GB, elezioni amministrative test per il governo

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Il voto per eleggere 4.400 consiglieri in 150 circoscrizioni è il primo test per il Governo di Theresa May dalle disastrose elezioni dell’anno scorso che avevano fatto perdere al partito conservatore la maggioranza in Parlamento. È anche l’ultima chance per i cittadini europei residenti in Gran Bretagna, che possono votare alle amministrative ma non alle politiche, di esprimere la loro opinione su Brexit. Dato che il 40% dei seggi in ballo sono a Londra, dove vivono oltre 1,1 milioni di cittadini Ue, si prevedono sconfitte per il partito conservatore.

Le elezioni amministrative, che di solito si combattono su questioni locali come la gestione dei rifiuti o la manutenzione delle strade, quest’anno sono dominate da Brexit e dall’immigrazione.

I due quartieri chiave per la May sono Westminster e Wandsworth, tradizionali roccaforti conservatrici, ma i cui residenti sono in maggioranza anti-Brexit e quindi potrebbero votare Labour per protesta contro il Governo. La perdita di uno o entrambi di questi quartieri sarebbe un grave colpo per la premier e avrebbe un grande valore simbolico per l’opposizione.

In altre circoscrizioni della capitale invece potrebbe avere successo il partito liberaldemocratico perché è l’unico ad avere una chiara posizione anti-Brexit. Il partito ha usato i social media inviando messaggi in 17 lingue ai cittadini Ue.

Nel nord dell’Inghilterra invece la politica pro-Brexit del Governo potrebbe far guadagnare voti ai conservatori a scapito dei laburisti e quindi rafforzare la May. Le zone che avevano votato per lasciare la Ue non hanno cambiato idea, afferma Tony Travers, professore alla London School of Economics: “Il voto è anche un test per il leader laburista Jeremy Corbyn, se il suo tocco magico funziona in tutto il Paese e non solo a Londra.”

Le previsioni sono unanimi su Ukip, che ha perso consensi dopo il referendum sulla Ue e che si avvia verso l’annientamento, con la perdita di tutti i consiglieri o quasi.

Reddito di cittadinanza in Finlandia già archiviato

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Il cavallo di battaglia elettorale del M5S, in Italia è ancora sul tavolo della politica per gli sviluppi futuri. Altrove, l’introduzione di una forma di reddito di cittadinanza è un’idea che sta per essere archiviata da chi ha già provato a metterla in pratica. Aveva destato molta curiosità a livello internazionale il progetto pilota lanciato dalla Finlandia nel 2017. Un piano biennale che alla sua scadenza a fine 2018 non sarà rinnovato. Ancora non sono chiari i motivi tecnici. Un rapporto ufficiale sul progetto verrebbe pubblicato non prima dell’anno prossimo, ma, intanto, il governo finlandese vuole esplorare altre forme di welfare in sostituzione del reddito di cittadinanza.

Il ministro finlandese delle finanze, Petteri Orpo, sui media locali, ha parlato in particolare di introdurre un ‘universal credit’ analogo a quello impiegato in Gran Bretagna: un meccanismo che unifica, semplificandoli, tutta una serie di sostegni e bonus fiscali. Nel progetto pilota di reddito di cittadinanza  sono coinvolti 2.000 finlandesi senza lavoro che ricevono circa 690 dollari al mese in sostituzione dei sussidi di disoccupazione, senza alcun vincolo. Anche se trovassero un impiego, manterrebbero comunque l’assegno. I partecipanti, di età compresa tra 25 e 58 anni, sono stati selezionati dalla Kela (l’istituto di  previdenza sociale finlandese).

Il piano iniziale prevedeva di espandere l’esperimento, a inizio 2018, e coinvolgere anche chi già ha un lavoro. Questo però non è successo. Per la delusione dei ricercatori della Kela, che avrebbero voluto studiare l’impatto sociale di un reddito di cittadinanza universale, sistema in cui una somma di denaro è destinata a tutti, per il semplice fatto di essere vivi.

Un’idea che negli ultimi tempi ha visto un sostegno crescente da figure di spicco della Silicon Valley, come il patron di Tesla e SpaceX Elon Musk o il cofondatore di Facebook Chris Hughes. Imprenditori preoccupati dagli sconvolgimenti per lavoratori e consumatori derivanti dall’avvento della robotica, che peraltro loro stessi stanno in buona parte favorendo. Molti partecipanti al progetto finlandese hanno riferito di un calo nei livelli di stress dopo l’inizio dei pagamenti ma i ricercatori denunciano che la durata troppo breve del programma impedirà loro di trarre conclusioni definitive sui suoi effetti.

L’idea del reddito di cittadinanza era sostenuta dal 70% dei finlandesi, secondo un sondaggio pubblicato da Fortune. La percentuale, però, è crollata al 35% quando agli intervistati è stato spiegato che le tasse già altissime del Paese sarebbero aumentare per coprire il costo del programma.

In Italia esistono già il salario minimo garantito, le politiche attive di sostegno al reddito e la riforma dei centri per l’impiego, ma non il reddito di cittadinanza. Ci sono la semplificazione fiscale e la riforma del processo tributario, ma non la flat tax. Ci sono assunzioni nelle forze dell’ordine, ma nessun giro di vite sull’immigrazione.

La relazione consegnata dal professor Giacinto della Cananea a Luigi Di Maio, frutto del lavoro del comitato di esperti incaricato dal M5S per l’analisi scientifica dei programmi, contiene uno schema in dieci punti che il Movimento potrebbe siglare con la Lega o con il Pd per formare il cosiddetto ‘esecutivo del cambiamento’, sterilizzando le reciproche divergenze. L’obiettivo: “Tutelare un insieme di interessi collettivi, al servizio del nostro Paese”.

Il documento contiene un avvertimento: “Le divergenze, che si sono ampiamente manifestate ben prima dell’ultima campagna elettorale, riguardano temi e problemi tra quelli più rilevanti per l’azione dello Stato, all’interno e all’estero, e sono quindi tali da rendere ardua la formazione di un governo coeso”. Su Europa, pensioni e giustizia penale le posizioni dei tre partiti sono molto lontane. È, dunque, soltanto pagando il prezzo dell’addio ai rispettivi cavalli di battaglia che si può immaginare una piattaforma comune. L’operazione tentata dal documento, che alle divergenze dedica due pagine scarse su 28, offre invece una sinossi molto pragmatica delle convergenze possibili. Le priorità del Paese sono state sintetizzate in dieci punti: giovani e famiglie, lotta a povertà e disoccupazione, contrasto agli squilibri territoriali, sicurezza e giustizia, difesa del Servizio sanitario nazionale, imprese e innovazione, fisco, infrastrutture, amministrazione efficiente e trasparente.

La data ultima fissata per consegnare la relazione era il 30 aprile, ma il M5S ha preferito accelerare e scoprire la carta del confronto sui temi proprio all’inizio della scorsa settimana, dopo che il Presidente della Repubblica ha conferito il mandato esplorativo al presidente della Camera Roberto Fico. Così i pentastellati cercano di giocare d’anticipo, anche per rivendicare il ruolo propositivo che hanno cercato di ritagliarsi sin dal 5 marzo e soprattutto per convincere i due fronti, quello ben avviato ma fermo della Lega e quello tutto da aprire del Pd, a dialogare sui programmi, concentrandosi sulle sintonie.

Della Cananea, docente di diritto amministrativo a Tor Vergata, ha chiamato a comporre il comitato altri cinque “esperti indipendenti”: Elena Granaglia e Fabio Giulio Grandis (Roma Tre), Leonardo Morlino (Luiss), Gustavo Piga (Tor Vergata) e Andrea Riggio (Università di Cassino). Angela Ferrari Zumbini, dell’ateneo Federico II di Napoli, ha fornito al comitato un supplemento d’indagine sull’accordo di coalizione recentemente siglato in Germania.

La proposta del contratto per il programma di governo del M5S parte da una garanzia: il rispetto degli impegni assunti in sede europea e internazionale. Ma viene chiarito: “l’esecutivo sarà fermo nel pretendere il rispetto dell’eguaglianza tra gli Stati che fanno parte dell’Unione e nell’esigere, per tutti e in ogni caso, l’assolvimento degli obblighi di solidarietà. Si farà promotore di iniziative innovative, per esempio per quanto concerne il regolamento di Dublino. Terrà fede agli impegni assunti in sede atlantica, nel quadro di una piena condivisione dei fini e dei mezzi”. Sulla riforma dell’Unione, la bozza di intesa ritiene indifferibile la razionalizzazione delle sedi dell’Europarlamento, la revisione del bilancio dell’Unione e soprattutto un contributo attivo dell’Ue sugli investimenti: “Non vi sono ragioni per cui le istituzioni dell’Unione non assecondino l’ammodernamento delle infrastrutture, materiali e immateriali, di cui l’Italia ha bisogno per partecipare appieno all’integrazione più stretta in Europa”.

In materia di aiuti alle famiglie, lo schema di accordo insiste sull’espansione della rete dei servizi per la prima infanzia e del sostegno monetario al costo dei figli, sulle politiche di conciliazione, sulla promozione dei valori della convivenza civile a scuola. La ricetta per ridare fiato all’occupazione e contrastare la povertà passa per il salario minimo garantito, le politiche attive di sostegno al reddito (ma non si specifica quali) e la riforma dei centri per l’impiego. Altrettanto prioritario è combattere gli squilibri territoriali, agendo su più fronti: sicurezza e legalità da un lato, infrastrutture dall’altro. Qui lo schema di contratto cita “il recupero dell’originaria vocazione delle istituzioni pubbliche, come la Cassa depositi e prestiti, chiamate a sostenere le opere di interesse collettivo e una più efficace gestione dei fondi europei attraverso meccanismi di incentivi e disincentivi”.

Per le Pmi è previsto un disegno di legge annuale da presentare alle Camere entro il 30 giugno di ogni anno. Sarebbe questa la proposta principe per le imprese, che dovrebbe servire a ridurre gli oneri amministrativi, fiscali e parafiscali che gravano sulle attività economiche e che tutte e tre le forze politiche prese in esame segnalano come target da centrare. Le azioni concrete da promuovere sarebbero la digitalizzazione, l’abolizione delle imposte sui negozi sfitti e sui fabbricati destinati alla produzione di beni e servizi di commercianti, artigiani e piccole e medie imprese, varo di un piano per la formazione e l’istruzione universitaria necessario a far nascere nuove figure professionali adeguate alla quarta rivoluzione industriale. Sul fronte creditizio, si propone un diverso trattamento fiscale tra banche d’affari e banche commerciali per favorire queste ultime. Sull’agricoltura, infine, si guarda al modello “multifunzionale”, con la tutela del paesaggio, una strenua difesa del made in Italy, interventi sulle filiere per tutelare il reddito degli agricoltori.

Il capitolo sulle infrastrutture è accompagnato dallo slogan: “Un Paese da ricostruire”. Investimenti pubblici mirati “non sono più differibili”: impiego tempestivo di 5,7 miliardi già disponibili per le comunicazioni elettroniche e mobilitare altre risorse, “una volta scorporate dalla spesa pubblica rilevante ai fini dei criteri stabiliti dall’Unione europea”. Interventi condivisi dalle parti riguardano l’edilizia carceraria, scolastica e universitaria, le infrastrutture relative al gas, la transizione energetica, il potenziamento di accessibilità degli scali e delle banchine nei porti. Lo schema di contratto prevede inoltre la creazione di un’unica cabina responsabile per la strategia relativa al digitale che sostenga lo sviluppo della banda ultralarga, ampliando la gamma delle applicazioni verticali del 5G con aree di eccellenza nazionale, dal cibo al vino. Sull’ambiente la scommessa è su mobilità sostenibile, green economy, transizione energetica e decarbonizzazione, punti presenti nei programmi di tutti e tre i partiti, come l’impegno su rifiuti e contro il consumo di suolo e dissesto idrogeologico.

In materia di “fisco” l’accordo proposto dal comitato di esperti si sviluppa lungo due direttrici: da un lato ripensare l’impostazione complessiva dell’amministrazione fiscale, digitalizzando i processi di liquidazione e di pagamento delle imposte; dall’altro lato riformare il processo tributario, rigettando norme e prassi che implicano un’inversione della prova a carico del contribuente e garantendo al giudice terziarietà, professionalità e autonomia. L’esigenza di ricalibrare la pressione fiscale è accennata, ma non si fa alcun riferimento agli strumenti. La ragione è semplice da intuire: sono un rebus che divide i partiti. La flat tax indicata di nuovo ieri da Matteo Salvini come “il principio giusto per far ripartire economia, produzione e consumi” resta distante dalla riforma Irpef elaborata dai Cinque Stelle. Uniformi, invece, le vedute sulla Pa: rivedere la formazione del personale, investire sul capitale umano, semplificare, digitalizzare.

Insomma, sono ancora ampie le divergenze tra le tre principali forze politiche presenti in Parlamento. Bisognerà attendere il summit del Pd per comprendere la fattibilità della mediazione di Fico per la formazione di un nuovo governo.

Roma, 29 aprile 2018

Salvatore Rondello

Migliora il Paese, ma resta il divario con il Mezzogiorno

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L’ISTAT ha presentato oggi il rapporto “Noi Italia”. Dalla descrizione dei principali fenomeni economici, sociali e ambientali emerge un Paese in netto miglioramento in molti ambiti  ma persistono alcuni punti di debolezza con riferimento  soprattutto al Mezzogiorno. Sul fronte dell’occupazione, il Sud si colloca  all’ultimo posto nella graduatoria dell’Ue, nel confronto tra macro-aree italiane e Paesi Ue. Ma ci sono anche le eccellenze agroalimentari e il buon andamento degli aspetti legati alla salute.

Secondo l’Istat, l’Italia presenta un’aspettativa di vita fra le più alte in ambito europeo: occupa il secondo posto per gli uomini e il quarto per le donne. La speranza di vita (come indicatore sintetico della qualità delle condizioni di vita) nasconde tuttavia l’esistenza di disuguaglianze a livello territoriale, riassumibili in uno svantaggio del Mezzogiorno di circa un anno rispetto al resto del Paese, ma che diventano circa tre anni considerando gli estremi della provincia autonoma di Trento (valore più alto) e la Campania (valore più basso).

Tra il 2015 e il 2016 la quota delle famiglie che vanno avanti sotto la soglia della povertà, in Italia, è rimasta sostanzialmente stabile, confermando inoltre il forte svantaggio del Mezzogiorno.

Però, se si guarda all’intensità del fenomeno, ovvero a quanto poveri sono i poveri, allora si riscontra un aumento: dal 18,7% del 2015 al 20,7% del 2016. La cosa che può apparire come una sorpresa: l’intensità della povertà assoluta risulta più accentuata al Centro Nord (dal 18,0% al 20,8%) che nel Mezzogiorno (dal 19,9% al 20,5%).

Oltre all’analisi dell’Istat, oggi, la Banca d’Italia ha presentato il rapporto semestrale sulla stabilità finanziaria. L’Istituto centrale avverte: “In Italia l’impatto sul costo medio dei titoli di Stato di un eventuale rialzo dei tassi di interesse sarebbe attenuato dalla loro lunga vita residua. L’alto livello del debito pubblico rende tuttavia l’economia italiana vulnerabile a forti tensioni sui mercati finanziari e a revisioni al ribasso delle prospettive di crescita”.

Il rapporto della Banca d’Italia ha anche evidenziato: “La situazione finanziaria delle famiglie italiane è solida. L’indebitamento è contenuto; la crescita del reddito disponibile e i bassi tassi di interesse ne favoriscono la sostenibilità. Mentre la ripresa economica sostiene la redditività delle imprese e ne attenua la vulnerabilità. Permangono però aree di fragilità tra le imprese di minore dimensione e nel settore delle costruzioni, caratterizzato da un indebitamento elevato e da livelli di attività ancora contenuti”.

Mentre, per le banche: “La qualità del credito continua migliorare e i flussi di nuovi prestiti deteriorati sono sui livelli precedenti la crisi finanziaria. Il peso dei crediti deteriorati nei bilanci degli intermediari è in forte riduzione, soprattutto per le banche che hanno effettuato ingenti operazioni di cessione; rimane però elevato per diversi intermediari”.

Concludendo, la Banca d’Italia ha affermato: “La crescita robusta dell’economia globale mitiga i rischi per la stabilità finanziaria. I mercati azionari e obbligazionari appaiono tuttavia particolarmente esposti a eventi economici e geopolitici inattesi che possono innescare, come avvenuto in recenti episodi, variazioni anche ampie dei prezzi dei titoli”.

Le preoccupazioni manifestate dalla Banca d’Italia non sempre si presentano in modo inatteso. Oggi, arrivata notizia sulla preoccupante brusca frenata della crescita economica in Gran Bretagna ad inizio di quest’anno. Il Pil del primo trimestre ha registrato un incremento limitato allo 0,1 per cento, il più basso da 5 anni a questa parte. Secondo l’ufficio di Statistica della Gran Bretagna, che ha diffuso la stima preliminare, si tratta infatti del progresso più contenuto da quello registrato nel quarto trimestre del 2012.

In particolare, nel Regno Unito, si è assistito ad un netto rallentamento del settore manifatturiero. Nell’ultimo trimestre del 2017 il Pil inglese aveva segnato un più 0,4%. Sulla frenata inglese, potrebbero influire gli effetti della ‘Brexit’.

Come si potrà notare, la situazione economica resta precaria e gli sviluppi futuri potrebbero essere imprevedibili.

Salvatore Rondello

Le incerte conseguenze sul “divorzio” della Gran Bretagna dalla Ue

brexitDopo il referendum del 23 giugno del 2016 e la formale notifica da parte della Gran Bretagna dell’intenzione di abbandonare l’Unione Europea (UE), stanno concretizzandosi gli accordi volti a definire le modalità del recesso, nonché le basi giuridiche che dovranno regolare i futuri rapporti tra Regno Unito e UE.

Di recente, nel dicembre del 2017, il Consiglio europeo, ha esaminato gli ultimi sviluppi dei negoziati sulla Brexit, valutando positivamente i progressi compiuti dai negoziati. Su tale base si è deciso di approvare le direttive per passare alla seconda fase dei negoziati, in cui saranno avviate le trattative anche riguardo al periodo di transizione e alle future relazioni.

Secondo l’accordo raggiunto, il costo del “divorzio” dovrebbe ammontare, per la Gran Bretagna, a circa 50 miliardi di euro; a parere di molti osservatori, si tratterebbe di un passo in avanti per il debole governo britannico, anche se esso dovrà affrontare l’opposizione, all’interno del Regno Unito, di chi lamenterà il pagamento della somma convenuta; ad opporsi saranno soprattutto i laburisti, per via del possibile impatto negativo della Brexit su diversi comparti produttivi dell’economia. Restano in ogni caso ancora da dirimere le altre due questioni preliminari (i diritti dei cittadini UE residenti nel Regno e i confini fra l’Eire e l’Irlanda del Nord) prima di poter passare alla seconda fase del negoziato sulla Brexit, quello riguardante, tra l’altro, le future relazioni commerciali.

L’abbandono di una “hard Brexit” (come si sosteneva dovesse avvenire il distacco della Gran Bretagna dall’UE all’indomani del referendum) in pro di una più plausibile “soft Brexit”, a parere di Stefano Civitarese Matteucci, docente di Diritto amministrativi pressi l’Università di Chieti-Pescara, in “Brexit: la fine dell’Europa o la fine del Regno Unito?” (Istituzioni del federalismo, numero speciale/2016), è dovuto al fatto che le elezioni politiche dell’8 giugno del 2016 hanno notevolmente indebolito il Governo di Theresa May; ciò ha consentito ai laburisti di sostenere la necessità che i negoziati siano improntati ad una strategia flessibile, con una fase transitoria sufficientemente lunga, per pervenire, dopo la fine dei negoziati, a stabilire convenienti relazioni economiche col mercato interno dell’UE e regolare convenientemente i diritti dei cittadini dei Paesi europei residenti da tempo in Gran Bretagna.

Questa preoccupazione è stata fatta propria da Theresa May, come dimostra il fatto che, nel suo discorso di Firenze del 22 settembre del 2017, rivolgendosi ai Paesi europei ha annunciato d’essere favorevole ad accettare, a negoziati conclusi, un periodo transitorio di circa due anni e ad osservare le regole comunitarie per consentire a cittadini e imprese extrabritannici di “entrare gradatamente e senza traumi nel nuovo regime”. In ogni caso, nell’incertezza di quello che sarà il nuovo regime, i maggiori interrogativi, in assenza di una chiara strategia per condurre la Gran Bretagna fuori dall’UE, riguardano, a parere di Matteucci, da un lato, la condotta dei negoziati con le istituzioni europee, e dall’altro lato, le conseguenze di carattere giuridico e amministrativo sull’ordinamento interno al Regno Unito, dopo 45 anni di appartenenza all’Unione.

Riguardo ai negoziati, la posizione dell’UE è stata indicata dalle linee guida fissate dal Consiglio europeo del 29 aprile del 2017; il processo di negoziazione deve svolgersi in due fasi distinte: la prima, per definire le modalità con cui deve avvenire il recesso; la seconda, per stabilire come regolare i futuri rapporti tra Regno Unito e la UE; ciò perché, il Consiglio ha ritenuto che l’accordo sui rapporti futuri possa essere definito “solo quando il Regno Unito sarà diventato un Paese terzo”. La posizione del Regno Unito su questo problema risultava all’origine alquanto diversa, nel senso che recesso e rapporti futuri avrebbero dovuto essere disciplinati congiuntamente, in quanto considerati strettamente interconnessi, in relazione soprattutto alle questioni concernenti il debito del Regno Unito verso la UE, i diritti dei cittadini europei residenti in Gran Bretagna e la soluzione del problema dei rapporti tra le due Irlande. Si tratta di problemi complessi per la Gran Bretagna, riguardo ai quali si registrano posizioni diverse, non solo all’interno del partito conservatore, ma anche tra quest’ultimo e il partito laburista.

La questione del debito deve essere risolta tenendo conto del fatto che la programmazione finanziaria dell’Unione è basata su un bilancio settennale e che quello in corso è relativo al periodo che va dal 2014 al 2020; rispetto ad ogni bilancio settennale, sono stabiliti i programmi europei, in armonia con i versamenti dei contributi degli Stati nell’arco del settennio. Il recesso del Regno Unito, perciò, è destinato a creare uno scompenso nell’equilibrio raggiunto nei rapporti tra tutti gli altri Stati membri; al fine di evitare tale scompenso, il Regno Unito dovrà onorare la sua posizione debitoria verso l’UE sino al 2020 e, inoltre, farsi carico – afferma Matteucci – dei costi relativi all’attuazione di programmi “il cui orizzonte temporale travalichi il 2020”. Di fronte alla previsione che il debito potesse ammontare a 100 miliardi di euro, secondo l’accordo raggiunto nel dicembre scorso, la Gran Bretagna dovrebbe saldarlo versando all’Europa la metà della somma prevista.

Riguardo ai diritti dei cittadini europei residenti in Gran Bretagna, dalla posizione iniziale del Regno che sembrava prospettare la perdita della cittadinanza europea da parte dei residenti non britannici, si è passati ad una posizione conciliante, come risulta dal discorso che la premier britannica ha tenuto a Firenze nel settembre dello scorso anno. Sul punto, Theresa May ha dichiarato di voler adottare nell’accordo di recesso una clausola sulla protezione giuridica per i cittadini dei Paesi dell’Unione residenti in Gran Bretagna, affermando, tra l’altro, di voler inserire la clausola sulla protezione nell’ordinamento britannico, in modo da assicurare che i giudici, in caso di eventuali controversie, possano fare riferimento diretto alla clausola di salvaguardia dei diritti dei cittadini residenti non britannici. Tale atteggiamento viene valutato positivamente dai negoziatori dell’UE, considerando, come sottolinea Matteucci, che, insieme al controllo dell’immigrazione, il più ricorrente bersaglio dei sostenitori della Brexit era la “soggezione alle corti europee quale principale vulnus alla sovranità nazionale”.

Riguardo ai rapporti tra le due Irlande, sarebbero stati fatti notevoli progressi; secondo i giornali inglesi, il governo britannico dovrebbe devolvere all’Irlanda del Nord poteri sufficienti al fine di favorire un’armonizzazione doganale per i prodotti agricoli ed energetici. Circa la devoluzione dei poteri di armonizzazione, il governo britannico si troverà a doversi scontrare con il partito irlandese di destra, il Democratic Unionist Party, che si oppone a qualsiasi differenziazione dello status esistente tra Ulster ed Eire, temendo che l’omogeneizzazione possa essere il presupposto della riunificazione dell’Isola irlandese; non casualmente, il leader unionista Arlene Foster non manca di ribadire che non possono esservi accordi tali da compromettere l’integrità del mercato unico del Regno Unito.

Per quanto riguarda le difficoltà che il problema dei rapporti tra Ulster ed Eire continuerà a presentare per il governo inglese, nel discorso di Firenze della premier May non sono state formulate indicazioni come rimuoverle; sul punto, Matteucci, riportando il parere di Peter Leyland, docente di Public law presso l’Università di Londra, afferma che il processo di devoluzione all’Irlanda del Nord dei poteri per l’armonizzazione doganale, dovendosi articolare in accordi sopranazionali che coinvolgeranno “la Repubblica d’Irlanda a loro volta fondati sulla comune qualità di Stati membri UE di ques’ultima e del regno Unito”, presenta l’insidia di destabilizzare gli accordi di pace del Venerdì santo e il “North Ireland Act” del 1998; un vero ostacolo per la Gran Bretagna nella prosecuzione dei negoziati, posto che l’UE, conscia della criticità dell’argomento, resta ferma nell’attesa di una proposta concreta per risolvere il problema da parte del Regno Unito.

Circa le conseguenze di carattere giuridico e amministrativo del recesso sull’ordinamento interno al Regno Unito, Matteucci, sempre sulla scorta del parere di Leylend, sottolinea la “complessità del processo occorrente per ‘districare’ l’ordinamento britannico da quello europeo”, a causa dell’esistenza in quest’ultimo sia “relazioni complesse tra livelli di governo tanto infra – quanto sovra-statuali sia relazioni orizzontali tra settore pubblico e settore privato”. La conseguenza della complessità del problema vale ad evidenziare che “rimpatriare” il potere normativo, al fine di poter intervenire in via unilaterale su tale sistema, è operazione destinata a rivelarsi “molto delicata e probabilmente velleitaria”.

L’idea originaria di disciplinare il recesso sulla base di un disegno di legge, denominato dai sostenitori della Brexit “disegno della grande abrogazione” (great repeal bill), oggi è riproposta con la denominazione meno aggressiva di “disegno di legge sul recesso” (withdrawal bill), con l’intento di associare “alla abrogazione della legge del 1972 di adesione alla Comunità Europea, una clausola di incorporazione di tutta la normativa UE nell’ordinamento giuridico del Regno Unito”. Si tratterebbe – afferma Matteucci – di “una sorta di ‘naturalizzazione’ del diritto europeo nel ‘libro delle leggi’ britannico”, con la precisazione che la “legislazione post-Brexit avrà forza abrogativa […] su quella dell’UE incorporata, ma che in caso di conflitto tra una norma UE incorporata e una pre-Brexit puramente domestica la prima continuerà a dover essere applicata”.

Tra le norme che dovrebbero essere incorporate nell’ordinamento del Regno Unito vi sono anche quelle create dalla Corte di Giustizia Europea, che siano state adottare prima dell’”exit day”; il problema che insorgerà, a questo riguardo, sarà quello del ruolo dei giudici britannici, sia circa l’interpretazione del diritto europeo, sia per quanto concerne il loro rapporto con la Corte di Giustizia. Se si considera che la giurisdizione della Corte ha a che fare con la tutela dei cittadini dei Paesi europei residenti in Gran Bretagna, è facile capite come l’incorporazione delle decisioni della Corte nell’ordinamento del Regno Unito sia destinata ad originare un ulteriore ostacolo per il governo inglese nella prosecuzione dei negoziati con l’UE.

Matteucci conclude la sua analisi delle problematiche insite nel processo di recesso della Gran Bretagna dell’Unione europea, giudicandole, secondo una prospettiva più ampia, di difficile soluzione, al punto da configurarle come l’origine della “fine del processo di integrazione europea”; ciò perché le difficoltà opposte dalla soluzione di tali problematiche può essere vista come crisi giuridico-costituzionale dell’equilibrio tra le ragioni dell’Unione e il riconoscimento del ruolo delle entità nazionali, compreso il sistema della autonomie locali, quale viene sancito dal Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE).

Qust’ultimo Trattato è, accanto a quello costitutivo dell’Unione Europea (TUE), uno dei Trattati fondamentali dell’Unione. Assieme costituiscono le basi fondamentali del diritto nel sistema politico dell’UE; per questo motivo, essi vengono anche indicati come “diritto costituzionale europeo”. Il TFUE svolge quindi una funzione di completamento e rappresenta la concretizzazione dei principi espressi nel TUE. Il tentativo di fusione del TUE con il TFUE, che in un primo momento era stato pianificato in modo da dare all’UE una costituzione, è fallito nel 2005, con gli esiti negativi dei referenda della Francia e dei Paesi Bassi. Le difficoltà con le quali si scontreranno i negoziatori per il recesso del Regno Unito dall’UE sono certamente il sintomo dell’incapacità dell’Unione di darsi una Costituzione, in mancanza della quale diventa plausibile ipotizzare, secondo Matteucci, la possibile fine del processo di integrazione politica dell’Europa.

Tuttavia, lo shock causato dal referendum che ha condotto il Regni Unito a recedere dall’Europa sembra aver dato una scossa ai principali Stati membri, motivandoli a cercare il modo in cui uscire dall’empasse nel quale da tempo si è incagliato il processo di unificazione politica; non solo, lo shock sembra aver fornito, all’interno dei principali Stati membri (ieri in Francia, oggi in Germania e domani, è auspicabile, anche in Italia), le ragioni per indurre le forze politiche europeiste a trovare gli accordi utili ad evitare il pericolo, reale, che le coiddette forze sovraniste, xenofobe ed antieuropee, possano riscuotere il necessario consenso elettorale per accedere al governo, complicando la situazione politica all’interno di quei Paesi che, come l’Italia, non si sono ancora ripresi del tutto dagli esiti della Grande recessione.

Gianfranco Sabattini

May: “Con la Brexit fine della libertà di movimento”

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Quando la Brexit sarà definitiva e “quando recupereremo il controllo delle nostre frontiere, la libertà di movimento delle persone è destinata a finire”. E ancora: “La giurisdizione della Corte europea sulla Gran Bretagna deve finire quando la Brexit sarà definitiva. Così la premier Theresa May nel suo discorso sul futuro delle relazioni con l’Ue. May ha quindi evocato la necessità di un “meccanismo indipendente d’arbitrato”, un organismo terzo, poiché non può essere la corte “di una delle parti” a dirimere future dispute commerciali

Per Theresa May un accordo con Bruxelles sulla Brexit dovrà prevedere che i casi pendenti che coinvolgono l’Unione siano giudicati nei tribunali britannici. Tuttavia, ha spiegato la premier, quando opportuno, la magistratura britannica terrà conto delle sentenze delle corti dell’Ue, così come fa per le giurisprudenze degli altri Paesi. La constatazione è che nell’accordo finale sulla Brexit, né la Gran Bretagna né l’Ue “potranno ottenere esattamente tutto ciò che vogliono”, ha riconosciuto la premier britannica.

“Come primo ministro di tutta la Gran Bretagna – ha aggiunto – non lascerò che la Brexit cancelli gli storici progressi in Irlanda del Nord, né permetterò che niente danneggi l’integrità della nostra preziosa Unione”. “Siamo sempre stati chiari, non vogliamo tornare a un confine rigido in Irlanda, abbiamo escluso ogni infrastruttura fisica al confine e i relativi controlli”, ha aggiunto.

Infine May ha elencato i 5 punti su cui basare il negoziato. “Rispettare il risultato del referendum, raggiungere una soluzione durevole, proteggere occupazione e sicurezza, essere coerente con il tipo di Paese che vogliamo essere e rafforzare la nostra unione”. Si attende ora la risposta da parte dell’Unione europea.

Lo scaricabarile. L’amaro frutto della Brexit

Prime Minister Theresa May and Japanese Prime Minister Shinzo Abe (not pictured) wait at Kyoto railway station for a Shinkansen (Bullet train) to take them to Tokyo following a dinner and a tea ceremony.

Prime Minister Theresa May and Japanese Prime Minister Shinzo Abe

Nel mondo della finanza e delle grandi istituzioni bancarie cresce il turbinio di accuse incrociate contro chi sarebbe il primo responsabile di un’eventuale nuova crisi globale. Se fossero solo commenti più o meno forti non sarebbe un problema. Purtroppo i veri problemi ci sono e sono malamente celati sotto il tappeto.
Si ricordi che il cuore finanziario mondiale è ancora Londra. Ecco perché certi effetti destabilizzanti della Brexit stanno emergendo in campo finanziario e bancario. Il governatore della Bank of England ha recentemente detto davanti al parlamento britannico che circa 25 trilioni (!) di dollari di derivati over the counter (otc) sarebbero a rischio, qualora la separazione tra Londra e l’Unione europea avvenisse in modo disordinato.
Servirebbe un accordo tra le parti prima di marzo 2019 in modo tale che i contratti possano essere onorati. Altrimenti l’intero sistema di rischio, capitali, collaterali e persone coinvolte dovrebbero lasciare la City e trasferirsi in uno degli altri paesi dell’Ue. È ovvio che eventuali iniziative unilaterali non sarebbero risolutive. A oggi i contatti tra il governo britannico e la Commissione di Bruxelles non sembrano procedere positivamente.
Anche il Comitato finanziario della Bank of England ha preparato uno studio sullo stesso argomento. Si dice che, senza un accordo congiunto, i derivati otc rischiano di essere invalidati. Anche una loro eventuale rinegoziazione richiederebbe tempi molto più lunghi rispetto ai pochi mesi che ci separano dalla primavera del 2019.
Secondo una recente analisi del Financial Times, anche il mercato dei cambi monetari sarebbe messo in grande fibrillazione dalla Brexit. Si pensi che le relative operazioni quotidiane ammontano a circa 5 trilioni di dollari, il 40% delle quali è trattato nella City. Il giornale inglese riporta anche che circa la metà degli esistenti 600 trilioni di dollari di derivati otc sarebbe contrattata sul mercato londinese.
È chiaro che Londra sta facendo di tutto per sollevare, forse anche con toni esagerati, i rischi e i pericoli insiti negli spostamenti dei mercati finanziari. Sta cercando in tutti i modi di mantenere la City come centro finanziario mondiale. Cosa non facile dopo la Brexit.
Grandi attori economici, tra cui la Cina e il Giappone, hanno sospeso le proprie decisioni relative ai loro futuri rapporti con la City, in attesa di conoscere meglio gli effetti del divorzio con l’Ue. Londra vorrebbe che nel business si procedesse “as usual” e che alla City fosse garantito comunque il suo ruolo centrale e dominante nella finanza mondiale.
Il problema di tutti gli attori in campo, però, potrebbe essere quello di sottovalutare i rischi e di sopravalutare una presunta capacità di gestione della crisi, che, nelle passate situazioni difficili, è sempre stata fatale. In questa diatriba, di fatto, si getta un velo sulla rischiosità intrinseca della montagna di derivati otc in circolazione e si mette in ombra la necessità di una profonda riforma di questo mercato molto speculativo, così come da noi ripetutamente evidenziato.
Un altro argomento di scontro sulle responsabilità di una nuova crisi è la montagna del debito aggregato, pubblico e privato. Un recente dossier del Fondo Monetario Internazionale affermerebbe che l’intero sistema globale sarebbe minacciato dalla forte crescita del debito del settore non finanziario, pubblico e privato, della Cina. Si tratta cioè della somma del debito pubblico e di quello corporate, cioè delle imprese: Secondo il Fmi nel 2022 esso arriverebbe al 290% del Pil. Nel 2015 era al 235%.
Indubbiamente in Cina sono cresciute molte bolle finanziarie. Ma ci sembra un tentativo pretestuoso per trovare un capro espiatorio. Invece è l’intero sistema che deve essere messo sotto la lente d’ingrandimento e riformato.
Intanto economisti cinesi sono stati messi in campo per confutare le analisi del Fondo. Affermano che gran parte del debito cinese poggia su attivi e investimenti sottostanti nei settori dell’economia reale e delle infrastrutture. Ad esempio, nel 2015 i titoli sovrani cinesi erano pari a oltre 100.000 miliardi di yuan, equivalenti a circa 15.000 miliardi di dollari, però gli attivi sottostanti erano stimati a oltre 20.000 miliardi di yuan. Un rapporto indubbiamente migliore rispetto a tanti paesi dell’Occidente.
La Cina, da parte sua, punta il dito contro le politiche di Quantitative easing che hanno inondato il sistema di liquidità senza mettere in moto nuovi investimenti e perciò causa di nuove instabilità.
Sono segnali brutti. Quando, invece di incontrarsi per definire unitariamente la necessaria e improcrastinabile riforma del sistema finanziario globale, ci si accusa reciprocamente, allora c’è veramente da temere il peggio. Il che significa ignorare le lezioni del passato. Il “black monday” di trent’anni fa docet!

Mario Lettieri e Paolo Raimondi

POPOLO DI SINISTRA

bari giada apreTra Brexit e sovranismi “non possiamo essere soddisfatti di questa Europa. Questa Europa, questa Italia, le si cambiano solo se adottiamo canoni diversi per interpretare questa società, io non sono stupefatto se il centrodestra vince nella Stalingrado italiana che era Sesto San Giovanni”. Lo ha detto Riccardo Nencini, segretario del Psi a Bari durante il convegno sui 125 anni della storia del Partito Socialista. “È soprattutto la povera gente, chi è in difficoltà – argomenta Nencini – che ha timore per la propria sicurezza, per quella dei propri figli, che sceglie il centrodestra. Perché individua nel centrosinistra una lacuna sul tema della sicurezza personale. O la sinistra torna a conciliarsi con il popolo oppure la vedo dura”.

plateaNumerosi anche nella sessione di oggi del convegno ‘L’eresia dei liberi’ gli esponenti della storia passata e recente del socialismo italiano, da Gennaro Acquaviva a Fabrizio Cicchitto, presidente della commissione Esteri della Camera, da Stefania Craxi alla senatrice Maria Rosaria Manieri, da Damiano Poti a Mauro del Bue a Gianfranco Schietroma, con un contributo video di Gianni Pittella da Bruxelles.

“Il socialismo italiano e il socialismo europeo – ha aggiunto Nencini – hanno sempre convissuto tagliati da due linee, da una frontiera al di là della quale c’era il massimalismo e al di qua il riformismo, la scelta riformista del socialismo italiano, che risale agli anni 60 è stata bene interpretata da Craxi e trasferita in Europa: allora era il modello del socialismo italiano che veniva ripetuto in Francia, poi nella Spagna di Felipe Gonzales fino alla Gran Bretagna di Tony Blair. Sconfitto quel modello, si è passati a una terza via o a un rigurgito di forze massimaliste che hanno provocato qualche danno, come si vede ancora oggi”.
Ha poi destato una forte commozione nella platea di simpatizzanti, anziani e giovani, riuniti alla Fiera del Levante, un montaggio video di alcuni interventi pubblici di Bettino Craxi, con parole ‘profetiche’ sui temi dell’Europa, “i Patti firmati a Maastricht non sono scritti nella Bibbia e l’Italia ha il dovere di rinegoziarli” oppure sul fenomeno dell’immigrazione: Già nel 1992, in un convegno a Venezia, Craxi affermava che ‘il tasso di crescita demografica dei paesi poveri è molto alto, sono iniziate correnti migratorie che, in assenza di un accelerato processo di sviluppo che abbracci tutta la riva sud del Mediterraneo, sono destinate a gonfiarsi in modo impressionante e saranno tendenze inarrestabili’.

I lavori completi su Radio Radicale

La prima giornata

La seconda giornata

Gb, via libera alle elezioni anticipate l’8 giugno

theresa-mayVia libera alle elezioni politiche anticipate in Gran Bretagna: la Camera dei Comuni ha approvato senza sorprese la mozione del governo Tory di Theresa May per la convocazione del voto il prossimo 8 giugno, superando il quorum richiesto dei due terzi. A favore, oltre ai Conservatori, hanno votato come annunciato dai loro leader, Jeremy Corbyn e Tim Farron, le opposizioni laburista e liberaldemocratica, mentre gli indipendentisti scozzesi dell’Snp si sono astenuti.

Secondo il conteggio annunciato di fronte allo speaker della Camera, John Bercow, i sì alla mozione sono stati 522, i no appena 13. La maggioranza qualificata prevista per raggiungere i due terzi dell’assemblea era di 432. Con questo atto la Gran Bretagna entra dunque in campagna elettorale per la terza volta in tre anni: dopo il voto politico del 2015, vinto dai Conservatori sotto l’allora leadership di David Cameron, e quello referendario del 2016, segnato dalla vittoria dei sostenitori della Brexit e le dimissioni dello stesso Cameron.

Il governo May, che aveva chiesto il ricorso alle urne con la motivazione ufficiale di volersi rafforzare al tavolo dei negoziati con Bruxelles per il divorzio dall’Ue, resta intanto in carica per l’ordinaria amministrazione. Mentre i maggiori partiti – i Conservatori di Theresa May, i Laburisti di Jeremy Corbyn, i Libdem di Tim Farron e gli indipendentisti scozzesi di Nicola Sturgeon in primo piano – si apprestano a presentare i rispettivi programmi e ‘manifesti’ elettorali.

“Questo primo ministro non è credibile”. E’ l’affondo lanciato in precdenza a Theresa May dal leader laburista Jeremy Corbyn all’inizio del Question Time alla Camera dei Comuni. Il capo dell’opposizione ha puntato il dito sul fatto che la premier si sia contraddetta annunciando la volontà di andare alle elezioni anticipate dopo che più volte aveva negato questa possibilità. Nel suo attacco Corbyn ha ricordato la serie di “promesse infrante” dei conservatori, che avrebbero contribuito alla crisi della sanità e aumentato il divario fra ricchi e poveri nel Regno Unito.

Siria, ripresi i raid. Salta
il summit con Mosca

siria-bombe-cloroSono ripresi raid intensi su Aleppo e dintorni, nel nord della Siria, raid aerei governativi siriani e russi secondo quanto riferito dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus) e giornalisti presenti ad Aleppo orientale assediata dalle forze lealiste. Il Centro di documentazione delle violazioni in Siria ha contato 51 civili uccisi nelle ultime 48 ore nella regione di Aleppo.

La situazione in Siria è “estremamente complicata” e le accuse lanciate da Gran Bretagna e Stati Uniti contro la Russia sono “inaccettabili”: lo ha denunciato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, replicando al ‘processo’ alla Russia e al regime di Bashar Assad durante la riunione d’emergenza sulla Siria del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. “Riteniamo del tutto inaccettabile il tono della retorica dei rappresentanti di Gran Bretagna e Stati Uniti e notiamo che questo può causare gravi danni al processo di soluzione della crisi e ai nostri rapporti bilaterali”, ha affermatato Peskov.

Il “tono” di alcuni funzionari britannici e americani è generalmente “inaccettabile”, ha aggiunto il portavoce Peskov. Tale “retorica”, ha aggiunto, può provocare “grande danno” al processo di pace in Siria e alle “relazioni bilaterali”. Lo riporta la Tass. Peskov ha inoltre sottolineato che al momento “non ha senso” tenere un summit sulla Siria e ha definito la situazione come “molto difficile”.

Intanto in Siria proseguono i bombardamenti su Aleppo che non risparmiano alcun obiettivo: nelle ultime ore è stato colpito l’ospedale Omar bin Abdelaziz, situato nel quartiere assediato di Maadi, reso inagibile da un raid aereo che ha causato un numero ancora non chiaro di feriti.  Dalla città, l’attivista Abu Muyahed al Halabi, della rete di opposizione Red Sham, ha detto che sono stati gli aerei russi ad attaccare il centro ospedaliero e che “ci sono stati solo feriti lievi, tra i quali alcune infermiere e medici”.

Nel suo intervento il Cremlino ha anche bocciato l’idea di un vertice internazionale sulla Siria: “La situazione per ora è troppo amorfa per incontrarsi ad alto livello”, ha spiegato Peskov, aggiungendo che bisogna capire “a livello di esperti” le ragioni dei problemi esistenti e chi ne è responsabile. Secondo il portavoce presidenziale, inoltre, la divisione tra opposizione moderata e terroristi in Siria, su cui si è impegnata Washington, non è ancora arrivata.

“Quello che la Russia sta sponsorizzando in Siria non è lotta al terrorismo, ma barbarie”, aveva denunciato l’ambasciatrice americana all’Onu, Samantha Power, ricordando i 150 raid delle precedenti 72 ore. “Mosca”, aveva rincarato il collega britannico, Matthew Rycroft, “collabora col regime siriano per commettere crimini di guerra”. “Il caos in Medio Oriente”, aveva replicato il rappresentate russo Churkin, “lo avete provocato voi, distruggendo l’equilibrio del passato. Ora usate i terroristi di al Nusra per abbattere il governo siriano”. L’inviato di Damasco, Bashar Jaafari, ha assicurato che “la vera guerra al terrorismo non è ancora cominciata. L’avvento della vittoria siriana è imminente, e porterà all’applicazione di tutte le risoluzioni del Palazzo di Vetro”.  La riunione d’urgenza del Consiglio era stata richiesta dagli americani per denunciare l’offensiva russo-siriana che ha fatto saltare la tregua negoziata il 9 settembre scorso dal segretario di Stato, John Kerry, e dal ministro degli Esteri, Serghei Lavrov.

Dopo la Brexit. L’Europa
tra flessibilità e rigidità

europa unitaLa decisione del Regno Unito di uscire dall’Europa ha segnato uno spartiacque; è probabile che la vittoria per il “leave” sia desinato a non produrre effetti immediati, ma la decisione, come da molti osservatori viene sottolineato, costituisce una “rottura” netta riguardo al modo in cui perseguire, semmai sarà possibile, un obiettivo che sia in qualche modo portatore degli ideali dei padri fondatori dell’attuale Unione Europea.
A livello internazionale, in termini più serrati dopo il vittoria del “leave” sul “remain” del Regno Unito, prosegue il dibattito su cosa occorrerebbe fare per rilanciare ciò che si è inteso di realizzare con i Trattati europei degli anni Cinquanta. Walter Hallstein, primo presidente della Commissione Europea tra il 1958 e il 1967, all’inizio degli anni Sessanta dichiarava che con Trattati i padri fondatori hanno immaginato un’Europa che non fosse un’alleanza di Stati nazionali, né soltanto un’area economica, ma la costruzione di una rete di regioni libere, che comportasse il superamento del divario tra “nazioni grandi e potenti e nazioni piccole e politicamente impotenti”.
Cosa è stato realizzato dell’auspicio di Hallstein? Ben poco; a tal punto che molti dei Paesi che originariamente hanno condiviso gli obiettivi dei Trattati, oggi sono propensi ad imitare il Regno Unito. Come è possibile evitare che l’Unione corra seriamente il rischio di una disintegrazione? All’interrogativo vengono date risposte alternative: alcune propongono “rigidamente” la ripresa, con determinazione, del processo di integrazione politica; altre, più realisticamente, auspicano una revisione del progetto originario, per la realizzazione di una “Europa flessibile”.
Ulrike Guérot, direttrice dell’”European Democracy Lab presso la European School of Governance di Berlino”, in “Pensiamo un’altra Europa” (Limes n. 6/2016), sostiene che, dopo il “tradimento” dell’ideale dei padri fondatori, l’Unione ha accusato un “grave deficit democratico”. Al momento, pertanto, ciò di cui “l’Europa e i suoi cittadini hanno maggior bisogno in questi giorni sono il coraggio e la fiducia”; urgenza, questa, che impone alle classi politiche dei Paesi europei la necessità di procedere ad una riflessione sul come rovesciare l’assetto attuale dell’Unione, che valga a riproporre ciò che l’”Europa, in origine, doveva essere: un progetto per il superamento degli Stati nazionali”
A parere della Guérot, le crisi che da tempo si susseguono all’interno dell’Unione non sono gli esiti fatali di un destino avverso, ma quelli dovuti all’assenza di un’Europa politica. Oggi, perciò, il problema da risolvere è quello di pensare quale Europa si vuole realizzare oltre l’UE; ovvero, se si vuole “costruire un’Europa democratica e sociale che risponda ai principi fondamentali della democrazia”. La soluzione del problema, perciò, dovrebbe consistere nella costruzione di una “reale democrazia post-nazionale”, ossia di una completa riorganizzazione istituzionale e politica del Vecchio Continente.
Secondo la Guérot, tutti i sociologi e politologi europei, con Jürgen Habermas in testa, sottolineano che all’Unione è venuta meno una “legittimazione interna dei suoi assetti istituzionali”, nonostante che il Trattato di Maastricht abbia fissato i termini affinché l’Unione Europea fosse un’unione di cittadini e di Stati; di fatto, però, è stata realizzata solo un’unione di Stati e non di cittadini. Ciò ha comportato che gli Stati potessero continuare ad esistere e ad operare, in considerazione del fatto che solo essi avevano potere decisionale nel Consiglio europeo, alle cui delibere, il Parlamento europeo, privo di ogni potere legislativo, non poteva opporsi. Se non si vuole abbandonare quanto sin qui è stato realizzato, sottolinea la Guérot, occorre realizzare un sistema democratico europeo che risponda ai requisiti della logica di funzionamento della democrazia propria dello Stato sociale di diritto.
Un serio balzo in avanti sulla via della realizzazione di un sistema democratico europeo può essere compiuto solo mirando a realizzare una struttura istituzionale dell’Unione, in cui i cittadini siano realmente sovrani, prendendo atto del fatto che “non saranno mai gli Stati nazionali a fare l’Europa, bensì i cittadini europei, poiché soltanto loro hanno diritto a esercitare la propria sovranità”.
In questa prospettiva di rifondazione dell’Europa, l’elemento nazionale dovrebbe essere adeguatamente sostituito dall’elemento regionale; ciò perché, a parere della Guérot, attraverso una più proficua valutazione delle regioni, può essere meglio garantita l’identità delle singole culture europee, fugando in questo modo tutte le paure connesse al discorso di “una forzata e artificiale identità europea”; in questo modo, l’identità culturale rimarrebbe prerogativa delle singole regioni, mentre l’auspicata repubblica europea, organizzata su basi federalistiche, consentirebbe ai suoi cittadini di “abitare sotto un unico tetto”, giuridicamente uguale, ma culturalmente diversificato, che permetterebbe di realizzare la tanto auspicata unità politica, diversificata nella molteplicità delle culture.
La proposta della Guérot, pertanto, s’inquadra nel solco della tradizione sinora prevalsa, che però ha solo consentito di esorcizzare gli esiti negativi dei momenti di crisi dell’Unione, sostenendo in coro, acriticamente, la necessità di superarli attraverso una maggiore integrazione politica degli Stati membri. È accaduto così che, per più di una generazione l’Europa abbia costituito, come afferma Brunello Rosa in “Qui si fa l’Europa o si muore” (Limes, n, 6/2016), un “desiderio immaginario” (a phantastic object), che ha indotto le istituzioni dell’Unione e prendere delle decisioni, senza considerare in alcun modo i costi e le incoerenze che le stesse avrebbero comportato; come quella, scoperta ”col senno di poi”, a suo tempo assunta, di ammettere nel 1973 il Regno Unito a fare parte della Comunità economica Europea, senza valutare le reali ragioni opportunistiche che hanno spinto allora il Regno Unito a “bussare alla porta” cella Comunità.
Nel 1973, la perfida Albione, a parere di Rosa, “ha fatto un calcolo molto preciso: ha deciso di aderire in forma limitata a un mercato unico quando la sua economia cadeva a pezzi”; il Regno Unito ha deciso di “scambiare un po’ della propria sovranità con l’accesso al mercato unico”, senza però mai credere al sogno continentale dell’Europa politica, chiamandosi fuori non appena “ne ha scorto l’ombra”. Ancora più pragmaticamente, sempre secondo Rosa, la Gran Bretagna si è allontanata dal disegno europeo, non appena l’Unione (che nel frattempo aveva sostituito la Comunità Economica Europea) ha incominciato a trasformarsi da luogo in cui si cercava di conciliare legittimi interessi nazionali a luogo della mediazione, con cui tenere in piedi il “desiderio immaginario” di un’Europa politicamente unita. Non è stato, quindi, solo il Regno Unito ad allontanarsi dall’Europa, perché anche quest’ultima, con tutte le sue finzioni, si sarebbe resa “scomoda” per un Paese uso a fondare la sua credibilità sulla legittimazione delle sue istituzioni a livello internazionale.

Stando così le cose, Rosa ritiene che sia necessario rispondere alla domanda: quale configurazione dovrebbe assumere la prosecuzione del progetto dell’Europa unita, permettendo in futuro che Paesi come la Gran Bretagna possano aderirvi, oppure, se già vi hanno aderito, decidere di abbandonarlo? Per decenni, si è pensato che i “destini dell’Europa fossero determinati dal grado di integrazione tra i Paesi europei”, ma l’esito del referendum britannico ha chiarito una volta per tutte la fallacia di questo convincimento; la pretesa di risolvere le crisi ricorrenti (ultima, ma non la sola, quella dei migranti) invocando una maggiore integrazione si è trasformata in motivo di fuoriuscire dall’Europa per i Paesi che non l’hanno mai condivisa. Occorre perciò – come osserva Rosa – un’altra prospettiva di azione per consentire all’Unione di sopravvivere; in altri termini, occorre che i Paesi, che ancora sono interessati alla conservazione dell’Unione, adottino una prospettiva di azione politica futura che sia più flessibile rispetto a quella prospettata dalla Guérot.
A parere di Rosa, infatti, il disegno europeo potrebbe sopravvivere al perseguimento di una maggiore integrazione, solo adottando una maggiore flessibilità nella sua organizzazione complessiva, potenzialmente a “geometria variabile”. In tal modo, l’Europa dovrebbe “essere pensata come un sistema di centri concentrici”, con al suo centro il cerchio ristretto dei Paesi dell’Eurozona, dando a questi la possibilità di uscire, ma di rimanere nel secondo cerchio più esterno formato dai Paesi aderenti all’attuale UE che non vogliono adottare la moneta unica, senza però condividere una maggiore integrazione (tra questi potrebbero rientrarvi Paesi come la Gran Bretagna, quelli euroscettici, come l’Olanda, la Svezia e la Danimarca e ed i turbolenti Paesi dell’Est europeo. Del cerchio più esterno dovrebbero far parte tutti quei Paesi (Turchia, Ucraina ed altri) che con l’Europa vogliono realizzare una qualche forma di associazione, ma che nell’UE non sono ammessi, per il veto degli attuali membri, o per il divieto a farne parte perché ricadenti in altre ”sfere di influenza”. Un’Europa a cerchi concentrici rappresenterebbe, a parere di Rosa, un progetto molto più concreto, in quanto dotato di una maggior flessibilità, di quello fondato rigidamente sul perseguimento dell’integrazione politica di tutti gli attuali Paesi aderenti, prescindendo dai costi e dalle incoerenze politiche che esso comporta (cioè, per realizzare una ever closer union, no matter what).

Se le probabilità di portare a compimento il progetto europeo secondo la prospettiva rigida indicata dalla Guérot sono molto basse, per via delle resistenze che essa solleva in molti degli attuali residui 27 Paesi che fanno parte dell’UE, altrettanto poco realistica appare la prospettiva indicata da Rosa. Le scarse possibilità di successo del modello flessibile a cerchi concentrici sono, come sottolinea lo stesso Rosa, dovute all’assenza, non solo “di una classe dirigente capace di perseguire obiettivi tanto ambiziosi e per il progressivo rafforzarsi di movimenti populisti europei, che mirano invece ad accelerare i processi di disintegrazione”; ma anche e soprattutto per l’incoerenza e la spregiudicatezza di molti tra gli Stati dell’Eurozona, quella cioè che dovrebbe costituire il “cerchio ristretto” nell’attuazione del modello di organizzazione più flessibile del progetto europeo, di fare parte di “alleanze occulte” con altri Paesi esterni all’UE, per il perseguimento di vantaggi globali, spesso incoerenti rispetto agli impegni che dovrebbero assolvere nei confronti degli altri Paesi impegnati sul fronte della realizzazione dell’Unità politica dell’Europa.

Tra i Paesi dell’Eurozona, Germania e Francia sono quelli che rappresentano la maggiore incognita circa le loro reali intenzioni di voler portare a compimento l’unità politica dell’Europa: la Francia aspira da sempre a raggiungere un improbabile status di grande potenza globale, mentre la Germania, tende ad intessere relazioni extracomunitarie per il continuo rafforzamento dei suoi interessi economici, finanziari e commerciali. Questi due Paesi, in modo particolare, fanno parte, a titolo diverso, dell’”Alleanza a geometria variabile dei Five Eyes”, un patto originario, stretto nel 1946, tra gli Stati Uniti e Gran Bretagna per il “controllo” delle comunicazioni globali; accordo al quale, in momenti successivi, sono stati associati Australia, Canada e Nuova Zelanda.

La Germania non occuperà un posto di rilievo in seno all’”Alleanza Five Eyes”, ma è certo che i suoi “apparati di intelligence” ricevono dall’interno dell’”Alleanza” molte più informazioni di quante non ne ricevano gli altri Paesi dell’attuale Unione Europea. La Francia, dal canto suo, ubbidendo alle proprie pulsioni di “grandeur”, si vorrebbe “alleata, ma non allineata” con l’organizzazione “Five Eyes”, ma la sua aspirazione ad accreditarsi, in concorrenza con la Germania, almeno come “europotenza”, la costringe a seguire logiche decisionali non sempre in linea con la soluzione dei problemi dell’Europa.

In conclusione, se anche i Paesi europei, che per ragioni diverse dovrebbero esercitare un “peso” rilevante sulle decisioni riguardanti la prosecuzione del processo di integrazione europeo, “trescano” con “Paesi terzi”, né il progetto proposto dalla Guérot, né quello proposto da Rosa potranno avere una qualche probabilità d’essere accolti per essere prontamente attuati. Ciò perché, Germania e Francia sono prone alle strategie di chi, come l’Inghilterra del passato, cui oggi si aggiungono gli USA, sono avverse all’unità dell’Europa: l’Inghilterra, come sempre, in nome della sua avversione alla formazione di una qualche superpotenza continentale a guida francese, tedesca o russa, e ora in nome della propria sicurezza, sovranità e identità; gli USA, in nome della propria aspirazione a conservare la propria primazia, non solo economica, a livello globale.

Gianfranco Sabattini