Legge elettorale, è ancora stallo

urna elettoraleMatteo Renzi oggi scrive che sulla legge elettorale il Pd è in minoranza. E poi spiega: “In questa settimana si è consumato un fatto molto grave a livello istituzionale. I franchi tiratori del Senato, a volte ritornano, hanno scelto per la commissione della legge elettorale un candidato di NCD con l’appoggio di Grillo, Berlusconi, Salvini e della sinistra radicale. Tutti insieme, appassionatamente. Bene. Anzi male. Però questa è banalmente una conseguenza del no al referendum: siamo tornati alla palude”. E, aggiunge Renzi, “purtroppo il Pd può farci ben poco perché è minoranza. Vediamo che cosa proporranno loro e se finalmente ci spiegheranno a cosa sono favorevoli loro: troppo facile dire solo no. Buon lavoro, li giudicheremo dai fatti, senza polemiche”. Insomma Renzi se ne tira fuori. Come se il Pd non avesse l’onere di una proposta. Il partito è però impegnato in una serrata sfida per la segreteria e difficilmente sarà in grado di avere una posizione chiara fino all’elezione della nuova segreteria.

Il presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio registra un fattore positivo: “Per la prima volta ci è parso di ascoltare autorevoli voci del partito di maggioranza relativa dichiarare una disponibilità a cancellare i capilista bloccati. La stessa posizione viene espressa da tempo dal Movimento Cinque Stelle. Bene, non siamo più i soli a volerlo! Allora andiamo avanti e votiamo una legge elettorale che rimetta finalmente nelle mani dei cittadini e non dei capibastone la scelta dei rappresentanti”. Sulla stessa posizione, Elisa Simoni, parlamentare Pd e sostenitrice della Mozione Orlando che definisce “interessanti” le “dichiarazioni di Renzi e Orfini sulle legge elettorale, riportate oggi dalla stampa, sulla disponibilità di discutere proposte del M5S. Ricordo a tutto il Pd che dovrebbe essere il nostro partito a rilanciare una proposta sul tema”. “Nel caso dell’Italicum, poi bocciato dalla Consulta – afferma Simoni – questa iniziativa politica non ci e’ mancata, tanto da essere pronti ad approvarla con un voto di fiducia”. Maurizio Turco della lista Pannella chiede l’intervento di Mattarella per scongiurare una legge con capilista bloccati “Il Presidente della Repubblica – afferma – ha opportunamente ed a tempo debito invitato il Parlamento a legiferare per armonizzare le leggi in vigore per le elezioni della Camera e del Senato. Dopo aver avuto per diverse legislature una legge elettorale palesemente anticostituzionale, nonostante i pareri di costituzionalità espressi da Camera, Senato e Presidenza della Repubblica, è evidente il tentativo di avere una legge elettorale che determini una quota non indifferente di eletti a prescindere dagli elettori”. “Siamo sempre più convinti che il miglior sistema sia il collegio uninominale ad un turno, ma saremmo favorevoli anche ad una elezione in due turni purché si salvi il collegio, cioè il contatto tra eletto e territorio a discapito di quello tra eletto e cupole partitocratiche”.

“La legge elettorale – aggiunge Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera – è ferma, c’è una sola ragione, il Partito democratico blocca tutto”. “Che gli italiani lo sappiano, il Partito democratico da mesi sta bloccando la discussione in merito alla legge elettorale in attesa che si celebri il suo congresso prima e le primarie dopo. Prima di quella data, il 30 aprile, il Pd ha bloccato tutto, ha bloccato tutti i lavori in Commissione Affari costituzionale alla Camera, quindi il Pd non si lagni poi se la legge elettorale è in ritardo, perché questo l’hanno provocato loro”. “Io auspico che invece ci sia, già da questa settimana, un incardinamento di un testo base in Commissione”.

Roma, lo stadio
e l’armata Brancaleone

Come ha autorevolmente affermato Paolo Portoghesi in un paese civile dovrebbe essere il Comune a scegliere la collocazione dello stadio offrendo gratuitamente il terreno e dando vita ad un concorso internazionale di progettazione. L’Urbanistica è materia complessa e tuttavia è quella che più si avvicina alla sfera degli interessi politici. In senso nobile, perché è evidente che l’oggetto dell’una coincide con  quello dell’altra: la polis. Che non è solo ordinamento e comunità ma anche territorio. In senso meno nobile perché sono noti gli appetiti e gli interessi speculativi che scatena e che la buona politica dovrebbe contenere e mettere ai margini. Tuttavia essa è retta da un insieme di norme e regole complicate e, soprattutto, vecchie.

Sorprende che nessuna forza riformista di governo abbia messo al centro dei propri programmi la riforma della legge quadro sull’urbanistica, che risale ormai al 1942, quando la realtà era lontanissima da quella attuale. Da allora si sono susseguite una serie di leggi e normative che hanno integrato e parzialmente modificato il testo del 1942 senza mai giungere ad un testo unico compiuto ed organico. Occorrono anni per approvare un piano regolatore, tra autorizzazioni, deduzioni e controdeduzioni. Quando poi viene approvato si scopre che la realtà che dovrebbe governare si è nel frattempo modificata ed è andata da tutt’altra parte. Tra rigida pianificazione e urbanistica contrattata occorrerebbe trovare una strumentazione più adeguata e al passo coi tempi, che da un lato fissi le grandi invarianti e dall’altra consenta l’attuazione del piano di governo al quale le amministrazioni democraticamente elette vorrebbero  applicarsi.

La vicenda dello stadio della Roma è paradigmatico di una realtà opaca dove il ritorno all’urbanistica contrattata, con un soggetto pubblico (il Comune) debole, apre la strada agli interessi privati e alle loro aspirazioni speculative, in deroga alle norme e alle prescrizioni dell’attuale piano regolatore che quindi si conferma come piano vacuo e privo di effettività. Ed è difficile avere un’idea compiuta del diverso equilibrio degli interessi in gioco. E’ interesse pubblico lo stadio? O lo sono le infrastrutture e i servizi, gli oneri di urbanizzazione ad esso connessi, tutti finanziati, sulla carta, dai privati? La città ha bisogno di infrastrutture e investimenti per la mobilità, ma ha bisogno di un ennesimo mega centro commerciale e direzionale costruito attorno allo stadio? Oppure è interesse pubblico preservare un’area di interesse ambientale dove dovrebbe sorgere un parco fluviale? Come ha autorevolmente affermato Paolo Portoghesi, in un paese civile dovrebbe essere il Comune a scegliere la collocazione dello stadio offrendo gratuitamente il terreno e dando vita ad un concorso internazionale di progettazione.

Ora sembra che il Sindaco Grillo (perché è lui il Sindaco di Roma, anche se i romani ancora non lo sanno, la Raggi è solo una inadeguata collaboratrice) abbia deciso, salomonicamente, che lo stadio si può fare, ma da un ‘altra parte. Tutto ricorda l’armata Brancaleone, quando il noto condottiero, rivolto ad una comitiva di straccioni pellegrini dice:  “Ite dove ve pare….ma da un’altra parte”. Quindi, mentre nella città tutto è degrado,il vecchio ippodromo di Tor di Valle è abbandonato al vandalismo, il Flaminio, in pieno centro idem, lo stadio del nuoto,idem. Quindi, mentre SKY va via da Roma, seguita pare da Mediaset,  Almaviva ha già chiuso, l’ ennesima crisi di Alitalia è alle porte, la città si divide sulla costruzione di uno stadio e l’amministrazione capitolina semplicemente non decide. Butta la palla in tribuna, aggrappandosi al vincolo della sovraintendenza del Comune di Roma. Noi ostinatamente riteniamo invece che Roma avrebbe bisogno di una leadership efficace e trasparente, che individui gli interessi pubblici prevalenti e sia capace di farli valere nel rapporto con gli interessi economici che hanno fatto il bello e il cattivo tempo per decenni. Non è questione di uno stadio. E’questione di capacità di governo, progetto, trasparenza.

Loreto Del Cimmuto
(segretario Psi fed. romana)

Roma, Berdini appeso a un filo

berdiniPaolo Berdini appeso a un filo. I giudici pentastellari chiusi in conclave stanno decidendo suo futuro. Berdini potrebbe concludere la giornata senza più avere l’incarico di assessore all’Urbanistica della giunta di Virginia Raggi. In queste ore sarebbe in corso una riflessione da parte della maggioranza M5S e da parte dello stesso titolare dell’Urbanistica sull’opportunità di interrompere la comune esperienza amministrativa visti i contraccolpi della pubblicazione da parte de La Stampa di una conversazione con Berdini che esprime giudizi poco lusinghieri sulla sindaca e la giunta. Un primo indizio della possibile uscita a breve di Berdini dalla giunta è però l’annullamento della commissione congiunta Sport e Urbanistica, in programma per venerdì, con all’ordine del giorno proprio l’audizione dell’assessore. Resta però l’incognita sul suo possibile sostituto, che al momento non sarebbe ancora stato individuato. La Raggi dal canto suo sembra intenzionata a risolvere la crisi solo quando avrà un’alternativa pronta, senza assumere a se le pesanti deleghe ad Urbanistica e Lavori Pubblici.

A commentare la particolare situazione è un altro ex della Giunta, l’assessore all’Ambiente del Comune di Roma, Paola Muraro, in un’intervista al Messaggero, giornale di certo non tenero nei confronti delle giunta. “Onestamente non mi stupisco, sono cose che Berdini ha sempre detto, anche in giunta davanti a tutti”. Muraro, dimessasi due mesi fa dopo essere stata raggiunta da un avviso di garanzia, si dice “amareggiata e delusa”. Tanto delusa da ammettere che, pur avendo votato per la Raggi, oggi non lo rifarebbe più: “Diciamo che me ne resterei a casa”. E questo perché in Campidoglio è in atto una “sotterranea guerra tra bande” in cui si è perso di vista il bene comune. Le decisioni, specie quelle più delicate, non vengono più prese dalla sindaca e dalla giunta ma “dai vertici del Movimento”. “Ormai – dice Muraro – non si capisce più niente. Non si capisce qual è il bene comune. Mi sembra che abbiano perso di vista questo”.

Intanto da un gruppo di intellettuali arriva un accorato messaggio indirizzato alla Raggi affinché Berdini resti. “Ha ruolo chiave. Non fermate – dicono – il processo di riforma dell’urbanistica romana” Tra i firmatari Alberto Asor Rosa, Fulco Pratesi e altri. E Grillo? Nulla di nuovo, se la prende con i giornalisti, Gentiloni, il governo e tutto il Parlamento.

Grillo, democrazia intermittente

I guai giudiziari-politici di Roma governata da Virginia Raggi (l’ultimo problema solo in ordine di tempo sono le accuse dei magistrati arrivate alla sindaca cinquestelle) e i dissidenti nel M5S sono i due tormenti di Beppe Grillo.

Sui contrasti interni il fondatore dei cinquestelle è intervenuto nel suo potente blog su internet. La ricetta è questa: tutto il potere agli iscritti . In particolare tutto il potere alla democrazia del web, alla “democrazia diretta”, alle votazioni online per decidere linea politica, candidature e programmi elettorali. Il garante del M5S torna a ripetere: «Sono gli iscritti a dettare la linea politica del MoVimento, i portavoce devono semplicemente attuarla».

Per i dissidenti, compresi i parlamentari e gli amministratori locali, praticamente si delinea una sola soluzione: fuori dal Movimento 5 Stelle. Il capo pentastelalto avvisa: «Chi non sarà d’accordo con il programma definito dagli iscritti, potrà perseguire (se riuscirà ad essere rieletto) il suo programma in un’altra forza politica».

In sintesi: va sempre rispettata la volontà degli iscritti espressa nelle votazioni online. Ma non sempre va così. Alcune volte, come è successo qualche giorno fa, la democrazia del web è ignorata o stravolta. L’8 gennaio gli iscritti pentastellati, su proposta di Grillo, hanno detto sì con una maggioranza schiacciante del 78,5% dei voti per far passare gli eurodeputati del M5S dal gruppo degli euroscettici di Nigel Farage (Efdd) al gruppo liberale (Alde) di Guy Verhofstadt. Ma dopo l’altolà di Verhofstadt all’adesione (soprattutto per le critiche degli europarlamentari francesi e tedeschi), c’è stato il dietrofront di Grillo.

Il comico genovese, sempre sul suo potente blog, prima ha accusato le classi dirigenti europee: «L’establishment ha deciso di fermare l’ingresso del MoVimento 5 Stelle nel terzo gruppo più grande del Parlamento Europeo», cioè l’Alde. Poi ha annunciato la marcia indietro: ha rinnovato l’adesione al gruppo di Farage «rinunciando alla carica della co-presidenza che fino ad oggi è stata occupata da David Borrelli». Ha quindi spiegato: «Fallito l’accordo con il gruppo Alde, abbiamo rispettato la volontà espressa dalla rete applicando la seconda scelta più votata dai certificati: rimanere nel gruppo Efdd».

Già, ha ripiegato sulla “seconda scelta”. Ma mentre per entrare nell’Alde, su 40.654 votanti, si erano espressi 31.914 iscritti, la larga maggioranza, per restare nell’Efdd si erano pronunciati solo 6.444. I liberali del Parlamento europeo hanno motivato il disco rosso all’ingresso dei cinquestelle per i programmi molto diversi, in qualche caso contrapposti. L’Alde, infatti, è tra i gruppi parlamentari più filo europei, è tra i più decisi sostenitori dell’euro. Il M5S, invece, è molto critico con la moneta unica europea e progetta un referendum per far uscire l’Italia dall’euro.

Di qui la rottura. Di fronte al fallito accordo con l’Alde, però, forse era preferibile aprire ancora le urne su internet e far pronunciare di nuovo gli iscritti. Non c’è stato, invece, il ricorso alla “democrazia diretta”. Grillo ha preferito ripescare “la seconda scelta”. Le critiche a questa decisione sono state molte. Alcuni deputati europei, per protesta, hanno lasciato il M5S. La democrazia diretta è una regola fissa, non funziona ad intermittenza.

Rodolfo Ruocco

La politica senza cultura

Illuminante quel che succede nel Partito Cinque Stelle. Le incursioni e i contorcimenti di Grillo – mentre cercava un porto sicuro per la sua creatura ibrida in quel di Bruxelles – hanno messo in subbuglio gli europarlamentari pentastellati. A tal punto che uno di loro è fuggito a destra (dagli euroscettici) e l’altro si è accasato a sinistra (con i verdi). L’ambiguità e l’indecisione del leader maximo hanno finito per sparigliare le carte, e il gioco ora si fa interessante.
Sbaglia chi snobba le acrobazie dei dirigenti del partito Cinque Stelle, o ne ricava occasione per risate, come se assistessimo a una farsa in un teatrino di provincia. Questa formazione politica raccoglie il 30% dei consensi, e quindi potrebbe candidarsi al Governo nazionale. Ma c’è un’altra ragione, più profonda, che ci deve far riflettere: i malesseri di questo Partito “pigliatutto” sono spie della grave malattia che infetta la politica italiana. Non è la corruzione; è l’assenza totale di idee e progetti. Parlo di idee e progetti seri, coerenti, fattibili. Un programma politico rabberciato e confuso, chiunque è in grado di metterlo assieme. Un colpo al cerchio, un colpo alla botte, e via. Una bella manciata di moralismo/giustizialismo, un pizzico di idee teoricamente giuste ma irrealizzabili nell’immediato (il reddito di cittadinanza, per esempio), il tutto condito da proposte le più disparate, vaghe ma non troppo, popolari soprattutto, e voilà il minestrone è servito. Che il piatto risulti immangiabile o indigesto, poco importa: il profumo alletta milioni di italiani stufi delle pietanze tradizionali, e affamati di Onestà.
Da quasi vent’anni stiamo subendo gli effetti collaterali di una politica senza cultura, all’insegna della tabula rasa, della damnatio memoriae, del nuovismo. Una politica che, alla fin della fiera, è un navigare a vista senza bussola. L’Italia attraversa una crisi politica devastante perché, delegittimate le ideologie assolute (il che è stato un bene), si è pensato che dovessero scomparire assieme a quelle anche le culture politiche (questa invece è stata una iattura). E’ ben vero che, dopo Tangentopoli, ha prevalso – soprattutto a sinistra – una politica di mera “testimonianza”, cioè simbolica (quanto comunista era Rifondazione comunista?), quella che gli anglo-americani chiamano “identity politics”. Una politica spesso parolaia, inconcludente, che ha mostrato la corda, logorando l’immagine dei partiti tradizionali/identitari. Su questo problema – l’uso furbesco di un “logo” di prestigio per far incetta di voti – bisognava riflettere, e porvi rimedio. Ma la via maestra sarebbe stata quella di rinnovare i partiti rimanendo ben piantati nell’alveo della tradizione politica italiana ed europea. Così non è stato. Il mondo cambia, tutto scorre – panta rei. E, per Bacco, anche i partiti devono cambiare. Ma c’è modo e modo. Guardate cosa fecero i laburisti inglesi dopo 17 anni di vita grama all’opposizione. Proposero un leader giovane, Blair, ed escogitarono un approccio innovativo, il “New Labour”. Che il nuovo corso blairiano sia riuscito o abbia fallito, non ci interessa ora. Il punto è che gli inglesi presero le mosse da una cultura centenaria, quella laburista, e tentarono di rivisitarla, di reinventarla. Mica hanno partorito un partito nuovo di zecca, con un nome fantasioso. In Italia s’è fatto l’esatto opposto (Forza Italia, PDL, Italia dei Valori, Cinque Stelle ecc.). Come se cambiando l’etichetta, il prodotto fosse di per sé originale, di qualità, e, soprattutto, vendibile all’elettore-consumatore.
Morale della favola: in Italia, stiamo pagando tutti il prezzo di una follia che è stata anzitutto culturale, una follia messa scientemente in atto ben prima della comparsa dei Cinque Stelle, e cioè la distruzione sistematica dei partiti storici ad opera di chi aveva militato per decenni in quegli stessi partiti. E così culture politiche antiche, blasonate sono state inghiottite da un buco nero. Ecco come, di punto in bianco, è nato lo stesso PD. Teniamo questo a mente: in Italia il nesso politica e cultura è sempre stato saldissimo, fin dalla fondazione del primo partito politico di “massa”, il partito dei lavoratori, nel 1892. L’unica eccezione è stata il Partito nazionale fascista, come capì subito Gramsci (“Il fascismo si è presentato come l’anti-partito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri…”). Tutti gli altri partiti italiani – pre- e post-bellici – avevano un chiaro imprinting filosofico, un solido retroterra culturale: il partito liberale (liberalismo, cultura illuministica), il repubblicano (ideali risorgimentali e democratici), il socialista (marxismo), il social-democratico (marxismo revisionistico), la democrazia cristiana (cristianesimo sociale) ecc. Ogni leader di partito un tempo doveva confrontarsi con i classici del pensiero politico e filosofico. Guai, oggi, a parlare di illuminismo, di liberalismo, di socialismo: bizzarrie dei nostalgici di un passato che fu; roba che puzza di muffa, buona solo per qualche seminario accademico. Avanti tutta verso un radioso avvenire senza ideali! Ecco che si delinea un mondo perfetto per teste vuote e anime in pena.
Badate bene: nella “Seconda Repubblica” sono state annullate le identità e le culture politiche, non già i vecchi modi di far politica. Né è stata rinnovata la classe dirigente, transitata armi e bagagli dalla Prima Repubblica. Sicché il paradosso è che questo giacobinismo culturale, nocivo in sommo grado per la società civile, non ha rinnovato un bel nulla. Ha distrutto il vecchio – la parte migliore di esso, peraltro – senza costruire il nuovo. E’ stato – perdonatemi l’immagine forte – una chemioterapia impazzita che ha ucciso le cellule sane e lasciato in vita quelle malate: laddove non ci sono sapere, riflessione critica, idealità radicate in una tradizione di pensiero, il cancro della corruzione prolifera. Il moralismo senza cultura non è una risposta; l’onestà non è un programma politico. Il politico onesto, non avendo più una stella polare che lo orienti, cambia idea e posizione come una bandiera al vento. E’ così che la politica, depotenziata, è divenuta sempre più fiacca e imbelle. Ne hanno tratto vantaggio i poteri forti dell’economia, che ora spadroneggiano. Anche la regressione psico-politica che osserviamo – la lotta politica concepita come attacco personale, insulto, sfogo nevrotico, sfoggio della più crassa ignoranza – è dovuta a questo stato di cose.
L’ingenuo presupposto dei “rinnovatori” era il seguente: tempi nuovi generano problemi così inediti e inimmaginabili che le vecchie culture sono del tutto inadeguate non dico a risolverli ma addirittura a comprenderli. A conti fatti, poi, si è scoperto che l’essere umano può mutare pelle come i serpenti, ma non muta natura: i nostri primordiali istinti si ribellano a ogni tentativo di “mutazione antropologica”. I problemi delle comunità umane sono quelli di sempre: il rapporto problematico fra diritti e doveri (ancora attuali, su questo, le polemiche ottocentesche fra Mazzini e i marxisti; molto simili a quelle, in Inghilterra, fra Coleridge e i fautori a oltranza della Rivoluzione francese), il tema delle libertà (il fondamentalismo, religioso o laico, è una costante della nostra storia; così come lo è quello della concentrazione monopolistica del potere, politico o economico – Bobbio, in quell’opera straordinaria che è Politica e cultura, pubblicata per la prima volta nel 1955, squaderna riflessioni attualissime, che forse tali rimarranno per sempre: il politico di sinistra deve sforzarsi di conciliare la libertà liberale (intesa come non impedimento), la libertà democratica (autonomia della volontà) e la libertà socialista (potere di fare, realizzare in concreto); la questione della giustizia sociale e della coesistenza fra popoli e culture diverse (qui tutto il filone del marxismo revisionistico e del socialismo liberale ha ancora una sua validità); il problema della guerra, dello sfruttamento degli esseri umani e della distruzione del pianeta (viene subito in mente il cosmopolitismo illuministico, e l’ecologismo novecentesco). Problematiche ricorrenti si ripresentano ciclicamente, pur in forme e con intensità diverse, e noi ci siamo incaponiti a volerle affrontare ignorando gli insegnamenti della storia e tutto ciò che teorici e uomini d’azione hanno pensato o fatto prima di noi. Certo, ci sono novità assolute, all’alba di questo 21esimo secolo, quelle legate alle nuove tecnologie: l’automazione e le nuove tipologie di lavoro; la rivoluzione digitale e internet. Ma anche in questi casi le lezioni del passato possono far accendere qualche lampadina (un mondo robotizzato non vuole forse dire che vanno ripensati i diritti dei lavoratori e lo stesso Welfare? La presenza di potentati economici di nuovo tipo non chiama in causa la vecchia legislazione anti-Trust? La comunicazione, spesso debordante, su internet e le nuove forme di mobbing telematico non hanno già riproposto il tema antichissimo dei limiti da porre alla libertà di espressione?).

Edoardo Crisafulli

M5S. Lo schiaffo di Alde che non vuole l’alleanza

grillo-guy-755x515Colpo di scena sul fronte delle alleanze europee, dopo ore di battibecchi sull’entrata dei pentastellati nell’eurogruppo di Alde in Europa, è proprio la contro parte a non volere più l’accordo.
“Sono arrivato alla conclusione che non ci sono sufficienti garanzie di portare avanti un’agenda comune per riformare l’Europa” ha dichiarato l’ex premier belga e capogruppo dell’Alde, Guy Verhofstadt, aggiungendo che “non c’è abbastanza terreno comune per procedere con la richiesta del Movimento 5 Stelle di unirsi al gruppo Alde”. “Rimangono differenze fondamentali sulle questioni europee chiave”.
Prima dello stop ufficiale al Movimento, erano arrivate le parole delle eurodeputate francesi del Mouvement Démocrate (gruppo Alde) Sylvie Goulard e Marielle De Sarnez, che si erano dette contrarie a un eventuale ingresso del M5S nel gruppo. “Non c’è ancora una decisione del gruppo Alde – aveva detto Goulard – se ho capito bene anche Beppe Grillo è a favore della democrazia, quindi un po’ di democrazia anche dall’altra parte non fa male. Inoltre, non sono a favore perché non vedo come si può fare un compromesso tra persone che sono su posizioni così diverse”. “Vedremo – osservava ancora – sinora ci sono delegazioni nazionali, come Francia, Finlandia, Svezia e Danimarca, una parte dei tedeschi…io non ho l’impressione che sarà così facile. Può darsi che capiti, ma può darsi che non capiti”.
L’accordo sembrava certo, anzi, addirittura sottoscritto già il 4 gennaio. Tra i temi principali, sottolineati ieri nel post di Beppe Grillo, c’erano la “riforma dell’eurozona” oltre che “i diritti e libertà”. Inoltre stamattina sul blog di Grillo già le decisioni prese dopo il voto dei pentastellati: “hanno partecipato alla votazione 40.654 iscritti certificati. Ha votato per il passaggio all’Alde il 78,5% dei votanti pari a 31.914 iscritti, 6.444 hanno votato per la permanenza nell’Efdd e 2.296 per confluire nei non iscritti”. Il gruppo del Movimento 5 Stelle si iscriverà, dunque, ad Alleanza dei democratici e dei liberali per l’Europa, presieduto dal belga Guy Verhofstadt nel Parlamento europeo, lasciando il gruppo creato a inizio mandato con l’Ukip di Nigel Farage e altri raggruppamenti minori.

Cyber propaganda.
Il web, i “ghost” e il lato oscuro del M5s

beatrice-di-maio-jacopo-iacoboni-luca-lotti-2Beatrice di Maio. Un nome balzato improvvisamente agli onori della cronaca politica e che cela tanti dubbi. Dopo una denuncia del giornalista Jacopo Iacobini su “La Stampa” si è alzato un polverone che mette in dubbio dichiarata e urlata in piazza “honestà honestà” del Movimento Cinque Stelle.

Beatrice Di Maio, un nome dietro cui si nasconderebbe una vera e propria rete. Un profilo si presume falso, o per la precisione un ghost. Post su twitter che sfociano in reati come la calunnia, la diffamazione e il vilipendio del Presidente della Repubblica. Una bandiera “total” (la società petrolifera) accanto a quella italiana sul pennone del Quirinale e la faccia del presidente, Sergio Mattarella. Nonostante Mattarella non sia stato mai nemmeno sfiorato dall’inchiesta del petrolio in Basilicata (quello che ha portato alle dimissioni della Guidi non perché invischiata direttamente ma perché tirata in ballo da relazioni affettive private). E poi accuse di “mafiosità” per il presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Il tutto per il trionfo della regola-cardine del web: “Ciò che siamo capaci di rendere virale prima o poi diventa vero agli occhi di chi vogliamo convincere”, come spiega “La Stampa” nell’inchiesta intitolata “Ecco la cyber propaganda pro M5S”.

Dopo l’articolo, il sottosegretario della Presidenza del Consiglio Luca Lotti, ha denunciato Beatrice alla Procura di Firenze.

L’account sembra essere collegato a tutta una serie di account satelliti legati al Movimento Cinque Stelle. Un profilo monotematico con circa 14 mila followers.

Ernesto Carbone, della segreteria del Pd, commenta così la vicenda “Cyber account, calunnie, diffamazioni, vilipendio, algoritmi, hacker russi filo M5s. No, non è un film di fantapolitica, ma la politica inquinata messa in campo dalla Casaleggio associati ai danni dei tanti militanti onesti che hanno creduto nella buonafede di un movimento che si definiva spontaneo”.

“Cos’hanno a che vedere i profili gestiti dalla Casaleggio associati con hacker russi? Qual è il disegno che hanno in mente Grillo e Casaleggio ai danni della politica italiana e del nostro Paese? Chi c’è dietro la struttura che gestisce l’account chiave di Beatrice di Maio, non un troll qualunque ma un vero e proprio sistema di connessioni che alimenta un business pubblicitario importante?”. Queste le domande poste da Carbone.

“Grillo, Casaleggio, Di Maio, Di Battista, – conclude – raccontateci la verità. Per una volta professate quell’onestà di cui vi riempite la bocca. Se volete anche tramite il vostro famoso account. L’ultimo guadagno non ve lo nega nessuno”. L’ultima richiesta. La vicenda sarà anche tema centrale di una interrogazione parlamentare.

Ma esiste veramente una struttura che lavora con il compito di diffamare il Partito Democratico e le istituzioni della Repubblica? I cinque stelle replicano: ” Troviamo ridicolo che il sottosegretario Lotti e il principale partito di maggioranza dedichino tempo a vere e proprie stupidaggini, che nulla hanno a che vedere con il Movimento 5 Stelle. Il governo piuttosto che dedicarsi al cyber-onanismo pensi ai veri problemi del Paese: la disoccupazione, i problemi della sanità, il dissesto ambientale, la corruzione e la povertà”. Le parole dei capigruppo M5S di Camera e Senato Giulia Grillo e Luigi Gaetti.

Al di là della questione tutta da chiarire il problema sembra essere tutto interno al Movimento e obbliga i grillini a fare un “mea culpa”. La democrazia del web non funziona. Sembra profilarsi una sorta di clan, di vecchia massoneria. Il web è un luogo fortemente manipolabile ed è impensabile affidargli il compito gravoso di strumento democratico. La (falsa) regola dell’uno vale uno (che viene apertamente declinata da coloro la recitano a memoria in “vale uno solo”, cioè GrilloCasaleggio) sembra crollare. Un Movimento che nasce sull’idea che il web sia lo strumento idoneo a costruire la democrazia diretta assume sempre di più le sembianze di una democrazia eterodiretta.

Noi siamo per la presunzione di innocenza, regola aurea della civiltà giuridica, a differenza di Luigi Di Maio: “Non sono a favore della presunzione d’innocenza per i politici. Se uno è indagato deve lasciare” (ma non sempre questo automatismo è scattato in casa pentastellata: Nogarin a Livorno è indagato eppure è al posto suo). Si è urlato allo scandalo e alle dimissioni ogni qual volta un avversario politico ha ricevuto un avviso di garanzia o in molti casi è stato solo citato in qualche inchiesta. Ora nell’occhio del ciclone ci sono loro, e a parte fare spallucce (come nel caso delle firme false di Palermo) non sembrano dare risposte ai loro elettori.

Se Beatrice di Maio non fosse Beatrice e se fosse veramente il lato oscuro della cyber-democrazia si presenta un problema molto grave a cui il Movimento Cinque Stelle dovrà necessariamente dare delle risposte. La modernità pone sempre dei problemi che vanno affrontati. E il problema che la Rete pone a tutti (non solo ai pentastellati) è che essendo una realtà altamente manipolabile (e diffusamente manipolatrice) alla fine si trasforma nel mondo dei fantasmi e i fantasmi fanno paura perché nella loro immaterialità nascondono le nostre pulsioni meno confessabili. Abbiamo salutato nei giorni scorsi Tina Anselmi che provò a svelare i misteri della P2. Perché mai non dovremmo svelare quelli del Web? Perché mai in questo mondo virtuale devono aggirarsi minacciosamente (perché le parole e le diffamazioni gratuite sono peggio delle pietre) soggetti anonimi legati non si sa bene a chi e mossi non si sa bene da chi. Questa è la democrazia dei pupi in cui contano solo i pupari.

Il web ha bisogno di regole e di strutture che controllino l’applicazione di quelle regole perché una democrazia che non sia fondata sulla trasparenza, sulla lealtà, sul confronto a viso aperto e non attraverso un “ghost” è una democrazia malata. Ed essendo malata produce paradossi come quello di un partito che accusa Renzi di non avere la legittimazione popolare delle urne e poi è guidato da due signori che non hanno e non vogliono ricoprire alcun ruolo all’interno delle istituzioni (e quindi non hanno alcuna legittimazione popolare) pur muovendosi tra Milano, Genova e Roma per andare a sistemare una giunta là e una lista qua; semplici cittadini che da semplici cittadini dovrebbero comportarsi e non confondere ruoli e attività professionali. Il Web non è il luogo più sicuro del mondo: truffe, identità rubate, intromissioni abbastanza agevoli anche in sistemi complessi. A settembre è stato resa pubblica da Yahoo la violazione di cinquecento milioni di account; il passaporto di Michel Obama è apparso in rete al pari delle mail dell’ex segretario di stato Colin Powell.

La democrazia è cosa seria: i politici già la manipolano con i mezzi tradizionali, evitiamo di mettere a loro disposizione altri strumenti semmai più sofisticati; evitiamo di passare dalle vecchie massonerie con cappuccio e grembiulino, dalle logge coperte da un materassaio di Arezzo a quelle che non hanno bisogno di coprirsi con i metodi svelati dall’Anselmi perché al riparo dell’oscurità dei cunicoli insondabili (almeno per quelli che hanno una frequentazione quotidiana per semplici motivi di lavoro) della Rete. Che ci sia un problema è evidente, come hanno dimostrato anche le recenti elezioni americane e non solo per i presunti attacchi degli hackers russi (e il contrattacco di quelli americani) ma anche per l’insicurezza del voto elettronico che ha obbligato in alcuni casi a sospendere le operazioni.

La vera o falsa Beatrice Di Maio twitta: “La #satira grande dimostrazione, la più alta espressione, di #libertà e #democrazia”. Ma questa Democrazia, basata su falsi account in grado di inquinare il dibattito politico e di rendere virali vere e proprie menzogne che inquinano l’immagine delle istituzioni assicuriamo alla Signorina,o a chi per lei, non piace proprio a nessuno.

Per approfondire la questione ci siamo rivolti a un esperto che ci ha spiegato come funziona twitter e quali sono gli elementi che hanno fatto balzare il nome di Beatrice di Maio alle cronache.

LA RETE DI BEATRICE

-di FEDERICO MARCANGELI

L’account ha più di 14.000 followers, non moltissimi se consideriamo che i veri “big” della piattaforma viaggiano su numeri ben più alti.
Il problema relativo a Beatrice Di Maio appare legato alla rete che è riuscita a costruire intorno a sé.

Su Twitter, od in generale sui social network, una rete (o struttura) è un insieme di interazioni che un dato account (o, se preferite, una data persona) sviluppa. Si compone di vari aspetti: account seguiti, gruppi di cui fa parte, argomenti trattati, seguaci e reti di “amici”. Ognuno di noi ha una struttura sui social che, oltre a spiegare chi siamo, influenza i nostri contatti. Alla base dei sospetti su Beatrice Di Maio troviamo un’anomalia in questa rete, eccessivamente legata ad altre reti “anti-sistema” (anti-migranti, pro-trump ed altre). Senza entrare tecnicamente nell’analisi matematica, vi basti sapere che questi legami risultano essere anomali e portano a pensare ad una gestione dell’alto degli stessi. In altre parole: Beatrice Di Maio e gli account collegati potrebbero fare parte di una rete più ampia controllata da qualcuno. Lo scopo della rete sarebbe quello di influenzare le tendenze (o gli argomenti più trattati) online (sia di Twitter che di Facebook).

Valentina Bombardieri
Blog Fondazione Nenni

Referendum. Renzi: “Un voto sul futuro del Paese”

Renzi-riforme-aulaIl referendum “è sul futuro del paese e non sul mio”. Così Matteo Renzi, a Radio Anch’io, corregge la ricostruzione dell’incontro con gli industriali a Torino. E attacca direttamente Massimo D’Alema accusandolo di usare il “referendum per rientrare in partita. Vota no convinto di poter rappresentare il futuro”. E ancora: “E’ vero che D’Alema è contro ma questa non è una discussione dentro il Pdì”. Il referendum, scandisce, “non è un derby Renzi contro resto del mondo, è un derby Italia contro vecchia guardia” e “c’è un sacco di gente di centrodestra che voterà sì, ma anche di Grillo e della Lega”.

Chi vuole meno costi è chiamato ad un domanda secca. Si può discutere se i risparmi sono 50 o 500 milioni, io ho dedicato una trasmissione a dimostrare, calcolatrice in mano, che sono 500 milioni ma comunque nessuno mette in discussione che c’è una riduzione dei costi”.

In difesa di D’Alema interviene l’esponente della minoranza dem Gianni Cuperlo. “Attorno al tema del referendum costituzionale io vedo un clima generale che non aiuta. Sento toni e assisto a modalità di confronto che non dovrebbero essere questi e a me non piacciono”. “I toni sono quelli sbagliati, si può d’accordo o in dissenso con quelle motivazioni, ma va riconosciuto a D’Alema il tratto dell’uomo che difende le sue ragioni. Serve più rispetto”, ha aggiunto Cuperlo. “Mi auguro che i prossimi due mesi non vedano il protrarsi di questo clima, perché due mesi sono lunghi. Me lo auguro per il Paese”.

Intanto che ci si avvicina alla data de referendum, escono i primi sondaggi. Secondo l’Istituto Ixe’ che ha fatto una rilevazione illustrata ad Agorà (RaiTre), se si votasse oggi per il referendum costituzionale, andrebbe alle urne il 74% degli elettori Pd, il 58% del M5S, il 67% della Lega Nord e il 45% di Forza Italia. L’affluenza complessiva è invece al 50%. Nelle intenzioni di voto sì e no sono entrambi al 38%, con elettori Pd compatti per confermare la riforma costituzionale (73%) e quelli del M5S decisamente contrari (68%).

Per quanto riguarda il destino della legislatura Renzi ha affermato che queste sono valutazioni che “spettano al Presidente della Repubblica e al Parlamento, non al  sottoscritto”. Ad ogni modo, secondo l’inquilino di Palazzo Chigi “vincerà il sì  checché ne dicano tanti” in quanto adesso “il dibattito non  sarà più Renzi contro il resto del mondo ma futuro contro vecchia guardia. Non vorrei – ha però poi aggiunto – che  accada come nel Regno Unito quando il giorno dopo il  referendum la gente cercava su Google cosa fosse l’Ue, prima si è votato e poi la gente chiedeva cosa “.

Per il Sì voterà anche il governatore della Toscana, Enrico Rossi che però guarda alla frammentazione come un pericolo: “La frammentazione  del paese è stato un errore grave, si tratta di fare un cambio di passo e questa sfida servirà anche per rilanciare le Regioni stesse. La modifica dell’articolo 117 sposta verso il centro una sorta di competenze. E’ necessario correggere questo articolo perché abbiamo visto che è stato un errore. Le Regioni da sole, in molti casi, non ce la possono fare. Dividere il Paese in Regioni lo rende più fragile, soprattutto in realtà come il Mezzogiorno”. “Portare le Regioni dentro un Senato dove potranno dire la loro su alcune leggi fondamentali,  non credo sia un errore”.

Movimenti. Il Consolato Grillo-Casaleggio Jr

grillo_casaleggioContatti, telefonate, incontri, comizi, vertici riservati e adesso assemblee con i parlamentari del M5S. Quello che era atteso da alcuni mesi alla fine è arrivato. Beppe Grillo una volta edificava e amministrava i successi pentastellati con Gianroberto Casaleggio, adesso tesse le medesime iniziative con il figlio Davide. Il fondatore del M5S, assieme a Davide Casaleggio, ha incontrato a porte chiuse a Roma prima i senatori e poi i deputati cinquestelle. Grillo ha detto poche parole, ma significative, ai giornalisti sul senso delle riunioni con i parlamentari: «Io e Davide siamo sullo stesso piano». Ha precisato: «Verrò spesso a Roma, come faceva» Gianroberto Casaleggio, il cofondatore del M5S, morto lo scorso aprile.
Assieme al giovane Casaleggio, tra torte, candeline e spumante, ha festeggiato con i deputati il settimo compleanno dei cinquestelle: «Il Movimento compie 7 anni. Era il giorno di San Francesco del 2009 quando insieme a Gianroberto presentammo il programma allo Smeraldo di Milano».
È stata la consacrazione definitiva del consolato Grillo-Casaleggio jr., della doppia leadership nel M5S. Una volta la diarchia era tra il comico genovese e l’imprenditore informatico milanese. Ora Casaleggio junior è subentrato a Casaleggio senior. Davide, imprenditore informatico come il padre, è una persona riservata e, al contrario dell’effervescente Grillo, è di poche parole. A giugno, subito dopo il trionfo del M5S alle elezioni comunali, indicò la bussola che voleva seguire: «Non intendo candidarmi né fare politica in prima persona», ma «intendo occuparmi dello sviluppo delle applicazioni di democrazia diretta del Movimento 5 Stelle in Rete». È la stessa strada tracciata dal padre per rinnovare e democratizzare la politica italiana: un uso sapiente e ramificato della comunicazione su internet.
La prima consacrazione del consolato Grillo-Casaleggio jr. è avvenuta a fine settembre nella Festa “Italia a 5 Stelle” tenuta a Palermo. Il giovane timoniere della Casaleggio Associati (“Assistiamo i nostri clienti nella definizione della strategia digitale”) ha incitato i cinquestelle a “rimanere compatti” per lavorare “tutti insieme”.
In cima a tutte le preoccupazioni ci sono le spaccature che scuotono i grillini. In tre anni, dopo l’enorme vittoria riscossa nelle elezioni politiche del 2013, sono scoppiati durissimi scontri interni: molti cinquestelle sono stati espulsi o hanno detto addio. Il timore ora è di una frana elettorale per le troppe guerriglie interne. Ad innescare i timori è soprattutto la caotica vicenda di Roma. Virginia Raggi, pur eletta trionfalmente sindaca della capitale con il 67% dei voti, stenta a governare per difficoltà politiche, economiche e giudiziarie. La sua giunta, a quattro mesi dal voto, è semiparalizzata da una raffica di dimissioni causate anche da violenti scontri interni al M5S capitolino.
Di qui i martellanti e ripetuti inviti all’unità lanciati anche da Grillo. Il garante del 5 Stelle ha ammesso “qualche piccolo errore”, ma ha sollecitato i militanti e gli elettori a restare “compatti” per far vincere il “no” al referendum del 4 dicembre sulla riforma costituzionale del governo. Ha definitivamente archiviato “il passo di lato” compiuto due anni fa tornando ad esercitare una piena leadership carismatica. A fine settembre c’è stata la svolta: «Se devo fare il capo politico lo farò» perché «io voglio stare con il M5S fino alle elezioni e vincerle». Così il M5S è sempre più centralizzato.
Grillo, assieme a Casaleggio, assume la guida dei cinquestelle, mettendo in un canto il direttorio composto da cinque giovani deputati (Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Roberto Fico, Carla Ruocco, Carlo Sibilia) da lui proposto due anni fa e votato sul web dal 91,7% degli iscritti.
Tuttavia è proprio la scarsa democrazia interna, la poca trasparenza delle decisioni a far scoppiare i contrasti. I dissidenti hanno contestato e contestano le scelte prese da ristretti vertici. L’ultimo clamoroso addio è di Federico Pizzarotti, sindaco di Parma dal 2012, la prima grande città conquistata dal M5S. Pizzarotti, sospeso dal M5S alcuni mesi fa, ha preso la decisione di andarsene dopo lunghi e duri scontri: «Da uomo libero non posso che uscire», adesso «lascio un Movimento che è cambiato». Le decisioni sono prese dal M5S nelle “stanze chiuse”.
Sono volati gli stracci. Grillo ha ironizzato: «Arrivederci Pizza, ciao» e «spero che si goda i suoi quindici minuti di celebrità». Il sindaco di Parma ha replicato: Grillo è «freddo e distaccato, distante e oserei dire quasi inumano». Alla prossima puntata.

Rodolfo Ruocco

Renzi e Delrio: l’Italicum sta bene così

Renzi DelrioSecondo alcuni commentatori, le recenti dichiarazioni, dirette o riportate (vedi ieri) del Presidente del Consiglio Matteo Renzi, più che una presa di posizione sulla materia incandescente della legge elettorale – in vigore da oggi – e del referendum di ottobre, erano un ballon d’essai, una prova per saggiare le reazioni di alleati e oppositori, interni ed esterni.

Tra le reazioni utili si citano le dichiarazioni dei pentastellati in direzione del mantenimento dell’Italicum per loro assai più conveniente di qualunque altra possibile legge elettorale, e di autorevoli esponenti vicini a Berlusconi come Gianni Letta e Felice Confalonieri per la riapertura del Patto del Nazareno. Comunque sia oggi Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture, in un’intervista al Corriere della Sera, ha ribadito la posizione di Renzi spiegando che anche a volerla cambiare, sarebbe assai difficile trovare i numeri per farlo, non mettendo ovviamente nel conto Forza Italia.
“L’Italicum è un’ottima legge che garantisce governabilità. Se qualcuno vuole cambiarla e proporre una legge migliore, lo faccia. Ma a pochi mesi dal referendum, mi pare un esercizio molto complicato trovare una maggioranza”. “Per me – aggiunge – si può discutere di tutto, ma faccio presente che questa legge è stata confezionata dopo numerose riunioni e passaggi parlamentari. Garantisce governabilità e aiuta a capire chi si assume la responsabilità. Per noi è il miglior punto di equilibrio”. Delrio difende punto per punto le caratteristiche della legge elettorale: “Il premio alla lista è nella logica della semplificazione dei partiti e del no al ricatto dei piccoli”. Quanto all’idea che il Movimento cinque stelle possa essere avvantaggiato da un simile sistema il ministro osserva che “siamo sempre stati contrari a leggi ad personam o ad utilitatem del partito: bisogna avere senso delle istituzioni, anche quando le cose non convengono del tutto”.

Intanto i sondaggi continuano a indicare una crescita continua dei consensi per il Movimento di Grillo e una parallela discesa per quelli al Pd. Inoltre Luigi Di Maio avrebbe superato, quanto a popolarità, anche lo stesso Matteo Renzi. Insomma un quadro che confermerebbe in pieno le previsioni di una vittoria del M5s con una legge elettorale che sembra a questo punto confezionato più per Grillo che non per Renzi.

Sondaggio Demos Repubblica 01072016

Sondaggio Demos Repubblica 01072016

Le recenti elezioni amministrative – scrive il quotidiano La Repubblica pubblicando un sondaggio Demos – hanno lasciato il segno. In caso di elezioni politiche Demos attribuisce al MoVimento oltre il 32% dei voti, il 5% in piu’ rispetto all’ultima rilevazione condotta ad aprile, mentre il Pd si fermerebbe al 30,2% in leggero rialzo rispetto a due mesi fa (30,1%) ma con un distacco maggiore rispetto ai grillini. Male Lega e Forza Italia, entrambe poco sotto il 12%, mentre tutti gli altri partiti ‘arrancano’ per toccare quota 5% (tranne Sinistra italiana che si attesta al 5,4%).
Una fotografia che “il Pd e il M5s intercetterebbero, insieme – spiega Ilvo Diamanti sul quotidiano romano – quasi i due terzi dei voti mentre il rimanente terzo degli elettori appare diviso e frammentato”. Ma la nota più interessante riguarda le ‘proiezioni’ in caso di ballottaggi che vedrebbe i Cinquestelle vincere staccando largamente gli inseguitori del Pd prevalendo di quasi dieci punti.

Sondaggio Demos Repubblica 01072016

Sondaggio Demos Repubblica 01072016

Per quanto riguarda la fiducia sui leader il gradino più alto viene occupato da Luigi Di Maio (con il 41%), seguito da Renzi (stabile al 40%) e dal rieletto de Magistris (sempre 40%) con Beppe Grillo che li tallona con il suo 38%. Salvini (36%), Berlusconi (32%) e Alfano (28%) chiudono la speciale classifica rispecchiano il periodo di ‘magra’ del centrodestra.

“Si può anche cadere nel burrone perché si deve completare la corsa. Il suicidio – come scrive il Direttore nel suo fondo di oggi – in politica è arte rara. Ma non inconsueta. Il centro-destra approvò il Porcellum e perse le elezioni del 2006 che col Mattarellum avrebbe vinto”.