Povertà. Si allarga la platea del Rei, il reddito di inclusione sociale

Pensioni

LE NUOVE IPOTESI DI MODIFICA LEGA M5S

Il superamento della Legge Fornero è il punto che più accomuna i programmi di Lega e Movimento 5 Stelle. Entrambi i partiti, infatti, hanno indicato la volontà di introdurre Quota 100 e Quota 41 per cambiare il sistema pensionistico. Secondo quanto ha recentemente riportato al riguardo Il Sole 24 Ore, la Quota 100 diventerebbe 101 per i lavoratori autonomi e sarebbe prevista un’età minima di accesso pari a 64 anni. Inoltre, verrebbe posto un limite di 2 o 3 anni di contribuzione figurativa massima.

Il quotidiano di Confindustria ha riportato anche le dichiarazioni di Alberto Brambilla, ex sottosegretario al Welfare che ha curato il programma della Lega sulle pensioni, secondo cui è importante mantenere “gli stabilizzatori automatici, ovvero l’adeguamento dei requisiti alla speranza di vita e i coefficienti di trasformazione”.

Misure che rappresenterebbero “il lasciapassare per l’Europa e per i mercati”, che consentirebbero quindi di “difendere la nuova flessibilità che vogliamo”. Resta da capire quale costo avrà una riforma delle pensioni di questo tipo. Secondo Brambilla, la spesa non supererebbe i 5 miliardi l’anno, ma, ha ricordato Il Sole 24 Ore, l’Inps aveva stimato a fine febbraio una spesa di 14-18 miliardi nei primi due anni di applicazione, al netto dell’Ape sociale non più erogata.

Non è poi chiaro se l’adeguamento dei requisiti pensionistici valga solo per l’età anagrafica o anche per l’anzianità contributiva. Cioè se la Quota 41 sia destinata ad aumentare con il passare del tempo. Si spera comunque non prima del 2019, quando è previsto già uno “scatto” di 5 mesi per gli attuali requisiti. Altrimenti la Quota 41 diventerà già di 41 anni e 5 mesi.

Povertà

SI ALLARGA LA PLATEA DEL REI

Si allarga da luglio la platea potenziale del Rei, il reddito di inclusione sociale ma le domande all’Inps anche senza i requisiti sulla composizione del nucleo familiare potranno essere presentate dal primo giugno (il beneficio si ottiene a partire dal mese successivo).

Lo scrive Inps in un messaggio ricordando che da luglio, come previsto dalla legge, non sarà più necessario per ottenere il sussidio avere in famiglia almeno un minore, un disabile, una donna in stato di gravidanza o un disoccupato over 55. Fino a giugno la platea potenziale è di circa 500.000 famiglie per 1,8 milioni di persone mentre da luglio passerà a 700.000 nuclei per 2,5 milioni di persone.

Il beneficio economico va da un massimo di 187,5 euro per una persona sola in situazione di povertà a 539,8 euro nel caso di famiglia con almeno sei componenti.

Tra i requisiti per avere il Rei c’è un Isee non superiore a 6.000 euro e un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20.000 euro.

Il Rei è compatibile con un’attività lavorativa (fermi restando i requisiti economici) ma non con la Naspi.

Lavoro

BOERI DIFENDE I RIDER

L’Inps scende in campo per i diritti dei rider. “Stiamo lavorando”, ha recentemente detto il presidente Tito Boeri “per definire forme di monitoraggio delle piattaforme di intermediazione della gig economy” ossia l’economia di quei lavoretti, fatti di solito dai giovani per arrotondare, ma che possono trasformarsi in altro sia per la disoccupazione che per la difficoltà di arrivare alla fine del mese. Il controllo, ha aggiunto Boeri, servirà “per vincolare da un lato il datore di lavoro a versare i contributi e dall’altro per tutelare i lavoratori per esempio in caso di malattia o maternità. L’obiettivo è “registrare quelle piattaforme ed essere noi stessi una piattaforma”.

“La gig economy – ha altresì osservato Boeri – è un fenomeno nuovo sul quale non siamo attrezzati. E un fenomeno complesso che crea opportunità di lavoro per chi ha esigenze temporanee di reddito, come per esempio gli studenti che hanno bisogno di elevata flessibilità e che quindi non possono avere un rapporto strutturato”.

“C’è però un problema – ha proseguito Boeri – nasce come lavoro autonomo, ma ha caratteristiche tipiche di lavoro subordinato, spesso il committente è unico, le modalità non sono tali da coniugare flessibilità con le tutele per i lavoratori. Per questo – ha concluso – siamo al lavoro per cercare di definire modalità che ci permettano di monitorare queste piattaforme”.

Inps

L’ISTITUTO PRESENTE AL SALONE DEL LIBRO DI TORINO

L’Inps, presente per il secondo anno consecutivo al Salone Internazionale del Libro di Torino, si conferma un punto fermo per i cittadini che hanno gremito la 31° edizione della manifestazione. Lo stand dell’Istituto è stato visitato da migliaia di persone provenienti da tutta Italia che hanno avuto modo di usufruire delle consulenza e delle informazioni sulle prestazioni erogate.

Neo corso della manifestazione sono stati premiati cinque funzionari dell’istituto vincitori del 1° Premio nazionale Inps di letteratura, poesia, saggistica e fumettistica, premio istituito quest’anno con l’intento di scoprire e valorizzare opere edite dagli stessi dipendenti dell’Istituto. Alla premiazione, che ha avuto un notevole successo di partecipanti ed un diffuso consenso da parte dei lavoratori tutti dell’Ente di previdenza, erano presenti il direttore centrale Relazioni esterne, Giuseppe Conte, il direttore regionale Giuseppe Baldino e il responsabile comunicazione del Piemonte, Giovanni Firera.

Ampio apprezzamento ha avuto la presenza del Presidente Tito Boeri che, nella stessa giornata della premiazione, si è soffermato con i dipendenti presenti allo stand e si è complimentato con gli autori dei libri vincitori del Premio.

Tra gli altri hanno visitato lo stand il vicepresidente del Salone del Libro Mario Montalcini, il questore della Città di Torino Francesco Messina, il prefetto Filippo Dispenza, il senatore Mauro Laus, Piero Bianucci, direttore di Tuttoscienze – Stampa di Torino, il giornalista e scrittore Massimo Gramellini, il cantante Alberto Fortis, il Presidente dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro, Luisella Fassino, il vicepresidente del Festival Panafricano Liuba Forte, il giornalista scientifico aerospaziale, Antonio Lo Campo, l’astronauta Franco Malerba, lo storico Gianni Oliva, lo storico e critico d’arte Philippe D’Averio e tanti altri ancora che hanno voluto testimoniare in questo modo l’importanza della nostra presenza in simili manifestazioni.

Nella giornata di chiusura ha fatto visita allo stand Inps il sindaco di Torino, Chiara Appendino, che ha ribadito l’importanza istituzionale della presenza dell’Istituto al Salone, in un momento così particolare ed importante per la Città.

L’affluenza all’importante evento ha registrato una media di circa 500 di visitatori al giorno, con picchi record di circa mille persone nelle giornate di sabato e domenica.

Ancora una volta i funzionari Inps che hanno prestato servizio allo stand si sono contraddistinti per capacità e professionalità, confermando la validità di una relazione diretta e trasparente con l’utenza.

Economia

SE PRELEVI PIU’ DI 3MILA EURO, SCATTA LA SEGNALAZIONE

Versamenti e prelievi, oltre i 3mila euro scatterà la segnalazione automatica alla Banca d’Italia. A confermare all’Adnkronos l’ipotesi allo studio è stata la stessa Unità di Informazione Finanziaria (UIF), la task force anti-riciclaggio di via Nazionale. “Il sistema di rilevazione sarà completato entro quest’anno – è stato annunciato -. Le segnalazioni, pertanto, potranno prendere avvio fra gli ultimi mesi del 2018 e l’inizio del 2019”. Sono cominciati, è stato spiegato, “i lavori per richiedere a banche, istituti di pagamento e istituti di moneta elettronica la segnalazione mensile delle transazioni in contante per le quali non sussistano ulteriori specifici elementi di sospetto”. La novità è stata introdotta dal decreto legislativo 90/2017 per le norme anti-riciclaggio. “Nei prossimi giorni saranno avviati i confronti con gli operatori sulle forme e modalità di segnalazione”. La soglia individuata, verosimilmente, sarà “almeno in fase di avvio, superiore a quella di 3mila euro, fissata dalla legge per i trasferimenti in contante fra i privati”.

Carlo Pareto

Pensioni, come chiedere il cumulo dei contributi

Periodi assicurativi in gestioni diverse
COME RICHIEDERE IL CUMULO DEI CONTRIBUTI ALL’INPS

Se nel corso della nostra vita lavorativa abbiamo lavorato presso più gestioni previdenziali, come ad esempio la gestione pubblica e l’Inps, abbiamo la possibilità di richiedere il cumulo dei periodi assicurativi tra le diverse gestioni. Il cumulo, a differenza della ricongiunzione onerosa, può essere fatto in maniera totalmente gratuita, e permette di ricevere un’unica pensione. Questo sistema è utilizzabile solamente da chi ha versato i contributi in almeno due gestioni previdenziali differenti. Il cumulo dei contributi è una misura agevolativa particolarmente utile, perché consente che venga effettuata la liquidazione di un’unica prestazione pensionistica in base alle regole di ciascun fondo e, comunque, calcolata in base alle rispettive contribuzioni. Ecco più in dettaglio, a cosa serve e come si richiede il cumulo dei contributi all’Inps.

Cosa occorre
Contribuzione versata in diverse gestioni pensionistiche;
Pin Inps dispositivo;
Documento di riconoscimento;

L’iter procedurale
Il cumulo dei contributi può essere richiesto all’Inps dietro esplicita richiesta dell’interessato, avendo cura di indicare espressamente nell’istanza di accesso al beneficio previdenziale, tutti i periodi di contribuzione accreditati nelle diverse gestioni previdenziali. Attraverso questa operazione è possibile essere ammessi sia alla pensione di vecchiaia che a quella anticipata, ma per poter usufruire di tale istituto è necessario che il richiedente non sia già pensionato in uno dei fondi per cui viene richiesto il cumulo stesso. Questa procedura, infatti, permette di ridurre i tempi di accesso alle varie tipologie di pensione, aiutando l’assicurato a perfezionare prima tutti i requisiti previsti.

La domanda
La richiesta del cumulo dei contributi potrà essere trasmessa presso la sede Inps territorialmente competente, in base alla propria residenza. Ogni cittadino può autenticarsi sul sito dell’Istituto di Previdenza e inviare in modalità telematica la propria domanda autonomamente, qualora sia in possesso del pin Inps dispositivo. Giova infatti ricordare a tale riguardo, che il possesso del solo pin Inps non consente l’inoltro delle istanze all’Istituto, ma occorre che il codice pin sia convertito in pin dispositivo. Un’alternativa alla trasmissione personale è l’assistenza fornita da un Ente di Patronato: il personale esperto del Patronato può, in molti casi, guidare al meglio l’interessato e assisterlo sia in fase di compilazione che di trasmissione della domanda telematica all’Istituto. Per informazioni, al riguardo, è inoltre possibile contattare telefonicamente il call center dell’Inps al numero verde 803.164.

La comparazione
Il cumulo dei contributi, come detto, può essere richiesto all’Inps in modo del tutto gratuito. Mentre non avviene lo stesso con la ricongiunzione contributiva verso la gestione ex Inpdap, che, viceversa, è concessa a titolo oneroso e può arrivare a costare anche migliaia di euro. Un altro istituto, quasi simile, spesso utilizzato dai soggetti contribuenti, è quello della cosiddetta totalizzazione: anche questo sistema è difatti gratuito, ma permette il calcolo del trattamento pensionistico operato unicamente con il sistema contributivo, che, come è noto, è più sfavorevole rispetto al retributivo. In ogni caso, il cumulo, rappresenta indubbiamente un grande vantaggio in confronto agli altri sistemi di ricongiunzione dei contributi dalle diverse gestioni previdenziali.

Rivoluzione per invalidità ai pazienti oncologici
ARRIVA PROTOCOLLO VELOCE
Da cinque controlli per ottenere il riconoscimento dell’invalidità a uno solo, con lo specialista che fa la diagnosi, che compila il ‘certificato introduttivo’ che va direttamente all’Inps. Questo il contenuto dell’accordo siglato oggi tra gli Istituti Fisioterapici Ospedalieri (Ifo), la Regione Lazio e l’Inps per i pazienti oncologici, il primo di questo genere nel Paese, che promette di accorciare i tempi per il riconoscimento.
Il protocollo prevede una procedura informatica per la trasmissione del primo certificato all’Inps, saltando l’accesso presso il medico di base e l’accertamento sanitario delle Asl nelle Regioni che hanno un accordo di semplificazione. Il certificato era già disponibile dai singoli medici dal 2013, ma era stato usato pochissimo, appena 1500 volte nel 2014, ragione per cui l’Inps ha deciso di siglare accordi con i singoli centri d’eccellenza. “Questo protocollo – ha affermato il presidente dell’Inps Boeri – ha il vantaggio di unire il rigore degli accertamenti alla rapidità, riducendo gli oneri per le famiglie.
Potenzialmente tocca una platea importante, i malati di tumore sono la categoria più importante con il 28% delle prestazioni di invalidità per queste malattie oncologiche. Può riguardare il benessere di moltissime persone”.
Il protocollo verrà applicato per primi dagli Ifo, ma secondo il presidente della Regione Nicola Zingaretti sarà esteso in tempi brevi anche agli altri istituti oncologici laziali: “Nel caso delle cure oncologiche e dell’accesso ai diritti ci troviamo di fronte allo Stato egoista che non ragiona mettendo al centro il diritto della persone – ha commentato -. Lo Stato ha lavorato a canne d’organo, affastellando provvedimenti, e il costo finale di questo non dialogo lo si scarica sul cittadino. Credo che il protocollo abbia un valore importante perché interviene su uno Stato amico delle persone, vicino ai cittadini”.
L’accordo consentirà quindi l’attivazione tempestiva della pratica di invalidità presso l’Inps fatta dallo specialista oncologo al momento della diagnosi. Il Protocollo, di durata 18 mesi, permetterà ai medici di utilizzare il “certificato oncologico introduttivo”, grazie al quale sarà possibile acquisire fin da subito – durante il ricovero o cura presso le Strutture sanitarie – tutti gli elementi necessari alla valutazione medico legale, evitando al malato eventuali ulteriori esami e accertamenti. Si tratta del primo protocollo sperimentale in ambito oncologico ed è finalizzato a ottimizzare e mettere a sistema tale procedura nel Lazio e su tutto il territorio nazionale.
Si tratta, insomma, di un passaggio fondamentale per la semplificazione della relazione con il cittadino e soprattutto per il percorso del paziente fragile come quello oncologico. La regolare compilazione del “certificato oncologico introduttivo” da parte degli oncologi permette indubbi vantaggi: appropriatezza, equità, omogeneità delle valutazioni e adeguatezza delle previsioni di revisione sull’intero territorio nazionale. Consente inoltre  celerità dell’accertamento, fornendo alla Commissione tutti gli elementi necessari per la valutazione, escludendo quindi ulteriori accertamenti specialistici o richieste di documentazione integrativa (cartelle cliniche, esami istologici o strumentali). Il protocollo rientra negli obiettivi perseguiti dalla Regione Lazio e dall’Inps di favorire al massimo le collaborazioni istituzionali e di migliorare il rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione. La presenza della convenzione per l’accentramento degli accertamenti per l’invalidità civile, firmata tra l’Istituto e la Regione Lazio nel dicembre 2017, consentirà inoltre agli interessati di essere sottoposti a un’unica visita Inps. In aggiunta, nei casi di documentata gravità della patologia, il giudizio medico per il rilascio delle prestazioni di invalidità potrà essere espresso agli atti con la certificazione specialistica oncologica della struttura abilitata, evitando anche in questi casi la visita Inps.

Centri per l’impiego
TROVATO LAVORO SOLO AL 3% DEI DISOCCUPATI
“Il Presidente dell’Anpal Maurizio Del Conte ha recentemente dato al Messaggero risultati imbarazzanti dei Centri per l’Impiego? Noi invece, da parte nostra, rincariamo la dose sia sull’Anpal che sui Centri per l’Impiego, il problema è profondo e parte dall’alto”. Così si è espressa l’Associazione Giovani Consulenti del Lavoro che ha tuonato di fronte alle dichiarazioni fallimentari rese dal Presidente dell’Agenzia Nazionale delle Politiche Attive che vedono i 600mila impiegati dei Centri per l’Impiego trovare lavoro al solo 3% dei disoccupati che vi si rivolgono. “Invitiamo tutti a leggersi il Decreto 4/2018 dello stesso Anpal che al punto 4 stabilisce come linee di indirizzo dei prossimi tre anni per i centri per l’impiego convocare i disoccupati entro 90 giorni da quando effettuano la Did Online ossia da quando dichiarano l’immediata disponibilità all’impiego richiedendo un appuntamento.
I disoccupati per definizione sono persone che vivono in una situazione di profonda fragilità. Se richiedono un appuntamento richiedono un aiuto. Ma con che coraggio i servizi per l’Impiego dello Stato italiano si possono prendere 90 giorni di tempo per convocare un disoccupato che invoca assistenza? Soprattutto che tipo di assistenza visto che il disoccupato arrivato al Centro per l’Impiego si ritrova a mettere due firme su qualche foglio senza ricevere alcuna assistenza, orientamento, sostegno o formazione.
Va peraltro considerato che il disoccupato oltre ad avere un costo sociale incide anche sulle casse dello Stato nel caso prenda la Naspi, comunemente chiamata disoccupazione Trovare lavoro a chi percepisce la Naspi può quindi essere un risparmio enorme per le casse dello Stato visto che questo disoccupato può altresì pesare sulle casse dell’Inps fino a 24 mesi.”
Il passaggio dai Centri per l’Impiego è poi obbligatorio nella maggior parte delle Regioni per partecipare a progetti quali Garanzia Giovani o altre iniziative di politiche attive promosse dalle singole regioni. “Se i risultati dei centri per l’impiego sono quelli imbarazzanti dichiarati dal Presidente dell’Anpal con anche 90 giorni per avere un appuntamento qualcuno ci spieghi perché nella maggior parte delle Regioni come ad esempio nel Lazio i disoccupati in cerca di lavoro per i vari progetti nazionali e regionali quali Garanzia Giovani e Bonus Generazioni che coprono la fascia fino a 39 anni vengono costretti dalle procedure a passare dai centri per l’impiego anche due volte nonostante magari scelgano di farsi assistere da agenzie per il lavoro private convenzionate e accreditate con Regioni e Anpal.
Il passaggio obbligatorio dai centri per l’impiego dunque oltre ad essere un collo di bottiglia che blocca il disoccupato anche per due-tre mesi è un chiaro fuori pista per chi cerca lavoro che da non tecnico del sistema nonostante abbia diritto a farsi seguire da strutture private più efficienti sceglie nell’80% dei casi di farsi assistere dai centri per l’impiego per il solo fatto che è il primo ente che gli capita davanti. Il modello da seguire è quello della Campania dove il disoccupato non è obbligato a passare dai Centri per l’Impiego ma può andare direttamente e liberamente all’agenzia per il lavoro che preferisce.” Questo quanto riportato nella nota dell’Associazione Giovani Consulenti del Lavoro di Roma.

Carlo Pareto

Statali. Firmato il decreto che sblocca le assunzioni nelle amministrazioni pubbliche

Pensioni Inps

QUANDO ARRIVA LA QUATTORDICESIMA

Ancora due mesi di attesa e poi circa 3,5 milioni di pensionati riceveranno dall’Inps la tanto attesa quattordicesima, la somma aggiuntiva di pensione con un importo che varia dai 336 ai 655 euro. La quattordicesima però sarà corrisposta solamente a quei pensionati che soddisfano determinati requisiti, i quali sono stati riformati dalla Legge di Bilancio del 2017. Nel dettaglio con questa manovra finanziaria è stato stabilito che ne possono beneficiare soltanto coloro che hanno più di 64 anni e con un reddito complessivo inferiore a due volte il trattamento minimo annuo del Fondo pensioni lavoratori dipendenti Inps che per il 2018 è pari a 507,42. Quindi, per ottenere la quattordicesima il reddito annuo non deve essere superiore a 13.192 euro e in tal caso l’importo sarà pari a 336 euro per i lavoratori autonomi (con almeno 18 anni di contributi) e privati (con 15 anni di contributi). Per gli autonomi la quattordicesima aumenta a 420 euro per un’anzianità contributiva compresa tra 18 e 28 anni e a 504 euro se questa è superiore ai 28 anni. Gli stessi importi valgono per i privati ma in tale ipotesi il primo scatto si ha con un’anzianità contributiva compresa tra i 15 e i 25 anni e il secondo per quella superiore ai 25 anni. Gli importi della quattordicesima salgono per coloro che hanno una situazione reddituale non superiore a 1,5 volte il trattamento minimo annuo del Fondo pensioni, ovvero a 9.894,69. Nel dettaglio, prendendo come riferimento le precedenti fasce di anzianità contributiva per lavoratori dipendenti e autonomi, gli importi della quattordicesima lievitano rispettivamente a 437, 546 e 655 euro. Giova per ogni opportunità ricordare che la quattordicesima per i pensionati verrà corrisposta – come per i lavoratori a cui spetta – nel mese di luglio 2018, in concomitanza con l’assegno previdenziale. Precisamente questa sarà pagata lunedì 2 luglio 2018.

Previdenza

CHI VA IN PENSIONE PUÒ LAVORARE ANCORA

Si potrebbe pensare che pensione e lavoro siano contrapposti, ovvero che l’uno escluda l’altro. In realtà non è così dal momento che si può andare in pensione pur continuando a lavorare. La Legge Dini del 1995, infatti, pur stabilendo che il dipendente che vuole andare in pensione ha l’obbligo di cessare l’attività lavorativa non vieta la ripresa del lavoro una volta che questo comincerà a percepire l’assegno previdenziale. Obbligo che comunque non interessa i lavoratori autonomi e parasubordinati i quali non devono interrompere l’attività lavorativa per avere diritto al trattamento pensionistico. Quindi chi ha un lavoro subordinato e vuole accedere alla pensione deve innanzitutto cessare dal servizio attuale. Solo dopo aver effettivamente percepito il primo assegno può riprendere a lavorare, iniziando una nuova attività oppure chiedendo di essere riassunto alla precedente azienda. È bene sottolineare, però, che per chi ha meno di 63 anni e la pensione calcolata interamente con sistema contributivo è prevista una riduzione dell’assegno previdenziale: nel dettaglio questo perde il 100% della pensione se inizia un’attività come subordinato, mentre in caso di lavoro autonomo viene decurtato il 50% della pensione che eccede il trattamento minimo stabilito dall’Inps (che per il 2018 è pari a 507,46 euro). Per tutti gli altri pensionati è invece possibile cumulare la prestazione pensionistica con i redditi derivanti da attività lavorativa. Continuare a lavorare dopo la pensione comporta il versamento dei contributi all’Inps. Questi non vanno persi ma sono utili per ottenere un incremento dell’importo della pensione; tuttavia il ricalcolo non è immediato poiché il pensionato può richiederlo solamente dopo 5 anni dalla decorrenza della pensione. Si può chiedere eccezionalmente anche dopo 2 anni, ma per una sola volta.

Lo studio

MIGLIORA IL RAPPORTO TRA ATTIVI E PENSIONATI

Aumenta il numero degli occupati, mentre decresce rispetto al 2015 il numero di pensionati, che si riduce di quasi 115.000 unità: il rapporto attivi/pensionati tocca quindi nel 2016 quota 1,417, dato migliore dal 1997 (primo anno utile al confronto); il tutto mentre la spesa pensionistica pura è aumentata dal 2015 al 2016 del solo 0,22%. Nel triennio 2014-2016 si registra un incremento medio annuo dello 0,57%, tra i più bassi di sempre. Sono queste alcune delle principali evidenze emerse dal Quinto Rapporto ‘Il Bilancio Previdenziale italiano. Andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell’assistenza per l’anno 2016’, a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali.

Presentato alla fine di febbraio scorso al governo e alle commissioni parlamentari, il documento, realizzato con il patrocinio del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, fornisce una visione d’insieme del complesso sistema di welfare italiano, illustrando gli andamenti della spesa pensionistica, delle entrate contributive e dei saldi nelle differenti gestioni pubbliche e privatizzate che compongono il sistema pensionistico del Paese e opera al contempo un’utile riclassificazione della spesa all’interno del più ampio bilancio dello Stato.

“Nel pieno di una campagna elettorale nella quale ‘promesse e proclami’ si sono concentrati sul tema delle pensioni e dell’assistenza -ha detto Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali- argomenti che interessano da vicino un’ampia platea di potenziali elettori, come ad esempio i 16,1 milioni di pensionati italiani (più di 8 dei quali totalmente o parzialmente assistiti dallo Stato) o, ancora, quanti anelano alla giusta quiescenza, diventa quanto mai indispensabile fare chiarezza grazie ai numeri. Numeri che evidenziano innanzitutto come, al di là dell’opinione comune supportata dai dati Istat, la dinamica della spesa per le pensioni sia assolutamente sotto controllo”.

Nel 2016, la spesa pensionistica italiana relativa a tutte le gestioni ha raggiunto, al netto della quota Gias (vale a dire la gestione per gli interventi assistenziali), i 218.504 milioni di euro, mentre le entrate contributive sono state pari a 196.522 milioni di euro, per un saldo negativo di 21.981 milioni. A pesare sul disavanzo, in particolare, la gestione dei dipendenti pubblici, che evidenzia un passivo di ben 29,34 miliardi parzialmente compensato dall’attivo di 2,22 miliardi del Fondo pensione lavoratori dipendenti, il maggior fondo italiano, e dai 6,6 della gestione dei parasubordinati. Rispetto al 2015, aumentano invece del 2,71% i contributi versati: si riduce quindi di 4,56 miliardi il saldo negativo di oltre 26 miliardi registrato nel 2015. Prosegue nel 2016 la riduzione del numero di pensionati, che ammontano a 16.064.508 unità, segnando il punto più basso dopo il picco del 2008.

Tocca invece il massimo livello di sempre il rapporto tra occupati e pensionati, dato fondamentale per la tenuta di un sistema pensionistico a ripartizione come quello italiano. Con un numero di prestazioni in pagamento a propria volta in diminuzione, interessante invece notare come il rapporto tra numero di prestazioni in pagamento e numero di pensionati sia pari a 1,43, dato più elevato dal 1997, il rapporto tra numero di prestazioni in pagamento e popolazione tocca invece quota 2,638, di fatto una prestazione per famiglia (spesso di tipo assistenziale).

Nel 2016, risultano in pagamento in Italia 4,1 milioni di prestazioni di natura interamente assistenziale (invalidità civile, accompagnamento, di guerra) e ulteriori 5,3 milioni di pensioni che beneficiano, in una o più quote, di parti assistenziali (maggiorazioni sociali, integrazioni al minimo, importi aggiuntivi etc). L’insieme delle prestazioni ha riguardato 4.104.413 soggetti, per un costo totale annuo di oltre 21 miliardi di euro (+502 milioni e +2,41% rispetto al 2015). Per queste prestazioni, ricorda il Rapporto, non è però stato di fatto versato alcun contributo (o, a più, sono state versate contribuzioni modeste e per pochi anni). “In questa prospettiva – ha commentato Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali – separare la spesa previdenziale da quella assistenziale è un ‘esercizio’ necessario su più fronti”.

Innanzitutto, a livello contabile,” perché consente – ha spiegato Brambilla – di fare chiarezza su spese molto diverse tra loro per finalità e modalità di finanziamento, ma che troppo spesso sono impropriamente comunicate, come se fossero assimilabili tra loro”. E poi si tratta, ha proseguito, “di un esercizio di equità tra chi ha versato e chi no: non bisogna infatti dimenticare che il nostro modello di welfare prevede per finanziare le pensioni una tassa di scopo, i contributi sociali, mentre l’assistenza è finanziata dalla fiscalità generale”.

Statali

1.900 ASSUNZIONI AL VIA

“Bene la firma del decreto che sblocca quasi 1900 assunzioni nelle amministrazioni pubbliche”. La segretaria generale della Fp Cgil, Serena Sorrentino ha commentato, così, parlando con l’Adnkronos il via libera recente da parte dei ministri Padoan e Madia al decreto che autorizza ad assumere e a bandire concorsi in diverse amministrazioni dello Stato. “Dopo le amministrazioni centrali occorre che si muovano anche le Regioni per la sanità e gli Enti locali per i comuni” ha aggiunto Sorrentino. La firma, ha fatto notare la segretaria generale, “è un primo passo importante insieme al piano triennale di stabilizzazione come previsto nell’accordo del 30 novembre del 2016”. “Dopo questo passaggio, ora, è il momento dell’approvazione di un piano straordinario per nuove assunzioni nelle pubbliche amministrazioni – ha concluso -. Il fabbisogno rimane alto e, allo stesso tempo, le condizioni di lavoro sono sempre più insostenibili, soprattutto per il personale che lavora a contatto con il pubblico”.

Carlo Pareto

Inps. Arriva un concorso pubblico per quasi mille posti di lavoro

Inps

A MARZO CIG IN CALO

A marzo il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 21,9 milioni, in diminuzione del 40,9% rispetto allo stesso mese del 2017. Lo rende noto l’Inps. Le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate sono state 9,8 milioni, in calo del 7,5% in confronto a marzo 2017.

In particolare, la variazione tendenziale è stata pari a ‐21,3% nel se ore Industria e +29,2% nel se ore Edilizia. Rispetto al mese precedente le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate sono aumentate dell’1,4%. Per quanto riguarda la cassa integrazione straordinaria, sono state autorizzate a marzo 11,8 milioni di ore, di cui 5,9 milioni per solidarietà, con una diminuzione del 41,7% rispetto a marzo 2017 e del 7,8% in confronto al mese di febbraio. Infine, le ore autorizzate per interventi in deroga sono state 0,4 milioni, in calo del 94% rispetto a marzo 2017 e del 48,4% in confronto al mese precedente.

A febbraio sono state presentate 107.967 domande di Naspi e 438 domande di Aspi, mini Aspi, disoccupazione e mobilità, per un totale di 108.405 domande, in aumento del 2,3% rispetto a febbraio 2017.

Inps

ARRETRATI APE VOLONTARIA

E’ da poco terminata la prima fase dell’Ape volontaria, il prestito pensionistico che consente di ritirarsi in anticipo dal lavoro al raggiungimento di 63 anni di età ﴾63 anni e 5 mesi dal 2019﴿ con venti anni di contributi previdenziali versati a un’unica gestione. Infatti, i pensionandi che volevano ricevere le rate del prestito maturate da maggio 2017 ﴾la misura era contenuta nella legge di Bilancio dell’anno scorso﴿ avevano tempo fino al mese scorso per presentare la domanda.

A questo proposito occorre ricordare che potevano essere trasmesse online ﴾attraverso il portale www.inps.it tramite Spid, il servizio pubblico di identità digitale﴿ o per mezzo di intermediari abilitati come i Caf e i patronati.

Al 17 aprile risultano essere state presentate 1.242 richieste di arretrati su un totale di 1.736. Considerato il poco tempo a disposizione, dai sindacati ﴾soprattutto dalla Cgil e dalla Cisl﴿ sono fioccate le proteste. In primo luogo, perché la tempistica molto stretta ha costretto i consulenti a un superlavoro in quanto non sempre il richiedente poteva essere a conoscenza dell’ammontare dell’assegno futuro. In secondo luogo, perché il sindacato avrebbe voluto spuntare condizioni ancor più favorevoli per coloro che intendono ritirarsi anticipatamente dal lavoro.

Grazie all’adesione di Intesa Sanpaolo ﴾per la parte assicurativa relativa alla premorienza di colui che riceve il prestito sono in campo UnipolSai e Allianz﴿, l’Inps ha finalmente potuto dare il via alle procedure di inoltro delle istanze. L’istituto finanziatore eroga un reddito ponte da restituire al momento tramite 240 rate per 20 anni. Ad esempio se si considera il caso di un lavoratore dipendente residente a Milano nato a maggio del 1955, egli può richiedere l’Ape dal prossimo ottobre e riceverlo da novembre. Sui 2mila lordi di pensione attesa, il prestito copre fino a un massimo di 1.163,20 euro. Se volesse ottenere 1.100 euro mensili da novembre, il costo complessivo fino a maggio 2022 ﴾quando compirà 67 anni e potrà accedere alla pensione Inps﴿ sarà di poco superiore a 68.100 euro. La quota di rimborso mensile sarà di 286,65 euro ﴾371,94 euro di costo del finanziamento meno 85,29 euro di credito d’imposta﴿.

Un lavoratore autonomo iscritto alla gestione separata Inps nato a settembre del 1952 e residente a Roma che attende una pensione di 1.500 euro può chiedere 900 euro al mese inclusi gli arretrati per 29 mensilità. Il costo complessivo sarebbe di 36.048,23 con una rata mensile da restituire di 154,80 euro. Il prestito potrà essere chiesto fino alla fine del 2019, ma alcune forze politiche già spingono per una sua stabilizzazione. Secondo le stime presentante di recente dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, la platea potenziale si attesterebbe a circa 300mila persone per il 2018.

Lavoro

CONCORSO PER MILLE POSTI ALLINPS

Un concorso pubblico per quasi mille posti di lavoro all’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale. E’ stato infatti pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 27 aprile 2018 n° 34, il bando di concorso pubblico, per titoli ed esami, a 967 posti di consulente protezione sociale nei ruoli del personale dell’INPS, area C, posizione economica C1.

Per poter poter partecipare al concorso è necessaria, fra gli altri requisiti, una laurea magistrale o del ‘vecchio ordinamento’. La domanda, debitamente compilata, deve essere presentata utilizzando il servizio online entro e non oltre le ore 16 del 28 maggio 2018.

Sicurezza sul lavoro

IN ARRIVO 150 ISPETTORI

Si rafforza l’impegno sulla sicurezza del lavoro per cercare di ridurre al minimo gli incidenti, aumentando la prevenzione e i controlli in azienda.

A breve – ha spiegato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti che oggi ha incontrato i rappresentanti di imprese e sindacati oltre al presidente dell’Inail, Massimo De Felice – partiranno i concorsi pubblici per l’assunzione di 150 nuovi ispettori che si aggiungeranno agli oltre 4mila (compresi quelli Inps e Inail) già attivi. Il decreto che dà il via libera alla predisposizione dei bandi infatti è arrivato alla fase finale ma è probabile che ci vorranno diversi mesi perché i nuovi assunti entrino in servizio.

L’Ispettorato sul lavoro si aspetta la candidatura di decine di migliaia di giovani. Al momento sono concentrati sulla sicurezza nell’edilizia 280 ispettori “tecnici” con lauree in Ingegneria e Architettura.

«Per affermare una cultura della sicurezza e rafforzare la prevenzione – ha sottolineato Poletti – dobbiamo partire da un lavoro ancora più approfondito di analisi dei fenomeni, anche rafforzando lo scambio e l’utilizzo condiviso dei dati e delle informazioni di cui dispongono i diversi soggetti preposti all’attività di controllo. Bisogna anche puntare ad assicurare una maggiore coerenza tra rispetto delle norme ed azioni concrete, per esempio verificando che la formazione si traduca in effettivo apprendimento per chi la riceve. Senza trascurare la necessità di favorire lo sviluppo e la diffusione di tecnologie innovative che possono determinare una maggiore sicurezza nelle condizioni di lavoro».

La sicurezza nei luoghi di lavoro – ha detto la segretaria generale della Cisl Annamaria Furlan ricordando l’ultimo caso di incidente mortale sul lavoro – «è un’emergenza nazionale. Saremo in piazza il Primo maggio per dire: ora basta». Anche la Uil chiede «maggiore impegno sul tema della sicurezza evitando “l’assuefazione” agli incidenti. Ci sono ancora troppi morti sul lavoro – ha detto il leader del sindacato, Carmelo Barbagallo – anche se la ripresa è ancora debole». La Cgil chiede un aumento dei controlli con «una strategia nazionale e interdisciplinare contro gli infortuni».

Economia

LAVORO OCCASIONALE NON DECOLLA

Nonostante le polemiche e il dibattito in corso sono ancora poco meno di 600mila gli addetti che nel 2017 hanno svolto un’attività lavorativa nel nostro Paese per meno di 10 ore alla settimana. Per l’esattezza, 592mila, secondo i calcoli dell’Ufficio Studi della Cgia, ovvero il 2,6% del totale (poco più di 23 milioni di occupati): di questi, 389mila hanno prestato servizio come dipendenti e gli altri 203mila come lavoratori autonomi.

Peraltro – aggiunge l’associazione – se rispetto al 2007, il numero complessivo dei lavoratori saltuari è aumentato del 20,3 per cento dal 2014 – con un picco di 631mila unità – il numero di questi lavoratori è leggermente in calo sia a seguito della ripresa occupazionale sia della riforma dei voucher avvenuta l’anno scorso che ha “aumentato” il ricorso al lavoro irregolare. Due su tre addetti della cosiddetta ‘gig economy’ sono donne occupate, principalmente, nei servizi alla persona, come domestiche, baby-sitter, badanti, o al servizio di attività legate alla cura della persona (parrucchiere, estetiste, centri benessere, etc.). Un altro comparto dove si concentra un’incidenza molto elevata di occupati saltuari è l’alberghiero-ristorazione e i servizi alle imprese.

Gli over 65 sono i più numerosi: l’incidenza degli occupati con meno di 10 ore alla settimana sul totale dei lavoratori della stessa fascia demografica è pari al 6,9 per cento; seguono i giovani tra i 15 e i 24 anni (4,7 per cento). In valore assoluto il segmento che raggruppa il maggior numero di occupati della ‘gig economy’ è quello tra i 45-54 anni (156 mila su una popolazione lavorativa di quasi 7 milioni di persone).

L’area territoriale dove queste prestazioni occasionali sono più diffuse è il Centro: se a livello nazionale l’incidenza dei lavoratori saltuari sul totale degli occupati presenti in Italia è pari al 2,6 per cento, nel Centro la quota sale al 3 per cento. In termini assoluti, invece, è il Mezzogiorno la ripartizione geografica che presenta il numero più elevato: degli 592 mila, 171 mila lavora al Sud, 148 mila sia al Centro sia a Nordovest e 125 mila a Nordest.

“Questi dati – ha segnalato il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo – evidenziano che la cosiddetta gig economy, sebbene in forte espansione, alimenta un’occupazione on demand ancora molto contenuta. Le opportunità offerte dai siti, dalle applicazioni e dalle piattaforme web, ad esempio, stanno riempendo le nostre strade di ciclo corrieri, ma i cosiddetti piccoli lavoretti sono ancora ad appannaggio di settori tradizionali, come i servizi alla persona, e in quelli dove è molto elevata la stagionalità. Ambiti, tra l’altro, dove la presenza degli stranieri è preponderante”.

“Ovviamente – ha concluso il segretario della Cgia, Renato Mason – questi 592mila lavoratori occasionali sono sottostimati. Sappiamo benissimo che questo settore presenta delle zone d’ombra molto estese, dove il sommerso la fa da padrone. Tuttavia, è interessante notare che queste occupazioni regolari sono ad appannaggio soprattutto di donne e pensionati e servono ad arrotondare le magre entrate familiari, soprattutto al Sud”.

Carlo Pareto

Welfare. Arrivano le modifiche per il bonus bebè 2018: ecco cosa cambia

Welfare

BONUS BEBÈ 2018, COSA CAMBIA

Bonus bebè 2018, qualche chiarimento circa le ultime modifiche normative intervenute va opportunamente precisato. L’assegno di natalità (anche più comunemente detto ‘Bonus bebè’) è un assegno mensile destinato alle famiglie per ogni figlio nato, adottato o in affido preadottivo tra il 1° gennaio 2018 e il 31 dicembre 2018 con un valore Isee familiare – Indicatore della Situazione Economica Equivalente – non superiore a 25.000 euro.

L’assegno, ricorda l’Inps, è annuale (massimo di 12 mensilità) e “viene corrisposto ogni mese fino al compimento del primo anno di età o del primo anno di ingresso nel nucleo familiare a seguito di adozione o affidamento preadottivo”.

Come funziona – La domanda deve essere inoltrata all’Inps entro 90 giorni dalla nascita oppure dalla data di ingresso del minore nel nucleo familiare, a seguito dell’adozione o dell’affidamento.

Se l’assegno non può più essere concesso al genitore richiedente (perché, ad esempio, decaduto dalla potestà genitoriale o perché il figlio è stato affidato in via esclusiva all’altro genitore), puntualizza l’Istituto di previdenza, si può “subentrare nel diritto al trattamento presentando una nuova istanza entro 90 giorni dall’emanazione del provvedimento del giudice, che dispone la decadenza dalla potestà o l’affidamento esclusivo all’altro genitore”.

In caso di decesso di chi lo ha richiesto, la sua corresponsione “prosegue a favore dell’altro genitore convivente col figlio”, fornendo all’Inps, entro 90 giorni dalla data dell’evento, gli elementi utili e necessari per la sua continuazione. Se “la domanda è inviata oltre i 90 giorni, l’assegno decorre, in tutti i casi, a partire dal mese di presentazione della domanda”.

Quanto spetta – L’importo attribuito dipende dall’Isee minorenni del minore per il quale si richiede l’assegno: con indicatore inferiore ai 7.000 euro, per esempio, è di 160 euro mensili. Tra 7.000 e 25.000 euro annui, invece, la quota scende a 80 euro.

Il pagamento mensile è operato dall’Inps direttamente al richiedente tramite bonifico domiciliato, accredito su conto corrente bancario o postale, libretto postale o carta prepagata con Iban intestati al richiedente.

“L’erogazione dell’assegno è effettuata a partire dal mese successivo a quello di trasmissione dell’istanza. Se la domanda è stata inoltrata nei termini di legge (entro i 90 giorni) – si legge sul sito dell’Inps – la prima corresponsione comprende anche le rate delle mensilità maturate fino a quel momento”.

Requisiti – La domanda può essere proposta dal genitore che abbia: cittadinanza italiana, di uno Stato dell’Unione europea o permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo o carta di soggiorno per familiare di cittadino dell’Unione (italiano o comunitario) non avente la cittadinanza di uno Stato membro o carta di soggiorno permanente per i familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro di cui all’articolo 17, decreto legislativo n. 30/2007.

Ai fini del beneficio ai cittadini italiani sono equiparati i cittadini stranieri aventi lo status di rifugiato politico o lo status di protezione sussidiaria. E ancora, requisiti ulteriori sono la residenza in Italia; la convivenza con il figlio (figlio e genitore richiedente devono essere coabitanti e avere dimora abituale nello stesso comune); Isee del nucleo familiare del richiedente (o del minore se fa nucleo a sé perché affidato) non superiore a 25.000 euro all’atto dell’invio della richiesta e per tutta la durata del beneficio.

Particolarità – Nell’ipotesi in cui il figlio venga affidato temporaneamente a terzi, la domanda di assegno può essere trasmessa dall’affidatario. In questa fattispecie, precisa l’Inps, “il requisito Isee è calcolato con riferimento al nucleo familiare del quale fa parte il minore affidato”.

In caso di nascita o adozione di due o più minori, ad esempio parto gemellare o di ingresso in famiglia gemellare, bisogna presentare una domanda per ciascun minore. Infine, “se il genitore che ha i requisiti per avere l’assegno è minorenne o incapace di agire per altri motivi, la domanda è presentata a suo nome dal suo legale rappresentante”, indicando, tuttavia, nelle modalità di riscossione del bonus bebè, le coordinate bancarie riferite espressamente al genitore “incapace”.

Come funziona

CONGEDO PATERNITÀ

I papà di figli nati dal 1° gennaio 2018 hanno diritto a quattro giorni di congedo di paternità obbligatorio, a cui si aggiunge un ulteriore giorno di congedo facoltativo. L’Inps fornisce importanti dettagli che spiegano come funziona il congedo di paternità tramite il messaggio n. 894 del 27 febbraio 2018. Il papà ha diritto al congedo obbligatorio, introdotto dalla legge di Bilancio dell’anno scorso, sia in caso di paternità naturale sia nel caso di adozione o affidamento. Il papà dovrà farne richiesta al proprio datore di lavoro o all’Inps, secondo le casistiche, e può goderne entro il quinto mese dalla nascita/adozione/affidamento. Il quinto giorno di congedo, che è facoltativo, può essere usufruito da parte del padre solamente qualora la madre rinunci a una giornata prevista dal suo congedo di maternità. Nel caso in cui il papà faccia richiesta nel 2018 per il congedo del figlio nato nel 2017, i giorni previsti saranno solo due, come previsto dalla normativa attiva lo scorso anno. È l’Inps a pagare al 100% le quattro giornate di congedo di paternità obbligatorio, tuttavia la totalità della retribuzione ordinaria prevista per quei giorni viene anticipata da parte del datore di lavoro.

Nel caso il pagamento venga effettuato anticipatamente dal datore di lavoro, occorre che il lavoratore presenti a questi una comunicazione scritta, indicando i giorni in cui si ha intenzione di usufruire del congedo con almeno 15 giorni di anticipo. Nel caso in cui il pagamento sia effettuato dall’Inps, il lavoratore deve presentare in via telematica la domanda tramite il sito dell’Inps (se in possesso del Pin dispositivo), oppure tramite il contact center integrato (al numero 803164 oppure 06164164), o tramite l’assistenza di patronati.

Inps

BONUS DA 600 EURO PER LE MAMME

Un bonus da 600 euro per le mamme. Si tratta del beneficio economico – ribattezzato ‘Contributo per l’acquisto di servizi di baby-sitting’ – destinato alle madri lavoratrici che non usufruiscono del congedo parentale. Introdotto nel 2012 in via sperimentale, riconfermato dalla Legge di Bilancio 2017, il voucher può essere utilizzato dalle neomamme che lavorano per pagare la baby sitter oppure l’asilo nido, pubblico o privato convenzionato. Le aspiranti fruitrici, in possesso dei requisiti richiesti, possono accedere al contributo anche per più figli, inoltrando una domanda per ogni figlio.

Cos’è – Il beneficio – spiega l’Inps nel messaggio n.1428 del 30 marzo – consiste nelle seguenti forme di contributo, alternative tra loro: il contributo per far fronte agli oneri della rete pubblica dei servizi per l’infanzia o dei servizi privati accreditati; il contributo per l’acquisto di servizi di babysitting erogato secondo le modalità del ‘Libretto Famiglia’. L’importo del contributo è pari a 600 euro mensili ed è corrisposto per un periodo massimo di sei mesi (tre mesi per le lavoratrici autonome), divisibile solo per frazioni mensili intere, in alternativa alla fruizione del congedo parentale, comportando conseguentemente la rinuncia allo stesso da parte della lavoratrice.

Le interessate – Possono essere ammesse al beneficio le seguenti categorie di lavoratrici: le lavoratrici dipendenti di amministrazioni pubbliche o di privati datori di lavoro; le lavoratrici iscritte alla Gestione separata Inps che si trovino, all’atto della trasmissione dell’istanza, ancora all’interno degli 11 mesi successivi alla conclusione del teorico periodo di indennità di maternità e non abbiano usufruito ancora di tutto il periodo di congedo parentale; le lavoratrici autonome o imprenditrici che abbiano concluso il teorico periodo di fruizione dell’indennità di maternità e per le quali non sia decorso 1 anno dalla nascita o dall’ingresso in famiglia (nei casi di adozione e affidamento) del minore e che non abbiano fruito ancora di tutto il periodo di congedo parentale. Anche le lavoratrici part-time possono beneficiare del contributo in misura, però, proporzionata in ragione del ridotto numero di ore lavorate.

Presentazione domanda – La domanda va inviata all’Inps unicamente mediante uno dei seguenti canali: servizi telematici accessibili direttamente dal cittadino tramite Pin attraverso il portale dell’Istituto; enti di patronato, avvalendosi dei servizi telematici offerti dagli stessi; Contact Center (numero 803 164 da rete fissa oppure 06 164 164 da rete mobile). La presentazione sarà consentita fino al 31 dicembre 2018, o comunque fino a esaurimento dello stanziamento dei fondi. I termini da rispettare variano, inoltre, in base alla categoria delle lavoratrici. Per le lavoratrici dipendenti e per le lavoratrici iscritte alla Gestione separata la domanda deve essere presentata entro gli 11 mesi dalla fine del congedo di maternità o del periodo teorico di fruizione dell’indennità di maternità mentre, per le lavoratrici autonome, devono sussistere le seguenti condizioni: sia concluso il teorico periodo di fruizione dell’indennità di maternità; non sia decorso un anno dalla nascita o dall’ingresso in famiglia (nei casi di adozione e affidamento) del minore.

Carlo Pareto

Sclerosi multipla, 114mila persone colpite in Italia

sclerosi-multiplaL’Associazione italiana sclerosi multipla (Aism) e l’Inps hanno presentato oggi la nuova Comunicazione tecnico scientifica Aism-Inps per la valutazione degli stati invalidanti nella sclerosi multipla. La patologia si presenta con dati preoccupanti: ogni tre ore una nuova diagnosi di sclerosi multipla ed attualmente sono oltre 114mila le persone colpite in Italia. Con il patrocinio della Società italiana di Neurologia e di Scienze neurologiche ospedaliere, i promotori hanno sottolineato: “Questo strumento rafforza la possibilità di assicurare anche per le persone con sclerosi multipla una valutazione medico legale realistica e corretta”.

Massimo Piccioni, Coordinatore Generale Medico Legale Inps, ha spiegato: “Il nostro compito è andare oltre: a partire da questa nuova comunicazione tecnico scientifica  dobbiamo lavorare insieme ad Aism per arrivare a una certificazione neurologica introduttiva  che analogamente a quanto già previsto per il paziente pediatrico e oncologico consenta ai neurologi della rete dei centri clinici di patologia di avviare l’iter di accertamento. Questo garantirà gratuità della certificazione, qualità del procedimento, omogeneità valutativa evitando richieste di ulteriori accertamenti specialistici delle commissioni. Inoltre dovranno sviluppare contenuti specifici per le valutazioni degli aspetti previdenziali a maggiore tutela dei lavoratori con sclerosi multipla con disabilità”.

Il direttore generale dell’Aism, Mario Alberto Battaglia ha aggiunto: “Questo sarà un  passo fondamentale per dare una risposta concreta alle persone con sclerosi multipla e uno strumento utile a migliore il lavoro per gli operatori”.

Paolo Bandiera, direttore Affari Generali di Aism, ha spiegato: “La revisione della Comunicazione è il risultato di una stretta e importante collaborazione con l’Inps, con il sostegno essenziale delle società scientifiche di riferimento e offre indicazioni ed elementi essenziali perché i giudizi delle Commissioni medico legali siano maggiormente accurati, uniformi, adeguati allo stato di salute ed alla condizione di vita delle persone con sclerosi multipla e alla complessità della malattia”.

Il presidente nazionale Aism, Angela Martino ha commentato: “Uno strumento utilissimo che consente a chi si presenterà davanti alle Commissioni di avere un riferimento prezioso per predisporre al meglio la documentazione personale da produrre ed esercitare un ruolo sempre più attivo e consapevole nell’intervenire da protagonista nel processo di accertamento”.

Raffaele Migliorini, dirigente Medico-Legale Inps, ha affermato: “La Comunicazione   interviene sia sull’accertamento dell’invalidità, che dello stato di handicap, che della disabilità ai fini lavorativi e rappresenta una buona pratica che, i dati lo dimostrano, sta producendo un decisivo miglioramento del processo valutativo che viene riconosciuto sia dagli operatori che dai cittadini. La strada che stiamo percorrendo assieme con Aism è un modello collaborativo di particolare valore che l’Istituto sta espandendo anche ad altre patologie”.

Quello fatto da Aism-Inps per la sclerosi multipla è un esempio funzionale volto a rendere più efficiente la pubblica amministrazione. E’ auspicabile che il percorso intrapreso possa essere esteso ad altre patologie invalidanti irreversibilmente.

Salvatore Rondello

Contribuenti e fisco, una guerra continua

Ecosostenibilità

L’IMPEGNO COMUNE DI INPS E ANTER

Associazioni, PA e aziende sono sempre più attente all’ambiente e lo dimostrano ogni giorno attraverso la promozione e l’adozione di pratiche eco-sostenibili. E proprio in occasione del suo 120° anniversario, l’Inps insieme ad Anter (Associazione Nazionale a Tutela delle Energie Rinnovabili) ha recentemente presentato a Roma – nella Sala Angiolillo di Palazzo Wedekind – la partnership che si declina in importantissime iniziative, singole e congiunte, a sostegno della tutela ambientale.

I valori e le attività di Anter, per tutelare l’ambiente e promuovere l’adozione di comportamenti eco-sostenibili, sono stati favorevolmente accolti dall’Inps, da tempo impegnato in una transizione energetica. Infatti, l’Istituto di Previdenza, una delle amministrazioni più importanti del paese, incrementa i processi di dematerializzazione e il monitoraggio dei consumi di carta e inchiostro in tempo reale. Inoltre, il parco delle autovetture di servizio è stato notevolmente ridotto e tutti i veicoli a trazione tradizionale sono, o stanno per essere sostituiti, da nuove vetture elettriche o full hybrid (con motore termico ed elettrico integrati). Le misure adottate hanno difatti permesso all’Ente di previdenza di risparmiare 65.000 euro, cifra che corrisponde ad una contrazione dei consumi del 10%.

Grazie a questa collaborazione saranno inoltre coinvolte in anteprima le 20 scuole capitoline che hanno partecipato al programma educativo sviluppato dall’associazione: “Il Sole in Classe”. Dal 7 all’11 maggio, i ragazzi potranno conoscere, attraverso un percorso didattico che li porterà dalle profonde trasformazioni della rivoluzione industriale alla voglia di riscoprire le bellezze naturali, 20 opere inedite di proprietà dell’Inps. “L’Energia dell’arte” com’è stata chiamata l’esposizione temporanea ospitata da Palazzo Wedekind, è concepita come un complemento alla formazione già ricevuta dalle scuole primarie e secondarie di primo grado, nell’ambito de “Il Sole in Classe”, un programma gratuito al quale hanno partecipato 46.000 alunni lo scorso anno in tutta Italia.

Parlando dell’impegno dell’Inps in ambito ambientale il Presidente Tito Boeri ha evidenziato come “solitamente le politiche che portano a risparmi energetici implicano aumenti dei costi, mentre quelle che hanno come obiettivo il contenimento dei costi, conducono quasi inevitabilmente ad un aumento del consumo energetico. Le misure che sono state studiate e assunte dall’Inps, e in particolare dalla Direzione Acquisiti e Appalti, invece non creano questa contraddizione, perché portano a risparmi energetici abbassando nel contempo i costi”.

Durante la conferenza di presentazione dell’iniziativa è stata infine annunciata un’altra impresa itinerante promossa da Anter, con il patrocinio di Inps: “SalviAmo il Respiro della Terra – Ricerca e Tour”. Nel corso della tappa capitolina – che avrà luogo il 10 maggio – verranno illustrate le buone pratiche che permettono di migliorare la qualità dell’aria dentro e fuori casa e sarà, altresì, presentata una ricerca nazionale finalizzata al monitoraggio delle polveri sottili e all’individuazione della loro origine.

Antonio Rainone, presidente Anter, ha in proposito dichiarato: “Aver stretto una collaborazione così prestigiosa con l’Inps – oltre a essere un onore – rappresenta il riconoscimento più bello che ci sia per il lavoro svolto. I nostri 72 ambasciatori volontari hanno raggiunto oltre 1.500 istituti scolastici e sensibilizzato 120 mila alunni dal 2014. Siamo felici che un Istituto importante come quello presieduto dal Professor Boeri abbia voluto affiancarsi ad Anter, con l’obiettivo di dare vita a nuove azioni che premino l’impegno di ciascuno di noi, per il bene di tutti. La nostra associazione persegue obiettivi ambiziosi ed ha sempre avuto a cuore le generazioni future: quest’anno, per esempio, con “Salviamo il Respiro della Terra, tour e ricerca”, manifestazione che può vantarsi del patrocinio dell’Inps, avvieremo una ricerca quasi inedita, ma di primissima importanza in Italia, con i massimi esperti universitari per cercare di capire meglio cosa respirano i nostri figli, in tutto l’arco della giornata”. Passiamo tra l’80 il 90% del tempo al chiuso. Ma non ci sono dati nazionali in merito. La ricerca diventerà anche tour: l’associazione organizzerà degli incontri divulgativi con le famiglie in tutte le città coinvolte, da nord a sud del Paese. Le prime tappe saranno Parma, Salerno e Roma, rispettivamente l’8 il 9 e il 10 maggio, in concomitanza con l’esposizione “L’Energia dell’arte”. Parteciperanno docenti universitari, economisti, ma anche Giobbe Covatta con tutta la sua ironia.

Lavoro

LICENZIAMENTO: QUANTO COSTA AL DATORE DI LAVORO

Il licenziamento ha un costo che il datore di lavoro è chiamato a coprire quando licenzia uno o più dipendenti come contributo a sostegno della disoccupazione. Previsto inizialmente dalla Riforma Fornero come contributo alla mobilità, con le modifiche apportate al Jobs Act in materia di disoccupazione nel 2016 tale somma viene ora dedicata al finanziamento della Naspi.

L’ultima modifica al costo del licenziamento applicato al datore di lavoro è attiva dal 1° gennaio 2018, data in cui è scattato l’aumento dell’aliquota contributiva a carico al fine di finanziare i ticket licenziamento, che a sua volta finanzia la Naspi e ha il fine di ridurre il numero di licenziamenti.

Il datore di lavoro affronta un costo per il licenziamento solo nel caso di interruzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato o degli apprendistati interrotti alla fine del periodo di formazione. In caso di scadenza di un contratto di lavoro a tempo determinato o di decesso del dipendente non è previsto alcun contributo, come anche per il licenziamento dei collaboratori domestici, degli operai agricoli e degli operai extracomunitari stagionali.

Il contributo da pagare viene calcolato sulla base del massimale mensile della Naspi: l’aliquota è al 41% per i licenziamenti individuali e quelli collettivi avviati entro il 20 ottobre 2017. Nel caso di imprese all’interno dell’applicazione della Cassa Integrazione Guadagni Straordinari che fanno ricorso a licenziamenti collettivi, l’aliquota è stata innalzata all’82%.

Per esempio, nel caso di un licenziamento individuale, considerando che il massimale Naspi per il 2017 è di 1.195 euro, il contributo che il datore di lavoro deve pagare è di 489,95 euro, ovvero il 41% del massimale (applicato ogni 12 mesi di anzianità del dipendente negli ultimi tre anni). Nel caso il rapporto lavorativo duri da 36 mesi o oltre, il contributo può arrivare a quota 1.469,85 euro.

Per l’accertamento dei requisiti in materia di invalidità civile

AL VIA LA CONVENZIONE INPS REGIONE CAMPANIA

Come riportato in una recente informativa dell’istituto, la Direzione regionale dell’Inps, la Regione Campania e le Asl di Avellino, Benevento, Caserta e Salerno, hanno recentemente sottoscritto un importante protocollo d’intesa per l’affidamento all’Ente di previdenza dell’accertamento dei requisiti sanitari prescritti in materia di invalidità civile, cecità, sordità, handicap e disabilità.

Attraverso questo considerevole accordo la Regione Campania dà attuazione a quanto prefigurato dalla legge 111 del 2011, in materia di delega delle funzioni di accertamento sanitario per l’Invalidità Civile all’Inps che, in questo modo, potrà continuare a gestire in via esclusiva l’intero iter procedurale sanitario ed amministrativo.

Il rilevante traguardo, fortemente voluto dai vertici delle Istituzioni interessate, in particolare dal Presidente della regione Vincenzo De Luca e dal Direttore regionale dell’Inps Giuseppe Greco, si è potuto fattivamente conseguire anche grazie all’attenzione ed ai suggerimenti formulati al riguardo dai Comitati provinciali dell’Istituto, fatti propri e promossi dal Presidente del Comitato regionale Pettrone.

L’intesa, che prevede pure il trasferimento all’Inps di parte delle risorse finanziarie prima impegnate dal servizio Sanitario regionale, offrirà all’Inps l’opportunità di realizzare un notevole innalzamento dei livelli del servizio reso agli utenti: in maniera particolare, l’accorciamento dei tempi di attesa, per effetto soprattutto dell’incremento dei medici preposti alle visite.

Inoltre, in un’ottica di maggiore “prossimità” del servizio, in aggiunta alle sedi già investite di tali compiti, l’Inps ha preventivato l’attività delle Commissioni anche nei Centri Medico Legali Inps di Sala Consilina, Vallo della Lucania, Sapri ed Aversa, accogliendo le richieste da più parti ed a più voci sollecitate, di agevolare i soggetti più socialmente fragili (ultrasettantacinquenni ed affetti da particolari patologie) residenti in zone decentrate e mal collegate.

Un’altra significativa novità – recita l’informativa Inps – attiene la previsione di uno scambio di dati tra le istituzioni coinvolte, così da garantire un efficiente ed economico svolgimento delle rispettive funzioni d’istituto; non solo, ma al fine di sveltire il procedimento, le Asl si impegnano ad assicurare corsie privilegiate per gli utenti che dovranno sottoporsi a visite specialistiche o strumentali richieste dalle Commissioni Inps.

Nel protocollo di accordo è stata altresì postulata una costante attività di monitoraggio sui risparmi di spesa conseguiti e sul miglioramento degli standard quantitativi, qualitativi e tecnologici del sistema.

Il monitoraggio permetterà, in più, di valutare e ottimizzare le soluzioni gestionali assunte e di innalzare ulteriormente il servizio offerto; a questo proposito è stato ipotizzato il coinvolgimento del Centro Interdipartimentale per la Ricerca in diritto, economia e management della Pubblica Amministrazione (Cirpa), che ha sviluppato una consolidata esperienza multidisciplinare nello studio delle problematiche di amministrazione e controllo di aziende e enti pubblici.

Per conferire infine maggiore rilevanza all’Accordo, nelle prossime settimane è prevista la presenza in Campania del Presidente dell’Inps Tito Boeri che, incontrando il Presidente della Regione Vincenzo De Luca, avrà modo di evidenziarne i pregi e i significativi risultati attesi a favore dell’intera utenza campana interessata.

Economia

I NUMERI DELLE LITI COL FISCO

E’ una guerra di logoramento quella che si combatte tra contribuenti e fisco nelle aule delle commissioni tributarie. Negli ultimi 10 anni le giacenze, cioè la quota di contenziosi aperti, sono praticamente dimezzate nel primo grado, mentre sono aumentate dell’80,6% nel secondo grado. E’ quanto emerge dai dati contenuti nelle relazioni del Mef e della Corte dei conti, sullo stato del contenzioso tributario, ed elaborati dall’Adnkronos.

Nelle relazioni di monitoraggio sullo stato del contenzioso tributario e sull’attività delle commissioni tributarie del ministero dell’Economia, si riportano i dati relativi agli ultimi anni. In particolare tra il 2007 e il 2017 si registra una riduzione delle cause aperte del 31,3% che portano il totale da 607.817 a 417.635 ricorsi da giudicare.

L’operazione di smaltimento però non è omogenea. A ridurre drasticamente le pratiche aperte sono state esclusivamente le commissioni tributarie provinciali (primo grado), che in 10 anni sono riuscite a dimezzare la quota di cause pendenti, passando da 522.278 a 263.117 con un calo del 49,6%. Purtroppo le commissioni tributarie regionali (secondo grado) non sono riuscite a percorrere la stessa strada virtuosa e, nello stesso periodo, hanno invece fatto lievitare le giacenze dell’80,6%, passando da 85.539 a 154.518 cause aperte.

La Corte dei conti, nel dossier sul contenzioso delle commissioni tributarie, evidenzia che più di una causa su tre è in attesa di giudizio da un periodo superiore ai tre anni; di questi uno su 10 attende la sentenza da più di 5 anni. Su un totale pari al 37,1% degli atti pendenti al 31 dicembre 2016, il 27,4% degli atti è giacente da più di 2 anni e meno di 5 mentre il 9,7% attende da oltre 5 anni. Al 31 dicembre 2016 risultano 811 casi in attesa di giudizio da più di 15 anni; più della metà è fermo ancora al primo grado di giudizio (491 ricorsi).

Carlo Pareto

Quando si può licenziare per malattia. Inps, sostegno al reddito per chi perde il lavoro

Lavoro
QUANDO SI PUÒ LICENZIARE PER MALATTIA

Il lavoratore dipendente malato non può essere licenziato. A stabilirlo è la legge, che prefigura solo due casi nei quali è possibile attuare l’allontanamento in caso di malattia: quando l’assenza supera la durata massima fissata dal contratto collettivo o se, nonostante l’assenza sia inferiore a tale limite, essa comporti un grave pregiudizio per l’organizzazione aziendale. La prima causa, come ricorda il portale “laleggepertutti.it”, è detta ‘superamento del comporto’ e trova nella legge una previsione espressa; la seconda, invece, discente direttamente della recente interpretazione dei giudici.
Il codice civile stabilisce che l’azienda debba conservare il posto di lavoro del dipendente in malattia, nei limiti del ‘comporto’, un periodo determinato dalla legge, dai contratti collettivi o, in mancanza, dagli usi. Fondamentalmente, non si può licenziare il lavoratore malato a causa della sua malattia e dell’assenza prorogata. Si può però licenziare il dipendente malato, anche durante il periodo in cui è a casa, per altri motivi non legati alla malattia come ad esempio una crisi aziendale o la ristrutturazione interna (il cosiddetto licenziamento per giustificato motivo oggettivo) o ancora, una grave colpa da questi commessa (cosiddetto licenziamento disciplinare). Come nell’ipotesi del dipendente in malattia che non si fa puntualmente trovare a casa al momento delle visite fiscali del medico dell’Inps.
L’assenza per malattia può protrarsi per un periodo massimo che di norma è disciplinato dai contratti collettivi. Superata tale soglia è possibile il licenziamento. L’unico caso in cui al dipendente viene permesso di superare il periodo di comporto è quando la malattia si è verificata a causa del datore di lavoro, per non aver questi garantito un ambiente salubre e privo di rischi (infortunio sul lavoro, mancata predisposizione delle misure di sicurezza, ma anche uno scivolone dalle scale, un infarto derivato da una condotta mobbizzante, ecc.).
Per calcolare il ‘comporto’, ossia l’arco temporale superato il quale l’azienda può licenziare il dipendente, bisogna fare riferimento all’anno di calendario o l’anno solare, in base a quanto normato dai contratti collettivi. Per ‘anno di calendario’ si deve intendere il lasso di tempo compreso tra il 1° gennaio e il 31 dicembre di ogni anno, mentre per ‘anno solare’ si deve intendere un periodo di 365 giorni decorrenti dal primo evento morboso, dall’inizio della malattia (se continuativa) o a ritroso dalla data di licenziamento.
La durata del comporto per gli impiegati è prefissata dalla legge ed è di 3 mesi quando l’anzianità di servizio non supera i dieci anni, e di 6 mesi quando tale anzianità va oltre i dieci anni. Per gli operai, invece, la durata del periodo di comporto è stabilita dalla contrattazione collettiva. Il periodo di comporto può essere interrotto per effetto della richiesta del lavoratore di godere delle ferie maturate. La richiesta deve essere scritta, indicare il momento dal quale si intende convertire l’assenza per malattia in assenza per ferie ed essere tempestivamente presentata al datore di lavoro, prima che il periodo di comporto sia definitivamente scaduto e il datore di lavoro abbia diritto di recedere dal rapporto.
Scaduto il comporto, il datore può licenziare il dipendente senza provare l’esistenza di una giusta causa o un giustificato motivo. Tuttavia, è vietato licenziare il dipendente per superamento del comporto se la sua malattia è stata provocata o aggravata dalla nocività insita nelle modalità di esercizio delle mansioni o comunque esistente nell’ambiente di lavoro. Al riguardo, la recente giurisprudenza intervenuta in materia sta sostenendo la possibilità per l’azienda di licenziare il dipendente assente per malattia ancor prima del superamento del comporto, quando l’indisposizione del lavoratore provoca un grave danno all’organizzazione del lavoro.
È quello che si definisce ‘licenziamento per scarso rendimento’. Esistono già diversi precedenti in tal senso. In sostanza, secondo le ultime pronunce giudiziarie emanate sull’argomento, tutte le volte in cui la presenza sporadica del lavoratore finisce per danneggiare i meccanismi produttivi e le catene di montaggio, costringendo l’azienda a bloccarsi o, per evitare ciò, ad assumere un sostituto, è possibile il licenziamento di chi non ha ancora esaurito tutti i giorni del comporto.
Ma attenzione, il licenziamento del malato cronico, di chi, cioè, presta servizio a singhiozzo, fra lunghe assenze e brevi ritorni, è lecito solo quando questi rende un’attività esigua per quantità e qualità e dunque non utilizzabile dall’azienda. In tale fattispecie il licenziamento è legittimo. Quando le reiterate assenze per malattia determinano uno scarso rendimento viene infatti violato l’obbligo della diligente collaborazione a cui il lavoratore si obbliga.

Previdenza Inps
LE MISURE ATTUALI DI SOSTEGNO AL REDDITO PER CHI PERDE IL LAVORO

Diversi sono i sostegni al reddito tuttora in vigore che si collegano alla perdita di lavoro. Vediamo quali sono i principali:
Naspi (Nuova Prestazione di Assicurazione Sociale per l’Impiego) è il sussidio di disoccupazione erogato dall’Inps. Per ottenerlo occorre aver lavorato almeno 13 settimane negli ultimi 4 anni e 30 giorni di lavoro effettivo nell’anno in cui si è perso il posto. La Naspi può essere richiesta da dipendenti pubblici a termine e lavoratori subordinati del settore privato. Vale per chi perde il lavoro involontariamente o per chi si licenzia per giusta causa. L’importo massimo per il 2018 non può superare i 1.300 euro al mese e l’assegno dura fino a un massimo di 24 mesi.
Dis-Coll è la prestazione rivolta a collaboratori a progetto, occasionali, coordinati e continuativi, dottorati di ricerca, borsisti ecc. che hanno perduto involontariamente il lavoro o che si sono dimessi per giusta causa. Anche in questo caso l’importo massimo è di 1.300 euro al mese, ma la durata massima è pari a 6 mesi.
Disoccupazione agricola, riservata ai lavoratori dell’agricoltura, offre un’indennità pari al 40% della retribuzione del lavoratore o della lavoratrice che ha perso il lavoro. Si collega alla stagionalità insita nel lavoro agricolo. Per fare domanda basta compilarla in via telematica sul sito Inps.
Questi contributi si collegano a un precedente periodo di lavoro. Si tratta pertanto di schemi cosiddetti “assicurativi”, in cui si versa un “premio” durante i mesi di lavoro e si percepisce in cambio un “risarcimento” nei periodi in cui il lavoro finisce. Diversi sono invece gli strumenti improntati al reddito di cittadinanza, in cui è la condizione di povertà o di disagio a dare diritto a un sostegno

Fisco a cittadini
ECCO COME LO STATO USA LE TUE TASSE

“Gentile Mario Rossi…ecco come lo Stato utilizza le tue tasse”. E’ arrivata a metà aprile, con la stagione delle dichiarazioni, una pagina informativa personalizzata nel ”cassetto” dell’Agenzia delle Entrate con la quale circa 30 milioni di contribuenti hanno potuto conoscere come sono state utilizzate le proprie imposte versate nell’anno precedente. Nell’informativa è compresa una tabella ed un grafico che riporta le principali voci, dall’istruzione al debito pubblico. Anche così i cittadini non saranno solo contribuenti, ha spiegato il direttore delle Entrate Ruffini.
I cittadini che hanno presentato la dichiarazione dei redditi nel 2017 – aveva annunciato l’Agenzia delle Entrate – potranno conoscere come sono state distribuite le imposte relative al 2016, accedendo al proprio cassetto fiscale o nella dichiarazione precompilata, in pratica attraverso l’accesso telematico alle proprie pagine fiscali che già molti cittadini hanno. “Nella speranza di fare cosa gradita, – viene riportato nella breve introduzione alla pagina – Agenzia delle entrate desidera fornirti alcune informazioni con l’obiettivo di essere ancora meglio al servizio tuo e dell’intera comunità.
(…) Contribuire alla propria comunità è essenziale, – viene concluso – ma riteniamo lo sia anche avere la consapevolezza, per rispetto del cittadino prima ancora che del contribuente, di come vengano utilizzate le risorse fiscali” E’ proprio questa la filosofia che ispirare il progetto che – ha ricordato l’Agenzia – rientra nel percorso tracciato dal direttore dell’Agenzia, Ernesto Maria Ruffini, per “migliorare il senso di partecipazione dei cittadini troppo spesso considerati soltanto contribuenti”. I soggetti potenzialmente interessati all’operazione sono circa 30 milioni.
Ci sono i circa 20 milioni che compilato il modello 730 direttamente o tramite intermediari e altri 10 milioni che invece dichiarano attraverso il modello Redditi.
La novità è scattata di fatto dalla metà di aprile, con l’avvio della stagione delle dichiarazioni dei redditi. “Accedendo al proprio cassetto fiscale o consultando la dichiarazione precompilata via web – hanno spiegato alle Entrate – si può conoscere come sono state distribuite le risorse fiscali in un quadro sintetico che contiene le principali voci di spesa”.
In pratica è possibile scoprire come le proprio imposte versate – dall’Irpef alle varie addizionali, dalla cedolare sugli affitti al contributo di solidarietà – vengono ”spacchettate” nelle diverse voci del bilancio della pubblica amministrazione: sanità pubblica, previdenza, istruzione, sicurezza, ordine pubblico, trasporti, cultura, protezione del territorio, ma anche la quota parte del debito pubblico o come si contribuisce al bilancio dell’Unione europea, oltre ai servizi generali delle pubbliche amministrazioni.
Ecco allora che un Mario Rossi che ha versato 10 mila euro di imposta saprà sui redditi del 2016, che 2.125 euro sono stati destinati alla voce previdenza e assistenza, 1.934 euro sono andati alla sanità, 1.090 euro all’istruzione, 882 euro a difesa, ordine pubblico e sicurezza, 832 ai servizi erogati dalla Pubblica Amministrazione e così via.
Tutte le principali voci di spesa dello Stato sono, quindi, riassunte in una tabella e in un “grafico a torta” attraverso i quali il contribuente potrà verificare concretamente il percorso compiuto dalle imposte in base alla propria dichiarazione dei redditi 2017.
L’accesso a questa nuova ‘pagina’ segue lo schema che il fisco utilizza già per la dichiarazione precompilata. Servirà la password a tutela della riservatezza. Si può usare per questo sia lo Spid, il sistema pubblico di identità digitale che consente di utilizzare le stesse credenziali per tutti i servizi on line delle amministrazioni pubbliche oppure, in alternativa, le password e il pin dei servizi dell’Agenzia delle Entrate, della carta nazionale dei servizi, dell’Inps o del portale NoiPa (quelle dei dipendenti pubblici). Ma si potrà anche chiedere di saperlo tramite un intermediario: un Caf o un professionista abilitato. Come dire, sono tante le strade possibili per questa nuova ”consapevolezza fiscale”.

Carlo Pareto

Boeri: dal prossimo anno si andrà in pensione di vecchiaia a 67 anni

Inps Ape volontario

MIGLIAIA LE DOMANDE DI CERTIFICAZIONE DEL DIRITTO FINORA ACCOLTE DALL’INPS 

Sono 6.684 domande di certificazione del diritto all’anticipo finanziario a garanzia pensionistica (Ape) volontario che risultano accolte finora. Di queste, 5.214 si riferiscono a soggetti che hanno maturato i requisiti per l’accesso all’Ape volontario tra il 1° maggio e il 18 ottobre 2017.
Le domande di certificazione del diritto all’Ape volontario possono essere presentate online dal 13 febbraio scorso, data a partire dalla quale l’Inps ha reso anche disponibile sul sito istituzionale un simulatore che consente di calcolare, in via indicativa, l’importo dell’anticipo finanziario a garanzia pensionistica e la rata di rimborso, mediante l’inserimento di dati e informazioni da parte dell’interessato.

Ad oggi risultano effettuate circa duecentomila simulazioni. Le procedure per la certificazione del diritto all’Ape sono state messe a disposizione delle sedi territoriali dell’Inps dal 16 marzo. Dal 30 dello stesso mese, l’Inps sta provvedendo ad inviare ai soggetti interessati le certificazioni del diritto all’Ape volontario.

Delle 6684 domande accolte, 5.000 sono relative a coloro che possono richiedere, entro il 18 aprile 2018, i ratei arretrati maturati, e 214 sono coloro che, al fine di integrare il requisito minimo di durata dell’Ape, devono necessariamente richiedere, entro il 18 aprile 2018, i ratei arretrati maturati.
La disciplina vigente in materia di Ape ha infatti previsto che coloro che hanno maturato i requisiti per l’accesso al beneficio (almeno 63 anni di età e 20 anni di contribuzione) in una data compresa tra il 1° maggio 2017 e il 18 ottobre 2018, possono richiedere, entro il 18 aprile 2018, la corresponsione di tutti i ratei arretrati maturati a decorrere dalla data di maturazione dei requisiti.
Contestualmente al rilascio della procedura per le certificazioni di cui sopra, è stata predisposta quella per la presentazione online della domanda di Ape volontario, che consente il colloquio telematico fra cittadino, Inps, istituti finanziatori e imprese assicuratrici, e che verrà resa disponibile non appena arriverà l’adesione formale da parte degli istituti bancari interessati.

Inps

BONUS DA 600 EURO PER LE MAMME

Un bonus da 600 euro per le mamme. Si tratta del beneficio economico – ribattezzato ‘Contributo per l’acquisto di servizi di baby-sitting’ – destinato alle madri lavoratrici che non usufruiscono del congedo parentale. Introdotto nel 2012 in via sperimentale, riconfermato dalla Legge di Bilancio 2017, il voucher può essere utilizzato dalle neomamme che lavorano per pagare la baby sitter oppure l’asilo nido, pubblico o privato convenzionato. Le aspiranti beneficiarie, in possesso dei requisiti richiesti, possono accedere al contributo anche per più figli, presentando una domanda per ogni figlio.

Cosa prevede – Il beneficio – spiega l’Inps nel messaggio n.1428 del 30 marzo – consiste nelle seguenti forme di contributo, alternative tra loro: il contributo per far fronte agli oneri della rete pubblica dei servizi per l’infanzia o dei servizi privati accreditati; il contributo per l’acquisto di servizi di babysitting erogato secondo le modalità del ‘Libretto Famiglia’. L’importo del contributo è pari a 600 euro mensili ed è erogato per un periodo massimo di sei mesi (tre mesi per le lavoratrici autonome), divisibile solo per frazioni mensili intere, in alternativa alla fruizione del congedo parentale, comportando conseguentemente la rinuncia allo stesso da parte della lavoratrice.

Beneficiarie – Possono accedere al beneficio le seguenti categorie di lavoratrici: le lavoratrici dipendenti di amministrazioni pubbliche o di privati datori di lavoro; le lavoratrici iscritte alla Gestione separata Inps che si trovino, al momento della presentazione della domanda, ancora all’interno degli 11 mesi successivi alla conclusione del teorico periodo di indennità di maternità e non abbiano fruito ancora di tutto il periodo di congedo parentale; le lavoratrici autonome o imprenditrici che abbiano concluso il teorico periodo di fruizione dell’indennità di maternità e per le quali non sia decorso 1 anno dalla nascita o dall’ingresso in famiglia (nei casi di adozione e affidamento) del minore e che non abbiano fruito ancora di tutto il periodo di congedo parentale. Anche le lavoratrici part-time potranno fruire del contributo in misura, però, proporzionata in ragione del ridotto numero di ore lavorate.

Presentazione domanda – La domanda va presentata all’Inps esclusivamente attraverso uno dei seguenti canali: servizi telematici accessibili direttamente dal cittadino tramite Pin attraverso il portale dell’Istituto; enti di patronato, avvalendosi dei servizi telematici offerti dagli stessi; Contact Center (numero 803 164 da rete fissa oppure 06 164 164 da rete mobile). La presentazione sarà consentita fino al 31 dicembre 2018, o comunque fino a esaurimento dello stanziamento dei fondi. I termini da rispettare variano, inoltre, in base alla categoria delle lavoratrici. Per le lavoratrici dipendenti e per le lavoratrici iscritte alla Gestione separata la domanda deve essere presentata entro gli 11 mesi dalla fine del congedo di maternità o del periodo teorico di fruizione dell’indennità di maternità mentre, per le lavoratrici autonome, devono sussistere le seguenti condizioni: sia concluso il teorico periodo di fruizione dell’indennità di maternità; non sia decorso un anno dalla nascita o dall’ingresso in famiglia (nei casi di adozione e affidamento) del minore.

Pensioni

DAL 2019 L’USCITA A 67 ANNI

Il presidente dell’Inps, Tito Boeri è inesorabile: dal prossimo anno si andrà in pensione di vecchiaia a 67 anni; mentre per l’anzianità bisognerà incrementare di 0,4 unità i valori attuali. Il nuovo metodo di calcolo è contenuto nella circolare dell’Inps, che rende operativo il decreto direttoriale del Mef e del ministero del Lavoro, pubblicato in Gazzetta ufficiale a dicembre del 2017.

Dal primo gennaio 2019 al 31 dicembre 2020 per accedere alla pensione di vecchiaia sarà quindi necessario aver compiuto 67 anni.

Dal 2019 si andrà in pensione di vecchiaia con almeno 67 anni di età se si hanno almeno 20 anni di contributi o con 71 se si ha il primo accredito contributivo dopo il 1996 e si hanno meno di 20 anni di contributi ma comunque più di cinque.

Lo ribadisce l’Inps con una circolare nella quale ricorda l’aumento previsto di cinque mesi per i requisiti per l’uscita dal lavoro e spiega il nuovo metodo di calcolo per gli aumenti legati all’aspettativa di vita che dal 2021 saranno biennali (e non potranno superare i tre mesi ogni volta).

L’Inps ricorda che dall’anno prossimo si potrà andare in pensione anticipata rispetto all’età di vecchiaia solo con 43 anni e tre mesi di contributi (42 anni e tre mesi se donna).

Saranno esentate dall’aumento dei requisiti i lavoratori impegnati in lavori gravosi delle 15 categorie definite dal Governo l’anno scorso. La variazione della speranza di vita relativa al biennio 2021-2022 – spiega l’Inps – è computata in misura pari alla differenza tra la media dei valori registrati nel biennio 2017-2018 e il valore registrato nel 2016.

A decorrere dal 2023, la variazione della speranza di vita relativa al biennio di riferimento è calcolata «in misura pari alla differenza tra la media dei valori registrati nei singoli anni del biennio medesimo e la media dei valori registrati nei singoli anni del biennio immediatamente precedente». Per il biennio 2023-2024 quindi la variazione della speranza di vita è calcolata in misura pari alla differenza tra la media dei valori registrati nel 2019-2020 e la media dei valori registrati nel 2017-2018.

Dal 2021, gli adeguamenti biennali non possono in ogni caso superare i tre mesi. Nel caso di incremento della speranza di vita superiore a tre mesi, la parte eccedente andrà a sommarsi agli adeguamenti successivi, fermo restando il limite di tre mesi. Nel caso di diminuzione della speranza di vita l’adeguamento non viene effettuato e di tale diminuzione si terrà conto nei successivi adeguamenti, fermo restando il predetto limite di tre mesi.

Pensioni

RIFORMA FORNERO POSSIBILE

Appare ormai sempre più abbordabile affrontare il capitolo pensioni e la riforma della legge Fornero.

Una revisione e non una cancellazione del regime attualmente in vigore, che di fatto prevede un’uscita dall’attività a 67 anni, livello ben più alto della Germania, potrebbe riuscire a coniugare le esigenze dei due elettorati di Lega e Cinquestelle e in fondo il bisogno di tutti: sbloccare le porte girevoli dell’accesso al mondo del lavoro e formare per tempo un bacino per pagare le pensioni nei prossimi 40 anni.

In questo senso andrebbe seriamente presa in considerazione l’ipotesi di istituire una quota 100, permettere cioè di accedere all’assegno dell’Inps a chi ha 64 anni e ha versato almeno 36 anni di contributi, oppure direttamente a chi ha già pagato 41 anni di contributi. Con le dovute accortezze e coperture, si tratterebbe di rimettere in moto quel turn over naturale nel settore privato da tempo bloccato che è risultato di fatto impermeabile al Jobs Act e all’Ape.

Un tecnico della materia come Alberto Brambilla ha stimato che un’operazione del genere costerebbe circa 5 miliardi l’anno. Potrebbe essere finanziata dimezzando quei 10 miliardi di incentivi alle imprese che ogni anno lo Stato elargisce senza essere davvero sicuro che servano alle imprese, come dimostrato dal rapporto Giavazzi ai tempi del governo Monti.

Rivedere la Fornero sarebbe quindi una retromarcia razionale, meno costosa di altri programmi e per nulla disonorevole. Se si paga un salario a chi non lavora si crea disoccupazione. Se si abbassa

l’età pensionabile senza aumentare il debito, l’occupazione sale. Forse, magari, varrebbe la pena provarci.

Carlo Pareto

Assegno di ricollocazione, lavori usuranti e reddito di inclusione: le novità

Lavoro

SLITTA A MAGGIO L’ASSEGNO DI RICOLLOCAZIONE

Slitta a maggio l’entrata a regime dell’assegno di ricollocazione, che era stato preventivato per il 3 aprile scorso. Lo prevede una nuova delibera Anpal, Agenzia Nazionale Politiche Attive per il Lavoro che sposta la partenza del contributo per i disoccupati senza peraltro fissare una nuova data. Le cause del rinvio sono da attribuire a problemi di adeguamento del sistema informatico da parte dei patronati che hanno richiesto tempi più lunghi del previsto.

Cos’è – Si tratta del contributo economico che va da 250 a 5.000 euro per i servizi per il lavoro che offrono un’opportunità di impiego ad un disoccupato che sia almeno da quattro mesi percettore di Naspi, la nuova indennità di disoccupazione erogata dall’Inps, ma anche a chi rientra nelle politiche di contrasto alla povertà (nel Rei) o è in cassa integrazione straordinaria Inps.

Un assegno che diventa tanto più pesante quanto più è difficile (per formazione, territorio e via dicendo) ricollocare il lavoratore in questione. La somma viene incassata dai centri per l’impiego, dalle agenzia per il lavoro o da altri enti accreditati se l’operazione ha avuto successo, cioè se ha portato a un contratto di lavoro.

A quanto ammonta – L’assegno di ricollocazione va da mille a 5mila euro se il disoccupato trova un nuovo impiego a tempo indeterminato, apprendistato compreso. Da 500 a 2.500 euro se si firma un contratto a termine di almeno 6 mesi. Nelle regioni considerate “meno sviluppate” (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia) si può scendere a 250 fino a 1.250 euro se si instaura un rapporto a tempo tra i tre e sei mesi.

L’entità dell’assegno varia anche a seconda della difficoltà di reinserimento occupazionale dell’interessato, stabilita nella fase di profilazione. Si terrà conto, tra l’altro, di età, sesso, livello di istruzione, collocazione geografica, precedente esperienza lavorativa.

Chi ne ha diritto – L’assegno può essere richiesto non solo da chi ha diritto alla Naspi dell’Inps da almeno quattro mesi ma anche dai beneficiari del Reddito di inclusione e dai lavoratori in accordi di ricollocazione. L’importo dell’assegno non viene attribuito alla persona disoccupata ma al soggetto che si prende in carico il lavoratore; inoltre, viene corrisposto solamente a risultato occupazionale acquisito. Una novità appena introdotta riguarda la procedura prevista dall’ultima manovra grazie alla quale il servizio può essere anticipato per i lavoratori già in Cigs Inps.

La procedura – Una volta che il disoccupato presenta domanda, sceglie chi eroga il servizio di assistenza: può essere un centro per l’impiego o un ente accreditato ai servizi per il lavoro. La richiesta dell’assegno è volontaria e si può presentare anche in via telematica. Il centro per l’impiego, entro 15 giorni, deve decidere se rilasciare o meno l’assegno dopo le verifiche. Se viene accettato si deve quindi elaborare il Patto di servizio personalizzato e il programma di ricerca intensivo. A quel punto il disoccupato deve partecipare agli incontri concordati e deve accettare le offerte congrue di lavoro ricevute. Se rifiuta può andare incontro a sanzioni che partono da una prima riduzione dell’assegno e arrivano alla sua perdita totale.

Come ottenere l’assegno – La somma viene intascata dal centro per l’impiego o dall’agenzia privata per il lavoro “a risultato raggiunto”, cioè alla firma del contratto subordinato. Il disoccupato, per ottenere l’assegno, deve presentare al servizio pubblico (una novità è il coinvolgimento anche dei patronati) la dichiarazione di immediata disponibilità a lavorare, la “Did”, e richiedere la somma. Il servizio si conclude dopo 180 giorni, con una possibile proroga di altri 180 giorni in caso di assunzione con contratto di almeno sei mesi.

Pensione lavori usuranti

DOMANDA ENTRO IL 1° MAGGIO

È in scadenza la domanda per il riconoscimento dei requisiti che garantiscono l’accesso alla pensione anticipata per chi svolge lavori usuranti. Entro il 1° maggio 2018 i lavoratori interessati sono chiamati a presentare il modulo AP45 all’Inps a cui viene fatta richiesta per accedere anticipatamente alla pensione, nel caso si perfezionino i requisiti, dal 1° gennaio al 31 dicembre 2019. Stando alla normativa, inserita nella Legge di Bilancio 2017, infatti, è necessario l’invio dell’istanza all’Inps prima della domanda di pensione vera e propria, perché l’istituto possa riconoscere il beneficio per i lavori usuranti e il rispetto di determinati requisiti.

I requisiti- Il lavoratore, incaricato di svolgere mansioni particolarmente pesanti, ha diritto alla

pensione prima di aver maturato i requisiti previsti dal trattamento ordinario. L’età minima varia sulla base della tipologia di attività lavorativa svolta e va da un minimo di 61 anni e 7 mesi fino a un massimo di 64 anni e 7 mesi di età. Rispettato il requisito anagrafico, sia gli autonomi che i lavoratori dipendenti dediti a lavori pesanti devono vantare un minimo di 35 anni di contributi.

Le categorie – Tra le macro-categorie di lavoratori interessati alla pensione anticipata per lavoro usurante troviamo i conducenti di veicoli di capienza complessiva non inferiore a nove posti adibiti a servizio pubblico di trasporto collettivo; gli addetti alla cosiddetta ‘linea catena’; gli impegnati in mansioni particolarmente usuranti; i lavoratori notturni a turni e/o per l’intero anno (lavoratori a turni che prestano attività nel periodo notturno per almeno 6 ore non meno di 64 giorni lavorativi l’anno; i lavoratori che prestano la loro attività per almeno 3 ore tra la mezzanotte e le cinque del mattino per periodi di lavoro di durata pari all’intero anno lavorativo).

La domanda – Qui il modulo per Ap45 Inps dedicato ai lavoratori in oggetto per presentare domanda di pensione anticipata. Sarà l’Inps a valutare e a comunicare l’esito della domanda di valutazione dei requisiti. Solo dopo una conferma da parte dell’istituto il lavoratore potrà richiedere anticipatamente la pensione con decorrenza a partire dal 1° gennaio 2019 o nei mesi successivi.

Reddito d’inclusione

PRESENTATI I DATI RELATIVI AL PRIMO TRIMESTRE

A tre mesi dal lancio del Reddito di Inclusione (REI) l’Osservatorio statistico Inps ha prodotto i primi dati sulle domande di richiesta del beneficio.

Nella sede di Palazzo Wedekind il Presidente Tito Boeri, il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti e il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni hanno recentemente presentato a giornalisti ed esperti del settore i risultati ottenuti dal REI nel primo trimestre del 2018.

Il Presidente Tito Boeri ha sottolineato l’importanza di avere una misura di contrasto alla povertà efficiente. “Il Reddito di Inclusione, il Sia (Sostegno per l’inclusione attiva) e le misure regionali collegate sottolineano l’attenzione dell’Istituto verso le famiglie in difficoltà” – ha affermato il Presidente – “I primi risultati che abbiamo, aggiornati al 23 marzo, parlano di 251mila famiglie raggiunte, corrispondenti a 870mila persone. Abbiamo raggiunto quasi il 50% della platea obiettivo di questa misura. È un dato rilevante. Non esistono schemi di contrasto alla povertà in altri paesi che abbiano superato il 40-50%”.

Tito Boeri ha tracciato un profilo delle persone che hanno fatto richiesta della misura, evidenziando un boom di richieste al sud. “Il dato rileva una evidente incidenza di richieste dove il tasso di disoccupazione è maggiore: 7 nuclei familiari su 10 dei beneficiari appartengono dal sud Italia” – ha aggiunto il Presidente – “È straordinaria la richiesta del beneficio proveniente da famiglie con presenza di persone disabili: un quinto dei richiedenti è rappresentato da questa categoria. L’aiuto alle famiglie in difficoltà con persone disabili è un ampliamento importante reso possibile dal Rei rispetto al preesistente Sia. È importante allargare la platea dei beneficiari di questo strumento e l’obiettivo è raggiungere, a partire da luglio, 2,7 milioni di persone”.

Sull’efficienza dello strumento e l’importanza di controllare i flussi di domanda, il Presidente dell’Istituto ha commentato: “È importante mantenere e controllare questa macchina e chi fa richiesta del beneficio. C’è un grande lavoro dietro il controllo delle domande che arrivano. È difficile raggiungere le persone davvero bisognose. Nelle esperienze internazionali sappiamo che ci sono stati moltissimi fallimenti, abbiamo messo su una macchina che si rivolge esclusivamente a chi davvero ne ha bisogno e siamo orgogliosi del corretto funzionamento della stessa”.

Il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti è intervenuto elogiando la rete, permanente e stabile, di supporto alle persone bisognose, specificando che la misura del Reddito di Inclusione rientra attivamente in questo network. Nel tracciare la linea, il Ministro Poletti ha rilevato che è importante dedicare centinaia di milioni di euro alle misure di contrasto alla povertà.

Nel suo intervento il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, analizzando l’andamento economico del Paese, ha rivendicato la funzionalità del Rei. “È uno strumento efficiente che va difeso. Non abbiamo messo in campo una misura passiva che viene semplicemente a fronteggiare una condizione di difficoltà sociale” – ha dichiarato il Premier – “Abbiamo messo in campo uno strumento fondamentale ed efficiente, che va tutelato per aiutare davvero chi vive in condizioni di povertà assoluta”.

Carlo Pareto