Nencini: M5S immagina Italia rurale e antimoderna

tav“Mai contratto di governo fu più ambiguo e vacuo di quello Salvini/Di Maio. Non solo perché in conflitto con i programmi dei due partiti ma soprattutto alla luce di un pericoloso pensiero antimoderno”. È quanto ha affermato il segretario del Psi, Riccardo Nencini, che sintetizza così: “Riassumo le posizioni. I grillini dicono no alla tav in Veneto, no alla Torino-Lione, no alla Gronda di Genova e al passante di Bologna. Ancora no al potenziamento dell’aeroporto di Peretola e al nodo di Firenze. No alla Pedemontana, no al Tap, no alla Orte- Mestre. Silenzio sulll’alta velocità Napoli- Bari. La Lega è favorevole a tutte queste infrastrutture”- ha sottolineato.

“Toninelli si nasconde dietro la revisione dei progetti e dei costi delle opere ma dimentica che tutte le opere in questione sono già state oggetto di spending e project review da parte dei governi precedenti, i costi sono stati in molti casi dimezzati, l’impatto ambientale discusso con enti locali e associazioni”- ha aggiunto. “Sono pronto a sfidare il ministro quando e dove vorrà”- ha proseguito Nencini, già vice ministro delle infrastrutture e dei trasporti –  visto che in 8^ commissione senato si è ben guardato dal rispondere nel merito. La verità: i grillini immaginano un’Italia bucolica, rurale. Tra poco invocheranno la ‘campagna del grano’”- ha concluso Nencini.

Ma gli scontri sulle grandi opere sono anche, anzi soprattutto interni, alla maggioranza. Dopo il botta e risposta tra Antonio Tajani e il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli che aveva chiesto al presidente del Parlamento europeo di “mettersi l’anima in pace” perché “la mangiatoia è finita”, interviene Armando Siri, sottosegretario ai Trasporti e leghista. “I soldi pubblici non si devono sprecare, ma le grandi opere si possono fare e si debbono fare pretendendo che non ci siano sprechi. Non è che fare la grande opera significhi alimentare una mangiatoia”, ha affermato. E il precedessore di Toninelli, Graziano Delrio, invita il ministro 5 Stelle a rivolgersi ai giudici se ritiene che ci siano state “mangiatoie”: “Sì può essere d’accordo o meno sulla Tav ma, intanto, quelli che sono d’accordo non blaterano, espongono le proprie ragioni. Se si sceglie di non farla non ci si nasconda dietro presunte ‘mangiatoie’ che di certo Toninelli non ha trovato in eredità da me, e che se fossero vere vanno comunque denunciate in Procura e non in un tweet”.

Redazione Avanti!

NUOVO CHE AVANZA

Il nuovo che avanza sembra muoversi con sistemi molto vecchi. Quelli della spartizione. Infatti la corsa all’occupazione delle poltrone è in pieno svolgimento. Dopo le commissioni parlamentari questa volta tocca alle ferrovie il cui cda è stato azzerato con un colpo netto. L’amministratore delegato Renato Mazzoncini ha già annunciato che lascerà l’incarico. Non si è aspettata la scadenza, il governo ha voluto intervenire subito. Una decisione annunciata dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli, con un post sulla piattaforma social. Il cda era stato rinnovato nel novembre 2017. L’operazione di azzeramento tra l’altro arriva in momento in cui è quasi certa la mancata fusione tra Anas e Fs.

Tensioni si erano già avute sopo le nomine Rai. Con Michele Anzaldi (Pd) e Giorgio Mulè (Fi) che hanno sollevato perplessità riguardo al vertice che si è tenuto martedì sera a Palazzo Chigi sulla scelta della nomina dell’amministratore delegato Rai – che spetta al Tesoro – alla presenza, oltre che del ministro dell’Economia e di quello dello Sviluppo economico Di Maio, anche del ministro dell’Interno Salvini e del presidente del Consiglio Conte. Con il presidente della Vigilanza Barachini che ha alzato un “cartellino giallo”, perché in quel vertice si sarebbe parlato anche delle direzioni dei Tg, condizionando la nomina del futuro amministratore delegato.

Ma torniamo alle ferrovie. “Come cantava Checco Zalone, la Prima Repubblica non Si scorda mai. Lega e M5s si muovono secondo le peggiori logiche spartitorie. Sono solo interessati all’ occupazione di poltrone”. È il commento su Twitter del segretario del Pd Maurizio Martina. Secondo l’ex ministro delle infrastrutture Graziano Delrio l’unico motivo plausibile dietro la decisione di far saltare l’operazione viene dalla brama di poltrone di Lega e Cinque Stelle. Raffaella Paita, deputata Pd in commissione Trasporti parla di “un blitz da stato autoritario in piena regola. Stiamo assistendo all’applicazione alla lettera della meritocrazia in salsa grillina, quella che funziona al contrario. Toninelli, il ministro muto che non viene in commissione, che non dà le deleghe ai sottosegretari, che blocca la modernizzazione del paese, rende noto, con un post su Facebook, che procederà alla decapitazione dei vertici di una delle società più strategiche del paese”. “E’ una spartizione selvaggia – aggiunge il capogruppo Pd al Senato Marcucci – che fa impallidire quelle della Prima Repubblica”. Ma il cambiamento grillino si abbatte anche sull’operazione Fs-Anas, completata a gennaio con la nascita di un colosso da 11 miliardi. Dopo giorni di tira e molla, ora la decisione sembra praticamente presa con Toninelli che riteiene non vi siano motivi per tenerle insieme. L’Anas, che in questa operazione ha conquistato l’autonomia finanziaria, però avverte: il Governo come azionista può decidere, ma “per fare queste operazioni – osserva l’a.d. Vittorio Armani – bisogna pensarle in modo da non distruggere valore”. “Per noi – ha detto ancora – è fondamentale quello che abbiamo acquisito entrando in Ferrovie: l’autonomia finanziaria e la capacità industriale di essere un’azienda invece che pubblica amministrazione”. Con la sua entrata nel gruppo Fs, ha poi spiegato Armani, l’Anas ha acquisito autonomia finanziaria e capacità industriale. Due valori, questi, che secondo l’ad vanno preservati.

Salvini: “Chi di dovere valuterà sulla scorta a Saviano”

saviano salvini

Saviano può essere simpatico o antipatico. Lo si può apprezzare o meno. Si possono avere idee opposte alle sue. Ma non si può indiscriminatamente decidere se togliere o lasciare la scorta a una persona costantemente sotto minaccia, in virtù di un vezzo. Quasi come se fosse un dispetto o una ripicca. Saviano aveva preso posizione sulle politiche sui migranti proponendo provocatoriamente di silenziare le esternazioni di Salvini. Non ci è andato leggero e una replica era quasi obbligatoria. Saviano evidentemente se la aspettava. E il ministro-premier non si è fatto sfuggire l’occasione per andare in tv e aprire bocca per lanciare i proprio strali. Un nuovo nemico, una nuova polemica. Pane per i suoi denti. E subito arriva l’affondo. Ma arriva anche la minaccia. Quella più temibile per una persona che vive sotto scorta. Sulla scorta a Roberto Saviano “saranno le istituzioni competenti a valutare se corra qualche rischio, anche perché mi pare che passi molto tempo all’estero. Valuteranno come si spendono i soldi degli italiani. Gli mando un bacione”, ha detto il ministro dell’Interno Matteo Salvini ad Agorà su Rai Tre.

Non si sono fatte attendere le reazioni: “Dobbiamo – è il commento di Pietro Grasso – scegliere da che parte stare: se con Saviano o con Salvini. Salvini è il ministro dell’Interno e, proprio in quel ministero, si decide chi deve essere protetto dallo Stato. Con le frasi di stamattina vuol far capire a Saviano di non criticarlo, di stare zitto, altrimenti può intervenire per lasciarlo senza protezione contro la camorra, che lo vuole morto da anni per le sue inchieste e per il suo essere diventato un simbolo della lotta alle mafie. Allo stesso tempo sta facendo passare l’idea che avere la scorta sia un privilegio e un costo, non una necessità che limita la libertà di chi è sotto protezione. La libertà di un giornalista di fare inchieste contro le mafie vale tutti i soldi che spendiamo per garantirgli di fare il suo lavoro. Non vogliamo altri Pippo Fava, Peppino Impastato, Mario Francese, Cosimo Cristina, Giovanni Spampinato, Mauro De Mauro, Giancarlo Siani, Mauro Rostagno, Giuseppe Alfano”.

Se Salvini vuole risparmiare, è il parere del capogruppo dem Graziano Delrio la “tolga a me la scorta ma la lasci a Saviano”. “Le scorte non si assegnano né si tolgono in tv” reagisce l’ex titolare del Viminale Marco Minniti: “I dispositivi di sicurezza per la protezione delle persone esposte a particolari situazioni di rischio seguono procedure rigorose e trasparenti che coinvolgono vari livelli istituzionali”. Le scorte dunque non sono discrezionali. Non dipendono cioè dalle simpatie o antipatie dell’organo politico. Vengono decise dall’Ucis (l’Ufficio centrale interforze per la Sicurezza personale istituito dopo l’omicidio Biagi) che è sì un’articolazione del Dipartimento di pubblica sicurezza del Viminale, ma è collegiale e vincolato a criteri precisi. Non sono duque nella dicrezione del titolare del Viminale.

Sorge allora il sospetto che l’avvertimento di Salvini sia la risposta alla dura presa di posizione di Saviano nei confronti delle sue politiche sui migranti e sul censimento dei rom. Politiche dichiaratamente di destra. Non a caso l’ultima esternazione del leader leghista viene subito rilanciata da Forza Nuova: “Pagargli una scorta e un compenso Rai per diffondere bufale politicamente corrette da un attico di New York è davvero troppo”, twitta Roberto Fiore, segretario della formazione neofascista.

Piersanti Mattarella, il «congiunto» del Presidente

mattarella-piersanti-2La dimenticanza del nome Piersanti Mattarella da parte del presidente del Consiglio Giuseppe Conti, che lo ha definito un semplice «congiunto» del Capo dello Stato, è rimasto racchiuso nella cronaca giornalistica. Essa, considerata «intollerabile» da Graziano Delrio, non ha suscitato particolare attenzione verso l’uomo politico siciliano, assassinato dalla mafia il 6 gennaio 1980.
Formatosi alla scuola politica del padre Bernardo Mattarella (1905-1971), amico di Luigi Sturzo e più volte ministro, il giovane Piersanti (era nato Castellammare del Golfo il 24 maggio 1935) crebbe in un clima fecondo di stimoli culturali alieni da forme morbose di pietismo e di eccessiva devozione popolare, così diffuse nella Sicilia del tempo. L’insegnamento del sacerdote calatino era presente nella sua famiglia, che tenne viva durante il regime fascista la fiaccola della libertà, della democrazia e della giustizia sociale. Nato proprio nell’anno dell’impresa fascista in Etiopia, Piersanti fu influenzato da padre che si oppose ad essa con critiche ai soldati invasori responsabili di uccidere «i fratelli cristiani» intenti solo a «difendere la propria terra». Il nome fu suggerito al padre dall’amico e critico letterario Pietro Mignosi (1895-1937), che congiunse i nomi di Santi in ricordo del nonno paterno e di Pier Giorgio in onore di Frassati, denominato il «Gobetti cattolico» per la sua tenace opposizione al regime mussoliniano.
Come ricordò in un’intervista, Piersanti frequentò la scuola elementare nel clima soffocante del fascismo imperante, a cui il padre contrappose un impegno attivo contro la politica autoritaria del regime: «un giorno – ricordò egli – mi strappò la tessera di balilla che veniva dato a tutti gli alunni, raccomandandomi di dirlo alla maestra». Nel 1938 l’emanazione delle leggi razziali accentuò l’impegno antifascista del padre, che sul giornale «La Voce Cattolica» pubblicò alcuni articoli di Vincenzo Mangano (1866-1940) sull’assoluta incompatibilità tra Cristianesimo e razzismo. Una contrapposizione che nasceva dalle sue riflessioni sulla dottrina sociale della Chiesa, a cui egli si ispirava per riaffermare il messaggio pontificio di Leone XIII e condannare le invadenze del regime dittatoriale nella sfera individuale dei cattolici.
La lezione di Mangano, unita a quella più robusta di Sturzo, influenzò Bernardo Mattarella, che l’anno successivo delle leggi razziali conobbe Aldo Moro, recatosi a Palermo nel venticinquennale dell’elezione alla cattedra vescovile di Lavitrano. Il fervore religioso e l’impegno antifascista del padre ebbe un effetto benefico su Piersanti, che lo seguì nelle sue peripezie politiche a Roma, dove ricoprì la carica di sottosegretario alla Pubblica Istruzione nei governi Bonomi (18 giugno 1944-21 giugno 1945), quella al Ministero dei Trasporti (23 maggio 1948-16 luglio 1953) e poi come Ministro nel governo Pella (17 agosto 1953-18 gennaio 1954).
Nella capitale Piersanti ricevette una rigorosa formazione culturale, che – unitasi a quella religiosa e politica – si arricchì con la conoscenza amorosa di Irma, figlia dell’insigne giurista Lauro Chiazzese (1903-1957). Il suo ritorno a Palermo fu determinato dall’amore verso la futura moglie, la cui sorella diverrà poi la compagna di vita del futuro Presidente della Repubblica. Dopo la laurea in giurisprudenza, Piersanti avviò uno studio legale con il collega Alberto Oddo Antonello, divenendo anche assistente ordinario di Diritto privato nell’Ateneo palermitano grazie ai suoi lavori giuridici pubblicati su riviste specializzate.
L’esempio paterno e l’avversione verso la politica siciliana, intrisa di affarismo e clientelismo, spinsero Piersanti Mattarella a intraprendere l’attività politica nella Dc, dominata da notabili come Vito Ciancimino e Salvo Lima. Proprio la débâcle elettorale del padre, primo eletto nella Sicilia occidentale poi sceso al settimo posto, lo convinse a scendere nell’agone politico: consigliere comunale nel 1964, deputato nel 1967, membro della Commissione Legislativa Regionale nei quattro anni successivi, ancora deputato nel 1971 e nel 1976, poi nel 1978 presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana alla guida di una coalizione di centro-sinistra con l’appoggio esterno del Partito comunista italiano.
Gli anni compresi tra il suo ingresso a Palazzo delle Aquile e l’elezione a presidente della Regione coincisero con la politica dissennata della Dc siciliana, con la sua gestione clientelare dell’amministrazione pubblica e con il «sacco di Palermo», che segnò la scomparsa di eleganti palazzine per dar vita alla costruzione di altissimi palazzoni di cemento. Con la tenace azione di Piersanti fu avviata un’opera di risanamento, fatta di controlli e di divisioni nette di compiti volti ad eliminare commistioni tra apparato tecnico-burocratico e compagine politica. Il suo impegno politico fu infatti diretto ad una gestione oculata e trasparente dell’amministrazione pubblica per imprimere un nuovo volto alla città di Palermo, senza trascurare la crescita culturale dei suoi cittadini e la formazione dei giovani nella ricerca del bene comune.
La strategia di Piersanti non riscuote le simpatie dei notabili palermitani, arroccati al controllo delle tessere e chiusi nella difesa dei loro privilegi, ma richiede il cambiamento sulla base di una nuova visione politica incentrata sui valori cristiani e sulla difesa della persona enunciata da Vincenzo Mangano. Esiste un interessante libretto intitolato Mattarella ha da dirvi qualcosa (Palermo 1971, pp. 43), che si sgancia dalle consuete promesse elettorali, si dichiara favorevole al centro-sinistra e affida lo sviluppo della Sicilia a tre settori significativi come agricoltura, industria e turismo.
Nel suo incarico di assessore alla Presidenza e di delegato al Bilancio, quale membro nella giunta di centrosinistra guidata da Mario Fasino (n. nel 1920), Piersanti trasforma quella delega in una carica prestigiosa in grado di condizionare la politica complessiva della Regione siciliana. Grazie ad essa assurge a figura di prestigio nazionale e a leader indiscusso della Dc siciliana tanto da essere indicato come il nuovo artefice della lotta alla casta affaristica e ai clan mafiosi.

Sergio Mattarella soccorre il fratello Piersanti ucciso dalla mafia

Sergio Mattarella soccorre il fratello Piersanti ucciso dalla mafia

La direzione della Regione siciliana, assunta da Piersanti Mattarella il 9 febbraio 1978 alla guida di una coalizione di centro-sinistra, pose le premesse per la sua feroce esecuzione avvenuta il 6 gennaio 1980. Fu il socialista Gaetano Giuliano ad assumere la guida della giunta regionale fino al termine della legislatura. Solo quindici anni dopo furono condannati all’ergastolo i boss Salvatore Riina e Bernardo Provenzano. Nella sentenza della Corte di Assise di Palermo si legge che «l’azione di Piersanti Mattarella voleva bloccare proprio quel circuito perverso tra mafia e politica incidendo così pesantemente proprio su questi interessi illeciti».

LA PROROGA

Mattarella quirinale consultazioni

“Ancora 24 ore”. La richiesta arriva a Sergio Mattarella in tarda mattinata. Mittenti Matteo Salvini e Luigi Di Maio. I due leader chiedono al Capo dello Stato un giorno di tempo per trovare un accordo e dar vita a un governo politico. Mattarella acconsente. Se però anche questo tentativo dovesse fallire, partirebbe subito l’Esecutivo di servizio nominato dal Quirinale. Premier e ministri sono già pronti. Aspettano solo il via libera dal Colle.
Entro domani Salvini e Di Maio dovranno comunicare l’esito del confronto iniziato stamattina alla Camera. La svolta potrebbe essere vicina, considerate le indiscrezioni giunte da più parti. Rispetto ai giorni passati, Salvini tende ad abbassare i toni. “Il voto a luglio non è la mia ambizione – afferma il segretario federale a Radio Capital – benché i sondaggi diano il mio partito in crescita. Non sto facendo pressioni su Berlusconi né su nessuno. Non sta a me forzare, non mi permetto di dare lezioni”.

L’ago della bilancia in questa vicenda è rappresentato proprio da Silvio Berlusconi, che restando sulle barricate rischia di diventare il capro espiatorio della mancata partenza della diciottesima Legislatura. Se, però, il Cavaliere lasciasse andare la Lega, il Governo Salvini-5Stelle sarebbe cosa fatta. Sino ad oggi Berlusconi non ha mollato la presa. Cedere ai grillini dopo che Di Maio non lo ha neanche riconosciuto come interlocutore sarebbe un’umiliazione troppo grande per il vecchio leader.

Da giorni, tuttavia, ad Arcore giungono le chiamate più disparate. Parlamentari appena eletti che non vogliono lasciare la poltrona, vertici delle aziende berlusconiane, l’inner circle del Cavaliere vuole andare all’opposizione, abbandonare la Lega e lasciar naufragare con calma il tandem con il M5s. Giovanni Toti, governatore azzurro della Liguria e da sempre mediatore tra Forza Italia e il Carroccio, assicura a Radio1 che ad un esecutivo Salvini-Di Maio “non parteciperà Forza Italia con un appoggio esterno. Il che non vuol dire che, dopo sei settimane di stallo del Paese, non si possa guardare a questa esperienza di un nostro socio strutturale da vent’anni, con una benevolenza critica”. Una mezza apertura che lascia più di uno spiraglio. In ogni caso la decisione finale sarà esclusivamente di Berlusconi.

A favore della trattativa tra Lega e 5Stelle si sbilanciano anche due pezzi da novanta come Renato Brunetta e Paolo Romani, colonnelli berlusconiani della prima ora. “Forse vale la pena sperimentare un governo giallo-verde. Vediamo cosa può offrire…”, si lascia scappare Romani. E Brunetta rassicura Salvini: anche in caso di appoggio a Di Maio, Forza Italia confermerebbe l’alleanza così da tutelare i governi delle grandi regioni del Nord. “Se vogliono fare il governo, lo facciano. L’alleanza resta perché per noi è un grande valore, ma nessuno ci può chiedere di più”, le parole dell’ex ministro.

Strada spianata, quindi. Sul nome che andrebbe a guidare l’Esecutivo Lega-5Stelle torna a circolare il nome di Giancarlo Giorgetti, plenipotenziario di Salvini. Anche se non è da escludere la possibilità che per il mandato da premier venga proposta a Mattarella una figura terza, che non abbia connotati così riconoscibili delle due forze vincitrici delle elezioni del 4 marzo. Quel che è certo riguarda l’accelerazione imposta oggi da Salvini e Di Maio che presto potrebbe consegnare nella mani di Mattarella l’accordo tanto sospirato. “Prepariamoci a un governo delle destre” dice sicuro Graziano Delrio, capogruppo Pd a Montecitorio, annunciando “un’opposizione ferma e intelligente” da parte dei dem ad un Esecutivo che “rappresenta un pericolo per l’Italia”.

F.G

IL REBUS

APRE GOVERNO

Sempre più in alto mare la soluzione per la formazione di un governo. Si allontano ancora di più le ipotesi di intesa tra centrodestra e M5S e allo stesso tempo si riscalda il clima nel Pd in attesa della direzione di giovedì. I Cinquestelle ormai chiudono a ogni intesa con chiunque e pensano che l’unica strada possibile sia quella del voto. “Non resta che tornare subito alle urne” dice Di Maio “noi non abbiamo alcun problema nel farlo perché ci sostengono i cittadini con le piccole donazioni. Altri invece si oppongono perché, tra prestiti e fideiussioni, magari hanno qualche problemino con i soldi. Ma l’Italia non può rimanere bloccata per i guai finanziari di un partito. Al voto”.

“Non rispondo a insulti e sciocchezze su soldi e poltrone – è la replica del leader della Lega Matteo Salvini – per noi lealtà e coerenza valgono più dei ministeri. Voglio dare un governo agli italiani, se i grillini preferiscono litigare lo faremo da soli. Bloccare anche la partenza dei lavori delle commissioni parlamentari è da irresponsabili”. Insomma dopo la discussione su un possibile accordo per il governo, i due sono passati agli insulti.

La strada è stretta per il Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Nonostante il richiamo al senso di responsabilità e all’invito a lasciare da parte le istanze personali a favore del bene comune, le forze politiche restano ferme sulle loro posizioni. Nessun passo in avanti, nessuna apertura o convergenza a distanza di oltre 50 giorni dall’esito del voto che non ha individuato una maggioranza atta a guidare il Paese. Il leader della Lega, Matteo Salvini, da settimane infatti continua a ribadire che non ci sarà alcun accordo se non verrà coinvolto nelle ‘trattative’ l’intero centrodestra. Il neo governatore del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga sottolinea: “Ci siamo presentati con una coalizione di centrodestra, non cambiamo le carte in tavola”. E il leader del Carroccio invita nuovamente i grillini a sedersi ad un tavolo, a parlare di cose concrete. Ma dal movimento 5 Stelle arriva il gelo con le parole di di Maio: “La Lega è piegata al cav. Si torni subito al voto”.

Ma nel centrosinistra la situazione non è meno complessa. Il segretario del PSI, Riccardo Nencini, ha annunciato un sondaggio, lanciato sul sito del Partito Socialista, per conoscere le opinioni della base socialista riguardo ad un possibile accordo con i pentastellati. “In un momento così delicato per la vita istituzionale e politica del Paese – ha detto Nencini – abbiamo deciso di rivolgerci alla comunità socialista e alla base del partito per sondare gli umori in vista di una scelta decisiva che deve necessariamente essere collegiale e aperta”. Il sondaggio, che è  “aperto” e dunque rivolto agli elettori del centrosinistra, chiede di esprimersi in merito al coinvolgimento della coalizione di centrosinistra nell’eventuale accordo di governo con il M5S. “Renderemo noti i risultati domani stesso”, ha sottolineato Nencini, che invita militanti e simpatizzanti ad esprimere in massa il proprio parere.

In mattinata i renziani hanno preparato un documento in vista della direzione ove si mette in guardia per i pericoli che potrebbero arrivare da una conta interna. Il documento è sottoscritto già da un numero considerevole di parlamentari dem (77 su 105 tra i deputati e 39 su 52 tra i senatori) compresi i capigruppo Graziano Delrio e Andrea Marcucci. Il documento, definito con la regia del coordinatore Lorenzo Guerini, è stato già ribattezzato ‘La nuova pace di Lodi’, dal patto del 1454 che mise fine alla guerra tra Venezia e Milano.

Intanto, però, l’area del Pd che appoggia Maurizio Martina, in sostanza tutti i non renziani, non ha dubbi e ha pronto l’ordine del giorno da votare domani in Direzione sull’appoggio al reggente dem: “Domani si vota la fiducia a Martina”. “Il passaggio è delicato, sono aperte le consultazioni e il Pd che fa, manda al Quirinale i ‘teleguidati’ come Orfini e Marcucci?”, si spiega da parte dei sostenitori di Martina.

Il tutto mentre infiamma la polemica sul sito ‘senzadime.it’, con la mappatura delle posizioni dei componenti della Direzione Pd sulla trattativa con i Cinque Stelle.

Nel testo preparato dai renziani i firmatari premettono che “proveniamo da storie e percorsi diversi” e “non sappiamo se il prossimo congresso ci vedrà sulle stesse posizioni o se, del tutto legittimamente, sosterremo candidati diversi. Pensiamo tuttavia che tre punti chiave ci uniscano in modo forte”. I punti sono, appunto, il no alle “conte interne”. Poi, il fatto che “lo stallo creato dal voto del 4 marzo sia frutto dell’irresponsabilità del centrodestra e del M5S”.

Terzo punto, “crediamo che il Pd debba essere pronto a confrontarsi con tutti, ma partendo dal rispetto dell’esito del voto: per questo non voteremo la fiducia a un governo guidato da Salvini o Di Maio. Significherebbe infatti venire meno al mandato degli elettori democratici. E’ utile invece impegnarci a un lavoro comune, insieme a tutte le altre forze politiche, per riscrivere insieme le regole del nostro sistema

politico-istituzionale”. Infine, un appello “l’intera comunità del Pd” perché “sappia affrontare i passaggi difficili di questa stagione politica in modo coraggioso e il più possibile unitario”. Guerini, promotore del documento, spiega: “Questo vuole essere un appello a trovare l’unità e a rifiutare la tentazione di una conta in direzione. Nulla più. La parte più importante del documento per me è questa”. “Dopodiché è chiaro che in questo spirito il documento deve essere ed è assolutamente aperto al contributo di tutti, senza nessuna chiusura o reticenza. Lo sforzo che vorrei tutti mettessimo in campo è solo questo: lavorare per non dividerci, per ricercare invece le ragioni e la forza della nostra unità”, conclude.

Andrea Orlando sulla sua pagina Facebook commenta così l’iniziativa: “La conta promossa dai capigruppo per non fare la conta ancora non si era mai vista”. Mentre Graziano Delrio precisa: “Nessuna conta interna, ma un appello all’unità. Il documento proposto da Lorenzo Guerini vuole essere una base di discussione e non una ulteriore occasione di divisione”. “Uniti siamo tutto – aggiunge -, divisi siamo nulla”.

L’ex premier Matteo Renzi intanto si augura che la direzione di chiuda senza strappi e definisce il documento di Guerini come una iniziativa che mira all’unità del partito.

L’APERTURA

martina quirinale

Inizia il tentativo di Roberto Fico per mettere assieme una maggioranza in grado di sostenere un governo dopo il nulla di fatto dei tentativi precedenti resi vani da veti reciproci. Giro di incontri per il presidente Mattarella che parte con l’incontrare la delegazione del Pd fino ad oggi rimasta alla finestra. Ma il cambio di esploratore potrebbe avere degli effetti. Fico infatti rappresenta l’anima di sinistra del Movimento 5 Stelle.

Il partito sembra diviso, con i renziani che sembrano rimarcare la linea della chiusura totale come più volte ribadita. “Non sono ottimista, non vedo le condizioni perché i programmi si possano allineare, ma le sorprese in politica sono sempre dietro l’angolo” ha detto ai microfoni di ‘Radio Anch’io’ il capogruppo al Senato del Pd, Andrea Marcucci. Invece Dario Franceschini si dice aperto a un confronto, così come l’area di Michele Emiliano, che nelle settimane scorse non è sembrata voler escludere del tutto l’idea di un confronto. Calenda sceglie l’ironia per commentare il cambiamento di passo dei Cinquestelle che in poche settimane hanno stravolto quelli che per loro erano considerati dei punti saldi ai quali il programma era ancorato. “Fico esplora, Salvini passeggia (ma non marcia), Di Maio inforna. Intanto programmi cambiano, contratti vengono redatti da Professori su input di chi considera Governo dei tecnici e professori male assoluto. Nessuno mette in discussione Nato e Euro. Non male per primi 50 g.”

La delegazione Pd composta da Maurizio Martina, Andrea Marcucci, Graziano Delrio e Matteo Orfini è arrivata al Colle dopo una riunione al Nazareno. “Abbiamo detto a Fico una cosa: dopo 50 giorni di questa situazione che abbiamo tutti osservato e vissuto di impossibilità ad arrivare ad una proposta di governo, noi siamo disponibili a valutare il fatto nuovo se verrà confermato in queste ore e cioè la fine di qualsiasi tentativo di un accordo con la lega”, ha detto il segretario reggente Maurizio Martina al termine dell’incontro con Fico.

“Con spirito di leale collaborazione, non nascondendoci le diversità e punti di partenza differenti anche dal punto di vista programmatico su temi essenziali, ci impegniamo ad approfondire questo possibile percorso di lavoro comunque coinvolgendo i nostri gruppi dirigenti”. Martina ha anche spiegato che “la direzione nazionale deve essere chiamata a valutare, approfondire discutere ed eventualmente deliberare un percorso nuovo che ci coinvolga”. Insomma il Pd è disponibile a dialogare con M5s. “Attendiamo di capire gli sviluppi – ha detto ancora Martina -, lo faremo con la massima disponibilità, tenendo fermi la chiarezza, la responsabilità, il riconoscimento della fase del Paese che sta attraversando”. Insomma Matina la mette giù parlando di  un è “disponibile a dialogare” con M5s sulla base dei 100 punti del suo programma di governo e su tre punti “già evidenziati durante le consultazioni al Quirinale”. Punti che così riassume: “Una agenda europeista, il rinnovamento della democrazia superando il populismo, politiche del lavoro rispettando gli equilibri di finanza pubblica”. Ma a frenare su un possibile accordo è il ministro Calenda: “Vedo il serio rischio – scrive su Twitter – che Pd sia troppo antisistema per allearsi con M5s attuale”.

Dopo il Pd è stata la volta dei 5 Stelle. “E’ chiaro che un governo del centrodestra non è più un’ipotesi percorribile, gli unici che non l’hanno capito sono forse proprio loro ma dopo il fallimento del mandato di Casellati quell’ipotesi tramonta del tutto”, ha detto il capo del M5s Luigi Di Maio, al termine dell’incontro con Roberto Fico. “Sono passati circa 50 giorni in cui abbiamo provato in tutti modi e tutte le forme a firmare un contratto di governo per il cambiamento del Paese con Salvini e la Lega ma loro hanno deciso di condannarsi all’irrilevanza per rispetto dei loro alleati e del loro alleato invece di andare al governo nel rispetto degli italiani”. “Se fallisce questo percorso per noi si deve tornare al voto non sosterremo nessun altro governo, tecnico, di scopo o del presidente”, ha detto ancora Di Maio.

Ma se nessuno dovesse tornare sui propri passi, la formazione di un governo resta un rebus. D’altronde non è facile muoversi dopo che ci si è ingarbugliati nelle solenni promesse del “mai con”. Vale per la Lega, per i Cinquestelle, per Forza Italia e anche per il Pd.  Per questo c’è chi non esclude la carta di un governissimo con tutti dentro. Ipotesi che sarebbe gradita a Silvio Berlusconi, il quale, pur ribadendo di voler restare nella partita con qualsiasi formula, sarebbe pronto a una maggioranza con tutti dentro. Opzione che i grillini vogliono invece scongiurare. Difficile quini ipotizzare quali possano essere gli scenari e le mosse del Colle se il mandato di Fico dovesse concludersi con un nulla di fatto.

Ginevra Matiz

Alitalia. Passi in avanti ma si allungano i tempi

alitalia_aeroporto

In corso al Mise l’incontro tra il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, e i commissari straordinari dell’Alitalia, Enrico Laghi, Luigi Gubitosi e Stefano Paleari. Il tema all’ordine del giorno è l’esame delle offerte ricevute per la compagnia e di conseguenza le decisioni necessarie sul come proseguire. Assente il ministro dei Trasporti, Graziano Delrio, sostituito dal suo capo di Gabinetto.

Con il decreto si sposta il termine di conclusione della procedura di vendita e il termine per il rimborso del prestito ponte fornito dallo Stato. La decisione è necessaria per portare avanti i negoziati con tre possibili acquirenti della compagnia, tra cui compaiono Easyjet, Lufthansa e Wizz Air. In una nota diffusa dal Mise si legge che il Governo provvederà ad aggiornare tutte le forze politiche per verificare anche la loro posizioni circa i termini dell’approfondimento del negoziato. Viene anche evidenziato che una delle tre offerte contiene “passi avanti concreti in termini di rotte e di personale”. A quanto pare, quindi, ci sarebbe un offerente in vantaggio rispetto agli altri.

Per Alitalia Easyjet, Lufthansa e Wizz Air avrebbero presentato un’offerta, mentre Air France ha fatto sapere, con una nota, di non avere in programma di acquistare una quota nella compagnia italiana. Resta da capire se il passo indietro del gruppo franco-olandese verrà seguito anche da Delta e dal Fondo Cerberus, che insieme a Easyjet erano indicati come componenti di una cordata interessata a rilevare Alitalia.

Al momento ci sarebbero tre proposte d’acquisto per Alitalia, ma tutte con delle condizioni da soddisfare. A Lufthansa ed Easyjet, già da tempo interessate alla compagnia italiana, si è aggiunta Wizz Air, low cost con sede in Ungheria. I potenziali acquirenti vorrebbero però mettere le mani su una compagnia “ristrutturata”, oltre che avere il beneplacito all’operazione da parte del nuovo Governo che ancora non si sa che connotazioni avrà. Considerando che finora il dossier è stato portato avanti da un esecutivo a maggioranza Pd, è difficile immaginare che i partiti che hanno ricevuto più voti alle elezioni del 4 marzo possano avere una linea di continuità con l’attuale Governo. Non è da escludere che il nuovo governo, se qualcuno riuscirà a mettere insieme una maggioranza parlamentare, vorrà gestire le trattative e avere voce in capitolo. Un eventuale accordo a breve diventa quindi più difficile.

I possibili acquirenti comunque non vogliono avere le mani legate. E sembra che prima di prendersi Alitalia vogliano che sia ridotto il perimetro del personale, con tagli che secondo alcune stime potrebbero essere tra le 4.500 e le 6.000 unità, rispetto alle attuali 11.500. Quasi un dimezzamento dei posti di lavoro.

Insomma una partita complicata dall’incognita della politica e su cui pesa la spada di Damocle del tempo: il 30 aprile scade infatti il termine per avviare la negoziazione in esclusiva. Il decreto di oggi potrebbe anche decidere di prorogare i tempi per la restituzione del prestito ponte, al momento fissati al 30 settembre. Intanto la prossima settimana inizierà il confronto in azienda con i sindacati per avviare una nuova tranche di cassa integrazione, per prorogare quella in scadenza a fine mese. La nuova cigs chiesta dai commissari e che verrà attivata dopo la consultazione sindacale, coinvolge 1.680 dipendenti, di cui 90 comandanti, 360 hostess e steward e 1.230 addetti di terra.

Astio in casa Pd e Delrio ‘punta’ sulla classe operaia

Delrio-Rosato-Martina_PdDopo la debacle del 4 marzo la questione per i dem è tutta sulla leadership. Il Guardasigilli e leader della minoranza Pd, Andrea Orlando, attacca il segretario dimissionario, Matteo Renzi: “Renzi deve decidere una cosa: se ritiene che le colpa della sconfitta elettorale non sia la sua, che sia la mia o dei cambiamenti climatici, allora può decidere di ritirare le proprie dimissioni e continuare a esercitare il mandato avuto dagli elettori. Se invece, come ha detto, si assume non dico tutta la responsabilità ma almeno una quota significativa e ne trae come conseguenza quella di arrivare alle dimissioni, allora deve consentire a chi pro-tempore ha avuto l’incarico di poterlo esercitare altrimenti non riparte un dibattito sereno, una ripresa di rapporti de Pd con la società italiana”. L’invito di Orlando è quello di lasciar lavorare il segretario reggente, Maurizio Martina, ma la dichiarazione di fuoco arriva dopo la riunione dei “renziani” avvenuta ieri nello studio di Andrea Marcucci, capogruppo Dem al Senato che ha fatto infuriare molti membri del Pd. Ma se le liti interne sono ormai ordinarie in casa dem, a gettare benzina sul fuoco anche l’apertura del Movimento 5 Stelle che ha contribuito al moltiplicarsi delle voci che chiedono un congresso immediato.
Se fino a ieri sembrava scontata una rielezione di Martina ora invece, secondo le indiscrezioni, sono molti i ‘renziani’ pronti a prendere le redini del Partito. Primo fra tutti Matteo Richetti, attuale portavoce del Pd, ma anche la ‘renziana’ di prima ora e dimissionaria dal Pd, Debora Serracchiani, compare nella rosa dei candidati. Nel frattempo a sinistra dem si prepara un incontro domani “sinistra anno zero”, in contemporanea con il Convegno di Richetti “Harambee”, al quale parteciperanno Andrea Orlando e Gianni Cuperlo, ma anche alcuni fuoriusciti dal Partito e confluiti in LeU: Enrico Rossi e Alfredo D’Attorre.
A tentare di sedare gli animi ancora una volta Graziano Delrio che afferma: “Non mi interessa chi si candida alla segreteria mi interessa cosa proponiamo al Paese”. Sempre per quanto riguarda le candidature alla segreteria, si augura che ci ” siano tesi forti che favoriscano il nuovo percorso del Pd e la sua rigenerazione”. L’obiettivo è quello di “guardare alla sostanza delle ricette per il Paese”. E al riguardo chiarisce che il partito dovrebbe porsi in maniera “più critica” rispetto a certi modelli di sviluppo, come quelli che riguardano la delocalizzazione delle imprese e i salari, per esempio.
Probabilmente Delrio guarda al successo delle iniziative portate avanti dal neo iscritto Carlo Calenda a favore degli operai, come nel caso di Embraco.
Per quanto riguarda invece la possibilità di un’alleanza con i cinquestelle, Delrio mantiene la linea adottata da tutto il Pd, nessuna apertura. “Quando Di Maio dice: ‘O voi o la Lega!’, sta dicendo che non ha un`idea di paese. Cosa serve davvero all`Italia? Non c`è un problema personale. Di Maio fa la stessa offerta a noi e alla Lega. E a voi sembra che noi e la Lega abbiamo la stessa idea di paese? Di Maio ha ricevuto un mandato dagli elettori che non era il mandato a governare con noi”. Lo ha detto Graziano Delrio, capogruppo Pd alla Camera ai microfoni di Giorgio Zanchini a Radio anch`io (Rai Radio1).
“Il M5s ci ha criticato per tutti questi anni. Noi vogliamo essere seri. Loro hanno idee diverse da noi. E` una questione di serietà. Non vogliamo prescindere dal merito per arrivare al potere ad ogni costo”, ha concluso.

PARTITA DI GOVERNO

governo

Archiviata la partita per le presidenze delle Camere, i Cinque Stelle alzano il tiro in previsione di un’altra sfida. Quella del governo. La lista degli aspiranti presidenti del Consiglio contiene più di un nome, quindi Di Maio, per bocca del deputato pentastellato Alfonso Bonafede mette in chiaro quali sono le aspirazioni del movimento. “Se noi ai cittadini presentiamo un altro candidato premier, non eletto dai cittadini determiniamo il definitivo allontanamento dalla politica”. Ha detto Bonafede sottolineando che “a queste elezioni i cittadini hanno partecipato con entusiasmo e, quindi, va data una risposta e questa risposta secondo noi non può prescindere dalla presenza di Luigi Di Maio come candidato premier”. Alla domanda se Di Maio premier sia una condizione imprescindibile, Bonafede ha replicato che “noi riteniamo che debba essere lui il candidato premier, sì. Il premier del governo”. E subito dopo ripropone come il reddito di cittadinanza come elemento qualificante del prossimo governo. “Realizzeremo – ha detto – un reddito di cittadinanza. Lo abbiamo promesso ai nostri elettori e rimane una nostra priorità da portare avanti, senza se e senza ma. Porteremo avanti il reddito di cittadinanza come porteremo avanti tutte le nostre promesse fatte in campagna elettorale”. Torna così la famosa lista con i punti imprescindibili che gli eventuali e futuri alleati dei grillini dovranno sottoscrivere.

Intanto il centro sinistra ancora sta cercando di metabolizzare il colpo inferto dalla tornata elettorale i cui risultati sono stati peggiori perfino delle previsioni già di per se negative. “Serve un nuovo soggetto politico. Se la sinistra – ha detto il Segretario del Psi Riccardo Nencini, intervistato dal Tirreno – non rivede i suoi canoni è destinata ad essere spazzata via. Il modello su cui si basava il PD è venuto meno con l’avvento del mondo nuovo che ha portato all’ascesa dei populismi”. “Io faccio appello ai partiti e ai movimenti della sinistra riformista affinché cedano parte della loro sovranità per far nascere un progetto diverso e allargato pena la marginalizzazione completa”, ha sottolineato Nencini che ha aggiunto: “Quando la sinistra riformista rappresenta solo pensionati e impiegati vuol dire che si deve cambiare rotta”. Rispondendo ad una domanda circa la possibilità di fare un passo indietro come segretario del PSI Nencini ha detto che è pronto a farlo “di fronte ad un progetto politico”.

Le tensioni emergono tutte. E le elezioni dei capigruppi ne sono un esempio. Per il segretario reggente del Pd Maurizio Martina, si è trattato della prima vera sfida interna. “Abbiamo bisogno di costruire tutti insieme proposte unitarie” ha detto. Dopo le diverse ipotesi circolate fino a poco prima la votazione, sono stati eletti Graziano Delrio alla Camera e al Senato Andrea Marcucci confermando i nomi presentati dal segretario reggente Maurizio Martina.

Per Forza Italia la nuova presidente dei senatori è Anna Maria Bernini mentre alla Camera è stata eletta Mariastella Gelmini. Il M5S ha ratificato la nomina di Giulia Grillo a capogruppo a Montecitorio per acclamazione e Danilo Toninelli a palazzo Madama. Per la Lega eletto Giancarlo Giorgetti capogruppo alla Camera e Gianmarco Centinaio al Senato. Federico Fornaro di Leu è stato eletto presidente del gruppo Misto della Camera.