Tecnologie informatiche e “Grande Convergenza” secondo Richard Baldwin

convergenza

Richard Baldwin, docente di economia internazionale in diverse Università del mondo e al MIT, nel volume “La Grande Convergenza. Tecnologie informatiche, web e nuova globalizzazione”, sostiene che, con l’avvento delle tecnologie informatiche, “è cambiato il modo in cui si è soliti pensare la globalizzazione”. La sua tesi è che, verso la fine del secolo scorso, i cambiamenti rivoluzionari verificatisi nelle tecnologie della comunicazione e dell’informazione hanno avuto un impatto rivoluzionario sull’economia globale; un effetto semplice da intuire, ma che può essere adeguatamente spiegato solo inquadrandolo nella prospettiva del processo storico durante il quale sono maturate le condizioni che ne hanno determinato l’accadimento.

Quello della globalizzazione – afferma Baldwin – è un fenomeno antico; esso però ha compiuto un grande balzo in avanti solo verso la fine del XIX secolo, quando la macchina a vapore e la pace globale (assicurata al mondo per quasi un intero secolo dall’equilibrio tra le grandi potenze convenuto al Congresso di Vienna, dopo le guerre napoleoniche) hanno ridotto il costo del trasporto dei beni. Il fenomeno della globalizzazione ha fatto poi un secondo balzo in avanti, verso il 1990, allorché le tecnologie informatiche hanno ridotto il costo di trasferimento delle idee e della conoscenza. La “vecchia” e la “nuova” globalizzazione – sostiene Baldwin – hanno avuto “effetti sostanzialmente differenti sulla geografia economica mondiale”.

Nel corso del XIX secolo, la lenta ma continua diminuzione dei costi di trasporto ha dato luogo “a un ciclo di scambi commerciali, industrializzazione e crescita, che ha prodotto uno dei più drammatici rovesciamenti di fortune: le antiche civiltà asiatiche e mediorientali, che da quattro millenni dominavano il mondo, in meno di due secoli [sono state] soppiantate dai moderni Paesi ricchi”. Questo risultato, denominato dagli storici “Grande Convergenza”, spiega, secondo Baldwin, come tanto potere economico sia “passato di mano”, concentrandosi in pochi Paesi.

La globalizzazione, iniziata dopo le guerre napoleoniche, è stata associata alla rapida industrializzazione degli odierni Paesi economicamente avanzati, rappresentati attualmente dal gruppo di quelli più ricchi, indicato con la sigla “G7” e comprendente Stati Uniti, Germania, Giappone, Francia, Regno Unito, Canada e Italia. Il processo ha dato inizio a “una spirale di agglomerazione, innovazione e crescita industriale in grado di autoperpetuarsi, portando ad un nuovo assetto dell’economia mondiale. Dal 1820 al 1990, la quota del reddito globale del “G7” è passata da circa un quinto a quasi due terzi; l’aumento vero e proprio però è cessato a partire dagli anni Ottanta del XX secolo, addirittura invertendosi verso il 1990. Da questa data, la quota del reddito globale del “G7” ha continuato a contrarsi, sino a tornare al livello che aveva raggiunto all’inizio del XIX secolo; fatto, questo, che, a parere di Baldwin, spiega perché la natura della globalizzazione si sia modificata a partire dagli anni prossimi al 1990.

Il cambiamento epocale, che contraddistingue la “nuova” globalizzazione da quella “vecchia” del XIX secolo, è “stato altrettanto duro” anche con riferimento al prodotto dell’industria mondiale; dal 1990, la quota di tale prodotto ascrivibile al “G7” si è contratta, sino a ridursi a meno del 50%, mentre sei soli Paesi, tra quelli in via di sviluppo (Cina, Corea del Sud, India, Polonia, Indonesia e Tailandia), “hanno rappresentato la contropartita positiva del saldo negativo del G7”. La quota di prodotto industriale del resto del mondo non ha risentito di questi cambiamenti; assume però rilievo il fatto che la quota di prodotto industriale mondiale della sola Cina è salita, a partire dalla fine del secolo scorso, dal 3% circa a quasi un quinto.

Baldwin definisce “Grande Convergenza” quanto si è verificato dopo il 1990 a livello globale; allo stato attuale, ad essa di deve l’origine dell’”avversione per la globalizzazione nutrita da gran parte della popolazione dei Paesi ricchi”, a causa del manifestarsi al loro interno del fenomeno della disoccupazione strutturale irreversibile. Infatti, gli effetti del traumatico cambiamento delle quote del PIL e della produzione industriale, verificatisi nei Paesi ricchi, si sono manifestati in termini così accelerati, da non lasciare alle economie che li subivano il tempo di adeguarvisi. Ciò che, tuttavia, resta da spiegare, sostiene Baldwin, è il fatto che il ridimensionamento del “G7” sia avvenuto a favore di un così ristretto numero di Paesi in via di sviluppo, nonostante che il basso costo del trasporto commerciale e delle idee fosse disponibile per tutti. Per una plausibile spiegazione di tale fatto, occorre concentrare la riflessione sulle modalità in presenza delle quali si sono affermate, prima, la “vecchia”, e dopo, la “nuova” globalizzazione.

Quando il trasporto marittimo dipendeva dall’energia eolica e quello terrestre dall’energia animale, nulla poteva essere spedito convenientemente, se non a breve distanza; ciò – afferma Baldwin – “rendeva la produzione ostaggio del consumo”, nel senso che, essendo le persone tendenzialmente stanziali, l’alto costo del trasporto comportava che i beni fossero prodotti nel luogo dove essi venivano consumati; pertanto, poteva dirsi che la produzione fosse “forzatamente ‘impacchettata’ con il consumo”. Si può quindi pensare all’espansione della “vecchia” globalizzazione come a un progressivo “scioglimento” del forzato “impacchettamento”. Tuttavia – avverte Baldwin – non erano solo i costi del trasporto commerciale a generare il vincolo territoriale sulla produzione, in quanto vi contribuivano tre diversi costi determinati dalla distanza: il costo di trasporto dei beni, del trasporto delle idee e del trasporto delle persone.

Sin dall’inizio del XIX secolo, tali costi hanno iniziato a diminuire, ma non tutti insieme: quelli riguardanti il trasporto dei beni sono “caduti verticalmente un secolo e mezzo prima dei costi di comunicazione. E i contatti personali diretti sono ancora oggi molto costosi”. L’avvento della “nuova” globalizzazione può essere spiegato, secondo Baldwin, nella prospettiva della storia dell’”estinzione a cascata” dei vincoli espressi dalle tre categorie dei costi di trasporto. Rispetto alla commercializzazione dei beni, i costi di circolazione delle idee e delle persone sono diminuiti molto più lentamente e il diverso andamento della diminuzione ha determinato una catena di cause ed effetti, producendo “enormi differenze di reddito fra gli odierni Paesi sviluppati (indicati nel loro insieme come il ‘Nord’ del mondo) e quelli in via di sviluppo (il ‘Sud’)”.

A seguito di ciò, i mercati si sono espansi globalmente, mentre la produzione industriate si è concentrata localmente (di fatto, nei Paesi del “Nord” del mondo), con la conseguenza che anche l’innovazione è risultata concentrata territorialmente, in quanto le idee erano ancora molto costose da trasferire. Di conseguenza, sono bastati pochi decenni perché si approfondissero le asimmetrie tra i Paesi del “Nord” e quelli del “Sud”; asimmetrie che definiscono ancora oggi il panorama economico del pianeta. In ultima analisi, sostiene Baldwin, lo squilibrio tra i Paesi del Nord e quelli del Sud del mondo è stato provocato dalla “combinazione di bassi costi commerciali e alti costi di comunicazione”.

Verso il 1990, la “nuova” globalizzazione ha avuto un’accelerazione, a seguito della rivoluzione delle tecnologie informatiche, che è valsa a ridurre drasticamente il costo di trasferimento delle idee e a determinare un secondo “spacchettamento” della “vecchia” globalizzazione; ciò perché il radicale abbassamento del trasferimento delle idee ha comportato, con la delocalizzazione, il deradicamento delle fabbriche dal luogo in cui si erano affermate.

In particolare, la delocalizzazione di alcune fasi del processo produttivo industriale in Paesi a basso costo salariale ha comportato il trasferimento all’estero di molti posti di lavoro precedentemente coperti nei Paesi più sviluppati; ciò, però, ha anche comportato che, per realizzare l’adattamento delle fasi dei processi produttivi trasferite all’estero con quelle rimaste nella madrepatria, fosse operata una “rivoluzione della catena globale del valore”, a seguito della quale sono stati abbattuti i rigidi confini territoriali della conoscenza. Ciò è valso a combinare il know-how tecnologico del “G7” con i lavoratori a basso costo salariale dei Paesi in via di sviluppo, facilitando il trasferimento della conoscenza dai Paesi del “Nord” a quelli del “Sud” del mondo. Resta ancora da spiegare perché tale trasferimento abbia favorito la crescita e lo sviluppo di cosi pochi Paesi del “Sud”.

La risposta al quesito, a parere di Baldwin, può essere formulata considerando che il costo di trasferimento delle persone, correlato alle retribuzioni dei manager e dei tecnici, ha continuato a conservarsi alto; ragione, questa, che ha giustificato la propensione del “G7” a scegliere di delocalizzare in prossimità dei grandi Paesi industriali. Tuttavia, è accaduto che, mentre l’impatto sull’economia globale del secondo “spacchettamento” è risultato fortemente concentrato, la “’Grande Convergenza’ ha costituito, invece, un fenomeno molto più diffuso, a causa degli effetti a catena. Infatti, lo sviluppo di quei Paesi che hanno tratto giovamento dalla diminuzione del costo di trasferimento delle idee, ha determinato un aumento del reddito, che a sua volta, ha causato il “superciclo dei prodotti di base”; questi ultimi hanno avuto ad oggetto l’esportazione di materie prime da parte di quei Paesi del “Sud” del mondo che non erano stati coinvolti dai processi di delocalizzazione delle attività industriali dei Paesi del “Nord” del mondo.

Baldwin ritiene che la possibile e ulteriore evoluzione della globalizzazione ammetta la possibilità di un terzo “spacchettamento”, che potrà (o potrebbe) determinarsi se il costo di trasferimento dei manager dovesse diminuire nella stessa misura in cui sono diminuiti, a partire dal 1990, i costi di coordinamento delle fasi produttive delocalizzate con quelle rimaste nel Paese d’origine. Ciò accadrà (o potrà accadere) quando il miglioramento dell’intelligenza artificiale consentirà ai manager e tecnici di un Paese di fornire servizi in un altro Paese, senza esservi materialmente presenti. In altri termini, è possibile che il terso “spacchettamento” consenta ai manager e tecnici dei Paesi del “Nord” del mondo di fornire i loro servizi in un altro Paese, senza la loro presenza fisica.

La mutata natura nel tempo della globalizzazione ha dato origine a diverse forme di ripercussione sull’economia globale; quella connessa alla “nuova” globalizzazione dovrebbe indurre, conclude Baldwin, i governi, soprattutto quelli dei Paesi di più antico sviluppo, “a cambiare il modo di pensare le proprie politiche”. In particolare, dovrebbero ripensare le proprie politiche economiche, tenendo conto che la “denazionalizzazione del vantaggio competitivo” ha modificato le opzione a disposizione di tutti i Paesi; soprattutto i governi dei Paesi ricchi dovrebbero tener conto che questo cambiamento comporta che le attività produttive, per conservarsi competitive a livello globale, devono poter “mischiare e abbinare” i vantaggi competitivi garantiti dai loro Paesi con quelli dei Paesi di delocalizzazione, in modo da sceglier tra questi quelli che consentono le “maggiori efficienze di costo”.

Il mutamento della natura della globalizzazione ha determinato per tutti Paesi (sviluppati e in via di sviluppo) “la fine delle politiche di sviluppo di una volta, come pure delle ingenue politiche industriali nazionalistiche”. Esso, però, ha anche comportato la fine, o quanto meno l’inadeguatezza, della tradizionale politica sociale che i Paesi ricchi avevano adottato soprattutto a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale. La “nuova” globalizzazione ha, infatti, vanificato il patto sociale tra capitale e lavoro che sottendeva il sistema welfaristico e che rendeva compatibile la dinamica del mercato del lavoro con il progresso tecnologico.

Che cosa implica tutto ciò – si chiede Baldwin – sul piano della politica sociale, per i Paesi che non intendono bloccare il cambiamento intrinseco alla logica con la quale evolve la globalizzazione? La risposta di Baldwin non ammette dubbi: “Poiché il progresso [economico] viene dal cambiamento e il cambiamento causa dolori, i governi che vogliono sostenere il progresso devono […] escogitare il modo per far partecipare i cittadini a gioie e dolori del progresso”. Per i governi del “G7”, perciò, la “nuova” globalizzazione comporta che essi devono “proteggere i lavoratori, non i posti di lavoro. Inoltre, proprio perché l’odierna globalizzazione richiede più flessibilità dai lavoratori, è tanto più importante garantire che tale flessibilità non ne precarizzi la vita. I governi devono fornire sicurezza economica e aiutare i lavoratori ad adattarsi al mutamento delle circostanze”.

In futuro, se la globalizzazione dovesse continuare a rappresentare la principale forza trainante del cambiamento, questo sarà quasi certamente determinato dalla diminuzione dei “costi della telepresenza e della telerobotica innescate dalla rivoluzione della presenza virtuale”. I governi e il mondo produttivo (imprese e sindacati), se non saranno in grado di bloccare l’evoluzione della globalizzazione, dovranno necessariamente pensare a riformare i meccanismi distributivi attuali, che andranno riproposti in modo da garantire, a chi suo malgrado viene espulso irreversibilmente dal mercato del lavoro, l’accesso a un reddito, che consenta di soddisfare le sue ordinarie esigenze di consumo, salvaguardando la propria dignità di cittadino.

Gianfranco Sabattini

 

Dall’ignoranza non nasce un mondo migliore, ma solo sofferenza

valentino giacominValentino Giacomin è un maestro elementare del trevigiano, che a metà degli anni ’80 mette in pratica un metodo educativo in alcune scuole elementari del nord Italia, che prenderà il nome di progetto Alice. Insieme alla sua collega Luigina De Biasi, sperimenta il metodo basato sulla autoconsapevolezza dei bambini integrandola alle materie di insegnamento. Dopo dieci anni circa di lavoro dopo un incontro con il XIV Dalai Lama decide di proseguire il suo lavoro in India, lavoro che è diventato capillare nelle zone più svantaggiate dell’India, adattandolo alle esigenze scolastiche del posto. Il Progetto Alice si presenta come una proposta educativa per le società pluraliste e multireligiose con lo scopo di:

1realizzare delle esperienze e delle ricerche per un’Educazione Integrata nella scuola primaria, secondaria e superiore nei villaggi rurali di tre degli stati più problematici dell’India (Bihar, Uttar Pradesh e Arunachal Pradesh); 

2. offrire un’educazione e istruzione di alta qualità anche alle categorie meno abbienti;

3. rispondere alle esigenze delle moderne società multiculturali, multietniche e plurireligiose. Il concetto base riguarda la ricerca dell’Unità, oltre le divisioni create dalle nazionalità, dalle tradizioni, dalle religioni per educare gli studenti ad una pacifica convivenza nelle società multiculturali e pluraliste.

L’obiettivo non si ferma all’aspetto sociale, ma coinvolge anche la Persona nella relazione con se stessa. Di qui, la ricerca di una Unità psicologica, al di là delle divisioni create dalla mente conflittuale che impedisce la realizzazione di una personalità armonica.

Ci può parlare del Progetto Alice, di come è nato e si  è sviluppato?

Trent’anni fa, quando lavoravo nella scuola pubblica, constatai che ogni anno i nuovi studenti si differenziavano dai precedenti manifestando sintomi di disagio più seri: indisciplina, scarsa attenzione, etc. Che fare? Come reagire? Quali interventi didattico-educativi proporre per fare fronte a questo trend negativo? I miei colleghi suggerivano risposte relative ad un cambiamento di metodo. Insomma, per loro si trattava di un problema di approccio didattico. Riflettei a lungo e arrivai all’intuizione che il disagio non era in relazione alla didattica, ma alla visione educativa, al  paradigma seguito nelle scuole. Un paradigma non olistico, che non aiuta gli studenti ad integrarsi con gli altri e con se stessi, che favorisce l’alienazione e, quindi, il disagio e l’infelicità.

Un paradigma fondato su una discutibile (per non dire “errata”) visione della realtà. In sintesi, non insegniamo la verità ai nostri studenti, ma li convinciamo a prendere per vere le nostre (e loro) proiezioni. Portiamo spesso l’esempio dell’albero per far comprendere questo concetto. Alla  scuola materna l’insegnante convince i suoi alunni  che un albero è diviso in tre parti: radici, fusto, foglie. Nessuno dubita di questa ‘verità’. Ma esiste veramente un albero diviso in tre parti? Esiste convenzionalmente, concettalmente, ma non oggettivamente. Un albero diviso ( come le nazioni, i nomi, gli aggettivi, le classificazioni…) è una realtà mentale che non può essere trovata al di fuori del nostro pensiero. L’abero diviso “là fuori” è solo Maya (per gli Orientali), una illusione. Che cosa succede se gli studenti non vengono informati di questo inganno ontologico (”inganno conoscitivo”)?

La nostra ipotesi: gli studenti reagiranno con il rifiuto della scuola, il disinteresse, l’aggressività, l’indisciplina, la mancanza di rispetto verso l’insegnante…

Il perché è comprensibile: la scuola non offre saggezza, ma alimenta, in un certo senso, l’ignoranza. Dall’ignoranza non può nascere un mondo migliore, ma solo sofferenza.

Così, iniziai, nella scuola pubblica, una ricerca, una sperimentazione didattico-educativa che “conclusi” con la pensione.

Qual è stata la ragione per cui il progetto Alice ha avuto seguito in India?

Lasciato il mondo della scuola, mi dedicai al giornalismo. Per un “caso” fortuito, ebbi modo di incontrare il Dalai Lama e mi venne spontanea una domanda: “Che cosa mi suggerisce per rendere la mia vita significativa?” Il Dalai Lama chiese di dargli tempo per la risposta, che arrivò dopo alcuni giorni:”Giornalismo? Un pò negativo. Educazione: eccellente, eccellente, eccellente! Cosi’ venga in India …”

Seguii il consiglio, spendendo tutto quello che avevo per iniziare l’avventura straordinaria di Alice, nel 1994.

 Il progetto Alice nasce in Italia; L’Italia può essere un contesto favorevole per ricominciare da un sistema educativo consapevole?

È vero. Il Progetto Alice nacque in Italia circa 30 anni fa. Venne sperimentato per cinque anni nella scuola pubblica, dopo essere stato approvato dal Collegio docenti e dai genitori degli alunni. Ricordo che proposi due training per gli insegnanti di due plessi scolastici: Valdobbiadene e Villorba (provincia di Treviso). Una rivoluzione per quei tempi! Ma  tutto si fermò lì senza un seguito, purtroppo. Ora credo siano maturate le condizioni per un “ritorno” alle …radici. La scuola italiana sta attraversando una crisi senza precedenti e l’unica soluzione è la proposta di un nuovo paradigma educativo (simile a quello già sperimentato di Alice), ben lontano dalla “Buona scuola” di recente … invenzione.

Cosa percepisce negli occhi degli studenti dopo anni di insegnamento?

Rispondo con le parole del Dalai Lama e di tutti quelli che incontrano i nostri studenti: “Gioia e self confidence”. Per questo, alcuni hanno definito Alice come la “scuola della felicità”.

Cosa significa per lei il premio che riceverà al Festival per l’ambiente e l’incontro tra i popoli di oggi?

Non ho mai avuto aspettative per quanto riguarda  il mio lavoro, per evitare delusioni. Io  credo che le cose buone siano in grado di promuoversi da se’, prima o poi. Il Festival per l’Ambiente forse non si aspetta di sentire … la campana di  Alice che suona in  modo forse non in totale sintonia con le intenzioni e idée degli organizzatori. Dico “forse”. Come accennato sopra, noi andiamo alla radice dei problemi, delle guerre, dei conflitti, dell’inquinamento…  E siamo convinti che l’origine della sofferenza sia la nostra ignoranza. Quindi, a chi fa manifestazioni per la pace, per l’ecologia… chiediamo: “Hai fatto pace con te stesso?”. Oppure, “Hai bonificato la tua mente dai difetti mentali?”

Comunque, sono grato a chi ha scelto di premiare Alice dandoci, così,  l’opportunità di presentare un “punto di vista diverso” per affrontare i grandi temi, i drammi di questo secolo così tormentato e … borderline….

Maggiori info: Alice project

Tatiana Boretti
Redazione Pressenza

La ricerca di un nuovo equilibrio tra le grandi potenze del mondo

May-16-2012-State-of-libertyIl numero 4/2018 di “Limes” è dedicato ad un’analisi dello stato attuale del mondo, caratterizzato dalle tensioni globali causate dalla ricerca di una nuova configurazione dell’equilibrio dei rapporti di forza tra gli Stati. I termini della questione sono riassunti nell’Editoriale del periodico, secondo il quale la situazione attuale è rappresentata dalla posizione dominante degli Stati Uniti; sebbene tale posizione risulti ridimensionata rispetto al passato, è possibile che, considerate le condizioni interne e internazionali riguardanti i loro competitori, gli USA riescano a conservarla anche per il futuro, che è plausibile prevedere possa risultare piuttosto lungo. L’ipotesi dell’Editoriale è corroborata da una serie di articoli di autori, specialisti nel trattare le relazioni internazionali; in essi sono evidenziate le problematiche riguardanti le altre potenze che aspirano, se non proprio a sostituire, ad indebolire ulteriormente, la superpotenza americana.
La posizione attuale degli Stati Uniti – afferma l’Editoriale – “è presupposto geopolitico per eccellenza”. Tutti gli altri Stati, alleati o meno, “ne accettano l’esistenza come evidente, incontestabile. Tutti, o quasi, ne celebrano ovvero ne dannano l’iperpotenza materiale e immateriale”; alcuni Paesi alleati, addirittura, li detestano, mentre altri Paesi avversari “anelano ad essere ammessi a corte”. Ciò che stupisce è il fatto, che, malgrado l’universale riconoscimento della primazia globale della quale godono gli Stati Uniti, fra coloro che si oppongono al loro imperialismo vi siano “diversi fieri cittadini” americani, convinti che la conservazione dell’”impero non sia un affare. Stanchi di sopportarne i costi veri o presunti. Insensibili alla gloria”. Se la posizione dominante degli USA è presupposto geopolitico, come possono essere spiegate, malgrado la presidenza di Donald Trump, le ragioni della sua conservazione, “pur se oggi [quel presupposto è] meno splendente e più contestato?”
Dopo il crollo dell’ex URSS, gli USA si sono imposti nell’immaginario collettivo mondiale come unica superpotenza, perseguendo, attraverso la globalizzazione, l’unificazione del pianeta, con la proposta, da parte di due scienziati americani, di “abolire i fusi orari virando verso un tempo universale atto a istituire un calendario permanente. Valido per tutti per sempre”.
Rifacendosi al Tucidide della “Guerra del Peloponneso”, l’Editoriale di “Limes” ricorda che per qualsiasi potenza, che persegua la conservazione di una posizione dominante nel mondo, non possa “esistere logica diversa da quella dell’utile”; ciò perché nessun legame di solidarietà e di vicinanza può conservarsi nel tempo se “non vi corrispondono sicurezza e fiducia”; concetto, questo, che sarà formalizzato sul piano politico dal marxista Antonio Gramsci, con la formulazione del concetto di “egemonia”, adottato per esprimere una posizione dominante di un gruppo sociale o di uno Stato, destinata a divenire impensabile “senza il consenso” e impraticabile “senza la forza”, non solo militare, ma anche e soprattutto culturale. Ma ogni potenza globale ed egemone, pur sorretta dal consenso, osserva l’Editoriale, è costretta ad agire all’interno di un contesto di relazioni interstatali che ne condizionano la strategia.
Sulla base di questo assunto, l’Editoriale di “Limes” ipotizza, all’interno del precario equilibrio globale ora esistente, la presenza di alcuni Stati o realtà politiche che, con la loro azione, potrebbero prefigurare possibili conflitti, tali da implicare “un grado minimo o massimo di impegno americano”. I soggetti, nel ruolo dei quattro “cavalieri dell’Apocalisse” assegnato dall’Editoriale, sono principalmente la Cina, la Russia, la Corea del Nord, cui può essere aggiunta l’Unione Europea; viene pertanto da chiedersi se tali realtà politiche possano e vogliano davvero subentrare agli Stati Uniti nel rango di primo attore e, se lo potessero e volessero, di quali argomenti e strumenti dispongano per coronare col successo la loro aspirazione.
A parere dell’Editoriale, se gli americani eviteranno “di farsi del male da soli, e malgrado la torrenziale letteratura apocalittica di propria produzione, in questo mondo di Stati, gli Stati Uniti possono aspirare a restare il Numero Uno. A lungo”. Questa conclusione è supportata da varie considerazioni e riflessioni, tutte attinenti alla “debolezza” degli Stati o delle realtà politiche che possono svolgere il ruolo di competitori e che, con la loro azione, possono destabilizzare la posizione egemone degli USA, per sostituirsi ad essi, o quantomeno per ridurne il “peso” globale.
Le difficoltà che si parano davanti all’azione dei competitori dell’America derivano innanzitutto dal fatto che, come osserva Dario Fabbri (“L’America conservatrice”), nel mondo instabile di oggi gli americani sono diventati conservatori. A differenza di quanto erano propensi ad intraprendere nel passato, essi “non pensano più di stravolgere la congiuntura internazionale. Confermano lo status quo, ne accettano il dipanarsi. Non solo perché maneggiano i gangli del primato – dal controllo delle vie marittime alla funzione di compratore di ultima istanza, dall’emissione del dollaro all’avanguardia tecnologica”; ma anche perché le sofferenze patite a causa del loro avventurismo, vissuto nella prospettiva di poter “rimodellare il creato, intendono scongiurare il ripetersi della storia”. Soffrendo per l’impulsiva voglia di isolarsi e di ritirarsi dalla gestione degli affari internazionali, anche per gli sforzi che sono chiamati a compiere per via del loro status egemonico nel mondo, gli Usa hanno scelto “la manutenzione ordinaria del sistema che presiedono”.
Pur scegliendo l’opzione meno impegnativa per la conservazione della loro posizione egemone, gli Stati Uniti hanno conservato intatte le finalità della loro politica estera, salvo l’apporto di alcuni adattamenti al mutamento delle condizioni attinenti il resto del mondo; gli USA, infatti, continuano a curare gli aspetti della loro politica estera, avendo di mira l’obbiettivo prioritario del contenimento marittimo della Cina e di quello terrestre della Russia; quindi, senza temere una possibile convergenza tra i propri competitori, hanno maturato una crescente opposizione nei confronti dell’aumento delle pretese tedesche, nella consapevolezza – secondo Fabbri – “che è impossibile rinnegare la propria dimensione imperiale”. Ciò, nel timore che le dinamiche interne alla società americana possano vanificare quanto sinora realizzato.
L’attuale strategia internazionale degli Stati Uniti è stata elaborata al termine della Guerra fredda, allorché, dopo il crollo dell’URSS, gli USA hanno vissuto l’illusione d’essere divenuti una superpotenza solitaria; da allora, via via che l’illusione si è dissolta, essi hanno adattato la loro politica internazionale al mutare delle condizioni globali, cumulando “un massiccio deficit commerciale per creare dipendenza tra sé e i [loro] satelliti e mantenere globale la [propria] moneta”, riuscendo così a contenere le sfide dei concorrenti più insidiosi, fornendo aiuti militari ai loro alleati, senza però agire per distruggere l’equilibrio esistente, al fine di favorire l’avvento di una nuova configurazione dello stato del mondo. Così facendo, gli USA hanno teso a lasciare agli altri l’onere di alterare lo status quo, a condizione che i mutamenti risultassero aderenti ai loro interessi.
Una prova di tale atteggiamento sul piano della politica estera degli Stati Uniti può essere rinvenuto, ad esempio, nel proposito di coinvolgere i propri alleati nelle “campagne” di contenimento dei propri concorrenti, come è avvenuto nel caso della Russia, contro la quale l’opposizione è stata appaltata – afferma Fabbri – “ai Paesi dell’Europa centro-orientale”, attraverso il collocamento al loro interno di sistemi d’armi puntati contro Mosca e l’assegnazione di un ruolo cruciale ai paesi baltici.
Anche sul fronte estremo-orientale, l’impegno degli USA è volto a coinvolgere gli alleati nel contenere le ambizioni della Cina, determinata a divenire il principale concorrente commerciale di Washington attraverso la realizzazione del progetto infrastrutturale delle vie della seta. Eppure, anche da questo fronte, secondo Giorgio Cuscito (“I nemici delle nuove vie della seta”), gli Stati Uniti hanno poco da temere, sia per i timori che la realizzazione di tale progetto sta suscitando in diverse aree politiche del mondo, sia per ragioni politiche interne della Cina.
Sul Piano internazionale, diversi sono i fattori che rendono le rotte delle vie della seta fonte di preoccupazioni, non solo per gli Stati Uniti, ma anche per altre realtà politiche; in Asia, ad esempio, India e Giappone, congiuntamente ad altri Paesi minori del Sud-Est asiatico, “stanno prendendo contromisure per ostacolare l’iniziativa, percepita come uno strumento per espandere la sfera d’influenza cinese a livello globale”; anche perché alcuni progetti promossi da Pechino non hanno una valenza esclusivamente economica.
Ultimamente, ai dubbi e ai timori dei Paesi asiatici si sono aggiunti anche quelli dell’Unione Europea; negli ultimi tempi, le istituzioni europee, sollecitate da Germania, Francia e Italia, hanno evidenziato una maggiore attenzione rivolta alle attività cinesi in Europa e nel Mediterraneo. Ciò ha spinto le istituzioni comunitarie “a prendere provvedimenti per monitorare più accuratamente le attività della Repubblica Popolare nel Vecchio Continente”, sino a decidere di dotarsi di un quadro normativo atto “a prevenire le acquisizioni d’interesse strategico da parte di aziende statali ubicate fuori dall’UE”.
Sotto l’aspetto politici interno, invece, la Cina avrà a che fare con i numerosi problemi che da sempre la assillano, quali sono i profondi squilibri economici esistenti sul piano territoriale e su quello personale, le aspirazioni ad una maggiore autonomia delle minoranze etniche e culturali e l’unificazione alla Repubblica Popolare di Taiwan; aspirazione, quest’ultima, destinata a sollevare le incertezze sul come conciliare le diversità del credo politico e delle istituzioni, oggi esistenti all’interno delle due realtà statuali asiatiche.
Oltre che dal fronte del Sud-Est asiatico, gli Stati Uniti hanno poco di che temere da quello Europeo, in particolare dall’Unione Europea, soprattutto per le divisioni esistenti tra gli Stati che la compongono, causate oltre che dalle differenze economiche esistenti, anche dal “peso” che la Germania sta assumendo all’interno della comunità. In “I tabù di Berlino fanno male all’Europa”, Heribert Dieter afferma che in Europa, secondo un’inchiesta condotta nel 2017 dal Pew Research Center, “la Germania è vista bene: il 71% dei cittadini europei ne ha una percezione positiva”; ma le cose cambiano “quando le stesse persone vengono intervistate a proposito di una leadership tedesca in Europa. Poco meno della metà (49%) è dell’opinione che la Germania sia già adesso sin troppo forte, solo un’esigua minoranza (5%) dichiara che Berlino ha un’influenza troppo debole”.
L’inchiesta ha messo in evidenza una frattura tra i Paesi del Nord e quelli del Sud dell’Unione europea, palesando che “né gli altri europei, né la maggioranza dei tedeschi desiderano una più marcata leadership tedesca all’interno della UE”. Ciò è sufficiente a garantire agli USA che l’Europa, almeno per il momento, non può rappresentare alcuna seria contestazione alla loro posizione egemone globale e che l’ambizione dell’establishment tedesco ad elevare il livello di contrapposizione con l’iperpotenza d’oltre Atlantico è più che annullata dalle contrapposizioni a Berlino da parte degli altri partner europei.
Resta il problema dell’opposizione russa all’egemonia americana; dopo l’esperienza negativa dell’ex URSS nel condurre una concorrenza attiva nei confronti degli USA, gli obiettivi della nuova Russia di Putin, secondo Vitalij Tret’jakov, preside delle scuola superiore per la televisione dell’Università statale di Mosca (“La dottrina Putin”), gli obiettivi di Mosca consisteranno nel preservare e rafforzare la Russia come grande potenza e come civiltà a sé stante e autosufficiente, salvaguardando la pace, soprattutto nelle regioni immediatamente vicine ai confini russi, e difendendo la civiltà russa in senso politico ed etnico.
Nei confronti degli USA, tali obiettivi saranno perseguiti, a parere di Tret’jakov, nel rispetto di tre linee di condotta: in primo luogo, la promozione dell’emancipazione, in modo graduale e, se possibile, non conflittuale dal predominio americano in campo economico e finanziario; in secondo luogo, il mantenimento di un equilibrio strategico-militare con gli USA; infine, l’opposizione a Washington laddove vada a toccare esplicitamente gli interessi della Russia. Nell’attenersi a questi tre criteri strategici, Mosca non “avrebbe interesse a minare intenzionalmente le posizioni degli Stati Uniti nel mondo attuale”, in quanto basterà aspettare che queste posizioni si indeboliscano naturalmente: Putin non avrebbe che da attendere, in quanto “sa e capisce che prima o poi l’Occidente” commetterà degli errori. A quel punto, “non gli resterà che decidere, dopo aver valutato i pro e i contro”, se sfruttare gli errori oppure no.
Malgrado il semi-isolazionaismo della nuova Russia, l’azione politica internazionale indicata da Tret’jakov, non può certo dirsi positiva per il mondo; ciò in quanto non è auspicabile che una superpotenza di rilevanza globale, come la Russia, possa perseguire una politica egoistica; una politica cioè che, se può non impensierire l’egemonia statunitense, è però gravida di pericoli per il resto del mondo, a causa dell’esclusivismo (non solo sul piano degli interessi materiali, ma anche su quello etnico e culturale) col quale la Russia, anziché impegnarsi nel tentativo di governare la dinamica dello stato del mondi, si limiterebbe a difendere i suoi interessi “particolari”, sfruttando i possibili errori degli altri.

Gianfranco Sabattini

Benedict Anderson e le molteplici “facce”
del nazionalismo

andersonNegli ultimi anni, lo studio del nazionalismo ha subito una radicale approfondimento, attraverso un’estesa proliferazione di studi storici, antropologici, sociologici, politici ed economici; ad affermarlo è Benedict Anderson, filosofo della politica d’ispirazione marxista. In “Comunità immaginate, Origini e fortuna dei nazionalismi”, l’autore offre “suggerimenti per un’interpretazione più soddisfacente dell’’anomalia’ del nazionalismo”, partendo dal presupposto che “sia la teoria marxista, sia quella liberale si siano intristite in un tentativo tardo tolemaico” di spiegare gli aspetti politici e sociali connessi al nazionalismo, e che, proprio per questo, sia urgente riorientare l’approccio allo studio di questo fenomeno “in uno spirito, per così dire, copernicano”.

Ciò vale soprattutto per chi, da sinistra, affronta il problema della nazione e del nazionalismo, in considerazione del fatto che, come afferma Marco d’Eramo nella Prefazione al libro di Anderson, da Marx in poi “una volta la nazione è ridotta a puro epifenomeno del formarsi del mercato capitalistico e dell’ascesa della borghesia. Un’altra a demone collettivo, puro impulso irrazionalistico da esorcizzare. Un’altra volta ancora è un fattore da usare strumentalmente per fare avanzare la causa proletaria”. Diventa difficile capire i fenomeni di nazione e di nazionalità, quando di essi non esiste un’interpretazione univoca.

Secondo Anderson, la difficile interpretazione dei concetti di nazione, nazionalità e nazionalismo è dovuta al fatto che essi sono delle categorie culturali di un tipo particolare; per poterle meglio interpretare è necessario considerare come esse siano nate storicamente, “in che modo il loro significato è cambiato nel tempo, e perché oggi scatenino una legittimità così profondamente emotiva”. A tal fine, Anderson riconduce la formazione di quelle categorie culturali alla fine del Settecento, affermando che esse sono state la “spontanea distillazione di un complesso ‘incrocio’ di forze storiche discontinue”; ma che, una volta affermatesi, è stato possibile trapiantarle in “una grande varietà di terreni sociali, per fondersi ed essere fuse con un’altrettanto varietà di costellazioni politiche e ideologiche”.

Nella sua analisi, Anderson assume che la nazione sia “una comunità politica immaginata”, insieme “limitata e sovrana”. Immaginata, in quanto i componenti anche della più piccola nazione “non conosceranno mai la maggior parte dei loro compatrioti, né li incontreranno, né ne sentiranno mai parlare”; ciò nonostante, nella mente di ognuno degli abitanti “vive l’immagine di essere comunità”. Limitata, perché, anche la più grande nazione ha “comunque confini, finiti anche se elastici, oltre i quali si estendono altre nazioni”. Sovrana, in quanto il concetto è nato quando Illuminismo e rivoluzione hanno distrutto “la legittimità del regno dinastico, gerarchico e di diritto divino” (senza che ciò significhi che la nazione immaginata sia nata per semplice sostituzione del regno precedente, con “un mutamento fondamentale nel modo di percepire il mondo”), che ha reso possibile la percezione della nazione.

Infine, la nazione è immaginata come comunità, in quanto, malgrado le ineguaglianze che in essa possono essersi create, anche in termini approfonditi, viene percepita in termini di fraternità e di solidarietà; valori, questi, la cui interiorizzazione ha consentito “per tutti gli ultimi due secoli – afferma Anderson -, a tanti milioni di persone, non tanto di uccidere, quanto di morire, in nome di immaginazioni così limitate”. Tale considerazione, secondo il filosofo della politica, solleva l’aspetto centrale del nazionalismo, consistente nel chiedersi come sia stato possibile che quei valori (di fraternità e solidarietà), affermatisi all’interno di un fenomeno (la comunità) immaginato, abbiano potuto generare “un tale sacrificio”. Per rispondere all’interrogativo, secondo Anderson, occorre considerare le “radici culturali” del nazionalismo.

I fattori culturali che hanno portato alla nascita del nazionalismo sono molti e vari; ma il più importante, a parere di Anderson, è senza dubbio l’affermarsi nel XVI secolo dello spirito del capitalismo, e con esso del mercato, in particolare di quello dell’editoria, per soddisfare “un ampio ma sottile strato di lettori” in lingua latina. La saturazione di questo mercato è avvenuta in un arco di 150 anni, attraverso “la rivoluzionar spinta del capitalismo verso il volgare”, favorita da tre tendenze fondamentali. La prima è stata originata dal mutamento del carattere del latino, per essere divenuto sempre più arcaico e lontano da quello parlato tutti i giorni. La seconda è stata determinata dall’impatto della Riforma, la cui diffusione è avvenuta attraverso la traduzione delle famose “Tesi” luterane negli idiomi parlati all’interno delle diverse comunità. La terza tendenza, infine, è va ricondotta al consolidarsi degli idiomi volgari “come strumenti di accentramento amministrativo da parte di monarchie potenti e aspiranti all’assolutismo”.

Le tre tendenze hanno dato luogo a un processo alimentato dall’interazione tra sistemi di produzione ispirati allo spirito del capitalismo, da un lato, e progressi della tecnologia di stampa e consolidamento delle diversità linguistiche, dall’altro. In conclusione, secondo Anderson, il risultato del processo interattivo ha creato una “nuova forma di comunità immaginata” su cui poggiano le basi delle nazioni moderne, organizzate nella forma di Stati-nazione. La formazione di questi ultimi, tuttavia, non è stata – afferma Anderson – “assolutamente isomorfica con il “raggio d’azione di una particolare lingua”, in quanto molti di essi sono diventati anche Stati nazionali che hanno assunto la forma di imperi poliglotti, polireligiosi e polietnici.

Se gli storici, nel 2050, dovessero studiare quanto è accaduto agli imperi, sorti alla fine del Medioevo e nella prima modernità, non potranno non constatare, a parere di Anderson, la loro disintegrazione “accompagnata da un’esplosione di violenza e spesso seguita da decine di guerre civili o fra Stati”. Il primo Stato-nazione, sorto in Nord America da una rivolta contro la Gran Bretagna, era così diviso che ha dovuto poi sopportare la più sanguinosa guerra civile dell’Ottocento; sono seguite le faide civili dell’America Latina, originate dal collasso dell’impero spagnolo all’inizio dello stesso Ottocento, gli esiti del crollo degli imperi ottomano, asburgico e di quello germanico degli Hohenzollern, nonché gli esiti del crollo degli imperi asiatici di Cina nel 1911 e dell’India dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Sempre dopo 1945, si è verificata la disintegrazione degli imperi coloniali di molti Stati europei, anch’essa accompagnata da guerre civili all’interno dei nuovi Stati, oppure da guerre tra di essi.

In apparente alternativa agli effetti della disgregazione degli imperi dell’età moderna è stata – sostiene Anderson – la Rivoluzione russa del 1917, nella sua originaria forma internazionalista. Ciò perché, l’Unione Sovietica non ha visto se stessa come un “nuovo, immenso Stato-nazione”, ma piuttosto come un modello di organizzazione comunitaria, all’interno del quale il nazionalismo doveva essere superato come principio politico. Questa fase, però, non è durata a lungo, inizialmente a causa della decisone di realizzare il socialismo in un solo Paese, in condizioni di accerchiamento capitalistico, e successivamente, a seguito dell’invasione delle armate hitleriane; per questi motivi, è stato gioco forza per Stalin e gli altri comprimari della rivoluzione russa fare appello al nazionalismo, per giustificare i sacrifici imposti al popolo sovietico, sia per edificare il socialismo, che per resistere all’aggressione hitleriana. Inoltre, l’URSS, nelle peripezie del dopoguerra, ha dovuto constatare l’impossibilità di unire a se stessa gli Stati “comunistizzati” dell’Europa dell’Est. L’esperienza complessiva che il mondo ha vissuto, a partire dall’inizio dell’età moderna sino ai nostri giorni, è valsa ad evidenziare – secondo di Anderson – che il nazionalismo, associato ad una comunità (sia pure immaginata), che si identifica in un sistema di valori esclusivi, “può essere contenuto, ma non soffocato o superato per sempre”.

Constatata l’ineliminabilità del nazionalismo, quali sono – si chiede Anderson – le implicazioni sul piano conoscitivo e su quello politico? A suo parere, quanto vissuto con il crollo degli imperi moderni poliglotti, polireligiosi e polietnici, dovrebbe suggerire la necessità di rimuovere dalla cultura politica quattro pregiudizi. Il primo è che la disintegrazione delle realtà statuali disomogenee (dal punto di vista linguistico, religioso ed etnico) sia di per se sufficiente ad eliminare tutti i possibili esiti negativi delle “patologie” intrinseche a quelle realtà. Il secondo pregiudizio riguarda la relazione che si suppone esista tra capitalismo, mercato e grandezza degli Stati, per cui accade spesso che, da posizioni di destra e di sinistra, si assuma che i piccoli Stati, con limitate disponibilità di risorse materiali e di forza lavoro, siano scarsamente dotati per adattarsi alle condizioni di operatività del capitalismo mondiale; si tratta di un modo di pensare proprio dell’ideologia nazionalistica che, nel corso della prima metà del secolo scorso, è valsa ad affermare l’idea che uno Stato, per tutelare la propria comunità nazionale, deve crescere e resistere alla concorrenza degli altri Stati competitori attraverso la conquista, a spese degli Stati più deboli, uno “spazio vitale” all’interno del quale realizzare l’autosufficienza. Il terzo pregiudizio è la convinzione che le imprese multinazionali possano rendere obsoleto il nazionalismo; convinzione del tutto inconsistente, in quanto manca di considerare che le imprese multinazionali sono per lo più localizzate negli Stati che egemonizzano il mercato mondiale, quindi propensi, per ragioni nazionalistiche, a contrapporsi alle imprese multinazionali degli altri Stati. Infine, il quarto pregiudizio è che il nazionalismo sia stato sconfitto dalla presunta esistenza di una connessione tra capitalismo e rapporti pacifici tra gli Stati, cosicché il libero mercato mondiale sia l’antidoto di tutte le manifestazioni patologiche del nazionalismo.

Quest’ultimo, lungi dall’essere stato sconfitto, nei tempi moderni ha acquisito, con il crescere dei flussi migratori, anche un carattere nuovo. Gli esseri umani – afferma Anderson – “trascinati nel vortice del mercato, non sono semplicemente un’altra forma di merce”; essi racchiudono in sé “memorie abitudini, credenze e usi culinari, musiche e desideri sessuali. E queste caratteristiche che, nei Paesi d’origine, sono portate con leggerezza e quasi inconsciamente, acquistano un risalto drasticamente diverso nelle diaspore della vita moderna”, sino a rendere difficili, a causa delle dimensioni del fenomeno migratorio, tutte le forme tradizionali di assimilazione graduale degli immigrati all’interno dei contesti di accoglimento. Di fronte allo smarrimento procurato dagli ambienti sociali alieni, è stato inevitabile che gli immigrati solidarizzassero tra loro, raggruppandosi in ghetti etnicamente omogenei, al fine di “difendersi” dall’insofferenza manifestata nei loro confronti da parte della popolazione dei Paesi ospitanti. Dal lato opposto, la formazione di questi ghetti ha prodotto, e continuerà a produrre, una crescente etnicizzazione simmetrica delle popolazioni autoctone.

L’interazione tra le due forme di identificazione valoriale ha dato luogo al manifestarsi di crisi ricorrenti nei rapporti tra immigrati e cittadini dei Paesi ospitanti, valse a mostrare che il nazionalismo, come categoria culturale esclusiva, non è stato affatto rimosso dai reiterati tentativi di integrazione dei “diversi”; anzi, esso è servito per dare forza e giustificazione alle ragioni delle due etnie contrapposte.

In particolare, conclude Anderson, è possibile che quello degli immigrati sia un nazionalismo di tipo nuovo, in quanto praticato da soggetti che, benché residenti in uno Stato in cui vivono e lavorano, si difendono, nel conflitto che li vede contrapposti ai cittadini dello Stato ospitante, sulla base di un’identità politica fondata sulla loro “Heimat”, ovvero sui valori propri della loro patria d’origine.

Ciò origina un problema di difficile soluzione per i Paesi che accolgono gli immigrati; problema che non si può certo presumere di poter risolvere in modo certo e definitivo con la concessione della cittadinanza ai nuovi arrivati. L’incertezza e i dubbi sulla risolvibilità del problema dell’integrazione degli immigrati, attraverso la concessione della cittadinanza, non sono dovuti a xenofobia o a razzismo, ma agli interrogativi sollevati dal fatto che cittadini allogeni di seconda o terza generazione di alcuni Paesi europei sono stati “facile preda”, sul piano emotivo, delle situazioni di crisi insorte nelle comunità d’origine dei loro padri; ciò dimostra come il nazionalismo sia una dimensione della cultura dell’uomo che, per quanto latente e silente da generazioni, può riemergere improvvisamente per motivi imperscrutabili; fatto, quest’ultimo, che giustifica la necessità di approfondire la ricerca di soluzioni alternative a quelle suggerite dalla tradizionale apertura ideologica al multiculturalismo.

Gianfranco Sabattini

 

Messico, Stati Uniti, Cina
e il ruolo dei Paesi “emergenti”

bricsOspitando di recente il vertice dei cosiddetti Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), la Cina ha esteso l’invito anche a Paesi da essa ritenuti “mercati emergenti”, ovvero Egitto, Messico, Guinea, Tailandia e Tajikistan. Xi Jinping, presidente di turno della riunione dei BRICS dal gennaio 2017, è convinto che il ruolo dei Paesi “emergenti” sia fondamentale per la ripresa dell’economia mondiale e, conseguentemente, delle esportazioni del grande Paese asiatico.

La Cina ha approfittato della riunione dei BRICS per cogliere tutti gli aspetti positivi della rilevanza economica che, in prospettiva, i Paesi invitati possono presentare dal punto di vista della sua strategia geopolitica globale, volta a favorire e a proteggere i propri interessi economici nel mondo; tra i “new comers”, nell’agenda geoeconomica e politica della Cina, il Messico assume una rilevanza particolare, non solo per il potenziale protagonismo che potrà svolgere in tutta l’America Centrale, ma anche, e soprattutto, per via della rilevanza strategica, sempre a fini economici, che esso riveste, per la sua vicinanza geografica agli Stati Uniti, competitori cinesi a livello globale.

Se valutato da lontano e in modo molto distaccato (come, ad esempio, potrebbe capitare ad un osservatore europeo), l’interesse della Cina per il Messico potrebbe sembrare solo meritevole di attenzione per l’approfondimento del come sta andando il mondo dell’economia globalizzata, la cui stabilità alla Cina sta a cuore, al fine di potenziare i mercati di sbocco internazionali alle sue esportazioni. Sennonché, la vicinanza geografica del Messico agli Stati Uniti e l’interesse, anche pacifico, nutrito per esso dalla Cina, sono tali da indurre il mondo a non dormire “sonni tranquilli”, soprattutto in considerazione delle promesse elettorali assunte da Trump; promesse che, se saranno “onorate”, avranno come destinatari, da un lato, i messicani, per ragioni identitarie rivendicate dal ceppo dominante germanico-anglosassone della popolazione statunitense, e, dall’altro lato, il Messico, in quanto membro del Trattato Nordamericano per il Libero Scambio (NAFTA), stipulato nel 1992 tra i Capi di Stato degli Stati Uniti, del Messico e del Canada; trattato, questo, che Trump vorrebbe rinegoziare, se non annullare del tutto.

La percezione della minaccia identitaria da parte della popolazione USA deriva dal fatto che essa è costituita per il 17% da soggetti censiti come “ispanici” e che i messicani con cittadinanza americana sono, sul piano nazionale, più dell’11%; ciò che più conta è che gli “ispanici”, per lo più costituiti da messicani, sono concentrati negli Stati contigui alla frontiera messicana, mentre i due terzi dei messicani americanizzati risiedono negli Stati del Texas e della California, dove superano il 30% della popolazione. Se la tendenza all’”ispanizzazione” del Sud-Ovest degli USA dovesse continuare, sarà inevitabile la formazione di una comunità potenzialmente secessionista, aspirante – afferma l’”Editoriale” di Limes n. 8/2017 – “all’indipendenza o al rango di polo settentrionale di un Grande Messico”; da ciò potrebbe derivare, pur senza minarne lo “statuto territoriale”, la “trasfigurazione” della nazione statunitense in “Stato binazionale”, e potenzialmente essere causa di una seconda guerra civile, che determinerebbe il crollo del ruolo imperiale dell’ora potente Stato nordamericano.

La crisi identitaria trasferita sul piano economico diventa fonte di ragionamenti più sottili. Gli Stati Uniti Messicani si estendono per quasi due milioni di chilometri quadrati, con circa 130 milioni di abitanti, associati al G20 (cioè al gruppo dei Paesi più industrializzati del mondo, che producono oltre l’80% del PIL mondiale), classificati all’undicesimo posto nella graduatoria mondiale della produzione del PIL espresso in termini di potere d’acquisto; essi, pur non essendo dotati di una grande forza militare, potrebbero trasformarsi in un’”insidia” ai danni del “potente vicino”. Ciò accadrebbe se il Messico si offrisse come “piattaforma di una superpotenza asiatica”, che intendesse portare la sfida agli USA oltre il campo strettamente economico. Questo scenario è per ora del tutto improbabile; ma il timore di Washington è che il Messico potrebbe trasformandosi in “vettore di una grande rivoluzione demografica capace di corrodere fatalmente la costituzione culturale e geopolitica degli Stati Uniti d’America”, attraverso l’aumento dell’incidenza sulla popolazione americana del ceppo “ispanico”.

La percezione del pericolo dello stravolgimento identitatrio, da parte del gruppo dominante delle popolazione americana (costituito dai cosiddetti “WAPS”, acronimo che sta per “bianchi-anglosassoni-protestanti”), è corroborata e resa ancora più preoccupante dalla storia del Messico, in quanto erede di una parte considerevole del territorio che, dal 1535 al 1821, ha rappresentato l’attore geopolitico della Nuova Spagna. Nella prima metà del XIX secolo, gran parte del territorio messicano è stato inglobata, “manu militari”, dagli Stati Uniti d’America, dando origine ad una dolorosa memoria che “è penetrata nella coscienza dei messicani”, sino a trasformarsi in un diffuso irredentismo che “serpeggia sia nella diaspora messicana che nella madrepatria”.

Questo irredentismo, stimolato anche dal pensiero di chi da tempo, seguendo le idee di Samuel Huntington, l’autore di “Lo scontro delle civiltà”, non cessa di denunciare la pericolosità dell’immigrazione messicana, in quanto causa dell’aumento della probabilità che le tensioni demografiche, concentratesi lungo il confine meridionale degli USA, tendano ad esplodere in conflitto aperto, i cui effetti negativi non tarderebbero ad assumere una dimensione globale sul piano economico, ma anche su quello politico.

Le difficoltà economiche in cui versa attualmente il Paese favoriscono l’aumento del clima di sfiducia che Città del Messico ha accumulato nei confronti del potente vicino, per via, non solo dell’impegno pre-elettorale assunto da Donald Trump di costruire una barriera anti-immigrazione da costa a costa sul Rio Grande (il fiume che segna il confine meridionale degli USA), ma anche di voler rinegoziare il Trattato di Libero Scambio, che lega l’economia messicana alle economie statunitense e canadese.

Gioverebbe realmente agli USA completare la costruzione del muro e rinegoziare il NAFTA? Per molti osservatori e studiosi delle relazioni internazionali, non è da escludere che Trump, considerata la posizione geopolitica del Messico, sia indotto ad affievolire gli impegni assunti durante la campagna elettorale; secondo l’”Editoriale” di Limes, non fosse che per un motivo di natura geopolitica, gli Stati Uniti non possono permettersi di confinare con un vicino in crisi economica.

Al riguardo si osserva che, negando il necessario sostegno all’economia messicana per il superamento della crisi che lo affligge, gli USA dovrebbero accettare l’esistenza di un “buco nero” alla propria frontiera del Sud, che potrebbe rendere conveniente per il Messico aprirsi verso un rivale strategico come la Cina. Le difficoltà dell’economia messicana e la debolezza delle istituzioni di Città del Messico non possono che costringere Washington a supportare l’economia in crisi e ad aiutare le istituzioni per affievolirne l’interesse ad approfondire le relazioni con rivali strategici. Conseguentemente, all’amministrazione Trump resterebbe il gravoso compito di valutare se agli Stati Uniti d’America convenga completare la costruzione del muro di sbarramento sul Rio Grande; secondo Germano Dottori (“Il muro della discordia”, in Limes n. 8/2017), sondaggi demoscopici recenti attestano “come il consenso al completamento del muro non sia più maggioritario negli Stati Uniti”, in quanto favorevole alla realizzazione del tratto mancante della barriera sarebbe ora il 37% degli elettori, contro il 56% che invece vi si oppone.

Ugualmente problematica sarebbe per Trump la decisione di rinegoziare il NAFTA; gli “interessi confliggenti – afferma Fabrizio Maronita (“Rinegoziare il NAFTA? Buona fortuna, Mr Trump”, Limes n. 8/2017) – degli attori economici statunitensi, prima ancora che dei governi [degli Stati coinvolti] rendono difficile alla Casa Bianca enucleare obiettivi negoziali chiari e universalmente accettati”. Inoltre, un possibile ritiro unilaterale dal NAFTA sarebbe molto oneroso per l’economia americana; un recente studio ha calcolato “in 5 milioni di posti di lavoro statunitensi che dipendono in un modo o nell’altro dal commercio con il Messico, un buon numero dei quali sarebbe messo a repentaglio dal ripristino delle barriere doganali e dalle eventuali ritorsioni che un partner commerciale ‘tradito’ potrebbe infliggere”. Quanto tutto ciò sia poco probabile possa accadere, basta considerare che il 60% delle merci canadesi e messicane importate dagli Stati Uniti sono beni intermedi che alimentano la manifattura statunitense.

Inoltre, con la rinegozziazione del NAFTA, o col ritiro unilaterale da esso degli USA, verrebbero colpite aree economiche elettoralmente strategiche per Trump, quali quelle dell’Idaho, dello Iowa e del Nebraska; ma l’area più colpita sarebbe quella del Texas, la cui economia dipende in larga parte dagli idrocarburi, con un export verso il Mexico pari al 6% del PIL, ben maggiore della media nazionale dell’1,3%.

Nell’ipotesi in cui Trump tenesse fede agli impegni assunti in sede pre-elettorale, l’America sarebbe esposta al rischio di un iter negoziale lungo e difficile, destinato a durare “mesi, se non anni”. Alla fine però spetterebbe agli organi legislativi l’approvazione dei risultati dei negoziati; questi organi sarebbero chiamati ad operare sotto la spada di Damocle rappresentata dall’influenza che la rinegoziazione (o denuncia unilaterale) del NAFTA avrebbe sull’elettorato in collegi che coincidono con le circoscrizioni elettorali favorevoli a Trump; è quindi probabile che questi, al fine di non logorarsi il favore delle circoscrizioni che hanno concorso alla sua elezione a presidente, sia indotto ad essere più cauto in materia di revisione (o di denuncia unilaterale) del NAFTA.

Resta, tuttavia, il problema del possibile approfondimento dei rapporti tra il Massico e la Cina; per tutte le ragioni esposte riguardo all’importanza geopolitica che il Messico riveste per gli USA, le possibili relazioni future tra Pechino e Città del Messico, secondo Niccolò Locatelli (”Messico-Cina, ovvero quando l’alleato strategico è un rivale”, in Limes, n. 8/2017), rientrano “in un triangolo che comprende Washington”; ciò perché il Messico è ora in una situazione di debolezza nei confronti, sia della Cina che degli USA. Di conseguenza, se il Messico volesse “trarre qualche beneficio dal ‘partner strategico’ asiatico, spendibile nei confronti degli USA, deve consolidare il proprio sistema Paese”. La possibilità del consolidamento del proprio sistema sul piano economico costituisce il “tallone di Achille” di Città del Messico; i responsabili del governo messicano si troveranno a dover fare i conti col fatto che gran parte dei vantaggi attesi dall’entrata in vigore del NAFTA nel 1994, sono stati ridimensionati con l’ammissione della Cina nel 2001 all’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO).

La riduzione o la eliminazione delle barriere tariffarie sui prodotti cinesi, conseguenti all’ammissione del “gigante asiatico” al WTO, ha comportato che la Cina, in capo a pochi anni, superasse il Messico nelle esportazioni verso gli Stati Uniti, trasformandosi così da possibile “alleato strategico” di Città del Messico, in pericoloso “competitore economico”, proprio rispetto al mercato statunitense verso il quale attualmente sono dirette oltre l’80% delle esportazioni messicane. Pertanto, l’impatto dell’ammissione della Cina al WTO si è trasformato in un evento devastante, rispetto al proposito perseguito dal Messico di potenziare il proprio sistema Paese, al fine di attenuare la propria dipendenza dal “potente vicino”.

Così stando le cose, quali prospettive si offrono al Messico per supportare la propria crescita e il proprio sviluppo in condizioni di sufficiente autonomia dai pesanti vincoli esterni? Certamente, l’invito da parte della Cina, suo più diretto “rivale economico”, a partecipare alla riunione dei BRICS non servirà allo scopo; perciò, sembra che al Messico non resti che “sfruttare”, come viene detto nell’”Editoriale” di Limes, la sua “prossimità agli Stati Uniti”. La vicinanza alla superpotenza americana, pur letta spesso in negativo, per via dello scambio ineguale esistente tra i due sistemi in ogni ambito, consente al Paese di capitalizzare il “vettore di potenza” espresso dalla diaspora negli Stati Uniti delle comunità di emigrati messicani; utili questi, non solo per le rimesse, ma anche e soprattutto, per indurre gli “States” a convincersi che è nel loro interesse avere a cuore le sorti e le aspirazioni del vicino più debole, riservandogli un trattamento di riguardo in tutti sensi. Ciò, nel convincimento che oltre il Rio Grande non c’è solo un partner del Trattato di Libero Scambio, ma anche un “potenziale rivale”. Certo, non in grado di piegarli, ma di poter “contribuire a minarne identità e vocazione imperiale”.

Povero Messico: per sopravvivere e gestire il proprio futuro in condizioni di autonomia, sarebbe costretto a intessere rapporti con il suo confinante settentrionale, attraverso un sottile e difficile gioco di prestigio politico; nell’interesse della pace globale non c’è che da augurargli di avere fortuna e che riesca ad evitare i possibili sbagli nella delicata azione politica che sembra rappresentare l’unica opzione disponibile per evitare il peggioramento delle sue attuali condizioni.

Gianfranco Sabattini

BRICS. In un decennio scalata l’economia mondiale

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I BRICS, Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, sono riuniti in un summit nella località cinese di Xiamen. Durante il Forum commerciale, il Presidente cinese, Xi Jinping, ha sottolineato l’importanza di aumentare la cooperazione in commercio, investimenti e finanza. Ma, rispetto a quanto Xi aveva promesso nello scorso mese di maggio, la somma messa a disposizione dalla Cina per la cooperazione economica e tecnologica è stata quasi dimezzata (pari a circa 64,2 mld di euro anziché i 113 mld di dollari già promessi).

Il presidente cinese ha detto: “I mercati emergenti ed i Paesi in via di sviluppo svolgono un ruolo maggiore negli affari internazionali. Nel decennio passato, il blocco dei Paesi BRICS è diventato un faro dell’economia mondiale”.

Infatti, i cinque Paesi emergenti, nel 2016, rappresentavano il 23% dell’economia mondiale raddoppiando la posizione del 2006. Xi Jinping ha aggiunto: “Nel decennio terminato, quello della grande crisi economica mondiale, ho visto i Paesi fare dei progressi nella ricerca di uno sviluppo comune, con un aumento del Pil combinato del 179%, una crescita degli scambi commerciali del 94% e un aumento della popolazione urbana del 28% in questo periodo. Il blocco ha contribuito in maniera considerevole alla stabilizzazione dell’economia mondiale e alla ripresa della sua crescita ed ha apportato dei benefici tangibili a più di tre miliardi di abitanti. Traendo profitto dalle nostre rispettive forze e facendo convergere i nostri interessi, abbiamo messo in atto un quadro di cooperazione basato sui leader che copre vasti settori e molteplici livelli. I Paesi BRICS devono lavorare per entrare nel secondo ‘decennio d’oro’ di cooperazione”.

Avvertendo che proseguendo nel loro cammino i cinque Paesi dovranno affrontare compiti impegnativi, ha detto: “E’ tempo di issare le vele quando la marea sale. L’economia mondiale non si è ancora ristabilita e resta in un periodo di aggiustamento caratterizzato da una crescita debole, mentre nuovi motori della crescita non sono ancora emersi. La globalizzazione economica fronteggia diverse incertezze. Anche gli stessi mercati emergenti e i Paesi in via di sviluppo si trovano in situazioni esterne più complesse. Questo lungo cammino che conduce alla pace e allo sviluppo nel mondo non sarà facile. Più di 700 milioni di persone soffrono sempre la fame, decine di milioni di persone sono state sfollate e sono diventate dei rifugiati, mentre numerose persone, tra le quali dei bambini innocenti, sono state uccise nei conflitti. Lo sviluppo dei mercati emergenti e dei Paesi in via di sviluppo non ha intenzione di ‘rubare il formaggio a nessuno’ ma punta ad ‘allargare la torta dell’economia mondiale”.

.Xi senza mai citare Donald Trump, ha criticato la politica isolazionistica dell’attuale amministrazione statunitense affermando : “Solo l’apertura porta progressi e solo l’inclusione mantiene tali progressi. Data la debolezza della crescita economica mondiale negli ultimi anni, i problemi come lo sviluppo ineguale, la scarsa governance e il deficit di equità sono peggiorati, e il protezionismo e la mentalità isolazionista  sono aumentati.  Non dobbiamo ignorare i problemi della globalizzazione economica o solo lamentarcene. Al contrario, dobbiamo fare sforzi congiunti per trovare soluzioni. I Paesi BRICS devono collaborare con altri membri della comunità internazionale per promuovere il dialogo, il coordinamento e la cooperazione e contribuire a mantenere e garantire la stabilità e la crescita dell’economia mondiale. I nostri cinque paesi devono aprirsi l’uno all’altro, ampliare i loro interessi convergenti in questo processo, adottare un approccio inclusivo e condividere le opportunità, al fine di creare opportunità più brillanti per aumentare le loro economie”.

Il presidente cinese è fiducioso: ”L’economia mondiale è tornata a crescere e i mercati emergenti e i Paesi in via di sviluppo hanno conosciuto delle buone performances. Un nuovo ciclo della rivoluzione tecnologica e industriale è in corso di realizzazione, mentre la riforma e l’apertura guadagnano slancio. Abbiamo tutte le ragioni per credere che il nostro mondo sarà migliore”.

Nel summit presieduto dai cinesi,  riguardo alla grave crisi provocata dalla bellicosità nucleare della Corea del Nord, Cina e Russia si sono manifestate delle colombe rispetto al falco Usa. Pronte al dialogo le prime due, pronto alle armi il secondo, stando almeno alle dichiarazioni bellicose del presidente americano Donald Trump in risposta all’escalation bellica di Kim Jong Un. Nella guerra sembrerebbe non crederci nessuno, nemmeno l’ex consigliere guerrafondaio Steve Bannon (“una soluzione militare non c’è”) e probabilmente nemmeno il Pentagono, anche se Trump sfodera il solito ritornello (“tutte le opzioni sono sul tavolo”) basato proprio sui suoi briefing.

Oggi si riunisce il Consiglio di sicurezza dell’Onu a cui compete di adottare i provvedimenti per il superamento della crisi. Non si esclude l’ipotesi di denuclearizzazione della penisola coreana. Nel gioco delle strategie per debellare la terribile minaccia nucleare dello scomodo vicino nordcoreano, i presidenti Xi Jinping e Vladimir Putin, sempre più vicini, hanno concordato di affrontare adeguatamente il problema.

Putin, appena arrivato a Xiamen per il nono Brics Summit che chiude i battenti domani e che sta acquistando una dimensione sempre più politica con il corteggiamento di Paesi come il Messico e la Turchia che potrebbero aderire ai Brics, ha partecipato alla bilaterale con il presidente cinese.  Oggetto della bilaterale è stato proprio la Corea del Nord. Anche se Xi Jinping non ha menzionato affatto la questione nel lungo discorso di apertura del Business Summit, a poche ore dal lancio che ha causato un terremoto che ha fatto tremare di paura gli abitanti della confinante provincia cinese di Jilin.

Xi e Putin si incontrano per la quarta volta in un anno e Kim è tra i fattori che più stanno facendo ravvicinare Russia e Cina.

I due leader hanno concordato di affrontare adeguatamente le conseguenze politiche dell’ultimo test nucleare condotto dalla Repubblica democratica popolare di Corea e hanno concordato di attenersi all’obiettivo di denuclearizzazione della penisola coreana e di mantenere una stretta comunicazione e coordinamento. Una roadmap elaborata da Pechino c’è e i russi concordano su questa strategia. Xi e Putin hanno anche chiesto sforzi comuni per promuovere la pace e lo sviluppo.

Dal BRICS, nessuna estremizzazione sulla crisi provocata dalla Corea del Nord, ma una alleanza per un dialogo costruttivo che mette in minoranza gli Stati Uniti di Donald Trump.

Sarebbe auspicabile che anche l’Unione Europea e gli Stati Uniti scelgano un saggio percorso per un sano dialogo tra i popoli che abitano lo stesso pianeta. E’ doveroso verso l’umanità intera fare tutti i percorsi virtuosi possibili, soprattutto per cercare di superare la terribile preoccupazione di una più terribile guerra nucleare.

Salvatore Rondello

Spazio: serve collaborazione tra ricerca e impresa

colonia-spazioSi moltiplicano le voci autorevoli che denunciano una generale gravissimo ritardo della nostra civiltà nell’imboccare decisamente la strada che porta verso l’alto, oltre l’atmosfera, per colonizzare lo spazio geolunare e poi il sistema solare, primi passi verso orizzonti ancora più ampi. È di pochi giorni fa l’esternazione di Stephen Hawking — non nuovo a questo genere di appelli — che invita ad “abbandonare la Terra per salvare la civiltà”. Si può ovviamente discutere sul concetto di °abbandonare” il nostro pianeta, che rischia di suscitare discussioni che evitano il punto principale, la colonizzazione dello spazio, per concentrarsi sull’effettiva fattibilità, ed anche sull’eticità, in termini generali, di rilocare la nostra specie su altri corpi celesti, abbandonando il nostro pianeta madre, dopo che ci ha allevati e cresciuti fino a questo punto… Già qualche anno fa, ad esempio, Al Gore utilizzò proprio questa falsa discussione in chiave polemica anti-espansionista, per sostenere la sua visione precopernicana e decrescitista del mondo chiuso, da mantenersi ermeticamente chiuso.

Coloro che, come il sottoscritto, sostengono da tanti anni l’urgenza del calcio d’inizio della colonizzazione del sistema solare, parlano di espansione civile nello spazio esterno, e non certo di spostare in massa la popolazione umana nello spazio. Di questo fu strumentalmente accusato anche Gerard O’Neill, lo scienziato statunitense che, negli anni settanta del secolo scorso, scrisse un’opera fondamentale “Colonie umane nello spazio” (“The High Frontier, Human colonies in space”). Oggi il pensiero di O’Neill conosce finalmente una grande e crescente rivalutazione. In alternativa o in aggiunta ad insediamenti lunari, O’Neill proponeva la costruzione di grandi città orbitali, da collocare in orbita terrestre ed in area cis-lunare. Grazie alla rotazione, tali infrastrutture garantirebbero una gravità artificiale simile a quella terrestre, prevenendo quindi le drastiche e troppo rapide mutazioni che deriverebbero dall’abituarsi a condizioni di gravità ridotta come quella lunare. Ovvio che sulla Luna comunque si può pensare ad insediamenti industriali, turistici e di ricerca, dove tecnici, operatori dei servizi e ricercatori possano avvicendarsi con ragionevoli turni di lavoro. Per i turisti il problema ovviamente non si pone, se immaginiamo permanenze non superiori a qualche mese.

Ma non voglio cedere alla tentazione, in cui troppo spesso incorrono i futuristi più entusiasti, di farmi prendere dalla descrizione di scenari troppo a lungo sognati, grazie alla letteratura fantascientifica. Dobbiamo riprendere a sognare, se ora finalmente riparte una letteratura futurista più matura e positiva, nei confronti del progresso e della stessa intelligenza umana? … Beh, sì, anche… non dobbiamo mai smettere di sognare. Tuttavia dobbiamo occuparci prioritariamente di alcuni problemi ed ostacoli, che ancora si oppongono alla veloce realizzazione almeno della prima parte del sogno: l’espansione civile nello spazio geolunare.

Stiamo parlando di ostacoli ideologici, politici ed economici, e di arretratezza legislativa. Ed anche di alcuni problemi fisici, quali la difesa dalle radiazioni dure dello spazio, il cui superamento deve essere oggetto di ricerca scientifica prioritaria.

Grazie ad un concorso di cause, quali una divulgazione sempre ottimista e comunque poco orientata per quanto riguarda gli obiettivi più urgenti e disattesi, un giornalismo, specie nel nostro paese, molto superficiale ed in genere disinformato, sempre a caccia di “notizie”, piuttosto che di tematiche di grande importanza sociale, l’opinione pubblica generale può pensare che si stia facendo quanto possibile, che i ritardi siano oggettivi, e che siamo ancora oggettivamente lontani da una prospettiva di insediamento spaziale. L’ostilità dell’ambiente spaziale viene comunque sempre e spesso subdolamente sottolineato — si pensi ad un film recente, come “Gravity”, vero colpo di coda della fantascienza distopica.

Prima di affrontare il tema degli ostacoli, e della loro necessaria ed urgentissima rimozione, lasciatemi fare un breve escursus sugli stakeholder, cioè sulla grande schiera dei beneficiari, a livello sociale, di un programma coerente di espansione civile nello spazio. Preoccupati degli investimenti necessari? Teniamo sempre conto che nel mondo spendiamo due trilioni di dollari l’anno in armamenti e spesa militare in generale. Quali sono gli stakeholder di tale enorme investimento in strumenti di morte? Vediamo… oltre la necessaria lotta al terrorismo di DAESH e simili — per combattere il quale si è già visto comunque come grandi dispiegamenti militari siano poco efficaci — praticamente, … solo le lobby militari? Intendiamoci, se alla fine risultasse che alcune tecnologie spaziali importanti ed urgenti saranno rese disponibili dalla ricerca militare, non farò certo lo schizzinoso. Tuttavia in generale spostare anche solo qualche punto percentuale dalla spesa militare all’investimento civile nello spazio esterno è estremamente opportuno ed urgente. Dunque, vediamo i beneficiari dei progetti per la vita…

Un rilancio senza precedenti dell’economia globalizzata

La drastica riduzione del costo di messa in orbita è ormai una realtà: la Cina e l’India l’hanno portato a meno della metà del costo di $20.000/Kg, che si era mantenuto costante per più di quarant’anni. Ed ultimamente, grazie ai razzi riutilizzabili di Space X, si è raggiunto l’obiettivo dei $2.000/Kg. Con la crescita di un nuovo mercato di servizi spaziali, soprattutto il trasporto di passeggeri civili a quota suborbitale ed orbitale, si avrebbe una notevole crescita di molteplici attività commerciali ed industriali. Quindi numerose nuove opportunità di business, sia sulla Terra che nello spazio. Nel caso dei servizi orbitali, si svilupperà un ventaglio sempre più ampio di imprese a profitti molto più elevati, includendo aziende fornitrici di vari servizi, alcuni dei quali — recupero e riutilizzo dei rottami spaziali ed assemblaggio dei satelliti in orbita — abbiamo già brevemente delineato in un recente articolo (7,5 milioni di kg d’oro in orbita). Sviluppandosi necessariamente alloggiamenti ed hotel orbitali, occorre considerare anche quei servizi normalmente forniti negli hotel terrestri: il catering, le pulizie, la contabilità, l’intrattenimento, la manutenzione e la pulizia delle infrastrutture, i rifornimenti d’aria, l’elettricità generata mediante energia solare, i rifornimenti d’acqua, i servizi di smaltimento delle acque nere, ed altri. Espandendosi progressivamente, le attività orbitali potrebbero crescere fino ad includere l’estrazione di materie prima dalla Luna, dagli asteroidi vicino alla Terra, e dai cometoidi — il cui potenziale è oggetto di ricerca da parecchi decenni. Le infrastruture orbitali potrebbero dar vita al primo mercato per materiali di origine non-terrestre, come ghiaccio, acqua, ossigeno e idrogeno. Un’altra industria spaziale dal potenziale enorme, che è stata trattenuta per quarant’anni dagli alti costi di trasporto terra-orbita, è la fornitura di energia solare dallo spazio alla Terra. Nonostante il potenziale di questo sistema sia stato riconosciuto negli studi del Department of Energy Statunitense fin dai tardi anni ’70, e confermato negli anni ’90, i fondi totali dedicati a questo settore sono sinora rimasti minimi.

Il primo beneficiario dell’espansione civile nello spazio esterno sarà quindi l’economia globale, che in breve tempo comincere a crescere a due cifre. Ma questo è solo il primo, benchè capace di scatenare un effetto a catena sugli altri.

Milioni di posti di lavoro qualificati, a terra e nello spazio

L’occupazione è la base economica della vita sociale nella civiltà industriale: essa fornisce il reddito, mettendo le persone in grado di avere una vita familiare stabile. Nella cosiddetta società post-industriale non è affatto chiaro che cosa potrà fornire lo stesso indispensabile supporto sociale. La mia convinzione è che solo un rilancio generale dello sviluppo industriale a livello superiore possa garantirlo. Una delle ragioni per investire nello sviluppo dell’astronautica civile, quindi, è la possibilità di creare nuovi settori occupazionali, caratterizzati da una prospettiva di crescita continua ed illimitata. Si può stimare che l’industria legata all’aviazione civile, includendo compagnie aeree, aeroporti, hotel, e lavori collegati, impieghino indirettamente 10-20 volte il numero di persone impiegate nell’industria costruttrice di velivoli. Similarmente, l’industria generale ed il mercato del trasporto spaziale passeggeri civili potrebbe creare impiego ad un livello molte volte superiore all’industria di costruzione dei veicoli spaziali propriamente detti — nell’ operatività e nella manutenzione dei veicoli, negli spazioporti, negli hotel orbitali, nelle compagnie di rifornimento per questi ultimi, in servizi come training del personale, certificazioni ed assicurazioni, e in un vasto assortimento di business correlati in continua crescita. Questa possibilità è particolarmente importante, visto che l’alto tasso di disoccupazione, sia nei paesi ricchi sia in quelli poveri, è, ormai da decenni, il più grave problema sociale ed economico a livello mondiale. L’unica misura capace di bilanciare il calo occupazionale dovuto anche è quella di creare nuovi posti di lavoro promuovedno settori industriali nuovi e crescenti. Un governo che voglia occuparsi del benessere sociale dei cittadini dovrebbe aumentare il tasso di creazione di nuove industrie. Questo renderebbe anche i governi meno vulnerabili al ricatto dei mercanti di armi, alle imprese nocive per l’ambiente, all’economia criminale in generale, che in un contesto di elevata disoccupazione hanno buon gioco paventando la perdita di posti di lavoro. Nell’ipotesi dello sviluppo civile in infrastrutture orbitali, le comunità tenderanno all’autosostenimento, mediante attività di manutenzione e sviluppo delle infrastrutture stesse, e con attività analoghe a quelle di una comunità terrestre. Ci saranno edilizia, fattorie, scuole, ospedali, alberghi, e tutti i sottosistemi connessi. Le industrie orbitali produrranno beni e servizi la cui produzione in orbita è più conveniente rispetto all’analogo terrestre: tecnologie a zero o bassa gravità, e sviluppo di prodotti conseguenti. Il primo servizio erogato sarà la manutenzione dei satelliti e il loro assemblaggio direttamente in orbita. Vi potranno essere nuove produzioni in campo industriale come cristalli e nano macchine; in campo alimentare l’agricoltura idroponica. In campo medico l’assenza di gravità potrebbe coadiuvare la cura di alcune malattie.

La crescita civile ed etica

Un’economia mondiale in crescita, con accesso a risorse illimitate, è essenziale per la continuazione ed il progresso della civiltà. Soltanto se la “torta economica” generale è in crescita, le classi sociali in competizione tra di loro possono tutte migliorare la propria condizione, e così raggiungere un ragionevole equità, mettendo l’etica civile in grado di sopravvivere e migliorare. Sfortunatamente, le società sono molto meno robuste se la “torta” si restringe, rendendo la crescita etica pressoché impossibile, ed i gruppi in competizione mirano a migliorare la propria condizione a scapito di altri gruppi. Un effetto evidente di questo stato di cose è la reiterazione di slogan del tipo “America first”, “Prima il Nord”, “Prima gli Italiani”… Si tratta di risposte infantili e primitive al problema, che portano soltanto al regresso civile, anzichè alla crescita. Il progresso continuo della civiltà richiede una continua evoluzione etica, ma questa è possibile solo se le risorse sono sufficienti per garantire cure, comfort, educazione e giusto impiego a tutti i membri della società. La mancanza di opportunità di investimento proficuo porta una grossa quantità di fondi nei paesi ricchi a “ciondolare” intorno, nell’ economia mondiale, in forma di rischiosi fondi speculativi, causando ancora più instabilità finanziaria, indebolendo ulteriormente la crescita economica, ed aumentando il divario tra ricchi e poveri. E torniamo al punto: riportare in positivo le opportunità d’investimento stabile e proficuo richiede la creazione continua di nuove industrie, che abbiano un orizzonte spaziale e di risorse sufficenti a garantire prospettive di profitto a lungo termine. Cosa che non è data, per settori anche innovativi, come information technology, energia, robotica, medicina, turismo ed intrattenimento, se ostinatamente rinchiusi entro i limiti del nostro pianeta, soprattutto perchè molti di questi settori sono di fatto già rilocati nei paesi cosiddetti “emergenti”. Il settore dell’ingegneria aerospaziale può invece ancora bilanciare la competizione tra l’economia occidentale e quella asiatica, alleviando quindi anche le ragioni di fondo dei conflitti. La possibilità di lavorare con tecnologie che non debbano tener conto del peso, dell’attrito e della corrosione da agenti atmosferici può aprire una miriade di nuove opportunità.

Di conseguenza, sembra giusto concludere che il ritardo pluridecennale nello sviluppo del trasporto spaziale abbia contribuito alla mancanza di nuove industrie nei paesi più ricchi, il che da decenni ostacola la crescita economica e causa livelli altissimi di disoccupazione. Il rapido sviluppo economico di Cina e India promette molto, ma crea una seria sfida per i paesi già sviluppati, che hanno bisogno di accelerare la crescita di nuove industrie se vogliono beneficiare dei costi ridotti di questi paesi senza creare una sotto-classe impoverita nelle loro stesse società. Il costo a lungo termine di una politica così socialmente sperequativa sorpasserebbe di gran lunga i benefici a breve termine dell’import a basso costo. Lo sviluppo di India e Cina inoltre è fonte di altre criticità, perché i bisogni di quasi otto miliardi di persone stanno raggiungendo i limiti delle risorse del pianeta Terra. Più questi limiti si fanno vicini, più i governi diventano repressivi, aggiungendo di conseguenza gravi danni sociali ai più diretti danni ambientali. Di conseguenza sembra che il ritardo pluri-decennale nel cominciare a mettere a frutto le risorse del sistema solare abbia già causato gravi danni allo sviluppo economico umano, e dev’essere urgentemente recuperato.

Non posso sviluppare nelle dimensioni di un solo articolo tutto il discorso sugli stakeholder dell’espansione civile nello spazio, ma prometto altre “puntate” (:-). Inoltre, è possibile trovarne un’ampia disamina nel mio ultimo libro “Un mondo più grande è possibile!” (su Amazon e Mondadori Store).

Basti pensare, comunque, che quanto investito nello spazio sinora, una cifra stimata in diversi trilioni, ha già portato ritorni notevoli, in termini di trasferimento tecnologico e di sviluppo di settori come le telecomunuìicazioni, la prevenzione di disastri naturali, la navigazione, l’agricoltura, nuovi materiali, e molti altri. Tutto questo avendo sinora usato lo spazio soltanto a beneficio della terra… Non è neppure immaginabile quello che potrà essere il ritorno di un serio programma di espansione, che gradatamente allarghi l’antroposfera fino a comprendere, come primo obiettivo raggiungibile entro il 2050, la Luna e gli Asteroidi vicini alla Terra. Sono infatti la luna e gli asteroidi le sorgenti naturali di materie prime — ossigeno, acqua, minerali — destinate ad alimentare le grandi stazioni spaziali, vere e proprie città orbitali. L’energia invece sarà prevalentemente fotovoltaica. Nel caso di stazioni spaziali destinate all’esterno del sistema solare o allo spazio interstellare, non si potrà possibile rinunciare all’energia nucleare.

Per quanto riguarda i benficiari, discorso da riprendere in seguito, elenchiamo velocemente. Grande miglioramento della protezione ambientale, con l’incremento di satelliti di osservazione della terra a minor costo, grazie all’assemblaggio e manutenzione orbitale. Grande contributo alla soluzione dei problemi energetici, e minor dipendenza dai combustibili fossili, grazie all’energia solare raccolta nello spazio. Progressivo alleggerimento dell’ambiente terrestre dalle attività antropiche, grazie alla delocalizzazione delle industrie pesanti nello spazio esterno (si vedano in proposito i piani di Jeff Bezos e dell’ULA). L’industria siderurgica, ormai decisamente orientata a tecniche di produzione additive, avrà sempre maggiore necessità di polveri adatte al 3d printing, con l’ausilio di laser e di campi magnetici, tutte tecniche molto più convenientemente se sviluppate nello spazio! Utilizzo di tecnologie orbitali per mitigazione dei fenomeni meteorologici ed eventuale stabilizzazione del clima terrestre, mediante effetti rinfrescanti o riscaldanti. Istruzione e formazione, ispirazione per i giovani. Enorme rilancio culturale, grazie a nuovo mecenatismo ed alle ricadute economiche del rinascimento spaziale, possiamo aspettarci una nuova grande fioritura sia delle arti tradizionali sia di nuove arti, ispirate dall’esperienza di vita fuori dal pozzo gravitazionale. Il rinascimento mondiale,una nuova focalizzazione sulla persona umana, i suoi diritti, le sue grandi potenzialità, valorizzazione dell’intelligenza umana e dei suoi frutti. La progressiva generale diminuzione dei conflitti, grazie alla grande crescita economica globale.

Come temevo, la necessaria premessa, sugli stakeholder dell’espansione civile nello spazio è diventata la parte predominante di questo articolo. Comunque, è molto urgente cominciare a rimuovere gli ostacoli. E cosa c’è di meglio del periodo elettorale che sta cominciando in Italia, per introdurre questi argomenti? 

Il decrescitismo, malattia infantile (o senile?) dell’ecologismo

Per quanto riguarda i problemi ideologici, dico subito che vorrei almeno fare amicizia con gli ecologisti, almeno quel sottoinsieme che si ritiene prima di tutto umanista e non decrescitista. E sono convinto che siano tanti, che considerano l’ambiente e la natura terrestre prima di tutto un bene da rispettare e non sprecare, nell’interesse dell’umanità intera, e non di particolari etnie come nelle varie ideologie suprematiste, o di concetti astratti come la natura deificata. Se siamo d’accordo che il primo obiettivo è salvare la civiltà ed il suo sviluppo, allora possiamo discutere le priorità. Affossare la civiltà industriale non è una buona idea, visto che tutto quello che abbiamo lo dobbiamo ad essa, compresa la democrazia, i sistemi di istruzione di massa, i sistemi sanitari di massa, le libertà ed i diritti civili. La scelta della decrescita è una soluzione infantile ai problemi causati dalla civiltà industriale: se il nostro bambino si brucia col fuoco, la soluzione non è spegnere per sempre qualsiasi fuoco, bensì prendere misure per continuare a godere gli effetti benefici del fuoco, azzerando le possibilità che il piccolo si ustioni ulteriormente. Così bisogna ormai far tesoro di tutta la critica della civiltà industriale sviluppata dal movimento operaio ed altri movimenti nel secolo scorso, e sviluppare una civiltà industriale 2.0, più sicura, più inclusiva, basata su risorse virtualmente infinite, quelle del sistema solare. Una civiltà industriale che veda i costruttori (makers) riprendere il controllo dell’economia oggi in mano agli speculatori (traders). Sempre per quanto riguarda gli ecologisti umanisti, adesso la green economy — che stava loro molto a cuore — sembra essere consolidata, è quindi tempo di pensare alla prossima campagna, nella quale potremmo essere insieme! Per gli investitori: la bolla del commercio elettronico è già scoppiata, così altre bolle-meteora che hanno illuso i mercati per qualche anno, poi sono scoppiate, e non poteva essere diversamente, perché confinate entro i limiti del mondo chiuso. Adesso, scoppiate tutte le bolle possibili, ed esaurite molte illusioni, possiamo andare finalmente nello spazio?? È finalmente il nostro turno di dimostrare la validità dell’opzione spaziale?

Il lavoro da fare è enorme

Alcuni imprenditori coraggiosi, come Elon Musk, Jeff Bezos, ed altri, stanno diminuendo drasticamente il costo per kg del trasporto terra orbita. Ma questo potrebbe anche non essere sufficiente, per aprire la frontiera. C’è infatti chi lavora per tenerla ben chiusa alle attività umane. Delle nuove tecnologie potrebbero approfittare — e sarebbe un’altra bolla (perdita di tempo) che non possiamo più permetterci (ci avvisa tra gli altri Stephen Hawking) — esclusivamente il settore satellitare e quello robotico. Va da sé, ma non è un discorso meramente filosofico né del tutto ovvio, che senza espansione umana non ci sarebbe vera espansione. La “popolazione” dello spazio mediante macchine automatizzate non farebbe che accrescere la pressione sui terrestri, che si troverebbero ancora più condannati a restare soltanto terrestri, con un mare di ferraglia che gli orbita sulla testa, destinata a diventare ulteriori rottami, non governati e non governabili. Ancora più confinati in casa, ad assistere ad una specie di progresso fake, senza esserne davvero protagonisti, a guardare in tv l’esplorazione automatizzata di Marte senza andarci davvero, senza mai sapere se stiamo guardando la realtà o la finzione… Un global warming metafisico, dal quale potremmo evadere solo mettendo fuori la testa… fuori dal pozzo gravitazionale, fuori, nello spazio infinito, tra le stelle. L’espansione nello spazio deve rappresentare libertà per tutti. Ogni terrestre dovrà avere l’opportunità di potersi trasferire lassù, e quindi lassù ci devono essere le imprese, e le opportunità per tutti. Utopia? Sì, e no. Consideriamo che nel sistema solare ci sono risorse per lo sviluppo di una civiltà di trilioni di esseri umani. A noi oggi tocca la responsabilità di decidere se vogliamo incamminarci su quella strada oppure no. Fra qualche anno, se continuiamo a crescere di numero e di esigenze in un mondo chiuso, oppure se saremo implosi su noi stessi, a causa della nostrea incapacità di decidere, potrebbe essere troppo tardi.

Serve una grande collaborazione, ed un programma integrato

Dunque, dicevo, le tecnologie di accesso all’orbita a basso costo sono fondamentali, ma non sufficienti.

Per un vero cambio di paradigma, dall’esplorazione militare dello spazio al trasporto di passeggeri civili ed insediamento spaziale, serve risolvere due ordini di problemi: un problema scientifico, ed uno legislativo. Non è logico aspettarsi che nessuno di questi problemi sia risolto da imprenditori privati, per quanto idealisti e motivati essi possano essere.

Se vogliamo davvero portare civili a viaggiare nello spazio, e risiedere in infrastrutture spaziali, dobbiamo garantire adeguata protezione della vita e della salute, così come ci si aspetta da qualsiasi compagnia di trasporto aereo e struttura abitativa o villaggio alberghiero, anche a terra, in condizioni ambientali estreme.

I problemi fondamentali sono due: (1) la bassa gravità (come sulla Luna o su Marte) o gravità zero (su infrastrutture orbitali) (2) le radiazioni dure provenienti dal sole e dallo spazio profondo (esplosione di supernovae).

È chiaro che, già dopo qualche anno a bassa gravità, la nostra muscolatura e la stessa struttura ossea si modificherebbero ad un punto tale da non poter tornare sulla Terra se non su una sedia a rotelle, per non parlare delle nuove generazioni. E, se non protetti dalla radiazioni cosmiche, subiremmo mutazioni genetiche imprevedibili. Sopravviverebbe la vita umana? Può darsi, ma in ogni caso nessuno vorrebbe subire mutazioni fisiologiche così drastiche e veloci… Abitando sulla Luna, sotto la superficie, risolveremmo il problema delle radiazioni, ma non quello della bassa gravità. Occorre sempre pensare alla differenza tra la vita di un militare addestrato, che può anche adeguarsi ad un esercizio ginnico di qualche ora al giorno, e la vita quotidiana di gente normale, che presto si stuferebbe di dedicare tutti i giorni diverse ore alla ginnastica, e finirebbe per adeguarsi alle più comode e piacevoli condizioni di bassa gravità… Abitando su infrastrutture orbitali rotanti, potremmo avere il nostro G di gravità terrestre, ma la protezione dalle radiazioni diventa un problema di non facile soluzione. Si potrebbero scavare habitat all’interno di asteroidi catturati e portati in area cislunare. Comunque, anche pensando alle navi che dovranno portarci in area lunare, o su Marte, o nella cintura asteroidea, od ovunque, nel sistema solare, occorre trovare al più presto un adeguato sistema di protezione dalle radiazioni, per schermatura, per emissioni di radiazioni in controfase, o altri principi che, non essendo personalmente uno scienziato, non posso al momento immaginare.

Essendo questo un problema di carattere scientifico, occorre che le agenzie spaziali diano molta più priorità a questa ricerca.

Quanto presto ci serve tutto ciò? Il prima possibile. Anche se, in base all’esperienza condotta sulla ISS, possiamo ancora farne a meno per le prime infrastrutture orbitali, costruite all’interno delle fascie di Van Allen (fascia interna dai 1000 ai 6000 km di quota, fascia esterna dai 10.000 ai 60.000 km). Le fascie di Van Allen ci assicurano una certa protezione, opponendosi alle radiazioni cosmiche. Fuori dalle fascie di Van Allen la vita si fa’ più dura, tuttavia possiamo andarci, proteggendoci adeguatamente mediante tecnologie già disponibili, quali intercapedini piene d’acqua, oppure costruendo pareti sufficientemente spesse, con materiali studiati ad hoc, per il loro alto coefficiente di impermeabilità alle radiazioni.

È possibile pensare ad una politica italiana fortemente orientata verso l’alto, dopo tanto agitarsi a destra e sinistra? 

Si dovrebbero formulare degli obiettivi, stendere un piano coerente, che preveda la cooperazione tra l’industria privata, le agenzie spaziali e, perché no, anche altri istituti di ricerca. Prevedendo infrastrutture di dimensioni via via crescenti, si dovrebbero includere studi finalizzati a sistemi di sostentamento alla vita, produzione di ossigeno, mediante l’utilizzo di culture vegetali particolarmente adatte, produzione di cibo, trattamento dell’acqua, ecc… Il piano potrebbe prevedere prime milestone di costruzione di infrastrutture in orbita terrestre, poi a metà strada tra la Terra e la Luna (si veda anche il progetto ESA), poi in area cislunare.

Sul piano legislativo, occorre sviluppare un sistema di diritto civile spaziale, magari derivandolo dall’Outer Space Treaty (il cui 50mo anniversario ricorre quest’anno, in Ottobre), e dal diritto marittimo delle acque internazionali.

Nota: la parte di questo articolo che riguarda gli stakeholder dell’espansione spaziale è tratta da un documento firmato da A. Autino e Patrick Collins: “What the Growth of a Space Tourism Industry Could Contribute to Employment, Economic Growth, Environmental Protection, Education, Culture and World Peace”.

Si veda anche l’ultimo libro di A. Autino “Un mondo più grande è possibile!

Adriano V. Autino

 

Globalizzazione come disordine mondiale

movimenti-globalizzazione

Caos e disordine mondiali, contrariamente all’opinione di chi pensa alle opportunità che essi possono offrire, generano in realtà l’anarchia nelle relazioni internazionali e fanno temere la crescita del pericolo di motivi di guerra, sinora contenuti entro ristretti confini regionali. A parere di Aldo Giannuli, ricercatore presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università statale di Milano, si tratta ora di un pericolo che espone il mondo a un possibile conflitto a scala planetaria.

Giannuli, in “Elogio del disordine mondiale” (Limes, n. 2/2017), osserva che è “in corso un allargamento delle aree di scontro con archi di crisi di migliaia di chilometri, dalla Libia all’Afghanistan, dalla Siria all’Ucraina forse all’Estonia, dalla Corea alle isole Senkaku-Diaoyu, che potrebbe allungarsi sino alle Paracelo – per non dire dell’iperterrorismo”; situazione, questa, che può solo prefigurare la preoccupazione per un’”escalation” che porti ad un conflitto generalizzato.

Tradizionalmente – afferma Giannuli – l’ordine mondiale e sempre stato pensato come equilibrio nelle relazioni tra gli Stati; con la “globalizzazione neoliberista”, però, sono venuti meno i capisaldi del passato, gli Stati nazionali, che di quell’ordine erano, oltre che gli artefici, entro certi limiti, anche gli addetti alla sua salvaguardia. L’avvento della globalizzazione, infatti, ha causato un profondo “riallineamento” dei rapporti di forza economica dei diversi Paesi; questo mutamento, coniugato con l’affievolimento del ruolo dei singoli Stati, ha indotto gran parte dei fruitori dei vantaggi offerti dall’integrazione dei mercati nazionali nel mercato mondiale a ritenere che “di Stato ne bastasse sol uno – gli USA – di cui tutti gli altri sarebbero stati solo pallide agenzie locali”.

L’esperienza storica è valsa a smentire tale convincimento; ciò perché, a fronte del consolidamento delle posizione egemonica degli USA, non sono mancate le contromisure messe in atto dai protagonisti più deboli del mercato mondiale; questi, coalizzati contro la potenza egemone, hanno reso precario il vecchio ordine internazionale, in quanto alla potenza centrale hanno contrapposto un “certo numero di potenze regionali”, con la prima dotata di una capacità d’intervento planetario, e le seconde in grado solo di difendere il “proprio spazio strategico”. La precarietà del nuovo ordine internazionale ha reso sempre più imperfetto e incerto il predominio della potenza egemone sulla scena globale, sino ad originare una situazione di generalizzata anarchia nelle relazioni internazionali.

Con la nascita del mondo moderno, la diffusione della forma organizzativa della vita sociale dello Stato nazionale e l’assenza di un’autorità soprannazionale hanno spinto a risolvere il problema dell’anarchia internazionale attraverso trattati che, oltre a sancire l’indipendenza dei singoli contraenti, hanno teso a limitare gli scontri armati generalizzati. Il risultato è stato che le relazioni internazionali sono state “governate” con accordi fondati su una logica relazionale tra gli Stati che ha preso il nome di “equilibrio di potenza”; lo scopo era quello di impedire che uno degli Stati o coalizione di Stati, aderenti all’accordo, divenisse tanto forte da prevalere sugli altri. La logica dell’equilibrio di potenza, tuttavia, pur simulando la sovranità e l’uguaglianza di ciascun soggetto partecipante all’accordo, non ha impedito che l’ordine mondiale assumesse una forma gerarchica; non senza fondamento, una corrente di pensiero “realista”, avente come suo esclusivo campo di studio le relazioni internazionali, ha identificato l’ordine mondiale, affermatosi dopo gli anni Settanta del secolo scorso come un ordine basato “sulle condizioni di pace dettate dai vincitori”.

A questo tipo di ordine mondiale – a parere di Giannuli – è riconducibile, infatti, quello realizzato sulla base dei trattati ispirati dal “Washington consensus”, con la costruzione di una cornice all’interno della quale è stato allargato e approfondito il processo di integrazione mondiale delle economie nazionali; un ordine “basato sul compromesso fra la spada e la moneta a fondamento dell’egemonia americana”, che però sarebbe entrato in crisi con l’inizio della Grande Recessione del 2007/2008.

Data la situazione esistente, Giannuli si chiede se “sia realistico e auspicabile” pensare a un possibile ricupero dell’ordine mondiale preesistente la crisi, col ripristino della netta egemonia di un solo soggetto, gli USA; oppure se sia preferibile un diverso ordine, sempre fondato sulla centralità dell’America, ma basato su un compromesso stipulato dai maggiori protagonisti della scena mondiale, ovvero dai soggetti espressi dai “sette imperi”, come Giannulli chiama USA, UE, Giappone, Brasile, Russia, India e Cina. Entrambe le alternative, secondo il ricercatore dell’Università Statale di Milano, sono poco probabili; la prima, quella fondata sulla sola egemonia americana, in considerazione delle dichiarate intenzioni della nuova amministrazione statunitense, appare allo stato attuale assai poso credibile; la seconda alternativa, per quanto meno irrealistica della precedente, non è priva di ostacoli: in primo luogo, perché l’Unione Europea è afflitta da una crisi che dura da tempo e che, per le intenzioni del neopresidente, non vede i rapporti euro-americani destinati a volgere “al bello”; in secondo luogo, perché gli altri principali “imperi”, Cina e Russia, sembrano anch’essi attraversare nei loro rapporti con gli USA una fase non migliore di quella dell’Unione.

Le due alternative possibili per il ripristino dell’ordine mondiale pre-crisi non sono, perciò, a parere di Giannuli, auspicabili, sia perché, una riproposizione dell’egemonia americana non è desiderabile, soprattutto in relazione al modo con cui gli USA hanno governato il processo di internazionalizzazione delle economie nazionali; sia perché anche il compromesso tra i “sette imperi”, “al di là delle ragioni che ne farebbero prevedere la scarsa stabilità e durata”, calare sul mercato globale la “cappa di piombo di un ristretto club di nazioni […] potrebbe essere del tutto controproducente, tanto sul piano del libero sviluppo delle dinamiche storiche in corso quanto in vista di preservare la pace”.

Infine, conclude Giannuli, a parte l’impossibilità di dimostrare che il compromesso tra i “sette imperi” possa durare nel tempo e che in qualcuno di essi possano nascere propensioni egemoniche, il patto sul quale dovrebbe reggersi il compromesso “avrebbe l’effetto di congelare qualsiasi ipotesi di riforma della governance mondiale in direzione di meccanismi più democratici e di migliori garanzie per il diritto internazionale”. Tutto ciò varrebbe a dimostrare che, contrariamente a quanto la teoria delle relazioni internazionali sostiene, non sempre i peggiori pericoli mutuano la loro origine dall’anarchia; a volte, come nel caso attuale, è l’ordine possibile che potrebbe “generare il massimo disordine”.

In sostanza, la causa prima dell’incerta possibilità di rimediare al caos e al disordine mondiale è il mancato governo della globalizzazione. Come afferma Alessandro Pansa, docente di Finanza presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma e autore dell’articolo “La finanza occidentale domina il mondo” (Limes, n. 2/2017), è la globalizzazione “la vera causa efficiente della perdita di baricentro del mondo, del suo mutato equilibrio o maggiore disequilibrio. In una sorta di nemesi della storia o di eterogenesi dei fini, la liberalizzazione dei movimenti di capitali, la deregolamentazione dei mercati finanziari, l’internazionalizzazione della tecnologia e l’imposizione di regole al commercio internazionale – sostenute prima di tutto dai governi britannico e statunitense – avrebbero finito col rivoltarsi contro coloro che hanno voluto, costruito, dotato di dignità intellettuale e difeso questo sistema, frammentando e trasferendo al resto del mondo un potere che per secoli era stato appannaggio dei sistemi occidentali”.

Conseguentemente, un mondo in cui gli attori economici operano senza che gli Stati nazionali siano impegnati a contenere i costi di transazione, appare oggi, sì, come un’area di mercato unificata, ma anche come un “campo di battaglia”, al cui interno è combattuta una guerra per la distribuzione del potere di scambio; guerra, questa, nello svolgimento della quale, l’Occidente (inteso come l’insieme, sia pure ridotto, dei Paesi ad economia di mercato) svolge un ruolo ancora dominante, disponendo però di una forza notevolmente inferiore rispetto a quella della quale disponeva nel passato, a causa della ridistribuzione del potere che sarebbe avvenuta all’interno dei principali Stati che lo compongono.

A parere di Pansa, la competizione per il controllo della tecnologia e dei mercati finanziari avrebbe determinato il trasferimento di “enormi quote di potere dai governi alle principali istituzioni finanziarie e industriali”, con la conseguenza che le prime (le istituzioni finanziarie) avrebbero acquisito la capacità di influenzare le politiche finanziarie degli Stati e quelle degli investimenti pubblici; mentre le seconde (le istituzioni industriali) condizionerebbero “la dotazione tecnologica di un Paese, il suo sistema industriale, le politiche per il mercato del lavoro, la distribuzione delle strutture produttive”. L’effetto della ridistribuzione del potere all’interno dei principali Stati occidentali sarebbe consistito nel fatto che, mentre le istituzioni finanziarie e industriali hanno acquisito la possibilità di fissare le regole di funzionamento del mercato internazionale, le istituzioni politiche avrebbero visto restringersi la propria competenza a un livello solo nazionale, se non addirittura locale. Tutto ciò avrebbe avuto come effetto ultimo destabilizzante la crisi delle istituzioni democratiche e la perdita da parte degli Stati occidentali del potere di governare la globalizzazione.

L’affievolimento del ruolo degli Stati nazionali e lo svilimento delle istituzioni democratiche sarebbero all’origine del caos e del disordine in cui versa attualmente il mercato globale. Ciò avrebbe messo a rischio la sopravvivenza dello stesso modo di produzione capitalistico; poiché il capitalismo – afferma Pansa – “può esistere senza la democrazia mentre quest’ultima difficilmente potrebbe sopravvivere senza il primo, è il capitalismo che va salvato, in parte anche da se stesso”. Ma come? Pansa al riguardo, propone una “ricetta”, la cui utilizzazione ha però da percorrere un terreno molto accidentato.

Intanto, la “ricetta” prevede un ritorno all’antico all’interno degli Stati dove le istituzioni democratiche sono state espropriate delle loro prerogative da quelle finanziarie e industriali, consentendo alle prime di esercitare l’antico ruolo di governare e regolamentare i comportamenti, a livello nazionale ed internazionale, delle istituzioni finanziarie e di quelle industriali; in secondo luogo, la “ricetta” ipotizza il ridimensionamento dei mercati finanziari, per consentire un loro controllo stabilizzante da parte delle istituzioni politiche; in terzo luogo, l’ipotesi di Pansa considera la reintroduzione di un diverso trattamento fiscale per il contenimento dei flussi finanziari a breve; infine, la stessa proposta implica una riorganizzazione delle istituzioni economiche internazionali, con una riduzione della capacità, della quale esse sino ampiamente avvalse, di fissare le regole che sottostanno le relazioni commerciali internazionali.

Pansa conclude il discorso chiedendosi a chi dovrebbe spettare il compito di prendere l’iniziativa per portate a compimento le riforme che egli propone. L’esperienza del passato, potrebbe suggerire la plausibilità che a prendere l’iniziativa sia l’”insieme tutto sommato piuttosto omogeneo di storia, cultura, regole e istituzioni composto da Stati Uniti ed Europa”; sennonché, Pansa stesso riconosce che “gli USA sono oggi guidati da un’amministrazione che non sembra interessata s quel ‘moderato multilateralismo’ che ha caratterizzato la miglior leadership americana del secondo dopoguerra”. Non resterebbe che l’Europa, la quale, però, per via dello stato in cui versa, sia sul piano economici, che su quello politico, non si trova nella condizione di poter pensare di governare “processo globali”.

A parere di Pansa, l’impegno dell’Europa ad assicurare una governance al mercato globale potrebbe costituire l’occasione, sicuramente non di facile accoglimento, per ridare “ruolo e significato all’UE”, le cui istituzioni avrebbero cosi modo di non farsi più percepire dal resto del mondo “come una sovrastruttura dannosa e autoreferenziale”. Strano modo di pensare, quello di Pansa; egli è del parere che L’Europa potrebbe trovare un motivo per un suo possibile ”riscatto”, impegnandosi perché al mondo e alla globalizzazione dei mercati nazionali sia assicurata una governance, dimenticando, come egli stesso riconosce, che la sua incapacità di impegnarsi per la realizzazione di un possibile governo globale dipende proprio dalla sua inadeguatezza a “governare processi globali”.

In sostanza, per Pansa, come per Giannuli, non sempre per il mondo i peggiori pericoli mutuano la loro origine dall’anarchia internazionale; a conservare il mondo nel caos attuale è l’ordine possibile che potrebbe essere garantito da uno Stato (gli USA), o da una coalizione di Stati (la UE), che sono privi della necessaria disponibilità e credibilità perché possano essere assunti come garanti di un nuovo possibile ordine globale multilaterale.

Gianfranco Sabattini

Summit di Taormina: riportare la Russia nel G8

PutinE’ partita un’iniziativa italiana per il reintegro nel G8 della Federazione Russa. E’ un’iniziativa giusta, opportuna e che tiene conto anche degli interessi del nostro Paese.

I presidenti del Consiglio Italiano del Movimento Europeo (CIME), dell’istituto di ricerche sociali EURISPES e dell’Istituto Italiano per l’Asia e il Mediterraneo (ISIAMED) hanno scritto una lettera aperta al Presidente del Consiglio dei Ministri, Paolo Gentiloni, sollecitando il nostro governo a farsi promotore di azioni affinché  il presidente Vladimir Putin possa essere al summit di Taormina, al fine di costruire “ponti” e la necessaria, vera e positiva collaborazione di pace per una efficace cooperazione tra i popoli.

Come è noto, dal primo gennaio  l’Italia ha la presidenza del G7, di cui sono membri anche gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone, la Germania, la Francia e la Gran Bretagna. Gli altri Paesi dell’Ue sono rappresentati dalla Commissione europea, che, si ricordi, non può ospitare i vertici ne presiederli.

Quindi a maggio a Taormina si terrà il prossimo summit dei capi di stato e di governo con la presenza di nuovi leader mondiali, come il Presidente americano Donald Trump, il prossimo Presidente francese e il Primo ministro inglese Theresa May.

E’ noto che, dal 1998 fino al 2014, al G8 ha partecipato anche la Federazione Russa. A seguito della crisi in Ucraina, del referendum in Crimea e delle conseguenti sanzioni, è stata impedita tale partecipazione.

Pertanto a Taormina, purtroppo, potrebbe non esserci, ancora una volta, il Presidente della Federazione Russa. In merito riteniamo che il meeting potrebbe essere l’occasione per l’Italia per spingere verso la riapertura di un dialogo costruttivo con Mosca. La Russia, non sfugge a nessuno, è un partner importante. Lo è ancor di più per l’Unione europea, se davvero si vuole agire per affrontare le tante questioni globali. La soluzione di problemi quali quello della sicurezza e delle migrazioni e ovviamente quelli relativi ai costruendi nuovi assetti pacifici e multipolari, non può prescindere dal coinvolgimento della Russia.

Si ricordi che il 2016 si è purtroppo chiuso con il massacro terroristico di cittadini inermi nel mercatino di Natale a Berlino e il 2017 è cominciato con l’orrendo attentato di Istanbul. Sono eventi che pongono al centro della politica europea ed internazionale la questione della sicurezza e della pacificazione e risoluzione dei troppi conflitti regionali  che, come dice il Papa, nel loro insieme, anche se a pezzi, costituiscono la terza guerra mondiale.

Le grandi istituzioni internazionali, a cominciare dall’ONU e dall’Unione europea, sono chiamate ad assumere delle  responsabilità dirette. Ma anche i vertici G20, G7 e G8 sono importanti organismi di coordinamento per affrontare le cause delle tante tensioni legate soprattutto alle maggiori sfide economiche e geopolitiche e dare indicazioni sulle soluzioni più adeguate e condivise.

Perciò riteniamo positivo che il primo ministro Gentiloni abbia già sottolineato la necessità per tutti di abbandonare la logica della guerra fredda, senza rinunciare ai principi, Lo sono anche le recenti dichiarazioni del Ministro degli Esteri, Angelino Alfano, che sembra sollecitare il rientro della Russia nel G8.

Ciò potrebbe aiutare anche la stessa Unione europea a recuperare un ruolo più incisivo nel contesto internazionale. Il vertice di Taormina, città di grande storia proiettata nel Mediterraneo, potrebbe, quindi, essere davvero l’occasione per aprire nuove prospettive di cooperazione e crescita comune.

L’esclusione della Russia sarebbe non solo inopportuna e ingiustificata, ma darebbe l’impressione di una decisione negativa esclusiva dell’Europa, tenuto conto delle più recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti.

Mancando la Russia, oltre alla Cina e all’India che non vi hanno mai fatto parte, il G7 rischia di essere visto nel mondo come un club di amici dell’Occidente. Un club di Paesi che, rispetto al loro Pil, sicuramente occupano le prime posizioni mondiali, ma hanno economie in prolungata stagnazione.

Si rammenti che le perduranti sanzioni incrociate con la Russia penalizzano esclusivamente le economie europee. In proporzione, è l’Italia a rimetterci di più. Se ciò è vero, come è vero, il nostro Paese non può non cogliere l’opportunità di Taormina per assumere un ruolo più incisivo ed avere un maggiore spazio nella scena internazionale, a partire dal Mediterraneo e dalla stessa Europa.

Mario Lettieri * e Paolo Raimondi**
*già sottosegretario all’Economia  **economista

Brics, il silenzio dell’Onu
sulle ‘forze’ emergenti

brics-2016Il summit dei Paesi BRICS a Goa, India, tenutosi il 16 ottobre scorso segna un ulteriore passo avanti verso la creazione di una più stretta alleanza istituzionale tra i suoi membri. È indubbiamente la dimostrazione concreta che gli indebolimenti interni ai singoli Paesi e i tentativi esterni di destabilizzazione non hanno avuto gli effetti paralizzanti che certi interessi geopolitici si auguravano.
La Dichiarazione finale del summit afferma che i BRICS rappresentano “una voce influente sullo scenario internazionale capace anche di generare effetti positivi tangibili per i propri popoli”. Essi “contribuiscono grandemente all’economia mondiale e al rafforzamento dell’architettura finanziaria internazionale” anche attraverso i nuovi organismi come la Nuova Banca per lo Sviluppo (NDB) e l’Accordo per la Riserva di Contingenza (CRA). Ciò dovrebbe agevolare la “transizione verso un ordine internazionale multipolare”.
Tale prospettiva si affianca alla denuncia dei “conflitti geopolitici che hanno contribuito al clima d’incertezza dell’economia globale”, in quanto lo sviluppo e la sicurezza sono strettamente collegati, direttamente proporzionali e determinanti per sostenere una pace duratura.
Al riguardo si ribadisce il sostegno al ruolo centrale dell’ONU come unica organizzazione multilaterale universale capace di lavorare per la pace, la sicurezza, lo sviluppo, la solidarietà e la tutela dei diritti umani. Tale sostegno è una scelta importante, per certi versi stridente con lo stesso silenzio dell’ONU rispetto a situazioni di crisi, come quelle in atto in Siria e in Nord Africa.
Si afferma con forza che “le politiche monetarie da sole non possono condurre ad una crescita bilanciata e sostenibile”. Si sottolinea perciò “l’importanza dell’industrializzazione e di efficaci misure finalizzate allo sviluppo industriale, che sono le fondamenta di una trasformazione strutturale”. In questo contesto l’innovazione tecnologica, si evidenzia, è centrale.
Durante la riunione del BRICS Business Council, formato da 25 importanti industriali, tenutosi il giorno prima del summit, i capi di governo dei BRICS hanno parlato con un linguaggio ancora più chiaro. Il presidente cinese Xi Jinping ha detto che l’economia mondiale langue nel mezzo di una “ripresa incerta e volatile”. E’ perciò necessario, ha aggiunto, che, dopo i successi dei passati dieci anni, i BRICS rafforzino la loro partnership.
A sua volta il primo ministro indiano Narendra Modi ha aggiunto che tale crescente e positivo rapporto tra i Paesi BRICS deve rafforzarsi con la creazione di nuove istituzioni e organizzazioni comuni, tra cui una propria Agenzia di rating, un Centro di ricerche agricole e quello per le infrastrutture e i trasporti ferroviari.
Il presidente russo Vladimir Putin, da parte sua, ha indicato una strategia comune per una nuova linea di cooperazione e di investimenti che colleghi le attività del Business Council con quelle della Nuova Banca di Sviluppo. L’intento è quello di rendere più operativi gli imprenditori privati. Molti dei quali, con l’occasione, hanno partecipato alla grande Fiera Commerciale di New Delhi dove sono stati presentati i nuovi prodotti tecnologici e industriali realizzati nei rispettivi Paesi
Noi pensiamo che nel prossimo futuro il mondo occidentale potrebbe essere sorpreso dai molti nuovi progetti realizzati congiuntamente dai BRICS in vari campi tecnologici.
I capi di governo dei BRICS hanno ribadito gli accordi e gli impegni presi al summit del G20 di Hangzhou in Cina all’inizio di settembre. In particolare hanno rinnovato l’impegno a lavorare con più decisione nel G20 per progetti di importanza globale, come l’Iniziativa per lo sviluppo dell’Africa e la definizione dei una più giusta ed equa governance del Fondo Monetario Internazionale.
Ci sembra che, anche in relazione al ruolo, sempre più incisivo, dei BRICS, l’Unione europea dovrebbe avviare con maggiore convinzione rapporti più stringenti con detti Paesi. Sarebbe il modo più concreto ed efficace di contribuire ad accelerare la ripresa economica globale, la crescita delle regioni in ritardo di sviluppo e, ovviamente, la realizzazione dell’indispensabile stabilità politica internazionale quale presupposto per una pace mondiale duratura.

Mario Lettieri e Paolo Raimondi