Grecia. L’Eurogruppo chiede altri sacrifici

grecia-pago-deuda-fmi--644x362Più che una tragedia è un dramma senza fine quello che sta consumando Atene. La povertà dilaga e luglio è sempre più vicino, quando Atene dovrà rimborsare oltre sei miliardi di debiti e potrebbe trovarsi a corto di liquidità.
la crisi non demorde e 2,8 miliardi di euro hanno lasciato i conti bancari nei primi due mesi del 2017, segno di una nuova ondata di preoccupazione. Le banche sono in sofferenza, denunciano un picco di prestiti non rimborsati.
Oggi i ministri europei dell’Economia riuniti a Bruxelles cercano l’accordo per finanziare un’altra tranche di aiuti, dopo gli 85 miliardi stanziati ad agosto del 2015. Per partecipare all’esborso, il Fondo monetario internazionale chiede più sacrifici al governo greco. Nuovi tagli alle pensioni e più tasse. Perché il Pil nell’ultimo trimestre è andato peggio delle previsioni, da +0,9% è sceso a +0,3%. E il programma di rientro del debito non sta andando bene. All’inizio del mese sono è stato richiesto di adottare misure per assicurare il raggiungimento di ambiziosi obiettivi di finanza pubblica. La richiesta è giunta dai creditori in modo da ottenere che il Fondo monetario internazionale possa tornare a partecipare al piano di salvataggio finanziario. Tra le richieste, un nuovo taglio alle pensioni, e un ampliamento della base imponibile; in tutto un piano di risanamento pari al 2% del prodotto interno lordo.
Ma il premier Alexis Tsipras ha dichiarato che non è disposto a chiedere ulteriori sacrifici al suo Paese. Da qui, le ragioni delle trattative in corso. Eppure la Grecia ha ricevuto il più grande prestito internazionale della Storia: in tutto 110 miliardi di euro, anche da Paesi dell’Unione più poveri. Ma tutto questo non è servito, la crisi continua a perdurare. Nel frattempo l’Eurogruppo sta tentando di porre rimedio a una situazione che non solo rischia di far naufragare un Paese già in ginocchio, ma porterebbe alla ribalta i partiti euroscettici su tutto il resto del Continente, già alle prese con il rafforzamento dei partiti dell’ultradestra.
Il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha dichiarato che la Grecia, i suoi creditori europei e il Fondo Monetario Internazionale hanno fatto progressi nella ultime settimane, nella prospettiva di un via libera da parte dei Paesi dell’eurozona al ritorno a Atene della missione di vigilanza del salvataggio greco. “Abbiamo avuto molte conversazioni nelle ultime settimane e vedo dei progressi. Oggi vedremo se questo progresso è sufficiente per il ritorno” delle istituzioni ad Atene, ha spiegato Dijsselbloem entrando alla riunione dei ministri dell’Economia e delle Finanze che si tiene oggi a Bruxelles. Anche Pierre Moscovici, commissario europeo per gli Affari economici, ha espresso la proprio fiducia rispetto al fatto che la riunione abbia “successo”, sottolineando che la Grecia ha compiuto “molti progressi” in materia di crescita economica e soddisfacimento dei propri obiettivi in termini finanziari. Sia Moscovici che Dijsselbloem hanno rimarcato come le istituzioni contino sul fatto che il programma di salvataggio prosegua con la partecipazione del Fmi. La Commissione europea prevede una lieve ripresa dell’occupazione pari a un 2,2% nel 2017. Inoltre, l’ultima estate, per il turismo è andata oltre le comuni aspettative.
Ma visto che la Grecia non può, al momento, tirare ancora la cinghia, e minaccia nuove elezioni, quello di oggi è solo un pre-accordo. Mercoledì a Berlino la questione sarà discusse da Angela Merkel e dalla leader del FMI, Christine Lagarde.
Infatti nel corso della giornata anche il ministro delle Finanze della Germania, Wolfgang Schauble, ha fatto sapere che per oggi non si attende un accordo finale sulla Grecia. A riportarlo il quotidiano greco “Kathimerini”, che cita il portavoce di Schauble. “Non ci aspettiamo un accordo finale dall’Eurogruppo di oggi, ma una valutazione dei progressi”, avrebbe detto il portavoce Juerg Weissgerber. “Speriamo – ha aggiunto – che le istituzioni possano tornare in modo relativamente rapido ad Atene”.

La Grecia ancora sotto la lente del Fondo Monetario

LAGARDE tziprasSono passati due anni dopo la vittoria alle politiche 2015 della sinistra radicale di Syriza. Ma la Grecia è ancora sotto osservazione ed è nuovamente in trattativa serrata con il Fondo monetario internazionale e ha meno di un mese per cercare di trovare un nuovo compromesso con l’Fmi e con l’Eurogruppo. Nel 2018 terminerà il programma di aiuti al paese. Il terzo, che era stato approvato nell’agosto del 2015 e che consisteva in un prestito da 86 miliardi in cambio dell’approvazione di una serie di misure di austerità da parte del governo guidato da Alexis Tsipras.

Come da otto anni a questa parte, le trattative sono però molto complicate e negli ultimi giorni sembrano essere arrivate a uno stallo: i giornali internazionali parlano di nuovo del rischio Grexit. Tsipras, scrive il Guardian, si trova di fronte al dilemma di accettare un’austerità supplementare o indire nuove elezioni. I timori di una nuova imminente crisi sono aumentati dopo che il Fondo Monetario Internazionale ha previsto che il carico del debito della Grecia potrebbe diventare “esplosivo” entro il 2030.

Come per i precedenti programmi, gli aiuti previsti dal terzo piano – erogati in diverse tranche e forniti dal meccanismo europeo di stabilità (MES) – sono vincolati a una serie di condizioni da rispettare. I progressi nell’attuazione del programma sono monitorati dalla Commissione europea, insieme alla BCE, anche all’FMI. L’ultimo problema riguarda la seconda revisione, che si sarebbe dovuta concludere a dicembre e che si trascina invece da mesi in mezzo a disaccordi su nuovi tagli, riforme del lavoro e obiettivi fiscali. È centrale poi il lungo confronto tra i creditori, non ancora risolto, sulla capacità della Grecia di raggiungere gli obiettivi di bilancio al momento della scadenza del suo ultimo programma di salvataggio, nel 2018.

A un esito positivo della seconda revisione è legata non solo la decisione di sbloccare un’ulteriore quota del prestito prevista dal piano di salvataggio (con 10,5 miliardi di debito rimborsati la scorsa estate è probabile il ritorno di una crisi del debito se non verranno autorizzati dei nuovi prestiti), ma anche la partecipazione della Grecia al programma di allentamento quantitativo della Banca Centrale Europea entro i primi mesi del 2017. Il Quantitative Easing, semplificando, prevede l’acquisto di titoli di Stato e di altro tipo da parte delle banche: questo per immettere nuovo denaro nell’economia, per incentivare i prestiti bancari, per attuare politiche espansive (più spesa, senza rimetterci troppo) e per far crescere l’inflazione. L’accesso a questo programma è molto importante per la Grecia per stabilizzare la propria economia a medio e lungo termine, soprattutto in vista dell’uscita dai piani di salvataggio.

Un accordo sulla seconda revisione è saltato la scorsa settimana: da una parte si chiedono al paese nuove misure preventive, dall’altra il governo greco sostiene che quelle fatte finora siano sufficienti. Syriza, la coalizione di sinistra radicale con cui Tsipras ha vinto le ultime elezioni e che è al governo da due anni, non vuole fare altre concessioni. Intervistato qualche giorno fa dal quotidiano Efimerìda Syntaktòn, Tsipras ha chiesto ai leader europei di facilitare la ripresa economica della Grecia che sarebbe utile all’intera Unione Europea. Ha detto che in «nessun caso faremo approvare leggi che introducano altre misure di austerità: nemmeno per un euro, oltre quello che è già stato concordato». I problemi di Tsipras sono però la perdita di fiducia dei greci nei confronti del suo governo, costretto in questi anni a misure molto impopolari, e la pressione dell’opposizione dei conservatori di Nuova Democrazia che chiedono elezioni anticipate forti anche degli ultimi sondaggi: Nuova Democrazia è al 26,8 per cento mentre Syriza al 17,8, a ben 9 punti di distacco. Inoltre il 53 per cento degli intervistati ha dichiarato di ritenere l’euro «sbagliato» per il loro paese.

Nelle prossime trattative avrà un ruolo fondamentale il Fondo Monetario Internazionale, che il prossimo 6 febbraio discuterà del cosiddetto Articolo IV, quello sulla sostenibilità del debito greco, e che dovrà decidere se partecipare al programma di salvataggio della Grecia. La scorsa settimana è circolato sui giornali un documento riservato dell’FMI di 38 pagine, piuttosto pessimista. Nel report, l’FMI avverte che anche se le nuove riforme saranno attuate, e il debito tagliato, il carico del debito della Grecia è destinato a diventare «esplosivo» e a raggiungere il 275 per cento del PIL entro il 2060: «La Grecia richiede la riduzione sostanziale del debito ai suoi partner europei per ripristinare la sostenibilità del debito».

Il Fondo mette poi in dubbio che la Grecia possa raggiungere l’avanzo primario di bilancio previsto per il 2018, pari al 3,5 per cento. Un avanzo primario si realizza quando le entrate correnti sono maggiori della spesa corrente (al netto degli interessi sul debito): registrare avanzi primari nel medio periodo consente di ridurre il debito pubblico e ripristinare la sostenibilità di bilancio, essenziale per riportare l’economia a una crescita sostenibile. Il Fondo, d’altra parte, sostiene che siano necessarie nuove e ulteriori misure preventive: dunque nuovi tagli alle pensioni e un sistema fiscale ancora più severo, per garantire che il paese continui a seguire la strada dell’austerità anche dopo il 2018. Per questa sua posizione il Fondo Monetario Internazionale è stato accusato dal governo greco di avere un atteggiamento ambivalente e in qualche modo ricattatorio: è stato cioè criticato per aver stabilito un prezzo troppo alto alla sua necessaria partecipazione al salvataggio.

All’ipotesi di rinegoziazione del debito greco – cioè restituire meno e in tempi più lunghi – si oppone da sempre la Germania, che a breve andrà a elezioni: è dunque improbabile, secondo gli osservatori, che prenda una decisione sulla questione in tempi brevi. Ma il tempo sembra essere un fattore fondamentale: se non ci sarà un accordo entro la fine di febbraio, il calendario elettorale dell’Europa (oltre che in Germania si voterà nei Paesi Bassi e in Francia) potrebbe far saltare e congelare i colloqui fino a maggio, quando ormai, secondo alcuni osservatori, potrebbe essere troppo tardi.

Il Fondo Monetario ha commentato anche la situazione del  debito italiano: “L’Italia è un tipico esempio di Paese con un alto rapporto tra Pil e debito pubblico: è una nazione che ha poco o niente spazio fiscale”. Ha affermato il Fmi, sottolineando che ”la principale sfida per l’Italia è la ricomposizione di ‘cuscinetti’ di bilancio al fine di perseguire una politica fiscale ben ancorata in una strategia di medio termine”. La questione del debito, comunque, interessa tutta l’area euro. Il Fondo rileva che è salito da una media sotto al 60% del Pil agli inizi degli anni 1990 a oltre il 90% nel 2015. Nel working paper ‘Fiscal Policy in the Euro Area’, si sottolinea che l’aumento è stato ”pronunciato nel 2009 e nel 2010, al picco della crisi”.

Migranti. ‘Muro’ europeo per bloccare la rotta dalla Libia

migranti-in-libiaChiusa la rotta balcanica, i migranti in fuga dalla miseria e dall’instabilità politica di molti paesi africani non hanno altra scelta che mettersi nelle mani dei trafficanti libici senza scrupoli e cercare di attraversare il Mediterraneo diretti in Italia, passando per la Libia. L’Europa però ora è pronta a chiudere anche la rotta del Mediterraneo. L’appuntamento è al vertice informale del 3 febbraio a La Valletta, durante il quale Federica Mogherini e la Commissione presenteranno il piano per frenare i flussi dalla Libia all’Italia, migliorare le condizioni dei migranti nei campi libici e favorire i ritorni ma anche garantire le richieste di asilo. Alla Libia verranno forniti i mezzi per avere un “ruolo centrale” nel controllo e nei salvataggi nelle acque territoriali, con il coordinamento dell’operazione Sophia. Tra i punti principali, il completamento dell’addestramento della guardia costiera libica e la fornitura dei mezzi navali necessari per avere un “ruolo centrale” nel controllo e nei salvataggi nelle acque territoriali, riportando i migranti sulla costa, in collegamento con un Centro di coordinamento operativo in primavera con le informazioni dell’Operazione Sophia e di Italia, Malta, Grecia, Cipro, Francia, Spagna e Portogallo. Il piano Ue propone poi almeno 200 milioni di finanziamenti di progetti in Libia e punta a rafforzare la frontiera sud aumentando anche la cooperazione con Egitto, Tunisia e Algeria per evitare che si creino rotte alternative.
Altro punto rilevante del piano, la proposta di incrementare la cooperazione con la Iom e lo Unhcr, ma anche con le municipalità libiche per migliorare le condizioni di vita nei campi in Libia che vengono definite come “inaccettabili” e “molto lontane dagli standard internazionali” e da una parte favorire i ritorni ai paesi di origine per i migranti economici che non possono restare in Libia e non hanno speranze di raggiungere l’Europa, dall’altra assicurare che possa ottenere protezione chi ha diritto all’asilo.
Per il controllo della frontiera sud, attraverso la quale passano i flussi, la Ue intende aumentare il lavoro con i paesi già coinvolti nei ‘compact’ come Niger e Mali, ma anche con il Ciad. Inoltre propone di rafforzare ulteriormente l’operatività della missione Eucap Sahel operativa ad Agadez, ma anche valutare i progetti per dare un’alternativa economica alla regione nel Niger settentrionale che attualmente di fatto vive del contrabbando di esseri umani. “A lungo termine” si propone di valutare se una missione civile e di sicurezza della Ue possa sostenere una guardia di frontiera libica eventualmente con un’azione combinata della Guardia di frontiera europea “per migliorare il monitoraggio ed il flusso informativo”.
Nonostante i buoni propositi, a far discutere è non solo l’instabilità politica libica, ma anche i numerosi racconti e reportage sulle condizioni e le vessazioni a cui sono sottoposti i profughi che passano dalla Libia. Poco tempo fa è stato pubblicato anche un dossier delle Nazioni Unite che evidenzia un calvario continuo di queste persone che restano intrappolate nel territorio libico, ma che ora rischiano anche dopo essere riuscite a scappare verso l’Europa di essere rimpatriate. “La situazione dei migranti in Libia fa emergere una crisi dei diritti umani. Il collasso del sistema di giustizia ha provocato uno stato di impunità nel quale gruppi armati, bande criminali, contrabbandieri e trafficanti controllano il flusso dei migranti attraverso il paese”, si legge nel dossier. Con la complicità, si aggiunge, di funzionari governativi: “La missione Onu in Libia (Unsmil) ha ricevuto informazioni attendibili che alcuni esponenti di istituzioni statali e alcuni funzionari locali hanno partecipato al sistema di contrabbando e traffico”. E ancora: “La compravendita di migranti è una pratica abituale. Detenzione, sfruttamento, lavoro forzato per potersi pagare il viaggio. E sono le donne a pagare il prezzo più alto”.
Intanto la Commissione Ue raccomanda al Consiglio europeo di autorizzare Austria, Germania, Danimarca, Svezia e Norvegia a mantenere per altri tre mesi i controlli temporanei in vigore presso determinate frontiere interne Schengen. “Nonostante la graduale stabilizzazione della situazione e l’attuazione di una serie di misure proposte dalla Commissione per migliorare la gestione delle frontiere esterne, Bruxelles ritiene che non siano soddisfatte le condizioni della tabella di marcia ‘Ritorno a Schengen’ per ristabilire il normale funzionamento dello spazio Schengen”.

GELO EUROPEO

belgrado rifugiatiPer troppo tempo l’Europa si è voltata dall’altra parte, ma la questione dei migranti e dei rifugiati resta ancora lì in attesa di esser risolta. Dopo i morti in mare, a rischio sono i migranti che attraversano la rotta balcanica per la morsa del gelo e bloccati in Serbia in attesa di trovare un modo per oltrepassare il confine verso l’Unione Europea nella speranza di trovare asilo. Sulla rotta balcanica cinque persone sono morte per congelamento dall’inizio dell’anno nel tentativo di entrare in Europa o di spostarsi tra i vari Stati membri.

L’Inferno di ghiaccio a Belgrado.
MSF: “Meritano di essere trattati come esseri umani”

Sono mesi ormai che centinaia di migranti, per lo più afghani, siriani e iracheni, hanno trovato rifugio nei depositi abbandonati lungo la ferrovia a Belgrado nel loro cammino di avvicinamento ai confini dell’Unione Europea e che a causa del freddo che ha investito l’Europa rischiano di morire per ipotermia, in questi giorni, infatti, le temperature nella notte scendono abbondantemente sotto lo zero rendendo la vita in questi asili di fortuna un vero inferno polare che in molti hanno paragonato alle scene vissute in Europa ai tempi della Seconda Guerra Mondiale. rifugiati 2 guerra mondiale
“Ci sono stati sette casi di congelamento a Belgrado – ha detto Andrea Contenta, Esperto affari umanitari di MSF in Serbia – vi assicuro che è molto più grave di quanto sembra. Il congelamento fa sì che il sangue non raggiunga le estremità del corpo, addormenta i nervi e nei casi più gravi può essere trattato solo con l’amputazione perché i tessuti muoiono”. Medici senza Frontiere accusa poi la politica europea: “L’inverno è un fenomeno naturale che non possiamo controllare. Il vero problema è la mancanza di volontà politica per cercare di soddisfare le esigenze immediate di queste persone vulnerabili. È un fallimento dell’Unione Europea, che ha chiuso gli occhi davanti al fatto lampante che le proprie politiche mal pianificate non hanno fermato il flusso di persone, ma non hanno nemmeno predisposto alternative legali per permettere loro di viaggiare in modo sicuro”. “Far finta che questo percorso sia chiuso e che queste persone non esistano non è la soluzione”, aggiunge Andrea Contenta che conclude: “Qualunque cosa si pensi circa il loro diritto di raggiungere l’Europa, meritano di essere trattati come esseri umani, con dignità. E in questo momento, non lo sono”.

Autorità serbe rinnovano appelli ad andare in centri accoglienza
In soccorso di queste persone è arrivata Belgrado: il commissariato serbo per l’assistenza ai profughi ha rinnovato oggi l’appello ai migranti che restano accampati al gelo a Belgrado e nel resto della Serbia ad accettare la sistemazione nei centri di accoglienza dove, ha sottolineato, c’è posto per tutti e nei centri vengono garantiti un posto al caldo, tre pasti al giorno e assistenza medica, ma la maggiorparte teme di essere respinta e per questo evita le strutture di assistenza ufficiali. A Belgrado, secondo il commissariato, sono ancora oltre mille i migranti e profughi che bivaccano praticamente all’aperto e al gelo nella zona della stazione degli autobus, a ridosso del centro della capitale, accampati in locali e magazzini abbandonati, parcheggi coperti e tende malmesse.migranti belgrado
Gran parte di loro non accetta di andare nei centri di accoglienza per timore di essere registrati e trasferiti a sud al confine con Macedonia e Bulgaria, e di essere quindi poi rimandati nei Paesi di provenienza. In soccorso dei migranti che ancora resistono al freddo a Belgrado sono mobilitate ong e organizzazioni umanitarie internazionali. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) esprime forte preoccupazione per la situazione in cui si trovano rifugiati e migranti in Europa a causa del rigido inverno. L’UNHCR ha aumentato l’assistenza in diversi Paesi, come Grecia e Serbia. Considerate le dure condizioni invernali, l’UNHCR è fortemente preoccupato dal fatto che le autorità di tutti i Paesi che si trovano lungo la rotta dei Balcani occidentali continuano a respingere rifugiati e migranti dai propri territori verso i Paesi confinanti. In diversi casi rifugiati e migranti hanno accusato le forze di polizia di avere usato violenza. Molti hanno inoltre denunciato che le stesse forze dell’ordine hanno sequestrato o distrutto i loro cellulari, impedendo loro di effettuare chiamate per chiedere aiuto.

La soluzione di Minniti: “Chi chiede asilo dovrà lavorare”
Il nuovo piano che il ministro dell’Interno Marco Minniti intende presentare al Parlamento mercoledì presenta molte novità, molte delle quali contestate a sinistra ed elogi a destra. Quella che ha fatto maggior scalpore è la novità che prevede la possibilità che i richiedenti asilo vengano impiegati in lavori socialmente utili, non su base volontaria, ma un obbligo perché la pratica vada a buon fine. Convenzioni anche con aziende per gli stage.
Il permesso provvisorio
A due mesi dall’arrivo, l’immigrato riceverà un permesso provvisorio, in attesa che la sua identità sia verificata. Così il richiedente asilo finirà in uno Sprar e il sindaco del comune ospitante offrirà opportunità di lavori socialmente utili. L’ipotesi retribuzione al momento rappresenta uno scoglio.
I CIE trasformati in CPR
I Cie cambieranno nome in Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) i vecchi Cie. E con il nome dovrebbe cambiare la loro organizzazione e il loro funzionamento, almeno in base a quanto dichiara il ministro Minniti. “I nuovi centri non avranno nulla a che fare con i vecchi, avranno governance trasparente e un potere esterno rispetto alle condizioni di vita all’interno”, assicura. Si parla di centri piccoli, fuori dai centri cittadini e vicini a infrastrutture come gli aeroporti così da agevolare il rimpiatrio, da 80-100 posti, uno per regione, escludendo Valle d’Aosta e Molise, per un totale di 1.500-1.600 ospiti, non migranti senza permesso di soggiorno, ma sospetti criminali. All’interno sarà presente la figura di un garante per verificare il rispetto dei diritti e delle procedure. Poliziotti impiegati per le identificazioni, ma la sorveglianza spetterebbe all’esercito.
Tra le altre novità del piano immigrazione firmato Minniti ci sono: la riduzione a un solo grado di appello nel caso di bocciatura della domanda di asilo; gli accordi con i Paesi di provenienza; aumento del numero dei Comuni che danno accoglienza tramite incentivi (500 euro a migrante già stanziati). Proposta di modifica anche sul reato di clandestinità.

Nencini, in comuni con sindaci socialisti migranti svolgono lavori socialmente utili

“Da almeno tre anni proponiamo di impegnare i profughi in lavori socialmente utili in cambio dell’ospitalità. Forse ci siamo. Nel 2015 invitammo tutti i sindaci socialisti a muoversi in questa direzione. Lo fecero in molti. È un modo utile a integrarsi e a restituire ciò che si prende”.
È quanto ha affermato il segretario del PSI Riccardo Nencini, riferendosi all’iniziativa dei sindaci socialisti che offrono ai migranti la possibilità di svolgere servizi socialmente utili in cambio della permanenza nei loro comuni.

L’Ungheria di Orban: dopo il ‘muro’, migranti in detenzione

Continua la linea dura del Premier ungherese Viktor Orban che ha annunciato che ripristinerà la misura di chiudere in prigione i profughi in attesa del diritto d’asilo sospesa nel 2013 dopo le pressioni dell’Unione europea, della Corte europea dei diritti dell’uomo e delle Nazioni Unite.
Il leader magiaro in persona lo ha detto parlando alla Magyar Ràdio, l’emittente radiofonica pubblica, richiamandosi tra l’altro all’esigenza di difendere l’Europa dalla minaccia del terrorismo islamista. “Sappiamo che la decisione va contro le norme internazionali precedentemente accettate dal nostro paese, ma lo faremo lo stesso”, ha sottolineato secondo i resoconti delle agenzie di stampa. Ma l’Ungheria alza ulteriormente il tiro, rifiutando ogni aiuto e anche di far entrare nel suo territorio migranti che rischiano di morire assiderati al confine serbo.

Tolti gli aiuti alla Grecia. Pittella: Vergognoso

tsipras-juncker“La decisione dell’Eurogruppo di ritirare le misure di alleggerimento del debito greco è vergognosa”. Lo ha detto senza mezze misure il capogruppo dei socialisti e democratici al parlamento europeo e candidato alla presidenza del Pe Gianni Pittella. Ma cosa è successo? Il governo greco, guidato da Alexis Tsipras, ha deciso di aumentare le spese per le pensioni e per l’accoglienza e l’Unione europea lo punisce ritirando le misure per l’alleggerimento del debito. Insomma un nuovo putiferio sui rapporti tra Atene e Bruxelles.

“Dietro questa decisione – ha continuato Pittella – c’è la mano malvagia di Schauble. E’ inaccettabile scambiare misure sociali eque e necessarie come il sostegno alle pensioni basse con la questione del debito”. “Il popolo greco ha già contribuito molto. La Grecia non ha bisogno di sanzioni, ma di investimenti. Siamo pronti a qualsiasi azione politica a sostegno del popolo greco”.

Insomma l’Eurogruppo ha ritirato le misure approvate lo scorso 5 dicembre per alleviare il carico di debito della Grecia e i creditori internazionali di Atene (Commissione Ue, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea) “hanno concluso che le azioni del governo greco non appaiono in linea con i nostri accordi”, ha dichiarato il portavoce di Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, che ha precisato: “Non c’è unanimità nell’applicazione delle misure di breve termine sul debito”. La borsa di Atene ha reagito alla notizia con un ribasso del 3%. L’Eurogruppo aveva acconsentito a concedere alla Grecia, tra le altre cose, una parziale moratoria sugli interessi sul debito e l’allungamento delle scadenze di alcune categorie di obbligazioni.

Il primo ministro greco, Alexis Tsipras, tre giorni fa aveva annunciato un aumento complessivo di 1,6 milioni di euro delle pensioni più basse e uno sgravio fiscale per le isole più sotto pressione per l’afflusso di richiedenti asilo. “I creditori devono rispettare il popolo greco, che ha fatto sacrifici enormi nei sette anni passati in nome dell’Europa”, aveva affermato Tsipras presentando le misure, che ha inoltre dichiarato: “Non ho dubbi che ciò che stiamo facendo sia nel quadro dell’accordo”. Tsipras deve però fare i conti con le elezioni politiche che si svolgeranno l’anno prossimo in Germania e in Olanda, i due Paesi i cui elettorati hanno visto con ostilità maggiore il terzo prestito accordato alla Grecia, del valore di 86 miliardi di euro.

Oltre la crisi del socialismo

All’indomani del crollo del Muro di Berlino il sociologo liberaldemocratico anglo-tedesco Ralf Dahrendorf preconizzò che la fine del comunismo avrebbe provocato anche la crisi del socialismo democratico; a sua volta, nel 2006, sul versante della sinistra antagonista un intellettuale “irregolare” come Antonio Negri, sostenne in un libro dal titolo “Goodbye Mr. Socialism”, la tesi del superamento del “vecchio modello redistributivo” e l’esigenza di “nuovi paradigmi che possano ridisegnare la via della trasformazione sociale”.

Il socialismo democratico, e, quindi, la sinistra maggioritaria dalla fine della 2° guerra mondiale, in Europa evidenzia una divisione tra due prospettive: l’accettazione delle politiche neoliberiste, il dialogo con i centri di potere finanziario, la collaborazione con i partiti popolari, a loro volta regrediti su posizioni conservatrici; la contestazione, di converso, della globalizzazione economica e l’alleanza con i nuovi movimenti di sinistra, segnati dalla teoria e dalla pratica dell’”autorganizzazione sociale”.

La prima prospettiva, inaugurata da Tony Blair alla fine del ‘900, vede i socialisti tedeschi e quelli spagnoli sostenere nei rispettivi Paesi governi con o dei popolari; la seconda con i socialisti che in Vallonia bloccano l’accordo di liberoscambio tra Europa e Canada, in Portogallo governano con i due partiti della nuova sinistra nel crinale stretto tra gli obblighi imposti dalla Troika e la tradizione sociale.

Casi a sé i laburisti inglesi, divisi tra una base entusiasta delle posizioni radicali di James Corbyn e un gruppo parlamentare nostalgico della “Terza via”, la Francia, in cui il presidente socialista Hollande fu eletto con un programma di riforme economiche e sociali “di struttura”, ampiamente disatteso da politiche di stabilizzazione e di accettazione dell’austerity imposta dalla Merkel e l’Italia, il cui premier è anche leader di un partito, il Pd, che nominalmente aderisce al socialismo europeo, rappresentandone però, per storia e per azione politica, un corpo estraneo.

Insomma, da una parte sembra verificarsi una “fuoriuscita” dal socialismo nella sua declinazione riformista, fondata su Welfare State, redistribuzione fiscale, intervento pubblico in economia, partecipazione dei lavoratori in azienda, con la sostituzione dei diritti sociali con quelli della persona, per coniugare libertà civili e mercatismo; dall’altra, la riproposizione e l’aggiornamento del compromesso tra capitale e lavoro, con al centro della politica il tema della giustizia sociale. Già, un crinale stretto, poiché nel primo caso il rischio è il ripudio da parte dei ceti popolari, com’è avvenuto al Pasok in Grecia e, nell’altro, il velleitarismo, per la perdita di ruolo dello strumento fondamentale per le politiche sociali: lo Stato nazionale, la cui sovranità è stata fortemente vulnerata dalla finanza globale e in Europa dalle politiche monetariste di Bruxelles.

Forse, la nuova prospettiva potrebbe essere per il socialismo democratico, quella di contaminarsi con altre culture e identità politiche, di dialogare anche sui temi del comunitarismo e della sovranità nazionale, oltre il “secolo breve”.

ANNO RECORD

migranti-sbarchiLa questione migranti non si risolve e non si è risolta da sola. L’impennata degli sbarchi di migranti degli ultimi giorni fa diventare il 2016 l’anno record, finora, per numero di arrivi: con 153.450 si registra infatti il 10 per cento in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e si supera di 1.300 persone il totale segnato nel 2014, che alla fine, con 170mila sbarcati, diventò l’anno con il maggior numero di arrivi. E i numeri sono ancora più imponenti se si contano i 4.300 migranti sbarcati oggi sulle coste siciliane e calabre. Di questi 1099 sono arrivati a Palermo insieme con 17 salme a bordo della nave norvegese Siem Pilot: i morti, compresi tre bambini, sarebbero stati vittime di pestaggi da parte dei miliziani libici.

Tanto che la procura di Palermo ha aperto un’inchiesta e sta ascoltando sia il comandante della nave norvegese sia l’ufficiale di collegamento. A coordinare le indagini il pool diretto dal procuratore aggiunto Maurizio Scalia. La Procura ha già affidato l’incarico a cinque medici legali che dovranno eseguire nelle prossime ore l’autopsia sui cadaveri dei migranti arrivati al porto. “I bambini massacrati dimostrano che abbiamo perso la ragione. Servono occhi sapienti per vedere questo esodo”, dice, durante le operazioni, l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice.

Nel canale di Sicilia in attesa di altri salvataggi restano la nave Dattilo che ha già a bordo 434 migranti, la nave Iuventa con 278 migranti a bordo, la nave Rio Segura con 117 persone raccolte davanti le coste libiche. La nave Siem Pilot era inizialmente diretta a Cagliari ma è stata dirottata a Palermo a causa dell’emergenza accoglienza in Sardegna dopo l’ultimo sbarco di 1258 persone avvenuto il 6 ottobre. Ad assistere i migranti la task force coordinata dalla prefettura e formata, oltre che dalle forze dell’ordine, da personale dell’Azienda sanitaria provinciale, del 118, dai volontari della della Caritas e della Croce Rossa, e dai tecnici del Comune.

Ma le traversate non sono solo fuga dalla disperazione, c’è anche chi lucra sui viaggi della speranza: a Catania la polizia ha eseguito un’ordinanza cautelare nei confronti di 15 nigeriani accusati di avere gestito una tratta di giovanissime loro connazionali che avrebbero “reclutato, introdotto, trasportato e ospitato” in Italia per “costringerle ad esercitare la prostituzione”. Sono indagati, a vario titolo, di associazione per delinquere, tratta di persone con l’aggravante della transnazionalità e di induzione e sfruttamento della prostituzione. Indagini della squadra mobile hanno evidenziato l’esistenza di più organizzazioni criminali – con basi in Nigeria, Libia, Catania, Campania ed in altre città del Nord Italia – che secondo l’accusa reclutavano in Nigeria giovani donne che, dopo essere state sottoposte a rito “voodoo” ed avere contratto un debito, venivano trasferite dapprima in Libia, quindi condotte a bordo di imbarcazioni in Italia.

E mentre in Italia prosegue il ‘salvataggio’, altrove si preparano gli sgomberi. In Francia è infatti in corso dall’alba lo sgombero della ‘Giungla’ di Calais. Alle 6:15 circa sono giunti i primi autobus nell’insediamento nel nord della Francia dove vivono da 18 mesi fra i 6.400 e gli 8.300 migranti. “Tutto si sta svolgendo normalmente, in modo organizzato e metodico”, ha detto il prefetto del Nord-Pas-de-Calais, Fabienne Buccio, intervistata da BFM-TV. Per ora, ha aggiunto la Buccio, sono partiti “17 pullman con 711 migranti a bordo. Altri tre bus stanno per partire”.

Mentre da parte della Chiesa arriva un appello perché le operazioni di sgombero in atto in queste ore a Calais si svolgano con “un surplus di dignità e rispetto, soprattutto nei riguardi dei minori, delle donne sole e delle persone che si trovano in condizioni di salute precarie”. Lo ha lanciato il vescovo di Arras, monsignor Jean-Paul Jaeger, sul cui territorio si trova la “giungla” di Calais dove alle 6 di questa mattina sono iniziate le operazioni di smantellamento del campo profughi. Il piano del governo è ricollocare un numero di circa 7.500 immigrati nei 287 centri di accoglienza e orientamento (Cao) che sono stati organizzati su tutto il territorio francese. La Corsica e l’Ile-de-France non sono state coinvolte nel piano di ricollocazione. Oggi partono 60 bus, 45 martedì, 40 mercoledì e altrettanti per tutta la settimana. Un piano logistico colossale presidiato da un contingente di 1.250 agenti di polizia e gendarmi. Tra la bidonville e il punto di partenza dei bus, è stato costruito un hangar di 3mila metri quadrati dove è stato allestito il centro di smistamento. “Anche se questo luogo ha rappresentato per molti un raggio di speranza- ha detto il vescovo- l’insalubrità dei luoghi e le condizioni precarie di sussistenza lo condannano a sparire”. Il tempo dello smantellamento – ha chiesto il vescovo Jaeger – deve diventare un tempo per “costruire o ricostruire in termini di rispetto della dignità umana di questi uomini e queste donne, feriti che hanno lasciato il loro paese e le loro famiglie in circostanze spesso atroci e dolorose. Queste stesse persone sono state spesso sfruttate da reti che dovevano condurle a un’ipotetica terra promessa e sono state invece portate a Calais nelle condizioni che conosciamo”. Secondo il quotidiano Le Figaro 1.250 poliziotti sono stati mobilitati per garantire la sicurezza durante l’evacuazione, che secondo le previsioni dovrebbe durare una settimana. I residenti dei comuni che dovranno accoglierli – Allex, Saint-Denis-de Cabanne, San Brevin – hanno protestato in tutto il Paese contro il loro arrivo, ma non tutti vogliono rimanere in Francia.

L’altro punto di arrivo degli sbarchi, la Grecia è invece alle prese, in queste ore, con una rivolta dei profughi. Decine di migranti hanno incendiato una struttura che ospita l’ufficio Ue per la gestione delle domande di asilo nel campo profughi di Moria, sull’isola di Lesbo, per protesta contro le condizioni di vita e l’incertezza sulle loro domande. “Circa 70 migranti di nazionalità pakistana e bengalese hanno attaccato alcune strutture che ospitano i servizi per l’asilo con pietre e coperte a cui avevano dato fuoco, per protesta contro il ritardo dell’esame delle loro domande d’asilo”, ha dichiarato un portavoce della polizia. Successivamente la Polizia ha assicurato che in seguito la situazione è tornata alla calma, mentre 22 persone sono state arrestate.

Migranti. Un mare di morti: 4.027 nel 2016

Migranti-MediterraneoNumeri impressionanti, sui quali non si può far finta di nulla. Sono quelli resi noti dall’Oim, l’Organizzazione internazionale delle migrazioni con seda a Ginevra secondo la quale dall’inizio dell’anno sono 4.027 i migranti e profughi morti durante il viaggio verso l’Europa con un aumento del 26% rispetto ai primi sette mesi del 2015.

In particolare, quest’anno le morti nel Mediterraneo hanno raggiunto quota 3.120, dato che include i 120 cadaveri scoperti sulla spiaggia libica di Sabratha lo scorso mese. L’Oim riferisce che 257.186 migranti e rifugiati entrati in Europa via mare nel 2016 sono giunti sulle coste dell’Italia e della Grecia, dove oltre 24mila arrivi sono stati registrati nel solo mese di luglio.
Ma è soprattutto l’Italia a ricevere profughi e migranti per effetto dell’accordo con la Turchia entrato in vigore lo scorso marzo: se nei primi mesi del 2016 la Grecia continuava a essere la mèta principale, a partire da aprile 93 immigrati su 100 mettono piede sulle nostre coste.
Italia e Grecia da sole hanno accolto il 99% dei profughi e dei migranti – in arrivo dal Medio Oriente e dall’Africa. Il paese ellenico detiene nonostante tutto la quota più alta: poco più di 166mila, un numero molto inferiore a quello registrato nell’intero 2015, l’anno che passerà probabilmente alla storia greca con 857mila profughi accolti, in maggioranza siriani.
Tuttavia 151mila di quei 166mila sono arrivi collocati nei primi tre mesi del 2016. Dalla firma tra Ue e Turchia, con l’esplicito volontà di Erdogan di trattenere i profughi sul territorio turco, in Grecia sono giunte poche migliaia di persone.
L’Italia invece nel 2016 ha registrato 89.295 migranti e profughi dall’inizio dell’anno: 19mila a gennaio, febbraio e marzo, 75mila fino a luglio.
Per fare un paragone, nella settimana dal 21 al 28 luglio sulle coste siciliane sono approdate dopo i soccorsi in mare 5243 persone in stato di bisogno (principalmente da Nigeria, Eritrea, Sudan); in Grecia nello stesso periodo 790, in particolare siriani, pakistani, afghani.

La Politica estera di Matteo Renzi

Una volta – diciamo ai tempi della mai abbastanza deprecata prima repubblica – l’essere, o quanto meno l’apparire più a sinistra di qualcun altro era considerato in quell’ambiente un titolo di merito.
Nella seconda l’argomento è utilizzato molto meno.
Ma semplicemente perché è completamente sovrastato da quello nuovo/vecchio proposto da Renzi. Pure, lo stesso premier potrebbe ricorrere tranquillamente all’“usato sicuro”. Perchè, almeno in politica internazionale, è chiaramente più a sinistra del suo partito.Lo è per quanto riguarda i rapporti con l’Europa perchè un populista furbo è preferibile ad un europeista letargico. E lo è per quanto riguarda i rapporti con il mondo esterno, perchè, almeno nelle aree più sensibili, l’erede della cultura cattolica è senz’altro migliore di quello dei Blair e dei Clinton.
Ciò doverosamente detto non è, però, affatto certo che le strategie proposte dal nostro governo siano vincenti o comunque praticabili. E vediamo perchè.
Nei rapporti con l’Ue, il nuovo governo ereditava uno stato di cose disastroso. Per decenni avevamo inghiottito senza reagire le ricette di Bruxelles, magari in nome dello stato di necessità; ma ciò non ci aveva fatto uscire dall’angolo; anzi. Adesso Renzi, a prescindere da ogni considerazione di merito sulle sue riforme, sembra comunque essere riuscito a fare accettare dalla Commissione lo scambio tra le riforme stesse e il riconoscimento di un certo grado di flessibilità nell’interpretazione dei parametri di Maastricht. Diciamo, allora, che il paese avrebbe superato indenne il proimo tempo dell’incontro; rimanendo, peraltro, impregiudicato l’esito finale della partita. In questa seconda fase peserà però, eccome, la questione del debito; e il non essere riusciti a costruire un sistema di alleanze che ci consenta di rinegoziare le regole dei trattati in posizione di forza. Perché da sola l’Italia (come la Grecia o la Spagna prima di lei) potrà fare ben poco; mentre la finestra di opportunità offerta dalla possibile presenza di governi di sinistra in tutti i paesi del sud Europa e dalla presidenza Obama potrebbe chiudersi già a partire dalla prossima primavera.
Nei rapporti con il resto del mondo il contrasto tra la qualità dei nostri progetti e i processi in atto sul terreno è, poi, molto più marcata.
I primi sono tutti corretti. Giusto mantenere in piedi il dialogo con Mosca contestando la logica delle sanzioni e della guerra fredda. Giusto vedere l’accordo sul nucleare come strumento per reinserire Teheran nella comunità internazionale, con i suoi diritti e i suoi doveri. Giusto guardare ai problemi del Medio oriente in una prospettiva di mediazione e non di scontro tra buoni e cattivi. Giusto rifiutare nuove avventure militari in Libia. Giusto, infine: rivendicare, in linea di principio e di fatto, la politica dell’accoglienza.; rifiutare di dichiarare l’Italia in stato di guerra; e, infine,collocare i problemi dell’immigrazione in una dimensione collettiva: che si tratti della definizione di nuove regole o dei rapporti tra i “paesi d’arrivo e quelli di partenza”.
Ora, in tutto questo, il Grande Rottamatore, l’uomo ai cui occhi la politica in Italia comincia nei primi mesi del 2014, vive una situazione paradossale e potenzialmente drammatica. Perchè ha dalla sua il passato, lontano ma anche prossimo. La continuità di una politica estera di grande sapienza, sostenuta da una diplomazia e da strutture di sicurezza estremamente attente ed espressa a livello politico da Moro come da Andreotti, da Craxi come da Berlusconi. L’attenzione costante della Chiesa cattolica che, a partire dalla difesa dei cristiani d’oriente si è battuta contro ogni spirito di crociata; e  che, con papa Francesco ha identificato nei migranti il messaggio universale della povertà. La cultura nazionale di un paese perdonista, generoso, disordinato, poroso, tollerante del diverso, all’occorrenza xenofobo ma mai veramente razzista.
Contro di lui, invece, il presente e il futuro. E, in particolare, nella questione dell’immigrazione.
Nel presente un sistema che affida al paese di primo ingresso il compito di stabilire la possibilità, o meno di accesso allo spazio di Schengen di un extracomunitario. Il tutto basato su di una “tipologia del richiedente” (il professore con la barba bianca in fuga dai paesi del socialismo reale, il rude lavoratore turco o arabo, in arrivo su chiamata e disposto a tornare a casetta sua al termine del suo periodo di ingaggio) oramai scomparsa tra gli altri cimeli del novecento. Nel presente e nel futuro l’Italia come unico punto di entrata dell’immigrazione proveniente sia dall’Asia che dall’Africa; e senza la possibilità materiale di distinguere tra profughi, meritevoli di asilo, e persone fuggite in cerca di una vita migliore, da rimandare nel loro paese d’origine. Il tutto con due circostanze aggravanti: primo, l’impossibilità materiale e morale di “intercettare e respingere”. Secondo, l’assenza (eccezion fatta della Tunisia) di interlocutori sull’altra sponda del Mediterraneo in grado non solo di controllare l’immigrazione alla fonte ma anche di prendere in considerazione incentivi per la gestione congiunta del fenomeno.
Una situazione senza sbocchi e che rischia di precipitare in ogni momento. Per evitare il peggio bisognerebbe uscire dalla contrapposizione rovinosa tra logica dell’ accoglienza (letta come immigrazione incontrollata) e logica della difesa identitaria (letta come chiusura delle frontiere), ragionando di numeri e di integrazione. Ma ci sono in Europa istituzioni o stati disposti a ragionare?

Alberto Benzoni

Putin da Tsipras, si rafforza l’asse Mosca-Atene

putin-tsipras-moscu.jpg--644x362Il presidente russo Vladimir Putin ha condotto, nelle giornate del 27 e del 28 maggio, una visita ufficiale in Grecia. Gli incontri con il presidente della Repubblica Prokopis Pavlopoulos e con il premier Alexis Tsipras non hanno fatto che confermare l’esistenza di un rapporto di amicizia e collaborazione tra i due Paesi, che fa della Grecia uno degli Stati membri dell’Unione europea meglio disposti verso la Russia di Putin. Un evento ancora più significativo in rapporto alle tempistiche: tra poco meno di un mese, il 23 giugno, il Consiglio dell’Unione europea dovrà decidere se prorogare o meno le sanzioni economiche e commerciali che Bruxelles ha imposto a Mosca dopo l’annessione della Crimea nel 2014 e il supporto ai ribelli filorussi in Ucraina. Putin, perciò, ha tutto l’interesse ad avere partner europei che possano opporsi alla proroga.

Proprio le sanzioni sono state uno degli argomenti toccati durante il colloquio tra Putin e Tsipras, durato quasi due ore. I due leader hanno concordato sulla necessità di rafforzare l’asse tra Mosca e Atene, da cui entrambi hanno da guadagnare. La Russia ha nella Grecia un partner affidabile in seno all’Unione europea, Atene ha in Mosca una fonte di investimenti esteri che, nella situazione di crisi economica in cui versa lo Stato ellenico, possono essere vitali. In questo senso vanno lette le dichiarazioni del leader di Syriza, che, pur non esponendosi pubblicamente contro le sanzioni, ha fatto capire che va privilegiata la strada del dialogo, essendo la Russia un partner strategico dell’Europa. Si è parlato molto, inoltre, di investimenti e di commercio, anche perché Putin era accompagnato da una folta delegazione di rappresentanti di aziende e compagnie petrolifere ed energetiche. È stato confermato l’interesse russo per il porto di Salonicco e per la compagnia ferroviaria ellenica e sono stati firmati nove protocolli di collaborazione economica. Soprattutto, si è parlato del progetto South Stream, un immenso gasdotto che porterà il gas naturale dalla Russia all’Unione europea. La Grecia è uno dei Paesi di passaggio dell’opera, un ruolo che Tsipras vuole sfruttare per favorire lo sviluppo economico.

La visita ha confermato un rapporto ben saldo tra i due Paesi. Un’amicizia che ha ragioni storico-culturali, a partire dalla comune fede ortodossa. Nel corso della due-giorni, non a caso, Putin ha fatto visita al Monte Athos, per celebrare i mille anni della presenza russa in questo luogo santo gestito dai monaci e strettamente vietato alle donne, dove è stato accolto dal Patriarca di tutte le Russie Kirill. È innegabile che alle ragioni culturali si siano recentemente aggiunte, con la crisi greca e il clima da guerra fredda tra Occidente e Russia, forti motivazioni economiche, che spingono i due leader a rafforzare ulteriormente questa partnership.

Riccardo Celeghini