Previdenza. Congedo di maternità anche per le disoccupate

Previdenza

CONGEDO DI MATERNITÀ  ANCHE PER LE DISOCCUPATE

Se si decide di dare le dimissioni una volta scoperto di essere incinta non si perde il diritto al congedo di maternità, che è l’indennità sostitutiva riconosciuta dall’Inps nei 5 mesi in cui la lavoratrice è obbligata ad assentarsi dal lavoro.

Il congedo di maternità, infatti, spetta anche alle lavoratrici che risultano essere disoccupate o sospese, purché soddisfino determinati requisiti.

Nel dettaglio, per percepire l’indennità sostitutiva Inps per 5 mesi (nei 2 precedenti al parto e nei 3 successivi) è necessario che dalla sospensione del lavoro e l’inizio del congedo non siano trascorsi più di 60 giorni. Qualora siano trascorsi più di 60 giorni, l’indennità di maternità sarà corrisposta solo nel caso in cui la donna risulti essere allo stesso tempo titolare della Naspi (indennità di disoccupazione), che viene sospesa per tutti i 5 mesi. Ricordiamo infatti che per le dimissioni motivate da maternità (quindi quelle presentate dal 1° giorno in cui si viene a conoscenza del proprio stato al compimento del 1° anno di età del figlio) viene riconosciuta la giusta causa e, quindi, si mantiene il diritto alla Naspi.

Se, invece, il congedo ha inizio dopo questa data e non è stata riconosciuta la Naspi, allora l’indennità di maternità spetta solo se questo periodo è inferiore ai 180 giorni e negli ultimi 2 anni ci siano almeno 26 contributi settimanali versati. A tutte queste lavoratrici, quindi, nei 5 mesi coperti dal congedo di maternità, l’Inps riconosce un’indennità sostitutiva pari all’80% della retribuzione precedentemente percepita.

Inpdap-prestiti.it

IL PORTALE FINANZIARIO SUI PRESTITI INPDAP

Inpdap-prestiti.it è il punto di riferimento per tutti i dipendenti e i pensionati del settore pubblico e statale che desiderano richiedere un prestito approfittando di tassi agevolati.

Un primo aiuto per scegliere il finanziamento migliore tra quelli disponibili adeguando la richiesta a quelle che sono le proprie necessità. E tutto avviene in maniera semplice ed immediata grazie ad un menù intuitivo e ricco di alternative costantemente aggiornate.

Inpdap-prestiti.it è un sito che si prefigge di fornire un valido supporto a tutti i dipendenti e pensionati pubblici e statali con iscrizione alla Gestione ex Inpdap.

Non è collegato ne all’ex Inpdap né all’Inps che ne ha assorbito le funzioni con il Decreto Salva Italia. I prestiti Inpdap, di cui il sito fornisce un’utile panoramica, sono finanziamenti a condizione agevolata richiesti direttamente all’Inps o, in alternativa, a società finanziarie o banche convenzionate con l’istituto.

Attualmente si parla di grandi nomi come Pitagora, IBL Banca, Sigla Credit e Findomestic. Il portale si prefigge di seguire gli utenti non solo per la scelta del prestito migliore ma anche in altri importanti ambiti:

– innanzitutto nello stabilire quello che è l’importo massimo richiedibile in base alle proprie caratteristiche creditizie. Come procedere? Si parte sempre dal calcolo del piano di ammortamento, ovvero del rimborso rateale, effettuato in base all’importo dello stipendio (o pensione);

– è possibile simulare il prestito per visualizzarne le possibili rate (minima e massima) semplicemente utilizzando come parametri di ricerca l’ammontare dello stipendio e la propria data di nascita;

– con la stessa semplicità, gli utenti possono effettuare l’operazione inversa partendo dall’importo desiderato e ottenendo una lista dei prestiti consigliati e della relativa durata.

Fidarsi dei servizi forniti da Inpdap-prestiti.it non è difficile. Basta dare un’occhiata a quelli che sono i servizi che offre a tutti coloro che decideranno di consultarne le pagine. Un menù semplice ed intuitivo, ideale anche per chi non è molto abituato a navigare sul web. Il tutto per un totale di 4 diverse sezioni che ben descrivono tutti i servizi di cui è possibile avvalersi, con la massima professionalità e con un unico grande consiglio iniziale, quello di fare sempre i preventivi prima di ogni finanziamento. È completamente gratis e può fare davvero la differenza tra una scelta e l’altra. Le sezioni principali del sito sono 4:

– Prestiti

– Piccolo prestito Inpdap

– Cessione del quinto Inpdap

– Dipendenti pubblici

Prestiti. Ciò che contraddistingue questa sezione di Inpdap-prestiti.it è la concretezza. Tutti i servizi offerti spiegati uno per uno, con una dovizia di particolari difficile da trovare altrove. Ben 7 le sotto-categorie che, alla fine, corrispondono a tutti i prodotti disponibili sul portale. Ecco una breve panoramica di alcuni di essi.

Prestiti per dipendenti pubblici e statali, contraddistinti da condizioni vantaggiose e basati sulla

cessione del quinto online. Si tratta di prestiti ottenibili anche se vi sono altri prestiti in corso e di cui la busta paga è l’unica garanzia.

Prestiti Inpdap Pluriennali, basati sulla cessione del quinto e che possono essere diretti o garantiti. Nel primo caso sono concessi per esigenze di famiglia o personali e vengono rimborsati fino a 10 anni. Il lavoratore deve essere iscritto alla Gestione Unitaria, avere 4 anni di servizio e un contratto a tempo indeterminato. Anche il Tfr viene usato a garanzia. Nel secondo caso, il prestito viene concesso garantendo l’importo in caso di morte, perdita del lavoro o riduzione dello stipendio. Per ottenerlo occorre un certificato di buona salute.

Prestiti a dipendenti statali, con cessione del quinto, e rimborso fino a 120 mesi. Caratteristica importante il tasso fisso per tutta la durata.

Insieme a questi, su Inpdap-prestiti.it sono presenti anche altre tipologie di prestito riservati a tutti i

dipendenti e pensionati pubblici e statali. Si parla, ad esempio, in maniera approfondita dei pensionati Inpdap, dei dipendenti comunali, dei dipendenti para pubblici. Tutte categorie che possono accedere ai tassi agevolati e che possono consultare gratuitamente le pagine del sito per arrivare a scegliere il finanziamento migliore nella maniera più consapevole possibile.

Piccolo prestito Inpdap. Merita una sezione a sé su Inpdap-prestiti.it il piccolo prestito Inpdap. Questo è richiedibile con una procedura guidata direttamente all’interno del portale. Si tratta di piccole somme di denaro richiedibili per affrontare piccoli imprevisti. Il piano di rimborso è compreso tra 1 e 4 anni e prevede l’erogazione di un importo minimo pari ad una mensilità di stipendio e massimo pari a 8 mensilità Attenzione però! Il lavoratore che desiderasse inoltrare richiesta non deve avere altre trattenute in busta paga.

Cessione del quinto Inpdap. La cessione del quinto è un finanziamento che inpdap-prestiti.it propone come prestito previa cessione, per l’appunto, del 20% del netto del proprio stipendio. È rimborsabile fino a 120 mesi e garantisce un tasso fisso per tutta la sua durata.

Dipendenti pubblici. Utili servizi su Inpdap-prestiti.it per i dipendenti pubblici che possono richiedere piccoli prestiti a breve termine o pluriennali se iscritti alla Gestione Unitaria rimborsando con cessione del quinto fino a 120 mesi.

Consulenti lavoro

STRUMENTI IN DL DIGNITA’ NON ADDATTI CONTRO PRECARIETA’

“I consulenti del lavoro, pur considerando molto positivi alcuni interventi del decreto Dignità, come quello sugli effetti delle delocalizzazioni, e condividendo che il contrasto alla precarietà sia un obiettivo da perseguire con la massima determinazione, osservano che gli strumenti utilizzati dal decreto non sembrano i più adatti allo scopo”. E’ quanto si legge nel documento di osservazioni e proposte sul decreto Dignità che il Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro ha presentato oggi in audizione alla Camera dei deputati. I consulenti chiedono di “riportare la durata massima del contratto a termine alla misura di trentasei mesi: ciò garantisce maggiori certezze in funzione della continuità della prestazione lavorativa”. “L’intenzione di reintrodurre le causali per legittimare la stipula del contratto a termine – dicono – può essere confermata imponendo tale requisito per i rapporti di lavoro di durata superiore a ventiquattro mesi”.

“Sempre al fine di impedire -sostengono- momenti di incertezza interpretativa, la formulazione delle causali deve essere riconsiderata affinché possano garantire gli obiettivi prefissi con il decreto senza introdurre motivi di ulteriore difficoltà applicativa e interpretativa, causa di contenzioso”. “In particolare, la causale di natura sostitutiva di lavoratori assenti dovrebbe essere articolata in modo tale da essere connessa a qualsiasi tipo di assenza sia volontaria che involontaria e senza che vi sia una correlazione specifica con una singola motivazione, potendo così essere utilizzata per sostituire la complessiva assenza di un lavoratore a prescindere dalle specifiche motivazioni”, chiariscono.

Riguardo ai termini di impugnazione del contratto a tempo determinato, per i consulenti, “non vi sono ragioni apparenti per giustificare il prolungamento del termine per verificare l’effettività della sussistenza delle ragioni giustificatrici l’apposizione del termine al contratto”. “Individuare un periodo più lungo, ha come effetto certo l’aumento della latenza del contenzioso e l’allontanamento del momento della sua definizione. Non si ravvisano altrimenti giovamenti nell’ampliamento previsto dal decreto legge”, aggiungono.

Sulle modifiche apportate all’indennizzo nelle ipotesi di licenziamento, sottolineano, “si ritiene opportuno valutare l’impatto della riforma in rapporto alla sua ratio, al suo impatto e, infine, alle sue criticità”. “La ratio della novella legislativa – precisano – risulta non particolarmente comprensibile. Si tratta di un aumento delle indennità da riconoscere in caso di licenziamento invalido. Non appaiono immediatamente evidenti i vantaggi occupazionali che si avrebbero o la limitazione della precarietà che ne dovrebbe conseguire. Si tratta di un intervento relativo a un momento patologico e non ordinario della gestione del rapporto di lavoro”. In generale, ribadiscono, “è l’intervento che desta perplessità”. “Infatti, si nota, da un lato, una scarsa efficacia intrinseca – proseguono – nella dichiarata lotta alla precarietà e, dall’altro lato, una conseguenza negativa sugli istituti collegati”.

“Uno su tutti: il meccanismo premiale dell’offerta conciliativa, introdotto – ricordano – dal Jobs act, che, attualmente, prevede un sistema snello e rapido, grazie al quale le parti, in relazione alla legittimità del licenziamento, possono operare le proprie valutazioni di opportunità e decidere in via preventiva di comporre la potenziale lite”.

L’aumento del minimo della indennità in caso di condanna diminuisce l’appetibilità dell’offerta. Conseguentemente, depotenzia l’efficacia dell’istituto deflattivo, aumentando l’accesso al contenzioso, conseguenza evidentemente sfavorevole alle dinamiche del mondo del lavoro, che da sempre persegue celerità e certezza, attraverso la predisposizione di soluzioni alternative al contenzioso, per assicurare l’effettività della tutela sostanziale dei diritti in gioco”, concludono i consulenti del lavoro.

Carlo Pareto

Inps. Cassa integrazione in calo

Inps

CASSA INTEGRAZIONE I DATI DI GIUGNO

Nel mese di giugno, rileva l’Inps (l’Istituto nazionale di previdenza sociale), il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 19,5 milioni, in diminuzione del 27,6% rispetto allo stesso mese del 2017 (27,0 milioni). L’Inps, nell’occasione, precisa che in data 2 giugno è stata effettuata la rilettura degli archivi, pertanto i dati pubblicati prima di tale data potrebbero aver subìto variazioni.

In particolare, comunica l’Inps, le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate a giugno 2018 sono state 9,8 milioni. Un anno prima, nel mese di giugno 2017, erano state 10,2 milioni: di conseguenza, la variazione tendenziale è pari a -3,5%. La variazione tendenziale è stata pari a -3,4% nel settore Industria e -3,7% nel settore Edilizia. La variazione congiunturale mostra nel mese di giugno 2018 in confronto al mese precedente un decremento pari al 9,4%.

Quanto al numero di ore di cassa integrazione straordinaria autorizzate a giugno 2018 è stato pari a 9,6 milioni, di cui 5,1 milioni per solidarietà, registrando una flessione pari al 29,4% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che faceva rilevare 13,6 milioni di ore autorizzate. Nel mese di giugno 2018 in confronto al mese precedente si registra una variazione congiunturale pari al -25,0%.

Infine gli interventi in deroga sono stati pari a 0,1 milioni di ore autorizzate a giugno 2018 facendo evidenziare un decremento del 96,4% se raffrontati con giugno 2017, mese nel quale erano state autorizzate 3,2 milioni di ore. La variazione congiunturale fa affiorare nel mese di giugno 2018 rispetto al mese precedente un decremento pari al 47,5%.

A maggio 2018, rileva inoltre l’Inps, sono state presentate 100.075 richieste di NASpI e 1.150 di DisColl. Nello stesso mese sono state inoltrate 1.049 domande di ASpI, mini ASpI, disoccupazione e mobilità, per un totale di 102.274 istanze, il +4,0% in confronto al mese di maggio 2017 (98.353 domande).

 

Danno salute

RESPONSABILITA’ DATORE ESCLUSA DA CONDOTTA DIPENDENTE

La responsabilità del datore di lavoro è esclusa nel caso in cui il danno alla salute, subito dal dipendente, sia provocato da una condotta del tutto atipica ed eccezionale rispetto al procedimento lavorativo e alle direttive impartite. A dirlo, in una nota giurisprudenziale, la Fondazione Studi dei consulenti del lavoro commentando l’ordinanza numero 16026 del 18 giugno scorso della Corte di Cassazione.

Nella nota, i consulenti ricordano che “in caso di infortunio sul lavoro la responsabilità del datore di lavoro è esclusa ove si tratti di dolo del lavoratore o di rischio elettivo di quest’ultimo ovvero di un rischio generato da un’attività che non abbia rapporto con lo svolgimento della prestazione lavorativa o che esorbiti in modo irrazionale dai limiti di essa”. “Tuttavia, il datore di lavoro è tenuto a prevenire anche le condizioni di rischio insite nella possibile negligenza, imprudenza o imperizia degli stessi lavoratori destinatari della tutela”, precisano.

“La Suprema Corte -spiegano- ha stabilito che il datore di lavoro è tenuto a prevenire anche le condizioni di rischio insite nella possibile negligenza, imprudenza o imperizia degli stessi lavoratori quali destinatari della tutela, dimostrando, secondo l’assetto giuridico posto dall’articolo 2087 del Codice Civile, di aver messo in atto ogni mezzo preventivo idoneo a scongiurare che, alla base di eventi infortunistici, possano esservi comportamenti colposi dei lavoratori. Ne deriva che non possono essere ricomprese nel concetto di rischio elettivo la semplice negligenza, imprudenza o imperizia, in presenza delle quali rimane, comunque, la responsabilità del datore di lavoro”.

 

Pensionati e dipendenti pubblici i più finanziabili

PRESTITI PERSONALI: IN CRESCITA L’IMPORTO MEDIO

Dati in leggera crescita quelli relativi al settore dei prestiti personali. Secondo quanto diffuso dal portale Prestitisbp, infatti, l’importo medio dei prestiti personali erogati nella prima metà del 2018 si attesta intorno agli 11.500 euro contro gli 11.380 euro del secondo semestre 2017.

Il piano di ammortamento preferito dagli italiani è quello 6 anni, mentre quello che ha fatto registrare il tasso di crescita maggiore è quello che va dagli 8 ai 10 anni. Tra i motivi principali per cui gli italiani richiedono un finanziamento spiccano la ristrutturazione della casa e l’acquisto dell’auto. Una dimostrazione che le famiglie siano disposte ad indebitarsi per il medio e lungo periodo ma solo per spese “importanti” e necessarie come quelle, appunto, relative all’ammodernamento della propria casa.

In forte aumento le richieste da parte dei liberi professionisti e, più in generale, dai lavoratori autonomi. Tuttavia le figure professionali che riescono ad ottenere l’accesso al credito con maggiore facilità sono i dipendenti pubblici, i pensionati e i dipendenti delle grandi aziende private perché, come vedremo più avanti, sono i profili che banche e finanziarie tendono a finanziare con maggiore semplicità in quanto ritenuto più solidi da un punto di vista reddituale.

Prestiti Inps ed ex Inpdap

Non a caso tra i finanziamenti con il miglior tasso di interesse troviamo proprio i prestiti per i pensionati inps e i prestiti ex inpdap, ossia quelli che vengono erogati ai dipendenti del comparto pubblico. In fortissimo calo, invece, i prestiti erogati ai “senza busta paga”, colpa anche dell’attuale evoluzione dei tassi di interesse che vede i margini delle banche estremamente ridotti.

Secondo Marco Gaudio, responsabile editoriale di Prestitisbp, “gli attuali tassi di interesse fanno si che le banche non trovino appetibile correre un rischio erogando un prestito personale a chi non è in grado di fornire delle solidissime garanzie reddituali. Proprio per questo motivo è sempre più difficile, per chi non ha una busta paga a tempo indeterminato, riuscire ad accedere al credito”.

Nel complesso il settore dei finanziamenti sta vivendo un periodo di crescita nonostante i consumi degli italiani siano ancora contratti.

Stop ai prestiti senza busta paga e senza garanzie

Si registra una forte battuta d’arresto delle erogazioni di tutti quei finanziamenti erogati a chi non dispone di solide garanzie reddituali. Come detto, infatti, banche e finanziarie non hanno alcun interesse a correre  rischi vista la bassa marginalità dovuta ai tassi di interesse particolarmente bassi.

Pertanto si registra un vero e proprio blocco delle erogazioni di finanziamenti a tutti quei soggetti considerati “finanziariamente a rischio”, ossia che non dispongono di una busta paga a tempo indeterminato, di una pensione di anzianità o di un reddito da lavoro dipendente sufficiente a garantire il pagamento della rata mensile.

Le spese più finanziate con i prestiti

Continuando ad analizzare i dati scopriamo che una buona parte dei finanziamenti erogati alle famiglie italiane vengono utilizzati per l’acquisto di beni e servizi di lunga durata, come l’auto o la ristrutturazione di un immobile.

Molto significativi anche i dati relativi all’erogazione di prestiti personali per finanziare le vacanze. Si calcola che siano quasi 30 mila gli italiani che potranno andare in vacanza proprio grazie all’erogazione di un finanziamento (un aumento del 16% su base annua) per un valore complessivo di oltre 120 milioni di euro.

Molto interessante notare come sia in aumento il numero di under 30 che facciano richiesta di questi

prodotti, segno che, specialmente tra i più giovani, la vacanza viene considerata come un bene di primissima necessità, al punto tale da dover ricorrere ad un prestito personale pur di non dovervi

rinunciare. Se poi consideriamo che, proprio per questa voce di spesa, mediamente, vengono richiesti piccoli prestiti da 4 mila euro con un piano di rimborso che dura circa 3 annualità, diventa ancor più chiaro come siano cambiate le esigenze nel corso degli anni e siano in molti ad essere pronti ad indebitarsi per più anni pur di potersi godere qualche giorno di relax.

 

Carlo Pareto

Contributi Inps a rischio prescrizione

Pensioni-Inps

Con il termine prescrizione nel linguaggio giuridico si intende l’estinzione di un diritto qualora il titolare non lo eserciti entro il termine indicato dalla legge. Solitamente il termine per la prescrizione è di 10 anni, ma in alcuni casi questi possono essere anche ridotti: è il caso, ad esempio, dei contributi per la pensione, i quali se non accreditati sul fondo Inps e non rivendicati dal lavoratore entro 5 anni vanno persi per sempre. Parlare di questo è molto importante visto che il 1° gennaio 2019 cadranno in prescrizione tutti i contributi ex Inpdap non accreditati sul fondo Inps. Ricordiamo, infatti, che il 1° gennaio 2012 l’Inpdap è stato soppresso e la gestione dei fondi previdenziali dei dipendenti pubblici è stata trasferita all’Inps. Tuttavia nel passaggio Inpdap-Inps ci potrebbero essere dei contributi previdenziali che sono andati persi. Ai dipendenti pubblici, che se ne sono accorti facendo l’estratto conto contributivo, l’Inps ha assicurato che presto la loro posizione contributiva verrà regolarizzata. Tuttavia quando mancano pochi mesi alla scadenza dei termini della prescrizione è meglio non rischiare. L’amministrazione ha già prorogato i termini della prescrizione dei contributi ex Inpdap (inizialmente fissata al 1° gennaio 2018), quindi non c’è alcuna possibilità di un’ulteriore proroga. Ecco perché si consiglia ai dipendenti pubblici di utilizzare la procedura telematica, disponibile sul sito Inps con il servizio ‘Richiesta di Variazione della Posizione Assicurativa (RVPA) dipendenti pubblici’ per segnalare errori e mancanze del proprio estratto conto contributivo. Solo segnalando un errore e chiedendo il corretto accredito dei contributi ex Inpdap mancanti, infatti, il lavoratore si mette al riparo dalla prescrizione. Se volete essere sicuri che i vostri contributi non vadano persi vi consigliamo di andare sul sito dell’Inps per fare l’estratto conto contributivo, così da rendervi conto se è tutto in regola oppure se anche voi siete stati vittime degli errori riscontrati con il passaggio dall’Inpdap all’Inps.

Purtroppo, gli errori costano caro agli incolpevoli lavoratori della PA che riceverebbero una pensione inferiore a quella di cui avrebbero diritto. La prescrizione, dunque diventa la negazione di un diritto e quindi una ingiustizia sociale. In questo caso dovuto ad errori procedurali per il trasferimento dei contributi da Inpdap a Inps, non dovrebbe applicarsi nessuna prescrizione poiché il lavoratore è soltanto un soggetto passivo e non ha nessuna colpa, anzi subisce un danno essendo parte lesa.

S. R.

Pensioni, come chiedere il cumulo dei contributi

Periodi assicurativi in gestioni diverse
COME RICHIEDERE IL CUMULO DEI CONTRIBUTI ALL’INPS

Se nel corso della nostra vita lavorativa abbiamo lavorato presso più gestioni previdenziali, come ad esempio la gestione pubblica e l’Inps, abbiamo la possibilità di richiedere il cumulo dei periodi assicurativi tra le diverse gestioni. Il cumulo, a differenza della ricongiunzione onerosa, può essere fatto in maniera totalmente gratuita, e permette di ricevere un’unica pensione. Questo sistema è utilizzabile solamente da chi ha versato i contributi in almeno due gestioni previdenziali differenti. Il cumulo dei contributi è una misura agevolativa particolarmente utile, perché consente che venga effettuata la liquidazione di un’unica prestazione pensionistica in base alle regole di ciascun fondo e, comunque, calcolata in base alle rispettive contribuzioni. Ecco più in dettaglio, a cosa serve e come si richiede il cumulo dei contributi all’Inps.

Cosa occorre
Contribuzione versata in diverse gestioni pensionistiche;
Pin Inps dispositivo;
Documento di riconoscimento;

L’iter procedurale
Il cumulo dei contributi può essere richiesto all’Inps dietro esplicita richiesta dell’interessato, avendo cura di indicare espressamente nell’istanza di accesso al beneficio previdenziale, tutti i periodi di contribuzione accreditati nelle diverse gestioni previdenziali. Attraverso questa operazione è possibile essere ammessi sia alla pensione di vecchiaia che a quella anticipata, ma per poter usufruire di tale istituto è necessario che il richiedente non sia già pensionato in uno dei fondi per cui viene richiesto il cumulo stesso. Questa procedura, infatti, permette di ridurre i tempi di accesso alle varie tipologie di pensione, aiutando l’assicurato a perfezionare prima tutti i requisiti previsti.

La domanda
La richiesta del cumulo dei contributi potrà essere trasmessa presso la sede Inps territorialmente competente, in base alla propria residenza. Ogni cittadino può autenticarsi sul sito dell’Istituto di Previdenza e inviare in modalità telematica la propria domanda autonomamente, qualora sia in possesso del pin Inps dispositivo. Giova infatti ricordare a tale riguardo, che il possesso del solo pin Inps non consente l’inoltro delle istanze all’Istituto, ma occorre che il codice pin sia convertito in pin dispositivo. Un’alternativa alla trasmissione personale è l’assistenza fornita da un Ente di Patronato: il personale esperto del Patronato può, in molti casi, guidare al meglio l’interessato e assisterlo sia in fase di compilazione che di trasmissione della domanda telematica all’Istituto. Per informazioni, al riguardo, è inoltre possibile contattare telefonicamente il call center dell’Inps al numero verde 803.164.

La comparazione
Il cumulo dei contributi, come detto, può essere richiesto all’Inps in modo del tutto gratuito. Mentre non avviene lo stesso con la ricongiunzione contributiva verso la gestione ex Inpdap, che, viceversa, è concessa a titolo oneroso e può arrivare a costare anche migliaia di euro. Un altro istituto, quasi simile, spesso utilizzato dai soggetti contribuenti, è quello della cosiddetta totalizzazione: anche questo sistema è difatti gratuito, ma permette il calcolo del trattamento pensionistico operato unicamente con il sistema contributivo, che, come è noto, è più sfavorevole rispetto al retributivo. In ogni caso, il cumulo, rappresenta indubbiamente un grande vantaggio in confronto agli altri sistemi di ricongiunzione dei contributi dalle diverse gestioni previdenziali.

Rivoluzione per invalidità ai pazienti oncologici
ARRIVA PROTOCOLLO VELOCE
Da cinque controlli per ottenere il riconoscimento dell’invalidità a uno solo, con lo specialista che fa la diagnosi, che compila il ‘certificato introduttivo’ che va direttamente all’Inps. Questo il contenuto dell’accordo siglato oggi tra gli Istituti Fisioterapici Ospedalieri (Ifo), la Regione Lazio e l’Inps per i pazienti oncologici, il primo di questo genere nel Paese, che promette di accorciare i tempi per il riconoscimento.
Il protocollo prevede una procedura informatica per la trasmissione del primo certificato all’Inps, saltando l’accesso presso il medico di base e l’accertamento sanitario delle Asl nelle Regioni che hanno un accordo di semplificazione. Il certificato era già disponibile dai singoli medici dal 2013, ma era stato usato pochissimo, appena 1500 volte nel 2014, ragione per cui l’Inps ha deciso di siglare accordi con i singoli centri d’eccellenza. “Questo protocollo – ha affermato il presidente dell’Inps Boeri – ha il vantaggio di unire il rigore degli accertamenti alla rapidità, riducendo gli oneri per le famiglie.
Potenzialmente tocca una platea importante, i malati di tumore sono la categoria più importante con il 28% delle prestazioni di invalidità per queste malattie oncologiche. Può riguardare il benessere di moltissime persone”.
Il protocollo verrà applicato per primi dagli Ifo, ma secondo il presidente della Regione Nicola Zingaretti sarà esteso in tempi brevi anche agli altri istituti oncologici laziali: “Nel caso delle cure oncologiche e dell’accesso ai diritti ci troviamo di fronte allo Stato egoista che non ragiona mettendo al centro il diritto della persone – ha commentato -. Lo Stato ha lavorato a canne d’organo, affastellando provvedimenti, e il costo finale di questo non dialogo lo si scarica sul cittadino. Credo che il protocollo abbia un valore importante perché interviene su uno Stato amico delle persone, vicino ai cittadini”.
L’accordo consentirà quindi l’attivazione tempestiva della pratica di invalidità presso l’Inps fatta dallo specialista oncologo al momento della diagnosi. Il Protocollo, di durata 18 mesi, permetterà ai medici di utilizzare il “certificato oncologico introduttivo”, grazie al quale sarà possibile acquisire fin da subito – durante il ricovero o cura presso le Strutture sanitarie – tutti gli elementi necessari alla valutazione medico legale, evitando al malato eventuali ulteriori esami e accertamenti. Si tratta del primo protocollo sperimentale in ambito oncologico ed è finalizzato a ottimizzare e mettere a sistema tale procedura nel Lazio e su tutto il territorio nazionale.
Si tratta, insomma, di un passaggio fondamentale per la semplificazione della relazione con il cittadino e soprattutto per il percorso del paziente fragile come quello oncologico. La regolare compilazione del “certificato oncologico introduttivo” da parte degli oncologi permette indubbi vantaggi: appropriatezza, equità, omogeneità delle valutazioni e adeguatezza delle previsioni di revisione sull’intero territorio nazionale. Consente inoltre  celerità dell’accertamento, fornendo alla Commissione tutti gli elementi necessari per la valutazione, escludendo quindi ulteriori accertamenti specialistici o richieste di documentazione integrativa (cartelle cliniche, esami istologici o strumentali). Il protocollo rientra negli obiettivi perseguiti dalla Regione Lazio e dall’Inps di favorire al massimo le collaborazioni istituzionali e di migliorare il rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione. La presenza della convenzione per l’accentramento degli accertamenti per l’invalidità civile, firmata tra l’Istituto e la Regione Lazio nel dicembre 2017, consentirà inoltre agli interessati di essere sottoposti a un’unica visita Inps. In aggiunta, nei casi di documentata gravità della patologia, il giudizio medico per il rilascio delle prestazioni di invalidità potrà essere espresso agli atti con la certificazione specialistica oncologica della struttura abilitata, evitando anche in questi casi la visita Inps.

Centri per l’impiego
TROVATO LAVORO SOLO AL 3% DEI DISOCCUPATI
“Il Presidente dell’Anpal Maurizio Del Conte ha recentemente dato al Messaggero risultati imbarazzanti dei Centri per l’Impiego? Noi invece, da parte nostra, rincariamo la dose sia sull’Anpal che sui Centri per l’Impiego, il problema è profondo e parte dall’alto”. Così si è espressa l’Associazione Giovani Consulenti del Lavoro che ha tuonato di fronte alle dichiarazioni fallimentari rese dal Presidente dell’Agenzia Nazionale delle Politiche Attive che vedono i 600mila impiegati dei Centri per l’Impiego trovare lavoro al solo 3% dei disoccupati che vi si rivolgono. “Invitiamo tutti a leggersi il Decreto 4/2018 dello stesso Anpal che al punto 4 stabilisce come linee di indirizzo dei prossimi tre anni per i centri per l’impiego convocare i disoccupati entro 90 giorni da quando effettuano la Did Online ossia da quando dichiarano l’immediata disponibilità all’impiego richiedendo un appuntamento.
I disoccupati per definizione sono persone che vivono in una situazione di profonda fragilità. Se richiedono un appuntamento richiedono un aiuto. Ma con che coraggio i servizi per l’Impiego dello Stato italiano si possono prendere 90 giorni di tempo per convocare un disoccupato che invoca assistenza? Soprattutto che tipo di assistenza visto che il disoccupato arrivato al Centro per l’Impiego si ritrova a mettere due firme su qualche foglio senza ricevere alcuna assistenza, orientamento, sostegno o formazione.
Va peraltro considerato che il disoccupato oltre ad avere un costo sociale incide anche sulle casse dello Stato nel caso prenda la Naspi, comunemente chiamata disoccupazione Trovare lavoro a chi percepisce la Naspi può quindi essere un risparmio enorme per le casse dello Stato visto che questo disoccupato può altresì pesare sulle casse dell’Inps fino a 24 mesi.”
Il passaggio dai Centri per l’Impiego è poi obbligatorio nella maggior parte delle Regioni per partecipare a progetti quali Garanzia Giovani o altre iniziative di politiche attive promosse dalle singole regioni. “Se i risultati dei centri per l’impiego sono quelli imbarazzanti dichiarati dal Presidente dell’Anpal con anche 90 giorni per avere un appuntamento qualcuno ci spieghi perché nella maggior parte delle Regioni come ad esempio nel Lazio i disoccupati in cerca di lavoro per i vari progetti nazionali e regionali quali Garanzia Giovani e Bonus Generazioni che coprono la fascia fino a 39 anni vengono costretti dalle procedure a passare dai centri per l’impiego anche due volte nonostante magari scelgano di farsi assistere da agenzie per il lavoro private convenzionate e accreditate con Regioni e Anpal.
Il passaggio obbligatorio dai centri per l’impiego dunque oltre ad essere un collo di bottiglia che blocca il disoccupato anche per due-tre mesi è un chiaro fuori pista per chi cerca lavoro che da non tecnico del sistema nonostante abbia diritto a farsi seguire da strutture private più efficienti sceglie nell’80% dei casi di farsi assistere dai centri per l’impiego per il solo fatto che è il primo ente che gli capita davanti. Il modello da seguire è quello della Campania dove il disoccupato non è obbligato a passare dai Centri per l’Impiego ma può andare direttamente e liberamente all’agenzia per il lavoro che preferisce.” Questo quanto riportato nella nota dell’Associazione Giovani Consulenti del Lavoro di Roma.

Carlo Pareto

Ape social, a partire dicembre effettuati i primi pagamenti

Inps

IL NUOVO REI

La circolare 172 illustra le disposizioni previste dal Decreto legislativo 147 del 2017, per l’introduzione dal 1° gennaio 2018 di una nuova misura di contrasto alla povertà denominata Reddito di inclusione (ReI).

Quest’ultima viene concessa ai nuclei familiari in condizioni economiche fortemente disagiate ed è composta da un beneficio economico e da una componente di servizi alla persona; quest’ultima si concretizza nel cosiddetto “progetto personalizzato”, realizzato a seguito di una valutazione del bisogno del nucleo familiare. Il progetto è definito attraverso la partecipazione del nucleo familiare, che deve essere coinvolto anche nel monitoraggio e nella valutazione del progetto stesso. Il progetto prevede l’individuazione, sulla base della natura del bisogno prevalente emergente, di una figura di riferimento, che ha il compito di curarne la realizzazione e il monitoraggio.

Il beneficio viene erogato dall’Inps mediante l’utilizzo di una carta di pagamento elettronica, denominata “Carta ReI”, previa presentazione di apposita domanda e della dichiarazione DSU dalla quale sia rilevabile la situazione economica di bisogno.

La domanda di ReI deve essere presentata presso i comuni o altri punti di accesso, sulla base dell’apposito modello di domanda predisposto dall’Inps. I comuni comunicano all’Istituto, entro quindici giorni lavorativi dalla data della richiesta del ReI, le informazioni contenute nel modulo di domanda. L’Inps, a sua volta, verifica, il possesso dei requisiti per l’accesso al ReI, sulla base delle informazioni disponibili nei propri archivi e in quelli delle amministrazioni collegate.

In caso di esito positivo delle verifiche di competenza dei comuni e degli ambiti territoriali, nonché delle verifiche effettuate dall’Istituto, il ReI è riconosciuto dall’Inps condizionatamente alla sottoscrizione del progetto personalizzato.

Per l’attuazione, il monitoraggio e la valutazione del ReI è responsabile il Ministero del lavoro e delle politiche sociali. Per agevolarne l’attuazione, il decreto 147 istituisce anche un Comitato per la lotta alla povertà, che riunisce i diversi livelli di governo e un Osservatorio sulle povertà, che, oltre alle istituzioni competenti, riunisce rappresentanti delle parti sociali, degli enti del Terzo settore ed esperti.

Il decreto 147 ha inoltre riordinato le altre prestazioni assistenziali finalizzate al contrasto alla povertà (Sia, Asdi e carta acquisti).

La Circolare descrive nel dettaglio i destinatari, i requisiti, le modalità e i termini per la presentazione delle domande.

Il messaggio 4636 fornisce agli enti preposti le specifiche tecniche per l’inoltro delle domande all’Istituto con apposito servizio telematico, che verrà a breve rilasciato sul portale istituzionale.

Inps

NEL 2016 CRESCONO I PERMESSI PER LA LEGGE 104

La norma originaria e principale in materia di permessi lavorativi retribuiti è la Legge quadro sull’handicap (Legge 5 febbraio 1992, n. 104) che all’articolo 33 prevede agevolazioni lavorative per i familiari che assistono persone con handicap e per gli stessi lavoratori con disabilità e che consistono in tre giorni di permesso mensile o, in alcuni casi, in due ore di permesso giornaliero.

Ad occuparsi principalmente dei permessi lavorativi previsti dall’articolo 33 della Legge 104/1992, sono stati gli enti previdenziali (Inps e Inpdap, solo per citare i principali) emanando circolari ora applicative ora esplicative. Non sempre le indicazioni fornite dai diversi enti assicuratori sono fra loro omogenee. Le condizioni e la documentazione necessaria per accedere ai permessi lavorativi sono differenti a seconda che a richiederli siano i genitori, i familiari o gli stessi lavoratori con handicap grave. Inoltre vi sono molti aspetti applicativi che si diversificano a seconda delle situazioni.

Crescono anche nel 2016 i permessi concessi ai lavoratori dipendenti con disabilità grave (legge 104/92) e quelli concessi ai lavoratori dipendenti che prestano assistenza ai loro familiari con disabilità grave. Secondo i dati diffusi dall’ Inps nelle statistiche sulle Prestazioni a sostegno della famiglia, i permessi personali sono stati 51.215 (da 48.746 del 2015), mentre i permessi per familiari sono stati pari a 363.430 (da 342.339 dello scorso anno).

Il prolungamento dei congedi parentali e congedi parentali è stato concesso a 48.307 persone (da 44.780 del 2016). Il trend dal 2012 evidenzia una progressiva crescita sia dei permessi personali che di quelli per familiari: in particolare in questi cinque anni i permessi personali sono aumentati del 22,3%, mentre quelli per familiari del 30,1%.

Inps

INSEDIATO IL NUOVO CIV

Si è recentemente insediato alla presenza del ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti, del presidente dell’Inps, Tito Boeri, e del direttore generale dell’istituto, Gabriella Di Michele, il nuovo Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps. Nel corso della seduta inaugurale il Civ ha nominato presidente dell’organo Guglielmo Loy e vicepresidente Sabina Valentini.

Il consiglio, rinnovato con decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 14 novembre 2017, è composto dai seguenti membri: in rappresentanza dei lavoratori dipendenti del settore privato Michele Gentile e Francesco Rampi (Cgil), Giuseppe Gargiulo e Ciro Giulio Colecchia (Cisl), Guglielmo Loy (Uil), Claudio Durigon (Ugl), Rosario Giuseppe Meli (Confsal) e Walter De Candiziis (Cisal); in rappresentanza dei lavoratori dipendenti del settore pubblico Marco Valerio Broccati (Cgil) e Antonio Marsilia (Cisl).

In rappresentanza dei datori di lavoro del settore privato, sono stati nominati Fabio Pontrandolfi e Giulia Dongiovanni (Confindustria), Jole Vernola (Confcommercio), Elvira Massimiano (Confesercenti); Roberto Caponi (Confagricoltura), Sabina Valentini (Confcooperative/Legacoop/Agci); in rappresentanza della parte datoriale pubblica Claudia Trovato (designata dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali d’intesa col ministero dell’Economia e delle finanze e il ministero dell’Interno), Maurizio Oliviero (designato dalla Conferenza Unificata); in rappresentanza dei lavoratori autonomi Romano Magrini (Coldiretti), Riccardo Giovani (Confartigianato/Cna/Casa); in rappresentanza dei lavoratori dei settore dello spettacolo Antonio Donato Pantaleo Pellegrino (Cgil); in rappresentanza dei datori di lavoro del settore dello spettacolo Maria Magri (Confindustria).

Il presidente Boeri ha salutato il rinnovato Consiglio dando il benvenuto ai nuovi membri. Ha ribadito l’importanza delle funzioni svolte dall’Istituto in un momento di estrema delicatezza per i cambiamenti in atto. Ha inoltre sottolineato, ricordando i fondamentali compiti del CIV nella funzione di indirizzo strategico e nella fase di approvazione del bilancio, la necessità della corretta dialettica fra gli organi dell’Istituto.

Il Ministro Poletti ha a sua volta rivolto al nuovo Consiglio gli auguri per il lavoro che lo attende, sottolineando come gli organi che sono chiamati al governo dell’Istituto debbano svolgere la propria funzione con piena autonomia e completa corresponsabilità. Ha ricordato come molte delle decisioni del governo nei delicati temi del lavoro e della previdenza abbiano ricadute sull’attività dell’Inps. Il Ministro ha infine auspicato una sempre maggiore collaborazione fra gli enti, così come avvenuto per la diffusione dei dati sul lavoro, frutto dell’attività congiunta di Inps, Istat, Inail e Ministero del lavoro, e in tema di tutela della legalità, con la riunione degli ispettori nell’INL.

Comunicazioni Inps sull’Ape sociale

A DICEMBRE IL PAGAMENTO DEL 78% DELLE PRESTAZIONI RICHIESTE

A partire dal 22 dicembre sono stati effettuati i primi pagamenti, comprensivi di arretrati, per 9.839 beneficiari dell’APe sociale, pari al 78% di coloro che hanno presentato domanda entro il 15 luglio 2017 (del totale delle 15.559 certificazioni accolte relativamente alle richieste inoltrate entro metà luglio, sono 12.624 i soggetti che hanno trasmesso l’istanza per accedere alla prestazione).

Questo risultato è stato possibile grazie all’operazione di liquidazione straordinaria messa in atto dall’Inps a partire dall’11 dicembre.

L’Inps continuerà nei prossimi giorni con la liquidazione delle restanti 2.785 domande di prestazione relative al primo scrutinio. I prossimi pagamenti saranno effettuati a partire dal 20 gennaio 2018.

L’Inps, a partire dai primi giorni di gennaio, ha già iniziato a liquidare anche le prestazioni destinate ai lavoratori precoci. I beneficiari riceveranno i primi pagamenti a partire dai primi di febbraio 2018.

Per quanto attiene l’anticipo finanziario a garanzia pensionistica (Ape volontario), l’Istituto è in attesa della firma degli accordi quadro fra Ministeri,

Abi e Ania. Una volta siglati gli accordi, l’Inps, entro i successivi 15 giorni, invierà al Ministero del Lavoro, per la sua approvazione, la circolare interpretativa e pubblicherà un simulatore online che consentirà agli interessati di stimare l’entità del finanziamento richiedibile.

Carlo Pareto

Previdenza. Come calcolare quanto costa riscattare la laurea

Previdenza
CALCOLO DEL RISCATTO DI LAUREA
Andare in pensione è sempre più difficile, così come lo è altrettanto trovare un lavoro per i giovani laureati. Tendenzialmente si inizia a lavorare sempre più tardi e l’età di accesso alla pensione viene, riforma dopo riforma, progressivamente elevata. Questo per le generazioni che rappresentano l’epicentro della forza lavorativa italiana. Per le generazioni prossime alla quiescenza, il discorso non cambia, o per meglio dire, muta nel senso che c’è sempre più l’esigenza di reperire nel proprio escursus lavorativo quei contributi utili per l’accesso al trattamento previdenziale, proprio per evitare di restare ancora molti anni in costanza di rapporto di lavoro. Da questo punto di vista, assume particolare rilievo l’accredito dei contributi, sia quelli obbligatori da lavoro, ma anche i contributi figurativi e i contributi da riscatto. Uno dei contributi da riscatto più importante è quello relativo agli anni del corso legale di laurea.

Il calcolo del riscatto della laurea è individuato dall’Inps sulla base della retribuzione media pensionabile riferita alla data della domanda, del periodo da riscattare, dell’età e del sesso del richiedente. L’ammontare determinato può essere pagato in unica soluzione o fino a 120 rate mensili (dieci anni) senza interessi. Se i periodi da riscattare sono anteriori al 1° Gennaio 1996 il calcolo del riscatto della laurea è quantificato da particolari tabelle che tengono conto dell’età, il sesso, la posizione assicurativa e retributiva e la durata dei periodi da riscattare. Attraverso la combinazione di questi fattori verrà individuata la quantità di denaro necessaria all’Inps per pagare la pensione maggiorata dal riscatto: riserva matematica. Se si tratta del riscatto di anni di laurea posteriori al 1° Gennaio 1996 il calcolo è determinato sulla base dell’aliquota contributiva (per la maggior parte dei lavoratori dipendenti l’aliquota è pari al 33%) applicata alla retribuzione lorda del richiedente, moltiplicata per il numero degli anni di cui si chiede il riscatto. Naturalmente, i due sistemi di calcolo sono applicati insieme se il periodo considerato è a cavallo della data sopraindicata. Grazie all’ultima riforma, il riscatto degli anni di laurea può essere richiesto anche da chi non ha ancora un lavoro. In questo caso, il contributo tratto dal calcolo del riscatto della laurea è pari all’importo derivante dall’applicazione dell’aliquota di computo delle prestazioni pensionistiche per i lavoratori dipendenti (33%) al minimale imponibile per artigiani e commercianti (15.548,00 euro per il 2016). A titolo di esempio, un neolaureato che intenda effettuare il riscatto della laurea nel corso di quest’anno (2016) pagherà quindi 5.130 euro per ogni anno di studi (15.548 x 33%). Potrebbe essere una soluzione conveniente per coloro che hanno appena conseguito una laurea di primo livello o una laurea magistrale e ancora non hanno trovato un lavoro. Va ricordato, inoltre, che il contributo versato per il riscatto della laurea è fiscalmente deducibile dall’interessato o detraibile dall’imposta dovuta dalle persone di cui egli risulti fiscalmente a carico (ad esempio i genitori), nella misura del 19% dell’importo stesso (secondo la normativa fiscale in vigore nel 2008). Per altre informazioni sul calcolo del riscatto della laurea è opportuno visitare direttamente il sito web dell’Istituto www.inps.it.

Cassa integrazione salariale ordinaria (Cigo)
DEFINITI I CRITERI DA APPLICARE PER LE DOMANDE
Con decreto numero 95442 del 15 aprile scorso, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha definito i criteri per approvare i programmi di cassa integrazione salariale ordinaria (Cigo) presentati dalle aziende all’Inps. Le Aziende possono ricorrere alle integrazioni salariali ordinarie solo per i motivi definiti dal decreto ministeriale, corredati dagli elementi di prova ritenuti indispensabili per ciascuno di essi. L’Inps, dal canto suo, deve motivare il provvedimento di concessione o di reiezione, totale o parziale, della Cigo, illustrando gli elementi documentali e di fatto presi in considerazione e le ragioni del convincimento che hanno determinato l’adozione del provvedimento. La nuova disciplina si applica alle domande presentate dal 29 giugno 2016.
Una circolare Inps di imminente pubblicazione  illustrerà nel dettaglio – sia dal punto di vista interpretativo sia sotto il profilo applicativo – i contenuti del decreto ministeriale.

Pensioni
CORTE DEI CONTI: IN 5 ANNI ASSEGNO NEO PENSIONATI +30,4%
Chi è riuscito ad andare in pensione lo scorso anno ha portato a casa un assegno del 30,4% più ricco, rispetto ai colleghi che sono andati via 5 anni prima. Da 1.192 euro del 2010 si è passati a 1.554 euro del 2015 (+362 euro), con differenze enormi tra uomini e donne. I dati sono contenuti nel dossier presentato di recente dalla Corte dei Conti, in occasione di un’audizione al Senato, e sono stati elaborati dall’Adnkronos. Nella relazione si ricorda che nel 2011, con un decreto legge, è stata disposta la soppressione dell’Inpdap e dell’Enpals e la loro incorporazione nell’Inps. Gli assegni rosa hanno registrato un incremento del 58,9% (+484 euro), mentre quelli azzurri solo del 13,4% (+200 euro). Nonostante il recupero delle donne resta ancora molta la distanza da colmare: 1.306 euro contro 1.691 euro. Le prestazioni degli uomini, quindi, restano ancora molto più alte rispetto quelle delle colleghe (29,5%). Rispetto a un trend di forte crescita delle prestazioni previdenziali, va registrata una decisa riduzione del numero delle liquidazioni negli ultimi anni. Dal 2010 al 2014 la riduzione è stata continua e ha portato il numero delle pensioni liquidate da 339.838 scattate nel 2010 a 164.711 con decorrenza al 2014, con una riduzione del 51,3%. Nell’ultimo anno di rilevazione c’è stata invece un’inversione di tendenza, che si è fermata a 234.011 liquidazioni, con un incremento rispetto all’anno precedente del 42,1%.

Non cambiare le norme
VOUCHER: LA DIFESA DI ALBERGHI, BAR E RISTORANTI
I voucher servono nei campi, così come negli alberghi, nei bar e nei ristoranti. E non sono necessari nuovi paletti che, anzi, li renderebbero inutilizzabili. Mentre ne può fare a meno l’edilizia. Le categorie che utilizzano maggiormente i buoni lavoro, interpellate di recente dall’Adnkronos, si schierano contro le modifiche alle norme del Jobs act, predisposte dal governo ma non ancora approvate dal Consiglio dei ministri, e invitano a una riflessione che scongiuri quella che ritengono una ‘contro riforma’. Gli albergatori italiani, tra i maggiori utilizzatori dei buoni lavoro per esigenze legate ai flussi turistici stagionali temono l’introduzione di norme restrittive. “Siamo preoccupati. Se si tratta di fare un tagliando a uno strumento come i voucher, va bene, ma se si vuole caricare l’operazione di altri significati e si vuole fare una caccia alle streghe, questo ci preoccupa”, ha affermato Alessandro Nucara, direttore generale di Federalberghi – Confcommercio a nome della categoria che insieme a ristoratori e gestori di pubblici esercizi, utilizza i ticket con una percentuale del 27% sul totale. Secondo Nucara infatti l’istituto dei voucher, come testimoniato anche dal successo ottenuto, “ha generato reddito trasparente, ha portato a piena regolarità certe situazioni e ha creato nuove occasioni, garantendo contributi e assicurazioni contro gli infortuni. Ma non vorrei che accadesse come per il lavoro intermittente che negli ultimi anni è stato demonizzato”. Assolutamente in linea anche la Fipe, la federazione dei pubblici esercizi di Confcommercio, che comprende ristoranti, bar, discoteche “Siamo per mantenere i voucher, sono uno strumento utile che viene utilizzato sempre di più. Abbiamo sempre sostenuto la sua importanza come strumento complementare al mercato del lavoro”, ha spiegato Silvio Moretti, responsabile servizi sindacali dell’associazione. Malcontento e netta contrarietà a nuovi paletti sui voucher arrivano pure dal settore agricolo. Gli imprenditori del comparto non vedono di buon occhio la prevista ‘stretta’ che il governo si accinge a imprimere, a fronte del boom di voucher emessi nel 2015, oltre 115 milioni. “In agricoltura è tutto un paletto, se ne vengono messi altri, come la comunicazione entro i 60 minuti, credo non verranno più utilizzati, ma allora si autorizza il lavoro nero?”, si è chiesto Romano Magrini, responsabile Lavoro della Coldiretti. “Quello che viene proposto è un ulteriore irrigidimento burocratico che rende difficile la gestione dei buoni lavoro”, ha rimarcato Roberto Caponi, direttore area sindacale di Confagricoltura. I voucher nel settore dell’edilizia, nonostante i dati diffusi dall’Inps segnalino una percentuale di utilizzo non trascurabile, intorno al 2%, “non sono compatibili con il mondo delle costruzioni”, ha evidenziato il vicepresidente dell’Ance Gabriele Buia, responsabile delle politiche industriali e sociali dell’associazione dei costruttori. “La nostra politica associativa è contraria all’utilizzo dei buoni lavoro – ha argomentato Buia – perché contrasta con la formazione continua che le nostre imprese danno alle maestranze, con la battaglia sulla legalità che conduciamo e con le tematiche legate alla sicurezza nei cantieri”, ha sostenuto il rappresentante dell’Ance.

Carlo Pareto

SE POTESSI AVERE
MILLE EURO AL MESE

Pensionati poveri

“Se potessi avere mille lire al mese”. Così cantava Gilberto Mazzi nel 1939. Ora le lire sono diventate euro, ma per molti il sogno rimane lo stesso. Infatti quasi un pensionato su due, il 42,5%, pari a circa 6,5 milioni di persone, percepisce un reddito pensionistico medio inferiore a mille euro mensili. È la fotografia scattata dall’Inps che vede il 12,1% dei pensionati non arrivare a 500 euro al mese. È quanto si legge nel bilancio sociale 2014 dell’Inps, secondo cui nelle classi di importo più basse sono concentrate le donne. Dei 15,5 milioni di pensionati, 724 mila, pari al 4,6%, hanno un reddito medio mensile di oltre 4.300 euro. Il reddito medio più basso è dei pensionati residenti al sud: 1.151 euro; al nord si sale a 1.396 euro, mentre al centro si arriva a 1.418 euro. È anche da dire che una pensione è bassa quando i contributi versati sono bassi. È il caso spesso delle categorie autonome, o dei commercianti per esempio, che solitamente versano il minimo previsto e di conseguenza nella graduatoria di reddito da pensione risultano in bassa classifica anche se la realtà patrimoniale è ben diversa.

“I dati forniti dall’Inps in materia di pensioni debbono far riflettere seriamente”. Ha affermato il coordinatore della Segreteria nazionale del Psi Gian Franco Schietroma. “E’ davvero preoccupante il fatto che metà dei pensionati italiani abbia un assegno inferiore ai mille euro e che circa due milioni di pensionati percepisca somme addirittura al di sotto dei cinquecento euro”.

Schietroma ha ricordato che “il Governo Prodi, nel 2007, si era posto il problema della perdita del potere di acquisto delle pensioni prevedendo, all’art.5 della Legge n.127 del 3 agosto 2007, l’erogazione di una somma aggiuntiva (o quattordicesima), che, infatti, è attualmente percepita da più di due milioni di pensionati. L’Esecutivo di allora si impegnò a recuperare, negli anni a seguire, altre risorse finanziarie, al fine di estendere la quattordicesima ad un maggior numero di pensionati, ma la caduta del Governo Prodi impedì l’attuazione di questi propositi. Ora è davvero opportuno che il Governo Renzi si occupi concretamente dell’importante questione, o ampliando la platea dei beneficiari della quattordicesima, così come sollecitato in una proposta di legge presentata il 15 aprile scorso dai parlamentari del Psi, oppure estendendo ai pensionati il bonus Irpef di 80 euro, già disposto a favore dei lavoratori dipendenti”.


LA FOTOGRAFIA 2014 DELLA PREVIDENZA ITALIANA
di Carlo Pareto

Quasi un pensionato Inps su due, e cioè il 42,5%, pari a circa 6,5 milioni di soggetti, percepisce – al 31 dicembre 2014 – un reddito pensionistico medio inferiore ai mille euro mensili, e tra questi il 12,1% al di sotto dei 500 euro. In particolare, emerge la concentrazione delle donne nelle classi di importo di reddito pensionistico più basse. E’ quanto si evidenzia all’interno del Bilancio sociale Inps 2014, appena presentato a Roma. Nella classe di importo al disotto dei 500 euro medi mensili, troviamo il 14,2% delle donne, a fronte del 9,8% degli uomini. Nella somma delle classi di reddito inferiori a mille euro medi mensili, le donne sono oltre la metà, 52,2%, e assorbono il 27,7% della spesa pensionistica. I maschi sono, invece, il 31,3% e assorbono l’11,8% della spesa. Dal rapporto emerge inoltre che “nel 2014 la spesa previdenziale è stata pari a 243 miliardi e 514 milioni di euro, con una crescita dello 0,6% rispetto al 2013”. In particolare, si osserva un incremento dello 0,5% per la spesa Inps, al netto dei nuovi ingressi, dell’1,1% per la Gestione ex Inpdap e dello 0,8% per la Gestione ex Enpals.
Più quattro pensionati su dieci hanno un trattamento inferiore ai mille euro. Il 42,5% dei pensionati italiani (6,5 milioni di persone), ha quindi come detto un reddito da pensione inferiore ai 1.000 euro. Stando a quanto riportato nel documento dell’Inps, secondo il quale ci sono 1,88 milioni di pensionati (12,1%) che ha assegni inferiori ai 500 euro. Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha sottolineato che “sarebbe stato importante fare l’ultima riforma delle pensioni”.

Flette a tre milioni il numero di dipendenti pubblici – I dipendenti pubblici a tempo indeterminato scendono sotto quota 3 milioni. Nel bilancio sociale dell’Inps si evidenzia in particolare che nel 2014 i ‘travet’ erano 2.953.000 con un calo del 2,8% (circa 90.000 unità) sul 2013. In confronto al 2011 quando erano 3,23 milioni i dipendenti pubblici, grazie al blocco del turn over, sono diminuiti di quasi 300.000 unità. L’Inps ha incluso per la prima volta nel 2014 tra i lavoratori dipendenti pubblici iscritti anche quelli a tempo determinato portando il totale complessivo a 3,22 milioni (2,95 milioni i dipendenti a tempo indeterminato, 270 mila circa quelli a tempo determinato). Nel complesso il numero dei lavoratori iscritti all’Inps (privati e pubblici) è risultato pari nel 2014 a 22.067.086 unità con un rialzo di 142.821 lavoratori a fronte dei 21.924.265 del 2013. L’incremento è dovuto solo all’inserimento nel totale dei dipendenti pubblici a tempo determinato.

Boom di pensioni anticipate, 109.000 primi 9 mesi – Nei primi 9 mesi del 2015 sono state liquidate in tutto 109.796 pensioni anticipate rispetto all’età di vecchiaia a fronte delle 84.840 dell’intero 2014. La percentuale sulle pensioni liquidate nel lavoro dipendente (73.508 contro 57.2013) è passata dal 22% al 34% del totale. Il dato diffuso dall’Inps è legato alla stretta sull’anzianità introdotta dalla legge Fornero.

Cala il numero dei lavoratori in cig – Nel 2014 il flusso di lavoratori in cassa integrazione è stato di 1,2 milioni con un calo del 21,3% sul 2013. Secondo quanto emerge dal rapporto dell’Istituto la spesa complessiva per ammortizzatori sociali nell’anno è stata pari a 22,6 miliardi con una flessioneo del 4,2% sul 2013. Compresa la contribuzione figurativa per la cassa integrazione guadagni si sono sborsati 6,1 miliardi (-8,8%); per le indennità di disoccupazione sono usciti 13,1 miliardi (-3,6%, tre milioni di persone interessate); per la mobilità si sono spesi 3,4 miliardi (+2,7%).

Boeri, interventi parziali e selettivi su pensioni – Sarebbe stato “importante” con la manovra per il 2016 “fare l’ultima riforma delle pensioni”. Così si è espresso il presidente Inps, Tito Boeri, rimarcando che nella Legge di Stabilità ci sono stati solo “interventi selettivi e parziali, che creano asimmetrie di trattamento”. Presumibilmente, “in assenza di correttivi, daranno spinta a ulteriori misure parziali che sono tra l’altro molte costose”

Giudizi positivi – In questa difficile crisi economica, l’Inps ha avuto un ruolo importante nel tenere insieme il tessuto sociale di questo Paese. Questo il commento unanime degli osservatori. Colpisce notevolmente sotto questo profilo il rigore con cui sono stati analizzati gli aspetti finanziari e soprattutto come questi dati incrociano in pieno le questioni più difficili del Paese cioè il lavoro, l’età anziana e le pensioni. L’Inps sta nel centro di questi temi e più che mai deve fungere da pilastro, da intelligence operativa. Per quanto attiene le questioni interne all’Ente di via Ciro il grande – continuano le valutazioni – si nota con tutta evidenza da parte del personale dell’Inps un grande impegno, non solo nella gestione ordinaria, ma anche nell’operazione straordinaria di fusione degli enti previdenziali. Si è trattato non solo di armonizzare le strutture ma principalmente culture diverse. L’efficienza raggiunta dall’Inps insomma con meno risorse e meno personale è stata coralmente registrata come davvero eccezionale.

Carlo Pareto

Manovra, pensioni:
pagamento il 10 del mese
per bititolari Inps-Inpdap

Soltanto chi è bititolare di pensione Inps-Inpdap (circa 800.000 soggetti) le riceverà, dall’anno prossimo, il 10 del mese. Gli altri 15 milioni la incasseranno come ora, il primo se il trattamento di quiescenza è in carico all’Inps, il 16 se hanno un assegno Inpdap. Lo ha reso noto l’Inps.

Alla notizia, sindacati e associazioni dei consumatori sono subito scesi in rivolta contro lo slittamento del pagamento delle prestazioni previdenziali dal primo al dieci del mese previsto nel ddl di stabilità: si tratta – hanno congiuntamente affermato i segretari generali dei pensionati di Cgil, Cisl e Uil, Carla Cantone, Gigi Bonfanti e Romano Bellissima di «un vero e proprio accanimento nei confronti degli anziani». La manovra – hanno sottolineato – non solo non prevede alcun sostegno per i pensionati come ad esempio l’estensione del bonus di 80 euro, ma li penalizza con il rinvio dell’erogazione della rendita pensionistica e i tagli alle Regioni che si tradurranno in una riduzione dei servizi assistenziali e soprattutto sanitari. Per il 5 novembre è stata fissata una giornata di mobilitazione dei pensionati con iniziative a Roma, Milano e Palermo per chiedere al Governo politiche di sostegno agli anziani alle quali si aggiungerà la richiesta di modificare questa parte della manovra. Con qualche speranza di avere successo visto che solamente i sindacati dei pensionati di Cgil, Cisl e Uil possono contare su sei milioni di iscritti.

La norma sul rinvio del pagamento delle pensioni al 10 del mese (o al giorno successivo se festivo e non bancabile) scatta, come detto, a partire dal primo gennaio 2015, vale circa sei milioni di risparmi l’anno e prefigura l’unificazione dei pagamenti per coloro che sono intestatari di trattamenti di quiescenza sia in carico all’Inps (corrisposte ora il primo del mese) che all’Inpdap (pagate il 16 del mese). Complessivamente sono circa 800.000 pensionati. «È davvero incomprensibile – ha riferito il neo segretario della Cisl, Annamaria Furlan – questa decisione estemporanea del Governo di spostare al dieci di ogni mese il pagamento delle pensioni, senza nemmeno considerare gli effetti negativi che una scelta del genere può comportare per milioni di pensionati».

Manovra, pensioni e Legge di Stabilità

Il pagamento delle pensioni slitta al 10 del mese: la novità nella legge di stabilità ha provocato, come era lecito attendersi, un immediato coro di proteste e polemiche da parte di sindacati e associazioni dei consumatori. Le sigle confederali dei pensionati (Spi Cgil, Fnp Cisl e Uilp Uil) hanno infatti definito la norma «inaccettabile» e hanno denunciato «un vero e proprio accanimento nei confronti degli anziani». Sulla stessa linea si sono schierate le associazioni Adusbef e Federcomsumatori, secondo le quali la misura è «ingiusta e inaccettabile» e «si configura come un vero e proprio sopruso nei confronti dei pensionati, che sono stati tra le fasce più colpite dalla crisi economica».

Erogazioni differite

La nuova misura rinvia al 10 del mese (o al primo giorno successivo non bancabile, se il 10 è un festivo) la corresponsione dei trattamenti previdenziali di quiescenza erogati dall’Inps e non solo. A partire dal primo gennaio 2015, quindi, pensioni, indennità di accompagnamento per invalidi civili, rendite vitalizie dell’Inail saranno tutte interessate dal neo provvedimento. Obiettivo: razionalizzare e uniformare procedure e tempi di pagamento delle prestazioni corrisposte dall’Istituto di previdenza.

Effetti sui pagamenti

Il problema è che il differimento rischia di avere un impatto negativo sui pagamenti di utenze, mutui e affitti, che spesso avvengono i primi del mese: per i pensionati e per i titolari di assegni previdenziali significa non poter contare sulla disponibilità del trattamento numerario di cui sono titolari. Ha spiegato Carlo Rienzi, presidente del Codacons «Il posticipo dei pagamenti – considerato soprattutto che in Italia vi sono 2,1 milioni di pensionati che ricevono un assegno di importo al di sotto dei 500 euro, cifra inferiore alla soglia di povertà relativa fissata dall’Istat – creerà un gap che, oltre a produrre evidenti disagi, potrebbe mettere in seria crisi la liquidità di migliaia di anziani, con conti bancari in rosso e pagamenti di commissioni in favore degli istituti di credito».

Anche Daniele Barbieri, segretario del Sunia (sindacato inquilini) ha rilevato come forse non siano stati «valutati compiutamente gli effetti reali»: «ricevere la pensione il 10 del mese significa non poter pagare in tempo tutte le utenze (elettricità, telefonia, gas eccetera). E ancora più pesante sarà non poter saldare la rata del mutuo della propria casa o di quella dei figli. In questi casi si diventa morosii e, nel caso del mutuo, il conto può andare in rosso con drammatici effetti sui pagamenti di interessi e sanzioni». Meno gravi, invece, gli effetti sul pagamento degli affitti: «Qui c’è una tolleranza di 20 giorni prima di essere considerati morosi», ma in compenso il problema del pagamento ritardato ricade sul proprietario”.

Sindacati in rivolta

Fortemente stizziti pure i commenti espressi a caldo dai sindacati: «per questo Governo i pensionati non esistono – ha dichiarato il segretario generale aggiunto Uil, Carmelo Barbagallo -. Per loro niente 80 euro di rivalutazione delle pensioni e, adesso, anche una norma che ritarda l’erogazione della rendita pensionistica al 10 del mese. Queste scelte sono profondamente ingiuste oltre che errate da un punto di vista sociale ed economico». Cgil, Cils e Uil hanno unitariamente annunciato per il prossimo 5 novembre una giornata di mobilitazione nazionale dei pensionati, per chiedere all’esecutivo di ritirare la norma.

Corte dei Conti, dirigenti Inps, paperoni degli statali

Sono i dirigenti dell’Inps i ‘Paperoni’ della pubblica amministrazione, con 220.299 euro di retribuzione media annua; a far lievitare la busta paga è la parte accessoria del trattamento, che ammonta al 56% del totale. Fanalino di coda sono, invece, i dirigenti amministrativi del Servizio sanitario nazionale, con 82.312 euro l’anno. I primi percepiscono uno stipendio più elevato del 167,6% rispetto agli ultimi. E’ quanto emerge dai dati della Corte dei conti, che si basano sull’ultima versione disponibile del conto annuale predisposto dalla Rgs-Igpo, aggiornato al 2013. La magistratura contabile spiega che attualmente il trattamento economico è suddiviso in una parte fissa e una parte accessoria.

A fare la differenza degli stipendi è proprio la parte variabile dello stipendio, che in alcuni casi (come per i primi classificati) corrisponde al 129,2% del compenso fisso e al 56% del trattamento complessivo. Tra i dirigenti di prima fascia la retribuzione base si attesta per tutti sugli stessi livelli (si va da un minimo di 96.097 euro a un massimo di 99.005 euro). Mentre il trattamento variabile, che si somma allo stipendio base, oscilla da un minimo di 59.773 euro degli enti di ricerca a un massimo di 124.202 euro per gli enti pubblici non economici (tra cui l’Inps). Sommando la retribuzione base di 96.097 euro a trattamento variabile di 124.202 euro, il reddito complessivo per i dirigenti di prima fascia degli enti pubblici non economici ammonta a 220.299 euro.

Seguono i dirigenti delle agenzie fiscali (Entrate, Demanio, Territorio, Dogane e Monopoli) che sommano 97.073 di trattamento base a 115.700 euro per un totale di 212.773 euro. Al terzo posto si classificano i dirigenti della presidenza del Consiglio dei ministri, con 99.005 di stipendio base e 85.721 di trattamento variabile, per un totale di 184.726 euro. Quarti sono i dirigenti dei ministeri, con 97.829 euro di reddito base, a cui si sommano 77.845 euro di trattamento variabile, per un totale di 175.673 euro. Al’ultimo posto si posizionano i dirigenti degli enti di ricerca che partono da una base di 96.154 euro a cui si aggiungono 59.773 euro per un totale di 155.927 euro.

Nella seconda fascia entrano tre categorie nuove di dirigenti, sono i dipendenti delle Università, quelli degli enti locali e territoriali e i dirigenti amministrativi del servizio sanitario nazionale. Il primo posto, anche nel secondo gruppo di dirigenti, si classificano i dipendenti degli enti pubblici non economici con 135.295 euro (di cui 58.682 di trattamento fisso e 76.613 di variabile); seguono i dirigenti delle agenzie fiscali, con 113.922 euro (59.174 euro di trattamento fisso e 54.748 euro di variabile). Al terzo posto i dipendenti delle regioni con 104.325 euro (46.653 euro fissi e 57.672 euro variabili). Seguono i dirigenti degli enti di ricerca con 100.524 euro (60.838 euro fissi più 39.686 euro variabili); mentre sotto la soglia delle retribuzioni a sei cifre ci sono i dirigenti dell’Università con 98.808 euro (60.985 euro fissi e 37.823 euro variabili), seguiti a poca distanza dai dipendenti della presidenza del Consiglio dei ministri, con 97.793 euro (59.394 euro fissi e 38.400 variabili). I dirigenti che lavorano nei comuni percepiscono 94.571 euro (46.270 euro fissi e 48.301 euro variabili); dietro di loro ci sono quelli che lavorano nei ministeri con 85.544 euro (58.654 euro fissi e 26.890 euro variabili) e, all’ultimo posto i dirigenti amministrativi del Ssn con 82.312 euro (53.187 euro fissi e 29.125 euro variabili). Gli assunti a tempo indeterminato sono 12.836 (di cui 494 di prima fascia e 12.342 di seconda fascia); mentre gli assunti a tempo indeterminato sono 3.542 (di cui 76 di prima fascia e 3.466 di seconda fascia) per un totale di 16.378 unità.

Lavoro, Cgil: in 8 mesi 715 mln di ore di Cig per 510 mila lavoratori

Poco meno di 715 milioni di ore di cassa integrazione, richieste e autorizzate, nei primi otto mesi dell’anno, di cui oltre la metà di cassa straordinaria. Un monte ore di cig, che relega in cassa a zero ore oltre 515 mila lavoratori da gennaio. E’ quanto emerge dal rapporto dell’Osservatorio Cig della Cgil. I 515 mila lavoratori relegati in cig a zero ore dall’inizio dell’anno hanno subito un taglio del reddito pari a 2,75 miliardi, ovvero 5.300 euro netti in meno in busta paga per ogni singolo lavoratore, sempre secondo quanto emerge dal rapporto dell’Osservatorio Cig della Cgil, frutto di elaborazioni delle rilevazioni sulla cassa condotte dall’Inps.

Carlo Pareto

Consulenti lavoro: a rischio semplificazione contratto apprendistato

“Le modifiche sul contratto di apprendistato rischiano di essere vanificate per un passaggio ambiguo del testo formativo. Infatti, la facoltà prevista dalla norma per la formazione pubblica non è chiaro se si riferisce al datore di lavoro (così come è auspicabile), oppure alle Regioni di emanare la propria disciplina”. Così la circolare della Fondazione Studi consulenti del lavoro n.5/2014, che analizza il decreto legge 20 marzo 2014 n.34, ‘Disposizioni urgenti per favorire il rilancio dell’occupazione e per la semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese’, pubblicato di recente in Gazzetta Ufficiale, e in cui sono contenuti alcune importanti novità in materia di contratto a tempo determinato, apprendistato e documento unico di regolarità contributiva.
“Il 20% dei nuovi contratti a termine privi di causale -aggiungono gli esperti della Fondazione- va verificato di volta in volta al momento della decorrenza giuridica di ciascun contratto di lavoro e si applica ‘sull’organico complessivo’, ossia calcolato sui contratti di natura subordinata (e non anche autonoma) e riguarda complessivamente tutte le tipologie contrattuali a tempo indeterminato (compreso i contratti intermittenti)”. La circolare n.5/14 si sofferma in particolare sulle modifiche apportate al contratto a termine, la cui durata non potrà superare i 36 mesi anche in caso in somministrazione a tempo determinato, evidenziando però che il limite imposto vale, a differenza del passato, anche per il primo contratto a termine. Si analizzano anche gli effetti del nuovo contesto normativo sull’apprendistato, in particolare i contratti avviati dopo l’entrata in vigore del decreto per i quali non sarà più necessaria la redazione del piano formativo individuale, per poi concludere con l’annotazione di alcune criticità sulle modifiche apportate al Durc.Con integrazione Inpdap e Enpals. Inps: taglio dirigenti generali da 56 a 38 Un drastico calo di manager, da 56 a 38 e la concentrazione di nuove funzioni. E’ quanto prevede il riassetto dell’Inps in base all’integrazione con Inpdap ed Enpals, secondo quanto si evince dal documento sul piano industriale per il 2014-2016 dell’Inps reso noto recentemente dal commissario straordinario dell’Inps, Vittorio Conti, nel corso di un’audizione alla Commissione parlamentare di controllo sull’attività degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza, che ha tenuto insieme al direttore generale, Mauro Nori. “Le funzioni di livello dirigenziale generale -si spiega nel testo- passeranno da 56 a 38, a cui si aggiungono 11 funzioni di livello dirigenziale generale per progetti temporanei. Il processo di riassetto sarà ispirato a principi di razionalizzazione organizzativa, con l’eliminazione delle ridondanze, la chiara distinzione tra funzioni di line e di staff, lo sviluppo di efficaci modelli di governance e controllo, il contenimento dei livelli decisionali e la contrazione degli attuali assetti dirigenziali”. “Il personale, che rappresenta la principale risorsa dell’Istituto, è alla base dei risultati in termini di produttività e qualità dei servizi resi al cittadino – sottolinea il documento- e per questo motivo sul personale è indispensabile costruire il futuro sviluppo dell’Inps, soprattutto nell’attuale fase di integrazione degli enti soppressi”. “Le compressioni sulla quantità di personale, la centralità del capitale umano nell’adempimento del mandato istituzionale e i rilevanti impatti sociali che eventuali decrementi del livello di qualità dei servizi comporta – si riporta nell’informativa – determinano, quindi, la necessità di agire su due fronti”.

Da una parte, si spiega, “assicurare un flusso di ingresso di nuove risorse umane, in grado di bilanciare la significativa e crescente contrazione che si prevede proseguire anche nei prossimi anni, con il costante ampliamento dei compiti dell’Istituto”. “Si stima un fabbisogno – si precisa – di circa 2.500 unità che, rispetto all’attuale quadro normativo e alle previsioni di fuoriuscita del personale, troverà parziale copertura attraverso l’inserimento di circa 500 unità. Sulle restanti 2.000 unità di personale, dovrà essere avviato un turnover finalizzato all’inserimento di giovani laureati e al progressivo abbandono di qualifiche non più spendibili nel rinnovato contesto gestionale e operativo, rimuovendo gli attuali vincoli e potendo attivare proprie risorse finanziarie”. Dall’altra, invece, “continuare e incrementare l’investimento nella formazione del personale, che ricopre un ruolo fondamentale per favorire l’accrescimento delle professionalità e dei livelli di conoscenza delle risorse umane impegnate nei diversi processi di lavoro”, si conclude.

Medici senza limiti d’orario. Bruxelles deferisce l’Italia

La Commissione Ue ha recentemente deciso a Bruxelles, di deferire l’Italia alla Corte europea di giustizia per il mancato rispetto della normativa comunitaria sull’orario di lavoro dei medici del servizio sanitario nazionale. Attualmente, questi medici (tranne gli specializzandi) non hanno diritto a un limite orario settimanale e a periodi minimi di riposo giornaliero, mentre la direttiva prevede che, per motivi di salute e sicurezza, si lavori in media un massimo di 48 ore alla settimana, compresi gli straordinari, anche se con una certa flessibilità che consente di posporre i periodi minimi di riposo per motivi giustificati, ma soltanto a condizione che il lavoratore possa recuperare subito dopo le ore di riposo di cui non ha fruito. I lavoratori hanno inoltre diritto a fruire di un minimo di 11 ore ininterrotte di riposo al giorno e di un ulteriore riposo settimanale ininterrotto di 24 ore. Secondo l’attuale normativa italiana i medici sono dirigenti, anche senza necessariamente godere delle prerogative o dell’autonomia dirigenziali durante il loro orario di lavoro e per questo la legge li ha esonerati dall’applicazione della direttiva. Dopo aver ricevuto diverse denunce, la Commissione ha inviato nel maggio 2013 all’Italia un “parere motivato” in cui le chiedeva di adottare le misure necessarie per assicurare che la legislazione nazionale ottemperasse alla direttiva. Ma, evidentemente, questo non è bastato, e Bruxelles ha deciso di passare alla fase successiva della procedura d’infrazione, ricorrendo alla Corte di Giustizia.

Si punta a bonifica e prevenzione. Via al piano nazionale amianto

In Italia ci sono 32 milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto in matrice compatta, cui si aggiungono alcuni milioni di tonnellate di amianto friabile,e circa 5.000 decessi ogni anno a causa di patologie asbesto correlate. Sono i dati forniti dall’Ona, l’Osservatorio nazionale amianto, che ha presentato un Piano Nazionale Amianto, alternativo a quello approvato dal Governo Monti nel corso del Consiglio dei Ministri dell’8 aprile 2013. Un piano che “si propone di agire su tre direttrici: prevenzione primaria, attraverso la bonifica dei siti contaminati per evitare future esposizioni; prevenzione secondaria, ovvero diagnosi precoce per una migliore terapia e cura delle patologie asbesto correlate; epidemiologia, per mettere in evidenzia il fenomeno in atto che consta di circa 5.000 morti l’anno di cui 1.500 per mesotelioma, 3.500 per tumore polmonare e il resto per altre patologie asbesto correlate, e così assicurare giustizia per le vittime e punizione per i colpevoli”, ha spiegato all’Adnkronos Ezio Bonanni, presidente Ona.

Un piano alternativo a quello del governo Monti “approvato dal Consiglio dei Ministri ma non dalle Regioni e, quindi, che non ha avuto esecuzione – ha aggiunto Bonanni – Quel piano si fondava essenzialmente sulla mappatura dei siti contaminati e sulla sensibilizzazione del problema senza affrontare la necessità di decontaminare i luoghi di vita e lavoro dall’amianto, facendo leva anche sulla questione fiscale della detraibilità delle spese, l’utilizzo di fondi strutturali europei e piani di finanza attraverso la Cassa Depositi e Prestiti”. Di quel piano, ha proseguito il presidente dell’Osservatorio nazionale amianto, “abbiamo criticato il fatto che non si ponesse mano alla bonifica, bonifica che si può realizzare attraverso un piano nazionale di rilancio infrastrutturale e di produzione industriale attraverso il rinnovo dei macchinari all’interno delle fabbriche, rendendole più efficienti, produttive, sicure e meno dannose per l’uomo e per l’ambiente”. Il nuovo Piano Nazionale Amianto dell’Ona è già stato al centro della seconda conferenza internazionale dal titolo “Lotta all’amianto: il diritto incontra la scienza”, il 20 e 21 marzo scorso presso la Camera dei deputati e la Regione Lazio. Nelle stesse date è stato dato l’avvio della discussione del piano, che è stato sottoposto a tutte le forze politiche nazionali.

Carlo Pareto

Non c’è solo il caso Mastrapasqua
è la governance degli Enti pubblici che non va

Mastrapasqua-Enti pubbliciLa necessità di far “quadrare i conti” per portare a “buon fine” la Legge di stabilità è cattiva consigliera; è lecito pensare che quanto è accaduto negli ultimi giorni sia stato determinato dalle esigenze di cassa del Governo; forse, tali esigenze hanno giustificato la frettolosa attuazione del decreto legge del 2011, relativo al trasferimento all’INPS degli altri enti previdenziali (INPDAP e ENPALS). Il provvedimento attuativo, assunto autonomamente dal Presidente dell’INPS, Mario Mastrapasqua, è stato accompagnato da una dichiarazione, poi smentita, dello stesso Mastrapasqua sulla possibile incapacità dell’ente da lui presieduto di fare fronte al pagamento delle pensioni, diffondendo un giustificato allarme tra i pensionati. Continua a leggere