Raggi. Secca bocciatura dal mini test elettorale

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L’effetto Raggi è arrivato. È una sconfitta pesante per la sindaca di Roma. Ha perso le elezioni nel III municipio (Nomentano) e nell’VIII (Garbatella), una popolazione complessiva di quasi 300 mila persone. I due candidati del M5S alla presidenza del municipio della Garbatella e del Nomentano sono andati addirittura fuori pista: non ci saranno nemmeno nel ballottaggio del 24 giugno.

Enrico Lupardini e Roberta Capaccioni domenica 10 giugno hanno raccolto appena il 13% e il 20% dei voti. Le opposizioni sono in rimonta. Alla Garbatella è diventato presidente al primo turno col 54% dei voti Amedeo Ciaccheri, centro-sinistra. Al Nomentano, invece, la sfida al secondo turno del 24 giugno sarà tra Giovanni Caudo, centro-sinistra, 41,52% dei voti, e Francesco Maria Bova, centro-destra, 34%.

I fasti di due anni fa sono solo un ricordo. Il 19 giugno 2016 andò alle urne il 50% dei romani e Virginia Raggi, candidata del M5S, espugnò il Campidoglio in modo trionfale: ben 770.564 voti, il 67,15% dei consensi. Roberto Giachetti, Pd, alfiere del centro-sinistra, si fermò appena al 32,85%, 376.935 voti. Così la Raggi divenne sindaca di Roma, sottraendo ai democratici la capitale d’Italia.

Adesso arriva una brutta doccia fredda, la prima in assoluto. I romani dei due municipi hanno protestato contro Virginia Raggi in due modi: o disertando le urne (non si è recato ai seggi oltre il 70% degli elettori) o votando per le opposizioni di centro-sinistra e di centro-destra.

Il mini test elettorale è una secca bocciatura per la sindaca, è affondato il M5S in due vaste aree della metropoli. La prima cittadina della capitale, a due anni della sua elezione, ha deluso le attese di rinnovamento. Non solo non è stato varato nessun grande progetto per fermare il degrado e rilanciare la città eterna, ma perfino i servizi pubblici essenziali sono a pezzi: gli autobus passano con forti ritardi e alcune volte vanno addirittura a fuoco, i rifiuti traboccano dai cassonetti puzzolenti, ogni tanto cade un albero nelle strade causando danni e feriti, le vie sono impercorribili dalle auto per le pericolose buche e diventano piscine quando piove, per la scarsa manutenzione dei tombini delle fogne.

La sindaca di Roma ha riconosciuto la sconfitta e tenta di correre ai ripari. Su Twitter ha annunciato: «I cittadini vanno sempre ascoltati. Seguiremo le loro indicazioni: ci impegneremo di più su decoro, lavori pubblici e trasporti». Effetto Raggi: rischiano il posto diversi assessori chiave della giunta capitolina grillina.

Virginia Raggi bussa anche alla porta di Palazzo Chigi. Dopo aver battuto cassa con il governo Gentiloni, è tornata alla carica con il nuovo esecutivo M5S-Lega presieduto da Giuseppe Conte. Punta ad ottenere più poteri e due miliardi di euro: «Se io ho bisogno di soldi per l’Atac, voglio parlare direttamente con lo Stato, non voglio passare dalla regione che me li dà se e quanti ne vuole».

Certo domenica 10 giugno non è stata una brutta giornata solo per la Raggi. Nello stesso giorno hanno votato quasi 7 milioni di italiani per rinnovare i sindaci di 761 comuni, l’affluenza è calata al 61% dal 67% di cinque anni fa, e i cinquestelle di Luigi Di Maio sono andati male. Una analisi dell’Istituto Carlo Cattaneo ha indicato una flessione rilevante: nei comuni capoluogo sono scesi dal 32,7% delle politiche del 4 marzo al 12,1% delle amministrative del 10 giugno mentre il centro-destra a trazione leghista è salito al 38% dal 33,4% di tre mesi fa. Il Pd è, invece, in lieve recupero rispetto alla disfatta delle politiche. Il nuovo governo giallo-verde sembra portare buoni frutti solo alla Lega di Matteo Salvini, mentre gli elettori pentastellati in parte si sono astenuti o hanno votato per altri.

Di Maio, Grillo e Davide Casaleggio (il M5S ha perso sonoramente anche ad Ivrea, la città cara al figlio di Gianroberto) dovranno riflettere sull’intesa con Salvini e come procedere nel programma del “governo del cambiamento” per non deludere i propri elettori ed evitare altre brutte sorprese. L’egemonia di Salvini sull’esecutivo populista si sta affermando e le elezioni europee della prossima primavera sono dietro l’angolo.

Leo Sansone
(Sfogliaroma)

TUTTO È POSSIBILE

salvini berlusconi dimaioI presidenti delle Camere sono stati eletti con una prima convergenza che ha unito il centro destra ai 5 Stelle. Ora l’intesa sembra continuare. Bisogna aspettare che le consultazioni entreranno nel vivo per capire su quale strada continuerà la partita per il governo. Dopo l’intervista al Corriere nella quale Silvio Berlusconi apre a un governo Salvini escludendo l’ipotesi di una alleanza solo Lega-M5s, a parlare è il leader del Carroccio che come suo solito si scaglia contro i soliti bersagli: Europa e legge Fornero la cui demonizzazione ha fatto le fortune della sua campagna elettorale. Lo spunto questa volta viene dalla Catalogna: “I problemi fra Madrid e Barcellona – ha detto a Telelombardia – si risolvono dialogando, non con le manette”. “L’Unione Europea – ha aggiunto – ha dimostrato il suo nulla”. Dimenticando, o facendo finta di dimenticare visto che fino a ieri era parlamentare europeo, che l’Europa non può intervenire nelle vicende interne a un paese.

“Non è o Salvini o la morte” ha detto inoltre parlando della possibilità che invece di premier lui diventi ‘solo’ ministro. “A me – ha spiegato – interessa che l’Italia cambi. Sono pronto a metterci la faccia in prima persona e lavorare 24 ore su 24. Ma siccome voglio il cambiamento non è o Salvini o la morte”. “La coalizione che ha vinto è quella di centrodestra. Anche se non ha i numeri sufficienti per governare da sola ha vinto, quindi si parte dal programma di centrodestra”, ha sottolineato Salvini. E all’interno del centrodestra, ha ricordato, l’accordo era che chi prendeva un voto in più esprimeva il premier. “Sono pronto ma – ha aggiunto – non voglio fare il presidente del Consiglio a tutti i costi, con tutti perché altrimenti mi ammalo. Lo faccio se c’è la possibilità di approvare le leggi per cui gli italiani mi hanno dato il voto. Altrimenti se mi dicono va a fare il presidente di un governo dove ci son dentro tutti quanti e poi vediamo che cosa si riesce a fare in un anno no”.

“Per ora i 5 Stelle si sono dimostrati affidabili”, ha detto ancora. “Io le persone le giudico dai fatti, non dalle parole. Poi nei fatti, nei numeri uno si dimostra affidabile o non affidabile” ha spiegato aggiungendo che “quello che hanno detto, hanno fatto. Come Di Maio e Grillo hanno detto Salvini ha dato una parola e l’ha mantenuta, io apprezzo la gente che dice una cosa e poi la fa” e questo “vale anche per Berlusconi: alla fine abbiamo chiuso con il centrodestra compatto”. Sembrano passati anni luce, eppure era solo ieri, quando Salvini assicurava che con i 5 Stelle non avrebbe mai fatto nessuna alleanza. Comunque mettere insieme un governo non sarà facile, né, allo stato attuale, si intravede ancora la figura idonea a incarnare un patto che in teoria smentisce le solenni promesse politiche fatte agli elettori (gli uni hanno giurato mai con i cinquestelle, gli atri mai con Berlusconi).

Salvini ha detto, incassando un indubbio successo tattico, che adesso dovrà nascere un governo che dia agli italiani meno tasse e più pensioni. Fico vuole tagli ai costi della politica e reddito di cittadinanza, insomma i cavalli di battaglia grillini. Secondo i calcoli di Tito Boeri, il reddito di cittadinanza dovrebbe costare 30 miliardi di euro, mentre “stracciare” la riforma Fornero, come ha platealmente detto Salvini in campagna elettorale, costerebbe almeno 90 miliardi. Intanto, il conto della spesa parte già da 30 miliardi che bisogna trovare quest’anno: 12,4 per impedire che scatti l’aumento dell’Iva previsto dalla clausola di salvaguardia, 12 per rispettare gli impegni presi con la Ue facendo scendere il deficit pubblico allo 0,9%, il resto per i contratti del pubblico impiego e le spese incomprimibili. A qualcosa bisognerà rinunciare.

Torino, quel ‘Vaffa’ a Grillo dai puri del M5S

chiara appendinoE così anche Beppe Grillo si è beccato il suo “vaffa”. È successo a Torino, dove la candidatura alle Olimpiadi invernali del 2026, avanzata timidamente dalla sindaca Cinquestelle Chiara Appendino e appoggiata dal “fondatore-garante”, è finita con un ammutinamento che adesso rischia di far saltare la giunta.
I fatti sono noti: venerdì 9 marzo, mentre un centinaio di attivisti stanno discutendo sull’opportunità di firmare la manifestazione d’interesse al Cio (il Comitato olimpico internazionale), Grillo interviene in collegamento telefonico per dare una mano alla sindaca in difficoltà. Con il piglio deciso del capo scandisce: «Dobbiamo provare a ideare un’Olimpiade diversa, un’Olimpiade sostenibile. Non possiamo perdere l’opportunità di dimostrare che il movimento sa raccogliere le sfide e provare a gestire cose complicate».

Ma la risposta dei “puri” è un clamoroso “vaffa”. Due giorni dopo, il 12 marzo, la candidatura del capoluogo piemontese alle Olimpiadi fa saltare la seduta del Consiglio comunale chiamato a discutere la proposta. Per la prima volta dall’insediamento dell’amministrazione Appendino, in Sala Rossa manca il numero legale grazie all’assenza di quattro consiglieri pentastellati. Seduta interrotta e maggioranza a pezzi.

Grillo incassa in silenzio, ma dopo 48 ore cerca di ricucire lo strappo. Lo fa rispondendo all’accorata lettera della consigliera Ferrero che gli aveva espresso tutto il suo “sconcerto” per il cambio di posizione su uno dei temi caldi del Movimento: il no alle grandi opere e agli “sprechi olimpici”. «Capisco i vostri dubbi – scrive il capo – è giusta la preoccupazione di alcuni. Dovete essere voi a decidere». Ma i tempi non sono facili: «Dobbiamo dimostrare la possibilità di fare le cose a modo nostro rispettando le nostre linee guida su ambiente, economia e sostenibilità. Le nostre 5 stelle devono essere alla guida del progetto».

Il “vaffa” al “fondatore” è un segnale. Adesso per i militanti che si sentono traditi dalla svolta moderata e governativa di Di Maio il “fondatore” non è più intoccabile. Nemmeno lui può più permettersi di fare e disfare a proprio piacimento come ai tempi del gruppo parlamentare europeo e dell’alleanza con l’antieuropeista Farage, oppure alle comunarie genovesi, con l’esclusione della candidata sindaco indicata online dagli attivisti. Adesso che con il ribaltone sulle Olimpiadi Grillo sembra essersi allineato ai moderati, per i puri è diventato un traditore. Torino non è un caso isolato. Molti attivisti della prima ora sono sul piede di guerra e le trattative romane per il governo rischiano d’ingrossarne le fila.

È il destino di chi sceglie di fare politica issando il vessillo della purezza. E Grillo non fa eccezione. Perché, come diceva lo storico leader socialista Pietro Nenni, alla fine c’è sempre «un puro più puro che ti epura».

Felice Saulino
SfogliaRoma

FRONTE RESPONSABILE

insieme

“Domenica gli italiani sono chiamati a scegliere tra due sistemi di valori: un fronte antieuropeista, di un nazionalismo acceso e preoccupante, ostile alla promozione dei diritti civili, e un fronte repubblicano, europeo e responsabile. In Europa la destra conservatrice o Popolare mai si è sognata di allearsi con i populisti dell’Internazionale nera. In Francia la destra ha perso tutte le regioni pur di non fare coalizione con il partito della LePen. In Germania la Merkel non ha concesso nemmeno un incontro alla destra radicale e xenofoba. In Italia il contrario. Puntano a governare con il sostegno di Forza Italia. Se quel fronte vince, diventeremo la Cenerentola d’Europa”. Così il il segretario del Psi Riccardo Nencini, promotore della Lista Insieme che sta girando l’Italia negli ultimi giorni di campagna elettorale. Venerdì Nencini chiude la campagna elettorale. L’appuntamento è  ad Arezzo alla Borsa Merci di piazza Risorgimento alle ore 18.

In questi ultimi giorni di campagna elettorale stai girando per il Paese. Quale la tua impressione?
Finalmente ho rivisto una bella mobilitazione e soprattutto ho incontrato volti nuovi.

Però i toni sono accesi. E le promesse la fanno da padrone mentre i temi reali sembrano un po’ dimenticati. Che ne pensi?
Ho visto una grande superficialità. Programmi che sono fondati sulle sabbie mobili. Ma soprattutto ho visto la manifestazione di una grande intolleranza. Il che mi conferma che domenica vedo non solo tre blocchi che si confrontano, ma due fronti con sistemi di valori diversi.

Mentre al Paese cose servirebbe?
Serve responsabilità e un grande senso del dovere.

Facciamo un confronto tra l’Italia di oggi e quella di cinque anni fa…
La barzelletta più gettonata che gira, è che il centro destra non abbia mani avuto responsabilità di governo in Italia. Invece per otto anni su dieci la ha governata. Ma soprattutto la ha governata nel periodo della crisi più nera e ha lasciato l’Italia in mutande.

Sappiamo come è arrivato il governo Monti.
Non c’è dubbio. La legge Fornero è figlia di una mala gestio. La causa è nel non avere affrontato per tempo un problema che stava manifestandosi con grande forza.

Tutti gli osservatori concordano sul costo esorbitante e insostenibile dei programmi elettorali della destra e dei grillini. Si può dire che la propaganda non conosce confini?
Certo. Il programma dei 5 Stelle costa oltre cento miliardi di euro e non vi è nessuna copertura prevista. Aggiungo che la Banca europea nei prossimi mesi rallenterà l’acquisto dei titoli di Stato. Il che ci obbliga a una sana gestione del bilancio dello Stato. Quindi noi dobbiamo chiedere maggiore flessibilità all’Europa da una parte. E  dall’altra investire di più per abbattere le troppe disuguaglianze che ancora ci sono. Ma bisogna farlo con delle misure realistiche. Il reddito di cittadinanza per tutti, non solo non ha i fondi, ma è iniquo. Perché a chi ha un reddito elevato non può essere riconosciuto il reddito di cittadinanza per il figlio.

Se dalle urne arrivasse una affermazione delle forze antisistema che rischio correrebbe il Paese?
Di avere una maggioranza antisistema con Lega, 5 Stelle e la Meloni. E se ci sarà una maggioranza parlamentare di questo non si può escludere che ci sarà un governo di questo tipo.

Con quali conseguenze?
Significherebbe portare l’Italia nel caos. Allontanare l’Italia dal cuore dell’Europa. Significherebbe rischiare invasioni di campo da parte dei cavalieri erranti della finanza.

Anche in Germania e in altri paesi d’Europa esistono forze di questo tipo. Ma da noi hanno una influenza più marcata. Si può dire che la nostra democrazia è più debole?
Ci sono due differenze. La prima è che da noi la crisi è stata più dura, è durata più a lungo e quindi ha inciso di più sul portafoglio delle famiglie. Ma soprattutto ha inciso di più sullo status sociale del ceto medio. E questo ha prodotto paura e incertezza per il futuro. La seconda differenza è che, penso alla Germania o alla Francia, la destra conservatrice o popolare, rifugge da ogni accordo da partiti estremisti che appartengono all’Internazionale nera. In Francia la destra ha perso tutte le regioni consapevolmente per non aver voluto fare l’accordo con la Le Pen. In Germania la Merkel non ha concesso nemmeno un tavolo alla destra radicale. In Italia la differenza è che Salvini non solo sta al tavolo, ma condiziona la politica della destra italiana.

E da noi, come in Germania, è possibile uno scenario grande coalizione ad libitum?Vedo due cose. La prima è la certezza che nessuno dei tre poli domenica si guadagnerà la maggioranza assoluta. L’altra certezza è che noi non faremo alleanze né con la Lega né con Grillo. Resta sul tavolo la prosecuzione dell’attuale governo. Con una sorta di governo di scopo. Oppure una grosse koalition di destra che frantuma il centro destra italiano fondando la sua maggioranza parlamentare su un governo populista. Più o meno quello che è successo in Austria.

Non è questa ultima una bella prospettiva…
L’alternativa a tutto questo è, e non va escluso, una sorta di governo repubblicano europeista. Una sorta di fronte di salvezza nazionale.

Gentiloni nelle ultime settimane ha avuto diversi sostegni di peso. Da Prodi, Veltroni, Napolitano. In ultimo quello di Letta. Cosa significano?
Sono il segno che la responsabilità comincia a trovare la sua strada.

Un auspicio per un Gentiloni bis…
È una delle ipotesi. E non parlo di un governo di centro sinistra. Ma di un governo di scopo finalizzato a prendere delle decisioni su nodi che vanno sciolti rapidamente.

Grasso qualche giorno fa ha fatto un’apertura ai Cinque Stelle. Ora parla di accordo con Pd e Forza Italia…
È l’apoteosi della contraddizione.

E Leu?
L’Italia ha una tradizione di una sinistra massimalista un tempo molto radicata, quando vi era il Pci. Oggi è meno radicata ma è una sinistra che può fare del male perché i poli che si confrontano non sono tre, ma sono tre e mezzo. E il centrosinistra corre con una gamba legata.

Daniele Unfer

La carica dei diecimila: elezioni politiche o concorso pubblico

Grillo e la Casaleggio Srl ci obbligano a tirare la testa fuori dalla sabbia. Ma il complesso dello struzzo è difficile da superare. Per noi, figli della Prima Repubblica, sostenitori della forma-partito tradizionale. In tutte le democrazie mature la partecipazione dei cittadini alla res publica è in calo; i partiti subiscono emorragie debilitanti; le culture politiche novecentesche sono viste come orpelli fuori moda. I problemi si accumulano, non vengono affrontati alla radice: si tira a campare, si veleggia a vista. E se qualcuno offre una ricetta radicalmente alternativa, scocca il solito dardo: la condanna urbi et orbi del populismo. Morale della favoletta: il consenso per le organizzazioni antisistema e “anticasta” (quelle democratiche, non violente) cresce a dismisura.
E’ vero che il logo del Mov. 5 stelle appartiene a Grillo e Casaleggio, fatto che cozza con la democrazia degli iscritti. Diciamola, però, una verità scomoda: l’attivismo dei pentastellati è sommamente democratico. Le loro parlamentarie ne sono una eloquente dimostrazione. Pare che siano in lizza circa diecimila candidati. Quali possibilità ha oggi una persona qualificata/motivata/in gamba di diventare un parlamentare tramite i partiti tradizionali? Ben poche, se non fa parte di certe consorterie o di “cerchi magici”, ovvero se non è un fedelissimo del Capo di turno. Si spiega così la polemica sui candidati “paracadutati” da Roma su seggi sicuri: in molti casi sono stati scalzati militanti storici o deputati uscenti validissimi, in spregio al principio della rappresentanza territoriale. Non è un caso che il PSI, l’unico partito “sopravvissuto” alle tante metamorfosi delle sigle politiche post-Tangentopoli, abbia incoraggiato le candidature locali, in barba a tutti i tentativi di screditarlo dai tempi di Mani Pulite. In sostanza: i partiti tradizionali difendono il concetto di democrazia rappresentativa, ma hanno seri problemi a rappresentare tutta la società civile; il Mov. 5 stelle è nella situazione esattamente opposta.
Ecco perché le parlamentarie pentastellate sono la classica mossa del cavallo. Una mossa geniale, nel contesto attuale. Grillo ha assestato una sonora sberla in faccia ai partiti ingessati da professionisti di lungo corso. Ha agguantato due grassi piccioni con una sola, banalissima fava: sfoggiare le credenziali di un movimento autenticamente popolare, in osmosi con la società civile, e diffondere la sfiducia totale nella democrazia rappresentativa. Sembra un paradosso (le parlamentarie si sono pur svolte, e riguardano futuri deputati!), ma non lo è: in cauda venenum, come vedremo. Ben vengano le critiche al sistema attuale. Il punto è che l’ideale della democrazia diretta, alla prova della storia, potrebbe rivelarsi un’utopia pericolosa.
Qual è il messaggio subdolo delle parlamentarie aperte all’universo mondo? Eccolo: “la politica tradizionale è morta e sepolta, ma siccome ci sono in palio alcuni posti ben pagati, fatevi avanti, e comincerà la gran farsa del maxi concorso pubblico. Siamo incompetenti? Certo, e ce ne vantiamo. Perché almeno noi garantiamo a tutti la partecipazione. E poi siamo onesti, che è la cosa in assoluto più importante” (sella serie: giacobinismo puro: Robespierre era detto, appunto, l’Incorruttibile). Così l’intera classe dirigente è trascinata in giudizio. “Osservate il disastro epocale che ci circonda! I sedicenti esperti hanno fallito per manifesta incapacità. Oppure ci hanno ingannati, questi artefici delle crisi economiche e politiche. Sono tutti, indistintamente, al soldo del Potere corruttore, si sono svenduti ai potentati economici, alle lobby, alle multinazionali, alle case farmaceutiche, alle banche d’affari.” Sgorga a fiotti un pessimismo cosmico. Ogni utopia rivoluzionaria ha una carica negativa derivante da una visione manichea – il mondo è diviso fra i figli della luce e i figli delle tenebre. Il Male Assoluto si annida da qualche parte. Se non è nella natura umana stessa, è nella società, o nei partiti, o nel capitalismo o nelle Chiese.
Ma i pentastellati annunciano la buona novella: “abbiamo tenuto a battesimo una nuova creatura di specchiata moralità, realmente popolare e democratica, dove uno vale uno. Come San Giorgio anche noi, lancia in resta, uccideremo il drago. Daremo il colpo di grazia a questa politica fintamente democratica, melmosa, corrotta, impura.” Grillo & Co. hanno scoperto l’acqua calda: i politici riformisti hanno sempre saputo che poteri occulti, infidi, esistono anche nelle migliori democrazie (si pensi alle ramificazioni e alle trame della loggia massonica P2), e vanno combattuti. Il problema, qui, è la sindrome paranoica del sospetto e del complotto. Una sindrome pericolosa perché non richiede prove o dimostrazioni, solo fede cieca e determinazione ferrea nel colpire i simboli del Male.
Onestamente, però, su un punto non si può dare la colpa ai Cinque stelle: è un punto essenziale – devastante, sovversivo –: apparentemente (dal punto di vista cioè dell’Uomo Qualunque) tutti i governi si equivalgono. “Chiunque vada al potere, oggi, non ha la forza per trasformare in meglio la vita dei cittadini.” E perché mai, chiediamo noi stupefatti. Elementare, Watson. “Da qualche anno i politici eletti democraticamente sono servi dei poteri forti”. Tradotto in politichese o linguaggio meno rozzo: i politici non rispondono più soltanto al loro elettorato. C’è un grumo di verità, ahimè, in questa narrazione perversa. I governi tecnici l’hanno dimostrato. Del resto, i confini dello Stato-Nazione sono sempre più sfumati, e molte decisioni importanti oggi vengono prese a livello internazionale: siano condizionati da banche d’affari, dall’Unione Europa, dalle multinazionali, dal Fondo Monetario Internazionale e chi più ne ha più ne metta. In un certo senso, è sempre stato così. Ma la tendenza a esautorare i Parlamenti nazionali ha subito una forte accelerazione.
E’ davvero difficile promuovere una visione tradizionale della politica come mediazione fra interessi diversi quando abbiamo a che fare con Moloch del genere. La via maestra è una sola: più Europa – solo un’Europa forte e solidale può resistere agli speculatori. Finché questa Europa immaginaria non si materializza, finché perdura la crisi economica, i Cinque stelle avranno gioco facile. Tanto vale votare per l’Uomo Qualunque, senza arte né parte, che almeno non vi fotte. Perché lasciare le poltrone disponibili ai ladri e ai mentitori di professione? Naturalmente questo messaggio – il Parlamento e i governi sono perfettamente inutili – dev’essere edulcorato: è troppo dirompente. Allora anche noi vi promettiamo una gestione migliore di quelle precedenti. Ma non cesseremo di urlare ai quattro venti un’amara (o dolce, a seconda dei punti di vista) verità: chiunque può fare il deputato, il sindaco di Roma, il Presidente del Consiglio. Un’idea in teoria giusta, si trasforma in pratica in un’idea demenziale– perché non c’è né regola né criterio. “Cari concittadini, candidatevi pure, accorrete a frotte. Se non avete nulla da perdere e tutto da guadagnare, perché siete messi male, oppure avete un lavoro mediocre, sottopagato, tanto vale che sfruttiate anche voi questa opportunità. Entrare in parlamento è come vincere un terno al lotto: 9.000 euro al mese, nessun obbligo di quelli che hai sotto padrone… Una pacchia.”
Sono convinto che molti candidati grillini siano iper-democratici e iper-motivati – si sforzeranno di far bene il loro lavoro, se eletti. Ciò non toglie che la carica dei diecimila è un segnale lampante della crisi della politica: la poltrona fa gola per lo stipendio, non c’è alcuna percezione della difficoltà o serietà dell’impresa. Anche durante la famigerata Prima Repubblica c’era chi ambiva al posto da deputato, eccome. Ma tutti dovevano sottoporsi a una snervante gavetta; il percorso era lungo, stressante, duro, e non avevi alcuna certezza di coronare i tuoi sogni. Quale impulso se non la passione spingeva a dedicarsi alla politica a tempo pieno? Quanti professionisti, tecnici, laureati, imprenditori avrebbero rinunciato a dieci o quindici anni di attività, o a una carriera certa, sgobbando nei sindacati, nei consigli comunali, nelle burocrazie di partito? Gli unici deputati che “saltavano la fila” erano gli indipendenti. Ma si trattava di una eccezione, ben giustificata: anche loro venivano cooptati per merito. Il loro curriculum, i loro successi, conferivano prestigio, lustro, al partito che li esibiva orgoglioso.
Che chiunque possa potenzialmente fare il deputato, o il Ministro, non è un’eresia: è un concetto sacrosanto, che sta alla base di ogni democrazia. Laureato o precario, colto o ignorante, chiunque deve potere rappresentare il popolo. Gramsci non era laureato, tanto per fare un esempio. Ma aveva studiato come un matto, e comunque un mestiere o due li aveva appresi: quello del giornalista/organizzatore di cultura e quello del dirigente politico. Il problema dunque è sempre lo stesso: come si crea dal nulla una classe dirigente capace? Se la forma-partito tradizionale si sta disgregando, come verranno selezionati i nostri rappresentanti? Tramite un click su facebook? I partiti post-tangentopoli, quelli grandi, i veri responsabili del disastro attuale, se ne sono infischiati. Io dirigo un Istituto di Cultura all’estero: ci sono arrivato a cinquant’anni, dopo quasi vent’anni di gavetta, studi specifici, selezioni continue. Ci sarà anche chi (grazie alla politica, ai maneggi) ci arriva prima. E ci sarà anche chi non è qualificato per l’incarico. Ma si tratta di una minoranza: il sistema, nel complesso, funziona. E, oggi, mi dico: ho finalmente la maturità per svolgere questo incarico delicato. La gavetta mi ha temprato, plasmato.
La politica è un’attività diversa? Sì, certo. Mica è mera tecnica manageriale. E’ questo che Croce intendeva con la formula “capacità politica”, che è la principale manifestazione di onestà in politica (il miglior medico chirurgo d’Italia potrebbe rivelarsi un pessimo Ministro della Sanità, e allora sarebbe peggio d’un politico ladro). Croce però non voleva dire che una casalinga o un disoccupato possono gettarsi nell’agone politico senz’altra motivazione che quella di sbarcare il lunario. La politica ha bisogno, oltre alla vocazione o all’attitudine, di maturità, di competenze, e di professionalità specifiche. Queste si acquisiscono con l’esperienza concreta, che è sempre mediata dal rapporto “pedagogico” costante con i saggi, con i maestri. In tutte le società normali sono gli anziani che formano i giovani. Nel caso della politica democratica: i maestri sono i dirigenti storici, ovvero coloro che custodiscono il sapere politico, l’esperienza amministrativa e di governo, il rapporto con la base e con il territorio, le tradizioni specifiche del proprio partito (in termini economicistici: i dirigenti che rappresentano “la cultura aziendale”). Ma se i partiti sono ridotti al lumicino, e le élite che li dirigono divengono autoreferenziali, salta questo rapporto tra anziani e giovani, che è la linfa vitale di ogni democrazia rappresentativa. Non lo si ripeterà mai abbastanza: senza partiti ben strutturati, organizzati democraticamente, nessuno è in grado di formare una classe dirigente. Neppure in politica esiste l’abiogenesi.
Senonché, la crisi della politica ci appare come un Giano Bifronte: all’arroccamento della nomenklatura, che assegna future poltrone senza consultare gli iscritti, fa da contraltare, sul fronte opposto, l’arrembaggio a un posto di lavoro ben remunerato da parte degli esclusi dal gioco politico. Tanto varrebbe ammetterlo: le elezioni sono un gigantesco concorso pubblico, in palio qualche centinaio di posti a termine, con contratto quinquennale, rescindibile in caso di chiusura/scioglimento anticipato dell’azienda-Parlamento. E la commissione d’esame? Chi sceglie i commissari e il programma? E i requisiti per l’ammissione vanno decisi per legge, oppure ogni partito sceglie i propri? Rieccoci alla casella di partenza: è inimmaginabile che i partiti – anche i non-partiti come il Cinque stelle – siano estromessi dalla gestione del concorsone. Insomma: non ci sono alternative: cari politici, se non volete riformare i partiti, almeno fissate regole uguali per tutti, in modo che le procedure di selezione – le parlamentarie – siano trasparenti ed eque, su tutto il territorio nazionale.

Edoardo Crisafulli

Noi, il Foglio e Grillo-Di Maio-Casaleggio

Ho mandato a Il Foglio un messaggio encomiastico dopo la lettura del quotidiano di Cerasa dove così era scritto: “Siamo pazzi dello spassoso ticket di governo Raggi-Di Maio. L’incompetenza teleguidata del capo di un’azienda privata, il vuoto moralismo e l’inefficienza al potere, le parole a vanvera: perché l’adorabile Virginia, Sindaco di Roma, è il simbolo perfetto del grillismo che si fa governo (e fallisce)”. Dunque il quotidiano fondato da Giuliano Ferrara più di altri “grandi giornali” squaderna davanti agli occhi degli ignari il pericolo che incombe sulla nostra Repubblica. L’Associazione Russeau, di cui è presidente Davide Casaleggio, predica la democrazia totalitaria. Per amore delle verità, non tutti i quotidiani ignorano questo rischio incombente. Sabino Cassese, sul Corriere di sabato 6 gennaio, fa presente agli immemori che le regole statutarie e regolamentari del M5S “Ricordano il mandato imperativo e revocabile caldeggiato da Marx prima e da Lenin poi e introdotto nella Costituzione sovietica e delle ‘Repubbliche popolari”. Trovo anche, su Italia Oggi del 5 gennaio, l’allarme di Domenico Cacopardo : ”Si ripete il copione del 1925.

L’intellighentia sta sottovalutando il rischio del M5S”. Purtroppo, caro, Domenico, lo sottovaluta anche il Presidente del Senato Pietro Grasso: ”Un governo insieme a dem e Movimento 5 Stelle? Saremo responsabili, dipenderà dai programmi.” (La Stampa del 5 gennaio).

Dunque, il nuovo partito di Bersani, che del resto ha a suo tempo tentato infruttuosamente di formare il governo con i grillini, è ancora pronto a trattare con il movimento 5 Stelle, che applica rigorosamente il fuhrerprinzip: il potere assoluto del capo, la regola funesta del Terzo Reich. Altro che parafarmacie e smacchiatine del giaguaro!

Quando Norberto Bobbio fu nominato senatore a vita si iscrisse al Gruppo socialista del Senato: e non, come qualcuno temeva o sperava, al Gruppo della Sinistra indipendente. Nel corso di una nostra assemblea ci spiegò “cos’è la democrazia” con queste parole: “Per dare una definizione minima della democrazia bisogna dare una definizione puramente procedurale. La democrazia come metodo per prendere decisioni collettive: tutti partecipano alla decisione, direttamente o indirettamente; la decisione viene presa a maggioranza dopo una libera discussione.”. E’ la regola violata dal Movimento di Grillo, in cui si applica la regola del dominio del capo, che è l’antitesi della democrazia liberale. Del resto, è illuminante quel che è successo a Parma. Federico Pizzarotti divenne Sindaco come co-fondatore del movimento grillino. Ma quando non si piegò agli ordini del Capo fu espulso.

Certo, siamo ben in grado di investigare sulle ragioni del successo del sovranismo grillino. La grande slavina giustizialista del ’92 ha distrutto i partiti storici della Repubblica: così come gli errori dei leaders della giovane democrazia italiana post-risorgimentale spianarono la via al mussolinismo.

Propongo che la denuncia del pericolo Grillo-Casaleggio-Di Maio, che si accinge a compendiare in un aureo libretto, sia uno dei “cavalli di battaglia” della campagna elettorale di “INSIEME”. Il secondo motivo conduttore, tenuto presente che sono con noi gli ambientalisti, è la predicazione della urgente necessità del Piano Nazionale per la difesa del suolo. Ma questa, come diceva Kipling, è un’altra storia: sarà argomento della mia seconda puntata

Fabio Fabbri

Virginia Raggi
vede il Capolinea

virginia raggiNon ci sarà un Campidoglio bis, Virginia Raggi al capolinea. È la stessa sindaca di Roma ad escludere l’ipotesi, avanzata dai giornalisti, di una sua ricandidatura. Prima ha motivato la decisione con il divieto, posto dal M5S, alla terza elezione: «In base alla regole dei due mandati direi di no». I conti sono presto fatti. Virginia Raggi una volta è stata eletta al Campidoglio come consigliera dell’opposizione e quindi una seconda volta come sindaca.

Poi la prima cittadina della capitale ha indicato la motivazione politica: «Direi, che già arrivare viva alla fine di questo mandato sarà un grandissimo successo». È un fatto nuovo. Virginia Raggi al capolinea. Per la prima volta ha considerato a termine la sua tribolata esperienza alla guida della città eterna. Di fronte ai tanti ostacoli finora aveva sempre risposto «non mollo». A chi le contestava gli autobus in perenne ritardo, i cassonetti stracolmi di rifiuti, le strade dissestate dalle buche, aveva continuato a ribattere: «Stiamo lavorando».

La Raggi, sempre più in difficoltà, vede il capolinea. La sua giunta, in un anno e mezzo di vita, ha continuamente traballato: ha perso un assessore o un alto dirigente capitolino al mese, o per contrasti politici o per guai giudiziari. Lei stessa è stata rinviata a giudizio per falso in atto pubblico (per la nomina a responsabile del Turismo di Renato Marra, fratello di Raffaele, finito in manette, all’epoca capo del personale del Campidoglio).

Virginia Raggi al capolinea. La sindaca grillina ha avversari esterni (tutte le opposizioni nell’aula Giulio Cesare) ed interni (le critiche dei cinquestelle vicini a Roberta Lombardi). I romani da lei si aspettavano il rinnovamento e il rilancio della città, ma le speranze sono andate deluse: il completamento della metropolitana C è bloccato, il nuovo stadio della Roma a Tor di Valle fa il pellegrinaggio da un ufficio all’altro e i lavori ancora non sono iniziati, l’Atac (l’azienda del trasporto pubblico urbano) è a un passo dal fallimento, le grandi aziende abbandonano la città eterna per il crescente degrado, le tante “perle” della metropoli deperiscono (il Teatro Valle ancora non ha riaperto i battenti, lo stadio Flaminio è in totale abbandono). Così i sondaggi danno la Raggi e il M5S capitolino in caduta libera nei consensi degli elettori romani.

L’immobilismo prevale. Non si vedono grandi progetti all’orizzonte. La Raggi recentemente ha proposto due iniziative non proprio travolgenti. La prima riguarda i ciclisti: «Il progetto del Grande Raccordo Anulare delle Biciclette (Grab) è pronto». La seconda iniziativa riguarda la spiaggia sul Tevere: «Per la prossima estate ci sarà un progetto che riguarderà un’area di diecimila metri quadrati vicina a Ponte Marconi con una spiaggia e campi sportivi».

Le iniziative, per la loro “leggerezza” rispetto ai gravi problemi della metropoli, hanno suscitato l’ilarità e il sarcasmo dei romani. Un sarcasmo esploso su internet soprattutto con “Spelacchio”, come è stato soprannominato l’abete issato come ogni anno a piazza Venezia per festeggiare il Natale. L’albero del Trentino quasi immediatamente ha perso le foglie per le sofferenze provocate dalla poca cura nel trasporto (costato circa 50 mila euro) e nella collocazione nel centro di Roma. Ora l’abete si è seccato, è morto addirittura prima di Natale.

“Spelacchio” è il triste simbolo di Roma. Il caso è finito sotto la lente d’ingrandimento della Corte dei conti. Il Codacons (una associazione dei consumatori) ha depositato un esposto nel quale chiede alla giustizia contabile di indagare su un possibile danno erariale.

Una situazione pesante, pesantissima per il Campidoglio. Di qui l’ammissione della sindaca: «Già arrivare viva alla fine di questo mandato sarà un grandissimo successo». Già perché la giunta Raggi scadrà nel 2021, ma nella primavera del 2018 ci saranno le elezioni politiche e, subito dopo, potrebbe arrivare la parola fine. Beppe Grillo finora l’ha sempre difesa, pur rimproverandole gravi errori. Il fondatore del M5S, assieme a Davide Casaleggio, spesso sono venuti a Roma proprio per puntellare la sindaca. Hanno esortato i cinquestelle romani a non litigare, hanno indicato strategie, nuovi assessori pescati nel nord Italia come l’imprenditore Massimo Colomban che, però, alla fine ha lasciato la giunta per tornare ai suoi affari.

La preoccupazione è forte. Grillo e Luigi Di Maio, il candidato presidente del Consiglio dei cinquestelle, non si possono permettere il crollo della Raggi a Roma prima delle elezioni politiche. Un fallimento nella capitale del M5S sarebbe un clamoroso autogol per la candidatura a governare l’Italia. Lo slogan lanciato da Di Maio è “stabilità”, non crisi della più importante città italiana a guida grillina. Di qui tutto il possibile sostegno alla sindaca e la sollecitazione a farsi motore del cambiamento. Dopo il voto delle politiche si vedrà il da farsi.

Virginia Raggi al capolinea. A quel punto una eventuale caduta della giunta romana non avrebbe più conseguenze negative sulle ambizioni di governo del M5S in versione Di Maio. Alle politiche mancano circa tre mesi, forse per questo la Raggi si sente sindaca a termine. Qualcuno ipotizza anche il nome del sostituto: Alessandro Di Battista, che non si ricandiderà alla Camera, è molto amato tra i pentastellati romani. Potrebbe fare un pensiero al Campidoglio.

Leo Sansone
SfogliaRoma

Il renzismo e la prospettiva di una nuova “Terza Forza”

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Sul merito della questione “vitalizi” il nostro direttore e le altre voci ospitate dall’Avanti! hanno allegato tutte le considerazioni possibili per dimostrare che la legge Richetti è un vulnus al Parlamento e dunque alla Costituzione e alla democrazia. La prosa di Mauro si segnala per il pathos che la caratterizza: quasi una trasfigurazione lirica della bella politica. Non aggiungerò una sola parola per argomentare il mio “lucro cessante” (così si chiama nelle pandette) derivato dal mancato o ridottissimo esercizio della attività professionale da quando ho dedicato me stesso al lavoro politico. Ribadisco soltanto un’ovvietà: quando ho varcato per la prima volta la soglia di Palazzo Madama conoscevo il “trattamento di quiescenza” che mi sarebbe spettato. Ne sapevo abbastanza per conoscere l’intangibilità dei diritti acquisiti. Sulla “bella politica” che ha dato un senso alla nostra milizia non farò chiose alla nobile palinodia di Mauro del Bue. Dico soltanto che, malgrado gli errori che ho sicuramente compiuto, sono orgoglioso della mia modesta “storia” personale.

E sono anche lieto che ci sia qualcuno, per la verità ex militanti del PCI come Sposetti e Macaluso, che biasimano come aberrante la cosiddetta “abolizione dei vitalizi”, di cui si gloria in televisione il “sassolino” Matteo Richetti, ancorché si tratti di un progettato “taglio”. Confido che durante l’esame della legge al Senato non rimarrà silente il Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano.

Ciò premesso, allineo alcune riflessioni politiche. Richetti è il portavoce del PD; i deputati del PD hanno sostenuto e votato la demagogica legge del veltro di Sassuolo. Dunque la normativa approvata dalla Camera rispecchia la volontà del segretario del PD, Matteo Renzi. Dunque noi socialisti, che abbiamo reso esplicito la nostra disapprovazione, dobbiamo affrontare il “caso Renzi” oggi.

Entro in argomento con una confessione personale. Quando il boy scout di Rignano ha corso nelle primarie come candidato alla Presidenza del Consiglio sono andato a votarlo insieme ad alcuni amici e compagni del mio paese. E’ andata a finire che i socialisti “hanno vinto il seggio”, come dicevano, sconcertati, i postcomunisti inossidabili del posto. Ho votato sì al referendum sulla riforma del Senato, sia pure turandomi il naso. Ho pensato e detto che noi della vecchia guardia socialista, novelli Ulissidi, non potevamo che sostenere “Matteo-Telemaco”. E adesso, mentre Telemaco ruba il mestiere a Grillo e Casaleggio? Dico subito che esagera chi è convinto che “Renzi sia finito”. E tuttavia è difficile negare qualche fondamento alle severe argomentazioni che Enrico Cisnetto ha allineato nel numero del 29 luglio della News Letter di Terza Repubblica: “La rottamazione è stata una parola d’ordine fortunata, ha incarnato esigenze effettive, ma ha finito col lisciare il pelo al populismo”. Vero: lo conferma la demagogica impresa richettiana sui vitalizi. Ma la diagnosi di Cisnetto è ancor più severa sul bilancio della “gioventù bruciata” dei quarantenni rottamatori: “Non ha dimostrato una reale autosufficienza, non solo perché priva della necessaria esperienza e di adeguata preparazione…ma perché inconsapevole di questa mancanza e comunque indisponibile a cercarla laddove presente”.

Non possiamo, nel nostro piccolo, fingere che questo giudizio negativo non sia sempre più diffuso. Tocca anche a noi aprire sul punto la discussione nel centro-sinistra, al riparo da ogni tendenza nichilista, ma con il proposito di suscitare anche all’interno del PD e nei centri di cultura politica una esegesi critica ed autocritica ed una nuova elaborazione progettuale.

La mia esperienza personale richiama alla mente gli anni dell’egemonia democristiana che precedettero la svolta dei primi governi di centro-sinistra con la partecipazione dei socialisti. Allora fu determinate la “Terza forza” composta dal PRI e dal neonato Partito Radicale. L’eclissi del renzismo conferma che anche oggi può essere virtuosa, nell’interesse del Paese, l’opera critica e propositiva di una nuova “Terza Forza”, di cui ho già patrocinato la nascita nel mio intervento dei giorni scorsi su questo giornale.

Leggo che Emma Bonino e Carlo Calenda, Ministro dello Sviluppo Economico, danno vita a “Forza Europa”. Pare a me che nel Paese siano presenti altre energie politiche e culturali che dovrebbero entrare in campo. Non voglio sopravvalutare le nostre forze. E tuttavia, come ho già rimarcato, penso che l’Associazione Socialismo, Mondoperaio e l’Avanti, insieme all’intera comunità del PSI, possono operare attivamente per far uscire l’Italia dal cul di sacco rigonfio di renziani ed anti-renziani in perpetua lotta.

Fabio Fabbri

Post scriptum.
Apprendo dal fondo “domenicale” di Eugenio Scalfari che è frequente il suo dialogo diretto con Matteo Renzi. I consigli del fondatore di Repubblica, che è dotato di saggezza e di preclara intelligenza politica, sono sicuramente utili e benvenuti. Non basta però, caro Eugenio, l’invocato ausilio di Romano Prodi, di Enrico Letta e di Walter Veltroni. Osservo ancora che resta da chiarire il ruolo dell’ex Sindaco di Milano Pisapia. Vedo invece vivida la nuova stella di Marco Minniti. Saranno comunque essenziali per attivare il nuovo corso idee chiare, gente nuova e adesione ai problemi concreti: proprio come heri dicebamus.

MAGGIORANZA TRASVERSALE

ius soli“Al Senato c’è una maggioranza trasversale tra i presidenti dei gruppi parlamentari per calendarizzare ora per settembre la discussione dello ius soli”. Lo ha affermato il segretario del Psi, Riccardo Nencini aggiungendo che “i socialisti suggeriscono di collegarla a tre misure da assumere contestualmente con apposite risoluzioni: chiunque risiede in Italia giuri sulla Costituzione; i profughi svolgano lavori socialmente utili per la comunità che li ospita; si dia un segnale certo della volontà di separare i profughi dai migranti economici”. Una proposta, quella socialista, che arriva nel mezzo di un dibattito aspro sull’immigrazione e dopo che il governo, per paura di qualche incidente parlamentare, ha deciso di allentare la tensione sull’argomento. Tema che rimane però all’ordine del giorno per la sua importanza. A parlarne oggi Laura Boldrini, presidente della Camera durante la cerimonia del Ventaglio. Appuntamento fisso a Montecitorio con i giornalisti della stampa parlamentare. “La cittadinanza – afferma Boldrini – è lo strumento principe dell’integrazione. Se non c’è, non c’è integrazione. L’integrazione è uno strumento di sicurezza, senza alimentiamo rabbia, risentimento, senso di frustrazione. Mi auguro che il provvedimento” sullo Ius soli “sia approvato entro la fine della legislatura. Perché è giusto, e rimandarlo sarebbe un torto”.

Per la presidente della Camera rimangono “imprescindibili” le politiche di integrazione, senza le quali si “arriva al conflitto sociale”. Lo Stato, ha sottolineato, “deve indicare un percorso a tappe. Noi chiediamo ai migranti che imparino l’italiano, che imparino i principi della Costituzione, giusto, ma stiamo proponendoglielo questo percorso di diritti e di doveri? Esiste questo percorso? Non può essere un atto spontaneo, non c’è bacchetta magica per l’integrazione”.

Pessimista Arturo Scotto, parlamentare di Mdp, per il quale “Paolo Gentiloni ha deciso di costruire insieme al Pd una scelta sbagliata, perché sacrificare i diritti rispetto all’opportunità politica è sempre un errore”. “Se Renzi, Salvini e Grillo – aggiunge Scotto – hanno deciso di affossare una scelta di civiltà lo devono dire agli italiani, perché a ottobre questa legge non tornerà perché ci saranno altre incombenze e quindi lo Ius soli finirà in un binario morto”. Poi Scotto apre a una discussione immediata: “Noi siamo convinti che lo Ius doli – dice – si possa votare in qualsiasi momento. Se c’è un ingorgo al senato tra il Dl Mezzogiorno, il Dl vaccini e altre questioni che sono occorse nelle ultime settimane, il senato può lavorare anche a Ferragosto, per votare una legge del genere”.

Sulla stessa posizione il segretario Nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni che ai microfoni del Tg3 afferma: “Il rinvio a settembre dello Ius Soli è inaccettabile. Si affossa una legge giusta attesa da migliaia di bambini che sono nati in Italia, che vivono nel nostro Paese accanto ai nostri figli, che studiano nelle nostre scuole”. Ma poi apre: “È per questo che dico a Gentiloni e al suo governo che noi in questi anni siamo stati sempre opposizione, non abbiamo mai appoggiato questo governo votando la fiducia. Siamo pronti al Senato una fiducia ‘di scopo’, per uno scopo giusto e nobile: riuscire ad approvare una legge di civiltà”. Una proposta che secondo la senatrice Pd Monica Cirinnà, va valutata. “È un’ottima offerta che dobbiamo prontamente valutare e, a mio umile parere, accogliere. Fui io stessa, nelle ore più drammatiche prima del voto di fiducia sulle unioni civili, a chiedere a quella parte politica un voto di scopo ed è positivo che oggi ci sia un cambio di rotta. Sui diritti umani e civili il superamento di tutte le barriere è una scelta giusta e che va anche ricercata”.

Dal partito democratico anche il capogruppo alla Camera Ettore Rosato afferma che “quando si parla di diritti non si può fare tutto con i sondaggi davanti, per calcolo elettorale non avremmo dovuto fare nemmeno le unioni civili”. E continua con una stoccata al ministro degli esteri e leader di Ap: “Oggi Alfano sente profumo di elezioni: mamma destra richiama e anche le battaglie sui diritti che dovrebbero sposare con la comunità cattolica cui dicono di essere vicini le hanno dimenticate per seguire le sirene di Salvini, che sono più appaganti nell’immediato”.

Tutti contro Renzi.
Il Cav vince ballottaggi

Berlusconi-Renzi-CapalbioLe elezioni comunali fanno sorridere Silvio Berlusconi e incupire Matteo Renzi. Nei ballottaggi per i sindaci di domenica 25 giugno il centro-destra sottrae 12 capoluoghi di provincia al centro-sinistra. La coalizione Berlusconi-Salvini-Meloni espugna tradizionali “roccaforti rosse”: Genova, La Spezia, L’Aquila, Piacenza, Pistoia, Rieti. Cade dopo 70 anni perfino Sesto San Giovanni, un comune alle porte di Milano, un tempo noto come la “Stalingrado d’Italia” per il voto operaio compatto in favore delle sinistre.

Un anno fa il Pd aveva perso già due grandi città: Roma e Torino, ma in questo caso la vittoria era andata al M5S. Il centro-sinistra si deve accontentare dei sindaci di Padova, Taranto, Lecce e Lucca (al primo turno Leoluca Orlando aveva trionfato a Palermo).

È una brutta sconfitta. Renzi, però, cerca di smorzare l’impatto della botta: i risultati complessivi delle elezioni comunali «sono a macchia di leopardo. Nel numero totale dei sindaci vittoriosi siamo avanti noi del Pd». Anzi, tra le polemiche, su Twitter ha tirato un bilancio sul voto nei comuni sopra i 15 mila abitanti: il centro-sinistra in testa con 67 sindaci, secondo il centro-destra con 59, terzo il M5S con 8. Comunque ha riconosciuto: «Poteva andare meglio: il risultato non è un granché. Ci fanno male alcune sconfitte, a cominciare da Genova e L’Aquila».

Hanno fatto la differenza i voti dei cinquestelle, praticamente fuori da tutti i ballottaggi importanti (hanno partecipato e vinto a Carrara e Guidonia). Si è ripetuto il meccanismo di “tutti contro Renzi”. Gli elettori grillini in genere o hanno votato per il candidato sindaco del centro-destra, oppure non hanno partecipato alle elezioni comunali. Non a caso gli astenuti al secondo turno di domenica sono stati una enormità: l’affluenza alle urne ha riguardato meno della metà del corpo elettorale, il 46,03%, il 13% in meno rispetto al primo turno di due settimane fa.

Il meccanismo è ormai collaudato: quando c’è un ballottaggio, il centro-destra e i pentastellati votano sempre insieme contro il Pd. È successo domenica scorsa in molte città come Genova (i cinquestelle hanno votato e fatto vincere il candidato del centro-destra), è accaduto un anno fa a Roma e a Torino (in questi casi i berlusconiani hanno decretato la vittoria di due grilline), si è verificato due anni fa in Liguria (l’ha spuntata come governatore regionale il berlusconiano Toti, grazie ai consensi del M5S). Ad inaugurare il meccanismo è stata cinque anni fa Parma: fu eletto sindaco Federico Pizzarotti, contrapposto a un candidato del centro-sinistra, grazie ai voti moderati (unica differenza: in quel momento Renzi non guidava il Pd). E domenica Pizzarotti, dopo la rottura con il M5S, è stato rieletto sindaco con una lista civica.

Berlusconi può essere soddisfatto. Le elezioni comunali sono una sua vittoria: gli italiani «ci hanno dato il mandato di cambiare il futuro delle nostre città» ed è una responsabilità «della quale sono pronto a fami carico, con Forza Italia e tutta la coalizione». Il Cavaliere parla delle elezioni comunali, ma in realtà pensa alle politiche, punta a rientrare a Palazzo Chigi.

Il presidente di Forza Italia, 80 anni suonati, si è impegnato a fondo nella campagna elettorale: ha attaccato Renzi e il governo Gentiloni. Ha rialzato la bandiera antica del taglio drastico delle tasse e quella nuova della difesa degli animali. Soprattutto ha attaccato Beppe Grillo sul piano etico: è «un buon comico, col vizio di farsi pagare in nero».

Tuttavia Grillo non si dà per vinto. Anche il garante dei cinquestelle ha davanti il traguardo delle politiche. Ha usato una citazione di un film di Al Pacino: «Da qui al governo è questione di pochi metri». Non si è lamentato del risultato elettorale: «Ogni maledetta elezione il M5S continua a crescere».

Chi è in difficoltà è Renzi. Il segretario del Pd è sotto assedio. Il Cavaliere, Grillo, Andrea Orlando (sinistra Pd) cercano di stingerlo alle corde. Indebolito dalla scissione a sinistra dei bersaniani, deve ripensare la sua strategia in vista delle elezioni politiche, sia che si svolgano regolarmente nella primavera del 2018 sia che si scivoli verso il voto anticipato a novembre. Non ha funzionato il corteggiamento degli elettori delusi del centro-destra e cinquestelle, il cosiddetto Partito della nazione ipotizzato dall’ex sindaco di Firenze, tanto contestato prima da Pier Luigi Bersani e ora da Andrea Orlando. Il leader di una delle sinistre del Pd imputa al segretario la responsabilità della sconfitta elettorale: «Il Pd è isolato politicamente e socialmente perde quasi ovunque. Cambiare linea. Ricostruire il centrosinistra subito».

Renzi ha più fronti sui quali combattere. Probabilmente cercherà di lavorare sui contenuti, rilanciando la battaglia per il taglio delle aliquote Irpef (l’imposta sui redditi delle persone fisiche), una misura prevista nel 2018 dal cronoprogramma di riforme, formulato quando era presidente del Consiglio. Ma gli ostacoli, all’interno e all’esterno del governo e del Pd, sono tanti.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)