M5S. Lo schiaffo di Alde che non vuole l’alleanza

grillo-guy-755x515Colpo di scena sul fronte delle alleanze europee, dopo ore di battibecchi sull’entrata dei pentastellati nell’eurogruppo di Alde in Europa, è proprio la contro parte a non volere più l’accordo.
“Sono arrivato alla conclusione che non ci sono sufficienti garanzie di portare avanti un’agenda comune per riformare l’Europa” ha dichiarato l’ex premier belga e capogruppo dell’Alde, Guy Verhofstadt, aggiungendo che “non c’è abbastanza terreno comune per procedere con la richiesta del Movimento 5 Stelle di unirsi al gruppo Alde”. “Rimangono differenze fondamentali sulle questioni europee chiave”.
Prima dello stop ufficiale al Movimento, erano arrivate le parole delle eurodeputate francesi del Mouvement Démocrate (gruppo Alde) Sylvie Goulard e Marielle De Sarnez, che si erano dette contrarie a un eventuale ingresso del M5S nel gruppo. “Non c’è ancora una decisione del gruppo Alde – aveva detto Goulard – se ho capito bene anche Beppe Grillo è a favore della democrazia, quindi un po’ di democrazia anche dall’altra parte non fa male. Inoltre, non sono a favore perché non vedo come si può fare un compromesso tra persone che sono su posizioni così diverse”. “Vedremo – osservava ancora – sinora ci sono delegazioni nazionali, come Francia, Finlandia, Svezia e Danimarca, una parte dei tedeschi…io non ho l’impressione che sarà così facile. Può darsi che capiti, ma può darsi che non capiti”.
L’accordo sembrava certo, anzi, addirittura sottoscritto già il 4 gennaio. Tra i temi principali, sottolineati ieri nel post di Beppe Grillo, c’erano la “riforma dell’eurozona” oltre che “i diritti e libertà”. Inoltre stamattina sul blog di Grillo già le decisioni prese dopo il voto dei pentastellati: “hanno partecipato alla votazione 40.654 iscritti certificati. Ha votato per il passaggio all’Alde il 78,5% dei votanti pari a 31.914 iscritti, 6.444 hanno votato per la permanenza nell’Efdd e 2.296 per confluire nei non iscritti”. Il gruppo del Movimento 5 Stelle si iscriverà, dunque, ad Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa, presieduto dal belga Guy Verhofstadt nel Parlamento europeo, lasciando il gruppo creato a inizio mandato con l’Ukip di Nigel Farage e altri raggruppamenti minori.

Cyber propaganda.
Il web, i “ghost” e il lato oscuro del M5s

beatrice-di-maio-jacopo-iacoboni-luca-lotti-2Beatrice di Maio. Un nome balzato improvvisamente agli onori della cronaca politica e che cela tanti dubbi. Dopo una denuncia del giornalista Jacopo Iacobini su “La Stampa” si è alzato un polverone che mette in dubbio dichiarata e urlata in piazza “honestà honestà” del Movimento Cinque Stelle.

Beatrice Di Maio, un nome dietro cui si nasconderebbe una vera e propria rete. Un profilo si presume falso, o per la precisione un ghost. Post su twitter che sfociano in reati come la calunnia, la diffamazione e il vilipendio del Presidente della Repubblica. Una bandiera “total” (la società petrolifera) accanto a quella italiana sul pennone del Quirinale e la faccia del presidente, Sergio Mattarella. Nonostante Mattarella non sia stato mai nemmeno sfiorato dall’inchiesta del petrolio in Basilicata (quello che ha portato alle dimissioni della Guidi non perché invischiata direttamente ma perché tirata in ballo da relazioni affettive private). E poi accuse di “mafiosità” per il presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Il tutto per il trionfo della regola-cardine del web: “Ciò che siamo capaci di rendere virale prima o poi diventa vero agli occhi di chi vogliamo convincere”, come spiega “La Stampa” nell’inchiesta intitolata “Ecco la cyber propaganda pro M5S”.

Dopo l’articolo, il sottosegretario della Presidenza del Consiglio Luca Lotti, ha denunciato Beatrice alla Procura di Firenze.

L’account sembra essere collegato a tutta una serie di account satelliti legati al Movimento Cinque Stelle. Un profilo monotematico con circa 14 mila followers.

Ernesto Carbone, della segreteria del Pd, commenta così la vicenda “Cyber account, calunnie, diffamazioni, vilipendio, algoritmi, hacker russi filo M5s. No, non è un film di fantapolitica, ma la politica inquinata messa in campo dalla Casaleggio associati ai danni dei tanti militanti onesti che hanno creduto nella buonafede di un movimento che si definiva spontaneo”.

“Cos’hanno a che vedere i profili gestiti dalla Casaleggio associati con hacker russi? Qual è il disegno che hanno in mente Grillo e Casaleggio ai danni della politica italiana e del nostro Paese? Chi c’è dietro la struttura che gestisce l’account chiave di Beatrice di Maio, non un troll qualunque ma un vero e proprio sistema di connessioni che alimenta un business pubblicitario importante?”. Queste le domande poste da Carbone.

“Grillo, Casaleggio, Di Maio, Di Battista, – conclude – raccontateci la verità. Per una volta professate quell’onestà di cui vi riempite la bocca. Se volete anche tramite il vostro famoso account. L’ultimo guadagno non ve lo nega nessuno”. L’ultima richiesta. La vicenda sarà anche tema centrale di una interrogazione parlamentare.

Ma esiste veramente una struttura che lavora con il compito di diffamare il Partito Democratico e le istituzioni della Repubblica? I cinque stelle replicano: ” Troviamo ridicolo che il sottosegretario Lotti e il principale partito di maggioranza dedichino tempo a vere e proprie stupidaggini, che nulla hanno a che vedere con il Movimento 5 Stelle. Il governo piuttosto che dedicarsi al cyber-onanismo pensi ai veri problemi del Paese: la disoccupazione, i problemi della sanità, il dissesto ambientale, la corruzione e la povertà”. Le parole dei capigruppo M5S di Camera e Senato Giulia Grillo e Luigi Gaetti.

Al di là della questione tutta da chiarire il problema sembra essere tutto interno al Movimento e obbliga i grillini a fare un “mea culpa”. La democrazia del web non funziona. Sembra profilarsi una sorta di clan, di vecchia massoneria. Il web è un luogo fortemente manipolabile ed è impensabile affidargli il compito gravoso di strumento democratico. La (falsa) regola dell’uno vale uno (che viene apertamente declinata da coloro la recitano a memoria in “vale uno solo”, cioè GrilloCasaleggio) sembra crollare. Un Movimento che nasce sull’idea che il web sia lo strumento idoneo a costruire la democrazia diretta assume sempre di più le sembianze di una democrazia eterodiretta.

Noi siamo per la presunzione di innocenza, regola aurea della civiltà giuridica, a differenza di Luigi Di Maio: “Non sono a favore della presunzione d’innocenza per i politici. Se uno è indagato deve lasciare” (ma non sempre questo automatismo è scattato in casa pentastellata: Nogarin a Livorno è indagato eppure è al posto suo). Si è urlato allo scandalo e alle dimissioni ogni qual volta un avversario politico ha ricevuto un avviso di garanzia o in molti casi è stato solo citato in qualche inchiesta. Ora nell’occhio del ciclone ci sono loro, e a parte fare spallucce (come nel caso delle firme false di Palermo) non sembrano dare risposte ai loro elettori.

Se Beatrice di Maio non fosse Beatrice e se fosse veramente il lato oscuro della cyber-democrazia si presenta un problema molto grave a cui il Movimento Cinque Stelle dovrà necessariamente dare delle risposte. La modernità pone sempre dei problemi che vanno affrontati. E il problema che la Rete pone a tutti (non solo ai pentastellati) è che essendo una realtà altamente manipolabile (e diffusamente manipolatrice) alla fine si trasforma nel mondo dei fantasmi e i fantasmi fanno paura perché nella loro immaterialità nascondono le nostre pulsioni meno confessabili. Abbiamo salutato nei giorni scorsi Tina Anselmi che provò a svelare i misteri della P2. Perché mai non dovremmo svelare quelli del Web? Perché mai in questo mondo virtuale devono aggirarsi minacciosamente (perché le parole e le diffamazioni gratuite sono peggio delle pietre) soggetti anonimi legati non si sa bene a chi e mossi non si sa bene da chi. Questa è la democrazia dei pupi in cui contano solo i pupari.

Il web ha bisogno di regole e di strutture che controllino l’applicazione di quelle regole perché una democrazia che non sia fondata sulla trasparenza, sulla lealtà, sul confronto a viso aperto e non attraverso un “ghost” è una democrazia malata. Ed essendo malata produce paradossi come quello di un partito che accusa Renzi di non avere la legittimazione popolare delle urne e poi è guidato da due signori che non hanno e non vogliono ricoprire alcun ruolo all’interno delle istituzioni (e quindi non hanno alcuna legittimazione popolare) pur muovendosi tra Milano, Genova e Roma per andare a sistemare una giunta là e una lista qua; semplici cittadini che da semplici cittadini dovrebbero comportarsi e non confondere ruoli e attività professionali. Il Web non è il luogo più sicuro del mondo: truffe, identità rubate, intromissioni abbastanza agevoli anche in sistemi complessi. A settembre è stato resa pubblica da Yahoo la violazione di cinquecento milioni di account; il passaporto di Michel Obama è apparso in rete al pari delle mail dell’ex segretario di stato Colin Powell.

La democrazia è cosa seria: i politici già la manipolano con i mezzi tradizionali, evitiamo di mettere a loro disposizione altri strumenti semmai più sofisticati; evitiamo di passare dalle vecchie massonerie con cappuccio e grembiulino, dalle logge coperte da un materassaio di Arezzo a quelle che non hanno bisogno di coprirsi con i metodi svelati dall’Anselmi perché al riparo dell’oscurità dei cunicoli insondabili (almeno per quelli che hanno una frequentazione quotidiana per semplici motivi di lavoro) della Rete. Che ci sia un problema è evidente, come hanno dimostrato anche le recenti elezioni americane e non solo per i presunti attacchi degli hackers russi (e il contrattacco di quelli americani) ma anche per l’insicurezza del voto elettronico che ha obbligato in alcuni casi a sospendere le operazioni.

La vera o falsa Beatrice Di Maio twitta: “La #satira grande dimostrazione, la più alta espressione, di #libertà e #democrazia”. Ma questa Democrazia, basata su falsi account in grado di inquinare il dibattito politico e di rendere virali vere e proprie menzogne che inquinano l’immagine delle istituzioni assicuriamo alla Signorina,o a chi per lei, non piace proprio a nessuno.

Per approfondire la questione ci siamo rivolti a un esperto che ci ha spiegato come funziona twitter e quali sono gli elementi che hanno fatto balzare il nome di Beatrice di Maio alle cronache.

LA RETE DI BEATRICE

-di FEDERICO MARCANGELI

L’account ha più di 14.000 followers, non moltissimi se consideriamo che i veri “big” della piattaforma viaggiano su numeri ben più alti.
Il problema relativo a Beatrice Di Maio appare legato alla rete che è riuscita a costruire intorno a sé.

Su Twitter, od in generale sui social network, una rete (o struttura) è un insieme di interazioni che un dato account (o, se preferite, una data persona) sviluppa. Si compone di vari aspetti: account seguiti, gruppi di cui fa parte, argomenti trattati, seguaci e reti di “amici”. Ognuno di noi ha una struttura sui social che, oltre a spiegare chi siamo, influenza i nostri contatti. Alla base dei sospetti su Beatrice Di Maio troviamo un’anomalia in questa rete, eccessivamente legata ad altre reti “anti-sistema” (anti-migranti, pro-trump ed altre). Senza entrare tecnicamente nell’analisi matematica, vi basti sapere che questi legami risultano essere anomali e portano a pensare ad una gestione dell’alto degli stessi. In altre parole: Beatrice Di Maio e gli account collegati potrebbero fare parte di una rete più ampia controllata da qualcuno. Lo scopo della rete sarebbe quello di influenzare le tendenze (o gli argomenti più trattati) online (sia di Twitter che di Facebook).

Valentina Bombardieri
Blog Fondazione Nenni

Referendum. Renzi: “Un voto sul futuro del Paese”

Renzi-riforme-aulaIl referendum “è sul futuro del paese e non sul mio”. Così Matteo Renzi, a Radio Anch’io, corregge la ricostruzione dell’incontro con gli industriali a Torino. E attacca direttamente Massimo D’Alema accusandolo di usare il “referendum per rientrare in partita. Vota no convinto di poter rappresentare il futuro”. E ancora: “E’ vero che D’Alema è contro ma questa non è una discussione dentro il Pdì”. Il referendum, scandisce, “non è un derby Renzi contro resto del mondo, è un derby Italia contro vecchia guardia” e “c’è un sacco di gente di centrodestra che voterà sì, ma anche di Grillo e della Lega”.

Chi vuole meno costi è chiamato ad un domanda secca. Si può discutere se i risparmi sono 50 o 500 milioni, io ho dedicato una trasmissione a dimostrare, calcolatrice in mano, che sono 500 milioni ma comunque nessuno mette in discussione che c’è una riduzione dei costi”.

In difesa di D’Alema interviene l’esponente della minoranza dem Gianni Cuperlo. “Attorno al tema del referendum costituzionale io vedo un clima generale che non aiuta. Sento toni e assisto a modalità di confronto che non dovrebbero essere questi e a me non piacciono”. “I toni sono quelli sbagliati, si può d’accordo o in dissenso con quelle motivazioni, ma va riconosciuto a D’Alema il tratto dell’uomo che difende le sue ragioni. Serve più rispetto”, ha aggiunto Cuperlo. “Mi auguro che i prossimi due mesi non vedano il protrarsi di questo clima, perché due mesi sono lunghi. Me lo auguro per il Paese”.

Intanto che ci si avvicina alla data de referendum, escono i primi sondaggi. Secondo l’Istituto Ixe’ che ha fatto una rilevazione illustrata ad Agorà (RaiTre), se si votasse oggi per il referendum costituzionale, andrebbe alle urne il 74% degli elettori Pd, il 58% del M5S, il 67% della Lega Nord e il 45% di Forza Italia. L’affluenza complessiva è invece al 50%. Nelle intenzioni di voto sì e no sono entrambi al 38%, con elettori Pd compatti per confermare la riforma costituzionale (73%) e quelli del M5S decisamente contrari (68%).

Per quanto riguarda il destino della legislatura Renzi ha affermato che queste sono valutazioni che “spettano al Presidente della Repubblica e al Parlamento, non al  sottoscritto”. Ad ogni modo, secondo l’inquilino di Palazzo Chigi “vincerà il sì  checché ne dicano tanti” in quanto adesso “il dibattito non  sarà più Renzi contro il resto del mondo ma futuro contro vecchia guardia. Non vorrei – ha però poi aggiunto – che  accada come nel Regno Unito quando il giorno dopo il  referendum la gente cercava su Google cosa fosse l’Ue, prima si è votato e poi la gente chiedeva cosa “.

Per il Sì voterà anche il governatore della Toscana, Enrico Rossi che però guarda alla frammentazione come un pericolo: “La frammentazione  del paese è stato un errore grave, si tratta di fare un cambio di passo e questa sfida servirà anche per rilanciare le Regioni stesse. La modifica dell’articolo 117 sposta verso il centro una sorta di competenze. E’ necessario correggere questo articolo perché abbiamo visto che è stato un errore. Le Regioni da sole, in molti casi, non ce la possono fare. Dividere il Paese in Regioni lo rende più fragile, soprattutto in realtà come il Mezzogiorno”. “Portare le Regioni dentro un Senato dove potranno dire la loro su alcune leggi fondamentali,  non credo sia un errore”.

Movimenti. Il Consolato Grillo-Casaleggio Jr

grillo_casaleggioContatti, telefonate, incontri, comizi, vertici riservati e adesso assemblee con i parlamentari del M5S. Quello che era atteso da alcuni mesi alla fine è arrivato. Beppe Grillo una volta edificava e amministrava i successi pentastellati con Gianroberto Casaleggio, adesso tesse le medesime iniziative con il figlio Davide. Il fondatore del M5S, assieme a Davide Casaleggio, ha incontrato a porte chiuse a Roma prima i senatori e poi i deputati cinquestelle. Grillo ha detto poche parole, ma significative, ai giornalisti sul senso delle riunioni con i parlamentari: «Io e Davide siamo sullo stesso piano». Ha precisato: «Verrò spesso a Roma, come faceva» Gianroberto Casaleggio, il cofondatore del M5S, morto lo scorso aprile.
Assieme al giovane Casaleggio, tra torte, candeline e spumante, ha festeggiato con i deputati il settimo compleanno dei cinquestelle: «Il Movimento compie 7 anni. Era il giorno di San Francesco del 2009 quando insieme a Gianroberto presentammo il programma allo Smeraldo di Milano».
È stata la consacrazione definitiva del consolato Grillo-Casaleggio jr., della doppia leadership nel M5S. Una volta la diarchia era tra il comico genovese e l’imprenditore informatico milanese. Ora Casaleggio junior è subentrato a Casaleggio senior. Davide, imprenditore informatico come il padre, è una persona riservata e, al contrario dell’effervescente Grillo, è di poche parole. A giugno, subito dopo il trionfo del M5S alle elezioni comunali, indicò la bussola che voleva seguire: «Non intendo candidarmi né fare politica in prima persona», ma «intendo occuparmi dello sviluppo delle applicazioni di democrazia diretta del Movimento 5 Stelle in Rete». È la stessa strada tracciata dal padre per rinnovare e democratizzare la politica italiana: un uso sapiente e ramificato della comunicazione su internet.
La prima consacrazione del consolato Grillo-Casaleggio jr. è avvenuta a fine settembre nella Festa “Italia a 5 Stelle” tenuta a Palermo. Il giovane timoniere della Casaleggio Associati (“Assistiamo i nostri clienti nella definizione della strategia digitale”) ha incitato i cinquestelle a “rimanere compatti” per lavorare “tutti insieme”.
In cima a tutte le preoccupazioni ci sono le spaccature che scuotono i grillini. In tre anni, dopo l’enorme vittoria riscossa nelle elezioni politiche del 2013, sono scoppiati durissimi scontri interni: molti cinquestelle sono stati espulsi o hanno detto addio. Il timore ora è di una frana elettorale per le troppe guerriglie interne. Ad innescare i timori è soprattutto la caotica vicenda di Roma. Virginia Raggi, pur eletta trionfalmente sindaca della capitale con il 67% dei voti, stenta a governare per difficoltà politiche, economiche e giudiziarie. La sua giunta, a quattro mesi dal voto, è semiparalizzata da una raffica di dimissioni causate anche da violenti scontri interni al M5S capitolino.
Di qui i martellanti e ripetuti inviti all’unità lanciati anche da Grillo. Il garante del 5 Stelle ha ammesso “qualche piccolo errore”, ma ha sollecitato i militanti e gli elettori a restare “compatti” per far vincere il “no” al referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale del governo. Ha definitivamente archiviato “il passo di lato” compiuto due anni fa tornando ad esercitare una piena leadership carismatica. A fine settembre c’è stata la svolta: «Se devo fare il capo politico lo farò» perché «io voglio stare con il M5S fino alle elezioni e vincerle». Così il M5S è sempre più centralizzato.
Grillo, assieme a Casaleggio, assume la guida dei cinquestelle, mettendo in un canto il direttorio composto da cinque giovani deputati (Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Roberto Fico, Carla Ruocco, Carlo Sibilia) da lui proposto due anni fa e votato sul web dal 91,7% degli iscritti.
Tuttavia è proprio la scarsa democrazia interna, la poca trasparenza delle decisioni a far scoppiare i contrasti. I dissidenti hanno contestato e contestano le scelte prese da ristretti vertici. L’ultimo clamoroso addio è di Federico Pizzarotti, sindaco di Parma dal 2012, la prima grande città conquistata dal M5S. Pizzarotti, sospeso dal M5S alcuni mesi fa, ha preso la decisione di andarsene dopo lunghi e duri scontri: «Da uomo libero non posso che uscire», adesso «lascio un Movimento che è cambiato». Le decisioni sono prese dal M5S nelle “stanze chiuse”.
Sono volati gli stracci. Grillo ha ironizzato: «Arrivederci Pizza, ciao» e «spero che si goda i suoi quindici minuti di celebrità». Il sindaco di Parma ha replicato: Grillo è «freddo e distaccato, distante e oserei dire quasi inumano». Alla prossima puntata.

Rodolfo Ruocco

Renzi e Delrio: l’Italicum sta bene così

Renzi DelrioSecondo alcuni commentatori, le recenti dichiarazioni, dirette o riportate (vedi ieri) del Presidente del Consiglio Matteo Renzi, più che una presa di posizione sulla materia incandescente della legge elettorale – in vigore da oggi – e del referendum di ottobre, erano un ballon d’essai, una prova per saggiare le reazioni di alleati e oppositori, interni ed esterni.

Tra le reazioni utili si citano le dichiarazioni dei pentastellati in direzione del mantenimento dell’Italicum per loro assai più conveniente di qualunque altra possibile legge elettorale, e di autorevoli esponenti vicini a Berlusconi come Gianni Letta e Felice Confalonieri per la riapertura del Patto del Nazareno. Comunque sia oggi Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture, in un’intervista al Corriere della Sera, ha ribadito la posizione di Renzi spiegando che anche a volerla cambiare, sarebbe assai difficile trovare i numeri per farlo, non mettendo ovviamente nel conto Forza Italia.
“L’Italicum è un’ottima legge che garantisce governabilità. Se qualcuno vuole cambiarla e proporre una legge migliore, lo faccia. Ma a pochi mesi dal referendum, mi pare un esercizio molto complicato trovare una maggioranza”. “Per me – aggiunge – si può discutere di tutto, ma faccio presente che questa legge è stata confezionata dopo numerose riunioni e passaggi parlamentari. Garantisce governabilità e aiuta a capire chi si assume la responsabilità. Per noi è il miglior punto di equilibrio”. Delrio difende punto per punto le caratteristiche della legge elettorale: “Il premio alla lista è nella logica della semplificazione dei partiti e del no al ricatto dei piccoli”. Quanto all’idea che il Movimento cinque stelle possa essere avvantaggiato da un simile sistema il ministro osserva che “siamo sempre stati contrari a leggi ad personam o ad utilitatem del partito: bisogna avere senso delle istituzioni, anche quando le cose non convengono del tutto”.

Intanto i sondaggi continuano a indicare una crescita continua dei consensi per il Movimento di Grillo e una parallela discesa per quelli al Pd. Inoltre Luigi Di Maio avrebbe superato, quanto a popolarità, anche lo stesso Matteo Renzi. Insomma un quadro che confermerebbe in pieno le previsioni di una vittoria del M5s con una legge elettorale che sembra a questo punto confezionato più per Grillo che non per Renzi.

Sondaggio Demos Repubblica 01072016

Sondaggio Demos Repubblica 01072016

Le recenti elezioni amministrative – scrive il quotidiano La Repubblica pubblicando un sondaggio Demos – hanno lasciato il segno. In caso di elezioni politiche Demos attribuisce al MoVimento oltre il 32% dei voti, il 5% in piu’ rispetto all’ultima rilevazione condotta ad aprile, mentre il Pd si fermerebbe al 30,2% in leggero rialzo rispetto a due mesi fa (30,1%) ma con un distacco maggiore rispetto ai grillini. Male Lega e Forza Italia, entrambe poco sotto il 12%, mentre tutti gli altri partiti ‘arrancano’ per toccare quota 5% (tranne Sinistra italiana che si attesta al 5,4%).
Una fotografia che “il Pd e il M5s intercetterebbero, insieme – spiega Ilvo Diamanti sul quotidiano romano – quasi i due terzi dei voti mentre il rimanente terzo degli elettori appare diviso e frammentato”. Ma la nota più interessante riguarda le ‘proiezioni’ in caso di ballottaggi che vedrebbe i Cinquestelle vincere staccando largamente gli inseguitori del Pd prevalendo di quasi dieci punti.

Sondaggio Demos Repubblica 01072016

Sondaggio Demos Repubblica 01072016

Per quanto riguarda la fiducia sui leader il gradino più alto viene occupato da Luigi Di Maio (con il 41%), seguito da Renzi (stabile al 40%) e dal rieletto de Magistris (sempre 40%) con Beppe Grillo che li tallona con il suo 38%. Salvini (36%), Berlusconi (32%) e Alfano (28%) chiudono la speciale classifica rispecchiano il periodo di ‘magra’ del centrodestra.

“Si può anche cadere nel burrone perché si deve completare la corsa. Il suicidio – come scrive il Direttore nel suo fondo di oggi – in politica è arte rara. Ma non inconsueta. Il centro-destra approvò il Porcellum e perse le elezioni del 2006 che col Mattarellum avrebbe vinto”.

Federico Parea
Lo scuro

I primi passi della campagna referendaria del Presidente del Consiglio, compreso l’impegno al ‘tutti a casa’ in caso di sconfitta, sono stati accolti con l’usuale distrazione e prontamente bollati come inevitabili ingenuità e fughe causate dal suo ego smisurato e dalla sua incontrollabile arroganza.
La vera ingenuità, tuttavia, per non dire superficialità, è quella con cui troppi commentatori osservano ancora il metodo Renzi, pure a diversi anni dalla sua affermazione, ormai anche su scala nazionale,
Che il Presidente non manchi di autostima, non è certo una scoperta (ditemi voi, per inciso, se avete mai trovato un leader politico con un ego esitante…). Quello che si confonde per un dato del carattere, però, è un elemento, se non l’elemento, centrale della sua iniziativa. Renzi non è nuovo in quanto tale, ma è nuovo in quanto rottamatore della vecchia classe politica. Renzi non è garantista per studio, ma perché si pone duramente verso la classe professionale, i magistrati, che per l’opinione pubblica garantisti non sono. Renzi non è un innovatore del mercato del lavoro per vocazione, ma perché si oppongono a lui quanti, in materia di lavoro, passano per essere, per sentimento diffuso, i conservatori per eccellenza, cioè i sindacati. Ciò basti a raccontare che la via del contrasto è stata ed è quella più utile a Renzi per definire il proprio profilo, trasmettere il proprio messaggio e affermare le proprie posizioni. Un metodo che vale per l’esterno così come per l’interno del suo mondo, perché attraverso questo percorso di ripetute contrapposizioni, Renzi ha altresì selezionato e seleziona la propria tribù, in una sorta di dimostrazione costante un po’ di resistenza e un po’ di fedeltà.

Si dice, poi, che la scelta di personalizzare la disfida referendaria non possa che rivelarsi infelice, non dandosi via migliore di questa per catalizzare su una posizione avversa non solo gli oppositori al quesito referendario in sé ma anche quanti non abbiano in simpatia chi la personalizzazione medesima si è intestata. C’è però qualcuno che in buona fede ritenga che Salvini, Grillo, Berlusconi, Fini, Fassina, Vendola, Casa Pound, l’Anpi, l’Arci e così via avessero bisogno del guanto di sfida del Presidente del Consiglio per intendere quale fosse la vera posta di questa partita? Sarebbe utile ragionare, invece, su un altro aspetto.Diversi sondaggi e la stessa storia dei referendum suggeriscono che più l’affluenza sarà alta e più ci saranno possibilità di vittoria per il fronte del sì, per il semplice fatto che saranno portate ad esprimersi sul punto più espressioni libere da vincoli militanti, da condizionamenti di casta o da influenza da talk show. Non sembra assurdo ritenere, ma discutiamone, quanto la personalizzazione e, per certi versi, l’esasperazione del confronto referendario possa essere utile a sollecitare una affluenza più larga al voto.

L’ultima obiezione che viene mossa a Renzi è che non capisca che sia meglio vincere in tanti che non perdere da soli. Non si dimentichi, però, anche una diversa opzione, quella del perdere in tanti. È forse quella della sconfitta, e noi speriamo di no, una prospettiva ancora insondata, non liquidabile nella presa d’atto del ‘tutti a casa’ e che si dovrebbe ragionare con assoluto scrupolo. Non si crede certo che il Presidente del Consiglio abbia pronto un piano B, in caso di sconfitta. Non sarebbe nemmeno plausibile, tuttavia, non ritenere che le scelte di oggi non stiano anche a prefigurare i posizionamenti di domani, succeda quel che succeda, in una partita così difficile e incerta.
Nel gioco del biliardo si va a punti o si cerca la difesa. In un caso o nell’altro, l’importante è sapere sempre in quale senso sia più utile sbagliare il colpo, per non lasciarsi scoperti al gioco dell’avversario. Renzi è toscano e chissà se non abbia imparato qualcosa dal Lotti una volta più famoso, Marcello, detto lo Scuro.

Federico Parea

AL TRAGUARDO

Matteo Renzi

Le riforme sono sul rettilineo di arrivo a un passo dal traguardo mentre le opposizioni chiedono il rinvio del voto. Il raggiungimento di un punto fondamentale per l’agenda politica del governo, coincide però  con un momento non facile per il presidente del consiglio che si appresta a percorrere nei prossimi mesi un vero e proprio sentiero minato. Renzi ha parlato di Giornata storica per le riforme costituzionali. Al referendum sulla riforma costituzionale “basta vincere”, ha detto, non importa con quale percentuale: “Mi gioco tutto”. Il premier ha aperto il discorso sulle riforme costituzionali alla Camera in un’aula abbandonata dalle opposizioni. Ha subito ricordato il ruolo di Giorgio Napolitano e ha proseguito ricordando i lavori dei Costituenti. Poi ha aggiunto criticamente a proposito delle opposizioni assenti: “Dicono ‘andiamo fuori dal Parlamento’ per mandare a casa il governo. Ma quando si andrà a votare tanti di loro resteranno fuori dal Parlamento e non credo sarà un problema per la stragrande maggioranza degli elettori”. E ha poi aggiunto: “Per la prima volta la classe politica mostra il meglio di se stessa. Riforma se stessa e non altrettanto hanno fatto altre parti della classe dirigente di questo Paese. Perciò la politica dà una grandissima lezione di dignità al resto della classe dirigente di questo Paese”, ha detto Renzi alla Camera nel dibattito sulle riforme. “La politica – ha sottolineato – si dimostra in grado di far vedere la pagina più bella quando sfidata. Sono qui per rendervi omaggio e gratitudine: date una lezione a tanti”.

Per Renzi la tabella di marcia è già fissata con il voto finale atteso al più tardi entro mercoledì 13. Ma i temi sul tappeto che potrebbero rivelarsi scivolosi per il premier sono diversi, come il conflitto di interessi e le intercettazioni. Dal 12 aprile poi in commissione Giustizia del Senato si dovrebbe tornare a parlare di riforma del processo penale (al cui interno c’è il capitolo intercettazioni) ma già si ipotizza uno slittamento dei tempi (almeno a dopo il referendum). Si avvicina inoltre la scadenza di domenica 17 aprile, quando il Paese sarà chiamato a pronunciarsi sul referendum anti-trivelle inviso dal premier che punta su un esito “fallimentare”. Un tema sui cui è arrivata anche la posizione del presidente della Consulta Paolo Grossi per il quale è giusto invece partecipare al voto. È questo è un altro passaggio-chiave per l’esecutivo dato che Renzi non ha esitato a metterci la faccia convinto di avere dalla sua solide ragioni che ha voluto contrapporre a quelle dei governatori promotori, degli ambientalisti e soprattutto dei 5 Stelle che su questo referendum hanno costruito una campagna contro “trivellopoli”.
E proprio sulle questione legate al petrolio che martedì 19 aprile, al Senato si aprono le danze sulle due mozioni di sfiducia al governo presentate separatamente da M5s e dal centrodestra (Fi-Lega-Cor). Altro momento di preoccupazione solo le elezioni amministrative del 5 giugno. Non si annuncia facile vincere le sfide di Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, per dire alcune delle più importanti città al voto. Per un sondaggio pubblicato da La Repubblica, Grillo tallona il Pd e vincerebbe al ballottaggio, è l’effetto delle inchieste. Un sondaggio, svolto da Demos, in cui si evidenzia una svolta di opinione: il 45 % giudica peggiore la corruzione di oggi rispetto alla Prima Repubblica.

Nel corso del dibattito sulla Riforma Costituzionale per i socialisti è intervenuta Pia Locatelli, capogruppo alla Camera. Per la deputata del Psi “trasformare il voto referendario in una sorta di plebiscito personale è un errore che abbiamo visto già fare nei governi passati e che non porta nulla di buono, non tanto per la maggioranza e per il governo, ma per il Paese”. “Il presidente del Consiglio si è esposto in prima persona ed ha strettamente legato l’esito del referendum di ottobre alla durata del suo Governo. Un legame, enfatizzato, che paradossalmente mette a rischio la riforma stessa in quanto costituisce una piattaforma unificante tra il fronte di coloro che non ne condividono i contenuti e coloro che vedono nella vittoria del No un’occasione unica per far cadere il Governo Renzi. Il loro obiettivo è assestare un colpo al Partito Democratico e alla attuale maggioranza nell’ottica di un ricambio a Palazzo Chigi o di un ricorso anticipato alle urne. Se questa riforma serve al Paese, come noi pensiamo, allora essa deve essere approvata a prescindere dalle sorti politiche di Matteo Renzi e del Governo che egli presiede”.

Sul tema delle riforme è intervenuto, criticandole, l’esponente del Psi Bobo Craxi: “Mio padre e il gruppo dirigente di allora del Partito socialista italiano – ha detto ospite della trasmissione ‘8 e mezzo’, condotta in studio da Lilli Gruber – tentò, sin dalla fine degli anni ’70, di risolvere per via democratica la crisi di sistema della politica italiana: Renzi, invece, la sta accelerando”. “Si tratta di una differenza radicale”, ha proseguito l’esponente socialista, “nonostante alcune indubbie ‘assonanze’ in merito al cosiddetto ‘decisionismo’ dei due leader. Tuttavia, mio padre non ruppe mai il rapporto con il sindacato, anche perché fu la Cgil, in quel periodo, a dividersi. E mantenne sempre una sensibilità particolare nei confronti dei ‘gruppi intermedi’ della società italiana. Io non so se può definirsi ‘spregiudicata’ l’abolizione del voto segreto in parlamento, che fu l’unica riforma dei regolamenti parlamentari che riuscì, in quella fase storica. Riguardo, invece, alla ‘personalizzaizone’, questo è un dato che appartiene totalmente alla seconda Repubblica, anche se nella prima vi furono alcuni ‘accenti’. In ogni caso, l’impressione che si ha”, ha sottolineato Bobo Craxi, “è che Renzi non abbia un vero disegno ‘alternativo’ alla crisi del sistema politico italiano, poiché la sua risposta istituzionale va in una direzione decisamente diversa rispetto a quel che servirebbe, riducendo gli spazi di democrazia. Noi viviamo, ormai da un decennio, sotto un vincolo europeo. E il contrappeso naturale di fronte a una simile condizione ‘vincolata’, che strangola le economie interne, dovrebbe essere un contrappeso democratico ‘largo’. Invece, Renzi propone una riforma elettorale che riduce gli spazi di democrazia e, al contempo, la sua revisione costituzionale introduce un elemento ‘dispostico’, in cui un solo leader nomina praticamente tutti i parlamentari. Non mi sfugge”, ha aggiunto, “che il rapporto tra decisione e velocità di realizzazione sia un tema politico reale. Tuttavia, una certa idea d’insindacabilità del potere politico, oltre che una follia, soprattutto se proposta ‘da sinistra’, è una cosa che sta nel novero delle democrazie ‘guidate’, dunque degli autoritarismi”.

Ginevra Matiz

Referendum trivelle. Grossi (Consulta): “Italiani votate”

Sergio Mattarella e Polo Grossi

Sergio Mattarella e Polo Grossi

“Al referendum sulle trivelle si deve votare”. Più chiaro di così il presidente della Corte Costituzionale, Paolo Grossi, a una settimana dal voto non poteva essere. L’importante è andare a votare, poi – ha detto il presidente della Consulta nella conferenza stampa dopo la relazione annuale- “ogni cittadino è libero di farlo nel modo in cui ritiene giusto. Ma credo si debba partecipare al voto: significa essere pienamente cittadini. Fa parte della carta d’identità del buon cittadino”.

La presa di posizione va dritta dritta contro quella del Presidente del Consiglio che invece, forse troppo frettolosamente un mese fa e senza nessuna discussione interna, aveva scelto la linea del partito e invitato gli italiani all’astensione, giudicando evidentemente questa l’unica strada percorribile per evitare che il refrendum cancelli la legge che estende all’infinito le concessioni alle trivellazioni in mare entro le dodici miglia dalla costa. Una scelta rinforzata dalla mancata unificazione con il voto per le amministrative, scelta questa che avrebbe fatto anche risparmiare 300 milioni di euro.
Per essere valido un referendum con la normativa attuale, ha bisogno che si siano espressi il 50% più 1 degli aventi diritto e quello sulle trivelle, a oggi, pare ancora ben al di sotto della soglia minima (secondo i sondaggi starebbe poco sopra il 40%) nel solco di una ‘tradizione’ che negli ultimi anni ha visto mancare sempre l’obiettivo anche se nel passato più recente (12 e 13 giugno 2011), in occasione del referendum sull’acqua pubblica, il 50% fu ampiamente superato (54-55%).

La posizione astensionista di Renzi appare minoritaria e fonte di polemiche perché anche dentro il suo partito, molti dirigenti, da Bersani a Speranza (e anche l’ex pd Romano Prodi) continuano a esprimersi pubbblicamente per il No o per il Sì, anche se l’astensione è una possibilità già utilizzata in passato sia dal Pd – in occasione dei referendum sull’articolo 18 – sia, ad esempio, dalla CEI per far fallire la consultazione sulla Legge 40, quella della fecondazione assistita.

La sinistra Dem, che si è schierata per il Sì, intanto va all’attacco del ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti che in un primo tempo non scioglie la riserva sulla sua partecipazione al referendum e poi fa sapere che andrà a votare No.

Tra i partiti alleati del Pd nella maggioranza di governo, l’Ap di Alfano è per il No mentre il Psi con il segretario Riccardo Nencini spiega che “abbiamo raccolto le opinioni della segreteria, dei parlamentari e degli amministratori regionali. Nessuna ipotesi prevale sulle altre: il Sì sul No e viceversa, l’astensione sulla partecipazione e viceversa. Riassumo così. Daremo libertà di voto alle compagne e ai compagni, non consiglieremo a nessuno di non partecipare al voto. Io andrò a votare. Propendo per il no”. “Ho a cuore le nostre coste e il nostro mare – dice il segretario del Psi – ma dubito che l’abolizione della norma sia decisiva. Intanto ci metteremmo nella condizione di essere totalmente dipendenti quanto a approvvigionamento energetico”.

Il movimento cinque stelle invece chiama in causa il capo dello Stato chiedendo che prenda una posizione. Mattarella “sull’energia dovrebbe prendere una posizione”, dice Beppe Grillo. “Bisogna che ogni tanto prenda una posizione. Sull’energia è una questione di civiltà e quindi dovrebbe prendere una posizione. E – pronostica provocatoriamente – sicuramente lo farà”.

ALTA TENSIONE

Paola Regeni, madre di Giulio, in occasione di una conferenza stampa al Senato (foto Ansa)

Paola Regeni, madre di Giulio, in occasione di una conferenza stampa al Senato (foto Ansa)

“Ci fermeremo solo quando troveremo la verità, quella vera e non di comodo”, ha detto il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni in Parlamento illustrando la posizione del governo italiano sulla morte di Giulio Regeni, il giovane ricercatore sparito misteriosamente due mesi fa e ritrovato cadavere qualche giorno dopo con evidenti segni di tortura.

E la risposta dal Cairo non si è fatta attendere facendo salire la tensione col nostro Paese. Gli avvertimenti dell’Italia, per bocca del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri egiziano “complicano la situazione”.
Gentiloni, ribadendo in aula al Senato la posizione del governo italiano sulla morte di Giulio Regeni, ha detto tra l’altro “ci fermeremo solo quando troveremo la verità, quella vera e non di comodo”. “L’omicidio di Regeni ha scosso le nostre coscienze e il Paese intero perché è stata stroncata la vita di un italiano esemplare, per il modo in cui è stato atrocemente torturato e ucciso e per la lezione di compostezza dei genitori”. “Per ragioni di Stato non permetteremo che sarà calpestata la dignità dell’Italia”. “Se non ci sarà un cambio di marcia, il governo – ha spiegato il ministro – è pronto a reagire adottando misure immediate e proporzionate”.

Il clima pare però volgere al brutto e c’è il rischio che salti anche l’appuntamento di domani, anche se Gentiloni non sembra temere la trappola diplomatica dell’escalation di dichiarazioni che hanno come unico scopo apparente quello di soddisfare l’opinione pubblica con sacrsa o nulla attenzione per la complessità della vicenda e le pesanti implicazioni di una rottura diplomatica.

“Siamo alla vigilia di importanti incontri che potrebbero essere decisivi per lo sviluppo delle indagini” – ha detto il ministro aggiungendo che “dobbiamo capire se la fermezza delle reazioni dell’Italia intera potranno riaprire un canale di piena di collaborazione e lo capiremo a partire dall’incontro di giovedì e venerdì di questa settimana” con gli inquirenti egiziani.

Con il passare delle settimane la collaborazione delle autorità egiziane sul caso Regeni – ha continuato – è stata “generica e insufficiente”, poi l’arrivo del procuratore Pignatone al Cairo “ha rimesso la collaborazione sui binari giusti”. Il ministro ha ricordato che l’Italia ha sempre fatto “richieste precise e circostanziate” agli inquirenti egiziani, ma la Procura di Roma ha spiegato che il “dossier” consegnato era “carente, mancavano almeno 2 dei 5 capitoli richiesti, come il traffico della cella telefonica di Regeni ed eventuali video della metropolitana del Cairo”. “Ulteriori difficoltà sono arrivate dall’accavallarsi di notizie, versioni più o meno ufficiali, smentite verità di comodo che in questi ultimi due mesi sono circolate con troppa frequenza, quasi sempre fuori dai canali ufficiali”.

E poi si sono susseguite “teorie, come quella dell’azione criminale, alle voci su Giulio Regeni informatore di questa o quella intelligence, e questo non ha contribuito all’efficienza della nostra collaborazione”. La pista dei rapinatori è stata “un ulteriore e ancor più grave tentativo di accreditare una verità di comodo, ma l’Italia ha subito chiarito che non l’avrebbe accettata come conclusione delle indagini”. “Nei giorni successivi diversi membri del governo egiziano hanno chiarito che le indagini sono ancora in corso e di questo abbiamo preso atto”.

Con ogni evidenza il governo egiziano è in grave imbarazzo di fronte al caso Regeni. Vuoi che si sia trattato di un ‘errore’ dei servizi segreti o delle squadracce di polizia – il giovane scambiato per una ‘spia’ – vuoi che si tratti di una faida interna al regime di al-Sisi subentrato con un golpe militare a quello dei Fratelli musulmani del presidente Morsi per screditarlo davanti all’opinione pubblica mondiale oppure che si tratti di un’abile manovra dell’opposizione islamica sempre al fine di screditare il regime di al-Sisi con l’aiuto di qualche ‘manina’ estera interessata (turca, saudita …) per modificare gli instabili equilibri regionali, in ogni caso per il Cairo il colpo è durissimo e non facile da assorbire.

Al Sisi non può perdere la faccia ammettendo di non avere il controllo delle sue truppe e neppure che gli oppositori siano tanto forti da creargli uno scandalo del genere sotto il naso. In ogni caso è nell’angolo e anche per l’Italia non è facile chiudere la questione senza che vi sia almeno un segno concreto della volontà di fare giustizia.

Una brutta situazione che può avere implicazioni pesanti per i due Paesi, ma che in Italia viene utilizzata strumentalmente per la guerra tra maggioranza e opposizione.

L’occasione è stata data dai banchi vuoti nelle file dell’opposizione durante l’informativa del ministro Gentiloni a palazzo Madama. Sedie libere tra i cinque stelle, ma ancora di più è il vuoto tra Fi, Idea, Cor e Ala. Tra le presenze l’azzurro Maurizio Gasparri, Carlo Giovanardi (Idea), Lucio Barani (Ala).
I senatori del Pd sono partiti a testa bassa contro l’M5s riempiendo i social network di messaggi così come prescrive la propaganda mediatica 2.0. Più tardi – ma si sa che conta chi spara per primo e l’importante e buttarla in rissa – i grillini replicano spiegando che erano alla manifestazione sullo scandalo petroli, ma ormai la sostanza della questione pare essere finita in secondo piano.

“Non so se per conseguire questi tre obiettivi: verità su Regeni, individuazione e punizione dei responsabili, riportare i diritti umani al centro dell’attenzione internazionale – ha detto la capogruppo del Psi a Montecitorio, Pia Locatelli intervendo (il video) dopo la relazione di Gentiloni – sia meglio ritirare il nostro ambasciatore o farlo restare perché incalzi le autorità egiziane; far dichiarare l’Egitto paese insicuro, colpendolo nel turismo, usare il gas di Zohr essendo dell’Egitto, più che dell’Eni il maggior interesse a quel gas di cui ha un bisogno disperato, o minacciare di farlo. Non so quale sia l’arma più efficace. È certo che a nessuno di questi tre obiettivi possiamo rinunciare, i limiti della realpolitik non possono fermarci”.

Salvo novità, come comunicato dalla procura generale del Cairo, una delegazione di magistrati della stessa procura e di poliziotti incaricati delle indagini sulla morte di Giulio Regeni partirà dal Cairo per Roma domani, mercoledì 6 aprile. “La delegazione sarà diretta – si dice in un comunicato – dal consigliere Moustafa Soleiman, assistente del procuratore generale, ed esaminerà gli ultimi sviluppi delle indagini della procura generale egiziana nella vicenda Regeni. L’ invio della delegazione rientra “nel quadro della cooperazione tra la procura generale egiziana e la procura italiana, e in applicazione dell’accordo tra il procuratore generale egiziano, consigliere Ahmed Sadek ed il procuratore capo italiano Giuseppe Pignatone durante la sua visita a Roma”.
Armando Marchio

Adozioni, primo sì da un tribunale a una coppia gay

Adozioni coppie lesbiche

Mentre Alfano continua la sua battaglia contro tutto quello che la Cei considera “peccamoniso”, l’Italia, quella vera, fatta di persone, va avanti e lo fa più velocemente della politica. Le polemiche dopo l’annuncio della paternità di Vendola e del suo compagno sono ancora accese. Anche Grillo è intervenuto sul tema. “C’è qualcosa che mi spaventa – ha detto – e non ha nulla a che fare con l’omosessualità oppure l’eterosessualità; mi spaventa la logica del ‘lo facciamo perché è possibile’”. Dopo le parole le notizie, che spesso passano in secondo piano rispetto alle polemiche. Questa volta la notizie è quella del riconoscimento, da parte del Tribunale per i minorenni di Roma di un’altra adozione a favore di due minorenni con due mamme. Lo hanno reso noto le associazioni Famiglie Arcobaleno e Avvocatura per i Diritti Lgbti-Rete Lenford. La sentenza, spiegano, ha esteso la responsabilità genitoriale alla mamma sociale avendo verificato l’esistenza tra le mamme di un comune progetto di genitorialità, lo stato di benessere dei figli e la stabilità del nucleo familiare.

“Si tratta di una pronuncia importante – ha affermato Maria Grazia Sangalli, presidente di Rete Lenford – che si limita a riconoscere l’esistenza di una famiglia che già c’è, sulla base di una legge che in Italia si applica da molti anni. In particolare, il Tribunale ha riconosciuto che è nell’interesse dei due bambini vedersi garantita continuità affettiva e stabilità di rapporti familiari, garantendo inoltre la loro identità personale attraverso l’aggiunta del cognome della mamma sociale a quello della mamma biologica”.

“Le polemiche di questi giorni circa possibili problemi che potrebbero derivare ai bambini dal fatto di crescere con due mamme o due papà – ha affermato Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno – sono state costruire ad arte da una sola dichiarazione imprecisa di un pediatra, poi dallo stesso smentita, che ha generato un caso inesistente. Questa sentenza, ma soprattutto i numerosi interventi di psichiatri, psicologi e pediatri che si sono espressi negli ultimi giorni, dimostrano che i figli crescono tanto bene con due mamma o due papà quanto nelle famiglie con genitori di sesso opposto”.

“Proprio ieri il Consiglio d’Europa ha ricordato all’Italia che le critiche all’adozione da parte della mamma sociale o del papà sociale sono infondate – hanno ricordato le associazioni – perché la Convenzione europea dei diritti Umani obbliga a riconoscere l’adozione alle coppie dello stesso sesso al pari di quelle di sesso opposto non sposate, come avviene nel caso dell’adozione in casi particolari”.

Gioia Cherubini