Ape sociale. Sul portale Inps ora è possibile calcolarne il valore

Ape sociale

COS’E’ E COME FARE DOMANDA

Anticipi sulla pensione, con il nuovo portale Inps è possibile calcolare – grazie alla presenza di strumenti di supporto e feedback – il valore delle misure, per chi fosse interessato, attraverso autenticazione. Il nuovo sito, molto più social e al passo coi tempi, vuole infatti mettere l’utente al centro dell’esperienza, supportarlo e ascoltare bisogni e esigenze. L’Inps eroga diverse tipologie di prestazioni pensionistiche, in base alla gestione o al fondo di appartenenza degli iscritti e ai requisiti contributivi e anagrafici previsti dalla legge. Tra queste, l’Anticipo pensionistico sociale (o Ape Sociale) e l’Anticipo finanziario a garanzia pensionistica (o Ape Volontaria).

Ma cos’è l’Ape sociale? A chi è rivolto, come funziona e come fare domanda, secondo quanto riportato sul nuovo portale dell’Istituto nazionale di previdenza sociale.

– Ape Sociale (Anticipo pensionistico)

Si tratta di una misura sperimentale in vigore dal 1° maggio 2017 al 31 dicembre 2018 intesa ad agevolare la transizione verso il pensionamento per soggetti svantaggiati o in condizioni di disagio ed è soggetta a limiti di spesa. L’indennità di natura assistenziale a carico dello Stato viene erogata dall’Inps a soggetti in stato di bisogno che abbiano compiuto almeno 63 anni di età e che non siano già titolari di pensione diretta. Viene corrisposta, a domanda, fino al raggiungimento dell’età prevista per la pensione di vecchiaia o dei requisiti per la pensione anticipata.

A chi è rivolto: spetta ai lavoratori, dipendenti pubblici e privati, autonomi e ai lavoratori iscritti alla Gestione separata che si trovano in una delle seguenti condizioni:

– disoccupati che hanno finito integralmente di percepire, da almeno tre mesi, la prestazione per la disoccupazione loro spettante. Lo stato di disoccupazione deve essere conseguente alla cessazione del rapporto di lavoro per licenziamento, anche collettivo, dimissioni per giusta causa o risoluzione consensuale nell’ambito della procedura obbligatoria di conciliazione prevista per i licenziamenti per giustificato motivo oggettivo (articolo 7, legge 15 luglio 1966, n. 604);

– soggetti che assistono, al momento della richiesta e da almeno sei mesi, il coniuge o un parente di primo grado convivente (genitore, figlio) con handicap grave (articolo 3, comma 3, legge 5 febbraio 1992, n. 104);

– invalidi civili con un grado di invalidità pari o superiore al 74%;

– dipendenti che svolgono da almeno sei anni in via continuativa un lavoro particolarmente difficoltoso o rischioso all’interno delle seguenti professioni:

– operai dell’industria estrattiva, dell’edilizia e della manutenzione degli edifici;

– conduttori di gru o di macchinari mobili per la perforazione nelle costruzioni;

– conciatori di pelli e di pellicce;

– conduttori di convogli ferroviari e personale viaggiante;

– conduttori di mezzi pesanti e camion;

– personale delle professioni sanitarie infermieristiche e ostetriche ospedaliere con lavoro organizzato in turni;

– addetti all’assistenza personale di persone in condizioni di non autosufficienza;

– insegnanti della scuola dell’infanzia e educatori degli asili nido;

– facchini, addetti allo spostamento merci e assimilati;

– personale non qualificato addetto ai servizi di pulizia;

– operatori ecologici e altri raccoglitori e separatori di rifiuti.

Requisiti: per ottenere l’indennità è necessario avere, al momento della richiesta, almeno 63 anni di età; almeno 30/36 anni di anzianità contributiva a seconda dei casi. Solo per i lavoratori che svolgono attività difficoltose o rischiose l’anzianità contributiva minima richiesta è di 36 anni; maturare il diritto alla pensione di vecchiaia entro tre anni e sette mesi; non essere titolari di alcuna pensione diretta.

L’accesso al beneficio è inoltre subordinato alla cessazione di qualunque attività lavorativa anche autonoma. L’indennità non spetta ai titolari di pensione diretta. Non è compatibile con i trattamenti di sostegno al reddito connessi allo stato di disoccupazione involontaria, con l’assegno di disoccupazione (ASDI) nonché con l’indennizzo per la cessazione dell’attività commerciale.

È compatibile con lo svolgimento di attività lavorativa dipendente o parasubordinata soltanto nel caso in cui i relativi redditi non superino gli 8.000 euro annui e con lo svolgimento di attività di lavoro autonomo nel limite di reddito di 4.800 euro annui.

Come fare domanda: ulteriori istruzioni dettagliate (dalla procedura per l’accertamento delle condizioni per accedere all’indennità alla documentazione da presentare) sono state specificate a seguito dell’emanazione dell’apposito decreto del presidente del Consiglio dei ministri avvenuta recentemente. Il servizio online per l’inoltro della domanda all’Inps è stato rilasciato a seguito del decreto attuativo.

Economia

CUNEO FISCALE COS’E’?

Il cuneo fiscale in Italia è “di ben 10 punti” più alto rispetto a quello che si registra mediamente nel resto d’Europa. E’ quanto sostiene la Corte dei Conti nel suo Rapporto 2017 sul coordinamento della finanza pubblica. Secondo i magistrati contabili, “il cuneo fiscale, riferito alla situazione media di un dipendente dell’industria, colloca al livello più alto la differenza fra il costo del lavoro a carico dell’imprenditore e il reddito netto che rimane in busta paga al lavoratore: il 49% prelevato a titolo di contributi (su entrambi) e di imposte (a carico del lavoratore)”. Ma cos’è esattamente il cuneo fiscale? In pratica è la differenza tra quanto costa un dipendente al datore di lavoro e quanto riceve al netto lo stesso lavoratore, calcolata in percentuale del salario lordo. In parole povere è la differenza tra quanto un dipendente costa all’azienda (stipendio lordo) e quanto lo stesso dipendente incassa, netto, in busta paga. Essendo un indicatore percentuale che indica il rapporto tra tutte le imposte sul lavoro (dirette, indirette e contributi previdenziali) e il costo del lavoro complessivo, può essere determinato sia per i lavoratori dipendenti sia per i lavoratori autonomi o liberi professionisti. Il cuneo fiscale sul lavoro del lavoratore dipendente in Italia è costituito dall’Irpef aumentata dalle addizionali locali e contributi previdenziali. Per il lavoratore autonomo e per il libero professionista è costituito da Irpef aumentata dalle addizionali locali, contributi previdenziali e Iva.

Corte dei Conti

CUNEO FISCALE 10 PUNTI OLTRE MEDIA UE

L’esposizione tributaria in Italia più alta rispetto alla media del resto dell’Europa non aiuta il contrasto all’economia sommersa e la lotta all’evasione. E’ quanto sostiene la Corte dei Conti nel suo Rapporto 2017 sul coordinamento della finanza pubblica, presentato recentemente a Roma dal presidente Arturo Martucci di Scarfizzi. Secondo i magistrati contabili, infatti, “il cuneo fiscale, riferito alla situazione media di un dipendente dell’industria, colloca al livello più alto la differenza fra il costo del lavoro a carico dell’imprenditore e il reddito netto che rimane in busta paga al lavoratore: il 49% prelevato a titolo di contributi (su entrambi) e di imposte (a carico del lavoratore) eccede di ben 10 punti l’onere che si registra mediamente nel resto d’Europa”. Inoltre, “anche i costi di adempimento degli obblighi tributari, che il medio imprenditore italiano è chiamato ad affrontare, sono significativi: 269 ore lavorative, il 55% in più di quanto richiesto al suo competitore europeo”, si legge ancora nel rapporto. “Guardando poi alla tenuta del sistema tributario – scrive la Corte dei Conti – se è indubbio che la politica fiscale ha impresso forti accelerazioni alla dinamica delle entrate, non sembra che essa si sia mostrata efficace nel rafforzarlo strutturalmente: in modo da sottrarlo ai vincoli che spingono a ricercare nuove fonti di gettito e, al contempo, porre i presupposti per una redistribuzione del prelievo nel quadro di una riduzione della pressione fiscale complessiva”. Nel rapporto si legge poi che “nonostante le incertezze iniziali, l’andamento dell’economia sembrerebbe aver segnato un’inversione di marcia verso un’espansione meno fragile e più qualitativa ”. Secondo quanto si legge nella relazione, infatti, “il Pil nel corso del 2016 è cresciuto dello 0,9% a fronte di un negativo e non anticipato contributo delle scorte e di un andamento superiore alle attese degli investimenti (+2,9%), sia nelle ‘costruzioni’ che in ‘macchinari e attrezzature’”. Nel primo caso “si è finalmente usciti da una fase di recessione protrattasi per otto anni; nel secondo, si ha evidenza di una ripresa del processo di accumulazione non prevista in queste dimensioni e la cui assenza era stata comunemente indicata come il principale fattore di debolezza italiana. Al contempo, il rallentamento delle componenti estere della domanda si è rivelato meno pronunciato di quanto temuto e ciò con riguardo soprattutto alle esportazioni”, si legge ancora nel rapporto. “Proprio nella prospettiva di medio termine – spiega ancora il rapporto – vanno evidenziate le sorprese positive nella dinamica di tali voci. Con riferimento agli investimenti, vi sono segnali che il combinato disposto delle favorevoli condizioni finanziarie e degli incentivi messi a disposizione dal governo stia finalmente sospingendo il recupero del saggio di accumulazione, gravemente deterioratosi durante gli anni della recessione”, continua il rapporto. Il sentiero del risanamento finanziario per l’Italia “è reso più faticoso” da una dinamica del prodotto interno lordo meno pronunciata degli altri Paesi dell’area euro. Ma “considerando il maggior livello del debito” questo sentiero è “necessario” si legge nella relazione. “Nella prospettiva storica e nel confronto con gli altri Paesi europei, lo sforzo di risanamento finanziario perseguito dall’Italia, reso necessario da un livello del debito elevato, prosegue o si attenua? Guardando al periodo intercorso dalla decisione di aderire alla moneta unica ad oggi – puntualizza il rapporto – il saldo primario rimane sempre positivo, ma si riduce progressivamente”. “La riduzione degli oneri per interessi – continua il documento – ne compensa gli effetti sull’indebitamento, che rimane in prossimità del 3% del prodotto, la soglia fissata nel Trattato di Maastricht”. “Nel contesto di bassa crescita che ha caratterizzato gli anni più recenti e di un’inflazione ben al di sotto degli obiettivi delle Autorità monetarie, livelli del saldo primario più contenuti, uniti ad un costo medio che si mantiene comunque vicino al 3%, generano un ulteriore aumento del debito che, a fine 2016, arriva al 132,6% del Pil”, continua il rapporto.

Padoan – “Nel 2016 la crescita ha ripreso vigore e i primi segnali dell’anno in corso sono molto incoraggianti – ha detto il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan intervenendo alla presentazione del rapporto – Siamo in una fase di transizione verso una crescita più robusta e sostenuta”.

Carlo Pareto

Inps, arrivano le istruzioni applicative sul cumulo
dei periodi assicurativi

Inps

CUMULO ASSICURATIVO

Con la circolare n. 60 del 16 marzo 2017 vengono fornite le prime istruzioni applicative sul cumulo dei periodi assicurativi non coincidenti da parte degli iscritti a due o più forme di assicurazione gestite dall’Inps (lavoratori dipendenti, autonomi, gestione separata e forme sostitutive ed esclusive), al fine del conseguimento di un’unica pensione, secondo quanto disposto dalla legge 232/2016, con la quale si è provveduto a modificare quanto già previsto in materia dalla legge 228/2012. Con una successiva circolare, a seguito delle istruzioni che saranno emanate dalle casse professionali coerentemente con gli indirizzi ministeriali, saranno fornite le istruzioni applicative per i casi di cumulo di periodi assicurativi non coincidenti anche presso le Casse professionali. Si riportano di seguito alcuni punti della circolare, rimandando alla stessa per ogni ulteriore approfondimento. In base a quanto previsto dalla legge 232/2016, dal 1° gennaio 2017 la facoltà di cumulo può essere esercitata per conseguire la pensione di vecchiaia anche da coloro che sono già in possesso dei requisiti per il diritto autonomo al trattamento pensionistico in una delle gestioni interessate oppure per conseguire la pensione anticipata con i requisiti previsti dalle norme in vigore, compreso l’adeguamento agli incrementi della speranza di vita. La facoltà di cumulo può essere esercitata dai superstiti di un lavoratore per conseguire la pensione indiretta, anche nel caso in cui quest’ultimo abbia già maturato i requisiti per il diritto autonomo alla pensione in una delle gestioni di cui sopra. Anche la contribuzione estera sarà oggetto di valutazione, nei limiti delle norme previste dai regolamenti comunitari e dalle convenzioni bilaterali: il cumulo è possibile soltanto se risulta perfezionato in Italia il minimale di contribuzione richiesto per la totalizzazione internazionale. In caso di domande di pensione in totalizzazione presentate anteriormente al 1° gennaio 2017 ed il cui procedimento amministrativo non sia ancora concluso, è possibile rinunciare a tale domanda e accedere al trattamento pensionistico in cumulo. Tale rinuncia può essere effettuata anche dai superstiti di assicurato. Allo stesso modo, la rinuncia può essere utilizzata anche da coloro i quali, pur avendo in corso un provvedimento di ricongiunzione onerosa, non hanno ancora perfezionato il pagamento integrale dell’importo dovuto, sempre che abbiano già perfezionato un diritto a pensione in cumulo. In tal caso, previa rinuncia alla domanda di ricongiunzione effettuata entro il 1° gennaio 2018, è prevista la restituzione delle quote versate in quattro rate annuali.

Piccioni (Inps)

SPESA PREVIDENZIALE TRA COSTI INDIRETTI MALATTIE CUORE

“I costi indiretti delle malattie cardiovascolari per il Sistema sanitario nazionale, in Italia, non comprendono solo la produttività, ma anche le spese sostenute dal sistema previdenziale che è responsabile di fornire prestazioni assistenziali e previdenziali a tutte le persone affette da patologie e che eroga pensioni di inabilità ed assegni di invalidità”. A dirlo è stato Massimo Piccioni, coordinatore generale Medico Legale dell’Inps Roma, intervenendo al ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, durante il recente incontro ‘Insieme al mondo del lavoro per ridurre la mortalità delle malattie cardiovascolari’, promosso dalla Fondazione Italiana per il Cuore. “Le malattie del sistema cardiocircolatorio – ha ricordato – sono, infatti, al secondo posto tra le cause di invalidità previdenziale, dopo le malattie oncologiche. Sul versante assistenziale, che riguarda invece i cittadini di tutte le età e non solo in età lavorativa, le malattie cardiovascolari rappresentano la quarta causa di morte”. “La spesa annuale complessiva in Italia – ha aggiunto Piccioni – per invalidità previdenziale ammonta a circa 10 miliardi di euro che sale a 16 miliardi per invalidità assistenziali, voci di costo per lo Stato che sono molto impegnative e comunque non esaustive in considerazione del fatto che non tengono conto dei lavoratori del settore pubblico e che mancano informazioni e dati riguardanti le assenze da lavoro per malattia. In questo contesto è fondamentale considerare che, a costi invariati, è possibile una redistribuzione delle risorse a favore di una maggiore allocazione sul versante della prevenzione, come investimento volto ad evitare l’invalidità. Redistribuzione che noi, come Istituto, auspichiamo fortemente”. E da un’analisi condotta dal Ceis Sanità, Centre for health economics and management, dell’Università Tor Vergata di Roma, in collaborazione con la banca dati Inps, emerge che le malattie del sistema cardiocircolatorio rappresentano la prima voce di costo, rispetto agli altri gruppi patologici, considerando le singole prestazioni previdenziali (gli assegni ordinari di invalidità e le pensioni di invalidità previdenziali) con una spesa dal 2009 al 2015 rispettivamente di 4,7 miliardi di euro (669 milioni di euro in media all’anno) corrispondente al 23%, su un totale di spesa complessiva per assegni ordinari di invalidità, e 8,8 miliardi di euro (1,2 miliardi di euro in media all’anno) pari al 19%, su un totale di spesa per pensioni di invalidità. “E la prevenzione – ha sostenuto Francesco Saverio Mennini, direttore del Ceis e del Centre for Economic Evaluation and Hta dell’Università Tor Vergata di Roma – gioca un ruolo cruciale in questo quadro. In uno studio sull’impatto di una corretta adesione terapeutica per la cura nello studio della sola ipertensione ho dimostrato come, all’interno di una analisi su 5 Paesi europei, un’adeguata aderenza alla terapia si associa a un miglioramento dello stato di salute dei pazienti e può far risparmiare risorse al sistema sanitario”. Infatti, “in una proiezione a 10 anni è stato calcolato che il raggiungimento di un livello di aderenza alla terapia del 70% in Italia (contro il solo 40-41% attualmente registrato nel nostro paese), determinerebbe un risparmio pari a circa 100 milioni di euro; il tutto, ovviamente, accompagnato da un miglioramento dello stato di salute dei pazienti”. “Prevenzione – ha assicurato – corretta gestione del paziente e corretta somministrazione delle tecnologie e delle terapie possono dunque incidere positivamente innanzitutto sul miglioramento dell’efficacia dell’intervento e della qualità di vita del paziente e garantire, nel medio-lungo periodo, anche una riduzione importante della spesa sanitaria, previdenziale e dei costi sostenuti direttamente dalle famiglie”. “In Italia – ha sottolineato – solo il 14% del totale della spesa pubblica è dedicato alla salute. Siamo un Paese, dunque, che non spende molto in questo ambito (ben al di sotto della media dei Paesi Ocse), un segno anche questo della necessità di incrementare le politiche di prevenzione”.

Morti sul lavoro

32 IN PIU’ NEI PRIMI DUE MESI DEL 2017

Nel bimestre gennaio-febbraio c’è stato un aumento pari a 32 persone in più morte sul posto di lavoro rispetto al 2016. Lo rende noto l’Inail, che precisa come “sul dato pesino i tragici eventi che si sono verificati in Abruzzo“. Per quanto riguarda le denunce di infortunio, le stime ancora provvisorie indicano un incremento, nei due mesi presi in esame, pari a +1,9% annuo. “A seguito della valanga che ha travolto l’hotel di Rigopiano e della caduta dell’elicottero di soccorso presso Campo Felice – precisa l’Inail – sono state registrate 15 denunce di infortunio mortale di lavoratori, quasi la metà dell’incremento dei casi rilevati rispetto ai primi due mesi del 2016”. Inoltre, sottolinea ancora l’istituto “la stima corretta del fenomeno infortunistico necessita di un’analisi di periodo più ampia per consentire l’adeguato consolidamento dei dati”. Infine, l’Inail segnala che le “denunce di infortunio presentate all’Istituto sono ancora oggetto di istruttoria e, dunque, non rappresentano casi effettivamente accertati”.

Colf, badanti e baby sitter

COME SCARICARE LE SPESE DALLE TASSE

I contributi Inps per gli addetti ai servizi domestici e all’assistenza personale o familiare (come ad esempio colf, baby sitter, badanti) possono essere dedotti dal proprio reddito, in sede di dichiarazione dei redditi 2017. I contributi colf 2017 deducibili sono quella parte di contribuzione Inps previdenziale e assistenziale che il contribuente, in qualità di datore di lavoro, ha corrisposto nel corso dell’anno precedente per aver assunto alle sue dipendenze, un addetto ai servizi domestici, all’assistenza personale o familiare. Il contribuente, attraverso la presentazione della dichiarazione dei redditi 2016 (730 o Unico che sia), può portare a deduzione dal proprio reddito, una quota degli oneri contributivi Inps versati per la colf, badante, baby sitter ecc. per un importo massimo di 1.549,37 euro anche quando i suddetti contributi, siano stati versati per il familiare non fiscalmente a carico. Ciò che il contribuente può scaricare dalla tasse non è tutto l’importo della contribuzione previdenziale ed assistenziale pagata, ma solo la quota a carico del datore di lavoro, al netto della quota a carico del collaboratore domestico-familiare. E’ fondamentale che il contribuente-datore di lavoro conservi tutte le ricevute di pagamento (Mav o bollettini) dei contributi. Ma, dal momento che la contribuzione è corrisposta trimestralmente, occorre fare molta attenzione ad individuare solo quelli pagati nel corso del 2016 in base al principio di cassa. Ciò significa che la deducibilità contributi colf badanti 730 2017 o Unico 2017 può essere fatta valere solo per i seguenti pagamenti:

– Contributi Inps versati a gennaio 2016 e relativi al quarto trimestre 2015;

– Contributi Inps corrisposti ad aprile, luglio e ottobre 2016 e relativi ai primi 3 trimestri del 2016.

– Contributi Inps colf e badanti relativi al 4° trimestre, pagati quindi a gennaio 2017, possono essere portati in deduzione dal reddito con il 730 2018 e Unico 2018.

Pure i voucher Inps colf e badanti sono deducibili. Usati dalle famiglie per pagare il lavoro accessorio degli addetti ai servizi domestici, ciò che si può dedurre è la quota a carico del datore di lavoro-committente. Tale quota, è pari al 13% del valore nominale del buono lavoro. Ai fini della deduzione, il contribuente deve conservare: ricevute di pagamento dell’acquisto dei buoni lavoro; copia dei buoni lavoro consegnati al prestatore-colf, badante, baby sitter ecc in caso di procedura cartacea; documentazione che attesta l’avvenuta comunicazione all’Inps dell’effettivo utilizzo dei buoni lavoro, procedura telematica; dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà in cui si dichiara che la documentazione è relativa solo alle prestazioni di lavoro rese da addetti ai servizi domestici.

Carlo Pareto

Inps, per Cig e sgravi le domande vanno fatte entro il 20 aprile

Inps

CIG E SGRAVI, DOMANDE ENTRO IL 20 APRILE

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 54 del 6 marzo il decreto n. 98189/2016 attuativo del Dlgs n. 185/2016 (correttivo Jobs Act) che consente di prorogare fino a 24 mesi oltre la durata ordinaria la Cassa Integrazione Straordinaria e lo sgravio contributivo per i contratti di solidarietà nelle imprese che rispettino determinati requisiti. Lo stanziamento complessivo per la proroga delle CIGS è di 194 milioni di euro. Con la circolare n. 3/2017 il Ministero del Lavoro ha già fornito istruzioni operative per l’accesso a tale proroga della Cassa Integrazione Straordinaria e degli sgravi contributivi sui contratti di solidarietà.

Cigs

Le domande dovranno pervenire entro il 20 Aprile, ovvero entro 30 giorni dall’entrata in vigore, che avviene dopo 15 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta. Pertanto, l’ultimo giorno utile è il 20 aprile prossimo. L’istanza va presentata via PEC, in bollo. Tra le attività beneficiarie della proroga le imprese di rilevante interesse strategico per l’economia nazionale, per l’attività svolta, per il numero dei lavoratori occupati o per le caratteristiche del territorio in cui hanno sede, tali da condizionare le possibilità di sviluppo economico del territorio in cui operano. Le imprese devono inoltre risultare in possesso di altri tre requisiti:

le imprese devono aver sottoscritto in sede governativa accordi di rilevante interesse strategico nazionale entro il 31 luglio 2015, il cui piano industriale sottostante abbia previsto l’utilizzo di trattamenti di integrazione salariale straordinaria oltre i limiti di durata ordinaria;

il piano industriale deve presentare condizioni per un rapido riassorbimento del personale che è stato sospeso o impiegato a orario ridotto;

il piano industriale deve rappresentare, altresì, l’impegno a realizzare, nel corso della prosecuzione del trattamento di integrazione salariale, ulteriori interventi, compresa la formazione e riqualificazione del personale sospeso o impiegato a orario ridotto, tali da assicurare la rioccupazione del personale interessato. Viene poi richiesta la sottoscrizione di uno specifico accordo, anche in sede sindacale, con indicati gli estremi dell’intervento richiesto e il costo: periodo richiesto, numero dei lavoratori interessati, modalità di sospensione o riduzione orario di lavoro. Il trattamento d’integrazione salariale verrà erogato direttamente ai lavoratori da parte dell’INPS e l’impresa dovrà pagare un contributo addizionale del 15% della retribuzione persa dal personale coinvolto dalle sospensioni di lavoro o impiegato con riduzione di orario di lavoro.

Contratti di solidarietà

Per quanto concerne la proroga del contratto di solidarietà, lo sgravio contributivo viene riconosciuto per un massimo di 24 mesi alle imprese che con gli accordi governativi stipulati sempre entro il 31 luglio 2015 abbiano previsto la proroga dei contratti di solidarietà. La riduzione è riconosciuta in misura del 35% sulla contribuzione a carico del datore di lavoro per i lavoratori interessati a contratti di solidarietà con riduzioni di orario superiori al 20%. I termini per la presentazione della domanda sono sempre fissati al 20 aprile. La domanda va inviata tramite PEC, in bollo, all’indirizzo sgravicds@pec.lavoro.gov.it, con indicati: codice pratica relativa al trattamento, stima della decontribuzione, copia accordo governativo, reazione che attesti la presenza dei requisiti e indichi numero di lavoratori coinvolti e modalità di riduzione di orario applicate.

Ammissibilità domande

L’ammissibilità delle domande di proroga , sia di CIGS che per lo sgravio contributivo, verrà valutata e certificata da una specifica Commissione istituita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Una volta ottenuto il parere favorevole della Commissione, entrambe le misure saranno attribuite mediante adozione di specifico decreto, nel limite delle risorse pubbliche disponibili e pari a 194 milioni di euro: 4 per il 2016; 90 per il 2017; 100 per l’anno 2018.

Fondazione studi consulenti lavoro

TUTTI I PASSAGGI PER BONUS SUD

Dalla Fondazione studi consulenti del lavoro arriva una circolare che illustra tutti i passaggi necessari per beneficiare dell’incentivo alle assunzioni, il cosiddetto ‘bonus occupazionale Sud’, introdotto dal 1° gennaio 2017 per i nuovi contratti a tempo indeterminato, anche in apprendistato. Con la circolare n. 3 del 16 marzo 2017 la Fondazione studi consulenti del lavoro spiega, infatti, la normativa di riferimento e i vari passaggi utili per beneficiare dell’incentivo. Gli incentivi per i datori di lavoro riguardano le nuove assunzioni effettuate nel corso del 2017. Le risorse disponibili ammontano a 530.000.000 di euro, di cui: 500 milioni di euro destinate alle Regioni ‘meno sviluppate’ (Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia) e 30 milioni alle Regioni ‘in transizione’ (Abruzzo, Molise, Sardegna). “Lo scorso 1° marzo l’Inps ha rilasciato le prime istruzioni operative con la circolare n. 41 -fanno sapere i consulenti- mentre, in data 15 marzo 2017, sempre l’Istituto previdenziale ha pubblicato i moduli telematici per la richiesta dei benefici spettanti”. “Le istanze relative ad assunzioni effettuate tra l’1 gennaio 2017 e il 14 marzo 2017 -si legge ancora nella circolare della Fondazione studi dei consulenti del lavoro- dovevano essere inviate entro il 30 marzo 2017. Per tali domande la verifica dei fondi sarà effettuata secondo l’ordine cronologico di decorrenza dell’assunzione. L’invio dell’istanza oltre il termine del 30 marzo 2017 non fa comunque venire meno il diritto al beneficio, tuttavia la verifica della disponibilità dei fondi non sarà più effettuata in ordine cronologico di decorrenza dell’assunzione bensì secondo il criterio generale, costituito dall’ordine cronologico di presentazione dell’istanza stessa”. Gli incentivi sono fruibili nel rispetto delle previsioni di cui al Regolamento (Ue) per quanto attiene gli aiuti ‘de minimis’. Tuttavia, nel caso di superamento del tetto massimo previsto dal regime de minimis, il beneficio spetta a condizione che l’assunzione determini un incremento occupazionale.

Cosa prevede la proposta di legge

CONGEDO MESTRUALE IN ARRIVO

Tre giorni al mese di riposo durante il ciclo mestruale. È quanto prevede una apposita proposta di legge presentata di recente alla Camera e attualmente all’esame della Commissione lavoro che mira all’istituzione del “congedo per le donne che soffrono di dismenorrea“. “In Italia i dati sulla dismenorrea sono allarmanti”, si legge nel testo di legge, “dal 60% al 90% delle donne soffrono durante il ciclo mestruale e questo causa tassi dal 13% al 51% di assenteismo a scuola e dal 5% al 15% di assenteismo nel lavoro”.

Da qui la proposta, firmata dalle deputate Pd Romina Mura, Daniela Sbrollini, Maria Iacono e Simonetta Rubinato, che introduce il diritto per la donna lavoratrice che soffre di mestruazioni dolorose di astenersi dal lavoro per un massimo di tre giorni al mese senza riduzione dello stipendio. Alle donne che soffrono di dismenorrea infatti, spiega l’unico articolo della pdl, è dovuta un’indennità pari al 100 per cento della retribuzione giornaliera.

Il cosiddetto ‘congedo mestruale’ inoltre, si legge sulla proposta di legge, “non può essere equiparato alle altre cause di impossibilità della prestazione lavorativa e la relativa indennità che spetta alla donna lavoratrice non può essere computata economicamente, né a fini retributivi né contributivi, all’indennità per malattia”. L’emendamento specifica anche che la donna che intende usufruire del congedo dovrà presentare al datore di lavoro una certificazione medica specialistica da rinnovare entro il 31 dicembre di ogni anno.

Nel nostro Paese il dibattito sul tema si è riacceso dopo che la Coexist, un’azienda di Bristol, ha deciso di inserire nel codice di condotta l’esenzione dal lavoro per le impiegate con il ciclo mestruale. Esistono però alcuni precedenti: in Giappone sin dal 1947 alcune aziende hanno adottato il ‘seirikyuuka’, cioè il congedo, mentre un anno dopo è stato introdotto in Indonesia. La Nike invece ha inserito il congedo mestruale nel 2007 mentre, più recentemente, la pratica è stata adottata anche in Sud Corea (nel 2001) e a Taiwan (nel 2013).

Carlo Pareto

Pensioni, part time agevolato stessa sorte
del Tfr in busta: un flop

Pensioni

FLOP DEL PART TIME AGEVOLATO

La norma sul part time agevolato verso la pensione si preannuncia un flop, così come accaduto per quella sul Tfr in busta paga: dal 2 giugno 2016, data di entrata in vigore del decreto che dava la possibilità ai lavoratori che avrebbero maturato il requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia entro il 31 dicembre 2018 di andare in part time verso la pensione, le domande accolte dall’Inps sono state appena 200. La norma infatti prevedeva l’accordo tra lavoratore e impresa ma vantaggi soprattutto per il dipendente.

Poletti, si cambia “Le cose vanno sperimentate e quando, come in questo caso, non danno buoni risultati bisogna prenderne atto. Si utilizzeranno strumenti diversi”. Lo ha recentemente affermato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, rispondendo a Prato ai giornalisti che gli avevano chiesto un commento sui dati relativi al part time agevolato.

Dubbi dall’Inps. Anche il presidente dell’Inps, Tito Boeri commentando i primi dati a luglio sull’utilizzo dello strumento (100 richieste nel primo mese) aveva messo in guardia sugli “interventi estemporanei e parziali” con “costi amministrativi superiori alle somme erogate”. La misura, sulla quale è stata attivata una campagna di comunicazione istituzionale per far conoscere a lavoratori e imprese i vantaggi dello strumento, è stata finora fallimentare in tutte le regioni con 33 domande accolte in Lombardia, 21 nel Lazio, solo una in Molise, Basilicata e Valle d’Aosta e 5 rispettivamente in Liguria e nelle Marche. La misura che prevede la possibilità per le persone che maturano 67 anni e sette mesi di età entro il 2018 con almeno 20 anni di contributi, previo accordo con il datore di lavoro, di ridurre l’orario in una misura compresa tra il 40% e il 60% non può essere usato nel settore pubblico né naturalmente per il lavoro autonomo. Impresa e lavoratore firmano un contratto di riduzione dell’orario con una durata pari al periodo tra la firma dell’accordo e il raggiungimento del requisito della pensione. Di fatto l’opzione è preclusa alle donne dato che chi può usare lo strumento deve essere nato prima del maggio 1952 e le donne nate prima di questa data sono in grandissima maggioranza uscite dal lavoro entro il 2016.

Con il part time agevolato si riceve ogni mese in busta paga, in aggiunta alla retribuzione per il part-time, una somma esentasse corrispondente ai contributi previdenziali a carico del datore di lavoro sulla retribuzione per l’orario non lavorato. Per il periodo di riduzione della prestazione lavorativa, lo Stato riconosce al lavoratore la contribuzione figurativa corrispondente alla prestazione non effettuata, in modo che alla maturazione dell’età pensionabile il lavoratore percepirà l’intero importo della pensione. Il contratto di part time agevolato è vantaggioso per i lavoratori vicini alla pensione ma meno conveniente per le aziende che pagano una quota in più rispetto alle ore lavorate. Secondo i calcoli effettuati dai Consulenti del lavoro su classi di retribuzioni annue lorde che vanno dai 25.000 ai 43.000 euro un lavoratore che firma un contratto di part time agevolato al 40% delle ore (16 a settimana a fronte delle 40 dell’orario intero) ha in busta paga il 72% della retribuzione mentre l’impresa ha una riduzione del costo del lavoro del 49% (a fronte di una riduzione dell’orario del 60%). La contribuzione figurativa, commisurata alla retribuzione corrispondente alla prestazione lavorativa non effettuata, è stata riconosciuta nel limite massimo di 60 milioni di euro per il 2016, 120 milioni per il 2017 e 60 milioni per il 2018, cifre a questo punto, almeno per l’anno scorso,

Consulenti lavoro

PIU’ DONNE AL VERTICE SOCIETA’ CONTROLLO PUBBLICO

Invertire la tendenza che finora ha visto quasi esclusivamente i professionisti di sesso maschile ricoprire incarichi al vertice di società gestite da amministrazioni pubbliche. Con questo obiettivo il Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, tramite la sua commissione per le Pari opportunità, ha recentemente siglato un protocollo d’intesa con il dipartimento delle Pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri volto a favorire l’incontro tra domanda e offerta di professioniste iscritte agli albi nelle posizioni di vertice di società controllate dallo Stato e da enti pubblici, in rispetto degli obblighi di ‘equilibrio di genere’ previsti e delle politiche in materia di pari opportunità tra uomo e donna. L’accordo, presentato assieme agli altri ordini professionali che hanno aderito all’iniziativa (Avvocati, Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, Ingegneri), prevede per le professioniste la possibilità di inserire il proprio curriculum vitae all’interno della ‘Banca dati delle professioniste per le pubbliche amministrazioni’ denominata Pro-RetePA, realizzata dal dipartimento e disponibile all’indirizzo prorete-pa.pariopportunita.gov.it. La Banca dati ha la funzione di agevolare la ricerca delle professionalità necessarie a ricoprire ruoli determinanti nelle società di indirizzo pubblico, promuovere la partecipazione delle donne ai processioni decisionali economici ed individuare nuovi modelli di governance basati sulla parità di genere e sul merito. Grazie a questa iniziativa le consulenti del lavoro potranno mettere le competenze e le conoscenze specialistiche acquisite a disposizione della pubblica amministrazione che, a sua volta, potrà contare su un insieme di professionalità a cui attingere per le nomine. A precisarlo è stata direttamente la presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, Marina Calderone: “Il Consiglio nazionale, attraverso la propria commissione Pari opportunità, svilupperà progetti ed azioni volti a rafforzare l’accesso e la rappresentanza del comparto professionale femminile negli organi istituzionali ed associativi”. “In particolare -ha ricordato Calderone – assieme alle professioni appartenenti al Comitato unitario delle professioni che hanno aderito all’iniziativa, realizzeremo corsi formativi per i professionisti che vorranno ricoprire un ruolo nei cda di aziende e società pubbliche o partecipate amministrate dalla Pubblica amministrazione e sensibilizzeremo i nostri consigli provinciali a diffondere l’accordo”.

Economia

NUOVO PANIERE ISTAT

Ogni anno, l’Istat rivede l’elenco dei prodotti che compongono il paniere di riferimento della rilevazione dei prezzi al consumo finalizzata a misurare l’inflazione. L’aggiornamento tiene conto delle novità emerse nelle abitudini di spesa delle famiglie e in alcuni casi arricchisce la gamma dei prodotti che rappresentano consumi consolidati. Nel paniere utilizzato nel 2017 per il calcolo degli indici NIC (per l’intera collettività nazionale) e FOI (per le famiglie di operai e impiegati) figurano 1.481 prodotti elementari, raggruppati in 920 prodotti, a loro volta raccolti in 405 aggregati. Per il calcolo dell’indice IPCA (armonizzato a livello europeo) viene invece impiegato un paniere di 1.498 prodotti elementari, raggruppati in 923 prodotti e 409 aggregati. Nel 2017 entrano nel paniere 12 nuovi beni e servizi: i Preparati di carne da cuocere, i Preparati vegetariani e/o vegani, i Centrifugati di frutta e/o verdura al bar, la Birra artigianale, gli Smartwatch, i Dispositivi da polso per attività sportive, le Soundbar (barre amplificatrici di suoni), l’Action camera, le Cartucce a getto d’inchiostro, le Asciugatrici, le Centrifughe e i Servizi assicurativi connessi all’abitazione. Escono dal paniere le Videocamere tradizionali (sostituite dall’Action camera). Nel complesso, le quotazioni di prezzo rilevate ogni mese per la stima dell’inflazione sono circa 706.500, di cui più di 493.000 raccolte sul territorio dagli Uffici comunali di statistica e, oltre 137.500 centralmente dall’Istat. Le restanti 76.000 quotazioni provengono dalla base dati dei prezzi dei carburanti del Ministero dello Sviluppo economico. Sono 80 i comuni che contribuiscono alla stima dell’inflazione per il paniere completo; la copertura territoriale dell’indagine è pari all’83,7% in termini di popolazione provinciale. Altri 16 comuni partecipano alla stima dell’inflazione solo per un sottoinsieme di prodotti (tariffe locali e alcuni servizi); il loro peso sul paniere NIC è del 6,0%, mentre la copertura territoriale dell’indagine è del 92,4%. Da quest’anno è invece completa la copertura territoriale per il monitoraggio dei prezzi dei carburanti (benzina, gasolio, GPL e metano). Sono circa 41.700 le unità di rilevazione (punti vendita, imprese e istituzioni) presenti nei comuni, mentre ammontano a quasi 8.000 le abitazioni presso le quali sono rilevati i canoni d’affitto. Così, l’inflazione dello 0,5% misurata a dicembre 2016 con il vecchio paniere, a gennaio del 2017, con l’introduzione del nuovo paniere, è passata a 0,9% diventando la più alta dal 2013. Ma quale sarebbe stata l’inflazione a dicembre scorso se fosse stata misurata anch’essa, per assurdo, con l’applicazione del nuovo paniere ? Una legittima curiosità per gli italiani ed anche per gli studiosi di economia che amano i confronti statistici possibilmente su basi tendenzialmente omogenei.

Fisco

EQUITALIA: RECORD INCASSI 2016

Incasso record per Equitalia che nel 2016 ha riscosso 8,7 miliardi di debiti dei cittadini con il fisco, segnando un +6,17% rispetto al 2015, cioè oltre mezzo miliardo in più. A trainare il saldo positivo resta il Centro-Nord (dalla Toscana alla Valle d’Aosta) che fa segnare oltre 4,8 miliardi, mentre nelle regioni del Centro-Sud (Umbria e Lazio comprese) la riscossione sfiora i 3,9 miliardi. Al top la Lombardia, in cui Equitalia ha incassato oltre 1,8 miliardi, (+0,2%) seguita da Lazio, 1,28 miliardi (+8,8%) e Campania (875 milioni, +5,6%). I risultati record di Equitalia “confermano che le riforme messe in atto dal governo in questi tre anni, l’impegno alla lotta all’evasione e al recupero delle risorse con nuovi strumenti, così come i nostri progetti per costruire un nuovo rapporto coi cittadini grazie anche all’impegno e alla professionalità dei dipendenti vanno nella giusta direzione “. A dirlo è stato di recente l’ad di Equitalia, Ernesto Maria Ruffini, commentando i dati del 2016. Secondo i dati diffusi dall’ente di riscossione lo scorso anno a beneficiare del risultato record della riscossione è stata innanzitutto l’Agenzia delle Entrate, per la quale sono stati riscossi 4,66 miliardi di euro, 414,6 milioni di euro in più rispetto al 2015 (+ 9,75%). Molto positivo, evidenzia Equitalia, anche il saldo per conto dell’Inps, che nel 2016 sfiora i 2,5 miliardi (+5,5%), 124 milioni di euro in più rispetto al 2015. In leggera flessione, invece, il dato relativo ai Comuni, per i quali sono stati riscossi nel 2016 530 milioni di euro, 20 in meno rispetto al 2015.

Carlo Pareto

Colf e badanti: all’Inps il versamento entro il 10/4. Nuovi servizi On line all’Inps. Ocse: donne italiane lavorano di più

Lavoro
COLF E BADANTI: ENTRO IL 10 APRILE IL VERSAMENTO ALL’INPS

È scattato il conto alla rovescia per il versamento dei contributi Inps relativi a colf e badanti. Entro il 10 aprile prossimo tutte le famiglie che si avvalgono della collaborazione di personale domestico dovranno saldare la rata relativa al primo trimestre (gennaio – marzo) del 2017. Lo faranno nella consapevolezza che la riforma Fornero ha a suo tempo introdotto un contributo addizionale dell’1,40% in caso di contratto a tempo indeterminato.
Le novità contributive.
Con la circolare 25 dell’8 febbraio 2013 l’Inps ha infatti fornito per la prima volta due tabelle: una da utilizzare per i lavoratori assunti a tempo indeterminato e l’altra per i rapporti a termine. Nel caso l’orario non superi le 24 ore settimanali, per entrambe le tipologie di contratto i contributi orari sono commisurati a tre diverse fasce di retribuzione effettiva. Quando, invece, si sforano le 24 ore il contributo orario diventa fisso.
Il contributo addizionale
Ma la vera novità anche di quest’anno resta tuttavia sempre il versamento del contributo addizionale dell’1,40% all’Inps. Nel caso, comunque, il contratto di lavoro a tempo determinato venga trasformato in tempo indeterminato, il contributo addizionale a carico del datore di lavoro viene restituito per gli ultimi sei mesi di rapporto. Al riguardo l’Istituto ricorda che a partire dal primo gennaio 2013, per effetto dell’articolo 2 della legge 92/2012 – la cosiddetta riforma Fornero – l’assicurazione contro la disoccupazione involontaria è stata prima sostituita dall’Assicurazione sociale per l’impiego (Aspi) poi dall’attuale Naspi.
Retribuzione
Sul fronte della retribuzione restano ancora in vigore i minimi per il 2016, diversificati a seconda dell’inquadramento e della tipologia di mansione. Come ogni anno, precisa l’Ente di previdenza, i minimi presi a riferimento l’anno scorso per l’obbligazione contributiva di cui si tratta vengono se del caso aggiornati sulla base delle rilevazioni Istat da una apposita commissione istituita ad hoc.
Il versamento
La corresponsione degli oneri assicurativi dovuti può essere effettuata, a scelta, con uno dei seguenti mezzi:
1) rivolgendosi ai soggetti aderenti al circuito “Reti Amiche”; Il pagamento è disponibile, senza necessità di supporto cartaceo, presso: – le tabaccherie che espongono il logo “Servizi Inps” ; – gli sportelli bancari di Unicredit Spa; – tramite il sito Internet del gruppo Unicredit Spa per i clienti titolari del servizio di Banca online; – a partire dalla fine del 2011, inoltre, il versamento senza bollettino può essere praticato anche presso tutti gli sportelli di Poste Italiane, con le modalità prefigurate per il circuito Reti Amiche.
2) online sul sito Internet www.inps.it nella sezione “Servizi Online/Per tipologia di utente/Cittadino/Pagamento contributi lavoratori domestici”, utilizzando la carta di credito;
3) utilizzando il bollettino Mav – Pagamento mediante avviso – inviato dall’Inps o generato attraverso il sito Internet www.inps.it, nella sezione “Servizi Online/Per tipologia di utente/Cittadino/Pagamento contributi lavoratori domestici”, pagabile senza commissione presso le banche oppure presso gli uffici postali, con addebito della commissione;
4) telefonando al Contact Center numero verde gratuito 803164, impiegando la carta di credito. Soltanto nel caso di rapporti di lavoro a carattere temporaneo, occasionale e di breve durata, è possibile ricorrere alla modalità di versamento tramite i buoni lavoro (voucher). Di seguito si riporta la tabella dei contributi relativi all’anno di riferimento 2017:
Rapporti di lavoro di durata fino a 24 ore settimanali – retribuzione oraria effettiva – contributo orario (tra parentesi la quota a carico del lavoratore) con Cuaf (*) senza Cuaf
Retribuzione oraria Contributo orario con Cuaf Contributo orario senza Cuaf*
fino a 7,88 euro 1,49 (0,35) 1,50 (0,35)
da 7,88 euro fino a 9,59 euro 1,68 (0,39) 1,69 (0,40)
oltre 9,59 euro 2,05 (0,48) 2,06 (0,48)
più di 24 ore settimanali 1,08 (0,25) 1,09 (0,25)
(*) Il contributo Cassa Unica Assegni Familiari (Cuaf) è sempre dovuto, esclusi i casi di rapporto di lavoro tra coniugi e tra parenti o affini entro il terzo grado conviventi. (parenti: figli, fratelli o sorelle e nipoti; affini: genero, nuora e cognati). Fra parentesi è invece indicata la quota parte a carico del lavoratore. Se la colf però lavora più di 24 ore settimanali presso la stessa famiglia l’onere previdenziale complessivamente dovuto è di 1,08 euro (0,25) (o di 1,09 (0,25) senza Cuaf) a prescindere dalla retribuzione oraria effettivamente percepita. Da ricordare, infine, che la prossima scadenza, quella relativa al pagamento del 2° trimestre 2017 (periodo aprile – giugno 2017), sarà per il 10 luglio prossimo.

Inps
NUOVI SERVIZI ONLINE PER LA CITTADINANZA DIGITALE
L’Inps ha recentemente partecipato alla prima edizione della Settimana dell’Amministrazione Apertasi dal 4 all’11 marzo con un incontro pubblico, svoltosi il 10 marzo presso la Direzione generale, sala Aldo Moro, dal titolo “Nuovi servizi online per la cittadinanza digitale”. L’incontro si è collocato anche nell’ambito della campagna per il rilascio della Certificazione Unica 2017, da poco avviata dall’Istituto con la pubblicazione del servizio online “Certificazione Unica 2017” e con la promozione del nuovo servizio “Detrazioni fiscali: domanda e gestione”. Per assicurare la più ampia partecipazione e diffusione all’utenza, le sedi regionali e di coordinamento metropolitano sono state opportunamente collegate in videoconferenza, coinvolgendo il personale interno del front-end e concorrendo alla promozione dell’evento a livello locale. La videoconferenza è stata aperta pure alle Direzioni provinciali per consentire la partecipazione ai Direttori e ai responsabili degli Uffici Relazioni con il Pubblico. L’interazione con i relatori, per ragioni di tempo, è stata limitata al pubblico presente in sala. La finalità sottesa all’evento è stata quella di assicurare ai cittadini la possibilità di conoscere i servizi online rilasciati dall’Ente. Per questo, è stato necessario coinvolgere nell’operazione una larga partecipazione dei media e delle rappresentanze delle diverse tipologie di utenza interessate soprattutto per far pubblicamente conoscere l’impegno già profuso per l’attuazione dell’Agenda digitale; presentare alcuni servizi online, sviluppati di recente, in un’ottica di trasparenza e restituzione di informazioni confluite negli archivi Inps, nonché di partecipazione dei cittadini al miglioramento della qualità dei servizi. Indispensabile è stata dunque la partecipazione del personale delle Direzioni regionali e di coordinamento metropolitano e la collaborazione dei responsabili CRIC e GAI nella preliminare promozione dell’evento ai media locali e alle Associazioni dei Lavoratori e dei Pensionati, anche attraverso l’utilizzo dell’apposito programma che conteneva maggiori informazioni sul seminario Inps “Nuovi servizi online per la cittadinanza digitale” e sulla Settimana dell’Amministrazione Aperta, organizzata dal Dipartimento Funzione Pubblica
I partner non aiutano
OCSE, DONNE ITALIANE AL TOP LAVORO A CASA
Le donne italiane dedicano in media al lavoro “non pagato”, ovvero quello per la cura dei figli, dei parenti e della casa oltre cinque ore al giorno piazzandosi al quarto posto tra i Paesi Ocse. Il dato risente della scarsa collaborazione dei partner nel nostro Paese che, con appena 100 minuti al giorno in media, si piazzano al quarto posto tra i meno impegnati nelle attività di cura della famiglia. I dati sono contenuti in uno studio Ocse sull’esperienza tedesca sulla condivisione del lavoro in famiglia che analizza la situazione nei principali paesi sviluppati. Anche nei casi in cui entrambi i genitori lavorano fuori casa la collaborazione al 50% nelle incombenze quotidiane è una chimera. Lo è nei paesi nordici, i più avanzati sotto il profilo della condivisione dei carichi familiari ma lo è soprattutto in Italia, Messico, Portogallo e Turchia (quelli dove le donne lavorano in casa o per la cura dei figli oltre 300 minuti al giorno) e in Giappone e Corea (i Paesi dove gli uomini dedicano al cosiddetto “lavoro non pagato” meno di un’ora al giorno).
Svezia e Norvegia sono le paladine dell’uguaglianza con poco più di tre ore per le donne e due e mezza per gli uomini insieme alla Danimarca con tre ore per gli uomini e quattro per le donne. Le donne con un partner tra i 25 e i 44 anni, l’età nella quale l’impegno in casa è maggiore per la frequente presenza di figli piccoli – spiega la ricerca – spendono in tutti i paesi Ocse più tempo per fare lavoro non pagato rispetto agli uomini anche a fronte delle stesse ore lavorate fuori casa. In Italia – prosegue la ricerca – le donne lavorano in casa almeno il doppio degli uomini a prescindere dal loro impegno in un impiego pagato. In pratica anche le donne italiane in questa fascia di età con un’occupazione di oltre 45 ore settimanali lavorano in casa quasi quattro ore (a fronte delle otto di quelle senza occupazione), più degli uomini senza lavoro e di quelli con impieghi inferiori alle 29 ore settimanali. Il lavoro è sbilanciato a sfavore delle donne anche nel caso che queste ultime guadagnino di più ma nei Paesi nei quali è più alta l’occupazione femminile (come Svezia, Norvegia e Francia) gli uomini tendono a condividere di più il carico familiare.
L’Italia, con un tasso di occupazione femminile ancora molto basso, ha il divario più alto tra donne e uomini sul lavoro non pagato. Il divario risulta invece più basso nelle coppie con un alto livello di istruzione con le donne impegnate lievemente meno nei lavoro di casa e gli uomini più collaborativi. La presenta di figli piccoli aumenta la polarizzazione tra lavoro pagati e non pagato. La donna in media fa più lavoro in casa e l’uomo fa più ore di lavoro pagato.

Carlo Pareto

Def, si punta agli incentivi per i neoassunti

Lavoro-assunzioniIl Governo sta studiando il taglio dei contributi previdenziali per i neoassunti a tempo indeterminato limitato ai giovani di età inferiore a 35 anni che entrano nel mercato del lavoro e quindi solo per il primo impiego stabile. Lo spiegano alcuni tecnici vicini al dossier Def per il 2018. Si tratterebbe di una dotazione per 3 anni di taglio contributivo che spetta al giovane assunto per la prima volta con un contratto a tempo indeterminato. Un giovane che abbia già avuto un lavoro stabile ma lo abbia perso, avrà diritto alla decontribuzione solo per il periodo che manca al raggiungimento dei 3 anni di impiego stabile.

Il taglio dei contributi per i giovani che si affacciano sul mercato del lavoro quindi dovrebbe valere su tutto il territorio nazionale. Non appare in discussione invece l’ipotesi di un taglio strutturale dei contributi per la vita lavorativa del neo assunto. Il taglio dei contributi previdenziali limitato ai giovani e al primo impiego dovrebbe costare meno di un miliardo. Se si guarda ai dati sulle assunzioni con l’esonero contributivo nel 2015 (quando per le nuove assunzioni era totale per quanto riguarda i contributi Inps) si vede che le assunzioni degli under 30 hanno riguardato meno di un terzo del totale con circa 362.034 contratti su 1,17 milioni instaurati con l’esonero (altri 353.000 contratti circa hanno riguardato persone tra i 30 e i 39 anni). Anche per le trasformazioni la proporzione è stata di oltre 112.000 trasformazioni per i contratti a tempo indeterminato degli under 30 su 402.364 complessive (oltre 130.000 per persone tra i 30 e i 40 anni).

Attualmente, le aziende possono beneficiare anche nel 2017 della decontribuzione fino a 8.060 euro per tutti i neoassunti con contratto a tempo indeterminato nel Meridione.

In merito, l’Inps ha diffuso la circolare applicativa dell’incentivo, valido per le Regioni “meno sviluppate” (Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia) o “in transizione” (Abruzzo, Molise e Sardegna). Lo sgravio può essere richiesto per le assunzioni effettuate tra il 1° gennaio 2017 ed il 31 dicembre 2017, nei limiti delle risorse specificamente stanziate che, per le Regioni meno sviluppate, ammontano a 500 milioni di euro e, per le Regioni in transizione, a 30 milioni di euro, come viene spiegato in una nota. “L’incentivo è fruibile in dodici quote mensili dalla data di assunzione/trasformazione del lavoratore e riguarda i contributi previdenziali a carico del datore di lavoro entro un massimo di 8.060 euro annuali per ogni lavoratore assunto”, aggiunge l’Inps.

I provvedimenti in corso di studio da parte del Governo dovrebbero rappresentare una estensione territoriale e temporale su quanto finora previsto per le Regioni dell’Italia meridionale.

Si tratterebbe, dunque, di un altro provvedimento ‘tampone’ di breve periodo del Governo che non risolve i problemi strutturali finalizzati ad una stabile ripresa economica ed occupazionale, ma che vorrebbe alleviare il disagio sociale dei giovani.

Salvatore Rondello

Pensioni. Più della metà sono sotto i 750 euro

anziani-poveriSe in Italia i giovani piangono, gli anziani di certo non ridono. All’inizio del 2017 risultano in essere 18.029.590 pensioni, con “una forte concentrazione nelle classi basse”. Lo rileva l’Inps nell’ultimo osservatorio sulle pensioni, che non include però le gestioni dipendenti pubblici ed ex Enpals, spiegando che il 63,1% delle pensioni ha un importo inferiore a 750 euro. Questa percentuale per le donne raggiunge il 76,5%. Si tratta, viene precisato, solo di una misura indicativa della “povertà”, per il fatto che molti pensionati sono titolari di più prestazioni pensionistiche o comunque di altri redditi. Inoltre negli ultimi cinque anni il numero delle pensioni è diminuito nel complesso del 2,7%, secondo quanto rileva l’Inps nell’Osservatorio sulle pensioni vigenti, aggiornato a gennaio 2017 (che non include i trattamenti pubblici ed ex Enpals). In particolare, a partire dal 2013 si assiste “ad una inversione di tendenza”: mentre da gennaio 2004 a gennaio 2012 il numero delle pensioni è aumentato mediamente dello 0,7% annuo per un complessivo 6,1%, negli ultimi cinque anni è iniziato a decrescere mediamente dello 0,6% annuo, con un calo complessivo del 2,7%.
Del totale di prestazioni versate, più di 14 milioni sono di natura previdenziale: hanno avuto origine dal versamento di contributi previdenziali (vecchiaia, invalidità e superstiti), durante l’attività lavorativa del pensionato. Le rimanenti sono costituite dalle prestazioni erogate dalla gestione degli invalidi civili (comprensive delle indennità di accompagno) e da quella delle pensioni e assegni sociali, sono di natura assistenziale, cioè prestazioni erogate per sostenere una situazione di invalidità congiunta o meno a situazione di reddito basso. L’importo complessivo annuo risulta pari a 197,4 miliardi di euro di cui 176,8 miliardi sostenuti dalle gestioni previdenziali.

Tanto che Tito Boeri, il presidente dell’Inps, ha invitato ad “affrontare in Italia il problema dei vitalizi e dei trattamenti che hanno creato delle differenze di trattamento molto forti tra consiglieri regionali e i parlamentari e il resto degli italiani. Questo credo che sarebbe un modo molto incisivo per ridurre il sostegno alla piattaforma dei populisti”, ha spiegato a RaiNews24. Nel suo intervento a tutto tondo ha sostenuto poi la necessità di un “reddito minimo garantito”, che vada “ai più poveri”, ai più bisognosi, piuttosto che un “reddito di cittadinanza”, che viene dato “in modo indiscriminato a tutti i cittadini ed è troppo costoso”. Da ultimo, un passaggio sugli “immigrati che hanno tutte le caratteristiche di un comodo capro espiatorio: visibili, circondati spesso da pregiudizi, con forti difficoltà di integrazione culturale e sociale”.

Inps: versamenti volontari entro il 30 marzo. Novità Opzione Donna. Arriva il PagoPa

Inps
VERSAMENTI VOLONTARI: ENTRO IL 30 MARZO IL PAGAMENTO ALL’INPS
Scade alla fine del corrente mese il termine ultimo utile per corrispondere all’Inps i contributi volontari relativi all’ultimo trimestre dell’anno scorso (Ottobre – Dicembre 2016). Al riguardo è appena il caso di precisare che anche nel 2017 (come nel 2015 e 2016), per coprire un anno di contribuzione volontaria occorre una spesa minima di 2.909 euro. E se si è stati autorizzati dopo il 31 dicembre del 1995 si dovrà spendere 522 euro in più.
Venerdì prossimo 31 marzo si conclude quindi il pagamento 2016 dei versamenti in proprio riferiti all’anno precedente.
La «volontaria» – si trae spunto per ricordarlo – coinvolge numerosi ex lavoratori (soprattutto donne) che hanno scelto di continuare l’assicurazione pagando in proprio, con lo scopo di maturare comunque il diritto alla pensione. Da un’occhiata sommaria alle tabelle, i cui nuovi parametri sono indicati in un apposita circolare Inps, (la n. 12 del 27 gennaio 2017), si nota facilmente come costa sempre di più «farsi» una pensione da soli, per chi si è ritirato prima del tempo dall’attività lavorativa. Non solo, ma in passato la sola autorizzazione al versamento ha costituito un ottimo scudo per difendersi dalle novità – sempre insidiosamente in agguato – intervenute in materia di requisiti pensionistici. Dopo la riforma Monti-Fornero, ora non è più così.
Valori 2017. Le somme da versare differiscono a seconda della decorrenza dell’autorizzazione: prima o dopo dicembre 1995. L’ammontare del contributo volontario si ottiene, infatti, applicando alla retribuzione di riferimento (quella dell’ultimo anno di lavoro) l’aliquota contributiva vigente che per gli ex dipendenti è pari al 27,87%, se autorizzati sino al 31 dicembre 1995, e al 32,87% (33,87% per le quote eccedenti i 46.123 euro annui, minimale 2017) per le autorizzazioni successive. Mentre il massimale di cui all’art. 2, comma 18, della legge n. 335/95, da applicare, per l’anno in corso, ai prosecutori volontari titolari di contribuzione non anteriore al 1° gennaio 1996 o che, avendone il requisito, esercitino l’opzione per il sistema contributivo, è di euro 100.324,00.
Esiste anche una retribuzione base (minimale), pari al 40% del minimo di pensione mensile. In altri termini, per il 2015, con un minimale di retribuzione settimanale pari a 200,76 euro, il contributo non può essere inferiore a 55,95 euro per i soggetti autorizzati sino al 31 dicembre 1995 e a 65,98 euro per le autorizzazioni successive.
Il pagamento dei contributi volontari può avvenire in tre modi diversi:
1) utilizzando il bollettino Mav (pagamento mediante avviso);
2) online, sul sito internet www.inps.it;
3) telefonando al numero verde gratuito 803.164, utilizzando la carta di credito;
4) ricorrendo al nuovo sistema PagoPA
Uno scudo perforato. La possibilità di versare volontariamente in occasione delle precedenti riforme ha sempre costituito una vera e propria polizza assicurativa. A cominciare dall’elevazione del minimo di contributi richiesto per la vecchiaia, innalzato da 15 a 20 anni dalla riforma Amato del 1993, dove è prevista la conservazione dei «vecchi» 15 anni in favore dei soggetti autorizzati alla volontaria entro il 31 dicembre 1992. Per non parlare dei famosi «blocchi» temporanei delle pensioni di anzianità, avvenuti più volte tra il 1994 e il 1998, che in questi casi non hanno trovato applicazione,
Ora la musica è cambiata. Solo un ristretto numero di contribuenti volontari è infatti riuscito a rientrare nella schiera dei cosiddetti “salvaguardati” dall’inasprimento dei requisiti pensionistici della riforma Fornero. Ciò non toglie che la richiesta di autorizzazione alla volontaria, alla cessazione o sospensione dell’attività lavorativa, sia inutile. Non costa nulla e non è impegnativa.

Dal 20 giugno 2016
SISTEMA PAGOPA ANCHE PER CONTRIBUTI VOLONTARI INPS
Inps accelera ulteriormente il processo di digitalizzazione dei propri servizi grazie all’implementazione di PagoPA, il sistema dei pagamenti elettronici a favore delle pubbliche amministrazioni. A partire dal 20 giugno 2016, sul sito www.inps.it, i cittadini potranno pagare grazie a PagoPA i propri contributi volontari. I lavoratori che hanno concluso o interrotto l’attività lavorativa potranno infatti perfezionare i requisiti necessari per avere diritto ad una prestazione pensionistica, o aumentare l’importo del trattamento pensionistico cui si ha diritto se i requisiti contributivi richiesti sono già stati raggiunti. Il versamento dei contributi volontari rappresenta il primo di una serie di servizi online di Inps che progressivamente saranno integrati al sistema dei pagamenti elettronici. PagoPA è l’infrastruttura digitale nazionale – progetto strategico del piano di digitalizzazione del Governo Italiano – che consente a cittadini e imprese di effettuare pagamenti in modalità elettronica verso la pubblica amministrazione garantendo sicurezza, semplicità e flessibilità nella scelta delle modalità e del prestatore di pagamento. L’adesione di Inps al sistema PagoPA rappresenta un importante passo avanti nel percorso di attuazione dell’iniziativa “Cittadino Digitale”, che vede AgID e Inps uniti nell’intento di ridurre il digital divide grazie alla promozione dell’utilizzo di Internet e dei servizi digitali erogati dalla pubblica amministrazione. La collaborazione tra Inps e AgID ha preso il via nel mese di marzo con l’immediata adesione a Spid da parte dell’istituto previdenziale, e contestualmente all’avvio dell’iniziativa che prevede l’invio a 7 milioni di lavoratori delle buste contenenti la simulazione della propria pensione insieme all’invito a munirsi dell’identità digitale unica per poter accedere online a tutti i servizi della PA.

Previdenza
L’OPZIONE DONNA NEL 2017
Cos’è
È un beneficio che consente alle lavoratrici di ottenere la pensione di anzianità con requisiti anagrafici più favorevoli rispetto a quelli in vigore dal 1° gennaio 2008 in poi. E’ un regime sperimentale in quanto previsto solo per chi ha maturato i requisiti nel periodo dal 1° gennaio 2008 al 31 dicembre 2015.
A chi si rivolge
Alle lavoratrici dipendenti e autonome in possesso di:
• anzianità contributiva pari o superiore a 18 anni al 31 dicembre 1995, che non abbiano altrimenti maturato il diritto a pensione di anzianità. La lavoratrice che ha già maturato i requisiti per la pensione di anzianità previsti dalla c.d. Riforma Maroni (legge n. 243 del 2004) consegue il diritto alla pensione secondo questa normativa e non come opzione donna.
• anzianità contributiva inferiore ai 18 anni al 31 dicembre 1995 che non abbiano optato per la liquidazione della pensione esclusivamente con le regole del sistema contributivo.
Requisiti
Per avere diritto alla pensione di anzianità con l’opzione donna le lavoratrici devono possedere, entro il 31 dicembre 2015:
• un’anzianità assicurativa e contributiva di almeno 35 anni (per le gestioni esclusive dell’AGO 34 anni, 11 mesi e 16 giorni)
• un’età anagrafica di 57 anni, se dipendenti, e di 58, se autonome. Dal 1.1.2013, con gli adeguamenti alla speranza di vita cui all’articolo 12 della legge n. 122 del 2010, il requisito di accesso è divenuto di 57 anni e 3 mesi per le lavoratrici dipendenti e 58 anni e 3 mesi per quelle autonome.
La facoltà è stata estesa retroattivamente anche alle lavoratrici che al 31 dicembre 2015 avevano compiuto 57 anni, se dipendenti, e 58 anni, se autonome ma che a tale data non erano in possesso degli ulteriori tre mesi richiesti per effetto degli incrementi alla speranza di vita applicati dal 1.1.2013.
Condizioni
La lavoratrice deve accettare che la pensione venga liquidata interamente con il calcolo contributivo.
Al momento della decorrenza del trattamento, inoltre, l’interessata deve cessare l’attività di lavoro dipendente.
Decorrenza
La pensione di anzianità, nel caso di opzione donna, viene corrisposta alla lavoratrice decorsi 12 mesi, se lavoratrice dipendente, (18 mesi, se autonoma) dalla data di maturazione dei requisiti previsti4. Le lavoratrici dipendenti nate nell’ultimo trimestre del 1958 (ultimo trimestre del 1957, se autonome) devono attendere ulteriori 4 mesi relativi agli incrementi della speranza di vita del 2016.
4 La decorrenza della pensione è cioè differita rispetto alla maturazione dei requisiti (c.d. ‘finestre mobili’) secondo quanto previsto dall’articolo 12 della Legge 30 luglio 2010, n. 122; tale differimento è stato abolito,
per la generalità delle pensioni, dal 1 ° gennaio 2012 (Legge 22 dicembre 2011, n. 214
Domanda
La domanda deve essere inoltrata esclusivamente in via telematica attraverso uno dei seguenti canali:
• Web – accedendo ai servizi telematici accessibili direttamente dal cittadino tramite Pin o Spid attraverso il portale dell’Istituto
• telefono – contattando il contact center integrato, al numero 803164 gratuito da rete fissa o al numero 06164164 da rete mobile a pagamento secondo la tariffa del proprio gestore telefonico
• patronati e tutti gli intermediari dell’Istituto – usufruendo dei servizi telematici offerti dagli stessi.

Carlo Pareto

Pensione anticipata, le date entro fine marzo

Pensione-anticipata-apeDopo il confronto del governo con i sindacati, si accorciano i tempi per i decreti attuativi della riforma previdenziale. I decreti dovrebbero essere varati a breve per delineare l’Ape e l’Ape social, misure che dovrebbero essere attivate a partire dal primo maggio prossimo e che consentiranno ad alcune categorie di lavoratori di andare in pensioni 3 anni e 7 mesi prima della scadenza.
Per presentare le istanze di accesso, la data potrebbe essere tra il primo maggio e il 30 giugno 2017 per la prima tranche, mentre dopo essere stati registrati presso il consiglio di Stato e la Corte dei Conti, i decreti attuativi saranno pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale.
Tuttavia, il confronto tra governo e sindacati al momento non sembra aver trovato una soluzione a due dei principali nodi dell’accesso al pensionamento anticipato.
Il primo nodo che i sindacati vorrebbero sciogliere riguarda i lavorati addetti alle cosiddette attività gravose, (unità composta da 11 attività, che potrà andare in pensione con 41 anni di contributi e 12 mesi di lavoro effettuato prima dei 19 anni) che prima del pensionamento agevolato devono aver maturato 6 anni di attività continuativa.
Il secondo nodo da sciogliere è invece quello che prevede l’esclusione dall’Ape social di quei lavoratori cessati da un contratto a termine, senza perciò essere stati licenziati o che abbiano da tempo terminato la Naspi o la mobilità. Tra le richieste avanzate dai sindacati, che avevano chiesto delle modifiche ad hoc per ampliare la platea dei lavoratori coinvolti, ma che non sono state accolte, anche la possibilità di introdurre una franchigia di 24 mesi con cui calcolare la continuità lavorativa. Stesso discorso vale per l’inclusione di lavoratori cessati naturalmente da un contratto a termine e i disoccupati di lunga durata che sono decaduti dalla Naspi da tempo.
Importante l’apertura concessa dal governo alla misura che consente l’accesso all’Ape social ai lavoratori che abbiano esaurito la Naspi da tre mesi o che, pur essendo stati riutilizzati in lavori a termine, non sono ancora decaduti dalla Naspi. Di questo si discuterà comunque in un proseguo del confronto necessario per ‘monitorare’ l’andamento dell’Ape social e far confluire eventuali correzioni o modifiche nella prossima legge di stabilità 2018.
Una volta arrivati i decreti, i lavoratori precoci che vogliono uscire anticipatamente dal mondo del lavoro, accedendo alla pensione un anno e dieci mesi prima (se uomini) o 10 mesi prima (se donne) e i lavoratori dipendenti e autonomi che intendono accedere all’Ape Social dovrebbero presentare apposita domanda a decorrere dal 1°maggio e non oltre il 30 giugno del 2017. La suddetta finestra temporale però sarà valida solo per quest’anno. A partire dal 2018 sia i lavoratori precoci che i lavoratori che intendono usufruire dell’Ape Social dovranno trasmettere l’istanza all’INPS entro la fine del mese di marzo.
Le date sopra riportate non sono ancora ufficiali, ma lo saranno entro la fine di marzo, quando dovrebbero arrivare i decreti necessari all’attivazione del pacchetto previdenza. I sindacati, al momento, esprimono il loro dissenso su una finestra così rigida, chiedendo l’attivazione di due o tre finestre d’accesso l’anno.
Attraverso la suddetta tempistica i tecnici riusciranno a controllare i flussi di uscita dal mondo del lavoro e soprattutto a capire se i soldi stanziati (360 milioni per l’Ape social e 300 per i precoci nel 2017) basteranno a finanziare le uscite.
L’INPS gestirà il tutto e dovrà occuparsi delle domande pervenute. In base alle stime ministeriali la platea di riferimento dovrebbe corrispondere a 25mila lavoratori precoci e a 35mila lavoratori che possono usufruire dell’Anticipo pensionistico social.
Nel caso in cui le domande presentate e accolte fossero eccedenti rispetto alle risorse stanziate, l’uscita anticipata verrà differita, dando priorità ai lavoratori in base alla maturazione dei requisiti e alla data di presentazione della domanda.
Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha reso noto in un comunicato stampa sul sito ufficiale del ministero che si è tenuta giovedì pomeriggio una riunione tra il Governo e le organizzazioni sindacali per tirare le somme in materia di riforma previdenziale con la predisposizione dei decreti attuativi sull’APE.
La giornata è stata utile anche per avviare la c.d. seconda fase, dedicata a questioni strutturali e di lungo periodo. Il governo è in procinto di varare i decreti per far partire l’Ape a maggio 2017.
Il Ministro Poletti ha dichiarato che l’ obiettivo prioritario del Governo è quello di “presentare i decreti di attuazione rispettando le scadenze fissate dalla legge, in modo che l’Ape possa entrare in vigore dal primo maggio”.
Sulla seconda fase, oltre ai possibili correttivi sulle misure già adottate, il confronto intende affrontare nuovi temi. Sono già in aula la discussione sulle carriere discontinue dei giovani, la previdenza complementare, la sanità integrativa, la flessibilità in uscita, il lavoro di cura della famiglia, la condivisione dei parametri per definire i prossimi aumenti delle aspettative di vita e infine la perequazione delle pensioni.
Il tema in dibattito per il 6 aprile prossimo sarà dedicato alle pensioni dei giovani. Alcune notizie sono uscite in merito ai costi per accedere all’anticipo pensionistico APE attraverso il prestito bancario. I decreti attuativi finalizzati all’applicazione delle norme sull’anticipo pensionistico devono infatti essere completati dai dati sui costi finanziari dell’operazione, guardando ai tassi di interesse massimi che le banche convenzionate potranno applicare.
Per quanto riguarda il tasso annuo nominale (Tan) previsto dalle banche che aderiranno alla convenzione con l’Inps, questo dovrebbe essere fissato al 2,75%. Inoltre, con il rateo annuo, il pensionato non potrà superare il 30% della sua pensione. Anche la pensione stessa non potrà essere inferiore a circa 700 euro al mese. È previsto un Fondo di garanzia ministeriale per coprire fino all’80% dei rischi legati al finanziamento dell’Ape (il mancato pagamento delle rate, la morte prematura del pensionato ed il fallimento dell’istituto di assicurazione). Per questo motivo si dovrebbe calcolare un valore aggiuntivo compreso tra lo 0,05% e lo 0,1% l’anno. In totale quindi l’incidenza del rateo di rimborso dovrebbe oscillare tra il 4,6 e il 4,7%, come del resto anticipato dal sottosegretario Nannicini nella fase di presentazione dell‘APE a fine 2016. Questo valore si applicherebbe per ogni anno di anticipo su una richiesta Ape pari all’85% della pensione, contando anche sulla detrazione fiscale del 50% sulla quota interessi e premio.
Solo così i cittadini potranno fare una valutazione sull’opportunità di adesione e sulla forma  di anticipo da richiedere. Infatti, la rata di prestito da restituire con la pensione sarà molto diversa in funzione del numero di anni di anticipo e della quota di pensione richiesta.
I decreti attuativi potrebbero già essere varati per la prossima settimana. L’opportunità dell’anticipo pensione che viene offerta ai lavoratori è comunque a titolo oneroso. Tenuto conto della situazione congiunturale poco favorevole che colpisce principalmente le capacità reddituali delle famiglie, è legittimo dubitare sull’adesione degli aventi diritto a parte alcuni casi “social”.

Salvatore Rondello

Inps: lavoro in calo.
Numeri preoccupanti

Disoccupazione-giovaniL’Inps ha comunicato i dati sulla disoccupazione dello scorso mese di gennaio. I dati sono preoccupanti. Le richieste di indennità di disoccupazione presentate all’Inps nel mese di gennaio 2017 sono state complessivamente 162.714. Nel mese di dicembre 2016 le richieste presentate sono state 137.165. La differenza in aumento è stata di 25.609 domande pari ad un incremento percentuale del 18,5% rispetto al mese precedente. Nel gennaio 2016 le domande di disoccupazione sono state 150.001. Rispetto allo stesso mese dell’anno precedente l’aumento in valore assoluto è stato pari a 12.713 determinando un incremento percentuale pari all’8,5%.

L’Osservatorio dell’Inps sulla cassa integrazione fa notare che si tratta del primo mese senza incentivi dopo due anni di sgravi contributivi sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato. Per un nesso tra le due dinamiche saranno più significativi i dati sui licenziamenti di dicembre.
Sempre dai dati Inps emerge che il numero di ore di cassa integrazione autorizzate nel mese di febbraio 2017 è diminuito complessivamente del 41,9% rispetto allo stesso mese di un anno fa scendendo da 60,1 milioni di ore a 35,4 milioni di ore.

La riduzione è riconducibile al forte calo della cassa straordinaria (cigs), diminuita del 49,9% con una discesa da 43,1 milioni di ore a 21,6 milioni. Mentre, per gli interventi in deroga (cigd), con un decremento del 48,4% rispetto a febbraio 2016, le ore autorizzate sono scese da 7,1 milioni a 3,7 milioni. Sale, invece, la cassa integrazione ordinaria (cigo) con 10,2 milioni di ore autorizzate, il 3,2% in più rispetto a 9,8 milioni di ore di febbraio dell’anno scorso.

In particolare la variazione è stata di -5,7% nel settore industria e di +47,5% nel settore dell’edilizia. Le ore di cassa integrazione guadagni, rispetto a gennaio 2017, sono in aumento in tutte le tipologie di intervento. A febbraio 2017, le ore autorizzate di cassa ordinaria, sono aumentate del 29% rispetto al mese precedente. Per la cassa straordinaria l’incremento è stato del 13,2%, mentre per gli interventi in deroga si registra un incremento dello 0,7%.

I dati pubblicati dall’Inps sulle indennità di disoccupazione e sulla Cig, sono segnali che lasciano trasparire un quadro economico ancora in crisi con ripercussioni negative sulle risorse reddituali delle famiglie. La fase del disagio sociale in essere, tendenzialmente continuerebbe ad espandersi.

Salvatore Rondello