Diego Fusaro e l’attualità della critica marxiana
del capitalismo

Diego-FusaroDiego Fusaro, docente di Storia della filosofia presso l’Istituto Alti Studi Strategici e Politici di Milano, ha ripubblicato il volume “Bentornato Marx!”, edito alcuni anni fa, per riproporre il pensiero di un pensatore, quale è stato il filosofo-economista di Treviri, che al di là del giudizio che si vuole darne oggi, afferma Fusaro, resta la più straordinaria critica della “società capitalistica”.

Il libro vuole essere una rievocazione sintetica delle principali tesi riconducibili al pensiero marxiano, muovendo “dalla ferma convinzione che Marx sia il più glaciale sismografo critico delle società capitalistica e, insieme il più portentoso architetto di un’ingegneria utopica fondata sull’ideale di un’ulteriorità nobilitante e di una felicità più grande di quella disponibile (oggi) […] a buon mercato”.

Il libro risponde quindi all’esigenza, avvertita ora dall’autore più di quanto lo fosse nel 2009, al momento della prima edizione, di “ripartire dal sistema incompiuto di Marx”; di un Marx “distinto dal marxismo […], di un Marx pensato e impiegato contro certe visioni dogmatiche e antimarxiane del marxismo stesso”. Ciò che Fusaro valorizza del filosofo-economista di Trviri è l’impegno a promuovere, col suo pensiero critico, il riscatto della “coscienza infelice” attraverso la “lotta per il riconoscimento”, quindi a favorire l’”emancipazione del genere umano unitariamente inteso”, attraverso “le lotte per il riconoscimento del lavoro a opera del proletariato, lo Spartaco dell’evo moderno”.

Questa prospettiva di lotta non induceva a un “lacrimevole amore francescano per il pauperismo degli ultimi”, in quanto il pensiero critico marxiano non si limitava “a vedere nel proletariato gli ultimi”, ma il “soggetto storico, il virtuale demiurgo del nuovo mondo in grado […] di rovesciare la contraddizione capitalistica e di rendere per ciò stesso disponibile la liberazione dell’umanità tutta”.

Il messaggio di Fusaro sull’attualità del pensiero critico di Marx è indirizzato a chi, “con intenti pratici e politici, più che teoretici e filosofici, abbia interesse a comprendere le contraddizioni del mondo in cui vive e, magari, anche trovare una possibile via per il loro concreto superamento”.

La prima edizione del libro di Fusaro (2009) ha coinciso con l’inizio della Grande Recessione; questa, pur non avendo ancora prodotto gli effetti negativi che si sarebbero manifestati negli anni successivi, legittimava, sulla base dell’esperienza già vissuta nei decenni precedenti, l’assunto che “il modo capitalistico della produzione stava rivoluzionando se stesso: in vista non già del sol dell’avvenire della società senza classi, bensì del proprio immanente potenziamento, fondato – ce lo insegna, afferma Fusaro, proprio Marx nel Capitale – sulla crisi come fattore coessenziale alla sua logica di sviluppo”.

Oggi, a diversi anni di distanza dall’inizio delle Grande Recessione, il pensiero critico di Marx – afferma Fusaro – può essere pienamente ricuperato, in considerazione della “tenuta” del suo impianto critico nella spiegazione del nuovo assetto finanziario del mondo capitalistico. Con l’avvento della globalizzazione, alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso, la nuova classe egemone neoliberista ha utilizzato, dopo lo scoppio della crisi del 2007/2008, una generalizzata deregolamentazione dell’economia, come strumento di azione ai danni “del vecchio proletariato e del vecchio ceto medio borghese”, facendoli precipitare nel nuovo aggregato sociale del “precariato”: ha avuto così inizio un processo di ristrutturazione della produzione, in cui la formazione del prodotto sociale è stata dissociata dal lavoro, originando una crescente disuguaglianza distributiva, causata da una polarizzazione, divenuta di anno in anno sempre più accentuata, a vantaggio quasi esclusivo del vertice del corpo sociale. polarizzazione divenuta di anno in anno sempre più accentuata.

Per Fusaro, la finanziarizzazione dell’economia, secondo quanto già evidenziato da Marx, “non deve essere intesa come un incidente di percorso rispetto a un’economia ‘reale’ di mercato di per sé buona: ne è, invece, la logica conseguenza”. Ciò perché l’economia finanziaria si configura come conseguenza logica di sviluppo del capitale e della sua illimitata valorizzazione, svincolata da ogni sua connessione con gli stati di bisogno esistenziali dell’uomo; fatto, quest’ultimo, che induce ad inferire che il “capitalismo non è ‘malato’; esso è la malattia”. Marx – sostiene Fusaro – ha descritto la trasformazione della società industriale in quella finanziaria, come passaggio “dalla ricchezza produttiva e imprenditoriale a quella parassitaria e di rapina”, propria del capitalismo finanziario. Ciò che questo processo ha posto in risalto è che la dissoluzione della società industriale e dei rapporti sociali che le erano propri non avviene tramite la “rivoluzione proletaria” preconizzata da Marx, bensì per mezzo delle “logiche sradicanti” del capitale finanziario controllato e gestito dalle élite neoliberiste.

Per tutte le ragioni sin qui indicate, a parere di Fusaro, è giustificato il ricupero del pensiero critico marxiano; esso, infatti, consente di comprendere, non solo il modo in cui oggi il capitalismo finanziarizzato funziona, ma anche le sue immanenti contraddizioni. Da ciò consegue che fare di Marx, come vorrebbero gli epigoni del neoliberismo imperante, un autore del passato, significherebbe dichiararlo “definitivamente morto”; non è difficile capire, secondo Fusaro, che “disgiungere Marx dall’occorrere degli eventi odierni, come se si trattasse di una lontana ‘voce del passato’ del tutto inadatta a far luce sull’oggi”, vuol dire dichiararlo “morto”, unicamente per paralizzare la forza critica del suo pensiero. Chi si ostina a sostenere l’inattualità di Marx, lo fa evidentemente e unicamente solo per “esorcizzare” la possibile riproposizione di un pensiero critico del capitalismo contemporaneo, perché ritenuto una malefica minaccia alla conservazione dello status quo.

Proprio perché si vuol fare credere che il modo di produzione del capitalismo neoliberista è divenuto, pur con tutti i suoi limiti, un “modo di produrre e di vivere intrascendibile”, la critica marxiana serve ricordare che il presente non è eterno, ma “è destinato a tramontare, non diversamente delle epoche storiche che l’hanno preceduto”. A questo assunto, Marx ha anche aggiunto l’idea che il capitalismo non è l’unico modo di produrre possibile, e nemmeno il più desiderabile. Queste valutazioni riguardanti la natura temporanea e la qualità del capitalismo sono il risultato del corpus complessivo del pensiero critico di Marx; pensiero che può essere articolato, come afferma Fusaro, nei “tre momenti riguardanti la natura della “critica”, la “filosofia della storia” e il “sistema di produzione”.

Nella convinzione marxiana, la critica, per risultare efficace, non deve mai cristallizzarsi in una sorta di “sistema chiuso”, ma deve sempre configurarsi come un “cantiere aperto”, implicante il percorso di “una strada intellettuale che, tutt’altro che unilineare, si sviluppa in anse, in cambi di direzione, in rotture e in molteplici biforcazioni. Un cantiere, appunto, e non una casa ultimata e consegnata ‘chiavi in mano’ agli acquirenti”. Centrale nel considerare l’attività critica come “cantiere aperto”, è la concezione materialistica della storia, che Marx considera fattore determinante nella strutturazione del modo di produzione e riproduzione della vita reale.

L’importanza che la concezione materialista della storia riveste nel pensiero critico complessivo è espressa dal fatto che, per Marx, “è erroneo considerare la società, vale a dire i rapporti tra gli uomini, indipendentemente dalle condizioni delle forze produttive, ossia dalla base economica della società stessa”. Partendo da tale assunto, diventa possibile sostenere che “ogni epoca è contraddistinta da un suo specifico processo sociale di produzione che, dotato dei suoi particolari fini sociali […], si svolge all’interno di un particolare modo di produzione, nel quale si uniscono le condizioni materiali (il lavoro vivo e i mezzi di produzione) e le condizioni sociali (vale a dire i rapporti di produzione): dall’unione delle condizioni materiali e di quelle sociali, si sviluppano le forze produttive di una data epoca”.

Alla luce di queste considerazioni, Marx ha potuto sostenere che gli uomini non fanno la propria storia in modo arbitrario, cioè nel modo scelto da loro stessi; bensì la fanno nel modo che viene imposto loro dalle circostanze che essi trovano innanzi a sé. Ciò implica che, mutato il modo di produzione, muta anche la sovrastruttura; a questo mutamento corrisponde una diversa sovrastruttura, ossia un nuovo quadro di idee, di concezioni politiche, giuridiche sociali ed economiche.

Sulla base della concezione materialistica della storia, Marx ha potuto così descrivere i “meccanismi su cui poggia il moderno mondo capitalistico”, caratterizzato dalla “produzione per la produzione” e dalla illimitata valorizzazione del capitale. In questo processo, diviene prevalente una produzione di merci senza limiti, implicante “un dominio feticistico sugli uomini”, vittime dell’illusione che le merci siano solo una “cosa” e non invece “il prodotto del loro lavoro sociale”, il cui smarrimento comporta che la socialità sia tradotta in “cosalità” e la società capitalistica si riduca, nel suo insieme, a “società di merci e di mercati”.

Con il capitalismo moderno, seguendo la critica di Marx, il sistema di produzione “padroneggia gli uomini”, nel senso che il prodotto del lavoro viene da essi separato; nella prospettiva di Marx, ricorda Fusaro, il superamento di questa separazione dipende dalla forza lavoro tutta, la quale, consapevole che la “realtà capitalistica non è eterna”, e che “è solo una fase transitoria” della storia dell’umanità, può contribuire al suo superamento con la realizzazione della “società comunista, in cui l’uomo potrà finalmente appropriarsi della realtà sociale in cui è inserito, anziché avvertirla come un mondo estraneo, ingovernabile e fatale a cui doversi adattare”.

L’ironia della storia, conclude Fusaro, ha voluto che il sogno marxiano della possibile realizzazione della società comunista” si inverasse nel corso del Novecento (con l’esperienza del socialismo reale) in una “realtà dispotica e dittatoriale”; questa, lungi dall’aver promosso l’emancipazione dell’uomo, lo ha reso succube di non meno opprimenti contraddizioni rispetto a quelle proprie della società capitalistica. Cionondimeno, il pensiero di Marx, osserva Fusaro, continua a rappresentare “la sua natura di impareggiabile ‘segnalatore’ delle contraddizioni in cui è sospeso il nostro mondo”.

Inoltre, non può essere trascurato il fatto che, nel corso del Novecento, la società capitalistica ha subito profonde trasformazioni che le hanno conferito una struttura non solo è diversa da quella esistente ai tempi di Marx, ma, per varie ragioni, tale da smentire molte delle previsioni marxiane, la principale delle quali riguarda proprio l’ineluttabilità del trascendimento del capitalismo; ciò a causa delle continue e sempre più gravi crisi causate dalle sue contraddizioni interne. Le crisi che hanno sempre rappresentato motivo di instabilità economica, politica e sociale, più che portare al crollo del capitalismo, si sono rivelate fenomeni che hanno concorso a determinarne un rinnovamento e irrobustimento strutturale.

La conclusione di Fusaro sulla riproponibilità del pensiero marxiano è che questo, pur con tutti i suoi limiti esplicativi e revisionali, dovrebbe risultare utile a rendere le forze politiche della sinistra consapevoli delle contraddizioni proprie del modo di funzionare del capitalismo neoliberista contemporaneo, quindi ad arricchire il pensiero critico di Marx con “un surplus di teoria”, partendo dall’assunto che continuare a criticare la valorizzazione senza limiti del capitale ha perso oggi gran parte della sua validità sul piano storico. Questo surplus teorico del quale dovrebbero essere portatrici le forze antagoniste del moderno capitalismo dovrebbe servire ad orientarle all’attuazione di processi politici volti, non al raggiungimento di obiettivi utopici o, nel peggiore dei casi, a cercare di limitare gli effetti indesiderabili del capitalismo neoliberista, ma a rifondare i criteri distributivi del prodotto sociale, secondo gli intenti di fondo che hanno ispirato il pensiero marxiano: equità distributiva e piena libertà, per tutti componenti del sistema sociale, di realizzare i loro progetti di vita.

Gianfranco Sabattini

 

Kenneth Rogoff e i limiti della circolazione della moneta cartacea

Kenneth Rogoff

Kenneth Rogoff

Gli anni della Grande Recessione sono stati caratterizzati da una generale contrazione delle attività economiche, sia reali che finanziarie; la grande massa di moneta inattiva presente all’interno dei sistemi economici in crisi ha paralizzato la politica monetaria, per via del fatto che, per quanto le risorse finanziarie fossero offerte a bassissimo costo a causa della loro abbondante disponibilità, nessuno mostrava interesse a chiederle in prestito, per ragioni produttive o di consumo.

Kenneth Rogoff, docente di politiche pubbliche a Harvard, in “La fine dei soldi”, sostiene che “una politica dei tassi negativi senza limiti” avrebbe consentito alle banche centrali di attuare una politica monetaria ben più efficace di quella che è stata loro consentita attraverso il ricorso a misure monetarie “non convenzionali”, quale la politica di quantitative easing, finalizzata ad aumentare la liquidità delle banche, ad innalzare il tasso d’inflazione e ad ostacolare gli effetti negativi sul rilancio della crescita riconducibili alla persistenza della deflazione. Perché?

Secondo Rogoff, gli ostacoli cui sono andate incontro le banche centrali sono stati originati dalla natura particolare della moneta cartacea; questa non è altro che un’obbligazione dell’emittente (lo Stato) a tasso zero, o, in termini più precisi, “un’obbligazione al portatore anonima e infruttifera, che non è associata ad alcun nome o evento passato ed è valida indipendentemente da chi la possiede”. Finché esiste la possibilità di detenere denaro contante, nessuno è disposto a “liberarsene”, depositandolo in un conto di deposito bancario, per accettare, a meno del costo della sua conservazione e assicurazione, un interesse inferiore a quello garantito dal suo investimento in un qualsiasi tipo di obbligazione offerta dal mercato dei capitali a breve. Questa circostanza è all’origine, secondo Rogoff, dello “Zero Lower Bound”, responsabile della paralisi che può colpire la politica monetaria in presenza di particolari condizioni di funzionamento del sistema economico, come, ad esempio, quelle createsi durante gli anni della crisi scoppiata nel 2007/2008.

Le espressioni “Zero Lower Bound” (ZLB) e “Zero Nominal Lower Bound” (ZNLB) indicano il problema di natura macroeconomica che insorge, quando il tasso nominale di breve termine è uguale o prossimo a zero, causando una “trappola della liquidità”, che ostacola la possibilità della banca centrale di supportare la stabilità della crescita economica attraverso la politica monetaria.

La causa dello ZLB è la circolazione della carta moneta a un tasso nominale di interesse corrente uguale a zero, in corrispondenza del quale è nulla la possibilità di stimolare la propensione a spendere attraverso l’abbassamento del tasso di interesse corrente, perché il pubblico (detentore della carta moneta) preferirà semplicemente conservare presso di sé il contante del quale dispone, in quanto scoraggiato a trasformarlo in depositi bancari coi quali finanziare la propensione a spendere di chi volesse approfittare del basso costo del denaro.
Kenneth Rogoff sostiene che il problema dello ZLB può essere risolto “facendo piazza pulita della moneta cartacea” o, quantomeno, eliminandone “gradualmente la maggior parte”, favorendo l’“inclusione finanziaria” (l’insieme delle procedure utili a garantire l’accesso ai sevizi bancari a tutti soggetti, in quanto consumatori e produttori, presenti nel sistema economico) “con carte di debito sovvenzionate e mantenendo in vigore le banconote di piccolo taglio a tempo indefinito, magari sostituendole in prospettiva con un sistema di sole monete metalliche”.
Altri, a differenza di Rogoff, come ad esempio Miles Kimball, docente di economia all’Università del Colorado, sostiene che il problema dello ZLB può essere risolto più efficacemente con una circolazione completamente basata o sull’introduzione di una moneta elettronica, o sull’adozione di una moneta elettronica come unità di conto per la regolazione di tutte le transazioni economiche attraverso la “tecnologia blockchain” – detta anche tecnologia di registro distribuito o Distributed Ledger Technology (DLT).
Essa consentirebbe, secondo Kimball, di mantenere sincronizzati i dati di numerosi database nell’ambito di una medesima rete telematica (network). I contenuti di un database sarebbero suddivisi in blocchi e condivisi in tempo reale con gli altri nodi del network; la procedura di codifica a blocchi conserverebbe in maniera permanente, e legalmente certa, la data di creazione, l’origine, il contenuto, la sicurezza e l’integrità dei dati relativi alle transazioni, attraverso procedure crittografiche automatiche e prive di intervento umano.
Rogoff non condivide la proposta di Kimball; per quanto non abbia alcun dubbio sul fatto che la tecnologia blockchain presenti validi motivi per considerarne positiva l’applicazione ai servizi finanziari, tuttavia, per il futuro prevedibile, egli è del parere che il miglior sistema sia quello che “utilizza come unità di conto una valuta, emessa dall’autorità statale, sebbene nel lungo periodo essa sia destinata a diventare moneta del tutto elettronica. Rogoff afferma di condividere la “visione libertaria” di quanti credono che le nuove tecnologie di pagamento via WEB possano liberare le persone dalla tirannide della moneta e dal controllo dello Stato”; però, è anche del parere che l’impiego del “Bitcoin” come unità di conto sia al momento improponibile, non essendo ancora disponibili le procedure appropriate per rendere adeguata l’inclusione finanziaria, allorché la moneta cartacea sia rimpiazzata da una moneta criptata. In altri termini, secondo Rogoff, il fatto che, in linea teorica, la tecnologia blockchain possa “prima o poi dare vita a una valuta migliore non significa affatto che quel mondo esista già in concreto”.

Il vero problema è oggi la possibilità di utilizzare la politica monetaria per il raggiungimento degli obiettivi che “affollano” le agende dei governi dei sistemi economici in crisi, quali la stabilizzazione dell’attività economica, l’erogazione del credito necessario per invertire il ciclo economico negativo, il finanziamento della spesa pubblica e la sottoscrizione delle obbligazioni emesse dallo Stato per equilibrare i disavanzi correnti dei conti pubblici. Per realizzare queste finalità, a parerete di Rogoff, “è fondamentale che il governo conservi il controllo sull’unità di conto e sulla valuta”, in termini della quale è denominata gran parte dei contratti sottostanti il funzionamento dell’economia nazionale.

Prima della crisi, causata dalla Grande Recessione, erano pochi i policy maker che si preoccupavano del problema dello “Zero Lower Bound”; ciò perché il vincolo posto dalla soglia zero del tasso d’interesse di breve periodo non aveva più suscitato particolari timori dai tempi della Grande Depressione. Dal 2007/2008, però – sostiene Rogoff – “la situazione è mutata radicalmente”, in quanto nel corso degli anni della crisi “quasi tutte le principali banche centrali hanno una volta o l’altra desiderato di avere la possibilità di fissare i tassi d’interesse abbondantemente sotto lo zero”.

L’idea che i tassi d’interesse negativi, allorché il sistema economico si trovi in particolari condizioni di crisi, possano consentire di realizzare un’efficace politica monetaria, strumentale all’inversione del ciclo negativo dell’economia, non è nuova. Anche nel pieno della Grande Depressione, John Maynrd Keynes era giunto alla conclusione che, se solo fosse stato possibile trovare il modo di offrire un rendimento negativo sulla liquidità, l’espansione monetaria avrebbe potuto contribuire a fare uscire il mondo dalla depressione; anche allora, come oggi, il problema consisteva nel fatto che, con i tassi di riferimento a breve termine pari a zero, la politica monetaria veniva bloccata da una “trappola della liquidità”.

Le insufficienti procedure di inclusione finanziaria allora disponibili hanno condotto Keynes – a parere di Rogoff – “alla famosa conclusione secondo cui la spesa pubblica era la chiave per spingere le economie fuori dalla Grande Depressione”. Non è quindi da escludersi, che se nel mondo di allora fossero state disponibili le attuali procedure d’inclusione finanziaria, lo stesso Keynes avrebbe potuto giungere a una conclusione diversa.

L’eliminazione (o quantomeno la riduzione) della circolazione della moneta cartacea (specialmente della parte costituita dalle banconote di grosso taglio) non servirebbe solo ad assicurare maggior forza alla politica monetaria; essa sarebbe utile anche per rinforzare la lotta contro le attività illecite, quali l’evasione fiscale, il narcotraffico, la corruzione, il riciclaggio di “denaro sporco”, il finanziamento dell’economia sommersa, le molte forme di rimunerazione in nero della forza lavoro occupata illegalmente e tutte le altre forme di aggiramento o di elusione degli obblighi legali.

L’eliminazione (o la riduzione) della quantità di moneta cartacea in circolazione potrà però essere realizzata solo in presenza – afferma Rogoff – di un programma mirato “a fornire alle persone a basso reddito conti correnti e carte di debito a condizioni fortemente sussidiate”; in ogni caso, il programma dovrà lasciare “in circolazione le banconote di piccolo taglio per un periodo prolungato (forse a tempo indeterminato)”, per soddisfare le esigenze di pagamento giornaliere della maggior parte delle persone. La conservazione della circolazione dei biglietti di piccolo taglio consentirà inoltre – a parere di Rogoff – di affievolire “alcuni dei timori più viscerali concernenti la sicurezza, la privacy e le emergenze”.

L’eliminazione dell’enorme massa monetaria in circolazione non è “un pasto gratis”, avverte Rogoff; tuttavia, i “’profitti’ realizzati dalle autorità assecondando ciecamente la domanda dei denaro contante sono ben poca cosa se paragonati ai costi delle attività illegali rese possibili dalla moneta cartacea, specialmente delle banconote di grosso taglio. L’effetto dell’abolizione della cartamoneta sull’evasione fiscale basterebbe probabilmente a compensare la perdita dei profitti ottenuti dalla stampa di moneta”. In ogni caso, conclude Rogoff, non tutte le considerazioni di coloro che si oppongono all’eliminazione della carta moneta sono prive di fondamento; ciò perché chi si schiera a favore della conservazione della possibilità di effettuare i pagamenti col denaro contante è molto spesso “mosso da ragioni perfettamente legittime, nel voler conservare lo status quo”.

E’ certamente fondata la tesi di chi sostiene, ad esempio che la cartamoneta non deve essere mai abbandonata, in considerazione del fatto che essa, oltre che mezzo di pagamenti, è anche, e soprattutto, “libertà coniata”. Di fronte alle pretese di chi sostiene questa tesi, come può la società conciliare l’aspirazione dei singoli individui alla privacy con l’esigenza di adottare regole che siano nell’interesse di tutti? Secondo Rogoff, la risposta all’interrogativo è che la conciliazione delle due istanze costituisce il “problema più cruciale che qualsiasi task force dedicata a eliminare il contante dovrà affrontare”, considerando attentamente gli obiettivi e le procedure tecniche alternative con cui conseguirli.

Certo, l’aspirazione dei singoli a non rinunciare alla comodità della privacy offerta dalla conservazione delle banconote è sicuramente meritevole di considerazione; ma non è neppure priva di senso la necessità che lo stesso singolo si ponga il problema del costo che la conservazione della comodità comporta, non solo per la lotta che occorre condurre contro l’attività criminosa, ma anche e soprattutto per la mancata possibilità di garantire un normale funzionamento del sistema sociale, supportato da una stabilità economica, il cui venir meno può compromettere la stessa comodità della privacy individuale.

Gianfranco Sabattini

La politica come “medicina del corpo sociale ed economico”

Lehman Brothers Put Their Artworks Up For AuctionIn gran parte del mondo occidentale la crisi dei mutui subprime americani, scoppiata nel 2007/2008, ha dato origine alla Grande Recessione, diffusasi a livello globale per via delle difficoltà cui è andato in contro il mondo bancario coinvolto. Per iniziativa dei singoli Stati, il salvataggio delle banche, a spese dei contribuenti, ha fatto emergere i problemi dell’aggravamento, per il settore pubblico, del debito sovrano e del crescente disavanzo di parte corrente del pubblica amministrazione, proprio a causa dei “pacchetti di salvataggio” in favore delle banche responsabili della crisi. Da quel momento, il debito e la crescita del disavanzo corrente sono diventati gli elementi di maggiore preoccupazione per le agende politiche dei Paesi colpiti dalla crisi.

In molti di questi Paesi, tra i quali l’Italia, i governi hanno reagito alle difficoltà economiche adottando rigorosi programmi di austerity, mentre altri hanno optato per l’adozione di provvedimenti che fungessero da stimolo all’economia. I Paesi che hanno adottato (spesso obtorto collo) la “cura” dell’austerity), l’hanno applicata al precario “stato di salute del corpo economico” con “ricette” che hanno ignorato quasi del tutto gli effetti negativi, in termini di costi, sul “corpo sociale”. A sostenere questa tesi sono due studiosi, David Stuckler e Sanjay Basu, economista specializzato in salute pubblica e docente di sociologia, il primo; epidemiologo all’Università di Stanford, il secondo.

In ”L’economia che uccide”, i due autori sostengono che il ricorso all’austerity non ha consentito di conseguire i risultati positivi sperati, in quanto di è mancato di considerare, o non si è attentamente valutato, che l’”applicazione indiscriminata di drastiche misure di austerity” non era la soluzione, ma parte del problema; ciò, perché i governi che hanno operato la scelta dell’austerity non hanno soltanto “rallentato la ripresa economica”, ma hanno anche causato “un costo elevatissimo in termini di vite umane”. I due autori sono pervenuti a questa conclusione, dopo aver preso in esame una cospicua mole di dati relativi al periodo compreso tra la Grande Depressione del 1929/1932 e la Grande Recessione iniziata nel 2007/2008, dimostrano che la causa del disagio del “corpo sociale” non è lo stato di crisi in sé del corpo dell’economia, ma la “risposta della politica, che può rivelarsi una questione di vita o di morte”.

Sulla scorta dei dati e delle informazioni raccolte, l’economista e l’epidemiologo hanno studiato l’impatto delle misure adottate dai singoli governi negli ultimi dieci anni (gli anni nell’arco dei quali si è svolto il processo della Grande Recessione) ed accertato che l’austerity non è stata solo controproducente sul piano economico, ma anche “funesta” per lo stato di salute del “corpo sociale”, per via dell’aumento dei suicidi, degli stati depressivi ed anche delle diffuse sofferenze esistenziali, per quanto non tutte statisticamente rilevabili, patite dalle popolazioni.

Poiché, secondo Stuckler e Basu, l’austerity è una scelta politica e, quindi, non obbligata, i suoi effetti negativi potevano essere evitati ricorrendo a scelte alternative possibili, come stanno a dimostrare l’esperienza recente dell’Islanda, ma anche quella, storicamente più remota, vissuta per contrastare la Grande Depressione negli Stati Uniti. Le crisi, se lette con responsabilità, rappresentano un’opportunità, che può permettere “di riorganizzare le priorità della società e orientare la barra del sistema economico verso un futuro più sano e felice”. A tal fine, però, occorre la necessaria volontà politica, attenta a tener conto dei successi e, soprattutto, dei fallimenti, al fine di rimediare alle scelte sbagliate.

Secondo gli autori, il corpo economico di un Paese non esprime solo le qualità del sistema produttivo del quale tutti i componenti di una popolazione si avvalgono, ma anche “gli effetti delle politiche economiche” attuate sul loro stato di salute. Le politiche economiche non sono gli “agenti patogeni né i virus” che causano i disagi del corpo sociale; esse, però, secondo gli autori, “sono la cause primigenie del cattivo stato di salute, ovvero i fattori sottostanti che determinano chi sarà esposto ai maggiori rischi di ammalarsi”. Sono infatti le forze economiche – essi affermano – “a determinate chi avrà più probabilità di darsi all’alcol, contrarre la tubercolosi in un ricovero per senza tetto o cadere in depressione”.

Tuttavia, anche se le politiche adottate non costituiscono le premesse dei rischi cui può essere esposto lo stato di salute dei destinatari dei loro effetti, esse però concorrono a determinare, per molti, la probabilità di non riuscire a “riprendersi da un periodo sfortunato”. E’ questo il motivo che consente agli autori, sulla scorta dei dati da loro raccolti, di affermare che anche piccole variazioni della spesa pubblica relative al corpo economico possono produrre effetti positivi sul corpo sociale, a patto che le politiche economiche siano adottate secondo gli stessi standard procedurali “applicati alle sperimentazioni cliniche”; ovvero, che esse siano basarle sui fatti e siano appropriate per proteggere la salute della popolazione durante i periodi difficili. Ogni sistema di sicurezza sociale, quale può essere l’organizzazione del welfare, può “salvare vite umane”, a condizione che le risorse delle quali il sistema di sicurezza sociale esistente dispone siano gestite correttamente; i programmi di protezione sociale, infatti, se attuati tenendo conto degli effetti causati sul corpo sociale, non mandano in disavanzo irreversibile i bilanci pubblici, ma possono, al contrario, sostenere la crescita del prodotto sociale e migliorare la salute della popolazione.

L’austerity praticata da molti Paesi durante la Grande Recessione non ha avuto successo, perché – affermano gli autori – essa non è stata giustificata, né da “numeri convincenti”, né da una “logica stringente”; essa è stata solo un’ideologia economica, nata “dalla convinzione che il libero mercato e il limitato intervento regolatore dello Stato fossero sempre da preferirsi al coinvolgimento diretto dello Stato nella cura del corpo economico: l’austerity è stata “un mito costruito ad arte”, condiviso dai politici per compiacere coloro che avevano specifici interessi a restringere il ruolo dello Stato. I politici che hanno sostenuto la validità dell’austerity per il contenimento o la riduzione del debito sovrano e del disavanzo di parte corrente dello Stato hanno di solito promesso che le sofferenze ad essa riconducibili sarebbero state di breve periodo e che avrebbero prodotto vantaggi futuri; si è trattato di una “promessa che si è rivelata falsa nel passato e nel presente”.

Secondo gli autori, all’austerity può essere opposta un’alternativa, espressa dalla “scelta democratica”, quale quella effettuata dall’Islanda all’inizio della Grande Recessione; il Paese, colpito, come molti altri, dalla crisi bancaria, era “spinto” ad adottare l’ideologia dell’austerity; l’opposizione popolare ha indotto la classe politica ad effettuare una scelta diversa: il governo islandese non ha sopperito ai debiti delle banche, e dopo aver chiesto un prestito al Fondo Monetario Internazionale ed imposto un “blocco” dei capitali, al fine di impedirne la fuga, è riuscito a non “tagliare” il welfare e a tenere stabili i consumi, rilanciando la crescita senza peggiorare lo stato di salute della popolazione.

Anche nel passato, l’austerity è stata la scelta privilegiata per curare la crisi dell’economia: in momenti ancora più difficili, come quelli vissuti al tempo della Grande Depressione, gli Stati Uniti hanno adottato programmi come il New Deal, inaugurato da Franklin Delano Roosevelt. Questa politica, non solo ha consentito di scongiurare gli effetti negativi della depressione che rischiavano di abbattesi sulla popolazione, ma ha anche consentito di dare vita, con il Social Security Act, a un esteso piano di protezione sociale, sconfiggendo quelli che venivano indicati dall’immaginario collettivo come i “cinque giganti”: il bisogno, la malattia, l’ignoranza, la miseria e l’ozio.

Se nel fronteggiare gli effetti di una crisi del corpo economico si opta per la scelta democratica, occorre – affermano Stuckler e Basu – che sia compiuta preventivamente un distinzione tra “politiche che sono sostenute dai fatti e quelle che non lo sono”; ciò impedirà consentirà di evitare che le decisioni assunte siano basate su ideologie e convinzioni prive di ogni evidenza fattuale, evitando così che i politici, di destra o di sinistra, al contrario di quanto normalmente accade, adottino delle decisioni permeate di pregiudizi e non supportate da prove concrete. A tal fine, i cittadini devono poter avere accesso a tutte le informazioni, per promuovere un ampio dibattito pubblico, al termine del quale partecipare all’assunzione delle decisioni finali, cui i politici, eletti democraticamente, dovrebbero attenersi.

Per interrompere la pratica dell’austerity, occorre quindi democratizzare i processi decisionali che sottostanno alle politiche finalizzate a contrastare le fasi negative del ciclo economico; l’esperienza dimostra – sostengono gli autori – che la “scelta democratica” è sempre stata coronata da successo; in tutti i casi in cui essa è stata assunta, l’”economia si è ripresa e la salute delle persone è migliorata”. Perché la scelta democratica sia efficace, affermano Stuckler e Basu, essa deve essere effettuata sulla base di tre principi fondamentali: non nuocere, favorire la diffusione di nuove opportunità di lavoro e investire nella salute pubblica.

Il primo principio (non nuocere) “è la regola più antica e più importante della professione medica”; affinché la democrazia sia realmente la regola posta alla base delle decisioni pubbliche, la popolazione deve essere messa nella condizione di valutare le conseguenze delle scelte politiche. Per essere certi che la salute sia realmente presa in considerazione nell’assunzione delle decisioni politiche, dovranno essere introdotti meccanismi istituzionali di controllo della sanità pubblica, il cui compito dovrà essere, non solo quello di “analizzare i programmi governativi”, ma anche quello di “spiegare ai cittadini l’effetto delle scelte politiche sulla loro salute”.

Il secondo principio (favorire la diffusione di nuove opportunità di lavoro) è nei periodi di difficoltà “la migliore medicina”. La disoccupazione e la perdita del reddito sono “tra i più importanti fattori che determinano un cattivo stato di salute delle popolazioni durante una crisi economica”. Se il corpo economico si risolleva dopo una crisi, ma la disoccupazione di una parte della forza lavoro permane insistente, non si può parlare, come affermano giustamente gli autori, di una ripresa che riguardi anche il corpo sociale. Programmi di aiuto o di assistenza dei disoccupati, che siano unicamente finalizzati a combattere l’indigenza e la povertà nei periodi di crisi, non sono quelli più convenienti dal punto di vista dello stato di salute del corpo sociale; i programmi più convenienti sono invece quelli che mirano ad offrire opportunità di lavoro autonomo, indipendentemente dal reinserimento dei disoccupati nel mercato del lavoro. Questi programmi permettono, non solo di risparmiare le risorse pubbliche erogate per indennità di disoccupazione, ma anche di rinforzare la crescita del corpo economico e dello stato di salute del corpo sociale. Perché gli stimoli siano volti a conservare attiva la forza lavoro, occorre che essi siano realmente innovativi rispetto a quelli tradizionali, di solito orientati a preoccuparsi della crescita del corpo economico, trascurando, in tal modo, lo stato di salute di quello sociale

Il terzo principio (investire nella salute pubblica) assume rilievo soprattutto nei periodi di crisi del corpo economico; nel momento in cui “le persone soffrono a causa della recessione, i politici dovrebbero darsi da fare per proteggere la popolazione dai pericoli della disoccupazione e della povertà”, preoccupandosi degli effetti sul piano dello stato di salute fisica e mentale della forza lavoro che quei pericoli possono causare. Per evitare le conseguenze di tali effetti, i provvedimenti di politica economica dovrebbero essere orientati a considerare gli effettivi stati di bisogno dei soggetti, intesi come componenti del corpo sociale e non, semplicemente, quali componenti del corpo economico.

In conclusione, al fine di assicurare l’adeguatezza rispetto a “una ripresa reale e duratura” dell’economia, le misure di politica economica di solito adottate nei periodi negativi del ciclo richiedono una revisione delle procedure con cui sinora si è operato. Nei momenti di crisi, il vero fine consiste nel rilancio della crescita attraverso un funzionamento stabile del corpo economico, che non peggiori, ma possibilmente migliori, lo stato di salute del corpo sociale.

Gianfranco Sabattini

L’incubo della realizzazione
del sogno europeo

euro-crack

I risultati elettorali verificatisi di recente in molti Paesi europei non “spengono le preoccupazioni di quanti credono nel possibile avanzamento del processo di integrazione dell’Europa. “Dopo anni di retorica europeista, la retorica antieuropeista, ancora più violenta, domina la scena”; così afferma Luigi Zingales, in “Europa o no. Sogno da realizzare o incubo da cui uscire”. Il libro, per quanto sia comparso in libreria qualche tempo fa, conserva ancora nelle argomentazioni di fondo la sua validità, alla luce delle situazioni politiche che si stanno profilando all’interno dei principali Paesi europei; situazioni che si preannunciano non certo favorevoli alle riforme dei Trattarti, che molti, ad iniziare da Emmanuel Macron, propongono, perché il processo di integrazione politica dell’Europa possa riprendere il cammino interrotto dalla Grande Recessione, dei cui effetti molti Paesi membri del progetto europeista, tra i quali l’Italia, stentano ancora a liberarsi.

Al centro delle proposte di riforma c’è il problema delle moneta unica, l’euro, i cui costi e benefici, per quanto difficili da valutare, per i Paesi che l’hanno adottato, afferma Zingales, sono stati diversi, a seconda delle situazioni in cui ogni Paese si è trovato, ma anche del modo in cui lo stesso si è avvalso dei benefici, quando questi si sono manifestati. Per capire dove stanno i motivi per cui l’euro è al centro delle apprensioni di molti, occorre – a parere di Zingales – avere presenti i processi politici che dai Trattati degli anni Cinquanta di Parigi e di Roma si è giunti sino a quello di Maastricht; al riguardo, Zingales ha l’intento di rimuovere l’”indifferenza e l’ignavia”, sempre presenti nel dibattito sull’euro; che si sia pro o contro la moneta unica europea, egli intende fornire “non solo validi argomenti a favore della propria posizione, ma soprattutto stimoli di riflessione”; ciò perché in ballo – egli afferma – c’è “più che un’idea: c’è il destino di un Paese e di un intero continente”.

Nei discorsi ufficiali, si sottolinea il fatto che l’idea di Europa sia nata per merito soprattutto di due politici francesi, Robert Schuman e Jean Monnet; entrambi motivati dalla necessità, dopo due guerre mondiali, di “eradicare per sempre la guerra dall’Europa”. Ispirata da questo sogno, la politica francese si è mossa inizialmente – afferma Zingales – “lungo tre direttive: la prima era quella di impedire un nuovo rafforzamento della Germania; la seconda era finalizzata a realizzare un’adeguata “equidistanza” tra Inghilterra e Stati Uniti d’America, da un lato, e l’Unione Sovietica, dall’altro; la terza direttiva aveva per scopo il rafforzamento economico e militare della Francia nei confronti della Germania.

La strategia politica fondata su queste tre direttive ha trovato un ostacolo pressoché insormontabile nel “radicalizzarsi della Guerra fredda”, che ha imposto obtorto collo il rafforzamento, quanto meno economico, della Germania, in considerazione anche della sua posizione strategica rispetto alla Cortina di ferro, che divideva gli schieramenti contrapposti: quello delle democrazie popolari dell’Europa orientale, egemonizzato dall’URSS e quello delle democrazie occidentali egemonizzato dagli USA. L’opposizione dell’America alla strategia diplomatica francese, ha indotto Monnet a cambiare la sua opposizione intransigente al ricupero economico della Germania in un “piano di collaborazione” tra tutti i Paesi occidentali, inclusa la stessa Germania. Da qui, secondo Zingales, è nata nel 1950 la proposta di Schuman di “creare una singola autorità […] per controllare la produzione del carbone e dell’acciaio in Francia e Germania”.

La proposta di Schuman è stata accolta immediatamente dalla Germania, che l’ha valutata come la via per riaccreditarsi a livello internazionale, tanto più che Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo accettavano anch’essi di aderire. Nel 1951, è stata, così creata la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), che ha dato luogo alla creazione della Comunità Europea, prima, e all’Unione Europea, dopo. Ma i francesi, malgrado l’impegno profuso nella costituzione del nucleo originario del “progetto europeo”, la CECA, per ragioni politiche, ma soprattutto per timore della Germania, ne hanno boicottato – afferma Zingales – “ogni ulteriore sviluppo. Infatti, gia nel 1952, quando i sei Paesi, che avevano firmato il Trattato istitutivo della CECA, hanno firmato il Trattato istitutivo della Comunità Europea di Difesa (CED), che prevedeva tra l’altro anche l’istituzione di una comunità politica europea, il Parlamento francese non ha ratificato quel Trattato.

Tuttavia, osserva Zingales, per quanto “l’Unione Europea non abbia quelle nobili origini che oggi tutti vogliono attribuirle, nulla toglie al fatto che sia stata un’idea geniale”, che ha contribuito alla crescita economica e sociale dell’Europa; però, se non si hanno ben chiare le origini, non sempre collaborative, delle iniziative volte a realizzare l’integrazione europea, “diventa difficile comprenderne gli ulteriori sviluppo” e i dibattiti che di tempo in tempo si sono svolti. In particolare, diventa difficile rendersi conto del perché, nonostante il “ruolo fondamentale giocato dai politici francesi, come Monnet e Schuman prima e Jacques Delors poi, la Francia sia rimasta per lo più ambivalente di fronte al progetto di integrazione”: utilissimo in funzione antitedesca, ma valutato lesivo degli interessi nazionali quando il progetto richiedeva la condivisione del potere politico.

A parere di Zingales, dopo la mancata ratifica da parte del Parlamento francese del Trattato che prevedeva la realizzazione di una difesa comune, ma anche l’istituzione di una comunità politica europea, a rilanciare il progetto europeista è stato soprattutto Konrad Adenauer, il quale ha avuto l’intuizione di dargli un nuovo indirizzo rispetto a quello impressogli da Monnet. Il modello di quest’ultimo, che era valso a costituire la CECA, era fondato sull’istituzione di un’Autorità sopranazionale che controllasse la gestione di un comparto economico considerato strategico; il modello tedesco, invece, prevedeva la formazione di un’area di libero scambio, protetta da un un’unione doganale che avrebbe protetto le economie dei Paesi aderenti nei confronto della concorrenza dei Paesi terzi.

La Germania, secondo Zingales, avrebbe operato questa scelta “proprio per coinvolgere la Francia, riducendo il rischio di future tensioni tra i due Paesi”. Il risultato è stato la creazione del “Mercato Europeo Comune”, ma anche – chiosa Zingales – l’attuazione di “una politica agricola terribilmente protezionista”, che ha ritardato il miglioramento dell’efficienza di molte attività agricole. Tuttavia, sebbene la politica agricola europea non sia risultata ottimale, l’unione doganale ha impedito che i Paesi aderenti fossero vittime di tentazioni protezionistiche. Inoltre, dal punto di vista politico, il processo di integrazione realizzato con l’istituzione del mercato europeo comune è stato un’enorme successo, in quanto ha consentito all’Europa, non solo di vivere un lungo periodo senza guerre, ma anche di realizzare un progetto di stato di sicurezza sociale inclusivo, attraverso l’attuazione di un’estesa equità distributiva e, con questa, un sostanziale rafforzamento delle istituzioni democratiche.

Con gli anni Settanta e Ottanta, la crisi dei mercati energetici e di quelli monetari ha segnato il lento esaurirsi della capacità espansiva e propulsiva sul piano dell’integrazione del mercato unico, per cui una ripresa della crescita economica europea poteva avvenire solo attraverso una maggiore integrazione sul piano politico. A rilanciare il processo d’integrazione è stato il francese Jacques Delors, con la proposta di creare una moneta unica, l’euro, la cui attuazione e stata influenzata da “un’altra crisi franco-tedesca”, dovuta al crollo del Muro di Berlino e alla susseguente spinta a riunificare le due Germanie; un evento che – afferma Zingales – “avrebbe alterato mon solo la forza economica relativa di Francia e Germania, ma anche il loro peso politico [a favore della seconda] dentro e fuori la Comunità Europea”.

Se il processo di integrazione europeo è giudicato retrospettivamente sulla base dell’impatto che su di esso ha avuto il rapporto di natura “conflittuale” sempre intercorso, per ragioni storiche, tra Francia e Germania, si può constatare come l’incedere del processo sia avvenuto attraverso una strategia che ha assunto la denominazione di “funzionalismo”; questa strategia ha dato credito – sottolinea Zingales – alla teoria secondo la quale la creazione di istituzioni internazionali, relative ad alcuni aspetti della vita economica, “mette in moto una reazione a catena che produce ulteriori trasferimenti di funzioni [proprie degli Stati nazionali] alle istituzioni internazionali, fino a portare a una completa unione politica”. Per questa via, come pensava Monnet – ricorda Zingales – l’Europa non poteva che essere la risultante delle crisi che si fossero succedute nel tempo, per cui la realizzazione dell’integrazione europea non poteva che coincidere con la “somma delle soluzioni adottate” in occasione delle singole crisi.

Sulla base di questa teoria, a parere di Zingales, gli eurocrati, per lo più francesi, riluttanti all’idea di una reale integrazione politica del Vecchio Continente, si sono arrogati “il diritto di creare le condizioni” più rispondenti alla strategia che la classe politica del loro Paese ha ritenuto di volta in volta più appropriata sul piano dei rapporti con la Germania. E’ accaduto così che l’ideologia europeista degli eurocratti francesi abbia consolidato una strategia dell’integrazione ispirata ad una logica di tipo deduttivo; secondo tale logica, l’integrazione è stata costruita sulla base di postulati indimostrati, quali: l’”unione commerciale favorisce l’unità politica dell’Europa”, o l’”unione monetaria conduce direttamente all’unità politica”, e così via. Ciò ha portato a costruire l’Unione Europea in modo apodittico.

Zingales ritiene che un approccio empirico al processo di integrazione dell’Europa avrebbe consentito di legarlo a fatti, piuttosto che a postulati indimostrati; in tal modo, sarebbe stato possibile tener presente che l’esperienza indica che l’integrazione economica tende ad associarsi con la frammentazione e non con l’unione politica, e che le unioni monetarie seguono quelle politiche e non viceversa. Queste due tendenza si sono rivelate operanti, soprattutto in seguito allo scoppio nel 2007/2008 della Grande Recessione, con riferimento all’adozione dell’euro, intorno al quale in molti Paesi europei si è consolidata una dura contrapposizione politica tra coloro che hanno individuato nella moneta unica la causa degli effetti della crisi e coloro che, invece, vi hanno individuato uno strumento potenzialmente positivo, solo se esso fosse stato utilizzato in modo conveniente.

Uno dei benefici dell’euro – afferma Zingalea – è stato quello di “permettere ai capitali di muoversi liberamente tra i Paesi europei al fine di eliminare qualsiasi differenza nel costo del credito”. Di questo potenziale beneficio, l’Italia non ha saputo approfittare, in quanto non ha saputo utilizzare il risparmio in conto interessi sul debito pubblico per migliorare la produttività della propria base produttiva, non riuscendo in tal modo a stimolare la crescita e a migliorare il reddito degli italiani. Si è preferito, invece, imputare all’euro la responsabilità della mancata crescita e del mancato miglioramento del reddito, dando forza così all’idea di abbandonare la moneta unica e di cessare di fare affidamento sui vantaggi prospettati da un maggiore approfondimento dell’integrazione politica dell’Europa.

Zingales non condivide sia la prospettiva apocalittica di una fuoriuscita dall’euro, sia quella di rinunciare all’integrazione europea; l’Europa – egli sostiene – “è un mezzo, non un fine” e se il fine è la prosperità economica e la coesistenza pacifica, occorre allora che il processo di integrazione sia portato avanti secondo “una visione pragmatica, non fideistica”. Rispetto al passato, occorre avanzare sulla via dell’integrazione, procedendo secondo una visione dell’Unione alternativa a quella sin qui privilegiata e delegando all’Europa i compiti riguardo ai quali essa ha dimostrato di poter assicurare un vantaggio comparato. Tra questi compiti, vi è quello del “ruolo dell’Europa come faro di democrazia e rispetto dei diritti umani”, cui vanno aggiunti quello di garantire l’accesso ad un’economia di mercato affidabile, quello di realizzare consistenti economie di scala nella costruzione di un comune sistema di difesa e, infine, ma non ultimo, quello di organizzare su basi più efficienti la ricerca scientifica e il sistema universitario.

Riguardo all’euro, infine, Zingales ritiene che, sebbene esso possa avere acuito la recessione, non può essergli imputata la crisi dell’Italia, che è strutturale e si sta trascinando da anni; per questi motivi, essa non può essere risolta uscendo dall’euro. Ciò significa che finché la produttività del sistema economico dell’Italia non riprenderà a crescere, non sarà possibile competere in Europa e nel mondo; né sarà possibile sostenere il peso del debito pubblico, indipendentemente dal fatto che si resti nell’Eurozona o si decida di uscirne; infine, se la produttività mancherà di crescere, il futuro dell’Italia sarà molto instabile e problematico. Per tutte queste ragioni, il dibattito in corso nel Paese non dovrebbe concernere se uscire o restare nell’Eurozona, ma cosa occorre fare per migliorare la produttività.

Stando all’analisi complessiva che Zingales ha condotto, riguardo alle circostanze politiche che hanno favorito la nascita dell’idea di un’Europa unita, ma anche riguardo ai vantaggi che in generale l’approfondimento dell’integrazione ha offerto e può ancora offrire ai Paesi membri, può essere considerata incoraggiante l’apertura verso la ripresa del processo di unificazione politica che viene oggi dalle proposte formulate da Emmanuel Macron. Ironia della sorte, la ripresa del processo di integrazione, più che subire i condizionamenti provenienti dalla Francia, è oggi ostacolata dall’ideologia ordoliberista propria della cultura politica ed economica tedesca, denunciata recentemente anche dal filosofo Jürgen Habermas. Attualmente, perciò, si può solo sperare che la Germania cessi di comportarsi come potenza europea egemone, così come ha fatto negli ultimi dieci anni, per divenire, grazie alla sua forza economica, vero perno centrale della piena realizzazione del sogno europeista.

Gianfranco Sabattini

Come fronteggiare la crisi del “Modello Sociale Europeo”

grande recessione

In questi anni, in conseguenza degli effetti destabilizzanti della Grande Recessione, si sono svolti numerosi convegni sui limiti del welfare State che, al di là delle forme in cui esso è stato attuato all’interno dei diversi Paesi membri dell’Unione Europea, ma per la sua universalità ed estensione che non trovano riscontro in nessuna altra parte del mondo, è indicato col nome di “Modello Sociale Europeo” (MSE). I convegni che si susseguono tendono a ribadire la validità del modello adottato dopo la fine del secondo conflitto mondiale ed entrato in crisi a partire dalla fine degli anni Settanta; crisi che ha raggiunto il suo acme soprattutto a partire dal 2007/2008.

Per porre rimedio agli indiscutibili limiti del modello di sicurezza sociale adottato, è comune l’orientamento, almeno in Italia, di ricercare la possibilità di una sua riproposizione attraverso integrazioni, che hanno più la natura di “pezze” volte a tamponare le numerose aree di criticità, che di una sua sostanziale riforma. Per rendersi conto delle ragioni della crisi del modello di sicurezza sociale adottato, è sufficiente ripercorrere le pagine del volume LVI del 2012 (edito a cura di Paola Borgna) dei Quaderni di Sociologia, che raccoglie gli atti del convegno tenutosi a Torino nel 2012, per celebrare il sessantennio di attività dei “Quaderni” (1951-2011);. Si tratta di un volume che non contiene contributi orientati ad un’autoriflessione sulla sociologia, ma all’individuazione delle cause dell’attacco portato contro la conservazione delle dimensioni e della qualità del modello sociale europeo nei trent’anni successivi al 1945.

Il volume si apre con la relazione introduttiva dello scomparso Luciano Gallino (“Il modello sociale europeo e l’unità della UE”), in cui l’autore colloca l’analisi delle crisi del MSE nell’ambito più vasto del progetto europeo, del quale la realizzazione del sistema di sicurezza sociale era stato uno degli obiettivi principali; non casualmente, Gallino introduce il suo intervento al convegno affermando che l’Unione potrà affrontare con successo le sfide che la Grande Recessione pone sul suo cammino, solo se tutti i cittadini dell’Europa riconosceranno che “l’Unione Europea è un progetto politico, economico, sociale, culturale che presenta elementi unici al mondo”. Uno di questi elementi, forse quello che – secondo Gallino – potrebbe avere la maggior forza unificante per i cittadini UE, è il MSE; grazie all’Unione è stato possibile realizzare il “Modello” in tutti i Paesi membri e, in tutto il mondo, solamente in essi. Malgrado tutto ciò, e nonostante che il MSE realizzato costituisca di per sé una buona ragione per riconoscerne l’unicità e “un elemento fondativo dell’unità europea”, da tempo notevoli forze politiche e sociali si oppongono alla sua conservazione.

Queste forze hanno presumibilmente smarrito le implicazioni politiche e sociali del “Modello”; l’acronimo MSE designa infatti un’”invenzione politica senza precedenti, forse la più importante del XX secolo. Essa significa che la società intera si assume la responsabilità di produrre sicurezza economica e sociale per ciascun singolo individuo, quale che sia la sua posizione sociale e i mezzi che possiede”. Il MSE, così inteso, ha migliorato la qualità della vita della maggioranza dei cittadini europei, come non è avvenuto in nessun altro Paese al mondo. Secondo Gallino, le forze politiche e culturali che hanno supportato la costruzione del MSE sono state i partiti socialdemocratici, le formazioni cristiano-sociali e, almeno in alcuni Paesi dell’Europa occidentali (fra i quali l’Italia), i partiti che si rifacevano alla cultura comunista.

Ovviamente, è poco corretto pensare che il MSE sia una costruzione unitaria; tutti i Paesi membri dell’Unione Europea lo hanno realizzato adattandolo alle condizioni politiche e culturali in essi prevalenti, per cui si è consolidata l’idea che in Europa si siano affermati modelli di sicurezza sociale diversi (quello socialdemocratico nordico-scandinavo; modello liberale anglosassone; quello socialconservatore continentale; quello mediterraneo). Resta tuttavia il fatto – afferma Gallino – che, al di là delle differenze, “nel loro insieme i Paesi europei, in specie i Paesi dell’Europa occidentale, hanno condiviso per decenni varie forme di stato sociale”, per cui, pur avendo il sistema si sicurezza sociale assunto “notevoli differenze tra i Paesi membri, “la struttura ideale” che ne è stata alla base è risultata sostanzialmente unitaria.

Nonostante la comune esperienza vissuta nel dopoguerra, accade ora che, a partire dalla fine degli anni Settanta, e soprattutto successivamente al 2007/2008, dopo aver realizzato il “grande edificio civile del MSE, quasi tutti i governi dei Paesi membri dell’Unione Europea “abbiano iniziato un attacco che, se non è ancora di vera e propria demolizione del modello sociale europeo, comincia pericolosamente ad assomigliargli”. Se ci si chiede quali siano i motivi dell’attacco, in alcuni Paesi, tra i quali l’Italia, essi sono di solito indicati, soprattutto dagli establishment, nell’elevato debito pubblico, originato da decenni di deficit del bilancio dello Stato, a causa dell’eccessivo ammontare della spesa sociale, cresciuta per finanziare il continuo allargamento del sistema di sicurezza sociale.

In realtà, l’incremento della spesa pubblica, soprattutto dopo lo scoppio della crisi iniziata nel 2007/2008, è stata causata dal “salvataggio”, ad opera dello Stato, degli istituti finanziari dell’Unione Europea; per cui restano del tutto ingiustificate, sia l’imputazione dei deficit pubblici all’eccessiva generosità dello stato sociale, sia la pretesa di ridurre le prestazioni sociali, in seguito al presunto peso insostenibile che esse farebbero “gravare sui bilanci pubblici”. Una interpretazione realistica del peggioramento dei deficit pubblici, perciò, deve necessariamente rinvenire la loro origine, non nell’eccessiva espansione, oltre ogni limite giustificabile, della spesa sociale, ma nel sostegno dello Stato al salvataggio del sistema finanziario, sebbene responsabile dell’origine della crisi che lo ha coinvolto.

Se però, come sostiene Gallino, ci si pone in “una prospettiva temporalmente e fattualmente più ampia”, il fenomeno dell’attacco al MSE “non si configura come una improvvisa decisione dei governi sollecitata dalla crisi”, ma “come il compimento di un progetto politico ed economico” che, maturato nel corso degli anni successivi ai Settanta, all’insegna dell’ideologia neoliberista, ha avuto per obiettivo la riconduzione nello spazio del mercato di “tutto quanto era stato sottratto ad esso dallo sviluppo dello stato sociale”, In questa prospettiva, perciò, la riduzione della spesa sociale non è evocata per il contenimento dei deficit dei bilanci pubblici, ma per legittimare il ritorno alla “mercificazione” di tutto quanto, con il MSE, era stato sottratto al mercato.

Nonostante le critiche neoliberiste al MSE siano iniziate già nell’ultima parte del secolo scorso, solo alla fine del primo decennio di quello in corso, con l’inizio della Grande Recessione, il progetto di attacco alla protezione sociale realizzata col MSE è stato posto in atto, con l’avvio delle politiche di austerità, o di contenimento della spesa pubblica, finalizzati alla protezione sociale. In tal modo, minando la basi del MSE, i governi dell’Unione Europea hanno mostrato – afferma Gallino – non solo di “aver abbracciato politiche economiche e sociali regressive”, che avranno cospicue ricadute negative sulle condizioni di vita delle popolazioni nel medio-lungo periodo, ma anche di aver acquisito una “seria miopia politica” nella soluzione dei problemi sociali di breve periodo. Ciò che deve sorprendere, a parere di Gallino, è il fatto che l’attuazione delle politiche socialmente regressive attuate dai governi europei non abbia trovato una motivata e responsabile opposizione.

Sinora, in concomitanza dell’attacco contro il MSE, non sono mancati studi su una sua possibile riforma, sia da parte dei neoliberisti, che da parte di coloro che si oppongono alle loro tesi; i rimedi che tali studi propongono riguardano, di solito, una “modifica dei rapporti di occupazione e di lavoro”, una “ricostruzione del settore pubblico” e una “democratizzazione delle società europee”. Al riguardo, sia le proposte del fronte neoliberista che quelle del fronte opposto appaiono, però, secondo Gallino, “del tutto fuori orbita”.

Ciò perché, se i fautori dell’ordine neoliberista perseguono il risanamento dello stato sociale al prezzo di sacrificare le conquiste democratiche, i loro oppositori non si accorgono di concorrere anch’essi a sopprimere le conquiste democratiche, quando pensano di poter adeguare al mondo che cambia, per motivi economici, demografici e tecnologici, “strutture e prestazioni del modello sociale europeo, separandolo dal contesto politico, ideologico, economico, finanziario che ha costituito lo schema interpretativo dell’intera questione. Mostrando, con ciò, di conformarsi in realtà al medesimo schema neoliberale”.

Di fronte di questa constatazione, a parere di Gallino, a coloro che pensano sia necessario difendere le conquiste espresse dal MSE, non resterebbe altro da fare che ripetere in ogni circostanza come la protezione sociale sia per lo Stato uno degli scopi più alti della politica; ciò, a sostegno e difesa di un sistema politico in cui tutti suoi componenti possano intervenire in modo partecipato per decidere su ciò “da cui dipende non soltanto la materialità della loro esistenza, bensì lo stesso significato ultimo di essa”.

Non basta, però, limitarsi a sostenere – come suggeriva Gallino – che al momento si debba solo contare su un intervento dello Stato a difesa del sistema di sicurezza sociale; a tal fine, occorre anche fare affidamento sull’accettazione dell’idea che sia possibile contrastare l’attacco al modello sociale realizzato, attraverso una sostanziale riforma del sistema welfaristico esistente, sia a livello europeo, se possibile, o in alternativa, a livello nazionale. Occorrerebbe che, soprattutto da sinistra, si cessasse l’opposizione, come sinora è accaduto, alla riforma del welfare fondata sull’introduzione del reddito di cittadinanza, valutando questa forma di reddito, non tanto o non solo come misura contro la povertà e l’indigenza, ma come strumento idoneo a creare nuove opportunità lavorative, che grazie ad esso, i percettori possono intraprendere autonomamente.

In Italia, strano a dirsi, la possibile riforma fondata sull’introduzione del reddito di cittadinanza è contrastata, oltre che sulla base di interpretazioni totalmente estranee al concetto, anche attraverso l’appello all’“ipse dixit” che alcune Autorità morali, senza disporre di argomentazioni appropriate, formulano con giudizi di opportunità spesso infondati sul piano della razionalità mondana.

In Italia, ne sono esempio le proposte contenute in un articolo di Laura Pennacchi, economista ed esponente del Partito Democratico (PD); in “Lavoro e nuovo modello di sviluppo”, apparso su un numero di Rocca, la rivista della Pro Civitate Christiana di Assisi, l’autrice, pur riconoscendo i cambiamenti causati, sul piano produttivo e su quello dell’organizzazione sociale, dalle intense trasformazione tecnologiche del capitalismo moderno, è del parere che non sia ancora chiara la differenza esistente tra le implicazioni negative, “sul piano del lavoro”, dovute alle trasformazioni tecnologiche del capitalismo moderno e quelle positive dovute alla possibilità, attraverso innovazioni del sistema di sicurezza sociale, di generare sinificativi effetti compensativi della “distruzione” di posti di lavoro..

Per l’economista del PD sarebbe invece fondamentale porsi domande sul ruolo del lavoro e sui fini di un nuovo modello si sviluppo. Al riguardo, la Pennacchi afferma che sarebbe necessaria una nuova riflessione sulla stessa concezione del lavoro, che ricuperi l’idea che esso è fattore vitale dell’identità del soggetto e di attribuzione di significato all’esperienza esistenziale. Ciò varrebbe a giustificare le ragioni per cui sia da preferire la proposta di creare, ad esempio, “lavoro di cittadinanza”, anziché quella relativa all’introduzione di un reddito di cittadinanza; questo, a parere della Pennacchi, si configurerebbe “come compensazione e risarcimento di un lavoro che non c’è, per costruire un ‘welfare per la non piena occupazione’, accettando e sanzionando le tendenze spontanee del capitalismo che naturalmente va verso l’opposto della piena occupazione”, cioè verso la disoccupazione di massa.

I rischi del reddito di cittadinanza sarebbero seri, perché, secondo la Pennacchi, con la sua istituzione, i veri problemi odierni, come quello della creazione di un sistema economico per la generarazione di una “piena e buona occupazione”, rimarrebbero oscurati e, “in ogni caso, rispetto ad essi, si sarebbe spinti ad assumere un atteggiamento rinunciatario”; nel senso che, attraverso forme possibili di compensazione, lo status quo risulterebbe confermato e sanzionato, in quanto la politica sarebbe indotta a deresponsabilizzare la propria azione, trovando più facile concedere un trasferimento monetario, piuttosto che impegnarsi per la ricostruzione di un tessuto sociale vasto, articolato, strutturato. Se ciò accadesse, la deresponsabilizzazione della politica, secondo la Pennacchi, equivarrebbe ad una sua sostanziale eutanasia.

Se il capitalismo conduce inesorabilmente verso la disoccupazione di massa, come può la Pennacchi, arzigogolando su speciose distinzioni tra “lavoro di cittadinanza” e “reddito di cittadinanza”, illudersi di trovare la via per contrastare gli esiti negativi che il capitalismo moderno sta causando sul piano del lavoro? Non sarebbe meglio, allorché si discute dei rimedi al fenomeno della distruzione continua di posti di lavoro, ricordarsi del monito del filosofo Occam, secondo il quale gli “enti non si devono moltiplicare oltre ogni limite necessario?”

Se, a fronte del venir meno delle opportunità occupazionali, il problema è quello di erogare un reddito ai disoccupati, perché preoccuparsi di creare forme di lavoro che sappiano garantire “significato all’esperienza esistenziale”, anziché garantire la materialità della vita dei disoccupati? La politica dovrebbe rivolgere la propria attenzione su questo problema centrale, la cui soluzione “passa” necessariamente attraverso l’individuazione delle modalità con cui assicurare un reddito a tutti e la determinazione delle forme organizzative del vivere insieme, perché ognuno possa fruire nel migliore dei modi possibili e secondo le proprie scelte di vita il reddito del quale dispone.

Gianfranco Sabattini

Contro l’ideologia neoliberale l’impegno diretto dei popoli

liberismoPaolo Maddalena, già giudice costituzionale, in “Contro il liberismo la Costituzione!” (MicroMega, n. 5/2017), sostiene che per capire le condizioni in cui versano le società democratiche ad economia di mercato, al fine di uscire dalla situazione di crisi sul piano “ordinamentale ed economico”, occorre volgere “lo sguardo al passato e riflettere, sia pur fugacemente, sulle origini della ‘comunità politica’ o ‘Stato’, che dir si voglia”.

Ai tempi in cui l’uomo viveva di caccia e di raccolta non si poteva parlare di civiltà; questa nasce “circa diecimila anni fa con l’insediamento di aggregati umani su territori delimitati da confini, entro i quali si cominciarono a rispettare delle regole comuni e a dar vita così alle prime ‘città Stato’”, con cui sono nati tre “concetti giuridici fondamentali che tuttora sono gli elementi costitutivi degli Stati costituzionali: il “popolo”, il “territorio” e la “sovranità”.

Didatticamente, Maddalena ricorda che il “popolo” è costituito dall’insieme degli individui che si riconoscono come “aggregato unitario e permanente nel tempo”, sulla base dell’dea che ciascun individuo “possa agire – secondo le parole di Maddalena – in giudizio”, per difendere le condizioni della propria esistenzialità e di quelle della comunità di appartenenza, senza “fare ricorso al concetto di rappresentanza”. Il “territorio” è costituito dal suolo compreso entro i confini della comunità costituitasi come organizzazione politica permanente; esso è proprietà collettiva del popolo, implicante, a parere di Maddalena, sensibile ai problemi di salvaguardia dell’ambiente, un “rapporto di cura e di tutela, poiché […] è dal territorio che provengono i mezzi di sussistenza” per l’intero popolo. La “sovranità”, infine, è l’insieme di poteri esercitati dallo Stato per “dettare le regole del vivere civile […], e cioè l’’ordinamento giuridico’”. All’interno delle antiche comunità, quando la proprietà collettiva del territorio apparteneva al popolo, per la cessione di una parte di essa ai privati (in linea di principio, incluso tra questi lo stesso Stato) occorreva un’”esplicita dichiarazione del popolo stesso”.

I tre elementi, osserva Maddalena, che compongono le basi dell’organizzazione politica della comunità sono tra loro strettamente interconnessi; la considerazione dell’interconnessione è indispensabile per considerare la natura fondativa dei tre elementi costitutivi dello Stato. Di ciò si può avere immediata contezza, sol che si consideri il fatto che la proprietà collettiva del territorio è parte della sovranità, “per cui il popolo che è sovrano, è anche ‘proprietario collettivo’ del territorio”.

Il collegamento tra la titolarità della sovranità e il territorio è stato conservato nei secoli, finanche nel Medioevo, se si considera che quando la sovranità si è “spostata dal popolo al sovrano”, anche il territorio è diventato bene patrimoniale del sovrano. Il rapporto tra sovranità e territorio è stato scisso al tempo di Napoleone dopo la Rivoluzione francese, una rivoluzione borghese che ha assegnato la sovranità allo Stato e la proprietà del territorio, incluse le risorse in esso presenti, ai privati.

La scissione – afferma Maddalena – è stata un “gravissimo errore, poiché il territorio fu distolto dal fine fondamentale di giovare a tutti e finì per essere soggetto al volere dei singoli proprietari privati, mentre lo stesso diritto di proprietà privata ebbe il sopravvento sulla proprietà collettiva del popolo, come dimostra la cultura giuridica borghese ancora oggi persistente”. In linea di principio, la scissione è stata superata dalle Costituzioni moderne, soprattutto da quelle che sono state scritte all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale.

La Costituzione repubblicana italiana, ad esempio, ricorda Maddalena, ha riportato il territorio e le risorse in esso presenti nel “dominio del popolo”, statuendo che la proprietà può essere pubblica e privata, distinguendo perciò una forma di proprietà che appartiene solo al popolo (la cosiddetta proprietà collettiva demaniale) ed un’altra che può appartenere, a titolo privato, allo Stato, ad altri enti pubblici o a singoli cittadini. La Costituzione repubblicana ha anche sottolineato che “l’utilità pubblica deve essere perseguita anche dal proprietario privato, la cui tutela viene meno qualora […] egli si comporti in modo tale che il ‘bene’ oggetto del suo dominio non persegua la funzione sociale che gli è propria”, cioè la cura degli intessi dei singoli componenti del popolo e di quelli dell’intera comunità. La nostra vigente Costituzione, perciò, “pone il principio fondamentale – afferma Maddalena – secondo il quale i beni, e in primis il territorio, devono giovare a tutti”.

La narrazione della storia sulla nascita dell’organizzazione politica delle comunità serve, a parere dell’ex giudice costituzionale, ad evidenziare come, da un lato, l’economia sia sorta con la formazione delle prime comunità politiche e, da un altro lato, che le convenzioni universalmente accettate [il diritto, come sottolinea Maddalena] abbiano sempre prevalso sull’economia, fino al punto di stabilire quali beni potevano essere oggetto di compravendita e quali altri non potevano esserlo, come, ad esempio, i beni demaniali, o beni comuni; i beni, cioè, in grado di assicurare per la loro stessa natura il “soddisfacimento dei bisogni primari dell’essere umano”. Anche per i beni che possono costituire oggetto di atti di scambio, il loro uso è sempre subordinato al soddisfacimento del benessere dei cittadini; essi sono il territorio, le risorse in esso dislocate e i servizi della forza lavoro dell’uomo. Nell’insieme, tali beni costituiscono i “fattori produttivi”, sui quali è fondata l’”economia reale e, quindi, il progresso della società”.

Per attivare i rapporti economici e favorire la circolazione dei fattori produttivi è stato necessario introdurre la moneta, originariamente strumento di mediazione degli scambi e che, successivamente, è divenuta anche strumento di misura del valore delle risorse e dei beni scambiati, nonché riserva di valore. Essa, nel tempo, è sempre stata una convenzione accettata da tutti e sino a quando ha svolto le tre funzioni indicate (di intermediazione, di misura del valore e di riserva di valore) è sempre stata lo “specchio” della ricchezza reale del sistema economico; in altre parole, come sottolinea Maddalena, ha sempre costituito “il corrispettivo della reale ricchezza nazionale a essa sottostante”.

Perché la moneta potesse svolgere correttamente le funzioni indicate, è stato necessario assicurare, attraverso un’autorità specifica (la Banca centrale), un suo razionale governo, affinché ne circolasse una quantità sufficiente ad assicurare un equilibrio “tra il valore dei beni in commercio e la quantità della moneta necessaria alla loro circolazione”, in condizione di stabilità dei prezzi, al fine di evitare sue indesiderate variazioni di valore e i conseguenti fenomeni dell’inflazione o della deflazione.

In un sistema economico perfettamente funzionante – afferma Maddalena – la moneta emessa e regolata dalla Banca centrale per conto dello Stato, “in quanto corrispondente alla reale ricchezza nazionale sottostante, è proprietà collettiva del popolo e va distribuita in modo che possa circolare tra i cittadini secondo il fondamentale principio di uguaglianza, sancito dal secondo comma dell’art. 3 della Costituzione”. Questo sistema, che l’ex giudice costituzionale definisce “naturale”, implica perciò uno “stretto legame tra beni reali e moneta”. Negli ultimi decenni, a seguito del prevalere dell’ideologia neoliberista, il sistema è stato alterato, facendo venir meno l’”equilibrio tra merci e danaro circolante”.

Con il venir meno di questo equilibrio, si è assistito alla crescente finanziarizzazione dei mercati, che ha determinato la “trasformazione del sistema economico”, nel quale gli aspetti produttivi sono stati sacrificati in pro di quelli finanziari; in corrispondenza di questi, il capitale a disposizione della comunità ha cessato d’essere considerato come “un insieme di beni reali”, per divenire un “accumulo di danaro” per lo più fittizio. In tal modo, la trasformazione del sistema economico ha comportato che l’attività produttiva fosse trasformata in attività speculativa; così, la moneta ha smarrito la sua originaria essenza di strumento di intermediazione negli scambi, per divenire un “diritto di prelievo” dalla ricchezza nazionale, determinando il “passaggio da un sistema economico produttivo a un sistema economico predatorio”, che ha cessato di produrre benessere per tutti, promuovendo, al contrario, un disagio esistenziale per molti e una crescente concentrazione della ricchezza prodotta a vantaggio di pochi.

Al fine di promuovere la crescente finanziarizzazione dell’economia, l’ideologia neoliberista ha sostenuto la validità del ricorso alla “creazione del danaro dal nulla”, da parte di soggetti privati, sino ad esporre la collettività al rischio di subire gli esiti negativi dell’instabilità del sistema economico, fuori da ogni possibilità di controllo. Alla creazione di nuova moneta dal nulla si è anche aggiunta la cartolarizzazione dei diritti di credito, nel senso che è stato consentito che i diritti della banca potessero circolare come titoli monetari; così, è accaduto che il valore della quantità dei mezzi monetari in circolazione sia divenuto un multiplo del valore del prodotto interno lordo globale, cioè del valore della ricchezza prodotta ogni d’anno nel mondo. Il punto di arrivo del processo di finanziarizzazione dei mercati è stata una crisi generalizzata che ha colpito tutti Paesi democratici ad economia di mercato.

Nel caso dell’Italia, gli effetti dalla crisi sono stati appesantiti dalle condizioni restrittive poste alla possibilità di attuare politiche pubbliche anti-crisi da parte dei Paesi partner europei economicamente forti, interessati questi ultimi, solo alle prospettive di arricchimento che la globalizzazione, sulla base della finanziarizzazione, offriva loro, nonostante l’approfondirsi e l’allargarsi della crisi. Malgrado il perdurare delle difficoltà, afferma Maddalena, i nostri governi hanno continuato “ad affermare di voler seguire le prescrizioni europee”, trascurando il possibile rischio finale. Sono state, infatti messe in ballo – afferma Maddalena, forse esagerando – “l’appartenenza agli italiani del territorio italiano e la stessa probabilità di sopravvivenza dell’intero popolo”. Come sventare questo Pericolo?

Maddalena avanza una proposta, in parte condivisibile e in parte molto “piena di desiderio”, sebbene possa toccare la sensibilità di chi ha a cuore un forte senso di giustizia e una forte aspirazione alla stabilità e alla pace sociale. Intanto, malgrado le critiche e le riserve che Maddalena non manca di formulare nei confronti dell’Europa, egli è del parere che non si debba rinunciare al “disegno europeo”, ma si debbano rivedere i Trattati, almeno da Maastricht in poi; in secondo luogo, e principalmente, si tratta di “stabilire se e come è possibile dare attuazione alla nostra Costituzione”; in particolare, a quella parte dedicata ai “Rapporti economici”, nei quali sarebbe descritto un “vero e proprio programma di governo, che, per essere fondato su principi keynesiani, è certamente in grado di fare riemergere il nostro Paese dalla grave recessione nella quale è stato spinto dagli opposti principi neoliberisti”.

Ciò sarebbe tanto più necessario, in quanto l’invadenza della finanza internazionale, “in ossequio al pensiero neoliberista”, ha connotato di sé l’intero spazio comunitario, per cui, nell’attesa che i Trattati europei siano riformati, occorre riflettere come attuare i principi sanciti dalla Costituzione repubblicana, con l’obiettivo di “rispondere agli errori del pensiero neoliberista globalizzato”, riportando nel pubblico ciò che, con la distruzione dell’economia pubblica, è stato privatizzato.

Nella prospettiva di un ricupero degli obiettivi fissati nella Costituzione occorre che i cittadini s’impegnino concretamente a “fermare una volta per tutte la creazione del danaro dal nulla, e cioè la finanziarizzazione dei mercati, le privatizzazioni, le liberalizzazioni […], al fine di ricostruire quel patrimonio, che è stato così selvaggiamente depauperato”. In altre parole, occorre che il popolo italiano – afferma Maddadlena – reagisca, assumendo “come principio inderogabile la nazionalizzazione delle banche e delle imprese salvate dal fallimento con danaro pubblico”, a tutte le sopraffazioni delle quali è stato sinora vittima; con ciò, mirando a costituire delle cooperative per prendere “nelle loro mani le sorti dell’economia nazionale”, per il ricupero del lavoro, uno dei fattori produttivi dei quali il popolo italiano è stato spogliato.

Se del discorso complessivo di Maddalena si può essere coinvolti dalla semplicità e spigliatezza con cui egli ha descritto la situazione di crisi economica ed istituzionale nella quale versa da anni il Paese, ben al di là di quelli che sono ormai trascorsi dall’inizio della Grande Recessione, poco convincente risulta in sostanza il nucleo centrale della sua proposta. E’ vero che i Trattati europei sono in netto contrasto con i principi fondamentali della nostra Costituzione; ma non è meno vero che, se si pretendesse di contrastare le modalità di funzionamento dell’economia moderna con “cooperative di lavoro”, per consentire agli operai, oltre che prendere nelle loro mani le sorti dell’economia nazionale, di ricuperare le opportunità di lavoro che con la finanziarizzazione dei mercati sono state distrutte, presumibilmente il Paese andrebbe incontro a un numero di problemi di gran lunga maggiore rispetto a quello che Maddalena, con la sua proposta, pensa possano essere risolti. Il lavoro è stato, sì, perso; esistono però seri dubbi che ora la promessa costituzionale del lavoro per tutti possa essere “onorata” attraverso la trasformazione del sistema economico in un prevalente sistema di cooperative.

Gianfranco Sabattini

La ripresa economica senza nuova occupazione

cerco lavoro disoccupazioneDopo un decennio di crisi, l’economia italiana sembra dare segni di ripresa: il PIL tende, sia pure stentatamente, a crescere; le esportazioni, che secondo alcuni osservatori hanno “salvato l’Italia” durante la crisi, aumentano; ma l’occupazione resta al palo. All’apparente contraddizione l’”Espresso” del 13 agosto scorso dedica due articoli: uno, “Il lavoro dov’è”, di Luca Piana e Francesco Sironi ed un altro, “Quanta propaganda sulle statistiche”, che riporta il testo di un colloquio di Luca Piana con Enrico Giovannini, già presidente dell’Istat dal 2009 al 2013 e già Ministro del lavoro nel governo di Enrico Letta.

La lettura degli articoli non offre un’univoca spiegazione della contraddizione, in quanto diverse sono le cause alle quali essa è ricondotta; ma la non univocità del perché, nonostante la crescita, il PIL, non vada di pari passi con l’aumento dei livelli occupazionali, non impedisce di cogliere la tendenza secolare che, per quanto evidente, sembra non attrarre la necessaria attenzione delle forze politiche e sindacali del Paese; non impedisce cioè di capire che una ripresa fondata sull’approfondimento capitalistico di medie imprese orientate ad operare sul mercato globale, al fine di conservarsi competitive, devono necessariamente frenare la domanda di lavoro. Per rendersi conto di ciò, è utile considerare gli effetti che, secondo Piana e Sironi, sarebbero stati determinati dalla crisi iniziata dieci anni or sono, integrando il loro discorso con alcune osservazioni avanzate da Giovannini.

I dati statistici – affermano Piana e Sironi – “raramente mentono: l’Italia è un Paese più povero di un decennio fa. Gli ultimi numeri dell’Istat dicono che lo scorso giugno i disoccupati restavano 2,8 milioni, più del doppio rispetto all’ultimo momento d’oro vissuto dall’economia nazionale, la primavera del 2007”. Ciononostante, a parere di Piana e Sironi, se si allarga lo sguardo sull’intero panorama industriale italiano, l’idea di un “sistema industriale in disarmo” tenderebbe a traballare. Dopo il crollo, verificatosi all’inizio della Grande Recessione, le esportazioni si sono riprese e sono cresciute secondo ritmi pressoché costanti, superando i livelli pre-crisi; anche il PIL ha iniziato, a partire dalla metà del 2013, a risalire lentamente, sebbene la ferita della recessione sia ancora aperta. Questi trend, però, secondo Piana e Sironi, non si traducono “nella crescita dei posti di lavoro che servirebbe”.

Oggi, in Italia, gli occupati sono circa 23 milioni, un tetto che è molto vicino a quello raggiunto negli anni d’inizio della crisi; esistono, quindi, tanti occupati, ma anche tanti disoccupati. “Quali sono – si chiedono Piana e Sironi – le ragioni di questo paradosso, che impedisce a molti di percepire i miglioramenti generali e distrugge la fiducia delle persone?” Le cause sono numerose; una di queste è certamente il fatto che il tessuto produttivo nazionale è sempre stato un po’ a “macchia di leopardo”, nel senso che l’economia italiana ha funzionato “a più velocità”, per la presenza, non solo del divario Nord-Sud, ma anche di specializzazioni e territori che hanno saputo resistere agli esiti della crisi, mentre altri sono rimasti fermi. Questo stato di cose ha concorso a tenere schiacciati verso il basso i redditi personali e a comprimere la domanda globale del sistema-Italia; sono andate bene solo le industrie medie che sono state capaci di “esportare e di insediarsi all’estero”, mentre quelle di grande dimensione, che non sono state all’altezza di affrontate la concorrenza dell’economia globalizzata, sono andate solitamente fuori mercato. Le industrie che hanno saputo inserirsi con successo nel mercato internazionale sono state, dunque, quelle di “taglia media”, grazie alla loro capacità di conservarsi in equilibrio nelle loro dimensioni.

Le “medie eccellenti”, però, cioè quelle industrie che, nonostante la crisi, sono riuscite a reggere l’impatto col mercato globale, per quanto abbiano “permesso all’Italia di tenere botta“ negli anni bui della recessione, non potranno mai assorbire la forza lavoro che ha perso la stabilità occupativa con la crisi delle industrie di grandi dimensioni. Dal punto di vista del lavoro, perciò, la mutata struttura della base industriale dell’Italia dà da pensare, nel senso che – come sostengono Piana e Sironi – se “questo è uno dei più radicali problemi” ereditati dalla recessione, che condanna al “nanismo (o meglio, alla ‘medietà’)” il sistema produttivo nazionale, l’unica speranza per i tanti disoccupati è riposta sulla possibilità che le industrie maggiori sopravvissute agli anni della crisi riescano a reinserirsi sul mercato.

A tal fine, però, queste industrie devono crescere, e per riuscirvi devono aumentare la loro efficienza produttiva “robotizzandosi”, accentuando il livello di automazione dei loro processi produttivi; qui sta, dal punto di vista del lavoro, l’altro radicale problema, in quanto, com’è noto, l’automazione dei processi implica “distruzione” di opportunità occupazionali, non un aumento dei posti di lavoro. In questo caso, la capacità di fare fronte a questo secondo radicale problema, dipenderà, secondo Piana e Sironi, dalla possibilità che a produrre i sistemi di automazione sia la stessa industria italiana; quindi, dalla possibilità per le industrie che si automatizzano di disporre di forza lavoro dotata della necessaria formazione; fatto, quest’ultimo, non sempre scontato, anche per via delle differenze territoriali, concludono Piana e Sironi, “che alla fine frenano l’Italia intera”.

Il problema delle scarse opportunità di lavoro assume dimensioni ben più preoccupanti, se le considerazioni di Piana e Sironi vengono integrate da quelle di Giovannini; a parere dell’ex presidente dell’Istat, la contraddizione tra la debole ripresa e la permanenza dell’alto numero dei disoccupati, oltre che dalle tendenze evidenziate dei giornalisti dell’”Espresso”, dipende anche da altri fattori, quali la crescita della popolazione (per via dell’immigrazione), l’allungamento dell’età pensionabile (che ostacola le nuove leve della forza lavoro ad entrare nel mondo della produzione) e soprattutto l’abolizione “delle garanzie dell’articolo 18 che proteggevano dal licenziamento i dipendenti delle aziende con più di 15 addetti”.

Questa abolizione, sostiene Giovannini, ha cambiato la struttura produttiva dell’economia italiana, portando le imprese “a superare quella soglia dimensionale che un tempo era ritenuta invalicabile”, determinando così, con la loro crescita e la ricerca di maggiore efficienza per reggere alla concorrenza, una contrazione dei posti di lavoro. Considerando, perciò, tutti i cambiamenti che hanno caratterizzato la struttura dell’economia italiana e le regole del mercato del lavoro, Giovannini ritiene che le certezze di poter ridurre l’alto numero dei disoccupati sarebbero poche, anche perché una crescita dimensionale delle imprese, necessaria per contrastare la disoccupazione, è ostacolata dalla propensione, tipica dell’imprenditorialità italiana, a conservare il controllo familiare dell’azienda.

Per ridare slancio all’occupazione, Giovannini non ha che da proporre tre “ricette”, dal “fiato corto”, perché affidate all’iniziativa di una classe politica poco credibile: la prima dovrebbe consistere nell’accelerare il tasso di crescita dell’economia nazionale, perché gli imprenditori percepiscano che l’Italia si è “rimessa davvero in moto”; la seconda dovrebbe essere volta a rilanciare il settore delle costruzioni per la riqualificazione di “edifici e città”; un’attività, questa, che crea posti di lavoro a più alto valore aggiunto; la terza, infine, dovrebbe consistere nel rilanciare l’occupazione attraverso la promozione di nuove imprese, avendo cura che il sostegno assicurato loro non sia limitato al momento della costituzione, ma sia esteso anche alla fase della loro crescita e definitiva affermazione.

Dalle valutazioni di Piana, Sironi e Giovannini emerge una condizione non certo esaltante riguardo al possibile futuro dell’economia italiana. Tuttavia, come afferma Giuseppe Berta in “Che fine ha fatto il capitalismo italiano?”, se è inevitabile un ridimensionamento sul piano strettamente economico, ciò non deve essere recepito come una sorta di autoripiegamento rispetto allo spazio occupato dal Paese nel passato; ma, al contrario, esso deve essere considerato come la premessa per “riguadagnare” al Paese una prospettiva certa e stabile, in funzione della quale poter effettuare scelte responsabili. Con quali forze?

La risposta a questa domanda può essere formulata solo ipotizzando che venga risolto un altro radicale problema, che pesa sulle sorti future del Paese, consistente nel trovare il modo di ricuperare la sinistra socialista e riformista ai suoi valori originari, attualizzati in funzione di tutti i cambiamenti avvenuti nel funzionamento dei moderni sistemi sul piano economico e su quello sociale. Ma quali sono le condizioni perché i partiti socialdemocratici, modernizzandosi, possano contribuire a fare riguadagnare al Paese una prospettiva certa e stabile riguardo al proprio futuro? Si può rispondere a questa ulteriore domanda, seguendo i suggerimenti formulati da Emiliano Brancaccio, economista dell’Università del Sannio, in un articolo pubblicato sull’”Espresso” del 6 agosto di quest’anno, dal titolo di per sé eloquente: “Si chiama destra il morbo della sinistra, Entrata in crisi al guinzaglio dei liberisti rischia di scomparire in coda agli xenofobi”

Passata di moda l’”idea blairista dell’obsolescenza delle socialdemocrazia e dell’esigenza di una ‘terza via’”, ci si sta convincendo che il socialismo riformista sia entrato in crisi perché “una volta al governo ha attuato politiche di destra”. Di destra sono state le politiche del lavoro; in molti Paesi, fra i quali l’Italia, il calo della protezione del lavoro è avvenuto col sostegno di maggioranze parlamentari sostenute dai partiti socialdemocratici, nonostante che le ricerche in materia, condivise dalle istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), abbiano chiarito che le riforme adottate in difesa del lavoro non hanno contribuito a sostenere l’occupazione.

Altra causa del mancato sostegno dell’occupazione va rinvenuta nella privatizzazione, che in Italia ha portato alla distruzione dell’”economia pubblica”; anche in questo caso, col sostegno dei partiti socialisti riformisti sulla base di motivazioni che studi delle stessa OCSE sono valsi a smentire; tali studi, infatti, hanno messo in rilievo che la dismissione delle grandi imprese pubbliche in base all’assunto che esse fossero inefficienti non corrispondeva al vero, evidenziando che le grandi imprese pubbliche presenti in molti Paesi avevano sempre avuto indici di redditività significativamente superiori alle imprese private e un rapporto tra profitti e capitale investito pressoché uguale.

Infine, l’altra causa che ha contribuito ad abbassare le garanzie occupazionali della forza lavoro sono state le politiche di liberalizzazione finanziaria e di apertura ai movimenti internazionali di capitale; anche il sostegno alla realizzazione di tali politiche da parte dei partiti socialisti è stato pressoché totale, sebbene le organizzazioni internazionali, prima favorevoli alla liberalizzazione, abbiano poi espresso critiche ad una circolazione senza regole dei capitali, per gli effetti negativi sulla stabilità dei singoli sistemi economici.

In sostanza, conclude Brancaccio, “alla compulsiva ricerca di un’identità alla quale conformarsi, i partiti socialisti, [incluso quello italiano], hanno insomma applicato le ricette tipiche della destra liberista senza badare ai loro effetti reali, e con una determinazione talvolta persino superiore a quella delle istituzioni che le avevano originariamente propugnate”. Può ciò che resta del Partito socialista italiano riscattarsi prima di una sua possibile scomparsa definitiva? Si può rispondere di si, solo se esso sarà disposto ad aggiornare la propria visione del sistema-Italia, affrancandosi dalle posizioni di destra, sinora condivise, e da quelle di una finta sinistra riformista della quale è ora alleato.

Ciò può essere realizzato, innanzitutto con l’assunzione dell’obiettivo di modificare l’attuale welfare State, non più all’altezza di garantire un reddito alla generalità degli Italiani, spostando la riflessione dal problema dell’occupazione a quello della distribuzione equa del reddito; in secondo luogo, con l’ulteriore assunzione dell’obiettivo di attuare una politica di riacquisizione pubblica di buona parte del patrimonio produttivo privatizzato, per ricostituire quell’”economia pubblica”, che aveva consentito all’Italia di passare dalla periferia al centro del mondo fra i Paesi più industrializzati. Solo modernizzando la propria ideologia politica, conformandola agli obiettivi descritti, il socialismo riformista può riproporsi al Paese con una proposta credibile di progresso materiale e sociale.

Gianfranco Sabattini

Crisi dei mercati e recupero della “banca perduta”

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Nel libro “Alla ricerca della banca perduta”, Marco Onado, docente di Economia degli intermediari finanziari, spiega le cause che hanno determinato “un abisso tra la finanza come dovrebbe essere […], che svolge una funzione essenziale per la crescita, e la ‘nuova’ finanza che ha provocato la crisi”; ciononostante essa è stata oggetto di un salvataggio pubblico senza precedenti.

Onado vuole fare capire quali possibilità vi siano di ricuperare nel mondo attuale la “banca perduta”, al fine di riacquisire l’antica fiducia negli istituti di credito degli operatori e degli addetti ai lavori nel campo degli studi economici (imprese, risparmiatori ed economisti); essi, infatti, dopo quello che è successo, a seguito dello scoppio della bolla dei mercati immobiliare americani, non sanno più se possono ancora fidarsi delle decisioni dei banchieri, oppure condividere il giudizio di chi, nei confronti dei gestori dei mercati finanziari, ha introdotto il termine spregiativo di “bankster”, un epiteto che certamente non ha bisogno d’essere spiegato, tanto eloquente è ciò che il termine vuole evocare.

Imprese, risparmiatori ed economisti, pur ponendosi forse problemi diversi (di accesso al credito le prime, di tutela del risparmio i secondi e di sviluppo economico gli economisti), in realtà – afferma Onado – esprimono “diversi punti di caduta dello stesso problema, cioè il volto oscuro della finanza messo impietosamente in evidenza dalla crisi e che sembra prevalere su quella ‘buona’”, che, invece, occorre ricuperare e valorizzare. Per capire perché ciò sia avvenuto, occorre considerare i motivi per cui la finanza è diventata sempre più invasiva ed estesa rispetto all’economia reale, sino a subire una “sorta di ‘mutamento genetico’”; ciò è potuto accadere – sostiene Onado – per “le opportunità che il clima ideologico e politico di liberalizzazione e deregolamentazione su scala mondiale che ha dominato gli ultimi decenni e che ha basato la crescita economica […] su un’accumulazione di debiti senza precedenti, cioè su un castello di carte che non poteva che crollare miseramente”.

La comprensione della crescita abnorme della finanza porta anche a capire che quest’ultima è in realtà lo “specchio” degli squilibri dell’economia reale sottostante, nel senso che essa è l’esito di “una crisi delle imprese che hanno privilegiato i risultati a breve, a scapito degli investimenti e della crescita sostenibile; è una crisi sociale, perché sono aumentate le disuguaglianze e la povertà anche nei Paesi avanzati; è una crisi politica, perché le tensioni economiche e sociali spostano verso destra il baricentro dell’elettorato, spingendolo a chiedere misure di pura protezione degli interessi esistenti, non importa se fra questi sono presenti quello delle banche”.

La crisi della finanza e dell’economia reale sottostante, coniugate con la crisi sociale e politica, viene di solito denominata “Grande Crisi Finanziaria” o “Grande Recessione” dell’economia globalizzata; dal momento in cui la crisi è insorta, nel 2007, sono ormai trascorsi dieci anni, e molti Paesi, fra i quali l’Italia, sono ancora al di sotto dei livelli di reddito e di occupazione pre-crisi; riguardo all’economia italiana, il Fondo Monetario Internazionale ha addirittura stimato che occorreranno vent’anni prima che essa possa tornare ai livelli di occupazione raggiunti precedentemente al 2007. L’intensità della crisi si è manifestata in fasi diverse, ma in rapida successione: la prima fase si è manifestata nel 2007 ed ha avuto come epicentro il sistema finanziario ed i mercati immobiliari americani; la seconda è iniziata nel 2008, con il fallimento della Banca Lehman Brothers, allora la quarta banca d’affari degli Stati Uniti d’America, dando origine al crollo delle borse e alla diffusione del panico nei mercati finanziari di tutto il mondo; la terza si è manifestata nel 2010, interessando in particolare i Paesi europei, i cui alti debiti pubblici hanno causato, da un lato, un aumento dei tassi richiesti dai mercati finanziari internazionali per la loro sostenibilità e, dall’altro lato, un peggioramento del funzionamento del sistema bancario.

Le tre fasi – afferma Onado – avevano come epicentro una o più banche sull’orlo del fallimento, sebbene fino a poco tempo prima che iniziasse la crisi, i loro manager “si vantassero di essere al timone di corazzate inaffondabili”; ma anche dopo, a crisi avviata, una larga parte di economisti ha continuato a sostenere che il sistema finanziario si era trasformato, acquisendo maggior flessibilità e, quindi, maggiori capacita di adattamento ai cambiamenti ed agli shock esterni. Il sistema finanziario era certamente cambiato, ma non in meglio; ne è prova il fatto che, durante il suo corso la crisi si è diffusa ad una velocità e con un’intensità inaspettate; sono proprio le modalità con cui l’una e l’altra si sono manifestate che devono essere tenute presenti, in quanto costituiscono il “segno inequivocabile” che nel sistema finanziario era intervenuto qualcosa di nuovo.

Il “nuovo” che caratterizzava le banche alla vigilia della crisi era il fatto che avessero aumentato a dismisura la loro dimensione, connessa ai “mutamenti strutturali nel rapporto tra il sistema finanziario e l’economia reale”; ciò significa che la dimensione del primo è stata determinata dall’aumento del debito degli operatori finanziati dalle banche, cioè del settore pubblico e di quello privato, costituito da famiglie e imprese. L’aumento del debito complessivo è evidenziato dal fatto che quest’ultimo, negli ultimi trent’anni, è “cresciuto a un ritmo quasi doppio del prodotto lordo nominale”. E’ quindi evidente – secondo Onado – che la crisi “è molto di più di un fenomeno finanziario”, in quanto dietro le difficoltà delle banche “si delineano le contraddizioni di un modello di sviluppo trainato dai debiti, che ha comportato una caduta senza precedenti del reddito dei Paesi avanzati”; è questa la ragione per cui la “mutazione genetica della finanza […] non è la causa causarum” dei problemi insorti con la Grande Recessione.

La causa della crisi deve essere infatti identificata nel quadro ideologico e politico su cui è stata fondata l’adozione di modelli di sviluppo che “richiedevano una crescita continua dei debiti e che consideravano quasi un atto di fede che i mercati avessero la capacità di raggiungere spontaneamente condizioni di equilibrio”. Sulla base dell’imperante ideologia neoliberista, la crescente finanziarizzazione dell’economia è stata considerata un fatto socialmente positivo, consolidandosi l’”idea che tanto più grande era il mondo della finanza, tanto meglio era”; ciò è valso a giustificava l’idea conseguente che fosse sempre conveniente offrire, soprattutto alle famiglie, prestiti per importi mai sperimentati in passato e a condizioni sempre più favorevoli.

In particolare, è stato giustificato il fatto che fossero immessi nei mercati finanziari quantità crescenti di titoli provenienti dalla cosiddetta securitisation dei mutui ipotecari, perché in questo modo, si sosteneva, non del tutto disinteressatamente da parte dei banchieri, sarebbero state ampliate le scelte degli operatori e sarebbe accresciuta la liquidità dei mercati finanziari. Ma in cosa è consistita la securitisation? La semplice descrizione della tecnica che l’ha espressa consente di capire perché la finanziarizzazione dell’economia ha condotto alla Grande Recessione.

I mutui concessi dalle banche sono stati trasferiti ad altra società finanziaria specializzata nell’emissione di “titoli strutturati” (o titoli derivati), il cui prezzo veniva basato sul valore di mercato di un altro “strumento finanziario”, definito sottostante (come, ad esempio, azioni, o titoli rappresentativi di materie prime). La società emittente collocava i titoli strutturati ad un prezzo tale da rappresentare una sorta di assicurazione contro imprevisti cambiamenti nei mercati dei mutui; nel tempo, però, la “parte assicurata” (i mutui) è diventata più grande della “parte assicurativa” (l’economia reale), sino ad assumere, alla fine degli anni Novanta, un valore superiore di circa dieci volte il valore del PIL mondiale. Una tale sproporzione ha stravolto una delle funzioni fondamentali di ogni sistema finanziario, consistente nell’offrire strumenti idonei a consentire la gestione di rischi di varia natura; la sproporzione, perciò, venuta meno ogni possibilità reale di poter garantire i rischi connessi all’enorme massa dei mutui in circolazione, è valsa a trasformare i titoli strutturati in strumenti utili solo per operazioni speculative.

Nel periodo precedente la crisi – afferma Onado – hanno così preso forma “due bolle speculative, una legata all’altra ed entrambe favorite dall’opacità della securitisation”: quella dei mercati immobiliari, “i cui prezzi sono cresciuti continuamente alimentando nuove aspettative di aumento”; e quella dei titoli strutturati, i cui rendimenti erano del tutto “sproporzionati al rischio effettivo, ma che tutti gli investitori ricercavano disperatamente”.

Dopo lo scoppio delle bolle, sono crollate le quotazioni della parte assicurativa dei titoli strutturati (azioni, o titoli rappresentativi di materie prime); le banche che avevano concesso mutui sono state necessariamente colpite nella consistenza della loro liquidità; per rimediare alla situazione, esse hanno fatto ricorso al ricupero dei loro crediti verso altre banche, mettendo così in moto una reazione a catena che, attraverso i rapporti finanziari internazionali, ha provocato l’estensione della crisi in tutto il mondo; una crisi che ha causato difficoltà bancarie generalizzate, con fallimenti di istituti di credito, sia in America che in Europa. La conseguenza, come tutti sanno, è stato il loro salvataggio a spese dei contribuenti, senza alcuna sanzione, di qualunque natura, nei confronti di chi si era reso responsabile del “disastro” e, sorprendentemente, senza che l’ideologia neoliberista, che aveva ispirato la finanziarizzazione dell’economia, fosse oggetto di discredito.

A questo punto viene naturale porsi la domanda: per quale ragione, dato il contesto economico ed istituzionale esistente a livello globale, gli assetti proprietari del sistema bancario non dovrebbero tendere a massimizzare il valore delle banche per gli stakeholders, cioè di tutti coloro che hanno interesse al corretto funzionamento dei mercati finanziari, privilegiando invece quello degli shareholders, cioè di coloro che ne sono i proprietari a titolo privato? I quali, pur di guadagnare, come realmente è accaduto, non hanno mancato di speculare, giocando d’azzardo, con i titoli strutturati, a danno di tutti coloro che poi sono stati chiamati a rimediare ai disavanzi bancari senza averne una responsabilità diretta. In che modo è possibile intervenire, per far prevalere assetti proprietari più convenienti per la stabilità del modo di funzionare del sistema economico globalizzato?

Si dirà che la soluzione del problema dell’assetto proprietario più conveniente delle banche è materia troppo complessa, per essere affrontata in termini univoci; però, appare molto debole la conclusione di Onado, secondo cui, dopo quello che è successo, risulterebbe difficile “disegnare una traiettoria di riforme che sappia incidere sulle cause della crisi riportando la finanza e la banca alla loro funzione di sostegno allo sviluppo”. Tutti, però, concordano sulla necessità di apportare al sistema finanziario “riforme strutturali”; ma quali?

I neoliberisti, che continuano ancora ad ispirare gli establishment dei Paesi ad economia avanzata, si dimostrano fedeli al “mantra” delle riforme del mercato del lavoro, delle privatizzazioni e dell’apertura dei mercati; il dibattito, sinora svoltosi a livello globale, ha prodotto analisi che, “sebbene spietate sugli errori e le distorsioni del passato”, non hanno fornito suggerimenti sul tipo di banca che sarebbe opportuno costruire e, in particolare, sulla struttura proprietaria del sistema bancario più conveniente per il futuro dell’economia globalizzata. In generale – osserva Onado – “è mancata una seria riflessione sui problemi collegati alle dimensioni elefantiache raggiunte dalla grandi banche mondiali”. Per contrastare lo strapotere delle banche non sono mancate proposte di interventi volti a limitare gli aspetti più pericolosi dell’attività finanziaria del tempo presente; ciò al fine di “riportare le banche al loro ruolo di motori dello sviluppo economico.

Tuttavia, conclude Onado, “poiché la responsabilità ultima della crisi è stata una politica troppo debole” nei confronti del processo di finanziarizzazione dell’economia mondiale, l’uscita dalla crisi “è resa difficile da una politica troppo debole” nei confronti della banche, che sono divenute “troppo grandi per fallire (too big to fail); se così stanno le cose e se il rischio cui sono esposti i cittadini è quello d’essere chiamati a socializzare le perdite causate da comportamenti di banchieri che sanno d’essere impunibili, l’unica via di uscita sarebbe la socializzazione del sistema del credito. La debolezza della politica però, varrà a continuare ad esporre i cittadini al rischio che il comportamento dei gestori delle grandi banche non sia conforme a quello dei gestori della “banca perduta”, ma a quello proprio dei gestori della cosiddetta “finanza creativa”, che è valsa ad assimilare le loro determinazioni più a quelle di un “bankster”, che a quella del banchiere di antica memoria.

Gianfranco Sabattini

Vantaggi e pericoli dell’integrazione in un’Europa a più velocità

europa

L’ipotesi di un’Europa a più velocità non è nuova; ora, di fronte al grave processo di involuzione che da anni sta subendo la realizzazione del “progetto europeo”, l’ipotesi viene riproposta nella forma di una “pluralità di cooperazioni rinforzate”. Ciò, a parere di Massimo D’Alema, in “Un salto di qualità” (Italianieuropei, n. 3/2017), prefigurerebbe una “via di uscita” dal problema delle differenze esistenti tra i diversi Paesi membri sul piano economico e sociale, nell’empasse che connota al presente il processo di unificazione politica dell’Europa. Per la realizzazione dell’ipotesi – afferma D’Alema – sarebbe però essenziale che il salto di qualità “abbia una guida forte”, che egli identifica in “una rinnovata collaborazione tra Germania e Francia”.

Mai, nel corso del dopoguerra, sostiene il presidente della Fondazione Italianieuropei, si è verificata una crisi cosi profonda; la crisi risulta particolarmente grave anche perché, dopo l’elezione alla presidenza degli USA di Donald Trump, sono peggiorate le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico, cui si aggiunge “il nazionalismo assertivo di Putin e la rinnovata politica di potenza della Russia”, con lo scopo di indebolire e disgregare l’Unione Europea, attraverso l’aperto sostegno dei “movimenti nazionaliste populisti nel Vecchio Continente”. Si tratta, a parere di D’Alema, di “uno scenario allarmante”, inserito in un “quadro internazionale in cui nazionalismo, protezionismo e politica di potenza tendono confusamente a soppiantare il tentativo di realizzare una governance multilaterale e condivisa della globalizzazione”.

A parte l’idea, avanzata da D’Alema, che l’Europa possa essere aiutata, sempre nel quadro di una logica di potenza, dalla crescente forza economica della Cina, egli tuttavia sottolinea l’urgenza che i Paesi del Vecchio Continente riconoscano finalmente le proprie responsabilità riguardo a quanto sin qui è stato fatto relativamente al processo di unificazione politica; quindi, proprio per questo, essi abbiano la consapevolezza che, al presente, sono privi di “una visione strategica comune” su come l’Europa possa opporsi alla nuova situazione, venutasi a creare con le conseguenze sul piano politico, oltre che economico, della Grande Recessione e del peggioramento delle relazioni internazionali.

Il dibattito che si è aperto sulla situazione esistente in Europa e sulla prospettiva di un suo superamento sarebbe portatore di “accenti nuovi e proposte coraggiose”, quali quelle del neo-presidente francese, Emmanuel Macron; secondo D’Alema, pur potendosi avere riserve sulla impostazione della politica economica e sociale di Macron, resterebbe però il fatto che egli rappresenterebbe “senza dubbio un salto di qualità europeista rispetto al tradizionale nazionalismo francese”. Al riguardo, viene subito da osservare, che D’Alema deve aver formulato questo giudizio sul conto del neo-presidente francese prima del suo insediamento all’Eliseo, perché l’attivismo di Macron, non appena sostituito il predecessore, ha subito dato modo di constatare quanto poca sia la distanza che lo separa dal tradizionale nazionalismo del suo Paese.

A parere di D’Alema, il salto di qualità richiesto ai Paesi europei, in presenza del quadro politico creatosi con l’esito delle recenti elezioni francesi, dovrebbe essere compiuto sul terreno dell’integrazione politica. A tal fine, però, è evidente, per il presidente della Fondazione Italianieuropei, che “sino a quando un gruppo di Paesi fondamentali non deciderà di porre effettivamente in comune la politica estera e di difesa, realizzando al tempo stesso uno stretto coordinamento e una forte solidarietà in materia dei flussi dei rifugiati e degli immigrati, l’Europa resterà una potenza dimezzata […], in particolare negli scenari di crisi dove sono in gioco i nostri interessi vitali”. Questa posizione di stallo, a parere di D’Alema, imporrebbe una “forma di collaborazione rafforzata” che non si contrapponga alle istituzioni europee esistenti, ma al contrario dia loro “maggior forza e autorevolezza”.

Però, il salto di qualità nella politica europeista non appare possibile senza che preventivamente sia compiuta una più forte integrazione economica tra i Paesi membri e senza che si inaugurino nuove scelte orientate a realizzare in essi la “piena occupazione”, la “riduzione delle disuguaglianze” e una “maggiore inclusione sociale”; ma, soprattutto, senza che sia compiuto quel salto di qualità, il processo d’integrazione non appare votato al successo, se si trascura che la ripresa economica europea, dopo la Grande Recessione, risulta moderata e distribuita in modo diseguale tra i “diversi Paesi dell’Unione” e tale da minare gravemente la stessa coesione europea, a causa della persistente presenza dei movimenti populisti. Tutto ciò renderebbe evidente che la ripresa del processo europeista potrà essere supportata, non da un ulteriore compressione della domanda interna, ma da una “politica espansiva che punti a una redistribuzione più equa delle risorse e a un forte incremento degli investimenti e dei consumi interni”.

D’Alema ritiene che, per avere successo, queste scelte dovrebbero essere accompagnate da un nuovo programma europeo in grado di affrontare alcuni temi, che egli considera di fondamentale importanza: il completamento dell’unione bancaria, l’aumento del budget dell’Unione, l’armonizzazione del trattamento fiscale dei redditi di capitale e, soprattutto, la creazione di un fondo europeo per l’abbattimento dei debiti nazionali; tutto ciò, al fine di favorire la diffusione, almeno tra i Paesi dell’Eurozona, di una maggior solidarietà e un più forte sostegno alla crescita e alla giustizia sociale.

Il nuovo programma europeo sarà, però, efficace, solo se si riuscirà ad “avviare una pluralità di cooperazioni rafforzate”, da svilupparsi sulla base di diversi raggruppamenti di Paesi. Perché tale programma possa essere inaugurato, occorrerà che la sua attuazione abbia una “guida forte”, da realizzarsi attraverso una “rinnovata collaborazione tra la Germania e la Francia”. D’Alema conclude affermando di non sottovalutare il ruolo che potranno svolgere nell’attuazione del nuovo programma europeo gli altri Paesi fondatori, fra i quali l’Italia, sulla cui classe dirigente però, egli nutre il dubbio che sia all’altezza delle sfide che l’Europa deve affrontare.

Tuttavia, considerata la mancanza di alternative all’unificazione politica del Vecchio Continente, se si crede ancora nel progetto europeo, occorre affrontare le sfide mediante un “riformismo coraggioso e radicale, pena il rischio che prevalgano la sfiducia, la rabbia, lo smarrimento e la chiusura nazionalistica”. Sin qui D’Alema; ma la sua proposta di un salto di qualità nella politica europeistica, fondato su una “pluralità di cooperazioni rinforzate” è desiderabile? E, quel che più conta, è priva di rischi?

Agli interrogativi, risponde Pasquale Ferrara, diplomatico e professore di Diplomazia e negoziato all’Università LUISS Guido Carli; egli, sullo stesso n. 3/2017 di Italianieuropei, in “Integrare le differenze. Incognite e possibilità dell’Europa plurale”, afferma che, nelle condizioni attuali dell’Unione, l’avvio di una pluralità di cooperazioni differenziate può implicare per i Paesi membri solo un “destino strutturalmente disgiunto”. A sessant’anni “dalla firma dei Trattati di Roma, è difficile stabilire se l’Unione Europea sia alla ricerca di un elisir di lunga vita o, più modestamente, di un kit di sopravvivenza”. Perché tanto scetticismo?

Ferrara sembra non avere dubbi, osservando che i problemi davanti ai quali si trova l’Europa attuale sono gli stessi che essa si sta trascinando irrisolti da anni, quali principalmente: la questione del ruolo che l’Europa deve svolgere per sostenere la crescita economica, soprattutto dei Paesi dell’Eurozona; quindi, i nodi dell’immigrazione, della sicurezza e della difesa comune, per meglio affrontare la turbolenza nelle relazioni internazionali. Si tratta di problemi, la cui soluzione avrebbe dovuto rinsaldare – sostiene Ferrara – la coesione interna tra i Paesi che compongono l’Unione, mentre invece “hanno sinora prevalso le scorciatoie sovraniste”.

Data la mancata soluzione di tutti questi problemi, non è sicuro che la riproposizione del “metodo del Direttorio” possa avere successo, in quanto la “stabilità interna” nei rapporti tra gli Stati membri dell’Unione sembra non suscitare più gli stessi entusiasmi di un tempo; per quegli Stati che dovessero essere portatori delle idee di D’Alema, ciò significherebbe che – come afferma Ferrara – per affrontare la crisi attuale del progetto europeo non basti un “processo di manutenzione ordinaria”, ma occorra una profonda ristrutturazione dell’Unione, da realizzarsi attraverso la creazione di una pluralità di cooperazioni rafforzate per realizzare una “integrazione differenziata” dei Paesi membri, che tenga conto delle potenzialità economiche di ognuno di essi, nonché delle loro particolari condizioni strutturali.

A ben riflettere, l’integrazione differenziata, da realizzarsi attraverso una pluralità di cooperazioni rafforzate, altro non è, afferma Ferrara, che “un ossimoro che segna un cambiamento radicale nella ‘narrativa’ sul processo politico europeo”; la parola integrazione, nell’ortodossia del linguaggio europeista, ha espresso sinora l’obiettivo comune che l’Europa unita doveva raggiungere, ovvero una generalizzata condivisione di sovranità. Se ora l’Europa smarrisce questo obiettivo e l’integrazione si differenzia, allora le “sue finalità non sono più necessariamente convergenti”; ciò potrà essere anche una necessità storica e politica, ma, a parere di Ferrara, non ci si potrà rallegrare di “questo esito dalle conseguenze incerte”. Se l’Europa scegliesse di perseguire un’integrazione differenziata, l’Unione si avvierebbe verso una “differenziazione integrata”; come dire che andrebbe a realizzare un’”unità nella diversità”, e con ciò, sempre secondo Ferrara, la diversità verrebbe “inserita in modo strutturale nella dinamica europea”.

La proposta di D’Alema non nasce dal nulla; essa, in realtà, non è che una riproposizione di ipotesi già avanzate nel passato, come ad esempio, quella che prospettava la creazione di un’”Europa a più velocità”, implicante una specifica forma di integrazione differenziata per il perseguimento di obiettivi comuni, guidato da un nucleo di stati forti, nell’assunto che quelli deboli potevano essere opportunamente trainati; oppure, come quella che prefigurava un’”Europa à la carte”, dove l’opzione per la forma dell’integrazione differenziata era lasciata alla libera discrezionalità dei singoli Paesi di scegliere, “come da un menù“, a quali politiche partecipare, “condividendo al contempo solo un numero minimo di obiettivi comuni”.

Nelle condizioni in cui versa attualmente l’Unione Europea, il “disallineamento” sarebbe amplificato dal fatto che con esso aumenterebbe la “complessità di una costruzione istituzionale e normativa che già appare scarsamente intelligibile, senza parlare dei problemi di governance […] e le tensioni che inevitabilmente si porrebbero”.

In conclusione, secondo Ferrara, l’integrazione differenziata, pur contribuendo a rendere più “flessibile” la governance dell’Unione, sarebbe ben lontana dal garantire la possibile soluzione dei tanti problemi che la stessa Unione si è lasciata alle spalle insoluti; una “repubblica di repubbliche” – afferma Ferrara – è “una repubblica composita”, esprimente un processo non un possibile risultato finale; si tratterebbe tra l’altro, di un processo caratterizzato dalla presenza di una pluralità di centri di poteri, che non consentirebbero di affrontare congiuntamente le questioni politiche ereditate e quelle che nel frattempo stanno emergendo. Questioni, queste che sarebbero destinate a conservare la loro natura di “forze centrifughe, […] quale che sia l’ingegneria istituzionale escogitata per superare lo stallo”.

A ciò si deve aggiungere che la direzione dell’ipotetica “pluralità di cooperazioni rinforzate”, esercitata col metodo del Direttorio espresso dalla Germania e dalla Francia, non farebbe che rafforzare le spinte centrifughe; infatti, entrambi i supposti Paesi forti dell’Unione non hanno mai manifestato, soprattutto da Maastricht in poi, di volere realmente operare per un’effettiva convergenza delle posizioni economiche dei Paesi membri dell’Eurozona: la Francia, per l’eccesso di nazionalismo che ha sempre caratterizzato la sua presenza all’interno dell’Unione; la Germania, perché pervasa dal convincimento che la stabilità dei prezzi debba fare premio su ogni altra urgenza della stessa Unione.

Gianfranco Sabattini

 

L’Italia e lo smarrimento del “suo interesse nazionale”

limes cover 4_17La Grande Recessione che ha colpito gran parte delle economie di mercato, e in particolare alcuni Paesi dell’Unione Europea, tra i quali l’Italia, ha portato con sé una crisi d’instabilità politica, non solo per l’incapacità dell’establishment tradizionale di fare fronte alle conseguenze più negative della crisi economica, ma anche per l’accentuarsi ed il diffondersi del convincimento che le modalità con cui si è cercato, e si continua a cercare, di uscire dalla crisi in modo stabile e duraturo stiano mettendo a rischio le istituzioni democratiche.

Ciò è tanto più grave per quei Paesi che, come l’Italia, non hanno precisa consapevolezza di quali siano il “proprio interesse nazionale” e il proprio ruolo a livello internazionale, e soprattutto europeo. Ciò è dovuto, non tanto alla sua recente costituzione come nazione, quanto alle particolari circostanze che ne hanno caratterizzato la vita politica nel secondo dopoguerra, spingendola ad affidarsi al mondo esterno per la soluzione dei propri problemi interni, di ricorrerere cioè al cosiddetto “vincolo esterno”.

La conseguenza di tutto ciò è stata la maturazione di un’estrema posizione di debolezza contrattuale che l’Italia ha scontato, e continua a scontare, come, ad esempio, al “tavolo delle trattative europee” che di continuo si svolgono per adeguare il governo del mercato interno dell’Europa alle pressioni esercitate dalla globalizzazione (asse di governo franco-tedesco, Europa a due velocità, costituzione dell’”Euronucleo tedesco”, ecc.). Il n. 4/2017 di “Limes” è interamente dedicato all’approfondimento di questi problemi; le osservazioni svolte nell’”Editoriale”, congiuntamente alle argomentazioni formulate in alcuni degli articoli contenuti nel periodico, meritano d’essere considerate.

Nell’”Editoriale” si sostiene, non infondatamente, che la mancata consapevolezza di quale sia l’interesse in base al quale giustificare le scelte nazionali mette a rischio la soluzione dell’antico problema del dualismo Nord/Sud, concorrendo anche a creare motivi che porteranno il Paese a divergere dall’Europa. E’ vero che il “solco che accentua la separatezza originaria tra Settentrione e Mezzogiorno è scavato in parallelo da percezioni antropologico-culturali e dinamiche socio-economiche, nell’impotenza della politica – futile, afasica – e nella fragilità del contesto istituzionale, minato dalla corruzione sistemica, di cui si avvantaggiano mafie e altri poteri informali”, indebolendo l’”architettura geopolitica italiana”; non è meno vero, però, che con la crisi della Prima Repubblica e la fine della guerra fredda “è emersa al Nord la tentazione di codificare su base geoculturale, se non etnica, la propria alterità a Roma e al Sud”, con il fine di affermare la “rappresentazione di una diversità che nella sua versione estrema, tendeva a negare l’identità italiana”, quindi con conseguenze delegittimanti nei confronti dello Stato nazionale.

Il dualismo italiano Nord/Sud “non consiste più – com’è detto nell’”Editoriale” di Limes – solo nella diffidenza del Nord che si vuole civile e produttivo, vocazionalmente impolitico verso l’inefficiente classe amministrativa incistata nella capitale e l’ignaro Mezzogiorno”, ma nell’affermazione del convincimento dell’esistenza di “un’insuperabile diversità antropologica” del Nord rispetto al Sud, alla quale “corrisponde una latente quanto poco ricambiata affinità con il mondo germanico”. Sfortunatamente, questo convincimento è stato corroborato dagli effetti della crisi dell’ultimo decennio.

In tale periodo, il Prodotto Interno Lordo (PIL) del Sud dell’Italia è crollato di quasi il doppio rispetto a quello del Centro-Nord; il PIL medio meridionale è divenuto uguale a poco più della metà di quello dell’area centro-settentrionale, mentre la caduta dei consumi medi pro-capite è stata di due volte e mezzo superiore rispetto a quella registrata nel resto del Paese e quella dell’occupazione è stata addirittura maggiore di sei volte. Di fronte all’aggravamento del dualismo territoriale, vi è chi afferma che il divario sia ormai diventato incolmabile, e a riprova di questa affermazione si osserva che, se anche si dovesse ipotizzare una futura crescita annua del Sud superiore dell’0,4% rispetto a quella del Centro-Nord, per realizzare la tanto attesa convergenza tra le due aree “occorrerebbe attendere l’anno 2243”.

Inoltre, nella parte settentrionale dell’Italia, gran parte del sistema industriale è integrata nell’economia dell’area destinata, probabilmente, a costituirsi in “euronucleo tedesco”. Fatto questo che sembra essere confermato dalla consistenza dell’interscambio fra l’area settentrionale dell’Italia e la Germania; nel 2016, esso ha raggiunto il tetto degli 87 miliardi di euro, a fronte dei 15 miliardi dell’area centrale e dei 7 dell’area meridionale; si tratta tuttavia di un interscambio, quello tra il Nord dell’Italia e la Germania, che al di là delle apparenze nasconde un grave limite: senza una solida ripresa del Mezzogiorno, l’area centro-settentrionale dell’Italia è destinata a risultare penalizzata; ciò perché il mercato del Mezzogiorno varrebbe, per la parte più ricca del Paese “il triplo delle esportazioni verso tutti i Paesi dell’Unione Europea”.

A livello europeo, l’aggravarsi del dualismo tra la parte “ricca” e quella “povera” ha determinato l’ulteriore divergenza, sul piano economico, del nostro Paese rispetto al resto dell’Europa, che negli anni della Grande Recessione, è stata come riporta l’”Editoriale” di Limes, di 9 punti percentuali rispetto all’Eurozona e di 11 punti percentuali rispetto all’intera Unione Europea; si è consolidato in tal modo “il distacco fra la crescita italiana e quella delle principali economie continentali”, che ha sua matrice d’origine nella distruzione dell’economia mista, che aveva consentito all’Italia, non solo di ricostruirsi dopo la Seconda guerra mondiale, ma anche di inserirsi con successo nel mercato manifatturiero internazionale. Come afferma Giuseppe Berta nella sua “Conversazione” con Giuseppe Maronita, il cui testo è riportato nella rivista Limes col titolo “La grande industria è finita con l’IRI. Puntiamo sui medi per non scomparire”, una “retorica semplice e precisa” identificava l’Italia, dopo la Germania, come “seconda potenza manifatturiera” europea.

Il paragone con la Germania, a parere di Berta, non poteva reggere, in quanto, già prima della crisi, l’Italia non disponeva del “possente apparato produttivo tedesco, né la forza lavoro altrettanto evolutiva, tipica di un Paese a forte connotazione manifatturiera”: l’Italia era, e continua ad esserlo, un Paese di imprese medio-piccole, esprimente una realtà ed una forza economica imparagonabili a quele tedesche. La struttura dei settori manifatturieri italiani è, secondo Berta, la “chiave per capire la nostra formidabile esposizione alla crisi”; ma anche, si può dire, la “chiave” per capire le ragioni dell’allargamento della divergenza dell’Italia dal resto dei più importanti Paesi europei. A suo parere, un dato esprime, più di qualsiasi altro, la debolezza dell’apparato industriale manifatturiero italiano: quello stimato da Nomisma, dal quale risulta che “circa il 20% dell’industria italiana – meno di 2000 imprese in un Paese di quasi 60 milioni di abitanti – fa l’80% del valore manifatturiero”, mentre tutto il restante apparato produttivo industriale stenta a conservarsi sul mercato. Il resto dell’apparato industriale, infatti, è costituito da piccole imprese per lo più orientate al mercato interno; nel loro insieme, tali imprese hanno costituito la parte dell’intero apparato produttivo sulla quale si sono “scaricati” gli effetti più disastranti della crisi.

Si deve tenere presente che il dualismo tra medie e piccole imprese preesisteva alla crisi, ma si è fortemente accentuato in seguito; va anche considerato che il dualismo non è solo dimensionale, in quanto esso presenta pure una dimensione settoriale. I settori che più hanno retto gli esiti negativi della crisi sono quelli che andavano meglio anche prima: sono i settori produttivi pesanti, quali quelli della meccanica, della chimico-farmaceutica e della metallurgia; mentre più penalizzati sono stati i settori delle costruzioni e dell’abbigliamento.

Il limite del nostro apparato industriale – afferma Berta – non sta nella mancanza di professionalità e di capacità innovative, “quanto nell’incapacità di produrre realtà industriali grandi, capaci di replicare su vasta scala le intuizioni e le eccellenze locali”. Per questo motivo, sostiene Berta, la nostra maggior forza industriale deve essere rinvenuta in un “capitalismo intermedio”, espresso “da imprese di medio fatturato, capaci di mettere a sistema saperi, competenze e attività presenti nel territorio” che stimolano l’ammodernamento tecnologico e creano sbocchi sui mercati esteri.

Si tratta di una forma di capitalismo che influenza, aggravandolo, il dualismo tra l’aerea settentrionale e quella meridionale del Paese; ciò perché esso è, e resta, espressione delle regioni del Centro-Nord del Paese. Se dunque dopo il decennio di crisi, il dualismo territoriale dell’Italia si è accentuato, lo si deve al peggioramento della situazione del Mezzogiorno e non alla maggior tenuta sul piano economico dell’area settentrionale, la quale peraltro ha visto il deteriorarsi della propria situazione rispetto all’Europa.

Dopo tanti anni di attenzione riservata al cosiddetto capitalismo leggero della moda e del design, l’Italia deve prendere atto del fatto che non potrà mai esprimere un’economia incentrata sulla grande industria; ciò perché – afferma Berta – “è un Paese di recente e imperfetta industrializzazione, che ha fatto il suo miracolo tra la metà degli anni Cinquanta e la metà dei Sessanta in condizioni internazionali e politico-sociali forse irripetibili, e che ci ha messo altri dieci anni, dalla metà degli anni Settanta, per demolire l’economia mista e sprofondare nei debiti”. Occorre, perciò, che si reagisca alla situazione evidenziatasi nella sua nuda realtà durante e dopo la crisi, tenendo presente che la forza oggi sta nella “sparuta pattuglia” di medie imprese, da incentivare e proteggere con uno sforzo congiunto del mondo imprenditoriale e di quello politico.

Il mondo imprenditoriale, a parere di Berta, deve riconsiderare il problema della propria rappresentanza; ciò al fine di “ricalibrare” l’azione a tutela della sua funzione sulla “dimensione di gran lunga dominante” del capitalismo italiano, rendendo più efficace l’operato delle proprie organizzazioni a livello nazionale ed internazionale. Il mondo politico deve anch’esso prender atto della nuova realtà economica che ha preso forma dopo i dieci anni di crisi e “chiudere la forbice”- come si afferma nell’”Editoriale” di Limes – fra “oggettivo rilievo e carenza di soggettività” che caratterizza il Paese; ciò al fine di costituirlo “in attore geopolitico”, non importa se grande o piccolo, per proteggere gli interessi nazionali “nella competizione e nel compromesso” con gli altri attori geopolitici, evitando così, come spesso è accaduto nei momenti più acuti della crisi, di “pretendersi Stato per farsi eterodirigere da altri Stati”.

Sinora, l’Italia è stata molto disattenta nel valutare il rischio cui potrebbe essere esposta se prendesse corpo ciò di cui spesso si discute; qualora cioè diventasse concreto lo scenario connesso alla possibile costituzione in Europa dell’euronucleo tedesco; evento questo che varrebbe ad evocare anche la possibilità che la fragile unità dell’Italia sia “spaccata” dall’adesione all’euronucleo della “macro-regione padana”, per via dell’ulteriore peggioramento del dualismo territoriale, che vedrebbe l’area del Mezzogiorno non più in grado di esercitare un attrazione economica conveniente nei confronti del capitalismo leggero delle regioni del Centro-Nord del Paese. La necessità di prevenire questi possibili eventi nefasti esprime il motivo per cui agli italiani serve un’Italia che sia attore geopolitico.

Gianfranco Sabattini