L’Europa, i sovranisti e le democrazie illiberali

europa bandiere

Lo scorso fine settimana si è svolto, a Bruxelles, il vertice del Consiglio Europeo sulla gestione dei flussi migratori. I risultati del vertice non sono stati soddisfacenti per il nostro Paese, a dispetto dell’ingiustificata esultanza del premier Conte.

Nel testo finale viene, più volte, ribadita la volontarietà della suddivisione di chi arriva in Europa. In altre parole, l’Italia non ottiene la distribuzione obbligatoria dei migranti ma, unicamente, l’impegno degli altri Paesi europei ad approntare, se lo vorranno, dei campi di accoglienza.

Rimane, a questo proposito, una grande incertezza rispetto all’attendibilità degli impegni presi su base volontaria.

Tra gli Stati europei più intransigenti e indisponibili alle ragioni della condivisione della gestione delle politiche migratorie si segnala il governo ungherese guidato da Viktor Orban e dal gruppo dei paesi di Visegrad, la fronda euroscettica dell’Europa centro-orientale (Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca). Ma troviamo estimatori delle idee politiche sovraniste anche nel Front National in Francia, nei partiti islamofobi di estrema destra del Nord Europa e in Italia, nella Lega (Nord?).

Proprio gli alleati europei di Salvini sono, plasticamente, i portatori di interessi nazionali configgenti con l’interesse italiano che è volto ad una comune gestione dei migranti su scala continentale, essendo l’Italia, per motivi geografici, il paese di primo arrivo.

Inoltre, l’alleanza sovranista europea con lo sponsor decisivo della Russia putiniana, fa della costruzione di una società chiusa a difesa della Tradizione uno dei punti qualificanti della propria azione politica.

Anche qui all’insegna dell’egoismo nazionale e orientati a forme di “democrazia illiberale”1.

Il termine “democrazia illiberale”, nella consuetudine politico-giornalistica, indica un sistema politico, con notevoli variazioni a seconda dei contesti nazionali, formalmente rappresentativo ma nel quale non vengono pienamente rispettati i principi pluralisti e democratici.

Alcuni studiosi definiscono questo peculiare sistema politico-istituzionale “democratura”, crasi tra democrazia e dittatura; altri, come Steve Levitsky2, professore di Scienza Politica all’Università di Harvard, utilizzano la dicitura di “autoritarismo competitivo”.

L’autoritarismo competitivo è un fenomeno post guerra fredda che coinvolge i Paesi che uscivano da forme di dittatura. Ciò nonostante, nella contemporaneità, si va diffondendo come teoria politica, anche nei settori più conservatori dell’Europa occidentale.

Nelle democrazie illiberali esistono le Istituzioni democratiche e sono vissute tanto dal governo che dall’opposizione come il principale meccanismo per giungere al potere. Le elezioni sono relativamente competitive e in alcuni casi si registrano delle parziali vittorie delle opposizioni.

Tuttavia, non si tratta di un regime democratico, perché la competizione non è equilibrata: il partito di governo gode di enormi vantaggi, riducendo, con lo strumento legislativo, gli spazi di agibilità democratica delle minoranze e la libertà dell’informazione. Giornalisti e attivisti dell’opposizione vengono minacciati, a volte arrestati e spesso si verificano manipolazioni e frodi elettorali.

Nei discorsi pubblici, e nella propaganda dei governi e dei partiti della destra radicale che s’ispirano al modello di “democrazia illiberale”, risuona un’argomentazione principale: la morte del modello democratico occidentale da sostituire con regimi autoritari sul modello di quelli sperimentati in Russia, Cina e Turchia.

Si prospetta l’abbandono dei metodi e dei principi liberali nell’organizzazione di una società. Si propone un impianto di forte rilancio dell’orgoglio nazionale e della Tradizione, con un uso strumentale dei valori cristiani, vi è una dichiarata ostilità alle politiche europee di accoglienza agli immigrati, fomentando razzismi vecchi e nuovi.

A tutto questo si aggiunge un utilizzo improprio dei poteri costituzionali, l’occupazione degli organi di garanzia e una gestione arrogante dei rapporti politici e dei rapporti con i mezzi di informazione.

Sembra evidente come gli elementi sopraindicati rappresentino una pericolosa messa in discussione dei valori di cui si sostanziano le democrazie occidentali e pluraliste.

S’intravede il rischio che le pulsioni illiberali, il nazionalismo, la demonizzazione della società civile etichettata come “radical chic”, conducano verso una società chiusa, autoreferenziale, impaurita e più debole.

Occorre vigilare sui pericoli dell’autoritarismo contemporaneo e contribuire a promuovere una cultura di tutela dei diritti umani, di promozione della libertà d’informazione e, più in generale, la realizzazione dei principi democratici enunciati nelle Carte europee e nazionali.

Paolo D’Aleo

1) A proposito, si leggano le argomentazioni utilizzate dal filosofo russo Aleksander Dugin, teorico delle politiche proposte e realizzate da Putin e da Russia Unita, in A. Dugin, La quarta Teoria Politica, 2017; A. Dugin, A. De Benoist, Eurasia. Vladimir Putin e la grande politica, 2014.

2) Si veda, S. Levitsky, L. Way, Competitive Authoritarianism: Hybrid Regimes after the Cold War , 2010.

Bitcoin, gli aspetti problematici
della moneta digitale

BitcoinDi recente “L’Espresso” ha condotto un’inchiesta sull’uso e la diffusione della moneta digitale (bitcoin), denunciando il fatto che le potenzialità della moneta virtuale siano state colte principalmente “da emissari di cosche eclettiche e intraprendenti”, attratte dalla “promessa di anonimato e riservatezza che nessuna banca è più in grado di garantire”.
Al di là degli aspetti criminali, la tendenza all’uso della moneta digitale sta effettivamente creando non poche difficoltà alle Banche centrali ed ai governi, nell’attuazione delle politiche di stabilizzazione dei sistemi economici ad economia di mercato; per questo motivo, alcuni governi sono giunti persino ad ipotizzarne il divieto d’impiego delle monete diverse da quelle ufficiali. I timori sollevati dalla crescente diffusione dei bitcoin si fondano su diverse ragioni, a seconda che ci si riferisca al finanziamento di operazioni tra operatori privati, oppure al ruolo che le Banche centrali svolgono come stabilizzatrici del ciclo economico. Prima di illustrare queste ragioni, conviene evidenziare in che cosa consista la moneta virtuale.
Il bitcoin è una criptovaluta, creata nel 2009 da un anonimo inventore; essa non fa uso di un ente centrale emittente e il suo valore è determinato unicamente secondo le regole dal mercato. Inoltre, il bitcoin utilizza un database distribuito tra i nodi della rete che definiscono l’area di adozione; tale network (denominato blockchain) consente di memorizzare la traccia delle transazioni, sfruttando la crittografia per gestire molti aspetti funzionali della sua adozione, come la generazione e l’attribuzione della proprietà dei bitcoin in circlazione.

Una rete Bitcoin (per convenzione, quando il sostantivo è scritto con la prima lettera maiuscola indica la tecnologia sottostante l’impiego della moneta elettronica, mentre quando reca la prima lettera minuscola designa l’unità di conto) consente il possesso e il trasferimento anonimo della moneta. La struttura “peer-to-peer” della rete Bitcoin (espressione che indica un modello di struttura logica informatica, in cui i nodi non sono gerarchizzati, ma sono “equivalenti” o “paritari”) e la mancanza di un ente centrale rendono impossibili, a qualunque autorità, governativa o meno, il blocco dei trasferimenti e il sequestro dei bitcoin, in quanto non sono messe in chiaro le relative chiavi d’accesso al sistema.

La circolazione di bitcoin è ancora molto limitata, se paragonata alla circolazione della moneta tradizionale; sono tuttavia diverse le organizzazioni che scambiano ricorrendo all’uso di bitcoin: dal novembre 2013, ad esempio, l’Università di Nicosia, a Cipro, accetta i bitcoin come mezzo di pagamento delle tasse universitarie e, a partire dal luglio 2016, nella città di Zugo, capitale di uno dei Cantoni più ricchi della Svizzera, è possibile pagare in bitcoin alcuni servizi pubblici, quali i servizi sanitari e quelli del settore dei trasporti.
La circolazione di bitcoin ha però favorito, come evidenzia l’inchiesta de “L’Espresso”, la diffusione di siti di e-commerce illegali, quali le “silk-roads”. Anche se si conoscono le modalità di funzionamento di questi siti, la loro repressione, per quanto continua, è resa difficile dalle garanzie di riservatezza offerte dal software utilizzato; questo, oltre a consentire la circolazione della moneta elettronica criptata, assicura anche l’anonimato di chi se ne avvale.
Dacché si è iniziato a parlarne, la moneta elettronica ha attraversato fasi distinte e diverse, caratterizzate da atteggiamenti sociali differenti: la prima fase è stata di repulsione, la seconda di scetticismo, la terza di curiosità e la quarta di comprensione; è maturato così il riconoscimento che tale tipo di moneta possa svolgere ruoli importanti e convenienti dal punto di vista dell’economia privata. La moneta elettronica ha quindi guadagnato presso i potenziali utilizzatori la crescente fiducia che essa possa trasformarsi in una riserva di valore più affidabile delle valute ufficiali, per via del fatto che molti Stati si sono rivelati incapaci di preservare la costanza del valore delle monete da loro emesse.
Tuttavia, ancora oggi, la moneta elettronica continua a sollevare presso il pubblico che la utilizza molti sospetti, il principale dei quali riguarda l’algoritmo (che in informatica esprime la messa a punto di un software in grado di risolvere un determinato problema, codificando una particolare procedura – l’algoritmo appunto – che può essere eseguita attraverso un calcolatore); il timore è che l’algoritmo, sul quale è basata attualmente la circolazione della moneta elettronica, possa essere oggetto di modificazioni, utili ad aumentare il volume delle transazioni finanziate col suo impiego, ma tali da produrre più di una versione della moneta elettronica. Nel corso del 2017, quanto temuto si è verificato, nel senso che è stata realizzata una modificazione dell’algoritmo, comportando per la moneta elettronica due versioni ottimali destinate ad usi diversi: una, conveniente per i pagamenti a breve termine e un’altra, per i pagamenti a più lungo termine.
“L’Espresso” ha indagato sul lato oscuro della criptovaluta, che viene impiegata per finanziare attività criminali di ogni genere; su queste attività l’Unità Informativa Finanziaria (un ufficio della Banca d’Italia) ha denunciato numerose operazioni opache riguardanti relazioni finanziarie aventi ad oggetto il trasferimento di mezzi di pagamento inviati a società estere attive nella compravendita di bitcoin che, potendosi acquistare anche in contanti, possono essere eliminati i rischi di lasciare tracce utili alle indagini sulle operazioni compiute tramite il loro impiego.
Ma il timore maggiore suscitato dalla diffusione della moneta elettronica è quello che la sua continua espansione possa affievolire, se non annullare del tutto, il ruolo stabilizzatore della politica monetaria e l’importanza delle Banche centrali, cui tale funzione compete. Nonostante i vantaggi assicurati nell’esercizio delle attività legali, l’dea che il bitcoin, come afferma Kenneth Rogoff, docente di Politiche pubbliche a Harvard, possa rappresentare oggi una alternativa alla moneta tradizionale è “terribilmente ingenua”; ciò dipende dal fatto che la conservazione della circolazione cartacea non dipende tanto dai proventi derivanti dal signoreggio sulla moneta, quanto dalla possibilità che, attraverso il suo governo, possa essere stabilizzata l’economia nei momenti negativi del ciclo economico. E’ questa la ragione per cui, allo stato attuale, si può tutt’al più pensare alla coesistenza di diverse unità di conto (quella ufficiale dello Stato ed altri tipi d mezzi di pagamento), ma è da escludersi una completa sostituzione delle monete criptate a quella tradizionale.
Un altro problema connesso all’esistenza di un regime monetario basato sul sistema di circolazione Bitcoin è il controllo dell’inflazione. Ciò dipende – secondo Rogoff – dal fatto che il sistema di circolazione fondato sulla moneta informatica non contempla l’esistenza di un’autorità sottostante il suo funzionamento; per cui, non si può escludere che possano nascere liberamente, fuori di ogni controllo, monete informatiche alternative, in grado di generare pressioni inflazionistiche sul funzionamento del mercato. Inoltre, anche se dovesse essere istituzionalizzato un sistema di circolazione digitale supervisionato dallo Stato, esso avrebbe un impatto destabilizzante sul sistema finanziario dell’economia, in quanto affievolirebbe la capacità di intermediazione delle banche, il cui centro di attività fosse il mercato privato. Ciò perché, in questo caso, gli operatori “di fatto sarebbero in grado di aprire conti ed eseguire transazioni senza più dipendere da un intermediario privato”, escludendo le banche dalla gestione della liquidità del sistema economico.
Vi è chi ritiene infondata la preoccupazione che il controllo esercitato dallo Stato sulla moneta possa essere oscurato da una crescente espansione di un sistema di circolazione digitale; ciò sarebbe vero, solo nel caso in cui la Banca centrale cessasse di trovarsi nella condizione di “controllare il tasso di interesse overnight tra le banche”; sin tanto che questo controllo potrà essere esercitato, l’eventuale circolazione della moneta statale con altri titoli di pagamento non sarà d’ostacolo alla gestione della liquidità, grazie proprio al ruolo svolto dalla Banca di emissione nel fissare il tasso d’interesse overnight, necessario per regolare le relazioni interbancarie di deposito.
Un deposito bancario è “overnight”, se deve essere estinto il primo giorno lavorativo successivo a quello in cui è stato costituito; sicché, la sua durata è di una sola notte. I depositi overnight sono una delle forme di depositi interbancari, costituiti da una banca presso un’altra banca, o presso la Banca centrale. Le banche che effettuano tali depositi investono a brevissima scadenza le loro eccedenze di liquidità, mentre le banche che li ricevono possono supplire a temporanee carenze, le une e le altre derivanti da squilibri nella distribuzione delle riserve libere. Attualmente, queste operazioni avvengono per lo più nell’ambito di appositi mercati telematici organizzati, ma possono avvenire anche in base ad accordi bilaterali diretti tra gli operatori.
Il sistema e-MID, è il mercato interbancario elettronico dei depositi in Europa e negli Stati Uniti; fondato in Italia nel 1990 per le negoziazioni in lire, il mercato è stato ridenominato in euro nel 1999. Ad oggi, le valute negoziate sono 3: euro, dollaro statunitense e sterlina inglese. Il numero sempre crescente di controparti europee aderenti all’e-MID ne conferma il ruolo di mercato di riferimento per la liquidità; secondo la Banca Centrale Europea, il 17% delle transazioni in depositi nell’area euro è effettuato attraverso il sistema elettronico e-MID.
Nell’area dell’euro, le banche possono impiegare la loro liquidità con depositi overnight presso le Banche centrali nazionali, o ricevere da esse liquidità con prestiti overnight, nel rispetto delle regole del Sistema Europeo delle Banche Centrali. I tassi d’interesse prefissati dal sistema per tali operazioni diventano il livello minimo (nel caso dei depositi) e quello massimo (nel caso dei prestiti), entro i quali oscillano i tassi overnight sul mercato.
In conclusione, al di là delle preoccupazioni e delle critiche che possono essere sollevate dall’uso della moneta elettronica, non può essere ignorato il fatto che in prospettiva l’uso della criptomoneta sta attirando l’interesse crescente degli operatori economici. Nel 2017, l’unità di conto bitcoin ha fatto registrare risultati record che, con molta probabilità, continueranno ad espandersi anche nel 2018. La valuta digitale, non solo ha fatto registrare guadagni senza precedenti, ma ha anche inaugurato una nuova tipologia di investimento, divenendo la prima vera alternativa alla moneta legale.
Ciò significa che, a livello istituzionale, il fenomeno non potrà essere ignorato; esso, sia pure in prospettiva, dovrà essere regolato, imponendo alle istituzioni, cui competerà la disciplina dell’uso delle monete virtuali tra le istituzioni economiche, di procedere nella consapevolezza dell’incertezza che grava sempre su ogni processo di cambiamento delle modalità di funzionamento del sistema economico.

Gianfranco Sabattini

Kenneth Rogoff e i limiti della circolazione della moneta cartacea

Kenneth Rogoff

Kenneth Rogoff

Gli anni della Grande Recessione sono stati caratterizzati da una generale contrazione delle attività economiche, sia reali che finanziarie; la grande massa di moneta inattiva presente all’interno dei sistemi economici in crisi ha paralizzato la politica monetaria, per via del fatto che, per quanto le risorse finanziarie fossero offerte a bassissimo costo a causa della loro abbondante disponibilità, nessuno mostrava interesse a chiederle in prestito, per ragioni produttive o di consumo.

Kenneth Rogoff, docente di politiche pubbliche a Harvard, in “La fine dei soldi”, sostiene che “una politica dei tassi negativi senza limiti” avrebbe consentito alle banche centrali di attuare una politica monetaria ben più efficace di quella che è stata loro consentita attraverso il ricorso a misure monetarie “non convenzionali”, quale la politica di quantitative easing, finalizzata ad aumentare la liquidità delle banche, ad innalzare il tasso d’inflazione e ad ostacolare gli effetti negativi sul rilancio della crescita riconducibili alla persistenza della deflazione. Perché?

Secondo Rogoff, gli ostacoli cui sono andate incontro le banche centrali sono stati originati dalla natura particolare della moneta cartacea; questa non è altro che un’obbligazione dell’emittente (lo Stato) a tasso zero, o, in termini più precisi, “un’obbligazione al portatore anonima e infruttifera, che non è associata ad alcun nome o evento passato ed è valida indipendentemente da chi la possiede”. Finché esiste la possibilità di detenere denaro contante, nessuno è disposto a “liberarsene”, depositandolo in un conto di deposito bancario, per accettare, a meno del costo della sua conservazione e assicurazione, un interesse inferiore a quello garantito dal suo investimento in un qualsiasi tipo di obbligazione offerta dal mercato dei capitali a breve. Questa circostanza è all’origine, secondo Rogoff, dello “Zero Lower Bound”, responsabile della paralisi che può colpire la politica monetaria in presenza di particolari condizioni di funzionamento del sistema economico, come, ad esempio, quelle createsi durante gli anni della crisi scoppiata nel 2007/2008.

Le espressioni “Zero Lower Bound” (ZLB) e “Zero Nominal Lower Bound” (ZNLB) indicano il problema di natura macroeconomica che insorge, quando il tasso nominale di breve termine è uguale o prossimo a zero, causando una “trappola della liquidità”, che ostacola la possibilità della banca centrale di supportare la stabilità della crescita economica attraverso la politica monetaria.

La causa dello ZLB è la circolazione della carta moneta a un tasso nominale di interesse corrente uguale a zero, in corrispondenza del quale è nulla la possibilità di stimolare la propensione a spendere attraverso l’abbassamento del tasso di interesse corrente, perché il pubblico (detentore della carta moneta) preferirà semplicemente conservare presso di sé il contante del quale dispone, in quanto scoraggiato a trasformarlo in depositi bancari coi quali finanziare la propensione a spendere di chi volesse approfittare del basso costo del denaro.
Kenneth Rogoff sostiene che il problema dello ZLB può essere risolto “facendo piazza pulita della moneta cartacea” o, quantomeno, eliminandone “gradualmente la maggior parte”, favorendo l’“inclusione finanziaria” (l’insieme delle procedure utili a garantire l’accesso ai sevizi bancari a tutti soggetti, in quanto consumatori e produttori, presenti nel sistema economico) “con carte di debito sovvenzionate e mantenendo in vigore le banconote di piccolo taglio a tempo indefinito, magari sostituendole in prospettiva con un sistema di sole monete metalliche”.
Altri, a differenza di Rogoff, come ad esempio Miles Kimball, docente di economia all’Università del Colorado, sostiene che il problema dello ZLB può essere risolto più efficacemente con una circolazione completamente basata o sull’introduzione di una moneta elettronica, o sull’adozione di una moneta elettronica come unità di conto per la regolazione di tutte le transazioni economiche attraverso la “tecnologia blockchain” – detta anche tecnologia di registro distribuito o Distributed Ledger Technology (DLT).
Essa consentirebbe, secondo Kimball, di mantenere sincronizzati i dati di numerosi database nell’ambito di una medesima rete telematica (network). I contenuti di un database sarebbero suddivisi in blocchi e condivisi in tempo reale con gli altri nodi del network; la procedura di codifica a blocchi conserverebbe in maniera permanente, e legalmente certa, la data di creazione, l’origine, il contenuto, la sicurezza e l’integrità dei dati relativi alle transazioni, attraverso procedure crittografiche automatiche e prive di intervento umano.
Rogoff non condivide la proposta di Kimball; per quanto non abbia alcun dubbio sul fatto che la tecnologia blockchain presenti validi motivi per considerarne positiva l’applicazione ai servizi finanziari, tuttavia, per il futuro prevedibile, egli è del parere che il miglior sistema sia quello che “utilizza come unità di conto una valuta, emessa dall’autorità statale, sebbene nel lungo periodo essa sia destinata a diventare moneta del tutto elettronica. Rogoff afferma di condividere la “visione libertaria” di quanti credono che le nuove tecnologie di pagamento via WEB possano liberare le persone dalla tirannide della moneta e dal controllo dello Stato”; però, è anche del parere che l’impiego del “Bitcoin” come unità di conto sia al momento improponibile, non essendo ancora disponibili le procedure appropriate per rendere adeguata l’inclusione finanziaria, allorché la moneta cartacea sia rimpiazzata da una moneta criptata. In altri termini, secondo Rogoff, il fatto che, in linea teorica, la tecnologia blockchain possa “prima o poi dare vita a una valuta migliore non significa affatto che quel mondo esista già in concreto”.

Il vero problema è oggi la possibilità di utilizzare la politica monetaria per il raggiungimento degli obiettivi che “affollano” le agende dei governi dei sistemi economici in crisi, quali la stabilizzazione dell’attività economica, l’erogazione del credito necessario per invertire il ciclo economico negativo, il finanziamento della spesa pubblica e la sottoscrizione delle obbligazioni emesse dallo Stato per equilibrare i disavanzi correnti dei conti pubblici. Per realizzare queste finalità, a parerete di Rogoff, “è fondamentale che il governo conservi il controllo sull’unità di conto e sulla valuta”, in termini della quale è denominata gran parte dei contratti sottostanti il funzionamento dell’economia nazionale.

Prima della crisi, causata dalla Grande Recessione, erano pochi i policy maker che si preoccupavano del problema dello “Zero Lower Bound”; ciò perché il vincolo posto dalla soglia zero del tasso d’interesse di breve periodo non aveva più suscitato particolari timori dai tempi della Grande Depressione. Dal 2007/2008, però – sostiene Rogoff – “la situazione è mutata radicalmente”, in quanto nel corso degli anni della crisi “quasi tutte le principali banche centrali hanno una volta o l’altra desiderato di avere la possibilità di fissare i tassi d’interesse abbondantemente sotto lo zero”.

L’idea che i tassi d’interesse negativi, allorché il sistema economico si trovi in particolari condizioni di crisi, possano consentire di realizzare un’efficace politica monetaria, strumentale all’inversione del ciclo negativo dell’economia, non è nuova. Anche nel pieno della Grande Depressione, John Maynrd Keynes era giunto alla conclusione che, se solo fosse stato possibile trovare il modo di offrire un rendimento negativo sulla liquidità, l’espansione monetaria avrebbe potuto contribuire a fare uscire il mondo dalla depressione; anche allora, come oggi, il problema consisteva nel fatto che, con i tassi di riferimento a breve termine pari a zero, la politica monetaria veniva bloccata da una “trappola della liquidità”.

Le insufficienti procedure di inclusione finanziaria allora disponibili hanno condotto Keynes – a parere di Rogoff – “alla famosa conclusione secondo cui la spesa pubblica era la chiave per spingere le economie fuori dalla Grande Depressione”. Non è quindi da escludersi, che se nel mondo di allora fossero state disponibili le attuali procedure d’inclusione finanziaria, lo stesso Keynes avrebbe potuto giungere a una conclusione diversa.

L’eliminazione (o quantomeno la riduzione) della circolazione della moneta cartacea (specialmente della parte costituita dalle banconote di grosso taglio) non servirebbe solo ad assicurare maggior forza alla politica monetaria; essa sarebbe utile anche per rinforzare la lotta contro le attività illecite, quali l’evasione fiscale, il narcotraffico, la corruzione, il riciclaggio di “denaro sporco”, il finanziamento dell’economia sommersa, le molte forme di rimunerazione in nero della forza lavoro occupata illegalmente e tutte le altre forme di aggiramento o di elusione degli obblighi legali.

L’eliminazione (o la riduzione) della quantità di moneta cartacea in circolazione potrà però essere realizzata solo in presenza – afferma Rogoff – di un programma mirato “a fornire alle persone a basso reddito conti correnti e carte di debito a condizioni fortemente sussidiate”; in ogni caso, il programma dovrà lasciare “in circolazione le banconote di piccolo taglio per un periodo prolungato (forse a tempo indeterminato)”, per soddisfare le esigenze di pagamento giornaliere della maggior parte delle persone. La conservazione della circolazione dei biglietti di piccolo taglio consentirà inoltre – a parere di Rogoff – di affievolire “alcuni dei timori più viscerali concernenti la sicurezza, la privacy e le emergenze”.

L’eliminazione dell’enorme massa monetaria in circolazione non è “un pasto gratis”, avverte Rogoff; tuttavia, i “’profitti’ realizzati dalle autorità assecondando ciecamente la domanda dei denaro contante sono ben poca cosa se paragonati ai costi delle attività illegali rese possibili dalla moneta cartacea, specialmente delle banconote di grosso taglio. L’effetto dell’abolizione della cartamoneta sull’evasione fiscale basterebbe probabilmente a compensare la perdita dei profitti ottenuti dalla stampa di moneta”. In ogni caso, conclude Rogoff, non tutte le considerazioni di coloro che si oppongono all’eliminazione della carta moneta sono prive di fondamento; ciò perché chi si schiera a favore della conservazione della possibilità di effettuare i pagamenti col denaro contante è molto spesso “mosso da ragioni perfettamente legittime, nel voler conservare lo status quo”.

E’ certamente fondata la tesi di chi sostiene, ad esempio che la cartamoneta non deve essere mai abbandonata, in considerazione del fatto che essa, oltre che mezzo di pagamenti, è anche, e soprattutto, “libertà coniata”. Di fronte alle pretese di chi sostiene questa tesi, come può la società conciliare l’aspirazione dei singoli individui alla privacy con l’esigenza di adottare regole che siano nell’interesse di tutti? Secondo Rogoff, la risposta all’interrogativo è che la conciliazione delle due istanze costituisce il “problema più cruciale che qualsiasi task force dedicata a eliminare il contante dovrà affrontare”, considerando attentamente gli obiettivi e le procedure tecniche alternative con cui conseguirli.

Certo, l’aspirazione dei singoli a non rinunciare alla comodità della privacy offerta dalla conservazione delle banconote è sicuramente meritevole di considerazione; ma non è neppure priva di senso la necessità che lo stesso singolo si ponga il problema del costo che la conservazione della comodità comporta, non solo per la lotta che occorre condurre contro l’attività criminosa, ma anche e soprattutto per la mancata possibilità di garantire un normale funzionamento del sistema sociale, supportato da una stabilità economica, il cui venir meno può compromettere la stessa comodità della privacy individuale.

Gianfranco Sabattini

Gli effetti negativi
dei “luoghi comuni” sull’economia

boitaniLa crisi che ancora grava sulla società e l’economia del nostro Paese ha dato la stura a un insieme di luoghi comuni in fatto di economia, originati dal vezzo intenzionale di utilizzare i teoremi economici per condannare o approvare questa o quella misura di politica economica, evidenziando alcuni aspetti di quei teoremi, ma tacendo su quelli “sconvenienti”. Ciò ha dato luogo, afferma Andrea Boitani, in “Sette luoghi comuni sull’economia”, ad una serie di espressioni quali: “L’economia va male perché c’è l’euro”; “Se il debito pubblico è alto ci vuole l’austerità”; “Senza le riforme non si esce dalla crisi”: “Per rilanciare l’economia servono grandi investimenti infrastrutturali”; e così via. Si tratta di espressioni che, a furia di essere ripetute, sono diventate “espressioni sacre”, dei mantra, pronunciate per esorcizzare la società dagli esiti “malefici” della persistenza della crisi economica e politica.

Considerato che alcuni dei luoghi comuni più ricorrenti hanno un impatto, a volte positivo, ma normalmente negativo sulla “vita e il benessere di milioni di individui, o addirittura di intere comunità nazionali e sopranazionali”, l’autore è del parere che sulle espressioni economiche divenute infondatamente quasi degli atti di fede occorra un esame razionale, per disvelarne i limiti, oppure per evidenziarne, quando possibile, il poco di verità che esse contengono. La riflessione critica su quelle espressioni è tanto più necessaria, se si pensa che decisioni di politica economica poco equilibrate, assunte sulla base di esse, finiscono con l’affermarsi come un’”ideologia insidiosa”, fuorviante per le decisioni responsabili che dovrebbero invece essere assunte.

Tra i luoghi comuni discussi da Boitani, alcuni in particolare hanno colpito l’immaginario collettivo, per la frequenza con cui essi in questi ultimi anni sono stati insistentemente ripetuti, sino quasi a trasformarli in recite scaramantiche; si tratta dei luoghi comuni che hanno avuto un rilievo politico riguardante l’intera comunità, quali quelli che di continuo hanno ripetuto, e continuano a ripetere, che l’“economia è entrata in crisi a causa dell’euro” e che per rimediare all’alto debito pubblico occorreva l’”austerità”, ovvero un drastico contenimento della spesa pubblica.

Riguardo all’euro, i suoi sostenitori lo hanno sempre magnificato, sostenendo che la moneta unica ha “contribuito a proteggere le economie europee da una serie di shock economici globali” e, grazie alla stabilità monetaria da esso garantita nel suo primo decennio di circolazione, sarebbe stato possibile garantire all’interno dell’Unione Europea la realizzazione di un notevole incremento di nuovi posti di lavoro. A parere di Boitani, rispetto a questi risultati, dal punto di vista dell’Italia, l’euro non sarebbe stato decisivo, né in senso positivo, né in senso negativo. “Se l’Italia – afferma l’autore – ha rallentato la crescita in concomitanza con l’ingresso nell’euro non è colpa dell’euro, visto che altri Paesi non hanno rallentato o addirittura hanno accelerato.

La moneta unica era nata con gli “obiettivi della bassa inflazione e dell’integrazione finanziaria”. Se il controllo dell’inflazione è stato raggiunto, non c’è da stupirsi, in quanto il suo perseguimento era “iscritto nei geni dell’euro fin dalla definizione dei criteri di accesso alla moneta unica con il Trattato di Maastricht”; anche l’integrazione finanziaria, fino allo scoppio della crisi del 2007/2008, si è potuta perseguire con successo, perché l’eliminazione dei rischi di cambio, consentita dall’introduzione della moneta unica, ha permesso una maggiore integrazione finanziaria tra i Paesi membri dell’Unione.

L’integrazione ha promosso una rapida convergenza al ribasso dei tassi ai quali le banche dei diversi Paesi si prestavano reciprocamente risorse finanziarie, contribuendo a fare diminuire gli interessi sui titoli di Stato a lunga scadenza. Inoltre, la riduzione dei tassi bancari ha consentito un miglioramento del deficit primario del bilancio pubblico (differenza tra entrate pubbliche e spese, al netto del pagamento degli interessi sul debito pubblico esistente); ciò ha reso possibile all’Italia di ridurre il rapporto debito/PIL, portandolo, alla vigilia dello scoppio della crisi, al disotto del 100% (99,7% nel 2007). La riduzione dell’incidenza del debito pubblico sul prodotto interno lordo avrebbe dovuto creare le condizioni perché fosse possibile ridurre la pressione fiscale e/o aumentare la quantità delle prestazioni sociali offerte ai cittadini tramite la spesa pubblica; se ciò non è avvenuto, afferma Boitani, non è certo colpa dell’euro.

Nel primo decennio di vita dell’euro, l’accresciuta integrazione finanziaria ha consentito di finanziare crescenti deficit della bilancia commerciale dei Paesi del Sud dell’Europa, tra i quali l’Italia; ciò è avvenuto senza considerare che, da un lato, tutto ciò poteva non creare delle difficoltà, sin tanto che la situazione economica internazionale fosse stata caratterizzata da una sostanziale stabilità; dall’altro lato, che gli squilibri nella partite correnti della bilancia commerciale potevano rivelarsi una “pesante eredità”, non appena fosse venuto meno la stabilità economica internazionale. Scoppiata la crisi, le banche dei Paesi del Nord dell’Eurozona, riempiendo i loro portafogli di attività finanziarie emesse dai Paesi e dalla Banche del Sud, si sono trovate in uno stato di insolvenza, trasformandosi in “motore” di moltiplicazione e di diffusione degli effetti della crisi stessa. L’insolvenza, a parere di Boitani, è imputabile al fatto che i banchieri del Nord Europa hanno commesso un errore di valutazione del rischio di credito concesso ai paesi del Sud, e un “errore nella stima di un rischio è sempre ‘colpa’ di chi lo compie”. Sarà pure così, ma vien fatto di osservare che sull’”innocenza” di chi induce a compiere quell’errore è lecito nutrire qualche dubbio.

Ad ogni buon conto, perché è scoppiata la crisi? La risposta – afferma Boitani – va ben oltre il convincimento che la colpa sia stata dell’euro in sé e per sé considerato. “Il punto è che con la crisi sono emersi tutti i difetti di costruzione dell’euro” e di tutte le istituzioni che lo hanno accompagnato. “L’unione monetaria era stata pensata come tappa di un lungo processo di unificazione del Vecchio Continente, una tappa che […] avrebbe dovuto spontaneamente portare a quella successiva: l’unione politica e quindi fiscale”. Ai difetti originari di costruzione dell’euro si è aggiunta poi la lettura che della crisi hanno dato, soprattutto dopo il 2010, le massime autorità europee, non disinteressatamente rispetto agli interessi dei Paesi del Nord Europa, trovatisi immobilizzate per gli eccessivi crediti concessi ai Paesi del Sud.

Secondo la lettura datane, la crisi dell’Eurozona, era l’inevitabile risultato dell’eccesso di debito pubblico dei Paesi del Sud Europa; tale debito, però, era “schizzato” verso l’alto solo dopo l’inizio della crisi, non perché, come alcuni economisti tedeschi pensavano, questi Paesi fossero continuamente in “festa”, ma perché avevano ricapitalizzato le proprie banche, contribuendo così a “salvare” quelle del Nord Europa (della Germania, in particolare, ma anche della Francia) che avevano sbagliato le loro valutazioni del rischio di credito; una verità che – afferma Boitani – “suscita sempre nervosismo a Berlino […] perché smentisce il mito della ‘generosità’ dei risparmiatori del Nord Europa”, evidenziando che buona parte dell’aumento del debito pubblico dei Paesi del Sud è stata causata dal rifinanziamento delle loro banche, a salvaguardia dei crediti di quelle del Nord.

In tutto quello che è accaduto, perciò, l’euro non c’entra; c’entra invece il fatto che l’”Eurozona è stata costruita come area sui generis, nel senso che anziché aver creato un’area istituzionalmente unitaria, è risultata essere solo un mercato interno, con l’euro ridotto a pura e semplice unità di conto, dove i Paesi partecipanti sono rimasti sovrani e responsabili dei propri debiti esteri, ma senza il controllo della propria valuta. L’euro, perciò, non ha colpe della crisi dell’Italia e degli altri Paesi del Sud Europa; la colpa è attribuibile al “come” è stata concepita e realizzata l’Eurozona, cioè all’aver pensato che l’unione monetaria potesse reggersi “senza bilancio federale, senza unione bancaria e senza unione politica, convinti che bastassero regole di finanza pubblica stringenti e strumenti per farle rispettare agli Stati più riottosi e indisciplinati”.

In questo modo, nella “disunione finanziaria ed economica” sono tornati a riproporsi gli egoismi nazionali, con la Germania trasformatasi in Paese ossessionato dal pericolo dell’inflazione, dalla necessità di introdurre una stretta politica fiscale nei Paesi ad alto debito pubblico e di assegnare a questi ultimi gravosi “compiti a casa”, il principale dei quali è stata l’imposizione di un “consolidamento fiscale”, ovvero di un’”austerità” gravosa (con cui porre fine alla presunta “festa” a causa della quale gli italiani si erano indebitati), al fine di ricuperare le risorse da destinare alla riduzione del debito pubblico, senza alcuna considerazione per i costi sociali che l’austerità avrebbe determinato. Tutti i Paesi creditori membri dell’unione monetaria hanno condiviso l’ossessione della Germania, convinti che non esistessero alternative percorribili: bisognava immediatamente procedere al consolidamento fiscale, “ovvero a una robusta sommatoria di tagli alla spesa pubblica (a partire dai salari dei dipendenti pubblici e dalle pensioni) e di aumenti delle tasse”.

Tra il 2009 3e il 2010, l’ideologia dell’austerità, condivisa dalle forze politiche al potere e dalla generalità dei banchieri, per realizzare il rientro dall’eccessivo debito pubblico, ha trovato il supporto nel lavoro di ricerca di alcuni economisti dell’Università di Harvard, Carmen Reinhart e Ken Rogoff. Questi economisti, con una loro analisi empirica, avevano trovato una relazione tra il livello del rapporto debito/PIL e la crescita economica, relativamente a 20 economie avanzate, per il periodo 1946-2009; relazione che, a parere dei due ricercatori, consentiva di affermare che all’aumentare del debito di tali economie, il loro tasso di crescita si era ridotto significativamente e, quando il rapporto debito/PIL aveva superato il 90%, il tasso di crescita era divenuto negativo.

La ricerca economica, tuttavia, non ha tardato a dimostrare che l’austerità era “la risposta sbagliata ai problemi economici dell’Europa”, in quanto, anziché supportare la riduzione del debito pubblico dei Paesi più indebitati, come l’Italia, lo ha invece fatto aumentare, con incrementi maggiori proprio in quei Paesi dove più intense sono state le misure adottate per realizzare l’austerità. Ricerche empiriche successive a quelle di Reinhart e Rogoff hanno infatti evidenziato che “per ogni punto percentuale di miglioramento del saldo primario aggiustato per il ciclo nel periodo 2011-2014, il rapporto debito/PIL è aumentato di oltre 5 punti in media nei Paesi dell’Eurozona”; la spiegazione, a parere i Boitani, è da rinvenirsi nel fatto che l’“austerità ha finito per far ridurre la crescita del PIL reale più di quanto abbia frenato la crescita del debito pubblico”, per cui il rapporto debito/PIL è cresciuto di più proprio nei Paesi che hanno praticato una politica più intensa di austerità.

L’austerità, perciò, conclude Boitani, ha fatto sì che il deficit primario si riducesse, ma non ha permesso di migliorare il rapporto debito/PIL; di conseguenza, il tirare la cinghia per gli italiani non ha comportato, né un miglioramento della sostenibilità del debito pubblico, né un rilancio significativo della ripresa dell’economia nazionale. Vi è stato – sottolinea Boitani – persino chi, accettando le implicazioni del luogo comune che l’austerità fosse la risposta giusta all’eccessivo debito pubblico, non ha esitato ad affermare che il mancato successo del contenimento della spesa pubblica fosse da attribuirsi “alle dosi troppo piccole con cui la ‘medicina’ è stata somministrata”, rivelatesi insufficienti per invertire le aspettative degli operatori economici.

Il dramma per gli italiani è consistito nel fatto che l’accettazione acritica del luogo comune che l’austerità sarebbe stata una misura “espansiva”, in realtà si è rivelata “punitiva”; l’intero establishment del Paese ne ha accettato le implicazioni, concorrendo alla diffusione di un malcontento sociale così pervasivo da determinare complicazioni sul piano politico, per via della nascita dei cosiddetti movimenti populisti di protesta e “anticasta”, sui quali le forze politiche al potere avrebbero ora la pretesa di “scaricare” la responsabilità degli esiti negativi delle fallimentari politiche anticrisi poste in essere.

Gianfranco Sabattini

Zuckerberg e la generazione istruita e senza reddito

Zuckerberg“Sono onorato di essere qui con voi oggi perché, diciamocelo, avete realizzato qualcosa che non sono mai riuscito a fare. Se concluderò questo discorso, sarà la prima volta in cui riuscirò a portare davvero a termine qualcosa ad Harvard. Classe del 2017, congratulazioni!”, con queste parole Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, ha iniziato il suo discorso e ricevuto la laurea ad honorem. Come già Steve Jobs prima di lui, anche Zuckerberg non aveva mai completato gli studi per potersi dedicare alla creazione del suo progetto il social network blu più conosciuto e usato al mondo.
Il trentatreenne ha tenuto a precisare quale sia la vera molla che porta al successo, senza per questo illudere gli studenti della prestigiosa Università: “Lo scopo è quel senso di appartenenza a qualcosa di più grande di noi, la sensazione di essere necessari e di lavorare per arrivare a qualcosa di meglio. Lo scopo è ciò che crea la vera felicità”. Ma subito dopo precisa: “Vi state laureando in un periodo in cui questo è particolarmente importante. Quando si sono laureati i nostri genitori, lo scopo derivava dal lavoro, dalla chiesa, dalla comunità. Nei nostri giorni però la tecnologia e l’automazione stanno sostituendo tanti lavori. L’appartenenza alle comunità non è più così importante. Molte persone si sentono disconnesse e depresse e cercano di colmare un vuoto”.
Non dimentica poi di rammaricarsi con un mondo che sempre di più tende a escludere proprio le persone istruite e giovani e nel suo ‘manifesto politico’ afferma: “C’è qualcosa di sbagliato nel nostro sistema se una persona può lasciare questa università e fare miliardi di dollari in 10 anni, mentre milioni di studenti non possono permettersi di pagare i loro prestiti studenteschi, per non parlare di avviare un’attività. Sappiamo tutti che non basta avere una buona idea o lavorare sodo. Bisogna avere anche fortuna. Se avessi dovuto mantenere la mia famiglia al posto di avere il tempo per programmare, se non avessi saputo che sarei stato bene anche se Facebook non avesse funzionato, non sarei stato qui oggi”. Una soluzione, per il fondatore di Facebook, potrebbe quindi essere “un reddito di base universale”.
Per ora Zuckerberg come tutti usa la sua stessa ‘creatura’ e alla fine della cerimonia ha postato su Facebook la sua foto sorridente, mentre tiene in vista il diploma in mezzo ai suoi genitori: “Mamma, te l’avevo detto che sarei tornato per prendermi questa laurea”

Gas e petrolio. Un’altra guerra è già cominciata

PetrolioIl petrolio è la commodity più importante al mondo, essendo, a tutt’oggi, la prima fonte d’energia disponibile per l’umanità. Si stima, che solamente l’anno scorso, si siano consumati, in media, 80 milioni di barili al giorno, mentre, quest’anno, se ne prospetta un consumo di 84 milioni al giorno, per un totale di 30 miliardi di barili annui. Dunque, senza di esso, la nostra attuale società, sarebbe praticamente un corpo senza vita.

Con queste premesse, si è andato via via delineando un quadro tutt’altro che positivo: una guerra economica che sta facendo più disastri che altro.

I protagonisti di questo scenario sono i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), la cui economia si basa quasi esclusivamente sul petrolio, di cui sono ricchi, e i Paesi membri dell’OPEC con Stati Uniti e l’Europa al seguito.

Oramai è cosa ben nota che gli USA hanno migliorato la loro produzione di shale gas e shale oil (gli idrocarburi estratti dagli scisti bituminosi), conquistando una certa autosufficienza energetica con l’obiettivo di diventarne i maggiori venditori. Così facendo, è chiaro, che quei Paesi che hanno sempre basato la loro economia e la loro sussistenza sull’esportazione di petrolio greggio, vanno incontro a una inevitabile crisi economica. È sufficiente osservare l’andamento delle quotazioni del petrolio in rapporto ai rispettivi dati macroeconomici nazionali per rendersene conto.

E questo è quello che sta succedendo, ad esempio, oggi in Russia; un anno fa, l’economia del Paese stava crescendo di circa l’1,5% rispetto all’anno precedente, ma nel giro di dodici mesi è cambiato tutto e per l’anno prossimo si prevede una caduta del Pil di 4 punti percentuali. L’economia è in crisi: le sanzioni imposte dall’Occidente per le interferenze della Russia nella crisi ucraina, stanno iniziando a farsi sentire ed, ancora di più si sta facendo sentire il crollo del prezzo del petrolio che, assieme al gas, compone il 67% delle esportazioni russe, il 16% della totalità dell’economia del Paese e il 50% dei ricavi del governo. Il tutto si accompagna a una perdita di valore del rublo con conseguente ‘importazione’ di inflazione che si scarica essenzialmente su pensionati e lavoratori a reddito fisso.

Dietro le quinti, ma neppure tanto, c’è senza dubbio il colosso statunitense che, come è stato detto in precedenza, vuole conquistare l’autosufficienza energetica e divenire la prima potenza mondiale nella produzione dell’oro nero.

Un elemento che si inserisce nella strategia complessiva dell’Amministrazione Obama che immagina di spostare il focus della politica statunitense dal Medio Oriente all’Asia, la regione dove si prospetta la maggiore crescita economica del globo, rafforzando la presenza nordamericana nel Continente, espandendo le basi militari e creando accordi e alleanze commerciali in concorrenza con l’altro gigante, la Cina.

L’obiettivo di tutto questo è continuare a garantire il ruolo futuro di superpotenza degli Usa, contrastando le ambizioni di Pechino. In questo quadro gli Stati Uniti devono cercare di spingere la NATO sempre più ad est, accerchiando la Russia e controllando il flusso di petrolio e gas da est a ovest. Questo, d’altronde, è anche un buon motivo che ha convinto Obama a difendere la sovranità dell’Ucraina dalle mire revansciste della Russia. “Gli USA – scrive Mike Whitney in Counterpunch, mensile americano radicale – hanno alleati in questa stramba crociata, in particolare Israele e Arabia Saudita. E i Sauditi sono stati particolarmente d’aiuto nell’inondare il mercato di petrolio, buttarne giù i prezzi e schiacciare l’economia Russa”.

Che ci sia Washington dietro il declino del rublo lo dice anche il giornale inglese The Guardian che dichiara l’interesse di Obama nello spingere Teheran a cedere sul programma nucleare, mandando così in rovina l’economia russa. “John Kerry, il segretario di Stato, avrebbe stretto un accordo in settembre con Re Abdullah affinché i Sauditi vendano il greggio al di sotto del prezzo di mercato. Il che spiega perché il prezzo è caduto in un momento in cui, col trambusto in Iraq e Siria causato dallo Stato Islamico, avrebbe dovuto salire”. Dunque l’obiettivo sarebbe proprio quello di mandare al tappeto Iran e Russia tramite un’architettata manovra economia e non una decisione Saudita volta a colpire la concorrenza dello shale oil americano, come è stato ipotizzato da alcuni.

E proprio di shale gas e di shale oil si è parlato molto in questi giorni. Abbiamo detto che grazie alla loro produzione, gli Stati Uniti stanno raggiungendo una completa autonomia energetica, ma per quanto durerà?

Secondo alcuni quella dello shale gas e dello shale oil è una bolla che rischia di esplodere: «Lo shale oil è molto costoso. – dichiara Amrita Sen, di Energy Aspects – Anche se le compagnie petrolifere si sono protette con l’hedging da eventuali ribassi del greggio, resta il fatto che molte compagnie per finanziare le trivellazioni si sono fortemente indebitate. Il che può anche andare bene, finché i tassi di interesse sono bassi e finché le prospettive di sviluppo sono buone.” Effettivamente, negli ultimi tempi, grandi gruppi finanziari e bancari hanno sostenuto ed alterato il mercato del greggio. Ad esempio, la Merril Lynch & Co. e la Barclays hanno finanziato, con miliardi di dollari, i nuovi progetti di estrazione in Indonesia, Australia o Cile e nel nostro Paese è grazie alle forti pressioni di banche come la texana Schlumberger Credit Union che si sono potute ottenere nuove concessioni per le perforazioni marine in Sardegna e in Puglia. Sfortunatamente, sostengono gli economisti presenti lo scorso ottobre nell’ambito del summit annuale dell’AIEE, le prospettive di sviluppo per shale gas e shale oil non sono delle migliori, soprattutto in Europa e, secondo i dati raccolti da Bloomerg, sta crescendo la diffidenza da parte degli investitori. La resa media delle compagnie che ricercano e producono energia di questo tipo, hanno avuto, alla fine del 2009, un calo molto importante, dal 5% all’8%, entrando nell’ambito dei junk bond e meritando così, ben poca stima da parte degli investitori. Questo fenomeno impatta su centinaia di migliaia di debiti stipati nei bilanci delle compagnie petrolifere: circa 211 miliardi di dollari ad alto tasso di interesse da aggiungere a quelli a tasso normale.

E la situazione potrebbe anche peggiorare, calcolando che il punto di pareggio per i produttori con questi nuovi metodi di estrazione si valuta attorno agli 85 dollari al barile: il prolungarsi di prezzi così bassi come quelli attuali attorno ai 60 dollari, se all’inizio colpisce Paesi come Russia ed Iran, a lungo andare, produrrà effetti devastanti anche per il mercato americano. Difatti, qualche giorno fa, è iniziata una vera e propria fuga degli investitori che avevano scommesso su questo mercato e le tensioni manifestatesi, stanno dando i primi segni di contagio.

Secondo Leonardo Maugeri, tra i maggiori esperti internazionali di idrocarburi e professore associato alla Kennedy School of Government dell’università di Harvard, l’allarme provocato dalla caduta dei prezzi del petrolio è il prodotto di una sottovalutazione del potenziale shale che nasce, a sua volta, “da dati non aggiornati, dall’uso estensivo di modelli econometrici che non tengono nel dovuto conto la rapida evoluzione delle conoscenze e della tecnologia nell’arena shale, dalla persistente sottovalutazione degli aumenti di produttività per pozzo, del calo dei costi di perforazione, della carenza di dati specifici riguardo ai diversi costi e alla resa produttiva delle differenti aree esistenti all’interno di uno stesso campo shale”.

“Per quanto riguarda il break even e il costo marginale – continua Maugeri – dobbiamo ricordare che essere proprietari del migliore o del peggiore appezzamento, è l’elemento che fa la differenza tra vincitori e vinti: è corretto dire che il costo marginale di produzione di bakken (enorme giacimento di shale gas negli Usa ndr) ha un break even point di 85 dollari al barile ma è veramente molto fuorviante non osservare che questo numero rappresenta meno del 3 per cento della produzione complessiva di Bakken. Ecco perché il boom dello shale Usa è destinato a durare”.

Qualunque sia il futuro del gas e del petrolio di scisto, in questo quadro dove tutti sono disposti a tutto per il predominio geopolitico ed economico, i veri limiti saranno forse nei danni ambientali prodotti dalle intense perforazioni “ ma questa – come dice Maugeri – è un’altra storia”.

Gioia Cherubini

Attenti, anche l’Italia
può fare crack

Perché la distribuzione della ricchezza, la crescita economica e lo sviluppo continuano ancora a caratterizzare una disuguaglianza globale tra gran parte dei Paesi del mondo? All’interrogativo tentano di dare una risposta Daron Acemoglu e James Robinson, il primo economista al MIT e il secondo scienziato politico di Harvard, in un loro ponderoso volume dal titolo: “Perché le nazioni falliscono”.

Secondo gli autori, si potrebbe pensare che la risposta possa essere data sulla base di una spiegazione condivisa dalla quasi generalità di coloro che si occupano delle disparità esistenti in fatto di distribuzione, a livello mondiale, delle povertà, della ricchezza e dei ritmi di crescita; invece, accade che così non sia e che la maggior parte delle risposte non siano soddisfacenti. Molte sono, infatti, le ipotesi cui si fa normalmente ricorso per formulare un’adeguata risposta all’interrogativo; di tali ipotesi, le principali sono quella geografica, quella culturale e quella dell’ignoranza, o dell’insufficiente acculturazione.

Secondo la prima ipotesi, il gap tra Paesi “ricchi” e Paesi “poveri” è riconducibile alla diversità della loro collocazione geografica; secondo l’ipotesi culturale, esso è imputabile alla diversità dei valori e delle credenze condivisi; infine, secondo l’ipotesi dell’ignoranza, il gap è causato dal fatto che le società civili dei Pesi “poveri” e le loro classi dirigenti non sappiano come utilizzare razionalmente le risorse delle quali dispongono. Tutte queste ipotesi, assieme a tutte le loro possibili varianti, non consentono di dare risposte adeguate al perché della disuguaglianza globale esistente; per comprenderne la ragione occorre “prima capire perché alcune società siano organizzate in modo inefficiente e socialmente fallimentare”. La tesi di Acemoglu e di Robinson è che la maggior parte degli economisti e degli studiosi di scienza della politica si sia concentrata su come risolvere i problemi, mentre per capire il fenomeno della disuguaglianza globale occorre, soprattutto, spiegare come all’interno dei Paesi “poveri” o all’interno dei Paesi in recessione strutturale, i problemi si creino. A tal fine, occorre andare oltre la teoria economica, e studiare anche i processi politici decisionali prevalenti, all’origine dei problemi stessi.

Secondo Acemoglu-Robinson, il superamento della povertà, ad esempio, dipende dalla soluzione di alcuni fondamentali problemi politici originari; proprio perché la teoria economica ha sempre mancato di considerare la dimensione politica dell’arretratezza, essa non è stata in grado di fornire una spiegazione convincente della disuguaglianza globale. Per rimuovere tale deficit conoscitivo, se l’economia è utile per comprendere come il diverso modo in cui i Paesi “poveri” sono organizzati condizioni il comportamento economico, la politica è chiamata a dare prioritariamente una risposta al problema dell’organizzazione propria di quei Paesi.

Sulla scorta dei loro assunti, Acemoglu e Robinson, affermano che la disuguaglianza globale è imputabile alla diversa natura delle istituzioni che regolano il modo in cui si svolge l’attività politica e il funzionamento dell’attività economica, da un lato, ed il comportamento degli attori politici ed economici, dall’altro. Tali istituzioni possono essere “inclusive” oppure “estrattive”: quelle inclusive plasmano la società in modo tale per cui le opportunità risultano equamente distribuite, mentre quelle estrattive consentono la “cattura” delle opportunità da parte di ristretti gruppi a proprio esclusivo vantaggio. Tra il primo tipo di istituzioni e le seconde esiste una relazione stretta, che può originare un circolo virtuoso, oppure un circolo vizioso. Quando le istituzioni politiche sono inclusive, aperte alla libera iniziativa e alla partecipazione al processo decisionale della generalità dei componenti il sistema sociale, esse originano a loro volta istituzioni economiche inclusive, impedendo che i loro attori pongano in essere comportamenti arbitrari; mentre, quando le istituzioni politiche sono di natura estrattiva concorrono a creare istituzioni economiche anch’esse estrattive, i cui attori agiscono senza regole, condizionando l’evoluzione futura del sistema politico-istituzionale e di quello economico.

I Paesi “poveri” non sono riusciti o mancano di riuscire a superare il loro stato di stagnazione, quando hanno istituzioni politiche ed economiche estrattive; l’acquisizione di istituzioni politiche, perciò, costituisce un momento importante ai fini della comprensione, non solo delle cause che hanno bloccato i Paesi “poveri” sulla via della crescita e dello sviluppo, ma anche del perché i Paesi “ricchi” possono fallire, allorché, a seguito di un processo degenerativo delle istituzioni politiche, essi acquisiscono delle istituzioni economiche estrattive, nella prospettiva che la degenerazione delle prime continuerà ad approfondirsi per effetto dei condizionamenti esercitati dalle seconde.

Secondo Acemoglu-Robinson, è importante comprendere come la storia e le congiunture critiche dei singoli contesti sociali diano forma alle istituzioni politiche inclusive; esse non nascono via fax spedito dal cielo, ma sono l’esito dei punti di svolta nei rapporti di forza esistenti tra i diversi gruppi che operano e interagiscono all’interno del sistema sociale, dotato di un minimo di organizzazione istituzionale; ogni congiuntura critica è però un’arma a doppio taglio, nel senso che può determinare cambiamenti di segno opposto nell’ evoluzione del sistema sociale. L’esito del “conflitto” tra i gruppi non è mai certo, in quanto dalla sua risoluzione può attivarsi un circolo virtuoso, oppure un circolo vizioso. Se emergono istituzioni politiche inclusive, seguirà la formazione di istituzioni economiche anch’esse inclusive; una volta emerse, sia le prime che le seconde “innescano… un processo di retroazione positiva grazie al quale esse aumentano la probabilità di persistere o addirittura di espandersi”.

Il circolo virtuoso è rinforzato da diversi meccanismi. Il primo è espresso dalla logica propria delle istituzioni pluraliste, quali sono appunto le istituzioni inclusive, considerato che il pluralismo racchiude in sé il concetto di Stato di diritto, che, a sua volta scoraggia l’uso “ad personam” delle istituzioni da parte di un gruppo ai danni di un altro; un secondo meccanismo consiste nel fatto che, una volta create, le istituzioni economiche inclusive supportano quelle politiche dalle quali esse hanno tratto origine; un terzo meccanismo, infine, è innescato dall’affermarsi, dopo la formazione delle istituzioni politiche inclusive, di mezzi di comunicazione indipendenti, in grado di mobilitare l’opinione pubblica nel caso in cui le istituzioni inclusive siano minacciate dai gruppi di opposizione.

Tuttavia, benché il circolo virtuoso, una volta attivato, sorregga vieppiù le istituzioni inclusive, le forze di opposizione conservano vive le propensioni di coloro che hanno interesse a ricuperare le istituzioni estrattive; ciò perché, come osservano Acemoglu e Robinson, la storia “non è libro già scritto”, e i circoli viziosi, per quanto non siano impossibili da arrestare, hanno una grande capacità di resistenza, potendo attivare contingentemente forze di retroazione negative. Quando ciò si verifica, se le forze negative non sono adeguatamente contrastate, possono dare il via a un processo di feedback negativi, con la conseguente resuscitazione di istituzioni politiche ed economiche estrattive, che riconducono il sistema sociale, in qualche modo fuoriuscito dalla sua originaria condizione di povertà, al suo status originario; o, nel caso di un sistema sociale già inserito nel novero dei Paesi “ricchi”, di interrompere la crescita e lo sviluppo, approfondendo le disuguaglianze distributive al suo interno.

La teoria di Acemoglu e di Robinson è veramente in grado di spiegare, in termini più esaustivi e compiuti di quelli tradizionalmente offerti dalla teoria economica, i principali aspetti dello sviluppo politico ed economico globale? Gli autori sono convinti d’essere riusciti nel loro intento, articolando la loro teoria su due livelli. Il primo attiene alla spiegazione di natura storico-politico-istituzionale dei motivi per cui le istituzioni inclusive sono emerse in alcune parti del mondo e non in altre; ma anche perché alcuni Paesi o regioni in ritardo sulla via della crescita e dello sviluppo stentano o non riescono a rompere lo status stagnante che li caratterizza e perché alcuni Paesi, dopo essersi inseriti nel novero dei Paesi “ricchi”, oggi tendono a fallire e a perdere il rango di Paesi sviluppati. Il secondo livello concerne il modo in cui la storia può orientare le “traiettorie” politico-istituzionali ed economiche dei Paesi, conservandoli, a seconda dei casi, nella prospettiva di un circolo virtuoso, oppure di un circolo vizioso.

La teoria di Acemoglu e di Robinson motiva il lettore a tentare di applicarla all’esperienza dell’Italia contemporanea, sia riguardo al fallimento delle politiche di sostegno della crescita e dello sviluppo delle regioni meridionali, sia al processo involutivo che il nostro Paese sta oggi sperimentando sul piano politico ed economico.

Riguardo al fallimento dell’intervento straordinario realizzato, ad esempio nell’ultima metà del secolo scorso in pro delle regioni meridionali, occorre riconoscere la plausibilità delle argomentazioni di chi sostiene che l’insuccesso delle politiche meridionalistiche sia imputabile al fatto che esse sono state attuate in presenza di istituzioni regionali di natura estrattiva e che il resto del Paese, che trasferiva le risorse per finanziare la nascita di istituzioni economiche inclusive, ha trascurato la necessità che l’intervento fosse diretto prioritariamente a modificare la natura delle istituzioni politiche locali.

Il fatto che tali istituzioni non siano state modificate fonda perciò l’ipotesi che la causa sia da imputarsi alla circostanza che le risorse trasferite siano state catturate e utilizzate a proprio vantaggio da ristretti gruppi sociali e non a vantaggio delle intere società civili delle regioni meridionali; ciò non è che una riprova, più in generale, del perché gli aiuti internazionali in favore dei Paesi “poveri” hanno mancato di promuovere un processo di crescita e sviluppo, in quanto gli aiuti sono stati “fagocitati” da gruppi ristretti, a causa della mancanza in quei Paesi di istituzioni politiche inclusive.

Riguardo alla fase contingente che l’Italia sta oggi attraversando, la teoria di Acemoglu e Robinson conferma l’ipotesi che il processo involutivo nel quale il Paese è attualmente inserito sia imputabile alla degenerazione delle sue istituzioni politiche ed economiche; il ricupero della loro interazione all’interno di un nuovo circolo virtuoso, se mai sarà possibile realizzarlo, deve avvenire in tempi brevi, pena i possibili esiti negativi di un futuro instabile ed incerto, ai danni di tutti.

Gianfranco Sabattini