Gennaio dedicato al dialogo contro il terrorismo

monoteismi-e-dialogoMentre è ancora aperta la caccia all’attentatore di Istanbul (che sembra essere un cittadino uzbeko, di nome Abdulkadir Masharipov), e, in Israele, non convince la tesi di Netanyahu che il colpevole dell’ultima strage di civili sia un militante ISIS (le brigate Qassam, ala militare di Hamas, hanno rivendicato infatti in pieno l’attacco) , in Italia, la Confederazione #Cristianinmoschea, le Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai) e il movimento internazionale “Uniti per Unire”, rilanciano, per questo mese di gennaio, un appello di speranza e solidarietà nei confronti delle vittime degli attentati terroristici.

Foad Aodi, Presidente delle Co-mai e di Uniti per Unire, fondatore e portavoce di #Cristianinmoschea, invita i fedeli d’ogni credo religioso e i laici a dedicare, questo mese (come già annunciato il 1 gennaio), una preghiera e dei messaggi precisi contro il terrorismo, a favore della pace: il venerdì nelle moschee, il sabato nelle sinagoghe e la domenica nelle chiese e, in estensione, nei luoghi di culto delle altre confessioni.

Già il 31 luglio, più di 23 mila musulmani in Italia hanno risposto al precedente invito #Musulmaninchiesa e si son recati a pregare nelle chiese italiane per i loro “fratelli cristiani” a seguito degli attentati in Francia. L’11 e il 12 settembre, con l’appello #Cristianinmoschea, alla ricorrenza della festività musulmana dell’Eid Al Adha, milioni di cristiani, musulmani, ebrei, fedeli delle altre religioni e laici si sono scambiati un segno di pace, portando così avanti l’obiettivo del dialogo “porta a porta” nelle moschee, nei centri culturali, nei luoghi di culto musulmani e nelle loro case. Tutte queste iniziative godono inoltre del sostegno di oltre 2000 tra federazioni, istituti, sindacati, Università, comunità, associazioni e Ong internazionali, che compongono appunto la Confederazione #Cristianinmoschea. Che ora, più esattamente, si chiamerà C.I.L.I.: Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa.

“Dall’inizio dell’anno nuovo, e per tutto il mese di gennaio, vogliamo intensificare il nostro impegno contrastando chi porta avanti quella che, in realtà, è una guerra alle religioni (anche se mascherata da guerra di religioni): con l’unione, con la forza del dialogo, con un messaggio o una preghiera di pace”, dichiara Aodi. “Per questo motivo – aggiunge – portiamo avanti uniti e con coraggio la nostra missione internazionale, interreligiosa, interculturale e laica. Siamo tutti figli di un unico Dio di amore e di pace. Per questo, il nostro lavoro coinvolge diversi attori della società civile che appartengono a tutte le religioni o sono laici: puntando ad abbattere il muro della paura e del pregiudizio per costruire una piramide di speranza, contro la guerra alla democrazia e alla libertà”.

“Senz’altro aderisco a tale iniziativa di preghiera”; ha scritto, in risposta all’invito a partecipare alla prima di queste giornate di preghiera, domenica scorsa 8 gennaio, Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi.”E ricordo che, da Assisi, a ottobre scorso abbiamo lanciato una giornata di preghiera mensile per la pace, ogni 27 del mese, in ricordo dell’iniziativa tenuta 30 anni fa, con tutti i leader religiosi, da SGiovanni Paolo II. A questa iniziativa hanno aderito anche comunità musulmane. Faccio i migliori auguri di ogni bene”.

La ferma condanna al terrorismo è ribadita anche da vari esponenti della Confederazione #Cristianinmoschea, della Co-mai e di “Uniti per Unire”. Tra loro, Soufi Moustapha, Presidente del Congresso Islamico Europeo degli Imam, predicatore in Italia e Imam della Moschea di Cesena, afferma: “A nome del Congresso Islamico Europeo dell’Imam e come predicatore, condanno tutti gli atti barbarici, tutte le violenze: che sono dannosi sia alla società civile che all’umanità”. Citando un versetto del Corano, ” Oh gente, questa è la nostra ‘umma’ (famiglia): è un’unica umma, io sono il Vostro Signore, adoratemi” (e’ Allah che parla, chiaramente, N.d.R.), l’Imam Salameh Ashour, coordinatore del Dipartimento interreligioso delle Co-mai, commenta: “Da questo significativo versetto si rivela che la nostra umanità è unica; ancor prima di essere musulmani, ebrei, cristiani o atei siamo esseri umani. Questa consapevolezza deve essere alla base della nostra convivenza umana. Il nostro comportamento deve scaturire dai valori che sono impressi nella nostra stessa natura umana: quelli della giustizia, della pace e della fratellanza”.

Umberto Puato, Presidente di CulturAmbiente, dichiara: “Non potremo avere Pace nel Mondo senza Giustizia … e non potremo avere Futuro senza Memoria. Tutte le guerre, non hanno mai risolto alcuna pacifica convivenza, fin dai tempi più remoti, narrati nelle antiche scritture. Questa Pace per realizzarsi ha bisogno anche di concretezza: un lavoro, una famiglia, gli amici, la solidarietà, la nostra realizzazione personale, nel rispetto del Credo di ciascuno di noi e in un clima di serenità e Giustizia sociale. Il terrorismo, di qualunque genere, bellico, economico, psicologico, mina la costruzione del nostro futuro e alla fine ci danneggia tutti, al di là di ogni realtà religiosa, etnica, politica, economica e sociale”. Lucia Frustaci ed Ivon Ramzi, rispettivamente Presidente e Vice Presidente di Rise Onlus, rilasciano una dichiarazione congiunta: “L’inizio del nuovo anno era tanto atteso per cancellare dai nostri occhi il ricordo delle terribili immagini degli attentati terroristici che hanno sconvolto il cuore di tutti noi, nel corso del 2016. L’orribile ondata di sangue ci ha resi definitivamente tutti uguali, senza più distinzioni di religione, cultura o appartenenza etnica. Il dialogo fra culture – proseguono – è, allora, una strategia operativa, un metodo per superare le difficoltà, a volte il conflitto, dovuti ai diversi punti di vista possibili ed alle diverse forme espressive utilizzate. Per questo è di grande importanza il riconoscimento dell’ uguale dignità di tutte le culture (“La convivenza delle culture”, era il titolo d’un celebre saggio su questo tema,. di qualche anno fa, del mostro sacro della sociologia Franco Ferrarotti, N.d.R.): come prerequisito essenziale per la costruzione d’ una pacifica convivenza sociale”.

A questi messaggi s’aggiunge, infine, anche quello di Don. Denis Kibango, parroco presso Villasia (Guidonia) originario del Congo: “Noi che crediamo al Dio di Abramo, nostro Padre nella fede, uniamoci in preghiera per le vittime e imploriamo il Padre celeste di aiutarci a sconfiggere la piaga del terrorismo e di darci la vera pace”.

Fabrizio Federici

Gerusalemme. Attentato di un camion contro israeliani

gerusalemmeNon si arresta la scia di sangue del terrorismo. Stavolta è successo a Gerusalemme dove, come a Berlino, un camion guidato da un palestinese è piombato su un gruppo di soldati su una delle strade principali, Armon Hanatziv. Quattro soldati sono morti e quindici sarebbero i feriti. Hamas rivendica e definisce “eroico” l’attacco “con un camion dell’Intifada”. Israele condanna “l’odio palestinese”. Il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha convocato il Consiglio di difesa del governo per le 17.30 locali, le 16.30 in Italia.
Secondo la testimonianza dei primi soccorsi, “il pesante automezzo, con targa israeliana, ha investito il gruppo di giovani soldati appena scesi dall’autobus vicino al punto di controllo di Armon Hanatziv” (o Talpiot est), un viale popolare per le passeggiate lungo nella zona sovrastante la Città Vecchia. Quando sono arrivate le ambulanze, “dieci persone erano a terra”, alcune “intrappolate sotto il camion”. In città è stato elevato il livello di allarme.
L’autista 28enne è stato ucciso subito dopo dalla polizia. “Il terrorista proveniva da Alar Street, ha visto un gruppo di persone che scendevano dall’autobus lungo il viale, e secondo la nostra ricostruzione al momento ha accelerato e li ha travolti”, ha dichiarato la portavoce della polizia di Gerusalemme, Galit Ziv.

Netanyahu: la Shoah voluta dai palestinesi

Netanyahu-ShoahIn Italia Nel giorno in cui Netanyahu fa discutere sulle sue dichiarazioni sulla Shoah, creando scalpore e dissenso anche con il resto della comunità ebraica, Mai Alkaila, ambasciatrice palestinese in Italia, ha reso noto che l’Autorità palestinese ha fatto appello alla Comunità internazionale perché intervenga in difesa del suo popolo.

In un intervento al congresso sionista mondiale, Netanyahu ha dichiarato ieri che “Hitler non voleva sterminare gli ebrei, solo espellerli”. In un incontro avvenuto nel 1941 a Berlino – secondo la ricostruzione del premier israeliamno – il muftì avrebbe detto al leader nazista: “Se tu li espelli, verranno tutti qui (in Palestina)”. Allora, secondo Netanyahu, Hitler gli avrebbe chiesto: “Cosa dovrei fare con loro?”. E la risposta del muftì sarebbe stata: “Bruciali”.

Secondo la ricostruzione fatta dal leader israeliano quindi, il colpevole della Shoah non sarebbe in realtà Hitler, ma il gran muftì. La dichiarazione ha mandato su tutte le furie non solo i palestinesi, ma anche la comunità israeliana che parla di nuovo “negazionismo”.

Il leader dell’opposizione israeliana Isaac Herzog ha definito le affermazioni del premier “una pericolosa distorsione. Chiedo a Netanyahu di correggerla immediatamente perché minimizza la Shoah… e la responsabilità di Hitler nel terribile disastro del nostro popolo”.
Un altro deputato, il laburista Itzik Shmuli, ha chiesto che il premier si scusi con i sopravvissuti all’Olocausto. “Il capo del governo israeliano al servizio dei negazionisti! Questo non si era mai visto finora. Non è la prima volta che Netanyahu deforma la storia però una frottola di questa caratura è veramente nuova”. Non poteva mancare la risposta palestinese e l’Anp ha definito le parole del premier israeliano come  un incitamento Israele alla violenza destinato a creare una situazione esplosiva. “Lo Stato di Palestina – aggiunge il segretario generale dell’Olp Saeb Erekat – denuncia le affermazioni Netanyahu in quanto moralmente indifendibili ed incendiarie”.

Shoah-Hitler

Intanto, dopo giorni in cui ormai lo scontro tra coloni dello Stato ebraico e palestinesi è al culmine, si passa alla conta dei morti: in 20 giorni, 46 vittime palestinesi e 7 israeliane. Hamas ha lanciato pochi giorni fa l’Intifada per “liberare Gerusalemme”, mentre le tensioni continuano a crescere e si un ulteriore aggravamento della tensione.

In Italia l’ambasciatrice Mai Alkaila, ha denunciato l’aggravamento delle condizioni di vita del suo popolo nel corso di una conferenza durante la quale ha  ribadito la richiesta di un intervento della Comunità internazionale, la fine dell’occupazione israeliana dei Territori e ha denunciato il “vittimismo” di Israele in una guerra che essa stessa ha provocato.

Oltre alle esecuzioni e alle brutalità dei soldati dello IOF (Israeli Occupiyng Forces), denunciate dall’ambasciatrice, prosegue anche la repressione politica: ogni giorno sono decine gli arrestati nei territori occupati. Ieri è toccato ad un parlamentare di Hamas, Hassan Yousef, 60 anni, arrestato nella sua casa di Beitunia in un raid all’alba e portato al carcere di Ofer. Hassan Yousef è accusato di “istigazione e incitamento al terrorismo, incoraggiamento pubblico e appelli agli attacchi contro israeliani”. Mai Alkaila ha chiesto che venga aperta un’indagine internazionale sull’escalation di violenze e sulle repressioni in corso nei territori palestinesi.

Maria Teresa Olivieri

Conflitto israelo-palestinese
dal sionismo all’intifada

IntifadaUn titolo che suona indubbiamente forte, eccessivo, quasi provocatorio. Tuttavia, quel che ha spinto Ernesto Marzano – economista con lunga esperienza di dirigente delle Partecipazioni statali e di aziende private, e autore di saggi e scritti autobiografici – a scrivere “Israele, il killer che piange” (Roma, Aracne editrice, 2015, e. 14,00) è, in realtà, una forte voglia di dialogo, d’ un confronto, acceso ma sincero, coi fratelli ebrei. Per ragionare di storia e d’attualità, e parlare degli errori che, come tutti i mortali, anche essi possono commettere. Criticare anche fortemente le scelte dello Stato d’ Israele, poi, non significa essere antiisraeliani “senza se e senza ma”, o, addiritura, antisemiti.

Questa la cornice concettuale della prima presentazione di questo saggio, presso la libreria “Invito alla lettura” di Corso Vittorio  a Roma, con Walter D’Amari, giornalista del “Corriere della sera”, moderatore, e l’intervento di saluto di Gioacchino Onorati, presidente di Aracne editrice. Nel saggio, Marzano affronta questioni come il sionismo (nel contesto generale dei movimenti di Risorgimento nazionale dell’ Otto-Novecento) e la Seconda guerra mondiale, con la Shoah, e la nascita, nel 1947-’48, dello Stato d’ Israele, insieme alla cacciata in massa, dalla Palestina, dei residenti palestinesi. La guerra del ’67, che nei Paesi arabi sconfitti, Egitto in testa, innescò un vero e proprio trauma psicologico di massa. E le altre successive fiammate belliche in Medio Oriente, sino alla cruenta  operazione “Margine di sicurezza” a Gaza (estate 2014), e alle due Intifade palestinesi (1987-’88 e 2000-2002): cui se ne sta probabilmente aggiungendo una terza (con la preoccupante escalation di attentati antiisraeliani, e la protesta di massa degli stessi arabi con cittadinanza israeliana).

Mario Canino, già docente universitario e nei Licei, s’è soffermato sulle tante risoluzioni ONU  (a volte dello stesso Consiglio di Sicurezza), rimaste inapplicate, che, sin dal 1947, esortavano il neostato israeliano a garantire ai palestinesi il ritorno alle loro terre e alle loro proprietà; e, dal 1967, ad evacuare la Cisgiordania, occupata appunto nella Guerra dei Sei giorni (la Striscia di Gaza, ricordiamo, fu invece evacuata nel 2005, da un premier fortemente criticabile, ma capace anche di decisioni lungimiranti, come Ariel Sharon). E ha ricordato la costante minaccia anche del terrorismo islamico, antiisraeliano a priori: da Hamas (che comunque, accettando di partecipare alle elezioni nei Territori occupati del 2006, indirettamente riconobbe lo Stato d’Israele) all’ambiguo – quanto a origini e finanziamenti, in parte di marca occidentale – ISIS.

Ernesto Marzano, insieme alle critiche alla politica israeliana e a certi aspetti delle stesse storia e cultura ebraiche (di serrata nazionalistica e religioso-culturale, introversione e chiusura quasi “a riccio” ) che, dal Medioevo in poi, spesso hanno offuscato i lati positivi dello spirito ebraico (cosmopolitismo, forte senso pratico-economico, spinta all’anticonformismo e all’ innovazione, scientifica e tecnologica), non ha mancato di ricordare i movimenti pacifisti e nonviolenti israeliani, da lui personalmente incontrati in  Israele e nei Territori occupati.Quei movimenti (come Bet’ Selem, il Comitato israeliano per i diritti umani, Tayush, e il quasi scomparso “Peace now”) che promuovono quotidianamente il dialogo e iniziative comuni coi palestinesi: e, un po’ come i loro omologhi negli USA, hanno in mente tutta un’altra idea del proprio Paese e della propria identità.
Mentre ha citato con commozione, vent’anni dopo, Ytzhak Rabin: il premier laburista israeliano, barbaramente ucciso da un ebreo estremista il 4 novembre 1995, che nei primi anni ’90, nel nuovo contesto mondiale post caduta dei Muri, aveva portato avanti coerentemente la politica di pace, concludendo con l’ OLP di Arafat gli accordi di Oslo I e II e Washington ( 1992- ’93), e i primi trattati di pace con Giordania e Siria.

In chiusura, Salameh Ashour, presidente della Comunità palestinese di Roma e del Lazio, ha auspicato – pur nel peggiorato contesto di oggi – una forte ripresa di questa politica di pace (per la quale,osserviamo, da ambo le parti sembran mancare leader veramente all’altezza). Ricordando come, sino alla seconda metà dell’ 800, arabi ed ebrei, sotto tanti diversi regimi, in realtà sono tranquillamente convissuti in Palestina, in pieno scambio economico, interreligioso e interculturale.

Fabrizio Federici

Gaza. Hamas lancia Intifada per «liberare Gerusalemme»

Gaza scontri barrieraDopo una giornata tesissima in cui ci sarebbero 6 morti e circa 20 feriti tra i palestinesi negli scontri con l’esercito israeliano a ridosso della barriera difensiva con Gaza, nei pressi del kibbutz di Nahal Oz, il leader politico di Hamas nella Striscia, Ismail Haniyeh, ha definito “Intifada” l’attuale ondata di attacchi contro cittadini israeliani. Il leader di Hamas ha poi aggiunto: “Deve essere rafforzata ed intensificata, è l’unica strada che può portare alla liberazione della Palestina, Gaza è pronta a svolgere il proprio ruolo, a battersi per Gerusalemme e guidare questa battaglia”. Eppure in queste ultime tre settimane di altissima tensione Hamas aveva invitato le “forze della sicurezza e giovani a non usare la forza contro gli occupanti israeliani”.

La situazione a Gaza è di nuovo sul filo del rasoio, gli strascichi e le vendette tra israeliani e palestinesi si sono propagate: Una troupe delle televisione commerciale israeliana Canale 2 è stata attaccata la scorsa notte dalla folla ad Afula, poco dopo l’accoltellamento di un soldato da parte di un palestinese. In particolare è stato aggredito dai passanti il giornalista arabo dell’emittente, Forat Nassar, e un tecnico ebreo è rimasto contuso. Mentre alcuni passanti arabi sono stati attaccati la scorsa notte a Natanya (a Nord di Tel Aviv) e a Gerusalemme, dove centinaia di estremisti di destra hanno inscenato una manifestazione xenofoba. Un loro esponente è stato arrestato dalla polizia.

Oggi sono avvenute altre tre aggressioni con coltelli: ad Afula da parte di una palestinese, Gerusalemme e Kyryat Arba, nei pressi di Hebron, causando nel complesso almeno 4 feriti israeliani. In mattinata era stato invece un israeliano ad accoltellare tre arabi nella città di Dimona, nel Sud, andando incontro alla dura condanna del premier Benjamin Netanyahu: “Chiunque viola le leggi dello Stato farà i conti con la giustizia”.

Liberato Ricciardi

«Devastazione e sofferenze senza precedenti a Gaza»

Gaza-bombardamentiNew York, 24 giugno – Un nuovo capitolo nella infinita guerra fra Israele e Palestina cerca di fare il punto su quanto avvenuto nella violenta ripresa dei combattimenti nell’estate dello scorso anno. Tramite il rapporto presentato a Ginevra lo scorso 22 giugno, la Commissione indipendente delle Nazioni Unite incaricata di riferire sul conflitto di Gaza del 2014 ha cercato di stabilire alcuni punti fermi nell’ambito di una questione che presenta ancora  molti  lati oscuri, tanto per quanto riguarda Israele quanto per i gruppi armati palestinesi.

“Uno scenario di devastazione e sofferenza” così il giudice Mary McGowan Davis, a capo della Commissione, descrive quello di fronte al quale si sono trovati gli emissari delle Nazioni Unite durante un’indagine che, iniziata a conflitto ancora in corso, ha necessitato di quasi un anno per presentare un documento che probabilmente verrà utilizzato come base per un futuro processo della Corte Penale Internazionale. Nel corso di una guerra che ha portato alla morte di almeno 1462 civili palestinesi e 6 israeliani (più 1600 feriti),  continua il rapporto, “l’ampiezza della devastazione e della sofferenza umana a Gaza è stata senza precedenti e avrà un impatto sulle generazioni future”.

Gaza-bombardamenti-civili

Particolarmente violenta sia nei risultati che nelle modalità di esecuzione degli attacchi, infatti, la guerra dello scorso anno, seppur relativamente breve, ha stabilito dei precedenti pericolosi. La discussa pratica del roof knocking israeliano, il “bussare” sui tetti degli edifici che stanno per essere colpiti, per “dare modo alla popolazione civile di fuggire”, ne è il primo esempio. Nell’utilizzare strumenti estremamente precisi per colpire gli obiettivi, che hanno portato alla distruzione di circa 18mila edifici negli appena 51 giorni di durata del conflitto, infatti, Israele ha utilizzato questa tecnica per giustificare l’uccisione di civili, che se non fuggiti in tempo sarebbero da considerarsi a tutti gli effetti “combattenti”, ma che in realtà avevano a disposizione un tempo del tutto insufficiente per mettersi in salvo, ma nello stesso tempo non è riuscita a spiegare perché dei palazzi civili fossero, in primo luogo, da considerarsi degli adeguati obiettivi militari. Grazie a questa strategia,  la breve ma devastante operazione dello scorso anno, il cosiddetto Protective edge, ha totalizzato, in meno di due mesi guerra, un numero impressionante di vittime civili palestinesi, un terzo delle quali costituito da bambini, tra i quali anche i quattro cuginetti uccisi sulla spiaggia che sono diventati il simbolo di un conflitto nel quale l’esasperazione reciproca ha portato a una cancellazione non solo dei diritti umani, ma anche dei più elementari sentimenti di empatia.

Da una parte è ancora forte nell’opinione pubblica l’immagine dei civili israeliani che, sdraio all’aperto e birra in mano, si godono le esplosioni su Gaza con lo stesso entusiasmo che nel resto del mondo si stava dedicando ai Mondiali di calcio, dall’altra il rapporto delle Nazioni Unite, seppure decisamente aspro con Israele, non è affatto tenero neppure nei confronti di Hamas. La scoperta di un fitto reticolo di tunnel che da Gaza portano ad Israele, utilizzati per tendere agguati ai soldati, furono infatti uno degli elementi principali che portarono all’esplosione del conflitto, terrorizzando la popolazione israeliana. In quei lunghi mesi, da Hamas sono arrivati circa 7mila fra razzi e colpi di mortaio, a fare da contraltare ai 6mila raid aerei e 50mila colpi da terra israeliani.

Gaza-civili-bombardamenti

Si tratta, come sempre, di un’opposizione di forze altamente sbilanciate ma che stavolta hanno entrambe portato lo scontro all’estremo delle proprie possibilità. Il documento finale sulla guerra di Gaza, è stato anticipato l’11 giugno scorso da alcune dichiarazioni del primo ministro israeliano Netanyahu, che nel presentare il rapporto della commissione israeliana, ha voluto definire quella dell’ONU verso Israele “una vera e propria ossessione” e il rapporto che ne è conseguito “motivato politicamente e moralmente imperfetto”, in quanto non distinguerebbe fra il comportamento morale dello stato ebraico e le organizzazioni terroristiche che questo si è trovato a fronteggiare.

Israele, ribadisce ancora una volta Netanyahu secondo il suo ormai stanco leitmotiv “non commette crimini di guerra”. Un’affermazione palesemente smentita dai fatti, che serve solamente a mettere le mani avanti rispetto ad una futura indagine della Corte Penale Internazionale. Proprio questo è l’auspicio del portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri, il quale chiede che il rapporto venga sottoposto al più presto all’autorità della Corte perché accerti le responsabilità di Israele. Quale che sia il risultato di questa inchiesta, tuttavia, un elemento appare chiaro a tutti: a meno di grossi cambiamenti nei negoziati di pace (una flebile speranza viene dalle non confermate voci di attivi colloqui informali fra le parti), una ripresa del conflitto sembra davvero inevitabile e la nuova stagione del governo Netanyahu non ispira di certo un grande ottimismo.

Costanza Sciubba Caniglia 

 

 

 

 

ONU. Un rapporto che è
come un macigno su Israele

Gaza-bombardamenti civiliNelle 217 pagine del rapporto consegnato lunedì alle Nazioni Unite, i due commissari incaricati delle indagini, elencano una serie di numeri che, nella loro crudezza, parlano chiaro ed è impossibile ignorarli.

Nei 50 giorni dell’ultima offensiva sulla striscia di Gaza, “Operazione Margine di Protezione”, Israele ha causato la morte di 2,251 palestinesi, di cui 1462 civili, e la distruzione di 18 mila abitazioni.

Tra i numeri, si legge anche, che in 15 casi specifici, l’esercito israeliano ha utilizzato armi di precisione (come missili e bombe a guida laser) contro abitazioni civili e che per questo sono morte 216 persone, tra cui 115 bambini e 50 donne.

Dall’altra parte Israele ha avuto negli stessi giorni 67 morti, di cui 64 i militari e tre i civili. L’operazione militare contro Gaza è iniziata in seguito al lancio di razzi contro il territorio di Israele. I militanti palestinesi, e in particolare Hamas, hanno lanciato 4881 razzi e esploso 1753 colpi di mortaio, in maniera indiscriminata col preciso intento di seminare il terrore tra i civili israeliani.

Il governo israeliano ha fatto di tutto per boicottare l’indagine conoscitiva e nei giorni scorsi ha anche diffuso i risultati di due inchieste per contrastare anticipatatmente la condanna che sarebbe inevitabilmente emersa dalla lettura del rapporto del Consiglio dell’ONU sui Diritti Umani. Per questo si è anche rifiutata di offrire collaborazione agli inviati delle Nazioni Unite, attaccando a più riprese i due commissari che si sono succeduti al vertice della commissione di inchiesta, per demolirne la credibilità, ma chi rischia di uscirne con le ossa rotte, proprio sul piano dell’immagine internazionale, è proprio il governo di Nethanyau.

L'occupazione israeliana in Cisgiordania e Gaza, con la linea di confine del '49, i territori dell'ANP con le zone e gli insediamenti sotto contrrollo israeliano, il Muro e le strade rpincipali.

L’occupazione israeliana in Cisgiordania e Gaza, con la linea di confine del ’49, i territori dell’ANP con le zone e gli insediamenti sotto contrrollo israeliano, il Muro e le strade rpincipali.

Il rapporto dell’ONU costituisce infatti una conferma inequivocabile a un’impressione largamente diffusa nell’opinione pubblica mondiale e cioè che di fronte alle provocazioni e al terrorismo di Hamas, Israele aveva reagito in maniera assolutamente sproporzionata e illogica. Da una parte aveva causato una quantità incredibile di lutti e distruzioni tra i civili palestinesi e dall’altra aveva confermato in pieno il messaggio di Hamas, cioè di uno Stato militarizzato, aggressivo e omicida. Esattamente quello che voleva il movimento integralista che domina la Striscia di Gaza.

Per di più la decisione dell’Autorità palestinese di rispondere alla totale impermeabilità del Governo israeliano di fronte alle richieste di riprendere un vero negoziato e alla ininterrotta politica di ampliamento degli insediamenti di coloni nei Territori Occupati, con l’apertura di una inchiesta per stabilire se Israele si sia o meno macchiata di crimini di guerra, apre un cammino di ulteriore aggravamento dei rapporti tra i due popoli. Niente che induca a essere ottimisti per il futuro.
Carlo Correr

Gaza. Netanyahu anticipa l’ONU e si autoassolve

Gaza-bombardamenti civili“Meglio prevenire” deve essere la logica della strategia mediatica che ha convinto il premier israeliano Benjamin Netanyahu a anticipare la condanna prevista in un rapporto imminente della commissione dei diritti umani delle Nazioni Unite sulla guerra a Gaza della scorsa estate pubblicando il risultato di due inchieste fatte in casa che si concludono assolvendo il Governo da ogni responsabilità per i fatti che gli vengono addebitati dalla comunità internazionale.

Col nome in codice “Operazione Margine di Protezione”, l’esercito israeliano in risposta ai lanci di razzi Kassam sui centri abitati più vicini alla striscia di Gaza da parte dei guerriglieri di Hamas, l’8 luglio 2014 avviò un’offensiva – oggi definita legale e legittima – con truppe corazzate, bombardamenti aerei e navali che coinvolse largamente la popolazione civile e distrusse una larga parte delle infrastrutture, scuole, ospedali, edifici pubblici. La rappresaglia si concluse il 26 agosto e dopo 51 giorni di bombardamenti il bilancio per la popolazione di Gaza fu di 2.141 morti, di cui due terzi civili e 536 bambini; 89 famiglie sterminate, oltre 10mila feriti, di cui 3.106 bambini, 17 mila case distrutte. Tra gli israeliani si contarono invece complessivamente 67 morti, di cui 64 furono soldati e tre i civili.

Il Governo israeliano contesta i dati dell’Onu, sostenendo che solo il 36 per cento delle vittime palestinesi era composto da non combattenti, mentre molti miliziani sono stati scambiati per civili e inoltre sostiene che l’offensiva militare non ha mai preso di mira intenzionalmente obiettivi civili.

I due rapporti israeliani, su cui si basano le dichiarazioni di Netanyahu, sono stati redatti uno dall’esercito e l’altro dal Gruppo Militare Internazionale. Sulla scorta dei due rapporti il premier israeliano ha duramente attaccato le Nazioni Unite accusando esplicitamente gli estensori del rapporto di sostenere accuse false perché dettate da posizioni preconcette contro Israele. “Chi vuole sapere la verità – ha detto – dovrebbe leggere questo rapporto, il rapporto di Israele e dovrebbe anche leggere il rapporto preparato dai generali stranieri”. “Chiunque invece voglia delle accuse infondate e preconcette contro Israele può perdere tempo a leggere il rapporto delle Nazioni Unite”.

Netanyahu ha rovesciato su Hamas, ogni responsabilità delle migliaia di morti innocenti accusando il movimento integralista palestinese di essere il vero responsabile di crimini di guerra, perché prende di mira i civili israeliani col lancio di razzi e usa i civili come scudi umani.

“Questo rapporto rappresenta il tentativo di Israele di autoassolversi dai crimini commessi a Gaza” ha commentato Sami Abu Zuhri, portavoce di Hamas. “È il tentativo israeliano di controllare il discorso internazionale anticipando il contenuto del rapporto del Consiglio dell’Onu sui Diritti Umani”. Quello israeliano è un rapporto “senza valore” e ha riconfermato la volontà dell’organizzazione di chiedere un’inchiesta internazionale.

Quasi contemporaneamente Israele ha archiviato l’uccisione di quattro bambini palestinesi sulle spiagge di Gaza durante un raid aereo il 16 luglio del 2014. Secondo la ricostruzione dei militari, l’aviazione aveva sparato sui quattro ragazzini mentre giocavano a pallone su una spiaggia di Gaza senza averli identificati come tali, ma ritenendo che si trattasse di uomini armati che correvano in un’area “utilizzata esclusivamente da militanti”. All’attacco avevano assistito diversi giornalisti stranieri e l’esercito israeliano aveva condotto un’indagine interna per possibile cattiva condotta militare, nel tentativo di respingere le accuse di crimini di guerra avanzate da più parti. La morte dei quattro ragazzini è stata definita “un tragico incidente” da un portavoce dell’esercito, il tenente colonnello Peter Lerner.

Redazione Avanti!

Israele rischia il processo
per crimini di guerra

Palestina-AjaDopo quanto avvenuto a Gaza, la Palestina è ricorsa a tutte le “armi” diplomatiche a disposizione, compresa l’adesione alla Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja, per poter ottenere una sanzione internazionale nei confronti del governo di Benjamin Nethanyau, che accusa di crimini di guerra. L’ambasciatore palestinese all’Onu, Riyad Mansour, aveva consegnato ufficialmente la domanda il 2 gennaio, dopo la bocciatura da parte del Consiglio di sicurezza della risoluzione palestinese per la fine dell’occupazione israeliana in Cisgiordania, bloccata dal veto degli Stati Uniti.

La notizia è stata così commentata dalla deputata socialista, Pia Locatelli: “L’adesione alla Corte penale internazionale dell’autorità palestinese rappresenta un importante riconoscimento da parte della comunità internazionale che ci fa ben sperare per il futuro”.
“Dopo l’approvazione da parte dei Parlamenti di numerosi Paesi europei, tra cui l’Italia, delle mozioni sulla Palestina – spiega la deputata – si compie un altro passo avanti nel processo che ci auguriamo porti al pieno e completo riconoscimento dello stato palestinese”.

Oggi, a distanza di tre mesi, il ministro degli esteri palestinese Ryad al Malki ha ricevuto una copia simbolica dello Statuto di Roma, il trattato internazionale che definisce i princìpi fondamentali della corte. In questo modo la Palestina potrà avviare un procedimento contro Israele per crimini di guerra e soprattutto tentare di internazionalizzare un problema noto, come quello degli insediamenti di Israele nei Territori Occupati. La funzione dell’ICC (Corte Penale Internazionale) è fondamentale in quanto ha giurisdizione su quanto accade negli Stati che hanno aderito, quindi sui Territori palestinesi (Gerusalemme est, Cisgiordania e Gaza) che d’ora in avanti, almeno in teoria, saranno sotto la giurisdizione del tribunale. Ma l’ICC potrebbe essere una “lama a doppio taglio” per i palestinesi. Hamas, lancia regolarmente razzi contro le città israeliane del sud, e il trattato ICC definisce come un crimine di guerra il “dirigere deliberatamente attacchi contro la popolazione civile”.
In ogni caso Israele, che non è mai stata così isolata dopo la vittoria di Netanyahu, rischia di ritrovarsi incriminata dalla Corte dell’Aja e avere ancora di più le spalle scoperte dopo il raffreddamento dei rapporti con l’alleato americano. Pochi giorni fa l’indonesiano Makarim Wibisono, rappresentante speciale per le Nazioni Unite per la guerra a Gaza, durante il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra, ha dichiarato: “La ferocia della distruzione e l’altissima proporzione di vite di civili perse a Gaza causa seri dubbi sull’aderenza di Israele alle leggi umanitarie internazionali”.

Maria Teresa Olivieri

Scrive Claudio Mella:
‘No’ alla proclamazione
di un’entità statale palestinese

Ritengo impensabile appoggiare la proclamazione di un’entità statale palestinese senza essere in malafede. Ciò che si vorrebbe come Stato di Palestina infatti sarebbe l’ennesimo stato-mafia del Medio Oriente fondato sulla guerriglia e il terrorismo, oltre che una minaccia persistente all’unica democrazia della regione, Israele.

Eppure, con le mozioni presentate e discusse in queste settimane su questo tema, una delle quali porta la firma dall’on. socialista Pia Locatelli, anche il Partito Socialista Italiano pare volersi adeguare alla nuova moda del riconoscimento unilaterale nei parlamenti delle nazioni europee del fantomatico Stato palestinese. Allinearsi a posizioni anti-sioniste sconfessa sia i profondi legami tra la storia di Israele e quella del movimento socialista internazionale sia la fama del Partito Socialista quale voce razionale e moderata nel panorama politico italiano.

La rivendicazione della dirigenza palestinese (se ve n’è una: Al-Fatah che controlla la Cisgiordania non è Hamas che amministra Gaza) di essere riconosciuta come stato è insensata, oltre che pericolosa: essa si scontra non solo con le norme del diritto internazionale, ma anche con gli elementari principi di ragionevolezza sulla base dei quali la comunità internazionale dovrebbe prendere decisioni così gravide di conseguenze.

Veniamo alle questioni di diritto: affinché un’organizzazione, se lo richiede, ottenga l’attribuzione della personalità giuridica internazionale di Stato, essa deve poter dimostrare di soddisfare i criteri stabiliti dall’art. 1 della Convenzione di Montevideo del 1933: (a) una popolazione permanente, (b) un territorio definito, (c) un potere di governo esclusivo e (d) la capacità di intrattenere rapporti con altri Stati. Non serve erudizione nelle relazioni internazionali per comprendere che ciò che si vorrebbe come stato di Palestina non soddisfa nessuno di questi criteri; una breve analisi può comunque chiarire le idee.

Per quanto concerne il primo criterio, dunque, non vi è chiarezza né sull’entità della popolazione palestinese, né sui territori che questa dovrebbe occupare. Devono essere annoverati tra le sue file anche gli arabi che vivono al di qua della Linea Verde, ossia quelli con cittadinanza israeliana? Più in generale, vi sono delle differenze linguistiche-culturali tali da distinguere una nazione palestinese dalle altre nazioni arabe circostanti? In realtà, gli arabi di Palestina dispongono già di due patrie, se vogliono: la Giordania, che fino agli anni ’80 era anche rappresentante legale del popolo palestinese, e Israele stesso – non dimentichiamo che già vivono ca. 1.413.500 arabi entro i confini di Israele (pari al 20 per cento della popolazione), pacificamente e con piena cittadinanza israeliana.

La seconda questione, il territorio nazionale, è capziosa: mentre ufficialmente la dirigenza palestinese chiede a Israele di cederle Gaza e Cisgiordania (appartenute a Egitto e Giordania fino al 1967), in realtà essa non ha mai nascosto di pretendere l’intero territorio di Israele, dal Giordano al Mediterraneo. Quanto al terzo principio, non vi è la minima certezza neppure su chi dovrebbe amministrare questo Stato”: Hamas o Al-Fatah, che quando non sono occupati a fare la guerra contro Israele si combattono tra di loro? Da ciò dipende anche il quarto parametro: è evidente che l’incertezza investirebbe anche gli eventuali rapporti internazionali del nuovo Stato.

Inoltre, per essere realmente indipendente, uno Stato deve avere una solida economia nazionale. Senza di essa, è costretto a vivere di aiuti stranieri e le decisioni di natura economica rilevanti sono prese da altri enti. Sappiamo già che l’Iran e altri nemici dell’Occidente finanziano abbondantemente organizzazioni terroristiche come Hamas e Hezbollah. Uno stato di Palestina vivrebbe solo di tali finanziamenti, con l’unico obiettivo di condurre una guerra continua contro Israele – e, perché no, altri Stati musulmani: conosciamo le vicende del Medio Oriente troppo bene per definire tale ipotesi irreale. Abbiamo bisogno di un altro Stato del terrore? Solo un cieco, o chi è in malafede, potrebbe negare che non solo i finanziamenti da oriente, ma anche quelli dell’Unione Europea e da Israele stesso finiscano sempre nell’acquisto di armi e nell’autoriproduzione dell’attuale dirigenza palestinese – che del resto assomiglia molto più ad un’organizzazione mafiosa che ad un presunto governo. E intanto la vera vittima di tale folle politica è proprio la popolazione palestinese, oppressa innanzitutto da coloro che si accreditano come suoi rappresentanti.

Infine, resta da valutare l’opportunità di concedere così tanto senza chiedere nulla in cambio: nessuna promessa di fine delle ostilità (del resto, la guerra di Gaza dell’anno scorso è stata scatenata da Hamas e nulla ci dice che non possa scoppiarne un’altra), nessuna garanzia di democraticità, nessuna dichiarazione di intenti, se pur minima. Vi è davvero il rischio che la dirigenza palestinese veda realizzata qualsiasi sua richiesta senza promettere nulla in cambio, un gioco a somma zero dove solo Israele perde tutto. È questa la politica del compromesso  democratico che l’Unione europea e i suoi Stati membri vorrebbero rappresentare, magari in opposizione al militarismo americano?

Dimentico che forse l’unico esperimento di socialismo reale della storia si applicò nei kibbutz israeliani e dell’appoggio che l’Internazionale socialista diede allo stato israeliano alla sua nascita, il Partito socialista vorrebbe dunque sostenere la fondazione sulla carta di uno stato palestinese che in realtà non esiste. Palese la scarsa conoscenza del diritto internazionale: volere essere uno stato non basta per diventarlo. Senza considerare che l’approvazione da parte di un parlamento estero di una spartizione del territorio israeliano senza il consenso del diretto interessato sarebbe come se un parlamento estero approvasse e riconoscesse unilateralmente come stato autonomo la presunta Padania o il Veneto.

Insomma, se vuole essere coerente, la sinistra dovrebbe appoggiare l’unico stato democratico, multiconfessionale e pluralista del Medio Oriente. Se vuole la pace, la sinistra dovrebbe schierarsi nettamente contro quelle fazioni che desiderano e proclamano il conflitto a tutti i costi e cercare di promuovere un dialogo razionale tramite i canali nazionali e internazionali di cui dispone (l’Internazionale e il PSE per esempio), non seguire mode dettate da un terzomondismo accattone e irresponsabile, spaventata dal terrorismo islamista e forse viziata da un antisemitismo mai sopito.

Claudio Mella 

Trieste, 03.03.2015