“Ungheria 1956”, accusa contro il comunismo

ungheriaAlla Biblioteca di Storia moderna e contemporanea di Roma, in Via Caetani, è stato presentato il saggio di Giuseppe Averardi, senatore emerito, giornalista e autore di vari libri su temi di storia contemporanea, “Ungheria 1956- Le verità nascoste” (Bologna, Minerva ed., 2018, €. 18,00). Un libro che ricostruisce la tragica Rivoluzione ungherese del ’56: focalizzando poi le sue conseguenze per la sinistra europea e specialmente italiana, in termini anche di traumi psicologici ed esistenziali, e abbandoni della rotta che per decenni s’ era ritenuta l’unica possibile e giusta (nel 1956- ’57, ricordava nel ’76 Giorgio Amendola nel suo libro “Gli anni della Repubblica”, il PCI perse addirIttura mezzo milione di iscritti!).

L’ Autore ha ricordato i drammatici momenti di allora, sollevando il problema di come si possa raccontare a un giovane d’ oggi lo spirito di quel tempo, in cui l’Italia e l’Europa uscivano da una guerra devastante, e le ideologie (insieme alla miseria) la facevano da padrone in larghi strati sociali. A quell’ epoca, Averardi era un giovane dirigente del PCI: sconcertato dal completo allineamento del Partito, guidato da Palmiro Togliatti, alle posizioni di Mosca (a dicembre del ’56, il PCI si sarebbe dichiarato sostanzialmente a favore della repressione sovietica in Ungheria). Lui, allora responsabile de “Il Contemporaneo”, supplemento culturale di “Rinascita”, l’altro giornalista Michele Pellicani (direttore di “Vie Nuove” e padre di Luciano) , Eugenio Reale – all’epoca responsabile amministrativo del PCI – e Tomaso Smith , fondatore e direttore di “Paese Sera”, lasciarono il partito togliattiano per approdare alle sponde socialiste e socialdemocratiche.
Ne nacquero, nel ’57, il periodico “Corrispondenza socialista”, e. poco dopo, il quotidiano “La Giustizia” (ripresa della storica testata fondata ai primi del ‘900 da Camillo Prampolini). Che, animati dai quattro e da pochi altri coraggiosi, in anni in cui lo stesso “Avanti!” era ancora indietro nella difesa del socialismo riformista (proprio del ’56, ricordiamo, anche prima dei fatti d’ Ungheria, è lo storico incontro di Pralognan tra Nenni e Saragat, segnante l’inizio del riavvicinamento PSI-PSDI), con firme di prestigio, o destinate a diventarlo ( da Howard Fast a Milovan Gilas, da Franco Ferrarotti ad Antonio Ghirelli e Antonio Spinosa), iniziarono a discutere momenti e temi fondamentali della storia della sinistra in chiave autenticamente socialista democratica.

Roberto Cipriani, sociologo della religione, docente emerito dell’ Università Roma 3, ha ripercorso le drammatiche vicende del ’56 in Ungheria e nel resto del mondo ( fu l’anno anche dei moti antistalinisti pure in Polonia, e dell’attacco anglo-francese all’ Egitto di Nasser per la questione di Suez).: Ricordando anche le possibili responsabilità di Palmiro Togliatti nella morte (1957) del comunista eretico Giuseppe Di Vittorio: che proprio nel’56, cardiopatico, andò a curarsi in URSS (Togliatti, però, non gli consegnò mai la cartella coi risultati dei suoi test clinici, avuta di nascosto da Stalin: il sindacalista pugliese continuò allora a lavorare senza mai risparmiarsi, sino all’ improvvisa morte nell’autunno del ’57).
Luciano Pellicani, docente di Sociologia politica della LUISS, direttore emerito di “Mondoperaio”, ha focalizzato le analogie di fondo tra comunismo leninista, nazismo e altre ideologie totalitarie (come, oggi, l’integralismo islamico): sintetizzabili nel rifiuto totale della società borghese e del liberalismo valorizzante l’individuo, in nome d’un collettivismo totale e totalizzante, padrone assoluto non solo dell’economia, ma anche della cultura e persino delle coscienze e dello spirito degli individui. “Per questo, appunto nell’ Ungheria del ’56, vasti strati della popolazione insorsero contro il comunismo staliniano: ma fu, non dimentichiamolo, una rivolta non di destra, ma anzitutto di sinistra, con in prima fila proprio tanti giovani comunisti profondamente delusi dai burocrati filosovietici”.

Luigi Fenizi, consigliere parlamentare al Senato, già collaboratore di “Mondoperaio”, ha ricordato il posto che spetta di diritto a tutti quegli intellettuali che allora, uscendo dal PCI, furon considerati dei traditori: e invece rientrano a pieno titolo tra i difensori dell’ Occidente e della sua cultura laica e libertaria, da Turati a Silone, da Salvemini a Carlo Rosselli, da Albert Camus a Gustaw Herling e Milovan Gilas. Antonio Parisi, giornalista direttore di varie testate e autore di saggi di storia contemporanea, si è soffermato sull’ Ungheria di oggi, dove tuttora è vivissimo il dolore per la repressione sovietica del ’56 e per gli altri trent’anni di “Collelttivismo burocratico” che seguirono, sino al grande crollo dei muri del 1989. Aladino Lombardi, già presidente dell’ ANFIM, ha ricordato il viaggio che, proprio nell’ autunno del ’56, fecero a Budapest Matteo Matteotti (figlio di Giacomo), Indro Montanelli e il padre, Angelo Lombardi: viaggio che, permettendogli di assistere da vicino alla tragedia ungherese, segnò in modo indelebile la loro coscienza di cittadini e operatori dell’informazione e della cultura.

Fabrizio Federici

Severgnini, Montanelli e la Storia d’Italia

Beppe_SevergniniSul «Corriere della Sera» del 12 aprile, Beppe Severgnini presenta l’opera storica che Indro Montanelli pubblicò dal 1957 al 1985. Essa viene riproposta in sedici volumi e copre 2.500 anni di storia dall’Italia medievale «dei secoli bui» sino alle elezioni del 18 aprile 1948. Un piano caratterizzato dalla ricostruzione di eventi e dalla proposta di riflessioni che investono un processo storico di lungo periodo e sottendono il cosiddetto «metodo Montanelli» con la creazione di un’«opera monumentale di un genio del racconto».
Severgnini riconduce la gestazione dell’opera ad «un vago mistero» che tenta di spiegare con il ricorso alla sua «impressione» di giovane giornalista e con il conforto di Iside Frigerio, «custode della serenità del direttore», a cui tributa enfatici elogi di «cormorano-narratore», come si legge nel titolo del suo articolo. Un «vago mistero» che è chiarito in modo contraddittorio dal giornalista, laddove – sulla scia della voce «Storia d’Italia (Montanelli)» reperibile su Internet – fornisce la chiave per comprendere l’opera storica di Montanelli. Egli attinge e condivide che senza l’ausilio di Roberto Gervasi e poi di Mario Cervi lo scrittore toscano non avrebbe potuto dar sfogo alle «sue inconfondibili impronte, stilistiche e caratteriali».
Sulla base di osservazioni poco equilibrate e ispirate da eccessivi elogi, bisogna sottolineare che stile e carattere – seppure uniti ad un vivido amore per la storia – non possono dar vita a un’opera storica in grado di «formare e informare» i cittadini e permettere loro di capire «i disastri» dell’Italia odierna. Quella lode generosa, attribuita a Montanelli di possedere una «capacità di usare lo stile per volare sopra le cose» che lo rendono simile a un raro «narratore-cormorano», è il risultato di considerazioni personali dotate di scarsa conoscenza culturale degli eventi storici. Un motivo ripreso anche da Luigi Offeddu che in modo erroneo parla di «un modello proposto da Dino Buzzati e tradotto da Montanelli in un nuovo stile» (cfr. «Corriere della Sera», 16 aprile 2018, p. 31), che per il giornalista consiste nel linguaggio semplice, nella presentazione dei personaggi priva di ogni retorica e non aliena dalle loro debolezze (cose vere in parte).
L’articolo di Beppe Severgnini può essere considerato la più vivida testimonianza di quella mentalità «corporativa» che due suoi colleghi, Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, hanno sottoposto ad aspre critiche nel loro libro La Casta (2007), però solo in riferimento alla classe politica. Per l’insigne giornalista, direttore dell’inserto settimanale «Corriere della Sera 7» e assiduo frequentatore del programma «Otto e Mezzo» di Lilli Gruber, Montanelli ha inaugurato un «metodo storico» che ha conquistato «un pubblico vastissimo», senza riscuotere la simpatia degli «storici di professione». La conclusione di Severgnini va nella direzione opposta a quella del giornalista obiettivo, consapevole dei principi elementari del lavoro compiuto dallo storico che studia, si documenta e cita la fonte da cui attinge le notizie.
Nulla di tutto ciò si ravvisa nell’indagine storica di Montanelli, che considera inutile la citazione del libro, del saggio o dell’articolo consultato, senza parlare delle fonti dirette come diari, memorie o carteggi. Un criterio «empio» di «fare storia», molto presente nel mondo giornalistico e diffuso anche in alcuni ambienti accademici: un criterio che nuoce gravemente al progresso e alla serietà degli studi storici. L’opera di Montanelli comincia con la pubblicazione della Storia di Roma, che apparve a puntate sulla «Domenica del Corriere», per essere poi pubblicata in volume (Longanesi, Milano 1957). L’invito gli fu rivolto dal vice direttore del «Corriere» Dino Buzzati, che lo incoraggiò due anni dopo a proseguire la sua opera con la Storia dei Greci (Rizzoli, Milano 1959).
Riguardo alla Storia di Roma, Sandro Gerbi – autore di alcuni saggi biografici su Montanelli – elenca una serie di giudizi meritevoli di essere ripresi e approfonditi. Egli ricorda quello di Roberto Contini, per il quale il suo racconto storico risulta «un po’ opaco, appesantito da confronti non indispensabili, scarso di coloritura e di accenti», mentre Bruno Maffi avanza forti riserve sulla «filosofia» di Montanelli, largamente improntata ad una «visione scettica, disincantata, della vita e della storia […] col risultato che tutto si appiana e si spiana, tutto è grigio ed uniforme, proprio dello stile semplificatorio del giornalismo corrente». Un giudizio, quello di Maffi, che può essere esteso ai giornalisti come Severgnini, che «non si preoccupa di approfondire e giustifica questo mancato sforzo con i dettami della saggezza millenaria». La conclusione di Maffi è chiara: «Che il metodo [di Montanelli] aiuti a capire la storia, sia pur semplificandola, lo nego; potrà aiutare la cultura generale come l’aiuta … Lascia o raddoppia. Per me, il tentativo di Montanelli è squallido, falsamente geniale e banalmente umoristico».
Nel rovesciamento di questo giudizio sull’opera storica di Montanelli, Severgnini adultera la realtà e la pone al servizio del suo editore. Alcuni esempi valgono forse a chiarire l’inconsistenza del cosiddetto «metodo Montanelli»: il volume su L’Italia di Giolitti (1900-1920), edito per la prima volta nel 1974, attinge abbondantemente dal libro L’Italia dal liberalismo al fascismo 1870-1925 (Roma-Bari 1973 vol. I) di Christopher Seton-Watson, per cui diventa difficile (ma non impossibile) stabilire che cosa sia dello storico inglese e che cosa del giornalista toscano. Medesimo discorso vale per il volume L’Italia della disfatta, almeno per la parte relativa al 25 luglio del 1943 e alla caduta del fascismo, che fa largo uso della ricostruzione storica reperibile nel volume 25 luglio crollo di un regime (Milano 1963) di Gianfranco Bianchi.
Severgnini cita il volume L’Italia di Giolitti, ma non sa che esso è superato dagli studi storici apparsi negli ultimi decenni, oltre ad essere inficiato da strafalcioni storici. Il caso di Gaetano Bresci, uccisore il 29 luglio 1900 di Umberto I, è un esempio eclatante per comprendere come la narrazione storica di Montanelli sia superata dai recenti studi volti a sottolineare il legame tra l’ex regina Maria Sofia e gli anarchici. Bresci lascia Paterson e viene in Italia per uccidere il sovrano per motivi pecuniari: eppure la via era stata indicata da Benedetto Croce nel suo articolo Gli ultimi Borbonici («La Stampa, 2 giugno 1926, poi in Id., Uomini e cose della vecchia Italia, Bari 1927, p. 406») quando aveva denunciato il legame perverso tra la regina borbonica e l’anarchico Errico Malatesta: una tesi sviluppata e documentata da Enrico Tuccinardi e Salvatore Mazzariello nel volume Architettura di una chimera. Rivoluzioni e complotti in una lettera dell’anarchico Malatesta reinterpretata alla luce di inediti documenti d’archivio (Mantova 2014).
Nella miriade di notizie sull’«età giolittiana», il giornalista toscano confonde il periodico L’Era nuova (13 giugno 1908-19 ottobre 1917) con la casa editrice omonima, ignora il dibattito tra anarchici individualisti e organizzatori (parla di «tal Ciancabilla»), confonde l’anarco-sindacalismo con il sindacalismo rivoluzionario e non comprende l’arringa difensiva di Francesco Saverio Merlino durante il processo a Bresci. Addirittura considera Napoleone Colajanni «socialista», quando il direttore della «Rivista Popolare di Politica, Lettere e Scienze Sociali» era un repubblicano, fervente seguace di Giuseppe Mazzini.
Nelle pagine dedicate al Partito socialista, Montanelli dimostra livore e confusione, riportando notizie tratte dal testo di Seton-Watson, che attribuisce impropriamente il famoso brano di Filippo Turati alla polemica con Enrico Ferri. Esso apparve invece sulla «Critica Sociale» (1° gennaio 1900) con il titolo Dichiarazioni necessarie: rivoluzionari od opportunisti? ed è diretto più agli anarchici che al socialista mantovano. Il brano, là dove Turati dice: «Verrà giorno che i fiocchi di neve formeranno valanga. Aumentare queste forze latenti, lavorandovi ogni giorno, è fare opera quotidiana di rivoluzione, assai più che sbraitare su pei tetti la immancabile rivoluzione, che non si decide a scoppiare», è scopiazzato da Montanelli per commentare la figura di Enrico Ferri (cfr. C. Seton-Watson, L’Italia dal liberalismo al fascismo, vol. I, cit., p. 309 e I. Montanelli, Storia d’Italia 1861-1919, vol. 6, Corriere della Sera, Varese 2003, p. 352).
Da Filippo Turati ad Enrico Ferri fino a Pietro Nenni si ha un susseguirsi di giudizi validi sul piano cronachistico e meno su quello storico, ma certamente non rispondenti ai giudizi di Severgnini o di Luciano Fontana. Il primo dice che Montanelli lascia un ritratto «formidabile» di Nenni, ma non specifica le sue caratteristiche fondamentali; mentre il secondo – nella scialba introduzione al volume L’Italia della Repubblica (2 giugno 1946 – 18 aprile 1948) pubblicata sul «Corriere» del 16 aprile – sottolinea l’«irruenza» di Nenni e all’asserzione impropria, secondo cui la vittoria della Democrazia Cristiana avrebbe «spazzato via dalla scelta degli italiani» il dibattito politico tra i vari partiti presenti sulla scena politica. Negli articoli di Montanelli, ignorati dal direttore del «Corriere della Sera», non si ritrova un simile giudizio, come si ricava anche dalle annotazioni di Nenni nei suoi Diari compresi tra il 1957 e il 1971(vol. II, pp. 27, 145, 552; vol. III, pp. 82, 185, 351, 607).
Le elezioni del 18 aprile 1948 e la sconfitta del Fronte popolare non lasciarono «affranto» Pietro Nenni (come sostiene Severgnini) o in preda all’«amarezza» (come dice Fontana) nel citare il medesimo brano sulla distanza dei socialisti dal Paese reale, ma indussero il leader romagnolo ad imboccare le «vie maestre del socialismo» nella lotta contro la maggioranza «clerico-moderata», in difesa dei valori laici dello Stato, di una critica costruttiva del piano Marshall, di una ripresa della lotta sindacale e di organi come i comitati di gestione, comitati per la lotta della terra e della Lega dei Comuni («Avanti!», 23 maggio 1948, ma si veda anche Meditazioni su una battaglia perduta, ivi, 1° maggio 1948).

Arrigo Petacco, giornalista e storico controcorrente

Si sono svolti oggi alle 10 nella chiesa di San Lorenzo a Porto Venere i funerali del giornalista e scrittore Arrigo Petacco morto a 89 anni martedì scorso nella sua abitazione di Porto Venere. Per oggi nel comune dello spezzino in cui Petacco risiedeva è stato dichiarato il lutto cittadino. In questo modo il primo cittadino di Porto Venere Matteo Cozzani ha voluto rendere omaggio all’illustre concittadino

Arrigo Petacco, giornalista scrupoloso, storico controcorrente e un po’ bastiancontrario, ex comunista forse, socialista certamente…

petaccoPraticamente cieco, privato del suo adorato rapporto con la carta frusciante dei giornali, dei libri e delle tignose ricerche in vecchi archivi polverosi e dimenticati, se n’è andato ieri Arrigo Petacco. Nato il 7 agosto 1929 a Castelnuovo Magra su una rupe con la testa tra le nuvole del cielo, è morto a Portovenere con i piedi affondati nel mare. Giornalista scrupoloso, storico controcorrente e un po’ bastiancontrario, ex comunista forse, socialista certamente, Arrigo non si spaventava di nulla. Non si spaventò “di andare sui monti” (così si diceva a Spezia) ovvero tra i partigiani dietro e attorno alla città tra la Cisa e Centocroci, tra la Lunigiana e Valdurasca, scendendo verso Parma, o tra il Magra, il Vara e il Taro. Aveva 15 anni e faceva la staffetta. Certo che avrebbe voluto un’arma, come tutti quei cenciosi che nutrendosi per mesi e mesi solo di castagne contribuirono a liberare l’Italia. Ma la Beretta o lo Sten i partigiani non glieli diedero mai:“ma sei scemo Arrigo? Se ti beccano i tedeschi fosse anche con una fionda, ti fan fuori subito!”. Lui, 40 anni dopo ne rideva con mio padre, partigiano col nome di battaglia La Zitella, con un altro monumento del giornalismo Giancarlo Fusco, Arnoldo Foa’, membri di un’eterogenea compagnia che più eterogenea non si può. Non mancavano nemmeno un paio di ex repubblichini. Tutti accomunati per nascita, amori, strani vincoli con mare e montagne nel nome della città: Spezia. E forse proprio per questo di politica parlavano poco in quei cenacoli arronzati fatti di ricordi, risate e dove a tener banco erano le clamorose storie romanzate autobiografiche di Fusco arrivato nel frattempo alla decima grappa Nardini. Arrigo non si spaventava neanche di contraddittorie amicizie che proprio non si capiva come stessero insieme, come quella con Indro Montanelli e con Sergio Zavoli.
Io volevo fare il giornalista mentre studiavo all’università. Lui mi aiutò a realizzare il sogno. Con lui imparai a consumar le suole come aiuto-aiuto cronista di nera negli anni 70. Il sequestro di Paul Getty, la criminalità organizzata di quasi mezzo secolo fa, feroce quanto e più di oggi ma dotata di uno strano senso dell’onore, il movimento anarchico al quale si volevano a tutti i costi attribuire attentati e documenti di brigate rosse e movimenti fascisti. Ma col cavolo che ci facevi fesso Arrigo! Indagava e faceva indagare, chiedeva e voleva risposte, verificava le informazioni fino alla nausea, la mia! E allora mi toccava scarpinare tra via dei Taurini a Roma, a Carrara tra i cavatori, negli archivi del Telegrafo e della Nazione in cerca di testimoni, soffiate o addirittura spiate per soddisfare la sua curiosità, i suoi dubbi. Inutile dire che aveva sempre ragione lui…eccome se aveva ragione!
Petacco adorava scrivere. Certo la televisione di TV7 o Speciale G7, gli piaceva ma pestare sulla Lettera 22 o sulle vecchie Lexicon era tutta un’altra…musica. E da giornalista di inchiesta passò a investigatore della storia. La sua molla era sempre la ricerca di verità scomode. Bastiancontrario appunto. Che quando agguantava un osso non lo mollava più. Da storico poteva scegliere argomenti e protagonisti, decidere i tempi, i luoghi dove scavare, cercare documenti dimenticati e sepolti tra le carte tirandone, alla fine, le fila. Secondo molti fu proprio in quest’ambito che diede il meglio di se’. In quasi 50 libri!! Ma Arrigo era e restava un giornalista a tutto campo con la curiosità insaziabile dei cavalli di razza. Poteva distrarlo solo il grande amore per la sua famiglia:l’adorata moglie Lucetta e le figlie Chicca e Carlotta. Perché come tutti i geniacci Petacco era un po’ svagato e solo la famiglia sapeva come ricondurlo alle cose pratiche di questo mondo. Io lo sentivo abbastanza spesso e dei suoi consigli non richiesti -anche in questo era straordinario- facevo tesoro. Giornalista impeccabile, storico controcorrente, uomo buono e generoso: questo era Arrigo Petacco. Questo era davvero.

Mario De Scalzi
BlogFrancoAbruzzo

1993, la serie. Un filo comune tiene insieme
tutti i personaggi

1993La quinta e la sesta puntata della fiction 1993, penultime di questa accattivante Serie TV, sono caratterizzate da un filo comune, che tiene insieme tutti i personaggi, quel sentimento di rinascita che spinge ognuno ad agire per ritornare a vivere, per dare un taglio a una parte oscura del proprio passato. Si comincia con l’arresto di Sergio Cusani (Stefano Dionisi), protagonista del caso relativo alla maxi tangente Enimont, per terminare con un nome ben preciso, Duilio Poggiolini, che sarà, probabilmente l’anteprima a quel che accadrà nelle puntate successive.

I PERSONAGGI:

Sergio Cusani, interpretato magistralmente da Stefano Dionisi, ragioniere e contabile della maxitangente Enimont, arrestato, rifiuta fin da subito di collaborare con la Magistratura, sostenendo di non avere alcun interesse a fare nomi di altre persone come hanno fatto molti altri personaggi eccellenti di Tangentopoli, che pur di uscire dal carcere si sono detti disponibili a collaborare. In galera, egli fa amicizia con un altro arrestato importante, Leonardo Notte, con cui condividono la passione per i buoni libri, e un’incredibile voglia di continuare a fare il proprio lavoro, questa volta, però, al servizio degli altri. Cusani infatti gestisce la contabilità dei carcerati.

Leonardo Notte, invece, inizia a condurre delle indagini di mercato tra gli arrestati, per conoscere qual’è il loro di soddisfazione della struttura carceraria. Intanto, pur di salvarsi, e di ritornare alla sua vita normale, acconsente alla richiesta di uccidere un imprenditore “ospite” della galera, evitando problemi con l’inviato di Cosa Nostra Brancato. Non potendo farlo lui, si serve di un altro carcerato di colore, al quale in cambio promette i soldi per far arrivare la figlia in Italia. Eseguito l’assassinio, come da accordi con la mafia (la colpa se la prende qualcun altro), Leo è finalmente libero, e torna al suo lavoro, quello di pubblicitario con la smania di far carriera. Resosi conto che Berlusconi non lo ritiene più il candidato ideale, allora chiede a Muratori, suo padre, di presentargli D’Alema.

Pietro Bosco, finito nella lista nera del “Senatur” Umberto Bossi, diviene un fedelissimo di Gianfranco Miglio, l’ideologo della Lega Nord, sperando in una ricandidatura, che Bossi non vuole offrirgli, ma che neanche Miglio può garantirgli. Bosco cerca di convincerlo allora di andare al congresso e di sfidare Bossi. Nel mezzo i problemi economici del padre, indebitatosi di 200 milioni con gli strozzini. Pietro riuscirà a salvare il padre, chiedendo il denaro alla gente a cui aveva fatto un favore quando era in commissione difesa, tradendo la Lega.

Veronica Castello, intanto, prosegue nella redazione del suo libro intervista, e riesce a ritrovare veramente la sua persona grazie all’aiuto di Davide, lo scrittore che si sta occupando di buttare giù assieme a lei l’autobiografia di quest’ultima. Cominciano a sorgere in Veronica i primi dubbi, e comincia a chiedersi se è davvero il suo mondo questo, oppure può rinascere mollando tutto e riscoprendo se stessa.

Giulia Castello, inizialmente litiga pesantemente con Scaglia, collaboratore di Di Pietro, che la ritiene in parte responsabile del suicidio di Gardini, con quell’articolo scoop in prima pagina su Giuseppe Garofano, ex presidente della Montedison ed ex amministratore delegato della Ferruzzi. Questo litigio gli fa sorgere dubbi riguardo all’etica del mestiere che svolge, dissipati subito da Indro Montanelli, al quale chiede consiglio.

Luca Pastore, dopo un trip da LSD, comincia a immaginare situazioni strane, fino a diventare protagonista dello spot Aids che impazza in tv. Nel mentre, un dualismo, da una parte la voglia di mollare tutto e andare via, e dall’altra le indagini sulla malasanità, che vede Pastore interrogare De Lorenzo. In tutto ciò, la vaghezza dei familiari del Prof. Antonio Vittoria, suicidatosi in circostanze poco chiare, e la voglia del figlio di fare giustizia, che porterà quest’ultimo a fornire a Pastore, alcuni oggetti personali del Professore, contenenti un foglio con tanti appunti, in cui compare un nome, Duilio Poggiolini.

Zeno Mainaghi, in una clinica per disintossicarsi dalla dipendenza dagli stupefacenti, nonostante tutto riesce ad assumere cocaina anche qui, fin quando ritrova come infermiera una sua conoscenza d’infanzia, che si prende cura di lui, cercando di riportarlo sulla retta via.

Leo Longanesi,
il servilismo e la penna acida della reazione

longanesi-leo«È un libro amaro, scettico, nichilista. Una stroncatura degli italiani. Vi si sente una segreta nostalgia di Mussolini e nel contempo l’odio per il fascismo. Tutto e tutti sono messi alla berlina. Si direbbe che nulla abbia toccato il cuore della generazione di Longanesi. […] Non conosco un libro destinato a farci tanto male quanto questo». L’aspro giudizio, espresso da Pietro Nenni nei suoi Diari 1943-1956  (Milano 1981, p. 432), si riferisce al libro In piedi e seduti (1919-1943) (Milano 1948) di Longanesi, scrittore iconoclasta e acerrimo nemico dei valori democratici. Il giudizio del socialista romagnolo si ritrova in un agiografico volumetto Leo Longanesi, un borghese corsaro tra fascismo e Repubblica (Carocci, Roma 2016, pp. 173) di Raffaele Liucci, autore di una biografia sul personaggio e con Sandro Gerbi di quella su Indro Montanelli. Al giornalista toscano, scomparso nel 2001, Liucci dedica l’ultimo capitolo per ricercare assonanze e affinità con le riflessioni storiche di Longanesi.

    Il filo conduttore della sua vicenda giornalistica è per l’autore racchiuso in un giudizio ripreso da wikipedia ed espresso nel 1942  dallo scrittore Giuseppe Raimondi: «Descrivere la vita di Longanesi equivale a ripercorrere la storia delle vicende politiche, letterarie e artistiche dell’Italia dal 1926 ad oggi». Un giudizio che Liucci estende anche all’ultima fase della sua vita dal 1943 al 1957, anno della sua morte. Ne viene fuori un racconto farraginoso di appunti  senza un legame logico, meritevoli di essere ripresi in un saggio storico più approfondito, nonostante che l’autore presenti dieci capitoli densi di note, alcune riprese da altri libri e altre inutili nella presentazione del personaggio Longanesi.

    Come evidenzia l’autore, già negli anni bui del fascismo Longanesi persegue una carriera fulminante e raggiunge una grande notorietà con la rivista «L’Italiano» sorta il 14 gennaio 1926 come settimanale e non come «quindicinale  della gente fascista» (p. 12). Essa nasce come periodico della Federazione fascista di Bologna, diretta da Leandro Arpinati, deputato nel 1924 e podestà della città emiliana-romagnola dal 1926 al 1929. Le invereconde adulazioni di Arpinati da parte di Longanesi, definito in un libro ignorato dall’autore «il più cortigiano dei cortigiani del Fascio bolognese» (N. Sauro Onofri, La strage di Palazzo d’Accursio, Feltrinelli, Milano 1980, p. 80), gli aprirono le porte del successo, alimentato anche dal libretto Vademecum del perfetto fascista (1926) e dall’atteggiamento servile verso Mussolini.. Per il duce dell’Italia fascista conia il celebre e insulso motto «Mussolini ha sempre ragione», che si aggiunge all’altro più forsennato «Italiani, siate devoti a Mussolini, a questo tiranno di casa che Iddio ci ha dato» (L. Longanesi, Manifesto, suppl. a «L’Italiano», 15 novembre 1926, I, n. 14-15).

    Durante la sua consueta ruffianeria, trascurata dall’autore, Longanesi riuscì ad entrare nelle grazie di Arnaldo Mussolini, che lo raccomandò al duce per ottenere un finanziamento per «L’Italiano». Al periodico, uscito con periodicità irregolare fino al 1942, egli affiancò il settimanale «Omnibus», che per l’autore «fu il padre nobile di tutti i rotocalchi italiani» con notevole successo di vendita. Come per «L’Italiano», che ricevette laute sovvenzioni nel decennio 1932-42 (p. 120), anche «Omnibus» dovette essere finanziato dal Minculpop per la lealtà con cui Longanesi servì «la causa del fascismo in tutti i campi della sua attività» (p. 24). Solo con l’arresto di Mussolini e la nascita del governo Badoglio, il suo nome «figurerà il 12 novembre 1943 nella lista dei cosiddetti “canguri giganti”, tra i quali Benelli, Bontempelli, Pratolini e Falqui […] per essere passati al nemco», ignari delle «sovvenzioni più o meno laute ricevute dal Minculpop» (p. 26).

    Su questo sfondo l’autore non riesce a definire quel «diffuso sentire nostalgico» (p. 28), presente nei libri di Longanesi e nei numerosi articoli pubblicati sulla «Gazzetta del Popolo», su «Il Tempo» di Roma, sul «Roma» di Napoli e sul  «Giornale di Sicilia»: una riproposizione di pezzi, di note diaristiche e di aforismi rielaborati e apparsi anche sul periodico «il Borghese». La sua frenatica attività editoriale e pubblicistica si riassunse nella fedeltà alla locuzione coniata nel suo libro Parliamo dell’elefante (Milano 1947): «La nostra bandiera nazionale dovrebbe recare una grande scritta: “Ho famiglia”». Una variante del detto popolare – annota Pietro Nenni nei suoi Diari (cit., p. 374) – «Tira a campa’».

    Proprio negli anni convulsi della ricostruzione, Longanesi divenne il portavoce di un’opinione pubblica che ancora accarezzava velleità nostalgiche e nutriva simpate verso il movimento dell’Uomo Qualunque. Con «il Borghese» egli si cimenta in questa ardua battaglia, di cui l’autore narra la vicenda del periodico, dei suoi collaboratori più famosi come Indro Montanelli, Giuseppe Prezzolini e Giovanni Ansaldo, attribuendo al suo promotore la capacità di avere amalgamato la «vecchia guardia» con la nuova. I bersagli prediletti sono la cultura progressista, l’interpretazione antifascista della storia, il sistema democratico ridotto a mediocrazia (p. 51). Sono tre aspetti esposti dall’autore con faciloneria, come si ricava dai nomi storipiati e dalle citazioni erronee, per lo più tratte da altri libri. Si legga per esempio il brano sugli anarchici citato alla pagina 29 e tratto dal periodico «il Borghese» (La pentola esplosiva, 17 giugno 1955) là dove accanto al giudizio erroneo di una coincidenza dello sviluppo della borghesia con quello del movimento anarchico, si ritrovano storpiati i nomi di Sante Caserio in «Coserio», di Luigi Luccheni in «Lucheni», l’uno morto sul patibolo della ghigliottina il 16 agosto 1894 e l’altro morto suIcida il 19 ottobre 1910. Le storpiature dei nomi sono insignificanti di fronte al giudizio espresso sul periodico longanesiano, là dove stupidamente si paragonano quei disgraziati ai «grandi borghesi» come Agnelli o Perrone, anch’essi considerati anarchici. Sul capitolo terzo, intitolato Il «fenomeno Longanesi», l’autore non dice che il titolo è tratto da Massimo Mila, il quale all’uscita del libro In piedi e seduti scrive un articolo, che si ritrova su «l’Unità» con il titolo Il “fenomeno” Longanesi (24 agosto 1948, a. XXV, n.s., n. 199, p. 2) e citato dall’autore con quello di Adopera il fascismo come il lucido di scarpe. Critica ad alcuni aspetti del fenomeno Longanesi, «l’Unità», 26 agosto 1948: si tratta di un riferimento da chiarire in quanto le frasi virgolettate nel libro (p. 36) si ritrovano nell’articolo del 24 agosto.

     Il servilismo di Longanesi riemerge in tutta la sua pienezza nel 1946, quando fondò a Milano l’omonima casa editrice grazie ai capitali dell’industriale Giovanni Monti. Questi gli impose infatti una linea editoriale improntata ai «valori cattolici e nazionali», che furono espressi in una collana di politica anticomunista, di cui l’autore – sulla scia delle considerazioni storiche di Silvio Lanaro (Storia dell’Italia repubblicana, Venezia 1992, p. 122) – fornisce pedissequamente l’elenco, senza apportare alcunché di originale. Vergognosamente Longanesi pubblicò il volume Diciasette colpi (non 17 colpi) di Amerigo Dùmini, considerato dall’autore semplicemente «l’omicida di Matteotti» (p. 61), senza dire che egli lo aveva definito «il nuovo Hemingway», come ci informa Stefano Caretti nel suo profilo matteottiano (I luoghi della memoria. Personaggi e date dell’Italia unita, Roma-Bari 1997, p. 202). Non va ascritto ad onore di Montanelli, qualora fosse vero che egli abbia «materialmente» scritto il libro Diciassette colpi (p. 139) in un’opreazione editoriale che raggiunse la vendita di 20 mila copie e fornì un lauto guadagno all’editore (G. Mayda, Il pugnale di Mussolini. Storia di Amerigo Dùmini, sicario di Matteotti, Bologna 2004, p. 334). L’ipocrisia di Longanesi, unita a un’ingordigia d denaro, si aggrava di fronte alla sua «penna acida» trasudante ammirazione per l’uccisore di Matteotti (L. Longanesi, L’uomo in cachi, «La Gazzetta del Popolo», 11 luglio 1948, cit. in P. G. Zunino, La Repubblica e il suo passato, Bologna 2003, p. 586).

Nunzio Dell’Erba