GELO EUROPEO

belgrado rifugiatiPer troppo tempo l’Europa si è voltata dall’altra parte, ma la questione dei migranti e dei rifugiati resta ancora lì in attesa di esser risolta. Dopo i morti in mare, a rischio sono i migranti che attraversano la rotta balcanica per la morsa del gelo e bloccati in Serbia in attesa di trovare un modo per oltrepassare il confine verso l’Unione Europea nella speranza di trovare asilo. Sulla rotta balcanica cinque persone sono morte per congelamento dall’inizio dell’anno nel tentativo di entrare in Europa o di spostarsi tra i vari Stati membri.

L’Inferno di ghiaccio a Belgrado.
MSF: “Meritano di essere trattati come esseri umani”

Sono mesi ormai che centinaia di migranti, per lo più afghani, siriani e iracheni, hanno trovato rifugio nei depositi abbandonati lungo la ferrovia a Belgrado nel loro cammino di avvicinamento ai confini dell’Unione Europea e che a causa del freddo che ha investito l’Europa rischiano di morire per ipotermia, in questi giorni, infatti, le temperature nella notte scendono abbondantemente sotto lo zero rendendo la vita in questi asili di fortuna un vero inferno polare che in molti hanno paragonato alle scene vissute in Europa ai tempi della Seconda Guerra Mondiale. rifugiati 2 guerra mondiale
“Ci sono stati sette casi di congelamento a Belgrado – ha detto Andrea Contenta, Esperto affari umanitari di MSF in Serbia – vi assicuro che è molto più grave di quanto sembra. Il congelamento fa sì che il sangue non raggiunga le estremità del corpo, addormenta i nervi e nei casi più gravi può essere trattato solo con l’amputazione perché i tessuti muoiono”. Medici senza Frontiere accusa poi la politica europea: “L’inverno è un fenomeno naturale che non possiamo controllare. Il vero problema è la mancanza di volontà politica per cercare di soddisfare le esigenze immediate di queste persone vulnerabili. È un fallimento dell’Unione Europea, che ha chiuso gli occhi davanti al fatto lampante che le proprie politiche mal pianificate non hanno fermato il flusso di persone, ma non hanno nemmeno predisposto alternative legali per permettere loro di viaggiare in modo sicuro”. “Far finta che questo percorso sia chiuso e che queste persone non esistano non è la soluzione”, aggiunge Andrea Contenta che conclude: “Qualunque cosa si pensi circa il loro diritto di raggiungere l’Europa, meritano di essere trattati come esseri umani, con dignità. E in questo momento, non lo sono”.

Autorità serbe rinnovano appelli ad andare in centri accoglienza
In soccorso di queste persone è arrivata Belgrado: il commissariato serbo per l’assistenza ai profughi ha rinnovato oggi l’appello ai migranti che restano accampati al gelo a Belgrado e nel resto della Serbia ad accettare la sistemazione nei centri di accoglienza dove, ha sottolineato, c’è posto per tutti e nei centri vengono garantiti un posto al caldo, tre pasti al giorno e assistenza medica, ma la maggiorparte teme di essere respinta e per questo evita le strutture di assistenza ufficiali. A Belgrado, secondo il commissariato, sono ancora oltre mille i migranti e profughi che bivaccano praticamente all’aperto e al gelo nella zona della stazione degli autobus, a ridosso del centro della capitale, accampati in locali e magazzini abbandonati, parcheggi coperti e tende malmesse.migranti belgrado
Gran parte di loro non accetta di andare nei centri di accoglienza per timore di essere registrati e trasferiti a sud al confine con Macedonia e Bulgaria, e di essere quindi poi rimandati nei Paesi di provenienza. In soccorso dei migranti che ancora resistono al freddo a Belgrado sono mobilitate ong e organizzazioni umanitarie internazionali. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) esprime forte preoccupazione per la situazione in cui si trovano rifugiati e migranti in Europa a causa del rigido inverno. L’UNHCR ha aumentato l’assistenza in diversi Paesi, come Grecia e Serbia. Considerate le dure condizioni invernali, l’UNHCR è fortemente preoccupato dal fatto che le autorità di tutti i Paesi che si trovano lungo la rotta dei Balcani occidentali continuano a respingere rifugiati e migranti dai propri territori verso i Paesi confinanti. In diversi casi rifugiati e migranti hanno accusato le forze di polizia di avere usato violenza. Molti hanno inoltre denunciato che le stesse forze dell’ordine hanno sequestrato o distrutto i loro cellulari, impedendo loro di effettuare chiamate per chiedere aiuto.

La soluzione di Minniti: “Chi chiede asilo dovrà lavorare”
Il nuovo piano che il ministro dell’Interno Marco Minniti intende presentare al Parlamento mercoledì presenta molte novità, molte delle quali contestate a sinistra ed elogi a destra. Quella che ha fatto maggior scalpore è la novità che prevede la possibilità che i richiedenti asilo vengano impiegati in lavori socialmente utili, non su base volontaria, ma un obbligo perché la pratica vada a buon fine. Convenzioni anche con aziende per gli stage.
Il permesso provvisorio
A due mesi dall’arrivo, l’immigrato riceverà un permesso provvisorio, in attesa che la sua identità sia verificata. Così il richiedente asilo finirà in uno Sprar e il sindaco del comune ospitante offrirà opportunità di lavori socialmente utili. L’ipotesi retribuzione al momento rappresenta uno scoglio.
I CIE trasformati in CPR
I Cie cambieranno nome in Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) i vecchi Cie. E con il nome dovrebbe cambiare la loro organizzazione e il loro funzionamento, almeno in base a quanto dichiara il ministro Minniti. “I nuovi centri non avranno nulla a che fare con i vecchi, avranno governance trasparente e un potere esterno rispetto alle condizioni di vita all’interno”, assicura. Si parla di centri piccoli, fuori dai centri cittadini e vicini a infrastrutture come gli aeroporti così da agevolare il rimpiatrio, da 80-100 posti, uno per regione, escludendo Valle d’Aosta e Molise, per un totale di 1.500-1.600 ospiti, non migranti senza permesso di soggiorno, ma sospetti criminali. All’interno sarà presente la figura di un garante per verificare il rispetto dei diritti e delle procedure. Poliziotti impiegati per le identificazioni, ma la sorveglianza spetterebbe all’esercito.
Tra le altre novità del piano immigrazione firmato Minniti ci sono: la riduzione a un solo grado di appello nel caso di bocciatura della domanda di asilo; gli accordi con i Paesi di provenienza; aumento del numero dei Comuni che danno accoglienza tramite incentivi (500 euro a migrante già stanziati). Proposta di modifica anche sul reato di clandestinità.

Nencini, in comuni con sindaci socialisti migranti svolgono lavori socialmente utili

“Da almeno tre anni proponiamo di impegnare i profughi in lavori socialmente utili in cambio dell’ospitalità. Forse ci siamo. Nel 2015 invitammo tutti i sindaci socialisti a muoversi in questa direzione. Lo fecero in molti. È un modo utile a integrarsi e a restituire ciò che si prende”.
È quanto ha affermato il segretario del PSI Riccardo Nencini, riferendosi all’iniziativa dei sindaci socialisti che offrono ai migranti la possibilità di svolgere servizi socialmente utili in cambio della permanenza nei loro comuni.

L’Ungheria di Orban: dopo il ‘muro’, migranti in detenzione

Continua la linea dura del Premier ungherese Viktor Orban che ha annunciato che ripristinerà la misura di chiudere in prigione i profughi in attesa del diritto d’asilo sospesa nel 2013 dopo le pressioni dell’Unione europea, della Corte europea dei diritti dell’uomo e delle Nazioni Unite.
Il leader magiaro in persona lo ha detto parlando alla Magyar Ràdio, l’emittente radiofonica pubblica, richiamandosi tra l’altro all’esigenza di difendere l’Europa dalla minaccia del terrorismo islamista. “Sappiamo che la decisione va contro le norme internazionali precedentemente accettate dal nostro paese, ma lo faremo lo stesso”, ha sottolineato secondo i resoconti delle agenzie di stampa. Ma l’Ungheria alza ulteriormente il tiro, rifiutando ogni aiuto e anche di far entrare nel suo territorio migranti che rischiano di morire assiderati al confine serbo.

Tolti gli aiuti alla Grecia. Pittella: Vergognoso

tsipras-juncker“La decisione dell’Eurogruppo di ritirare le misure di alleggerimento del debito greco è vergognosa”. Lo ha detto senza mezze misure il capogruppo dei socialisti e democratici al parlamento europeo e candidato alla presidenza del Pe Gianni Pittella. Ma cosa è successo? Il governo greco, guidato da Alexis Tsipras, ha deciso di aumentare le spese per le pensioni e per l’accoglienza e l’Unione europea lo punisce ritirando le misure per l’alleggerimento del debito. Insomma un nuovo putiferio sui rapporti tra Atene e Bruxelles.

“Dietro questa decisione – ha continuato Pittella – c’è la mano malvagia di Schauble. E’ inaccettabile scambiare misure sociali eque e necessarie come il sostegno alle pensioni basse con la questione del debito”. “Il popolo greco ha già contribuito molto. La Grecia non ha bisogno di sanzioni, ma di investimenti. Siamo pronti a qualsiasi azione politica a sostegno del popolo greco”.

Insomma l’Eurogruppo ha ritirato le misure approvate lo scorso 5 dicembre per alleviare il carico di debito della Grecia e i creditori internazionali di Atene (Commissione Ue, Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea) “hanno concluso che le azioni del governo greco non appaiono in linea con i nostri accordi”, ha dichiarato il portavoce di Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo, che ha precisato: “Non c’è unanimità nell’applicazione delle misure di breve termine sul debito”. La borsa di Atene ha reagito alla notizia con un ribasso del 3%. L’Eurogruppo aveva acconsentito a concedere alla Grecia, tra le altre cose, una parziale moratoria sugli interessi sul debito e l’allungamento delle scadenze di alcune categorie di obbligazioni.

Il primo ministro greco, Alexis Tsipras, tre giorni fa aveva annunciato un aumento complessivo di 1,6 milioni di euro delle pensioni più basse e uno sgravio fiscale per le isole più sotto pressione per l’afflusso di richiedenti asilo. “I creditori devono rispettare il popolo greco, che ha fatto sacrifici enormi nei sette anni passati in nome dell’Europa”, aveva affermato Tsipras presentando le misure, che ha inoltre dichiarato: “Non ho dubbi che ciò che stiamo facendo sia nel quadro dell’accordo”. Tsipras deve però fare i conti con le elezioni politiche che si svolgeranno l’anno prossimo in Germania e in Olanda, i due Paesi i cui elettorati hanno visto con ostilità maggiore il terzo prestito accordato alla Grecia, del valore di 86 miliardi di euro.

Oltre la crisi del socialismo

All’indomani del crollo del Muro di Berlino il sociologo liberaldemocratico anglo-tedesco Ralf Dahrendorf preconizzò che la fine del comunismo avrebbe provocato anche la crisi del socialismo democratico; a sua volta, nel 2006, sul versante della sinistra antagonista un intellettuale “irregolare” come Antonio Negri, sostenne in un libro dal titolo “Goodbye Mr. Socialism”, la tesi del superamento del “vecchio modello redistributivo” e l’esigenza di “nuovi paradigmi che possano ridisegnare la via della trasformazione sociale”.

Il socialismo democratico, e, quindi, la sinistra maggioritaria dalla fine della 2° guerra mondiale, in Europa evidenzia una divisione tra due prospettive: l’accettazione delle politiche neoliberiste, il dialogo con i centri di potere finanziario, la collaborazione con i partiti popolari, a loro volta regrediti su posizioni conservatrici; la contestazione, di converso, della globalizzazione economica e l’alleanza con i nuovi movimenti di sinistra, segnati dalla teoria e dalla pratica dell’”autorganizzazione sociale”.

La prima prospettiva, inaugurata da Tony Blair alla fine del ‘900, vede i socialisti tedeschi e quelli spagnoli sostenere nei rispettivi Paesi governi con o dei popolari; la seconda con i socialisti che in Vallonia bloccano l’accordo di liberoscambio tra Europa e Canada, in Portogallo governano con i due partiti della nuova sinistra nel crinale stretto tra gli obblighi imposti dalla Troika e la tradizione sociale.

Casi a sé i laburisti inglesi, divisi tra una base entusiasta delle posizioni radicali di James Corbyn e un gruppo parlamentare nostalgico della “Terza via”, la Francia, in cui il presidente socialista Hollande fu eletto con un programma di riforme economiche e sociali “di struttura”, ampiamente disatteso da politiche di stabilizzazione e di accettazione dell’austerity imposta dalla Merkel e l’Italia, il cui premier è anche leader di un partito, il Pd, che nominalmente aderisce al socialismo europeo, rappresentandone però, per storia e per azione politica, un corpo estraneo.

Insomma, da una parte sembra verificarsi una “fuoriuscita” dal socialismo nella sua declinazione riformista, fondata su Welfare State, redistribuzione fiscale, intervento pubblico in economia, partecipazione dei lavoratori in azienda, con la sostituzione dei diritti sociali con quelli della persona, per coniugare libertà civili e mercatismo; dall’altra, la riproposizione e l’aggiornamento del compromesso tra capitale e lavoro, con al centro della politica il tema della giustizia sociale. Già, un crinale stretto, poiché nel primo caso il rischio è il ripudio da parte dei ceti popolari, com’è avvenuto al Pasok in Grecia e, nell’altro, il velleitarismo, per la perdita di ruolo dello strumento fondamentale per le politiche sociali: lo Stato nazionale, la cui sovranità è stata fortemente vulnerata dalla finanza globale e in Europa dalle politiche monetariste di Bruxelles.

Forse, la nuova prospettiva potrebbe essere per il socialismo democratico, quella di contaminarsi con altre culture e identità politiche, di dialogare anche sui temi del comunitarismo e della sovranità nazionale, oltre il “secolo breve”.

ANNO RECORD

migranti-sbarchiLa questione migranti non si risolve e non si è risolta da sola. L’impennata degli sbarchi di migranti degli ultimi giorni fa diventare il 2016 l’anno record, finora, per numero di arrivi: con 153.450 si registra infatti il 10 per cento in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e si supera di 1.300 persone il totale segnato nel 2014, che alla fine, con 170mila sbarcati, diventò l’anno con il maggior numero di arrivi. E i numeri sono ancora più imponenti se si contano i 4.300 migranti sbarcati oggi sulle coste siciliane e calabre. Di questi 1099 sono arrivati a Palermo insieme con 17 salme a bordo della nave norvegese Siem Pilot: i morti, compresi tre bambini, sarebbero stati vittime di pestaggi da parte dei miliziani libici.

Tanto che la procura di Palermo ha aperto un’inchiesta e sta ascoltando sia il comandante della nave norvegese sia l’ufficiale di collegamento. A coordinare le indagini il pool diretto dal procuratore aggiunto Maurizio Scalia. La Procura ha già affidato l’incarico a cinque medici legali che dovranno eseguire nelle prossime ore l’autopsia sui cadaveri dei migranti arrivati al porto. “I bambini massacrati dimostrano che abbiamo perso la ragione. Servono occhi sapienti per vedere questo esodo”, dice, durante le operazioni, l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice.

Nel canale di Sicilia in attesa di altri salvataggi restano la nave Dattilo che ha già a bordo 434 migranti, la nave Iuventa con 278 migranti a bordo, la nave Rio Segura con 117 persone raccolte davanti le coste libiche. La nave Siem Pilot era inizialmente diretta a Cagliari ma è stata dirottata a Palermo a causa dell’emergenza accoglienza in Sardegna dopo l’ultimo sbarco di 1258 persone avvenuto il 6 ottobre. Ad assistere i migranti la task force coordinata dalla prefettura e formata, oltre che dalle forze dell’ordine, da personale dell’Azienda sanitaria provinciale, del 118, dai volontari della della Caritas e della Croce Rossa, e dai tecnici del Comune.

Ma le traversate non sono solo fuga dalla disperazione, c’è anche chi lucra sui viaggi della speranza: a Catania la polizia ha eseguito un’ordinanza cautelare nei confronti di 15 nigeriani accusati di avere gestito una tratta di giovanissime loro connazionali che avrebbero “reclutato, introdotto, trasportato e ospitato” in Italia per “costringerle ad esercitare la prostituzione”. Sono indagati, a vario titolo, di associazione per delinquere, tratta di persone con l’aggravante della transnazionalità e di induzione e sfruttamento della prostituzione. Indagini della squadra mobile hanno evidenziato l’esistenza di più organizzazioni criminali – con basi in Nigeria, Libia, Catania, Campania ed in altre città del Nord Italia – che secondo l’accusa reclutavano in Nigeria giovani donne che, dopo essere state sottoposte a rito “voodoo” ed avere contratto un debito, venivano trasferite dapprima in Libia, quindi condotte a bordo di imbarcazioni in Italia.

E mentre in Italia prosegue il ‘salvataggio’, altrove si preparano gli sgomberi. In Francia è infatti in corso dall’alba lo sgombero della ‘Giungla’ di Calais. Alle 6:15 circa sono giunti i primi autobus nell’insediamento nel nord della Francia dove vivono da 18 mesi fra i 6.400 e gli 8.300 migranti. “Tutto si sta svolgendo normalmente, in modo organizzato e metodico”, ha detto il prefetto del Nord-Pas-de-Calais, Fabienne Buccio, intervistata da BFM-TV. Per ora, ha aggiunto la Buccio, sono partiti “17 pullman con 711 migranti a bordo. Altri tre bus stanno per partire”.

Mentre da parte della Chiesa arriva un appello perché le operazioni di sgombero in atto in queste ore a Calais si svolgano con “un surplus di dignità e rispetto, soprattutto nei riguardi dei minori, delle donne sole e delle persone che si trovano in condizioni di salute precarie”. Lo ha lanciato il vescovo di Arras, monsignor Jean-Paul Jaeger, sul cui territorio si trova la “giungla” di Calais dove alle 6 di questa mattina sono iniziate le operazioni di smantellamento del campo profughi. Il piano del governo è ricollocare un numero di circa 7.500 immigrati nei 287 centri di accoglienza e orientamento (Cao) che sono stati organizzati su tutto il territorio francese. La Corsica e l’Ile-de-France non sono state coinvolte nel piano di ricollocazione. Oggi partono 60 bus, 45 martedì, 40 mercoledì e altrettanti per tutta la settimana. Un piano logistico colossale presidiato da un contingente di 1.250 agenti di polizia e gendarmi. Tra la bidonville e il punto di partenza dei bus, è stato costruito un hangar di 3mila metri quadrati dove è stato allestito il centro di smistamento. “Anche se questo luogo ha rappresentato per molti un raggio di speranza- ha detto il vescovo- l’insalubrità dei luoghi e le condizioni precarie di sussistenza lo condannano a sparire”. Il tempo dello smantellamento – ha chiesto il vescovo Jaeger – deve diventare un tempo per “costruire o ricostruire in termini di rispetto della dignità umana di questi uomini e queste donne, feriti che hanno lasciato il loro paese e le loro famiglie in circostanze spesso atroci e dolorose. Queste stesse persone sono state spesso sfruttate da reti che dovevano condurle a un’ipotetica terra promessa e sono state invece portate a Calais nelle condizioni che conosciamo”. Secondo il quotidiano Le Figaro 1.250 poliziotti sono stati mobilitati per garantire la sicurezza durante l’evacuazione, che secondo le previsioni dovrebbe durare una settimana. I residenti dei comuni che dovranno accoglierli – Allex, Saint-Denis-de Cabanne, San Brevin – hanno protestato in tutto il Paese contro il loro arrivo, ma non tutti vogliono rimanere in Francia.

L’altro punto di arrivo degli sbarchi, la Grecia è invece alle prese, in queste ore, con una rivolta dei profughi. Decine di migranti hanno incendiato una struttura che ospita l’ufficio Ue per la gestione delle domande di asilo nel campo profughi di Moria, sull’isola di Lesbo, per protesta contro le condizioni di vita e l’incertezza sulle loro domande. “Circa 70 migranti di nazionalità pakistana e bengalese hanno attaccato alcune strutture che ospitano i servizi per l’asilo con pietre e coperte a cui avevano dato fuoco, per protesta contro il ritardo dell’esame delle loro domande d’asilo”, ha dichiarato un portavoce della polizia. Successivamente la Polizia ha assicurato che in seguito la situazione è tornata alla calma, mentre 22 persone sono state arrestate.

Migranti. Un mare di morti: 4.027 nel 2016

Migranti-MediterraneoNumeri impressionanti, sui quali non si può far finta di nulla. Sono quelli resi noti dall’Oim, l’Organizzazione internazionale delle migrazioni con seda a Ginevra secondo la quale dall’inizio dell’anno sono 4.027 i migranti e profughi morti durante il viaggio verso l’Europa con un aumento del 26% rispetto ai primi sette mesi del 2015.

In particolare, quest’anno le morti nel Mediterraneo hanno raggiunto quota 3.120, dato che include i 120 cadaveri scoperti sulla spiaggia libica di Sabratha lo scorso mese. L’Oim riferisce che 257.186 migranti e rifugiati entrati in Europa via mare nel 2016 sono giunti sulle coste dell’Italia e della Grecia, dove oltre 24mila arrivi sono stati registrati nel solo mese di luglio.
Ma è soprattutto l’Italia a ricevere profughi e migranti per effetto dell’accordo con la Turchia entrato in vigore lo scorso marzo: se nei primi mesi del 2016 la Grecia continuava a essere la mèta principale, a partire da aprile 93 immigrati su 100 mettono piede sulle nostre coste.
Italia e Grecia da sole hanno accolto il 99% dei profughi e dei migranti – in arrivo dal Medio Oriente e dall’Africa. Il paese ellenico detiene nonostante tutto la quota più alta: poco più di 166mila, un numero molto inferiore a quello registrato nell’intero 2015, l’anno che passerà probabilmente alla storia greca con 857mila profughi accolti, in maggioranza siriani.
Tuttavia 151mila di quei 166mila sono arrivi collocati nei primi tre mesi del 2016. Dalla firma tra Ue e Turchia, con l’esplicito volontà di Erdogan di trattenere i profughi sul territorio turco, in Grecia sono giunte poche migliaia di persone.
L’Italia invece nel 2016 ha registrato 89.295 migranti e profughi dall’inizio dell’anno: 19mila a gennaio, febbraio e marzo, 75mila fino a luglio.
Per fare un paragone, nella settimana dal 21 al 28 luglio sulle coste siciliane sono approdate dopo i soccorsi in mare 5243 persone in stato di bisogno (principalmente da Nigeria, Eritrea, Sudan); in Grecia nello stesso periodo 790, in particolare siriani, pakistani, afghani.

La Politica estera di Matteo Renzi

Una volta – diciamo ai tempi della mai abbastanza deprecata prima repubblica – l’essere, o quanto meno l’apparire più a sinistra di qualcun altro era considerato in quell’ambiente un titolo di merito.
Nella seconda l’argomento è utilizzato molto meno.
Ma semplicemente perché è completamente sovrastato da quello nuovo/vecchio proposto da Renzi. Pure, lo stesso premier potrebbe ricorrere tranquillamente all’“usato sicuro”. Perchè, almeno in politica internazionale, è chiaramente più a sinistra del suo partito.Lo è per quanto riguarda i rapporti con l’Europa perchè un populista furbo è preferibile ad un europeista letargico. E lo è per quanto riguarda i rapporti con il mondo esterno, perchè, almeno nelle aree più sensibili, l’erede della cultura cattolica è senz’altro migliore di quello dei Blair e dei Clinton.
Ciò doverosamente detto non è, però, affatto certo che le strategie proposte dal nostro governo siano vincenti o comunque praticabili. E vediamo perchè.
Nei rapporti con l’Ue, il nuovo governo ereditava uno stato di cose disastroso. Per decenni avevamo inghiottito senza reagire le ricette di Bruxelles, magari in nome dello stato di necessità; ma ciò non ci aveva fatto uscire dall’angolo; anzi. Adesso Renzi, a prescindere da ogni considerazione di merito sulle sue riforme, sembra comunque essere riuscito a fare accettare dalla Commissione lo scambio tra le riforme stesse e il riconoscimento di un certo grado di flessibilità nell’interpretazione dei parametri di Maastricht. Diciamo, allora, che il paese avrebbe superato indenne il proimo tempo dell’incontro; rimanendo, peraltro, impregiudicato l’esito finale della partita. In questa seconda fase peserà però, eccome, la questione del debito; e il non essere riusciti a costruire un sistema di alleanze che ci consenta di rinegoziare le regole dei trattati in posizione di forza. Perché da sola l’Italia (come la Grecia o la Spagna prima di lei) potrà fare ben poco; mentre la finestra di opportunità offerta dalla possibile presenza di governi di sinistra in tutti i paesi del sud Europa e dalla presidenza Obama potrebbe chiudersi già a partire dalla prossima primavera.
Nei rapporti con il resto del mondo il contrasto tra la qualità dei nostri progetti e i processi in atto sul terreno è, poi, molto più marcata.
I primi sono tutti corretti. Giusto mantenere in piedi il dialogo con Mosca contestando la logica delle sanzioni e della guerra fredda. Giusto vedere l’accordo sul nucleare come strumento per reinserire Teheran nella comunità internazionale, con i suoi diritti e i suoi doveri. Giusto guardare ai problemi del Medio oriente in una prospettiva di mediazione e non di scontro tra buoni e cattivi. Giusto rifiutare nuove avventure militari in Libia. Giusto, infine: rivendicare, in linea di principio e di fatto, la politica dell’accoglienza.; rifiutare di dichiarare l’Italia in stato di guerra; e, infine,collocare i problemi dell’immigrazione in una dimensione collettiva: che si tratti della definizione di nuove regole o dei rapporti tra i “paesi d’arrivo e quelli di partenza”.
Ora, in tutto questo, il Grande Rottamatore, l’uomo ai cui occhi la politica in Italia comincia nei primi mesi del 2014, vive una situazione paradossale e potenzialmente drammatica. Perchè ha dalla sua il passato, lontano ma anche prossimo. La continuità di una politica estera di grande sapienza, sostenuta da una diplomazia e da strutture di sicurezza estremamente attente ed espressa a livello politico da Moro come da Andreotti, da Craxi come da Berlusconi. L’attenzione costante della Chiesa cattolica che, a partire dalla difesa dei cristiani d’oriente si è battuta contro ogni spirito di crociata; e  che, con papa Francesco ha identificato nei migranti il messaggio universale della povertà. La cultura nazionale di un paese perdonista, generoso, disordinato, poroso, tollerante del diverso, all’occorrenza xenofobo ma mai veramente razzista.
Contro di lui, invece, il presente e il futuro. E, in particolare, nella questione dell’immigrazione.
Nel presente un sistema che affida al paese di primo ingresso il compito di stabilire la possibilità, o meno di accesso allo spazio di Schengen di un extracomunitario. Il tutto basato su di una “tipologia del richiedente” (il professore con la barba bianca in fuga dai paesi del socialismo reale, il rude lavoratore turco o arabo, in arrivo su chiamata e disposto a tornare a casetta sua al termine del suo periodo di ingaggio) oramai scomparsa tra gli altri cimeli del novecento. Nel presente e nel futuro l’Italia come unico punto di entrata dell’immigrazione proveniente sia dall’Asia che dall’Africa; e senza la possibilità materiale di distinguere tra profughi, meritevoli di asilo, e persone fuggite in cerca di una vita migliore, da rimandare nel loro paese d’origine. Il tutto con due circostanze aggravanti: primo, l’impossibilità materiale e morale di “intercettare e respingere”. Secondo, l’assenza (eccezion fatta della Tunisia) di interlocutori sull’altra sponda del Mediterraneo in grado non solo di controllare l’immigrazione alla fonte ma anche di prendere in considerazione incentivi per la gestione congiunta del fenomeno.
Una situazione senza sbocchi e che rischia di precipitare in ogni momento. Per evitare il peggio bisognerebbe uscire dalla contrapposizione rovinosa tra logica dell’ accoglienza (letta come immigrazione incontrollata) e logica della difesa identitaria (letta come chiusura delle frontiere), ragionando di numeri e di integrazione. Ma ci sono in Europa istituzioni o stati disposti a ragionare?

Alberto Benzoni

Putin da Tsipras, si rafforza l’asse Mosca-Atene

putin-tsipras-moscu.jpg--644x362Il presidente russo Vladimir Putin ha condotto, nelle giornate del 27 e del 28 maggio, una visita ufficiale in Grecia. Gli incontri con il presidente della Repubblica Prokopis Pavlopoulos e con il premier Alexis Tsipras non hanno fatto che confermare l’esistenza di un rapporto di amicizia e collaborazione tra i due Paesi, che fa della Grecia uno degli Stati membri dell’Unione europea meglio disposti verso la Russia di Putin. Un evento ancora più significativo in rapporto alle tempistiche: tra poco meno di un mese, il 23 giugno, il Consiglio dell’Unione europea dovrà decidere se prorogare o meno le sanzioni economiche e commerciali che Bruxelles ha imposto a Mosca dopo l’annessione della Crimea nel 2014 e il supporto ai ribelli filorussi in Ucraina. Putin, perciò, ha tutto l’interesse ad avere partner europei che possano opporsi alla proroga.

Proprio le sanzioni sono state uno degli argomenti toccati durante il colloquio tra Putin e Tsipras, durato quasi due ore. I due leader hanno concordato sulla necessità di rafforzare l’asse tra Mosca e Atene, da cui entrambi hanno da guadagnare. La Russia ha nella Grecia un partner affidabile in seno all’Unione europea, Atene ha in Mosca una fonte di investimenti esteri che, nella situazione di crisi economica in cui versa lo Stato ellenico, possono essere vitali. In questo senso vanno lette le dichiarazioni del leader di Syriza, che, pur non esponendosi pubblicamente contro le sanzioni, ha fatto capire che va privilegiata la strada del dialogo, essendo la Russia un partner strategico dell’Europa. Si è parlato molto, inoltre, di investimenti e di commercio, anche perché Putin era accompagnato da una folta delegazione di rappresentanti di aziende e compagnie petrolifere ed energetiche. È stato confermato l’interesse russo per il porto di Salonicco e per la compagnia ferroviaria ellenica e sono stati firmati nove protocolli di collaborazione economica. Soprattutto, si è parlato del progetto South Stream, un immenso gasdotto che porterà il gas naturale dalla Russia all’Unione europea. La Grecia è uno dei Paesi di passaggio dell’opera, un ruolo che Tsipras vuole sfruttare per favorire lo sviluppo economico.

La visita ha confermato un rapporto ben saldo tra i due Paesi. Un’amicizia che ha ragioni storico-culturali, a partire dalla comune fede ortodossa. Nel corso della due-giorni, non a caso, Putin ha fatto visita al Monte Athos, per celebrare i mille anni della presenza russa in questo luogo santo gestito dai monaci e strettamente vietato alle donne, dove è stato accolto dal Patriarca di tutte le Russie Kirill. È innegabile che alle ragioni culturali si siano recentemente aggiunte, con la crisi greca e il clima da guerra fredda tra Occidente e Russia, forti motivazioni economiche, che spingono i due leader a rafforzare ulteriormente questa partnership.

Riccardo Celeghini

SFIDA GLOBALE

Migranti mani tese

La questione dei migranti, oltrepassa i confini europei e resta al centro anche del G7, conclusosi questa notte in Giappone. I “migranti e i rifugiati sono una sfida globale che richiede una risposta globale”. Lo si legge infatti nelle conclusioni del G7. Bisogna “aumentare l’assistenza globale per sostenere le esigenze dei rifugiati, delle comunità che li ospitano” e cooperare con “i nostri partner, specialmente quelli in Africa, in Medio Oriente e nei Paesi confinanti di origine e transito”.
Il G7 “incoraggia l’ammissione temporanea” e gli schemi di ricollocamento “per alleviare la pressione dei paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati”. Se la priorità numero uno per l’unione dei Grandi riuniti a Ise Shima è la crescita attraverso ogni strumento “fiscale, monetario e strutturale” per “sostenere la domanda globale” continuando gli sforzi per “mettere il debito su livelli sostenibili”, per l’Italia resta centrale il problema di come affrontare l’immigrazione.
l Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, sostiene che “parlare di emergenza migranti in Italia al momento è fuori luogo”, ma proprio in queste ore continuano gli sbarchi che affollano i centri di raccolta ormai prossimi al collasso. Anche oggi il Mediterraneo è stato teatro di una nuova tragedia con l’ennesimo naufragio. In serata erano 32 i cadaveri recuperati dalla nave della Marina Militare Vega e 135 le persone tratte in salvo. La Vega è intervenuta nel pomeriggio nel canale di Sicilia in soccorso di un barcone stracarico di migranti poi semiaffondato. I

E la situazione non è semplice neppure per quelli che si trovano in Italia da mesi e vorrebbero andare altrove. È il caso di Ventimiglia dove il sindaco, Enrico Ioculano, ha ordinato di sgomberare la tendopoli di fortuna dove un anno fa si sono accampati qualche decina di migranti che erano stati bloccati dalla gendarmeria al confine francese e respinti in Italia. La decisione del Sindaco ha creato polemiche dure e Ioculano si è autosospeso dal Pd, sostenendo di essere stato “abbandonato dal Governo e dal Partito”.
Il problema di come gestire i flussi nel nostro Paese esiste eccome: quasi 6 mila migranti sbarcati in Italia negli ultimi tre giorni e 1.400 morti in mare nel 2016. Una media di 2 mila arrivi al dì e diverse variabili impazzite da gestire.
Ne abbiamo discusso con Fabrizio Cicchitto, deputato NCD e Presidente della III Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei deputati.

La priorità per il G7 è la crescita globale attraverso gli investimenti unita a una risposta collettiva all’emergenza migranti. Come si può riuscire in questo intento visto che c’è discordia anche all’interno dell’Ue? Mi sembra un programma ambizioso, vaste programme avrebbe detto De Gaulle, come si può arrivare a una soluzione?

CICCHITTO2Il problema vero è il ritardo con cui si è arrivati a capire che si trattava di un’emergenza globale. Siamo in ritardo di almeno dieci anni. La crisi sia dei migranti, sia economica, è iniziata da tempo. Diciamo che i buoi sono scappati da tempo… Anche l’apprezzamento fatto per il Migration Compact di Matteo Renzi è giusto, solo che arriva con notevole ritardo. Questi sono programmi che hanno bisogno non solo di investimenti, ma anche di tempo per vedere i primi risultati.

Quindi nel frattempo cosa si potrebbe fare?
Va fatto tutto quello che si dice e si propone, tenendo però in considerazione che le risorse e i finanziamenti non vanno dati ai regimi o si rischia che i risultati non siano quelli voluti. Resta comunque importante questa presa di coscienza.

Al tavolo dei grandi non partecipano Cina e Russia. Inoltre mentre si fa appello alla Russia per la questione siriana, il G7 ha appena concordato  di rinnovare le sanzioni contro Putin per un altro semestre.
Si dimentica che questi Stati hanno una visione egemonizzante. La Russia per esempio è intervenuta in Siria per rimettersi al centro della diplomazia internazionale e anche la visita di Putin in Grecia non avviene per caso. Mosca cerca di occupare gli spazi lasciati liberi dall’Europa.

Tornando all’Italia e all’immigrazione, tenendo conto che gli Stati europei continuano a chiudere le frontiere, esiste il rischio per l’Italia di diventare un enorme campo profughi?
Corriamo dei grandi rischi se non si trova una soluzione a livello europeo e soprattutto se non c’è solidarietà tra gli Stati membri.

Maria Teresa Olivieri

Grecia. Arriva l’accordo dell’Eurogruppo sul debito

eurogruppoNotte in bianco e… fumata bianca per la Grecia. Dopo una notte e una riunione durata undici ore i ministri delle finanze europei riuniti nell’Eurogruppo hanno dato il via libera allo sblocco di 10,3 miliardi di euro di nuovi fondi per Atene, una mossa che premia le dolorose riforme fiscali portate avanti dalla coalizione del primo ministro Alex Tsipras.
“Abbiamo fatto un importante passo avanti sulla Grecia, che ci permette di entrare in una nuova fase del programma di assistenza finanziaria”, ha detto il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem.
“Questo va oltre ciò che pensavo fosse possibile non tanto tempo fa”, ha aggiunto il Presidente.
Dei nuovi fondi, una prima tranche da 7,5 miliardi verrà erogata il mese prossimo e un’altra da 2,8 miliardi successivamente. Ma il nodo più importante da sciogliere è stato quello relativo al debito greco che sembrava giunto a un’impasse dopo i paletti imposti dalla Germania. Alla fine i creditori, dopo l’insistenza del FMI, hanno deciso che dal 2018 l’alleggerimento avverrà in modo da garantire che i bisogni finanziari lordi del paese rimangano sotto al 15% del PIL nel medio termine, e sotto al 20% del PIL nel lungo termine. Nel contempo, si sono messi d’accordo per chiedere alla Grecia un avanzo di bilancio primario in media del 3,5% del PIL. Il Fondo è riuscito a strappare un alleggerimento del debito greco, come chiedeva da tempo; ma secondo le condizioni chieste dai creditori europei. Tuttavia anche se la concessione sembra accontentare Lagarde in realtà è un accordo che soddisfa in pieno la Cancelliera Angela Merkel. L’alleggerimento del debito avverrà infatti solo nel 2018, data postuma alle elezioni in Germania (2017).

Liberato Ricciardi

Eurogruppo, sulla Grecia l’accordo è ancora lontano

dijsselbloem_june272015_web-thumb-largeUn’altra fumata nera per il destino del debito greco, l’Eurogruppo che si è riunito oggi per discutere sullo sblocco terzo programma di aiuti alla Grecia che prevede un prestito di circa 11 miliardi di euro. I ministri delle Finanze europei sono tutti d’accordo nel riconoscere gli sforzi di riforme della Grecia, ma restano divisi su ristrutturazione del debito e partecipazione del Fondo monetario internazionale (Fmi) all’assistenza finanziaria. Infatti il vero tema al centro dell’Eurogruppo è il debito della Grecia, arrivato al 180% del PIL, il debito di Atene è ormai considerato insostenibile, tanto che anche i creditori europei sono disposti a discutere di un qualche intervento. Le istituzioni europee propongono la ristrutturazione degli interessi dovuti dalla Grecia sui prestiti concessi ad Atene dai membri europei. Jeroen Dijsselbloem ha subito precisato che non ci sarà accordo sul debito senza il Fondo monetario internazionale.
Oggi doveva essere il giorno decisivo poiché la Grecia ha approvato un nuovo pacchetto di riforme: 7mila pagine per aumentare l’IVA, togliere i privilegi economici alle isole e aumentare la tassa di soggiorno per i turisti. Atene ce l’ha fatta e “ha fatto i compiti”. Merito riconosciuto dallo stesso Eurogruppo: i cambiamenti adottati hanno prevalentemente soddisfatto le richieste dei creditori, convincendo anche la Germania, nonostante il ministro delle finanze tedesco sempre molto scettico al riguardo. Schaeuble ha però ribadito che un eventuale alleggerimento del debito potrà avvenire solo quando la Grecia avrà attuato completamente il programma previsto l’estate scorsa, cioè a partire dal 2018. Posizione che diverge da quella del Fmi che vorrebbe delle misure fin da subito.
“Senza la partecipazione del Fondo monetario internazionale non c’è programma”, ha affermato il ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble sulla questione relativa alla partecipazione del Fmi al piano di assistenza.
Nonostante il riconoscimento i vertici europei restano di nuovo su linee diverse su come sciogliere il nodo del debito che ha implicazioni soprattutto di tipo politico. Non è un caso infatti che sia stato tutto rimandato a una data successiva alle elezioni in Germania del 2017.

Liberato Ricciardi