“Cattive” o false informazioni e rischi per la democrazia

fake-newsGli attacchi all’”informazione vera” e la diffusione di “cattive o false informazioni” stanno ponendo “fine alla competenza”, intesa quest’ultima, non come scomparsa della conoscenza di argomenti specifici acquisita con l’impiego degli strumenti gnoseologici pro-tempre disponibili, ma come rifiuto della “razionalità obiettiva” e di ogni forma di autorità consapevole, spesso sulla base di pregiudizi e di superstizioni.

Sembra di assistere alla chiusura di un ciclo, afferma Tom Nichols, docente alla U.S. Naval War College alla Harvard Extension School, in “La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia”; un ciclo, iniziato nell’età pre-moderna, in cui la saggezza popolare colmava “inevitabili lacune nella conoscenza umana, attraverso un periodo di rapido sviluppo fortemente basato sulla specializzazione e la competenza, fino a un mondo postindustriale e orientato all’informazione, dove tutti i cittadini si ritengono esperti di qualsiasi cosa”; con l’accusa rivolta alla conoscenza esperta d’essere l’esito di un elitarismo, con cui “viene soffocato il necessario dialogo richiesto da una democrazia ‘reale’”.

Nel suo volume, l’autore affronta il tema del prevalere dell’incompetenza, approfondendo, in particolare, il rapporto tra esperti e cittadini in un sistema retto da istituzioni democratiche, chiedendosi perché questa relazione si sia pericolosamente affievolita. Gli attacchi al “sapere consolidato”, a suo parere, hanno una lunga storia dietro di sé; essi si affermano e si diffondono con il consolidarsi dei moderni sistemi di informazione. A parità di condizioni, secondo Nichols, in passato prevaleva un “minore attrito tra esperti e profani, ma solo perché, semplicemente, i cittadini non erano in grado di sfidare gli esperti in modo sostanziale” ed anche perché “nell’era precedente erano pochi i luoghi pubblici in cui lanciare simili sfide”. Fino all’inizio del Novecento, la partecipazione alla vita intellettuale e politica era molto limitata, per cui i dibattiti sulla conoscenza e sulla politica che veniva attuata erano tutti condotti da una piccola “cerchia” di istruiti.

Solo a partire dall’inizio della seconda metà del secolo scorso, i cambiamenti sociali indotti dal rapido diffondersi del benessere economico, sono state infrante le vecchie distinzioni di classe, allargando il confronto tra le élite degli esperti e i cittadini; così che, uno “spazio di dibattito più ampio ha significato più conoscenza, ma anche più attriti sociali”. Ciò perché, un’informazione più diffusa è divenuta il fattore che ha messo “in contatto diretto una minoranza di esperti e la maggioranza dei cittadini, dopo quasi due secoli in cui raramente le due categorie hanno dovuto interagire tra loro”.

Il risultato di questa accresciuta interazione non è stato un “maggior rispetto” per un “sapere vero”, ma la diffusione e il radicamento della convinzione secondo cui tutti sono informati quanto gli esperti; in tal modo, l’esito finale è stato l’opposto di quello che ragionevolmente si sarebbe dovuto avere, ovvero l’apprendimento da parte del pubblico di un sapere inteso come “punto di arrivo” dell’informazione acquisita e non come fase iniziale, aperta perciò a un suo ulteriore e continuo miglioramento. Si è trattato, a parere di Nichols, di un risultato “pericoloso” per il corretto svolgersi del processo decisionale nelle democrazie.

Il miglioramento dell’informazione, acquisita attraverso i sistemi dell’istruzione e dei mass-media, avrebbe dovuto consentire il superamento delle lacune presenti nella conoscenza dei cittadini; è accaduto invece il contrario, in quanto il sistema della formazione, e in particolare quello mass-mediatico, ha considerato e trattato la formazione e l’informazione alla stregua di una “generica merce”, trasformandola, secondo Nichols, in una parte integrante del problema del deteriorarsi del rapporto tra esperti e cittadini.

La moderna era della tecnologia, pur avendo ampliato la possibilità della diffusione dell’informazione razionale, ha contribuito all’affermazione della disinformazione. Nelle società democratiche, caratterizzate dalla libera circolazione dell’informazione, i mass-media avrebbero dovuto essere “i maggiori arbitri nella grande mischia tra ignoranza e cultura”; i cittadini avrebbero dovuto potersi affidare ai media per essere correttamente informati, consentendo loro di separare i fatti da una loro presentazione di convenienza, prospettandoli nel modo più semplice e intelligibile possibile. Per converso, gli operatori dei media avrebbero dovuto coltivare l’interesse ad approfondire le proprie conoscenze, per diventare competenti nella presentazione dei fatti. Tutto ciò non è avvenuto, per cui l’aspetto più negativi della fine della mediazione da parte dei media tra “informazione e ignoranza” è divenuto oggi uno degli ostacoli al corretto funzionamento delle istituzioni democratiche.

Nelle democrazie, è gioco forza che i rappresentanti eletti non potendo padroneggiare tutti gli aspetti dei fatti e delle situazioni su cui assumere decisioni per conto dei cittadini che li hanno espressi, si affidino all’aiuto di esperti e professionisti; ma, se manca un “intermediario” che controlli il rapporto tra decisori politici ed esperti viene meno la fiducia dei cittadini nella democrazia. Quando gli esperti danno pareri ai politici, i cittadini, dal canto loro, per poter giudicare i “servizi” degli esperti e le conseguenti decisioni, devono essere correttamente informati sulle problematiche oggetto delle decisioni. Se ciò non avviene, il rischio che insorge è quello di un possibile “dirottamento”, operato da demagoghi o da “poteri forti” presenti in ogni contesto sociale, della democrazia, fino a trasformarla in una “tecnocrazia autoritaria”.

La complessità delle problematiche delle democrazie moderne ha fatto sì che competenza e governo diventassero interdipendenti e che il rapporto di reciproca dipendenza fosse facilitato dal progresso tecnologico e dalla divisione del lavoro, con un corrispondente approfondimento delle professioni. Questo processo ha riguardato anche il comparto dell’informazione; oggi, i cittadini dispongono di una quantità di informazioni come mai è avvenuto nel passato, ma una “quantità maggiore di ogni cosa – afferma Nichols – non significa maggiore qualità di ogni cosa”. Il fatto che i cittadini dispongono oggi di molte più fonti di informazione rispetto a qualsiasi altro momento del passato equivale ad un notevole ampliamento della scelta sul come informarsi; ciò è vero, ma non significa che essi abbiano anche acquisito la possibilità di accedere ad una migliore informazione.

Il progresso economico e tecnologico ha favorito l’espansione del comparto dei media e il moltiplicarsi delle imprese giornalistiche; ma l’aumento delle “testate”, pur significando una maggior concorrenza fra le imprese giornalistiche, ha portato alla divisione del pubblico in “nicchie politiche” particolari, mentre è cresciuto spropositatamente il numero dei giornalisti impegnati a “confezionare” l’informazione per il pubblico, a prescindere dalla loro competenza ad informare obiettivamente il pubblico sulle questioni politiche oggetto delle decisioni politiche.

E’ questo, secondo Nichols, l’aspetto più negativo cui è andato incontro il sistema dell’informazione; l’aver preferito “confezionare” notizie e informazioni gradite al pubblico, o l’essersi “messo a disposizione” di gruppi sociali specifici per la cura del loro interessi “particulari”, lo hanno allontanato dalla funzione che esso avrebbe dovrebbe svolgere preminentemente all’interno dei moderni sistemi sociali avanzati. Ciò è avvenuto in modo progressivo, come osserva l’Editoriale di MicroMega (n. 3/2018), prima con i giornali, poi con gli altri media (radio, televisione, web).

Quale dovrebbe essere il ruolo del sistema mass-mediatico, dei giornalisti che lo alimentano e delle imprese che lo gestiscono? Questo ruolo dovrebbe consistere nel “criticare nel modo più radicale e intransigente […] gli atti del potere”. Tutta l’attività che concorre ad alimentare l’offerta di un’informazione razionale e autonoma al pubblico è invece venuta meno alla sua ragion d’essere; in altri termini, è venuta meno all’etica con cui il sistema mass-mediatico dovrebbe orientare l’informazione diretta alla formazione dell’opinione pubblica.

Lo smarrimento della moralità propria dei media, a parere di Marco D’Eramo (“Invenzione, ascesa e declino del giornale”, MicroMega n 3/2018), deve ricondursi al fatto che l’informazione mass-mediatica è divenuta una “merce bizzarra”, nel senso che ha acquisito la caratteristica di un “prodotto di massa” e non quella di un “bene di lusso”, con costi di produzione sempre più alti; cosicché, l’editore, ovvero colui che ne gestisce il processo produttivo dei media, ha dovuto aprirsi all’accoglimento di finanziamenti “non-disinteressati”. In tal modo, l’editore, mentre “vende” l’informazione ai lettori dei suoi giornali, nello stesso tempo egli “vende” i lettori ai suoi finanziatori.

Così, secondo D’Eramo, l’editore ha trasformato il lettore in “prodotto da vendere”, riuscendo ad “innescare” una spirale perversa: una maggiore “tiratura” delle copie del giornale da vendere richiede maggiori costi, per la cui copertura sono necessari crescenti finanziamenti, che si possono ottenere solo garantendo ai finanziatori non-disiteressati la legittimazione delle loro pretese da parte del maggior numero possibile di lettori. Tutto ciò è valso a radicare il convincimento, errato, che le democrazie possano funzionare senza il supporto dell’opinione pubblica.

Si può pertanto concludere, condividendo Nichols, con l’affermazione che, se non contrastato, il crollo dell’informazione razionale ed autonoma è destinato ad alimentare un circolo vizioso negativo per la democrazia, a causa del disimpegno nel controllo dell’attività di governo da parte della comunità.

Se i cittadini non sono correttamente informati sul come vengono governati e come funzionano realmente le strutture istituzionali economiche e politiche, è inevitabile che i “poteri forti”, spesso occulti, si approprino della direzione dello Stato e della società; corrispondentemente, la stampa e in generale il sistema mass-mediatico, in luogo di costituire la stella polare dell’”ethos comunitario”, degradino, svalutando la loro funzione, per svolgere solo il ruolo di “cane da guardia” degli intessi di chi detiene posizioni di potere fuori controllo in seno alla società.

Gianfranco Sabattini

Tv. Insieme: ai cittadini negato diritto a essere informati

RAI-RiformaDal 14 febbraio Angelo Bonelli è in sciopero della fame “per la democrazia e la dignità”. “In questa campagna elettorale – ha detto il leder dei Verdi – noi della Lista Insieme siamo stati espulsi dai contenitori di informazione e con noi i temi dell’ambiente, del lavoro, dell’innovazione e tutte le tematiche sociali”. Bonelli ha  annunciato l’inizio dello sciopero in un video pubblicato sulla pagina Facebook ‘Insieme2018’.

“Care amiche e cari amici – prosegue Bonelli – in queste settimane, in questi mesi, abbiamo subito un’espulsione drammatica, inaccettabile, vergognosa dei nostri temi, che sono fondamentali per il futuro delle generazioni che verranno. In questa campagna elettorale di questi temi non si parla. Zero presenze per noi nei contenitori di approfondimento informativo della Rai, La7 e Mediaset: tutto ciò è inaccettabile quando ci troviamo di fronte a tanti altri esponenti di liste che sono regolarmente invitati. Mi chiedo come sia possibile che i cittadini chiamati a votare, possano farlo con consapevolezza e con una maggiore informazione, se ci e’ impedito di poter rappresentare ed esprimere le nostre idee, le nostre proposte in materia ad esempio di conversione ecologica, parlare di auto elettrica, parlare di sicurezza alimentare per liberare le nostre tavole dai pesticidi e dai veleni e quindi garantire il benessere anche ai nostri figli, garantire il lavoro ai giovani attraverso i processi di innovazione tecnologica, più diritti e meritocrazia. Questo accade perché c’è una telecrazia che ci ha buttato fuori. Basta pensare che secondo Emg solo il 6% degli elettori sa che la nostra lista Insieme esiste. Per tutte queste ragioni, a difesa della nostra dignità e per la democrazia, oggi inizio lo sciopero della fame – conclude Bonelli – finché non verrà restituito ai cittadini il diritto ad informarsi e a noi il diritto ad esistere”.

Esprimono  vicinanza a Bonelli Riccardo Nencini e Giulio Santagata che in nota affermano: “E’ una battaglia che vale la pena di combattere, quella intrapresa da Angelo Bonelli, per la democrazia e la dignità della lista “Insieme”. Gli esprimiamo la nostra vicinanza”. “Basti pensare che secondo autorevoli sondaggi appena il 5% degli elettori sa che la nostra lista esiste. Si rischia così che i cittadini non abbiano, in questa campagna elettorale,un’informazione completa ed esaustiva per andare votare consapevolmente. Per questo – concludono Nencini e Santagata – riteniamo doveroso che venga restituito ai cittadini il diritto ad informarsi e che tutte le forze politiche abbiano gli stessi spazi all’interno di trasmissioni televisive”.

Le notizie e il virus
della confusione

Editoria-finanziamentiVirus e antibiotici. La stessa vita dell’informazione è in gioco. Tre diverse malattie stanno proliferando:  le false notizie, le concentrazioni editoriali e la confusione tra notizie e comunicazione. La galassia di internet gode di ottima salute, ma rischia di perderla perché la libertà degli utenti è minata dalla trappola delle false notizie e dalla prepotenza degli oligopoli dei gruppi digitali multinazionali (Facebook, Twitter, Google, You-Tube).

La carta stampata, invece, gravissima, è in coma. E’ ricoverata in sala rianimazione, è in fin di vita dopo aver dimezzato in 15 anni le copie vendute . Il contraccolpo sulle agenzie di stampa è stato catastrofico: il crollo degli abbonamenti dei quotidiani ha causato tagli selvaggi all’occupazione e alla qualità del prodotto. Perfino l’Ansa è in piena crisi. Nei giorni scorsi la più grande agenzia stampa italiana ha deciso ben 50 prepensionamenti di giornalisti su 300 e già in precedenza l’organico era stato ridotto di 60 redattori.

I cittadini-lettori devono essere attenti: la credibilità dell’informazione offerta sulla Rete è a rischio e scarsa per le tante notizie più o meno dolosamente false o manipolate; quella della carta stampata fa acqua per le concentrazioni editoriali, la centralizzazione delle redazioni e l’omogenizzazione delle notizie. Molte volte gli editori indirizzano gli articoli secondo i propri interessi economici e politici, oppure vengono trascurati importanti temi sociali.

 I lettori se ne accorgono, non comprano più i giornali nelle edicole e vanno su internet, in particolare su Facebook e su Twitter, per avere notizie gratis. Certo poi devono fare i conti con gli imbrogli della Rete, con le notizie false e rilanciate con disinvoltura e in maniera fulminea dagli stessi utenti senza alcuna verifica delle fonti.

Così, molte volte, gli internauti si “bruciano” testa e dita sulla testiera del computer. Il rimedio alla malattia lo devono cercare gli editori e i giornalisti. La medicina è semplice: vanno urgentemente rinnovati i giornali su carta e online dando notizie vere, non guidate, di grande interesse per i lettori. Va realizzata una informazione forte, ramificata, diffusa, non concentrata in poche mani. Invece stiamo assistendo all’aumento dei monopoli: pochi editori concentrano nelle proprie mani giornali su carta, sul web, televisioni e radio. La concentrazione e la centralizzazione aumentano. Così crescono gli oligopoli,  le testate perdono copie o chiudono,  sono dimezzati i giornalisti. I redattori più fortunati sono prepensionati, gli altri restano disoccupati.

Le conseguenze sono a catena: saltano anche i conti dell’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti. Calano i contributi, salgono i pensionati e i deficit diventano esplosivi anno dopo anno.  Anche il bilancio del 2017 sarà in forte perdita: per quest’anno è stimato “un rosso” di ben 104 milioni di euro.  L’Inpgi è allarmata: nei primi sei mesi del 2017 c’è stata “una perdita di 800 posti di lavoro dopo gli oltre 2.700 persi dal 2012. La perdita di occupazione negli ultimi cinque anni raggiunge così il 15%”. Di conseguenza l’occupazione crolla a circa 15 mila “rapporti attivi” dai quasi 18 mila del 2012.   In sintesi: i rapporti sono gravemente squilibrati. I giornalisti pensionati sono saliti a oltre 9 mila contro i circa 15 mila attivi, l’Inpgi ogni 100 euro incassati ne spende oltre 130 ogni anno.

Un disastro economico. Un’ecatombe dell’occupazione. La crisi è strutturale e manca una risposta adeguata, strategica. Un punto centrale sul quale fare chiarezza è il virus mortale, molto diffuso, della confusione  tra informazione e comunicazione.  Si tratta di due attività molto diverse, molte volte in contrapposizione, troppe  volte sovrapposte per incuria o ad arte. L’informazione offre notizie e analisi su fatti e fonti certi e verificati. La comunicazione è a senso unico su un evento e molte volte non si conosce neppure la fonte e gli interessi sottostanti. La confusione tra le due attività, molte volte in contrapposizione, dequalifica e scredita l’informazione.

Sui banchi della scuola elementare ci è stato insegnato dalla maestra che in aritmetica va rispettata la regola dei generi omogenei: non si possono sommare pere con mele senza scontare gravi errori con i relativi danni.  E’ una regola da ricordare al mondo dell’editoria e della pseudo editoria.

Rodolfo Ruocco

(Sfogliaroma.it)

Leggi la prima parte

Italia, l’informazione
passa dalla Tv

Pubblicati i dati del Digital News Report, l’annuale relazione del Reuters Institute di Oxford che descrive un quadro completo sullo stato dell’informazione in Italia e nel mondo.

Grafico media tg giornali web.Da quanto scritto nel rapporto, si nota che l’Italia è una nazione che ha come principale strumento di informazione quello della televisione, ma che si sta trasformando, utilizzando sempre più spesso il web, per ricercare le notizie, principalmente con lo smartphone. Una maniera immediata, quest’ultima, per essere sempre sul pezzo. La conseguenza di tutto ciò, è il calo del 30%. della percentuale di italiani che leggono quotidiani cartacei.

Per quanto riguarda i telegiornali, a primeggiare è la “mamma” RAI con il Tg1,Tg2, Tg3, TgR) con il 64%, seguita dalla Mediaset ed i suoi Tg4, Tg5, Studio Aperto con il 53 % e da Sky Tg24 con il 36%. Per quel che riguarda le trasmissioni di approfondimento, Ballarò, condotto da Massimo Giannini su Rai 3, è primo con il 29%, con Porta a Porta di Bruno Vespa su Rai Uno e Quinta Colonna di Paolo Del Debbio su Rete 4 al 21%. Il giornale cartaceo cartaceo più venduto, invece, è La Repubblica, salda in testa con il 30%, il Corriere della Sera leggermente dietro al 25%, La Stampa al 21% e Il Sole 24 Ore al 18%.

Interessanti anche i dati riguardanti le testate online, con La Repubblica online che è prima al 33%, il Corriere della Sera online al 21% e, il Fatto Quotidiano online terzo al 18%, davanti anche a nomi importanti quali La Stampa online e Il Sole 24 Ore online, ferme al 16%.

Rai. La caduta dal pero
di Michele Anzaldi

Anzaldi

Michele Anzaldi

A parte le solite cialtronate di Grillo e dei grullini che come da copione mostrano di capire ben poco di ciò che succede attorno a loro (purtroppo Goebbels, che hanno maldestramente evocato, ne capiva certamente più di loro di comunicazione politica), l’intemerata del deputato del Pd Michele Anzaldi che ha sferrato colpi di maglio all’establishment postguglielmino di Raitre ha suscitato la prevedibile polemica al calor bianco (con in prima fila, neanche a dirlo, l’Usigrai, il sindacato aziendale dei giornalisti) che, per altri versi e con altri protagonisti non è nuova, ogniqualvolta qualcuno si permette di porre la questione del pluralismo nel servizio pubblico radiotelevisivo

Che Raitre e Tg3, sin dalla loro nascita, che risale alla Prima Repubblica, abbiano costituito il braccio mediatico del Pci, Pds, Ds e del Pd ante Renzi, che i programmi della rete siano sempre stati orientati a evidente (e talora sfacciato) sostegno di quell’area politica con l’arruolamento in video di giornalisti, intellettuali organici, attori, attrici, autori, anchormen (e woman) archetipi di una faziosità che ha pochi eguali nel panorama televisivo italiano e internazionale, è cosa nota e stranota.

Al confronto la Rai di Bernabei era un esempio di pluralismo nell’informazione.

Curioso che il deputato Anzaldi, che non è componente della commissione di Vigilanza da ieri, si sia accorto solo ora.

Curioso e sospetto, soprattutto se si leggono gli argomenti, pur condivisibili, che porta a sostegno della sua tesi.

Negli anni scorsi il tema dell’accesso al servizio pubblico, ai talk show, ai telegiornali è stato più volte sollevato, in forme diverse e con la dovuta enfasi  in particolare da esponenti socialisti e radicali.

Non si contano, ad esempio, le lettere inviate dal segretario del Psi Riccardo Nencini a Giovanni Floris, all’ex direttore generale della Rai Luigi Gubitosi, in cui si chiedeva il rispetto del pluralismo nell’informazione del servizio pubblico radiotelevisivo, anche e soprattutto nella gestione delle ospitate in programmi come ‘Ballarò’.

Tutte rimaste puntualmente inevase.

Anzi l’ineffabile Floris, prima di traslocare armi e bagagli a ‘La7’ con i risultati che ben conosciamo, non perdeva occasione di farsi beffe delle rimostranze che riceveva.

Dov’era allora l’on. Anzaldi?

Dove i commissari che si sono succeduti nella Commissione parlamentare di vigilanza?

La caduta dal pero di Anzaldi è sorprendente e autorizza il sospetto che vi sia nella sua tesi, condivisibile ma un po’ tanto tardiva, il retropensiero di chi pone la questione con un’enfasi motivata unicamente dalla guerra, non ancora terminata, all’interno del Pd e che la minoranza di quel partito, persa ingloriosamente la battaglia sulle riforme costituzionali, consideri la prossima riforma della rai e dell’informazione la linea del Piave su cui attestarsi a difesa dell’attuale assetto e soprattutto dei suoi attori principali, tutti o quasi, legati alle vecchie nomenklaure del Pd..

L’Osservatorio di Pavia non è nato l’altro ieri.

I dati, inoppugnabili, che comunica, da tempo denunciano un pauroso deficit di pluralismo senza che nessuno se ne sia fino ad oggi preoccupato.

E’ bene che in Rai lo stato delle cose cambi rapidamente.

A prescindere dai nomi e cognomi che, in ogni caso,  Anzaldi avrebbe fatto bene ad evitare di indicare.

Infine un telegramma alla “corporazione”.

Sembrerebbe che, finalmente, sia giunto il momento del redde rationem.

Va detto chiaro e forte non  c’è nulla di strano o di scandaloso che un esponente della politica ponga una questione che, a cominciare dal servizio pubblico, è, non da oggi, di un’evidenza lapalissiana.

Occorre che finalmente i capataz di Fnsi, Usigrai e quant’altri assumano l’elementare concetto che gli operatori dell’informazione, proprio in ragione del delicato ruolo che svolgono, non possono seguitare a considerarsi una sorta di categoria impermeabile a immune da critiche e rilievi.

Anziché strillare, gridare agli editti bulgari, alla supposta soppressione della libertà di espressione sarebbe tempo che le vestali del modesto mondo giornalistico nostrano uscissero dall’autoreferenzialità che ha reso la loro categoria, quella si, una casta di intoccabili e comincino a interrogarsi sugli elementari concetti di autonomia e responsabilità.

Emanuele Pecheux

INTERESSI DI PARTITO

Camera dei Deputati - Intervento di Enrico Letta sulla crisi in Siria

Presentata dal senatore Psi, Enrico Buemi una proposta di legge che prevede l’istituzione di una Commissione d’inchiesta sul finanziamento pubblico dei giornali e degli altri organi di stampa o di comunicazione di massa. «Una battaglia socialista e radicale» dichiara all’Avanti! Buemi. «L’informazione deve essere libera, pluralista. Non solo frutto di scelte di potere, di partito o di governo». Sempre oggi, il disegno di legge di riforma della governance della Rai è stato licenziato dalla Commissione Lavori pubblici e Comunicazioni del Senato, ed è pronto per approdare a Palazzo Madama e per essere approvato anche prima della pausa estiva. Continua a leggere

Good News Agency
il notiziario telematico
delle buone notizie

Good-news“La diffusione e lo scambio di informazioni di una cultura di pace tramite Internet è divenuto il principale strumento per diverse organizzazioni internazionali, tra cui spiccano Culture of Peace News Network, Good News Agency e Education for Peace Globalnet”.  Così si legge nel rapporto conclusivo sul progetto del Decennio per una Cultura di Pace (2001-2010) consegnato al Segretario Generale dell’Onu per la presentazione all’Assemblea Generale. Good News Agency – l’agenzia delle buone notizie (www.goodnewsagency.org) è un periodico mensile che riporta notizie positive e costruttive da tutto il mondo del volontariato, delle Nazioni Unite, delle Organizzazioni non-governative (Ong) e delle istituzioni impegnate nel miglioramento della qualità della vita, notizie che non si “bruciano” nell’arco di un giorno. Il notiziario telematico – lanciato nel giugno di 14 anni fa è  pubblicato in tre lingue – italiano, inglese e portoghese – e viene inviato in modo gratuito a 10.000 media e giornalisti di redazione in 54 Paesi, a 3.000 Ong e a 1.500 scuole superiori, università, e college nel mondo (oltre che a 23.000 Rotariani). È un servizio di volontariato dell’Associazione Culturale dei Triangoli e della Buona Volontà Mondiale, ente morale educativo associato al Dipartimento della Pubblica Informazione delle Nazioni Unite, costituitosi nel 1979. Sostiene il Movimento Globale per la Cultura di Pace ed è possibile contribuire donando il 5 per mille. Continua a leggere

Crociata di Grillo contro i giornalisti. Il prof. Marconi: «l’antidoto è un’informazione più approfondita»

Grillo-giornalisti via

Ha la “cacciata” facile Beppe Grillo. Dopo i suoi parlamentari adesso tocca ai giornalisti definiti «gossippari e pennivendoli». “Fuori dai palazzi” sbraita il leader dei 5 Stelle. In un post sul suo blog si legge, infatti, che «il Parlamento è il luogo più sacro, di una sacralità profana, della Repubblica Italiana, ma è sconsacrato ogni secondo, ogni minuto, frequentato impunemente, spesso senza segni di riconoscimento, da folle di gossipari e pennivendoli dei quotidiani alla ricerca della parola sbagliata, del titolo scandalistico, del sussurro captato dietro a una porta chiusa». Per questa ragione, secondo il comico genovese, «all’ingresso di Montecitorio e di Palazzo Madama» andrebbe «posto un cartello “No gossip. Il Parlamento non è un bordello”». Un atteggiamento dispotico che rappresenta «una scorrettezza nei confronti della stampa e dei giornalisti che, però, non può considerarsi come tentativo di limitazione della libertà di informazione sancita dall’articolo 21», afferma all’Avanti! il costituzionalista Augusto Barbera che sottolinea come, in Italia, rispetto a questa problematica, «ci siano problemi ben più importanti come la proprietà dei mezzi di informazione». Una tesi alla quale fa eco l’opinione del professor Pio Marconi, ordinario di Sociologia del diritto presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale della Sapienza, che rimarca come «la libertà di manifestazione del pensiero preveda anche la  possibilità di criticare i giornalisti: su quest’aspetto non possono esserci eccezioni di tipo giuridico». Continua a leggere