Trump da imprevedibile diventa inaffidabile

FINLAND-US-RUSSIA-POLITICS-DIPLOMACY-SUMMITDietrofront. Donald Trump ha mandato al macero velocemente le strette di mano, i sorrisi, gli ammiccamenti d’intesa con Vladimir Putin. Il pieno accordo proclamato al vertice di Helsinki dal presidente americano con il collega russo è svanito in appena 24 ore. Nell’incontro di lunedì 16 luglio nella capitale finlandese aveva dato ragione a Putin e torto ai magistrati e ai servizi segreti statunitensi: nessuna interferenza del Cremlino nella campagna elettorale americana del 2016, per sostenere lui contro la democratica Hillary Clinton nella corsa alla Casa Bianca.

La marcia indietro del presidente americano, appena tornato a Washington, è stata improvvisa e netta: «Intendevo dire il contrario». Dalla Casa Bianca ha annunciato di «voler fare una precisazione» perché era stato frainteso al summit di Helsinki. Ha aggiunto: «Ho piena fiducia e sostegno nell’intelligence degli Stati Uniti» e «accetto» le conclusioni dei servizi segreti sulle ingerenze russe nelle elezioni presidenziali. Comunque ha ribadito: «Non c’è stata nessuna collusione» con la sua campagna elettorale.

Trump ha capovolto le posizioni espresse ad Helsinki con un acrobatico triplo salto mortale politico. Nella conferenza stampa seguita al vertice con Putin aveva attaccato e scaricato il procuratore speciale Robert Mueller: l’inchiesta «è un disastro per il nostro Paese». Quindi aveva criticato pesantemente l’Fbi e la «corrotta Hillary Clinton», la sua ex avversaria. Aveva martellato: «Io neanche conoscevo Putin. Nessuna collusione». Complimenti a scena aperta, invece, per l’uomo forte del Cremlino: «È bello essere qui con te». E si era augurato una «relazione straordinaria» con l’uomo che governa da venti anni la Russia con un pugno di ferro senza tanti riguardi per le opposizioni e i giornalisti. Aveva appoggiato Vladimir Putin che aveva smentito tutte le accuse di ingerenza e si era solo limitato ad ammettere di aver parteggiato per l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca «perché aveva parlato di normalizzare le nostre relazioni» a differenza di Hillary Clinton.

Il Russiagate, cioè le indagini sull’ipotesi di collusione tra il Cremlino e il comitato elettorale del miliardario americano, è un brutto problema sia per Trump sia per Putin: il primo rischia di restare politicamente azzoppato, il secondo di rimanere sfigurato come un autocrate che regna con le spie. Il procuratore speciale Mueller, ex capo dell’Fbi, ha incriminato 12 agenti del servizio segreto militare russo per aver organizzato e gestito l’hackeraggio dei computer del Comitato nazionale democratico durante la campagna presidenziale del 2016. Nell’operazione è coinvolta, questa è l’ultima novità, anche un’altra funzionaria russa “infiltrata” nel voto di due anni fa, Maria Butina.

Trump, appena rientrato in patria, ha dovuto fare i conti con una gigantesca ondata di critiche corali: dai repubblicani (il suo stesso partito) ai democratici, dagli uffici federali ai giornali. Paul Ryan, speaker repubblicano della Camera, era impietoso: «Non ci sono dubbi che la Russia abbia interferito nella campagna elettorale». Il leader dei democratici al Senato Chuck Schumer attaccava: «Ha creduto al Kgb e non alla Cia». John Brennan, capo della Cia all’epoca del presidente Obama, accusava: è «poco meno di un tradimento…È totalmente succube di Putin».

Trump ha cercato di rompere l’assedio nel quale si era cacciato. Adesso c’è tutta una politica da rivedere. È singolare che Trump attacchi i tradizionali alleati occidentali del G7, della Nato e dell’Unione europea difendendo i governi e i movimenti populisti e vada a braccetto con Mosca, la super potenza antagonista da sempre degli Stati Uniti d’America. È singolare che capovolga le fondamentali scelte della politica estera americana degli ultimi 70 anni basate sull’alleanza e la cooperazione con la Ue, il Regno Unito, il Giappone, la Corea del Sud e il Canada.

L’intesa privilegiata tra Trump e Putin, i due leader populisti e sovranisti affezionati ai toni e alle azioni forti, è durata poco. Il miliardario americano segue un motto: «Voglio essere imprevedibile». Ma questa volta il presidente americano, l’anti Barack Obama, rischia di passare da imprevedibile a inaffidabile sia agli occhi dei vecchi alleati, sia a quelli dei nuovi amici e dei nemici. Il quadro non è confortante.

Adesso sarà arduo affrontare il 25 luglio il vertice a Washington con il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker sui dazi americani imposti alla Ue. Juncker arriverà vittorioso sulle ali dell’accordo del 17 luglio con il Giappone, che azzera o riduce progressivamente i dazi tra Bruxelles e Tokio. Juncker viaggia in rotta di collisione con Trump: «Non c’è protezione nel protezionismo».

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Donald Trump e James Comey: incontri e scontri

trump comey

“La avevo nominata Direttore della Fbi per la sua integrità e competenza. Nulla è successo, nulla, nel corso dell’anno scorso che ha cambiato la mia opinione”. Ecco come il presidente degli Stati Uniti si è rivolto a James Comey. No, non è Donald Trump, ovviamente. Si tratta di Barack Obama in un incontro con Comey subito dopo l’elezione del 2016. Il 44esimo presidente non ha giudicato nel bene o nel male la condotta di Comey nel caso delle e-mail di Hillary Clinton che ebbe un effetto positivo ad aiutare Trump a vincere l’elezione.

I rapporti fra Comey e Trump, invece, non sono stati caratterizzati da questo tipo di cordialità. Con la pubblicazione del libro di Comey “A Higher Loyalty”, altre informazioni sono emerse che ci chiariscono gli incontri e gli scontri con Trump. L’iniziale faccia a faccia tra i due è avvenuto alla Trump Tower prima dell’insediamento di Trump come presidente. I vertici delle agenzie di intelligence avevano incaricato Comey di informare il neoeletto presidente della possibile situazione scandalosa con prostitute russe che era stata identificata anche se non confermata. Comey ha chiarito che se i russi avevano prove di questa situazione potrebbero essere compromettenti e usate per ricattare il presidente degli Stati Uniti. Trump non ha dato l’impressione di preoccuparsi, ma, secondo Comey, era interessato a confermare che non vi era stata collusione con la Russia.

Pochi giorni dopo BuzzFeed pubblicò i contenuti del dossier preparato dal 007 inglese Christopher Steele che includeva la scena potenzialmente scandalosa di Trump con prostitute russe. I contenuti scabrosi del dossier non erano stati verificati completamente dalla Fbi e tutt’ora non lo sono ma altre parti sono state accertate.

In un susseguente incontro a cena, tenutosi alla Casa Bianca, Trump iniziò la conversazione con la bellezza della sua dimora temporanea ma subito dopo chiese a Comey cosa volesse fare con il suo incarico di direttore della Fbi. Trump chiarì che molte persone volevano il posto. Il soggetto sorprese Comey perché in precedenza Trump aveva lodato il suo lavoro. Adesso sembrava che il presidente volesse la conferma che Comey intendesse restare. In effetti, Trump voleva ripetergli che lui era il capo e il direttore della Fbi lavorava per lui. Ne seguì che Trump gli chiese “loyalty”, tradotto erroneamente come “lealtà” da molti cronisti in lingua italiana, ma che invece di tratta di “fedeltà”. Comey rispose che lui gli avrebbe dato “onestà leale”. Trump non capiva o non voleva capire che, nonostante i poteri presidenziali, il direttore della Fbi e il Dipartimento di Giustizia devono svolgere compiti che obbediscono le leggi del Paese che a volte non coincidono con i desideri o gli interessi del presidente.

Comey, conoscendo la reputazione di Trump di dire cose contraddittorie, decise che doveva prendere appunti dei suoi incontri con il presidente in cui non c’erano testimoni. Fece proprio quello. Mise una copia dei suoi appunti nella cassaforte personale e un’altra negli uffici della Fbi.

In una riunione alla Casa Bianca, Trump chiese a parecchi collaboratori di uscire dalla sala perché voleva parlare da solo con Comey. In questo faccia a faccia il 45esimo presidente chiese a Comey di lasciare andare l’indagine su Mike Flynn perché il suo ex consigliere di sicurezza nazionale era “una brava persona”. Comey acconsentì che Flynn era una brava persona e interpretò la richiesta come un ordine che lui non potè eseguire perché si trattava di un’indagine criminale. Anche se il presidente degli Stati Uniti fa una simile richiesta la Fbi non può seguire il suggerimento o ordine che sia.

I contatti fra i due continuarono mediante chiamate telefoniche nel mese di marzo del 2017. Adesso Trump sembrava agitato. Nel frattempo Comey aveva deposto al Congresso confermando per la prima volta che il Dipartimento di Giustizia aveva aperto un’indagine per verificare se collaboratori della campagna elettorale di Trump avevano avuto contatti con funzionari russi. Trump vedeva queste informazioni sulla Russia come distrazioni del suo governo. Voleva che l’ombra di questo tema fosse eliminato per potere governare in modo efficace per il bene del Paese. Voleva anche che fosse annunciato che lui, in persona, non era sotto indagine.

In un’intervista alla Abc, Comey ha spiegato che non poteva fare tale dichiarazione perché avrebbe dovuto fare la stessa cosa con il vice presidente ed altri. Il compito della Fbi non è di annunciare al mondo chi non è sotto indagine. Le indagini vengono fatte in segreto e poi non si sa nulla a meno che qualcuno venga incriminato.

Nell’ultima telefonata di Trump il presidente voleva sapere da Comey che cosa avesse fatto per comunicare che lui non era sotto indagine. Comey spiegò che ne aveva parlato con i suoi superiori al Dipartimento di Giustizia e che spettava a loro fare una dichiarazione del genere.

Il 9 maggio del 2017, mentre si trovava a Los Angeles, Comey viene a sapere da un annuncio televisivo che Trump lo aveva licenziato. I contatti fra i due finirono ma i tweet velenosi di Trump contro Comey, attaccandolo personalmente, vennero fuori a raffica dopo il licenziamento nel maggio del 2017 e anche dopo la pubblicazione del libro dell’aprile 2018. Trump credeva che licenziando Comey avrebbe bloccato l’indagine del Russiagate. Si è sbagliato poiché Rod Rosenstein, vice procuratore generale, ha dato l’incarico di procuratore speciale a Robert Mueller di investigare la possibile influenza della Russia nell’elezione del 2016. In ogni modo si teme che Trump possa licenziare anche Mueller. Per questa ragione la Commissione Giudiziaria al Senato, dominata dai repubblicani, ha approvato (12 sì, 7 no) un disegno di legge che impedirebbe a Trump di licenziare Mueller. Anche se il disegno di legge sarà approvato dal Senato e poi alla Camera richiederebbe la firma di Trump che probabilmente non concederebbe. Ciononostante una legge del genere manderebbe un messaggio eloquente a Trump di non toccare Mueller.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Tra il M5S e la Lega consonanze e dissonanze

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Donald Trump deve molto a Steve Bannon. Per il M5S e la Lega potrebbe accadere lo stesso. È grazie anche a Bannon se il ricco imprenditore è stato eletto presidente degli Stati Uniti d’America nel 2016. Il giornalista amante di internet è stato lo stratega della campagna elettorale basata sulla “rivoluzione nazional populista” con la quale Trump ha battuto la candidata favorita alla Casa Bianca, la democratica Hillary Clinton.

La nazione americana contro la globalizzazione, l’industria statunitense contro la finanza internazionale, il ceto medio ed operaio impoveriti e precariezzati contro la delocalizzazione delle fabbriche decisa dalle multinazionali, il primato del Paese a stelle e strisce contro le grandi organizzazioni sovranazionali, gli americani contro gli immigrati. La ricetta della destra sovranista e protezionista ha affascinato gli Usa e Trump ha battuto la Clinton.

La stessa ricetta si sta imponendo in Europa, può fare e fa faville soprattutto in Italia: il M5S e la Lega sono le protagoniste. Bannon, da qualche settimana nel nostro Paese, non nasconde la sua soddisfazione per le elezioni politiche del 4 marzo: il M5S e la Lega, la sua favorita, hanno trionfato secondo i suoi auspici. In una conversazione con ‘La Stampa’ ha indicato nel Belpaese «il cuore della rivoluzione»: i cinquestelle e i leghisti sono i partiti espressione della «rivolta dei disagiati». Le lodi si sprecano: in Italia c’è la «forza trainante del nazional populismo» perché «siete più creativi di britannici, francesi e tedeschi». Dall’analisi Bannon è passato alle prospettive: «Il mio sogno è di vederli governare assieme».

Forse non è solo “un sogno”. L’ipotesi dell’ex ideologo di Trump, una volta quasi fantapolitica, adesso non sembra del tutto peregrina. Sia il M5S (32,6% dei voti) sia il centro-destra (37%) a trazione leghista hanno vinto le elezioni, ma non hanno conquistato una maggioranza in Parlamento in grado di sostenere un governo. Così si è aperto uno spiraglio per il “sogno” di Bannon. Matteo Salvini lo alimenta annunciando: «Esclusa una collaborazione con il Pd, tutto il resto è possibile». Il segretario della Lega finora si è sempre proposto come presidente del Consiglio di un governo basato sul centro-destra, ma potrebbe cambiare: il 17,3% dei consensi ottenuti dal Carroccio sommati a quelli dei cinquestelle possono dare vita a un esecutivo dei due populismi forte del 50% dei voti e della maggioranza dei seggi alla Camera e al Senato.

Salvini il 14 marzo ha alzato il telefono e ha parlato con il capo del M5S. Hanno discusso sulle presidenze della Camera e del Senato da eleggere il 23 marzo. Il M5S e la Lega ne dovrebbero incassare una a testa, secondo il segretario del Carroccio. Non solo. Propone di rivedere «in 7 giorni» l’attuale legge elettorale «applicando un premio di maggioranza alla coalizione vincente». Di Maio su Facebook, però, ha rivendicato «l’attribuzione al MoVimento della presidenza della Camera dei Deputati». Su un accordo per il nuovo governo nulla di concreto, c’è grande cautela. Il capo politico pentastellato ha precisato più volte che una cosa è l’intesa sulle presidenze delle Camere e un’altra quella per il governo: non sono legate. Di Maio si candida a presidente del Consiglio e vuole parlare «con tutti». Dal Pd, guidato dal reggente Maurizio Martina dopo le dimissioni di Matteo Renzi, si è già preso un no mentre un’apertura è arrivata da Salvini.

Tra la Lega, forza nazionalista di destra, e il M5S, movimento della protesta di sinistra-destra, ci sono consonanze e dissonanze. Hanno raccolto una valanga di voti dopo la Grande crisi economica internazionale iniziata nel 2008, hanno messo sul banco degli imputati e decimato i partiti tradizionali, si sono scagliati contro le élite per poi corteggiarle ed ottenere riconoscimenti. Sono due forze euroscettiche, ostili all’euro e alle sue regole con simpatie per Vladimir Putin, entrambe vogliono rispedire a casa gli immigrati illegali sbarcati in Italia, intendono abolire la legge Fornero che ha innalzato gli anni per la pensione e cancellare il Jobs Act, puntano ad aumentare il deficit pubblico per sostenere investimenti e occupazione. Sono due forze di opposizione anti sistema impegnate in una metamorfosi governativa.

Ma assieme alle consonanze ci sono le dissonanze: sia Di Maio sia Salvini vogliono la presidenza del Consiglio, il M5S ha preso i voti soprattutto al Sud e la Lega al Nord, i cinquestelle chiedono il reddito di cittadinanza mentre i leghisti lo contestano come misura assistenzialista, il Carroccio vuole la flat tax (una unica tassa piatta al 15% che favorisce soprattutto gli alti redditi), mentre i pentastellati progettano una riduzione delle aliquote Irpef (va incontro al ceto medio). Non solo. Salvini deve fare i conti anche con Silvio Berlusconi. Il presidente di Forza Italia respinge ogni ipotesi di un accordo con “la setta” (come definisce il M5S), mentre punterebbe ad una intesa con il Pd. L’ex presidente del Consiglio teme la supremazia del Carroccio. La Lega e Forza Italia possono finire in rotta di collisione e il centro-destra rischia lo sfaldamento. Un governo M5S-Lega è un rebus complicato.

Rodolfo Ruocco
(
Sfogliaroma)

Donald Trump sotto assedio lancia la sua sfida alla Fbi

fbi“Quando uno attacca gli agenti della Fbi perché è sotto indagine criminale, sta perdendo”. Così Sarah Huckabee Sanders nel mese di novembre del 2016 pochi giorni prima dell’elezione presidenziale.  Sanders, l’attuale portavoce della Casa Bianca, era allora consigliera di Trump per le comunicazioni e con le sue parole mirava a colpire Hillary Clinton la quale aveva tutte le ragioni per dissentire dalla Fbi. Si ricorda che due settimane prima dell’elezione la Fbi aveva riaperto l’inchiesta sulle e-mail e subito dopo aveva annunciato che nulla di nuovo era stato riscontrato per rinviare a giudizio la candidata democratica. Il danno politico però era stato fatto dato che riaprì la ferita politica della Clinton ricordando agli elettori i dubbi sulla condotta della candidata democratica.

Attaccare la Fbi adesso per Trump è però completamente lecito. La nuova scusa è stata offerta all’attuale inquilino della Casa Bianca dal memo diffuso da Devin Nunes, presidente della  Commissione intelligence alla Camera. Le quattro pagine del memo suggeriscono che la Fbi ha agito in modo parziale per favorire i democratici aprendo l’inchiesta sul Russiagate. Trump aveva la scelta di declassificare il memo o mantenerlo segreto ma ha deciso di permettere la diffusione.

Il 45esimo presidente ha reagito dichiarando che il memo lo scagiona completamente dall’inchiesta perché, secondo lui, basata sul dossier di Christopher Steele, che era stato pagato in parte dai democratici per le ricerche su Trump. L’inquilino della Casa Bianca ha usato il memo per dimostrare, nella sua mente, che la “leadership della Fbi e gli investigatori del Dipartimento di Giustizia hanno politicizzato le procedure” per favorire i democratici a scapito dei repubblicani.

La diffusione del memo è stata opposta dai membri del Partito Democratico nella Commissione presieduta da Nunes ma anche dal direttore della Fbi, Christopher Wray come pure da Rod Rosenstein, vice procuratore generale. I democratici  volevano bloccare il memo perché non rifletteva obiettivamente le informazioni ricevute ma si concentrava su parti favorevoli ai repubblicani. L’opposizione di Wray e Rosenstein si doveva a possibili ripercussioni perché rivelava metodi di investigazione usati dalla Fbi e Cia. Trump però ha deciso per la diffusione.

I contenuti del memo però non si sono rivelati veridici sullo scagionamento di Trump perché l’inchiesta del Russiagate era già cominciata dalla Fbi con individui legati alla campagna di Trump prima della pubblicazione del dossier di Steele. Ciononostante la diffusione del memo ha dato un pugno nell’occhio alla Fbi. La Fbi Agents Association ha reagito con un annuncio difendendo gli agenti che  “non saranno mai distratti da considerazioni politiche” nello svolgimento del loro lavoro. Ad aumentare la polemica del memo va aggiunto il fatto che la replica della minoranza democratica non è stata  inizialmente approvata dalla Commissione intelligence per diffusione. Non si sa se Trump darà l’OK finale per la diffusione.

In effetti, con la diffusione del memo, i repubblicani hanno cercato di infangare la reputazione della Fbi e del Dipartimento di giustizia. È paradossale che i vertici di queste agenzie sono individui nominati da Trump. Il 45esimo presidente però non è avverso ad attaccare anche i suoi subordinati pubblicamente. Lo ha fatto con Jeff Sessions che lui stesso ha nominato a procuratore generale rimproverandolo pubblicamente per essersi ricusato dal Russiagate. Lo ha fatto anche con il vice procuratore generale, Rod Rosenstein, anche lui nominato dal 45esimo presidente. Rosenstein ha nominato Robert Mueller a procuratore speciale per investigare l’interferenza russa sull’elezione americana del 2016 deludendo ovviamente l’attuale presidente.

Trump ha spesso diretto i suoi tweet velenosi non solo contro individui ai vertici del dipartimento di giustizia ma anche a tutta la Fbi dichiarandola “a pezzi” nel mese di dicembre del 2017. In effetti, Trump è rimasto insoddisfatto delle sue nomine perché non lo obbediscono credendo di possedere il Dipartimento di giustizia. In un’intervista ha persino dichiarato che da presidente ha “l’assoluto diritto” di fare quello che vuole con il “suo” Dipartimento di giustizia.

Gli attacchi di Trump alla Fbi hanno suscitato l’idea che lui abbia intenzione di licenziare i vertici dell’agenzia che stanno cooperando e sostenendo le indagini di Robert Mueller sul Russiagate. Il New York Times, infatti, ha persino annunciato che il 45esimo presidente aveva considerato seriamente di licenziare Mueller nel mese di giugno del 2017  ma non lo ha fatto per le proteste di Donald McGahn, legale della Casa Bianca, il quale avrebbe persino minacciato di dimettersi.

Ma gli attacchi alla Fbi e al Dipartimento di giustizia continuano a creare dubbi per gli americani a non credere alle istituzioni. Un sondaggio dell’agenzia Axios ci dice che solo il 38 percento dell’elettorato repubblicano ha una visione favorevole della Fbi mentre quella dei democratici raggiunge il 64 percento. Gli attacchi di Trump inoltre cercano di ricalcare che l’inchiesta del Russiagate ha poco a che fare con le leggi ma con la politica. Va ricordato che da presidente Trump può essere giudicato dalla legislatura mediante l’impeachment che  potrebbe avvenire con l’inchiesta di Mueller. Ciononostante la maggioranza repubblicana nelle due Camere non rappresenterebbe un pericolo per il 45esimo presidente. Il problema per Trump però è che attaccare la Fbi storicamente non è una buon’idea. Richard Nixon ne ha subito le conseguenze. L’inchiesta del Watergate venne a galla principalmente a causa delle informazioni fornite a Bob Woodward e Carl Bernstein,  giornalisti del Washington Post, dalla gola profonda. Si seppe nel 2005 che la gola profonda era Mark Felt, vice direttore della Fbi fra il  1972 e il 1973.

Domenico Maceri,
PhD, University of California

Quattro rivelazioni dal libro su Trump

trump-bannon-wolffIl libro di Michael Wolff è diventato in pochi giorni un bestseller grazie ai suoi contenuti che riguardano l’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Sebbene il libro sia già esaurito, gli estratti pubblicati durante la settimana in numerosi media hanno gettato nuova luce sui primi tempi dell’amministrazione Trump. La CNN riporta alcuni passaggi del volume, senza, però, verificare in modo indipendente tutti i dettagli del libro.

La prima notizia internazionale coinvolge l’ex primo ministro britannico Tony Blair, che ha tenuto un incontro segreto nel febbraio 2017 con il genero di Trump, Jared Kushner, allo stesso tempo consulente ufficiale del presidente. Blair durante la riunione avrebbe svelato un informazione confidenziale, cioè che il Regno Unito avesse spiato i funzionari della campagna elettorale o addirittura Trump stesso. Ne parlano anche le pagine del Times di Londra e del Guardian, che hanno pubblicato gli estratti dopo aver ottenuto una copia del libro.

Ora Tony Blair nega categoricamente le affermazioni, dicendo che non ha mai avuto una conversazione del genere né con Kushner, né con nessun altro, aggiundendo che con Kushner aveva parlato solo del processo di pace in Medio Oriente.

Sempre all’inizio del 2017, il 3 gennaio, durante una cena a tarda notte tra il capo della Fox News Roger Ailes e l’allora stratega capo della Casa Bianca Steve Bannon, il discorso sulla Russia era nel “menu”. Il racconto più importante di Bannon riguarda proprio la Russia e il suo coinvolgimento durante le elezioni presidenziali per offrire a Trump i documenti compromettenti su Hillary Clinton.

Durante questa cena di gennaio Bannon annunciò il piano immediato dell’amministrazione entrante per spostare l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme. Ciò avviene nel dicembre scorso, Donald Trump riconosce ufficialmente Gerusalemme come capitale d’Israele sfidando così tutti i suoi oppositori. Il dipartimento di stato americano inizierà immediatamente il processo per attuare il trasferimento dell’ambasciata degli Stati Uniti in Israele da Tel Aviv.

L’ultima questione importante riguarda la Cina. Wolff scrive che Bannon era desideroso di sottolineare il futuro ruolo globale della Cina durante la cena con Ailes, riferendosi alla superpotenza come “vero nemico” e il “primo fronte in una nuova Guerra Fredda”. Nel piano politico degli Stati Uniti era importante costruire forti legami con la Cina, proprio per le potenzialità che quest’ultima ha. Ed è vero, l’interesse di Trump verso la Cina è in crescita.

Magda Lekiashvili
Blog Fondazione Nenni

Trump e il mistero del suo quoziente di intelligenza

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“Beh, credo che la stampa mi fa apparire molto più scortese di quello che sono”. Donald Trump ha risposto così alla domanda di un giornalista sulla sua frequente maleducazione. Poi ha immediatamente continuato dicendo che ha studiato in una delle migliori università e che è “una persona molto intelligente”.

Il 45esimo presidente si è spesso vantato di essere intelligente. In un tweet del 2013 Trump scrisse che il suo “quoziente di intelligenza è fra i più alti, e tutti lo sanno”. “Vi prego di non essere così insicuri, non è colpa vostra”, continuava il tweet. In realtà l’insicurezza sull’intelligenza ricade proprio sull’autore del tweet. Il linguaggio di Trump, spesso poco cortese, a volte volgare, ma sempre semplicissimo e poco logico, non riflette affatto studi universitari ma un’istruzione fra terza e quinta elementare.

L’intelligenza di Trump è stata messa in dubbio recentemente dal suo consigliere di sicurezza nazionale H.R. McMaster. Secondo BuzzFeed, in una cena privata, McMaster avrebbe detto che l’intelligenza del suo capo si potrebbe comparare a quella di un “bambino dell’asilo”. BuzzFeed cita cinque fonti secondo le quali McMaster avrebbe etichettato Trump di “idiota”  e “scemo”. Un portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale ha però smentito tutto dichiarando il resoconto come “falso”.

Anche Rex Tillerson, il segretario di Stato, avrebbe detto che il presidente è un  “cretino”. Tillerson non ha confermato la frase mettendo da parte la domanda di un giornalista etichettandola non meritevole di risposta. Trump non ha commentato le presunte parole di McMaster. Nel caso di Tillerson però il 45esimo presidente aveva detto che si trattava di fake news ma che in caso contrario bisognerebbe “comparare quozienti di intelligenza. E vi posso dire chi vincerà”.

Trump ha spesso dichiarato di avere un quoziente di intelligenza altissimo cercando di basare la sua asserzione con il fatto che ha studiato in una delle migliori università che solo ammette gli studenti più preparati. Trump aveva iniziato i suoi  studi universitari alla Fordham University (1964-66) e poi si trasferì alla Wharton School of Economics della University of Pennsylvania (1966-68).  Ambedue sono ottime scuole ma ma sembra che l’ammissione di Trump alla Wharton School of Economics sia stata facilitata dalla ricchezza della famiglia. Gwenda Blair nella sua biografia su Trump del 2001 ci informa che l’ammissione di Trump  alla Wharton School of Economics avvenne per influenza di un funzionario alla scuola che aveva studiato con Fred,  il fratello di Trump. Sia come sia, la prestazione di Trump all’università non viene dimostrata da fattori esterni. Nessuna menzione di Trump, per esempio, nella Dean’s List, l’albo di onore che include gli studenti più meritevoli accademicamente, pubblicata dal Daily Pennsylvanian, il giornale degli studenti dell’epoca. Dopo la sua laurea nel 1968 Trump non dovette usare il suo titolo accademico per trovare lavoro come tutti gli altri studenti. Si sa che il padre gli diede un milione di dollari che lui usò per intraprendere la sua carriere negli affari.

Trump non ha dato prove della sua intelligenza accademica perché in tutta probabilità non esistono. Ciononostante il 45esimo presidente avrà un tipo di intelligenza anche se il suo  quoziente di intelligenza (QI) non sarà molto alto come lui spesso si vanta di possedere. L’intelligenza di Trump consiste di istinti che gli hanno aperto la strada per conquistare la Casa Bianca, qualcosa che non è riuscito a molti altri che avranno un QI  molto più alto. Uno di questi istinti consiste di una grande capacità di creare l’illusione di una certa verità. Lo fece con la sua crociata sulla presunta mancanza di cittadinanza di Barack Obama. Dopo una lunga campagna Obama decise di cedere e rilasciare il suo certificato di nascita che però non riuscì a convincere i fedelissimi di Trump per i quali i fatti importano poco.

Se nel caso della cittadinanza di Obama si tratta di una completa invenzione, l’intelligenza di Trump, almeno un tipo di intelligenza, ha qualche fondamento anche se casuale e poco credibile. Trump ha un talento per vendere prodotti e idee, specialmente se stesso. Ecco come si spiega il fatto che abbia sconfitto Hillary Clinton l’anno scorso con l’Electoral College anche se l’ex first lady ha avuto la meglio con il voto popolare. Vendere il concetto del suo alto QI potrebbe sfociare  in una risposta, ma, esattamente come con la questione della sua dichiarazione dei redditi, non si saprà mai. Nel caso del reddito però, Robert Mueller, il procuratore speciale sul Russiagate forse farà luce alla conclusione della sua inchiesta.

Nel caso delle prove di QI le probabilità di prove finali sono molto più improbabili. Né Tillerson né McMaster hanno sfidato il loro capo a un test ma Steve Chapman, columnist del Chicago Tribune, lo ha fatto. Il giornalista sarebbe disposto a fare la prova del quoziente di intelligenza con Trump e poi si pubblicherebbero i risultati. Il 45esimo presidente è però abbastanza intelligente da rifiutare la sfida.

Domenico Maceri,
PhD, University of California

Le ambigue critiche di Flake e Corker a Trump

jeff-flake“Non sarò complice a comportamenti spericolati e vergognosi” che rappresentano una “minaccia alla democrazia”. Queste sono solo alcune delle parole impetuose che il senatore dell’Arizona Jeff Flake ha pronunciato al Senato attaccando Donald Trump ma allo stesso tempo il Partito Repubblicano che continua a supportare l’attuale inquilino della Casa Bianca. Un discorso potente e in un certo senso coraggioso smorzato però dall’annuncio che Flake non si ripresenterà alle elezioni l’anno prossimo.

Flake aveva già espresso il suo disappunto per i comportamenti scorretti di Trump durante l’elezione del 2016 come ci conferma il suo rifiuto di offrire l’endorsement all’allora candidato repubblicano. Dopo l’elezione però Flake aveva accettato la vittoria di Trump ed aveva persino cantato le lodi per il cabinet del 45esimo presidente. Inoltre il senatore dell’Arizona aveva supportato le nomine giudiziarie di Trump, specialmente quella di Neil Gorsuch alla Corte Suprema.

Flake nei dieci mesi della presidenza di Trump ha sostenuto l’agenda legislativa dell’inquilino della Casa Bianca al 91 percento votando per le nomine giudiziarie, la marcia indietro delle agenzie regolatrici, ed altre iniziative del presidente. L’American Conservative Union gli ha dato un voto del 95 percento per i suoi voti al Senato, cifra quasi identica a quella di Jeff Sessions, quando l’attuale procuratore generale era anche lui al Senato. Flake ha supportato anche il disegno di legge per la revoca dell’Obamacare, silurato però dal suo collega dell’Arizona John McCain, Lisa Murkowski (Alaska) e Susan Collins (Maine).

Flake dunque non obietta all’ideologia politica di Trump ma al suo comportamento che lui vede come minaccia al suo partito ma anche alla democrazia. Il senatore aveva anche confermato le sue preoccupazioni su Trump in un libro pubblicato questa estate dal titolo “The Conscience of a Conservative” (La coscienza di un conservatore) nel quale reitera le sue distanze da Trump. Come si sa, Flake è mormone e nel suo libro ricalca gli attacchi a Trump mettendo in rilievo i valori della sua fede sul decoro e il rispetto che lui vede totalmente assenti dai comportamenti di Trump. Non ha tutti i torti ma Flake non è un buon messaggero perché il suo discorso e la sua denuncia a Trump sono state condizionate dalle sue pessime possibilità di rielezione l’anno prossimo. Infatti, l’ala destra del partito, incoraggiata da Stephen Bannon, avrebbe supportato Kelli Ward nelle primarie repubblicane, la quale, secondo i sondaggi avrebbe sconfitto Flake (58 a 31 percento). Anche se Flake fosse riuscito a ribaltare la situazione e avere la meglio sulla Ward, l’eventuale avversaria democratica Kyrsten Sinema gli avrebbe dato filo da torcere.

In effetti, Flake, non vedendo una strada per la sua rielezione, ha deciso che inizierà il discorso per le denunce a Trump che in realtà altri, specialmente Hillary Clinton, avevano fatto durante la campagna elettorale dell’anno scorso. Anche il senatore Bob Corker del Tennessee ha recentemente evocato temi simili a quelli messi in rilievo da Flake ma anche qui si tratta di un altro senatore che ha deciso anche lui di non correre per la rielezione.

Ambedue senatori fanno parte dell’establishment repubblicano che non è ideologicamente opposto a Trump ma vede l’attuale inquilino della Casa Bianca come immeritevole del loro partito e della presidenza. Ci saranno probabilmente altri che concordano ma con l’eccezione di John McCain la maggioranza rimane silenziosa e continuano a lavorare con il 45esimo presidente per questioni di realpolitik. Lindsey Graham, senatore della North Carolina, è tipico. Dopo essere stato sconfitto da Trump alle primarie e i ripetuti tweet velenosi reciproci Graham ha deciso che collaborerà per implementare la visione politica repubblicana.

In effetti, Trump ha preso il controllo del suo partito e nonostante le sue critiche spesso personali contro la leadership che lui vede responsabile per l’incapacità di mettere in atto l’agenda legislativa, sono rari gli interventi come quelli di Flake e Corker. Infatti, i due senatori sono stati criticati per la loro arresa sostenendo che se il loro impegno fosse genuino dovrebbero ripresentarsi alle elezioni e lottare per i loro principi.

Ciononostante Flake e Corker avranno 14 mesi rimanenti nel loro mandato per ostacolare Trump come presidente e la sua agenda politica. Questa ipotesi non farà perdere sonno all’inquilino della Casa Bianca. L’incubo di Trump, però, esiste e si chiama Robert Mueller, il procuratore speciale sul Russiagate. Paul Manafort, Robert Gates e George Papadopoulos, tre dei collaboratori del 45esimo presidente, sono infatti agli arresti domiciliari accusati di cospirazione. Il tam tam del Russiagate che si avvicina alla Casa Bianca continua ad aumentare di volume.

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

La strana intesa 
Berlusconi-Putin

beluputinLe mani strette, i volti sorridenti, gli occhi dell’uno fissi in quelli dell’altro, i vestiti eleganti. La foto riprodotta sul copriletto d’autore (realizzato da Michele Cascavilla), regalato da Silvio Berlusconi a Vladimir Putin per il suo compleanno, è una bandiera degli strettissimi rapporti politici e umani tra il presidente di Forza Italia e il presidente della Repubblica Russa.

Berlusconi e Putin sembrano lontani in tutto: per l’età (il primo ha 81 anni e il secondo 65), per le radici (l’uno imprenditore, l’altro ufficiale del Kgb sovietico), per il carattere (gioviale l’italiano, gelido il russo). Eppure, nonostante le tante differenze, è nata una stranissima intesa politica ed una saldissima amicizia. Berlusconi appena festeggiato il suo 81° compleanno (il 29 settembre) ha preso l’aereo ed è volato a Sochi, la calda città russa sul Mar Nero, ed ha brindato ai 65 anni di Putin (compiuti il 7 ottobre).

La simpatia scoccò al vertice del G8 di Genova del 2001, ben 16 anni fa, e da allora via via si è rafforzata. Il capolavoro di Berlusconi andò in buca nel 2002 quando trasformò americani e russi da avversari in alleati. L’allora presidente del Consiglio propose e ottenne nel vertice di Pratica di Mare l’allargamento della Nato alla Russia. Commentò: «È un importante matrimonio tra Oriente ed Occidente». Nacque “il Consiglio a 20”, i 19 paesi dell’Alleanza Atlantica più Mosca, con l’obiettivo di un’ampia collaborazione internazionale, cominciando dalla lotta al terrorismo.

Le relazioni politiche ed umane da allora sono diventate sempre più strette. Gli incontri ufficiali e personali (alle volte allargati a moglie e figli) si sono succeduti a ripetizione a Roma, a Milano, a Mosca, a San Pietroburgo, a villa Certosa (la lussuosa residenza del Cavaliere in Sardegna), nella dacia di Zavidovo (la casa del presidente russo in una foresta vicino a Mosca).

Il fondatore di Forza Italia, del Pdl, della Fininvest ha sempre cercato di comprendere le ragioni del potente Putin, puntando a saldare la Russia in una forte alleanza con gli Stati Uniti d’America e con l’Unione Europea. In una prima fase la difficile impresa è riuscita, poi è fallita. Putin si è lanciato in una politica sempre più interventista: in Crimea, in Siria, in Libia.

Tuttavia, anche se Mosca è ridiventata un avversario, quasi un nemico della Nato, nulla è cambiato tra Berlusconi e Putin. Anzi, la solidarietà reciproca è emersa anche nei momenti più difficili. Anche dopo i guai giudiziari dell’uomo che riuscì ad aggregare il centro-destra italiano, nulla è cambiato. Il presidente russo ha continuato a sostenerlo: «Silvio è una persona franca, brillante, avrà un grande posto nella storia italiana». Berlusconi ha ricambiato. Dopo il successo del referendum per l’annessione della Crimea alla Russia (contestato dall’Ucraina) e le sanzioni europee contro il Cremlino, il presidente di Forza Italia sostenne le ragioni di Mosca. Volò in Crimea da Putin, sfidando tutte le critiche occidentali, e chiese la fine delle sanzioni economiche contro la Russia.

Molte volte le visite private, gli incontri tra i due, sono stati a porte chiuse. Nessuna dichiarazione, nessun commento alla stampa. Politica, economia, energia, nuovi equilibri internazionali sembrano essere stati i temi al centro dei colloqui. Questa volta a Sochi i discorsi potrebbero aver riguardato più strettamente l’Italia. Il presidente di Forza Italia, secondo un articolo di Luigi Bisignani pubblicato sul ‘Tempo’, sarebbe andato dal presidente russo guardando alle elezioni politiche all’inizio del 2018: l’obiettivo sarebbe di “convincere Putin a non finanziare la Lega di Salvini e il Movimento 5 Stelle alle prossime elezioni”. La Lega Nord e il M5S, partiti all’opposizione come Forza Italia, sono da tempo decisi sostenitori dello zar Putin e temibili concorrenti elettorali.

Putin è un personaggio da prendere con le molle. Secondo i democratici americani gli hacker russi, con le loro incursioni informatiche, sarebbero stati determinanti per la vittoria di Donald Trump contro Hillary Clinton nelle elezioni per la Casa Bianca.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Trump e la riforma fiscale che aiuta i ricchi

trump fisco“Non ricevo nessun beneficio”. Il presidente Donald Trump  ha ripetuto questa frase  due volte, una dopo l’altra, come spesso fa per rendere le sue parole più rassicuranti. Il 45esimo presidente si riferiva alla proposta repubblicana sulla riforma fiscale sostenendo che  i ricchi come lui non riceveranno benefici perché il piano è indirizzato “ai lavoratori”.

Il problema è che i ricchi come lui riceverebbero la stragrande maggioranza dei benefici in almeno quattro modi. Verrebbero ridotte l’aliquota più alta dal 39.6 al 35 percento e le tasse  alle corporation dal 35 al 20 percento. L’Alternate Minimum Tax, la tassa minima applicabile anche ai ricchi che sfuggono al fisco mediante leggi labirintiche e l’Estate Tax (tassa sulla successione) verrebbero ambedue eliminate. Tutte queste quattro modifiche beneficerebbero i ricchi come Trump.

Il Center on Budget and Policy Priorities, di tendenze progressiste, ci dice che l’1 percento dei più ricchi riceverebbe la metà delle riduzioni fiscali della proposta, un framework, uno schema incluso in nove pagine. Ma anche Il Tax Policy Center, una Think Tank indipendente di Washington D.C. lo conferma sostenendo che la proposta fiscale produrrebbe “un taglio enorme” alle tasse dei più ricchi. Ci informano anche che le casse del tesoro perderebbero fra 3 e 7,8 trilioni di dollari in dieci anni.

Nel primo anno di operazione però il contribuente medio risparmierebbe 1.570 dollari mentre quelli dell’uno percento dei più ricchi risparmierebbero 130.000 dollari. Il 12 percento dei contribuenti con reddito annuo da 150mila a 300mila dollari riceverebbe un aumento di tasse perché perderebbero detrazioni che la proposta repubblicana eliminerebbe. Le tasse aumenterebbero anche per il 30 percento di contribuenti con reddito fra 50mila e 150mila dollari, anche qui per la perdita di detrazioni attuali.

Una di queste detrazioni consiste dell’eliminazione del SALT, le tasse locali e statali pagate in grande maggioranza dagli Stati liberal come la California, New York, New Jersey, Illinois, ecc. Dopo solo pochi giorni sembra che la leadership repubblicana abbia però indietreggiato sul SALT specialmente per le obiezioni di parlamentari repubblicani di questi Stati liberal che in grande maggioranza tendono a sinistra e nelle elezioni del 2016 hanno preferito Hillary Clinton a Trump.

Le classi basse riceverebbero qualche beneficio dato che la detrazione standard verrebbe aumentata (da 6.350 a 12.000 dollari) ma eliminerebbe la detrazione personale (4.050 dollari). Inoltre la progressività delle aliquote sarebbe ridotta da 7 a 3, aumentando però la più bassa dal 10 al 12 percento. La riduzione del numero delle aliquote si avvicina al “flat tax” e colpisce le classi meno abbienti.

La riforma fiscale repubblicana non tocca la diseguaglianza economica che negli ultimi due decenni è aumentata in maniera stratosferica. Non include l’aumento al salario minimo che aiuterebbe i più poveri, soprattutto le madri single.

La riforma fiscale annunciata consiste di un tentativo repubblicano di riprendersi dopo la batosta di avere fallito nella revoca della tanta odiata Obamacare, la riforma sulla sanità dell’ex presidente. Uno dei punti dolorosi per i repubblicani consiste delle tasse che Barack Obama aveva aumentato ai benestanti per coprire in buona misura la sanità medica ai poveri. Con la conquista della Casa Bianca e il controllo delle due Camere i repubblicani non dovrebbero avere difficoltà a “ricompensare” i loro grossi contribuenti. Alcuni come i fratelli Koch hanno già minacciato che non spenderanno più soldi in campagne politiche se i legislatori repubblicani non mantengono le promesse.

Abbassare le tasse è una di queste promesse ma non sarà facile. Lo sanno ed è per questo che la loro proposta sarebbe presentata con il meccanismo della “reconciliation” che focalizza il bilancio e non sarebbe soggetta al filibuster del Senato dove 41 dei 48 senatori democratici potrebbero facilmente bloccare un eventuale disegno di legge. Ma  la “reconciliation” che richiede solo una semplice maggioranza al Senato non funzionerà necessariamente. Tre senatori repubblicani potrebbero bloccare la proposta come si è visto con il tentativo di revocare Obamacare.

Fino al momento la retorica repubblicana che la loro proposta di ridurre le tasse farebbe i miracoli all’economia sembra poco credibile. Infatti, l’economia ereditata da Trump continua ad andare bene con una disoccupazione di poco più del 4 percento. L’importanza della riforma fiscale è dunque poco credibile e ci viene presentata dopo il tentativo della riforma sulla sanità che solo il 20 percento degli americani approvava. Ciononostante considerando la prevedibile compatta opposizione democratica ci vorrebbero solo tre senatori repubblicani per silurare la riforma fiscale esattamente com’è avvenuto con Obamacare.

Il piano sulle tasse “non è buono per me” ha ribadito Trump. Il problema è che noi non possiamo sapere esattamente perché il 45esimo presidente non ha reso noto la dichiarazione del suo reddito. Bisogna credere le sue parole. Trump completa spesso le sue asserzioni con “Believe me” (Credetemi). Lo fa perché riconosce che ciò che dice è poco credibile? Il New York Times e il Washington Post confermerebbero questa poca credibilità dato che continuano ad aggiungere nuove informazioni alla lista di cose non veritiere asserite dall’inquilino della Casa Bianca.

Domenico Maceri
PhD, University of California o vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

LABOUR’S PARTY

corbyn apre1“La sinistra europea non è affatto defunta e quanti ne hanno cantato il requiem anzitempo devono cominciare a ricredersi”. Lo ha detto Pia Locatelli, presidente del gruppo socialista alla camera dei deputati, commentando l’esito delle elezioni in Gran Bretagna. Una dura batosta per Theresa May che non ha più una maggioranza per governare da sola dopo aver convocato le elezioni anticipate sicura di una vittoria travolgente. Si trova invece oggi con 318 seggi e ne perde 12. Il Labour ne conquista 261, ben 29 in più consacrando la vittoria politica di Jeremy Corbyn su una linea di sinistra-sinistra. Si profila un parlamento bloccato, ‘appeso’ ad eventuali alleanze difficili anche da immaginare. Per ora non si dimette, ma i conservatori hanno davanti ormai solo la prospettiva di nuove elezioni. Problemi aggiuntivi per la Brexit. Londra sperava in un Governo robusto per condurre il negoziato con Bruxelles da posizioni di forza e invece si trova in grandi difficoltà.


La vittoria di Jeremy Corbyn per noi socialisti è una bellissima notizia e per più di qualche ragione.
La prima è ovviamente tutta dovuta alla straordinaria rimonta del Labour che, seggi a parte, con il 40% dei voti si piazza appena due punti sotto i Tory.
Il 7 maggio del 2015, il Labour guidato allora da Ed Miliband si era fermato al 30,6%. Dunque Corbyn ha guadagnato la bellezza di dieci punti percentuali e per poco non ha battuto i conservatori. In termini di seggi ne aveva 232 e oggi ne ha 29 di più, 261. Il meccanismo del sistema maggioritario uninominale a un turno difatti distorce la rappresentanza reale del voto e, in questo caso, non riesce neppure a dare una maggioranza di Governo al Paese.

L’altra buona ragione per essere contenti è che la vittoria laburista spazza via la narrazione imperante, soprattutto in Italia e soprattutto dalle parti del Pd e dei suoi simpatizzanti esterni, che la sinistra non avesse ormai altro orizzonte possibile che quello di rincorrere gli elettori di centro sposando tutte le ricette liberiste, ma guardandosi bene dal metterne in discussione la sua base sociale e i suoi interessi consolidati. Ecco dunque che scompare la classe operaia non solo nominalmente, ma anche nella sostanza perché il ceto sempre più vasto dei lavoratori del web, di quelli senza un contratto, dei giovani senza lavoro e senza più nulla da studiare, della classe media che scivola in basso un gradino di reddito dopo l’altro e non vede più possibilità di risalita neppure per i figli, non meriterebbe una difesa politica organizzata.
Corbyn si è invece caratterizzato, e non da ieri, nella difesa di questi nuovi ultimi mettendo in discussione tabù come le privatizzazioni o proponendo un sistema fiscale davvero progressivo, ricordando l’essenzialità strategica del welfare e disdegnando la moda imperante di una comunicazione fatta solo di social media, slogan, tweet e smorfie televisive.
Uno all’antica, uno che Renzi l’avrebbe rottamato senza neppure chiedergli come si chiamava.

Corbyn dunque capovolge la narrazione politica cristallizzatasi ai tempi del New Labour di Tony Blair, riscoprendo che i voti non si conquistano al centro, ma a sinistra.

La sua vittoria – chiamiamola pure così anche se ha meno seggi e meno voti di Theresa May e del suo Tory perché tale è nella sostanza politica – non ha confini, attraversa la Manica.
Il vento inglese nutre difatti speranze in altri Paesi a cominciare dalla Germania dove Schulz sta tentando la stessa rimonta contro Angela Merkel che domina la scena economica, diplomatica e mediatica dalla poltrona della Cancelleria.
Il vento inglese è anche debitore della forza dell’esempio portoghese dove c’è una sinistra-sinistra che governa senza drammatiche difficoltà nonostante i programmi di austerità imposti dalla Trojka.

Un’altra buona notizia è per l’Europa nel suo insieme. Theresa May aveva convocato le elezioni anticipate sull’onda di sondaggi che le assegnavano una vittoria travolgente (anche qui una lezione per chi in Italia come Renzi immagina ogni giorno una blitz krieg elettorale) per sbaragliare oppositori interni ed esterni e sedersi al tavolo di Bruxelles con le spalle coperte da una maggioranza d’acciaio e portare a termine la Brexit imponendo le sue condizioni.
Ben altra è invece oggi la prospettiva, tanto che si allarga la schiera in Gran Bretagna di quanti propongono un nuovo referendum per correggere l’errore di quello del 23 giugno scorso. Dunque dopo l’allontanamento dello spettro populista nelle elezioni olandesi e francesi, arriva un segnale che dovrebbe ridare coraggio a chi crede ancora nel progetto europeo.

Una notazione infine che dovrebbe indurre a valutare meglio le strategie tutte basate sui sondaggi e sui maghi della comunicazione.
Con questa della May siamo alla quarta sconfitta di fila per il grande comunicatore Jim Messina che ha già accompagnato la sconfitta di Cameron nella Brexit, di Hillary Clinton nelle presidenziali Usa e di Matteo Renzi nel referendum costituzionale.
Grazie insomma a Corbyn che ci ridà un po’ fiducia nel socialismo e anche nella politica vera, non quella virtuale che va così tanto di moda anche qui da noi.

Carlo Correr