Articolo 18, il M5S tradisce i suoi elettori e vota contro

di maio caffèPer anni si erano dichiarati paladini dei lavoratori e avevano giurato di smantellare il Jobs Act di Renzi, ma ora il M5S cambia linea proprio sull’articolo 18. I parlamentari di Leu, che avevano presentato l’emendamento per la reintroduzione dell’articolo 18 si sono visti bocciare l’emendamento proprio dai 5 stelle, che è stato quindi respinto con 317 no, 191 astensioni e i soli 13 voti a favore della pattuglia di deputati di Leu.
Eppure proprio l’attuale ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, a dicembre nel suo tour elettorale in Lombardia era intervenuto anche su questioni economiche e che riguardano le politiche del lavoro: “Vogliamo abolire il Jobs Act, crediamo che sotto i 15 dipendenti non serva l’articolo 18, perché in quel caso le imprese sono a conduzione familiare, i cui imprenditori sono anche dipendenti e i dipendenti fanno parte di questa famiglia. Sopra i 15 dipendenti invece vogliamo ripristinarlo”.
Mentre qualche anno fa, sempre il Vicepremier Di Maio, affermava: “Articolo 18? I sindacati storici sono i principali responsabili dello smantellamento dei diritti dei lavoratori”. Ma proprio oggi a presentare l’emendamento è stato l’ex leader della Cgil, Guglielmo Epifani, che dopo il voto esprime il suo rammarico. “Una occasione persa per ridare veramente dignità ai lavoratori e alle lavoratrici”. “Per noi – prosegue Epifani – la proposizione della tutela reale nel caso dei licenziamenti illegittimi risponde a un doppio risarcimento intellettuale e morale. Per 20 anni ci è stato detto che l’art.18 frenava i contratti a tempo indeterminato e gli investimenti. Tolto quel diritto però non sono aumentati né i contratti né gli investimenti. È bene prendere atto che quella narrazione non era e non è vera. E’ necessario tornare a difendere meglio la dignità dei lavoratori che vengono licenziati in modo illegittimo. E sicuramente il cosiddetto DL Dignità non lo fa”, conclude Epifani.
Immediata la reazione del Pd, che “prende atto che M5S e Lega lasciano intatto il Jobs act voluto e attuato dai governi Renzi e Gentiloni. E lo fanno dopo che per tutta la campagna elettorale hanno detto che lo avrebbero abolito e reintrodotto l’articolo 18″, come ha detto la capogruppo in commissione Lavoro, Debora Serracchiani.
Ma Di Maio si difende e sostiene che il governo pentastellato stia “tutelando il lavoro dagli abusi e le imprese dalla concorrenza sleale di chi prende i soldi pubblici e poi scappa”. E sostiene che l’obiettivo del Governo “è portare il provvedimento a casa, quello delle opposizioni è modificarlo, il punto di incontro è fare un buon risultato”.

La Direzione Pd sceglie tra assemblea e congresso

sede pd nazareno

“Io non mi candido a fare il segretario del Pd. E’ un buffone chi dice che vuole fare il segretario dopo tre giorni dall’iscrizione al partito e io non voglio fare la figura del buffone”. Lo ribadisce Carlo Calenda, parlando coi militanti dem nella sede storica Pd in via dei Cappellari. “Non ci sarà più una persona decisiva – ha ribadito –  O la riscossa parte dagli iscritti, dalla base o non ci sarà”. Parole dette alla vigilia della Direzione del Pd in agenda per lunedì prossimo alle 15. Le dimissioni del segretario Matteo Renzi sono ufficializzate. Ora il punto per il Pd è parlare del dopo con un segretario eletto in assemblea o con un congresso: tertium non datur, spiegano fonti del Partito democratico che fanno presente come parlare di reggente, oggi, non sia appropriato. E questo alla vigilia di una direzione che dovrà decidere il percorso post voto. Con i precedenti, quelli delle dimissioni di Walter Veltroni, prima, e di Pier Luigi Bersani, gli scenari sono stati o quello di un voto in assemblea o di un congresso.

Anche Guglielmo Epifani, chiamato impropriamente ‘reggente’ durante la sua segreteria, fu eletto dall’assemblea con l’85 per cento dei consensi, 458 voti su 534. Correva l’anno 2013 e, poco dopo si sarebbero celebrate le primarie che avrebbero incoronato Matteo Renzi. Allo stesso modo fu eletto, nel 2009, Dario Franceschini, succeduto a Walter Veltroni.

Nei giorni scorsi si era parlato di Maurizio Martina, ministro dell’agricoltura e vice segretario del Pd, come ‘reggente’, ma il termine più appropriato sarebbe quello di ‘traghettatore’, con il compito di portare il partito ad eleggere il nuovo segretario. L’unica differenza tra un segretario eletto dall’assemblea – che eventualmente si terrebbe nel mese di aprile – e uno scelto con le primarie è che, nel primo caso, la scadenza del mandato sarebbe quella naturale del congresso, ovvero nel 2021. Nel secondo caso, invece, il mandato del segretario durerebbe i quattro anni previsti dallo Statuto. Favorevole a una soluzione assembleare sembra essere l’area vicina al segretario dimissionario, Matteo Renzi, nella quale si registra grande fermento, con numerosi esponenti di spicco che fanno sempre più spesso il nome del ministro alle Infrastrutture e Trasporti, Graziano Delrio. Se l’ipotesi, ancorché remota, dovesse concretizzarsi, non di traghettatore si tratterebbe – sottolineano fonti parlamentari – ma di un segretario forte, capace di restare in carica per l’intero mandato. Ipotesi di più basso profilo, al contrario, aprirebbero la strada a un congresso anticipato, da tenersi nel 2019.

Ad offrire nuovi argomenti per il confronto interno, c’è stata anche la ‘discesa in campo’ di Nicola Zingaretti, presidente del Lazio fresco di riconferma che, sulle pagine di Repubblica, ha fatto saper di essere “pronto per correre alle primarie del Pd”. Una accelerazione ben accolta dalla minoranza dem che, con il ministro Andrea Orlando, la definisce una “buona notizia per il Pd”. Più fredde le reazioni di alcuni esponenti renziani che sospettano si possa trattare di una mossa per evitare l’elezione di un segretario di peso e nel pieno delle sue prerogative già all’assemblea di aprile, per andare alle primarie tra un anno. Nel gruppo dirigente del Pd, tuttavia, c’è anche chi invita a mettere da parte il dibattito sui nomi, “per rimettere insieme i cocci e dare mandato a chi per funzione, cioè a Maurizio Martina, ha il compito di riemettere insieme una comunità stordita, definendo un percorso di ricostruzione del nuovo centro sinistra, portandola all’opposizione”, viene spiegato. “Poi Nicola è un’ottima persona, per carità, ma calma e gesso”.

Intanto c’è già chi, come il ministro Minniti, ha lanciato l’allarme per il quale “adesso per la prima volta il Pd rischia di scomparire”. Parole amare e preoccupate con il ministro degli interni ha parlato a la Stampa. “Queste elezioni – ha detto – rappresentano una sconfitta storica per la sinistra. Il colpo subito dal Pd con un risultato poco sopra il 18% diventa ancora più sconvolgente se lo guardiamo da vicino”.

CHIESTA LA FIDUCIA

Il timore dei voti segreti spinge la maggioranza trasversale che sostiene il Rosatellum 2.0 a chiedere al Governo di porre la fiducia alla Camera. E in Aula scoppia il caos. La ministra per i Rapporti con il Parlamento ha fatto fatica a parlare tra grida, urla e proteste, soprattutto da parte dei 5 Stelle. Alcuni deputati si sono anche avvicinati ai banchi della presidenza e del governo. Finocchiaro, nell’annunciare la fiducia, ha specificato in Aula che viene essa posta sugli articoli 1, 2 e 3 del testo base della legge elettorale. Si svolgeranno quindi tre diversi voti di fiducia. Le prime due si svolgeranno mercoledì a partire dalle ore 15.45. La terza ed ultima fiducia si voterà invece giovedì, mattina, poi i voti senza fiducia con l’esame degli emendamenti e di seguito i voti sugli ordini del giorno nel pomeriggio di giovedì e infine, entro la serata di giovedì il voto finale sulla legge elettorale.

Fonti di maggioranza confermano che l’iter della legge elettorale sarà rapido e si punta ad avere l’ok finale da parte del Senato prima della sessione di Bilancio. Quindi, l’intenzione, sembra, è quella di porre la questione di fiducia anche nel passaggio a palazzo Madama, per incassare il via libera definitivo entro il mese di ottobre.

Una scelta a cui Paolo Gentiloni si sarebbe sottratto volentieri memore anche delle polemiche che si trascinarono a lungo dopo l’approvazione dell’Italicum con voto di fiducia. Con il voto di fiducia cadano automaticamente tutti gli emendamenti ed avita alla maggioranza di incappare in qualche scivolone, sempre dietro l’angolo, nel corso delle votazioni segreti. Infatti ieri sera vagliando i circa 200 emendamenti, i capigruppo di Pd, Fi, Lega e Ap hanno constatato che si andava incontro a circa 100 possibili voti segreti; molti dei quali sarebbero stati evitati con due emendamenti “canguro” presentati da Pd e Ap. Ma per evitare ogni rischio, su input anche del segretario Dem Matteo Renzi, i capigruppo della maggioranza di governo si sono decisi a puntare alla fiducia. Un incontro con gli esponenti di Mdp per chiedere di rinunciare ai voti segreti sugli emendamenti era infatti finito in malo modo.

“Abbiamo costruito questo provvedimento con un consenso larghissimo e chi oggi contesta” il testo della nuova legge elettorale “chiedendo il proporzionale, sono gli stessi che hanno affossato il modello tedesco, un modello proporzionale” ha detto Ettore Rosato, capogruppo Pd e ‘padre’ del Rosatellum bis. Da Rosato poi arriva un ringraziamento a Gentiloni “per aver accolto la richiesta delle forze di maggioranza e aver acconsentito attraverso lo strumento regolamentare della fiducia di superare l’impasse di oltre 100 voti segreti”.

Ma scoppia il putiferio con i partiti contrari alla fiducia che promettono subito battagli con tutti i mezzi. “Al Pd non è bastato imporre con la fiducia una legge elettorale, l’Italicum, affondata subito dopo dagli elettori col referendum sulla riforma costituzionale. Adesso ci riprovano” affermano i capigruppo di Sinistra Italiana Giulio Marcon e Loredana De Petris. Dai banchi dei 5 Stelle, che domani scenderanno in piazza forse anche con Grillo, sono state lanciate rose rosse nel momento in cui il governo ha posto la fiducia. E il pentastellato Fico mette in guardia il governo sui possibili franchi tiratori nella maggioranza.

Una decisione che allarga ancora di più la spaccatura tra il Pd e Mdp. “Le nostre strade si separano definitivamente”, dice Alfredo D’Attorre annunciao la decisione del gruppo di votare contro la fiducia e contro il provvedimento. “Gentiloni non ha più la nostra fiducia, oggi si è creato un vulnus inaccettabile”, afferma Guglielmo Epifani. La decisione di porre la questione di fiducia sulla legge elettorale allontana ancor di piu’ Mdp dalla maggioranza. “Da domani cominciamo a votare contro il Senato”, annuncia Epifani. Malessere sul ricorso alla fiducia anche tra i pisapiani. “Hanno sbagliato, così si complica qualsiasi tentativo di confronto futuro con il Pd”.

Opposto il parere di Fabrizio Cicchitto di Ap: “Il ricorso al voto di fiducia rientra nella tecnica parlamentare e così la richiesta di voto segreto, mossa e contromossa come nel gioco degli scacchi. Comunque nel voto finale, a nostro avviso, ci può essere la richiesta di voto segreto. In tutto questo c’è solo una battaglia parlamentare, nessun colpo stato o operazione autoritaria per cui le manifestazioni in piazza sono un inizio di campagna elettorale non una mobilitazione contro un golpe inesistente”.

“La legge elettorale in discussione alla Camera – dichiara l’esponente del Psi Maria Cristina Pisani e portavoce del Forum Nazionale dei Giovani – è l’ultima occasione che abbiamo per innovare le procedure di voto, per offrire ai ragazzi e alle ragazze fuori sede l’opportunità di votare nelle città in cui studiano o lavorano senza costringerli ad affrontare lunghi viaggi, anche dispendiosi, per esercitare un proprio diritto”. “E’ quello che abbiamo ribadito anche oggi alla Camera – aggiunge Pisani – insieme a tante associazioni. Chiediamo al Governo di superare le resistenze, al Parlamento di delegare il Governo ad affrontare la questione già per le prossime elezioni politiche. I dati Istat sull’astensionismo sono allarmanti”. “L’early vote puo’ essere uno strumento per rinsaldare il rapporto tra giovani e istituzioni. C’è un emendamento alla Camera che se approvato consentirebbe di superare le difficoltà. È un’enorme opportunità per l’intero Paese. Esistono esempi lampanti dell’efficacia del sistema, in Danimarca, il 5% della popolazione residente vota grazie all’early vote, in Germania il 25% della popolazione per posta. Non possiamo negare ai nostri ragazzi – conclude la Portavoce del Forum – di scrivere con le loro mani il proprio futuro”.

Governo e Pd. Gentiloni naviga a vista

gentiloni-uscitaPaolo Gentiloni parla poco, anzi pochissimo. La riservatezza è un tratto peculiare del suo carattere, ma c’è anche un’esigenza politica. Il presidente del Consiglio, da quando a dicembre ha sostituito Matteo Renzi a Palazzo Chigi, guida un governo di transizione che deve evitare sempre nuovi scogli pericolosi. È una navigazione sempre più difficile, a vista.
L’ultimo scoglio, solo in ordine di tempo, è la scissione del Pd. Roberto Speranza, Enrico Rossi, Pier Luigi Bersani, Vasco Errani, Guglielmo Epifani, Massimo D’Alema, hanno lasciato il partito dopo un lungo travaglio, aprendo la strada alla nascita dei gruppi parlamentari della “nuova formazione politica” di sinistra.
Il colpo è duro. Il Pd perderà una ventina di deputati e quasi quindici senatori, così calerà la maggioranza sulla quale può contare Gentiloni in Parlamento. Cresce il rischio di naufragio del governo. I fuoriusciti al Senato (nel quale l’esecutivo conta su una maggioranza risicata) sembrano orientati a votare anche la fiducia al governo, cosa che non farebbero alla Camera (nella quale il ministero ha un ampio margine). Tuttavia per Gentiloni aumentano i motivi per non dormire sonni tranquilli.
Il presidente del Consiglio a dicembre, nella conferenza stampa di fine anno, ha confermato l’intenzione di muoversi con cautela: «Il governo c’è finché c’è la fiducia della sua maggioranza». Ora però la maggioranza si è ridotta, è mutata sia dal punto di vista numerico sia dal punto di vista dell’identità e delle scelte politiche. Speranza e Bersani hanno già anticipato che chiederanno al governo delle “correzioni di rotta” per affrontare “il disagio sociale” e per tutelare giovani, lavoratori, pensionati e Sud colpiti dalla crisi economica.
È voluminoso il fascicolo dei problemi aperti per il presidente del Consiglio. Sul fronte politico la Lega Nord e il M5S, dall’opposizione, chiedono immediate elezioni politiche anticipate mentre il Pd sta preparando un suo turbolento congresso (Michele Emiliano ed Andrea Orlando sfideranno Renzi per la segreteria). Sul fronte economico ci sono da affrontare tanti temi delicati: l’anemica crescita, la debolezza finanziaria delle banche per i crediti deteriorati, le pressanti richieste della commissione europea di una manovra economica correttiva per ridurre il deficit pubblico. Infine c’è la questione esplosiva ed eterna della riforma elettorale, dopo la bocciatura di parte dell’Italicum ad opera della Corte costituzionale.
L’economia rischia di essere il tema più insidioso. La Ue ha chiesto una manovra aggiuntiva di 3,4 miliardi di euro, lo 0,2% del reddito nazionale, altrimenti scatteranno pericolose sanzioni per l’Italia. Si è parlato di taglio delle spese, di recupero dell’evasione fiscale, dell’aumento delle imposte indirette sulla benzina e sulle sigarette. L’estenuante trattativa tra Roma e Bruxelles per raggiungere un’intesa ancora è in corso. Gentiloni si è limitato a dire: «Faremo la correzione di conti senza manovrine depressive».
Il governo, dopo il colpo della scissione del Pd, cerca di tenere la rotta. Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al “decreto correttivo” al codice degli appalti per assicurare trasparenza e rapidità delle procedure e ha approvato cinque decreti attuativi della riforma Madia della pubblica amministrazione. Gentiloni ha difeso l’esecutivo respingendo le critiche: «Al di là delle discussioni sulla velocità delle riforme, il governo prosegue nel suo cammino. Lo ha fatto con decisioni molto rilevanti, dalla tutela del risparmio alla sicurezza urbana fino all’immigrazione».
Il presidente del Consiglio deve fare i conti soprattutto con Renzi, suo amico, suo sponsor per Palazzo Chigi. L’ex presidente del Consiglio in corsa per riconquistare la segreteria del Pd non vuole sentire parlare di nuove tasse, anche perché a giugno si voterà per rinnovare i sindaci di alcune importanti città: «I 3,4 miliardi si recuperano non aumentando le accise, ma con un disegno che permetta all’Italia nei prossimi mesi di continuare a sostenere la crescita».
Non solo. Renzi preferirebbe aprire le urne per le politiche il prima possibile, senza aspettare la fine della legislatura tra un anno. Al ‘Corriere della Sera’ l’ha messa così: «Il punto è se votare a giugno o a febbraio del 2018…Si vuole andare avanti? Siamo pronti, se si riterrà che serva».
Rischia di prodursi una incredibilmente anomala politica: Renzi assieme a M5S e Lega Nord per le elezioni anticipate; scissionisti del Pd, Sinistra Italiana, Forza Italia, centristi della maggioranza favorevoli alle urne nel 2018. Instabilità politica e crisi economica possono costituire due scogli invalicabili per l’ex sindaco di Firenze.

Rodolfo Ruocco

Pd. Guerra fredda e “Cosa Rossa”, 48 ore per decidere

pd scissione“È come quei film intellettualoidi che uno esce dal cinema senza aver capito come è andata a finire”. È questo il commento di Chicco Mentana e che meglio riesce a rappresentare i ‘giochi’ e gli scontri in casa Pd di questa domenica. Dopo quasi sette ore di dibattito, nessun fatto certo, e Michele Emiliano ha riaperto la partita, mettendo sul piatto la proposta di un accordo che, a suo dire, sarebbe vicino. Tuttavia però lo scontro si è riaperto sulla carne viva di una scissione, anche se restano ancora 48 ore per decidere. Intanto la politica infetta l’economia. Standard and Poor’s scrive nel rapporto sull’Italia “A stronger eurozone economy, despite higher volatility on bond markets”. Insomma: “L’economia italiana sembra alle prese con una debolezza strutturale di crescita e inflazione che permette al partito populista del ‘Movimento 5 Stelle’ di sostenere che lasciare l’euro possa risolvere i problemi dell’economia del Paese”. L’Italia è invischiata in uno stallo politico, in una situazione che potrebbe trasformare il 2017 in un anno perso per quanto riguarda le riforme, di cui il Paese ha bisogno.
Nel frattempo si scaldano i motori della nuova “Cosa Rossa”, la linea e l’eventuale nuovo Partito della minoranza e degli scissionisti, dove ci sono nomi di peso, fra cui due governatori in carica come Michele Emiliano ed Enrico Rossi, due ex segretari nazionali come Pier Luigi Bersani e Guglielmo Epifani, un ex segretario della Cgil (lo stesso Epifani), un ex primo ministro (Massimo D’Alema) e un ex capogruppo alla Camera, Roberto Speranza. In tutto 60 parlamentari con un bacino di preferenze concentrato soprattutto al Sud che secondo il presidente del coordinamento del no al referendum di dicembre, Guido Calvi, prenderebbe molti di 6 milioni di voti per il no arrivati dal Pd.
Oltre che dai fuoriusciti del Pd, il nuovo gruppo sarebbe formato anche da alcuni parlamentari dell’ex Sel, ora diventata Sinistra Italiana (Si), e conterebbe una cinquantina di deputati e 15-20 senatori.
Neppure Renzi intende “staccare la spina” al governo approfittando della scissione, ha detto una fonte dell’esecutivo, ma ha avvertito che il pericolo potrebbe venire, nei prossimi mesi, dall’Ncd del ministro degli Esteri Angelino Alfano, nel caso in cui il centrodestra si ricompattasse attorno a Silvio Berlusconi, che sta cercando di costruire una nuova alleanza anche con Lega ed ex An.
ma il fronte degli scissionisti ha avvertito che appoggerebbe comunque Gentiloni e in una nota unitaria Emiliano, Rossi e Speranza attaccano l’ormai ex segretario: “Anche oggi nei nostri interventi in assemblea c’è stato un ennesimo generoso tentativo unitario. È purtroppo caduto nel nulla. Abbiamo atteso invano un’assunzione delle questioni politiche che erano state poste, non solo da noi, ma anche in altri interventi di esponenti della maggioranza del partito. La replica finale non è neanche stata fatta. È ormai chiaro che è Renzi ad aver scelto la strada della scissione assumendosi così una responsabilità gravissima”. Il vice segretario Lorenzo Guerini si dice “esterrefatto e amareggiato” perché “chiunque abbia seguito il dibattito della assemblea nazionale si è potuto rendere conto che esso andava in tutt’altra direzione, intervento dopo intervento. Segno che questa presa di posizione, del tutto ingiustificata alla luce del confronto odierno nel Pd, era evidentemente una decisione già presa”. Toni che allontanano una volta di più le parti, ma che ancora non segnano la parola fine al tentativo di tenere unito il partito. Da parte della maggioranza, spiega una fonte renziana, c’è ancora “disponibilità piena a fare la conferenza programmatica, mentre sui tempi siamo distanti”. “Il congresso si concluderà prima delle amministrative”, ribadisce la vice segretaria Debora Serracchiani. “Renzi può arrivare al massimo a fare le primarie il 7 maggio, più in là non si può andare”, spiega un parlamentare renziano. Bisogna vedere se per il candidato-governatore sarà sufficiente. “Martedì daremo vita alla commissione congresso, in direzione, – conclude un renziano – e vedremo chi accetta di entrare e chi no”.
Intanto Renzi non demorde e ha detto che intende ricandidarsi e i sondaggi della scorsa settimana tra gli elettori Pd lo danno nettamente in testa. Sempre l’ex presidente del Consiglio riferendosi all’assemblea commenta: “È andata benissimo. Ora il congresso entro maggio e il voto a settembre”. C’è già anche una data per le primarie: 7 maggio. La rotta è segnata, ma restano altre due tappe per non far naufragare il Partito. Un primo appuntamento per capire se la scissione passerà dagli annunci ai fatti, è già domani, quando nel pomeriggio si riunisce la direzione del Pd, per nominare la commissione che dovrà fissare regole e data del congresso e delle primarie per l’elezione del nuovo segretario. I tre principali sfidanti di Renzi, l’ex capogruppo alla Camera Roberto Speranza, il presidente della Puglia Michele Emiliano e Rossi non hanno ancora deciso se parteciperanno alla riunione della direzione, né se entreranno nella commissione che dovrà fissare il congresso. “Se non succede qualcosa di clamoroso entro 48 ore, siamo fuori”, dice una fonte vicina all’ex segretario Pd Pier Luigi Bersani.

Ultimo tentativo per cercare di ricucire i rapporti è quello del Guardasigilli, Andrea Orlando, che domani inaugura il blog “Lo stato presente”, intervenendo ad Agorà su RaiTre, lancia un appello: “Non mi pare serva mettere altri candidati alla segreteria in lizza. La questione non è che non hanno un candidato. Ne hanno anche troppi. Se la mia candidatura impedisse la scissione, sarei già candidato. Non ho capito quale sia il problema in questo passaggio…”.

“Noi – ha aggiunto – abbiamo troppo concentrato la nostra attenzione sulle persone. Se le forze politiche stanno insieme solo su un leader e non su un programma alla prima curva rischiano di ribaltarsi. Dobbiamo dire prima di tutto come riposizioniamo il Pd dopo la sconfitta al referendum del 4 dicembre”.

La Camera ricorda Lelio Lagorio, ‘Granduca’ socialista

lelio lagorioIn un momento in cui l’Europa vede affacciarsi il rischio di una frammentazione, la Camera ha deciso di ricordare uno dei socialisti che meglio ha saputo rappresentare non solo l’Italia, ma anche l’Europa.

Lelio Lagorio infatti fu il primo socialista italiano eletto Vice-Presidente dell’Unione dei partiti socialisti della Comunità Europea .

La vicepresidente della Camera, Marina Sereni, ha commemorato Lelio Lagorio nel trigesimo della scomparsa dell’esponente socialista. Erano presenti in tribuna una delegazione del PSI Toscana, i familiari e Riccardo Nencini. Dopo un minuto di silenzio osservato dall’Aula è intervenuta Pia Locatelli. Successivamente sono intervenuti i rappresentanti dei Gruppi parlamentari, Guglielmo Epifani per il PD, Simone Baldelli per Forza Italia, Fabrizzio Cicchitto per NCD e Gianni Melilla per SI-SEL, che hanno ricordato la figura dell’ex ministro socialista.
“Nella vita del socialista Lelio Lagorio la politica ha contato sempre molto e non c’è dubbio che abbia vissuto la sua militanza nelle fila del Partito Socialista Italiano con grande passione, partecipazione e con una profonda e originale elaborazione dei contenuti”. Così esordisce la capogruppo del Psi, Pia Locatelli nel ricordare la grande figura di Lagorio.
“Come primo socialista a guidare il ministero della Difesa lasciò un’impronta decisa che gli valse un unanime riconoscimento, sia nella gestione del dicastero lanciando l’iniziativa delle ‘caserme aperte’ per celebrare la Festa della Repubblica riavvicinando la cittadinanza agli uomini in divisa, sia dando un contributo essenziale alla svolta che portò alla fine della Guerra Fredda”. Dice la deputata socialista che spiega: “Mi riferisco alla vicenda della dislocazione degli euromissili, in Italia, in Gran Bretagna e nella Germania ovest, una decisione che consentiva alla Nato di rispondere efficacemente alla pressione che Mosca stava esercitando con lo schieramento dei missili SS20 ai confini europei”. “Una scelta – precisa Locatelli – che contribuì a riportare i sovietici al tavolo delle trattative fino alla firma del Trattato INF tra Reagan e Gorbaciov nel 1987 a Washington. Una decisione che in Italia, come nel caso della scala mobile, fu aspramente contrastata dal Pci, ma che consentì al nostro Paese, di assumere un più alto e netto profilo internazionale”.
“La storia del Psi è gloriosa e non può essere infangata da nessuno. Rappresenta uno dei momenti più alti della cultura politica e istituzionale della Repubblica italiana”. L’elogio al Psi in aula alla Camera proviene da Gianni Melilla, deputato di Sinistra Italiana, commemorando Lelio Lagorio, ex ministro della Difesa e capogruppo socialista, scomparso il 7 gennaio scorso. Presente in tribuna a Montecitorio la famiglia del ‘Granduca’ socialista toscano.
Anche Fabrizio Cicchitto (Ncd) ricorda che “Craxi e Lagorio furono decisivi per l’installazione dei Pershing e dei Cruise, evitando così la ‘finlandizzazione’ dell’Europa”. Guglielmo Epifani (Pd) rimarca che Lagorio “aderì al Psi nel 1955, dopo essere stato assistente di Calamandrei. Vicino alle posizioni autonomiste di Nenni e Craxi, fu ministro della Difesa durante le vicende degli euromissili e di Ustica”. Lagorio inoltre come ministro inviò l’esercito in Irpinia per soccorrere le popolazioni terremotate. “Ripristinò anche la parata del 2 giugno – prosegue Simone Baldelli (Fi) – e fu un socialista di Governo che appare un gigante rispetto a chi oggi insegue l’antipolitica”.

SEPARATI IN CASA

Renzi-Camusso

I dissidi negli ultimi anni c’erano già stati, ma che tra i vertici della CGIL, tutt’ora il maggior sindacato del Paese con oltre sei milioni di iscritti, e il PD, erede storico del PCI-PDS-DS, si arrivasse al punto di organizzare manifestazioni opposte e distinte, non solo fisicamente lontane, ma anche soprattutto politicamente, non era mai accaduto. È il segno di un rottura profonda tra chi faceva riferimento alla stessa platea sociale, aveva gli stessi riferimenti storici, economici e culturali. E probabilmente si tratta anche di una nuova tappa nella destrutturazione delle grandi organizzazioni di massa – prima i partiti e oggi i sindacati – che fino a oggi hanno regolato nel bene e nel male il funzionamento della democrazia nell’Italia repubblicana anticipando un futuro di cui non si sa nulla.

Dai litigi aperti sul Jobs Act, siamo arrivati così al week end dei separati in casa.
Punti di vista differenti, si dirà come fa il Presidente del Consiglio che non vuole uno scontro muscolare di numeri e di piazze, ma politico. Così lui va alla Leopolda, in una manifestazione che non è del Partito Democratico, ma proprio sua, e ci va circondato da fedelissimi della prima ora e convertiti di quelle successive. E la Camusso invece sarà nella storica Piazza San Giovanni di Roma, con la CGIL (e la FIOM di Landini) e una fetta di quadri dirigenti e ‘popolo’ dello stesso PD.

Niente bandiere nella ‘tre giorni’ alla Leopolda, tante e rosse domani (sabato 25) a Piazza San Giovanni.

Per Renzi, tanti ministri e sottosegretari del suo governo a Firenze, molte figure di spicco della ex nomenklatura del suo partito a Roma. Nella vecchia stazione ferroviaria, Marianna Madia, Dario Franceschini, Roberta Pinotti, Giuliano Poletti, Luca Lotti. Assente giustificato Pier Carlo Paodan (a Capri al convegno dei giovani industriali), forse Andrea Orlando, Piero Fassino, Marina Sereni, Nicola Latorre, Vinicio Peluffo, Walter Verini, Francesco Sanna, Francesco Boccia, Matteo Ricci, Graziano Del Rio e perfino Gennaro Migliore, fino a ieri in SEL.

Naturalmente ci sarà il sindaco di Firenze, Dario Nardella. Gli iscritti online per l’evento della Leopolda sono cinquantamila. Quattro parlamentari condurranno l’evento tra cui Lorenza Bonaccorsi, il deputato di Pescia, Edoardo Fanucci, Luigi Famiglietti e Silvia Fregolent. Renzi arriverà solo domenica, concedendosi al pubblico per un discorso che concluderà l’evento.

E come annunciato nella conferenza stampa di presentazione dal ministro delle riforme Maria Elena Boschi, che nelle precedenti edizioni della manifestazione assolveva un po’ il ruolo della ‘madrina’, ci saranno anche il commissario anticorruzione Raffaele Cantone, il direttore dell’Agenzia delle Entrate Rossella Orlandi, imprenditori come Patrizio Bertelli (5° più ricco d’Italia), Brunello Cucinelli, Renzo Rosso (10° più ricco d’Italia). Insomma dalla destra alla sinistra passando per il centro, nella sua Leopolda, Arca di Noè della politica del XXII secolo, Renzi accoglie tutti.

A Roma, con la Camusso, ci saranno invece Guglielmo Epifani (già segretario della CGIL, ma pure del PD), la presidente dell’Antimafia Rosy Bindi, Gianni Cuperlo, Stefano Fassina, Cesare Damiano, Alfredo D’Attorre, Davide Zoggia, Pippo Civati, (tra gli ‘inventori’ della Leopolda), Sergio Cofferati, Fausto Bertinotti, Maurizio Landini e altri.

Tra i separati in casa, le ragioni per litigare, com’è noto, non mancano. Così Cofferati, ieri al posto della Camusso e oggi europarlamentare del PD, centra il problema: “Stavolta (rispetto alla sua manifestazione del 2002 ndr) in piazza ci sarà il popolo del PD, a manifestare contro un governo di centro-sinistra. Come riuscire a risolvere questa contraddizione spetterà al partito e ancor prima al governo”.

Insomma chi resta fuori dalla Leopolda rischiando la ‘rottamazione’, pare non abbia altra scelta che quella di andare a piazza San Giovanni. Ma non tutti pensano che questa contrapposizione sia davvero utile. Ad esempio il presidente della regione Toscana, Enrico Rossi, non parteciperà a nessuna delle due manifestazioni, ma ha detto di voler seguire entrambi gli eventi e in particolare starà attento a quanto si dirà sulle proposte riguardanti le attività degli enti locali e del governo regionale. Assenti, almeno per ora, a Firenze come a Roma, pesi massimi come D’Alema e Bersani.  Ma anche i socialisti del PSI hanno scelto il ‘non allineamento’.

“Sabato – scrive il segretario nazionale, Riccardo Nencini, il PSI non sarà in piazza con la CGIL”. “Il provvedimento sul lavoro varato dal Governo – spiega in una lettera agli iscritti – sposa la filosofia dell’Atto Unico sull’Occupazione presentato dal partito prima a Letta e quindi a Renzi durante le consultazioni per la formazione del l’esecutivo (qui il video della presentazione del ddl del Psi sul lavoro di martedi 14 gennaio 2014). L’allargamento delle tutele a tutto il mondo del lavoro, terziario incluso, e la tendenza a favorire forme di occupazione a tempo indeterminato sono la strada maestra della cultura riformista e di una forza socialista. Ad una società profondamente cambiata devono corrispondere strumenti di giustizia sociale adeguati. Che tu lavori da un droghiere, in una fabbrica, in un call center oppure da un artigiano. Negli anni ’80, anche il padre dello Statuto dei Lavoratori Gino Giugni si chiese quali correzioni apportare alla legge che lui stesso aveva disegnato. Senza remore per nessun articolo. Basta rileggersi gli atti presentati in Parlamento. Non siamo interessati a rese dei conti interne ai partiti e non partecipiamo a cortei dagli slogan poco convincenti. Se precariato sottoretribuito e disoccupazione sono la piaga di questa Italia, è lì che dobbiamo colpire. Dedicheremo il fine settimana a presentare la nostra proposta sul lavoro nelle città italiane. Io sarò in Veneto, a Firenze e a Siena. I nostri capidelegazione Camera e Senato a Marco Di Lello ed Enrico Buemi a Napoli e a Torino. Parlamentari e membri della segreteria nazionale nelle loro regioni. Per parlare agli italiani”.

C. Co.

Altre prese di posizione dei socialisti sulla manifestazione qui

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L’articolo 18 divide il Pd

Art-18-PDE’ ancora alta tensione nel Pd sulla riforma del lavoro. Alla vigilia dell’approdo in aula al Senato prosegue il dibattito sull’articolo 18 e domani mattina a palazzo Madama si terrà una riunione dei gruppi del Partito democratico: un’assemblea alla quale parteciperanno il ministro Giuliano Poletti e il responsabile Economia e Lavoro della segreteria dei Democratici, Filippo Taddei. Che oggi definisce “avvilente” il fatto che si voglia “ridurre tutto a un derby sull’articolo 18”. E aggiunge: “Cerchiamo di fare di più, io per parte mia cercherò di favorire una discussione che sia il più possibile chiara. Lunedì siamo in direzione proprio per parlare di questo”. Continua a leggere

Terzo Congresso Psi
Riccardo Nencini rieletto segretario

Nencini-Congresso PsiPoco prima delle 13 di domenica 1 dicembre 2013, il congresso del Psi ha rieletto a larghissima maggioranza Riccardo Nencini segretario del partito. La mozione di Nencini avrà 259 seggi nel Consiglio nazionale, la mozione di Franco Bartolomeri 33, la mozione di Angelo Sollazzo 33. Sollazzo ha mantenuto fino in fondo la sua candidatura a segretario mentre Franco Bartolomei, candidato per la mozione n.2, prima che iniziassero le operazioni di voto ha annunciato il ritiro della sua candidatura.

– Documento conclusivo dell’Assemblea congressuale
– Mozione 3 – Risoluzione finale

RICCARDO NENCINI: LA REPLICA (sintesi)
(Video)

Nencini, nel discorso di chiusura, ha sottolineato come “dopo aver dedicato un congresso alla politica nazionale è giunto il momento di parlare delle questioni del nostro partito”: il segretario ha sottolineato che “c’era bisogno di esprimersi in una votazione, ma mi dispiace che sia rimasta una delega sul tavolo e che in alcune occasioni si possa perdere un’amicizia per rancore e per ingratitudine”. Secondo Nencini, infatti, lui stesso come segretario “porta poco merito per i compagni che sono tornati in Parlamento e più demerito per non avercela fatta a portare dentro chi è rimasto fuori”, ma, sottolinea “oggi si chiude un congresso e per farlo è necessario mettere le cose a posto altrimenti rimane un alone di ombra”.
Il segretario socialista ha ribadito che “non si può pensare che arrivi ancora una mozione che chiede di salvaguardare l’autonomia visto che non si è posta questa questione al Congresso. Non è possibile usare una argomentazione che non si è voluto chiarire e la questione viene aperta e chiusa qui altrimenti si sceglie di votare a favore o contro”.

La riprova del successo del lavoro fatto dal partito, ricorda Nencini, sta nel fatto che “in 20 anni è la prima volta che un presidente del Consiglio viene ad un congresso socialista”. Per il rieletto segretario, dunque, “si riapre un ciclo nuovo che i partiti piccoli devono riagganciare” e lo si può fare “soprattutto mantenendo la coesione del partito” per “agganciare un ciclo” e “sottoscrivere un patto fondativo” c’è bisogno di “correttezza e trasparenza della vita interna”.

Secondo Nencini si deve ripartire “dai congressi regionali e rinnovare i gruppi dirigenti locali e regionali”: soprattutto bisogna considerare i congressi come uno spazio che deve “funzionare per rinnovare il partito e prendere nuove energie, soprattutto da parte dei giovani”.

Il segretario ha poi ricordato che “entriamo in una fase politica nuova e forse definitiva: tra poco più di una settimana Letta proporrà un programma diverso, espressione di una maggioranza più piccola e quindi più coesa e più forte”. Se cinque sono i partiti che supportano la maggioranza, secondo l’analisi del leader socialista, come partito leale all’esecutivo, il PSI deve stare all’interno del nuovo esecutivo perché ha energie da mettere a disposizione.

Per Nencini  è necessario aprire una nuova stagione per i diritti civili che, sempre più si sposano e “si fondono con quelli sociali: sempre più spesso si incrocia il godimento di un diritto civile con la possibilità di godere di un diritto sociale”. Rispetto all’azione politica futura, infatti, il PSI si è dato un orientamento: ora resta de vedere cosa accadrà all’interno dei partiti interlocutori come PD e SEL. Ma, sottolinea Nencini, “questa coalizione, spesso allargata a Scelta Civica si presenta nelle città e nelle regioni a maggio. Nella larga parte delle città italiane che andranno al voto questi 3 partiti sostengono Schulz. Dunque – secondo il segretario socialista – sono maggiori gli elementi che uniscono rispetto a quelli che dividono, ma se gli elementi che uniscono sono maggiori dobbiamo trovare il modo di non disperdere nemmeno sul quadro nazionale questa possibilità”. Per Nencini è necessario preparare un ciclo che ormai sembra avviato sostenendo il partito e rafforzando le sue due voci, Avanti! che il direttore Mauro del Bue sta guidando egregiamente e mondoperaio, storica rivista di riferimento diretta da Luigi Covatta. “Non abuserò del mandato, soprattutto nel tempo” è stata la promessa che Nencini ha fatto in chiusura di intervento: “So che i cicli non durano. Dobbiamo consegnare un partito ai compagni e alle compagne, spero che il prossimo segretario sia un lucano visto l’ottimo lavoro che hanno fatto”.

LA TERZA GIORNATA – domenica 1 dicembre
GLI INTERVENTI 

Nella terza giornata di lavori molti gli interventi, con diversi ospiti, che hanno animato il dibattito: dal ministro per le Riforme Quagliariello, al socialista Gianfranco Schietroma, Lello Di Gioia, Carlo Vizzini, l’ex esponente del Movimento 5 Stelle, Adela Gambaro, Carmela Parziale dell’Unione delle Camere penali e Virgilio Dastoli del Movimento Federalista europeo.

 Gianfranco Schietroma: intervento Congresso PSI domenica 1 dicembre (sintesi)

Siamo venuti a Venezia non per soffermarci sul passato, ma per costruire il futuro.

E il futuro del nostro Partito significa innanzi tutto chiusura netta agli opportunisti, a coloro che condizionano la stessa permanenza nel Partito soltanto al proprio interesse personale.

occorre assicurare al cittadino, imputato nel processo penale, un giudice che sia realmente terzo. Perché questo avvenga, colui che emette la sentenza non può essere addirittura un collega del pubblico accusatore. Va dunque approvata dal Parlamento la nostra proposta di separare sul serio le carriere tra pubblico ministero e magistrato giudicante.

Ha ragione chi sostiene che la sinistra per candidarsi in modo credibile alla guida del Paese deve occuparsi seriamente del tema giustizia. Una sinistra quindi che sia davvero sinistra, cioè garantista e libertaria e non forcaiola. Deve però essere chiaro che garantista non significa protettore dei corrotti perché i corrotti vanno puniti, ma anche i corrotti, o presunti tali, hanno diritto ad un processo che si svolga nel rispetto della legge e delle garanzie difensive previste dalla legge.

C’è chi sostiene che il Paese dovrebbe vergognarsi per il trattamento riservato a Berlusconi. Io ritengo, invece, che debba vergognarsi soprattutto chi, in questi venti anni, dopo promesse elettorali mirabolanti, ha portato il Paese sull’orlo del baratro, con un gravissimo arretramento economico e culturale !

Alle europee serve una lista unitaria a sostegno del socialismo europeo e di Martin Schulz. Se il Pd non ci sarà, la faremo con Sel.

Il Governo di emergenza di Letta è forte al punto di avere piegato Berlusconi. Il turismo è essenziale per la nostra economia. Con tutte le nostre bellezze artistiche e ambientali, siamo solo al 33.mo posto nel mondo per competitività turistica.

 Il testo integrale dell’intervento di Gianfranco Schietroma

ADELE GAMBARO (M5S), LA MIA ESPULSIONE FU ATTO DI TOTALITARISMO –

L’Infame. Così fu considerata la senatrice Adele Gambaro quando, lo scorso giugno, fu espulsa dal movimento grillino per aver, secondo le accuse senza processo, diffamato il movimento. il popolo della rete, quello senza volto e senza responsabilità, per mano del leader supremo, con un click la condanno’ senza appello. L’esordio dell’intervento della senatrice Gambaro al 3* Congresso socialista di Venezia ripercorre “quei giorni bui per la democrazia che, in quell’occasione lascio’ il passo al totalitarismo”. Gambaro ha ricordato come quando fu espulsa dai pentastellati “nonostante le tante attestazioni di solidarietà, fu solo il senatore socialista Nencini a esporsi pubblicamente in mia difesa, per tutelare un diritto calpestato”. rivolgendosi alla platea socialista l’ex 5stelle ha detto che il partito “dovrebbe essere fiero di avere un leader con solidi principi ai quali tiene fede con forza”. L’intervento di Gambaro si e’ poi soffermato su un’analisi dei rischi della rete come surrogato della politica, in particolare rispetto ai fenomeni di violenza: “Internet e’ diventato un’area di democrazia partecipativa, ma bisogna stare attenti”, dice, “per contrastare la crisi e’ necessario ripartire dalla politica perché la risposta alla crisi economica, culturale, sociale non passa per ricette economiche, ma politiche”. In chiusura, Gambaro ha citato Voltaire: “Non condivido la tua idea, ma morirei perché tu possa esprimerla”.

LUANA ZANELLA (VERDI), NECESSARIO UN NUOVO MODO DI CONCEPIRE CRISI –  Intervenuta al Congresso socialista la verde Zanella ha parlato dell’importanza della “cultura politica espresso dal PSI come elemento controcorrente rispetto ad una cultura che si dice nuova, ma che ha i limiti, i difetti e le contraddizioni espressi dalla Gambaro”. Zanella ha analizzato le difficoltà che caratterizzano il momento che attraversa il Paese definendole frutto di “una crisi sistemica strutturale che e’ sociale,  economica e ambientale che richiede una svolta profonda nello stesso modo di pensare e di concepire la crisi stessa per essere capaci di organizzare un nuovo modello di sviluppo che ha bisogno di politiche nazionali ed europee”.

Lello Di Gioia: stop a gestione commissariale Inps 

“Stop alla gestione commissariale dell’Inps. Bisogna rivedere la governance di Inps e Inail. Mastrapasqua resti pure Presidente, ma serve un nuovo CdA. Va inoltre completata la riforma dell’Inps”. Lo afferma Lello Di Gioia, Presidente per la commissione bicamerale sugli enti gestori.

Sulla legge di stabilità Di Gioia intende dire la sua alla Camera: “Bisogna lasciare la rivalutazione delle pensioni al di sotto dei 3 mila euro mensili lordi”.

Per rilanciare l’economia soprattutto al sud, Di Gioia propone che le casse di previdenza, oltre ad assicurare le pensioni ai propri iscritti per i prossimi 50 anni, investano “in titoli pubblici italiani”.

Di Gioia, al congresso del Psi, sottolinea i dati drammatici del sud Italia: “I consumi sono diminuiti del 10% in due anni. Il 20% delle famiglie siciliane vive con meno di mille euro al mese. È diminuita anche la natalità: oggi nascono più bambini al nord che al sud”.

Carlo Vizzini: stop a politica dominata da finanza

“Basta con i palazzi della politica. dominati dalla finanza. Basta con i politici governati con un telecomando”. Lo afferma Carlo Vizzini dal palco del congresso del Psi.

Vizzini critica il metodo delle primarie scelto dal Pd: “Il Pd eleggerà il suo segretario anche con elettori che si convertiranno dieci minuti prima del voto. Bisogna tornare all’antico: i partiti devono essere sul territorio, una sezione per ogni comune”. Sulla mafia Vizzini difende il 41 bis: “Io ho contribuito a scriverlo e penso che sia efficace, perché i boss vogliono continuare a gestire le loro attività anche dal carcere”.

GAETANO QUAGLIARIELLO: SI ACCELERA, ADESSO LE RIFORME

Il congresso socialista ha accolto questa mattina il Ministro per le Riforme Quagliariello. Il Ministro ha voluto rimarcare come ragioni antiche ed attuali lo abbiano portato a Venezia. Antiche, perché negli anni ottanta l’unico Partito che aveva intuito che era necessaria una grande riforma per far restare il nostro Paese tra i grandi, era il Partito Socialista. Attuali, perché la profonda crisi che ha preso avvio negli USA e si è trasferita nella impreparata Europa è durata più di una guerra mondiale. “In questa situazione pensare che si possano evitare le riforme, vuol dire coltivare un sentimento antinazionale”, ha dichiarato il Ministro.

Quagliariello ha poi ricordato che a breve, a bocce più ferme, ci sarà la possibilità di avere intese più forti e più chiare ed accelerare sulle riforme, perché senza di esse “non è che non va da nessuna parte il Governo, non va da nessuna parte questo o quel Partito, non va da nessuna parte l’Italia”.
Innanzitutto occorre cambiare la legge elettorale. Una legge contraria al buon senso, perché nata nel momento in cui in Italia vi erano due poli, che tendevano al 50 percento. I poli oggi sono diventati tre e mezzo e invece di tendere al 50 sono andati sotto il 30 percento, con differenze decimali fra gli stessi. Ma pur avendo queste forze preso più o meno lo stesso numero di voti, una forza è molto più rappresentata rispetto alle altre. Inoltre, successivamente, forze di maggioranza sono divenute di minoranza.
Secondo il Ministro, vanno poi portate avanti le riforme istituzionali. E, a seguito del cambio del quadro politico, si utilizzerà la procedura prevista dall’articolo 138 della Costituzione. Quello che è assolutamente necessario è fare alcune importanti riforme entro il 2014. La prima, dice Quagliariello, è la riforma del bicameralismo: non si possono avere due Camere che fanno le stesse cose, anche perché sono state devolute alle Regioni delle competenze per le quali occorre una Camera di compensazione in cui legislatore nazionale e regionale si incontrano. Attualmente su alcune materie, dopo la riforma del Titolo V della Costituzione, non decide né il Parlamento né le Regioni, ma la Corte Costituzionale e, intanto, gli operatori economici fuggono.
La seconda riforma prioritaria secondo il Ministro è quella dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica o del Presidente del Consiglio. Se tramite legittimazione popolare si scelgono i vertici di Partito, questo può avvenire anche per i vertici istituzionali. I grandi partiti si stanno sciogliendo in tutto il continente, dove i Partiti storici subiscono i movimenti populisti. Ma in altri Paesi europei ai partiti liquidi si contrappongono vertici istituzionali con una forte legittimazione popolare, come nel caso della Francia. In Italia, invece, si rischia di avere partiti liquidi ed istituzioni che non funzionano e la debolezza dell’uno si riverbera sull’altra e l’amplifica.
Occorre anche prendere in considerazione una riforma della Giustizia. Non solo quella penale ma anche quella civile. Misure per la effettività delle garanzie nel processo penale, riforma delle intercettazioni, regole deontologiche più stringenti per la candidabilità dei magistrati e nei rapporti tra giudici e giornalisti.
Sul possibile rimpasto del Governo, Quagliariello rinuncia a commentare e si rimette alle decisioni  del Presidente del Consiglio dopo aver sentito il Presidente della Repubblica. Ed anche sull’IMU Quagliariello ostenta tranquillità: “mancano all’appello 150 milioni di Euro e li troveremo”.

Giulia Stefani
Buona sera a tutti i presenti. Mi chiamo Giulia Stefani e fino alle elezioni amministrative 2014 sarò un Consigliere del Comune di Barberino di Mugello (FI), facente parte del gruppo di maggioranza formato da una coalizione tra il PSI ed il PD, nella quale il nostro partito esprime non solo me, ma anche un altro Consigliere, Daniele Belli. Partecipo a questo Congresso Nazionale come delegata rappresentante il Mugello in favore della mozione 1 che vede candidarsi alla Segreteria del PSI il Segretario uscente, Riccardo Nencini.

La mozione 1 mi convince non tanto per la puntuale analisi storica delle vicende politiche degli ultimi anni, a cui Riccardo ci ha abituati nei suoi incontri anche informali, quanto per gli obiettivi che sono ben descritti nella mozione, quindi mi limiterò a tre flash:

-occupazione : il futuro è rappresentato dalla formazione e dalla ricerca, non solo medica, l’Italia deve investire di più in questo. Le riforme non possono modificare ogni volta i titoli richiesti per l’accesso, come accaduto per l’ultimo concorsone della scuola al quale hanno dovuto partecipare anche soggetti precedentemente abilitati all’insegnamento da corsi statali regolarmente pagati dai cittadini partecipanti;

-giustizia giusta : aggiungerei certezza della giusta pena, in tempi ragionevoli con condanne proporzionate al reato;

-diritti civili: ci vuole il coraggio di portare gli Italiani in Europa su argomenti quali coppie di fatto (che siano dello stesso sesso personalmente non la ritengo una discriminante da discutere separatamente), ma anche inseminazione artificiale e fine della vita: non possiamo continuare a tollerare i viaggi della speranza o della disperazione verso Paesi confinanti con il nostro e neppure che coppie sposate in altri Paesi europei in Italia non siano riconosciute come coniugate. Suggerisco al futuro Segretario anche un altro obiettivo: il riordino della Pubblica Amministrazione che deve sì essere più efficiente e meno costosa anche con l’ausilio delle nuove tecnologie, ma seguendo un percorso logico e degli obiettivi precisi. Inutile ad esempio sbandierare l’abolizione delle Province solo svuotandole e riducendone drasticamente i trasferimenti statali, senza trasferirne le competenze, perché i Comuni, vincolati dal Patto di Stabilità, non possono accollarsi i costi di ulteriori servizi senza l’aumento delle tariffe ed i cittadini oggi hanno bisogno di maggiori servizi non il contrario. Permettetemi un’ultima riflessione sul Partito: faccio parte della rete locale che dà “corpo” al Partito, come ammette il Segretario uscente nella mozione 1, ma recentemente la Toscana si è poco ricordata di noi. Parlo della nostra rappresentanza in Consiglio regionale che prima ha votato la nuova pista dell’Aeroporto di Peretola inimicandosi tutti i cittadini della Piana fiorentina (Prato in testa), poi ha presentato una proposta di Legge per l’abolizione delle Società della Salute, senza ascoltare le ragioni dei compagni che ci hanno creduto dal principio ed oggi sono orgogliosi perché ad esempio la SdS Mugello è portata d’esempio per efficienza ed efficacia quindi chiedo al mio candidato alla segreteria di impegnarsi davvero per il rafforzamento del “coordinamento degli eletti e degli amministratori”, perché di eletti che rappresentano solo se stessi questo Paese ne ha già avuti abbastanza e non ne ha bisogno.

Concludo con la citazione di un nostro Compagno che non ha bisogno di commenti “socialismo vuol dire esaltazione della dignità dell’uomo e quindi il socialismo non può essere disgiunto dalla libertà, ma la libertà senza giustizia sociale non è che una conquista fragile” Sandro Pertini.

Nino Gulisano

Dopo un periodo di quasi esagerato ottimismo, in molti paesi ha preso a diffondersi la paura.

Il capitalismo odierno ha cambiato natura e pelle rispetto a ieri, da capitalismo industriale di produzione di beni e servizi, legati alle maestranze e al territorio d’origine, si è trasformato in capitalismo finanziario, più mobile e volatile, che non corrisponde più alla classe imprenditoriale e padronale, ma a masse sempre più indistinte e indefinite di azionisti, distanti sia dai processi produttivi sia dai problemi sociali dei territori. Il fine primario e unico è la redditività del capitale investito.

Molti nuovi interrogativi si pongono. Esiste uno scontro fra culture? La guerra al terrorismo finirà? La tanto celebrata globalizzazione, con le sue nuove opportunità, può farsi regredire? Che cosa deve accadere perché le economie pubbliche del mondo sviluppato si riprenda dallo shock del crollo della nuova economia?

L’economista Nouriel Roubini nel suo ultimo libro “ La crisi non è finita”ci ha messo in chiaro che l’era prossima ventura potrebbe esser caratterizzata da “una grande instabilità” anziché da “una grande moderazione”. Le bolle speculative e le conseguenti fasi del declino potrebbero diventare più frequenti. I cigni neri potrebbero diventare cigni bianchi. Questo sarebbe un dramma: aumentando le crisi finanziarie che provocano instabilità politica e sociale e una forte reazione collettiva contro la globalizzazione. Tale reazione si può manifestare in molte forme: politiche commerciali protezionistiche, protezionismo finanziario, controlli dei capitali e una generale opposizione alle politiche che promuovono il libero mercato.

Nuove categorie vanno ripensate quali: beni naturali e beni artificiali. La categoria del bene naturale come bene pubblico insito nel sistema del collettivismo introduce il principio del patrimonio comune e inalienabile dell’intera collettività umana (dal territorio alle risorse naturali); con la categoria dei beni artificiali introduce il principio del diritto della proprietà privata per merito dell’opera e dell’ingegno umano ( oggetti, apparecchi e costruzioni in genere) e appartengono al sistema dell’individualismo.

Il modello che immaginiamo assomiglia a un computer dove il software è il liberalismo economico racchiuso in un hardware che rappresenta la normativa di stampo sociale, a garanzia dei diritti inalienabili dell’uomo, che ne esalta e arricchisce il software ad opera dell’ingegno individuale dell’uomo.

La bussola che ci deve indicare la direzione in questo sentiero senza punti di riferimento è orientata sulla Libertà. La libertà, alla quale penso, è intesa non come situazione, vale a dire come pura possibilità di attuazione, bensì libertà che realizza le chances o opportunità di vita. Libertà attiva, come sostiene Ralf Dahrendorf .

Karl Popper è convincente: “ Quando più cerchiamo di tornare a sottometterci alla magia tribale, tanto più sicuramente finiremo con l’Inquisizione, la polizia segreta e un gangsterismo circonfuso di un alone di romanticismo” (oggi possiamo aggiungere noi terrorismo e criminalità mafiosa o populismo autoritario).

Su queste indicazioni di Popper noi dobbiamo avanzare nell’ignoto, nell’incerto, nell’insicuro impiegando la ragione di cui disponiamo per creare entrambe le cose: la libertà e la sicurezza.

Dall’inizio della crisi fino ad oggi, l’Italia ha perso 574.000 occupati (giugno 2008-giugno 2010) e le imprese manifatturiere si sono ridotte di oltre 93.000 unità. La riduzione del valore aggiunto ha colpito tutti i comparti produttivi.

Nell’attuale realtà italiana rimbalzano spesso sensazioni di fragilità sia personali sia collettive, che fanno pensare a una perdita di consistenza (anche morale e psichica) del sistema nel suo complesso.

Una società, in sintesi, insicura della sua sostanza umana. E se si guarda ai livelli più alti del dibattito sociopolitico alto (rigore e ripresa, austerità e sviluppo) viene il dubbio che esso voli alto, proprio, perché non se la sente di affrontare il nodo, che si è andato aggrovigliando negli anni, di un franare verso il basso dell’intima consistenza di individui, soggetti collettivi, istituzioni.

Ma cosa frana in basso (l’heideggeriano “il deserto cresce”)?

Sono franati in basso in primo luogo (si segnalò un anno fa) i rilievi alti e nobili della nostra vita sociale e sociopolitica (l’eredità risorgimentale, il laico primato dello Stato, la cultura del riformismo, la stessa fede in uno sviluppo continuato e progressivo).

Sono al tempo stesso franate in basso che hanno peraltro fatto storia collettiva, sono franati in basso (specialmente se si pensa alle psicologie individuali) i riferimenti della collocazione temporale e spaziale della vita quotidiana.

Il futuro dell’Italia sarà un futuro di declino o di progresso?

Non si tratta di indovinare ma di capire e governare: una differenza ben chiara a Dante. Il sommo poeta così severo verso gli indovini tributò invece il più riconoscente omaggio a quel Virgilio che l’aveva accompagnato e guidato nel viaggio infernale illuminandolo nei limiti della sua scienza affatto umana, precristiana: «Facesti come quei che va di notte, porta il lume dietro, e a sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte». Dante, Purgatorio, XXII, 67.

Certo, il Pil non misura la felicità delle nazioni e nemmeno contiene tutti gli indici di progresso e di declino meritevoli di attenzione. Amartyia Sen insiste, per esempio, sull’importanza di un criterio più flessibile proprio perché più relativo ai vari contesti come il tenore di vita.

Il motto della Banca mondiale che campeggia nel gigantesco, moderno e luccicante edificio è: Il nostro sogno è un mondo senza povertà.

I fatti di questi anni in Italia e nel mondo si stanno incaricando di affermare la falsità di questo motto.

La difficoltà di continuare a finanziare attraverso il prelievo fiscale una spesa sociale imponente e crescente, in un contesto di rigidità di bilancio stabilita a livello sovranazionale, pone dilemmi analoghi a tutte le società europee.

Come evitarlo?

Primo, promuovere politiche che riducano la frequenza e la virulenza delle bolle finanziarie e le fasi del declino; una riforma del sistema finanziario e monetario.

Secondo, bisognerebbe costruire una rete di sicurezza pubblica molto più ampia. Se si vuole che i lavoratori siano più flessibili e cambino spesso lavoro e carriera, i governi dovranno offrire loro maggiore sostegno sempre più incerte della disoccupazione. Quindi” flexicurity”, o flessicurezza, maggiori investimenti in istruzione, formazione e riqualificazione professionale, una rete di sicurezza costituita da sussidi di disoccupazione, piani di previdenza e sanità pubblica. Paradossalmente, per migliorare il funzionamento del libero mercato e consentire ai lavoratori di essere flessibili e mobili in una economia globale dove la “distruzione creatrice” è la norma, il governo dovrà assumere un ruolo maggiore e non minore.

La mia generazione è stata accompagnata da una lettera la M con tre declinazioni: Mestiere, Macchina e Moglie.

A questa nuova generazione noi dobbiamo consegnare tre lettere la L: Lavoro, la C: Casa, la F: Famiglia.

Il lavoro nell’epoca della fine del lavoro dobbiamo declinarlo in una nuova prospettiva. Il nuovo sistema economico ha modificato il lavoro salariato legato alla fabbrica e alla catena di produzione.

Nella “polis greca” o nell’antica Roma essere liberi significava essere liberi dal lavoro. L’individuo non solo non era libero, ma non era considerato come membro della società. Il lavoro era inteso come schiavitù.

La moderna democrazia del lavoro deve coniugare la libertà attraverso il lavoro.

Cosa si intende per socialismo?

Socialismo è, nell’immaginario collettivo di certa sinistra, quasi una brutta parola. Si associa immediatamente alla stagione della “Milano da bere”, all’età di Craxi, all’alleanza con i cattolici, gli opportunisti del pentapartito. Eppure quel ventennio è stato una parentesi, invero temporalmente piccola, nella storia del socialismo italiano. Oggi, a distanza di anni, appare chiaro che c’è una differenza tra la “Milano da bere”, che comunque era cosmopolita e rappresentava un frammento d’Europa in una Italia, che aveva prestigio internazionale (vedi Sigonella), aveva superato il referendum sulla contingenza, era rappresentata dal Mady Italy nel mondo, anche se l’impresa industriale era ancora a livello familiare, e i deliri xenofobi della Lega Nord, o gli sproloqui del giullare nazionale del M5S.

Gli anni 80, visti dal 2013, visti a partire da Berlusconi, dal maggioritario fallito e trasformatosi in

occupazione della cosa pubblica, dalla gerontocrazia, dalla totale e trasversale crisi etica e morale

della classe politica, possono essere criticabili, ma hanno smesso di essere il demonio. Con Silvio Berlusconi, né è nato uno peggiore, il quale ha utilizzato il potere mediatico con gli sciocchi servi, ben remunerati, ha lavorato per distruggere una prospettiva liberalsocialista, riformista ed europea. Infatti, fin dagli anni di tangentopoli, la prospettiva berlusconiana è stata quella di distruggere il Partito socialista. L’ultimo capitolo della traversata ventennale finisce con il grande patto tra PD e PDL di fine Repubblica e con la decadenza da Senatore di Berlusconi.

La chiave di volta per riparlare di socialismo è propria questa; guardare alla totalità dei processi storici. Il metodo da utilizzare è quello ermeneutico della falsificabilità e del procedere per tentativi ed errori.

Il principio di tutto questo è non aver paura della nostra tradizione, né dei maestri che dividiamo con altri.

Il socialismo, vecchio stampo, deve, anche, liberarsi dalle dominanti culturali di fine secolo. La peggiore tra queste è la dialettica servo-padrone di Hegel. La dialettica servo-padrone è stata prima la colonna sonora del compromesso storico, poi il cemento materiale dell’inciucio tra cattolici e comunisti, che prosegue oggi sia nel Partito Democratico sia nella sua velleità di porsi al centro (esattamente come la vecchia DC) del panorama politico.

Nell’ultimo Consiglio Nazionale del PSI, prima delle elezioni politiche, si è indicato ai compagni l’ultimo miglio per la meta. Ma l’ultimo miglio è stato mancato per il gravissimo errore politico per la determinazione del Segretario nella mancata presentazione dell’autonoma candidatura alle primarie e la mancata presentazione della nostra lista con i nostri simboli del PSI, in apparentamento con il PD. Da punti di vista diversi, ci siamo impegnati, nelle varie elezioni amministrative. Nelle elezioni regionali in Sicilia, il Segretario si è assunto la responsabilità della decisione personale nel candidare a Presidente Crocetta e la partecipazione nella lista del Megafono, senza alcuna garanzia e ipotesi di quadro politico solo per tenere in piedi delle pseudo bandiere socialiste e sostenere candidature che servivano solo o per soddisfare ambizioni personali o per far salire sul taxi di un posto all’ARS. Il capitolo dell’attuale fase politica in Sicilia è uno scontro per bande tra il PD e il Megafono di Crocetta e nessuna espressione di esistenza socialista.

Ciò cosa significa? Che quella storia durata vent’anni va considerata per certi versi finita.

Un nuovo progetto e un obiettivo molto più grande della semplice esistenza o resistenza dobbiamo proporci.

Personalmente ritengo che gli elettori evitino i socialisti perché i socialisti non hanno saputo, in questi anni, offrire una nuova proposta politica appetibile. Subalterni a destra e a sinistra hanno disperso l’unico vero patrimonio che storicamente li ha caratterizzati: la capacità di leggere le trasformazioni economiche e sociali e di proporre e propugnare politiche riformatrici adeguate. Se ci consola, ci hanno permesso di nominare quattro Deputati e tre Senatori.

Il nostro obiettivo è quindi cambiare la direzione politica del Partito Socialista, per portarlo su posizioni critiche della deriva neocentrista del PD, e per ricostruire un rapporto di alleanza politica con tutte le forze disponibili, a partire da Sel alla luce della sua volontà di approdare al PSE, nel comune orizzonte del riferimento politico al Socialismo Europeo.

Il Partito deve riaggregare attorno al suo nuovo progetto politico tutto l’universo del socialismo italiano diffuso nel paese, sentendosi partecipe a tutti gli effetti di ogni movimento che si pone l’obiettivo di promuovere e far rinascere l’idea del socialismo in Italia.

A questo fine sarà utile dotarsi di una struttura a base federale del partito, trasformando la Direzione in un organismo i cui componenti sono in parte espressione a nomina diretta delle organizzazioni Regionali del Partito, ed in parte di nomina “centrale” designata direttamente al momento dell’elezione degli organismi da parte del congresso.

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La “calda” Estate del Pd che aspetta il congresso

PD-Nazareno

Anche se non c’è ancora una data precisa per il Congresso e il tempo per la presentazione delle mozioni è lontanissimo, di candidati alla segreteria del Partito democratico ce ne sono già tre. Almeno quelli ufficiali: Gianni Cuperlo, Gianni Pittella e Pippo Civati. Ufficiosamente, però, ne sono molti di più. Capofila di questa particolare lista è Matteo Renzi, il quale non vuole rimanere scottato dalle regole, quindi non svela ancora le sue mosse e ogni tanto lancia qualche sasso nello stagno per vedere l’effetto che fa. Alle spalle del sindaco di Firenze, anche loro senza esprimersi definitivamente sulla scelta di correre o meno, si piazzano Stefano Fassina, Debora Serracchiani e un esponente degli Ecodem (ancora da decidere). Mentre più in disparte, ma pur sempre inseriti a pieno titolo tra i “papabili”, si collocano il premier Enrico Letta e Guglielmo Epifani, i quali ora come ora non possono scoprire le loro carte, altrimenti addio governo di larghe intese e addio ruolo di reggente. Continua a leggere