Pensione anticipata. Spunta l’ipotesi
della proroga

Inail e Confindustria

AL VIA PREMIO IMPRESE PER SICUREZZA

Confindustria e Inail hanno di recente lanciato la V edizione del Premio Imprese per la sicurezza, con la collaborazione tecnica dell’Associazione Premio Qualità Italia (Apqi) e di Accredia, ente italiano di accreditamento. “L’iniziativa – ha spiegato Inail in una nota – ha lo scopo di diffondere la cultura della prevenzione premiando le aziende che si distinguono per l’impegno concreto e per i risultati gestionali conseguiti in materia di salute e sicurezza”. Il Premio, rivolto a tutte le imprese, anche non aderenti al sistema Confindustria, è assegnato per tipologia di rischio (alto o medio-basso) e per dimensione aziendale. Le imprese che intendono aderire all’iniziativa possono farlo attraverso il sito di Confindustria, cliccando sul banner del Premio, raggiungibile anche dal link Inail Prevenzione e sicurezza. Il termine ultimo per l’invio dei questionari on line è il prossimo 26 giugno alle ore 14. Le aziende che risulteranno finaliste potranno chiedere una riduzione del tasso di premio Inail tramite il modello OT24, secondo le modalità disponibili sul sito www.inail.it.

Inps

400 MILIONI DI VOUCHER VENDUTI IN OTTO ANNI

Da agosto 2008, inizio della sperimentazione sull’utilizzo dei voucher per vendemmie di breve durata, al 31 dicembre 2016 risultano venduti 400,3 milioni di buoni lavoro di importo nominale pari a 10 euro a 1.765.810 persone. La progressiva estensione degli ambiti oggettivi e soggettivi di utilizzo del lavoro accessorio è andata di pari passo con l’aumento della vendita dei voucher, che ha registrato un tasso di crescita del 58% dall’anno 2014 all’anno 2015, e del 24% dal 2015 al 2016. E’ quanto ha comunicato l’Inps, che ha precisato come, “in occasione di questo aggiornamento, sono stati effettuati una serie di interventi di normalizzazione dei dati relativi alle vendite: è stato eliminato l’effetto distorsivo recato dalle transazioni che, dopo l’emissione del voucher, non risultano andate a buon fine, e pertanto la banca dati riporta esclusivamente l’importo dei voucher per i quali risulta perfezionata l’operazione di vendita”.

Attualmente, ha riferito l’ente di previdenza, l’acquisto dei voucher presso i tabaccai è di gran lunga prevalente, con l’80% del totale venduto nel 2016. La tipologia di attività per la quale è stato complessivamente acquistato il maggior numero di voucher è il Commercio (17,4%). La consistenza della voce ‘altre attività’ (34,5%; include ‘altri settori produttivi’, ‘attività specifiche d’impresa’, ‘maneggi e scuderie’, ‘consegna porta a porta’, altre attività residuali o non codificate) è il riflesso della storia del lavoro accessorio, all’origine destinato ad ambiti oggettivi di impiego circoscritti (quindi codificabili), negli anni progressivamente ampliati, fino alla riforma contenuta nella legge n. 92 del 2012 che amplia di fatto l’utilizzo di lavoro accessorio per qualsiasi tipologia di attività.

Riguardo le aree geografiche, il ricorso ai voucher è concentrato nel Nord del paese. Guida la graduatoria il Nord-est con 146,3 milioni di voucher venduti incide per il 36,5%, mentre il Nord-ovest con 118,7 milioni di voucher venduti incide per il 29,7%. La regione nella quale si è avuto il maggiore ricorso ai voucher è la Lombardia, con 70,7 milioni di buoni lavoro venduti. Seguono il Veneto e l’Emilia Romagna.

Secondo quanto calcolato dall’Inps, il numero di lavoratori è cresciuto significativamente negli anni, mentre il numero medio di voucher riscossi dal singolo lavoratore è rimasto sostanzialmente invariato: circa 60-70 voucher l’anno. Poiché l’importo netto che il lavoratore riscuote per ogni voucher è di 7,50 euro, si ricava (come ordine di grandezza) che il compenso annuale medio netto oscilla attorno a 500 euro. Non ci sono differenze significative tra i sessi in termini di compenso.

L’età media è andata decrescendo fino al 2014, anno dal quale è stabile; il differenziale di età tra i sessi è sempre diminuito. La percentuale di femmine è progressivamente aumentata, ed è finora di poco superiore al 52%. La quota di lavoratori di cittadinanza extracomunitaria è lievitata costantemente e nel 2016 è di poco superiore al 9%. Non ci sono differenze significative nel numero medio di voucher riscossi rispetto alla cittadinanza.

Per ogni soggetto può essere calcolato il primo anno di lavoro accessorio, al fine di quantificare il numero di ‘nuovi’ lavoratori che accedono al sistema dei voucher: la quota di ‘nuovi’ lavoratori, maggioritaria, è andata progressivamente riducendosi negli anni. Su 1.765.810 lavoratori che hanno svolto attività nel 2016 il numero di ‘nuovi’ lavoratori è stato pari a 892.311, vale a dire il 51% (tale quota era del 71% cinque anni prima). Sempre per i 1.765.810 lavoratori che hanno svolto attività nel 2016 risulta che oltre la metà (53,7%) ha incassato nell’anno un numero di voucher minore o uguale di 40, e circa un lavoratore su dieci (10,9%) ha riscosso nell’anno più di 200 voucher.

Rischi per la salute

IN ITALIA CI SONO ANORA 650 CHILI DI AMIANTO PER CITTADINO

L’incendio sulla Pontina accende i riflettori sull’emergenza amianto in Italia. Fino al 1992 l’Italia è stato il secondo produttore europeo, dopo l’allora Unione Sovietica, e ancora ad oggi, su tutto il nostro territorio, ci sono circa 40 milioni di tonnellate di amianto e materiali che lo contengono in circa 50 mila siti e un milione di micrositi. A conti fatti, ogni italiano è minacciato da 650 chili di amianto, un record che non ci rallegra affatto, considerando i numeri della strage che esso provoca.

L’incognita dell’amianto nell’aria dopo il rogo nello stabilimento della Eco x

Secondo dati dell’Osservatorio nazionale sull’amianto, ogni anno nel nostro Paese avvengono 6.000 decessi per patologie asbesto-correlate; 1.900 sono i nuovi casi di mesotelioma, secondo i dati pubblicati da “I numeri del cancro in Italia 2016 di Aiom /Airtum”. Gli uomini sono esposti più delle donne: uno su 234 in Italia rischia di sviluppare questa patologia mentre per le donne la percentuale è di una su 785. I decessi oncologici per mesotelioma in entrambi i sessi si attestano al 4%.I pazienti ad oggi, in Italia, con diagnosi di mesotelioma sono 2.732.

Minacciate 2.400 scuole

Per quanto riguarda la mappa del rischio, ai primi posti ci sono purtroppo le scuole: in2.400 istituti sono presenti materiali di asbesto. Esposti al pericolo circa 350.000 studenti e 50.000 dipendenti, tra docenti e non. Negli ospedali, negli altri edifici pubblici, negli aeromobili, nelle navi e negli altri mezzi militari l’amianto è ancora largamente presente, e purtroppo continua e continuerà a mietere molte vittime. Si stima che saranno necessari ben 1000 anni per rimuovere totalmente ogni traccia di amianto in Italia. Il Presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha stimato, ottimisticamente, in 85 anni il tempo necessario per poter bonificare tutto l’amianto presente nel territorio nazionale. Nonostante la sua accertata pericolosità (anche Iarc, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro delle Nazioni Unite, ha infatti riconosciuto l’amianto come cancerogeno e ha chiesto di bandirne l’utilizzo in ogni sua forma), non esiste una normativa internazionale che ne limiti la produzione e la commercializzazione. La Confederazione Internazionale dei Sindacati (Ituc), e il Sindacato Mondiale dell’Industria (IndustriAll) hanno sostenuto dodici nazioni africane nel chiedere l’inserimento dell’amianto nella lista dei materiali pericolosi della Convenzione di Rotterdam i cui componenti si riuniranno, a Ginevra, entro il 5 maggio prossimo. Sono sessanta i paesi nel mondo ad aver bandito l’amianto.

Pensione anticipata

SPUNTA L’IPOTESI DELLA PROROGA

Sarebbe dovuta partire il primo maggio, come stabilito dalla Legge di Bilancio, e invece ancora si attende l’avvio dell’Ape social, la misura sperimentale che prevede l’anticipo pensionistico per soggetti in stato di bisogno con 63 anni di età e almeno 30 anni di contributi. Il decreto-attuativo è stato firmato dal premier Paolo Gentiloni lo scorso 18 aprile, tuttavia il suo iter si è arrestato dopo il parere emesso dal Consiglio di Stato. Palazzo Spada infatti suggerisce di modificare la platea dei beneficiari e le tempistiche per il riconoscimento delle domande da parte dell’Inps. Nello specifico, per poter estendere l’Ape social agli operai agricoli e a coloro che non hanno i requisiti per la Naspi (indennità di disoccupazione) e sono disoccupati da almeno 3 mesi è necessario cambiare la legge. Tra le modifiche da apportare al provvedimento anche la proroga del termine per la presentazione delle domande “almeno al 31 luglio”. Inoltre, dovrà essere riconosciuta la decorrenza retroattiva per consentire ai soggetti interessati di poter beneficiare dei trattamenti dal termine fissato dalla legge al primo maggio. “Palazzo Chigi sta predisponendo il testo del decreto sull’Ape Social a seguito delle valutazioni del Consiglio di Stato”, ha spiegato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, aggiungendo che il provvedimento sarà pronto “fra qualche giorno”. Seguiranno poi il vaglio della Corte dei Conti e la pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Per ora, comunque, le domande non possono essere presentate tanto che risulta sempre più plausibile l’ipotesi di una proroga di 15 giorni per la presentazione della domanda per il riconoscimento delle condizioni d’accesso alla prestazione (al 15 luglio) e per la redazione delle graduatorie (al 15 ottobre). Tema che sarà sul tavolo del prossimo incontro tra Governo e sindacati previsto per il corrente mese di maggio. Riguardo l’Ape volontaria invece, il ministro Poletti ha chiarito che “è pronta” ma che “è il ministro dell’Economia che ha il controllo puntuale del procedimento”. In questo caso il ritardo è superiore a quello dell’Ape sociale in quanto il decreto su questa seconda misura sperimentale non è ancora stato presentato al Consiglio di Stato. Il prestito sulla futura pensione potrà essere richiesto dai lavoratori con almeno 63 anni di età e 20 anni di contributi fino al 31 dicembre 2018. Ma quando diventerà operativo?

Carlo Pareto

Inps. Più disoccupati e diminuisce la Cassa integrazione

cig (1)I dati diffusi dall’Osservatorio dell’Inps, confermano la tendenza al peggioramento sociale. Il disagio sociale continua a diffondersi e non si intravede una inversione di tendenza. È ormai evidente la necessità di cambiare politica economica. Non sarà facile in un mondo globalizzato in cui l’economia sfugge al governo dei singoli Stati, dove il “mercato” ha il sopravvento e detta le regole. Diventa sempre più urgente superare il neoliberismo di Friedman e della scuola di Chicago. Gli squilibri sociali ed economici stanno per ingigantirsi e finiranno per esplodere in reazioni incontrollati se non si interviene in tempo per innescare processi redistributivi della ricchezza mondiale.
L’Osservatorio Inps sulla Cassa Integrazione Guadagni ha comunicato i dati aggiornati relativi alla CIG ed alla indennità di disoccupazione.
A marzo 2017 sono state presentate all’Inps 111.334 domande di indennità disoccupazione con un aumento del 12% sulle 99.435 domande presentate nel marzo 2016. Rispetto a febbraio si è registra una crescita per le richieste di disoccupazione del 5,77%. Nei primi tre mesi sono arrivate 381.495 richieste di indennità di disoccupazione (368.993 delle quali Naspi) a fronte delle 356.497 presentate nei primi tre mesi 2016 (+7%). Nei primi tre mesi del 2014 le richieste di disoccupazione superavano quota 532.000 mentre nel primo trimestre 2015 erano 494.359.
Nel comunicato dell’Osservatorio, si legge: “Crollano le richieste di cassa integrazione ad aprile: sono arrivate dalle aziende richieste per 23,9 milioni di ore di fermo con un calo del 38,8% rispetto a marzo (39,1 milioni di ore chieste) e del 58,1% rispetto ad aprile 2016 (57 milioni di ore). Nei primi quattro mesi dell’anno sono stati chiesti 129 milioni di ore di cassa integrazione nel complesso con un calo del 43% rispetto allo stesso periodo del 2016”.
Le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate ad aprile 2017 sono state 7,4 milioni con un calo del 29,8% su marzo e del 50,3% su aprile 2016. Per la cassa straordinaria sono state chieste 14,48 milioni di ore con una diminuzione del 34,7% rispetto alle ore chieste a marzo e del 62,7% rispetto ad aprile 2016. Per la cassa in deroga le aziende hanno chiesto 1,98 milioni di ore di fermo con una riduzione del 38,6% su marzo e un calo del 38,2% su aprile 2016. Il calo tendenziale delle richieste ad aprile è stato forte soprattutto al Centro (-66%) mentre al Sud si è registrato un -49,3%. Nei primi quattro mesi dell’anno sono stati chiesti 36 milioni di ore di cig ordinaria (-20%) e 77,3 milioni per la straordinaria (-51,7%). Valori più bassi sono stati registrati per la cig in deroga con 15,6 milioni di ore chieste in quattro mesi (-26,3%).

Il ‘bonus mamma’ futura da giovedì 4 maggio scorso è diventato realtà

Lavoro irregolare

RISCHI PER IL DIPENDENTE

Cosa si rischia a lavorare in nero? Una domanda che, purtroppo, ci si fa spesso quando si accetta – per necessità e non certo per complicità con il datore di lavoro – un posto di lavoro irregolare, ossia non denunciato all’ufficio del lavoro, con pagamento di retribuzioni senza applicazione del contratto collettivo, ma soprattutto senza contributi e altre indennità previste per legge. Con non poca sorpresa, a ben vedere, si scopre che le conseguenze negative per il dipendente non sono meno gravi di quelli per l’azienda. E a ricordarlo è una recente sentenza della Cassazione che fa il punto della situazione sul lavoro in nero e sui rischi per il dipendente. Ma andiamo con ordine. Non c’è bisogno di rammentare le sanzioni che rischia il datore di lavoro nel caso di lavoratore non “denunciato” all’ufficio competente. Si tratta di conseguenze economiche di non poco conto che, però, richiedono sempre l’intervento degli ispettori. Se le autorità non effettuano alcun accesso in azienda e conseguente accertamento, la situazione irregolare continua a permanere impunemente. Invece, per il dipendente, le conseguenze del lavoro in nero sono immediate e automatiche. La prima di queste è che il lavoratore, benché accampi comunque il diritto a essere regolarmente retribuito nonostante la situazione di irregolarità, non ha invece la possibilità di chiedere all’Inail il risarcimento per il cosiddetto infortunio in itinere (ossia quello che si verifica nel percorso casa-lavoro). Inoltre, in caso di cessione dell’attività da una società a un’altra non ha il diritto a proseguire il lavoro presso la nuova azienda come invece la legge prescrive. C’è poi il capitolo penale: il dipendente in nero che, risultando formalmente disoccupato pur prestando lavoro irregolare, percepisca l’assegno di disoccupazione, commette il reato di «falsità ideologica commessa da privato in atto pubblico», nel dichiarare il proprio stato di disoccupato all’Inps. La pena consiste nella reclusione fino a 2 anni. Inoltre, per aver indebitamente percepito erogazioni ai danni dello Stato, si rischia, oltre alla restituzione di tutte le somme percepite a titolo di Naspi dall’Inps, la reclusione da sei mesi a tre anni. Quantomeno il lavoratore in nero non rischia lo stipendio: questo gli deve essere comunque corrisposto dall’azienda e, se ciò non avviene, è diritto del dipendente agire in causa contro il datore per ottenere tali differenze retributive. Il codice civile infatti stabilisce che la nullità o l’annullamento del contratto di lavoro non produce effetto per il periodo in cui il rapporto ha avuto esecuzione (salvo che la nullità derivi dall’illiceità dell’oggetto o della causa). Con la conseguenza che, anche se viene accertata l’irregolarità della prestazione lavorativa, perché non denunciata al centro per l’impiego, il dipendente in nero può ugualmente agire davanti al giudice per ottenere il pagamento delle buste paga. Cosa rischia il dipendente in nero se fa causa all’azienda? Nulla, sotto il profilo amministrativo o penale. Difatti, come abbiamo visto, le conseguenze del lavoro irregolare per il dipendente si limitano solo all’aspetto civile (impossibilità di chiedere il risarcimento all’Inail per l’infortunio e di ottenere l’assunzione dalla nuova società nell’ipotesi di trasferimento del ramo d’azienda o dell’intera attività); invece le conseguenze penali sono confinate al solo caso di indebita percezione dell’assegno di disoccupazione (questione tuttavia che non può essere accertata dal giudice civile chiamato invece a condannare l’azienda al versamento degli arretrati). Per cui, anche se ha lavorato in nero, il dipendente può ben far causa all’azienda senza subire pregiudizi.

Bonus mamme future

INPS: AL VIA LA DOMANDA

Il ‘bonus mamma’ futura da giovedì 4 maggio scorso è diventato realtà. è infatti questa la data a partire dalla quale è possibile fare richiesta all’Inps per il premio: 800 euro a ogni mamma per la nascita o l’adozione di un minore, a prescindere dal reddito. Il beneficio economico. sarà corrisposto dall’istituto previdenziale su domanda della futura madre, al compimento del settimo mese di gravidanza (inizio dell’ottavo) oppure alla nascita o adozione o affido, per gli eventi che si sono verificati dal 1 gennaio 2017. Il premio è concesso in un’unica soluzione per evento e in relazione a ogni figlio nato o adottato/affidato.

Ecco cos’è e a chi spetta:

requisiti generali – Il premio alla natalità è riconosciuto alle donne gestanti o alle madri che siano in possesso di questi requisiti:- residenza in Italia;- cittadinanza italiana o comunitaria;- le cittadine non comunitarie in possesso dello status di rifugiate politiche e protezione sussidiaria sono equiparate alle cittadine italiane; per le cittadine non comunitarie è richiesto il possesso del permesso di soggiorno Ue di lungo periodo oppure di una delle carte di soggiorno per familiari di cittadini Ue previste dal D.L. 30/2007.

quando si matura il premio – Il beneficio di 800 euro può essere concesso esclusivamente per uno dei seguenti eventi che si sono verificati dal 1 gennaio 2017:

– compimento del settimo mese di gravidanza;- parto, anche se antecedente all’inizio dell’ottavo mese di gravidanza;- adozione del minore, nazionale o internazionale, disposta con sentenza divenuta definitiva ai sensi della legge n. 184/1983;

– affidamento preadottivo nazionale disposto con ordinanza ai sensi dell’art. 22, comma 6, della legge 184/1983 o affidamento preadottivo internazionale ai sensi dell’art. 34 della legge 184/1983.

Il beneficio è concesso in un’unica soluzione, per evento (gravidanza o parto, adozione o affidamento), a prescindere dai figli nati o adottati/affidati contestualmente.

come presentare la domanda – La domanda deve essere presentata telematicamente utilizzando i servizi del portale www.inps.it, accessibili direttamente dalla richiedente tramite Pin dispositivo; o chiamando il Contact Center Integrato al numero 803164, gratuito da telefono fisso, oppure al numero 06164164 per le chiamate da cellulare con tariffazione a carico dell’utente; o tramite i Patronati, attraverso i servizi telematici offerti dagli stessi.

La domanda deve essere trasmessa dopo il compimento del settimo mese di gravidanza e, comunque, improrogabilmente entro un anno dal verificarsi dell’evento.- Per i soli eventi verificatisi dal 1 gennaio al 4 maggio 2017, data di rilascio della procedura

telematizzata di acquisizione, il termine di un anno per la presentazione decorre dal 4 maggio.

documenti richiesti – Per la certificazione della gravidanza si può indicare una delle seguenti opzioni: presentazione allo sportello del certificato originale o di copia autentica, oppure spedizione a mezzo raccomandata; indicazione del numero di protocollo telematico del certificato rilasciato dal medico Ssn o convenzionato Asl; indicazione di avvenuta trasmissione del certificato all’Inps per domanda relativa ad altra prestazione connessa alla medesima gravidanza; per le sole madri non lavoratrici, indicazione del numero identificativo a 15 cifre di una prescrizione medica emessa da un medico del Ssn o convenzionato, con indicazione del codice esenzione compreso tra M31 e M42 incluso.

Se l’istanza è presentata a parto già avvenuto, la madre dovrà autocertificare il codice fiscale del bambino. Le cittadine extracomunitarie titolari del permesso di soggiorno valido ai fini dell’assegno di natalità devono certificare il possesso del titolo inserendone gli estremi nella domanda telematica. In caso di adozione/o affidamento preadottivo, se la richiedente non allega all’istanza il provvedimento giudiziario (sentenza definitiva di adozione o provvedimento di affidamento preadottivo), abbreviando così i tempi di definizione della richiesta, è necessario riportare gli elementi (sezione del tribunale, la data di deposito in cancelleria ed il relativo numero) che consentano all’Inps il reperimento del provvedimento.

Boeri alla Commissione Lavoro della Camera

BASTA CON LE OFFESE ALL’INPS

La Commissione Lavoro alla Camera sta attuando una politica di discredito sistematico contro l’Inps. Se così fosse, sarebbe un gioco pericoloso per il futuro dell’Italia e del suo sistema pensionistico: così afferma una lettera che Boeri ha inviato al presidente Cesare Damiano e ai membri della Commissione Lavoro della Camera. Se così fosse, scrive il presidente dell’Inps, “sarebbe un gioco pericoloso perché finisce per privare l’esercizio del potere legislativo di quei riferimenti tecnici che sono indispensabili perché le leggi diventino operative e affinché, in questo passaggio, ‘tra il dire e il fare’, non vengano stravolti gli stessi obiettivi che si era posto il legislatore”. Boeri ha incluso una serie di esternazioni di Damiano e Gnecchi su questi punti rigettandole e spiegando che negli ultimi anni l’Ente assicuratore ha “profuso uno sforzo straordinario per condividere le informazioni di cui dispone”. Secondo Boeri, poi, le proiezioni su fenomeni complessi sono “inevitabilmente soggette ad errori”.

Boeri – “Al fine di assicurare che la transizione energetica verso il nuovo paradigma energetico sia la più efficace e efficiente possibile, l’Autorità per l’Energia ritiene che alcuni elementi del pacchetto debbano essere adeguati per evitare il rischio di un irrigidimento e un appiattimento del conseguente quadro regolatorio su soluzioni univoche e poco selettive”. Quanto all’accusa di interpretare e applicare in modo arbitrario le norme, in particolare sulle salvaguardie pensionistiche, Boeri ne rintraccia la responsabilità nel continuo mutamento del quadro normativo. “Il fatto è che le sette macro-categorie di esodati inizialmente individuate sono state progressivamente ampliate al punto da rendere la nozione stessa di esodato alquanto nebulosa”. “Si possono raccogliere molti soldi dai vitalizi e più in generale dalle rendite di posizione dei politici”. Tito Boeri passa al contrattacco e pungola ancora il governo sui vitalizi e le pensioni d’oro.

Damiano – “Urge un ridimensionamento, in quanto l’incarico di boeri è prettamente tecnico e solo marginalmente politico”. La lettera del Presidente dell’Inps Tito Boeri “offende il Parlamento perché nega l’evidenza dei fatti: tutti i problemi che abbiamo denunciato sono documentati, a partire dalle stime non corrispondenti alla realtà per quanto riguarda le salvaguardie degli esodati”. Lo dichiara Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro alla Camera. “Quanto ai comunicati stampa – dice – anche noi abbiamo una raccolta di quelli di Boeri in qualità di ‘legislatore e ricercatore’. Meno di quelli di Presidente Inps. Naturalmente, siamo totalmente disponibili a un rapido confronto”.

Carlo Pareto

Le vacanze le paga l’Inps. Come e chi può
fare la domanda

Ispettorato Nazionale del Lavoro

ISPETTORI INPS UFFICIALI DI POLIZIA GIUDIZIARIA

A seguito dell’entrata in vigore del Decreto Legislativo n. 149/2015, dal 14 settembre 2015, è stata istituita l’Agenzia unica per le ispezioni del lavoro denominata “Ispettorato nazionale del lavoro“.

L’Ispettorato svolge le attività ispettive già esercitate dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, dall’Inps e dall’Inail. Ha una propria autonomia organizzativa e contabile ed è posto sotto la vigilanza del Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, a cui spetta il monitoraggio periodico sugli obiettivi e sulla corretta gestione delle risorse finanziarie, e sotto il controllo della Corte dei Conti.

I Poteri di vigilanza, ispettivo e di indirizzo fanno capo direttamente al Ministro del lavoro e delle politiche sociali. In particolare, il Ministro si occupa di emanare direttive con l’indicazione degli obiettivi da raggiungere, di approvare il bilancio preventivo e il conto consuntivo nonché i programmi di attività dell’Ispettorato e provvede, inoltre, all’acquisizione di dati e notizie con indicazione di altre eventuali e specifiche attività da intraprendere.

Presso la sede di Roma dell’Ispettorato è stato istituito in aggiunta il “Comando carabinieri per la tutela del lavoro” alle dipendenze del Ministero del lavoro e delle politiche sociali. Al Direttore dell’Ispettorato è affidato il compito di dettare le linee di condotta e i programmi ispettivi periodici per l’attività di vigilanza svolta dall’Arma e il coordinamento con l’Ispettorato.

Il citato decreto istitutivo dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro ha, tra l’altro, anche espressamente stabilito che la qualifica di Ufficiale di Polizia Giudiziaria spetta pure ai Funzionari ispettivi dell’Inps e dell’Inail. Con messaggio n. 1618 del 12 aprile 2017 l’Inps ha specificato che le funzioni di polizia giudiziaria assumono rilievo nell’accertamento di fatti costituenti reato (delitti o contravvenzioni), tanto nella forma del tentativo quanto nella forma consumata, e riguardano diversi momenti dell’attività ispettiva: dalla fase iniziale di rilevazione della notizia di reato, alla fase di acquisizione delle prove, fino alla comunicazione della notizia di reato all’Autorità giudiziaria. Rientrano tra i compiti della polizia giudiziaria: acquisire la notizia di reato su delega dell’Autorità giudiziaria o di propria iniziativa; impedire che i reati vengano portati ad ulteriori conseguenze; ricercarne gli autori; compiere gli atti necessari per assicurare le fonti di prova e raccogliere quant’altro possa servire per l’applicazione della legge penale. Evidenzia l’Istituto che, a titolo meramente esemplificativo, tali esigenze potrebbero sorgere in relazione ai seguenti reati, più frequentemente riscontrabili nel corso di attività di vigilanza previdenziale: omissioni contributive per importi superiori al limite indicato nell’art. 37 Legge n. 689/1981; omesso versamento delle ritenute previdenziali per un importo superiore a € 10.000 annui ai sensi dell’art. 2 D.L. n. 463/1983; reati in materia di previdenza complementare; reato di impedimento dell’attività ispettiva; reati di truffa, aggravata o meno, ai danni dell’Inps, dello Stato o di altro ente pubblico; reati di falso; reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro ai sensi dell’art. 603-bis c.p. Nelle suddette ipotesi gli Ufficiali di PG dovranno adottare le garanzie che la legge accorda al soggetto indiziato del reato per cui, nel caso in cui si proceda in forza di delega dell’Autorità giudiziaria (art. 370 c.p.p.), ovvero emergano indizi di reato nel corso dell’audizione, o, comunque, il soggetto risulti sottoposto alle indagini, l’interrogatorio andrà svolto alla presenza del difensore, previo avvertimento che le dichiarazioni rese potranno essere utilizzate nei confronti del dichiarante e che lo stesso ha la facoltà di non rispondere ad alcuna domanda, ma se rende dichiarazioni che concernono la responsabilità di altri, assumerà, in ordine a tali fatti, l’ufficio di testimone. Inoltre, l’Inps ricorda che il soggetto nei cui confronti si svolgono le indagini potrà chiedere di propria iniziativa di rendere dichiarazioni spontanee che, in tal caso, potranno essere assunte senza la necessità di nominare un difensore; di queste, però, non sarà consentita l’utilizzazione nel dibattimento del giudizio penale, se non ai fini delle contestazioni testimoniali alla parte che abbia già deposto sui fatti che ne formano oggetto.

Come fare domanda

BORSE DI STUDIO INPS

Due o quattro settimane dedicate a un soggiorno estivo di vacanza e studio, rispettivamente, in Italia e all’estero. E’ quanto offrono alcune borse di studio che, ogni anno, vengono bandite dall’Inps. Un’opportunità interessante, si legge sul portale dell’Istituto di previdenza, “in cui ai momenti ricreativi e sportivi si alternano varie attività culturali, gite e soprattutto per l’estero lo studio di una lingua straniera”. Inoltre, “ai giovani disabili è data la possibilità di avvalersi di assistenza continua di personale qualificato, con costi a carico dell’Istituto”.

A chi è rivolto – I soggiorni sono aperti ai figli, agli orfani e agli equiparati degli iscritti alla Gestione ex Ipost o alla Gestione Unitaria delle prestazioni creditizie e sociali (Fondo Credito) anche per effetto del decreto del ministro dell’Economia 7 marzo 2007, n. 45.

Requisiti – Per i requisiti si invita a verificare il bando specifico pubblicato nella sezione ‘Concorsi welfare, assistenza e mutualità’. “È necessario – si legge – che il richiedente, all’atto della presentazione della domanda, abbia presentato la Dichiarazione Sostitutiva Unica (Dsu, che contiene le informazioni anagrafiche, reddituali e patrimoniali necessarie a descrivere la situazione economica del nucleo familiare, ndr) per la determinazione dell’Isee (Indicatore della situazione economica equivalente, ndr) ordinaria o, in caso di genitori non coniugati tra loro e non conviventi, dell’Isee minorenni”.

Come fare la domanda – La domanda deve essere presentata online all’Inps attraverso il servizio dedicato, entro i termini stabiliti nel bando. “Il menu dell’area riservata ai lavoratori e pensionati iscritti alla Gestione Dipendenti Pubblici consente all’utente di visualizzare l’elenco dei servizi per ordine alfabetico, area tematica o tipologia di servizio – si legge sul portale -. Una volta selezionato il servizio ‘Estate INPSiemee la voce ‘Inserisci domanda’, sarà visualizzato il modulo da compilare in cui compaiono già i dati identificativi del soggetto richiedente. Dovranno necessariamente essere inseriti recapiti telefonici mobili e di posta elettronica (email) al fine di consentire e agevolare le comunicazioni da parte dell’Istituto”.

Istat

SORPASSO STORICO DISOCCUPATI OVER50 SUI GIOVANI

Il tasso di disoccupazione a marzo risale all’11,7% con un aumento di 0,1 punti rispetto a febbraio e di 0,2 punti rispetto a marzo 2016. Lo rileva l’Istat sulla base dei dati provvisori. I disoccupati nel mese erano a quota 3,022 milioni con un aumento di 41.000 unità rispetto a febbraio e una crescita di 86.000 unità rispetto a marzo 2016. Il dato è legato principalmente al calo dell’inattività 15-64 anni (-0,1 punti) che a marzo era al 34,7%. Il tasso di occupazione è al 57,6%, invariato su febbraio e in crescita di 0,6 punti su marzo 2016.

Occupati marzo -7.000 mese, +213.000 anno  Gli occupati a marzo sono diminuiti lievemente (-7.000 unità) rispetto a febbraio mentre sono cresciuti di 213.000 unità su marzo 2016. L’istituto sottolinea che nel mese gli occupati erano 22.870.000. Il tasso di occupazione a marzo era al 57,6%, invariato su febbraio e in crescita di 0,6 punti su marzo 2016. Si è registrata una crescita della forza lavoro. Gli inattivi nella fascia 15-64 anni sono diminuiti di 34.000 unità su febbraio e di 390.000 unità su marzo 2016.

Sorpasso storico disoccupati over50 su giovani – A marzo 2017 i disoccupati con più di 50 anni hanno superato per la prima volta dall’inizio delle serie storiche mensili (2004) il numero dei disoccupati giovani tra i 15 e i 24 anni. In questo mese i disoccupati con più di 50 anni erano 567.000 a fronte di 524.000 di coloro che hanno meno di 25 anni. Rispetto a febbraio i disoccupati ‘anziani’ sono aumentati di 59.000 unità, mentre i giovani in cerca di lavoro sono aumentati di 3.000 unità.

Disoccupazione giovani a marzo a minimi 5 anni – La disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni a marzo era al 34,1% ai minimi dai cinque anni. Per trovare un dato più basso infatti, rileva l’Istat sulla base dei dati provvisori, bisogna risalire a febbraio 2012 (33,4%). Il tasso di disoccupazione cala di 0,4 punti su febbraio e di tre punti su marzo 2016. Cresce anche il tasso di occupazione che in questa fascia di età tocca a marzo il 17,2% con un aumento di 0,4 punti su febbraio e di 0,8 punti su marzo 2016. Gli occupati under 25 sono 1.013.000 (+24.000 su febbraio +42.000 su marzo 2016.

Carlo Pareto

Novità per il congedo papà. Meno Cig e sempre più italiani a lavoro di domenica

Congedo papà
STOP AI DUE GIORNI FACOLTATIVI NEL 2017

Stop almeno per quest’anno al congedo facoltativo per i padri. La misura, che prevedeva la possibilità per i papà di usufruire di ulteriori due giorni in aggiunta ai due obbligatori, non è stata prorogata per il 2017. Il congedo facoltativo potrà dunque essere fruito, come si legge sul sito dell’Inps, esclusivamente per nascite, adozioni o affidamenti avvenuti fino al 31 dicembre 2016.
I due giorni di congedo facoltativo, da prendere entro i cinque mesi dalla nascita del figlio, erano subordinati alla scelta della madre lavoratrice di rinunciare ad altrettanti giorni determinando così l’anticipo del termine del congedo di maternità. Una possibilità tramontata per l’anno in corso, ma nel 2018 il numero dei giorni a disposizione dei padri potrebbe cambiare di nuovo.

Inps
A MARZO 39,1 MLN ORE DI CIG (-25,6%)

A marzo 2017 il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 39,1 milioni, in diminuzione del 25,6% rispetto allo stesso mese del 2016 (52,6 milioni). Lo comunica l’Inps. In dettaglio le ore di cig ordinaria autorizzate sono state 10,6 milioni contro i 17,4 milioni del 2016, con un calo quindi del 39,2%. In particolare, segnala l’Inps, la variazione tendenziale è stata pari a -46,5% nel settore Industria e -4,2% nel settore Edilizia. Quanto alla cassa straordinaria (cigs) le ore autorizzate a marzo 2017 sono state pari a 22,1 milioni, registrando una diminuzione pari al 28,0% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che registrava 30,8 milioni di ore autorizzate. Rispetto a febbraio invece si registra una variazione congiunturale pari al +2,7%. Infine per gli interventi in deroga sono stati pari a 6,3 milioni di ore autorizzate con un incremento del 44,8% se raffrontati con marzo 2016, mese nel quale erano state autorizzate 4,4 milioni di ore. Si tratta quindi di un incremento del 72,7%.

Consulenti del lavoro
SOMMINISTRAZIONE ILLECITA E CAPORALATO DA CONDANNARE

Necessario ricondurre la somministrazione illecita nell’alveo del diritto penale, coinvolgendo nell’illecito anche le aziende che ricevono i lavoratori in somministrazione, e includere l’ipotesi del reato di caporalato nelle situazioni più gravi. È questo il monito lanciato dal Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro, che su questo tema organizza, in collaborazione con la Fondazione studi consulenti del lavoro, ha recentemente organizzato, presso la sala dei Gruppi parlamentari della Camera dei deputati, un convegno intitolato: ‘Caporalato, appalti e somministrazione’. Per i consulenti del lavoro, questi interventi normativi sono indispensabili per contrastare i fenomeni illeciti e per restituire alla gestione dei rapporti di lavoro quella dignità fin troppo palesemente violata. “Gli appalti illeciti, gestiti da realtà – hanno spiegato i professionisti – che propongono forti sconti sul costo del lavoro, sono diventati un fenomeno dilagante secondo la categoria, che sempre più spesso si ritrova a dover mettere in guardia i datori di lavoro dal cadere nella trappola della responsabilità solidale assieme a chi viola la normativa vigente in materia retributiva e contributiva, oltre al rischio di dover pagare pesanti sanzioni”. “Sottrarre i fenomeni di illecita somministrazione alla disciplina penale – ha dichiarato la presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine, Marina Calderone – ha determinato la nascita di spregiudicate strutture, appositamente strutturate per somministrare lavoratori pagati con retribuzioni bassissime. Un vero e proprio sfruttamento di manodopera che è necessario condannare”. Il Consiglio nazionale ha, infatti, già segnalato al ministero del Lavoro tutte quelle realtà che propongono agli imprenditori di risparmiare sul costo del lavoro attraverso il ricorso alla fornitura di manodopera mediante appalto. In diversi casi, infatti, viene suggerito alle imprese di procedere alla risoluzione dei rapporti di lavoro con i dipendenti in forza, che sono assunti dalla cooperativa per poi essere utilizzati dal medesimo ex datore di lavoro. “Situazioni come queste si configurano come reati sociali – ha commentato il presidente di Fondazione Studi, Rosario De Luca – perché coinvolgono i lavoratori, che non ricevono una retribuzione adeguata alla prestazione svolta, gli imprenditori, che possono essere coinvolti negli illeciti in virtù del principio della responsabilità solidale, e lo stesso Stato tramite il mancato pagamento dei contributi dei lavoratori”. I consulenti del lavoro hanno affrontato la questione con il direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro, Paolo Pennesi, il direttore generale delle attività ispettive del ministero del Lavoro, Danilo Papa; il direttore generale dell’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro, Salvatore Pirrone, e con il segretario nazionale Uila-Uil, Giorgio Carra. Sono pervenuti anche gli interventi dei presidenti delle commissioni Lavoro di Camera e Senato, Cesare Damiano e Maurizio Sacconi e del presidente della cooperativa M&G Holding Srl, Luca Gallo.

Lavoro
WELFARE AZIENDALE IN CRESCITA

Politiche di welfare aziendale in lieve salita, ma ancora limitate al 3,5% delle imprese: solo l’1,7% delle aziende al Sud adotta schemi di welfare e, sul territorio nazionale, solo lo 0,7% prevede misure destinate ad asili nido all’interno delle strutture. A evidenziarlo è l’Inapp, l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, in occasione del primo appuntamento di InAgenda, ciclo di incontri che ha aperto con l’imprenditore Brunello Cucinelli, in dialogo con il presidente Inapp, Stefano Sacchi, sui temi legati al mondo dell’impresa. Analizzando la propensione delle imprese a erogare o finanziare servizi di welfare (formazione, spese sanitarie, sostegno alle famiglie, piani pensionistici, asili nido e maternità) ai propri dipendenti nel contesto del sistema produttivo italiano, su un campione di 30mila aziende (l’89% delle quali a conduzione familiare), la rilevazione evidenzia che l’adozione di schemi di welfare sale al 24% quando si parla delle realtà produttive di grandi dimensioni, con più di 250 dipendenti. Nel dettaglio, le linee del welfare aziendale si concentrano per il 26,5% su misure a sostegno delle famiglie, per il 19% su asili nido, per il 10,4% riguardano piani pensionistici, per il 7,5% spese sanitarie e il 36,7% altri servizi. Dallo studio, inoltre, emerge che nelle imprese più attente ad interventi di welfare aziendale i lavoratori sono più istruiti, ricevono più formazione e l’occupazione è più stabile; investendo di più nei propri dipendenti aumenta la competitività e il fatturato sui mercati esteri. Anche sul fronte della contrattazione integrativa, gli interventi di welfare sono relativamente marginali e riguardano circa il 6% delle imprese, soprattutto di grandi dimensioni (il 58,4% si riferisce a imprese con più di 250 dipendenti). Per quanto riguarda le aziende che fanno contrattazione di secondo livello, il salario accessorio fa la parte del leone per il 75%; il 5,8% va ad interventi per gli asili nido e altri interventi di welfare. Anche in questo tipo di contrattazione il Nord è avanti rispetto al Sud. “Questi dati dimostrano – ha affermato Stefano Sacchi, presidente dell’Inapp – che in Italia si investe ancora troppo poco in quelle politiche per il welfare che generano crescita, sostenendo le famiglie e in particolare le donne, favorendone l’occupazione. Sebbene ci siano elementi di innovazione, sia dal punto di vista della contrattazione integrativa che nel welfare aziendale, l’Italia si mostra in ritardo sul fronte degli investimenti sociali, indispensabili per un futuro in cui sia possibile conciliare le esigenze familiari con quelle del lavoro”.

Lavoro
SONO 5 MILIONI GLI ITALIANI CHE LAVORANO LA DOMENICA

Sono 4,7 milioni gli italiani che lavorano la domenica. Una buona parte di questi è stata in negozio, in fabbrica o in ufficio anche il giorno di Pasqua. Tra questi quasi 5 milioni, 3,4 sono lavoratori dipendenti e gli altri 1,3 sono autonomi (artigiani, commercianti, esercenti, ambulanti, agricoltori, etc.). Se un lavoratore dipendente su cinque è impiegato la domenica, i lavoratori autonomi, invece, registrano una frequenza maggiore: quasi 1 su 4. È quanto emerge da una recente analisi realizzata dall’Ufficio studi della Cgia, che si basa sull’andamento dello scorso anno. Il settore dove la presenza al lavoro di domenica è più elevata è quello degli alberghi e dei ristoranti: i 688.300 lavoratori dipendenti coinvolti incidono sul totale degli occupati dipendenti del settore per il 68,3%. Seguono il commercio (579.000 occupati pari al 29,6%), la Pubblica amministrazione (329.100 dipendenti pari al 25,9%), la sanità (686.300 pari al 23%) e i trasporti (215.600 pari al 22,7%). Le realtà territoriali dove il lavoro domenicale è più diffuso sono quelle dove la vocazione turistica/commerciale è prevalente: Valle d’Aosta (29,5% di occupati alla domenica sul totale dipendenti presenti in regione), Sardegna (24,5%), Puglia (24%), Sicilia (23,7%) e Molise (23,6%) guidano questa particolare graduatoria. In coda alla classifica, invece, si posizionano l’Emilia Romagna (17,9%), le Marche (17,4%) e la Lombardia (16,9%). La media nazionale si attesta al 19,8%. Rispetto agli altri Paesi europei, comunque, l’Italia si posiziona negli ultimi posti della classifica tra chi lavora di domenica. Se nel 2015, in riferimento ai lavoratori dipendenti, la media dei 28 Paesi Ue era del 23,2%, con punte del 33,9% in Danimarca, del 33,4% in Slovacchia e del 33,2% nei Paesi Bassi, da noi la percentuale era del 19,5%. Solo Austria (19,4%), Francia (19,3%), Belgio (19,2%) e Lituania (18%) presentavano una quota inferiore alla nostra. “Negli ultimi anni il trend degli occupati di domenica è aumentato costantemente sia tra i dipendenti che tra gli autonomi. Nel settore commerciale, grazie alla liberalizzazione degli orari introdotta dal governo Monti, una risposta alla crisi è stata quella di aumentare i giorni di apertura dei negozi”, ha commentato il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo. “Con la grande distribuzione e gli outlet che durante tutto l’anno faticano a chiudere solo il giorno di Natale e quello di Pasqua, anche le piccolissime attività, nella stragrande maggioranza dei casi a conduzione familiare, sono state costrette a tenere aperto anche nei giorni festivi per non perdere una parte di clientela”, ha continuato Zabeo. Secondo il segretario dell’associazione Renato Mason, “la maggiore disponibilità di alcuni territori a lavorare nei weekend va in gran parte ricondotta al fatto che buona parte del Paese ha un’elevata vocazione turistica che coinvolge le località montane e quelle balneari, le grandi città, ma anche i piccoli borghi. E quando le attività turistico-ricettive sono aperte anche la domenica, i settori economici collegati, come l’agroalimentare, la ristorazione, i trasporti pubblici e privati, i servizi alla persona, le attività manutentive, sono incentivate a fare altrettanto”, ha concluso Mason.

Carlo Pareto

Sale sulle ferite degli aspiranti pensionati

Pensioni-Inps

Andare in pensione prima di 67 anni e 7 mesi rischia di rimanere un miraggio. Anche l’incontro tra governo e sindacati del 4 maggio è andato a vuoto. Più o meno si è ripetuta la stessa scena della precedente riunione, quella del 6 aprile, il precedente buco nell’acqua. E c’è scetticismo anche sull’esito del prossimo confronto, fissato per il 10 maggio.

I sindacati sono preoccupati: non vedono novità né sulla “fase uno” della riforma delle pensioni né sulla “fase due”. Non è emersa alcuna novità sull’anticipo della pensione (Ape sociale e volontaria), né sulla cosiddetta “quota 41” per i lavoratori precoci, né per il rinnovo di “opzione donna”. Nell’incontro al ministero del Lavoro tra l’esecutivo e Cgil, Cisl, Uil non c’è stato alcun passo in avanti. Gli ostacoli sono doppi, normativi-burocratici e di risorse, da parte dell’esausta finanza pubblica. Eppure l’Ape sociale, quella destinata a disoccupati e lavoratori inabili e con il costo a carico dello Stato, sembrava cosa fatta. In “rampa di lancio” sembrava che fosse anche il pensionamento anticipato per i cosiddetti lavoratori precoci, quelli che hanno cominciato ad andare in fabbrica o in un ufficio da ragazzi. Invece niente: i decreti attuativi per rendere operativa la normativa stabilita nella legge di Bilancio 2017, non si sono ancora visti.

Né, tantomeno, ci sono stati passi in avanti sugli altri importanti temi come l’Ape volontaria (il costo finanziato dalle banche e successivamente rimborsato a rate da chi ha lasciato il lavoro prima del tempo) e le pensioni per i giovani.

C’è da rivedere la riforma Fornero. L’alto e improvviso innalzamento dell’età pensionabile, realizzato nel 2012 da Elsa Fornero, la ministra del Lavoro del governo Monti, ha contribuito fortemente a tagliare la spesa pubblica, quando l’Italia era sotto attacco della speculazione finanziaria internazionale, ma ha provocato “gravi danni collaterali”. Ha colpito pesantemente sia gli anziani sia i giovani: i primi sono stati costretti a rimanere a lavorare anche quando la prestanza fisica e intellettuale non lo permette più, i secondi sono rimasti al di fuori del sistema produttivo perché i genitori non potevano andare in pensione.

Non solo. Le imprese alla ricerca di manodopera giovane, alle volte hanno continuato ad andare avanti alla meno peggio mentre altre volte sono ricorse alla cassa integrazione e ai licenziamenti per realizzare un rinnovamento generazionale. È scoppiato il caos previdenziale. Tutti i governi successivi a quello del tecnico Mario Monti sono stati sommersi dalla marea degli “esodati”.  Ben 100 mila lavoratori rimasti senza salario e senza pensione sono stati “tutelati” con interventi di emergenza e tampone mediante ben 8 “salvaguardie”, con costi altissimi per le finanze pubbliche.

Ma una revisione strutturale della legge Fornero, che introduca maggiore flessibilità nell’uscita dal lavoro, non c’è stata. Matteo Renzi ci ha provato quando era presidente del Consiglio, siglando un accordo con i sindacati lo scorso settembre poi riversato nella legge di Bilancio 2017, ma finora è rimasto lettera morta. Lo stesso discorso vale per Paolo Gentiloni. Il presidente del Consiglio non solo si è fatto carico della “fase uno” della riforma delle pensioni stabilita dal governo Renzi, ma ha anche annunciato la “fase due” rimasta finora lettera morta.

Certo ha inciso la scarsità di risorse pubbliche. In queste settimane poi, Gentiloni ha dovuto affrontare altre due grane impreviste: la manovrina economica (circa 3 miliardi di euro) chiesta dalla commissione europea per ridurre il deficit pubblico e il nuovo tracollo dell’Alitalia (per ora 600 milioni di euro di prestito ponte per impedire il fallimento della compagnia aerea). Per le pensioni anticipate sono rimasti ben pochi fondi. Ma sarà difficile per il presidente del Consiglio non trovare una soluzione almeno per l’Ape sociale, il fronte più caldo del disagio sociale. C’è un’inerzia pericolosa. Gentiloni rischia di gettare sale sulle ferite degli aspiranti pensionati.

Rodolfo Ruocco

(sfogliaroma.it)

800 euro a figlio. Torna il bonus mamma

Bonus-MammaDa oggi è possibile presentare la domanda per richiedere il “bonus mamma” di 800 euro per la nascita o l’adozione di un minore. Il premio viene corrisposto direttamente dall’Inps in un’unica soluzione in relazione a ogni figlio nato, adottato o affidato dal 1° gennaio 2017.

In fase di presentazione della domanda è necessario specificare l’evento per il quale si richiede il beneficio e precisamente: compimento del settimo mese di gravidanza; nascita, anche se antecedente all’inizio dell’ottavo mese di gravidanza; adozione del minore, nazionale o internazionale, disposta con sentenza divenuta definitiva; affidamento pre-adottivo nazionale disposto con ordinanza o affidamento pre-adottivo internazionale.

La domanda deve essere presentata dopo il compimento del settimo mese di gravidanza e comunque, improrogabilmente entro un anno dal verificarsi della nascita, adozione o affidamento, esclusivamente online tramite: il servizio dedicato accessibile direttamente dal cittadino tramite Pin dispositivo attraverso il portale dell’Istituto; gli enti di patronato; il Contact center Integrato al numero verde 803 164 (gratuito da rete fissa) oppure 06 164 164 da rete mobile.

Per i soli eventi verificatisi dal 1° gennaio 2017 al 4 maggio 2017, data di rilascio della procedura telematizzata di acquisizione, il termine di un anno per la presentazione della domanda telematica decorre dal 4 maggio.

Il premio alla nascita rappresenta una misura volta a sostenere il reddito delle donne in gravidanza che si trovano ad affrontare spese notevoli sia dal punto di vista medico sia per quanto riguarda l’acquisto di articoli per l’infanzia a prescindere dalle condizioni reddituali personali o familiari.

Ove invece si tratti di parto plurimo, la domanda, se già presentata al compimento del 7° mese, andrà presentata anche in esito alla nascita con l’inserimento delle informazioni di tutti i minori necessarie per l’integrazione del premio già richiesto, rispetto al numero dei nati. Nei casi in cui sia prevista la presenza di un legale rappresentante (es. se la madre avente diritto è minorenne o incapace di agire per altri motivi) il pin della richiedente viene fisicamente rilasciato al legale rappresentante, che effettuerà l’accesso al sistema con i dati identificativi della richiedente e procederà alla presentazione della domanda con i dati della stessa.

La misura del premio è pari a 800 euro per ciascun evento e in relazione a ogni figlio nato/adottato o affidato. Alla corresponsione del premio alla natalità provvede l’INPS nelle modalità indicate dal richiedente nella domanda (bonifico domiciliato, accredito su conto corrente bancario o postale, libretto postale o carta prepagata con IBAN). Il mezzo di pagamento prescelto deve essere intestato al richiedente. In caso di avente diritto minorenne o incapace di agire, la domanda è presentata dal legale rappresentante in nome e per conto dell’avente diritto. Anche in questo caso il mezzo di pagamento prescelto dev’essere comunque intestato all’avente diritto (minorenne o incapace di agire). L’utente che opta per l’accredito su un conto con IBAN è tenuto a presentare, in linea con le istruzioni contenute nei Messaggi n. 1652/2016 e n. 4395/2016 anche il mod. SR163 (“Richiesta di pagamento delle prestazioni a sostegno del reddito”), salvo che tale modello non sia stato già presentato all’INPS in occasione di altre domande di prestazione. Il modello SR163 è necessario per verificare la corrispondenza tra l’IBAN indicato nella domanda di assegno e la titolarità del conto a cui l’IBAN stesso si riferisce e, pertanto, è funzionale alla corretta erogazione del premio in favore della richiedente. A tale fine quindi nel modello SR163 andrà riportato, oltre che il codice fiscale della richiedente, la modalità di pagamento scelta (che è la stessa indicata nella domanda di assegno di natalità), i dati di riferimento dell’Agenzia o Filiale dell’Istituto di credito (Banca/Posta) che effettua il pagamento, nonché il codice IBAN, riferito al rapporto finanziario del richiedente la prestazione, con data, timbro e firma del funzionario del competente Ufficio postale o della Banca.

L’articolo 1, comma 353 della legge 11 dicembre 2016, n.232 stabilisce che il premio non concorre alla formazione del reddito complessivo di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917. L’onere derivante dall’erogazione del premio di natalità, pari a euro 800,00, ai sensi dell’art. 1, comma 353 della Legge 11 dicembre 2016, n. 232 (Legge stabilità 2017), è posto a carico del Bilancio dello Stato.

Se è chiaro chi potrà beneficiare del “bonus bebè” e quali modalità si dovranno seguire per ottenerlo, non sembrano chiari gli scopi. Non sembrerebbe finalizzato all’incentivazione di una politica di crescita demografica. Sembrerebbe un omaggio statale fatto a tutte le donne che diventano mamme, come se il Governo “galantuomo” sentisse il dovere di regalare un fiore per ogni bambino (nato o adottato) con la consapevolezza degli oneri derivanti dall’assolvimento del loro compito materno.

Dopo, lo Stato sarà in grado di dare ad ogni bambino nato una vita serena, un lavoro dignitoso ed una educazione al libero pensiero? Avranno tutti le stesse opportunità di realizzazione, saranno tutti liberi dai bisogni e felici di essere venuti al mondo?

Con grande rammarico, sappiamo tutti che per le nuove generazioni, le prospettive esistenziali, purtroppo, non si profilano migliori di quelle riservate alle generazioni precedenti. L’impegno politico dovrebbe guardare lontano e pensare sempre alla costruzione di un mondo migliore. Le esigenze umane per il soddisfacimento dei bisogni, dovrebbero essere sempre prioritarie a qualsiasi altro interesse di parte.

Salvatore Rondello

Cessione del quinto, cambiano le classi d’importo per stipendio
e pensione

Cambiano le classi d’importo per la cessione del quinto dello stipendio e della pensione

INPS RECEDE DALLE CONVENZIONI PER LE NECESSARIE MODIFICHE

Il Ministero dell’Economia e delle Finanze con il decreto n. DT24126 del 27 marzo u.s. ha pubblicato i nuovi tassi effettivi globali medi ai fini della legge sull’usura ed i conseguenti tassi soglia vigenti a far data dal prossimo 1 aprile 2017. La novità del citato decreto sta nel fatto che sono state modificate le classi di importo rilevanti ai fini delle operazioni di cessione del quinto dello stipendio e della pensione, tenuto conto che fino ad oggi dette classi di importo sono state così suddivise:

< 5.000 euro e > 5.000 euro e che le future classi di importo dei prestiti sono rimodulate secondo i seguenti valori: < 15.000 euro e > 15.000 euro.

L’attuale schema di Convenzione dell’Inps – finalizzata a disciplinare l’estinzione dietro cessione del quinto della pensione di prodotti di finanziamento concessi ai pensionati – fa specifico riferimento ai parametri che sono stati fino ad oggi vigenti ai fini del calcolo dei tassi soglia convenzionali. Tali tassi non sono più vigenti alla luce del decreto su menzionato e pertanto l’Istituto, essendo impossibilitato nell’immediatezza agli adeguamenti tecnici e contrattuali, intende avvalersi della facoltà di recesso unilaterale dalle convenzioni finora stipulate con le Banche e gli Intermediari finanziari a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto stesso. Seguiranno apposite comunicazioni formali a ciascuna delle società interessate. Si assicura che tutte le società in regime di convenzionamento potranno stipulare i nuovi contratti di finanziamento a far data dal 1 aprile 2017 in regime di accreditamento. Sarà possibile operare in regime di convenzionamento a seguito dell’approvazione di un nuovo schema convenzionale da parte di questo Istituto. Le relative procedure informatiche rimarranno sospese per il tempo strettamente necessario all’adeguamento alle nuove normative.

Voucher baby sitting

MODALITA’ DI RICHIESTA

L’Inps rende noto che, a seguito delle novità legislative introdotte dal Decreto Legge n. 25 del 17 marzo 2017, che non consente più l’acquisto di “buoni lavoro” (voucher), ha chiesto al Ministero del Lavoro e al Dipartimento Politiche per la Famiglia se possa continuare a emettere voucher baby sitting – contributo asilo nido, di cui all’art.4, comma 24, lettera b) della legge 92/2012, oppure se debbano essere introdotti strumenti alternativi di erogazione del beneficio. Tenuto conto della risposta pervenuta oggi, 30 marzo, l’Istituto, che aveva già modificato la procedura in modo da consentire l’emissione dei soli voucher baby sitting, continuerà a erogare il beneficio con questa modalità.

Inps

ACCERTAMENTO REDDITI DI PENSIONATI RESIDENTI ALL’ESTERO

L’Inps è tenuta, per obbligo di legge, alla verifica annuale delle situazioni reddituali dei pensionati incidenti sul diritto o sulla misura delle prestazioni pensionistiche, inclusi i redditi rilevanti prodotti all’estero (articolo 13, legge 30 dicembre 1991, n. 412).

Accertamenti reddituali

I redditi prodotti all’estero sono accertati dalle certificazioni rilasciate dalle autorità estere competenti (articolo 49, legge 289/2002). Tali redditi, utili per l’accertamento dei requisiti reddituali per l’accesso alle pensioni, sono valutati dall’ente erogatore sulla base delle disposizioni nazionali.

I redditi vanno dichiarati secondo le seguenti tipologie:

redditi previdenziali italiani ed esteri;

redditi da lavoro;

redditi immobiliari (esclusa la prima casa di abitazione);

redditi di capitali e di partecipazione;

redditi di arretrati degli anni precedenti;

rendite vitalizie o a tempo determinato;

redditi a carattere assistenziale.

Il decreto ministeriale del 12 maggio 2003 di attuazione dell’art. 49, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale numero 117 del 22 maggio 2003, indica in quali casi l’accertamento reddituale va effettuato con le certificazioni rilasciate dagli organismi esteri o con autocertificazione.

I redditi derivanti dalla percezione di prestazioni previdenziali e assistenziali devono essere certificati dagli Organismi che erogano le prestazioni nei singoli Paesi esteri.

Le autocertificazioni previste espressamente dalla norma debbono essere rese all’Autorità consolare italiana o a uno degli enti di patronato autorizzati. Al riguardo, il Consolato o l’ente di patronato annotano sull’autocertificazione l’avvenuto accertamento dell’identità personale del dichiarante e la presentazione delle citate certificazioni.

A titolo esemplificativo giova riportare le seguenti possibili tipologie di certificazione degli enti previdenziali e/o assistenziali esteri, da ritenersi valide ai fini dell’accertamento in questione:

certificazione già in possesso del pensionato, assimilabile ai modelli Obis/M e Certificazione Unica;

certificazione, rilasciata a richiesta dell’interessato, dalla quale risulti la titolarità della prestazione e il relativo importo;

ricevuta o avviso di pagamento, solo nel caso in cui sia evidenziato l’Organismo ordinante e si possa desumere l’importo complessivo annuo della pensione.

L’Inps effettua controlli a campione per verificare la regolarità delle autocertificazioni secondo quanto previsto dalle disposizioni normative vigenti in materia. I pensionati possono rivolgersi agli enti di patronato per la compilazione dei modelli e il loro invio online all’Inps.

In alternativa, i pensionati possono spedire i modelli compilati e sottoscritti alla sede Inps che ha in carico la pensione, con allegata la documentazione richiesta e la fotocopia di un documento di identità valido.

La campagna RED/EST

Tenuto conto di quanto disposto dagli articoli di legge che impongono all’Inps di procedere alla verifica delle situazioni reddituali dei pensionati, incidenti sulle prestazioni pensionistiche, ogni anno viene disposto l’accertamento dei redditi – relativi all’anno precedente – dei pensionati residenti all’estero.

Il modello RED/EST prevede quattro sezioni:

la prima indica come compilare il modulo;

la seconda raccoglie i dati del titolare della pensione, del coniuge e dei familiari;

la terza include la dichiarazione di responsabilità e l’informativa sul trattamento dei dati personali;

la quarta consente la delega al patronato.

Si può rinunciare a dichiarare i redditi, con conseguente cessazione della prestazione.

I pensionati devono autocertificare la propria cittadinanza italiana. L’Inps verificherà il requisito

con tutti i mezzi idonei (documento di identità italiano, presenza del nominativo negli archivi o del Ministero degli Affari Esteri, comunicazioni e/o certificazioni delle competenti autorità consolari, ecc.).

Il modello spedito ai pensionati è precompilato con le informazioni delle pensioni presenti nel Casellario dei pensionati. Il pensionato deve utilizzare le righe in bianco per comunicare ulteriori pensioni estere di cui è titolare. In particolare, l’interessato deve indicare l’importo di:

ogni pensione percepita nell’anno di riferimento, al netto di arretrati corrisposti nell’anno, ma di competenza degli anni precedenti;

trattamenti di famiglia;

eventuali contributi previdenziali.

Il pensionato deve indicare per quanti mesi ha percepito la pensione. Gli importi vanno indicati nella valuta del Paese che eroga il trattamento.

Le attività degli enti di patronato

Alla consegna dei modelli reddituali allegati alla lettera di richiesta, gli enti di patronato devono:

accertare l’identità del dichiarante;

ricevere i modelli RED/EST compilati e firmati;

verificare che la documentazione sia conforme ai dati indicati nei modelli;

acquisire i dati attraverso il sito web dell’Inps.

Carlo Pareto

Unioni civili e convivenze di fatto, arrivano le prime istruzioni dell’Inps

Prime istruzioni operative dall’Inps

UNIONI CIVILI E CONVIVENZE DI FATTO

Con legge 76 del 2016 è stato introdotto l’istituto delle Unioni civili tra persone dello stesso sesso e sono state disciplinate le convivenze di fatto. Con la circolare 66, a fronte delle richieste di chiarimenti pervenute dalle strutture territoriali, l’Inps ha fornito le prime istruzioni sull’incidenza delle nuove disposizioni normative sulla disciplina degli obblighi previdenziali a carico degli esercenti attività d’impresa.

Le unioni civili costituite da persone maggiorenni dello stesso sesso che si sono unite legalmente acquisendo lo status di “coniuge”, risultano destinatarie di qualsiasi disposizione normativa, regolamentare o amministrativa, oltreché di tutte le disposizioni del codice civile espressamente richiamate dalla predetta legge. Pertanto tale status rileva anche ai fini dell’individuazione dei soggetti che svolgono attività lavorativa in qualità di collaboratori del titolare d’impresa o, se l’impresa assume forma societaria, di uno dei titolari.  L’equiparazione comporta anche la necessità di estendere le tutele previdenziali in vigore per gli esercenti attività autonoma, ai coadiuvanti uniti al titolare da un rapporto di unione civile. Per il regime patrimoniale applicabile alle unioni civili, anche con riferimento al campo di applicazione dell’istituto dell’impresa familiare, il soggetto unito civilmente al titolare dell’impresa familiare deve essere equiparato al coniuge, con tutti i conseguenti diritti ed obblighi di natura fiscale e previdenziale.

Le convivenze di fatto, invece, consistono in unioni stabili tra due persone maggiorenni, legate da vincoli affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile. La nuova normativa estende al convivente alcune tutele riservate al coniuge o ai familiari ma non introduce alcuna equiparazione di status né estende al convivente gli stessi diritti e obblighi di copertura previdenziale previsti per il familiare coadiutore. Le sue prestazioni saranno quindi valutabili, in base alle disposizioni vigenti ed alle elaborazioni giurisprudenziali, al fine di individuare la tipologia di attività lavorativa che si adatti al caso concreto.

La legge attribuisce però al convivente che presta stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente, il diritto di partecipazione agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi, nonché agli incrementi dell’azienda, a meno che non sussista già tra le parti un rapporto di subordinazione o di società. Tale innovazione, pur non attribuendo ai conviventi di fatto i medesimi diritti di cui godono i familiari, consente che l’eventuale attribuzione di utili d’impresa da parte del titolare, non abbia alcuna conseguenza in ordine all’insorgenza dell’obbligo contributivo del convivente alle gestioni autonome, mancando i necessari requisiti soggettivi, dati dal legame di parentela o affinità rispetto al titolare.

Pensione anticipata

I TEMPI SI ALLUNGANO

La partenza dell’Ape volontaria potrebbe slittare rispetto al 1° maggio. Ad affermarlo è stato Stefano Patriarca, consigliere economico dell’unità di coordinamento della politica economica della presidenza del Consiglio dei ministri, nel corso del convegno ‘Tuttolavoro’, svoltosi di recente nella sede milanese del ‘Sole 24 Ore’. Patriarca, ammettendo che “si sta ancora lavorando alla piattaforma informatica che dovrà gestire il tutto”, ha sottolineato come la percentuale massima dell’Anticipo finanziario a garanzia pensionistica che potrà essere chiesta oscillerà da un minimo del 75 a un massimo del 90% in relazione alla durata dell’anticipo e l’importo minimo dovrà essere di almeno 150 euro.

Pensione anticipata, cos’è e come fare domanda

Il consigliere ha ricordato anche come l’Ape non sia un anticipo pensionistico: non si va prima in pensione in poche parole, ma si ottiene un reddito ponte da 63 anni fino alla maturazione del requisito anagrafico per l’assegno previdenziale di vecchiaia. Anticipo che poi sarà restituito in rate mensili per 20 anni a partire dalla decorrenza della pensione vera e propria. Oltre a sapere che l’importo minimo sarà di 150 euro, ora si sa anche che esiste un limite massimo di quanto si può ottenere a seconda di quanto prima di andare in pensione si chiede l’Ape. Il ritardo nei tempi per l’Ape volontaria potrebbe essere comunque contenuto in circa 15 giorni, ha riferito Marco Leonardi, consigliere economico della presidenza del Consiglio dei ministri, durante ‘Tuttolavoro’, tirando in ballo i tempi dell’iter burocratico e della costituzione di una piattaforma elettronica dove fare la richiesta. Dal canto suo il presidente dell’Inps, Tito Boeri, a margine di un convegno sulle pensioni dei millennials ha sottolineato come l’Istituto abbia “fatto tutto quello che dovevamo fare. Abbiamo preparato tutto compresi gli applicativi e il simulatore ma fino a quando non ci sarà un Dpcm non possiamo operare”.

Commercialisti

NODI SU BONUS LAVORO SUD

Ancora una “falsa partenza” per il bonus occupazione al Sud. A denunciarlo l’Associazione nazionale dei commercialisti (Anc), sottolineando che, “dopo aver atteso oltre due mesi affinché l’Inps mettesse a disposizione la procedura telematica per la prenotazione del Bonus occupazione Sud, i datori di lavoro beneficiari dell’incentivo, decorrente dal primo gennaio 2017, hanno avuto un’amara sorpresa: la prima elaborazione massiva delle richieste avanzate dal 15/3 al 30/3”, infatti, “ha generato la bocciatura ingiustificata di circa il 60% delle istanze (una stima per difetto sulla base di un breve sondaggio tra gli iscritti Anc), a seguito della verifica dello status di disoccupazione del lavoratore”. Secondo il sindacato dei professionisti, “il malfunzionamento del sistema trova conferma nella comunicazione dell’Inps del 7 aprile, con la quale l’Istituto ha dovuto

ammettere il riscontro di ‘alcune anomalie in sede di verifica delle informazioni concernenti lo stato di disoccupazione’, affermando che si procederà ad un riesame, senza tuttavia precisare modalità e tempistica”. L’Anc, pertanto, evidenzia “un disservizio le cui conseguenze, ancora una volta, penalizzano imprese e professionisti: a distanza di quasi 4 mesi dall’avvio dell’agevolazione, moltissime aziende, e con loro i professionisti che le assistono, si trovano in uno stato di impedimento ‘sine die’, che non consente loro di godere delle agevolazioni previste dal Legislatore, costringendole a versare contribuzioni non dovute”. Perciò, i commercialisti chiedono che “si intervenga con urgenza, senza che ciò determini ulteriori adempimenti in capo agli intermediari e ai datori di lavoro”.

Unioncamere

BOOM AMBULANTI STRANIERI

Boom di ambulanti stranieri in Italia, +30% in quattro anni. E’ Napoli la capitale delle bancarelle. Ma mentre i mercatini spopolano i negozi tradizionali perdono terreno. E’ quanto emerge dalla fotografia scattata da Unioncamere-InfoCamere sui dati del Registro delle Imprese, secondo cui tra il 2012 e il 2016 la crescita dell’imprenditoria straniera (+24 mila imprese) è stata determinante per il bilancio del commercio ambulante che si è chiuso con un saldo positivo di 15.000 unità (+8,3%), portando a quasi 195mila il numero complessivo delle imprese del settore. Positivo, ma meno significativo in termini assoluti, il contributo delle imprese di giovani under 35. I giovani in più, sbarcati nei mercatini negli ultimi quattro anni, sono stati circa 1.800 (+5,3% la crescita della componente under 35 nel periodo), mentre sostanzialmente fermo è risultato il bilancio delle imprenditrici (+0,2% nei cinque anni). Allo slancio degli ambulanti ha fatto da sfondo una riduzione, per quanto lieve, delle attività commerciali svolte nei tradizionali negozi. Complice la prolungata crisi e, più in particolare, il ristagno dei consumi, le attività commerciali al dettaglio con sede fissa sono calate tra il 2012 e il 2016 di circa 3mila unità (pari allo 0,3% in meno nel periodo). Non è un caso, infatti, che le attività ambulanti abbiano registrato variazioni percentuali più importanti al Sud. A Napoli, Reggio Calabria, Pescara e Catanzaro per il commercio itinerante si contano aumenti superiori al 20% nell’arco dell’intero periodo considerato. Tuttavia, anche in due grandi province del nord e del centro come Milano e Roma, la variazione di attività ambulanti nel quadriennio è molto elevata, rispettivamente +34% e +22%. E’ il settore dei tessuti e articoli di abbigliamento il protagonista tra le bancarelle. A questo settore, a fine dicembre dello scorso anno, facevano capo 51.646 imprese ambulanti (il 27% del totale), cresciute di oltre 3mila unità (+6,6%) negli ultimi quattro anni. Con riferimento alle sole imprese individuali, la nazionalità in maggiore espansione negli ultimi quattro anni è il Bangladesh (6.659 ambulanti in più e 15.213 imprese in totale) che, insieme al Senegal (+2.257), condivide il secondo posto per rappresentatività nel commercio ambulante (entrambi con il 15% sul totale). Ma la leadership delle bancarelle resta tuttavia saldamente in mano ai marocchini con 40.189 ambulanti (il 39% del totale del comparto), anch’essi cresciuti in modo significativo nel periodo esaminato (+14%).

Carlo Pareto

Ape sociale. Sul portale Inps ora è possibile calcolarne il valore

Ape sociale

COS’E’ E COME FARE DOMANDA

Anticipi sulla pensione, con il nuovo portale Inps è possibile calcolare – grazie alla presenza di strumenti di supporto e feedback – il valore delle misure, per chi fosse interessato, attraverso autenticazione. Il nuovo sito, molto più social e al passo coi tempi, vuole infatti mettere l’utente al centro dell’esperienza, supportarlo e ascoltare bisogni e esigenze. L’Inps eroga diverse tipologie di prestazioni pensionistiche, in base alla gestione o al fondo di appartenenza degli iscritti e ai requisiti contributivi e anagrafici previsti dalla legge. Tra queste, l’Anticipo pensionistico sociale (o Ape Sociale) e l’Anticipo finanziario a garanzia pensionistica (o Ape Volontaria).

Ma cos’è l’Ape sociale? A chi è rivolto, come funziona e come fare domanda, secondo quanto riportato sul nuovo portale dell’Istituto nazionale di previdenza sociale.

– Ape Sociale (Anticipo pensionistico)

Si tratta di una misura sperimentale in vigore dal 1° maggio 2017 al 31 dicembre 2018 intesa ad agevolare la transizione verso il pensionamento per soggetti svantaggiati o in condizioni di disagio ed è soggetta a limiti di spesa. L’indennità di natura assistenziale a carico dello Stato viene erogata dall’Inps a soggetti in stato di bisogno che abbiano compiuto almeno 63 anni di età e che non siano già titolari di pensione diretta. Viene corrisposta, a domanda, fino al raggiungimento dell’età prevista per la pensione di vecchiaia o dei requisiti per la pensione anticipata.

A chi è rivolto: spetta ai lavoratori, dipendenti pubblici e privati, autonomi e ai lavoratori iscritti alla Gestione separata che si trovano in una delle seguenti condizioni:

– disoccupati che hanno finito integralmente di percepire, da almeno tre mesi, la prestazione per la disoccupazione loro spettante. Lo stato di disoccupazione deve essere conseguente alla cessazione del rapporto di lavoro per licenziamento, anche collettivo, dimissioni per giusta causa o risoluzione consensuale nell’ambito della procedura obbligatoria di conciliazione prevista per i licenziamenti per giustificato motivo oggettivo (articolo 7, legge 15 luglio 1966, n. 604);

– soggetti che assistono, al momento della richiesta e da almeno sei mesi, il coniuge o un parente di primo grado convivente (genitore, figlio) con handicap grave (articolo 3, comma 3, legge 5 febbraio 1992, n. 104);

– invalidi civili con un grado di invalidità pari o superiore al 74%;

– dipendenti che svolgono da almeno sei anni in via continuativa un lavoro particolarmente difficoltoso o rischioso all’interno delle seguenti professioni:

– operai dell’industria estrattiva, dell’edilizia e della manutenzione degli edifici;

– conduttori di gru o di macchinari mobili per la perforazione nelle costruzioni;

– conciatori di pelli e di pellicce;

– conduttori di convogli ferroviari e personale viaggiante;

– conduttori di mezzi pesanti e camion;

– personale delle professioni sanitarie infermieristiche e ostetriche ospedaliere con lavoro organizzato in turni;

– addetti all’assistenza personale di persone in condizioni di non autosufficienza;

– insegnanti della scuola dell’infanzia e educatori degli asili nido;

– facchini, addetti allo spostamento merci e assimilati;

– personale non qualificato addetto ai servizi di pulizia;

– operatori ecologici e altri raccoglitori e separatori di rifiuti.

Requisiti: per ottenere l’indennità è necessario avere, al momento della richiesta, almeno 63 anni di età; almeno 30/36 anni di anzianità contributiva a seconda dei casi. Solo per i lavoratori che svolgono attività difficoltose o rischiose l’anzianità contributiva minima richiesta è di 36 anni; maturare il diritto alla pensione di vecchiaia entro tre anni e sette mesi; non essere titolari di alcuna pensione diretta.

L’accesso al beneficio è inoltre subordinato alla cessazione di qualunque attività lavorativa anche autonoma. L’indennità non spetta ai titolari di pensione diretta. Non è compatibile con i trattamenti di sostegno al reddito connessi allo stato di disoccupazione involontaria, con l’assegno di disoccupazione (ASDI) nonché con l’indennizzo per la cessazione dell’attività commerciale.

È compatibile con lo svolgimento di attività lavorativa dipendente o parasubordinata soltanto nel caso in cui i relativi redditi non superino gli 8.000 euro annui e con lo svolgimento di attività di lavoro autonomo nel limite di reddito di 4.800 euro annui.

Come fare domanda: ulteriori istruzioni dettagliate (dalla procedura per l’accertamento delle condizioni per accedere all’indennità alla documentazione da presentare) sono state specificate a seguito dell’emanazione dell’apposito decreto del presidente del Consiglio dei ministri avvenuta recentemente. Il servizio online per l’inoltro della domanda all’Inps è stato rilasciato a seguito del decreto attuativo.

Economia

CUNEO FISCALE COS’E’?

Il cuneo fiscale in Italia è “di ben 10 punti” più alto rispetto a quello che si registra mediamente nel resto d’Europa. E’ quanto sostiene la Corte dei Conti nel suo Rapporto 2017 sul coordinamento della finanza pubblica. Secondo i magistrati contabili, “il cuneo fiscale, riferito alla situazione media di un dipendente dell’industria, colloca al livello più alto la differenza fra il costo del lavoro a carico dell’imprenditore e il reddito netto che rimane in busta paga al lavoratore: il 49% prelevato a titolo di contributi (su entrambi) e di imposte (a carico del lavoratore)”. Ma cos’è esattamente il cuneo fiscale? In pratica è la differenza tra quanto costa un dipendente al datore di lavoro e quanto riceve al netto lo stesso lavoratore, calcolata in percentuale del salario lordo. In parole povere è la differenza tra quanto un dipendente costa all’azienda (stipendio lordo) e quanto lo stesso dipendente incassa, netto, in busta paga. Essendo un indicatore percentuale che indica il rapporto tra tutte le imposte sul lavoro (dirette, indirette e contributi previdenziali) e il costo del lavoro complessivo, può essere determinato sia per i lavoratori dipendenti sia per i lavoratori autonomi o liberi professionisti. Il cuneo fiscale sul lavoro del lavoratore dipendente in Italia è costituito dall’Irpef aumentata dalle addizionali locali e contributi previdenziali. Per il lavoratore autonomo e per il libero professionista è costituito da Irpef aumentata dalle addizionali locali, contributi previdenziali e Iva.

Corte dei Conti

CUNEO FISCALE 10 PUNTI OLTRE MEDIA UE

L’esposizione tributaria in Italia più alta rispetto alla media del resto dell’Europa non aiuta il contrasto all’economia sommersa e la lotta all’evasione. E’ quanto sostiene la Corte dei Conti nel suo Rapporto 2017 sul coordinamento della finanza pubblica, presentato recentemente a Roma dal presidente Arturo Martucci di Scarfizzi. Secondo i magistrati contabili, infatti, “il cuneo fiscale, riferito alla situazione media di un dipendente dell’industria, colloca al livello più alto la differenza fra il costo del lavoro a carico dell’imprenditore e il reddito netto che rimane in busta paga al lavoratore: il 49% prelevato a titolo di contributi (su entrambi) e di imposte (a carico del lavoratore) eccede di ben 10 punti l’onere che si registra mediamente nel resto d’Europa”. Inoltre, “anche i costi di adempimento degli obblighi tributari, che il medio imprenditore italiano è chiamato ad affrontare, sono significativi: 269 ore lavorative, il 55% in più di quanto richiesto al suo competitore europeo”, si legge ancora nel rapporto. “Guardando poi alla tenuta del sistema tributario – scrive la Corte dei Conti – se è indubbio che la politica fiscale ha impresso forti accelerazioni alla dinamica delle entrate, non sembra che essa si sia mostrata efficace nel rafforzarlo strutturalmente: in modo da sottrarlo ai vincoli che spingono a ricercare nuove fonti di gettito e, al contempo, porre i presupposti per una redistribuzione del prelievo nel quadro di una riduzione della pressione fiscale complessiva”. Nel rapporto si legge poi che “nonostante le incertezze iniziali, l’andamento dell’economia sembrerebbe aver segnato un’inversione di marcia verso un’espansione meno fragile e più qualitativa ”. Secondo quanto si legge nella relazione, infatti, “il Pil nel corso del 2016 è cresciuto dello 0,9% a fronte di un negativo e non anticipato contributo delle scorte e di un andamento superiore alle attese degli investimenti (+2,9%), sia nelle ‘costruzioni’ che in ‘macchinari e attrezzature’”. Nel primo caso “si è finalmente usciti da una fase di recessione protrattasi per otto anni; nel secondo, si ha evidenza di una ripresa del processo di accumulazione non prevista in queste dimensioni e la cui assenza era stata comunemente indicata come il principale fattore di debolezza italiana. Al contempo, il rallentamento delle componenti estere della domanda si è rivelato meno pronunciato di quanto temuto e ciò con riguardo soprattutto alle esportazioni”, si legge ancora nel rapporto. “Proprio nella prospettiva di medio termine – spiega ancora il rapporto – vanno evidenziate le sorprese positive nella dinamica di tali voci. Con riferimento agli investimenti, vi sono segnali che il combinato disposto delle favorevoli condizioni finanziarie e degli incentivi messi a disposizione dal governo stia finalmente sospingendo il recupero del saggio di accumulazione, gravemente deterioratosi durante gli anni della recessione”, continua il rapporto. Il sentiero del risanamento finanziario per l’Italia “è reso più faticoso” da una dinamica del prodotto interno lordo meno pronunciata degli altri Paesi dell’area euro. Ma “considerando il maggior livello del debito” questo sentiero è “necessario” si legge nella relazione. “Nella prospettiva storica e nel confronto con gli altri Paesi europei, lo sforzo di risanamento finanziario perseguito dall’Italia, reso necessario da un livello del debito elevato, prosegue o si attenua? Guardando al periodo intercorso dalla decisione di aderire alla moneta unica ad oggi – puntualizza il rapporto – il saldo primario rimane sempre positivo, ma si riduce progressivamente”. “La riduzione degli oneri per interessi – continua il documento – ne compensa gli effetti sull’indebitamento, che rimane in prossimità del 3% del prodotto, la soglia fissata nel Trattato di Maastricht”. “Nel contesto di bassa crescita che ha caratterizzato gli anni più recenti e di un’inflazione ben al di sotto degli obiettivi delle Autorità monetarie, livelli del saldo primario più contenuti, uniti ad un costo medio che si mantiene comunque vicino al 3%, generano un ulteriore aumento del debito che, a fine 2016, arriva al 132,6% del Pil”, continua il rapporto.

Padoan – “Nel 2016 la crescita ha ripreso vigore e i primi segnali dell’anno in corso sono molto incoraggianti – ha detto il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan intervenendo alla presentazione del rapporto – Siamo in una fase di transizione verso una crescita più robusta e sostenuta”.

Carlo Pareto