pd Salvini replica a Berlusconi: la Lega non è disponibile. Ma Silvio Berlusconi non esclude che il centrodestra possa andare al governo con ‘appoggi esterni’. Il governo del centrodestra potrebbe ”concretamente fare accordi con uomini saggi, con i parlamentari dei gruppi misti e anche esponenti del Pd”.

Una ipotesi a cui risponde in un tweet il Segretario del Psi e vice presidente del Gruppo Misto al Senato, Riccardo Nencini: “Leggo di un governo di centro destra che si cerca i voti in parlamento rivolgendosi anche al gruppo misto. Lo dico in chiaro: indisponibile. Non è tempo di soluzioni ingarbugliate figlie di stampelle provvisorie. Serve la politica per sbrogliare la matassa”.

“Che provino loro” ha rincarato Ettore Rosato, vicepresidente Pd della Camera. “Si è dimostrato che stanno facendo una grande confusione, ma all’interno di questa confusione che danneggia il paese, alla fine un accordo lo troveranno. Un accordo al ribasso, dopo aver sdoganato Fi e Berlusconi”. E ancora: “Berlusconi sogna se pensa di potersi prendere alcuni esponenti del Pd. E sogna ancora di più se pensa che possa esserci il Pd a sostegno di un governo con Salvini e la Meloni”. “Non faremo la ruota di scorta di nessuno”, ha aggiunto con riferimento sia al centrodestra che al M5s.

Ginevra Matiz

Gentiloni sulla Siria: “L’Italia non è un Pese neutrale”

gentiloni Camera

“L’Italia non è un Paese neutrale, che sceglie di volta in volta con chi schierarsi tra l’alleanza atlantica e la Russia: è un coerente alleato degli Stati Uniti e non di questa o quella amministrazione americana, di Kennedy o Nixon, di Reagan o Clinton, di Bush o Obama. È una scelta di campo, è la nostra scelta di campo”.
Il presidente del consiglio Paolo Gentiloni, intervenendo alla Camera sulla situazione in Siria dopo l’attacco di sabato scorso Frena sulle derive pro-Russia della Lega.

“La risposta del 14 aprile da parte di Usa, Francia e Gran Bretagna – ha detto Gentiloni – è stata una risposta motivata, mirata e circoscritta. Non ci sono indicazioni di vittime civili né indicazioni di danni collaterali” il che dimostra che “la risposta è stata coordinata con attori presenti per scongiurare vittime civili”. Gentiloni ha poi sottolineato che “all’attacco l’Italia non ha partecipato e ha condizionato il suo supporto logistico al fatto che dal nostro territorio non partissero azioni dirette a colpire il territorio siriano”.

Credo, ha detto ancora il premier, “che non possiamo accettare che si torni a 100 anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale a legittimare l’uso della armi chimiche,non possiamo accettarlo”. “La città di Duma, che era l’ultima roccaforte dei ribelli, è stata oggetto di un attacco in cui secondo ogni evidenza si è ripetuto l’uso di armi chimiche: probabilmente cloro miscelato con sarin o agenti assimilabili. Fonti diverse hanno confermato decine di morti e centinaia di feriti. Ma abbiamo la certezza purtroppo che a seguito del veto della Russia alla proposta del Consiglio di sicurezza l’iniziativa per accertare la verità e le responsabilità è stata bloccata”.

Calenda incalza il Pd per il Governo, il No di Orfini

Governo:Calenda, domani a Bruxelles, da lunedì impegno Mise“Il Pd non può restare immobile, deve farsi promotore di una proposta per uscire dallo stallo. Deve mettere sul banco l’idea di un governo di transizione sostenuto da tutte le forze politiche e parallelamente la formazione di una commissione bicamerale sulle riforme istituzionali”, così il neo tesserato Pd e ministro uscente del Mise, Carlo Calenda invita i suoi alla formazione di un Esecutivo ‘per il bene del Paese’. Immediata la replica di Matteo Orfini, presidente del Partito democratico: “Quella di Calenda è una tesi curiosa. La proposta non può spettare a chi ha preso il 18%, è stato bocciato dagli italiani ed è sconfitto alle elezioni. A noi spetta il posto che abbiamo detto di voler occupare dall’inizio: opposizione responsabile e propositiva, ma pur sempre opposizione”. E dopo aver bocciato l’ipotesi di Calenda spiega: “Lo stallo è creato dall’atteggiamento delle forze che hanno vinto le elezioni, che stanno facendo prevalere egoismi di partito e personalismi. Si assumano loro la responsabilità di sbloccare il quadro e cambino loro fase anche di fronte all’aggravarsi della situazione internazionale. Spero che questo sussulto di responsabilità ci sia. A Calenda vengono meglio i tweet che le interviste”.
Anche se non interpellato, non poetva mancare il commento del Leader del Carroccio che da Campobasso dice: “Io dialogo con tutti, ma l’unico punto fermo è che con il Pd non si può fare nulla. A Calenda dico, mamma mia! Un governo con chi ha approvato la Fornero o vuole gli immigrati che cosa potrebbe fare?”. Matteo Salvini boccia l’apertura del ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda a favore di un coinvolgimento del Pd nella formazione del futuro governo.
Tuttavia è arrivata la precisazione di Calenda che ha voluto far sapere che contrariamente a quanto scritto da Repubblica, ovvero che Calenda sponsorizzava un esecutivo di emergenza tra Pd, M5s e Lega, lui non ha mai preso in considerazione una cosa simile. “Titolo fuorviante, mai auspicato un patto del genere, personalmente lo considererei un grave errore” ha detto il ministro dell’esecutivo Gentiloni, secondo cui “data la situazione di stallo e il peggiorare delle crisi internazionali, occorrerebbe proporre un governo di transizione“.

LA SCELTA

consultazioni apre

La prossima settimana arriverà la decisione di Mattarella. Di Maio o Salvini, uno dei due dovrebbe essere il premier incaricato dal Capo dello Stato di formare il Governo. In alternativa pronta la soluzione istituzionale, con la presidente del Senato Casellati in vantaggio sul numero uno di Montecitorio Fico. Comunque vada, l’Italia avrà un nuovo Esecutivo che dovrà affrontare immediatamente i venti di guerra in Siria e il Documento di Economia e Finanza. Davvero scarse le possibilità che il presidente della Repubblica la tiri troppo per lunghe, aspettando le elezioni regionali di fine aprile o la direzione del Pd. La scelta sarà comunicata a breve.

Il Movimento Cinque Stelle spera sempre nell’incarico a Di Maio con l’appoggio di un altro gruppo. L’accordo con il Pd sarebbe preferibile per i grillini, ma ad oggi è ipotesi impraticabile. Resta in campo un’intesa con la Lega. Berlusconi, però, sembra aver rinsaldato l’asse con Salvini. Tant’è che alle consultazioni di oggi il centrodestra si presenta unito. Uscendo dallo studio di Mattarella, Berlusconi lascia addirittura la parola a Salvini: “Abbiamo chiesto al nostro leader Matteo Salvini di darne lettura e sarà una lettura attenta alle singole parole su cui abbiamo discusso abbastanza”. Dopo che il Cavaliere si fa da parte, il leader della Lega ostenta l’unità ritrovata: “Abbiamo trovato una condivisione invidiabile e invidiata dalle altre forze politiche, siamo andati insieme al Colle per esprimere la comunità di intenti della nostra coalizione. Ci teniamo a ribadire che per quanto riguarda la grave crisi in Siria, l’unica soluzione è quella dello storico riavvicinamento della Russia con l’Alleanza Atlantica. Intorno a questi temi è necessario formare un governo che faccia cose, e non sia bloccato da veti”. Poi Salvini lancia l’amo a Di Maio: “Ci aspettiamo dal Movimento 5 Stelle altrettanta responsabilità nei confronti del paese”.

Il Pd resterà all’opposizione, ha fatto sapere il segretario reggente Martina. Resta comunque in campo la possibilità di un soccorso in caso di richiesta esplicita di Mattarella. Toni più decisi dai renziani. “Mai al governo con M5s e destra – le parole su Facebook del capogruppo a Palazzo Madama, Marcucci –. Abbiamo confermato al Capo dello Stato la totale mancanza di sintonia programmatica con M5S e centrodestra per poter avviare un dialogo sulla formazione di un governo. Abbiamo altresì ribadito le questioni che il Pd ritiene prioritarie in questo momento per il Paese. I partiti che hanno vinto le elezioni devono abbandonare egoismi e divisioni strumentali e pensare ai problemi degli italiani”.

MattarellaNencini - BoninoIn mattinata aveva iniziato le consultazioni il Gruppo Misto del Senato guidato da Riccardo Nencini ed Emma Bonino. Il segretario del Psi ha chiuso a ogni possibilità di appoggio ad un governo Salvini-Di Maio. “Abbiamo chiesto al Presidente della Repubblica di accelerare sulla possibilità di far sì che venga presentata, da chi ha vinto le elezioni, una proposta concreta uscendo dalle schermaglie giornalistiche: non ha senso aspettare le elezioni regionali e comunali. Sarà interessante vedere i filo-putiniani Salvini e Di Maio governare una crisi così delicata e di queste dimensioni. L’Italia non può uscire dalla cornice euro atlantica”, ha detto il leader socialista.

F.G.

Lega-M5s, commissione speciale, governo ad un passo

dimaiosalviniA un passo dal Governo Cinque Stelle-Lega. Sono loro i favoriti per ricevere un incarico esplorativo dal presidente della Repubblica dopo il secondo giro di consultazioni. Sembra ormai certo che i partiti che hanno raggiunto il miglior risultato elettorale proveranno a formare una maggioranza in Parlamento. Ad irrobustire questa tesi l’intesa raggiunta oggi tra Salvini e Di Maio sulla presidenza della commissione Speciale della Camera, che andrà al leghista Molteni.

Nel pomeriggio il leader del Carroccio ed il capo politico grillino si sentono al telefono “con spirito di collaborazione per rendere operativo il Parlamento al più presto” concordando poi sul nome di Molteni. Dopo le votazioni delle presidenza delle due camere, dunque, ora anche la commissione Speciale, che come primo atto si troverà di fronte il Documento di Economia e Finanza. L’accordo Lega-5Stelle appare ormai ben saldo.

L’alternativa è quella di una figura terza, che possa garantire tutti gli schieramenti in campo. Al momento non trapelano nomi. Di certo la scelta di uno tra Roberto Fico ed Elisabetta Casellati, rispettivamente presidenti di Camera e Senato, rappresenterebbe per Mattarella l’ultima scelta. Il capo dello Stato, anche a costo di rischiare un Governo istituzionale, non ha nessuna intenzione di tornare alle urne in tempi brevi.

Forza Italia, invece, resta nel limbo. In questo momento il partito di Berlusconi è in attesa di una decisione dell’alleato. “Salvini incaricato di formare il governo? Assolutamente sì – afferma Tajani a Radio Capital – abbiamo sempre detto che la prima forza del centrodestra deve esprimere il candidato primo ministro. Se poi Salvini vuole indicare un’altra persona per noi va bene, ma la decisione è sua, poi spetta a Mattarella scegliere”.

Nel Pd, ormai, l’impasse è strutturale. Prima di fare il primo passo, attendono tutti l’assemblea del 21 aprile prossimo. Intanto i renziani chiedono il congresso in autunno o al massimo a febbraio 2019 con il presidente Orfini che resterebbe in carica. In alternativa via alle primarie nei mesi antecedenti alle europee. D’accordo anche gli orlandiani. Il reggente Martina è solo un ricordo.

F.G.

LE CONSULTAZIONI

Quirinale

“Mi aspetto che Salvini e Di Maio salgano al Quirinale con una proposta che non sia ‘io faccio il Presidente del Consiglio o morte’. Devono dire agli italiani se la maggioranza grigio-verde che ha eletto i presidenti di Camera e Senato sia anche maggioranza di governo”. lo ha scritto Riccardo Nencini, segretario del Psi, sul suo profilo Facebook alla vigilia delle consultazioni. Un primo giro che non sarà risolutivo e dal quale con ogni probabilità non uscirà il nome del presidente del consiglio incaricato. Sergio Mattarella dovrà ascoltare tutti i gruppi parlamentari per capire quali sono le disponibilità e gli orientamenti di ognuno. L’obiettivo è quello di tirare le somme e capire come procedere. Da domani alle 10,30 al Quirinale, infatti, i vari capigruppo e leader politici entreranno nello Studio di Mattarella.

Poche saranno le novità rispetto alle scelte compiute finora e dunque le distanze per giungere a una maggioranza per sostenere il nuovo governo del Paese saranno ancora ampie. Tanto ampie che potrebbe servire più di un giro di colloqui per giungere a una soluzione. Certo, la novità principale è già scritta e sarà la presenza di Matteo Salvini alle consultazioni: sarà la sua prima volta in assoluto da quando è segretario della Lega, visto che nei due round precedenti (2014 e 2016) scelse di non salire al Colle. Altra novità potrebbe essere rappresentata dalla composizione della delegazione di Forza Italia, ma ancora non ci sono certezze su questo aspetto. Mentre è certo che a guidare la delegazione sarà Silvio Berlusconi. Il Capo dello Stato è alla sua seconda esperienza di consultazioni e nella scorsa occasione, quando nacque il governo Gentiloni, l’iter fu rapidissimo, in una settimana si svolse il passaggio dal governo Renzi al nuovo esecutivo. Questa volta quasi certamente il tempo sarà invece un ingrediente fondamentale per far maturare processi politici non scontati: la fine del bipolarismo e una legge elettorale per buona parte proporzionale hanno prodotto una situazione simile a quella che nei decenni passati aveva portato, con grande impegno e discussioni, alla nascita di governi prima di centrosinistra e poi pentapartito. Ora il tripolarismo delle urne si deve forzare ad un accordo, qualunque esso sia, che metta insieme forze che fino al 4 marzo erano avversarie. Per questo Mattarella ha deciso di lasciare il tempo necessario al dibattito tra partiti e nei partiti, sia nel centrodestra tra Lega e Fi, che all’interno del M5s che nel Pd: l’obiettivo è infatti avere un governo con una maggioranza certa e stabile.  Non intende dunque forzare la mano e anzi si appresta a lasciare che dopo il primo giro, in caso non si individuasse una soluzione, i partiti abbiano ancora qualche giorno di tempo per confrontarsi.  In questo quadro è presto per capire quali potrebbero essere i ‘format’ delle prossime consultazioni, anche se la cosa più probabile è che sia lui stesso a compiere almeno un secondo eventuale giro. Per il resto il presidente della Repubblica ha in mano una serie di carte che gli vengono dallo studio dei precedenti e che vanno dal mandato esplorativo a una figura terza (presidente della Camera o del Senato ma non solo), al preincarico a uno dei leader con più chance di raggiungere la maggioranza. Difficilmente indicherà una personalità di spicco (come successe per Mario Monti) almeno nelle prime settimane e assolutamente non per sua scelta, non amando la concezione di ‘governo del Presidente’, ma solo se glielo chiederanno tutti i partiti di fronte al fallimento di tutte le altre possibilità. Anche su questo terreno, infatti il Capo dello Stato non vuole forzare la mano e chiede che siano i partiti ad assumersi la responsabilità politica delle scelte, fossero anche quelle di un governo di tutti. E comunque non sono ancora maturi i tempi per un passaggio di questo tipo e tantomeno per un appello alla responsabilità dei partiti, neppure dopo il primo round di colloqui. Ascolto e calma: soprattutto per il primo giro, che ci si attende di posizionamento, saranno queste le doti da mettere in campo.

A parlare oggi è stato il segretario reggente del Pd, Maurizio Martina: “La parola spetta ai vincitori del 4 marzo, che devono esplicitare qual è la prospettiva che si intende dare al Paese. Abbiamo un impegno sancito unitariamente con la nostra direzione. Sentiremo il Presidente e se ci saranno indicazioni non saremo insensibili”. Il dem nega l’ipotesi di accordi con il M5S: “Mi pare un percorso molto difficile. Ci sono scelte di merito che ci differenziano”. “Non auspico un governo formato dal Movimento 5 stelle e dalla Lega: per i contenuti e per il merito delle scelte, mi preoccupa. Non faccio i salti di gioia”, ha detto ancora. “L’esito elettorale ci consegna una funzione che dobbiamo esercitare bene. Non penso che dobbiamo isolarci o metterci nel freezer, dobbiamo lavorare per ricostruire il nostro rapporto con il Paese e certamente dare battaglia in Parlamento. Se ci sarà la possibilità di costruire su alcuni punti fondamentali di proposta nostra intese o avanzamenti certo non dobbiamo sottrarci”.

Governo, un’intesa piena di ostacoli

Camera Deputati

Si parte alla ricerca di una maggioranza in grado di sostenere un governo. Le consultazioni al Quirinale inizieranno mercoledì 4 marzo. Ma il primo giro rischia di andare a vuoto. Perché la via di un’intesa giallo-verde è irta di ostacoli, a partire dalla volontà di Salvini di includere Forza Italia. Il M5s prova a rilanciare la propria iniziativa convocando già per domani un incontro “sui programmi” dei capigruppo di tutti i partiti. Ma il Pd, corteggiato dai grillini e agitato dalle sue divisioni, si tira fuori: “Non avranno i nostri voti”, dice Matteo Renzi.

In attesa dell’avvio delle consultazioni, inizia in confronto tra i gruppi parlamentari. Il primo incontro è alla Camera tra i capigruppo di M5s con Forza Italia. Danilo Toninelli e Giulia Grillo hanno incontrato Anna Maria Bernini e Maria Stella Gelmini. “E’ stato un incontro molto utile: abbiamo ascoltato le loro proposte e abbiamo presentato le nostre. Andremo avanti con un confronto parlamentare continuativo al livello dei capigruppo”, ha detto la Bernini al termine. I pentastellati hanno incontrato poi LeU. “Noi abbiamo detto che non ci sottraiamo al dialogo e al confronto sulle cose concrete anzi vediamo positivamente il fatto che si esca da una fase in cui si parla di poltrone. Sul confronto parlamentare diamo la nostra totale disponibilità”. hanno detto lasciando la riunione che si è tenuta alla Camera con i capigruppo M5s i rappresentanti di Leu, Loredana De Petris e Federico Fornaro.

Nel frattempo, Matteo Salvini, frena sul reddito di cittadinanza. “Dopo 5 anni di propaganda ora scoprono che si sono sbagliati. Per anni hanno promesso soldi, illudendo le persone e speculando sulla pelle di chi non ce la fa. Passata la festa, gabbato lo santo. Vergogna”. E’ questo il retweet con cui l’account Lega-Salvini Premier rilancia un’intervista in cui l’esponente Pd Michele Anzaldi critica, in maniera dura, il reddito di cittadinanza portato avanti dal M5S.

Anche Salvini prova a spingere sull’acceleratore: “O parte un governo o si va subito al voto. Non ci sto a tirare a campare, discutere per un anno di legge elettorale sarebbe devastante”. Il leader della Lega assicura che il centrodestra è “granitico”, anche se al primo giro di consultazioni ognuno si presenterà per proprio conto. E aggiunge che con il M5s “c’è un dialogo”: un governo è possibile. I Cinque stelle proseguono in realtà un corteggiamento sotto traccia al Pd. Ma Salvini, che fa sapere che non accetterebbe un incarico “al buio” senza avere prima un accordo, mostra di non crederci: “Voglio veder Di Maio trovare 90 voti in giro che si convincono…”.

Il leader della Lega esclude un esecutivo con i Dem, ma assicura che M5s non ha l’esclusiva dei contatti: “Sento tutti i pezzi del Pd”. L’accenno di Salvini ai “pezzi” del Pd non è casuale, perché dietro l’unità sulla linea dell’opposizione, il partito democratico sembra diviso in due, tra renziani e orfiniani che rifiutano ogni dialogo e il correntone “governista” che non vuole l’Aventino.

Intanto Renzi cerca di compattare il proprio partito: “La situazione politica è chiara: il Pd starà all’opposizione. E stando all’opposizione potrà dare un aiuto al Paese portando un clima di civiltà e rispetto del Governo che nei nostri confronti purtroppo non c’è stato. L’opposizione si può fare bene. Chi ha vinto le elezioni si metterà d’accordo, prima o poi: del resto Cinque Stelle e Centrodestra stanno facendo accordi in tutti i passaggi istituzionali”. E ancora: “Quando eravamo al Governo noi, questa fase delicata della democrazia parlamentare si chiamava ‘accaparramento di poltrone’. Ora che c’è un accordo che va da Berlusconi a Di Maio, passando per Salvini, per i centristi, per la Meloni (cinque forze, un nuovo pentapartito) si chiama ‘rappresentanza istituzionale’. Quelli che quando c’eravamo noi gridavano nei talk contro gli inciuci, oggi vanno in tv a spiegare la necessità degli accordi che smentivano con forza prima delle elezioni. Guardiamo il positivo, amici. Il vocabolario della politica migliora: si passa dagli insulti ai toni istituzionali. E nelle aule del Parlamento il clima è molto più tranquillo”.

Comune nel partito democratico cresce la tensione. Il mal di pancia è ben visibile nella diatriba sollevata in particolare da Dario Franceschini (poi sposata da Andrea Orlando) su una questione formale. Ovvero se convocare i gruppi Pd di Camera e Senato prima del quattro marzo (come invocato dai ministri della Giustizia e dei Beni Culturali) per chiarire la linea politica dem quando i partiti saranno ricevuti al Colle per discutere sul governo. Oppure se convocare la riunione dei gruppi dei due rami del Parlamento solo all’indomani delle consultazioni col Quirinale, come replica Lorenzo Guerini. Il segretario reggente Maurizio Martina sta mediando tra le varie anime dem, anche se la sua idea è di convocare i Gruppi e la direzione all’indomani delle consultazioni al Quirinale per un confronto interno. E, soprattutto, per fare il punto della situazione.

Verso le consultazioni. Scintille tra Salvini e Di Maio

Salvini-e-Di-Maio

A una settimana dall’avvio delle consultazioni e dopo pochi giorni dall’accordo sulle presidenze delle Camere il barometro politico tra Salvini e Di Maio torna a segnare brutto tempo.

“Io al Colle vado da solo. Così ha scelto il centrodestra, per la prima volta va bene così…poi vediamo…”. Ha detto Matteo Salvini, parlando al Senato, confermando che il centrodestra andrà alle consultazioni con delegazioni distinte. “Ma da solo – ha detto ancora – Di Maio dove va…Voglio vederlo trovare 90 voti in giro, che dalla sera alla mattina si convincono. E poi 50 voti sono molti meno di 90”.  Dichiarazioni a cui risponde il capogruppo Pd Graziano Delrio: “I voti del Pd non sono a disposizione. Decidiamo noi”.

Entrambi si candidato a Palazzo Chigi, ma la questione dirimente è con quale maggioranza. Un posizionamento tattico ovviamente. Alzare i toni ora per vedere la reazione dell’alto e per alzare la posta in gioco. Ecco perché per qualche giorno ancora assisteremo a un posizionamento delle truppe. Inoltre i due devono fare i conti con la realtà. Dalle elezioni non sono usciti vincitori. Nessuno infatti ha una maggioranza in tasca. Certo Pd e Fi sono usciti ammaccati dalle urne, ma né il centrodestra né il M5s hanno il 50% più uno dei voti. È quindi necessario trovare un accordo e una convergenza. Da qui la necessità di presentarsi al tavolo mostrando i muscoli.

La prossima settimana Luigi Di Maio e Matteo Salvini si incontreranno per la prima volta in campo neutro. Ma la tensione aumenta perché il leader dei 5 Stelle sta puntando i piedi sulla presidenza del Consiglio. Vorrebbe essere lui a ricevere l’incarico pieno da premier dal capo dello Stato perché, sostiene, rappresenta il primo partito con il 32% mentre il capo leghista “solo il 17%”, non certo tutto il centrodestra, ovvero il 37%.

In più Di Maio non vuole saperne di Forza Italia. “Siamo aperti a tutti ma non riabiliteremo certo Berlusconi” dicono i pentastellati. Salvini ovviamente parte delle considerazioni opposte: “Parto dal centrodestra con loro abbiamo preso i voti. Non è il momento per preclusioni. Se si dice ‘fuori Forza Italia’ non se ne fa niente e arrivederci”. Lo stesso discorso per Salvini vale per l’approccio alla presidenza del consigli: “Se si dice ‘o io (Di Maio ndr) premier o niente’ non è il modo giusto per partire. Altrimenti che discussione è? Io invece – ha ricordato a Porta a Porta – ho già fatto passi indietro per far partire il lavoro delle Camere, ma non è che possiamo fare passi indietro su passi indietro e gli altri nulla».

Di Maio invece insiste, afferma che gli italiani si sono espressi indicando il premier, “espressione della volontà popolare”, dimenticando che né la legge elettorale né la Costituzione prevedono la figura del candidato presidente del Consiglio. Una giravolta un po’ contraddittoria per chi, per anni, ha fatto da paladino del sistema parlamentare che porta all’elezione del premier solo con la doppia fiducia di Camera e Senato.

Entrambi minacciano la possibilità di un nuovo voto in caso di fallimento delle trattative sul governo. Premesso che indire elezioni e sciogliere le Camere spetta al presidente della Repubblica, Lega e 5 Stelle non avrebbero nulla da perdere in questa ipotesi. A temere sono le forze ammaccate dal turno elettorale, sono quelle vedono questa ipotesi, al momento abbastanza remota, come fumo negli occhi.

Insomma è obbligatorio trovare una convergenza per dar vita a una maggioranza che sostenga un governo. Leggendo i programmi, le affinità più forti si sono trovate più tra Lega e M5s che tra M5s e Pd. La settimana scorsa è quindi partito il dialogo tra i due leader nuovi, che hanno subito trovato un feeling naturale: giovani, pragmatici, dai modi spicci. Ma al momento nessuno può cedere. Che altro non è che mettere in modo chiaro sul tavolo richieste e paletti. Ed ecco perché al Quirinale Sergio Mattarella ha lasciato tempo per chiarirsi le idee e si prepara a fare più di un giro di consultazioni. Da politico saggio e paziente sa che quasi sicuramente non basterà un solo giro di consultazioni, perché il primo servirà ai partiti per dichiarare le posizioni di partenza. Solo dal secondo giro, auspicabilmente, si comincerà a fare sul serio, avviando una mediazione, piallando gli angoli e limando le asperità. Nei palazzi della politica molti attendono di vedere se spunterà un terzo uomo che potrebbe mettere d’accordo tutti e ricoprire il ruolo di premier.

TUTTO È POSSIBILE

salvini berlusconi dimaioI presidenti delle Camere sono stati eletti con una prima convergenza che ha unito il centro destra ai 5 Stelle. Ora l’intesa sembra continuare. Bisogna aspettare che le consultazioni entreranno nel vivo per capire su quale strada continuerà la partita per il governo. Dopo l’intervista al Corriere nella quale Silvio Berlusconi apre a un governo Salvini escludendo l’ipotesi di una alleanza solo Lega-M5s, a parlare è il leader del Carroccio che come suo solito si scaglia contro i soliti bersagli: Europa e legge Fornero la cui demonizzazione ha fatto le fortune della sua campagna elettorale. Lo spunto questa volta viene dalla Catalogna: “I problemi fra Madrid e Barcellona – ha detto a Telelombardia – si risolvono dialogando, non con le manette”. “L’Unione Europea – ha aggiunto – ha dimostrato il suo nulla”. Dimenticando, o facendo finta di dimenticare visto che fino a ieri era parlamentare europeo, che l’Europa non può intervenire nelle vicende interne a un paese.

“Non è o Salvini o la morte” ha detto inoltre parlando della possibilità che invece di premier lui diventi ‘solo’ ministro. “A me – ha spiegato – interessa che l’Italia cambi. Sono pronto a metterci la faccia in prima persona e lavorare 24 ore su 24. Ma siccome voglio il cambiamento non è o Salvini o la morte”. “La coalizione che ha vinto è quella di centrodestra. Anche se non ha i numeri sufficienti per governare da sola ha vinto, quindi si parte dal programma di centrodestra”, ha sottolineato Salvini. E all’interno del centrodestra, ha ricordato, l’accordo era che chi prendeva un voto in più esprimeva il premier. “Sono pronto ma – ha aggiunto – non voglio fare il presidente del Consiglio a tutti i costi, con tutti perché altrimenti mi ammalo. Lo faccio se c’è la possibilità di approvare le leggi per cui gli italiani mi hanno dato il voto. Altrimenti se mi dicono va a fare il presidente di un governo dove ci son dentro tutti quanti e poi vediamo che cosa si riesce a fare in un anno no”.

“Per ora i 5 Stelle si sono dimostrati affidabili”, ha detto ancora. “Io le persone le giudico dai fatti, non dalle parole. Poi nei fatti, nei numeri uno si dimostra affidabile o non affidabile” ha spiegato aggiungendo che “quello che hanno detto, hanno fatto. Come Di Maio e Grillo hanno detto Salvini ha dato una parola e l’ha mantenuta, io apprezzo la gente che dice una cosa e poi la fa” e questo “vale anche per Berlusconi: alla fine abbiamo chiuso con il centrodestra compatto”. Sembrano passati anni luce, eppure era solo ieri, quando Salvini assicurava che con i 5 Stelle non avrebbe mai fatto nessuna alleanza. Comunque mettere insieme un governo non sarà facile, né, allo stato attuale, si intravede ancora la figura idonea a incarnare un patto che in teoria smentisce le solenni promesse politiche fatte agli elettori (gli uni hanno giurato mai con i cinquestelle, gli atri mai con Berlusconi).

Salvini ha detto, incassando un indubbio successo tattico, che adesso dovrà nascere un governo che dia agli italiani meno tasse e più pensioni. Fico vuole tagli ai costi della politica e reddito di cittadinanza, insomma i cavalli di battaglia grillini. Secondo i calcoli di Tito Boeri, il reddito di cittadinanza dovrebbe costare 30 miliardi di euro, mentre “stracciare” la riforma Fornero, come ha platealmente detto Salvini in campagna elettorale, costerebbe almeno 90 miliardi. Intanto, il conto della spesa parte già da 30 miliardi che bisogna trovare quest’anno: 12,4 per impedire che scatti l’aumento dell’Iva previsto dalla clausola di salvaguardia, 12 per rispettare gli impegni presi con la Ue facendo scendere il deficit pubblico allo 0,9%, il resto per i contratti del pubblico impiego e le spese incomprimibili. A qualcosa bisognerà rinunciare.