Immigrazione: Italia chiama Europa

minniti schietromaMarco Minniti. Quando ero ministro dell’Interno potevo continuare a dire che l’Europa non faceva il suo dovere, invece l’Italia si è assunta le sue responsabilità perché il tema dell’mmigrazione non si gioca in Europa ma da un’altra parte di Mediterraneo. Nel mio impegno di governo ho tenuto insieme due principi: quello della umanità e quello della sicurezza. Questa la differenza tra la sinistra riformista e i nazionalisti populisti di oggi per i quali i due temi sono separati. In questi tre mesi del nuovo governo si è applicata solamente la strategia della tensione: si tiene alta la tensione anche senza che ci sia emergenza. I nazional populisti cavalcano la rabbia e la paura e vogliono tenere le persone incatenate a questi sentimenti.

Il tema giusto è il rapporto tra Europa e Africa. Oggi invece il tema è divisivo all’interno dell’Europa e ci siamo dimenticati dell’Africa. Il mio convincimento è che le forze nazional populiste europee hanno l’idea di voler far saltare l’Europa. Se non c’è lo strumento dell’euro ecco l’immigrazione. Caro n quest’ultima supposta e non reale emergenza non si paga un prezzo economico come sull’euro. Con me ci sono stati 16mila ricollocamenti nessuno dei quali  in Ungheria, caro Salvini che vanti l’amicizia con Orban. Ora si cerca l’alleanza con questo paese e con quelli di Visegrad per colpire al cuore l’Europa.

A maggio si vota per il Parlamento europeo. Un voto con il quale l’Europa rischia di morire. Se ci approcciamo con idea difensiva non si va lontano. Dobbiamo dire che l’Europa così come è non va bene. Noi siamo il Paese del Manifesto di Ventotene. Bisogna ora, subito, mettere in cantiere l’idea degli Stati Uniti d’Europa.

La sicurezza non è un tema di destra. Anzi, impatta di più con i ceti più deboli e più esposti. La sinistra deve stare a fianco a queste persone. È compito della sinistra trovare la strada per parlare a pezzi della società a cui non sta più parlando da tempo. Per la destra la sicurezza è solo ordine pubblico. Per la sinistra il discorso è molto più ampio e per questo ha più armi da usare. Dietro sfida dei nazionalpopulisti c’è qualcosa che può sfuggire di mano. Le democrazie cominciano a morire con il consenso e poi con la evoluzione non democratica. E su queste partite aperte in Italia può esserci uno slittamento non democratico. Ora le forze non democratiche hanno superato il 50%  e questo è più che uno slittamento. Credo che occorra recuperare tensione e fiducia. Il tema é avere una strategia alta, non solo una tattica. Io segretario, mi chiede il giornalista di Panorama Puca? No. Non ho gruppi, o sensibilità, come qualcuno chiama le correnti dentro il Pd. E a un insensibile non si affida la guida del Pd…

Gian Franco Schietroma. L’auspicio che Minniti ha qui espresso era quello di Turati che diceva che il sogno è quello di unire politicamente l’Europa. Bisogna scuotere in questa direzione il Pse. Nelle socialdemocrazie i valori sono talmente forti che non vanno toccati. Ma rivisti. Le sfide del cambiamento ci sono. Cerchiamo di valorizzare le buone cose fatte. Come il lavoro sull’immigrazione fatto dal ministro Minniti in un momento in cui l’Europa ci ha lasciati da soli. Tornare a una Europa che guardi all’Africa. La prima scelta di un africano non è quello di venire qui, vengono qui da noi, in Europa, per un eccesso di bisogno. Prima impegno è cercare di creare le condizioni di sviluppo e di crescita in un continente che ha grandi potenzialità.

Il centrosinistra deve occuparsi anche di un’altra emergenza: quella di partiti che dicono in campagna elettorale cose che poi non possono mantenere. Lega e 5 Stelle hanno creato una luna di miele con gli elettori. Ma il reddito di cittadinanza va investito sul lavoro e non sulla sussistenza. Per la  flat tax, che creerebbe comunque disparità e diseguaglianze,  non ci sono i soldi. Oppure la Legge Fornero, per il cui superamento non ci sono i fondo ne tantomeno le condizioni. Sono questi i punti su cui hanno vinto le elezioni. Cose che non verranno fatte.  Invece servono risposte concrete. Per esempio un piano nazionale per le manutenzioni che creerebbe lavoro e possibilità di crescita. Insomma non si può fare la gara a chi la spara più grossa. Il merito di Saragat è stato quelle di aver avuto il coraggio della impopolarità. Oggi si deve avere il coraggio di dire la verità alla gente anche se scomoda.

Trump e l’immigrazione: più politica che legalità

donald trump“Se non potete venire legalmente, non venite affatto”. Questo l’avvertimento del vicepresidente americano Mike Pence a coloro che cercano di entrare in America senza i documenti appropriati. Pence parlava in una conferenza stampa in Brasile dove si era recato per colloqui con il presidente Michel Temer.

La questione di legalità per coloro che entrano in America senza i documenti tipici necessari rimane dubbia perché se un individuo si presenta al confine richiedendo asilo non è automaticamente squalificato. La determinazione di permettere o vietare l’ingresso non spetta a Pence né agli agenti della polizia di frontiera ma bensì a un giudice che esamina il caso e poi emette la sentenza.

Il governo americano può interpretare le leggi e metterle in pratica usando una certa flessibilità sulle priorità delle risorse che inevitabilmente sono limitate. Alcuni reati ricevono attenzione immediata mentre altri prendono più tempo. Nel caso di coloro che entrano negli Stati Uniti senza documenti la legge americana li considera colpevoli di un “misdemeanor”, un’infrazione minore punibile con la deportazione. L’amministrazione di Donald Trump però ha deciso di interpretare la legge in maniera drastica con la sua pratica di tolleranza zero per coloro che vengono detenuti alla frontiera. In effetti, Trump ha trasformato l’infrazione in “felony”, un reato maggiore che richiede l’arresto, vedendo questi individui come meritevoli di carcere.

Questa interpretazione della legalità dell’amministrazione di Trump riflette la sua ideologia sull’immigrazione in generale. L’attuale inquilino della Casa Bianca ha speso molte parole in campagna elettorale denigrando gli immigrati vedendoli in termini negativi, ignorando la storia americana come paese di immigrati. Nemmeno le sue esperienze e legami personali hanno influenzato la sua ideologia per apprezzare gli aspetti positivi dell’immigrazione. Si ricorda che il nonno e la madre del 45esimo presidente erano immigrati. La prima e la terza moglie, first lady Melania, sono anche loro nate all’estero.

Dal suo annuncio per la corsa alla presidenza con la dichiarazione sui messicani come criminali alle sue più recenti asserzioni espresse nel suo recente viaggio in Europa, si deduce chiaramente che il 45esimo presidente vede l’immigrazione come fonte di problemi. In un’intervista al Sun di Londra, Trump ha persino dichiarato che i migranti distruggono la cultura europea.

Non sorprende dunque la sua politica di tolleranza zero per bloccare immigrati che cercano di entrare dal confine col Messico. La sua politica di separare i bambini dai loro genitori però è stata vista dall’America come troppo lontana dai valori del paese. Dopo la bufera mediatica, il 45esimo presidente è stato costretto a fare marcia indietro con un ordine esecutivo mettendo fine alle separazioni dei bambini dai genitori senza però eliminare la tolleranza zero.

Per quanto riguarda la legalità della sua politica anche la giustizia lo ha costretto a fare marcia indietro. Un giudice di San Diego nel mese di giugno di questo anno ha dato un mese di tempo all’amministrazione Trump di riunificare le famiglie con bambini di cinque anni o meno. Solo 57 su 103 di questi bambini sono però stati riuniti con i loro genitori. In alcuni casi i genitori erano già stati deportati e i bambini sono rimasti in America in affido. Difficile sapere se adesso i bambini verranno deportati o si cercherà qualche altra sistemazione. Comunque sia, si può capire la tragica situazione di queste famiglie.

La politica della tolleranza zero doveva risolvere la questione degli arrivi ma i numeri ci dicono che l’impatto non è stato quello desiderato. Nel mese di giugno il numero di detenzioni al confine ha raggiunto 34.000 individui, un po’ meno del mese di maggio, ma la fluttuazione è tipica di altri anni.

La politica messa in pratica da Trump non ha risolto la questione degli arrivi poiché le cause fondamentali non sono state toccate. La situazione di crisi in America Centrale da dove proviene la stragrande maggioranza di questi migranti continua senza speranze di abbattimento. L’attuale inquilino della Casa Bianca non ha mostrato nessun interesse per intervenire a risolvere il problema. Infatti, lo sta peggiorando. Trump ha annunciato la fine del programma TSP (Temporary Protected Status), iniziato nel 1990 che ha concesso residenza temporanea a individui provenienti da paesi afflitti da guerre civili o disastri naturali. Hanno beneficiato circa 400 mila individui, principalmente dell’America Centrale, ma anche del Nepal, Somalia e Sudan. L’idea era che una volta le condizioni sarebbero migliorate questi individui avrebbero fatto ritorno a casa loro. Il governo ha rinnovato il permesso di residenza per alcune centinaia di immigrati dalla Somalia ma nel caso degli altri paesi il rinnovo è stato negato.

La situazione in America Centrale non è migliorata affatto e questi individui, residenti in America da quasi trent’anni, con figli nati in questo paese, sarebbero costretti a ritornare alla stessa situazione dalla quale erano sfuggiti. Una denuncia è stata presentata e un giudice di Boston sta considerando il caso.

L’aspra retorica di Trump sull’immigrazione è stata mantenuta in quasi due anni di mandato presidenziale. Le promesse però non si sono concretizzate. Il muro al confine sud del paese non è stato costruito ne tantomeno pagato dal Messico come aveva annunciato alla nausea nei suoi comizi. Poco importa. Il 45eismo presidente costruisce una sua realtà che presenta mediante i suoi tweet e anche nei suoi comizi. Ce lo conferma anche lui letteralmente. In un recente discorso davanti un gruppo di veterani l’attuale inquilino alla Casa Bianca ha consigliato ai suoi ascoltatori di non credere “ciò che vedono e leggono sulla sua amministrazione”. Una frase che ci rimanda al romanzo di George Orwell e le dittature in cui la verità la possiede solo il governo e la impone per ottenere il controllo totale.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

L’Ungheria contro i migranti esce dal patto Onu

Viktor Orban-pena morte

L’atteggiamento dell’Ungheria e del suo premier verso i migranti e l’Europa sono noti. Uno scontro che non nasce oggi ma che aumenta costantemente di intensità e che ultimamente ha trovato anche una sponda nel governo italiano e nella posizione oltranzista del Ministro degli interni Salvini. L’Ungheria ha oggi vivamente criticato la decisione dell’Unione europea di deferire alla Corte di giustizia europea Budapest per il mancato rispetto delle regole comunitarie sul diritto d’asilo. Un altro tassello in uno scontro sempre più acceso.

Nella prima reazione pubblica del governo conservatore di Viktor Orban, il ministro Gergely Gulyas infatti ha giudicato “inaccettabile” la scelta della Commissione europea che costituisce un attacco contro l’Ungheria. “Continuiamo a constatare che coloro che proteggono l’Europa sono perseguitati mentre ci si congratula con coloro che invitano i migranti a venire”.

E sempre in tema di immigrazione l’Ungheria non ha aspetto molto a reagire a modo suo e ha abbandonato il Patto sull’immigrazione delle Nazioni unite. Lo ha annunciato il ministro degli esteri Peter Szijjarto in una conferenza stampa. “La nostra posizione è incompatibile con il pensiero dell’Onu sulla questione. L’Onu pensa che la migrazione sia una cosa da incoraggiare in vari modi, ed è un diritto fondamentale, mentre secondo l’Ungheria è una minaccia per il mondo e per l’Europa in speciale”, ha detto. Il ministro ha confermato che l’Ungheria si ritirerà dalle trattative sul patto per l’immigrazione e voterà contro, se l’assemblea dell’Onu lo mette in votazione. “E una cosa innaturale di aiutare il ricambio delle popolazioni fra continenti, l’Onu dovrebbe invece favorire la cessazione delle migrazioni, e non concentrarsi solo sui diritti dei migranti”, ha detto ancora.

Luigi Grassi

Flat tax per partite Iva, Salvini tenta l’affondo

salviniIl fisco è una carta magica per acchiappare voti. Le partite Iva si avviano a fare da battistrada per la flat tax. Matteo Salvini finora si è impegnato quasi esclusivamente sul fronte della battaglia contro l’immigrazione illegale, raccogliendo vasti consensi nell’opinione pubblica nonostante i modi muscolari e sbrigativi. Ma il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno sa benissimo che non può dimenticare il varo della flat tax (tassa piatta in italiano), della pace fiscale e della revisione della legge Fornero sulle pensioni, le promesse seducenti sulle quali ha vinto le elezioni politiche del 4 marzo.

Salvini all’inizio di luglio ha confermato gli impegni sulle pensioni e per tagliare le imposte: «Entro il 2018 daremo segnali concreti sulla flat tax, sulla Fornero e sulla pace fiscale».

Probabilmente, però, darà la precedenza a un anticipo della flat tax per i lavoratori autonomi. Nel governo Lega-M5S si sta lavorando a un decreto legge da approvare prima di Ferragosto (altrimenti sarà rinviato in autunno con la legge di Bilancio) per permettere alle partite Iva con ricavi fino a 100 mila euro l’anno di accedere a un nuovo regime forfettario con un’imposta al 15%. Una vasta platea di circa 1.000.000 di piccoli imprenditori e professionisti, il ceto medio produttivo affascinato dalla Lega, incrocia le dita perché taglierebbe della metà le imposte. Il sottosegretario leghista all’Economia Massimo Bitonci, guardando alle partite Iva, al ‘Sole 24 Ore’ ha annunciato: «Garantirà un prelievo strutturale del 15%, ulteriormente ridotto al 5% per le start up».

La pace fiscale, altro tema magnetico per gli italiani tartassati dalle troppe tasse, è invece destinata a slittare al 2019 e riguarda cartelle esattoriali non pagate, liti fiscali, sanzioni e multe. C’è una doccia fredda per i contribuenti: saranno escluse la rottamazione uno e la rottamazione bis. Bitonci ha avvertito: «Chi non salda i conti con le definizioni agevolate in atto non sarà ripescato con la nuova pace fiscale».

La pace fiscale, un condono è l’accusa del Pd, è una mossa importante per l’esecutivo di Giuseppe Conte: con i previsti 50-60 miliardi di euro di incassi potrebbe coprire buona parte delle spese per la flat tax (bandiera di Salvini), per il reddito di cittadinanza (cavallo di battaglia di Luigi Di Maio) e per modificare la legge Fornero (battaglia cara ad entrambi) per andare in pensione prima, introducendo la cosiddetta quota 100, da raggiungere sommando età anagrafica (64 anni) e anni di contributi previdenziali (36). I tre provvedimenti potrebbero costare 70-100 miliardi di euro: una meta da raggiungere tra introiti da pace fiscale-condono ed aumento del deficit pubblico entro il limite del 3% nel rapporto con il Pil (Prodotto interno lordo).

Il percorso, però, è difficile per tre motivi: 1) secondo l’opposizione di centro-sinistra la pace fiscale-condono frutterebbe solo 7 miliardi; 2) non è certamente scontato il sì dell’Unione europea all’aumento del deficit pubblico italiano che invece avrebbe dovuto essere azzerato; 3) i mercati finanziari internazionali potrebbero reagire male, con una pericolosa crescita dello spread, a delle coperture delle spese ritenute inadeguate.

Un altolà è arrivato anche dall’interno del governo, da Giovanni Tria, un tecnico stimato dal presidente della Repubblica Mattarella e dal presidente della Banca centrale europea Draghi. Il ministro dell’Economia ha più volte precisato: reddito di cittadinanza, modifiche alla Fornero e flat tax (cavallo di battaglia anche di Silvio Berlusconi) saranno introdotti «compatibilmente con gli spazi finanziari» e rispettando le coperture di spesa. L’esecutivo inoltre agirà «mantenendo l’impegno sulla riduzione del debito». Di qui le scintille nel “governo del cambiamento”. Tria è un ministro sempre meno amato da Salvini e da Di Maio, l’altro vice presidente del Consiglio grillino. Per molti sarebbe con un piede fuori dal governo.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

PERCEZIONE E REALTA’

open armsChe tra il ministro dell’Interno e le organizzazioni non governative non corresse buon scambio lo avevano ormai capito tutti. Nessuno, però, pensava che ciò potesse portare a considerare l’Italia un paese inaffidabile o addirittura razzista. Ma tant’è. Il giallo del salvataggio e le foto diffuse nella giornata di ieri hanno scatenato enormi polemiche tra i volontari di Open Arms e Matteo Salvini, deciso più che mai a tenere la linea dura. Oggi la Ong spagnola, dopo un botta e risposta estenuante con il Viminale, ha deciso di fare rotta verso la penisola iberica. “Non ci fidiamo del ministro dell’Interno italiano e delle sue intenzioni verso i migranti” il senso delle parole di Open Arms diffuse nel pomeriggio.

Dopo la scelta dell’imbarcazione di cambiare rotta, Salvini ha affermato che “nonostante la nostra disponibilità di porti siciliani, la nave Ong va in Spagna, con una donna ferita e due morti… non sarà che hanno qualcosa da nascondere?”. Il capo del Carroccio gongola. Un’altra nave cambia rotta dopo il braccio di ferro con il Viminale. Musica per le orecchie sovraniste del pratone di Pontida. Un punto in più a Salvini nella personale sfida con Di Maio, che fino ad oggi vede il suo pallottoliere ancora a secco.

Con questo modus operandi, il leader leghista continua nel suo particolare storytelling: la ricerca continua del nemico da sconfiggere (in questo caso da affondare). L’obiettivo sembra quello di voler instillare a forza nel Paese un clima vittimistico, di paura, come se l’Italia si trovasse di fronte ad una invasione di barbari.

I numeri dicono il contrario, in realtà. Ma ciò che conta è la percezione. Il ministro dell’Interno lo sa bene e non si cura delle conseguenze. Salvini va avanti senza sosta, non preoccupandosi di distruggere la credibilità italiana nel mondo. Certo è che non tutte le imbarcazioni cariche di profughi potranno essere respinte. Chissà che decisione assumerà l’Italia se i due barconi fermi a largo di Turchia e Tunisia dovessero affacciarsi sui nostri mari. Tutto è ormai possibile.

In merito al rifiuto di Opern Arms “se qualcuno ritiene di poter lanciare tale accusa è evidente che stia maturando un senso comune favorevole a valutazioni di questo tipo”, ha avvertito l’ex parlamentare Psi Enrico Buemi. “Inoltre, il fatto che la nave si stia dirigendo in Spagna fa ritenere che in Italia l’informazione sulla vicenda possa essere alterata da ingerenze e da comunicazioni mediatiche non rispondenti alla realtà dei fatti”, ha spiegato il dirigente socialista.

F.G.

Salvini: “I porti italiani li vedranno in cartolina”

ongNon arretra di un passo. Il ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini, prosegue sulla linea dura e annuncia dai suoi profili social: “Le due navi di Ong  spagnole che sono tornate nel Mediterraneo in attesa del loro carico di esseri umani. Risparmino tempo e denaro, i porti italiani li vedranno in cartolina”.  Nelle scorse settimane Salvini – in visita al centro di accoglienza per migranti di Pozzallo –  aveva annuciato l’intenzione di incontare il pm Carmelo Zuccaro, il capo della procura catanese che aveva indagato su presunte collusioni tra Ong e trafficanti di esseri umani perché, aveva sottolineato, “nessuno mi toglie dalla testa che c’è un business sui bambini che poi muoiono. E questo mi fa molto arrabbiare”. Lo scontro con le Ong era comunque nell’aria. Nei giorni scorsi Msf si era detta pronta, quando servirà, a tornare in alto mare. E lo stesso ha fatto ieri la Open Arms, sfidando direttamente il Viminale: “Astral, in missione di osservazione, torna nella zona di salvataggio – hanno annunciato gli spagnoli guidati da Oscar Camps – anche se l’Italia chiude i porti, non può mettere porte al mare. Navighiamo verso quel posto dove non ci sono clandestini o delinquenti, solo vite umane in pericolo. E troppe morti sul fondo”. Una dichiarazione che aveva scatenato l’immediata reazione del ministro leghista. “Le navi Ong che stanno tornando in acque libiche risparmino tempi fatica e denaro perché in Italia non ci arrivano”. Nel recente viaggio in Russia, Salvini ha detto che nella riunione di domani a livello europeo va ridiscusso l’accordo ‘Sophia’ (che prevede tra l’altro l’uso dei porti italiani per gli sbarchi dei migranti da parte delle navi che partecipano alle missioni internazionali) e ha chiesto al governo di Putin di collaborare alla lotta al traffico di esseri umani. Precisando che i migranti che arrivano a bordo delle carrette del mare “non sono naufraghi, ma è una tratta di essere umani, un business organizzato dalle mafie”. Il ministro dell’Interno ha anche ribadito che l’obiettivo del nuovo esecutivo rimane sempre lo stesso: “Salvare, soccorrere, nutrire e riportare dove sono partite queste imbarcazioni”. Intanto, “per il momento”, è già una “vittoria” riuscire a “ricollocare, bloccare le Ong, rivedere le missioni internazionali”. Oltre, ovviamente, ad aiutare la Libia “a garantire i diritti umani e raccogliere nei Paesi africani le domande di asilo fondate”.

Ma nasce subito un altro scontro con la denuncia di Proactiva Open Arms che ha pubblicato su twitter un messaggio in cui la secondo la Ong, la Libia, avrebbe lasciato morire una donna e un bambino che erano a bordo di un gommone in difficoltà. “La Guardia Costiera libica ha detto di aver intercettato una barca con 158 persone fornendo assistenza medica e umanitaria – ha scritto il fondatore della Ong Oscar Camps – ma non hanno detto che hanno lasciato due donne e un bambino a bordo e hanno affondato la nave perché non volevano salire sulle motovedette”. Nelle foto si vedono i corpi di una donna e di un bambino, ormai privi di vita e appoggiati a quello che resta del gommone. “Quando siamo arrivati – dice ancora Camps – abbiamo trovato una delle donne ancora vive ma purtroppo non abbiamo potuto far nulla per l’altra donna e il bambino”.

Secondo Camps i due sarebbero morti poche ore prima che la nave di Open Arms arrivasse nella zona. A bordo della nave c’è anche il deputato di Leu Erasmo Palazzotto. “Matteo Salvini – ha scritto su twitter pubblicando la foto della donna e del bambino – questo è quello che fa la guardia costiera libica quando fa un salvataggio umanitario. Open Arms ha salvato l’unica superstite mentre i tuoi amici libici hanno ucciso una donna e un bambino. Almeno oggi abbi la decenza e il rispetto di tacere e aprire i porti”. “Ogni morte è la conseguenza diretta di quella politica”. È l’accusa che la Ong Proactiva Open Arms lancia nei confronti dell’Italia. Per il ministro Salvini si tratta solo di “bugie e insulti di qualche Ong straniera”. In questo modo continua Salvini si conferma “che siamo nel giusto: ridurre partenze e sbarchi significa ridurre i morti, e ridurre il guadagno di chi specula sull’immigrazione clandestina”.

Intanto l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha reso noti gli ultimi numeri sugli sbarchi nel Mediterraneo: un totale di 50.872 migranti e rifugiati sono giunti in Europa via mare dall’inizio del 2018 al 15 luglio scorso e 1.443 persone sono morte mentre tentavano di raggiungere le coste europee. La rotta del Mediterraneo centrale verso l’Italia resta la più letale, con 1.104 vittime registrate dall’inizio del 2018, quasi quattro volte il numero di annegamenti notificati sulla rotta per la Spagna (294), benché i numeri degli arrivi nei due Paesi siano quasi identici. Secondo i dati della organizzazione, la Spagna ha superato l’Italia per numero di arrivi di migranti dall’inizio dell’anno al 15 luglio: 18.016 quelli sbarcati sulle coste spagnole, lungo la rotta del Mediterraneo occidentale, rispetto ai 17.827 arrivati attraverso la rotta centrale dalla Libia all’Italia.

Lavoro, il Bonus Assunzioni funziona. 14esima pensione, cosa fare se non arriva. Congedo maternità anche a disoccupate

Lavoro
IL BONUS ASSUNZIONI FUNZIONA

Vedrete, dicevano i “profeti di sventura”, ci sarà un’ondata di licenziamenti. Finito il triennio di incentivi alle assunzioni introdotti dal governo Renzi, chi ha ottenuto un lavoro verrà comodamente rispedito a casa. Vedrete, ed era tutta un’attesa di scenari apocalittici con orde di disoccupati.
L’Inps ha messo a confronto il tasso di licenziamento nell’arco dei 36 mesi relativi ai rapporti di lavoro nati nell’era jobs act. Risultato: tasso di licenziamento identico a contratti precedenti. Più flessibilità uguale più occupazione. Meno flessibilità uguale meno occupazione ha twittato Claudio Cerasa del Foglio
Lo ha scritto anche l’Inps nel suo rapporto annuale presentato recentemente dal presidente Tito Boeri: “Oltre che in generale sulla sopravvivenza dei rapporti di lavoro agevolati, si è discusso di una possibile ondata di licenziamenti sul finire del triennio incentivato con la decontribuzione 2015”. Si è discusso, eccome, ma dato che il triennio è terminato nel 2018 la domanda è d’obbligo: come è andata veramente? L’Inps ha effettuato una “verifica puntuale” per controllare “se i tassi di licenziamento siano effettivamente ‘esplosi’ alla fine del triennio agevolato”. Il confronto è tra i “rapporti attivati” nel primo trimestre 2015 e quelli del primo trimestre 2014. L’Inps ovviamente sottolinea che, per “una verifica completa con riferimento a tutte le attivazioni 2015” occorrerà attendere il 2019. In ogni caso, da questo primo raffronto, emerge che il tasso di licenziamento, nei primi 18 mesi, è inferiore nel 2015 rispetto al 2014. Mentre “si è del tutto normalizzato successivamente, senza alcuna apprezzabile anomalia di comportamento anche attorno ai 36 mesi”. “Ciò – conclude il rapporto – non significa che casi singoli di comportamenti totalmente opportunistici, finalizzati esclusivamente a ‘sfruttare’ la decontribuzione, ci possano essere e siano stati: ma se ne può negare ogni consistente rilevanza quantitativa”. Con buona pace dei “profeti di sventura”.

Previdenza
BOERI: NECESSARIA L’IMMIGRAZIONE

La domanda di lavoro immigrato “è forte” perché sono “tanti i lavori che gli italiani non vogliono più svolgere”. Domanda a cui non si può rinunciare, considerando che “in mancanza di decreti flussi con quote per colf e badanti” il numero di “lavoratori domestici extra comunitari iscritti alla gestione Inps tende inesorabilmente a ridursi” e quindi diminuisce il numero di chi versa i contributi sociali.
È quanto emerge dalla relazione presentata in Parlamento dal presidente dell’Istituto Tito Boeri, che ha ribadito le critiche sul possibile ripristino delle pensioni di anzianità previste dal governo 5S-Lega.
Immigrazione – Sul fronte migranti, “per ridurre l’immigrazione clandestina il nostro Paese ha
bisogno di aumentare quella regolare” è il ‘suggerimento’ del presidente Inps, che rileva come la “forte domanda di lavoro immigrato in Italia” si riversi di fatto “sull’immigrazione irregolare degli overstayer, di chi arriva in aereo o in macchina, non coi barconi ma coi visti turistici, e rimane in Italia a visto scaduto” alimentata “da decreti flussi del tutto irrealistici”.
Quando si pongono infatti, aggiunge Boeri, “forti restrizioni all’immigrazione regolare, aumenta
l’immigrazione clandestina e viceversa. In genere, a fronte di una riduzione del 10% dell’immigrazione regolare, quella illegale aumenta tra il 3-5%”, stima il presidente Inps, ricordando come negli Stati Uniti il boom degli illegali sia cominciato nel ’64 quando è stato chiuso il ‘Bracero program’ e come il fenomeno sia invece iniziato a calare “quando ha cominciato a essere pienamente messo in atto l’Immigration Reform and Control Act, che ha regolarizzato milioni di lavoratori messicani”.
Lavoro immigrato – La domanda di lavoro immigrato in Italia “è forte” perché, prosegue, sono “tanti i lavori per i quali non si trovano lavoratori alle condizioni che le famiglie possono permettersi nell’assistenza alle persone non-autosufficienti. Tanti i lavori che gli italiani non vogliono più svolgere”. A cominciare dai lavori domestici. “La domanda di colf e badanti delle famiglie italiane è in costante aumento alla luce anche dell’incremento tendenziale del numero di persone non-autosufficienti. Tuttavia, in mancanza di decreti flussi con quote per colf e badanti, l’ultimo nel 2011, il numero di lavoratori domestici extra-comunitari iscritti alla gestione Inps tende inesorabilmente a ridursi, non compensato (o compensato in minima parte) dall’aumento dei lavoratori comunitari o italiani che non hanno problemi coi visti. Ma non appena c’è un provvedimento di regolarizzazione del lavoro nero (come nel 2008-9 o nel 2012), il
numero di colf e badanti extracomunitarie si impenna, a dimostrazione del fatto che questi lavori
continuano a essere richiesti, ma vengono svolti senza versare i contributi sociali”

14esima sulla pensione
COSA FARE SE NON ARRIVA

Per 3,5 milioni di pensionati l’assegno della pensione di luglio è stato abbastanza pesante. Di fatto la somma “extra” della quattordicesima che è arrivata nel rateo di luglio è stata accreditata a tutti quei pensionati che hanno almeno 64 anni e un reddito complessivo fino a 2 volte il trattamento minimo previdenziale. La cifra extra che è stata accreditata con il rateo di luglio va da 336 euro a 655 euro.
Ma cosa fare se manca all’appello sull’assegno la quattordicesima? Il pensionato può fare una richiesta e quindi richiedere che venga accertata la sua posizione per chiarire i termini in cui può ricevere l’assegno. Come sottolinea il legale Celeste Collovati, che da anni segue i ricorsi sul fronte previdenziale, “può scattare un ricorso per ottenere la quattordicesima che manca all’appello.
Va sottolineato che errori di questo tipo sono abbastanza rari, ma l’Inps una volta esaminato il ricorso spesso accredita la cifra mancante”. Bisogna controllare in modo attento il cedolino e verificare i requisiti per accedere alla cifra “extra”. Infine va sottolineato, come ricorda la Spi Cgil, che il numero più elevato di quattordicesime è stato accreditato in Lombardia con 470mila assegni, in Sicilia con 327mila assegni, in Campania con 313mila assegni e infine in Veneto con circa 300mila assegni.

Previdenza
CONGEDO DI MATERNITÀ ANCHE PER LE DISOCCUPATE

Se si decide di dare le dimissioni una volta scoperto di essere incinta non si perde il diritto al congedo di maternità, che è l’indennità sostitutiva riconosciuta dall’Inps nei 5 mesi in cui la lavoratrice è obbligata ad assentarsi dal lavoro.
Il congedo di maternità, infatti, spetta anche alle lavoratrici che risultano essere disoccupate o sospese, purché soddisfino determinati requisiti.
Nel dettaglio, per percepire l’indennità sostitutiva Inps per 5 mesi (nei 2 precedenti al parto e nei 3 successivi) è necessario che dalla sospensione del lavoro e l’inizio del congedo non siano trascorsi più di 60 giorni. Qualora siano trascorsi più di 60 giorni, l’indennità di maternità sarà corrisposta solo nel caso in cui la donna risulti essere allo stesso tempo titolare della Naspi (indennità di disoccupazione), che viene sospesa per tutti i 5 mesi. Ricordiamo infatti che per le dimissioni motivate da maternità (quindi quelle presentate dal 1° giorno in cui si viene a conoscenza del proprio stato al compimento del 1° anno di età del figlio) viene riconosciuta la giusta causa e, quindi, si mantiene il diritto alla Naspi.
Se, invece, il congedo ha inizio dopo questa data e non è stata riconosciuta la Naspi, allora l’indennità di maternità spetta solo se questo periodo è inferiore ai 180 giorni e negli ultimi 2 anni ci siano almeno 26 contributi settimanali versati. A tutte queste lavoratrici, quindi, nei 5 mesi coperti dal congedo di maternità, l’Inps riconosce un’indennità sostitutiva pari all’80% della retribuzione precedentemente percepita.

Carlo Pareto

PADRE DELLO STATO

MattarellaSi allargano le crepe nel muro gialloverde. E la parete eretta a fatica da Lega e Movimento 5 Stelle comincia a scricchiolare. Il motivo è sempre lo stesso: la politica migratoria e tutto ciò che da essa ne deriva. La nave Diciotti, dopo lo stop allo sbarco imposto da Salvini, è riuscita far scendere a terra i profughi grazie all’intervento del Capo dello Stato. Uno smacco per il leader leghista, che oltre ad essere stato scavalcato, ha dovuto incassare anche le dichiarazioni filo-Quirinale dei grillini, Di Maio in primis. Il ministro del Lavoro si è schierato subito con Mattarella. I rapporti tra i due alleati di Governo, dunque, si fanno sempre più tesi.

Sia il presidente della Camera Fico che il Guardasigilli Bonafede, inoltre, hanno appoggiato la decisione del presidente della Repubblica, prendendo (cautamente) le distanze da Salvini. “Gli interventi di Mattarella sono sempre positivi”, ha tagliato corto il numero uno di Montecitorio. Bonafede, invece, ha difeso l’autonomia dei magistrati dopo che Salvini aveva chiesto l’arresto dei 67 migranti a bordo della Diciotti. “I magistrati lavorano in piena indipendenza ed autonomia rispetto al potere politico: voglio rassicurare tutti. Salvini ha espresso il suo parere, voleva dire che se qualcuno ha sbagliato deve pagare”, le parole di Bonafede.

Il Pd, dopo l’elezione di Martina, si è fatto sentire proprio con il neo segretario. “Di fronte all’incapacità del ministro dell’Interno di assolvere al suo compito, senza ogni volta buttarla in propaganda e provocare, Salvini dovrebbe dimettersi per il bene del Paese” ha attaccato l’ex ministro delle Politiche Agricole. Chi invece è uscito a pezzi da questa vicenda è Giuseppe Conte. Eterodiretto dalla coppia Salvini-Di Maio, ieri il presidente del Consiglio ha mostrato al mondo quanto poco conti la sua figura. L’intervento di Mattarella è stato decisivo. Se non fosse intervenuto il Colle, sarebbero stati problemi seri per l’Italia.

La questione principale è rappresentata dal continuo braccio di ferro tra i partiti di maggioranza. Così come è preoccupante l’intenzione di Salvini di tenere continuamente il punto. Sembra infatti che il segretario del Carroccio sia sempre alla ricerca dello scontro con i pentastellati. Ma se ogni imbarcazione carica di disperati rischia di provocare crisi istituzionali, cosa potrebbe accadere al momento delle trattative sulla legge di bilancio? I gruppi di interesse da accontentare sono tanti, da una parte e dall’altra, e le trattative appaiono in salita. Per questo Salvini potrebbe presto incassare il capitale politico guadagnato e portare il paese nuovamente alle elezioni. Prima, però, c’è da creare un incidente parlamentare. E l’occasione giusta potrebbe essere proprio la finanziaria dell’autunno prossimo.

F.G.

QUESTIONE DI DIRITTO

diciottiQuello dei migranti resta il tema preferito del (vice)premier Matteo Salvini. Dopo il braccio di ferro tra il ministro Toninelli e il ministro degli interni arriverà oggi a Trapani la nave Diciotti della Guardia Costiera con a bordo i 67 migranti salvati dal rimorchiatore italiano Vos Thalassa davanti alla Libia. Non vi è giorno che non batta sullo stesso tasto creando tensioni anche all’interno del governo tanto da condizionare l’intero esecutivo. Matteo Salvini continua infatti a ribadire la linea dura: “Prima di concedere qualsiasi autorizzazione – ha detto –  attendo di sapere nomi, cognomi e nazionalità dei violenti dirottatori che dovranno scendere dalla Diciotti in manette. Se su quella nave c’è gente che ha minacciato e aggredito non saranno persone che finiranno in albergo ma in galera – dice – quindi non darò autorizzazione allo sbarco fino a che non avrò garanzia che delinquenti, perché non sono profughi, che hanno dirottato una nave con violenza, finiscano per qualche tempo in galera e poi riportati nel loro paese”.

“Le minacce sul fronte Sud per quanto riguarda il terrorismo sono molto significative” ha detto oggi il premier Giuseppe Conte al suo arrivo al vertice Nato a Bruxelles, sottolineando l’importanza del rafforzamento dell’hub Nato di Napoli. “Dalla stessa immigrazione – ha detto – potrebbero arrivare rischi e pericoli di foreign fighter”. “L’incontro con Salvini” di stamattina “è andato molto bene, ci siamo aggiornati. A breve assumeremo iniziative italiane per dare continuità alle conclusioni del vertice Ue di giugno” ha precisato Conte.

In sostanza Conte ha preso la comanda da Salvini su cosa dire in tema di immigrazione. “Con Conte – ha detto Salvini – c’è una linea comune: rafforzare la sicurezza dei cittadini cittadini italiani ponendo al centro del Vertice il fatto che non possiamo essere lasciati soli”.

Infine Salvini ha parlato insieme al presidente del Consiglio del principio della condivisione da impostare con gli altri Paesi Ue sui flussi migratori. Il problema è che Salvini sta stringendo alleanze con quei Paesi i cui interessi sono opposti a quelli italiani. Un principio che piace all’Ungheria di Orban è ovviamente in contrasto con quelli utili al nostro Paese. Di conseguenza danno doppio. “La gestione del tema dei migranti – ha commentato il segretario del Psi Riccardo Nencini ospite alla trasmissione Coffee Break de La 7- è senza dubbio un tema delicato, ma nell’impostazione di questo governo c’è un punto debole e cioè’ che senza dubbio la questione va risolta a livello comunitario. Invece Salvini e Di Maio stanno scegliendo gli alleati sbagliati, perché se ti allei con chi non vuole la modifica del regolamento di Dublino e con i partiti del patto di Visegrád metti l’Italia in una posizione scomoda”.

“Abbiamo un nuovo Duce?” Si è chiede Enrico Buemi Responsabile Giustizia del Psi e Senatore nella XVII Legislatura dopo le ultime dichiarazioni di Matteo Salvini sui migranti. “Sarebbe utile – ha proseguito – che il Ministro degli interni Salvini rinfrescasse le sue conoscenze in materia di diritto costituzionale e di separazione dei poteri. L’insistenza con cui ripropone indicazioni precise di arresti di individui e negazione di accessi a mezzi navali, anche italiani, rappresenta una palese violazione delle autonomie dei singoli poteri e un’ingerenza politica-amministrativa ormai inaccettabile nei ministeri non di sua competenza”, ha sottolineato Buemi.

“Il persistere di tale comportamento non può non richiamare l’attenzione  dell’autorità competente in particolare quella giudiziaria per l’incitamento a comportamenti illegittimi, quali l’istigazione all’odio razziale e, d’altro canto, sarà necessario che qualcuno lo richiami alle proprie competenze impedendogli l’ingerenza ripetuta in quelle altrui e impedendogli di usurpare addirittura il ruolo del Presidente del Consiglio, anima bella ma impercettibile, e dei colleghi dei vari ministeri ai quali sottrae responsabilità e ruolo”, ha concluso il Senatore socialista.

STRETTA SOVRANISTA

RimpatriContinua la stretta sull’immigrazione imposta da Matteo Salvini. Dopo la stretta sugli sbarchi, arriva il giro di vite sull’asilo dei migranti. E questa volta il ministro Matteo Salvini fa pressione direttamente sulle prefetture con una circolare a prefetti e presidenti delle Commissioni per il riconoscimento della protezione internazionale, cui il ministro dell’Interno chiede personalmente “velocità e attenzione nel dare accoglienza a chi scappa veramente dalla guerra ma anche nel bloccare tutti coloro che non ne hanno diritto”.

Un giro di vite che preoccupa i funzionari dell’Unhcr che incontreranno la prossima settimana il ministro Salvini, con cui discuteranno della situazione dei richiedenti asilo. Lo ha reso noto il responsabile per il Sud Europa dell’agenzia Onu, Felipe Camargo. “Chiederemo di continuare a fare ciò che l’Italia ha fatto finora – ha detto -. L’Italia è stata generosa, ha offerto l’opportunità di protezione internazionale a chi lo ha richiesto. Chiederemo di accelerare le procedure e di essere sicuri che ci sia un’integrazione effettiva”.

Attualmente sono al vaglio 136mila richieste di asilo, si legge nella comunicazione del ministero guidato da Salvini: “Un numero significativo e con andamento crescente se si considera che lo scorso anno sono state presentate oltre 130mila istanze, di gran lunga superiori ai 119mila migranti sbarcati sulle nostre coste”. Poi il ministro Salvini mette sotto la lente di ingrandimento una norma introdotta nel 1998 sull’asilo. Secondo questa norma questo viene concesso quando ricorrono “seri motivi” di carattere umanitario, nei casi in cui non sussistono i requisiti per il riconoscimento della protezione internazionale”. Salvini la vuole depotenziare e rendere restrittiva perché secondo il leghista questa norma ha “di fatto legittimato la presenza sul territorio nazionale di richiedenti asilo non aventi i presupposti per il riconoscimento della protezione il cui numero, nel tempo, si è sempre più ampliato”. Così il ministro chiede di valutare con rigore questi “seri motivi”, che non possono essere “una mera constatazione di criticità”. Insomma porte chiuse. Si allinea con Salvini Giorgia Meloni, leader di Fdi. Il suo bersaglio la politica dell’accoglienza: “La protezione umanitaria – afferma – che esiste solo in Italia, consente a persone che non hanno diritto allo status di rifugiato di restare nella nostra nazione e va eliminata dal circuito dell’accoglienza”.

E il pugno di ferro sui migranti passa anche attraverso altri canali. Sempre oggi Salvini ha comunicato di aver spostato 42 milioni del budget del Viminale dall’accoglienza migranti ai rimpatri volontari. “Quello che fino a poco fa era un business che faceva arricchire pochi sulle spalle di molti – afferma – diventa un investimento in sicurezza. La voce è sempre quella, immigrazione, ma c’è modo e modo di usare i fondi che stanno sotto quella voce”. Intanto il ministro annuncia che la questione Brennero, diventata particolarmente calda negli ultimi giorni (con Vienna che si è detta pronta a introdurre “misure di protezione” al confine), sarà affrontata in un vertice a tre (Italia-Austria-Germania), previsto per mercoledì sera a Innsbruck.

Mentre si è svolta oggi una conferenza stampa del premier ungherese Victor Orban con Angela Merkel. “L’Ungheria non è lo stato di primo ingresso per i migranti – ha detto Victor Orban-. Ma lo è la Grecia”. “Non è nostro compito registrare i migranti che arrivano dalla Grecia non registrati. Noi pensiamo che la Germania debba rimandare indietro i migrati in Grecia e non in Ungheria”, ha aggiunto. “Si è chiarito che io e la cancelliera, che Germania e Ungheria vedono il mondo in un modo diverso. Ma aspiriamo a una stretta collaborazione”. Lo ha detto Victor Orban, oggi a Berlino, in conferenza stampa con Angela Merkel. “Sulla migrazione abbiamo prospettive molto diverse – ha sottolineato anche la cancelliera – per quel che riguarda Schengen e la distribuzione dei profughi. Collaboriamo bene, invece, per quel che riguarda Frontex e lo sviluppo in Africa, e il contrasto delle ragioni della fuga”, ha aggiunto Merkel.

Entra nella mischia anche il cancelliere austriaco Sebastian Kurz che ribadisce la lianea sovranista: “È la Germania che sta prendendo delle decisioni. Sono decisioni che potrebbero richiedere una nostra risposta”. Ha detto il cancelliere austriaco. L’Austria vuole “una soluzione europea”, cioè frontiere esterne più forti a salvaguardia di Schengen, ed è stata una “avanguardia” nel lottare per questo. “Non voglio speculare” su quanto faremo. “Siamo pronti per diversi scenari”.