La crisi siriana e la revisione delle alleanze
Ugo Intini
Il Mattino

di Ugo Intini

Gli eserciti di Assad padre e di Saddam Hussein erano inquadrati e armati da Mosca. Già questo indica che la storia aiuta a capire quanto sta accadendo in Siria. Filippo Turati, a Gramsci e ai comunisti che se ne andavano dal partito socialista nel 1921, diceva. “Col tempo il mito russo sarà evaporato. Avrete capito allora che la forza del bolscevismo russo è nel peculiare nazionalismo che vi sta sotto e che è pur sempre una forma di imperialismo. Noi non possiamo seguirlo perché diventeremmo per l’appunto lo strumento di un imperialismo eminentemente orientale”.

Già allora, chi aveva “vision” capiva l’essenziale. Che Mosca guidava (chiunque la governasse) un impero. Che quello unificato dalla falce martello era la continuazione dell’impero zarista con l’aquila “bicipite”. Che si trattava di un impero strutturalmente non democratico. Perché sin dal tempo degli zar una testa dell’aquila guardava a Ovest (verso la modernità e la tecnologia) ma l’altra guardava a Est, verso l’imperialismo e quindi il dispotismo “orientale”.

Mosca, conquistato tutto ciò che si poteva a Oriente, sino a Vladivostok, pensava di espandersi a Sud, nel Mediterraneo, per una esigenza imperialista ma anche per difendersi con confini più sicuri. La grande Caterina (imperatrice dal 1762 al 1796) teorizzava la penetrazione nei “mari caldi“ e mandò il suo amante e ammiraglio Potemkin (sì, quello che ha dato il nome alla corazzata) a occupare la Crimea (tornata da poco, con la crisi Ucraina, di scottante attualità). Sconfisse per ottenerla l’impero ottomano, con il quale la Russia si scontrò di nuovo durante la guerra di Crimea (1853 -1856) e durante la prima guerra mondiale.

Lenin e Stalin continuarono a preoccuparsi del pericolo proveniente da Sud, anche perché temevano la destabilizzazione delle repubbliche sovietiche di popolazione musulmana (dall’Uzbekistan al Kazakistan). Sradicarono perciò spietatamente ogni traccia di religione islamica, deportarono milioni di persone. Eppure non bastò. Perché, quando nel 1941 arrivò l’armata nazista, un esercito di volontari di quelle repubbliche andò ad affiancarli. Ce lo ricordiamo anche in Italia dove, con i tedeschi, combatterono contro i partigiani quelli che chiamavamo “mongoli“, ma erano in verità proprio questi volontari passati con la Wermacht per odio verso i comunisti sovietici

Dopo la seconda guerra mondiale, Mosca usò l’ideologia per allargare a Sud la sua sfera di influenza (e il suo cuscinetto di protezione). Contrastando nello stesso tempo il neocolonialismo occidentale e l’islamismo. I militari siriani e iracheni (Assad e Saddam) erano laici, anti occidentali e ispirati dal Baas-Baat (il partito socialista arabo). Erano alleati ideali, come si è ricordato all’inizio, da armare e proteggere. Assad padre era addirittura un alleato naturale, perché apparteneva a una setta minoritaria sciita (gli alauiti) e quindi era il nemico giurato del mondo religioso sunnita (quello che poteva insidiare le repubbliche musulmane sovietiche e poteva creare un vasto fronte coeso ai confini meridionali dell’Urss).

Proprio questo possibile fronte era l’incubo di Mosca e spiega in parte la guerra in Afghanistan. Nel 1989, andai a trovare Vladimir Falin, il successore del mitico Suslov nella carica di responsabile esteri del partito comunista sovietico. Aveva appena gestito la fine della guerra in Afganistan e la ritirata dell’Armata Rossa. Ma ancora difendeva la scelta di invadere Kabul. Mi disegnò un quadro che a quei tempi in Occidente era sconosciuto. Mi spiegò che i generali laici (e appoggiati da Mosca) dell’Afganistan erano minacciati dal fondamentalismo islamico. Che, se il fondamentalismo conquistava Kabul, poteva innestare con un effetto domino la crisi nelle repubbliche sovietiche di tradizione islamica. Che anche noi occidentali avremmo dovuto preoccuparci per il resto del Medio Oriente e quindi per la sicurezza nel Mediterraneo.

Nel 2001, pochi mesi prima che fosse assassinato da Bin Laden, ho incontrato al confini tra Afganistan e Tagikistan il generale Massud (che certo filo sovietico non era, perché aveva guidato la vittoriosa guerra di liberazione contro i russi). Mi ricordava con rimpianto che, quando a Kabul dominava Mosca, lui studiava ingegneria al Politecnico e le sue compagne di corso portavano la minigonna.

In effetti, ancora oggi, se si guardano le manifestazioni di sostegno a Assad (vere o inscenate dalla propaganda del regime siriano) si nota che le donne velate non esistono. Perché il cristianesimo ortodosso degli zar prima, l’ateismo comunista poi (e un mix tra i due oggi con Putin) sono ancora il nemico numero uno del fondamentalismo islamico. Il quale d’altronde, con l’Isis, ha ricominciato a sognare qualcosa di simile all’impero ottomano: una mezzaluna sunnita che vada dalla costa atlantica del Marocco all’Afghanistan, tenuta insieme non da un imperatore corrotto a Istanbul, ma dalla purezza del Corano.

Questo è il pericolo mortale per la Russia, che non occupa più le repubbliche ex sovietiche, ma vede pur sempre in esse un’area di influenza vitale, dove quasi 60 milioni di persone che parlano russo sono minacciate dall’estremismo islamico. E in parte lo alimentano. Perché in Siria e in Iraq molti combattenti dell’Isis sono fanatici provenienti dall’Uzbekistan e dalle Repubbliche circostanti.

Questo pericolo è mortale per la Russia e anche per noi. Ci ricorda che abbiamo certo a che fare, a Mosca, con un imperialismo e con un dispotismo orientale (come diceva Turati), ma dovremmo ciò non di meno tener presente il nostro interesse. Cercando (almeno come Unione Europea) di avere una strategia coerente e priorità precise. Così come (giuste o sbagliate che siano) le ha la Russia.

Nella guerra di Crimea, insieme ai francesi e agli inglesi, i bersaglieri combatterono contro i russi a fianco degli ottomani. Per questo hanno ancor oggi il berretto rosso con il fiocco blue: era un fez prestato dagli alleati ottomani (i sunniti del tempo) al quale avevano tolto l’imbottitura. Oggi, forse, nello scontro tra i sunniti e Putin, le nostre alleanze dovrebbero cambiare.

Ugo Intini

Figli, immigrati, donne,
le forze che mancano
Ugo Intini – Il Mattino

censis-mattino-1Dopo che la campagna referendaria ha lacerato e paralizzato il Paese per mesi, il dibattito è inevitabilmente concentrato sugli equilibri politici sconvolti. E ancora i problemi concreti restano in secondo piano. Ma per fortuna esistono i centri studi di statistica. Due giorni dopo i risultati del referendum, l’Istat ha reso noto uno studio sul rischio povertà in Italia. Rischio che colpisce in particolar modo il Mezzogiorno, dove il 46% dei cittadini è ai confini dell’esclusione sociale, e le famiglie con tre o più figli (il 48%). E proprio alla vigilia del voto, uno tra i più gravi di questi problemi ci è stato ricordato dal Censis di Giuseppe De Rita che per il 50esimo anno consecutivo ha fotografato la realtà italiana. E’ un problema che, tra l’altro, a ben vedere, ha influenzato e influenza profondamente anche il dibattito politico. I titoli dei quotidiani lo hanno sintetizzato con efficacia. L’Italia è il Paese “dove nipoti sono più poveri dei nonni”, come ha scritto Il Mattino. Pertanto, si è creato un “muro tra le generazioni”, ha aggiunto la Repubblica. Di conseguenza, rischiamo, ai due lati del muro, non più la “lotta di classe” cara un tempo alla sinistra comunista, bensì la “lotta di classi” (classi di età), come dice il titolo del mio ultimo libro al quale infatti proprio De Rita ha scritto la prefazione.
Alla riflessione su questa fotografia scattata dal Censis, una premessa va fatta. Le lotte (tra le classi sociali come tra le classi di età) nascono sempre dalla povertà, ovvero dalla scarsità delle risorse da dividere. E i nostri media spesso sottovalutano quanto la scarsità sia ormai da oltre due decenni una triste caratteristica dell’Italia. Ha provveduto recentemente a ricordarcelo l’Economist, sottolineando che il reddito pro capite degli italiani è rimasto immutabile del 1995 a oggi: crescita zero. Mentre quello dei 28 Paesi europei è mediamente salito, nello stesso periodo, del 33 per cento. Non cresciamo (e anche questo ci ricorda L’Economist) innanzitutto per l’ovvia ragione che gli italiani in età lavorativa occupati sono percentualmente tra i meno numerosi del mondo occidentale e dell’Europa, dove soltanto la Grecia lavora meno: in Germania ad esempio, gli occupati sono il 75 per cento e in Italia soltanto il 57.
Si aggiunge che il nostro è uno dei Paesi più vecchi del mondo e che la vecchiaia non è mai stata un incentivo al consumo, agli investimenti e conseguentemente allo sviluppo. Aggrava la situazione il fatto che i giovani non soltanto sono pochi: sono anche tra i meno istruiti del mondo occidentale (e proprio i meglio preparati spesso se ne vanno all’estero).
La ricchezza degli italiani è legata alle annate, come la qualità del vino. E’ più alta per quelli che hanno lavorato e risparmiato nei tempi fortunati, quando l’Italia cresceva come oggi la Cina. E’ più bassa per i loro figli. Ancora più bassa per i nipoti. E infatti (ci dice sempre il Censis) venticinque anni fa i giovani avevano una ricchezza del 18,5% inferiore a quella dei vecchi, mentre oggi è inferiore del 41,1 per cento; venticinque anni fa’ i giovani guadagnavano il 21 per cento più di adesso.
Lo scarsità delle risorse da dividere e il muro tra le generazioni comporta conflitti (tanto laceranti quanto fuorvianti) di cui già si vedono i prodromi: anche nel sistema politico. Chi si sente escluso (in genere i giovani) combatte contro chi viene visto come privilegiato (in genere i vecchi), secondo lo schema “gente comune contro casta”. Esattamente questo è lo schema che ha determinato il successo di M5S, non a caso rappresentato (a parte il guru Grillo) da una classe dirigente di giovani. Proprio questa forma di protesta ha cercato di cavalcare anche Renzi con la scelta delle parole (“casta” e “rottamazione”), con la sottolineatura della sua stessa giovane età e con la chiamata alla ribalta di ministre “simbolo” ancor più giovani di lui.

L’insufficienza dei posti di lavoro spinge alla richiesta di “rottamazione” anche nell’attività produttiva, senza tener conto del fatto che non necessariamente un posto lasciato libero da un anziano crea un nuovo posto di lavoro per un giovane: era così nella vecchia fabbrica, ma non nella complessità dell’economia moderna.

 Per la crisi crescente della finanza pubblica, il terreno delle pensioni è diventato quello dove il conflitto di interesse tra le generazioni si fa più duro. Le pensioni dei ceti medi vengono così indicate come “d’oro”, si colpevolizzano gli anziani che percepiscono ogni anno 46 miliardi di pensioni non coperte dai contributi versati e si individua in questi 46 miliardi la cassaforte che, se aperta, potrebbe far quadrare i bilanci. Dimenticando però che la quantità di denaro sottratta annualmente in modo illegale al fisco è almeno tre volte più alta: basterebbe (se soltanto fosse ridotta a proporzioni europee anziché sudamericane) per risolvere tutti i problemi della finanza pubblica.

La rissa sul poco che c’è toglie lucidità e “vision”, impedisce di pensare in positivo e di concentrarsi sull’essenziale.
Se la vecchiaia è una delle cause principali della stagnazione, i casi sono evidentemente due. O si lancia una grande campagna per la natalità, condotta sul piano del costume e soprattutto degli investimenti pubblici a sostegno della famiglia. O si accetta un’immigrazione programmata. O si sceglie un mix di entrambe le cose.

Se la scarsa istruzione dei giovani è, con la vecchiaia, l’altro macigno che blocca lo sviluppo, se in quanto a laureati siamo al 34° e ultimo posto tra i Paesi dell’OCSE, occorre considerare come priorità assoluta un investimento straordinario sulla scuola e sull’università. Con incentivo ai meriti. E a chi sceglie studi utili alla competitività: meno giurisprudenza, ad esempio, e più discipline scientifiche. Perché i nostri laureati in queste materie sono percentualmente la metà che in Cina e agli ultimi posti nel mondo: sembra incredibile, ma nella seconda metà dell’Ottocento erano un terzo più di oggi.
L’immigrazione è un tema politicamente scivoloso? Diciamo allora la verità. L’Italia attira i disperati. In Lombardia (che pure sta meglio delle altre regioni) gli stranieri e extracomunitari laureati sono il 15,9 percento. Contro il 44,5 per cento dell’area metropolitana di Londra e il 36 percento di quella di Parigi.
Una politica sugli immigrati significa innanzitutto cercare di attrarre quelli utili (come si è sempre fatto nei Paesi organizzati). E comunque non siamo affatto travolti dei rifugiati. Proprio il Censis ci dice ancora che l’Italia è al 34º posto al mondo per il numero di quelli stabilmente accolti e che ne ospita lo 0,7% del totale. Lasciare le cose come stanno, senza immigrati e senza aumento della natalità, preparerebbe per l’Italia del 2050 uno scenario da incubo: una popolazione ridotta di dieci milioni (il che in sé non sarebbe necessariamente negativo). Ma (ed è questo l’aspetto catastrofico) dodici milioni di giovani capaci di lavorare in meno e due milioni di vecchi da assistere in più.

Il tasso di occupazione straordinariamente basso dell’Italia è dovuto soprattutto all’insufficiente lavoro femminile: che è di 23,5 punti percentuali inferiore a quello della Germania e si trova esattamente al livello del Messico. Soprattutto nel Mezzogiorno, la situazione appare disastrosa perché ad esempio ( è importante ricordarlo su queste colonne), mentre a Bologna lavora il 63,2% delle donne, a Napoli questa percentuale si riduce al 24,4%.

Il tema del Mezzogiorno e quello della condizione femminile tornano inevitabilmente e prepotentemente alla ribalta. Ma non c’è contraddizione tra l’esigenza di maggiore natalità e quella di lavoro per le donne? Niente affatto, al contrario: le donne spesso non fanno figli perché non lavorano e quindi non hanno certezze economiche. E il sottosviluppo economico provocato dal mancato lavoro femminile impedisce di trovare i mezzi per assicurare i servizi pubblici all’infanzia e alle donne stesse. E’ il classico cane che si morde la coda. In Svezia, ad esempio, il 74 per cento delle donne con due figli lavora felicemente.

Nelle sue conclusioni, il rapporto del Censis indica una delle ragioni profonde per cui i problemi veri non si affrontano e il disagio sociale si esprime in una protesta confusa, come la lotta (strisciante) tra classi di età e quella (conclamata) tra esclusi e “casta”. Si è rotta-spiega De Rita- “la cerniera tra elite e popolo”. Anche per questo, i leader politici cavalcano le paure e gli umori prevalenti per trovare voti: seguono anziché guidare gli umori del momento, non sono “pastori” ma si mescolano come pecore al gregge, consultano i sondaggi e dicono quello che la gente vuole sentirsi dire. E’ un fenomeno ormai diffuso in tutte le democrazie occidentali, che però in Italia si è sviluppato prima e in modo più acuto.

De Rita non lo scrive nel rapporto, ma spesso lo ricorda. La cerniera venuta a mancare sono innanzitutto i partiti politici, poi i sindacati e i corpi intermedi. Che sapevano riconoscere, incanalare e razionalizzare la protesta, trasformandola in istanze costruttive. Di più. Sta venendo a mancare anche (non soltanto in Italia, perché Trump insegna) la funzione della stampa, che un tempo orientava l’opinione pubblica e che viene ormai spesso surrogata da Internet, dove chiunque si può improvvisare commentatore politico. Di più ancora. Lo si dice poco, ma è forse il problema più grave e proprio il direttore de Il Mattino lo ha ricordato alla vigilia del voto referendario. L’unica democrazia al mondo che si conosca è quella rappresentativa, che comporta una delega da parte del popolo ai suoi rappresentanti. Anche questa delega viene oggi contestata. Ma- come stato scritto-si tratta di “una delega indispensabile, a dispetto di tutte le utopie disintermediatrici, che illudono le masse con la democrazia diretta della rete o della piazza e poi puntualmente deludono con altrettanti disastri politici e amministrativi”.

Ugo Intini

Napoli: Un Murales in ricordo di Giancarlo Siani

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Il 23 settembre per tutti i giornalisti campani rappresenta il giorno della memoria e della libera informazione. Infatti, trentuno anni fa venne ucciso dalla camorra il cronista del Mattino Giancarlo Siani. Simbolo della voglia di riscatto dell’intera comunità cittadina. Giovanissimo, Giancarlo Siani cominciò a collaborare con alcuni periodici napoletani interessandosi ai problemi dell’emarginazione, principale serbatoio di manovalanza della camorra. Poi iniziò a lavorare come corrispondente da Torre Annunziata per il quotidiano Il Mattino: dipendeva dalla redazione distaccata di Castellammare di Stabia.

Siani svolse importanti inchieste sui boss locali, un ottimo lavoro che lo portò a diventare corrispondente del quotidiano nell’arco di un anno e ad avere la promessa di essere assunto. In un suo articolo Giancarlo scrisse che l’arresto del boss Valentino Gionta fu possibile per una “soffiata” del clan Nuvoletta ai carabinieri. Ciò provocò le ire dei fratelli Nuvoletta che, agli occhi degli altri boss partenopei, facevano la figura degli “infami”. Per tale motivo Il 23 settembre 1985, poco dopo avere compiuto 26 anni, Giancarlo Siani venne ucciso alle 20,50.

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In ricordo di quella tragica sera il Comune di Napoli in collaborazione con l’associazione «Giancarlo Siani» e l’Ordine dei Giornalisti della Campania, hanno organizzato una cerimonia in ricordo del giovane cronista dedicandogli un murales in via Romaniello nei pressi di piazza Leonardo a Napoli. Presenti alla cerimonia il sindaco Luigi De Magistris, l’assessore regionale al lavoro Sonia Palmieri, magistrati , avvocati, e rappresentanti delle forze dell’ordine e della società civile.

Francesco Brancaccio

L’Italicum va cambiato. Sistema bipolare finito

Legge elettorale

“Il Psi da almeno un anno chiede la modifica dell’Italicum. Un sistema tripolare è diverso da un sistema in cui si confrontano due blocchi contrapposti”. Sono le parole del Segretario del PSI, Riccardo Nencini, sulla richiesta di modifica della legge elettorale, in un intervista al quotidiano ‘Il Mattino’‘.

Sui limiti dell’Italicum e le modifiche da apportare, ha aggiunto: “Può andare bene per la governabilità ma non può essere gettata in un cestino la rappresentanza. Un grande paese non può rischiare di essere governato da forze politiche che godano del consenso di un quarto dei cittadini. Abbiamo presentato un disegno di legge al Senato per allargare il premio di maggioranza all’intera coalizione e il premier non sarà il leader del suo partito ma garante dell’intera coalizione”. “È importante – continua Nencini – che sull’Italicum sia aperta una discussione. I numeri si trovano se si pensa che modificare la legge elettorale sia un servizio agli italiani e non a un partito”. “Ricordo a Renzi tre precedenti storici: nel 1923 i liberali fecero la legge Acerbo e ne approfittò Mussolini; nel 1993 il Mattarellum fu voluto da Martinazzoli e ne approfittò Berlusconi; il Porcellum fu voluto da Calderoli e ne approfittò Prodi“ – ha proseguito. “Con il 45% di italiani che non vanno a votare, il partito che avesse preso il 24% del 55% degli italiani che votano, potrebbe vincere le elezioni. Non mi sembra un buon segnale per la democrazia” – ha concluso Nencini.

La legge elettorale è ormai al centro di un tiro incrociato sia da destra che da sinistra. Gli unici che non ne chiedono la modifica sono i 5 Stelle, che dopo averla bollata come il male assoluto, si sono resi conto di essere gli unici favoriti da questo modello. Anche all’interno del Pd le voci contrarie sono molteplici, e dagli stessi vertici, dopo aver difeso la legge a spada tratta e dopo averla fatta approvare con voto di fiducia, ora si sostiene che il Parlamento è sovrano e che se vi è una maggioranza per cambiarla ha tutto il diritto di farlo.

Intanto il centrodestra, diviso e frammentato, cerca di trovare la quadra. Salvini, ancora in preda a sbandamenti dopo lo schiaffone elettorale cerca la rivincita insultano e offendendo con iniziative deliranti. Come quella di ieri contro il presidente della Camera Laura Boldrini paragonata a una bambola gonfiabile. La risposta è forza anche peggio: “Non chiedo scusa alla Boldrini, è lei che dovrebbe chiedere scusa agli italiani perché lei è la prima razzista nei confronti degli italiani”. Un atteggiamento che nulla ha a che fare con i moderati di centro e di centro destra. Tant’è che Berlusconi ha incaricato Stefano Parisi, ex candidato sindaco di Milano, “di effettuare una analisi approfondita della situazione politica e organizzativa di Forza Italia e di elaborare un progetto per il rilancio e il rinnovamento della presenza dei moderati italiani nella politica”. Un progetto che – viene sottolineato – “dovrà essere orientato alla prospettiva di offrire al Paese una proposta nuova e credibile aperta alla società civile”. L’obiettivo del progetto di rilancio e rinnovamento di Forza Italia, prosegue la nota, è quello di “riaggregare e di portare al voto i tanti italiani che non hanno più fiducia nella attuale politica ma avvertono una profonda e urgente esigenza di rinnovamento nella gestione del Paese”. Un idea che piace anche a Maroni, presidente della Regione Lombardia, che parla di utile contributo. “Chi vuole riunire il centrodestra con il modello Milano, che io chiamo modello Lombardia perché qui funziona, è il benvenuto”. Secondo Maroni nel centrodestra “è un momento interessante perché c’è molto movimento mi auguro che si riesca a trovare un’intesa perché solo così possiamo essere competitivi”.

“Consiglio a Stefano Parisi – aggiunge ironico il ministro dell’Interno Angelino Alfano – di farsi nominare alla guida di Forza Italia con metodo democratico e non da uno, perché quell’uno può cambiare idea e io ho cicatrici sul corpo che lo dimostrano”. “Nel 2012 – ha ricordato Alfano – quando ero coordinatore del Pdl e avevamo detto che avremmo fatto le primarie per individuare la leadership, poi non le abbiamo fatte. Dunque – aggiunge – consiglio molto amichevolmente a Parisi, se ha questa ambizione, che la metta in gioco nelle primarie”.

Ginevra Matiz

Grecia, ora tocca al Parlamento dire sì

Grecia-parlamento-UEIn attesa che il Parlamento greco decida che fare del piano dell’eurogruppo per il rifinanziamento del debito, emergono gli effetti politici della scelta che è stata imposta lunedì mattina al premier Alexis Tsipras.
In una intervista a il Mattino, Vassilis Moulopoulos, portavoce del suo partito Syriza, ha detto che è “inutile nasconderlo, questo accordo è un trauma per il partito, per i suoi militanti e per i compagni in generale. Nessuno di noi, sia chiaro, vuole nascondere che il pacchetto arrivato da Bruxelles è pesante”.

GOLP O PROTETTORATO
Tra i più duri a intervenire è stato Yanis Varoufakis, già ministro delle finanze ellenico e negoziatore fino al giorno del referendum. “Il recente summit europeo – ha scritto sul suo blog – non è nient’altro che la conclusione di un colpo di stato. Nel 1967 (il golpe dei Colonnelli, ndr) le potenze straniere usarono i carri armati per mettere fine alla democrazia greca. Nella mia intervista alla radio australiana Abc ho affermato che nel 2015 c’è stato un altro golpe delle potenze straniere, che hanno usato le banche invece dei carri armati”.

Pesanti le parole e grave il concetto, ma non isolato perché con toni diversi altri commentatori, in Grecia e all’estero, hanno altrettanto duramente stigmatizzato l’espropriazione dei poteri di decisione che finisce per subire il Parlamento e il governo di Atene. È il caso, ad esempio, di Limes, la rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo, che sintetizza nel titolo del suo editoriale ‘Grecia, il protettorato in maschera’, quanto accaduto come un esempio di perdita di sovranità nazionale.

LONDRA: NON CACCEREMO UN PENNY
Intanto la Gran Bretagna, che andrà probabilmente a un referendum per confermare la sua presenza nell’Unione, già si sfila dall’accordo facendo sapere che non metterà una sterlina nel salvataggio della Grecia anche se non è necessaria l’unanimità degli Stati per varare il piano.

PADOAN: NESUN COSTO AGGIUNTIVO
In Italia, fa sapere il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, non ci saranno costi aggiuntivi perché gli euro necessari a sostenere il piano di salvataggio, verranno presi dal dell’ESM, il Fondo Salva Stati anche se diversi Stati durante l’Ecofin avrebbero manifestato perplessità sull’utilizzo di questo strumento.
È sufficiente – fanno sapere fonti comunitarie – una maggioranza qualificata, quindi anche senza la Gran Bretagna, per dare il via libera a un prestito ponte per la Grecia che faccia ricorso al fondo EFSM della Commissione Ue, dove ci sono ancora disponibili 13,2 mld, abbastanza per coprire i 12 urgenti di cui ha bisogno Atene per onorare i pagamenti. Poi quando partirà il programma di aiuti con l’ESM il Fondo Salva Stati rimborserà il fondo EFSM della Commissione. L’unica conziione imprescindibile è che Atene realizzi entro domani e poi entro il 22 di luglio, le condizioni contenute nell’accordo.

PER RENZI UNA QUESTIONE DI RIFORME
A difendere l’accordo raggiunto dall’eurogruppo c’è il presidente del consiglio italiano, Matteo Renzi: “La nostra posizione – dice a Gianni Riotta in un’intervista a ’47-35 Parallelo Italia’, in onda su Raitre stasera – è stata ‘riforme per tutti’, anche per la Grecia”, e di “non far finta di non vedere che ci sono delle cose da fare. Le sembra possibile che gli armatori greci avessero il diritto di non pagare le tasse? Che noi abbiamo fatto una battaglia per togliere le baby pensioni in Italia e continuassimo a consentirle in Grecia”. Fosse tutto qui avrebbe ragione, ma evidentemente non ha letto il testo dell’accordo.

NENCINI: IL PSE HA ABBANDONATO IL TAVOLO
Meno accomodante il segretario del PSI, Riccardo Nencini, che rimarca negativamente il ruolo avuto dal PSE nell’intera vicenda: “Va ripetuto fino alla noia. Il PSE ha buone carte da giocare nella crisi dell’Unione Europea, ma ha abbandonato il tavolo. Ho chiesto un incontro a Stanishev. Cambiare rotta”.

Armando Marchio

Te la do io la Rai ‘partitocratica’: oggi Grillo batte tutti

Movimento-5-Stelle-Tv “Mai dire mai in politica”, sosteneva Giuseppe Saragat. E “mai dire mai” nella vita, avvertiva James Bond, l’agente segreto 007 al servizio di sua Maestà britannica per la penna di Ian Fleming. La Seconda Repubblica conferma ancora una volta che le sorprese in politica non finiscono  mai. I parlamentari del M5S sono i più presenti su Tg1, Tg2 e Tg3 col 22,3%, nel periodo 22 febbraio-22 marzo. Battono tutti, compresi Pd, governo e Forza Italia. I dati sono stati rilevati dal Centro di ascolto radiotelevisivo diffusi da Radio radicale e pubblicati dal ‘Giornale’. Continua a leggere