Micromega, la crisi
della sinistra in Italia
e in tutto l’Occidente

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Paolo Flores D’Arcais

Una sezione del n. 2/2017 di “Micromega” è dedicata al problema della crisi della sinistra in tutto l’Occidente; sulle cause e ipotesi per superarla si interroga la sezione, costituita da un testo di apertura del direttore Paolo Flores D’Arcais e da due articoli di Massimo Bray e Tommaso Montanari, in risposta alle sollecitazioni del direttore, formulate in forma di tesi, che riassumono le sue posizioni e quelle della rivista sul problema della crisi della democrazia e di quella dell’intera sinistra, soprattutto in Italia.

La tesi di fondo di Paolo Flores D’Arcais è, per chi legge Micromega, nota da tempo; ai fini della comprensione di ogni sollecitazione a rispondere, conviene riassumerla brevemente. Tutto l’Occidente è in rivolta contro i vecchi apparati dei partiti tradizionali, per via delle profonde disuguaglianze nate e radicatesi a seguito dell’espandersi del processo di mondializzazione delle economie nazionali. Pur esprimendosi in forme diverse, la rivolta, priva di una rappresentanza politica, tende ad aderire a proposte spontanee nelle quali si intrecciano istanze, sia di sinistra che di destra, dando origine ad una crisi delle istituzioni democratiche, per via del fatto che esse non possono operare sulla base del confronto di programmi politici alternativi.

In Italia, la crisi della democrazia ha però, a parere di D’Arcais, “radici più specifiche”; essa, infatti, deriva non solo dall’allargamento e approfondimento delle disuguaglianze distributive o dall’esproprio di sovranità del Paese da parte delle istituzioni finanziarie internazionali, ma anche dalla “deriva partitocratrica”, verificatasi soprattutto nell’ultimo quarto di secolo e caratterizzata da diffusione della corruzione, evasione fiscale, disoccupazione, abbassamento del livello di welfare ed altro ancora. Oggi in Italia, la rivolta trova “possibilità di rappresentanza” presso il “Movimento 5 Stelle”, in quanto gli altri partiti, presunti di sinistra, sono giudicati parte integrante dell’establishment; questi, infatti, secondo il direttore di Micromega, costituiscono una parte del problema della crisi della democrazia e, per questo motivo, sono inservibili ai fini della sua soluzione.

Tuttavia, malgrado il successo, il Movimento 5 Stelle è “carico di ambiguità e di contraddizioni”, che però non gli fanno perdere consensi; la spiegazione, secondo Flores D’Arcais, deve essere rinvenuta nel fatto che in Italia “non esiste una sinistra anti-establishment, e perché le destre eversive di stampo lepenista […] non hanno potuto dilagare nelle masse criticamente più sprovvedute proprio grazie alla presenza del M5S”. Ciononostante, “sic stantibus rebus”, se la partitocrazia non troverà l’accordo per una legge elettorale utile a sbarrargli la strada, nelle prossime tornate elettorali, malgrado le sue ambiguità e contraddizioni, il Movimento di Grillo ha buone possibilità di successo, per la mancanza di valide alternative di sinistra; ciò per via del fatto che una sinistra non c’è, sebbene abbia perso più di un’occasione per nascere. Tutte le occasioni, però, sono state “colpevolmente” mancate.

Pertanto, oggi, afferma – Flores D’Arcais – “l’unico voto di critica all’establishment” resta ancora il movimento pentastellato; ma se la sinistra ufficialmente non esiste, sebbene esista trasversalmente in modo sommerso e diffuso nella società, essa è destinata a conservarsi solo nello status di “un volgo disperso che nome non ha”. D’Arcais si chiede come questa sinistra latente possa rendersi visibile; per emergere ed organizzarsi, a suo parere, dovrà essere libera da “vizi ideologici e tic antropologici che ne hanno propiziato” l’irrilevanza” e dovrà assumere l’”uguaglianza sociale” come “stella polare” nel programmare la sua futura azione, congiuntamente a ciò su cui il “M5S” ha fondato gran parte del suo successo, ovvero l’esercizio dell’”attività politica non come professione, ma come servizio civile, e le funzioni di rappresentanza e governo, locali e nazionali, circoscritte nel tempo, senza possibilità di lucro e carriera”.

Alle sollecitazioni di D’Arcais, risulta particolarmente consona la risposta che Tomaso Montanari formula nell’articolo “Quale sinistra? (Lasciate che i morti seppelliscano i morti)”; egli, da storico dell’arte, non è un politologo di professione, ma forse proprio per questo, formula delle osservazioni riguardo al “tipo” di sinistra che potrebbe rinascere assai rispondenti al disagio avvertito dai molti italiani che hanno determinato la loro disaffezione dai tradizionali partiti della sinistra. Secondo Montanari, non vale la pena tentare di ricuperare dalla loro agonia i vecchi partiti della sinistra, in quanto chi vuole riproporre la sinistra “non deve curarsi delle rovine istituzionali, ideali e umane dell’apparato della sinistra”, così come è stata conosciuta.

Essa, la sinistra sommersa e dispersa, se vuole riemergere, deve andare per un’altra strada, consapevole che “il distruttivo missile Renzi è decollato solo grazie ad una rampa di lancio allestita dal tradimento della sinistra italiana almeno fin dagli anni Novanta”; ma anche consapevole che l’“abbattimento” di quel missile non deve giustificare la presunzione che l’azione interrotta dei vecchi partiti della sinistra possa essere ripresa dopo una loro pura e semplice acritica autoassoluzione. Tra l’altro, osserva Montanari, pur in presenza di una loro crisi generalizzata, da ciò che resta dei vecchi partiti della sinistra non sta emergendo alcun autoesame critico; né sta emergendo dal tanto sbandierato “progetto Pisapia”, secondo il quale, per rivitalizzare la sinistra sommersa e dispersa, si dovrebbe solo impedire che al governo del Paese giunga la destra. La nuova sinistra, però, non può essere animata soltanto da una “vocazione maggioritaria”; ciò perché, assumere questa vocazione come “bussola”, senza un esame critico di ciò che ha portato alla crisi i vecchi partiti della sinistra, con il loro allineamento alla logica della “Terza via” di Anthony Giddens e Tony Blair, significherebbe posizionare la potenziale nuova sinistra come corrente esterna all’attuale sinistra di governo.

Una simile rivitalizzazione delle forze di sinistra, secondo Montanari, non avrebbe alcun senso; si lasci dunque – egli sostiene – “che i morti seppelliscano i loro morti” e si provi a concentrare la riflessione su ciò che ancora “è vivo nella democrazia e nella sinistra italiana del 2017”, partendo dal “picco di vitalità politica“, manifestatasi nel dicembre del 2016, per individuare le vere ragioni della bocciatura della riforma costituzionale proposta dal governo in carica. Anche se queste ragioni sono state ricondotte alla disapprovazione popolare del principio del governo-costituente, il risultato sul piano politico non poteva che essere negativo, considerato che il Paese che lo ha espresso accusa il 28,7% della popolazione a rischio di povertà, il 48,9% non in grado di fare una settimana di ferie all’anno e una disoccupazione giovanile prossima al 40%. Il risultato politico del referendum costituzionale, sul piano politico è valso dunque a denunciare che la disuguaglianza che “sfigura” la società italiana non è un dato di natura, come le forze di destra vorrebbero far credere, ma il risultato di una politica fallimentare.

La nuova sinistra deve assumere come suo compito prioritario – afferma Montanari – l’elaborazione “di una critica capillare del presente”, per capire le ragioni reali del fallimento dei vecchi partiti della sinistra, al fine di realizzare un effettivo cambiamento dello stato attuale delle cose, attraverso una ricostruita, per via culturale, sovranità del cittadino. Negli ultimi decenni tutti i discorsi sulla creazione di un movimento di dissenso di sinistra si è invece “impantanato nella retorica del principio di realtà”, nel convincimento che per raggiungere i propri obiettivi un tale movimento avrebbe dovuto limitarsi a “conquistare i voti” di chi non era di sinistra; cosi pensando è stato possibile spianare la strada ad una sinistra a vocazione maggioritaria, il cui risultato è stato che la sinistra andata al governo “non ha cambiato lo stato delle cose, ha solo cambiato se stessa”.

Occorre quindi prendere coscienza che la crisi dei partiti tradizionali della sinistra “non è una crisi di governabilità, ma una crisi di rappresentanza”. Il primo obiettivo non dovrà “essere quello di assicurare un governo e di parteciparvi, ma di riportare al voto la parte più fragile, gli ‘scartati’ del Paese”; ciò però può diventare possibile, se esiste un progetto condiviso anche dalla sinistra dispersa, e non solo dai componenti di Parlamenti “occupati” da “partiti concepiti come macchine di potere personale”. Se si vorrà che il “Parlamento torni a essere il luogo dove – afferma Montanari – si forma il futuro del Paese, ebbene bisogna riportare il Paese in Palamento”.

A tal fine appare allora ineludibile l’adozione di una legge elettorale rigidamente proporzionale, perché l’”urgenza non è quella di selezionare una classe dirigente”, ma quella di dare rappresentanza agli strati sociali più penalizzati dall’approfondimento delle disuguaglianze; ciò in quanto è proprio verso quei milioni di italiani che più di tutti soffrono degli effetti di queste disuguaglianze che “una nuova sinistra radicale deve avere la forza e l’intelligenza di guardare”. Il problema nel ricupero della sinistra dispersa e sommersa non dovrà essere quello di cercare alleanze con le forze che formalmente si presume siano di sinistra, ma quello di cercare l’”alleanza con i cittadini” più colpiti dalla crisi dei partiti tradizionali di sinistra e dalla loro soggezione alla logica neoliberista.

L’alleanza tra la nuova sinistra e i cittadini dovrà dunque avere come obiettivo la ricostruzione dello Stato che, in questi ultimi anni, è stato destrutturato in funzione dell’espandersi del turbocapitalismo globale, avvenuto col supporto dell’ideologia neoliberista; ideologia, questa, che ha distrutto – afferma Montanari – “ogni idea di giustizia sociale e di solidarietà”, sostituita con l’idea di modernizzazione proposta dalla “Terza via” di Giddens e di Blair. L’alleanza tra la nuova sinistra e i cittadini dovrà garantire al Paese ciò che da tempo la politica ha smarrito o rimosso dalla propria agenda, ovvero l’elaborazione di “un progetto di comunità, un’idea forte di cosa possa essere la Repubblica Italiana del futuro”.

L’auspicio di Montanari, sicuramente condivisibile, potrà però concretizzarsi, se il Paese avrà la capacità di dare piena attuazione anche a quella parte della Costituzione repubblicana che prevede il diritto di tutti ad avere un posto di lavoro stabile; questo diritto è forse al di là delle materiali possibilità del Paese, a ameno che, come molti si augurano, fatta salva la democraticità dell’impianto costituzionale, non ci si convinca, rimuovendo radicalmente l’equivoco che ha inquinato gran parte del confronto politico degli ultimi decenni, che il fondamento della Repubblica non sia più l’assicurazione del posto di lavoro, bensì l’assicurazione per tutti dell’accesso a un livello equo di reddito.

Gianfranco Sabattini

MANOVRE IN CORSO

APERTURA-MontecitorioGiornata di incontri sulla legge elettorale. Si cerca l’intesa sui cui trovare una convergenza più ampia possibile. Sul tavolo diverse ipotesi tra cui scegliere tra cui quella che si ispira al sistema tedesco. Ma al momento in commissione si lavora sul Rosatellum. Il testo che prende ispirazione dal Mattarellum. Il segretario del Psi Riccardo Nencini ha oggi incontrato al Nazareno il segretario del Pd Matteo Renzi per discutere di legge elettorale. “Un lungo incontro – ha detto – amichevole e proficuo, dove si è parlato di legge elettorale e del futuro dell’Italia e dell’Europa all’indomani del vertice di Taormina. Abbiamo valutato assieme la proposta di legge elettorale sul tavolo condividendo il criterio del massimo coinvolgimento di tutte le forze politiche. Con auspicabili modifiche, calata nella realtà italiana favorisce coalizioni coese, il modo migliore per presentarsi ai cittadini” ha aggiunto Nencini al termine dell’incontro.

Il Pd si è incontrato anche con il Movimento 5 Stelle. Un incontro inedito. Durato circa 20 minuti. Per il M5s hanno partecipato Roberto Fico, Danilo Toninelli e Vito Crimi. Per il Pd Ettore Rosato, Luigi Zanda e Emanuele Fiano. Il M5S ha confermato la preferenza per il sistema tedesco, come già annunciato da Grillo. A fine incontro bocche cucite. Ma poi i 5 Stelle in una nota scrivono: “Abbiamo consegnato la nostra proposta di legge elettorale, così come votata dagli iscritti del Movimento 5 Stelle. Il nostro obiettivo è quello di evitare che i partiti partoriscano l’ennesima legge incostituzionale, dopo il Porcellum e l’Italicum. Adesso chiediamo a tutte le altre forze di assumersi le loro responsabilità davanti ai cittadini. Se lo faranno seriamente, in breve tempo, potremo finalmente dare al paese, dopo quasi dodici anni, una legge elettorale rispettosa della Costituzione”.

Poi è stata la volta di Mdp. Sale intanto la tensione tra Renzi e Alfano con Alternativa popolare che teme ormai in dirittura di arrivo l’accordo sul proporzionale alla tedesca tra Dem e Fi.  Nel pomeriggio un incontro sulla legge elettorale tra vertici del Pd e quelli di Alternativa Popolare non ha fatto superare le distanze tra i due partiti, tanto da far dire al capogruppo di Ap, Maurizio Lupi, che “le posizioni sono distanti”. Lupi riferisce dell’avvenuto incontro tra Matteo Renzi e Angelino Alfano, assieme alle rispettive delegazioni, durante la registrazione di Porta a Porta. Tra i nodi irrisolti la soglia di sbarramento del 5 per cento, che invece Ap vorrebbe far passare al 3.

“Quella sulla soglia si sbarramento è stata la prima domanda che abbiamo fatto a Renzi quando oggi pomeriggio lo abbiamo incontrato con Alfano e D’Alia”,riferisce ancora Lupi che ha spiegato: “1.250.000 voti presi da Ap alle elezioni con la legge elettorale che vogliono andrebbero” persi, ovvero “1.250.000 cittadini non avrebbero il diritto di cittadinanza in Parlamento con lo sbarramento al 5%”, inoltre, “la legge elettorale va fatta con l’opposizione ma prima si deve dialogare all’interno della maggioranza. Con Renzi però le posizioni sono distanti. Domani ci sarà la direzione del Pd e giovedì la direzione nazionale di Ap, vedremo, ma non vado col piattino in mano da nessuno”, ha concluso Lupi.

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Martedì invece l’incontro tra Pd e la delegazione di Forza Italia con Brunetta che ha già sottolineato come ”il modello tedesco proposto da Berlusconi sembra trovare il massimo consenso. Aspettiamo la direzione del Partito democratico e poi da mercoledì o giovedì si inizierà a votare in Commissione Affari costituzionali alla Camera e la nuova legge elettorale inizierà a prendere forma, con la trasformazione del Rosatellum proposto dal Pd, nel modello cosiddetto tedesco”. Ok al sistema tedesco arriva anche dal presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio: “Sono un proporzionalista da sempre – ha detto – da quando andava di moda essere ultramaggioritaristi. Attenzione, però: il tedesco andrebbe preso tutto insieme, compresa la clausola della sfiducia costruttiva”. Insomma per Pisicchio a prendere pezzi a piacere si può rischiare un risultato deludente.

Altro punto è la durata della legislatura. Grillo ha oggi sparato che si può votare il 10 settembre. Una data scelta per non far maturare la pensione ai parlamentari, non facendo raggiungere la fatidica soglia del 15 settembre? Forse. Un’alta motivazione politica. Tra l’altro sbagliata perché comunque i parlamentari resterebbero in carica fino al giorno in cui si insedia il nuovo Parlamento e in genere servono due settimane. È comunque un dato di fatto che anche il Pd è stuzzicato dall’idea di abbreviare la legislatura. Certo l’idea di votare quando si sta per votare la legge di bilancio è un pericoloso azzardo. Non approvare la manovra significherebbe andare all’esercizio provvisorio. Commenta Cicchitto: “Coloro che propongono come data il 24 settembre (o prima n.d.r.) facendo riferimento all’analoga scadenza tedesca dimenticano il ciclo particolare che in Germania – liste elettorali comprese – la campagna elettorale formale è in atto da mesi. In Italia dovrebbe essere presentata a metà agosto e la campagna elettorale svolgersi in uno spazio fra agosto e settembre: follia pura funzionale solo al disegno del M5S per scalzare il sistema”.

Ginevra Matiz

D’Alema tenta
di uscire dall’angolo

d'alemaMassimo D’Alema comincia a pensare alle elezioni comunali di giugno. Ma soprattutto riflette sulle prossime elezioni politiche sia nel caso siano a cadenza regolare all’inizio del 2018 sia nell’ipotesi di un voto anticipato a settembre. L’ex presidente del Consiglio e già segretario del Pds-Ds si pone in netta contrapposizione con Matteo Renzi: “Stiamo lavorando per offrire agli elettori una proposta alternativa di sinistra”.

D’Alema ha lascito il Pd a febbraio e ha fondato il Movimento dei democratici e progressisti (in sigla Mdp) assieme a Bersani, Speranza, Enrico Rossi. In una intervista al ‘Corriere della Sera’ ha difeso la scelta della scissione del Pd, definendola  “inevitabile e persino tardiva” perché  “tutta l’’ispirazione politica renziana è contraria ai valori della sinistra”.

Alza le spalle verso i sondaggi elettorali che assegnano appena il 3% dei voti al Mdp:“Meglio prendere il 3% a favore di ciò che si ritiene giusto che il 20% a favore di ciò che si ritiene sbagliato. E comunque io credo che lo spazio a sinistra del Pd sia molto più grande”.

Un ragionamento singolare per  uno dei “cavalli di razza” del Pci-Pds-Ds-Pd, poi “rottamato” dal giovane Renzi, un progetto viziato da una seria difficoltà. D’Alema, sia dal governo sia dall’opposizione, ha sempre puntato a costruire una forza popolare e maggioritaria di centrosinistra mentre adesso si trova a fare i conti con il rischio di un Mdp fortemente minoritario e marginale. Non solo. Lo spazio alla sinistra del Pd è sempre più stretto e più affollato di piccoli partiti alle ricerca di un rilancio e della stessa sopravvivenza: in particolare ci sono Sinistra Italiana di Nicola Fratoianni (nata a febbraio e composta da ex Sel ed ex sinistra Pd come Stefano Fassina), Possibile di Pippo Civati (ex sinistra Pd e dissidenti del M5S) e il neonato Campo Progressista di Giuliano Pisapia, l’ex sindaco di Milano.

D’Alema, in nome della lotta alle disuguaglianze, ha proposto “una alleanza per il cambiamento” a Pisapia , a Sinistra Italiana e alle forze della società civile critiche con Renzi e col suo obiettivo d’intesa con Silvio Berlusconi sulla nuova legge elettorale. L’alleanza di sinistra sarebbe soprattutto un accordo contro il segretario democratico, accusato  di sbandare sempre di più verso il centro, verso il liberismo e verso Silvio Berlusconi: “Il ‘Renzusconi’ non mi pare molto popolare, anzi tirerà la volata a Grillo”.

D’Alema cerca di uscire fuori dall’angolo nel quale è finito dopo la scissione. Con questo obiettivo assimila Renzi a Berlusconi, l’avversario storico del centrosinistra negli ultimi vent’anni. Ma deve affrontare tre difficili contraddizioni: 1) lui stesso quando era segretario del Pds cercò una intesa sulle riforme istituzionali con il presidente di Forza Italia (il famoso “patto della crostata” del 1997 siglato a casa di Gianni Letta e poi affondato dal Cavaliere); 2) gran parte degli elettori di sinistra dal 2013 vota per il M5S di Beppe Grillo su posizioni di totale opposizione antisistema; 3) è impossibile per la sinistra (o meglio le sinistre) sconfiggere il centrodestra e i cinquestelle senza un’alleanza con Renzi rieletto segretario del Pd a larghissima maggioranza nelle elezioni primarie.

Il rapporto Renzi-D’Alema sembra irrecuperabile. Il segretario democratico cerca di evitare le polemiche. A febbraio, quando stava per scattare la scissione del Pd, replicò: “D’Alema nutre nei miei confronti  un rancore personale che è evidente. Non voglio più polemiche.Adesso conduce solo battaglia personali”. Girò il coltello nella ferita: “Di solito il suo obiettivo è distruggere il leader della sua parte quando non è lui il capo. Ci è riuscito con Prodi, Veltroni, Fassino”. Ora il segretario del Pd sembra intenzionato a discutere con tutti di riforma elettorale: da Berlusconi a Grillo, con l’esclusione però di D’Alema. Non solo. Sembra pronto ad allearsi con Pisapia ma non con D’Alema.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Legge elettorale, è ancora stallo

urna elettoraleMatteo Renzi oggi scrive che sulla legge elettorale il Pd è in minoranza. E poi spiega: “In questa settimana si è consumato un fatto molto grave a livello istituzionale. I franchi tiratori del Senato, a volte ritornano, hanno scelto per la commissione della legge elettorale un candidato di NCD con l’appoggio di Grillo, Berlusconi, Salvini e della sinistra radicale. Tutti insieme, appassionatamente. Bene. Anzi male. Però questa è banalmente una conseguenza del no al referendum: siamo tornati alla palude”. E, aggiunge Renzi, “purtroppo il Pd può farci ben poco perché è minoranza. Vediamo che cosa proporranno loro e se finalmente ci spiegheranno a cosa sono favorevoli loro: troppo facile dire solo no. Buon lavoro, li giudicheremo dai fatti, senza polemiche”. Insomma Renzi se ne tira fuori. Come se il Pd non avesse l’onere di una proposta. Il partito è però impegnato in una serrata sfida per la segreteria e difficilmente sarà in grado di avere una posizione chiara fino all’elezione della nuova segreteria.

Il presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio registra un fattore positivo: “Per la prima volta ci è parso di ascoltare autorevoli voci del partito di maggioranza relativa dichiarare una disponibilità a cancellare i capilista bloccati. La stessa posizione viene espressa da tempo dal Movimento Cinque Stelle. Bene, non siamo più i soli a volerlo! Allora andiamo avanti e votiamo una legge elettorale che rimetta finalmente nelle mani dei cittadini e non dei capibastone la scelta dei rappresentanti”. Sulla stessa posizione, Elisa Simoni, parlamentare Pd e sostenitrice della Mozione Orlando che definisce “interessanti” le “dichiarazioni di Renzi e Orfini sulle legge elettorale, riportate oggi dalla stampa, sulla disponibilità di discutere proposte del M5S. Ricordo a tutto il Pd che dovrebbe essere il nostro partito a rilanciare una proposta sul tema”. “Nel caso dell’Italicum, poi bocciato dalla Consulta – afferma Simoni – questa iniziativa politica non ci e’ mancata, tanto da essere pronti ad approvarla con un voto di fiducia”. Maurizio Turco della lista Pannella chiede l’intervento di Mattarella per scongiurare una legge con capilista bloccati “Il Presidente della Repubblica – afferma – ha opportunamente ed a tempo debito invitato il Parlamento a legiferare per armonizzare le leggi in vigore per le elezioni della Camera e del Senato. Dopo aver avuto per diverse legislature una legge elettorale palesemente anticostituzionale, nonostante i pareri di costituzionalità espressi da Camera, Senato e Presidenza della Repubblica, è evidente il tentativo di avere una legge elettorale che determini una quota non indifferente di eletti a prescindere dagli elettori”. “Siamo sempre più convinti che il miglior sistema sia il collegio uninominale ad un turno, ma saremmo favorevoli anche ad una elezione in due turni purché si salvi il collegio, cioè il contatto tra eletto e territorio a discapito di quello tra eletto e cupole partitocratiche”.

“La legge elettorale – aggiunge Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera – è ferma, c’è una sola ragione, il Partito democratico blocca tutto”. “Che gli italiani lo sappiano, il Partito democratico da mesi sta bloccando la discussione in merito alla legge elettorale in attesa che si celebri il suo congresso prima e le primarie dopo. Prima di quella data, il 30 aprile, il Pd ha bloccato tutto, ha bloccato tutti i lavori in Commissione Affari costituzionale alla Camera, quindi il Pd non si lagni poi se la legge elettorale è in ritardo, perché questo l’hanno provocato loro”. “Io auspico che invece ci sia, già da questa settimana, un incardinamento di un testo base in Commissione”.

Roma, lo stadio
e l’armata Brancaleone

Come ha autorevolmente affermato Paolo Portoghesi in un paese civile dovrebbe essere il Comune a scegliere la collocazione dello stadio offrendo gratuitamente il terreno e dando vita ad un concorso internazionale di progettazione. L’Urbanistica è materia complessa e tuttavia è quella che più si avvicina alla sfera degli interessi politici. In senso nobile, perché è evidente che l’oggetto dell’una coincide con  quello dell’altra: la polis. Che non è solo ordinamento e comunità ma anche territorio. In senso meno nobile perché sono noti gli appetiti e gli interessi speculativi che scatena e che la buona politica dovrebbe contenere e mettere ai margini. Tuttavia essa è retta da un insieme di norme e regole complicate e, soprattutto, vecchie.

Sorprende che nessuna forza riformista di governo abbia messo al centro dei propri programmi la riforma della legge quadro sull’urbanistica, che risale ormai al 1942, quando la realtà era lontanissima da quella attuale. Da allora si sono susseguite una serie di leggi e normative che hanno integrato e parzialmente modificato il testo del 1942 senza mai giungere ad un testo unico compiuto ed organico. Occorrono anni per approvare un piano regolatore, tra autorizzazioni, deduzioni e controdeduzioni. Quando poi viene approvato si scopre che la realtà che dovrebbe governare si è nel frattempo modificata ed è andata da tutt’altra parte. Tra rigida pianificazione e urbanistica contrattata occorrerebbe trovare una strumentazione più adeguata e al passo coi tempi, che da un lato fissi le grandi invarianti e dall’altra consenta l’attuazione del piano di governo al quale le amministrazioni democraticamente elette vorrebbero  applicarsi.

La vicenda dello stadio della Roma è paradigmatico di una realtà opaca dove il ritorno all’urbanistica contrattata, con un soggetto pubblico (il Comune) debole, apre la strada agli interessi privati e alle loro aspirazioni speculative, in deroga alle norme e alle prescrizioni dell’attuale piano regolatore che quindi si conferma come piano vacuo e privo di effettività. Ed è difficile avere un’idea compiuta del diverso equilibrio degli interessi in gioco. E’ interesse pubblico lo stadio? O lo sono le infrastrutture e i servizi, gli oneri di urbanizzazione ad esso connessi, tutti finanziati, sulla carta, dai privati? La città ha bisogno di infrastrutture e investimenti per la mobilità, ma ha bisogno di un ennesimo mega centro commerciale e direzionale costruito attorno allo stadio? Oppure è interesse pubblico preservare un’area di interesse ambientale dove dovrebbe sorgere un parco fluviale? Come ha autorevolmente affermato Paolo Portoghesi, in un paese civile dovrebbe essere il Comune a scegliere la collocazione dello stadio offrendo gratuitamente il terreno e dando vita ad un concorso internazionale di progettazione.

Ora sembra che il Sindaco Grillo (perché è lui il Sindaco di Roma, anche se i romani ancora non lo sanno, la Raggi è solo una inadeguata collaboratrice) abbia deciso, salomonicamente, che lo stadio si può fare, ma da un ‘altra parte. Tutto ricorda l’armata Brancaleone, quando il noto condottiero, rivolto ad una comitiva di straccioni pellegrini dice:  “Ite dove ve pare….ma da un’altra parte”. Quindi, mentre nella città tutto è degrado,il vecchio ippodromo di Tor di Valle è abbandonato al vandalismo, il Flaminio, in pieno centro idem, lo stadio del nuoto,idem. Quindi, mentre SKY va via da Roma, seguita pare da Mediaset,  Almaviva ha già chiuso, l’ ennesima crisi di Alitalia è alle porte, la città si divide sulla costruzione di uno stadio e l’amministrazione capitolina semplicemente non decide. Butta la palla in tribuna, aggrappandosi al vincolo della sovraintendenza del Comune di Roma. Noi ostinatamente riteniamo invece che Roma avrebbe bisogno di una leadership efficace e trasparente, che individui gli interessi pubblici prevalenti e sia capace di farli valere nel rapporto con gli interessi economici che hanno fatto il bello e il cattivo tempo per decenni. Non è questione di uno stadio. E’questione di capacità di governo, progetto, trasparenza.

Loreto Del Cimmuto
(segretario Psi fed. romana)

Roma, Berdini appeso a un filo

berdiniPaolo Berdini appeso a un filo. I giudici pentastellari chiusi in conclave stanno decidendo suo futuro. Berdini potrebbe concludere la giornata senza più avere l’incarico di assessore all’Urbanistica della giunta di Virginia Raggi. In queste ore sarebbe in corso una riflessione da parte della maggioranza M5S e da parte dello stesso titolare dell’Urbanistica sull’opportunità di interrompere la comune esperienza amministrativa visti i contraccolpi della pubblicazione da parte de La Stampa di una conversazione con Berdini che esprime giudizi poco lusinghieri sulla sindaca e la giunta. Un primo indizio della possibile uscita a breve di Berdini dalla giunta è però l’annullamento della commissione congiunta Sport e Urbanistica, in programma per venerdì, con all’ordine del giorno proprio l’audizione dell’assessore. Resta però l’incognita sul suo possibile sostituto, che al momento non sarebbe ancora stato individuato. La Raggi dal canto suo sembra intenzionata a risolvere la crisi solo quando avrà un’alternativa pronta, senza assumere a se le pesanti deleghe ad Urbanistica e Lavori Pubblici.

A commentare la particolare situazione è un altro ex della Giunta, l’assessore all’Ambiente del Comune di Roma, Paola Muraro, in un’intervista al Messaggero, giornale di certo non tenero nei confronti delle giunta. “Onestamente non mi stupisco, sono cose che Berdini ha sempre detto, anche in giunta davanti a tutti”. Muraro, dimessasi due mesi fa dopo essere stata raggiunta da un avviso di garanzia, si dice “amareggiata e delusa”. Tanto delusa da ammettere che, pur avendo votato per la Raggi, oggi non lo rifarebbe più: “Diciamo che me ne resterei a casa”. E questo perché in Campidoglio è in atto una “sotterranea guerra tra bande” in cui si è perso di vista il bene comune. Le decisioni, specie quelle più delicate, non vengono più prese dalla sindaca e dalla giunta ma “dai vertici del Movimento”. “Ormai – dice Muraro – non si capisce più niente. Non si capisce qual è il bene comune. Mi sembra che abbiano perso di vista questo”.

Intanto da un gruppo di intellettuali arriva un accorato messaggio indirizzato alla Raggi affinché Berdini resti. “Ha ruolo chiave. Non fermate – dicono – il processo di riforma dell’urbanistica romana” Tra i firmatari Alberto Asor Rosa, Fulco Pratesi e altri. E Grillo? Nulla di nuovo, se la prende con i giornalisti, Gentiloni, il governo e tutto il Parlamento.

Grillo, democrazia intermittente

I guai giudiziari-politici di Roma governata da Virginia Raggi (l’ultimo problema solo in ordine di tempo sono le accuse dei magistrati arrivate alla sindaca cinquestelle) e i dissidenti nel M5S sono i due tormenti di Beppe Grillo.

Sui contrasti interni il fondatore dei cinquestelle è intervenuto nel suo potente blog su internet. La ricetta è questa: tutto il potere agli iscritti . In particolare tutto il potere alla democrazia del web, alla “democrazia diretta”, alle votazioni online per decidere linea politica, candidature e programmi elettorali. Il garante del M5S torna a ripetere: «Sono gli iscritti a dettare la linea politica del MoVimento, i portavoce devono semplicemente attuarla».

Per i dissidenti, compresi i parlamentari e gli amministratori locali, praticamente si delinea una sola soluzione: fuori dal Movimento 5 Stelle. Il capo pentastelalto avvisa: «Chi non sarà d’accordo con il programma definito dagli iscritti, potrà perseguire (se riuscirà ad essere rieletto) il suo programma in un’altra forza politica».

In sintesi: va sempre rispettata la volontà degli iscritti espressa nelle votazioni online. Ma non sempre va così. Alcune volte, come è successo qualche giorno fa, la democrazia del web è ignorata o stravolta. L’8 gennaio gli iscritti pentastellati, su proposta di Grillo, hanno detto sì con una maggioranza schiacciante del 78,5% dei voti per far passare gli eurodeputati del M5S dal gruppo degli euroscettici di Nigel Farage (Efdd) al gruppo liberale (Alde) di Guy Verhofstadt. Ma dopo l’altolà di Verhofstadt all’adesione (soprattutto per le critiche degli europarlamentari francesi e tedeschi), c’è stato il dietrofront di Grillo.

Il comico genovese, sempre sul suo potente blog, prima ha accusato le classi dirigenti europee: «L’establishment ha deciso di fermare l’ingresso del MoVimento 5 Stelle nel terzo gruppo più grande del Parlamento Europeo», cioè l’Alde. Poi ha annunciato la marcia indietro: ha rinnovato l’adesione al gruppo di Farage «rinunciando alla carica della co-presidenza che fino ad oggi è stata occupata da David Borrelli». Ha quindi spiegato: «Fallito l’accordo con il gruppo Alde, abbiamo rispettato la volontà espressa dalla rete applicando la seconda scelta più votata dai certificati: rimanere nel gruppo Efdd».

Già, ha ripiegato sulla “seconda scelta”. Ma mentre per entrare nell’Alde, su 40.654 votanti, si erano espressi 31.914 iscritti, la larga maggioranza, per restare nell’Efdd si erano pronunciati solo 6.444. I liberali del Parlamento europeo hanno motivato il disco rosso all’ingresso dei cinquestelle per i programmi molto diversi, in qualche caso contrapposti. L’Alde, infatti, è tra i gruppi parlamentari più filo europei, è tra i più decisi sostenitori dell’euro. Il M5S, invece, è molto critico con la moneta unica europea e progetta un referendum per far uscire l’Italia dall’euro.

Di qui la rottura. Di fronte al fallito accordo con l’Alde, però, forse era preferibile aprire ancora le urne su internet e far pronunciare di nuovo gli iscritti. Non c’è stato, invece, il ricorso alla “democrazia diretta”. Grillo ha preferito ripescare “la seconda scelta”. Le critiche a questa decisione sono state molte. Alcuni deputati europei, per protesta, hanno lasciato il M5S. La democrazia diretta è una regola fissa, non funziona ad intermittenza.

Rodolfo Ruocco

La politica senza cultura

Illuminante quel che succede nel Partito Cinque Stelle. Le incursioni e i contorcimenti di Grillo – mentre cercava un porto sicuro per la sua creatura ibrida in quel di Bruxelles – hanno messo in subbuglio gli europarlamentari pentastellati. A tal punto che uno di loro è fuggito a destra (dagli euroscettici) e l’altro si è accasato a sinistra (con i verdi). L’ambiguità e l’indecisione del leader maximo hanno finito per sparigliare le carte, e il gioco ora si fa interessante.
Sbaglia chi snobba le acrobazie dei dirigenti del partito Cinque Stelle, o ne ricava occasione per risate, come se assistessimo a una farsa in un teatrino di provincia. Questa formazione politica raccoglie il 30% dei consensi, e quindi potrebbe candidarsi al Governo nazionale. Ma c’è un’altra ragione, più profonda, che ci deve far riflettere: i malesseri di questo Partito “pigliatutto” sono spie della grave malattia che infetta la politica italiana. Non è la corruzione; è l’assenza totale di idee e progetti. Parlo di idee e progetti seri, coerenti, fattibili. Un programma politico rabberciato e confuso, chiunque è in grado di metterlo assieme. Un colpo al cerchio, un colpo alla botte, e via. Una bella manciata di moralismo/giustizialismo, un pizzico di idee teoricamente giuste ma irrealizzabili nell’immediato (il reddito di cittadinanza, per esempio), il tutto condito da proposte le più disparate, vaghe ma non troppo, popolari soprattutto, e voilà il minestrone è servito. Che il piatto risulti immangiabile o indigesto, poco importa: il profumo alletta milioni di italiani stufi delle pietanze tradizionali, e affamati di Onestà.
Da quasi vent’anni stiamo subendo gli effetti collaterali di una politica senza cultura, all’insegna della tabula rasa, della damnatio memoriae, del nuovismo. Una politica che, alla fin della fiera, è un navigare a vista senza bussola. L’Italia attraversa una crisi politica devastante perché, delegittimate le ideologie assolute (il che è stato un bene), si è pensato che dovessero scomparire assieme a quelle anche le culture politiche (questa invece è stata una iattura). E’ ben vero che, dopo Tangentopoli, ha prevalso – soprattutto a sinistra – una politica di mera “testimonianza”, cioè simbolica (quanto comunista era Rifondazione comunista?), quella che gli anglo-americani chiamano “identity politics”. Una politica spesso parolaia, inconcludente, che ha mostrato la corda, logorando l’immagine dei partiti tradizionali/identitari. Su questo problema – l’uso furbesco di un “logo” di prestigio per far incetta di voti – bisognava riflettere, e porvi rimedio. Ma la via maestra sarebbe stata quella di rinnovare i partiti rimanendo ben piantati nell’alveo della tradizione politica italiana ed europea. Così non è stato. Il mondo cambia, tutto scorre – panta rei. E, per Bacco, anche i partiti devono cambiare. Ma c’è modo e modo. Guardate cosa fecero i laburisti inglesi dopo 17 anni di vita grama all’opposizione. Proposero un leader giovane, Blair, ed escogitarono un approccio innovativo, il “New Labour”. Che il nuovo corso blairiano sia riuscito o abbia fallito, non ci interessa ora. Il punto è che gli inglesi presero le mosse da una cultura centenaria, quella laburista, e tentarono di rivisitarla, di reinventarla. Mica hanno partorito un partito nuovo di zecca, con un nome fantasioso. In Italia s’è fatto l’esatto opposto (Forza Italia, PDL, Italia dei Valori, Cinque Stelle ecc.). Come se cambiando l’etichetta, il prodotto fosse di per sé originale, di qualità, e, soprattutto, vendibile all’elettore-consumatore.
Morale della favola: in Italia, stiamo pagando tutti il prezzo di una follia che è stata anzitutto culturale, una follia messa scientemente in atto ben prima della comparsa dei Cinque Stelle, e cioè la distruzione sistematica dei partiti storici ad opera di chi aveva militato per decenni in quegli stessi partiti. E così culture politiche antiche, blasonate sono state inghiottite da un buco nero. Ecco come, di punto in bianco, è nato lo stesso PD. Teniamo questo a mente: in Italia il nesso politica e cultura è sempre stato saldissimo, fin dalla fondazione del primo partito politico di “massa”, il partito dei lavoratori, nel 1892. L’unica eccezione è stata il Partito nazionale fascista, come capì subito Gramsci (“Il fascismo si è presentato come l’anti-partito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri…”). Tutti gli altri partiti italiani – pre- e post-bellici – avevano un chiaro imprinting filosofico, un solido retroterra culturale: il partito liberale (liberalismo, cultura illuministica), il repubblicano (ideali risorgimentali e democratici), il socialista (marxismo), il social-democratico (marxismo revisionistico), la democrazia cristiana (cristianesimo sociale) ecc. Ogni leader di partito un tempo doveva confrontarsi con i classici del pensiero politico e filosofico. Guai, oggi, a parlare di illuminismo, di liberalismo, di socialismo: bizzarrie dei nostalgici di un passato che fu; roba che puzza di muffa, buona solo per qualche seminario accademico. Avanti tutta verso un radioso avvenire senza ideali! Ecco che si delinea un mondo perfetto per teste vuote e anime in pena.
Badate bene: nella “Seconda Repubblica” sono state annullate le identità e le culture politiche, non già i vecchi modi di far politica. Né è stata rinnovata la classe dirigente, transitata armi e bagagli dalla Prima Repubblica. Sicché il paradosso è che questo giacobinismo culturale, nocivo in sommo grado per la società civile, non ha rinnovato un bel nulla. Ha distrutto il vecchio – la parte migliore di esso, peraltro – senza costruire il nuovo. E’ stato – perdonatemi l’immagine forte – una chemioterapia impazzita che ha ucciso le cellule sane e lasciato in vita quelle malate: laddove non ci sono sapere, riflessione critica, idealità radicate in una tradizione di pensiero, il cancro della corruzione prolifera. Il moralismo senza cultura non è una risposta; l’onestà non è un programma politico. Il politico onesto, non avendo più una stella polare che lo orienti, cambia idea e posizione come una bandiera al vento. E’ così che la politica, depotenziata, è divenuta sempre più fiacca e imbelle. Ne hanno tratto vantaggio i poteri forti dell’economia, che ora spadroneggiano. Anche la regressione psico-politica che osserviamo – la lotta politica concepita come attacco personale, insulto, sfogo nevrotico, sfoggio della più crassa ignoranza – è dovuta a questo stato di cose.
L’ingenuo presupposto dei “rinnovatori” era il seguente: tempi nuovi generano problemi così inediti e inimmaginabili che le vecchie culture sono del tutto inadeguate non dico a risolverli ma addirittura a comprenderli. A conti fatti, poi, si è scoperto che l’essere umano può mutare pelle come i serpenti, ma non muta natura: i nostri primordiali istinti si ribellano a ogni tentativo di “mutazione antropologica”. I problemi delle comunità umane sono quelli di sempre: il rapporto problematico fra diritti e doveri (ancora attuali, su questo, le polemiche ottocentesche fra Mazzini e i marxisti; molto simili a quelle, in Inghilterra, fra Coleridge e i fautori a oltranza della Rivoluzione francese), il tema delle libertà (il fondamentalismo, religioso o laico, è una costante della nostra storia; così come lo è quello della concentrazione monopolistica del potere, politico o economico – Bobbio, in quell’opera straordinaria che è Politica e cultura, pubblicata per la prima volta nel 1955, squaderna riflessioni attualissime, che forse tali rimarranno per sempre: il politico di sinistra deve sforzarsi di conciliare la libertà liberale (intesa come non impedimento), la libertà democratica (autonomia della volontà) e la libertà socialista (potere di fare, realizzare in concreto); la questione della giustizia sociale e della coesistenza fra popoli e culture diverse (qui tutto il filone del marxismo revisionistico e del socialismo liberale ha ancora una sua validità); il problema della guerra, dello sfruttamento degli esseri umani e della distruzione del pianeta (viene subito in mente il cosmopolitismo illuministico, e l’ecologismo novecentesco). Problematiche ricorrenti si ripresentano ciclicamente, pur in forme e con intensità diverse, e noi ci siamo incaponiti a volerle affrontare ignorando gli insegnamenti della storia e tutto ciò che teorici e uomini d’azione hanno pensato o fatto prima di noi. Certo, ci sono novità assolute, all’alba di questo 21esimo secolo, quelle legate alle nuove tecnologie: l’automazione e le nuove tipologie di lavoro; la rivoluzione digitale e internet. Ma anche in questi casi le lezioni del passato possono far accendere qualche lampadina (un mondo robotizzato non vuole forse dire che vanno ripensati i diritti dei lavoratori e lo stesso Welfare? La presenza di potentati economici di nuovo tipo non chiama in causa la vecchia legislazione anti-Trust? La comunicazione, spesso debordante, su internet e le nuove forme di mobbing telematico non hanno già riproposto il tema antichissimo dei limiti da porre alla libertà di espressione?).

Edoardo Crisafulli

M5S. Lo schiaffo di Alde che non vuole l’alleanza

grillo-guy-755x515Colpo di scena sul fronte delle alleanze europee, dopo ore di battibecchi sull’entrata dei pentastellati nell’eurogruppo di Alde in Europa, è proprio la contro parte a non volere più l’accordo.
“Sono arrivato alla conclusione che non ci sono sufficienti garanzie di portare avanti un’agenda comune per riformare l’Europa” ha dichiarato l’ex premier belga e capogruppo dell’Alde, Guy Verhofstadt, aggiungendo che “non c’è abbastanza terreno comune per procedere con la richiesta del Movimento 5 Stelle di unirsi al gruppo Alde”. “Rimangono differenze fondamentali sulle questioni europee chiave”.
Prima dello stop ufficiale al Movimento, erano arrivate le parole delle eurodeputate francesi del Mouvement Démocrate (gruppo Alde) Sylvie Goulard e Marielle De Sarnez, che si erano dette contrarie a un eventuale ingresso del M5S nel gruppo. “Non c’è ancora una decisione del gruppo Alde – aveva detto Goulard – se ho capito bene anche Beppe Grillo è a favore della democrazia, quindi un po’ di democrazia anche dall’altra parte non fa male. Inoltre, non sono a favore perché non vedo come si può fare un compromesso tra persone che sono su posizioni così diverse”. “Vedremo – osservava ancora – sinora ci sono delegazioni nazionali, come Francia, Finlandia, Svezia e Danimarca, una parte dei tedeschi…io non ho l’impressione che sarà così facile. Può darsi che capiti, ma può darsi che non capiti”.
L’accordo sembrava certo, anzi, addirittura sottoscritto già il 4 gennaio. Tra i temi principali, sottolineati ieri nel post di Beppe Grillo, c’erano la “riforma dell’eurozona” oltre che “i diritti e libertà”. Inoltre stamattina sul blog di Grillo già le decisioni prese dopo il voto dei pentastellati: “hanno partecipato alla votazione 40.654 iscritti certificati. Ha votato per il passaggio all’Alde il 78,5% dei votanti pari a 31.914 iscritti, 6.444 hanno votato per la permanenza nell’Efdd e 2.296 per confluire nei non iscritti”. Il gruppo del Movimento 5 Stelle si iscriverà, dunque, ad Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa, presieduto dal belga Guy Verhofstadt nel Parlamento europeo, lasciando il gruppo creato a inizio mandato con l’Ukip di Nigel Farage e altri raggruppamenti minori.

Cyber propaganda.
Il web, i “ghost” e il lato oscuro del M5s

beatrice-di-maio-jacopo-iacoboni-luca-lotti-2Beatrice di Maio. Un nome balzato improvvisamente agli onori della cronaca politica e che cela tanti dubbi. Dopo una denuncia del giornalista Jacopo Iacobini su “La Stampa” si è alzato un polverone che mette in dubbio dichiarata e urlata in piazza “honestà honestà” del Movimento Cinque Stelle.

Beatrice Di Maio, un nome dietro cui si nasconderebbe una vera e propria rete. Un profilo si presume falso, o per la precisione un ghost. Post su twitter che sfociano in reati come la calunnia, la diffamazione e il vilipendio del Presidente della Repubblica. Una bandiera “total” (la società petrolifera) accanto a quella italiana sul pennone del Quirinale e la faccia del presidente, Sergio Mattarella. Nonostante Mattarella non sia stato mai nemmeno sfiorato dall’inchiesta del petrolio in Basilicata (quello che ha portato alle dimissioni della Guidi non perché invischiata direttamente ma perché tirata in ballo da relazioni affettive private). E poi accuse di “mafiosità” per il presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Il tutto per il trionfo della regola-cardine del web: “Ciò che siamo capaci di rendere virale prima o poi diventa vero agli occhi di chi vogliamo convincere”, come spiega “La Stampa” nell’inchiesta intitolata “Ecco la cyber propaganda pro M5S”.

Dopo l’articolo, il sottosegretario della Presidenza del Consiglio Luca Lotti, ha denunciato Beatrice alla Procura di Firenze.

L’account sembra essere collegato a tutta una serie di account satelliti legati al Movimento Cinque Stelle. Un profilo monotematico con circa 14 mila followers.

Ernesto Carbone, della segreteria del Pd, commenta così la vicenda “Cyber account, calunnie, diffamazioni, vilipendio, algoritmi, hacker russi filo M5s. No, non è un film di fantapolitica, ma la politica inquinata messa in campo dalla Casaleggio associati ai danni dei tanti militanti onesti che hanno creduto nella buonafede di un movimento che si definiva spontaneo”.

“Cos’hanno a che vedere i profili gestiti dalla Casaleggio associati con hacker russi? Qual è il disegno che hanno in mente Grillo e Casaleggio ai danni della politica italiana e del nostro Paese? Chi c’è dietro la struttura che gestisce l’account chiave di Beatrice di Maio, non un troll qualunque ma un vero e proprio sistema di connessioni che alimenta un business pubblicitario importante?”. Queste le domande poste da Carbone.

“Grillo, Casaleggio, Di Maio, Di Battista, – conclude – raccontateci la verità. Per una volta professate quell’onestà di cui vi riempite la bocca. Se volete anche tramite il vostro famoso account. L’ultimo guadagno non ve lo nega nessuno”. L’ultima richiesta. La vicenda sarà anche tema centrale di una interrogazione parlamentare.

Ma esiste veramente una struttura che lavora con il compito di diffamare il Partito Democratico e le istituzioni della Repubblica? I cinque stelle replicano: ” Troviamo ridicolo che il sottosegretario Lotti e il principale partito di maggioranza dedichino tempo a vere e proprie stupidaggini, che nulla hanno a che vedere con il Movimento 5 Stelle. Il governo piuttosto che dedicarsi al cyber-onanismo pensi ai veri problemi del Paese: la disoccupazione, i problemi della sanità, il dissesto ambientale, la corruzione e la povertà”. Le parole dei capigruppo M5S di Camera e Senato Giulia Grillo e Luigi Gaetti.

Al di là della questione tutta da chiarire il problema sembra essere tutto interno al Movimento e obbliga i grillini a fare un “mea culpa”. La democrazia del web non funziona. Sembra profilarsi una sorta di clan, di vecchia massoneria. Il web è un luogo fortemente manipolabile ed è impensabile affidargli il compito gravoso di strumento democratico. La (falsa) regola dell’uno vale uno (che viene apertamente declinata da coloro la recitano a memoria in “vale uno solo”, cioè GrilloCasaleggio) sembra crollare. Un Movimento che nasce sull’idea che il web sia lo strumento idoneo a costruire la democrazia diretta assume sempre di più le sembianze di una democrazia eterodiretta.

Noi siamo per la presunzione di innocenza, regola aurea della civiltà giuridica, a differenza di Luigi Di Maio: “Non sono a favore della presunzione d’innocenza per i politici. Se uno è indagato deve lasciare” (ma non sempre questo automatismo è scattato in casa pentastellata: Nogarin a Livorno è indagato eppure è al posto suo). Si è urlato allo scandalo e alle dimissioni ogni qual volta un avversario politico ha ricevuto un avviso di garanzia o in molti casi è stato solo citato in qualche inchiesta. Ora nell’occhio del ciclone ci sono loro, e a parte fare spallucce (come nel caso delle firme false di Palermo) non sembrano dare risposte ai loro elettori.

Se Beatrice di Maio non fosse Beatrice e se fosse veramente il lato oscuro della cyber-democrazia si presenta un problema molto grave a cui il Movimento Cinque Stelle dovrà necessariamente dare delle risposte. La modernità pone sempre dei problemi che vanno affrontati. E il problema che la Rete pone a tutti (non solo ai pentastellati) è che essendo una realtà altamente manipolabile (e diffusamente manipolatrice) alla fine si trasforma nel mondo dei fantasmi e i fantasmi fanno paura perché nella loro immaterialità nascondono le nostre pulsioni meno confessabili. Abbiamo salutato nei giorni scorsi Tina Anselmi che provò a svelare i misteri della P2. Perché mai non dovremmo svelare quelli del Web? Perché mai in questo mondo virtuale devono aggirarsi minacciosamente (perché le parole e le diffamazioni gratuite sono peggio delle pietre) soggetti anonimi legati non si sa bene a chi e mossi non si sa bene da chi. Questa è la democrazia dei pupi in cui contano solo i pupari.

Il web ha bisogno di regole e di strutture che controllino l’applicazione di quelle regole perché una democrazia che non sia fondata sulla trasparenza, sulla lealtà, sul confronto a viso aperto e non attraverso un “ghost” è una democrazia malata. Ed essendo malata produce paradossi come quello di un partito che accusa Renzi di non avere la legittimazione popolare delle urne e poi è guidato da due signori che non hanno e non vogliono ricoprire alcun ruolo all’interno delle istituzioni (e quindi non hanno alcuna legittimazione popolare) pur muovendosi tra Milano, Genova e Roma per andare a sistemare una giunta là e una lista qua; semplici cittadini che da semplici cittadini dovrebbero comportarsi e non confondere ruoli e attività professionali. Il Web non è il luogo più sicuro del mondo: truffe, identità rubate, intromissioni abbastanza agevoli anche in sistemi complessi. A settembre è stato resa pubblica da Yahoo la violazione di cinquecento milioni di account; il passaporto di Michel Obama è apparso in rete al pari delle mail dell’ex segretario di stato Colin Powell.

La democrazia è cosa seria: i politici già la manipolano con i mezzi tradizionali, evitiamo di mettere a loro disposizione altri strumenti semmai più sofisticati; evitiamo di passare dalle vecchie massonerie con cappuccio e grembiulino, dalle logge coperte da un materassaio di Arezzo a quelle che non hanno bisogno di coprirsi con i metodi svelati dall’Anselmi perché al riparo dell’oscurità dei cunicoli insondabili (almeno per quelli che hanno una frequentazione quotidiana per semplici motivi di lavoro) della Rete. Che ci sia un problema è evidente, come hanno dimostrato anche le recenti elezioni americane e non solo per i presunti attacchi degli hackers russi (e il contrattacco di quelli americani) ma anche per l’insicurezza del voto elettronico che ha obbligato in alcuni casi a sospendere le operazioni.

La vera o falsa Beatrice Di Maio twitta: “La #satira grande dimostrazione, la più alta espressione, di #libertà e #democrazia”. Ma questa Democrazia, basata su falsi account in grado di inquinare il dibattito politico e di rendere virali vere e proprie menzogne che inquinano l’immagine delle istituzioni assicuriamo alla Signorina,o a chi per lei, non piace proprio a nessuno.

Per approfondire la questione ci siamo rivolti a un esperto che ci ha spiegato come funziona twitter e quali sono gli elementi che hanno fatto balzare il nome di Beatrice di Maio alle cronache.

LA RETE DI BEATRICE

-di FEDERICO MARCANGELI

L’account ha più di 14.000 followers, non moltissimi se consideriamo che i veri “big” della piattaforma viaggiano su numeri ben più alti.
Il problema relativo a Beatrice Di Maio appare legato alla rete che è riuscita a costruire intorno a sé.

Su Twitter, od in generale sui social network, una rete (o struttura) è un insieme di interazioni che un dato account (o, se preferite, una data persona) sviluppa. Si compone di vari aspetti: account seguiti, gruppi di cui fa parte, argomenti trattati, seguaci e reti di “amici”. Ognuno di noi ha una struttura sui social che, oltre a spiegare chi siamo, influenza i nostri contatti. Alla base dei sospetti su Beatrice Di Maio troviamo un’anomalia in questa rete, eccessivamente legata ad altre reti “anti-sistema” (anti-migranti, pro-trump ed altre). Senza entrare tecnicamente nell’analisi matematica, vi basti sapere che questi legami risultano essere anomali e portano a pensare ad una gestione dell’alto degli stessi. In altre parole: Beatrice Di Maio e gli account collegati potrebbero fare parte di una rete più ampia controllata da qualcuno. Lo scopo della rete sarebbe quello di influenzare le tendenze (o gli argomenti più trattati) online (sia di Twitter che di Facebook).

Valentina Bombardieri
Blog Fondazione Nenni