Pensioni. La quota 100 mette in allarme la pubblica amministrazione

Quota 100

RIFORMA IRRAGIUNGIBILE PER LE DONNE

La riforma delle pensioni 2019, è stato detto dal presidente dell’Inps Tito Boeri, è maschilista. E a parte il numero uno dell’Inps non sono mancati altri commenti sulla Quota 100 che hanno evidenziato come si tratti di una misura che non favorisce certo le donne, visto che per loro raggiungere un’anzianità contributiva di 38 anni è tutt’altro che semplice. Orietta Armiliato, sulla pagina Facebook del Comitato Opzione donna social, ha al riguardo evidenziato: “Le Donne non sono e non vogliono essere spettatrici idiote del destino della loro pensione e dunque scrivono, partecipano, condividono il loro dissenso e lo disseminano ovunque. Si passano la voce, si documentano, si attivano e comprendono perfettamente che questa non è una manovra per donne, e dunque chiedono ai membri delle commissioni ed al Governo di inserire emendamenti in nostro favore nella Legge di Bilancio”.

Armiliato, a proposito della misura principale della riforma delle pensioni, ha sottolineato: “Quota 100 è irraggiungibile per le lavoratrici, sono tanti, troppi gli anni di contribuzione che sono richiesti dal provvedimento che stanno per proporre a meno che, non venga finalmente valorizzato e riconosciuto il ‘lavoro di cura’ che tutte le donne indistintamente per radicata convenzione socio-culturale (e opportunismo di comodo…) svolgono, lavorando di fatto h 24 per 365 giorni l’anno e 366 giorni ogni quattro anni fuori e dentro casa, a vantaggio di tutta la comunità”. Su questo fronte, però, non sembra che verrà fatto molto, anche se la richiesta avanzata dal Cods è parte integrante della piattaforma unitaria sindacale relativa alla previdenza.

Probabile nuova governance all’Istituto di previdenza

BRAMBILLA VERSO LA PRESIDENZA INPS

Novità in arrivo per l’Inps. A quanto ha appreso e diffuso l’Adnkronos il governo si accinge a modificare la governance dell’Istituto di previdenza reintroducendo il Cda al posto dell’attuale assetto commissariale che concentra gran parte dei poteri nelle mani del presidente. La misura sarà inserita nella manovra di bilancio assieme alla riforma Fornero attraverso un ddl collegato o un decreto legge.

L’accordo raggiunto tra Lega e M5S, sempre secondo quanto diramato dall’Adnkronos, prevedrebbe anche una accelerazione del ricambio al vertice dell’Inps dove l’attuale presidente Tito Boeri, nominato dal governo Renzi e in rotta con il vicepremier Matteo Salvini che più volte ne ha chiesto le dimissioni, verrebbe fatto decadere con l’entrata in vigore delle nuove norme sulla governance. L’accelerazione dell’esecutivo sarebbe arrivata anche a seguito delle ultime uscite del numero uno dell’Inps, sempre critico sulle scelte dell’esecutivo in materia previdenziale. Al suo posto, sempre stando alle stesse fonti, andrebbe Alberto Brambilla, da sempre vicino alla Lega e sottosegretario al Lavoro nei governi Berlusconi. Brambilla sarebbe comunque affiancato, oltre che dal ricostituito Cda, da un direttore generale indicato dal M5S.

Pensioni

QUOTA 100, STATALI IN ALLARME

La quota 100 nel pubblico impiego desta preoccupazione non solo nei sindacati ma anche nel ministro per la Pa Giulia Bongiorno che ha annunciato di voler emanare una norma ad hoc temendo esodi negli uffici. “Si deve garantire la continuità dell’azione amministrativa – ha recentemente detto Bongiorno ad ‘Agorà’ su Raitre – si valuterà che tipo di convenienza avrà il dipendente a usufruirne o meno. Perché non è detto che poi tutti ne usufruiranno” e andrà stabilito se dovranno dare “un preavviso”.

A stretto giro i sindacati hanno di riflesso parlato di possibili “penalizzazioni” e “disparità” per gli statali. Per Antonio Foccillo, segretario confederale Uil, la quota 100 potrebbe essere “l’ennesima norma che crea differenze tra pubblico e privato in quanto costringerà molti impiegati pubblici a rimanere più a lungo rispetto ai privati e sembra addirittura contraddire l’idea del turn over al 100% contenuta nel ddl concretezza” ha sostenuto Foccillo all’Adnkronos nel commentare l’approvazione del provvedimento al Cdm della scorsa settimana.

Per Serena Sorrentino, segretaria generale Fp Cgil invece, “le modifiche che si paventano sulle pensioni, ancorché non essere la cancellazione della legge Fornero, rischiano di non affrontare la penalizzazione che si determina nel pubblico impiego data dalla minore entità dell’assegno previdenziale, in virtù dell’anticipo di uscita rispetto al requisito ad oggi in essere per l’anzianità contributiva e l’erogazione del trattamento di fine rapporto dopo 27 mesi dal pensionamento”.

Comunque, ha ulteriormente aggiunto Sorrentino “se una quota di dipendenti deciderà di accedere a quota 100, l’effetto di esodo previsto nei prossimi tre anni si aggraverà. Per questo servono misure urgenti e straordinarie per lo scorrimento rapido delle graduatorie in essere, procedure concorsuali tempestive e stabilizzazione dei precari” ha sottolineato la sindacalista apprezzando la volontà di Bongiorno che ha annunciato una norma ad hoc anche per formulare concorsi rapidi ed omogenei, e laddove nel ddl concretezza per le assunzioni a tempo indeterminato si fa riferimento ai vincitori di concorso e allo scorrimento delle graduatorie nel limite massimo dell’80% delle facoltà di assunzione maturate per ogni anno.

La questione delle pensioni rappresenta in ogni caso “un aspetto delicato e dovrà essere oggetto di un confronto con i sindacati” ha dichiarato all’AdnKronos il segretario confederale della Cisl Ignazio Ganga. Va definito come la “quota 100 si può calare nel comparto pubblico – ha continuato – quindi invitiamo il ministro ad aprire un confronto rispetto alla materia previdenziale e a non fare l’errore di penalizzare i lavoratori pubblici”. Anche perché ha rimarcato Ganga “deve essere incentivato un sistema di relazioni sindacali partecipativo, le cui caratteristiche sono state definite nei nuovi contratti, per renderle più snelle ed efficaci”.

Inail

INORTUNI, AUMENTANO I MORTI SUL LAVORO

Aumentano i morti sul lavoro nei primi nove mesi del 2018. Da gennaio a settembre di quest’anno le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Inail sono state 834, 65 in più rispetto alle 769 denunciate nello stesso periodo del 2017 (+8,5%). L’aumento dei casi mortali è dovuto soprattutto all’elevato numero di decessi avvenuti lo scorso mese di agosto in confronto all’agosto 2017 (109 contro 65), alcuni dei quali causati da incidenti ‘plurimi’, ovvero quelli che causano contemporaneamente la morte di due o più lavoratori. I casi di infortunio denunciati all’Inail, invece, sono stati 469.008, in diminuzione dello 0,5% rispetto all’analogo lasso di tempo del 2017.

Decessi – I dati rilevati al 30 settembre evidenziano, a livello nazionale, un incremento sia dei casi avvenuti in occasione di lavoro, che sono passati da 551 a 581 (+5,4%), sia di quelli occorsi in itinere, in aumento del 16,1% (da 218 a 253). Nei primi nove mesi di quest’anno si è registrato un rialzo di 67 casi mortali (da 648 a 715) nella gestione Industria e servizi e di cinque casi in Agricoltura (da 100 a 105), a fronte di un decremento di sette casi nel Conto Stato (da 21 a 14).

Incidenti ‘plurimi’. L’ascesa dei casi mortali è dovuta soprattutto all’elevato numero di decessi avvenuti lo scorso mese di agosto rispetto all’agosto 2017 (109 contro 65), alcuni dei quali causati da incidenti ‘plurimi’, ovvero quelli che provocano contemporaneamente la morte di due o più lavoratori. Nel solo mese di agosto, infatti, si è contato lo stesso numero di vittime (36) in incidenti plurimi dell’intero periodo gennaio-settembre 2017. Tra gli eventi di quest’anno con il bilancio più tragico si ricordano, in particolare, il crollo del ponte Morandi a Genova e gli incidenti stradali avvenuti a Lesina e a Foggia, in cui hanno perso la vita numerosi braccianti. Allargando l’analisi dei dati ai primi nove mesi, nel 2018 tra gennaio e settembre si sono verificati in totale 18 incidenti plurimi che sono costati la vita a 66 lavoratori, in confronto ai 12 incidenti plurimi del 2017, che hanno determinato 36 morti.

Analisi territoriale. L’analisi territoriale mostra una crescita di 40 casi mortali nel Nord-Ovest (da 183 a 223), di 15 nel Nord-Est (da 196 a 211) e di 14 al Sud (da 165 a 179). Modeste flessioni si riscontrano, invece, al Centro (da 158 a 156) e nelle Isole (da 67 a 65). A livello regionale spiccano i 20 casi in più del Veneto (da 70 a 90) e i 19 in più della Lombardia (da 94 a 113). Cali significativi si riscontrano, invece, in Abruzzo (da 38 a 22) e nelle Marche (da 28 a 15). L’aumento rilevato nel raffronto tra i primi nove mesi del 2017 e del 2018 è legato prevalentemente alla componente maschile, i cui casi mortali denunciati sono stati 64 in più (da 696 a 760), mentre quella femminile ha contato un decesso in più (da 73 a 74). L’incremento ha interessato sia le denunce dei lavoratori italiani (da 649 a 698), sia quelle dei lavoratori extracomunitari (da 84 a 97) e comunitari (da 36 a 39).

Analisi per età. Dall’analisi per classi di età emerge come quasi una morte su due abbia coinvolto lavoratori di età compresa tra i 50 e i 64 anni, con un rialzo tra i due periodi di 67 casi (da 322 a 389). In progresso anche le denunce che hanno riguardato gli under 34 (da 132 a 154) e gli over 65 (da 59 a 62). In discesa, invece, le morti dei lavoratori tra i 35 e i 49 anni (da 256 a 229).

Infortuni – I casi di infortunio denunciati all’Inail sono stati 469.008, in flessione dello 0,5% rispetto al medesimo periodo del 2017. I dati rilevati allo scorso 30 settembre hanno evidenziato, a livello nazionale, un ridimensionamento dei casi avvenuti in occasione di lavoro, passati da 401.474 a 398.759 (-0,7%), mentre quelli in itinere, avvenuti cioè nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro, hanno fatto osservare un balzo pari allo 0,3%, da 70.044 a 70.249. Tra gennaio e settembre il numero degli infortuni denunciati è calato dello 0,5% nella gestione Industria e servizi (dai 375.499 del 2017 ai 373.670 casi del 2018), del 2,4% in Agricoltura (da 25.219 a 24.610) e del -0,1% nel Conto Stato (da 70.800 a 70.728).

Analisi territoriale. L’analisi territoriale mostra una sostanziale stabilità delle denunce di infortunio sul lavoro nel Nord-Ovest (-0,01%), una diminuzione al Centro(-2,0%), al Sud (-0,5%) e nelle Isole (-3,1%), e una lieve ascesa nel Nord-Est (+0,4%). Tra le regioni con le maggiori flessioni percentuali si segnalano la Provincia autonoma di Trento (-9,2%), la Valle d’Aosta (-5,0%) e l’Abruzzo (-4,1%), mentre gli incrementi maggiori sono quelli rilevati in Friuli Venezia Giulia (+4,1%), nella Provincia autonoma di Bolzano (+4,0%) e in Molise (+2,4%).

I lavoratori. Il decremento rilevato nel raffronto tra i primi nove mesi del 2017 e del 2018 è legato quasi esclusivamente alla componente femminile, che riscontra una caduta pari all’1,5% (da 167.631 a 165.145), rispetto al -0,01% di quella maschile (da 303.887 a 303.863). La discesa ha interessato gli infortuni dei lavoratori italiani (-1,7%) e di quelli comunitari (-0,4%), mentre per i lavoratori extracomunitari l’incremento è stato dell’8,0%. Dall’analisi per classi di età emergono decrementi per i lavoratori delle fasce 30-44 anni (-4,1%) e 45-59 anni (-1,4%). Viceversa, le classi fino a 29 anni e 60-69 anni registrano un aumento pari, rispettivamente, al +3,5% e al +5,2%.

Malattia – Dopo la diminuzione riscontrata nel corso di tutto il 2017, in controtendenza in confronto al costante aumento degli anni precedenti, nei primi nove mesi di quest’anno le denunce di malattia professionale protocollate dall’Inail sono tornate a lievitare, anche se a un ritmo sempre più decrescente nelle diverse rilevazioni mensili. Al 30 settembre scorso la crescita si è attestata al +1,8% (pari a 771 casi in più rispetto allo stesso periodo del 2017, da 43.312 a 44.083). Si tratta della variazione più bassa osservata quest’anno: a gennaio, infatti, l’aumento riscontrato era stato pari al +14,8%, a febbraio al +10,3%, a marzo al +5,8%, ad aprile al +5,5%, a maggio al +3,1%, a giugno al +2,5%, a luglio al +3,5% e ad agosto al 2,3%. L’incremento ha interessato in particolare l’Agricoltura, con un salto percentuale pari al 5,2% (da 8.397 a 8.831), e l’Industria e servizi, le cui denunce di malattia professionale sono schizzate dell’1,0% (da 34.387 a 34.739), mentre nel Conto Stato il numero delle patologie denunciate è diminuito del 2,8% (da 528 a 513).

Analisi territoriale. L’analisi territoriale evidenzia aumenti delle denunce al Centro (+809), dove si concentra oltre un terzo del totale dei casi protocollati dall’Istituto, al Sud (+385 casi), dove le tecnopatie denunciate sono quasi un quarto del totale, e nel Nord-Ovest (+120). In calo, invece, il dato del Nord-Est (-233) e delle Isole (-310). In ottica di genere si rilevano 850 denunce di malattia professionale in più per i lavoratori (da 31.412 a 32.262, pari al +2,7%) e 79 in meno per le lavoratrici (da 11.900 a 11.821, per una diminuzione dello 0,7%). L’innalzamento ha riguardato le denunce dei lavoratori italiani, passate da 40.494 a 41.237 (+1,8%) e quelle dei lavoratori comunitari, da 834 a 910 (+9,1%), mentre le denunce dei lavoratori extracomunitari sono calate del 2,4% (da 1.984 a 1.936).

Patologie. Le patologie del sistema osteo-muscolare e del tessuto connettivo (26.732 casi), con quelle del sistema nervoso (5.065) e dell’orecchio (3.369), nei primi nove mesi di quest’anno hanno continuato a rappresentare le prime tre malattie professionali denunciate e sono pari a circa l’80% del totale. Seguono le denunce di patologie del sistema respiratorio (1.973) e dei tumori (1.753).

Carlo Pareto

Naspi anche a chi lascia l’Italia. Statali in pensione dopo 9 mesi. Bonus Manovra per i 110 e lode

Inps
NASPI ANCHE A CHI LASCIA L’ITALIA

Una recente novità previdenziale riguarda la nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impiego (Naspi) che ha preso il posto di Aspi e mini-Aspi dal 1° maggio 2015. L’indennità  di disoccupazione è rivolta a tutti i lavoratori dipendenti che hanno perso involontariamente il lavoro, a cui vanno aggiunti gli apprendisti, i soci di cooperative che hanno stipulato un rapporto di lavoro in forma subordinata e il personale artistico inquadrato con rapporto di lavoro subordinato. Sono escluse dalla tutela le risoluzioni consensuali e le dimissioni, fatta eccezione per quelle per giusta causa e quelle rassegnate durante il periodo di tutela della maternità.
Il lavoratore disoccupato viene convocato dal centro per l’impiego, entro 2 mesi dalla data di licenziamento, per effettuare il primo colloquio conoscitivo e viene iscritto all’Anpal (Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro). Contestualmente stipula un patto di servizio che prevede la disponibilità a incontri di orientamento e formazione e l’accettazione di congrue proposte di lavoro.
In seguito al parere espressamente richiesto e fornito dal Ministero del lavoro, l’Inps ha di recente modificato parzialmente il suo orientamento in caso di espatrio del lavoratore: la Naspi infatti, in tale fattispecie, potrà essere percepita per tre mesi anche dai disoccupati che escono dall’Italia per soggiornare all’estero con momentanea sospensione degli obblighi previsti dalla legge.
Restano, invece, invariati i requisiti richiesti per accedere al trattamento economico di disoccupazione e cioè: nei quattro anni precedenti alla disoccupazione involontaria occorre aver maturato almeno 13 settimane di contribuzione e negli ultimi dodici mesi almeno 30 giornate di lavoro effettivo, con alcune eccezioni.
La durata della Naspi 2018, varia a seconda di quanti contributi si sono stati versati negli ultimi quattro anni prima del licenziamento involontario, ma la durata massima è di 24 mesi. Diverse le polemiche su quest’indennità, soprattutto sulla durata e sulla modalità di calcolo che, secondo i sindacati, penalizzano alcune categorie di lavoratori, tra cui gli stagionali.
Fine dell’Asdi
Tra le altre novità prefigurate per i lavoratori, nel corso di quest’anno, c’è stato l’addio all’Asdi, l’assegno sociale di disoccupazione che aveva preso il via a gennaio 2016 ed era riservato ai soggetti che avevano fruito già della Naspi per la durata massima.
Prorogato per tutto il 2017, dal 1° gennaio 2018 non è più in vigore e le risorse che prima erano destinate a questo assegno sono andate a finanziare il Reddito di inclusione (Rei).
Mentre è rimasta immodificata l’indennità di disoccupazione agricola, che spetta ai lavoratori agricoli, con almeno due anni di contribuzione Naspi versata e che abbiano accreditati sulla loro posizione assicurativa non meno di 102 contributi giornalieri corrisposti nei 24 mesi precedenti la domanda.
Nessuna novità è intervenuta anche per la Dis-coll, la disoccupazione pensata per i collaboratori coordinati e continuativi (con o senza progetto) rimasti senza lavoro. Per essere ammessi a beneficiare di tale prestazione – si ricorda – bisogna essere disoccupati, iscritti in via esclusiva alla Gestione separata Inps, non avere partita Iva e avere corrisposto almeno tre mensilità di contribuzione dal 1 gennaio dell’anno precedente.
L’assegno di ricollocazione
Un ulteriore importante innovazione, introdotta sempre nel 2018 con l’obiettivo di evitare i licenziamenti collettivi, ha interessato sia le aziende strategiche sia quelle allocate nelle aree di crisi complessa. E’ stato difatti reso possibile per il personale in Cigs accedere all’assegno di ricollocazione prima del licenziamento (in precedenza era indispensabile essere disoccupati da almeno 4 mesi) per poi iniziare un percorso finalizzato a un nuovo lavoro entro 12 mesi. L’assegno – si sottolinea – va dai 250 euro (al Sud, sotto i tre mesi di assunzione) ai 5mila euro (per un contratto di almeno un anno) e viene pagato al centro per l’impiego o all’agenzia privata accreditata a ricollocazione effettuata.
Importante, lo strumento della conciliazione protegge l’impresa da possibili contenziosi, mentre l’indennità è defiscalizzata per i primi nove mesi. Il lavoratore, invece, incassa la Cigs e partecipa attivamente alla ricerca del nuovo posto di lavoro. Una volta reperito, oltre al nuovo stipendio, potrà intascare anche il 50% della Cigs residua.

Lavoro
MALATTIA, QUANDO SCATTA IL LICENZIAMENTO

Licenziare un dipendente assente per malattia è possibile, ma solo al trascorrere di un determinato periodo di tempo. Nelle prime settimane di malattia, infatti, il dipendente non può essere licenziato visto che la legge lo tutela preservandolo da eventuali provvedimenti disciplinari da parte del datore di lavoro. Nel contempo il lavoratore percepisce un’indennità di malattia che nei primi tre giorni (periodo di carenza) è corrisposta dal proprio datore di lavoro, mentre per quelli successivi dall’Inps. Da parte sua il dipendente ha l’obbligo di comunicare l’assenza per malattia al datore di lavoro, di richiedere il certificato medico e di rispettare l’obbligo di reperibilità negli orari delle visite mediche.
Ma torniamo a parlare del licenziamento per malattia. Come anticipato questo non è possibile nei primi giorni, tuttavia una volta decorso un determinato arco di tempo – chiamato periodo di comporto – al datore di lavoro viene lasciata la libera facoltà di poter recedere anticipatamente il contratto di lavoro. È l’articolo 2210 del Codice Civile, precisamente nel II comma, a permettere il licenziamento per malattia una volta trascorso il periodo di comporto, il quale è quantificato dal CCNL a cui fa riferimento il lavoratore. Ad esempio, per gli impiegati con meno di 10 anni di servizio il periodo di comporto è di 3 mesi, mentre per quelli con anzianità superiore è di 6 mesi. Per avere la certezza di quanti giorni di assenza non bisogna superare, quindi, bisogna fare riferimento al contratto collettivo di riferimento.
Di solito, comunque, il periodo di comporto è pari a 180 giorni che tra l’altro è anche il limite annuo dei giorni di assenza per malattia che l’Inps retribuisce. Scaduto il 180esimo giorno, quindi, il dipendente non percepisce alcuna indennità sostitutiva. Prima di concludere è bene sottolineare che il periodo di comporto può essere secco, ossia quando fa riferimento a un’unica malattia ininterrotta, o anche per sommatoria, ossia quando nel calcolo si tiene conto di tutti i giorni di assenza per malattia effettuati nel corso dell’anno anche se non consecutivi.

Manovra
STATALI IN PENSIONE DOPO 9 MESI

Per i dipendenti della Pubblica amministrazione che usciranno con quota 100 sarà prevista una norma ad hoc, che conterrà “un preavviso di 9 mesi”. Lo ha detto il ministro della Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno, nel corso dell’Intervista di Maria Latella su SkyTg24, fornendo ulteriori dettagli sulla possibilità per gli statali di lasciare il lavoro usufruendo della nuova misura previdenziale promossa dal governo giallo-verde. “Voglio anche concorsi più veloci e unici, perché ci vuole omogeneità in preparazione”, ha aggiunto il ministro. Quanto al turn over, Bongiorno ha ribadito: “Ho sempre detto che investiremo nella pubblica amministrazione, a differenza dei precedenti governi. Con noi non si taglia. Abbiamo un turn over al 100%, quindi per 100 persone che escono ce ne saranno 100 che entrano. La norma è già finanziata”.

Manovra
BONUS PER I 110 E LODE

Tra gli interventi inseriti in manovra c’è poi il bonus lavoro per le giovani eccellenze italiane che riguarderà i datori di lavoro che assumono laureati da 110 e lode. I datori di lavoro – per un anno ed entro il limite di 8mila euro – potranno evitare di versare i contributi previdenziali (esclusi Inail) se assumeranno con contratto subordinato a tempo indeterminato laureati o dottori di ricerca in possesso dei requisiti. Si tratta di giovani che hanno riportato una votazione pari a 110 e lode che abbiano ottenuto il titolo “dal 1° gennaio 2018 al 30 giugno 2019 e prima del compimento del 30esimo anno di età, in università statali e non statali legalmente riconosciute, italiane o estere se riconosciute equipollenti in base alla legislazione vigente in materia, ad eccezione delle Università telematiche”.
Per i dottori di ricerca, invece, il titolo deve essere ottenuto “prima del compimento del 34esimo anno di età, in università statali e non statali legalmente riconosciute italiane ad eccezione delle Università telematiche”. L’esonero, si legge ancora, “è riconosciuto anche per assunzioni a tempo parziale, purché con contratto subordinato di tipo indeterminato. In tal caso, il limite massimo dell’incentivo è proporzionalmente ridotto”. L’esonero “si applica anche nei casi di trasformazione, avvenuta tra il 1° gennaio 2019 ed il 31 dicembre 2019, di un contratto a tempo determinato in contratto a tempo indeterminato fermo restando il possesso dei requisiti previsti alla data della trasformazione”.

Carlo Pareto

Reddito di cittadinanza, le incognite su Naspi e Rei

Lavoro

VOUCHER DA 10 EURO PER IL LAVORO DOMESTICO OCCASIONALE

La disciplina del “libretto famiglia” ha cambiato in maniera strutturale la regolamentazione, limitando l’uso delle prestazioni occasionali in ambito domestico, sia a livello soggettivo sia oggettivo.

In via preliminare, l’utilizzatore che intende registrarsi per espletare gli adempimenti previsti dev’essere in possesso del Pin dispositivo Inps. Se ne è sprovvisto, può farne richiesta all’Inps attraverso la procedura on line dedicata.

Dopo aver confermato i dati anagrafici e i recapiti contenuti nella banca dati Inps, nonché gli estremi di un documento di riconoscimento in corso di validità, il sistema emette un modulo che va stampato, firmato e riconsegnato – insieme a una copia del documento d’identità – tramite la procedura “converti Pin”, oppure via fax al contact center (numero gratuito 800 803 164) o, ancora, recandosi presso una sede Inps.

L’utilizzo del libretto di famiglia non prefigura oneri in materia di sorveglianza sanitaria. Infatti, i piccoli lavori domestici a carattere straordinario (compresi l’insegnamento privato supplementare e la cura e l’’assistenza ai bambini, agli anziani, ai disabili e agli ammalati) sono esclusi dall’applicazione delle norme in materia di salute e sicurezza sul lavoro (ex Dlgs 81/2008).

Resta però fermo il diritto del prestatore all’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, con corresponsione della relativa contribuzione all’Inail: sotto questo aspetto, è l’Inps che – dopo aver ricevuto il versamento da parte del committente – “gira” all’Inail la sua quota di pertinenza.

Non è previsto inoltre alcun limite orario quotidiano. Anche se bisogna tener conto che il prestatore – che viene assimilato al lavoratore subordinato per questi profili – ha diritto al riposo giornaliero, alle pause e ai riposi settimanali, secondo quanto stabilito dalle norme generali.

In merito al pagamento delle prestazioni, giova sottolineare che il prestatore è in parte responsabile del corretto accredito dei compensi.

Al momento della registrazione preventiva sulla piattaforma Inps, deve difatti indicare l’Iban del proprio conto corrente o il numero della carta di credito su cui l’Istituto provvederà a effettuare il pagamento. Nell’ipotesi in cui ci sia stata una segnalazione sbagliata delle coordinate, o non si sia provveduto in modo tempestivo a comunicare l’avvenuta variazione del conto corrente, l’Ente assicuratore non assume alcuna responsabilità sull’accredito non andato a buon fine.

Il prestatore ha, comunque, la possibilità di monitorare la propria attività “scaricando” il prospetto relativo alle prestazioni corrisposte attraverso la piattaforma informatica Inps, dove sono riportati i dati identificativi del committente, delle prestazioni e la specifica dei contributi dovuti.

Particolare attenzione va prestata alle soglie di utilizzo fissate dalla legge, che non bisogna sforare. Il prestatore può ricevere compensi di importo non superiore a 2.500 euro nel corso di ciascun anno civile (vale a dire il periodo che va dal 1° gennaio al 31 dicembre) per le prestazioni complessivamente rese in favore del medesimo committente.

L’importo da considerare ai fini della verifica dei limiti suddetti è il compenso netto percepito dal prestatore, a prescindere dal costo complessivo per l’utilizzatore. Pertanto, non si tiene conto del valore nominale orario del buono del libretto famiglia (10 euro), ma soltanto del compenso netto che va al prestatore (cioè 8 euro).

Nel caso in cui vengano superate le predette soglie numerarie, non sono stabilite sanzioni pecuniarie. Ma è previsto che il relativo rapporto si trasformi in un rapporto di lavoro subordinato a tempo pieno e indeterminato. La conversione del rapporto lavorativo scatta anche qualora si superi il tetto delle ore di prestazione consentito nell’arco dell’anno civile, che è fissato in 280 ore.

Quindi, se le parti si attengono a quest’ultima determinazione – poiché il compenso orario è pari a 8 euro e il limite annuo è pari a 280 ore – il prestatore potrà incassare, dal singolo committente, compensi che non vanno oltre ai 2.240 euro annui.

Nel complesso della propria attività occasionale resa in favore di più committenti privati, il singolo lavoratore potrà svolgere fino a 625 ore di lavoro annue.

Non è invece fissata alcuna sanzione in caso di omessa o tardiva comunicazione a titolo di rendicontazione della prestazione, a cura del committente: in caso di controlli – in base alle prove acquisite dagli organi di vigilanza – possono però essere comminate sanzioni legate all’omesso versamento della contribuzione.

Reddito di cittadinanza

ADDIO A NASPI E REI?

Il reddito di cittadinanza entrerà verosimilmente in vigore da marzo 2019. Ad oggi, però, gli interrogativi su questa misura per il contrasto alla povertà sono ancora molti. Ad esempio, ci si chiede se il reddito di cittadinanza sarà cumulabile o meno con il reddito di inclusione – conosciuto ai più con il nome di Rei – e con il trattamento di disoccupazione Naspi. A tale proposito giova ricordare che il Rei è quella misura di contrasto alla povertà, introdotta dal governo Renzi, riconosciuto alle famiglie con reddito inferiore ai 6.000 euro e consistente in un sostegno economico mensile che nel caso delle famiglie più numerose può arrivare fino a 539,82 euro.

La Naspi, invece, è l’indennità di disoccupazione che viene concessa dall’Inps a quei dipendenti che perdono il lavoro per cause indipendenti dalla loro volontà e che possono vantare almeno 13 settimane contributive negli ultimi 4 anni, oltre a 30 giorni di lavoro effettivo negli ultimi 12 mesi. Ebbene, secondo le ultime indiscrezioni sembra che entrambi questi strumenti potrebbero essere assorbiti dal reddito di cittadinanza, così che il Governo recupererà rispettivamente 2,5 miliardi (dal REI) e 1,5 miliardi (dalla Naspi).

Il Rei, quindi, verrà trasformato in reddito di cittadinanza, con il requisito economico, che sarà aumentato a 8.000 euro, mentre l’importo del contributo mensile sarà portato a 780 euro. Per questo motivo Rei e reddito di cittadinanza non saranno cumulabili tra di loro dal momento che concretamente saranno la stessa cosa.

Discorso differente per la prestazione di disoccupazione Naspi, che dovrebbe essere assorbita dal reddito di cittadinanza, ma senza alcuna trasformazione (se non nel nome). Il trattamento di disoccupazione, che in questi anni ha funzionato molto bene, quindi non verrà eliminata, né trasformata. Ci sembra improbabile, però, che questa sia cumulabile con il reddito di cittadinanza di 780 euro. Potrebbe spettare al disoccupato, pertanto, scegliere tra quali due strumenti optare.

Cessione del quinto della pensione

AGGIORNATI I TASSI

Dopo il decreto del Mef del 27 settembre 2018, in cui sono stati aggiornati i tassi effettivi globali medi (Tegm) praticati dalle banche e dagli intermediari finanziari, determinati ai sensi dell’articolo 2, comma 1, della legge n. 108/1996, con il messaggio n. 3629/18, pubblicato di recente, l’Inps ha aggiornato i tassi per i prestiti da estinguersi dietro cessione del quinto della pensione valevoli per il periodo 1° ottobre – 31 dicembre 2018.

I tassi soglia Taeg da utilizzare per i prestiti eseguibili con cessione del quinto concessi da intermediari finanziari in regime di convenzionamento ai pensionato in base alla classe d’età e d’importo sono così ridefiniti con decorrenza 1° ottobre 2018: fino a 59 anni 8,61 fino a 15mila euro, 7,14 oltre 15mila euro; da 60 a 64 anni 9,41 fino a 15mila euro, 7,94 oltre 15mila euro; da 65 a 69 anni 10,21 fino a 15mila euro, 8,74 oltre 15mila euro; da 70 a 74 anni 10,91 fino a 15mila euro, 9,44 oltre 15mila euro; da 75 a 79 anni 11,71 fino a 15mila euro, 10,24 oltre 15mila euro. L’Inps ricorda che le classi di età comprendono il compleanno dell’età minima della classe e che per età deve intendersi quella maturata a fine piano di ammortamento.

Statali

IMPRONTE DIGITALI CONTRO I FURBETTI DEL CARTELLINO

Rilevazione biometrica delle presenze dei lavoratori della pa. E’ una delle misure contenute nel ddl concretezza varato dal cdm. “Non è un provvedimento punitivo”, ha detto il ministro della Pa, Giulia Bongiorno, illustrando il provvedimento che, ha puntualizzato, punta “a contrastare i furbetti del cartellino”.

Il ddl prefigura dunque misure “per contrastare l’assenteismo dei dipendenti pubblici, prevedendo l’utilizzo generalizzato di sistemi di identificazione biometrica e di videosorveglianza per rilevare presenze e il rispetto dell’orario di lavoro” e “recepisce un’osservazione della Corte dei conti sulle stabilizzazioni effettuate nella precedente legislatura prevedendo, mediante una norma di interpretazione autentica, l’adeguamento dei fondi destinati al trattamento economico accessorio del personale in proporzione al numero delle nuove assunzioni”.

Il ddl ipotizza anche l’istituzione del Nucleo della concretezza che, in collaborazione con l’Ispettorato della funzione pubblica, svolge sopralluoghi e visite presso le singole amministrazioni, proponendo eventuali misure correttive con l’indicazione dei tempi di realizzazione; il ‘Piano triennale delle azioni concrete per l’efficienza delle pubbliche amministrazioni’ che contiene azioni dirette a garantire la corretta applicazione delle disposizioni in materia di organizzazione e funzionamento delle pubbliche amministrazioni e le azioni dirette ad implementare la loro efficienza, con indicazione dei tempi per la loro realizzazione; la mancata attuazione delle misure correttive determina responsabilità dirigenziale e disciplinare dei dirigenti e l’iscrizione dell’amministrazione in un’apposita ‘black list’; il coinvolgimento del Ministero dell’interno è assicurato sia nella fase di predisposizione del Piano, sia all’esito dei sopralluoghi mediante la trasmissione dei verbali al Prefetto competente, sia attraverso la possibile utilizzazione da parte del Prefetto o dei Commissari prefettizi del Nucleo della concretezza (in questi ultimi casi con il coinvolgimento del personale della Prefettura); l’assegnazione al Dipartimento di 53 unità di personale già appartenente alle pubbliche amministrazioni o da reclutare tramite concorso pubblico.

Inoltre il ddl “detta indicazioni per garantire assunzioni mirate e accelerare il ricambio generazionale. In particolare, per le pubbliche amministrazioni prefigura la possibilità di assumere personale a tempo indeterminato in misura pari al 100 % del personale cessato dal servizio nell’anno precedente; l’obbligo di reclutare, in via prioritaria, figure professionali con elevate competenze in materia di digitalizzazione, di razionalizzazione e semplificazione dei processi amministrativi, di qualità dei servizi pubblici, di gestione dei fondi strutturali e della capacità di investimento, di contrattualistica pubblica, di controllo di gestione e attività ispettiva; la possibilità di procedere, nel triennio 2019 – 2021, all’effettuazione di assunzioni, mediante scorrimento delle graduatorie ovvero tramite apposite procedure concorsuali indette in deroga alla normativa vigente in materia di mobilità del personale e senza la necessità della preventiva autorizzazione, da svolgersi secondo procedure semplificate e più celeri”.

Il ddl “contiene una disposizione finalizzata a prefigurare la sostituzione dei buoni pasto erogati in base delle Convenzioni BP 7 e BPE1, stipulate da Consip” e “prevede che le disposizioni della legge costituiscano principi fondamentali ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione e siano applicabili nelle regioni a statuto speciale e nelle province autonome di Trento e di Bolzano compatibilmente con i rispettivi statuti e le relative norme di attuazione”.

Carlo Pareto

Le ferie sono un diritto. Quando vanno pagate quelle non godute

Inps

A LUGLIO CROLLO RICHIESTE CIGS

Continuano a diminuire le richieste di cassa integrazione: a luglio le aziende hanno chiesto 14,5 milioni di ore di cassa con un calo del 25,7% rispetto a giugno e del 57,4% in confronto a luglio 2017. Nei primi sette mesi sono state chieste 139,5 milioni di ore di cassa con una flessione del 37,9% rispetto ai 224,6 dei primi sette mesi del 2017. Si sfiorano i livelli dei primi sette mesi del 2008, prima della crisi economica quando erano 118,27 milioni.

A giugno crescono invece le richieste di disoccupazione: nel complesso – secondo quanto si legge nell’Osservatorio sulla Cassa integrazione dell’Inps – sono state presentate 139.390 domande di NASpI e 2.081 di DisColl. Nello stesso mese sono state inoltrate 714 richieste di ASpI, miniASpI, disoccupazione e mobilità, per un totale di 142.185 domande, il +5,5% in confronto al mese di giugno 2017 (134.756 istanze). Rispetto a maggio si registra un aumento del 38,3%. Nei primi sei mesi dell’anno si registra una crescita del 4,9% con il passaggio da 726.232 a 762.228 domande nel complesso.

Tra gennaio e giugno 2018 i datori di lavoro privati hanno fatto nel complesso 3.892.000 assunzioni (+6,9%) mentre le cessazioni sono state 3.001.000 (+12,0%) con un saldo positivo di 891.000 contratti. Lo rileva l’Inps nell’Osservatorio sul Precariato sottolineando che per i contratti a tempo indeterminato la variazione netta è stata positiva per 140.000 unità. Il risultato è stato possibile anche grazie al buon andamento delle trasformazioni da tempo determinato a indeterminato (+84.000) che registrano un progresso del 58,7% sul primo semestre 2017.

Ferie non godute

QUANDO VANNO PAGATE

Le ferie sono un diritto irrinunciabile per il lavoratore, come sancito dall’articolo 36 della Costituzione. Ciò significa che il datore di lavoro non può impedire al dipendente di godere delle ferie di cui ha diritto e che il lavoratore, invece, non può assolutamente rinunciarci.

Non si può rinunciare alle ferie neppure dietro la promessa di ricevere una somma in denaro. Permettere all’azienda di pagare le ferie, infatti, sarebbe un disincentivo al loro utilizzo.

Nel dettaglio la legge sull’orario di lavoro – dlgs 66/2003 – stabilisce che il dipendente abbia diritto a 4 settimane di ferie ogni anno, 2 delle quali devono essere godute entro l’anno di maturazione in maniera consecutiva. Le altre 2 settimane, invece, devono essere godute entro i 18 mesi successivi, scaduti i quali l’Inps le considera comunque fruite dal punto di vista contributivo e quindi i datori di lavoro vi devono versare i contributi come se queste fossero state godute. Le ferie residue, quindi, non possono essere monetizzate dal dipendente, se non in alcuni casi eccezionali. Ad esempio, il dipendente assunto con contratto a tempo determinato con durata inferiore a un anno può rinunciare al godimento delle ferie maturate e chiedere all’azienda che queste gli vengano retribuite una volta concluso il rapporto lavorativo. Vengono pagate, inoltre, le ferie residue (quelle maturate durante l’anno e nei 18 mesi precedenti) al dipendente assunto con contratto a tempo indeterminato in caso di scioglimento anticipato del rapporto di lavoro.

C’è un altro caso, infine, in cui il lavoratore può farsi pagare le ferie. Bisogna infatti sapere che alcuni Ccnl prevedono delle regole più vantaggiose per i lavoratori, riconoscendo loro più giorni di ferie rispetto a quelli previsti dalla normativa vigente. Per questo motivo la legge riconosce loro la possibilità di monetizzare le ferie che eccedono le 4 settimane. Solo in questo caso, quindi, in alternativa al loro godimento si può richiedere il pagamento di un’indennità sostitutiva delle ferie.

Corte di Cassazione

AMIANTO: ULTIME NOVITÀ

Per avere diritto alla maggiorazione contributiva a seguito di esposizione all’amianto durante l’attività lavorativa, non è necessario che il lavoratore fornisca i dati esatti relativi alla frequenza e alla durata dell’esposizione. È sufficiente che si accerti tramite consulenza tecnica la rilevante probabilità di esposizione al rischio. Sulla base di questo ragionamento la Cassazione, con l’ordinanza 20934/2018 , ha accolto parzialmente il ricorso presentato da un lavoratore nei confronti dell’Inps.

L’accertamento della soglia minima di esposizione all’amianto necessaria per il conseguimento delle maggiorazioni contributive sulla pensione può essere accertata anche tramite elementi presuntivi. Lo ha precisato la Corte di Cassazione con l’ordinanza numero 20934/2018 depositata recentemente con la quale i giudici del Supremo Collegio hanno accolto le doglianze di un lavoratore ribaltando la sentenza della Corte d’Appello di Napoli. Il lavoratore aveva chiesto l’accertamento del diritto alla maggiorazione contributiva per esposizione all’amianto prevista dall’art. 13, comma 8 della legge 257/1992 per l’attività espletata a bordo di diverse navi come operaio motorista e frigorista allorché era stato esposto all’amianto senza adozione da parte datoriale di adeguate misure di protezione.

La Corte d’Appello aveva rigettato la domanda in quanto l’assicurato, sprovvisto della certificazione Inail di esposizione ultradecennale all’amianto, non era riuscito a dimostrare della soglia minima di esposizione prevista dal d.lgs. 277/1991 (100 ff/l per oltre dieci anni) limitandosi a pretendere il riconoscimento dell’invocato diritto sulla scorta della mera presenza di amianto nei luoghi di lavoro e del rischio di contrarre malattie professionali. Secondo la Corte d’Appello, in sostanza, l’assicurato sarebbe stato tenuto ad indicare e provare la c.d. soglia qualificata tramite un’apposita Ctu che nel caso di specie non era stato possibile esperire anche in ragione dell’elevato numero delle navi a bordo della quali egli aveva lavorato.

La tesi della Cassazione

La Corte di Cassazione ha tuttavia sconfessato, a seguito del ricorso presentato dai legali dell’assicurato, l’impostazione seguita dalla Corte di Merito. Accusata di essere troppo restrittiva. Secondo i giudici di Piazza Cavour, al fine di non rendere impossibile il riconoscimento del beneficio gravando il lavoratore di una probatio diabolica, sotto il profilo probatorio non risulta necessario che il lavoratore “fornisca la prova atta a quantificare con esattezza la frequenza e la durata dell’esposizione, potendo ritenersi sufficiente, qualora ciò non sia possibile, avuto riguardo al tempo trascorso e al mutamento delle condizioni di lavoro, che si accerti, anche a mezzo di consulenza tecnica, la rilevante probabilità di esposizione del lavoratore al rischio morbigeno, attraverso un giudizio di pericolosità dell’ambiente di lavoro, con un margine di approssimazione di ampiezza tale da indicare la presenza di un rilevante grado di probabilità di superamento della soglia indicata dalla legge (Cass. Sez. L, Sentenza n. 16119 del 01/08/2005, Sez. L, Sentenza n. 19456 del 20/09/2007)”.

In altri termini, in assenza di certificazione Inail, l’accertamento della soglia qualificata di esposizione può essere compiuto mediante il ricorso ad elementi di tipo presuntivo in tutti i casi in cui non sussista la materiale possibilità di accertare tramite Ctu il livello di inquinamento all’interno del luogo di lavoro, per il tempo trascorso e la rimozione delle fonti di inquinamento. Per tale ragione la Corte ha cassato la sentenza impugnata dall’assicurato rinviando la causa alla Corte d’Appello in diversa composizione.

Istat

PEGGIORA LA FIDUCIA DELLE FAMIGLIE E DELLE IMPRESE

Peggiora ad agosto il clima di fiducia di famiglie e imprese. Secondo le rilevazioni dell’Istat l’indice che misura la fiducia dei consumatori è sceso da 116,2 di luglio a 115,2; mentre l’indice composito del clima di fiducia delle imprese è passato da 105,3 a 103,8.

La flessione dell’indice di fiducia dei consumatori è dovuta principalmente al deterioramento della componente economica (da 141,3 a 136,6), mentre quella personale aumenta per il secondo mese consecutivo passando da 107,8 a 108,5. Un calo contenuto caratterizza sia il clima corrente (da 113,3 a 112,8) che quello futuro (da 120,9 a 119,3).

Guardando alle imprese, il clima di fiducia registra una dinamica negativa più accentuata nel settore manifatturiero (da 106,7 a 104,8) e nei servizi (da 105,9 a 104,7) rispetto alle costruzioni (da 139,9 a 139,3); in controtendenza il commercio al dettaglio dove l’indice aumenta da 102,7 a 104,2.

Carlo Pareto

Lavoro, rispuntano i voucher

Inps

CENSIMENTO 2017 LAVORATORI DOMESTICI

Nel 2017 i lavoratori domestici contribuenti all’Inps sono stati 864.526, con un decremento del’1% rispetto al 2016. Una più ampia diminuzione, spiega una nota dell’Ente, si è rilevata nel 2014 (-5,2%) e nel 2013 rispetto al 2012 (-5,1%), anno in cui si è registrato un forte aumento del numero di lavoratori per effetto della sanatoria riguardante i lavoratori extracomunitari irregolari.

Guardando all’identikit del lavoratore domestico in Italia, continua la nota dell’Inps, si nota una prevalenza di femmine, in crescita, che ha raggiunto nel 2017 il valore massimo degli ultimi sei anni, pari all’88,3 per cento. Tuttavia il fenomeno della regolarizzazione (anno 2012) interessa maggiormente i lavoratori di sesso maschile. I lavoratori sono per la maggior parte stranieri (il 73,1% del totale). Ma mentre per i lavoratori italiani si riscontra un andamento crescente, pari a +6,9% nel 2017, i lavoratori stranieri sono calati del 3,6% in confronto al 2016. L’Europa dell’Est è la zona geografica da cui proviene quasi la metà dei lavoratori stranieri, pari al 43,8 per cento. Guardando alla distribuzione del totale dei lavoratori nelle varie aree geografiche, nel 2017 il Nord-Ovest fa la parte del leone con il 29,7%; fanalino di coda sono le Isole col 9,3 per cento. La regione che svetta per maggior numero di lavoratori domestici è la Lombardia, con 156.092 lavoratori pari al 18,1%, seguita da Lazio (14,9%), Emilia Romagna (8,8%) e Toscana (8,6%). In queste quattro regioni si concentra più della metà dei lavoratori domestici in Italia.

Inps

A MAGGIO CASSA INTEGRAZIONE IN CALO

maggio il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 23,9 milioni, in calo del 39% rispetto allo stesso mese del 2017 (39,1 milioni). Lo rende noto l’Inps in un comunicato.

Le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate a maggio 2018 sono state 10,83 milioni: un anno prima, nel mese di maggio 2017, erano state 10,78 mln : di conseguenza, la variazione tendenziale è pari a +0,5%. In particolare, la variazione tendenziale è stata pari a -11,2% nel settore Industria e +28,4% nel settore Edilizia.

La variazione congiunturale registra a maggio rispetto al mese precedente un incremento pari al 19,4%. A maggio il numero di ore di cassa integrazione straordinaria autorizzate è stato pari a 12,8 mln, di cui 7,7 mln per solidarietà, registrando un calo del 52,4% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che registrava 26,9 milioni di ore autorizzate. A maggio rispetto al mese precedente si registra una variazione congiunturale pari al +27,7%.

Gli interventi in deroga sono stati pari a 0,2 mln di ore autorizzate a maggio, in flessione dell’84,2% se raffrontati con maggio 2017, mese nel quale erano state autorizzate 1,4 milioni di ore. La variazione congiunturale registra a maggio rispetto al mese precedente un decremento pari al 29,3%.

Quanto alle domande di disoccupazione, ad aprile 2018 sono state presentate 118.361 richieste di NASpI e 1.150 di DisColl. Nello stesso mese sono state inoltrate 1.876 domande di ASpI, miniASpI, disoccupazione e mobilità, per un totale di 121.387 istanze, il 14,9% in più rispetto al mese di aprile 2017 (105.631domande).

Dati lavoro occasionale – Nei primi quattro mesi del 2018 la consistenza dei lavoratori impiegati con Contratti di Prestazione Occasionale (CPO), si è attestata tra le 15.000 e le 19.000 unità con un importo mensile lordo medio pari a circa 253 euro. E’ quanto emerge dai dati dell’Osservatorio sul precariato diffuso recentemente dall’Inps sottolineando che “il fenomeno risulta, come del resto implicito nella normativa, di dimensioni modeste”. Per quanto invece attiene ai lavoratori pagati con i titoli del Libretto Famiglia (LF), ad aprile 2018 si sono superati i 6.000 lavoratori impiegati con un importo mensile lordo medio pari a 325 euro.

Lavoro

RISPUNTANO I VOUCHER

“I voucher sono stati ipocritamente cancellati per una scelta politica, ma in alcuni settori sono fondamentali e vanno reintrodotti”. Non ha dubbi il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che parlando recentemente al Festival del Lavoro a Milano, ha fatto rispuntare l’ipotesi di un ritorno ai buoni lavoro. Parole che hanno trovato il plauso del ministro delle Politiche Agricole Gian Marco Centinaio, il quale si è detto pronto a reintrodurre i voucher in agricoltura, come peraltro previsto nel contratto di governo.

A commentare positivamente la proposta è stata anche la Coldiretti secondo la quale con i voucher “circa 50mila posti di lavoro occasionali possono essere recuperati con trasparenza nelle attività stagionali in campagna dove con l’estate sono iniziate le attività di raccolta e presto ci sarà la vendemmia”. Secondo il presidente della Coldiretti, Roberto Monclavo si tratta infatti di una decisione importante, “fortemente sostenuta dalla Coldiretti dopo che la riforma ha di fatto praticamente azzerato questa opportunità in agricoltura per integrare il reddito delle categorie più deboli ma anche per avvicinare al mondo dell’agricoltura giovani studenti o mantenere attivi anziani pensionati”.

Il voucher – o buono lavoro – , come strumento di retribuzione del lavoro occasionale è stato introdotto nel 2003 dal secondo governo Berlusconi. Ogni voucher aveva un valore di 10, 20 e 50 euro. Tramite la procedura telematica sul sito dell’Inps, il committente poteva acquistare i buoni lavoro in diverse modalità: pagamento online, modello F24 Elide o bollettino postale. Per il lavoratore il tetto dell’importo era di 7mila euro.

I ‘vecchi’ voucher sono stati aboliti lo scorso anno dal governo Gentiloni e poi riformulati con il decreto legge 50, convertito dalla legge 96/2017 che distingue tra utilizzo non professionale (libretto famiglia, da usare ad esempio per colf e badanti) e utilizzo professionale (tramite il contratto di prestazione occasionale). Inoltre è stato introdotto un tetto unico ai compensi da 5 mila euro, ma il lavoratore non può ricevere più di 2.500 euro l’anno dal medesimo datore di lavoro.

Inail

NEL 2017 MENO MORTI MA NEL 2018 +3,7% NEI PRIMI 5 MESI

E’ stata recentemente presentata la relazione annuale dell’Inail: nel 2017 nuovo minimo morti sul lavoro: 617, il 58% dei quali ‘in itinere’ ovvero nei percorsi casa-lavoro. Nei primi cinque mesi del 2018, invece, secondo gli ‘open data’ dell’Istituto, sono arrivate all’Inail 389 denunce di infortunio mortale con un aumento del 3,7% rispetto allo stesso periodo del 2017 (14 casi in più).

Inail: 617 morti accertate sul lavoro nel 2017, nuovo minimo

Nel 2017 sono state accertate al momento 617 morti sul lavoro (il 58% fuori dall’azienda) a fronte delle 1.112 denunce arrivate. Se anche i 34 casi ancora in istruttoria risultassero tutti riconosciuti sul lavoro si arriverebbe a 651 morti con un calo del 2,8% (rispetto ai 670 del 2016) al minimo storico dal 1951. Lo si legge nella Relazione annuale dell’Inail. Le denunce di infortunio sono state 641.000 in linea con il 2016 e ne sono state riconosciute sul lavoro 417.000 di cui il 19% fuori dall’azienda. Gli infortuni sul lavoro hanno causato circa 11 milioni di giornate di inabilità con costo a carico dell’Inail: in media 85 giorni per infortuni che hanno provocato menomazione e circa 21 giorni in assenza di menomazione. Le denunce di malattie professionali nell’anno sono state 58.000, circa 2.200 in meno rispetto al 2016 ma in aumento del 25% rispetto al 2012. Il 65% delle denunce riguarda patologie del sistema osteomuscolare. A fine anno erano in essere 726.000 rendite per inabilità permanente e ai superstiti (-2,56% sul 2016).

La maggioranza degli incidenti mortali sul lavoro è sulla strada. Su 617 incidenti mortali accertati 450 sono stati “in occasione di lavoro” e 167 in itinere, ma tra quelli riconosciuti in occasione di lavoro (e quindi durante le ore di lavoro e non nel tragitto per arrivare o tornare dall’ufficio o dalla fabbrica) 193 sono stati “con mezzo di trasporto” e 257 senza mezzo di trasporto. Per i morti in occasione di lavoro ma senza mezzo di trasporto si è registrato un calo del 16,5% sul 2016 e del 27,8% sul 2015. Questi dati – ha spiegato il presidente dell’Inail – Massimo De Felice sono importanti perché “intervenire sulle fonti di rischio esterno è diverso da farlo su quelle di rischio interno. I meccanismo di sicurezza non sono un costo e non devono essere considerati dai lavoratori evitabili sulla base dell’esperienza”. Per l’industria e i servizi gli infortuni mortali sono stati 532 (152 dei quali in itinere) mentre nell’agricoltura sono stati 74 (8 in itinere) e 11 per conto dello Stato (7 in itinere). La grande maggioranza dei morti accertati sul lavoro erano italiani (514) mentre 33 provenivano da altri paesi dell’Unione e 70 erano extracomunitari. Quasi la metà degli infortuni mortali accertati (287, il 46,5%) ha riguardato persone con più di 50 anni. Tra questi 55 morti hanno riguardato persone con più di 65 anni.

Inail: 389 denunce infortuni mortali primi 5 mesi (+3,7%)

Nei primi cinque mesi del 2018 sono arrivate all’Inail 389 denunce di infortunio mortale con un aumento del 3,7% rispetto allo stesso periodo del 2017 (14 casi in più). E’ stato reso noto alla Relazione annuale dall’Inail che sottolinea come l’aumento riguardi solo i casi avvenuti in itinere, ovvero nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro (passati da 104 a 118), mentre per quelli occorsi “in occasione di lavoro” le denunce sono state 271 in entrambi i periodi.

Inail: auspicio per ‘rating sicurezza’, algoritmo per imprese

Occorre “poter definire uno standard pubblico (un algoritmo) per assegnare alle imprese (che vogliano) un ‘rating in sicurezza’. Ci sono esperienze in proposito, da prendere a esempio e sviluppare”. E’ questo “l’auspicio” espresso dal presidente dell’Inail, Massimo De Felice, in occasione della relazione annuale 2017. Oggi, ha poi aggiunto De Felice, “la prevenzione contro i rischi, già impegnativi nei processi di lavoro tradizionali, diventa problema più arduo nel controllo delle nuove ‘forme di lavoro’ (il ‘crowd working, il ‘lavoro su piattaforma’, lo ‘smart working’)”. E’ quindi “viva l’esigenza di regolamenti per ben definire la tutela assicurativa: dovendo individuare, in particolare, il confine tra lavoro subordinato, collaborazione continuata e continuativa etero-organizzata, lavoro autonomo”. Il presidente dell’Inail ha poi constatato come comunque continui “l’impegno delle imprese nell’attività di mitigazione dei rischi negli ambienti di lavoro”, tanto che nel 2017 “si sono avute circa 27 mila istanze di riduzione del tasso di tariffa per meriti di prevenzione (documentate con interventi effettuati nel 2016), con una riduzione di premi versati di circa 198 milioni di euro”. Sempre in tema di prevenzione, oltre alla vigilanza esterna, svolta dagli ispettori, resta, ha sottolineato De Felice, “essenziale” promuovere anche quella ‘interna’, ovvero quella “svolta da lavoratori, datori di lavoro e parti sociali”.

Carlo Pareto

Inps, conto alla rovescia per i versamenti

Inps

ENTRO IL 10 LUGLIO IL VERSAMENTO ALL’INPS

E’ scattato il conto alla rovescia per il versamento dei contributi Inps relativi a colf e badanti. Entro martedì 10 luglio prossimo tutte le famiglie che si avvalgono della collaborazione di personale domestico dovranno saldare la rata relativa al secondo trimestre (aprile – giugno 2018). Nella consapevolezza che la riforma Fornero ha introdotto un contributo addizionale dell’1,40% in caso di contratto a tempo indeterminato.

Le novità contributive.

Con la circolare 25 dell’8 febbraio 2013 l’Inps ha fornito per la prima volta due tabelle: una da utilizzare per i lavoratori assunti a tempo indeterminato e l’altra per i rapporti a termine. Nel caso l’orario non superi le 24 ore settimanali, per entrambe le tipologie di contratto i contributi orari sono commisurati a tre diverse fasce di retribuzione effettiva. Quando, invece, si sforano le 24 ore il contributo orario diventa fisso.

Il contributo addizionale

Ma la vera novità anche di questo 2018 rimane sempre il versamento del contributo addizionale dell’1,40% all’Inps. Nel caso, comunque, il contratto di lavoro a tempo determinato venga trasformato in tempo indeterminato, il contributo addizionale a carico del datore di lavoro viene restituito per gli ultimi sei mesi di rapporto. Inoltre, a partire dal 1° gennaio 2013, per effetto dell’articolo 2 della legge 92/2012 – la cosiddetta riforma Fornero – l’assicurazione contro la disoccupazione involontaria è stata prima sostituita dall’Assicurazione sociale per l’impiego (Aspi) poi dall’attuale Naspi.

Retribuzione

Sul fronte della retribuzione sono in vigore i nuovi minimi per il 2018, diversificati a seconda dell’inquadramento e della tipologia di mansione. Come ogni anno, i minimi sono stati aggiornati sulla base delle rilevazioni Istat da una apposita commissione istituita ad hoc.

Il versamento

La corresponsione dell’obbligo assicurativo essere effettuata, a scelta, con uno dei seguenti mezzi: 1) rivolgendosi ai soggetti aderenti al circuito “Reti Amiche”; Il pagamento è disponibile, senza necessità di supporto cartaceo, presso: – le tabaccherie che espongono il logo “Servizi Inps” ; – gli sportelli bancari di Unicredit Spa; – tramite il sito Internet del gruppo Unicredit Spa per i clienti titolari del servizio di Banca online; – a partire dalla fine del 2011, inoltre, il versamento senza bollettino può essere praticato anche presso tutti gli sportelli di Poste Italiane, con le modalità prefigurate per il circuito Reti Amiche. 2) online sul sito Internet www.inps.it nella sezione “Servizi Online/Per tipologia di utente/Cittadino/Pagamento contributi lavoratori domestici”, utilizzando la carta di credito; 3) utilizzando il bollettino Mav – Pagamento mediante avviso – inviato dall’Inps o generato attraverso il sito Internet www.inps.it, nella sezione “Servizi Online/Per tipologia di utente/Cittadino/Pagamento contributi lavoratori domestici”, pagabile senza commissione presso le banche oppure presso gli uffici postali, con addebito della commissione; 4) telefonando al Contact Center numero verde gratuito 803164, impiegando la carta di credito. Si ricorda per ogni opportunità che qualunque sia la modalità scelta, segnalando il codice fiscale del datore di lavoro e il codice rapporto di lavoro, è proposto l’importo complessivo per il trimestre in scadenza, calcolato in base ai dati comunicati all’assunzione o successivamente variati con l’apposita segnalazione. I dati esposti (ore lavorate, retribuzione, settimane) e il conseguente importo, determinato automaticamente, possono sempre essere modificati: – dichiarando i dati da sostituire all’operatore, se la corresponsione avviene tramite Reti Amiche o Contact Center; – facendo ricorso alla procedura a disposizione sul sito Internet per corresponsioni online o per generare un nuovo Mav stampabile. Soltanto nel caso di rapporti di lavoro a carattere temporaneo, occasionale e di breve durata, è possibile ricorrere alla modalità di versamento tramite i buoni lavoro (voucher). Di seguito si riporta la tabella dei contributi relativi all’anno di riferimento 2018:

Rapporti di lavoro di durata fino a 24 ore settimanali – retribuzione oraria effettiva – contributo orario (tra parentesi la quota a carico del lavoratore) con Cuaf (*) senza Cuaf

Retribuzione oraria Contributo orario con Cuaf Contributo orario senza Cuaf*

fino a 7,97 euro 1,51 (0,35) 1,51 (0,35)

da 7,97 euro fino a 9,70 euro 1,70 (0,40) 1,71 (0,41)

oltre 9,70 euro 2,07 (0,49) 2,08 (0,49)

più di 24 ore settimanali 1,10 (0,26) 1,10 (0,26)

(*) Il contributo Cassa Unica Assegni Familiari (Cuaf) è sempre dovuto, esclusi i casi di rapporto di lavoro tra coniugi e tra parenti o affini entro il terzo grado conviventi. (parenti: figli, fratelli o sorelle e nipoti; affini: genero, nuora e cognati). Fra parentesi è invece indicata la quota parte a carico del lavoratore. Se la colf però lavora più di 24 ore settimanali presso la stessa famiglia l’onere previdenziale complessivamente dovuto è di 1,10 euro (0,26) (o di 1,10 (0,26) senza Cuaf) a prescindere dalla retribuzione oraria effettivamente percepita. Da ricordare, infine, che la prossima scadenza, quella relativa al pagamento del 3° trimestre 2018 (periodo luglio – settembre 2018), sarà per il 10 ottobre prossimo.

Gli altri adempimenti

L’appuntamento trimestrale con i contributi Inps o quello mensile con la busta paga non è l’unica incombenza cui sono tenute le famiglie che utilizzano personale domestico. Dalla tipologia del contratto da scegliere alla sua risoluzione, dalla retribuzione alla corretta gestione delle ferie, dei permessi e delle malattie fino al trattamento di fine rapporto sono infatti tante le questioni da affrontare e gestire.

Lavoro

NUOVO NUMERO INAIL

Finora, per chiamare il contact center dell’Inail – Istituto Nazionale Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro – era necessario digitare il numero verde Inps.

Entrambi gli istituti, infatti, hanno gli stessi numeri di telefono: uno gratuito per chi chiama da linea fissa (803 164) e un altro a pagamento per chi utilizza il cellulare (06 164 164). Tuttavia le cose sono cambiate a partire dall’1 luglio 2018 da quando cioè l’Inail ha in dotazione un proprio numero di telefono dedicato.

A differenza però di quanto avvenuto fino adesso, chiamare l’Inail non sarà gratuito poiché non è stato ancora previsto al momento alcun numero verde per coloro che necessitano di informazioni in merito ad infortuni sul lavoro e malattie professionali. Infatti, il nuovo numero Inail (06.6001) è a pagamento e il costo dipende dalle tariffe adottate dal gestore telefonico di ciascun utente. Il nuovo contact center è in ogni caso attivo per 5 giorni a settimana – dal lunedì al venerdì – dalle 09:00 alle 18:00. Dall’1 luglio 2018, quindi, per avere informazioni su pratiche di competenza dell’Inail, non bisogna più contattare il numero verde Inps.

All’Istituto Nazionale Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro si possono chiedere informazioni in merito alla normativa sulla prevenzione e sicurezza sul lavoro, sul premio assicurativo e sulle prestazioni riabilitative e di reinserimento sociale e lavorativo in caso di infortunio. Il numero, inoltre, è utile anche per le casalinghe che vogliono sottoscrivere l’assicurazione contro gli infortuni domestici.

Solo IL 47% ai consumi

PER LE 14ESIME 6,8 MLD

Tempo di quattordicesime. Tra la seconda metà di giugno e la prima di luglio saranno quasi 7,5 milioni gli italiani che riceveranno la mensilità in più, per un importo medio di 1.250 euro per i dipendenti e di 480 euro per i pensionati, per un totale di circa 6,8 miliardi. “Un’iniezione di liquidità consistente, di cui però meno della metà (il 47%, pari a 3,2 miliardi) andrà in consumi”.  È quanto emerge dalle elaborazioni dell’Ufficio Economico Confesercenti sulla base dei dati Istat e un survey SWG.

“Buona parte dello stipendio aggiuntivo – il 29%, o 2 miliardi di euro – verrà infatti usata per le spese fisse e per saldare conti in sospeso e debiti con il fisco, tra cui le ultime rate della rottamazione delle cartelle esattoriali. Ma cresce decisamente anche la quota di risparmiatori, che quest’anno accantoneranno quasi 1,6 miliardi (il 23%) quasi 600 milioni in più dello scorso anno”.

Carlo Pareto

Inps, come funziona la pensione di cittadinanza

Inps

COME COMUNICARE LA MALATTIA

L’Inps è un ente pubblico che si occupa dei lavoratori dipendenti/autonomi e dei pensionati. Relativamente agli occupati del settore pubblico/privato, chi si ammala è obbligato a comunicare l’insorgenza dell’evento all’Inps. Ai lavoratori, infatti, inidonei temporaneamente a svolgere l’attività lavorativa a causa di una malattia (come l’influenza o la frattura di un arto) viene riconosciuta un’indennità economica dall’Inps. Nella fattispecie l’Istituto si fa carico di una parte della retribuzione che spetta al lavoratore dipendente nel corso della sua assenza dal posto di lavoro. L’importo ed il periodo temporale coperto da questa assistenza economica varia in funzione di alcuni parametri. Innanzitutto viene considerato il settore lavorativo di appartenenza (agricoltura, industria e terziario o lavoratori marittimi). Ma rileva pure la tipologia di accordo contrattuale (tempo determinato o indeterminato). E si tiene conto anche di ulteriori specifiche posizioni professionali (apprendisti, disoccupati, lavoratori sospesi o autonomi iscritti alla gestione separata). Le predette categorie di lavoratori vengono comunque accomunate dall’iter procedurale seguito per notificare l’assenza dal posto di lavoro. Vediamo brevemente come bisogna comunicare la malattia all’Inps.

Occorrente: Certificato medico; Dati anagrafici; Indirizzo di domicilio; Pec o fax o raccomandata a/r (eventuale); Certificato di ricovero e dimissioni (eventuale).

L’azione di partenza che il lavoratore ammalato deve compiere è quella di recarsi a visita dal proprio medico di famiglia, per richiedere il rilascio del certificato di malattia. Il compito di inoltrare all’Inps tale referto in modalità telematica compete direttamente al professionista. Durante questa fase iniziale, il lavoratore deve prestare molta attenzione nel comunicare al proprio medico ogni suo dato anagrafico corretto e l’indirizzo preciso del domicilio presso cui è degente. Quest’ultima informazione servirà per controllare l’effettiva indisposizione del lavoratore attraverso un’eventuale visita fiscale. Che potrà essere disposta in determinate fasce orarie ed ha l’obiettivo di verificare la reale incapacità lavorativa temporanea dell’ammalato. Se durante il periodo di malattia si rende necessario il cambiamento dell’indirizzo per la reperibilità, il lavoratore è espressamente tenuto a comunicare all’Inps di appartenenza l’avvenuta modifica tramite Pec, fax o raccomandata con ricevuta di ritorno (a/r).

Dopo aver inviato la comunicazione online della malattia all’Inps, il lavoratore infermo non avrà più l’obbligo di far giungere il referto sanitario al proprio datore di lavoro. Quest’ultimo ha difatti la possibilità di visionare tale attestazione legale ricorrendo agli appositi servizi informatici resi specificamente disponibili dall’Inps.

Nell’ipotesi in cui il medico di famiglia si trova nell’impossibilità di eseguire la trasmissione obbligatoria della comunicazione telematica attestante la temporanea incapacità lavorativa, l’ammalato dovrà far pervenire il referto di malattia all’Inps ed il relativo attestato al datore di lavoro entro 48 ore dal rilascio.

Nel caso, invece, si tratti di un ricovero in ospedale o di un accesso al pronto soccorso, l’attestazione sanitaria di ricovero e dimissione rilasciata dalla struttura ospedaliera purtroppo difficilmente viene inoltrata telematicamente. Di conseguenza tali eventi si dovranno comunicare in modo cartaceo, anche se trascorsi oltre 2 giorni dal rilascio. Ad ogni modo la comunicazione andrà effettuata prima del termine di prescrizione della prestazione sanitaria.

Sempre con riferimento ai certificati di malattia riguardanti la giornata passata in ospedale o al pronto soccorso, giova fare una importante precisazione. Vengono considerati efficaci dall’Inps soltanto le attestazioni contenenti precipue tipologie di elementi. Quelli in particolare attinenti alle informazioni anagrafiche relative al lavoratore ammalato, alla data di rilascio, alla firma leggibile dello specialista e alla diagnosi medica comportante la temporanea incapacità lavorativa.

Se la malattia insorge in un Paese straniero, occorre distinguere tra due procedure alternative. Qualora ci si trovasse in uno Stato appartenente all’Unione Europea, bisogna applicare le medesime leggi esistenti nel Paese di residenza del lavoratore ammalato. Se l’evento si manifesta all’interno di un Paese extracomunitario che non ha stipulato con l’Italia degli accordi ad hoc in materia, la competenza è dell’Ambasciata italiana. Tale rappresentanza diplomatica dovrà pertanto farsi carico delle azioni necessarie per legalizzare il certificato di malattia.

In conclusione, si consiglia quindi, di non dimenticare mai: di prestare molta attenzione all’esattezza delle informazioni e dei dati inseriti nel certificato medico; e di comunicare l’eventuale modifica relativa all’indirizzo di domicilio con un congruo anticipo.

Pensione di cittadinanza

COME FUNZIONA

Nel contratto del ‘Governo del cambiamento’, sottoscritto da Movimento 5 Stelle e Lega, c’è la pensione di cittadinanza, lo strumento con il quale si farà in modo che nessun pensionato si trovi a vivere in condizioni di povertà. L’importo di riferimento per questa interessante misura è di 780 euro. Ciò significa che qualora il pensionato si trovi al di sotto della soglia di povertà avrà diritto a un’integrazione della pensione fino al raggiungimento del suddetto importo. Quindi chi ha problemi economici e ad esempio percepisce un assegno di soli 400 euro, che non gli permette di vivere una vita dignitosa, beneficerà di un incremento di 380 euro, così da arrivare ai 780 euro suddetti. L’importo di riferimento dovrebbe subire un incremento a seconda del numero di familiari a carico ad esempio per la coppia si sale a 1.170 euro. Questo aspetto però non è stato approfondito dal testo del contratto di Governo, quindi per saperne di più dovremo attendere la sua attuazione.

Naturalmente la pensione di cittadinanza non sarà riconosciuta a tutti coloro che percepiscono una pensione inferiore all’importo minimo prestabilito, ma solo a chi ha un reddito e un patrimonio insufficiente per vivere una vita dignitosa e di conseguenza si trova in una condizione di povertà. Uno strumento senza dubbio ambizioso come tra l’altro lo è l’introduzione del reddito di cittadinanza ma allo stesso tempo oneroso. Per quanto riguarda il reddito e la pensione di cittadinanza una buona parte del finanziamento dovrebbe arrivare dall’Europa. Come si legge nel contratto di governo, infatti, M5S e Lega contano di avviare un dialogo nelle sedi comunitarie per chiedere l’applicazione del provvedimento A8-0292/2017 con cui il Parlamento europeo garantisce l’utilizzo del 20% del Fondo Sociale Europeo per l’istituzione del reddito di cittadinanza (che comprende anche la pensione) anche in Italia, unico Paese dell’UE insieme alla Grecia a non aver ancora adottato uno strumento simile per il contrasto alla povertà.

Inail

MALATTIA PROFESSIONALE

Per malattia professionale s’intende quella patologia strettamente connessa al tipo di lavoro e all’influenza negativa che esercita sulla propria vita in termini salutari. A differenza dell’infortunio che ha effetto immediato sul lavoratore, la malattia professionale si manifesta con il passare del tempo, e agisce sull’organismo in modo lento e progressivo.

Si parla di malattia professionale quando si è esposti ad agenti pericolosi o tossici che a lungo andare possono compromettere la salute sica dell’individuo.

Si pensi ad esempio all’operaio edile che lavora in magazzini dove vi è un continuo rumore assordante derivato dalle macchine utilizzate. Col passare del tempo, l’esposizione a questi rumori continui, potrebbe far emergere problemi di sordità, strettamente connessi al contatto prolungato con l’ambiente lavorativo. Ecco che si parla di Ipoacusia, malattia che comporta un indebolimento acustico graduale con reali conseguenze per tutto l’apparato uditivo.

Da cosa può essere provocata una malattia professionale

– Rischio ambientale: come inalare sostanze tossiche in modo continuo, oppure essere esposti a rumori meccanici o essere esposti a radiazioni

– Atti ripetuti: frequenti movimenti che caratterizzano la lavorazione e provocano a lungo termine dolori muscolo/scheletrici che comportano limitazioni a livello articolare.

Chi può richiedere la malattia professionale

I lavoratori più colpiti dalle conseguenze salutari derivanti l’ambiente

lavorativo, sono quelli facente parte del settore agricolo e industriale. Ad essi, dopo aver accertato la malattia professionale, spetta un’indennità riconosciuta dall’Inps attraverso riabilitazioni di carattere economico, sanitario e riabilitativo.

La tutela dell’Inail è prevista sia per i lavoratori pubblici che privati ed è estesa sia per le categorie autonome come gli artigiani o gli agricoltori diretti.

Cosa si deve fare per denunciare la malattia professionale

1. Avvertire il medico curante, che dopo un’analisi approfondita del disagio salutare e delle cause derivate, emette un certificato di malattia professionale che dovrà essere portato al proprio datore di lavoro entro 15 giorni dall’emissione del referto.

2. Consultare le tabelle formulate dall’Inps dove sono indicate le malattie professionali riconosciute e controllare tutti i dettagli presenti, come nome della malattia, derivazione, indennizzo. Le tabelle prefigurate si dividono per i due settori, industriale e agricolo e sono presenti all”indirizzo ufficiale dell’Inail.

3. Dopo aver consegnato il certificato al datore di lavoro, quest’ultimo ha tempo 5 giorni per inoltrarlo all’Inail in modalità telematica, attraverso una apposita procedura attiva sul sito Inail che offre il modo di descrivere minuziosamente la situazione lavorativa, come il luogo di lavoro, le possibili esposizioni, l’orario di durata delle mansioni…ecc..

4. L’Inail, a seguito dell’invio della documentazione completa da parte del datore di lavoro, invita il lavoratore a presentarsi presso una delle proprie sedi per effettuare una visita medica di controllo. Se impossibilitati ad eseguire questi step, è possibile scaricare il modulo direttamente dalla pagina web dell’Inail per avviare l’iter di certificazione della malattia.

Carlo Pareto

Inps. Arriva un concorso pubblico per quasi mille posti di lavoro

Inps

A MARZO CIG IN CALO

A marzo il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 21,9 milioni, in diminuzione del 40,9% rispetto allo stesso mese del 2017. Lo rende noto l’Inps. Le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate sono state 9,8 milioni, in calo del 7,5% in confronto a marzo 2017.

In particolare, la variazione tendenziale è stata pari a ‐21,3% nel se ore Industria e +29,2% nel se ore Edilizia. Rispetto al mese precedente le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate sono aumentate dell’1,4%. Per quanto riguarda la cassa integrazione straordinaria, sono state autorizzate a marzo 11,8 milioni di ore, di cui 5,9 milioni per solidarietà, con una diminuzione del 41,7% rispetto a marzo 2017 e del 7,8% in confronto al mese di febbraio. Infine, le ore autorizzate per interventi in deroga sono state 0,4 milioni, in calo del 94% rispetto a marzo 2017 e del 48,4% in confronto al mese precedente.

A febbraio sono state presentate 107.967 domande di Naspi e 438 domande di Aspi, mini Aspi, disoccupazione e mobilità, per un totale di 108.405 domande, in aumento del 2,3% rispetto a febbraio 2017.

Inps

ARRETRATI APE VOLONTARIA

E’ da poco terminata la prima fase dell’Ape volontaria, il prestito pensionistico che consente di ritirarsi in anticipo dal lavoro al raggiungimento di 63 anni di età ﴾63 anni e 5 mesi dal 2019﴿ con venti anni di contributi previdenziali versati a un’unica gestione. Infatti, i pensionandi che volevano ricevere le rate del prestito maturate da maggio 2017 ﴾la misura era contenuta nella legge di Bilancio dell’anno scorso﴿ avevano tempo fino al mese scorso per presentare la domanda.

A questo proposito occorre ricordare che potevano essere trasmesse online ﴾attraverso il portale www.inps.it tramite Spid, il servizio pubblico di identità digitale﴿ o per mezzo di intermediari abilitati come i Caf e i patronati.

Al 17 aprile risultano essere state presentate 1.242 richieste di arretrati su un totale di 1.736. Considerato il poco tempo a disposizione, dai sindacati ﴾soprattutto dalla Cgil e dalla Cisl﴿ sono fioccate le proteste. In primo luogo, perché la tempistica molto stretta ha costretto i consulenti a un superlavoro in quanto non sempre il richiedente poteva essere a conoscenza dell’ammontare dell’assegno futuro. In secondo luogo, perché il sindacato avrebbe voluto spuntare condizioni ancor più favorevoli per coloro che intendono ritirarsi anticipatamente dal lavoro.

Grazie all’adesione di Intesa Sanpaolo ﴾per la parte assicurativa relativa alla premorienza di colui che riceve il prestito sono in campo UnipolSai e Allianz﴿, l’Inps ha finalmente potuto dare il via alle procedure di inoltro delle istanze. L’istituto finanziatore eroga un reddito ponte da restituire al momento tramite 240 rate per 20 anni. Ad esempio se si considera il caso di un lavoratore dipendente residente a Milano nato a maggio del 1955, egli può richiedere l’Ape dal prossimo ottobre e riceverlo da novembre. Sui 2mila lordi di pensione attesa, il prestito copre fino a un massimo di 1.163,20 euro. Se volesse ottenere 1.100 euro mensili da novembre, il costo complessivo fino a maggio 2022 ﴾quando compirà 67 anni e potrà accedere alla pensione Inps﴿ sarà di poco superiore a 68.100 euro. La quota di rimborso mensile sarà di 286,65 euro ﴾371,94 euro di costo del finanziamento meno 85,29 euro di credito d’imposta﴿.

Un lavoratore autonomo iscritto alla gestione separata Inps nato a settembre del 1952 e residente a Roma che attende una pensione di 1.500 euro può chiedere 900 euro al mese inclusi gli arretrati per 29 mensilità. Il costo complessivo sarebbe di 36.048,23 con una rata mensile da restituire di 154,80 euro. Il prestito potrà essere chiesto fino alla fine del 2019, ma alcune forze politiche già spingono per una sua stabilizzazione. Secondo le stime presentante di recente dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, la platea potenziale si attesterebbe a circa 300mila persone per il 2018.

Lavoro

CONCORSO PER MILLE POSTI ALLINPS

Un concorso pubblico per quasi mille posti di lavoro all’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale. E’ stato infatti pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 27 aprile 2018 n° 34, il bando di concorso pubblico, per titoli ed esami, a 967 posti di consulente protezione sociale nei ruoli del personale dell’INPS, area C, posizione economica C1.

Per poter poter partecipare al concorso è necessaria, fra gli altri requisiti, una laurea magistrale o del ‘vecchio ordinamento’. La domanda, debitamente compilata, deve essere presentata utilizzando il servizio online entro e non oltre le ore 16 del 28 maggio 2018.

Sicurezza sul lavoro

IN ARRIVO 150 ISPETTORI

Si rafforza l’impegno sulla sicurezza del lavoro per cercare di ridurre al minimo gli incidenti, aumentando la prevenzione e i controlli in azienda.

A breve – ha spiegato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti che oggi ha incontrato i rappresentanti di imprese e sindacati oltre al presidente dell’Inail, Massimo De Felice – partiranno i concorsi pubblici per l’assunzione di 150 nuovi ispettori che si aggiungeranno agli oltre 4mila (compresi quelli Inps e Inail) già attivi. Il decreto che dà il via libera alla predisposizione dei bandi infatti è arrivato alla fase finale ma è probabile che ci vorranno diversi mesi perché i nuovi assunti entrino in servizio.

L’Ispettorato sul lavoro si aspetta la candidatura di decine di migliaia di giovani. Al momento sono concentrati sulla sicurezza nell’edilizia 280 ispettori “tecnici” con lauree in Ingegneria e Architettura.

«Per affermare una cultura della sicurezza e rafforzare la prevenzione – ha sottolineato Poletti – dobbiamo partire da un lavoro ancora più approfondito di analisi dei fenomeni, anche rafforzando lo scambio e l’utilizzo condiviso dei dati e delle informazioni di cui dispongono i diversi soggetti preposti all’attività di controllo. Bisogna anche puntare ad assicurare una maggiore coerenza tra rispetto delle norme ed azioni concrete, per esempio verificando che la formazione si traduca in effettivo apprendimento per chi la riceve. Senza trascurare la necessità di favorire lo sviluppo e la diffusione di tecnologie innovative che possono determinare una maggiore sicurezza nelle condizioni di lavoro».

La sicurezza nei luoghi di lavoro – ha detto la segretaria generale della Cisl Annamaria Furlan ricordando l’ultimo caso di incidente mortale sul lavoro – «è un’emergenza nazionale. Saremo in piazza il Primo maggio per dire: ora basta». Anche la Uil chiede «maggiore impegno sul tema della sicurezza evitando “l’assuefazione” agli incidenti. Ci sono ancora troppi morti sul lavoro – ha detto il leader del sindacato, Carmelo Barbagallo – anche se la ripresa è ancora debole». La Cgil chiede un aumento dei controlli con «una strategia nazionale e interdisciplinare contro gli infortuni».

Economia

LAVORO OCCASIONALE NON DECOLLA

Nonostante le polemiche e il dibattito in corso sono ancora poco meno di 600mila gli addetti che nel 2017 hanno svolto un’attività lavorativa nel nostro Paese per meno di 10 ore alla settimana. Per l’esattezza, 592mila, secondo i calcoli dell’Ufficio Studi della Cgia, ovvero il 2,6% del totale (poco più di 23 milioni di occupati): di questi, 389mila hanno prestato servizio come dipendenti e gli altri 203mila come lavoratori autonomi.

Peraltro – aggiunge l’associazione – se rispetto al 2007, il numero complessivo dei lavoratori saltuari è aumentato del 20,3 per cento dal 2014 – con un picco di 631mila unità – il numero di questi lavoratori è leggermente in calo sia a seguito della ripresa occupazionale sia della riforma dei voucher avvenuta l’anno scorso che ha “aumentato” il ricorso al lavoro irregolare. Due su tre addetti della cosiddetta ‘gig economy’ sono donne occupate, principalmente, nei servizi alla persona, come domestiche, baby-sitter, badanti, o al servizio di attività legate alla cura della persona (parrucchiere, estetiste, centri benessere, etc.). Un altro comparto dove si concentra un’incidenza molto elevata di occupati saltuari è l’alberghiero-ristorazione e i servizi alle imprese.

Gli over 65 sono i più numerosi: l’incidenza degli occupati con meno di 10 ore alla settimana sul totale dei lavoratori della stessa fascia demografica è pari al 6,9 per cento; seguono i giovani tra i 15 e i 24 anni (4,7 per cento). In valore assoluto il segmento che raggruppa il maggior numero di occupati della ‘gig economy’ è quello tra i 45-54 anni (156 mila su una popolazione lavorativa di quasi 7 milioni di persone).

L’area territoriale dove queste prestazioni occasionali sono più diffuse è il Centro: se a livello nazionale l’incidenza dei lavoratori saltuari sul totale degli occupati presenti in Italia è pari al 2,6 per cento, nel Centro la quota sale al 3 per cento. In termini assoluti, invece, è il Mezzogiorno la ripartizione geografica che presenta il numero più elevato: degli 592 mila, 171 mila lavora al Sud, 148 mila sia al Centro sia a Nordovest e 125 mila a Nordest.

“Questi dati – ha segnalato il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – evidenziano che la cosiddetta gig economy, sebbene in forte espansione, alimenta un’occupazione on demand ancora molto contenuta. Le opportunità offerte dai siti, dalle applicazioni e dalle piattaforme web, ad esempio, stanno riempendo le nostre strade di ciclo corrieri, ma i cosiddetti piccoli lavoretti sono ancora ad appannaggio di settori tradizionali, come i servizi alla persona, e in quelli dove è molto elevata la stagionalità. Ambiti, tra l’altro, dove la presenza degli stranieri è preponderante”.

“Ovviamente – ha concluso il segretario della Cgia, Renato Mason – questi 592mila lavoratori occasionali sono sottostimati. Sappiamo benissimo che questo settore presenta delle zone d’ombra molto estese, dove il sommerso la fa da padrone. Tuttavia, è interessante notare che queste occupazioni regolari sono ad appannaggio soprattutto di donne e pensionati e servono ad arrotondare le magre entrate familiari, soprattutto al Sud”.

Carlo Pareto

‘Resto al Sud’: in arrivo incentivi per rimanere nel Mezzogiorno

Indennità economica di malattia

NUOVE DISPOSIZIONI INPS SUI RICOVERI IN PRONTO SOCCORSO

Nell’ambito delle evoluzioni del Sistema sanitario nazionale, è sempre più diffusa la casistica di permanenza di pazienti presso le unità operative di pronto soccorso di durata anche prolungata.

In molte strutture ospedaliere per affrontare queste situazioni sono state istituite le c.d. Strutture semplici OBI (Osservazione Breve Intensiva) e DB (Degenza Breve – struttura nata in base a specifiche delibere regionali), spesso annesse alle unità operative di pronto soccorso; ovviamente, ulteriori denominazioni potrebbero essere utilizzate dalle varie autonomie locali per individuare strutture con medesimo ruolo funzionale delle OBI e DB. Vi sono strutture ospedaliere che – non avendo deliberato la costituzione delle nominate strutture OBI e DB (o altre con medesima finalità funzionale) come entità esplicitamente autonome – espletano tale funzione direttamente in regime di pronto soccorso.

La permanenza di pazienti in tali strutture può variare sensibilmente e durare anche alcuni giorni, qualora le condizioni del malato richiedano un chiarimento o nel caso in cui l’appropriato reparto di ricovero non sia immediatamente accessibile.

In tali casi la permanenza di un paziente presso il pronto soccorso presenta le medesime caratteristiche del ricovero ospedaliero e tale deve quindi essere considerata ai fini della tutela previdenziale, ove prevista, e della correlata certificazione medica da produrre.

Quindi, nei casi in cui i trattamenti o l’osservazione presso le unità operative di pronto soccorso richiedano ospitalità notturna, deve applicarsi, nell’ambito della tutela previdenziale della malattia, la medesima disciplina prevista per gli eventi di ricovero ospedaliero.

Assegno pensione Inps

APRILE CAMBIA DATA

La pensione di aprile ha tardato ad arrivare. Complice la Pasqua e Pasquetta, che sono caduti nel primo e nel secondo giorno del mese, il pagamento dell’assegno da parte dell’Inps è slittato a martedì 3 aprile. E questo ha riguardato sia gli accrediti alle Poste che presso gli istituti bancari. Il nuovo calendario delle pensioni è stato deciso con la legge di bilancio 2018. “Al fine di razionalizzare e uniformare le procedure e i tempi di pagamento delle prestazioni previdenziali corrisposte dall’Inps, i trattamenti pensionistici, gli assegni, le pensioni e le indennità di accompagnamento, erogati agli invalidi civili, nonché le rendite vitalizie dell’Inail – si legge sul sito dell’Inps – sono posti in pagamento il primo giorno di ciascun mese o il giorno successivo se il primo è festivo o non bancabile, con un unico mandato di pagamento, ove non esistano cause ostative”.

Colf

BADANTE IN NERO COSA SI RISCHIA dell’irregolarità della colf con lo Stato

La badante e la colf, così come ogni altro lavoratore, deve essere assunto regolarmente e denunciato all’Inps; quest’obbligo ovviamente compete al datore e non alla collaboratrice familiare. Se il datore non vi attende è responsabile personalmente per il lavoro in nero. In questo caso si formano due tipi di inadempienze, la prima dovuta alla mancata comunicazione dell’assunzione; la seconda all’omessa iscrizione all’Inps. Queste più nel dettaglio le sanzioni conseguentemente prefigurate nella fattispecie:

la prima sanzione scatta per l’omessa o la ritardata comunicazione dell’assunzione all’Inps, va da 200 a 500 euro per ogni lavoratore e che bisogna corrispondere al centro per l’impiego. Non è una sanzione di tipo penale ma amministrativo;

la seconda penalità scatta per il lavoro nero in sé ossia per l’inosservanza dell’obbligo della denuncia all’Inps; per tale comportamento, che è complementare al primo, la Direzione Provinciale del Lavoro può applicare al datore di lavoro una sanzione pecuniaria che va da 1.500 euro a 12mila per ciascun lavoratore in nero, maggiorata di 150 euro per ciascuna giornata di lavoro effettivo, cumulabile con le altre sanzioni amministrative e civili persistenti contro il lavoro in nero.

Sempre nei confronti dello Stato, il datore di lavoro è inoltre responsabile per l’evasione dei contributi previdenziali. Le sanzioni sono pari al tasso del 30% su base annua calcolate sull’importo dei contributi omessi con un massimo del 60% e un minimo di 3mila euro, a prescindere dalla durata della prestazione lavorativa accertata. Anche per una sola giornata di lavoro in nero il datore di lavoro può essere punito con la penalità minima applicabile di 3mila euro.

Questa sanzione ovviamente si cumula con quelle amministrative sopra indicate per la mancata comunicazione dell’assunzione e l’omessa iscrizione all’Inps.

Se il versamento degli oneri contributivi avviene con un ritardo di non oltre 12 mesi le sanzioni si riducono per un massimo del 40% sull’importo dovuto nel trimestre o sulla cifra residua da pagare.

Se, invece, la badante in nero è anche irregolare, ossia è immigrata senza il permesso di soggiorno, in tale ipotesi il datore di lavoro rischia l’arresto da tre mesi a un anno e l’ammenda di 5mila euro per ogni lavoratore impiegato.

Ma i problemi non si esauriscono qui. Anzi, il peggio deve ancora venire. Se si è remunerato la badante in nero è verosimile che non si è conservato alcuna dimostrazione tracciabile del pagamento del compenso stabilito. Generalmente i soldi, in queste situazioni, si danno per contanti di volta in volta. Ebbene, se non si è fatto firmare nulla la lavoratrice potrà citare il datore di lavoro fino a cinque anni dopo la cessazione del rapporto di lavoro sostenendo che non le sono stati mai versati gli stipendi, la tredicesima, la quattordicesima, i permessi, le ferie e il Tfr. E se anche si riuscisse a dimostrare il contrario, ossia che è stata compensata, è lecito supporre che l’importo corrisposto sia stato inferiore in confronto a quello previsto dal contratto collettivo nazionale; il che significa che si dovrebbe integrare le mensilità con quanto dovuto per legge. Oltre a ciò si è comunque tenuti a versare i contributi previdenziali.

L’incentivo per i giovani imprenditori

RESTO AL SUD

Fuga dal Sud. Alla ricerca di un lavoro e di un futuro, sono migliaia i giovani che abbandonano il Mezzogiorno e, con il loro bagaglio di anni di studi, affrontano veri e propri viaggi della speranza, di notte, in autobus, per arrivare al mattino nelle località del Centro e Nord Italia e tentare la carta del concorso pubblico.

“Ho mandato curriculum in giro – ha affermato a Labitalia Carla, nome di fantasia – e nessuno mi ha risposto. Ho avuto qualche chiamata, però o in nero, oppure avrei dovuto aprire partita Iva e lavorare sotto cooperativa. Questo tipo di offerte sinceramente non era proprio il caso di accettarle”. E c’è chi, come Manuela, da anni fa su e giù per lo Stivale. “Ne ho fatti tanti di concorsi – ha raccontato – e questi viaggi sono molto stancanti e sacrificati sia per noi che per le nostre famiglie”. “Non c’è niente qui, provo a fare tutti i concorsi – ha detto Antonella- e prima o poi si spera di passarne qualcuno. Eventualmente, se si vincerà un concorso, mancherà la famiglia, ma per il lavoro si fa questo e altro”.

Ma per chi ha ancora la forza di restare nella propria terra, e di valorizzarla, adesso c’è ‘Resto al Sud’: l’incentivo gestito da Invitalia con una dotazione di 1.250 milioni di euro, che sostiene la nascita di nuove attività imprenditoriali avviate da giovani nelle regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia).

Le agevolazioni sono rivolte agli under 36. Ciascun imprenditore può ottenere 50mila euro, fino a un massimo di 200mila nel caso di più imprenditori. Le agevolazioni coprono il 100% delle spese e prevedono: un contributo a fondo perduto pari al 35% del programma di spesa e un finanziamento bancario pari al 65%, garantito dal Fondo di Garanzia per le pmi.

Gli interessi del finanziamento sono interamente coperti da un contributo in conto interessi. Chi vuole presentare la domanda può rivolgersi ai numerosi enti convenzionati con Invitalia (comuni, università, associazioni) per ricevere supporto gratuito per la predisposizione del progetto d’impresa.

Antonio, tra coloro che hanno presentato la domanda su www.invitalia.it, ha sottolineato: “Sono estremamente soddisfatto. Ho saputo di questo incentivo tramite il web. Aspettavo da alcuni anni che uscisse un’agevolazione che mi permettesse di restare al Sud e investire nella mia terra. Il nostro progetto si basa sulla produzione di cosmetici che vengono creati ‘su misura’, sulle esigenze delle persone che hanno caratteristiche diverse, dalla pelle al ph. Vogliamo aprire un laboratorio in Campania, appunto grazie ai fondi di ‘Resto al Sud'”.

Il nuovo incentivo ha rappresentato un’opportunità anche per Giuseppe, che vuole avviare ad Avellino un’attività di prototipazione, stampa 3D e produzione artigianale di arredi e complementi d’arredo con l’utilizzo di materiali quali il legno, il ferro battuto e la plastica. “Dopo la laurea in architettura – ha spiegato il ragazzo – ho cercato lavoro e contemporaneamente ho seguito la mia passione per la falegnameria e da lì è nata l’idea di restare nella mia terra sfruttando gli incentivi pubblici. Altrimenti sarei stato costretto a salire al Nord o addirittura all’estero come tanti altri miei colleghi”.

“Mi ha colpito molto – ha sottolineato – la rapidità della risposta di Invitalia, visto che l’esito positivo è arrivato a meno di un mese dalla presentazione della domanda. La velocità è quindi uno dei punti di forza di questo strumento”.

Dunque, il viaggio della speranza verso altre regioni o all’estero si può trasformare, grazie agli incentivi di ‘Resto al Sud’, in un percorso imprenditoriale da compiere nella propria terra d’origine.

Fisco

5 ANNI PER BATTERE CASSA

Il fisco ha cinque anni per battere cassa e riscuotere i debiti. E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza numero 1997. La suprema Corte si è espressa in particolare su un caso di debiti con Equitalia: una cartella di pagamento “per imposta di registro e accessori per l’anno 1996”. In quel caso non c’è stato, scrivono gli Ermellini, “nessun accertamento giudiziale definitivo tra la notifica della cartella di pagamento e la relativa iscrizione al ruolo avvenuta in data 23 novembre 1999, per i crediti del 1996, e l’avviso di mora notificato il 18 marzo 2009 e oggetto del presente ricorso”. L’effetto è, aggiunge la Suprema Corte, accogliendo il ricorso del debitore, che “deve ritenersi prescritto il diritto, azionato ben oltre il termine di prescrizione quinquennale per esso previsto”.

Carlo Pareto

Previdenza. Versamenti volontari: entro il 31 marzo il pagamento all’inps

Previdenza

VERSAMENTI VOLONTARI: ENTRO IL 31 MARZO IL PAGAMENTO ALL’INPS

Scade sabato 31 marzo, il termine ultimo utile per corrispondere all’Inps i contributi volontari relativi al terzo trimestre dell’anno corrente (Ottobre – Dicembre 2017). Al riguardo è appena il caso di precisare che nel 2017 per coprire un anno di contribuzione volontaria occorre una spesa minima di 2.903 euro. E se si è stati autorizzati dopo il 31 dicembre del 1995 si deve addirittura spendere 522 euro in più. Entro la fine del corrente mese – come già indicato in apertura – scade quindi il termine per il pagamento riferito al trimestre ottobre – dicembre, l’ultimo dei quattro appuntamenti previsti per l’anno appena passato (il primo del 2018 è infatti fissato al 30 giugno prossimo). L’aumento registrato nel 2017, in confronto al 2014 (ultimo incremento intervenuto per effetto dell’inflazione zero rilevata dall’Istat nel 2015 e 2016), è dovuto alla consueta lievitazione delle retribuzioni di riferimento, aggiornate all’1,1% per via dell’inflazione. La «volontaria» – si ricorda – coinvolge numerosi ex lavoratori (soprattutto donne) che hanno scelto di continuare l’assicurazione provvedendo in proprio, con lo scopo di maturare comunque il diritto alla pensione. Da un’occhiata sommaria alle tabelle, i cui parametri vigenti nel 2017 sono indicati in un’apposita, specifica circolare Inps, si nota facilmente come costa sempre di più «farsi» una prestazione pensionistica da soli, per chi si è ritirato prima del tempo dall’attività lavorativa. Non solo, ma in passato – giova sottolinearlo – la sola autorizzazione al versamento ha costituito un ottimo scudo per difendersi dalle novità progressivamente introdotte in materia di requisiti pensionistici. Anche se, dopo la riforma Monti-Fornero, ora non è più così.

Valori 2017. Le somme da corrispondere differiscono a seconda della decorrenza dell’autorizzazione: prima o dopo dicembre 1995. L’ammontare del contributo volontario si ottiene, infatti, applicando alla retribuzione di riferimento (quella dell’ultimo anno di lavoro) l’aliquota contributiva vigente che per gli ex dipendenti è pari al 27,87%, se autorizzati sino al 31 dicembre 1995, e al 32,87% (33% per le quote eccedenti i 46.123 euro annui) per le autorizzazioni successive.

Esiste anche una retribuzione base (minimale), pari al 40% del minimo di pensione mensile. In altri termini, per il 2017, con un minimale di retribuzione settimanale pari a 200,76 euro, il contributo non può essere inferiore a 64,98 euro per i soggetti autorizzati sino al 31 dicembre 1995 e a 55,95 euro per le autorizzazioni successive.

Il pagamento dei contributi volontari può avvenire in tre modi diversi:

1) utilizzando il bollettino Mav (pagamento mediante avviso);

2) online, sul sito internet www.inps.it;

3) telefonando al numero verde gratuito 803.164, utilizzando la carta di credito;

Una protezione vulnerabile. La possibilità di versare volontariamente in occasione delle precedenti riforme ha sempre costituito una vera e propria polizza assicurativa. A cominciare dall’elevazione del minimo di contributi richiesto per la vecchiaia, innalzato da 15 a 20 anni dalla riforma Amato del 1993, dove è prefigurata la conservazione dei «vecchi» 15 anni in favore dei soggetti autorizzati alla prosecuzione volontaria entro il 31 dicembre 1992. Per non parlare dei famosi «blocchi» temporanei delle pensioni di anzianità, avvenuti più volte tra il 1994 e il 1998, che in questi casi non hanno trovato applicazione,

Adesso la musica è cambiata. Soltanto un ristretto numero di contribuenti volontari è infatti rientrato nella schiera dei cosiddetti “salvaguardati” dall’inasprimento dei requisiti pensionistici della riforma Fornero. Ciò non toglie che la richiesta di autorizzazione alla prosecuzione volontaria, inoltrata alla cessazione o sospensione del servizio lavorativo, sia inutile. Non costa nulla e non è soprattutto impegnativa (nel senso che non si è affatto obbligati a continuare a versare fino alla quiescenza).

Assegno pensione Inps

APRILE CAMBIA DATA

La pensione di aprile tarderà ad arrivare. Complice la Pasqua e Pasquetta, che cadono nel primo e nel secondo giorno del mese, il pagamento dell’assegno da parte dell’Inps slitterà a martedì 3 aprile. E questo riguarda sia gli accrediti alle Poste che presso gli istituti bancari. Il nuovo calendario delle pensioni è stato deciso con la legge di bilancio 2018. “Al fine di razionalizzare e uniformare le procedure e i tempi di pagamento delle prestazioni previdenziali corrisposte dall’Inps, i trattamenti pensionistici, gli assegni, le pensioni e le indennità di accompagnamento, erogati agli invalidi civili, nonché le rendite vitalizie dell’Inail – si legge sul sito dell’Inps – sono posti in pagamento il primo giorno di ciascun mese o il giorno successivo se il primo è festivo o non bancabile, con un unico mandato di pagamento, ove non esistano cause ostative”.

Bonus asilo nido

ENTRO IL 31 MARZO LA DOMANDA ALL’INPS

C’è tempo fino al 31 marzo per richiedere il bonus asili nido dell’ultimo quadrimestre 2017. Chi non è riuscito a farlo nei termini ordinari, ossia entro la fine dell’anno scorso (sono tanti, secondo l’Inps), può rimediarvi utilizzando l’apposita procedura che è stata attivata dall’Inps sul proprio sito internet.

Il bonus, si ricorda, vale 1.000 euro annui e spetta in due ipotesi:

1) a sostegno del pagamento delle rette per la frequenza di asili nido pubblici e privati autorizzati (cd “contributo asilo nido”);

2) a sostegno dell’introduzione di forme di supporto presso l’abitazione a favore di bambini affetti da gravi patologie croniche.

In ogni caso il contributo è erogato in 11 mensilità, per cui vale 90,91 euro a mese. L’importo rappresenta anche il massimo mensile erogabile dall’Inps soltanto dietro presentazione della ricevuta di spesa.

A chiusura della procedura di presentazione delle domande del 2017, avvenuta il 31 dicembre scorso, l’Inps ha ricevuto numerose richieste di riesame da parte di genitori che non hanno indicato in domanda tutti o parte dei mesi di frequenza compresi tra settembre e dicembre 2017, mesi per i quali non sono entrati in possesso in tempo utile della documentazione di spesa. Tenuto conto dell’elevato numero di richieste, l’Inps ha predisposto una funzionalità ad hoc che consente d’integrare la domanda originaria e permette di allegare la documentazione di spesa relativa ai mesi di settembre, ottobre, novembre e dicembre 2017, anche da parte di richiedenti che abbiano omesso di indicare le relative mensilità in domanda.

Per inserire le mensilità “aggiuntive” occorre operare dall’area riservata, online, accedendo al menù “Allegati Domande”. Dopo aver selezionato la domanda da integrare e la tipologia di documento da inserire (per esempio: fattura), risulteranno visibili, oltre ai mesi già richiesti in domanda, i mesi non inseriti (evidenziati in rosso), cioè i mesi settembre, ottobre, novembre e dicembre, con conseguente possibilità di allegare la documentazione di spesa.

Il termine per effettuare le operazioni è fissato improrogabilmente al 31 marzo.

Cgil

CONGRESSO IL 22 – 25 GENNAIO 2019 A BARI

Il XVIII Congresso della Cgil si svolgerà a Bari dal 22 al 25 gennaio 2019. La decisione è stata recentemente assunta dal Comitato direttivo del sindacato che ha eletto la commissione politica, composta da 52 membri più i componenti la segreteria nazionale, e votato la delibera che dà il via al percorso congressuale. Fissato anche il calendario delle assemblee, che partiranno il 5 aprile, e dei congressi territoriali, regionali e delle categorie nazionali (ultimo quello dei pensionati dello Spi dal 9 all’11 gennaio 2019).

Il mandato del segretario generale Susanna Camusso (il secondo ed ultimo per statuto confederale) scade il 3 novembre 2018. Il congresso a Bari, che si terrà presso la fiera del Levante, eleggerà la nuova assemblea generale del sindacato che poi eleggerà il nuovo segretario generale.

Fisco

5 ANNI PER BATTERE CASSA

Il fisco ha cinque anni per battere cassa e riscuotere i debiti. E’ quanto stabilito dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza numero 1997. La suprema Corte si è espressa in particolare su un caso di debiti con Equitalia: una cartella di pagamento “per imposta di registro e accessori per l’anno 1996”. In quel caso non c’è stato, scrivono gli Ermellini, “nessun accertamento giudiziale definitivo tra la notifica della cartella di pagamento e la relativa iscrizione al ruolo avvenuta in data 23 novembre 1999, per i crediti del 1996, e l’avviso di mora notificato il 18 marzo 2009 e oggetto del presente ricorso”. L’effetto è, aggiunge la Suprema Corte, accogliendo il ricorso del debitore, che “deve ritenersi prescritto il diritto, azionato ben oltre il termine di prescrizione quinquennale per esso previsto”.

Carlo Pareto