SPIRITO EUROPEO

ungheria-muri-e-porteLa Commissione europea ha deciso di lanciare le procedure di infrazione per Polonia, Ungheria e Rep. Ceca per i mancati ricollocamenti dei profughi da Italia e Grecia. Ad annunciare i provvedimenti è il commissario Ue Dimitris Avramopoulos, nel presentare la relazione di giugno sullo stato di attuazione delle ‘relocation’. “Dispiace constatare che nonostante i ripetuti appelli, Ungheria, Rep. Ceca e Polonia” non abbiano ancora agito. “Spero che” questi tre Paesi “possano riconsiderare la loro posizione e iniziare a “contribuire in un modo giusto”, afferma Avramopoulos, spiegando che la Commissione Ue in quel caso potrebbe anche riconsiderare la propria decisione. “Speriamo che lo spirito europeo prevalga”, auspica. “Questi tre Paesi non hanno fatto niente per oltre un anno”, avverte Avramopoulos. In particolare “l’Ungheria, non ha mai fatto niente – aggiunge -. La Polonia si è offerta di accogliere nel 2015 e poi non ha fatto altro. La Repubblica Ceca non ha più ricollocato dall’agosto 2016”.

Il commissario ha ricordato i numerosi appelli rivolti ai Paesi affinché ricollocassero. “Ora è tempo di passare all’azione”, avverte Avramopoulos “anche se non sono l’uomo più contento”. Domani sarà pubblicato il pacchetto mensile delle infrazioni. Una decisione che Budapest definisce un “puro ricatto e un atto antieuropeo” da parte della Commissione europea. Lo ha detto in Parlamento il ministro degli esteri ungherese Peter Szijjarto dopo l’annuncio di Bruxelles.

Intanto dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) di Ginevra, arriva il bilancio aggiornato sulle su migranti e rifugiati. Dall’inizio dell’anno sonno in totale 73.189 quelli giunti via mare in Europa e 1.808 sono morti mentre tentavano di attraversare il Mediterraneo. Circa l’85 % del totale degli arrivi in Europa via mare dall’inizio dell’anno è stato registrato in Italia. I dati globali sono inferiori a quelli registrati nello stesso periodo del 2016, quando gli arrivi furono 211.433 e i morti di 2.899.

L’Oim precisa che circa l’85 % del totale degli arrivi in Europa via mare dall’inizio dell’anno è stato registrato in Italia con un totale dei 61.903 migranti e rifugiati giunti nel Paese dal primo gennaio all’11 giugno scorso. Anche la stragrande maggioranza dei decessi è segnalato sulla rotta del Mediterraneo centrale tra l’Africa del Nord e l’Italia, con 1.717 morti dall’inizio del 2017.

Secondo le informazioni raccolte dall’ufficio dell’Oim a Roma, i dati per nazionalità degli arrivi in Italia fino al 31 maggio rivelano che i Nigeriani (9.286 uomini, donne e bambini) sono i più numerosi. Gli altri principali paesi di origine sono Bangladesh (7.106) Guinea (5.960), Costa d’Avorio (5.657), Gambia (4.011), Senegal (3.935), Marocco (3.327), Mali (3.150), Eritrea (2.344) e Sudan (2.327).

Grecia. Ferito in un attentato l’ex premier Papademos

Papademos

L’ex premier greco Lucas Papademos è rimasto ferito ad Atene dall’esplosione di un ordigno collocato nella sua automobile: lo ha reso noto la televisione di Stato ellenica, la Ert. Secondo quanto riportato dalla Ert – che ha parlato di una “lettera bomba” – sia Papademos che il suo autista sono rimasti feriti “in modo grave” e sono stati ricoverati in ospedale; fonti della polizia greca hanno parlato di “diversi feriti” senza precisare se al momento dell’esplosione Papademos si trovasse all’interno della vettura. Papademos, ex governatore della Banca di Grecia, ex vicepresidente della Bce, è stato a capo di un governo tecnico ad Atene dal 2011 al 2012.

Secondo quanto riporta il quotidiano ellenico Ekathimerini l’ex premier sarebbe rimasto ferito alle mani e alle gambe dopo aver aperto una lettera bomba. Secondo fonti della polizia citate dal quotidiano l’esplosione sarebbe avvenuta mentre la macchina – un’auto blindata – era in movimento, alle 18.30 ora locale (le 17.30 in Italia); le fonti non hanno tuttavia confermato chi fossero i passeggeri della vettura. L’attentato non è stato al momento rivendicato; le lettere bomba erano state utilizzate in passato da diversi gruppi anarchici greci, in particolare i Nuclei della Cospirazione del Fuoco, organizzazione che aveva inviato dei pacchi imbottiti di esplosivi agli uffici del Fondo Monetario Internazionale e al ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble.

Atene, scontri in piazza… e la Cina punta sulla Grecia

atene scontriL’Europa porta di nuovo il conto alla Grecia che si prepara all’incontro con l’Eurogruppo, prevista il 22 maggio, dove discuterà con i ministri delle Finanze dell’erogazione di una nuova rata del prestito, puntando su un nuovo piano ‘lacrime e sangue’. Atene spera così di poter aprire la trattativa per una ristrutturazione del debito greco, pari al 179% del pil, tanto che il governo di Alexis Tsipras ha varato un piano, che dovrebbe essere approvato entro venerdì, dettato da Ue e Fmi, con nuove misure di rigore per un totale di 4,9 miliardi di euro. Misure che dovrebbero essere applicate tra il 2018 e il 2021, vale a dire subito dopo la fine del programma di risanamento in corso, questi provvedimenti, inoltre, prevedono ulteriori tagli alle pensioni e nuovi aumenti di imposte. Atene si prepara a luglio quando dovrà rimborsare 7,5 miliardi di euro di debito. Tsipras e Merkel hanno convenuto sul fatto che la conferenza dell’Eurogruppo debba trovare il modo di “continuare a risolvere il problema del debito greco”, come ha riferito il governo con un comunicato.
Ma la popolazione ellenica, alla vigilia del voto greco sul nuovo pacchetto di misure di austerity, migliaia di cittadini sono scesi in piazza ad Atene per partecipare ad uno sciopero generale organizzato dai principali sindacati del settore pubblico e privato del paese. Ben 12.000 persone in segno di protesta hanno manifestato contro il programma di austerity del Paese. La marcia è stata organizzata in coincidenza di uno sciopero generale contro i tagli al bilancio attualmente discussi in Parlamento. Poco dopo la manifestazione è degenerata in disordini e scontri: la polizia greca in tenuta antisommossa ha lanciato gas lacrimogeni contro decine di giovani dimostranti che aveva attaccato gli agenti con sassi e petardi davanti al palazzo del Parlamento, successivamente poi un gruppo di poliziotti si è unito alla protesta ha bloccato l’entrata al palazzo che ospita il ministero delle Finanze.
Intanto prosegue lo sciopero generale di 24 ore, convocato dai sindacati del settore pubblico e privato e toccherà principalmente i trasporti pubblici ad Atene: metro, bus, tram saranno a singhiozzo per tutta la giornata di oggi. I collegamenti marittimi fra le isole subiscono disagi già da ieri per lo sciopero di 48 ore dei marittimi. Molti voli, soprattutto interni sono stati annullati, mentre i voli internazionali hanno subito cambiamenti di orario per lo sciopero dei controllori di volo. Chiuse le scuole, mentre gli ospedali funzionano solo per i servizi di base e le emergenze.
E mentre l’Europa continua a battere cassa alla Grecia, dall’altra parte il dragone rosso punta su nuovi investimenti con gli ellenici. La Grecia e la Cina oggi hanno infatti siglato un piano d’azione triennale nell’ambito del quale Atene potrebbe ottenere una quota del programma di investimenti da 100 miliardi di euro lanciato dal governo Pechino nel fine settimana scorso durante il forum sulla Nuova via della Seta. Il piano siglato tra Atene e Pechino è una dichiarazione di intenti e non prevede al momento specifici contratti o impegni finanziari, precisa il quotidiano greco “Kathimerini”. Per la parte greca ha siglato l’intesa il viceministro dell’Economia Stergios Pitsiorlas, il quale ha parlato di un accordo per investimenti nel settore dei trasporti, dell’energia e delle telecomunicazioni “la cui attuazione positiva potrebbe portare investimenti dal valore di miliardi di euro. “Si tratta di investimenti sul tavolo per quanto riguarda la rete ferroviaria, i porti e gli aeroporti, e vanno dalle telecomunicazioni alle interconnessioni energetiche e agli investimenti in impianti energetici, compresi quelli nelle fonti rinnovabili”, ha aggiunto Stergios Pitsiorlas, direttore del Fondo ellenico per le privatizzazioni. Tsipras ha ricordato “stiamo valutando ulteriori possibilità di cooperazione con la Cina, attraverso collaborazioni bilaterali o trilaterali con i paesi del Mediterraneo Orientale e dei Balcani”.

Per la Cina si apre una nuova importante opportunità economica… in Europa.

Migranti. Juncker: “L’Italia ha salvato l’onore dell’Ue”

jean-claude-junckerMentre il nostro Paese discute delle ONG e della gestione dei migranti, il Presidente della Commissione europea si schiera al fianco dell’Italia e ne mette in risalto i meriti. “L’Italia fin dal primo giorno fa tutto ciò che può fare sulla crisi migratoria. L’Italia ha salvato e salva l’onore dell’Europa”. Lo ha detto il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker al The State of the Union. “Perciò – ha aggiunto – dobbiamo essere più solidali sia con l’Italia sia con la Grecia che non sono responsabili della loro posizione geografica. Sono li’ dove si trovano e di questo dobbiamo tenerne conto”. “Di fronte alle conseguenze del flusso migratorio, il Consiglio – ha ricordato Juncker – ha preso una decisione a maggioranza qualificata, ma c’è un certo numero di Paesi membri che non accetta questa decisione: se l’Europa comincia a non rispettare le norme giuridiche in questo
campo, noi saremo perduti”. Ha detto il Presidente ammonendo così chi non rispetta i patti europei. “Vorrei che un certo numero di Stati membri capisse: qui si tratta di mettere in pratica, e tradurre in legge, l’idea che abbiamo dell’Europa e dell’uomo. Non si può dire, ‘noi non facciamo entrare nel nostro territorio uomini e donne di colore,
e che non sono cattolici: ebbene, questo non è ciò che appartiene alla natura vera dell’Europa”, ha aggiunto Juncker.
Ma il Presidente Juncker ha voluto anche mettere in chiaro che non è solo la politica di collaborazione a tenere unito il Vecchio Continente, ma che a salvarlo ha contribuito una solida politica finanziaria e una moneta unica.
“Se noi avessimo lasciato alla cura delle banche centrali nazionali e dei governi nazionali”, senza l’euro, la crisi economico-finanziaria iniziata nel 2008, “non saremmo mai stati in grado” di “gestirla coi nostri mezzi individuali”. E soprattutto dei vari scenari proposti sul futuro dell’Unione europea, “ne escludo uno, quello di ridurre l’Europa a un unico grande mercato interno senza avere altre ambizioni. L’Europa è molto di più che una grande area di libero scambio”.
Infine Juncker non tralascia la questione Brexit che continua a preoccupare i governi dell’Unione. “Negozieremo in assoluta lealtà con i nostri amici britannici, ma non è l’Ue che abbandonato il Regno Unito ma è il Regno Unito che lascia l’Ue ed è in questo che sta la differenza ed è questa differenza che si farà sentire nei prossimi anni”. Ha puntualizzato Jean Claude Juncker che tuttavia ha aggiunto: “A volte ci sono debolezze dell’Ue che spiegano in parte l’esito del referendum del Regno Unito”.

Grecia. L’Eurogruppo chiede altri sacrifici

grecia-pago-deuda-fmi--644x362Più che una tragedia è un dramma senza fine quello che sta consumando Atene. La povertà dilaga e luglio è sempre più vicino, quando Atene dovrà rimborsare oltre sei miliardi di debiti e potrebbe trovarsi a corto di liquidità.
la crisi non demorde e 2,8 miliardi di euro hanno lasciato i conti bancari nei primi due mesi del 2017, segno di una nuova ondata di preoccupazione. Le banche sono in sofferenza, denunciano un picco di prestiti non rimborsati.
Oggi i ministri europei dell’Economia riuniti a Bruxelles cercano l’accordo per finanziare un’altra tranche di aiuti, dopo gli 85 miliardi stanziati ad agosto del 2015. Per partecipare all’esborso, il Fondo monetario internazionale chiede più sacrifici al governo greco. Nuovi tagli alle pensioni e più tasse. Perché il Pil nell’ultimo trimestre è andato peggio delle previsioni, da +0,9% è sceso a +0,3%. E il programma di rientro del debito non sta andando bene. All’inizio del mese sono è stato richiesto di adottare misure per assicurare il raggiungimento di ambiziosi obiettivi di finanza pubblica. La richiesta è giunta dai creditori in modo da ottenere che il Fondo monetario internazionale possa tornare a partecipare al piano di salvataggio finanziario. Tra le richieste, un nuovo taglio alle pensioni, e un ampliamento della base imponibile; in tutto un piano di risanamento pari al 2% del prodotto interno lordo.
Ma il premier Alexis Tsipras ha dichiarato che non è disposto a chiedere ulteriori sacrifici al suo Paese. Da qui, le ragioni delle trattative in corso. Eppure la Grecia ha ricevuto il più grande prestito internazionale della Storia: in tutto 110 miliardi di euro, anche da Paesi dell’Unione più poveri. Ma tutto questo non è servito, la crisi continua a perdurare. Nel frattempo l’Eurogruppo sta tentando di porre rimedio a una situazione che non solo rischia di far naufragare un Paese già in ginocchio, ma porterebbe alla ribalta i partiti euroscettici su tutto il resto del Continente, già alle prese con il rafforzamento dei partiti dell’ultradestra.
Il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha dichiarato che la Grecia, i suoi creditori europei e il Fondo Monetario Internazionale hanno fatto progressi nella ultime settimane, nella prospettiva di un via libera da parte dei Paesi dell’eurozona al ritorno a Atene della missione di vigilanza del salvataggio greco. “Abbiamo avuto molte conversazioni nelle ultime settimane e vedo dei progressi. Oggi vedremo se questo progresso è sufficiente per il ritorno” delle istituzioni ad Atene, ha spiegato Dijsselbloem entrando alla riunione dei ministri dell’Economia e delle Finanze che si tiene oggi a Bruxelles. Anche Pierre Moscovici, commissario europeo per gli Affari economici, ha espresso la proprio fiducia rispetto al fatto che la riunione abbia “successo”, sottolineando che la Grecia ha compiuto “molti progressi” in materia di crescita economica e soddisfacimento dei propri obiettivi in termini finanziari. Sia Moscovici che Dijsselbloem hanno rimarcato come le istituzioni contino sul fatto che il programma di salvataggio prosegua con la partecipazione del Fmi. La Commissione europea prevede una lieve ripresa dell’occupazione pari a un 2,2% nel 2017. Inoltre, l’ultima estate, per il turismo è andata oltre le comuni aspettative.
Ma visto che la Grecia non può, al momento, tirare ancora la cinghia, e minaccia nuove elezioni, quello di oggi è solo un pre-accordo. Mercoledì a Berlino la questione sarà discusse da Angela Merkel e dalla leader del FMI, Christine Lagarde.
Infatti nel corso della giornata anche il ministro delle Finanze della Germania, Wolfgang Schauble, ha fatto sapere che per oggi non si attende un accordo finale sulla Grecia. A riportarlo il quotidiano greco “Kathimerini”, che cita il portavoce di Schauble. “Non ci aspettiamo un accordo finale dall’Eurogruppo di oggi, ma una valutazione dei progressi”, avrebbe detto il portavoce Juerg Weissgerber. “Speriamo – ha aggiunto – che le istituzioni possano tornare in modo relativamente rapido ad Atene”.

La Grecia ancora sotto la lente del Fondo Monetario

LAGARDE tziprasSono passati due anni dopo la vittoria alle politiche 2015 della sinistra radicale di Syriza. Ma la Grecia è ancora sotto osservazione ed è nuovamente in trattativa serrata con il Fondo monetario internazionale e ha meno di un mese per cercare di trovare un nuovo compromesso con l’Fmi e con l’Eurogruppo. Nel 2018 terminerà il programma di aiuti al paese. Il terzo, che era stato approvato nell’agosto del 2015 e che consisteva in un prestito da 86 miliardi in cambio dell’approvazione di una serie di misure di austerità da parte del governo guidato da Alexis Tsipras.

Come da otto anni a questa parte, le trattative sono però molto complicate e negli ultimi giorni sembrano essere arrivate a uno stallo: i giornali internazionali parlano di nuovo del rischio Grexit. Tsipras, scrive il Guardian, si trova di fronte al dilemma di accettare un’austerità supplementare o indire nuove elezioni. I timori di una nuova imminente crisi sono aumentati dopo che il Fondo Monetario Internazionale ha previsto che il carico del debito della Grecia potrebbe diventare “esplosivo” entro il 2030.

Come per i precedenti programmi, gli aiuti previsti dal terzo piano – erogati in diverse tranche e forniti dal meccanismo europeo di stabilità (MES) – sono vincolati a una serie di condizioni da rispettare. I progressi nell’attuazione del programma sono monitorati dalla Commissione europea, insieme alla BCE, anche all’FMI. L’ultimo problema riguarda la seconda revisione, che si sarebbe dovuta concludere a dicembre e che si trascina invece da mesi in mezzo a disaccordi su nuovi tagli, riforme del lavoro e obiettivi fiscali. È centrale poi il lungo confronto tra i creditori, non ancora risolto, sulla capacità della Grecia di raggiungere gli obiettivi di bilancio al momento della scadenza del suo ultimo programma di salvataggio, nel 2018.

A un esito positivo della seconda revisione è legata non solo la decisione di sbloccare un’ulteriore quota del prestito prevista dal piano di salvataggio (con 10,5 miliardi di debito rimborsati la scorsa estate è probabile il ritorno di una crisi del debito se non verranno autorizzati dei nuovi prestiti), ma anche la partecipazione della Grecia al programma di allentamento quantitativo della Banca Centrale Europea entro i primi mesi del 2017. Il Quantitative Easing, semplificando, prevede l’acquisto di titoli di Stato e di altro tipo da parte delle banche: questo per immettere nuovo denaro nell’economia, per incentivare i prestiti bancari, per attuare politiche espansive (più spesa, senza rimetterci troppo) e per far crescere l’inflazione. L’accesso a questo programma è molto importante per la Grecia per stabilizzare la propria economia a medio e lungo termine, soprattutto in vista dell’uscita dai piani di salvataggio.

Un accordo sulla seconda revisione è saltato la scorsa settimana: da una parte si chiedono al paese nuove misure preventive, dall’altra il governo greco sostiene che quelle fatte finora siano sufficienti. Syriza, la coalizione di sinistra radicale con cui Tsipras ha vinto le ultime elezioni e che è al governo da due anni, non vuole fare altre concessioni. Intervistato qualche giorno fa dal quotidiano Efimerìda Syntaktòn, Tsipras ha chiesto ai leader europei di facilitare la ripresa economica della Grecia che sarebbe utile all’intera Unione Europea. Ha detto che in «nessun caso faremo approvare leggi che introducano altre misure di austerità: nemmeno per un euro, oltre quello che è già stato concordato». I problemi di Tsipras sono però la perdita di fiducia dei greci nei confronti del suo governo, costretto in questi anni a misure molto impopolari, e la pressione dell’opposizione dei conservatori di Nuova Democrazia che chiedono elezioni anticipate forti anche degli ultimi sondaggi: Nuova Democrazia è al 26,8 per cento mentre Syriza al 17,8, a ben 9 punti di distacco. Inoltre il 53 per cento degli intervistati ha dichiarato di ritenere l’euro «sbagliato» per il loro paese.

Nelle prossime trattative avrà un ruolo fondamentale il Fondo Monetario Internazionale, che il prossimo 6 febbraio discuterà del cosiddetto Articolo IV, quello sulla sostenibilità del debito greco, e che dovrà decidere se partecipare al programma di salvataggio della Grecia. La scorsa settimana è circolato sui giornali un documento riservato dell’FMI di 38 pagine, piuttosto pessimista. Nel report, l’FMI avverte che anche se le nuove riforme saranno attuate, e il debito tagliato, il carico del debito della Grecia è destinato a diventare «esplosivo» e a raggiungere il 275 per cento del PIL entro il 2060: «La Grecia richiede la riduzione sostanziale del debito ai suoi partner europei per ripristinare la sostenibilità del debito».

Il Fondo mette poi in dubbio che la Grecia possa raggiungere l’avanzo primario di bilancio previsto per il 2018, pari al 3,5 per cento. Un avanzo primario si realizza quando le entrate correnti sono maggiori della spesa corrente (al netto degli interessi sul debito): registrare avanzi primari nel medio periodo consente di ridurre il debito pubblico e ripristinare la sostenibilità di bilancio, essenziale per riportare l’economia a una crescita sostenibile. Il Fondo, d’altra parte, sostiene che siano necessarie nuove e ulteriori misure preventive: dunque nuovi tagli alle pensioni e un sistema fiscale ancora più severo, per garantire che il paese continui a seguire la strada dell’austerità anche dopo il 2018. Per questa sua posizione il Fondo Monetario Internazionale è stato accusato dal governo greco di avere un atteggiamento ambivalente e in qualche modo ricattatorio: è stato cioè criticato per aver stabilito un prezzo troppo alto alla sua necessaria partecipazione al salvataggio.

All’ipotesi di rinegoziazione del debito greco – cioè restituire meno e in tempi più lunghi – si oppone da sempre la Germania, che a breve andrà a elezioni: è dunque improbabile, secondo gli osservatori, che prenda una decisione sulla questione in tempi brevi. Ma il tempo sembra essere un fattore fondamentale: se non ci sarà un accordo entro la fine di febbraio, il calendario elettorale dell’Europa (oltre che in Germania si voterà nei Paesi Bassi e in Francia) potrebbe far saltare e congelare i colloqui fino a maggio, quando ormai, secondo alcuni osservatori, potrebbe essere troppo tardi.

Il Fondo Monetario ha commentato anche la situazione del  debito italiano: “L’Italia è un tipico esempio di Paese con un alto rapporto tra Pil e debito pubblico: è una nazione che ha poco o niente spazio fiscale”. Ha affermato il Fmi, sottolineando che ”la principale sfida per l’Italia è la ricomposizione di ‘cuscinetti’ di bilancio al fine di perseguire una politica fiscale ben ancorata in una strategia di medio termine”. La questione del debito, comunque, interessa tutta l’area euro. Il Fondo rileva che è salito da una media sotto al 60% del Pil agli inizi degli anni 1990 a oltre il 90% nel 2015. Nel working paper ‘Fiscal Policy in the Euro Area’, si sottolinea che l’aumento è stato ”pronunciato nel 2009 e nel 2010, al picco della crisi”.

Migranti. ‘Muro’ europeo per bloccare la rotta dalla Libia

migranti-in-libiaChiusa la rotta balcanica, i migranti in fuga dalla miseria e dall’instabilità politica di molti paesi africani non hanno altra scelta che mettersi nelle mani dei trafficanti libici senza scrupoli e cercare di attraversare il Mediterraneo diretti in Italia, passando per la Libia. L’Europa però ora è pronta a chiudere anche la rotta del Mediterraneo. L’appuntamento è al vertice informale del 3 febbraio a La Valletta, durante il quale Federica Mogherini e la Commissione presenteranno il piano per frenare i flussi dalla Libia all’Italia, migliorare le condizioni dei migranti nei campi libici e favorire i ritorni ma anche garantire le richieste di asilo. Alla Libia verranno forniti i mezzi per avere un “ruolo centrale” nel controllo e nei salvataggi nelle acque territoriali, con il coordinamento dell’operazione Sophia. Tra i punti principali, il completamento dell’addestramento della guardia costiera libica e la fornitura dei mezzi navali necessari per avere un “ruolo centrale” nel controllo e nei salvataggi nelle acque territoriali, riportando i migranti sulla costa, in collegamento con un Centro di coordinamento operativo in primavera con le informazioni dell’Operazione Sophia e di Italia, Malta, Grecia, Cipro, Francia, Spagna e Portogallo. Il piano Ue propone poi almeno 200 milioni di finanziamenti di progetti in Libia e punta a rafforzare la frontiera sud aumentando anche la cooperazione con Egitto, Tunisia e Algeria per evitare che si creino rotte alternative.
Altro punto rilevante del piano, la proposta di incrementare la cooperazione con la Iom e lo Unhcr, ma anche con le municipalità libiche per migliorare le condizioni di vita nei campi in Libia che vengono definite come “inaccettabili” e “molto lontane dagli standard internazionali” e da una parte favorire i ritorni ai paesi di origine per i migranti economici che non possono restare in Libia e non hanno speranze di raggiungere l’Europa, dall’altra assicurare che possa ottenere protezione chi ha diritto all’asilo.
Per il controllo della frontiera sud, attraverso la quale passano i flussi, la Ue intende aumentare il lavoro con i paesi già coinvolti nei ‘compact’ come Niger e Mali, ma anche con il Ciad. Inoltre propone di rafforzare ulteriormente l’operatività della missione Eucap Sahel operativa ad Agadez, ma anche valutare i progetti per dare un’alternativa economica alla regione nel Niger settentrionale che attualmente di fatto vive del contrabbando di esseri umani. “A lungo termine” si propone di valutare se una missione civile e di sicurezza della Ue possa sostenere una guardia di frontiera libica eventualmente con un’azione combinata della Guardia di frontiera europea “per migliorare il monitoraggio ed il flusso informativo”.
Nonostante i buoni propositi, a far discutere è non solo l’instabilità politica libica, ma anche i numerosi racconti e reportage sulle condizioni e le vessazioni a cui sono sottoposti i profughi che passano dalla Libia. Poco tempo fa è stato pubblicato anche un dossier delle Nazioni Unite che evidenzia un calvario continuo di queste persone che restano intrappolate nel territorio libico, ma che ora rischiano anche dopo essere riuscite a scappare verso l’Europa di essere rimpatriate. “La situazione dei migranti in Libia fa emergere una crisi dei diritti umani. Il collasso del sistema di giustizia ha provocato uno stato di impunità nel quale gruppi armati, bande criminali, contrabbandieri e trafficanti controllano il flusso dei migranti attraverso il paese”, si legge nel dossier. Con la complicità, si aggiunge, di funzionari governativi: “La missione Onu in Libia (Unsmil) ha ricevuto informazioni attendibili che alcuni esponenti di istituzioni statali e alcuni funzionari locali hanno partecipato al sistema di contrabbando e traffico”. E ancora: “La compravendita di migranti è una pratica abituale. Detenzione, sfruttamento, lavoro forzato per potersi pagare il viaggio. E sono le donne a pagare il prezzo più alto”.
Intanto la Commissione Ue raccomanda al Consiglio europeo di autorizzare Austria, Germania, Danimarca, Svezia e Norvegia a mantenere per altri tre mesi i controlli temporanei in vigore presso determinate frontiere interne Schengen. “Nonostante la graduale stabilizzazione della situazione e l’attuazione di una serie di misure proposte dalla Commissione per migliorare la gestione delle frontiere esterne, Bruxelles ritiene che non siano soddisfatte le condizioni della tabella di marcia ‘Ritorno a Schengen’ per ristabilire il normale funzionamento dello spazio Schengen”.

GELO EUROPEO

belgrado rifugiatiPer troppo tempo l’Europa si è voltata dall’altra parte, ma la questione dei migranti e dei rifugiati resta ancora lì in attesa di esser risolta. Dopo i morti in mare, a rischio sono i migranti che attraversano la rotta balcanica per la morsa del gelo e bloccati in Serbia in attesa di trovare un modo per oltrepassare il confine verso l’Unione Europea nella speranza di trovare asilo. Sulla rotta balcanica cinque persone sono morte per congelamento dall’inizio dell’anno nel tentativo di entrare in Europa o di spostarsi tra i vari Stati membri.

L’Inferno di ghiaccio a Belgrado.
MSF: “Meritano di essere trattati come esseri umani”

Sono mesi ormai che centinaia di migranti, per lo più afghani, siriani e iracheni, hanno trovato rifugio nei depositi abbandonati lungo la ferrovia a Belgrado nel loro cammino di avvicinamento ai confini dell’Unione Europea e che a causa del freddo che ha investito l’Europa rischiano di morire per ipotermia, in questi giorni, infatti, le temperature nella notte scendono abbondantemente sotto lo zero rendendo la vita in questi asili di fortuna un vero inferno polare che in molti hanno paragonato alle scene vissute in Europa ai tempi della Seconda Guerra Mondiale. rifugiati 2 guerra mondiale
“Ci sono stati sette casi di congelamento a Belgrado – ha detto Andrea Contenta, Esperto affari umanitari di MSF in Serbia – vi assicuro che è molto più grave di quanto sembra. Il congelamento fa sì che il sangue non raggiunga le estremità del corpo, addormenta i nervi e nei casi più gravi può essere trattato solo con l’amputazione perché i tessuti muoiono”. Medici senza Frontiere accusa poi la politica europea: “L’inverno è un fenomeno naturale che non possiamo controllare. Il vero problema è la mancanza di volontà politica per cercare di soddisfare le esigenze immediate di queste persone vulnerabili. È un fallimento dell’Unione Europea, che ha chiuso gli occhi davanti al fatto lampante che le proprie politiche mal pianificate non hanno fermato il flusso di persone, ma non hanno nemmeno predisposto alternative legali per permettere loro di viaggiare in modo sicuro”. “Far finta che questo percorso sia chiuso e che queste persone non esistano non è la soluzione”, aggiunge Andrea Contenta che conclude: “Qualunque cosa si pensi circa il loro diritto di raggiungere l’Europa, meritano di essere trattati come esseri umani, con dignità. E in questo momento, non lo sono”.

Autorità serbe rinnovano appelli ad andare in centri accoglienza
In soccorso di queste persone è arrivata Belgrado: il commissariato serbo per l’assistenza ai profughi ha rinnovato oggi l’appello ai migranti che restano accampati al gelo a Belgrado e nel resto della Serbia ad accettare la sistemazione nei centri di accoglienza dove, ha sottolineato, c’è posto per tutti e nei centri vengono garantiti un posto al caldo, tre pasti al giorno e assistenza medica, ma la maggiorparte teme di essere respinta e per questo evita le strutture di assistenza ufficiali. A Belgrado, secondo il commissariato, sono ancora oltre mille i migranti e profughi che bivaccano praticamente all’aperto e al gelo nella zona della stazione degli autobus, a ridosso del centro della capitale, accampati in locali e magazzini abbandonati, parcheggi coperti e tende malmesse.migranti belgrado
Gran parte di loro non accetta di andare nei centri di accoglienza per timore di essere registrati e trasferiti a sud al confine con Macedonia e Bulgaria, e di essere quindi poi rimandati nei Paesi di provenienza. In soccorso dei migranti che ancora resistono al freddo a Belgrado sono mobilitate ong e organizzazioni umanitarie internazionali. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) esprime forte preoccupazione per la situazione in cui si trovano rifugiati e migranti in Europa a causa del rigido inverno. L’UNHCR ha aumentato l’assistenza in diversi Paesi, come Grecia e Serbia. Considerate le dure condizioni invernali, l’UNHCR è fortemente preoccupato dal fatto che le autorità di tutti i Paesi che si trovano lungo la rotta dei Balcani occidentali continuano a respingere rifugiati e migranti dai propri territori verso i Paesi confinanti. In diversi casi rifugiati e migranti hanno accusato le forze di polizia di avere usato violenza. Molti hanno inoltre denunciato che le stesse forze dell’ordine hanno sequestrato o distrutto i loro cellulari, impedendo loro di effettuare chiamate per chiedere aiuto.

La soluzione di Minniti: “Chi chiede asilo dovrà lavorare”
Il nuovo piano che il ministro dell’Interno Marco Minniti intende presentare al Parlamento mercoledì presenta molte novità, molte delle quali contestate a sinistra ed elogi a destra. Quella che ha fatto maggior scalpore è la novità che prevede la possibilità che i richiedenti asilo vengano impiegati in lavori socialmente utili, non su base volontaria, ma un obbligo perché la pratica vada a buon fine. Convenzioni anche con aziende per gli stage.
Il permesso provvisorio
A due mesi dall’arrivo, l’immigrato riceverà un permesso provvisorio, in attesa che la sua identità sia verificata. Così il richiedente asilo finirà in uno Sprar e il sindaco del comune ospitante offrirà opportunità di lavori socialmente utili. L’ipotesi retribuzione al momento rappresenta uno scoglio.
I CIE trasformati in CPR
I Cie cambieranno nome in Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) i vecchi Cie. E con il nome dovrebbe cambiare la loro organizzazione e il loro funzionamento, almeno in base a quanto dichiara il ministro Minniti. “I nuovi centri non avranno nulla a che fare con i vecchi, avranno governance trasparente e un potere esterno rispetto alle condizioni di vita all’interno”, assicura. Si parla di centri piccoli, fuori dai centri cittadini e vicini a infrastrutture come gli aeroporti così da agevolare il rimpiatrio, da 80-100 posti, uno per regione, escludendo Valle d’Aosta e Molise, per un totale di 1.500-1.600 ospiti, non migranti senza permesso di soggiorno, ma sospetti criminali. All’interno sarà presente la figura di un garante per verificare il rispetto dei diritti e delle procedure. Poliziotti impiegati per le identificazioni, ma la sorveglianza spetterebbe all’esercito.
Tra le altre novità del piano immigrazione firmato Minniti ci sono: la riduzione a un solo grado di appello nel caso di bocciatura della domanda di asilo; gli accordi con i Paesi di provenienza; aumento del numero dei Comuni che danno accoglienza tramite incentivi (500 euro a migrante già stanziati). Proposta di modifica anche sul reato di clandestinità.

Nencini, in comuni con sindaci socialisti migranti svolgono lavori socialmente utili

“Da almeno tre anni proponiamo di impegnare i profughi in lavori socialmente utili in cambio dell’ospitalità. Forse ci siamo. Nel 2015 invitammo tutti i sindaci socialisti a muoversi in questa direzione. Lo fecero in molti. È un modo utile a integrarsi e a restituire ciò che si prende”.
È quanto ha affermato il segretario del PSI Riccardo Nencini, riferendosi all’iniziativa dei sindaci socialisti che offrono ai migranti la possibilità di svolgere servizi socialmente utili in cambio della permanenza nei loro comuni.

L’Ungheria di Orban: dopo il ‘muro’, migranti in detenzione

Continua la linea dura del Premier ungherese Viktor Orban che ha annunciato che ripristinerà la misura di chiudere in prigione i profughi in attesa del diritto d’asilo sospesa nel 2013 dopo le pressioni dell’Unione europea, della Corte europea dei diritti dell’uomo e delle Nazioni Unite.
Il leader magiaro in persona lo ha detto parlando alla Magyar Ràdio, l’emittente radiofonica pubblica, richiamandosi tra l’altro all’esigenza di difendere l’Europa dalla minaccia del terrorismo islamista. “Sappiamo che la decisione va contro le norme internazionali precedentemente accettate dal nostro paese, ma lo faremo lo stesso”, ha sottolineato secondo i resoconti delle agenzie di stampa. Ma l’Ungheria alza ulteriormente il tiro, rifiutando ogni aiuto e anche di far entrare nel suo territorio migranti che rischiano di morire assiderati al confine serbo.

Tolti gli aiuti alla Grecia. Pittella: Vergognoso

tsipras-juncker“La decisione dell’Eurogruppo di ritirare le misure di alleggerimento del debito greco è vergognosa”. Lo ha detto senza mezze misure il capogruppo dei socialisti e democratici al parlamento europeo e candidato alla presidenza del Pe Gianni Pittella. Ma cosa è successo? Il governo greco, guidato da Alexis Tsipras, ha deciso di aumentare le spese per le pensioni e per l’accoglienza e l’Unione europea lo punisce ritirando le misure per l’alleggerimento del debito. Insomma un nuovo putiferio sui rapporti tra Atene e Bruxelles.

“Dietro questa decisione – ha continuato Pittella – c’è la mano malvagia di Schauble. E’ inaccettabile scambiare misure sociali eque e necessarie come il sostegno alle pensioni basse con la questione del debito”. “Il popolo greco ha già contribuito molto. La Grecia non ha bisogno di sanzioni, ma di investimenti. Siamo pronti a qualsiasi azione politica a sostegno del popolo greco”.

Insomma l’Eurogruppo ha ritirato le misure approvate lo scorso 5 dicembre per alleviare il carico di debito della Grecia e i creditori internazionali di Atene (Commissione Ue, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea) “hanno concluso che le azioni del governo greco non appaiono in linea con i nostri accordi”, ha dichiarato il portavoce di Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, che ha precisato: “Non c’è unanimità nell’applicazione delle misure di breve termine sul debito”. La borsa di Atene ha reagito alla notizia con un ribasso del 3%. L’Eurogruppo aveva acconsentito a concedere alla Grecia, tra le altre cose, una parziale moratoria sugli interessi sul debito e l’allungamento delle scadenze di alcune categorie di obbligazioni.

Il primo ministro greco, Alexis Tsipras, tre giorni fa aveva annunciato un aumento complessivo di 1,6 milioni di euro delle pensioni più basse e uno sgravio fiscale per le isole più sotto pressione per l’afflusso di richiedenti asilo. “I creditori devono rispettare il popolo greco, che ha fatto sacrifici enormi nei sette anni passati in nome dell’Europa”, aveva affermato Tsipras presentando le misure, che ha inoltre dichiarato: “Non ho dubbi che ciò che stiamo facendo sia nel quadro dell’accordo”. Tsipras deve però fare i conti con le elezioni politiche che si svolgeranno l’anno prossimo in Germania e in Olanda, i due Paesi i cui elettorati hanno visto con ostilità maggiore il terzo prestito accordato alla Grecia, del valore di 86 miliardi di euro.

Oltre la crisi del socialismo

All’indomani del crollo del Muro di Berlino il sociologo liberaldemocratico anglo-tedesco Ralf Dahrendorf preconizzò che la fine del comunismo avrebbe provocato anche la crisi del socialismo democratico; a sua volta, nel 2006, sul versante della sinistra antagonista un intellettuale “irregolare” come Antonio Negri, sostenne in un libro dal titolo “Goodbye Mr. Socialism”, la tesi del superamento del “vecchio modello redistributivo” e l’esigenza di “nuovi paradigmi che possano ridisegnare la via della trasformazione sociale”.

Il socialismo democratico, e, quindi, la sinistra maggioritaria dalla fine della 2° guerra mondiale, in Europa evidenzia una divisione tra due prospettive: l’accettazione delle politiche neoliberiste, il dialogo con i centri di potere finanziario, la collaborazione con i partiti popolari, a loro volta regrediti su posizioni conservatrici; la contestazione, di converso, della globalizzazione economica e l’alleanza con i nuovi movimenti di sinistra, segnati dalla teoria e dalla pratica dell’”autorganizzazione sociale”.

La prima prospettiva, inaugurata da Tony Blair alla fine del ‘900, vede i socialisti tedeschi e quelli spagnoli sostenere nei rispettivi Paesi governi con o dei popolari; la seconda con i socialisti che in Vallonia bloccano l’accordo di liberoscambio tra Europa e Canada, in Portogallo governano con i due partiti della nuova sinistra nel crinale stretto tra gli obblighi imposti dalla Troika e la tradizione sociale.

Casi a sé i laburisti inglesi, divisi tra una base entusiasta delle posizioni radicali di James Corbyn e un gruppo parlamentare nostalgico della “Terza via”, la Francia, in cui il presidente socialista Hollande fu eletto con un programma di riforme economiche e sociali “di struttura”, ampiamente disatteso da politiche di stabilizzazione e di accettazione dell’austerity imposta dalla Merkel e l’Italia, il cui premier è anche leader di un partito, il Pd, che nominalmente aderisce al socialismo europeo, rappresentandone però, per storia e per azione politica, un corpo estraneo.

Insomma, da una parte sembra verificarsi una “fuoriuscita” dal socialismo nella sua declinazione riformista, fondata su Welfare State, redistribuzione fiscale, intervento pubblico in economia, partecipazione dei lavoratori in azienda, con la sostituzione dei diritti sociali con quelli della persona, per coniugare libertà civili e mercatismo; dall’altra, la riproposizione e l’aggiornamento del compromesso tra capitale e lavoro, con al centro della politica il tema della giustizia sociale. Già, un crinale stretto, poiché nel primo caso il rischio è il ripudio da parte dei ceti popolari, com’è avvenuto al Pasok in Grecia e, nell’altro, il velleitarismo, per la perdita di ruolo dello strumento fondamentale per le politiche sociali: lo Stato nazionale, la cui sovranità è stata fortemente vulnerata dalla finanza globale e in Europa dalle politiche monetariste di Bruxelles.

Forse, la nuova prospettiva potrebbe essere per il socialismo democratico, quella di contaminarsi con altre culture e identità politiche, di dialogare anche sui temi del comunitarismo e della sovranità nazionale, oltre il “secolo breve”.