Ilva, Taranto per il sì, Landini ‘fugge’ da Calenda

Ilva-incidente-operaio mortoLa partita Ilva sta per chiudere il primo round con il referendum. Lo spoglio di Taranto sta confermando le tendenze degli altri siti del colosso siderurgico, ovvero il sì all’accordo viaggia sopra il 90%. Ratificato l’accordo, dalla prossima settimana Mittal entrerà in azienda e per un mese e mezzo sarà in coabitazione e collaborazione stretta con Ilva. Il subentro effettivo e formale della multinazionale avverrà il primo novembre una volta chiuse tutte le pratiche legali connesse al passaggio. Ma oltre alle critiche dei giorni scorsi per lo svolgimento del referendum (accuse di pressioni sui lavoratori) in queste ore un altro nodo viene al pettine e riguarda i numerosi lavoratori in appalto soprattutto nella sede tarantina. “La partita Ilva non è chiusa. Non lo è perché opportuno mantenere alta la guardia sugli accordi sottoscritti, ma non lo è, soprattutto, perché c’è un capitolo, quello legato ai lavoratori degli appalti, che secondo noi merita ulteriori garanzie e ulteriore approfondimento”. Lo afferma Giovanni D’Arcangelo, della segreteria provinciale e responsabile del coordinamento politiche industriali della Cgil di Taranto, richiamando l’attenzione su un tema “finora rimasto sullo sfondo”.
L’addendum presentato “dall’affittuario del siderurgico tarantino e diventato parte integrante dell’accordo – spiega – al punto 8.3 riprende la questione relativa ai fornitori dell’indotto e allo ‘sviluppo di sinergie relative a iniziative di economia circolare, ma al tempo stesso ha bisogno di contenuti più dettagliati che mettano proprio i lavoratori e le garanzie che a suo tempo chiedemmo sotto forma di clausola sociale, al centro di questa azione”.
Nel frattempo l’ex capo del Mise, Carlo Calenda, si scontra ancora sulla vicenda che interessa il Colosso Ilva e stavolta con il sindacalista Maurizio Landini, segretario Fiom.
“Ilva? Con questo accordo siamo di fronte a un fatto nuovo: non solo si garantisce l’occupazione, perché non ci sono licenziamenti e si mantengono sia i diritti salariali, sia l’art. 18. Ma l’accordo prevede anche più di 4 miliardi di investimenti”. Afferma Landini a L’Aria che Tira (La7) sull’accordo Ilva. Poi sull’ex ministro Calenda dice: “Non abbiamo fatto l’accordo col ministro Calenda non per una ragione politica, ma perché alla fine erano previsti licenziamenti. Mittal cioè non aveva l’impegno di assumere, i numeri iniziali erano diversi e sull’ambiente c’era bisogno di forzare qualcosa in più. Quando ci siamo incontrati la prima volta col nuovo governo, e in particolare col ministro Di Maio, gli abbiamo detto con molta chiarezza che per noi quello stabilimento e il gruppo non andavano chiusi. E gli abbiamo spiegato chiaramente perché non avevamo fatto l’accordo prima, chiedendo al governo di battersi insieme a noi per far cambiare idea a Mittal”.
Alle repliche di Carlo Calenda, ospite in Studio di Myrta Merlino, il segretario Fiom risponde abbandonando la diretta e passando dalla parte dei lavoratori a quella ‘del torto’. “I confronti non vanno di moda in questo periodo, e invece sono utili per cercare di far capire le cose”. È il commento che l’ex ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, pronuncia sulla reazione di Maurizio Landini che riporta anche su Twitter:

Ilva, ultimi giorni di assemblee. Sì da Novi Ligure

Ilva_Taranto_BluR439Domani, giovedì 13 settembre, volgono al termine le operazioni di referendum di tutti lavoratori del gruppo Ilva sull’accordo tra sindacati e ArcelorMittal, ovvero il colosso che nel 2017 ha vinto la gara per l’assegnazione dell’azienda siderurgica.
Nel frattempo i lavoratori dello stabilimento di Novi Ligure del gruppo Ilva hanno approvato l’accordo raggiunto con Arcelor Mittal sul rilancio dell’azienda. Quasi il 90% dei dipendenti ha detto si all’intesa con il colosso che nel 2017 ha vinto la gara per l’assegnazione dell’azienda siderurgica. Secondo fonti sindacali, dei 730 aventi diritto, hanno votato in 510. I voti favorevoli sono stati 456 (89,4%), i contrari 52 (10,2%), le schede nulle 2.
Venerdì scorso, 7 settembre, avevano detto sì all’accordo i lavoratori di Racconigi: su 153 aventi diritto e 111 votanti, i sì sono stati 93, i no solamente 15. Schede nulle: 3.
Attesa per Taranto dove l’adesione, secondo fonti sindacali, è stata alta. Le schede saranno tutte raccolte nelle urne fino a giovedì 13 settembre, quando avverrà lo spoglio. Nel corso delle due assemblee dei giorni scorsi sono stati coinvolti i lavoratori di nove reparti. Ieri 10 assemblee, mercoledì 7 assemblee e giovedì 13 altre quattro.
Intanto i sindacati metalmeccanici di Taranto replicano all’accusa lanciata da Massimo Battista, dipendente Ilva, ex sindacalista, ora consigliere comunale di Taranto, che ieri ha annunciato le dimissioni dai Cinque Stelle in netta contestazione con l’intesa al MiSe (“M5S ha tradito, aveva promesso la chiusura delle fonti inquinanti”, sostiene) e il suo passaggio come indipendente. “È un referendum farsa – l’accusa di Battista ai sindacati – si va tra i lavoratori ma l’accordo e’ già stato firmato al MiSe, tutto è già deciso”. Per Battista, che aveva aderito ai Cinque Stelle venendo dal movimento cittadino “Liberi e Pensanti” che vuole la chiusura dell’Ilva, anche le modalità di svolgimento del referendum sono “una farsa”. “Si vota senza riservatezza – spiega – e i lavoratori non vengono nemmeno identificati”.
Il sindacato FLMUniti-Cub ha denunciato violazioni e pressioni verso i lavoratori in un comunicato: “In queste ore molti lavoratori ILVA denunciano che nel momento di esprimersi sull’accordo attraverso il referendum, vengono fatti votare a scheda aperta davanti ai delegati e chi esprime la volontà di votare no viene richiamato dal delegato e invitato a votare sì. Inoltre a molti non viene chiesto nessun cartellino o documento”.
Hanno paura del dissenso. I firmatari stanno violando la riservatezza del voto. Sapevamo che l’esito del referendum rischiava di essere distorto poiché i seggi sono presidiati solo dai favorevoli al sì, è questo è quello che sta avvenendo”, si legge ancora nel comunicato. La FLMUniti-CUB nel “denunciare la violazione dello stesso accordo al punto VII (clausola finale) utilizzerà tutti i mezzi per contrastare i metodi vergognosi ed intimidatori utilizzati per comprimere la libertà di esercitare la propria opinione”.

REFERENDUM ILVA

Ilva-678x381Finalmente fatto l’accordo sull’Ilva. È stato raggiunto e siglato al ministero dello Sviluppo economico l’accordo sull’Ilva da sindacati, azienda e commissari, alla presenza del vicepremier e ministro Luigi Di Maio. I sindacati poi sottoporranno il testo al referendum tra i lavoratori.

Il vicepremier e ministro Luigi Di Maio ha detto: “Siamo all’ultimo miglio, sono state 18 ore di trattativa in cui i protagonisti sono stati ovviamente i rappresentanti dei lavoratori, in cui si è cercato di raggiungere il miglior risultato possibile nelle peggiori condizioni possibili.  Adesso aspettiamo la firma, non dire gatto se non ce l’hai nel sacco…”.

Per il segretario della Uil Carmelo Barbagallo “è stata la trattativa più lunga e complessa della moderna storia sindacale. Il positivo risultato è merito della lotta dei lavoratori e della determinazione e competenza della categoria al tavolo. Ora, occorre dare attuazione all’accordo perché si può e si deve guardare al futuro dei lavoratori e della città di Taranto in una prospettiva di sviluppo e di salvaguardia della sicurezza e dell’ambiente. Da questa intesa, che rilancia l’Ilva, potranno trarre beneficio la stessa industria nazionale, l’occupazione e l’economia del Paese”.

La segretaria della Fiom, Francesca Re David, ha affermato: “Per noi per essere valido deve essere approvato dai lavoratori con il referendum. Gli assunti sono tutti, si parte da 10.700 che è molto vicino al numero di lavoratori che oggi sono dentro e c’è l’impegno di assumere tutti gli altri fino al 2023 senza nessuna penalizzazione su salario e diritti, era quello che avevamo chiesto, sull’esito delle assemblee dei lavoratori siamo fiduciosi. Nell’accordo sull’Ilva con ArcelorMittal abbiamo ottenuto quello che abbiamo chiesto sin dall’inizio, quindi siamo soddisfatti, 10.700 lavoratori verranno assunti subito e sono sostanzialmente quelli che ora lavorano negli stabilimenti, ossia tutti quelli non in cassa integrazione. Contemporaneamente parte anche un piano di incentivi alle uscite volontarie e l’azienda si è impegnata ad assumere tutti gli altri che restano in carico all’Ilva senza penalizzazioni e con l’articolo 18. Molto migliorato anche il piano ambientale che porta all’accelerazione delle coperture dei parchi e a un limite fortissimo delle emissioni. Se Ilva vuole produrre 8 milioni di tonnellate di acciaio lo deve fare senza aumentare di nulla le emissioni che ci sono. Ora, sottoporremo l’intesa, come sempre al giudizio dei lavoratori che è per noi vincolante, oggi sottoscriveremo l’accordo ma la firma definitiva ci sarà solo al termine dei referendum. I tempi? Cercheremo di farlo naturalmente entro il 15 settembre, ci mettiamo subito al lavoro”.

Il segretario genovese della Fiom, Bruno Manganaro, ha detto: “Per Genova confermato l’organico, 1474 dipendenti. Aspettiamo la firma ma è chiaro che rispetto alla fase in cui venivano ipotizzate la messa in discussione di salario e diritti, siamo soddisfatti. Non ci saranno esuberi e per Genova viene riconfermato l’Accordo di programma con un organico di 1474 lavoratori. Ora comincia una lunga storia con una nuova organizzazione della fabbrica che dovremo gestire con il più grande gruppo industriale dell’acciaio, ma rispetto alle premesse l’accordo è un buon risultato”.

Di Maio ha anche affermato: “Comunque, con l’intesa non si annulla la gara per l’aggiudicazione deIl’Ilva. La gara non aveva la possibilità di tutelare l’interesse pubblico concreto e attuale. L’accordo fa sì che l’interesse pubblico concreto e attuale non si realizzi per l’eliminazione della gara”.

Il ministro ha poi spiegato: “Da quello che si è ottenuto al tavolo stanotte, già possiamo dire che non ci sarà il Jobs Act nell’azienda, che i lavoratori saranno assunti con l’articolo 18, che ci saranno 10.700 assunzioni come base di partenza e che non ci saranno esuberi: tutti riceveranno una proposta di lavoro da Mittal”.

Il premier Giuseppe Conte , da Ischia, ha affermato: “Di Maio ha fatto un lavoro veramente egregio, è stato molto sapiente il percorso che abbiamo costruito, abbiamo acquisito il parere dell’Anac e dell’Avvocatura dello Stato, sono emerse irregolarità evidenti, ma l’annullamento della gara non è così semplice. Non basta un vizio formale occorre dimostrare che attraverso quell’annullamento si realizza meglio l’interesse pubblico. I dati che sono stati resi noti sono di assoluta eccellenza”.

La cordata AmInvestco, infatti, avrebbe accettato di assumere nella nuova Ilva, da subito,  10.700 lavoratori. Dopo la  proposta lanciata ieri sera di portare a 10.300 gli assunti nella nuova Ilva al 2021, Fim Fiom Uilm e Usb, infatti, hanno cercato di  ampliare la platea. I sindacati hanno lavorato per cercare di arrivare ad un organico di 10.700-10.800 unità entro il 2022 includendo nel perimetro gli elettrici, i chimici e i marittimi di affiliate che prima erano stati esclusi.

Dal testo inoltre sembra uscito il riferimento proposto dall’azienda sempre ieri sera di intese con il sindacato sul contenimento dei costi anche attraverso riduzioni dell’orario di lavoro. Quanto al contratto integrativo i sindacati hanno chiesto che Mittal preveda sul Pdr 2019 e 2020 un ‘una tantum’ che possa tradursi in un aumento salariale del 4%. Nel testo dell’accordo che sindacati e azienda stanno scrivendo per sottoporlo alla plenaria approvazione referendaria dei lavoratori, entra anche il piano sugli esodi incentivati: Mittal conferma infatti 250 milioni da offrire complessivamente per agevolare l’uscita volontaria dei lavoratori.

L’accordo in arrivo vede anche la conferma da parte di Mittal dell’impegno a  riassorbire tutti gli eventuali esuberi che dovessero rimanere dal 2023 in capo alla vecchia Ilva. L’azienda infatti si è impegnata a riassumere tutti quei lavoratori Ilva che al termine della gestione dell’amministrazione straordinaria non abbiano usufruito né di incentivi all’esodo né di prepensionamenti né di una offerta di lavoro all’interno della nuova Ilva e che rientreranno senza alcuna differenza salariale rispetto a quelli già assunti da Mittal.

Dopo tutte le note vicende con toni accusatori e minacce di annullamento della gara fatte dal vicepremier e ministro Di Maio, la questione dell’Ilva si è finalmente conclusa seguendo il percorso già delineato dal governo Gentiloni con il ministro Carlo Calenda.

Salvatore Rondello

Ilva, Di Maio rompe il silenzio dopo annuncio sciopero

ilva 3Un mese di assoluto silenzio, dopo la lettera delle sindacati sull’Ilva, poi l’annuncio dello sciopero di tutti gli stabilimenti Ilva il prossimo 11 settembre per cercare di smuovere la situazione di impasse che si è creata sul futuro dell’azienda in amministrazione straordinaria. Così poche ore dopo finalmente è arrivata la risposta dal Mise.
I sindacati – comprese le segreterie generali di Cgil, Cisl, Uil, Ugl e Usb- hanno appena ricevuto dal ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio la lettera di convocazione del tavolo sull’Ilva per il 5 settembre nel primo pomeriggio al ministero. Al tavolo parteciperanno la società AmInvestco, i commissari straordinari dell’Ilva e, oltre a tutti ai segretari generali e ai sindacati metalmeccanici, anche i rappresentati dei lavoratori chimici e del trasporto interessati alla vicenda per l’indotto. Convocata anche Federmanager.
“All’incontro parteciperà il ministro Di Maio”, è specificato nella convocazione come i sindacati e l’azienda avevano chiesto. Le parti sono convocate per “proseguire il confronto relativo alla cessione della società”.

Scalfari mette il carico da 11 sui ‘dolori’ del Pd

scalfariNon bastava Veltroni a ricordare quante strade interrotte avesse percorso il Centrosinistra in Italia, in particolare quel Pd che mostra più ossa rotte che muscoli. Adesso interviene anche Eugenio Scalfari e lo fa incitando Veltroni invece di invitarlo a una riflessione che vada oltre le continue prese di posizione contro i dem.
“Walter Veltroni ha scritto ieri su questo giornale uno splendido articolo fondato su tre punti capitali: la democrazia, la sinistra italiana, l’Europa”, scrive in un editoriale il fondatore di Repubblica e afferma: “Non è un’intervista quella di Veltroni: è il suo pensiero, gli ostacoli che ha incontrato e di nuovo sta incontrando, il modo per superarli con la memoria di quanto è accaduto e con la volontà di creare un mondo nuovo tenendo presenti i pregi e i difetti di quello antico”. Ancora una volta la proposta è quella di riprendere da capo, dal passato, da come dice lui stesso ‘dall’antico’. Un invito che suona stonato da chi per primo acclamava il leader della rottamazione. Nello stesso tempo mentre ancora si guarda indietro o al massimo si tenta di scaricare le colpe sul capro espiatorio di turno, nessuno si accorge del segretario reggente. Maurizio Martina ha fatto ‘qualcosa di sinistra: è andato in questi giorni all’Ilva, dove la situazione sta superando ogni soglia di criticità tra fondi agli sgoccioli, operai senza certezze e un ministro del Mise che invece di cercare soluzioni crea problemi (si veda il caso della Gara). Una buona opposizione avrebbe fatto le pulci a un Governo che giustamente sposta continuamente l’attenzione su qualche dozzina di disperati in arrivo.
In queste ore però un altro giornalista prova a fare le analisi di una sinistra che sembra perdere continuamente colpi, Enrico Mentana, scrive sul suo account Facebook: “In tutte le fasi di crisi rispunta perentoria la ricetta: “La sinistra torni a fare la sinistra!”, come quando si va a cercare un vecchio vestito perché si dice che possa tornare di moda. Senza pensare che un adulto non può tornare bambino, nell’illusione di poter guardare il mondo con occhi più innocenti. Se la sinistra di governo è stata punita contemporaneamente in tutta Europa in modo tanto brutale la diagnosi è chiara: quel modello di partito e quel riformismo di governo non funzionano, non bastano, e quei gruppi dirigenti ne visualizzano la disfatta. Ogni palliativo, ogni maquillage, ogni ritorno al passato lascia il tempo che trova: ci vuole aria nuova, gente nuova, ma soprattutto idee nuove, e non per concorso”.

Ilva, soldi finiti e nessun piano

ilva-operaiIl 15 settembre scadrà l’amministrazione straordinaria di Ilva, ma dal Mise non si hanno più notizie, tanto che i sindacati hanno scritto al Presidente Giuseppe Conte e al ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio per avere lumi sul futuro dell’Ilva di Taranto. “Non abbiamo avuto nessun contatto, tranne quello che abbiamo letto dalle agenzie di stampa. Siamo in attesa”, rivela Francesca Re David, segretaria nazionale della Fiom-Cgil che in queste ore sta seguendo da vicino il “giallo” della vicenda Ilva.
Nella lettera – firmata dai rispettivi segretari generali – i sindacati ricordano come “la strategicità del gruppo Ilva per il nostro sistema Paese ed il futuro di migliaia di lavoratori e delle loro famiglie richiedono decisioni da parte del governo in tempi stretti”. Inoltre, sottolineano, “è opportuno chiarire, dopo le dichiarazioni del ministro Luigi Di Maio, al fine di proseguire efficacemente il negoziato, se ArcelorMittal ha acquisito Ilva attraverso una gara legittima o meno”.
I sindacati concludono annunciando che “in mancanza di un sollecito riscontro, metteremo in campo una iniziativa di mobilitazione dell’intero gruppo Ilva e del suo indotto”.
Ma l’allarme non arriva solo dai sindacati, l’amministrazione straordinaria ha adesso a disposizione solo 24 milioni. Come spiega il Sole 24 ore, a settembre ci saranno da pagare gli stipendi (probabilmente gli ultimi) per gli operai, circa 48 milioni, ai quali aggiungere altri 201 milioni di esborsi correnti, anche se il mese prossimo l’azienda prevede di incassare circa 235 milioni di euro dalla vendita dei prodotti.
Già alla fine del 2017 l’amministrazione straordinaria era arrivata a rischiare il fondo del barile, con soli 8 milioni di euro in cassa. Ma con l’inizio del 2018 l’azienda aveva potuto beneficiare dell’iniezione di 300 milioni di finanziamento per completare la procedura di cessione, di cui 35 milioni utilizzati immediatamente per pagare l’indotto locale.

Ilva, prosegue il valzer di Di Maio

Ilva_Taranto_BluR439Il problema dell’Ilva è ancora alla ribalta. Il ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, ha spiegato: “Sono ancora in corso verifiche sull’ipotesi di annullamento della gara di aggiudicazione dell’Ilva. La questione non è chiusa. Per annullare la gara non basta che ci sia l’illegittimità, ci vuole anche un altro semaforo che si deve accendere, quello dell’interesse pubblico che stiamo verificando. Se il privato, cioè gli indiani di ArcelorMittal, ha fatto bene e in buona fede, il pubblico ha fatto un macello: tutte le procedure non sono state rispettate. L’irregolarità più grande è che sono state cambiate le regole del gioco quando il ‘campionato’ era in corso. E invece, se la gara si faceva bene si poteva arrivare a 13 mila occupati al termine del percorso, contro i 10 mila definiti nell’accordo con ArcelorMittal. Quella di tenere riservato il parere sulla gara per l’Ilva, è una richiesta arrivata dalla stessa Avvocatura dello Stato perché se lo pubblico vizio la procedura e compiano una irregolarità: ma fra 15 giorni tutti potranno leggerlo. Nel confronto sull’Ilva il tavolo sindacale deve andare avanti: se le rappresentanze dei lavoratori non ci vanno è una responsabilità che si assumono i sindacati”.
La segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, durante il meeting di CL, intervenendo sul tema dell’Ilva, ha detto: “La gara è valida, l’interlocutore è l’azienda insieme al governo. Quindi ora bisogna uscire da polemiche inutili e pensare invece al bene comune che è l’azienda e il lavoro”. Secondo il leader della Cisl: “vanno risolte tutte le ambiguità, ci vuole la volontà di tutti di uscire dalle polemiche”.
Le dichiarazioni rilasciate dal Vicepremier Di Maio dopo il parere dell’Avvocatura dello Stato hanno suscitato molte altre reazioni.
L’ex ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda ha replicato immediatamente: “Caro Luigi Di Maio sei un bugiardo. La proposta fatta dal nostro governo prevedeva 0 esuberi, tutti i lavoratori tutelati e tutti i diritti riconosciuti”. Come prova, Carlo Calenda ha allegato la proposta fatta ai sindacati lo scorso maggio coi punti principali dello schema di accordo Ilva tra Am InvestCo e le organizzazioni sindacali.
La decisione del responsabile dello Sviluppo Economico di rinviare al ministero dell’Ambiente l’approfondimento della parte relativa al risanamento della fabbrica e alla trattativa sindacale il nodo occupazionale, non hanno convinto la città di Taranto. Anzi, hanno provocato nelle istituzioni, nell’imprenditoria e nei sindacati reazioni molto irritate, se non di vero e proprio fastidio. Oggi quella parte di Taranto, maggioritaria, che sperava in Di Maio l’indicazione di una strada chiara per mettere in sicurezza l’acciaieria, avviare i progetti di bonifica e tutelare i posti di lavoro, si è ritrovata nuovamente delusa. L’incertezza prosegue, lo stallo non è finito e l’approdo non si vede ancora.
Il presidente della Confindustria di Taranto, Vincenzo Cesareo, ha dichiarato: “Per l’ennesima volta il ministro Di Maio ha deciso di non decidere”. Il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, non ha esitato nel definire il discorso di Di Maio da “arrampicatore sugli specchi”, dichiarando che sta andando in scena “una farsa”. Anche il sindacato, con la Fim Cisl, si è dichiarato pronto allo sciopero se le risposte definitive dovessero tardare ancora.
Vincenzo Cesareo ha anche commentato: “Prima la richiesta di parere all’Autorità Anticorruzione, e va bene, poi il parere chiesto all’Avvocatura dello Stato, che è finalmente arrivato, dopodiché ci aspettavamo che Di Maio dicesse: queste le mie decisioni. Apprendiamo invece che adesso il ministro vuol verificare col ministero dell’Ambiente se è stato legittimo o meno aver fatto slittare le scadenze intermedie del piano di risanamento ambientale e aspetta che i sindacati trovino l’accordo con Mittal sui posti di lavoro. Speriamo che sia davvero l’ultimo rinvio, l’ultima dilazione. Prendiamo atto che il ministro riconosce che il tempo stringe e che il 15 settembre è alle porte, ma, se Di Maio permette, questo lo diciamo ormai da molte settimane. Non vorremmo che questo suo tirare in ballo ora l’Anac, adesso l’Avvocatura, poi il ministero dell’Ambiente serva solo a costruirsi una via d’uscita politica. Magari per dire alla parte vicina a M5S: vedete? Io avrei annullato la gara, ma ci sono tanti vincoli, tanti lacci e lacciuoli, tanti impedimenti che mi impediscono di farlo”.
Il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, del PD, riferendosi a Di Maio, ha detto: “Non è che non decidendo o non pronunciandosi sul mantenimento o sulla chiusura dello stabilimento siderurgico, lui può lavarsene le mani. Questo sia molto chiaro. Il ministro e il suo Governo dovranno comunque occuparsi di Taranto. Noi continueremo a incalzarlo, proponendogli delle cose anche in maniera leale. Devo dire però che dopo la mezz’ora che ci ha concesso al pari di qualsiasi altra associazione, lui non ha mai ascoltato il comune di Taranto. Se questa è la trasparenza della sua idea politica, siamo molto dubbiosi. Adesso cercheremo di mettere insieme le organizzazioni sindacali, la Confindustria, la provincia e gli altri comuni dell’area di crisi complessa per verificare in quale direzione andare. Io ho l’impressione che si stia consumando una farsa. Capisco la sua difficoltà nell’aver promesso in campagna elettorale la chiusura dello stabilimento, ma qui il ministro semplicemente non decide. E questo crea imbarazzo e forte preoccupazione in tutti gli attori del territorio”.
Il segretario della Fim Cisl di Taranto, Valerio D’Alò, ha dichiarato: “Riteniamo sia giunto il momento di assumersi responsabilità che, come abbiamo spesso ribadito, contrastano con la campagna elettorale. Nel suo tentativo di tenere buoni tutti, il ministro sta ottenendo l’effetto opposto, ma di mezzo, nella bilancia del consenso, ci sono sempre Taranto e i lavoratori. Non si sottovaluti che, così come già successo in precedenza, l’attesa dei lavoratori in cassa integrazione e delle ditte in appalto, oggi chiuse o in ammortizzatori sociali, si potrà trasformare in mobilitazione qualora il futuro ambientale e occupazionale di Taranto dovesse essere messo a rischio dai giochi della politica di qualunque schieramento. Non abbiamo avuto remore a scioperare col governo precedente, non ne avremo con l’attuale se sarà necessario”.
Entro venti giorni circa, potrebbe essere Ilva il primo caso in cui il ‘governo del cambiamento’ dovrà prendere finalmente una decisione.

Ilva, Calenda: “Di Maio? Un ragazzino incapace”

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Calenda proprio non ci sta alle parole del ministro Di Maio che ha ereditato il dossier alquanto spinoso dell’Ilva. Non è la prima volta infatti che il ministro pentastellato prende di mira il suo precedessore criticando il lavoro fatto in questi anni. Ma Calenda non viene dalla politica. È uno che le cose le dice dirette. E dopo l’ennesimo attacco ricevuto non la manda a dire. “Questo ragazzino incapace – sono le sue parole – mi sta facendo irritare. Firma in gran segreto un piffero la notizia è stata diffusa e commentata da ogni media. Secondo non ha la più vaga idea dei numeri neanche quando vanno a suo vantaggio”.

Di Maio aveva parlato di “un’altra follia”. “Quello di prima, il precedente ministro dello Sviluppo economico, ha firmato in gran segreto l’accordo per far entrare Mittal nello stabilimento, in cui c’è scritto che ci saranno 3mila persone che vanno in mezzo ad una strada”. Ma Calenda non ci sta. È tutto falso, ha detto. Sia perché la notizia della firma è stata ampiamente diffusa dai media sia sui numeri che sarebbero errati.

E in un altro cinguettio pubblicato poco dopo, l’ex ministro ha aggiunto: “Il ministro Di Maio dichiara che ‘se la gara non è fatta a regola d’arte la devo ritirare’. Ma ha già dichiarato in Parlamento che la gara è viziata. Dunque o ha mentito in Parlamento o non ha il coraggio di essere conseguente. Incoerenza, Incompetenza, Incapacità”. C’è solo da scegliere. E ancora rivolgendosi a Di Maio aggiunge: “Mentre porti le carte in procura, ti fai dare il 12mo parere, consulti tutte le associazioni dell’orbe terraqueo prendi anche una decisione. Ti paghiamo per questo”.

Anche il segretario del Pd Martina interviene sulla questione Ilva. Questa volta sul metodo. Riferendosi all’incontro organizzato al Mise con 62 associazioni invitate, commenta: “Taranto merita più rispetto, i lavoratori dell’Ilva e le famiglie. Merita scelte e non passerelle a uso e consumo del vicepremier“. “Convocare 62 realtà per due ore – riflette Martina – non significa discutere ma costruire un palcoscenico per raccontare l’ennesima operazione propagandistica di Di Maio”. Il segretario dem giudica “inaccettabile il fatto che ancora una volta – sottolinea – si giochi anche su un tema delicato come il futuro dell’Ilva con un’operazione tutta propagandistica”. In questo senso, Martina spiega di “capire” le ragioni “di amministratori locali” come il sindaco di Taranto “che rinunciano a partecipare a una kermesse: la politica industriale non si fa così. Il Paese non può prendere scelte strategiche in questo modo”.

Il nuovo statalismo del governo gialloverde

italia nazionalizzazionePopulismo e dirigismo. Il populismo del governo gialloverde va ormai di pari passo con il suo dirigismo.

Dal cosiddetto “decreto dignità” sui contratti di lavoro a termine, al tira e molla sulla Tav, dalla decapitazione del vertice delle Ferrovie dello Stato, all’avvio della procedura per annullare la gara con cui Arcelor-Mittal si è aggiudicata l’Ilva con una proposta industriale da quattro miliardi.

Attualmente il colosso siderurgico perde 30 milioni di euro al mese. Il problema è che più si allungano i tempi del passaggio ad un azionista privato e più soldi pubblici vengono bruciati nell’altoforno di Taranto. Ma il ministro-vicepremier Di Maio non sembra troppo preoccupato.

Il problema è che tutte le scelte del nuovo esecutivo sembrano confermare un forte dirigismo in materia economica. Con la prevalenza degli slogan sui conti. Con la vittoria delle ragioni politiche, ideologiche ed elettorali su quelle dell’economia di mercato e delle sue regole. Compresi accordi internazionali in vigore, trattati e contratti firmati.

Per ora siamo agli annunci, ma la prima prova dei fatti sta per arrivare. E sarà quella dell’Alitalia, con la scadenza (a ottobre) del commissariamento e con una decisione – a quel punto non più rinviabile – sulla vendita della società aerea.

Per l’ex compagnia di bandiera, attualmente in amministrazione straordinaria, c’è un’offerta d’acquisto di Lufthansa. I tedeschi sono pronti a trasformare Alitalia in un vettore regionale. Il piano prevede una ristrutturazione e un taglio di personale.

All’inizio di quest’anno, all’accordo mancava soltanto la firma, ma a marzo ci sarebbero state le elezioni politiche e così Paolo Gentiloni, all’epoca presidente del Consiglio, decise di passare la patata bollente al suo successore prorogando di sei mesi il commissariamento dell’Alitalia e rinviando al 31 dicembre 2018 la restituzione dei 900 milioni prestati.

Il 4 marzo, con la vittoria di Lega e Cinquestelle lo scenario risultava completamente cambiato. Salvini e Di Maio avevano già manifestato abbastanza chiaramente l’ostilità alla vendita del vettore italiano a un “concorrente straniero”. E il candidato premier Cinquestelle aveva ventilato l’ipotesi di un ritorno dello Stato padrone con un “socio industriale” che poi doveva essere la Cassa depositi e prestiti.

Adesso l’idea del “vettore nazionale” si va concretizzando con le ultime dichiarazioni del ministro dei Trasporti Danilo Toninelli. Ma il problema dell’Alitalia, pubblica o privata che sia, è strutturale. Troppo piccola per poter competere con le grandi compagnie aeree internazionali, troppo grande per poter fare concorrenza alle low cost.

Così come è adesso la compagnia non può stare in piedi e continuerà a perdere. Cosa abbondantemente dimostrata dai fallimenti del Tesoro, dei “patrioti” berlusconiani guidati da Colaninno, e infine dell’araba Ethiad. E non è nemmeno vero che adesso con la gestione dei commissari la situazione si è ribaltata e i 900 milioni di prestito ponte concessi dal governo Gentiloni sono ancora in cassa.

La troika guidata da Gubitosi ha fatto pulizia dei costi, ma secondo l’analisi di un esperto del trasporto aereo come Andrea Giuricin: «Nel momento in cui si faranno i conti finali» con il pagamento di tutti i fornitori e con il continuo aumento del costo del carburante, «gran parte del prestito sarà stato utilizzato».

Ma quanto vale Alitalia nel mercato internazionale da e per l’Italia? Non molto: «Gli ultimi dati relativi al 2017, mostrano che è già la quarta compagnia per traffico internazionale con l’8,5 per cento, dietro a Ryanair, EasyJet e al gruppo Lufthansa».

Il professor Riccardo Gallo, grande esperto di risanamenti industriali, ha rivelato in una recente intervista a First online di aver invano spiegato la situazione ai parlamentari Cinquestelle.

Ecco il suo racconto: «A inizio marzo 2017, fui invitato con grande cortesia dai parlamentari pentastellati delle Commissioni Trasporti di Camera e Senato per spiegare le condizioni gestionali, economiche e finanziarie della compagnia commissariata. Lo feci proiettando 18 slide. Fui vincolato alla riservatezza sui loro orientamenti. Ho rispettato l’impegno fino all’esternazione del ministro Toninelli, che mi ha liberato. Spiegai quel giorno che nel 2015 (ultimo bilancio disponibile) su 2.942 milioni di fatturato netto, i costi variabili (cioè i consumi di carburante e altro) erano pari a 2.815 milioni (96 per cento dei ricavi), e i costi fissi (lavoro e ammortamenti) erano pari a 710 milioni. Il risultato dell’attività operativa era negativa per 584 milioni…Significava che per essere competitiva, l’Alitalia avrebbe dovuto trasformarsi in una low cost, senza struttura aziendale e senza costi fissi o trasformarsi in un player mondiale…Queste cose le aveva illustrate più o meno uguali Roland Berger e KPMG all’Alitalia non ancora commissariata con una consulenza professionale. I parlamentari 5S ascoltarono, capirono, ma non accettarono, dissero che l’Alitalia andava nazionalizzata un’altra volta. Osservai che questo avrebbe contribuito ad aumentare la spesa pubblica di parte corrente. Fu vano, mi risposero piccati che poteva aumentare anche il debito pubblico, poco importava…».

Felice Saulino
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Ilva. Di Maio tira il freno. Incertezze sulla prosecuzione

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Continuano le polemiche sull’Ilva. All’incontro di oggi al MISE, inusualmente, al tavolo sull’Ilva, il Ministro Di Maio ha invitato 62 soggetti diversi tra associazioni ed enti locali. Lo ha annunciato ieri il ministro dello Sviluppo economico parlando alla trasmissione ‘Omnibus’ su La7. Luigi Di Maio, nel corso della trasmissione, ha detto: “Troppe sigle oggi al tavolo sull’Ilva? Ebbene ci sono i portatori di interesse e questo a riprova che il metodo del M5S è ascoltare tutti. Il tema è sempre lo stesso: per anni ci sono state tante parti del Paese che non sono state ascoltate. Arcelor Mittal ha chiesto di voler spiegare il piano a tutti gli stakeholder e che si sta solo applicando il metodo di ascolto che il M5S ha sempre voluto assicurare. Non riesco a capire perché si sta facendo tanto baccano. Sto cercando di mettere insieme tutte le sensibilità di quel territorio, ma non per risolvere in due ore il dossier Ilva perché stamattina il tavolo non è decisionale”.

La decisione di allargare la partecipazione al tavolo istituzionale alle 62 delegazioni ha fatto salire i toni. Alcuni hanno bollato l’iniziativa come un affollamento che non consentirebbe un confronto serio mentre il tempo stringe e una nuova incertezza grava sulla trattativa in attesa del verdetto dell’Avvocatura di Stato sull’eventuale annullamento dell’aggiudicazione della gara sull’Ilva alla cordata AmInvestco.

La decisione di allargare il confronto ha colto alla sprovvista la stessa ArcelorMittal. Già ieri Di Maio aveva precisato: “Il tavolo non è stato convocato per trasformarsi in un club privato dove si discute nell’oscurità e che tutto deve essere trasparente”.

Il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, non è andato al tavolo inter-istituzionale sull’Ilva convocato per oggi al ministero dello sviluppo economico, considerandolo una sceneggiata voluta dal ministro Luigi Di Maio. Melucci ha affermato: “L’incontro è stato esteso a una serie di sigle pseudo associative e comitati, tra i quali si rinvengono quelle delle aggressioni in prefettura nel giorno dell’ultimo tragico incidente nello stabilimento. Sigle dunque spesso inclini al dileggio delle istituzioni, sigle che hanno parte della responsabilità di aver lacerato la comunità ionica in questi anni. Il ministro ha perciò scelto i suoi interlocutori e ha tracciato definitivamente la linea dei lavori, contro ogni nostro ulteriore possibilismo. Il Comune di Taranto non parteciperà a nuove iniziative in questa forma. L’azienda e i commissari sanno dove trovare il sindaco quando la legge della Repubblica italiana prevederà il suo coinvolgimento. Il Comune di Taranto non si presterà a questo dilettantismo spaccone, che il ministro Di Maio ci spaccerà sicuramente per trasparenza e democrazia, ma in realtà è solo una sceneggiatura ben congegnata per coprire il vuoto di proposte e di coraggio”.

Dunque, un altro conflitto istituzionale è stato provocato dal governo giallo-verde.

Nei giorni scorsi c’è stato un incontro di Arcelor Mittal con il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio. Arcelor Mittal ha affermato di restare ‘fiduciosa’ di poter completare l’acquisizione di Ilva, con una nota in cui ha confermato di aver incontrato il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio. Nella nota di Arcelor Mittal di allora si legge: “Confermiamo che abbiamo incontrato questo pomeriggio il vicepresidente del Consiglio, onorevole Di Maio per discutere le nostre proposte aggiuntive che riflettono il nostro impegno per il rilancio di Ilva con particolare attenzione alle sfide ambientali e sociali. Abbiamo partecipato a questa gara in buona fede e restiamo fiduciosi che potremo presto completare la transazione iniziando ad implementare i piani industriale, sociale ed ambientale che hanno come obiettivo il riposizionamento di Ilva ai primi posti dell’industria europea dell’acciaio”.

Le controproposte migliorative presentate da Arcelor Mittal per l’Ilva al ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, hanno registrato passi avanti sul piano ambientale ma non sono soddisfacenti per quanto riguarda l’occupazione. Lo ha spiegato lo stesso ministro al termine dell’incontro con gli esponenti della multinazionale dell’acciaio che ieri hanno incontrato il ministro per illustrare le loro controproposte. Per Di Maio l’aspetto legato alle controproposte sul piano occupazionale va approfondito.

Di Maio ha detto: “Abbiamo incontrato Arcerlor Mittal che ci ha presentato delle controproposte migliorative. Sul piano ambientale si registrano passi avanti, ma sul piano occupazionale la situazione non è soddisfacente e va approfondita”.

Allora, il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, dopo gli esiti tutt’altro che definiti dell’incontro tra il ministro Luigi Di Maio e gli acquirenti di Ilva, ha commentato: “L’incontro al Ministero dello Sviluppo economico tra il ministro Luigi Di Maio e i vertici di AM InvestCo non ha aggiunto nulla di nuovo alla vicenda dell’Ilva, se non ulteriori incertezze che non fanno che aggravare la situazione. Pur non conoscendo ancora i contenuti delle nuove proposte migliorative sul piano ambientale siamo certi che su questo punto siano stati fatti dei passi in avanti; tuttavia, dall’incontro odierno ci saremmo aspettati un percorso certo e definito sulla strada da seguire per riuscire ad arrivare a una soluzione entro luglio, come avevamo auspicato. Inoltre, come annunciato dalla stessa azienda e dal ministro Di Maio, sui livelli occupazionali non ci sono novità. La nostra posizione su questo punto è chiara: zero esuberi o non firmeremo alcun accordo. Ogni giorno che passa questa vicenda assume contorni sempre più indefiniti. Nel frattempo c’è un’azienda che vive una profonda sofferenza, lavoratori e intere famiglie che vorrebbero delle risposte certe e coerenti. Per tutte queste ragioni continuiamo a ritenere urgente e fondamentale una ripresa della trattativa sindacale”.

Nei giorni scorsi, il ministro Di Maio ha minacciato di annullare gli accordi per la cessione di Ilva. Un atto pericoloso che complicherebbe la difficile situazione dell’acciaieria di Taranto. La situazione, a parte i passi avanti sull’impatto ambientale, si è arenata sugli aspetti occupazionali che avevano già bloccato le trattative portate avanti da Calenda.

Oggi, al Ministero dello sviluppo è ripreso il tavolo sull’Ilva per la presentazione della proposta dell’addendum migliorativo. Al  tavolo si sono presentati i rappresentanti delle 62 sigle, tra cui  Arcelor Mittal, enti locali e associazioni ambientali e di  cittadini. Il segretario della Fiom Cgil, Francesca Re David, ha commentato: “Con 62 sigle si può fare poco altro che ascoltare.  Non credo ci sia spazio per un confronto. Si sta parlando di un contratto di assegnazione col governo: senza l’esecutivo non c’e’ nessuna  possibilità di andare avanti, solo che questo non e ‘ un tavolo”.  Il segretario generale della Fim Cisl, Marco Bentivogli, si è così espresso: “Un happening non serio che rischia di essere inutile”.

Il ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, Luigi Di Maio, al tavolo sull’Ilva, avrebbe detto: “So bene che questa procedura può sembrare inusuale, ma ci tenevo a far vedere a tutti i soggetti interessati l’evoluzione del piano da parte di Mittal perché una cosa è leggerlo e un’altra parlarne dal vivo”.

Il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, entrando al Mise, ha commentato: “Ci auguriamo che non sia una passerella, ci sono tanti cittadini col fiato sospeso. Gli incontri devono finire con un’assunzione di responsabilità in particolare del ministro. Vogliamo esaminare l’addendum che Mittal presenta alla luce delle integrazioni che ci sono state: ci aspettiamo che si avvii subito un confronto sul piano industriale e soprattutto degli esuberi. Ci aspettiamo che nel nuovo piano industriale si azzerino gli esuberi: senza l’azzeramento degli esuberi diventa complicato stabilire ogni altro passo. Mi auguro che ci siano delle priorità: c’è chi ha rappresentanza e chi ne ha meno, mi auguro chi deve decidere è chi ha rappresentanza”.

Il segretario della Fim Cisl, Marco Bentivogli, ha detto: “Rischio passerella? Fate voi i vostri conti: è un incontro di due ore con 62 associazioni e quattro componenti per ogni associazione. Significa che l’azienda presenterà l’addendum, il ministro commenterà e poco altro. Questo non è serio. È chiaro che è un happening pre feriale che non rispetta quello che stanno vivendo i cittadini a Taranto. Per cui servirebbe di aprire un confronto serio: sono due mesi che il ministro ha giurato sulla costituzione di portare avanti il lavoro per lo spiino amico e il lavoro, ma in realtà abbiamo fatto solo due incontri più questo happening oggi che appunto rischia di essere completamente inutile e quel che riguarda il confronto. Di Maio è abituato in televisione a fare i monologhi ma deve sapere che deve confrontarsi: se ha delle idee forti non deve scappare, non deve buttare la palla in tribuna, deve parlare con il sindacato, che rappresenta l’85% dei lavoratori, ha aggiunto”.

Il governatore della Liguria, Giovanni Toti, arrivando al Mise per il tavolo sull’Ilva, ha detto: “E’ un tavolo molto affollato però meglio un tavolo affollato che un tavolo deserto. Siamo venuti soprattutto per ascoltare, è giusto sentire anche le associazioni. Continuo a ritenere che ci sono due tavoli principali di questa trattativa. Uno è quello sulle relazioni industriali, tra il possibile nuovo azionista e il governo, che è titolare attraverso i commissari, e le sigle sindacali che vorranno firmare l’accordo; l’altro tavolo è quello con gli enti locali e le regioni. Di tempo se ne è perso già tanto. Dopodiché, siccome siamo persone responsabili, ritengo che i tavoli quando vengono convocati, la gente ci vada e dica la sua al tavolo. Non partecipare trovo sia un modo forse per farsi notare”. E’ evidente l’allusione fatta in riferimento all’assenza tra gli altri del sindaco di Taranto.

Il vertice istituzionale sull’Ilva è stato preceduto da una vigilia agitata. Contestando un eccessivo allargamento della partecipazione, hanno disertato l’incontro, oltre al primo cittadino di Taranto, Rinaldo Melucci, anche i sindaci dell’area di ‘crisi’ del tarantino, e il presidente della Provincia ionica, Martino Tamburrano.

La stessa ArcelorMittal, che ha presentato la sua proposta migliorativa per l’acquisto del siderurgico, ha inviato una lettera a Di Maio precisando di non essere stata informata dell’allargamento a tanti soggetti, ma sottolineando un’apertura al dialogo e la necessità di un percorso condiviso. Nella missiva, ArcelorMittal ha anche sottolineato l’opportunità che all’incontro partecipino il ministero dell’Ambiente e i tecnici del Mise che hanno lavorato alla controproposta.

Di Maio ha sottolineato: “Stiamo parlando del futuro di migliaia di cittadini e lavoratori, e chi preferisce può liberamente scegliere di non partecipare. Da ministro lo accetto, ma ne trarrò le dovute conseguenze. Ma è finita l’epoca delle riunioni che escludono i cittadini da qualsiasi tipo di discussione. I vecchi schemi mentali ci hanno portato dove siamo oggi e non ripeteremo gli errori di chi ci ha preceduto. Il nostro metodo, che fa rima con partecipazione, è un altro”.

Anche il governatore pugliese Michele Emiliano ha sottolineato l’importanza di un’ampia partecipazione: “A chi fa paura la presenza dei cittadini ai tavoli istituzionali ai quali col governo del Pd non era ammessa neanche la Regione Puglia?”.

Invece, i comitati dei cittadini di Taranto temono che la volontà del governo sia scongiurare la chiusura dell’Ilva e legare il futuro del territorio alla produzione dell’acciaio.

ArcelorMittal si è impegnata a raggiungere, entro il 2023, una riduzione delle emissioni di CO2 per tonnellata di acciaio liquido pari al 15% rispetto ai dati del 2017 come si legge nell’addendum proposto da ArcelorMittal e presentato al tavolo. Il piano ha previsto anche l’impegno, per il periodo successivo alla durata del Piano industriale, a mantenere la produzione dell’acciaieria a ciclo integrato ad un livello non eccedente gli 8 milioni di tonnellate di acciaio liquido annue.

Alla fine dell’incontro, il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, ha detto: “Non sono ancora soddisfacenti le modifiche presentate da ArcelorMittal per il piano di rilancio dell’Ilva. Ho chiesto ad ArcelorMittal dei miglioramenti sul piano ambientale e occupazionale, e per me non sono ancora soddisfacenti”.

Il governatore Michele Emiliano, condividendo le affermazioni del ministro Di Maio, ha affermato: “Le proposte di ArcelorMittal sono un piccolo passo avanti assolutamente insufficiente a garantire la salute dei miei concittadini. Attendiamo una nuova reale proposta da ArcelorMittal o altrimenti non daremo il nostro assenso”.

Il segretario del Pd, Maurizio Martina, ha detto: “Convocare 62 realtà per due ore significa non discutere ma costruire un palcoscenico a uso e consumo del vicepremier Di Maio. Così non si fa politica industriale, il tavolo è l’ennesima operazione propagandistica”.

Anna Maria Bernini, capogruppo di Forza Italia al Senato, ha commentato: “Per Ilva, Di Maio ha convocato 62 sigle. Una babele di voci e pareri che consente al ministro di fare ammuina e giustificare la sua incapacità di decidere, che mette a rischio la più grande acciaieria d’Europa e la vita di 14 mila lavoratori. Basta con questo governo gialloverde, nemico delle aziende e dei lavoratori”.

Alla fine, duro anche il commento di Marco Bentivogli, segretario generale di Fim Cisl: “Pensavamo che comprendesse che se in Tv ci sono ancora giornalisti che non sanno cosa è la libertà di informazione e gli consentono il monologo, un ministro non può scappare dal confronto democratico dove i monologhi non sono ammessi. Il ‘club privato’ rischia di essere proprio la confusione di domani utile solo a nascondere le sue intenzioni e a evitare di confrontarle con noi. Ci auguriamo che il Ministro comprenda che mortificare le istituzioni democratiche e il sindacato sia quanto di più sbagliato e controproducente specie in una partita difficile come l’Ilva. Da quando ha assunto il dicastero Di Maio ci ha incontrato il 18 giugno e il 9 luglio e ha prorogato i commissari fino al 15 settembre. Il tutto mentre le opere ambientali rallentano, le aziende dell’indotto licenziano e l’impianto è ogni giorno più pericoloso”.

La crisi dell’Ilva, negli ultimi cinque anni sarebbe costata all’Italia circa 16 miliardi di euro in meno sul Pil nazionale.

Finora, il governo attuale, limitandosi a dichiarazioni di insoddisfazione, non ha avanzato nessuna proposta concreta sull’Ilva e le incertezze sui destini legati all’acciaieria continuano ad aumentare.

Salvatore Rondello