Gb, via libera alle elezioni anticipate l’8 giugno

theresa-mayVia libera alle elezioni politiche anticipate in Gran Bretagna: la Camera dei Comuni ha approvato senza sorprese la mozione del governo Tory di Theresa May per la convocazione del voto il prossimo 8 giugno, superando il quorum richiesto dei due terzi. A favore, oltre ai Conservatori, hanno votato come annunciato dai loro leader, Jeremy Corbyn e Tim Farron, le opposizioni laburista e liberaldemocratica, mentre gli indipendentisti scozzesi dell’Snp si sono astenuti.

Secondo il conteggio annunciato di fronte allo speaker della Camera, John Bercow, i sì alla mozione sono stati 522, i no appena 13. La maggioranza qualificata prevista per raggiungere i due terzi dell’assemblea era di 432. Con questo atto la Gran Bretagna entra dunque in campagna elettorale per la terza volta in tre anni: dopo il voto politico del 2015, vinto dai Conservatori sotto l’allora leadership di David Cameron, e quello referendario del 2016, segnato dalla vittoria dei sostenitori della Brexit e le dimissioni dello stesso Cameron.

Il governo May, che aveva chiesto il ricorso alle urne con la motivazione ufficiale di volersi rafforzare al tavolo dei negoziati con Bruxelles per il divorzio dall’Ue, resta intanto in carica per l’ordinaria amministrazione. Mentre i maggiori partiti – i Conservatori di Theresa May, i Laburisti di Jeremy Corbyn, i Libdem di Tim Farron e gli indipendentisti scozzesi di Nicola Sturgeon in primo piano – si apprestano a presentare i rispettivi programmi e ‘manifesti’ elettorali.

“Questo primo ministro non è credibile”. E’ l’affondo lanciato in precdenza a Theresa May dal leader laburista Jeremy Corbyn all’inizio del Question Time alla Camera dei Comuni. Il capo dell’opposizione ha puntato il dito sul fatto che la premier si sia contraddetta annunciando la volontà di andare alle elezioni anticipate dopo che più volte aveva negato questa possibilità. Nel suo attacco Corbyn ha ricordato la serie di “promesse infrante” dei conservatori, che avrebbero contribuito alla crisi della sanità e aumentato il divario fra ricchi e poveri nel Regno Unito.

Siria, ripresi i raid. Salta
il summit con Mosca

siria-bombe-cloroSono ripresi raid intensi su Aleppo e dintorni, nel nord della Siria, raid aerei governativi siriani e russi secondo quanto riferito dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus) e giornalisti presenti ad Aleppo orientale assediata dalle forze lealiste. Il Centro di documentazione delle violazioni in Siria ha contato 51 civili uccisi nelle ultime 48 ore nella regione di Aleppo.

La situazione in Siria è “estremamente complicata” e le accuse lanciate da Gran Bretagna e Stati Uniti contro la Russia sono “inaccettabili”: lo ha denunciato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, replicando al ‘processo’ alla Russia e al regime di Bashar Assad durante la riunione d’emergenza sulla Siria del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. “Riteniamo del tutto inaccettabile il tono della retorica dei rappresentanti di Gran Bretagna e Stati Uniti e notiamo che questo può causare gravi danni al processo di soluzione della crisi e ai nostri rapporti bilaterali”, ha affermatato Peskov.

Il “tono” di alcuni funzionari britannici e americani è generalmente “inaccettabile”, ha aggiunto il portavoce Peskov. Tale “retorica”, ha aggiunto, può provocare “grande danno” al processo di pace in Siria e alle “relazioni bilaterali”. Lo riporta la Tass. Peskov ha inoltre sottolineato che al momento “non ha senso” tenere un summit sulla Siria e ha definito la situazione come “molto difficile”.

Intanto in Siria proseguono i bombardamenti su Aleppo che non risparmiano alcun obiettivo: nelle ultime ore è stato colpito l’ospedale Omar bin Abdelaziz, situato nel quartiere assediato di Maadi, reso inagibile da un raid aereo che ha causato un numero ancora non chiaro di feriti.  Dalla città, l’attivista Abu Muyahed al Halabi, della rete di opposizione Red Sham, ha detto che sono stati gli aerei russi ad attaccare il centro ospedaliero e che “ci sono stati solo feriti lievi, tra i quali alcune infermiere e medici”.

Nel suo intervento il Cremlino ha anche bocciato l’idea di un vertice internazionale sulla Siria: “La situazione per ora è troppo amorfa per incontrarsi ad alto livello”, ha spiegato Peskov, aggiungendo che bisogna capire “a livello di esperti” le ragioni dei problemi esistenti e chi ne è responsabile. Secondo il portavoce presidenziale, inoltre, la divisione tra opposizione moderata e terroristi in Siria, su cui si è impegnata Washington, non è ancora arrivata.

“Quello che la Russia sta sponsorizzando in Siria non è lotta al terrorismo, ma barbarie”, aveva denunciato l’ambasciatrice americana all’Onu, Samantha Power, ricordando i 150 raid delle precedenti 72 ore. “Mosca”, aveva rincarato il collega britannico, Matthew Rycroft, “collabora col regime siriano per commettere crimini di guerra”. “Il caos in Medio Oriente”, aveva replicato il rappresentate russo Churkin, “lo avete provocato voi, distruggendo l’equilibrio del passato. Ora usate i terroristi di al Nusra per abbattere il governo siriano”. L’inviato di Damasco, Bashar Jaafari, ha assicurato che “la vera guerra al terrorismo non è ancora cominciata. L’avvento della vittoria siriana è imminente, e porterà all’applicazione di tutte le risoluzioni del Palazzo di Vetro”.  La riunione d’urgenza del Consiglio era stata richiesta dagli americani per denunciare l’offensiva russo-siriana che ha fatto saltare la tregua negoziata il 9 settembre scorso dal segretario di Stato, John Kerry, e dal ministro degli Esteri, Serghei Lavrov.

Dopo la Brexit. L’Europa
tra flessibilità e rigidità

europa unitaLa decisione del Regno Unito di uscire dall’Europa ha segnato uno spartiacque; è probabile che la vittoria per il “leave” sia desinato a non produrre effetti immediati, ma la decisione, come da molti osservatori viene sottolineato, costituisce una “rottura” netta riguardo al modo in cui perseguire, semmai sarà possibile, un obiettivo che sia in qualche modo portatore degli ideali dei padri fondatori dell’attuale Unione Europea.
A livello internazionale, in termini più serrati dopo il vittoria del “leave” sul “remain” del Regno Unito, prosegue il dibattito su cosa occorrerebbe fare per rilanciare ciò che si è inteso di realizzare con i Trattati europei degli anni Cinquanta. Walter Hallstein, primo presidente della Commissione Europea tra il 1958 e il 1967, all’inizio degli anni Sessanta dichiarava che con Trattati i padri fondatori hanno immaginato un’Europa che non fosse un’alleanza di Stati nazionali, né soltanto un’area economica, ma la costruzione di una rete di regioni libere, che comportasse il superamento del divario tra “nazioni grandi e potenti e nazioni piccole e politicamente impotenti”.
Cosa è stato realizzato dell’auspicio di Hallstein? Ben poco; a tal punto che molti dei Paesi che originariamente hanno condiviso gli obiettivi dei Trattati, oggi sono propensi ad imitare il Regno Unito. Come è possibile evitare che l’Unione corra seriamente il rischio di una disintegrazione? All’interrogativo vengono date risposte alternative: alcune propongono “rigidamente” la ripresa, con determinazione, del processo di integrazione politica; altre, più realisticamente, auspicano una revisione del progetto originario, per la realizzazione di una “Europa flessibile”.
Ulrike Guérot, direttrice dell’”European Democracy Lab presso la European School of Governance di Berlino”, in “Pensiamo un’altra Europa” (Limes n. 6/2016), sostiene che, dopo il “tradimento” dell’ideale dei padri fondatori, l’Unione ha accusato un “grave deficit democratico”. Al momento, pertanto, ciò di cui “l’Europa e i suoi cittadini hanno maggior bisogno in questi giorni sono il coraggio e la fiducia”; urgenza, questa, che impone alle classi politiche dei Paesi europei la necessità di procedere ad una riflessione sul come rovesciare l’assetto attuale dell’Unione, che valga a riproporre ciò che l’”Europa, in origine, doveva essere: un progetto per il superamento degli Stati nazionali”
A parere della Guérot, le crisi che da tempo si susseguono all’interno dell’Unione non sono gli esiti fatali di un destino avverso, ma quelli dovuti all’assenza di un’Europa politica. Oggi, perciò, il problema da risolvere è quello di pensare quale Europa si vuole realizzare oltre l’UE; ovvero, se si vuole “costruire un’Europa democratica e sociale che risponda ai principi fondamentali della democrazia”. La soluzione del problema, perciò, dovrebbe consistere nella costruzione di una “reale democrazia post-nazionale”, ossia di una completa riorganizzazione istituzionale e politica del Vecchio Continente.
Secondo la Guérot, tutti i sociologi e politologi europei, con Jürgen Habermas in testa, sottolineano che all’Unione è venuta meno una “legittimazione interna dei suoi assetti istituzionali”, nonostante che il Trattato di Maastricht abbia fissato i termini affinché l’Unione Europea fosse un’unione di cittadini e di Stati; di fatto, però, è stata realizzata solo un’unione di Stati e non di cittadini. Ciò ha comportato che gli Stati potessero continuare ad esistere e ad operare, in considerazione del fatto che solo essi avevano potere decisionale nel Consiglio europeo, alle cui delibere, il Parlamento europeo, privo di ogni potere legislativo, non poteva opporsi. Se non si vuole abbandonare quanto sin qui è stato realizzato, sottolinea la Guérot, occorre realizzare un sistema democratico europeo che risponda ai requisiti della logica di funzionamento della democrazia propria dello Stato sociale di diritto.
Un serio balzo in avanti sulla via della realizzazione di un sistema democratico europeo può essere compiuto solo mirando a realizzare una struttura istituzionale dell’Unione, in cui i cittadini siano realmente sovrani, prendendo atto del fatto che “non saranno mai gli Stati nazionali a fare l’Europa, bensì i cittadini europei, poiché soltanto loro hanno diritto a esercitare la propria sovranità”.
In questa prospettiva di rifondazione dell’Europa, l’elemento nazionale dovrebbe essere adeguatamente sostituito dall’elemento regionale; ciò perché, a parere della Guérot, attraverso una più proficua valutazione delle regioni, può essere meglio garantita l’identità delle singole culture europee, fugando in questo modo tutte le paure connesse al discorso di “una forzata e artificiale identità europea”; in questo modo, l’identità culturale rimarrebbe prerogativa delle singole regioni, mentre l’auspicata repubblica europea, organizzata su basi federalistiche, consentirebbe ai suoi cittadini di “abitare sotto un unico tetto”, giuridicamente uguale, ma culturalmente diversificato, che permetterebbe di realizzare la tanto auspicata unità politica, diversificata nella molteplicità delle culture.
La proposta della Guérot, pertanto, s’inquadra nel solco della tradizione sinora prevalsa, che però ha solo consentito di esorcizzare gli esiti negativi dei momenti di crisi dell’Unione, sostenendo in coro, acriticamente, la necessità di superarli attraverso una maggiore integrazione politica degli Stati membri. È accaduto così che, per più di una generazione l’Europa abbia costituito, come afferma Brunello Rosa in “Qui si fa l’Europa o si muore” (Limes, n, 6/2016), un “desiderio immaginario” (a phantastic object), che ha indotto le istituzioni dell’Unione e prendere delle decisioni, senza considerare in alcun modo i costi e le incoerenze che le stesse avrebbero comportato; come quella, scoperta ”col senno di poi”, a suo tempo assunta, di ammettere nel 1973 il Regno Unito a fare parte della Comunità economica Europea, senza valutare le reali ragioni opportunistiche che hanno spinto allora il Regno Unito a “bussare alla porta” cella Comunità.
Nel 1973, la perfida Albione, a parere di Rosa, “ha fatto un calcolo molto preciso: ha deciso di aderire in forma limitata a un mercato unico quando la sua economia cadeva a pezzi”; il Regno Unito ha deciso di “scambiare un po’ della propria sovranità con l’accesso al mercato unico”, senza però mai credere al sogno continentale dell’Europa politica, chiamandosi fuori non appena “ne ha scorto l’ombra”. Ancora più pragmaticamente, sempre secondo Rosa, la Gran Bretagna si è allontanata dal disegno europeo, non appena l’Unione (che nel frattempo aveva sostituito la Comunità Economica Europea) ha incominciato a trasformarsi da luogo in cui si cercava di conciliare legittimi interessi nazionali a luogo della mediazione, con cui tenere in piedi il “desiderio immaginario” di un’Europa politicamente unita. Non è stato, quindi, solo il Regno Unito ad allontanarsi dall’Europa, perché anche quest’ultima, con tutte le sue finzioni, si sarebbe resa “scomoda” per un Paese uso a fondare la sua credibilità sulla legittimazione delle sue istituzioni a livello internazionale.

Stando così le cose, Rosa ritiene che sia necessario rispondere alla domanda: quale configurazione dovrebbe assumere la prosecuzione del progetto dell’Europa unita, permettendo in futuro che Paesi come la Gran Bretagna possano aderirvi, oppure, se già vi hanno aderito, decidere di abbandonarlo? Per decenni, si è pensato che i “destini dell’Europa fossero determinati dal grado di integrazione tra i Paesi europei”, ma l’esito del referendum britannico ha chiarito una volta per tutte la fallacia di questo convincimento; la pretesa di risolvere le crisi ricorrenti (ultima, ma non la sola, quella dei migranti) invocando una maggiore integrazione si è trasformata in motivo di fuoriuscire dall’Europa per i Paesi che non l’hanno mai condivisa. Occorre perciò – come osserva Rosa – un’altra prospettiva di azione per consentire all’Unione di sopravvivere; in altri termini, occorre che i Paesi, che ancora sono interessati alla conservazione dell’Unione, adottino una prospettiva di azione politica futura che sia più flessibile rispetto a quella prospettata dalla Guérot.
A parere di Rosa, infatti, il disegno europeo potrebbe sopravvivere al perseguimento di una maggiore integrazione, solo adottando una maggiore flessibilità nella sua organizzazione complessiva, potenzialmente a “geometria variabile”. In tal modo, l’Europa dovrebbe “essere pensata come un sistema di centri concentrici”, con al suo centro il cerchio ristretto dei Paesi dell’Eurozona, dando a questi la possibilità di uscire, ma di rimanere nel secondo cerchio più esterno formato dai Paesi aderenti all’attuale UE che non vogliono adottare la moneta unica, senza però condividere una maggiore integrazione (tra questi potrebbero rientrarvi Paesi come la Gran Bretagna, quelli euroscettici, come l’Olanda, la Svezia e la Danimarca e ed i turbolenti Paesi dell’Est europeo. Del cerchio più esterno dovrebbero far parte tutti quei Paesi (Turchia, Ucraina ed altri) che con l’Europa vogliono realizzare una qualche forma di associazione, ma che nell’UE non sono ammessi, per il veto degli attuali membri, o per il divieto a farne parte perché ricadenti in altre ”sfere di influenza”. Un’Europa a cerchi concentrici rappresenterebbe, a parere di Rosa, un progetto molto più concreto, in quanto dotato di una maggior flessibilità, di quello fondato rigidamente sul perseguimento dell’integrazione politica di tutti gli attuali Paesi aderenti, prescindendo dai costi e dalle incoerenze politiche che esso comporta (cioè, per realizzare una ever closer union, no matter what).

Se le probabilità di portare a compimento il progetto europeo secondo la prospettiva rigida indicata dalla Guérot sono molto basse, per via delle resistenze che essa solleva in molti degli attuali residui 27 Paesi che fanno parte dell’UE, altrettanto poco realistica appare la prospettiva indicata da Rosa. Le scarse possibilità di successo del modello flessibile a cerchi concentrici sono, come sottolinea lo stesso Rosa, dovute all’assenza, non solo “di una classe dirigente capace di perseguire obiettivi tanto ambiziosi e per il progressivo rafforzarsi di movimenti populisti europei, che mirano invece ad accelerare i processi di disintegrazione”; ma anche e soprattutto per l’incoerenza e la spregiudicatezza di molti tra gli Stati dell’Eurozona, quella cioè che dovrebbe costituire il “cerchio ristretto” nell’attuazione del modello di organizzazione più flessibile del progetto europeo, di fare parte di “alleanze occulte” con altri Paesi esterni all’UE, per il perseguimento di vantaggi globali, spesso incoerenti rispetto agli impegni che dovrebbero assolvere nei confronti degli altri Paesi impegnati sul fronte della realizzazione dell’Unità politica dell’Europa.

Tra i Paesi dell’Eurozona, Germania e Francia sono quelli che rappresentano la maggiore incognita circa le loro reali intenzioni di voler portare a compimento l’unità politica dell’Europa: la Francia aspira da sempre a raggiungere un improbabile status di grande potenza globale, mentre la Germania, tende ad intessere relazioni extracomunitarie per il continuo rafforzamento dei suoi interessi economici, finanziari e commerciali. Questi due Paesi, in modo particolare, fanno parte, a titolo diverso, dell’”Alleanza a geometria variabile dei Five Eyes”, un patto originario, stretto nel 1946, tra gli Stati Uniti e Gran Bretagna per il “controllo” delle comunicazioni globali; accordo al quale, in momenti successivi, sono stati associati Australia, Canada e Nuova Zelanda.

La Germania non occuperà un posto di rilievo in seno all’”Alleanza Five Eyes”, ma è certo che i suoi “apparati di intelligence” ricevono dall’interno dell’”Alleanza” molte più informazioni di quante non ne ricevano gli altri Paesi dell’attuale Unione Europea. La Francia, dal canto suo, ubbidendo alle proprie pulsioni di “grandeur”, si vorrebbe “alleata, ma non allineata” con l’organizzazione “Five Eyes”, ma la sua aspirazione ad accreditarsi, in concorrenza con la Germania, almeno come “europotenza”, la costringe a seguire logiche decisionali non sempre in linea con la soluzione dei problemi dell’Europa.

In conclusione, se anche i Paesi europei, che per ragioni diverse dovrebbero esercitare un “peso” rilevante sulle decisioni riguardanti la prosecuzione del processo di integrazione europeo, “trescano” con “Paesi terzi”, né il progetto proposto dalla Guérot, né quello proposto da Rosa potranno avere una qualche probabilità d’essere accolti per essere prontamente attuati. Ciò perché, Germania e Francia sono prone alle strategie di chi, come l’Inghilterra del passato, cui oggi si aggiungono gli USA, sono avverse all’unità dell’Europa: l’Inghilterra, come sempre, in nome della sua avversione alla formazione di una qualche superpotenza continentale a guida francese, tedesca o russa, e ora in nome della propria sicurezza, sovranità e identità; gli USA, in nome della propria aspirazione a conservare la propria primazia, non solo economica, a livello globale.

Gianfranco Sabattini

Theresa May, l’erede della Thatcher guiderà l’UK

mayUna contesa tutta “rosa” alla Camera dei Comuni, ma che alla fine ha assegnato la carica a Theresa May.
Andrea Leadsom oggi ha formalizzato la sua rinuncia alla candidatura per la leadership Tory e per Downing Street, la rinuncia è stata giustificata per il non “sufficiente sostegno” in parlamento, Leadsom ha offerto appoggio alla May, ricordandone l’impegno ad attuare la Brexit.
Aggiungendo poi che “nove settimane di campagna elettorale sono altamente indesiderabili in questo momento in cui il nostro paese ha bisogno di stabilità e di una guida sicura per implementare la decisione del Brexit presa nel referendum”. La Leadsom ha inoltre sottolineato che “Theresa May, pur schierata per Remain, cioè per restare nella Ue, nella campagna referendaria, ha ora promesso di realizzare la volontà degli elettori di uscire dall’Europa” e le ha espresso il suo pieno sostegno.
Già da mercoledì il ministro degli Interni May entrerà a Downing street al posto del dimissionario Cameron, molto prima del 9 settembre, la data originariamente prevista per annunciare il vincitore delle primarie dei Tories e il cambio della guardia al vertice del partito e del governo. Sarà quindi la seconda donna premier conservatrice dopo la Thatcher.
May ha sempre spinto per una maggior presenza femminile fra i deputati Tories. Oggi promette di unificare il partito e il Paese dopo lo shock della Brexit e di mettere il suo partito “al servizio della gente che lavora”.
Ministro dell’Interno dal 2010, May ha ottenuto molta notorietà nel 2013 quando è riuscita ad espellere dal Paese l’imam radicale Abu Qatada, ma è stata criticata per non aver mantenuto la promessa del governo di portare il numero netto degli immigrati sotto i 100mila l’anno.

Marilena Selva

Brexit. Così il Day After in Germania

Angela Merkel

BERLINO. Il tweet arriva alle 8 di mattina, breve, semplice ma significativo: si tratta di una bandiera Europea postata direttamente dal Ministero degli Esteri accompagnata dal motto “Per l’Europa”. In questo modo si è risvegliata la Germania all’indomani della vittoria dei “Leave” nel referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Passano pochi minuti ed arriva anche la dichiarazione del titolare del ministero in questione, ovvero Frank-Walter Steinmeier della SPD. In una lunga nota, egli invita a non “farsi prendere né dall’isteria né dal panico”, ma di lavorare per “tenere l’Europa assieme”. Questo, dice l’ex-candidato cancelliere social-democratico, può essere compiuto solo tramite uno sforzo comune per il rafforzamento delle politiche europee in materia di occupazione, crescita, asilo e sicurezza. Stessa soluzione viene proposta dal Presidente Tedesco Joachim Gauck, la cui dichiarazione arriva quasi in contemporanea, che invita gli stati membri dell’Unione a darsi da fare per le riforme, qualora fossero necessarie, e per la “difesa dell’Unione e dei suoi valori” di fronte alla pressione delle forze euro-scettiche presenti nel continente.

Per una riforma del processo di integrazione europeo si schiera il leader della SPD e vice-cancelliere Sigmar Gabriel. Per il segretario social-democratico, l’Europa nel suo complesso dovrebbe preoccuparsi meno della stabilità economica o del valore dell’Euro e più del benessere dei cittadini, abbandonando quella Austerity tanto criticata nel Sud dell’Europa, per maggiori investimenti: nessuno, conclude citando Jacques Delors, “si innamora del mercato interno”. Rincara la dose, Reiner Hoffmann, il leader del sindacato dei lavoratori tedeschi DGB, il quale dà la colpa all’Austerity portata avanti dal governo tedesco, e soprattutto la CDU di Angela Merkel, durante la crisi dell’Euro, della diffidenza di ampie parti della popolazione europea nei confronti dell’Unione.

Nel corso della mattinata arrivano anche le dichiarazioni dell’opposizione, ovvero dei Verdi, il terzo partito tedesco. In una intervista alla Tageszeitung, l’ex-leader Jürgen Trittin sottolinea come il no all’Europa, sia in Inghilterra come in tutta Europa, nasca dalla disaffezione delle classi più deboli economicamente al progetto europeo. Sono queste, continua, ad essere state più esposte a quelle politiche neo-liberali di cui, fra gli altri, Angela Merkel è stata nel corso degli ultimi anni alfiere e che hanno comportato vantaggi solo per le tasche dei ricchi e delle aziende. Per il politico dei Verdi, sarebbe quindi arrivato il momento di avviare una riforma in senso sociale dell’Europa.

Fin qui le forze, anche non di governo, europeiste, ma non tutta la classe politica tedesca rientra in questa categoria. Il vice-segretario di Alternative fuer Deutschland (AfD), il partito euro-scettico attualmente al 10-13% in Germania, Alexander Gauland, accusa la Cancelliera, soprattutto la sua politica di apertura delle frontiere ai profughi portata avanti anche in Europa, della Brexit. Per questo si augura un ritorno dell’Europa alla pura unione commerciale ed al rispetto delle identità nazionali. Sullo stesso registro il leader della CSU e governatore della Baviera Horst Seehofer che sottolinea come sia arrivato il momento di una maggiore autonomia in Europa delle identità nazionali, regionali e locali contro “il centralismo” per “un’Europa delle diversità”.

Intanto arriva l’apertura della borsa di Francoforte: un tragico -9% in linea con le altre borse mondiali che si è poi andato ad attestare, nel corso della giornata, al -7%. Di sicuro non è stata di aiuto la dichiarazione del presidente della Deutsche-Bank John Cryan, per il quale le conseguenze economiche e finanziarie di questo “venerdì nero per l’Europa” sono molto difficilmente prevedibili, “ma sicuramente saranno negative per tutti”.

Alle 12:30, dopo una riunione straordinaria del proprio gabinetto e, riporta l’agenzia francese AFP, un colloquio telefonico con François Hollande ed il presidente polacco del Consiglio Europeo,Donald Tusk, incomincia la conferenza stampa di Angela Merkel. Sul podio, la Cancelliera cerca di tranquillizzare mercati e cittadini esprimendo la propria fiducia incondizionata nella tenuta dell’Unione Europea: il voto britannico ha aperto sì una “frattura del processo di integrazione europea”, ma Bruxelles “è forte abbastanza per dare le giuste risposte a quanto successo”. Allo scopo di fronteggiare le conseguenze, la Merkel dichiara che ha organizzato per lunedì 27 Giugno un vertice straordinario con Hollande, Renzi e Tusk.

Non esistono comunque, continua la Cancelliera, soluzione rapide alla crisi, che richiede calma e tempo, nonché una maggiore comunicazione con i cittadini. In un momento in cui “le aspettative sull’Europa sono al massimo” è importante “comunicare bene ai cittadini, europei e tedeschi, i vantaggi dello stare nell’Unione” a fronte dei crescenti dubbi sull’operato dell’Unione soprattutto nei riguardi dell’emergenza profughi, uno dei temi usati dal “Leave” nella campagna referendaria. Su questo argomento, su cui la Merkel si è spesa sia in patria che in Europa, il governo tedesco non intende cambiare direzione per via “degli interessi particolari e delle responsabilità speciali” che ha la Germania nei confronti dei profughi. 

Finisce la conferenza stampa e il governo tedesco, come gli altri dell’Unione si mette al lavoro per fronteggiare non solo il negoziato d’uscita della Gran Bretagna, ma evitare che la Brexit scateni una reazione a catena, un timore già espresso dal Ministro delle Finanze Schaueble. A questo proposito interviene nel tardo pomeriggio di nuovo Steinmeier, secondo il quale “non esiste nessun’altro governo in Europa che abbia intenzione di intraprendere la stessa strada percorsa della Gran Bretagna”.

Di lì a poco arriva dall’Olanda, paese storicamente vicino al Regno Unito ed attraversato da pulsioni euro-scettiche, una dichiarazione a mezzo Twitter di Geert Wilders, leader del Partito della Libertà: “And The Netherlands will be next”, i Paesi Bassi saranno i prossimi”, hashtag: nexit.

Simone Bonzano

Brexit: prima vittima l’asse franco-tedesco

brexitMancano pochi giorni al referendum inglese sulla permanenza o meno della Gran Bretagna in Europa programmato per il 23 giugno e in Germania, come gli altri paesi, si è acceso il dibattito sulle possibili conseguenze di un’uscita di Londra dall’Unione: il Brexit. Spesso in Europa si tende a sottolinearne i risvolti economici e commerciali, ma la realtà che emerge dai media tedeschi è più variegata e sorprendente.

Certamente per la Germania il dato economico è centrale, la Gran Bretagna è pur sempre la quinta potenza economica mondiale ed il terzo partner commerciale di Berlino, per un volume d’affari pari, nel 2015, a 89 miliardi di Euro e 2500 aziende tedesche presenti in Gran Bretagna, fra le quali Volkswagen e BMW.

L’abbandono dei trattati europei da parte di Londra, farebbe ricadere tali commerci sotto l’egida del WTO, l’organizzazione mondiale del commercio, non frenandone il volume complessivo ma aumentandone sia i costi che le complicazioni burocratiche. A questi si assocerebbero la contrazione della domanda e la diminuzione del potere d’acquisto dei cittadini britannici a causa, rispettivamente, delle crisi economica che la Gran Bretagna subirebbe, almeno all’inizio, e la svalutazione della Sterlina sull’Euro.

Particolarmente colpiti sarebbero gli stati ad alta industrializzazione della Germania come la Bassa Sassonia, il Nord-Reno Vestfalia e, soprattutto, la Baviera. In quest’ultimo preoccupano non solo i 15,5 miliardi di Euro a rischio, ma le conseguenze politiche soprattutto a livello federale. Qui governa la bavarese CSU, partito conservatore legato alla CDU di Angela Merkel, ma da cui ha recentemente preso le distanze al seguito delle politiche della Cancelliera sull’apertura delle frontiere tedesche ai profughi. In questo contesto, un ipotetico indebolimento dell’economia regionale dovuto al Brexit, potrebbe portare il partito a compiere ulteriori strappi con Berlino allo scopo di inseguire quel consenso in fuga verso la destra radicale, ma mettendo a rischio il governo federale.

Oltre che alle conseguenze interne, la stampa tedesca si preoccupa del futuro ruolo di Berlino in Europa qualora la Gran Bretagna uscisse e dalle conseguenze di una necessaria riconfigurazione dei rapporti con l’altra potenza europea rimanente: la Francia.

Il già indebolito asse franco-tedesco, sarebbe infatti la prima vittima della nuova Unione Europea post-Brexit in quanto questo priverebbe la Germania del necessario contrappeso politico ed economico a Parigi, ovvero Londra. Su molti punti, quali la libera circolazione delle merci, la riduzione delle regole e della burocrazia, l’agenda politica tedesca e britannica spesso coincidono formando un blocco Neo-Liberale che contrasta con l’approccio sociale, protezionista e statalista della Francia ed appoggiato da Spagna, Portogallo, Grecia e Italia.

All’indebolimento interno seguirebbe quello internazionale. “Un’Europa senza i Britannici”, sostiene il vice-cancelliere Gabriel, non sarebbe presa seriamente sul palcoscenico mondiale in quanto priverebbe l’Unione di un membro permanente al consiglio di sicurezza nonché una delle principali potenze diplomatiche e militari del mondo. Il risultato sarebbe una perdita d’autorevolezza dell’Europa.

Per riequilibrare la situazione, Berlino sarebbe costretta ad assumersi maggiori responsabilità all’interno dell’Unione Europea anche come potenza militare, esercitando quindi un “hard-power” che la Germania, e la Cancelliera in particolare, ripudiano a favore di pressioni e contrattazione economica. Berlino dovrebbe inoltre riconsiderare i suoi rapporti con il Sud dell’Europa, cosa che non può permettersi a causa della diffidenza della propria opinione pubblica verso i partner meridionali e la crescita al suo interno della destra radicale euro-scettica.

In questi punti si può racchiudere il merito, se ne ha uno, del referendum britannico: l’aver spogliato la questione Europea di ogni retorica e d’aver posto l’accento, sicuramente in Germania, ma anche nel resto dell’Unione, sui veri motivi, interessi e rivalità per cui l’Europa esiste. Qualunque cosa sceglieranno i Britannici, certamente questi sono i veri punti di partenza da cui l’Unione e la Germania – nel bene e nel male – dovranno ripartire.

Simone Bonzano

Londra. Sadiq Khan, il sindaco musulmano

sadiqIl voto inglese stupisce ancora, il Partito labourista crolla in tutto il Regno Unito, ma espugna la Capitale, la poltrona del sindaco di Londra è ormai assegnata a Sadiq Khan, 45enne avvocato per i diritti umani di origine pakistana, musulmano, esponente del Labour ed ex uomo forte dell’entourage dell’allora leader del partito Ed Miliban. I primi risultati dello spoglio confermano i pronostici e lo danno in vantaggio di 10 punti. Secondo quanto riporta il sito della Bbc, con il 45% delle schede scrutinate il laburista ha ottenuto il 45%, mentre il conservatore Zac Goldsmith ha ottenuto il 35%. Sono stati annunciati per le 18, ore di Londra, i risultati del primo spoglio elettorale delle prime preferenze. Una città cosmopolita come la City non poteva scegliere altrimenti: il 55% della popolazione londinese è censito come “non bianchi, britannici”, il 35% è nato all’estero, un londinese su otto è musulmano, anche se la religione sulla scelta di Khan ha influito ben poco. Il nuovo primo cittadino di Londra è un sostenitore delle nozze gay, posizione che gli è valsa anche una fatwa da parte dell’imam di Bradford nel 2013.
I cittadini della Gran Bretagna sono stati chiamati a votare ieri per 124 consigli comunali locali, per i sindaci di grandi città (Londra, Liverpool, Salfrod e Bristol) e per i parlamenti ‘nazionali’ del Galles, della Scozia e dell’Irlanda del Nord.
È sul fronte di questi ultimi che si vede la caduta libera per il Partito dei Labour, specie a Edimburgo dove da sempre i labouristi hanno occupato la maggioranza dei seggi. Il Partito nazionalista scozzese ha vinto le elezioni regionali, ottenendo 63 dei 129 seggi in palio nel Parlamento semiautonomo, anche se ha perso la maggioranza assoluta. I conservatori invece si confermano primo partito di opposizione nel Parlamento di Edimburgo con 31 seggi, 16 in più rispetto alle precedenti elezioni. Il partito laburista viene relegato a terza forza con 24 deputati, perdendone cioè 13 rispetto a prima. Una vera e propria disfatta per i labour che perdono terreno a favore degli antieuropeisti e nazionalisti di Farage, in Galles invece il laburista Carwyn Jones dovrebbe restare primo ministro, ma non potendo contare su una maggioranza solida dovrà cercare degli alleati per il suo mandato. Infine per quanto riguarda l’Irlanda del Nord i dati sulle elezioni sono ancora in arrivo.

Redazione Avanti!

Libia, tre no dai tre presidenti

Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna sono con il “dito sul grilletto”. Da sei mesi le pressioni sull’Italia per un intervento militare in Libia sono diventate fortissime. I vertici statunitensi premono su Matteo Renzi per ottenere o un’azione di terra con l’impiego di almeno cinquemila uomini (questa tesi è stata sostenuta dall’ambasciatore americano a Roma in una intervista al Corriere della Sera) o per spuntare il “sì” allo svolgimento di bombardamenti aerei assieme a caccia di Washington, Parigi e Londra.

Nel frattempo l’aviazione Usa sta effettuando dei raid selettivi su obiettivi mirati per colpire l’Isis e battere l’espansione dei terroristi islamici in Libia. Nel paese nord africano opererebbero anche delle truppe speciali statunitensi, francesi e inglesi, assieme ai rispettivi agenti dei servizi segreti, per indirizzare i raid aerei.

Il presidente del Consiglio italiano da tempo ripete: l’Italia è pronta ad intervenire in Libia contro il terrorismo, come del resto già avviene in Iraq e in Afghanistan, ma solo su richiesta di un governo di unità nazionale della nazione un tempo governata con pugno di ferro da Muammar Gheddafi. Ma i due Parlamenti, quello di Tripoli e quello di Tobruk, in forte antagonismo tra loro, ancora non hanno dato la fiducia a un governo di unità nazionale. Da dicembre si dà per fatta l’intesa, ma al dunque manca sempre il disco verde ad un esecutivo unitario.
Renzi ha ripetuto: «L’Italia farà la sua parte, ma la prima cosa da fare è che a Tripoli ci sia un governo solido, anzi solidissimo». Invece i contrasti tra Tripoli e Tobruk, tra le decine di tribù e le tante milizie cittadine, sono sempre forti; così la Libia continua ad essere sconvolta da una sanguinosa guerra civile e i terroristi islamici, impadronitisi di Sirte, cercano di allargare le loro conquiste.

La posta in gioco è il controllo di città, di territori, dei pozzi di petrolio e di gas, delle raffinerie (l’Eni storicamente è impegnatissima con uomini, mezzi e ingenti investimenti).
Proprio per la mancanza di un invito da parte di un governo unitario “oggi –ha rimarcato Renzi- non è all’ordine del giorno una missione militare italiana in Libia”. Più precisamente: “Con me presidente del Consiglio l’Itala a fare l’invasione in Libia con cinquemila soldati non andrà..
Sento parlare di cinquemila soldati: Che è un videogioco?”. Se la Libia è in preda del caos, delle bande, dei terroristi “è perché in passato qualche politico ha avuto la bella idea” di bombardare per cacciare Gheddafi senza pensare ad una soluzione politica per assicurare stabilità al paese.

Renzi ce l’ha “in particolare” con le incursioni dei caccia di Parigi che, improvvisamente, nel 2011 bombardarono l’esercito di Gheddafi senza pensare alle conseguenze.
Ora c’è da fronteggiare una tripla tragedia: la disgregazione della Libia insidiata dai terroristi del Califfato, le minacce di attentati dell’Isis all’Italia, il fiume di migranti in fuga con ogni tipo di imbarcazioni verso le nostre coste.
“Calma, buon senso, equilibrio” sono le tre parole chiave del governo italiano per dare una risposta alla crisi libica senza commettere passi falsi, evitando improvvise iniziative militari, con il rischio di ricompattare le molteplici milizie del paese nord africano contro “gli invasori occidentali”, commettendo l’errore di configurare l’idea di “una guerra di religione”. Il rapimento di quattro operai italiani, e l’uccisione di due di essi, è una tragedia che non si deve ripetere.

A dare una mano a Renzi sono scesi in campo anche Sergio Mattarella e Giorgio Napolitano. Il presidente della Repubblica ai primi di febbraio è andato a Washington per parlare con Barack Obama e sostenere la strada di un intervento solo sotto le bandiere dell’Onu e dietro richiesta di un governo unitario libico. Convinse il presidente degli Stati Uniti d’America. Obama commentò dopo il colloqui con Mattarella: «Abbiamo parlato degli sforzi congiunti per aiutare la Libia a formare un governo che permetterà alle loro forze di sicurezza di stabilizzare il territori e neutralizzare l’Isis». Il capo dello Stato italiano ha confermato questa impostazione nella riunione del Consiglio supremo di difesa di qualche settimana fa.

Napolitano, molto stimato negli Stati Uniti e in Europa, è su analoghe posizioni. L’ex presidente della Repubblica ha usato parole nette: «Il governo è prudente perché se non ci chiamano, nemmeno ci si va. Figuriamoci se ci si va con migliaia di militari senza neanche essere chiamati. Questo non esiste». È una secca bocciatura della richiesta emersa di inviare un corpo di spedizione di cinquemila soldati.
Renzi, Mattarella, Napolitano la pensano nello stesso modo. I “tre presidenti” non vogliono sentire parlare di pericolosissime avventure militari dalle possibili conseguenze sciagurate. Tutti i sondaggi danno gli stessi risultati: la gran parte degli italiani vuole debellare l’Isis, ma è contraria ad un’azione militare.

Rodolfo Ruocco

FUOCO AMICO

CcZAnw2W4AAHv8pAl grido di ‘Aprite il confine’ i profughi in viaggio sulla rotta balcanica dopo giorni di attesa per varcare la frontiera sono riusciti a sfondare un tratto della barriera nel villaggio di Idomeni, al confine tra Macedonia e Grecia. La risposta della polizia macedone è stata quella di lanciare gas lacrimogeni e bombe assordanti. Almeno trenta i feriti, fra cui molti bambini. Secondo alcune fonti almeno 500 persone, provenienti dalla Siria e dall’Iraq, sono riuscite ad oltrepassare il cordone di sicurezza ed entrare in territorio macedone.
In mattinata la polizia greca aveva segnalato la presenza a Idomeni di oltre 7mila rifugiati, la metà donne e bambini, ammassati al confine. Un numero quattro volte superiore alle capacità dei campi allestiti per la prima accoglienza in Grecia. Mentre da parte macedone si cerca di frenare l’arrivo dei migranti allestendo una nuova recinzione al confine con la Grecia, lungo la strada che porta al campo di accoglienza temporaneo di ‘Vinojug’, nei pressi di Gevgelija.
Nel frattempo almeno 50.000 persone rischiano di rimanere bloccate in Grecia, una conseguenza alla stretta agli ingressi decisa dai Paesi lungo la ‘rotta balcanica’. Infatti i Paesi della rotta balcanica (Macedonia, Serbia, Croazia, Slovenia, Austria) hanno deciso di consentire l’accesso di non più di 580 persone al giorno. Decisione presa dopo il vertice condotto da Vienna che ha portato ai ferri corti le relazioni diplomatiche tra la Grecia e l’Austria e una situazione ingestibile per Atene, inclusa la tensione dei profughi in queste ultime ore. Secondo quanto riferisce la tv greca TV, a scatenare la ressa dei richiedenti asilo è stata la notizia che le autorità di Skopie avevano deciso di aprire il valico per consentire il passaggio dei migranti verso ovest. “Liberi, liberi, siamo in grado di passare” cantavano i profughi, ma la voce si è poi rivelata infondata. Secondo altre fonti invece nella notte Skopje aveva autorizzato il passaggio di circa 300 persone, per poi richiudere immediatamente la frontiera, portando all’illusione e alla rabbia dei profughi.

“L’Europa è sull’orlo del precipizio” e bisogna evitare “decisioni drastiche e irreversibili” puntando su una “modalità comune di gestione” dei flussi migratori, è l’appello lanciato dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni in un’intervista al quotidiano tedesco Handelsblat.

euro
Giovanna Di Benedetto, portavoce di Save the Children a Idomeni, ha ribadito la necessità che i Paesi europei forniscano una risposta unitaria alla crisi. “Le testimonianze che i nostri operatori raccolgono ad Atene parlano di persone intrappolate per mesi nella capitale greca, dove, nonostante gli sforzi delle autorità locali, delle agenzie delle Nazioni Unite e delle organizzazioni internazionali e nazionali per aumentare il numero degli alloggi, molte persone vivono in campi senza adeguati servizi o nelle piazze delle città”, afferma la portavoce di Save the Children.
Dura, quanto ininfluente, la reazione dell’Onu alle recinzioni dell’Europa orientale. “Continuare a costruire muri più alti per impedire il passaggio di questi disperati è un atto crudele e illusorio”, ha affermato l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Ràad Al Hussein in apertura di una riunione del Consiglio a Ginevra. Nello stesso tempo, da parte dei caschi blu si cerca di trovare un rimedio per i siriani rimasti nelle macerie in patria: l’Onu spera di poter approfittare del cessate il fuoco in vigore per consegnare aiuti ad almeno altri 154.000 siriani che si trovano nella aree sino ad ora inaccessibili a causa della situazione sul terreno. Le Nazioni Unite puntano a realizzare il piano di aiuti urgenti entro cinque giorni. Migliaia di persone potrebbero essere morte di fame nelle aree assediate in Siria, è stato l’allarme lanciato da Zeid Ràad Al Hussein.
Ma la tensione, per quanto riguarda i migranti, corre lungo tutta l’Europa. Anche a Calais, il campo profughi a nord della Francia da dove migliaia di migranti cercano di oltrepassare la Manica per entrare in Gran Bretagna. Stamattina ci sono stati scontri tra i migranti e le forze dell’Ordine francesi che hanno tentato di sgomberare il campo secondo quanto disposto dal tribunale amministrativo di Lille. Almeno 55 mezzi della polizia hanno fatto irruzione nella parte sud della ‘giungla’, ordinando ai profughi di abbandonare il campo. Secondo alcuni reporter presenti sul posto la polizia ha risposto con i lacrimogeni al lancio di pietre da parte di alcuni migranti e attivisti no-border e tre baracche sono state incendiate.
Nella baraccopoli vivono tra le 3.700 e le 7.000 persone provenienti da Siria, Afghanistan e Sudan, di cui 800-1.000 accampate nel settore in cui stanno avvenendo le operazioni di smantellamento. Mentre secondo le associazioni, sono oltre 3.400 i rifugiati e richiedenti asilo che devono lasciare la parte sud del campo interessato.

Maria Teresa Olivieri

Il dilemma del Regno Unito:
restare o uscire dall’Europa

Dopo l’ultima vittoria elettorale, Cameron è stato costretto ad approvare una legge che impegna il Regno Unito a indire, entro la fine del 2017, un referendum che dovrà stabilire se il Regno Unito dovrà uscire o continuare a fare parte dell’Unioen Europea. Daniel Shade e James Bartholomeusz, entrambi del “Project for Democratic Union” (PDU), un istituto che, operando principalmente a Londra e a Berlino, porta avanti l’idea del compimento della piena unità politica dell’Eurozona, in un loro recente articolo (“Vota Brexit e perdi il posto a tavole”, Limes, n. 12/2015) sostengono che l’obbligo di Cameron è la conseguenza di una promessa fatta in “cattiva fede”; ciò perché, se è vero che il referendum è la conseguenza di un impegno assunto nel manifesto elettorale che lo ha visto vittorioso nelle elezioni del maggio scorso e della necessità di contrastare l’ascesa politica del nazionalistico United Kingdom Independence Party” di Nigel Farage, non è meno vero che nei mesi successivi al risultato elettorale sono state portate avanti delle iniziative per una “rinegoziazione dei termini della membership britannica nella UE”.
Quali sono le probabilità di un “Brexit”, ovvero che il Regno Unito decida di uscire dall’Europa? Quale sarebbe l’impatto di tale decisione sull’UE? Per rispondere a queste domande, occorre innanzitutto ripercorrere la movimentata storia dell’ingresso e della permanenza del Regno Unito nell’UE, per poi analizzare le potenziali conseguenze del possibile recesso e individuare i probabili scenari futuri.

Il rapporto del Regno Unito con la CEE, e in generale con il processo d’integrazione europea, è stato ricco di colpi di scena e di ribaltamenti delle decisioni che la classe politica inglese ha assunto in momenti diversi, in funzione dell’evoluzione della congiuntura politica internazionale. A complicare questo rapporto vi è stato anche, nel tempo, il comportamento tentennante di uno sei paesi leader dell’edificazione degli Stati Uniti d’Europa, la Francia, che a volte si è mostrata favorevole al coinvolgimento del Regno Unito, mentre in altri momenti ha mostrato una ferma chiusura a tale coinvolgimento.
Da un lato, la classe politica britannica ha spesso manifestato il suo interesse a condurre il paese all’interno della CEE; dall’altro, la stessa classe politica e una parte consistente dell’opinione pubblica non hanno mai mancato di criticare il progetto sopranazionale, in quanto lo avvertivano contrario agli interessi nazionali. Eppure, nel 1946, è stato proprio il primo ministro britannico Winston Churchill, in un discorso svolto all’Università di Zurigo, a esortare i paesi europei a creare gli Stati Uniti d’Europa, un progetto di unione politica federale sopranazionale, sebbene – osservano Shade e Bartholomeusz – nello stesso discorso l’allora ex primo ministro abbia anche detto che la Gran Bretagna doveva “essere amica e sponsor della nuova Europa” e non parte di essa. Dalla considerazione dell’intero suo discorso appare chiaro, sempre secondo i due autori, come la visone che Cherchill aveva dell’Europa “fosse plasmata più da pragmatismo che non da convinzioni ideologiche”; pragmatismo che il vecchio leader inglese aveva maturato con l’ascesa al potere di Hitler, le cui pretese egemoniche sull’intero Vecchio Continente dovevano essere contrastate, se si voleva salvare l’integrità dell’impero britannico.

A tal fine, nel 1940, al momento dell’invasione nazista della Francia, il governo Churchill aveva proposto una dichiarazione di unione che avrebbe saldato il Regno Unito e la Terza Repubblica Francese in un solo Stato, un progetto del quale Charles de Gaulle, leader della resistenza francese con base a Londra è stato “fiero sostenitore”. Si può anche aggiungere che il pragmatismo, non disinteressato, di Churchill deve aver influenzato fortemente la classe politica francese se, ancora, dopo oltre dieci anni dalla fine della guerra, come documenti d’archivio britannici, ritrovati nel 1956 dalla BBC (servizio pubblico radiotelevisivo del Regno Unito) attestano, il primo ministro francese Guy Mollet ha proposto al suo omologo britannico Anthony Eden una fusione delle Francia con il Regno Unito, per meglio risolvere i problemi dei loro imperi in fase di disgregazione. La proposta non ha avuto un seguito, ma l’aspirazione ad unire i due paesi è stata superata l’anno dopo, allorché nel 1957 è stata istituita con il Trattato di Roma la Comunità Europea.
La grande ironia – affermano Shade e Bartholomeusz – è che il Regno Unito, dopo la parentesi unionista in tempo di guerra, è ritornata nell’alveo dell’”eccezionalismo” britannico, anche se, due decenni dopo, avrebbe bussato alle porte dell’Europa, invocandone l’ingresso. Così, mentre i paesi continentali, dopo il 1957, hanno incominciato a unirsi nella Comunità europea del carbone e dell’acciaio, e in seguito nella Comunità Europea, avviando un processo che supporterà un balzo in avanti sulla via della loro crescita economica, l’isolazionismo britannico e il progressivo crollo del suo impero hanno creato non poche difficoltà alla “perfida Albione”; il Regno Unito, infatti, ha vissuto una prolungata recessione economica, per cui, se per la Francia l’integrazione nell’Europa ha rappresentato “una parziale compensazione per la sua turbolenta decolonizzazione”, l’isolamento di Londra ha lasciato la Gran Bretagna “senza impero e senza Europa”.

In queste condizioni, all’inizio degli anni Sessanta (1963), Londra ha deciso di chiedere l’ingresso nella Comunità Europea; ma, per colmo di ironia, ha trovato l’opposizione di Charles de Gaulle, il quale, dimentico del suo assenso all’unione tra Francia e Regni Unito proposta da Churchill in tempo di guerra, ha posto il veto sulla richiesta britannica, per via del fatto che l’ingresso nella Comunità avrebbe consentito, presuntivamente, alla Gran Bretagna di svolgere il ruolo di “cavallo di Troia” in pro degli USA, permettendo loro di intromettersi nel progetto europeo, che, invece, nelle intenzioni di De Grulle, avrebbe dovuto costituire un terzo polo da opporre al potere di USA e URSS, a guida francese.
Il Regno Unito non si è rassegnato all’opposizione francese e, nonostante gli sforzi profusi per raggiungere lo scopo, ha dovuto subire nel 1967 un altro veto, sempre da parte di De Gaulle; solo la caduta del Generale, dopo il “maggio francese”, Londra ha visto aprirsi la strada che, nel 1968, l’avrebbe portata a Bruxelles; fatto, questo, che in un referendum del 1975, sarebbe stato approvato dai due terzi dell’elettorato del Regno Unito.

Dopo il suo travagliato ingresso in Europa, la Gran Bretagna ha caratterizzato la sua adesione al progetto europeo con una politica sempre orientata al perseguimento dei suoi stretti interessi nazionali; ma anche volta a spingere l’Europa sulla via di una più stretta integrazione, come è accaduto nel 1968, in occasione della “Dichiarazione di Saint-Malo”, con la quale Regno Unito e Francia hanno promosso l’attuazione di una “Politica europea di sicurezza e di difesa comune”, dotando in tal modo l’Unione Europea della possibilità di compiere missioni di “peacekeeping” al di fuori della NATO (anche se Londra si è poi sempre mostrata riluttante a contribuirvi).

L’adesione del Regno Unito all’Unione Europea, tuttavia, non è mai stata completa; ne è prova il fatto che esso ha sempre subordinato la sua partecipazione alla negoziazione di numerosi “opt-out”, cioè all’esenzione dall’obbligo di applicare al suo interno alcune disposizioni contenute nei Trattati o nella legislazione comunitaria. Tra i paesi membri che si sono avvalsi di questa opportunità, il Regno Unito è infatti quello che ha negoziato più opt-out (quattro), seguito dall’Irlanda (due), dalla Polonia e dalla Svezia (uno ciascuna).
Le esenzioni hanno riguardato: la Convenzione di Schengen (1990), rispetto alla quale il Regno Unito ha ottenuto di poter conservare il controllo delle proprie frontiere; l’Unione Economica e Monetaria, prevista dal Trattato di Maastricht (1992), alla quale Londra non ha aderito, evitando l’adozione dell’euro e l’unificazione a livello europeo delle politiche monetarie nazionali; la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, entrata in vigore con il Trattato di Lisbona (2009), rispetto al quale il Regno Unito ha ottenuto di poter annettere un “Protocollo”, con cui si escludeva la competenza della Corte di giustizia dell’UE a ritenere che le leggi, i regolamenti o le disposizioni, le pratiche o l’azione amministrativa del Regno Unito non fossero conformi ai diritti, alle libertà e ai principi fondamentali affermati a livello europeo; lo Spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia, concordato con il Trattato di Lisbona (2007), rispetto al quale Londra ha ottenuto di poter scegliere, caso per caso, se partecipare al processo legislativo riguardante la cooperazione giudiziaria, la cooperazione di polizia e le politiche frontaliere.
Va inoltre ricordato lo “sconto britannico” (British rebate), negoziato durante il premierato di Margaret Thatcher, in base al quale al Regno Unito è stato concesso di contribuire proporzionalmente meno di qualunque altro paese membro al bilancio comune europeo, per compensare il presunto danno subito dal liberalizzato settore agricolo britannico a causa del sistema continentale di sussidi all’agricoltura. Va anche ricordato che il Regno Unito si è rifiutato di adottare il Fiscal compact, ovvero il Patto di bilancio europeo siglato nel 2012 dagli altri 25 paesi UE.

Come ha fatto – si chiedono Shade e Bartholomeusz – il Regno Unito “a ritrovarsi nel punto in cui è oggi, a meno di due anni dal referendum che potrebbe sancire la sua uscita dall’UE?” In parte risultato della crisi dell’Eurozona, i sentimenti antibrusselliani sono soprattutto cresciuti a partire dagli anni Ottanta, per via dell’euroscetticismo maturato con l’avvento della Tatcher al governo del paese, nonostante che la premier inglese sia stata, come Churchill, una pragmatica filo-europea, avendo tendenzialmente riconosciuto che fare parte dell’Europa comportava benefici maggiori dei costi connessi ad un’eventuale uscita dall’Unione avrebbe comportato.
Per valutare le potenziali conseguenze di un’uscita britannica dall’Unione europea si tende a prevedere che, nel negoziare i nuovi rapporti euro-britannici, il Regno Unito si troverà probabilmente a scegliere fra tre potenziali alternative: “Rinegoziare le condizioni di una continua permanenza nell’UE”, previa negoziazione di altri “opt-out”, che avrebbero l’effetto di mettere il Regno Unito in una situazione differente, rispetto agli altri Stati membri dell’Unione, riguardo ad ulteriori materie, in aggiunta a quelle già sottratte alle regole comunitarie; adottare l’“opzione norvegese”, in base alla quale il Regno Unito potrebbe decidere di tornare a far parte dell’EFTA (l’Associazione europea di libero scambio), tenendo conto che dal 1994 è entrato in vigore l’accodo sullo “Spazio economico europeo”, che permette a tutti i paesi aderenti all’EFTA (salvo la Svizzera) di partecipare al mercato comune europeo, pur non essendo membri dell’Unione; oppure privilegiare l’”opzione svizzera”, che consentirebbe al Regno Unito di stipulare un accordo di libero scambio con l’UE, stabilendo accordi bilaterali caso per caso con i suoi ex partner europei.

Se le possibili scelte future sono relativamente chiare per la Gran Bretagna nel caso in cui i britannici si esprimessero a favore del “Brexit”, lo stesso non può dirsi per l’Europa. Potrebbe accadere che l’uscita di Londra funga da catalizzatore per una ripresa del processo d’integrazione politica dei paesi europei residui; ma occorre tenere presente il pericolo che possa accadere l’opposto, nel senso che dall’uscita di Londra potrebbero trarre vantaggio l’euroscetticismo diffuso in tutti i paesi europei e l’aspirazione nazionalista di un ritorno alle vecchie patrie europee. In questo caso, si determinerebbe il collasso delle istituzioni europee e la crisi di tutte le politiche comuni, in una corsa frenetica a ricuperare la sovranità nazionale su tutto. Se ciò accadesse, concludono amaramente Shade e Bartholomeusz, la conseguenza sarebbe la recisione dei vincoli che sinora hanno reso la guerra materialmente impossibile; il ricorso alle armi per risolvere le diatribe internazionali, benché improbabile, tornerebbe a rientrare nel novero delle possibilità, e lo spettro del mondo in crisi della prima metà del secolo scorso tornerebbe ad incombere sui paesi del Vecchio Continente.

Gianfranco Sabattini