La solitudine della Raggi mollata dai Cinquestelle

virginia raggiSembrano passati dieci anni da quando Virginia Raggi conquistò trionfalmente la capitale, prima tappa di una marcia che poi avrebbe portato i Cinquestelle a Palazzo Chigi.
Invece sono trascorsi appena 24 mesi, e il 19 giugno, il compleanno è passato nel silenzio del Campidoglio. Un contrasto che stride con le parole della sindaca nei giorni del suo trionfo. Quando, dopo il risultato del primo turno (5 giugno 2016), parlò di “momento storico”. E quando, (19 giugno 2016) stravinto il ballottaggio con una maggioranza bulgara che sfiorava il 70 per cento, disse trionfante: «Oggi hanno vinto i romani».

Due anni dopo (il 10 giugno) quegli stessi elettori, chiamati al voto in due municipi della capitale, le hanno voltato le spalle e hanno azzerato i Cinquestelle che hanno raccolto rispettivamente il 13 e il 20 per cento dei voti. E la cosa peggiore è questa: il 70 per cento degli elettori romani ha disertato le urne. I 770.564 voti con cui Virginia Raggi salì al Campidoglio sono un pallido ricordo.

Le ragioni di questo crollo di fiducia nella giunta penta stellata sono noti. Sfogliaroma ne ha parlato più volte segnalando fin dall’inizio l’incapacità dell’amministrazione Raggi ad affrontare i problemi della capitale. Una città che usciva da otto mesi di commissariamento per mafie dalle traumatiche dimissioni di Ignazio Marino. Con il Pd in ginocchio e il centrodestra dell’ex sindaco Alemanno azzerato da Parentopoli.

E adesso? Ci sono due foto pubblicate pochi giorni fa da un quotidiano romano che raccontano meglio di qualsiasi analisi le condizioni in cui oggi versa Roma. Sono due foto simbolo scattate a piazzale dei Partigiani. La prima è del 5 ottobre 2016 e mostra “un’aiuola incolta con erba alta e palma sofferente”. La seconda è stata scattata il 19 giugno, giorno del secondo compleanno della giunta Raggi, e mostra “la stessa aiuola in situazione peggiorata. All’erba alta si sono aggiunti mucchi di rifiuti”.

La situazione è questa. Con l’Atac fallita, le buche mai riparate e 78 milioni di euro ancora in cassa sugli 85 stanziati dal Campidoglio a marzo dell’anno scorso, le strade strapiene di rifiuti, la girandola senza fine di assessori e manager. E, adesso, anche lo scandalo dello stadio della Roma. Con un privato cittadino, l’avvocato Luca Lanzalone, poi arrestato, che trattava con Parnasi a nome del Campidoglio.

La Raggi si è subito difesa dicendo che glielo avevano mandato i vertici nazionali di Cinquestelle per risolvere il problema di Tor di Valle. Ma poi è stata costretta a fare marcia indietro. Già, perché Grillo, Casaleggio e Di Maio adesso l’hanno lasciata sola. Fino alle elezioni del 4 marzo hanno cercato di coprirla affiancandole vari tutor. E Lanzalone, poi “premiato” da Di Maio con la presidenza dell’Acea, era l’ultimo della serie, con funzioni da vero e proprio sindaco ombra. Ma ora che sono al governo con Salvini e guai annessi, la sindaca di Roma non può diventare una zavorra. Quindi la realpolitik elettorale del M5S vuole che vada avanti senza coperture dall’alto.

Da ora in poi la sindaca di Roma sarà costretta a navigare da sola tra gli scogli cercando di non affondare. Ma sembra la prima a non crederci troppo. Perché, come ha confessato a dicembre scorso, in un raro momento di abbandono, per lei «già arrivare alla fine di questo mandato sarà un grandissimo successo».

Felice Saulino
SfogliaRoma

Il ritorno di “Cicciobello” tentato dal Campidoglio

Cicciobello è tornato. Scomparso dai radar della politica subito dopo il 2008, quando si candidò per la terza volta al Campidoglio e fu sconfitto da Gianni Alemanno, adesso è di nuovo sotto i riflettori dei media. Dopo anni di silenzio, “Cicciobello”, come lo aveva perfidamente ribattezzato Cossiga, ha deciso che la disastrosa esperienza della sindaca Raggi adesso gli sta offrendo una grande occasione, e così è tornato a scrivere lettere ai giornali, a farsi intervistare dal Messaggero, a farsi vedere in televisione e a ravvicinarsi al Pd partecipando alla festa dell’Unità.
Nove anni fa il brutto colpo subito nella capitale, la sua città, quella di cui era stato sindaco per due volte prima della grande ribalta nazionale, lo aveva messo ko. Da quel momento in poi furono solo sconfitte. L’uscita dal Pd (2009), la fondazione di una specie di Ulivo bonsai, Alleanza per l’Italia, che si rivelò un fallimento. Cicciobello inanellò una serie di disastri culminati nel 2012 con l’arresto di Luigi Lusi, il tesoriere della Margherita, accusato d’aver sottratto 13 milioni di euro dalle casse del partito di cui Rutelli era stato leader e presidente.
Arrivato il momento di uscire di scena, Cicciobello lo fece con eleganza, annunciando che non si sarebbe ricandidato alle politiche del 2013. Per lui incominciava una tranquilla seconda vita da ex. Ex di tante cose, comunque: sei volte in Parlamento, due volte ministro, poi vicepresidente del Consiglio, candidato premier del centrosinistra nel 2001. Ma, soprattutto, lui, piacione romano di famiglia alto borghese, era stato due volte sindaco (1993 e 1997). “Il sindaco del Giubileo”, come ha sempre amato ricordare.
Sembrava destinato a una vita da pensionato di lusso, senza incarichi politici ma con una comoda poltrona da presidente dell’Anica, l’associazione delle industrie cinematografiche. Invece no. Il fallimento di Marino e poi il disastro Raggi devono averlo convinto che forse era il caso di fare un altro giro da sindaco. E così da qualche mese è tornato a parlare in pubblico. Sempre e soltanto di Roma e dei suoi tanti problemi e sempre per sottolineare garbatamente la differenza tra un professionista come lui nato e vissuto nella capitale e l’accoppiata Marino-Raggi, due dilettanti. A febbraio 2017 con la scusa di rispondere a Ignazio Marino scrive una lettera all’Huffington Post e rivendica i risultati della sua amministrazione, con tutti i numeri in crescita e la città che “si aggiudica il rating Tripla A”. Da allora è stato un crescendo, fino alla recente intervista al Messaggero, al palco della festa dell’Unità e all’apparizione nel salotto televisivo di Lilli Gruber. Dove non ha confermato ma nemmeno smentito il progetto di tornare in pista, presentandosi come alternativa alla fallimentare gestione della sindaca grillina.
Un’operazione già riuscita a Leoluca Orlando, che è tornato a fare il sindaco di Palermo dopo essersi candidato per la terza volta, proprio invitando gli elettori a non lasciarsi più tentare dai dilettanti ma a puntare ancora una volta su di lui, “l’usato sicuro”.

Felice Saulino
Sfoglia Roma

CRIMINE CAPITALE

Maltempo: su social network foto 'Shelf cloud' e doppio arcobalenoL’associazione mafiose non c’è. Ma l’inchiesta della Procura di Roma ha comunque emesso una pensatissima. Oltre 250 anni di pene inflitti mentre la richiesta 5 secoli di carcere, i giudici della decima Corte hanno quindi dimezzando di fatto le pene. In totale sono 41 i condannati nel processo, mentre 5 imputati sono stati assolti. Massimo Carminati è stato condannato e 20 anni e Salvatore Buzzi a 19. La scoperta del ‘Mondo di Mezzo’ ha portato a galla una zona grigia, di affari e collusioni che hanno corroso la città. Quando avviene il primo blitz del Ros Carabinieri, il 2 dicembre 2014, il sindaco è Ignazio Marino del Pd, che ha vinto le elezioni contro l’uscente Gianni Alemanno del Pdl. In carcere finiscono dem come l’assessore alla casa Daniele Ozzimo, condannato in un processo a parte a due anni e due mesi, e il presidente dell’Assemblea capitolina Mirko Coratti. Poi il Pdl vede invece finire dentro con l’accusa di concorso in associazione mafiosa il capogruppo regionale Luca Gramazio, figlio di Domenico, già missino, a Roma conosciuto come il Pinguino. Un sisma che tocca anche il minisindaco Pd di Ostia Andrea Tassone, municipio che sarà sciolto per infiltrazioni mafiose. Tanti i pezzi grossi della burocrazia romana, i manager voluti dalla politica che vengono travolti: gli ex dirigenti Ama Franco Panzironi e Giovanni Fiscon, quest’ultimo oggi assolto, pubblici ufficiali come Luca Odevaine o imprenditori come Fabrizio Franco Testa e Daniele Pulcini.

Per Loreto Del Cimmuto, segretario federazione Roma del Psi,“l’unico commento lecito, a caldo, sulla sentenza Mafia capitale, che è una sentenza di primo grado e sulla quale è lecito attendersi un ricorso della procura, riguarda il leit motiv ora ricorrente: il venir meno dell’accusa di associazione di stampo mafioso e l’applicabilità del 416 bis, che riguardava peraltro un solo politico. Non so quanto la città possa sentirsi sollevata di ciò. Certo non ha giovato e ha molto condizionato la formazione di un’opinione pubblica, giustamente molto severa nel giudicare le esperienze di governo della città, la rappresentazione mediatica di una città ghermita dalla piovra mafiosa”.

“La stessa Sindaca Raggi – continua Del Cimmuto – in una dichiarazione riconosce la necessità di un lavoro costante e silenzioso ‘ per rimarginare e riconnettere tra loro quelle parti della società civile che lottano per la legalità’; ciò va apprezzato e noi lo condividiamo; perché rimane la gravità di quanto è accaduto, di un mondo di mezzo smantellato nelle sue articolazioni criminali e rimane il bisogno di percorrere una lunga strada per ridare credibilità alla politica, nel rispetto reciproco e nel riconoscimento della legittimità dell’avversario, senza giudizi sommari che abbracciano indistintamente le esperienze di governo pregresse della città”.

Per il Pd romano è uno tsunami: un tempo laboratorio politico si ritrova a combattere contro l’onta della “Mafia”. L’ex ministro Fabrizio Barca fa un rapporto sui circoli romani, una vengono definiti “dannosi” e “pericolosi”. Alcuni verranno chiusi dal commissario Matteo Orfini. Il Pdl dal canto suo con la sconfitta di Gianni Alemanno, anche lui entrato nell’inchiesta, a Roma ha perso consenso. Il procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone nel rivelare l’esistenza di Mafia Capitale dice che con Marino c’è stata “discontinuita’” rispetto all’era Alemanno, ma gli affari sporchi continuavano: illeciti bipartisan. La parola d’ordine della politica romana diventa “moralizzazione”: nel Paese si afferma l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) di Raffaele Cantone, voluto dal governo di Matteo Renzi. All’Authority Regione Lazio, alla guida di Zingaretti, e Campidoglio, già sotto Marino, iniziano a sottoporre buona parte delle proprie decisioni. Marino chiama nella sua giunta persino un magistrato Alfonso Sabella. Di un quadro politico indebolito ne approfitta M5S, che dopo la caduta di Marino voluta dal suo stesso partito, a ottobre 2015, lancia la volata per le elezioni usando Mafia Capitale come mantra polemico contro gli avversari.

La vittoria di Virginia Raggi nel 2016 discende anche da questo. Nata sull’onda dell’indignazione per Mafia Capitale – dopo la parentesi del prefetto Francesco Paolo Tronca commissario straorinario – l’amministrazione cinquestelle promette onestà e trasparenza. Ma, dice Raggi, “Mafia capitale è una ferita ancora aperta”. Lo dicono i numeri dei dirigenti capitolini indagati ancora oggi, 70 su 190. Lo dice la difficoltà della macchina capitolina a rimettersi in moto, lo racconta una città che sembra arrancare tra spazzatura, bus e metro poco efficienti, scarsa accoglienza per migranti e rom, un tempo tutto business sporco per le associazioni criminali. Mafia Capitale non esiste ma l’eredità lasciata dalla morsa del crimine oggi condannato nell’aula bunker è pesantissima.

Ignazio Marino assolto dall’accusa di peculato

Marino-MafiacapitaleL’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, è stato assolto dall’accusa di peculato, perché il fatto non sussiste, in relazione agli scontrini dei rimborsi presentati al Campidoglio, e dall’accusa di truffa, perché il fatto non costituisce reato, per i contributi alla onlus “Imagine”. Lo ha deciso di Roma, Pierluigi Balestrieri. La Procura aveva chiesto la condanna a 3 anni e 4 mesi. “Sono felice, aspettavo questo esito perché sapevo di essere innocente”. E’ il primo commento dell’ex sindaco “Ringrazio la giustizia – ha detto visibilmente commosso -, di fronte ad accuse infamanti e a comportamenti dei media e della politica molto pesanti, è stata finalmente ristabilita la verità”.

“Ecco perché a un serio garantismo – ha commentato Riccardo Nencini, Segretario del PSI in riferimento all’assoluzione di Ignazio Marino e dell’ex governatore del Piemonte, Roberto Cota – non c’è alternativa. Chiedete a Errani, a Cota e a Marino. Ma il garantismo va di moda a corrente alternata. Da vent’anni si usa o si omette per regolare i conti.”. 

La sentenza è stata emessa dal gup dopo una camera di consiglio di appena 15 minuti. Marino, che aveva chiesto di essere giudicato con il rito abbreviato (che in caso di condanna avrebbe comportato lo sconto di pena pari a un terzo) rispondeva dei reati di peculato e falso in relazione all’utilizzo della carta di credito assegnatagli a suo tempo dall’amministrazione capitolina e di concorso in truffa per i compensi destinati a collaboratori fittizi quando il chirurgo dem era il rappresentante legale della ‘Imagine’, una Onlus fondata nel 2005 per portare aiuti sanitari in Honduras e in Congo.

La vicenda degli scontrini faceva riferimento alla consumazione di 56 cene, per una spesa complessiva di 12mila euro, tra il 2013 e il 2015 in numerosi ristoranti di Roma e di altre città. Quanto alla Onlus, Marino era accusato dalla Procura di aver predisposto tra il 2012 e il 2013 la certificazione di compensi riferiti alle prestazioni fornite da collaboratori fittizi o soggetti inesistenti, inducendo in errore, insieme con altri tre, l’amministrazione finanziaria e l’Inps e procurando alla Onlus un ingiusto profitto per complessivi seimila euro consistito nell’omesso versamento degli oneri contributivi dovuti per le prestazioni lavorative. Per la Onlus, assolto Marino, il giudice ha rinviato a giudizio tre imputati che avevano scelto di essere giudicati con il rito ordinario: si tratta di Rosa Garofalo, Carlo Pignatelli e Federico Serra. 


Ma dalla vicenda Marino dobbiamo trarre insegnamento

di Loreto Del Cimmuto

La notizia dell’assoluzione di Ignazio Marino è una buona notizia, così come lo è quella relativa ai 116 indagati nella maxinchiesta su Mafia Capitale per i quali la Procura di Roma ha chiesto al gip l’archiviazione. Lo dico intanto da cittadino, perché rassicura sapere che forse,  in fondo, non viviamo in una città preda di organizzazioni criminali e mafiose dedite alla depredazione della cosa pubblica; anche se fenomeni di corruzione e malaffare continuano a macchiare la reputazione di Roma, diciamo, a livelli più “fisiologici”.

E’ una buona notizia perché, mentre più di qualcuno dovrebbe chiedere scusa a Ignazio Marino, obbliga anche noi a fare qualche riflessione. Da garantisti ostinati quali siamo ci conforta infatti avere conferma della fondatezza delle nostre cautele. Le nostre critiche all’ex Sindaco, è utile ricordare, non erano basate sulla vicenda degli scontrini, ma sulla qualità dell’azione politica e sui comportamenti politici da lui posti in essere, in particolare quel suo chiudersi a riccio in una difesa ostinata di una  politica priva di respiro e di consenso proprio tra le forze più sane della città.

Può sembrare privo di senso rivangare situazioni ormai superate dai fatti. Ma dalla vicenda Marino dobbiamo trarre insegnamento per il giusto atteggiamento che dobbiamo assumere anche nei confronti della giunta Raggi, sicuramente peggio, sul piano politico, di quella che l’ha preceduta. Anche qui il quadro d’insieme ci offre un mix di questioni giudiziarie e di altre più politiche. Restano ferme alcune considerazioni critiche sull’opportunità di alcune scelte  relative a donne e uomini che collaborano con la Raggi, ma c’è la voglia, la si avverte, di buttarla ancora una volta sul piano di un moralismo astratto e feroce. Lo stesso, sia chiaro, che anima specularmente la stessa Raggi e gli esponenti del movimento 5 stelle, i quali evocano il presunto attacco dei poteri forti proprio per coprire l’incapacità a governare; anche se quali siano questi poteri forti non si sa, se non  quelli di cui sembrano essere loro stessi espressione e che si sono infatti tirati dentro casa.

Allora la vicenda Marino insegna e conferma che in questa città, che affonda sempre di più nei disservizi e nella perdita del proprio senso di comunità, quel che occorre è intanto ricostruire un clima di rispetto dell’avversario e di confronto, per quanto aspro, almeno civile. Altrimenti a perdere sarà la politica nel senso più nobile. Noi combattiamo e combatteremo la politica della Raggi, come abbiamo fatto da un certo punto in poi con Marino. La combattiamo e la combatteremo sul piano delle scelte di governo ( o di non governo ) che stanno già producendo disastri sul piano economico e sociale, con i servizi bloccati e i municipi paralizzati. Non la combatteremo mai invocando il manganello del giustizialismo. Anche perché non vogliamo concedere alibi a nessuno, nemmeno dentro il nostro campo. Siamo una piccola forza ma il nostro ruolo cerchiamo di giocarlo proprio mettendo in campo una proposta politica. Speriamo quindi che il PD esca presto dalla sua lunga fase di commissariamento per poter tornare a confrontarsi anche con gli altri pezzi della sinistra che con esso hanno condiviso la campagna a sostegno di Giachetti. Perché occorre ricostruire un campo largo e nello stesso credibile di alleanze. Nessuno è più autosufficiente, vale per Roma e vale per lo scenario nazionale. Anche perché le elezioni per la Regione Lazio sono meno lontano di quanto sembri guardando il calendario.

Loreto Del Cimmuto

Le elezioni amministrative
e lo spauracchio Milano

salaBasso profilo, poche iniziative. Matteo Renzi ha centellinato gli interventi nella campagna elettorale per le elezioni amministrative. Il presidente del Consiglio e segretario del Pd ha limitato al minimo discorsi e comizi in favore dei candidati democratici o del centrosinistra. Ha ripetuto più volte: si tratta di elezioni amministrative, non politiche. Ha rimarcato il 20 maggio al Tg1: «Si parla di sindaci, non di chi sta al governo».

Traduzione: il voto non avrà conseguenze per il governo. Non a caso l’ex sindaco di Firenze ha preferito affrontare altri temi. Ha anticipato di mesi la campagna elettorale per il “sì” al referendum confermativo sulla riforma costituzionale previsto ad ottobre, ha insistito molto sulla necessità di far crescere l’occupazione, ha indicato la strada di tagliare ulteriormente le imposte ai cittadini e alle imprese (dopo aver cancellato le tasse sulla prima casa ed aver concesso un bonus di 80 euro al mese ai lavoratori con i redditi più bassi), ha trattato ad oltranza con l’Unione europea sulla “flessibilità” per i conti pubblici italiani, ha chiesto una strategia europea per affrontare la marea di migranti. Ha parlato molto di tutto, mentre ha ridotto all’essenziale proposte e battute sulle elezioni amministrative.

Eppure il 5 giugno le urne sono aperte per eleggere i sindaci di importanti città: Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna, Trieste, Cagliari. La corsa, al contrario del passato, è tutta in salita per i candidati del Pd. A Napoli, finita l’era di Antonio Bassolino, sono cominciati i dolori. Contro il sindaco uscente Luigi De Magistris, c’è poco da fare. L’ex pubblico ministero, già Italia dei valori, pur se criticato da non pochi elettori napoletani, sembra non avere concorrenti. Dalla poltrona di “sindaco arancione”, riesce nella quasi impossibile impresa di rappresentare anche la protesta politica anti sistema, pur avendo amministrato con mano ferma la metropoli campana.

Anche a Roma la scommessa è difficilissima. Roberto Giachetti, candidato renziano, deve fare i conti con le conseguenze politiche devastanti dell’inchiesta giudiziaria Mafia Capitale, che ha coinvolto sia esponenti del Pd sia del centrodestra. Un terremoto che, tra la varie conseguenze, ha portato il Pd perfino a sfiduciare Ignazio Marino, il suo sindaco, considerato una persona onesta ma inadeguata per affrontare i problemi della città. A Roma sta andando fortissimo, invece, Virginia Raggi, M5S, data in testa da tutti i sondaggi elettorali. Una sconfitta a Roma e a Napoli, dunque, non sarebbe né una grande sorpresa né un grave problema per Renzi perché le due città, al di là dell’impegno nella battaglia elettorale in corso, nel Pd si danno da tempo per perse.

Tutt’altra questione è Torino e, soprattutto, Milano, due città guidate da due stimati sindaci di centrosinistra, Piero Fassino e Giuliano Pisapia. Una sconfitta nella metropoli lombarda avrebbe pesanti ripercussioni per il presidente del Consiglio e per il governo. Giuliano Pisapia, uomo di sinistra, è l’attuale stimatissimo primo cittadino di Milano che non si è voluto ricandidare. Beppe Sala, candidato renziano sostenuto dal centrosinistra, sembra l’uomo giusto per battere il centrodestra e confermare la tradizione di sviluppo dei sindaci riformisti di Milano, costruita in cento anni di storia dai socialisti meneghini. Sala è in testa nei sondaggi, tallonato però da Stefano Parisi, il candidato del centrodestra.

C’è uno spauracchio, anche se nessuno ne parla. Se il 5 giugno, al primo turno elettorale, dovesse piazzarsi avanti Parisi, sarebbe un duro smacco. Se poi, nel successivo ballottaggio, il candidato del centrodestra, raccogliendo anche i voti del M5S, dovesse sconfiggere Sala, sarebbe un disastro per Renzi.

Un disastro perché Sala è un po’ il simbolo renziano dell’”Italia del fare”. Il manager, scelto dal presidente del Consiglio, è stato l’uomo che ha portato al successo l’Expo universale sul cibo a Milano. Un successo non scontato, difficile, costruito tra mille difficoltà politiche, economiche e giudiziarie.

La tensione è alta. In alcuni sondaggi è emerso quasi un testa a testa tra Sala e Parisi. Molto, come al solito, peseranno gli elettori indecisi. A Milano, praticamente, il voto a favore o contro Sala sarà anche un sì o un no a Renzi.

Rodolfo Ruocco

M5s perde il suo ‘Dottor Sottile’

Magro, silenzioso, elegante, capelli lunghi brizzolati, occhialetti tondi da intellettuale. Misterioso, soprattutto misterioso. Gianroberto Casaleggio se ne è andato presto, è morto dopo una lunga malattia a 61 anni di età. Se il Movimento 5 Stelle, da zero, conquistò nel 2013 oltre il 25% dei voti, in gran parte il merito è suo. Se adesso i cinquestelle sono dati dai sondaggi elettorali a ridosso del Pd, poco sotto il 30% dei consensi, le ragioni del gigantesco successo sono da attribuire a lui.

Casaleggio era la mente dei pentastellati, Beppe Grillo il volto pubblico; due personaggi tanto diversi e tanto simili, il primo un esperto d’informatica, il secondo un comico. Il singolare tandem tra l’imprenditore milanese e il comico genovese si è tramutato in un inedito e clamoroso successo politico senza precedenti in Italia.

Casaleggio si fa le ossa nell’Olivetti del mitico Adriano, una perla dell’industria meccanica ed informatica italiana, poi divenuta proprietà di Carlo De Benedetti e quindi collassata dopo una lunga serie di errori. Lavora in varie aziende. È travolto dalla passione per internet, per le nuove tecnologie postindustriali e diventa un profeta del web. Dall’incontro con Grillo nasce il M5S, il primo è il cofondatore, il secondo il fondatore. Sono diversissimi, ma s’intendono benissimo, sono sempre insieme negli appuntamenti politici importanti. Lui è misurato e riservato, Grillo è effervescente ed esuberante.

Casaleggio crede nella “democrazia del web” e partono le “parlamentarie”, le “comunarie”, le “quirinarie”: tutto, con qualche eccezione, viene deciso con consultazioni tra i militanti su internet. Anche le molte espulsioni dei dissidenti grillini vengono votate sul web. S’impone la regola dell’”uno vale uno” e del “niente capi”. Lui e Grillo sono i “garanti” del M5S, tuttavia contano tantissimo: s’inventano tutte le battaglie e le iniziative con un fortissimo impatto comunicativo. Al centro della strategia c’è il potentissimo blog di Grillo accompagnato da comizi, show teatrali, interviste televisive e ai giornali, trovate comunicative sensazionali, tipo la traversata di Grillo a nuoto dello Stretto di Messina (sostenuto e incoraggiato da Casaleggio che lo segue su una barca).

La Grande crisi economica e la grave corruzione pubblica sono i due motori dei cinquestelle. Il cofondatore del M5S ha toni radicali, antisistema, apocalittici. Predica l’opposizione totale, boccia ogni tipo di alleanza con il Pd e con Matteo Renzi. In una intervista al blog di grillo del luglio 2013 sostiene: «Io penso che il Paese avrà nei prossimi mesi, non so quanti, uno shock economico. Uno shock che potrebbe portare a una ridefinizione della rappresentanza politica oppure a uno spostamento della politica da problemi politici a problemi di carattere sociale: disordini, rivolte». Ha parole durissime. Nel Vaffa-Day di Genova nel dicembre 2013 è lapidario: «In Italia la democrazia non c’è» perché è «il regno della partitocrazia». Propone «strumenti di governo popolare» non meglio precisati. Rivendica di essere “un populista”.

Intuisce la ribellione dei ceti popolari contro la classe dirigente italiana, capisce il senso di rivolta del ceto medio impoverito ed impaurito e riesce a rappresentare e a convogliare la montante protesta sociale che esplode a sinistra e a destra contro i partiti tradizionali, contro l’euro, contro i migranti, contro la disoccupazione. Precisa: «Un’idea non è di destra né di sinistra. È un’idea. Buona o cattiva». Così raccoglie e miscela proposte di sinistra e di destra come il reddito di cittadinanza, il no alla limitazione della sovranità nazionale in favore dell’Unione europea, il referendum contro l’euro.

Arrivano, però, anche delle sconfitte, delle battute di arresto, degli stop. Molti militanti cinquestelle accusano lui e Grillo di “autocrazia”, puntano il dito contro la mancanza di democrazia interna, così o vengono espulsi o dicono addio tra le polemiche. A molti non piacciono i vertici con dei parlamentari cinque stelle tenuti a Milano nella sede della Casaleggio Associati S.r.l. (la sua società per le consulenze digitali). Quando Renzi trionfa nelle elezioni europee del 2014 con il 40,8% dei voti, decide un ripensamento della strategia. Non vuole più fare paura. Dice a Grillo: «Dobbiamo abbassare i toni» e «devi sforzarti di sorridere. Dobbiamo sorridere di più». Il comico genovese concorda con il guru. I frutti della svolta arrivano. Il M5S riesce a conquistare la guida di diversi comuni nel 2015 e ottiene lusinghiere affermazioni nelle elezioni regionali. Alla fine dello scorso anno Casaleggio annuncia alle Festa del M5S di Imola: «Siamo certamente pronti per governare».

L’affermazione del guru non suona più come una profezia, ma come una realistica previsione politica. L’occasione d’oro è costituita dalle elezioni comunali del prossimo giugno. Grazie anche ad errori enormi e ripetuti del centrosinistra e del centrodestra, il M5S corre nei sondaggi. A Roma, città nella quale il Pd ha sfiduciato il suo sindaco Ignazio Marino e teatro delle imprese di Mafia Capitale, potrebbe vincere Virginia Raggi, la giovane candidata grillina. Ma sono possibili anche altre brutte sorprese per Renzi: il Pd potrebbe perdere anche Torino. Tuttavia ora il Movimento 5 Stelle deve fare i conti con la perdita di Casaleggio, il suo Dottor Sottile.

Rodolfo Ruocco

Beppe Grillo punta
al colpo grosso

Beppe Grillo punta sul colpo grosso a Roma, è ottimista sulla vittoria del M5S nella capitale. Virginia Raggi, per il garante dei cinquestelle, può vincere la corsa a sindaco di Roma sbaragliando centrosinistra e centrodestra. Ha pronosticato un probabile successo su Facebook: «Diffondete! Siamo pronti a governare Roma!». Virginia Raggi, 37 anni, avvocatessa, candidata a sindaco della città eterna la può spuntare nelle elezioni di giugno.

Sarebbe la prima metropoli conquistata dal M5S, che ha ottenuto il 25% dei voti nelle elezioni politiche del 2013. Centrosinistra e centrodestra, dividendosi tra tanti candidati diversi, stanno stendendo un tappeto di velluto rosso sul quale può trionfare la giovane militante pentastellata. Il centrodestra è in preda ad un ‘cupio dissolvi’, sta implodendo tra mille contrasti interni. Matteo Salvini, in rotta di collisione con Silvio Berlusconi, prima ha proposto come sindaco Alfio Marchini, poi ha appoggiato Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia, bocciando Guido Bertolaso, il candidato del presidente di Forza Italia. Il segretario della Lega Nord ha usato toni ultimativi: «Bertolaso può dire quello che vuole. Non è il mio candidato a sindaco di Roma» perciò punta a vincere «al ballottaggio con Giorgia Meloni». Berlusconi ha ribattuto: «Bertolaso è il candidato. Vincerà di sicuro». Le critiche a Salvini, accusato di non rispettare gli accordi, sono roventi: «Non ne posso più dei professionisti della politica». Così il centrodestra si è spaccato tra sei diversi candidati: Bertolaso, Meloni, Francesco Storace (La Destra) più Simone Di Stefano e Amedeo Iorio all’estrema destra, di nostalgie missine e fasciste.

Anche il centrosinistra si presenta diviso all’appuntamento elettorale di giugno in quasi tutte le città nelle quali si voterà, compreso Roma. Il candidato renziano del Pd è Roberto Giachetti, poi sono pronti a correre l’ex sindaco Ignazio Marino e il dalemiano Massimo Bray. Stefano Fassina, Sinistra Italiana, ex Pd, gioca la partita non tanto per vincere, bensì per verificare i consensi per un eventuale nuovo partito a sinistra dei democratici. La sinistra interna ed esterna al Pd sembrano aver scelto la capitale per misurare i rapporti di forza con Matteo Renzi, presidente del Consiglio e segretario dei democratici. Nel centrodestra Salvini partendo da Roma ha lanciato una battaglia nazionale per contestare la leadership di Berlusconi sul centrodestra (non a caso ha mollato anche il candidato sindaco di Forza Italia a Torino, Osvaldo Napoli, ed è ad un passo per compiere la stessa scelta pure a Napoli).

Il voto di protesta può contare su un vento fortissimo. I disservizi nella capitale (dai cassonetti traboccanti di rifiuti maleodoranti agli autobus che non passano) stanno mettendo a dura prova la pazienza dei romani, che pagano le tasse comunali e regionali tra le più alte d’Italia. Pesano anche le inchieste giudiziarie: Mafia Capitale ha coinvolto in casi di corruzione esponenti del Pd e del centrodestra.

Le precedenti giunte comunali del centrosinistra (Rutelli, Veltroni) e del centrodestra (Alemanno), succedutesi negli ultimi 20 anni, sono messe sul banco degli imputati dal M5S. Virginia Raggi alterna attacchi durissimi a progetti di buona amministrazione: «I vecchi partiti hanno consentito che i mafiosi, la parte marcia della città, si sedesse al tavolo della politica», adesso «siamo pronti per governare Roma: più mezzi pubblici, più sicurezza, più soldi per le scuole. Una città che funziona non è di destra o di sinistra, è una città 5 Stelle».

Persino gli avversari apprezzano la Raggi. Berlusconi ha commentato: «Persone a me vicine mi dicono che non è soltanto telegenica, ma è anche un bravo avvocato».  Il presidente di Forza Italia non lo precisa, ma la Raggi ha fatto pratica legale presso lo studio di Cesare Previti, avvocato con parecchi guai con la giustizia, già ministro della Difesa in un governo Berlusconi. Un attestato positivo arriva anche dalla Meloni: «Non temo né Raggi né Giachetti ma, se non arrivassi al ballottaggio, voterei Raggi».

La giovane avvocatessa ha il vantaggio di giocare contro degli avversari devastati dagli errori e dagli scandali. Il centrosinistra e il centrodestra, inoltre, si stanno lacerando e dividendo in fortissimi scontri interni. Le sue buone prospettive di successo stanno dissolvendo le critiche alla scarsa democrazia interna del movimento, forti nei gruppi parlamentari del M5S e in altre città. Per le critiche contro l’ “autocrazia” di Grillo e di Gianroberto Casaleggio, circa 30 parlamentari sono stati espulsi o hanno detto addio al M5S in due anni di legislatura.

Tuttavia le sorprese sono sempre possibili. Potrebbe rispuntare la candidatura di Marchini, già avanzata e poi accantonata dal centrodestra. Non solo. Marchini, discendente di una famosa famiglia di costruttori rossi,  in passato, ha goduto di grandi simpatie nel Pci-Pds-Ds-Pd. Qualche porta si potrebbe riaprire.

Rodolfo Ruocco

Per Roma una lista “civica, laica, socialista”

Conf stampa NenciniLe elezioni amministrative di primavera sono alle porte. E la situazione non è affatto facile. Il centrosinistra esce da una esperienza che con un eufemismo si può definire non brillante per l’immagine che ha dato di se stessa. Ma il centro destra si trova decisamente peggio. Senza un candidato e senza un partito di riferimento. Ieri Silvio Berlusconi ha lasciato capire che i giochi per il Campidoglio sono ancora apertissimi: “Su Marchini non so dire come va a finire –  ha detto – stiamo discutendo. Ci vediamo a metà settimana. Non sono solo io a decidere…”. Il fatto è che ancora non c’è nessun accordo sul candidato soprattutto dopo il veto posto da Giorgia Meloni su Alfio Marchini che per tutta risposta ha fatto sapere di andare avanti sulla propria strada.

Il Cavaliere ha rimesso sul tavolo l’ipotesi Frattini, un nome però immediatamente stoppato dalla Lega e Fdi. Del resto lo stesso ex ministro degli Esteri ha più volte respinto l’offerta. È probabile che a questo punto si cerchi un outsider, un non politico, una scelta resa necessaria dalla mancanza di punti di riferimento. Insomma la linea del centro destra emersa è quella di aprire sì alla società civile ma di non disperdere i voti dei partiti. Ma il rebus resta. L’obiettivo è presentare la griglia per le amministrative entro venerdì. Solo qualora non si chiudesse il cerchio non si esclude il ricorso ad una sorta di consultazione popolare, che però Berlusconi insiste ad escludere.

Sullo sfondo l’ipotesi, non tanto remota, di una lista dell’ex sindaco di Roma Ignazio Marino che potrebbe scompaginare il campo. Una lista accreditata dai sondaggisti tra il 5 e il 10% a seconda delle future alleanze. Un tesoretto di consensi non in grado di portare l’ex sindaco a riprendersi la poltrona che era stata sua, ma capace di diventare l’ago della bilancia nell’ipotesi di un ballottaggio tra Pd (accreditato al 26-28%) e Movimento Cinque Stelle (al 25%).

Per il centrosinistra per ora sono due le candidature sul campo alle primarie di Roma. Quella di Roberto Giachetti e quella di Morassut. Occasione per parlare di Roma, primarie e delle elezioni per il rinnovo del consiglio comunale della città è stata la Conferenza Programmatica regionale del Psi a cui sono intervenuti il segretario del Psi Riccardo Nencini e Roberto Giachetti. Alla conferenza dal titolo ‘Città e Regione, progettiamo storie nuove’, hanno partecipato inoltre il deputato del Psi, Oreste Pastorelli, il segretario regionale del Psi, Luciano Romanzi, il segretario del Psi di Roma, Loreto del Cimmuto e il capogruppo del Psi al consiglio regionale del Lazio, Daniele Fichera.

Conf stampa GiachettiRoberto Giachetti ha disegnato un quadro su quanto successo negli ultimi mesi a Roma. “Tanto più la politica si allontana tanto più abbiamo la dimostrazione che al peggio non c’è mai fine. Questa città ha una storia e una cultura che deve essere protagonista. Ma il modello che vogliamo per Roma non può avere lo specchietto retrovisore: serve un nuovo protagonismo della capitale per costruire una nuova fiducia con i cittadini. Per questo non condivido la proposta di Morassut sulla Regione. Abbiamo l’esigenza di attuare da subito l’aera metropolitana: da Roma non possibile gestire tutto l’hinterland. Quindi bisogna accelerare il processo di decentramento reale”. E sul programma ha detto: “Prima voglio ascoltare e poi mettere a punto il programma al centro del quale ci saranno le periferie per poter ricucire una divaricazione sociale”.

“Del Pd – ha esordito Nencini concludendo i lavori – è bene fidarsi, ma, come diceva mia nonna, solo fino a mezzogiorno . Siamo qui per parlare del futuro e non della nostra storia. Da domani con l’inizio delle votazioni sulle unioni civili l’Italia potrebbe rimettersi in linea con l’Europa. Giachetti – ha detto ancora Nencini – può godere del nostro sostegno anche in nome della sua storia personale che è un po’ come la nostra, fatta di battaglie di civiltà che spesso abbiamo combattuto assieme. Il nostro partito può essere competitivo alle prossime elezioni amministrative di Roma – ha aggiunto il Segretario del Psi – se faremo una lista civica, laica, socialista, con un candidato a Sindaco con cui condividiamo princìpi comuni. Già da domani c’è da combattere una battaglia di civiltà insieme, con il voto al Senato del ddl Cirinnà. Quella sulle unioni civili non deve essere una battaglia ideologica, perché c’è un pezzo di Italia, e penso ad esempio a Milano che è la città maggiormente indicativa, che si è già costituita in famiglia ‘atipica’. Questa Italia esiste già e noi dobbiamo riconoscerle i diritti, non discriminarla. O dobbiamo aspettare che siano i magistrati a fare ciò che il legislatore si rifiuta di fare da anni? Da domani – ha aggiunto Nencini concludendo i lavori – abbiamo la possibilità di riportare l’Italia allo stesso livello di civiltà che già esiste in Europa”.

Ginevra Matiz 

 

Affittopoli Roma, una voragine da 100 milioni

affittopoli1100 milioni di euro all’anno. A tanto ammonta la stima sui mancati introiti per il Campidoglio a causa di ‘affittopoli’. E forse “una volta terminato il lavoro su tutto il patrimonio del Comune arriveremo a proiezioni ben superiori”, ne è sicuro il il commissario di Roma Francesco Paolo Tronca.

Sul caso degli immobili del Comune in affitto a prezzi stracciati non ha dubbi: è necessario un censimento definitivo per riportare la regolarità. “Va fatto in tempi rapidissimi e con la tecnologia più avanzata”, ha detto Tronca, che ha aggiunto: “dobbiamo andare fino in fondo, lo dobbiamo ai romani ma anche ai dipendenti dell’amministrazione. Dobbiamo far vedere che certe cose si possono fare se si vogliono fare. Stiamo lavorando incrociando le banche dati, un sistema che deve essere implementato, magari con una piattaforma informatica dedicata. Ora – spiegato Tronca – partiranno squadre che faranno accertamenti su pratiche delle singole locazioni, verifiche sul campo e poi vedremo di capire quali sono le reali dimensioni del fenomeno. Io e il mio staff, quando siamo arrivati, siamo rimasti stupiti dal fatto che non ci fosse un censimento completo: è un’anomalia per un’amministrazione”.

Ed è proprio questo la scandalo nello scandalo: dando un’occhiata agli elenchi del comune di Roma ci sia accorge presto delle anomalie. Cifre irrisorie a titolo di locazione mai aggiornate, e in molti al Campidoglio probabilmente sapevano da tempo.

Ancora qualche esempio. A via dei Chiaramonti c’è una casa che costa 0,60 centesimi l’anno. 87,75 euro ogni dodici mesi per stare in via dei Coronari. 25 euro per un locale in affitto a via La Spezia , a due passi da San Giovanni, tanto per allontanarsi leggermente dalla zona del Colosseo dove si pagano tra i 60 e i 70 euro mensili per vivere con l’affaccio sui Fori.

A occuparsi degli affitti scaduti e mai rinnovati oppure intestati ad altri, una concessionaria, che ha lasciato al termine del suo incarico i fascicoli sul tavolo, di Alemanno prima, e dell’ assessore Alessandra Cattoi con Ignazio Marino, poi. Ma non c’è stato il tempo di mettere mano alla faccenda. E così anche se in molti sapevano, la giungla degli affitti ha continuato a proliferare a danno delle casse comunali.

Intanto in attesa dell’arrivo delle carte sulla nuova ‘affittopoli’ romana, il procuratore Giuseppe Pignatone e l’aggiunto Francesco Caporale hanno fatto oggi il punto sulle inchieste attualmente aperte a piazzale Clodio e che riguardano il patrimonio immobiliare del Campidoglio.

Al momento sono due i procedimenti, tutt’ora aperti, avviati dai magistrati capitolini: uno che riguarda i criteri e le modalità di assegnazione degli alloggi a privati e affidato al pm Corrado Fasanelli. Un secondo fascicolo è al vaglio del sostituto Alberto Galanti e riguarda un migliaio di appartamenti per i quali non sarebbe stato pagato alcun tipo di affitto. Non è escluso che l’incartamento che a breve il Campidoglio invierà ai magistrati possa confluire in uno dei due fascicoli già aperti.

Una volta in possesso dei risultati della maxiverifica sul patrimonio immobiliare disposta da Tronca, i pm valuteranno per quali profili penali procedere.

Marco Agostini

Qui di seguito il Pdf consultabile con le locazioni e i relativi prezzi.

Affaire De Luca. Renzi: aspettiamo magistratura

De Luca con RenziRenzi interviene sull’affaire De Luca, non lo scarica come fece con Marino, e aspetta risposte dalla magistratura. «Il presidente della Regione ha la titolarità, il diritto e il dovere di governare quella terra. Siamo assolutamente certi che il mandato che ha ricevuto sia pieno e che, di conseguenza, ha davanti a sé sfide di grande impatto, perché la Campania è una regione chiave per il futuro del Paese». De Luca si difende “campagne montate” e la segreteria regionale del PD viene azzerata


«Abbiamo molta fiducia nella magistratura, ma il presidente della Regione ha la titolarità, il diritto e il dovere di governare quella terra. Siamo assolutamente certi che il mandato che ha ricevuto sia pieno e che, di conseguenza, ha davanti a sé sfide di grande impatto, perché la Campania è una regione chiave per il futuro del Sud e del Paese». Così il Presidente del Consiglio Matteo Renzi è intervenuto sulla vicenda dell’inchiesta su De Luca a margine del Consiglio dei Ministri di oggi.

«Pur rispettando valutazioni e polemiche, leggo di imbarazzi e discussioni che rispetto, non mi muovo dalla solita posizione: De Luca governi. Ho detto in passato, rispetto ad altre persone, se ne è capace. Lo confermo. Ma se c’è una persona che può fare della Terra dei Fuochi e di Bagnoli una sfida decisiva questa è De Luca: sono certo che con De Luca queste due partite saranno sbloccate».

De Luca, già condannato in primo grado per abuso d’ufficio quando era sindaco di Salerno, oggi è indagato con il suo ex capo della segreteria Carmelo Mastursi per corruzione per induzione. In sostanza avrebbe ottenuto il congelamento della sospensiva da Presidente della Regione, come effetto della Legge Severino, dal magistrato del Tribunale di Napoli Anna Scognamiglio, facendo ottenere in cambio al marito di quest’ultima, Guglielmo Manna, la direzione di una Asl. Per ora solo accuse che devono essere provate in tribunale e che De Luca respinge con forza, ma certamente la sua posizione appare oggi assai più discutibile di quella del Sindaco di Roma, Ignazio Marino, a cui si addebitava una scarsa capacità di governare gli scandali romani, senza peraltro essere minimamente implicato, e gli si contestavano alcune spese di bar e ristoranti.

Apparentemente dunque per De Luca non vale il trattamento riservato a Ignazio Marino, Sindaco di Roma.

D’altra parte quest’ultimo non è stato scelto da Renzi, segretario del PD, per fare il Sindaco della Capitale mentre De Luca è stato attivamente sostenuto fin dalle primarie nonostante rischiasse di essere disarcionato dall’applicazione della Legge Severino. Una situazione che ha visto tornare a galla anche l’opposizione interna del partito con il ministro della giustizia Orlando che in un’intervista ha spiegato che lui al posto di Renzi quella scelta non l’avrebbe fatta.

De Luca comunque si difende dalle accuse e, intervenendo a LiraTv, si è detto tranquillo e sereno, definisce le accuse come “campagne montate” perché lui non sa “niente di niente delle persone chiamate in causa”. “Il nostro programma di lavoro non subirà nessuna distrazione o ritardo”, ha aggiunto sollevando il sospetto che queste accuse nascano proprio dal fatto che con lui “in Campania si volta pagina”. “L’interesse di alcuni ambienti è quello di fare ‘ammuina’ e di creare un clima che possa condizionare le decisioni di alti livelli della magistratura”. “Ho la sensazione – ha concluso – che, alla fine di questa montagna di polemiche e avventure giornalistiche, avremo solo una montagna di chiacchiere o invece qualcosa di preoccupante: un tentativo di pressione o ricatto nei confronti della Regione”.
Intanto nella bufera c’è il Partito Democratico della Regione. La segretaria Assunta Tartaglione ha azzerato il vertice del partito locale per tentare di ricostruirlo in vista dell’appuntamento con le elezioni comunali, cui certo non giova quest’ultimo (presunto) scandalo. Tra i dimessi anche la giudice del caso De Luca, Anna Scognamiglio, che è stata destinata dal presidente del Tribunale di Napoli ad un altro incarico mentre il Csm “ha disposto l’apertura di una pratica per incompatibilità ambientale e funzionale” a suo a carico.