Il renzismo e la prospettiva di una nuova “Terza Forza”

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Sul merito della questione “vitalizi” il nostro direttore e le altre voci ospitate dall’Avanti! hanno allegato tutte le considerazioni possibili per dimostrare che la legge Richetti è un vulnus al Parlamento e dunque alla Costituzione e alla democrazia. La prosa di Mauro si segnala per il pathos che la caratterizza: quasi una trasfigurazione lirica della bella politica. Non aggiungerò una sola parola per argomentare il mio “lucro cessante” (così si chiama nelle pandette) derivato dal mancato o ridottissimo esercizio della attività professionale da quando ho dedicato me stesso al lavoro politico. Ribadisco soltanto un’ovvietà: quando ho varcato per la prima volta la soglia di Palazzo Madama conoscevo il “trattamento di quiescenza” che mi sarebbe spettato. Ne sapevo abbastanza per conoscere l’intangibilità dei diritti acquisiti. Sulla “bella politica” che ha dato un senso alla nostra milizia non farò chiose alla nobile palinodia di Mauro del Bue. Dico soltanto che, malgrado gli errori che ho sicuramente compiuto, sono orgoglioso della mia modesta “storia” personale.

E sono anche lieto che ci sia qualcuno, per la verità ex militanti del PCI come Sposetti e Macaluso, che biasimano come aberrante la cosiddetta “abolizione dei vitalizi”, di cui si gloria in televisione il “sassolino” Matteo Richetti, ancorché si tratti di un progettato “taglio”. Confido che durante l’esame della legge al Senato non rimarrà silente il Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano.

Ciò premesso, allineo alcune riflessioni politiche. Richetti è il portavoce del PD; i deputati del PD hanno sostenuto e votato la demagogica legge del veltro di Sassuolo. Dunque la normativa approvata dalla Camera rispecchia la volontà del segretario del PD, Matteo Renzi. Dunque noi socialisti, che abbiamo reso esplicito la nostra disapprovazione, dobbiamo affrontare il “caso Renzi” oggi.

Entro in argomento con una confessione personale. Quando il boy scout di Rignano ha corso nelle primarie come candidato alla Presidenza del Consiglio sono andato a votarlo insieme ad alcuni amici e compagni del mio paese. E’ andata a finire che i socialisti “hanno vinto il seggio”, come dicevano, sconcertati, i postcomunisti inossidabili del posto. Ho votato sì al referendum sulla riforma del Senato, sia pure turandomi il naso. Ho pensato e detto che noi della vecchia guardia socialista, novelli Ulissidi, non potevamo che sostenere “Matteo-Telemaco”. E adesso, mentre Telemaco ruba il mestiere a Grillo e Casaleggio? Dico subito che esagera chi è convinto che “Renzi sia finito”. E tuttavia è difficile negare qualche fondamento alle severe argomentazioni che Enrico Cisnetto ha allineato nel numero del 29 luglio della News Letter di Terza Repubblica: “La rottamazione è stata una parola d’ordine fortunata, ha incarnato esigenze effettive, ma ha finito col lisciare il pelo al populismo”. Vero: lo conferma la demagogica impresa richettiana sui vitalizi. Ma la diagnosi di Cisnetto è ancor più severa sul bilancio della “gioventù bruciata” dei quarantenni rottamatori: “Non ha dimostrato una reale autosufficienza, non solo perché priva della necessaria esperienza e di adeguata preparazione…ma perché inconsapevole di questa mancanza e comunque indisponibile a cercarla laddove presente”.

Non possiamo, nel nostro piccolo, fingere che questo giudizio negativo non sia sempre più diffuso. Tocca anche a noi aprire sul punto la discussione nel centro-sinistra, al riparo da ogni tendenza nichilista, ma con il proposito di suscitare anche all’interno del PD e nei centri di cultura politica una esegesi critica ed autocritica ed una nuova elaborazione progettuale.

La mia esperienza personale richiama alla mente gli anni dell’egemonia democristiana che precedettero la svolta dei primi governi di centro-sinistra con la partecipazione dei socialisti. Allora fu determinate la “Terza forza” composta dal PRI e dal neonato Partito Radicale. L’eclissi del renzismo conferma che anche oggi può essere virtuosa, nell’interesse del Paese, l’opera critica e propositiva di una nuova “Terza Forza”, di cui ho già patrocinato la nascita nel mio intervento dei giorni scorsi su questo giornale.

Leggo che Emma Bonino e Carlo Calenda, Ministro dello Sviluppo Economico, danno vita a “Forza Europa”. Pare a me che nel Paese siano presenti altre energie politiche e culturali che dovrebbero entrare in campo. Non voglio sopravvalutare le nostre forze. E tuttavia, come ho già rimarcato, penso che l’Associazione Socialismo, Mondoperaio e l’Avanti, insieme all’intera comunità del PSI, possono operare attivamente per far uscire l’Italia dal cul di sacco rigonfio di renziani ed anti-renziani in perpetua lotta.

Fabio Fabbri

Post scriptum.
Apprendo dal fondo “domenicale” di Eugenio Scalfari che è frequente il suo dialogo diretto con Matteo Renzi. I consigli del fondatore di Repubblica, che è dotato di saggezza e di preclara intelligenza politica, sono sicuramente utili e benvenuti. Non basta però, caro Eugenio, l’invocato ausilio di Romano Prodi, di Enrico Letta e di Walter Veltroni. Osservo ancora che resta da chiarire il ruolo dell’ex Sindaco di Milano Pisapia. Vedo invece vivida la nuova stella di Marco Minniti. Saranno comunque essenziali per attivare il nuovo corso idee chiare, gente nuova e adesione ai problemi concreti: proprio come heri dicebamus.

MAGGIORANZA TRASVERSALE

ius soli“Al Senato c’è una maggioranza trasversale tra i presidenti dei gruppi parlamentari per calendarizzare ora per settembre la discussione dello ius soli”. Lo ha affermato il segretario del Psi, Riccardo Nencini aggiungendo che “i socialisti suggeriscono di collegarla a tre misure da assumere contestualmente con apposite risoluzioni: chiunque risiede in Italia giuri sulla Costituzione; i profughi svolgano lavori socialmente utili per la comunità che li ospita; si dia un segnale certo della volontà di separare i profughi dai migranti economici”. Una proposta, quella socialista, che arriva nel mezzo di un dibattito aspro sull’immigrazione e dopo che il governo, per paura di qualche incidente parlamentare, ha deciso di allentare la tensione sull’argomento. Tema che rimane però all’ordine del giorno per la sua importanza. A parlarne oggi Laura Boldrini, presidente della Camera durante la cerimonia del Ventaglio. Appuntamento fisso a Montecitorio con i giornalisti della stampa parlamentare. “La cittadinanza – afferma Boldrini – è lo strumento principe dell’integrazione. Se non c’è, non c’è integrazione. L’integrazione è uno strumento di sicurezza, senza alimentiamo rabbia, risentimento, senso di frustrazione. Mi auguro che il provvedimento” sullo Ius soli “sia approvato entro la fine della legislatura. Perché è giusto, e rimandarlo sarebbe un torto”.

Per la presidente della Camera rimangono “imprescindibili” le politiche di integrazione, senza le quali si “arriva al conflitto sociale”. Lo Stato, ha sottolineato, “deve indicare un percorso a tappe. Noi chiediamo ai migranti che imparino l’italiano, che imparino i principi della Costituzione, giusto, ma stiamo proponendoglielo questo percorso di diritti e di doveri? Esiste questo percorso? Non può essere un atto spontaneo, non c’è bacchetta magica per l’integrazione”.

Pessimista Arturo Scotto, parlamentare di Mdp, per il quale “Paolo Gentiloni ha deciso di costruire insieme al Pd una scelta sbagliata, perché sacrificare i diritti rispetto all’opportunità politica è sempre un errore”. “Se Renzi, Salvini e Grillo – aggiunge Scotto – hanno deciso di affossare una scelta di civiltà lo devono dire agli italiani, perché a ottobre questa legge non tornerà perché ci saranno altre incombenze e quindi lo Ius soli finirà in un binario morto”. Poi Scotto apre a una discussione immediata: “Noi siamo convinti che lo Ius doli – dice – si possa votare in qualsiasi momento. Se c’è un ingorgo al senato tra il Dl Mezzogiorno, il Dl vaccini e altre questioni che sono occorse nelle ultime settimane, il senato può lavorare anche a Ferragosto, per votare una legge del genere”.

Sulla stessa posizione il segretario Nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni che ai microfoni del Tg3 afferma: “Il rinvio a settembre dello Ius Soli è inaccettabile. Si affossa una legge giusta attesa da migliaia di bambini che sono nati in Italia, che vivono nel nostro Paese accanto ai nostri figli, che studiano nelle nostre scuole”. Ma poi apre: “È per questo che dico a Gentiloni e al suo governo che noi in questi anni siamo stati sempre opposizione, non abbiamo mai appoggiato questo governo votando la fiducia. Siamo pronti al Senato una fiducia ‘di scopo’, per uno scopo giusto e nobile: riuscire ad approvare una legge di civiltà”. Una proposta che secondo la senatrice Pd Monica Cirinnà, va valutata. “È un’ottima offerta che dobbiamo prontamente valutare e, a mio umile parere, accogliere. Fui io stessa, nelle ore più drammatiche prima del voto di fiducia sulle unioni civili, a chiedere a quella parte politica un voto di scopo ed è positivo che oggi ci sia un cambio di rotta. Sui diritti umani e civili il superamento di tutte le barriere è una scelta giusta e che va anche ricercata”.

Dal partito democratico anche il capogruppo alla Camera Ettore Rosato afferma che “quando si parla di diritti non si può fare tutto con i sondaggi davanti, per calcolo elettorale non avremmo dovuto fare nemmeno le unioni civili”. E continua con una stoccata al ministro degli esteri e leader di Ap: “Oggi Alfano sente profumo di elezioni: mamma destra richiama e anche le battaglie sui diritti che dovrebbero sposare con la comunità cattolica cui dicono di essere vicini le hanno dimenticate per seguire le sirene di Salvini, che sono più appaganti nell’immediato”.

Tutti contro Renzi.
Il Cav vince ballottaggi

Berlusconi-Renzi-CapalbioLe elezioni comunali fanno sorridere Silvio Berlusconi e incupire Matteo Renzi. Nei ballottaggi per i sindaci di domenica 25 giugno il centro-destra sottrae 12 capoluoghi di provincia al centro-sinistra. La coalizione Berlusconi-Salvini-Meloni espugna tradizionali “roccaforti rosse”: Genova, La Spezia, L’Aquila, Piacenza, Pistoia, Rieti. Cade dopo 70 anni perfino Sesto San Giovanni, un comune alle porte di Milano, un tempo noto come la “Stalingrado d’Italia” per il voto operaio compatto in favore delle sinistre.

Un anno fa il Pd aveva perso già due grandi città: Roma e Torino, ma in questo caso la vittoria era andata al M5S. Il centro-sinistra si deve accontentare dei sindaci di Padova, Taranto, Lecce e Lucca (al primo turno Leoluca Orlando aveva trionfato a Palermo).

È una brutta sconfitta. Renzi, però, cerca di smorzare l’impatto della botta: i risultati complessivi delle elezioni comunali «sono a macchia di leopardo. Nel numero totale dei sindaci vittoriosi siamo avanti noi del Pd». Anzi, tra le polemiche, su Twitter ha tirato un bilancio sul voto nei comuni sopra i 15 mila abitanti: il centro-sinistra in testa con 67 sindaci, secondo il centro-destra con 59, terzo il M5S con 8. Comunque ha riconosciuto: «Poteva andare meglio: il risultato non è un granché. Ci fanno male alcune sconfitte, a cominciare da Genova e L’Aquila».

Hanno fatto la differenza i voti dei cinquestelle, praticamente fuori da tutti i ballottaggi importanti (hanno partecipato e vinto a Carrara e Guidonia). Si è ripetuto il meccanismo di “tutti contro Renzi”. Gli elettori grillini in genere o hanno votato per il candidato sindaco del centro-destra, oppure non hanno partecipato alle elezioni comunali. Non a caso gli astenuti al secondo turno di domenica sono stati una enormità: l’affluenza alle urne ha riguardato meno della metà del corpo elettorale, il 46,03%, il 13% in meno rispetto al primo turno di due settimane fa.

Il meccanismo è ormai collaudato: quando c’è un ballottaggio, il centro-destra e i pentastellati votano sempre insieme contro il Pd. È successo domenica scorsa in molte città come Genova (i cinquestelle hanno votato e fatto vincere il candidato del centro-destra), è accaduto un anno fa a Roma e a Torino (in questi casi i berlusconiani hanno decretato la vittoria di due grilline), si è verificato due anni fa in Liguria (l’ha spuntata come governatore regionale il berlusconiano Toti, grazie ai consensi del M5S). Ad inaugurare il meccanismo è stata cinque anni fa Parma: fu eletto sindaco Federico Pizzarotti, contrapposto a un candidato del centro-sinistra, grazie ai voti moderati (unica differenza: in quel momento Renzi non guidava il Pd). E domenica Pizzarotti, dopo la rottura con il M5S, è stato rieletto sindaco con una lista civica.

Berlusconi può essere soddisfatto. Le elezioni comunali sono una sua vittoria: gli italiani «ci hanno dato il mandato di cambiare il futuro delle nostre città» ed è una responsabilità «della quale sono pronto a fami carico, con Forza Italia e tutta la coalizione». Il Cavaliere parla delle elezioni comunali, ma in realtà pensa alle politiche, punta a rientrare a Palazzo Chigi.

Il presidente di Forza Italia, 80 anni suonati, si è impegnato a fondo nella campagna elettorale: ha attaccato Renzi e il governo Gentiloni. Ha rialzato la bandiera antica del taglio drastico delle tasse e quella nuova della difesa degli animali. Soprattutto ha attaccato Beppe Grillo sul piano etico: è «un buon comico, col vizio di farsi pagare in nero».

Tuttavia Grillo non si dà per vinto. Anche il garante dei cinquestelle ha davanti il traguardo delle politiche. Ha usato una citazione di un film di Al Pacino: «Da qui al governo è questione di pochi metri». Non si è lamentato del risultato elettorale: «Ogni maledetta elezione il M5S continua a crescere».

Chi è in difficoltà è Renzi. Il segretario del Pd è sotto assedio. Il Cavaliere, Grillo, Andrea Orlando (sinistra Pd) cercano di stingerlo alle corde. Indebolito dalla scissione a sinistra dei bersaniani, deve ripensare la sua strategia in vista delle elezioni politiche, sia che si svolgano regolarmente nella primavera del 2018 sia che si scivoli verso il voto anticipato a novembre. Non ha funzionato il corteggiamento degli elettori delusi del centro-destra e cinquestelle, il cosiddetto Partito della nazione ipotizzato dall’ex sindaco di Firenze, tanto contestato prima da Pier Luigi Bersani e ora da Andrea Orlando. Il leader di una delle sinistre del Pd imputa al segretario la responsabilità della sconfitta elettorale: «Il Pd è isolato politicamente e socialmente perde quasi ovunque. Cambiare linea. Ricostruire il centrosinistra subito».

Renzi ha più fronti sui quali combattere. Probabilmente cercherà di lavorare sui contenuti, rilanciando la battaglia per il taglio delle aliquote Irpef (l’imposta sui redditi delle persone fisiche), una misura prevista nel 2018 dal cronoprogramma di riforme, formulato quando era presidente del Consiglio. Ma gli ostacoli, all’interno e all’esterno del governo e del Pd, sono tanti.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Micromega, la crisi
della sinistra in Italia
e in tutto l’Occidente

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Paolo Flores D’Arcais

Una sezione del n. 2/2017 di “Micromega” è dedicata al problema della crisi della sinistra in tutto l’Occidente; sulle cause e ipotesi per superarla si interroga la sezione, costituita da un testo di apertura del direttore Paolo Flores D’Arcais e da due articoli di Massimo Bray e Tommaso Montanari, in risposta alle sollecitazioni del direttore, formulate in forma di tesi, che riassumono le sue posizioni e quelle della rivista sul problema della crisi della democrazia e di quella dell’intera sinistra, soprattutto in Italia.

La tesi di fondo di Paolo Flores D’Arcais è, per chi legge Micromega, nota da tempo; ai fini della comprensione di ogni sollecitazione a rispondere, conviene riassumerla brevemente. Tutto l’Occidente è in rivolta contro i vecchi apparati dei partiti tradizionali, per via delle profonde disuguaglianze nate e radicatesi a seguito dell’espandersi del processo di mondializzazione delle economie nazionali. Pur esprimendosi in forme diverse, la rivolta, priva di una rappresentanza politica, tende ad aderire a proposte spontanee nelle quali si intrecciano istanze, sia di sinistra che di destra, dando origine ad una crisi delle istituzioni democratiche, per via del fatto che esse non possono operare sulla base del confronto di programmi politici alternativi.

In Italia, la crisi della democrazia ha però, a parere di D’Arcais, “radici più specifiche”; essa, infatti, deriva non solo dall’allargamento e approfondimento delle disuguaglianze distributive o dall’esproprio di sovranità del Paese da parte delle istituzioni finanziarie internazionali, ma anche dalla “deriva partitocratrica”, verificatasi soprattutto nell’ultimo quarto di secolo e caratterizzata da diffusione della corruzione, evasione fiscale, disoccupazione, abbassamento del livello di welfare ed altro ancora. Oggi in Italia, la rivolta trova “possibilità di rappresentanza” presso il “Movimento 5 Stelle”, in quanto gli altri partiti, presunti di sinistra, sono giudicati parte integrante dell’establishment; questi, infatti, secondo il direttore di Micromega, costituiscono una parte del problema della crisi della democrazia e, per questo motivo, sono inservibili ai fini della sua soluzione.

Tuttavia, malgrado il successo, il Movimento 5 Stelle è “carico di ambiguità e di contraddizioni”, che però non gli fanno perdere consensi; la spiegazione, secondo Flores D’Arcais, deve essere rinvenuta nel fatto che in Italia “non esiste una sinistra anti-establishment, e perché le destre eversive di stampo lepenista […] non hanno potuto dilagare nelle masse criticamente più sprovvedute proprio grazie alla presenza del M5S”. Ciononostante, “sic stantibus rebus”, se la partitocrazia non troverà l’accordo per una legge elettorale utile a sbarrargli la strada, nelle prossime tornate elettorali, malgrado le sue ambiguità e contraddizioni, il Movimento di Grillo ha buone possibilità di successo, per la mancanza di valide alternative di sinistra; ciò per via del fatto che una sinistra non c’è, sebbene abbia perso più di un’occasione per nascere. Tutte le occasioni, però, sono state “colpevolmente” mancate.

Pertanto, oggi, afferma – Flores D’Arcais – “l’unico voto di critica all’establishment” resta ancora il movimento pentastellato; ma se la sinistra ufficialmente non esiste, sebbene esista trasversalmente in modo sommerso e diffuso nella società, essa è destinata a conservarsi solo nello status di “un volgo disperso che nome non ha”. D’Arcais si chiede come questa sinistra latente possa rendersi visibile; per emergere ed organizzarsi, a suo parere, dovrà essere libera da “vizi ideologici e tic antropologici che ne hanno propiziato” l’irrilevanza” e dovrà assumere l’”uguaglianza sociale” come “stella polare” nel programmare la sua futura azione, congiuntamente a ciò su cui il “M5S” ha fondato gran parte del suo successo, ovvero l’esercizio dell’”attività politica non come professione, ma come servizio civile, e le funzioni di rappresentanza e governo, locali e nazionali, circoscritte nel tempo, senza possibilità di lucro e carriera”.

Alle sollecitazioni di D’Arcais, risulta particolarmente consona la risposta che Tomaso Montanari formula nell’articolo “Quale sinistra? (Lasciate che i morti seppelliscano i morti)”; egli, da storico dell’arte, non è un politologo di professione, ma forse proprio per questo, formula delle osservazioni riguardo al “tipo” di sinistra che potrebbe rinascere assai rispondenti al disagio avvertito dai molti italiani che hanno determinato la loro disaffezione dai tradizionali partiti della sinistra. Secondo Montanari, non vale la pena tentare di ricuperare dalla loro agonia i vecchi partiti della sinistra, in quanto chi vuole riproporre la sinistra “non deve curarsi delle rovine istituzionali, ideali e umane dell’apparato della sinistra”, così come è stata conosciuta.

Essa, la sinistra sommersa e dispersa, se vuole riemergere, deve andare per un’altra strada, consapevole che “il distruttivo missile Renzi è decollato solo grazie ad una rampa di lancio allestita dal tradimento della sinistra italiana almeno fin dagli anni Novanta”; ma anche consapevole che l’“abbattimento” di quel missile non deve giustificare la presunzione che l’azione interrotta dei vecchi partiti della sinistra possa essere ripresa dopo una loro pura e semplice acritica autoassoluzione. Tra l’altro, osserva Montanari, pur in presenza di una loro crisi generalizzata, da ciò che resta dei vecchi partiti della sinistra non sta emergendo alcun autoesame critico; né sta emergendo dal tanto sbandierato “progetto Pisapia”, secondo il quale, per rivitalizzare la sinistra sommersa e dispersa, si dovrebbe solo impedire che al governo del Paese giunga la destra. La nuova sinistra, però, non può essere animata soltanto da una “vocazione maggioritaria”; ciò perché, assumere questa vocazione come “bussola”, senza un esame critico di ciò che ha portato alla crisi i vecchi partiti della sinistra, con il loro allineamento alla logica della “Terza via” di Anthony Giddens e Tony Blair, significherebbe posizionare la potenziale nuova sinistra come corrente esterna all’attuale sinistra di governo.

Una simile rivitalizzazione delle forze di sinistra, secondo Montanari, non avrebbe alcun senso; si lasci dunque – egli sostiene – “che i morti seppelliscano i loro morti” e si provi a concentrare la riflessione su ciò che ancora “è vivo nella democrazia e nella sinistra italiana del 2017”, partendo dal “picco di vitalità politica“, manifestatasi nel dicembre del 2016, per individuare le vere ragioni della bocciatura della riforma costituzionale proposta dal governo in carica. Anche se queste ragioni sono state ricondotte alla disapprovazione popolare del principio del governo-costituente, il risultato sul piano politico non poteva che essere negativo, considerato che il Paese che lo ha espresso accusa il 28,7% della popolazione a rischio di povertà, il 48,9% non in grado di fare una settimana di ferie all’anno e una disoccupazione giovanile prossima al 40%. Il risultato politico del referendum costituzionale, sul piano politico è valso dunque a denunciare che la disuguaglianza che “sfigura” la società italiana non è un dato di natura, come le forze di destra vorrebbero far credere, ma il risultato di una politica fallimentare.

La nuova sinistra deve assumere come suo compito prioritario – afferma Montanari – l’elaborazione “di una critica capillare del presente”, per capire le ragioni reali del fallimento dei vecchi partiti della sinistra, al fine di realizzare un effettivo cambiamento dello stato attuale delle cose, attraverso una ricostruita, per via culturale, sovranità del cittadino. Negli ultimi decenni tutti i discorsi sulla creazione di un movimento di dissenso di sinistra si è invece “impantanato nella retorica del principio di realtà”, nel convincimento che per raggiungere i propri obiettivi un tale movimento avrebbe dovuto limitarsi a “conquistare i voti” di chi non era di sinistra; cosi pensando è stato possibile spianare la strada ad una sinistra a vocazione maggioritaria, il cui risultato è stato che la sinistra andata al governo “non ha cambiato lo stato delle cose, ha solo cambiato se stessa”.

Occorre quindi prendere coscienza che la crisi dei partiti tradizionali della sinistra “non è una crisi di governabilità, ma una crisi di rappresentanza”. Il primo obiettivo non dovrà “essere quello di assicurare un governo e di parteciparvi, ma di riportare al voto la parte più fragile, gli ‘scartati’ del Paese”; ciò però può diventare possibile, se esiste un progetto condiviso anche dalla sinistra dispersa, e non solo dai componenti di Parlamenti “occupati” da “partiti concepiti come macchine di potere personale”. Se si vorrà che il “Parlamento torni a essere il luogo dove – afferma Montanari – si forma il futuro del Paese, ebbene bisogna riportare il Paese in Palamento”.

A tal fine appare allora ineludibile l’adozione di una legge elettorale rigidamente proporzionale, perché l’”urgenza non è quella di selezionare una classe dirigente”, ma quella di dare rappresentanza agli strati sociali più penalizzati dall’approfondimento delle disuguaglianze; ciò in quanto è proprio verso quei milioni di italiani che più di tutti soffrono degli effetti di queste disuguaglianze che “una nuova sinistra radicale deve avere la forza e l’intelligenza di guardare”. Il problema nel ricupero della sinistra dispersa e sommersa non dovrà essere quello di cercare alleanze con le forze che formalmente si presume siano di sinistra, ma quello di cercare l’”alleanza con i cittadini” più colpiti dalla crisi dei partiti tradizionali di sinistra e dalla loro soggezione alla logica neoliberista.

L’alleanza tra la nuova sinistra e i cittadini dovrà dunque avere come obiettivo la ricostruzione dello Stato che, in questi ultimi anni, è stato destrutturato in funzione dell’espandersi del turbocapitalismo globale, avvenuto col supporto dell’ideologia neoliberista; ideologia, questa, che ha distrutto – afferma Montanari – “ogni idea di giustizia sociale e di solidarietà”, sostituita con l’idea di modernizzazione proposta dalla “Terza via” di Giddens e di Blair. L’alleanza tra la nuova sinistra e i cittadini dovrà garantire al Paese ciò che da tempo la politica ha smarrito o rimosso dalla propria agenda, ovvero l’elaborazione di “un progetto di comunità, un’idea forte di cosa possa essere la Repubblica Italiana del futuro”.

L’auspicio di Montanari, sicuramente condivisibile, potrà però concretizzarsi, se il Paese avrà la capacità di dare piena attuazione anche a quella parte della Costituzione repubblicana che prevede il diritto di tutti ad avere un posto di lavoro stabile; questo diritto è forse al di là delle materiali possibilità del Paese, a ameno che, come molti si augurano, fatta salva la democraticità dell’impianto costituzionale, non ci si convinca, rimuovendo radicalmente l’equivoco che ha inquinato gran parte del confronto politico degli ultimi decenni, che il fondamento della Repubblica non sia più l’assicurazione del posto di lavoro, bensì l’assicurazione per tutti dell’accesso a un livello equo di reddito.

Gianfranco Sabattini

MANOVRE IN CORSO

APERTURA-MontecitorioGiornata di incontri sulla legge elettorale. Si cerca l’intesa sui cui trovare una convergenza più ampia possibile. Sul tavolo diverse ipotesi tra cui scegliere tra cui quella che si ispira al sistema tedesco. Ma al momento in commissione si lavora sul Rosatellum. Il testo che prende ispirazione dal Mattarellum. Il segretario del Psi Riccardo Nencini ha oggi incontrato al Nazareno il segretario del Pd Matteo Renzi per discutere di legge elettorale. “Un lungo incontro – ha detto – amichevole e proficuo, dove si è parlato di legge elettorale e del futuro dell’Italia e dell’Europa all’indomani del vertice di Taormina. Abbiamo valutato assieme la proposta di legge elettorale sul tavolo condividendo il criterio del massimo coinvolgimento di tutte le forze politiche. Con auspicabili modifiche, calata nella realtà italiana favorisce coalizioni coese, il modo migliore per presentarsi ai cittadini” ha aggiunto Nencini al termine dell’incontro.

Il Pd si è incontrato anche con il Movimento 5 Stelle. Un incontro inedito. Durato circa 20 minuti. Per il M5s hanno partecipato Roberto Fico, Danilo Toninelli e Vito Crimi. Per il Pd Ettore Rosato, Luigi Zanda e Emanuele Fiano. Il M5S ha confermato la preferenza per il sistema tedesco, come già annunciato da Grillo. A fine incontro bocche cucite. Ma poi i 5 Stelle in una nota scrivono: “Abbiamo consegnato la nostra proposta di legge elettorale, così come votata dagli iscritti del Movimento 5 Stelle. Il nostro obiettivo è quello di evitare che i partiti partoriscano l’ennesima legge incostituzionale, dopo il Porcellum e l’Italicum. Adesso chiediamo a tutte le altre forze di assumersi le loro responsabilità davanti ai cittadini. Se lo faranno seriamente, in breve tempo, potremo finalmente dare al paese, dopo quasi dodici anni, una legge elettorale rispettosa della Costituzione”.

Poi è stata la volta di Mdp. Sale intanto la tensione tra Renzi e Alfano con Alternativa popolare che teme ormai in dirittura di arrivo l’accordo sul proporzionale alla tedesca tra Dem e Fi.  Nel pomeriggio un incontro sulla legge elettorale tra vertici del Pd e quelli di Alternativa Popolare non ha fatto superare le distanze tra i due partiti, tanto da far dire al capogruppo di Ap, Maurizio Lupi, che “le posizioni sono distanti”. Lupi riferisce dell’avvenuto incontro tra Matteo Renzi e Angelino Alfano, assieme alle rispettive delegazioni, durante la registrazione di Porta a Porta. Tra i nodi irrisolti la soglia di sbarramento del 5 per cento, che invece Ap vorrebbe far passare al 3.

“Quella sulla soglia si sbarramento è stata la prima domanda che abbiamo fatto a Renzi quando oggi pomeriggio lo abbiamo incontrato con Alfano e D’Alia”,riferisce ancora Lupi che ha spiegato: “1.250.000 voti presi da Ap alle elezioni con la legge elettorale che vogliono andrebbero” persi, ovvero “1.250.000 cittadini non avrebbero il diritto di cittadinanza in Parlamento con lo sbarramento al 5%”, inoltre, “la legge elettorale va fatta con l’opposizione ma prima si deve dialogare all’interno della maggioranza. Con Renzi però le posizioni sono distanti. Domani ci sarà la direzione del Pd e giovedì la direzione nazionale di Ap, vedremo, ma non vado col piattino in mano da nessuno”, ha concluso Lupi.

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Martedì invece l’incontro tra Pd e la delegazione di Forza Italia con Brunetta che ha già sottolineato come ”il modello tedesco proposto da Berlusconi sembra trovare il massimo consenso. Aspettiamo la direzione del Partito democratico e poi da mercoledì o giovedì si inizierà a votare in Commissione Affari costituzionali alla Camera e la nuova legge elettorale inizierà a prendere forma, con la trasformazione del Rosatellum proposto dal Pd, nel modello cosiddetto tedesco”. Ok al sistema tedesco arriva anche dal presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio: “Sono un proporzionalista da sempre – ha detto – da quando andava di moda essere ultramaggioritaristi. Attenzione, però: il tedesco andrebbe preso tutto insieme, compresa la clausola della sfiducia costruttiva”. Insomma per Pisicchio a prendere pezzi a piacere si può rischiare un risultato deludente.

Altro punto è la durata della legislatura. Grillo ha oggi sparato che si può votare il 10 settembre. Una data scelta per non far maturare la pensione ai parlamentari, non facendo raggiungere la fatidica soglia del 15 settembre? Forse. Un’alta motivazione politica. Tra l’altro sbagliata perché comunque i parlamentari resterebbero in carica fino al giorno in cui si insedia il nuovo Parlamento e in genere servono due settimane. È comunque un dato di fatto che anche il Pd è stuzzicato dall’idea di abbreviare la legislatura. Certo l’idea di votare quando si sta per votare la legge di bilancio è un pericoloso azzardo. Non approvare la manovra significherebbe andare all’esercizio provvisorio. Commenta Cicchitto: “Coloro che propongono come data il 24 settembre (o prima n.d.r.) facendo riferimento all’analoga scadenza tedesca dimenticano il ciclo particolare che in Germania – liste elettorali comprese – la campagna elettorale formale è in atto da mesi. In Italia dovrebbe essere presentata a metà agosto e la campagna elettorale svolgersi in uno spazio fra agosto e settembre: follia pura funzionale solo al disegno del M5S per scalzare il sistema”.

Ginevra Matiz

D’Alema tenta
di uscire dall’angolo

d'alemaMassimo D’Alema comincia a pensare alle elezioni comunali di giugno. Ma soprattutto riflette sulle prossime elezioni politiche sia nel caso siano a cadenza regolare all’inizio del 2018 sia nell’ipotesi di un voto anticipato a settembre. L’ex presidente del Consiglio e già segretario del Pds-Ds si pone in netta contrapposizione con Matteo Renzi: “Stiamo lavorando per offrire agli elettori una proposta alternativa di sinistra”.

D’Alema ha lascito il Pd a febbraio e ha fondato il Movimento dei democratici e progressisti (in sigla Mdp) assieme a Bersani, Speranza, Enrico Rossi. In una intervista al ‘Corriere della Sera’ ha difeso la scelta della scissione del Pd, definendola  “inevitabile e persino tardiva” perché  “tutta l’’ispirazione politica renziana è contraria ai valori della sinistra”.

Alza le spalle verso i sondaggi elettorali che assegnano appena il 3% dei voti al Mdp:“Meglio prendere il 3% a favore di ciò che si ritiene giusto che il 20% a favore di ciò che si ritiene sbagliato. E comunque io credo che lo spazio a sinistra del Pd sia molto più grande”.

Un ragionamento singolare per  uno dei “cavalli di razza” del Pci-Pds-Ds-Pd, poi “rottamato” dal giovane Renzi, un progetto viziato da una seria difficoltà. D’Alema, sia dal governo sia dall’opposizione, ha sempre puntato a costruire una forza popolare e maggioritaria di centrosinistra mentre adesso si trova a fare i conti con il rischio di un Mdp fortemente minoritario e marginale. Non solo. Lo spazio alla sinistra del Pd è sempre più stretto e più affollato di piccoli partiti alle ricerca di un rilancio e della stessa sopravvivenza: in particolare ci sono Sinistra Italiana di Nicola Fratoianni (nata a febbraio e composta da ex Sel ed ex sinistra Pd come Stefano Fassina), Possibile di Pippo Civati (ex sinistra Pd e dissidenti del M5S) e il neonato Campo Progressista di Giuliano Pisapia, l’ex sindaco di Milano.

D’Alema, in nome della lotta alle disuguaglianze, ha proposto “una alleanza per il cambiamento” a Pisapia , a Sinistra Italiana e alle forze della società civile critiche con Renzi e col suo obiettivo d’intesa con Silvio Berlusconi sulla nuova legge elettorale. L’alleanza di sinistra sarebbe soprattutto un accordo contro il segretario democratico, accusato  di sbandare sempre di più verso il centro, verso il liberismo e verso Silvio Berlusconi: “Il ‘Renzusconi’ non mi pare molto popolare, anzi tirerà la volata a Grillo”.

D’Alema cerca di uscire fuori dall’angolo nel quale è finito dopo la scissione. Con questo obiettivo assimila Renzi a Berlusconi, l’avversario storico del centrosinistra negli ultimi vent’anni. Ma deve affrontare tre difficili contraddizioni: 1) lui stesso quando era segretario del Pds cercò una intesa sulle riforme istituzionali con il presidente di Forza Italia (il famoso “patto della crostata” del 1997 siglato a casa di Gianni Letta e poi affondato dal Cavaliere); 2) gran parte degli elettori di sinistra dal 2013 vota per il M5S di Beppe Grillo su posizioni di totale opposizione antisistema; 3) è impossibile per la sinistra (o meglio le sinistre) sconfiggere il centrodestra e i cinquestelle senza un’alleanza con Renzi rieletto segretario del Pd a larghissima maggioranza nelle elezioni primarie.

Il rapporto Renzi-D’Alema sembra irrecuperabile. Il segretario democratico cerca di evitare le polemiche. A febbraio, quando stava per scattare la scissione del Pd, replicò: “D’Alema nutre nei miei confronti  un rancore personale che è evidente. Non voglio più polemiche.Adesso conduce solo battaglia personali”. Girò il coltello nella ferita: “Di solito il suo obiettivo è distruggere il leader della sua parte quando non è lui il capo. Ci è riuscito con Prodi, Veltroni, Fassino”. Ora il segretario del Pd sembra intenzionato a discutere con tutti di riforma elettorale: da Berlusconi a Grillo, con l’esclusione però di D’Alema. Non solo. Sembra pronto ad allearsi con Pisapia ma non con D’Alema.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Legge elettorale, è ancora stallo

urna elettoraleMatteo Renzi oggi scrive che sulla legge elettorale il Pd è in minoranza. E poi spiega: “In questa settimana si è consumato un fatto molto grave a livello istituzionale. I franchi tiratori del Senato, a volte ritornano, hanno scelto per la commissione della legge elettorale un candidato di NCD con l’appoggio di Grillo, Berlusconi, Salvini e della sinistra radicale. Tutti insieme, appassionatamente. Bene. Anzi male. Però questa è banalmente una conseguenza del no al referendum: siamo tornati alla palude”. E, aggiunge Renzi, “purtroppo il Pd può farci ben poco perché è minoranza. Vediamo che cosa proporranno loro e se finalmente ci spiegheranno a cosa sono favorevoli loro: troppo facile dire solo no. Buon lavoro, li giudicheremo dai fatti, senza polemiche”. Insomma Renzi se ne tira fuori. Come se il Pd non avesse l’onere di una proposta. Il partito è però impegnato in una serrata sfida per la segreteria e difficilmente sarà in grado di avere una posizione chiara fino all’elezione della nuova segreteria.

Il presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio registra un fattore positivo: “Per la prima volta ci è parso di ascoltare autorevoli voci del partito di maggioranza relativa dichiarare una disponibilità a cancellare i capilista bloccati. La stessa posizione viene espressa da tempo dal Movimento Cinque Stelle. Bene, non siamo più i soli a volerlo! Allora andiamo avanti e votiamo una legge elettorale che rimetta finalmente nelle mani dei cittadini e non dei capibastone la scelta dei rappresentanti”. Sulla stessa posizione, Elisa Simoni, parlamentare Pd e sostenitrice della Mozione Orlando che definisce “interessanti” le “dichiarazioni di Renzi e Orfini sulle legge elettorale, riportate oggi dalla stampa, sulla disponibilità di discutere proposte del M5S. Ricordo a tutto il Pd che dovrebbe essere il nostro partito a rilanciare una proposta sul tema”. “Nel caso dell’Italicum, poi bocciato dalla Consulta – afferma Simoni – questa iniziativa politica non ci e’ mancata, tanto da essere pronti ad approvarla con un voto di fiducia”. Maurizio Turco della lista Pannella chiede l’intervento di Mattarella per scongiurare una legge con capilista bloccati “Il Presidente della Repubblica – afferma – ha opportunamente ed a tempo debito invitato il Parlamento a legiferare per armonizzare le leggi in vigore per le elezioni della Camera e del Senato. Dopo aver avuto per diverse legislature una legge elettorale palesemente anticostituzionale, nonostante i pareri di costituzionalità espressi da Camera, Senato e Presidenza della Repubblica, è evidente il tentativo di avere una legge elettorale che determini una quota non indifferente di eletti a prescindere dagli elettori”. “Siamo sempre più convinti che il miglior sistema sia il collegio uninominale ad un turno, ma saremmo favorevoli anche ad una elezione in due turni purché si salvi il collegio, cioè il contatto tra eletto e territorio a discapito di quello tra eletto e cupole partitocratiche”.

“La legge elettorale – aggiunge Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera – è ferma, c’è una sola ragione, il Partito democratico blocca tutto”. “Che gli italiani lo sappiano, il Partito democratico da mesi sta bloccando la discussione in merito alla legge elettorale in attesa che si celebri il suo congresso prima e le primarie dopo. Prima di quella data, il 30 aprile, il Pd ha bloccato tutto, ha bloccato tutti i lavori in Commissione Affari costituzionale alla Camera, quindi il Pd non si lagni poi se la legge elettorale è in ritardo, perché questo l’hanno provocato loro”. “Io auspico che invece ci sia, già da questa settimana, un incardinamento di un testo base in Commissione”.

Roma, lo stadio
e l’armata Brancaleone

Come ha autorevolmente affermato Paolo Portoghesi in un paese civile dovrebbe essere il Comune a scegliere la collocazione dello stadio offrendo gratuitamente il terreno e dando vita ad un concorso internazionale di progettazione. L’Urbanistica è materia complessa e tuttavia è quella che più si avvicina alla sfera degli interessi politici. In senso nobile, perché è evidente che l’oggetto dell’una coincide con  quello dell’altra: la polis. Che non è solo ordinamento e comunità ma anche territorio. In senso meno nobile perché sono noti gli appetiti e gli interessi speculativi che scatena e che la buona politica dovrebbe contenere e mettere ai margini. Tuttavia essa è retta da un insieme di norme e regole complicate e, soprattutto, vecchie.

Sorprende che nessuna forza riformista di governo abbia messo al centro dei propri programmi la riforma della legge quadro sull’urbanistica, che risale ormai al 1942, quando la realtà era lontanissima da quella attuale. Da allora si sono susseguite una serie di leggi e normative che hanno integrato e parzialmente modificato il testo del 1942 senza mai giungere ad un testo unico compiuto ed organico. Occorrono anni per approvare un piano regolatore, tra autorizzazioni, deduzioni e controdeduzioni. Quando poi viene approvato si scopre che la realtà che dovrebbe governare si è nel frattempo modificata ed è andata da tutt’altra parte. Tra rigida pianificazione e urbanistica contrattata occorrerebbe trovare una strumentazione più adeguata e al passo coi tempi, che da un lato fissi le grandi invarianti e dall’altra consenta l’attuazione del piano di governo al quale le amministrazioni democraticamente elette vorrebbero  applicarsi.

La vicenda dello stadio della Roma è paradigmatico di una realtà opaca dove il ritorno all’urbanistica contrattata, con un soggetto pubblico (il Comune) debole, apre la strada agli interessi privati e alle loro aspirazioni speculative, in deroga alle norme e alle prescrizioni dell’attuale piano regolatore che quindi si conferma come piano vacuo e privo di effettività. Ed è difficile avere un’idea compiuta del diverso equilibrio degli interessi in gioco. E’ interesse pubblico lo stadio? O lo sono le infrastrutture e i servizi, gli oneri di urbanizzazione ad esso connessi, tutti finanziati, sulla carta, dai privati? La città ha bisogno di infrastrutture e investimenti per la mobilità, ma ha bisogno di un ennesimo mega centro commerciale e direzionale costruito attorno allo stadio? Oppure è interesse pubblico preservare un’area di interesse ambientale dove dovrebbe sorgere un parco fluviale? Come ha autorevolmente affermato Paolo Portoghesi, in un paese civile dovrebbe essere il Comune a scegliere la collocazione dello stadio offrendo gratuitamente il terreno e dando vita ad un concorso internazionale di progettazione.

Ora sembra che il Sindaco Grillo (perché è lui il Sindaco di Roma, anche se i romani ancora non lo sanno, la Raggi è solo una inadeguata collaboratrice) abbia deciso, salomonicamente, che lo stadio si può fare, ma da un ‘altra parte. Tutto ricorda l’armata Brancaleone, quando il noto condottiero, rivolto ad una comitiva di straccioni pellegrini dice:  “Ite dove ve pare….ma da un’altra parte”. Quindi, mentre nella città tutto è degrado,il vecchio ippodromo di Tor di Valle è abbandonato al vandalismo, il Flaminio, in pieno centro idem, lo stadio del nuoto,idem. Quindi, mentre SKY va via da Roma, seguita pare da Mediaset,  Almaviva ha già chiuso, l’ ennesima crisi di Alitalia è alle porte, la città si divide sulla costruzione di uno stadio e l’amministrazione capitolina semplicemente non decide. Butta la palla in tribuna, aggrappandosi al vincolo della sovraintendenza del Comune di Roma. Noi ostinatamente riteniamo invece che Roma avrebbe bisogno di una leadership efficace e trasparente, che individui gli interessi pubblici prevalenti e sia capace di farli valere nel rapporto con gli interessi economici che hanno fatto il bello e il cattivo tempo per decenni. Non è questione di uno stadio. E’questione di capacità di governo, progetto, trasparenza.

Loreto Del Cimmuto
(segretario Psi fed. romana)

Roma, Berdini appeso a un filo

berdiniPaolo Berdini appeso a un filo. I giudici pentastellari chiusi in conclave stanno decidendo suo futuro. Berdini potrebbe concludere la giornata senza più avere l’incarico di assessore all’Urbanistica della giunta di Virginia Raggi. In queste ore sarebbe in corso una riflessione da parte della maggioranza M5S e da parte dello stesso titolare dell’Urbanistica sull’opportunità di interrompere la comune esperienza amministrativa visti i contraccolpi della pubblicazione da parte de La Stampa di una conversazione con Berdini che esprime giudizi poco lusinghieri sulla sindaca e la giunta. Un primo indizio della possibile uscita a breve di Berdini dalla giunta è però l’annullamento della commissione congiunta Sport e Urbanistica, in programma per venerdì, con all’ordine del giorno proprio l’audizione dell’assessore. Resta però l’incognita sul suo possibile sostituto, che al momento non sarebbe ancora stato individuato. La Raggi dal canto suo sembra intenzionata a risolvere la crisi solo quando avrà un’alternativa pronta, senza assumere a se le pesanti deleghe ad Urbanistica e Lavori Pubblici.

A commentare la particolare situazione è un altro ex della Giunta, l’assessore all’Ambiente del Comune di Roma, Paola Muraro, in un’intervista al Messaggero, giornale di certo non tenero nei confronti delle giunta. “Onestamente non mi stupisco, sono cose che Berdini ha sempre detto, anche in giunta davanti a tutti”. Muraro, dimessasi due mesi fa dopo essere stata raggiunta da un avviso di garanzia, si dice “amareggiata e delusa”. Tanto delusa da ammettere che, pur avendo votato per la Raggi, oggi non lo rifarebbe più: “Diciamo che me ne resterei a casa”. E questo perché in Campidoglio è in atto una “sotterranea guerra tra bande” in cui si è perso di vista il bene comune. Le decisioni, specie quelle più delicate, non vengono più prese dalla sindaca e dalla giunta ma “dai vertici del Movimento”. “Ormai – dice Muraro – non si capisce più niente. Non si capisce qual è il bene comune. Mi sembra che abbiano perso di vista questo”.

Intanto da un gruppo di intellettuali arriva un accorato messaggio indirizzato alla Raggi affinché Berdini resti. “Ha ruolo chiave. Non fermate – dicono – il processo di riforma dell’urbanistica romana” Tra i firmatari Alberto Asor Rosa, Fulco Pratesi e altri. E Grillo? Nulla di nuovo, se la prende con i giornalisti, Gentiloni, il governo e tutto il Parlamento.

Grillo, democrazia intermittente

I guai giudiziari-politici di Roma governata da Virginia Raggi (l’ultimo problema solo in ordine di tempo sono le accuse dei magistrati arrivate alla sindaca cinquestelle) e i dissidenti nel M5S sono i due tormenti di Beppe Grillo.

Sui contrasti interni il fondatore dei cinquestelle è intervenuto nel suo potente blog su internet. La ricetta è questa: tutto il potere agli iscritti . In particolare tutto il potere alla democrazia del web, alla “democrazia diretta”, alle votazioni online per decidere linea politica, candidature e programmi elettorali. Il garante del M5S torna a ripetere: «Sono gli iscritti a dettare la linea politica del MoVimento, i portavoce devono semplicemente attuarla».

Per i dissidenti, compresi i parlamentari e gli amministratori locali, praticamente si delinea una sola soluzione: fuori dal Movimento 5 Stelle. Il capo pentastelalto avvisa: «Chi non sarà d’accordo con il programma definito dagli iscritti, potrà perseguire (se riuscirà ad essere rieletto) il suo programma in un’altra forza politica».

In sintesi: va sempre rispettata la volontà degli iscritti espressa nelle votazioni online. Ma non sempre va così. Alcune volte, come è successo qualche giorno fa, la democrazia del web è ignorata o stravolta. L’8 gennaio gli iscritti pentastellati, su proposta di Grillo, hanno detto sì con una maggioranza schiacciante del 78,5% dei voti per far passare gli eurodeputati del M5S dal gruppo degli euroscettici di Nigel Farage (Efdd) al gruppo liberale (Alde) di Guy Verhofstadt. Ma dopo l’altolà di Verhofstadt all’adesione (soprattutto per le critiche degli europarlamentari francesi e tedeschi), c’è stato il dietrofront di Grillo.

Il comico genovese, sempre sul suo potente blog, prima ha accusato le classi dirigenti europee: «L’establishment ha deciso di fermare l’ingresso del MoVimento 5 Stelle nel terzo gruppo più grande del Parlamento Europeo», cioè l’Alde. Poi ha annunciato la marcia indietro: ha rinnovato l’adesione al gruppo di Farage «rinunciando alla carica della co-presidenza che fino ad oggi è stata occupata da David Borrelli». Ha quindi spiegato: «Fallito l’accordo con il gruppo Alde, abbiamo rispettato la volontà espressa dalla rete applicando la seconda scelta più votata dai certificati: rimanere nel gruppo Efdd».

Già, ha ripiegato sulla “seconda scelta”. Ma mentre per entrare nell’Alde, su 40.654 votanti, si erano espressi 31.914 iscritti, la larga maggioranza, per restare nell’Efdd si erano pronunciati solo 6.444. I liberali del Parlamento europeo hanno motivato il disco rosso all’ingresso dei cinquestelle per i programmi molto diversi, in qualche caso contrapposti. L’Alde, infatti, è tra i gruppi parlamentari più filo europei, è tra i più decisi sostenitori dell’euro. Il M5S, invece, è molto critico con la moneta unica europea e progetta un referendum per far uscire l’Italia dall’euro.

Di qui la rottura. Di fronte al fallito accordo con l’Alde, però, forse era preferibile aprire ancora le urne su internet e far pronunciare di nuovo gli iscritti. Non c’è stato, invece, il ricorso alla “democrazia diretta”. Grillo ha preferito ripescare “la seconda scelta”. Le critiche a questa decisione sono state molte. Alcuni deputati europei, per protesta, hanno lasciato il M5S. La democrazia diretta è una regola fissa, non funziona ad intermittenza.

Rodolfo Ruocco