Lavoro: Inps, in 4 mesi +559mila. Ma boom di precari

Inps-Pensioni sindacalistiNei primi 4 mesi 2017 il saldo tra assunzioni e cessazioni nel settore privato è stato pari a +559.000, superiore allo stesso periodo del 2016 (+390.000) e del 2015 (+499.000). Lo comunica l’Inps, precisando che il saldo annualizzato (la differenza assunzioni-cessazioni negli ultimi 12 mesi) alla fine del primo quadrimestre 2017 risulta positivo e pari a +490.000. A trainare sono stati in contratti a tempo determinato (+415 mila, inclusi gli stagionali e i contratti di somministrazione), seguiti dai contratti di apprendistato (+47.000) e da quelli a tempo indeterminato (+29.000).

Tra gennaio e aprile 2017, specifica l’Inps, complessivamente le assunzioni riferite al settore privato sono risultate 2.129.000, in aumento del 17,5% rispetto ai mesi gennaio-aprile 2016. Il maggior contributo però è dato dalle assunzioni a tempo determinato (+30,6%) mentre sono diminuite quelle a tempo indeterminato (-4,5%). Le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato sono risultate 122.000, con una riduzione rispetto allo stesso periodo del 2016 (-2,4%).

In particolare sono cresciute le assunzioni a tempo determinato nei comparti del commercio, turismo e ristorazione (+47,5%) e delle attività immobiliari (+43,6%). Negli stessi settori si osserva inoltre una crescita anche delle assunzioni in apprendistato (+46,9% nelle attività immobiliari e +35,8% nel commercio, turismo e ristorazione). Significativa pure la crescita dei contratti di somministrazione (+16,7%). Il forte aumento delle assunzioni a tempo determinato in contratti di lavoro intermittente o a somministrazione di manodopera intervenuto dalla seconda metà di marzo può essere messo in relazione alla chiusura della possibilità di acquistare voucher per remunerare i prestatori di lavoro occasionale.

Questo ha portato ad una ulteriore riduzione dell’incidenza dei contratti a tempo indeterminato sul totale delle assunzioni (26,6%) rispetto ai picchi raggiunti nel 2015 quando era in vigore l’esonero contributivo triennale per i contratti a tempo indeterminato. Le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato (ivi incluse le prosecuzioni a tempo indeterminato degli apprendisti) sono risultate 122.000, con una riduzione rispetto allo stesso periodo del 2016 (-2,4%).

Le cessazioni nel complesso sono state 1.570.000, in aumento rispetto all’anno precedente (+10,5%): a crescere sono soprattutto le cessazioni di rapporti a termine (+17,8%) mentre quelle di rapporti a tempo indeterminato sono leggermente in diminuzione (-1%).

Con riferimento ai rapporti di lavoro a tempo indeterminato, il numero complessivo dei licenziamenti risulta pari a 189.000, sostanzialmente stabile rispetto al dato di gennaio-aprile 2016 (-0,6%); cosi’ come stabili risultano le dimissioni (+0,4%). Il tasso di licenziamento (calcolato sull’occupazione a tempo indeterminato, compresi gli apprendisti) è risultato per il primo quadrimestre 2017 pari a 1,8%, sostanzialmente in linea con quello degli anni precedenti (1,8% nel 2016; 1,7% nel 2015).

L’Inps parla anche della complessa situazione dei voucher il cui stop ha fatto aumentare i contratti intermittenti. Infatti l’Inps afferma che dalla seconda meta’ di marzo, si è assistito nel mercato del lavoro ad un “forte aumento” delle assunzioni a tempo determinato in contratti di lavoro intermittente o a somministrazione di manodopera che “può essere messo in relazione alla chiusura della possibilità di acquistare voucher per remunerare i prestatori di lavoro occasionale”. “Questo – si legge – ha portato ad una ulteriore riduzione dell’incidenza dei contratti a tempo indeterminato sul totale delle assunzioni (26,6%) rispetto ai picchi raggiunti nel 2015 quando era in vigore l’esonero contributivo triennale per i contratti a tempo indeterminato”.

Preoccupazione dai sindacati. “Dai rapporti Inps emerge quello che da tempo segnaliamo: una lenta ripresa occupazionale frutto però di profonde contraddizioni. Da una parte ci sono imprese sane che assumono, ma con prudenza – come dimostrato dalla sostanziale staticità degli avviamenti a tempo indeterminato e da una prevalenza dei contratti a termine che continuano a crescere – dall’altra parte sembra ci sia ancora in atto una selezione darwiniana delle imprese, con parte del sistema produttivo in difficoltà”. Lo afferma in una nota il segretario confederale della Uil, Guglielmo Loy.

A maggio, infatti, dopo mesi di calo, risale la domanda di cassa integrazione straordinaria (+99,2%) e ordinaria (+45%), rileva il sindacalista, “a cui andrebbero aggiunte le ore richieste al Fondo di Integrazione Salariale (16,3 mln) delle quali, ad oggi, ne sono state autorizzate solo il 44,7% anche a causa dei ritardi nella lavorazione, che superano i 200 giorni. Dati, questi, che in generale portano a considerare questi ammortizzatori un vero argine ai licenziamenti che, di converso, nel primo quadrimestre diminuiscono soprattutto tra quelli per motivi economici. Resta, quindi, necessaria una rapida scelta politica che riconosca l’urgenza di non ridurre la protezione sociale e che, nel contempo, affronti con coraggio e risorse la questione del rafforzamento della rete delle politiche attive, come unico strumento per la ricollocazione delle persone espulse dal sistema produttivo”.

Inps. Lavori usuranti: si va prima in pensione.
Sconto fino a 18 mesi

Inps

LAVORI USURANTI: SI VA PRIMA IN PENSIONE

Chi svolge lavori usuranti va in pensione prima. Lo sconto è di 12 mesi ai dipendenti e di 18 mesi agli autonomi, quanto valeva il differimento della prima liquidazione della pensione per effetto della cosiddetta “finestra mobile” abrogata dalla legge di Bilancio del 2017. A spiegarlo è l’Inps nella circolare n. 90/2017. I chiarimenti concernono il regime di pensionamento anticipato dei lavoratori che svolgono o hanno svolto lavori cd “usuranti”: attività caratterizzate da mansioni faticose o pesanti (cave, galleria, palombari, ecc.); lavoro notturno a turni; “linea catena”; conduzione veicoli. La legge Bilancio 2017 ha introdotto tre novità: ha precisato il presupposto di lavorazioni faticose; ha abolito la “finestra mobile” (sopravviveva solo per queste pensioni); ha sospeso gli aumenti dei requisiti di pensione in base alla speranza di vita fino all’anno 2025.

Per quanto riguarda la prima novità, dal 1° gennaio 2017 l’accesso alla pensione anticipata richiede che una delle attività usuranti sia stata svolta:

a) per almeno 7 anni negli ultimi 10 anni di attività lavorativa;

ovvero

b) per almeno metà della vita lavorativa complessiva.

Per il computo dei periodi, precisa l’Inps, si tiene conto dell’effettivo svolgimento dell’attività lavorativa da parte del lavoratore interessato (ossia dei periodi effettivi di permanenza nelle predette attività, desumibile dall’accredito di contribuzione obbligatoria), includendo anche eventuali periodi di accredito di contributi obbligatori insieme a quelli figurativi, soltanto con esclusione dei periodi di mancato svolgimento di attività lavorativa e di quelli coperti da soli contributi figurativi (per esempio, mobilità). La seconda novità riguarda l’abolizione della “finestra” di pensionamento. La riforma Fornero aveva disposto che, ai pensionamenti dei lavori usuranti, continuassero ad applicarsi la cosiddetta “finestra mobile” che sposta la decorrenza della pensione, dalla maturazione dei requisiti, di 12 mesi ai lavoratori dipendenti e di 18 mesi ai

lavoratori autonomi. La legge Bilancio 2017 ha cancellato questa norma con l’effetto di anticipare la pensione di 12/18 mesi, rispettivamente ai lavoratori dipendenti e ai lavoratori autonomi.

Terza e ultima novità concerne lo stop alla “speranza di vita”. Come tutti i requisiti di tutte le pensioni, anche quelli della pensione “usurante” sono soggetti all’adeguamento della speranza di vita. L’ultimo c’è stato dal 2016 (più 4 mesi), dopo del 2013 (più 3 mesi). I prossimi (anno 2019, 2021, 2023 e 2025) non si applicheranno agli usuranti.

Statali

LA PENSIONE MEDIA SALE A 1.800 EURO

E’ pari a 1.828,27 euro l’assegno medio mensile degli ex dipendenti pubblici, che sono 2.843.256 per un importo complessivo annuo di 67.577,3 milioni di euro. A renderlo noto è l’Osservatorio Inps, che indica le pensioni della Gestione Dipendenti Pubblici in vigore all’1 gennaio di quest’anno. Rispetto all’anno precedente, si registra un incremento dello 0,8% nel numero delle pensioni (erano 2.819.751 nel 2016) e degli importi annui in pagamento ad inizio anno, cresciuti dell’1,9% rispetto ai 66.309,8 milioni del 2016.

Dall’analisi delle ripartizioni per singola Cassa, calcola ancora l’Inps, emerge che il 59,2% dei trattamenti pensionistici (1.682.284) è erogato dalla Cassa Trattamenti Pensionistici dipendenti Statali (CTPS), seguita dalla Cassa Pensioni Dipendenti Enti Locali (CPDEL) con il 37,6% (1.070.414), mentre le altre casse si dividono il rimanente 3,2% del totale. Nel corso del 2016 sono state liquidate complessivamente 114.833 pensioni, con un decremento del 4,1% rispetto all’anno precedente (119.778), per un importo complessivo di 3.013 milioni di euro e importi medi mensili pari a 2.018,33 euro (in aumento dell’1,1% rispetto al 2015, quando l’importo medio mensile era pari a 1.997,45 euro).

Per quanto riguarda i lavoratori Ex Enpals, l’Inps registra come le pensioni in vigore all’1 gennaio 2017 sono 57.008, di cui 54.750 (il 96% del totale) a carico della gestione dei lavoratori dello spettacolo e 2.258 (il 4%) a carico del fondo degli sportivi professionisti, per un importo complessivo annuo pari a 924 milioni di euro, di cui il 94% (868,6 milioni) erogato dalla gestione lavoratori dello spettacolo e il 6% (55,4 milioni) dal fondo sportivi professionisti.

Rispetto all’anno precedente, dice ancora l’Inps, si osserva nel complesso un decremento del numero delle pensioni e degli importi annui in pagamento ad inizio anno, con però una netta differenziazione per gestione. Infatti, mentre per i lavoratori dello spettacolo il numero delle prestazioni e l’importo complessivo annuo sono diminuiti rispettivamente dell’1,3% e dello 0,9%, per gli sportivi professionisti l’andamento è opposto, con un incremento del 5,4% del numero di pensioni e del 7,2% dell’importo complessivo annuo in pagamento.

Nuovi chiarimenti Inps

ASSEGNO DI DIVORZIO E DI MANTENIMENTO

Assegno di divorzio e di mantenimento figli si possono scaricare dalle tasse? Sulle differenze fiscali in merito alle regole e alle percentuali di detrazione è intervenuto di recente l’Inps a fare chiarezza con il messaggio n 2074/2017.

Assegno divorzile e di mantenimento: regole detrazione

L’assegno di divorzio può essere portato in detrazione solo se erogato con periodicità. Non è ammessa la deduzione dell’assegno di mantenimento del figlio.

Come si inquadra l’assegno di mantenimento all’ex coniuge dal punto di vista fiscale? In capo al beneficiario rappresenta reddito assimilato a quello da lavoro dipendente (ex articolo 50 del Tuir); al tempo stesso per il soggetto erogante è paragonato e paragonabile ad un onere deducibile dal reddito (ex articolo 10 del Tuir). In conclusione l’assegno di mantenimento a favore dell’ex coniuge può essere scaricato dalle tasse a patto che sia corrisposto in maniera periodica e con importo stabilito da un provvedimento dell’Autorità giudiziaria.

L’Inps ha tal proposito ha voluto dunque insistere sul presupposto fondamentale della periodicità ribadendo che l’assegno divorzile corrisposto una tantum, anche se a rate, non può essere dedotto. E’ invece ammessa la deducibilità degli assegni periodici pregressi scaduti o insoluti in capo all’erogante anche qualora saldati in una soluzione unica. Resta in altre parole esclusa la possibilità di portare in deduzione assegni corrisposti in maniera volontaria dal coniuge per sopperire alla mancata indicazione da parte del Tribunale dei meccanismi di adeguamento.

In conclusione l’Inps sottolinea poi la differenza tra assegno di divorzio e di mantenimento del figlio ribadendo che quest’ultimo non è deducibile. In caso di mancata distinzione dell’assegno nel provvedimento del giudice, la deduzione viene riconosciuta solo al 50%.

Lavoro

IL DIRITTO SOGGETTIVO DEI LAVORATORI IN 104

Il lavoratore titolare dei permessi ex Legge n. 104 del 1992, in quanto disabile ovvero genitore o familiare di soggetto diversamente abile, ha un vero e proprio diritto soggettivo ad opporre il proprio rifiuto all’eventuale trasferimento di sede disposto dal datore. Infatti, l’art. 33 della citata legge, ai commi 5 e 6, prevede espressamente che il genitore o il familiare del lavoratore disabile e il medesimo lavoratore diversamente abile non possono essere trasferiti ad altra sede senza il loro consenso. Tale norma, quindi, offre, ai lavoratori con handicap o ai familiari che li assistono, una ulteriore tutela rispetto a quella garantita alla generalità dei lavoratori dall’art. 2103 c.c., in forza del quale in ogni caso il trasferimento del lavoratore può essere disposto solo in presenza di comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive. Per i lavoratori che godono dei benefici previsti dalla Legge, infatti, il diritto a non essere trasferiti prevale anche sulle suddette esigenze aziendali. A tale proposito, peraltro, giova segnalare una recente sentenza della Suprema Corte di Cassazione (la n. 25379 del 12.12.2016), che ha ulteriormente esteso la tutela del lavoratore titolare dei benefici di cui alla 104 di fronte al trasferimento di sede. Difatti, nel silenzio della legge (che nulla dice espressamente sul punto), per anni la giurisprudenza (seppur con andamento ondivago) si è orientata nel senso di riconoscere il diritto del dipendete a rifiutare il trasferimento solo nei casi in cui fosse intervenuto un riconoscimento di disabilità grave del soggetto assistito, con la conseguenza che in difetto di tale riconoscimento il trasferimento doveva ritenersi legittimo. Ebbene, la citata pronuncia della Cassazione, al contrario, ha stabilito che il concetto di “handicap in situazione di gravità”, deve essere interpretato alla luce dei principi costituzionali e comunitari di tutela della persona disabile. La conseguenza di questa interpretazione è che il trasferimento del lavoratore che assiste un familiare diversamente abile è vietato anche nella circostanza in cui la disabilità non presenti la connotazione di gravità, a meno che il datore non provi la sussistenza di insostituibili ed urgenti esigenze aziendali (da non confondersi con le ordinarie ragioni tecnico-organizzativo-produttive di cui al citato art. 2103 c.c.) insuscettibili di essere altrimenti soddisfatte.

Carlo Pareto

Inps, Certificazione Unica per i pensionati all’Estero. 14esima Ex Travet. Figli a carico, arriva assegno da 200 euro al mese

Certificazione unica
PENSIONATI ALL’ESTERO

Con il messaggio numero 2239 del 2017 l’Inps fornisce alcuni chiarimenti in merito alla Certificazione Unica relativa ai redditi percepiti nel periodo di imposta 2016 da parte dei pensionati residenti all’estero. CU che è già stata resa disponibile Dallas, in qualità di sostituto d’imposta, a partire dal 28 febbraio 2017.
Certificazione Unica: come chiederla all’INPS
L’Istituto ricorda che i pensionati residenti all’estero possono richiedere la Certificazione Unica anche fornendo i propri dati anagrafici ed il numero di codice fiscale, ai seguenti numeri telefonici dedicati: 0039 – 06.59058000 – 0039 – 06.59053132, con orario 8-19 (ora italiana).
Più in particolare l’Istituto fornisce delucidazioni in merito ad alcune annotazioni particolari riportate sulle Certificazioni Uniche e alle relative implicazioni, riferite alle pensioni totalmente o parzialmente esenti da imposizioni fiscali in Italia, in applicazione di specifiche convenzioni strette con i Paesi esteri.
CU 2017: novità ed istruzioni
Ad esempio, viene analizzato il caso particolare dei pensionati fiscalmente residenti in Brasile e in Canada e vengono fornite indicazioni su come evitare le doppie imposizioni fiscali sul reddito, nei casi di esenzione totale, e limitare gli importi dei conguagli a debito derivanti dalla tassazione a consuntivo, nei casi di esenzione parziale.

Previdenza
BOERI INCONTRA DELEGAZIONE CINESE

Una delegazione del ministero degli Affari Civili della Repubblica Popolare Cinese, guidata dal viceministro Gong Pugang, ha completato in questi giorni la sua prima visita in Italia nell’ambito del progetto Eu-China Social Protection Reform. L’Eu-China Social Protection Reform Project – Sprp è un progetto cofinanziato dall’Unione europea e dal governo della Repubblica Popolare Cinese, in cui l’Inps è leader di un consorzio di istituzioni di Paesi europei; avviato nel 2014, avrà termine nel 2018. Lo comunica in una nota l’Inps.
L’obiettivo del progetto è quello di supportare il governo cinese nel processo di riforma del sistema di protezione sociale, rafforzandone l’equità e l’inclusione sociale. La Cina, infatti, nel corso dei prossimi decenni sarà interessata da un processo di invecchiamento demografico che potrebbe mettere a dura prova la tenuta della coesione sociale. La quota della popolazione anziana con più di 65 anni passerà dall’attuale 10,5% ad oltre il 25% del 2050.
La delegazione cinese, nel corso della sua visita a Roma, ha incontrato esponenti del ministero del Lavoro, tra i quali il viceministro Franca Biondelli, e ha visitato un centro della Caritas che offre assistenza in favore degli anziani. La delegazione, infine, ha incontrato una delegazione dell’Istituto nazionale della previdenza sociale, guidata dal presidente Tito Boeri. Nel corso del tavolo tecnico tenutosi con la delegazione del ministero degli Affari Civili, l’Inps ha presentato la struttura e il funzionamento dell’Isee, nonché le misure di assistenza sociale presenti in Italia. In particolare, l’Inps ha presentato al ministero degli Affari civili gli strumenti per la tutela degli invalidi civili e dei cittadini non autosufficienti, fra cui il progetto Home Care Premium, recentemente riformato dall’Istituto.

Pensioni
14ESIMA A 125MILA EX TRAVET

Gli ex dipendenti pubblici saranno “i grandi beneficiari” dell’estensione della 14esima ai pensionati: “Attualmente sono circa 8mila, saliranno a 125mila, con un incremento del 1500%”. Lo ha detto il presidente dell’Inps Tito Boeri a Radio Anch’io, a margine del Festival Economia di Trento, dando i primi numeri a disposizione dell’istituto dopo l’innovazione introdotta con l’ultima legge di Bilancio. Complessivamente, ha aggiunto “la platea di quelli che la riceverà sarà più ampia di quella prevista inizialmente”.

Figli a carico
ARRIVA L’ASSEGNO DA 200 EURO AL MESE

Un assegno universale (fino a 200 euro al mese) per i figli a carico fino ai 26 anni di età, che diminuisce all’aumentare dell’età. È quanto prevede il Ddl che delega il Governo a riordinare e potenziare le misure fiscali a sostegno della famiglia. Il provvedimento, a prima firma Stefano Lepri (Pd), è stato presentato al parlamento il 30 aprile del 2014 ed è attualmente in corso di esame in Commissione Finanze del Senato. Il disegno di legge stabilisce che, entro tre mesi dalla sua entrata in vigore, il governo dovrà adottare un Dlgs avente lo scopo di riordinare la disciplina vigente delle misure di sostegno dei figli a carico, indicando i principi e criteri direttivi cui uniformarsi.
Il riordino deve essere finalizzato alla previsione di un’unica misura universalistica di beneficio, per ciascun figlio a carico, il cui ammontare, che spetta al massimo fino al compimento del ventiseiesimo anno di età, deve essere assoggettato a una riduzione, a partire dal compimento della maggiore età. Nello specifico il beneficio, in base alle stime effettuate, potrebbe valere 200 euro fino a 3 anni, 150 euro da 3 a 18 anni e 100 dai 18 ai 26 anni. Il provvedimento, si spiega nel dossier di documentazione, ”è volto a superare la situazione di frammentarietà e disomogeneità che caratterizza la disciplina vigente, attraverso la previsione di un’unica misura generalizzata di beneficio per i minori a carico, sostitutiva di tutte le agevolazioni finora riconosciute”.

Consulenti
FESTIVAL DEL LAVORO A TORINO

L’organizzazione della prossima edizione del Festival del Lavoro di Torino, in programma dal 28 al 30 settembre, entra nel vivo. E’ quanto annuncia il Consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro su ‘Italia Oggi’.
Prima tappa del percorso di avvicinamento, spiegano i professionisti, è stato l’avvio di un tavolo istituzionale dal titolo ‘Il lavoro che cambia’, per capire e gestire l’impatto della digitalizzazione del lavoro sulla società del futuro. Il confronto ha preso il via lo scorso 31 maggio dal ministero del Lavoro e ha visto la partecipazione delle principali istituzioni del mondo del lavoro a cominciare dal Consiglio nazionale dell’ordine. L’iniziativa nasce per promuovere una riflessione strutturata su un argomento di ampio respiro e in linea con quello assunto quest’anno dall’Organizzazione internazionale del lavoro per il suo centenario e dal G7 italiano, dedicato appunto al rapporto tra ‘Scienza, tecnologia e lavoro’.
“Siamo orgogliosi di poter partecipare ad una sfida così avvincente e importante per il futuro dell’Italia”, ha dichiarato la presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, Marina Calderone. “Le tecnologie determineranno nel tempo – ha spiegato Calderone – la perdita di posti di lavoro, ma anche la nascita di nuove figure professionali se si sapranno efficientare i processi produttivi e diversificare in modo adeguato le prestazioni lavorative. Noi -ha continuato- abbiamo iniziato un percorso di studio e al Festival del Lavoro daremo il nostro contributo, con una serie di documenti e riflessioni, affinché si possa guardare al lavoro in un’ottica diversa e cogliere, da un lato, i vantaggi e le opportunità che nascono dalla rivoluzione tecnologica e, dall’altro lato, mettere in moto un sistema economico che assicuri dignità a tutti i componenti della società”.
Come detto, le riflessioni della categoria sul lavoro di domani saranno al centro del Festival del Lavoro 2017, la kermesse organizzata dal Consiglio nazionale e dalla Fondazione studi consulenti del lavoro, che per la sua ottava edizione ha scelto una location d’eccezione: la città di Torino. Il Centro Congressi Lingotto del capoluogo piemontese ospiterà dal 28 al 30 settembre il Festival del Lavoro prima di lasciare la scena al ‘G7 Lavoro’ fino al 1° ottobre.
Durante la tre giorni, ricca di dibattiti in contemporanea con i maggiori rappresentanti del mondo istituzionale, politico, sindacale, accademico e imprenditoriale, i consulenti del lavoro discuteranno non solo di riforme e previdenza, ma anche di temi caldi come le nuove tutele per i lavoratori autonomi, la sussidiarietà degli Ordini, il welfare aziendale, la sicurezza, l’immigrazione e l’etica del lavoro. I principali argomenti che muovono l’agenda politica e condizionano lo sviluppo e l’economia del Paese.

Carlo Pareto

Italia a due facce: segni
di ripresa ma cresce
la povertà

Previdenza

ANCORA IN CRESCITA I PENSIONATI DEL SETTORE PUBBLICO

Cinquemila pensionamenti in meno nel 2016, rispetto all’anno precedente, non son bastati a frenare l’irresistibile ascesa delle prestazioni previdenziali assicurate dall’Inps agli ex dipendenti pubblici. Stando ai numeri diffusi ieri dall’Istituto, il 1° gennaio scorso le pensioni in pagamento della Gestione dipendenti pubblici erano 2.843.256 (+0,8%) per un importo complessivo annuo di 67,5 miliardi (+1,9%) e un importo medio mensile pari a 1.828,27 euro. La maggioranza degli assegni in questione (59,2%; 1.682.284) è pagato dalla Cassa statali (CTPS), seguita dalla Cassa Enti locali (CPDEL) con il 37,6% (1.070.414), mentre le altre casse si dividono il rimanente 3,2% del totale.

Vale ricordare che queste gestioni ex Inpdap vantano il poco incoraggiante record dello squilibrio tra entrate contributive e prestazioni vigenti. Uno sbilancio che Inps ha incorporato nel suo bilancio dopo la fusione con il vecchio istituto previdenziale e che è determinato dal continuo calo del personale pubblico attivo. Gli ultimi dati Aran utili risalgono a fine 2015: per un confronto, in quell’anno i dipendenti pubblici stabili erano 3.054.697, mentre considerando un totale più ampio e comprensivo dei contratti a termine e dei cosiddetti “lavori socialmente utili” si arrivava a 3.362.971. È facile immaginare cosa accadrà tra una decina d’anni se non s’invertisse il trend: un sorpasso dei pensionati su dipendenti pubblici, con tutte le conseguenze del caso sulla struttura di questa componente della spesa previdenziale.

Nel corso del 2016 sono state liquidate complessivamente 114.833 pensioni, con calo del 4,1% sul 2015 (119.778), per un importo complessivo di 3 miliardi circa e importi medi mensili pari a 2.018,33 euro (in aumento dell’1,1% rispetto al 2015, quando l’importo medio mensile era pari a 1.997,45 euro).

Recentemente l’Inps ha diffuso anche i dati delle pensioni a carico dell’ex Enpals (spettacolo e sport). Quelle in pagamento il 1° gennaio erano 57.008, di cui 54.750 (il 96% del totale) a carico della gestione dei lavoratori dello spettacolo e 2.258 (il 4%) a carico del fondo degli sportivi professionisti, per un importo complessivo annuo pari a 924 milioni.

In confronto all’anno precedente c’è stato un calo del numero delle pensioni e degli importi annui in pagamento, con una netta differenza per gestione. Infatti, mentre per i lavoratori dello spettacolo il numero delle prestazioni e l’importo complessivo annuo sono diminuiti rispettivamente dell’1,3% e dello 0,9%, per gli sportivi professionisti l’andamento è stato opposto, con un incremento del 5,4% del numero di pensioni e del 7,2% dell’importo complessivo annuo in pagamento.

Previdenza

PREMIATO SPORTELLO VIRTUALE INPS

L’Inps di Sassari ha ricevuto il premio “10X10=100 progetti per cambiare la PA”, consegnato durante il XXVIII Forum della PA. Il progetto, denominato ‘Sportello Mamme’, si rivolge alle donne in stato di gravidanza o già mamme di bambini di età inferiore a un anno, con lo scopo di rendere fruibili direttamente da casa i servizi Inps loro dedicati. Le utenti mamme riceveranno a casa un’informativa e un codice di sicurezza, grazie al quale potranno contattare gli operatori dello Sportello Mamme, utilizzando il telefono oppure la posta elettronica. Una volta identificate attraverso il codice ricevuto a domicilio, verrà loro fornita la risposta all’esigenza rappresentata, attraverso l’utilizzo della tecnologia informatica a disposizione. Le mamme potranno così entrare in sede direttamente da casa, evitando le code e le attese agli sportelli. L’iniziativa partirà inizialmente in alcune sedi pilota che verranno a breve comunicate.

Lavoro, Poletti

PER AGENZIE FUTURO IMPORTANTE POLITICHE ATTIVE CENTRALI

“Credo che quello delle agenzie per il lavoro sia un futuro importante, è una modalità cresciuta nel tempo, ha dimostrato di avere una sua efficienza ed efficacia perché le imprese la utilizzano, e le agenzie stanno lavorando positivamente”. Così si è espresso il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, a margine dell’assemblea di Assolavoro, svltasi recentemente a Roma.

Secondo Poletti, in prospettiva è importante “il tema delle politiche attive, e cioè di tutte quelle azioni che il pubblico insieme al privato possono mettere in campo per la ricollocazione dei lavoratori, per la ricerca di nuove opportunità di lavoro, per misurarsi con i cambiamenti del lavoro e del mercato del lavoro”.

“Penso che questi elementi siano positivi -ha concluso- e poi accompagnano una dinamica generale dell’occupazione, perché quando c’è un significativo incremento della somministrazione a valle di questa situazione si produce un aumento dell’occupazione stabile nel Paese”.

Statali

VIA LIBERA A 2MILA ASSUNZIONI

E’ stato recentemente pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto che sblocca oltre duemila assunzioni nella pubblica amministrazione centrale, dai ministeri all’Inps, passando per l’Agenzia italiana del farmaco, l’Enac e l’Aci. Il decreto, firmato dalla ministra della Pubblica Amministrazione Marianna Madia e dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, autorizza 2.100 assunzioni in favore di varie amministrazioni. Circa 1.300 assunzioni derivano da graduatorie e mobilità, mentre le altre riguardano concorsi da bandire.

“La Presidenza del Consiglio dei ministri è autorizzata ad avviare procedure di reclutamento e ad assumere a tempo indeterminato – si legge nel decreto – sulle cessazioni dell’anno 2012 – budget 2013, dell’anno 2013 – budget 2014, dell’anno 2014 – budget 2015 e dell’anno 2015 – budget 2016, unità di personale di qualifica dirigenziale e non dirigenziale”.

Le amministrazioni che intendono procedere alle assunzioni, si legge nel decreto, sono tenute a trasmettere, entro e non oltre il 30 giugno 2017, per le necessarie verifiche, i dati concernenti il personale assunto e la spesa annua lorda a regime effettivamente da sostenere alla Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento per la funzione pubblica, Ufficio per l’organizzazione ed il lavoro pubblico, e al Ministero dell’economia e delle finanze – Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato, IGOP.

Il decreto chiarisce infine che l’avvio di procedure concorsuali e lo scorrimento delle graduatorie di altre amministrazioni sono subordinati all’assunzione, nella stessa amministrazione, di tutti i vincitori collocati nelle proprie graduatorie e all’assenza di idonei collocati nelle proprie graduatorie vigenti.

Segni di ripresa ma cresce la povertà

ITALIA A DUE FACCE

Il Pil italiano è cresciuto in volume dello 0,9% nel 2016, consolidando il processo di ripresa iniziato l’anno precedente. Lo rileva l’Istat nel rapporto annuale. La domanda interna, aggiunge l’istituto di statistica, ha sostenuto la crescita con un apporto positivo (+1,4 punti percentuali) controbilanciando il contributo negativo delle scorte e della domanda estera netta (rispettivamente -0,5 e -0,1 punti percentuali). I consumi finali nazionali hanno proseguito l’espansione (+1,2% da +1,0% del 2015) sostenuti dall’incremento del reddito disponibile in termini reali che ha beneficiato della crescita dei redditi nominali e della stabilità dei prezzi al consumo. Gli indicatori qualitativi segnalano la prosecuzione di un recupero della crescita dell’economia italiana a ritmi moderati. Allo stesso tempo risale l’indicatore di grave deprivazione materiale (11,9% da 11,5% del 2015). Il disagio economico si conferma elevato per le famiglie in cui la persona di riferimento è in cerca di lavoro, in altra condizione non professionale (a esclusione dei ritirati dal lavoro), con occupazione part time. Particolarmente critica la condizione dei genitori soli, soprattutto se hanno figli minori, e quella dei residenti nel Mezzogiorno. Quanto agli investimenti, prosegue il recupero avviato lo scorso anno (+2,9% contro +1,8% del 2015). La dinamica positiva è stata trainata dagli investimenti in mezzi di trasporto (+27,3%) e in misura inferiore dalle macchine e attrezzature (+3,9%). Gli investimenti in costruzioni tornano a crescere (+1,1%) dopo otto anni di contrazione. In un capitolo del rapporto l’Istat scrive che la crisi ha aumentato la diseguaglianza nella maggior parte dei Paesi europei ma se altrove “l’intensificarsi dell’azione redistributiva pubblica ha mitigato l’incremento della diseguaglianza dei redditi disponibili” in Italia questa azione “è tra le più basse in Europa e nel corso della recessione è aumentata meno che altrove mostrando la difficoltà del sistema welfare nel contrapporsi alle forze di mercato”. L’Istat evidenzia il ruolo cruciale in questa redistribuzione alle pensioni, che “nel caso di pensionati senza altra fonte di reddito, assicurano un reddito disponibile a persone con un reddito di mercato nullo, mentre un ruolo modesto è ricoperto” da interventi come “assegni al nucleo familiare o sussidi di disoccupazione”.

Carlo Pareto

Pensioni. L’Inps chiarisce sulla possibilità di anticipare a 64 anni

Ultime novità

PENSIONI ANTICIPATE A 64 ANNI

Torniamo ad occuparci di un argomento già trattato nei nostri interventi in diverse occasioni, ovvero la possibilità prevista dalla Manovra Fornero di ottenere il pensionamento anticipato in deroga rispetto ai requisiti ordinari di quiescenza previsti all’interno della stessa legge. L’Inps ha infatti comunicato recentemente le proprie delucidazioni in relazione all’ambito di applicazione di tale disposizione attraverso il messaggio n. 2054, escludendo di fatto la possibilità di pensionamento a partire dai 64 anni per le lavoratrici con 15 anni di versamenti nate nel 1952. Vediamone meglio i dettagli nel nostro nuovo approfondimento. Partiamo dalle posizioni confermate dall’Istituto di previdenza. Infatti, secondo l’Inps potranno fruire della misura coloro che abbiano maturato al 31/12 del 2012 almeno 35 anni di versamenti, purché in possesso dei “requisiti per il trattamento pensionistico entro il 31 dicembre 2012 ai sensi della tabella B allegata alla legge 23 agosto 2004, n. 243”. Per tutti questi soggetti si conferma la possibilità di beneficiare del prepensionamento a partire dai 64 anni di età. Vi sono poi da considerare anche coloro che possono accedere alla pensione di vecchiaia a partire dalla stessa età, purché abbiano perfezionato almeno 20 anni di versamenti al 31/12 del 2012. Fin qui i requisiti per gli aventi titolo, che possono esercitare l’opzione di uscita prefigurata all’interno della Manovra.. Stante la situazione, l’Istituto di previdenza esclude però la possibilità di pensionamento con meno di 20 anni di anzianità assicurativa. Restano di conseguenza tagliate fuori dalla misura le cosiddette “quindicenni”. Vista l’eccezionalità della disposizione, si legge infatti nel messaggio, “non può trovare applicazione la deroga di cui all’art. 2, comma 3 del decreto legislativo n. 503/1992 che prevede, a determinate condizioni, il conseguimento del trattamento pensionistico di vecchiaia con una anzianità contributiva di 15 anni anziché 20”. La vicenda sembra quindi chiudersi definitivamente per le lavoratrici in questione, che dovranno attendere la data ordinaria di quiescenza stabilita dal legislatore.

Welfare

ILPOPULISMO DANNEGGIA ANCHE LO STATO SOCIALE

Se la metafora fosse quella della “pedalata” evocata da uno dei padri dell’Europa moderna come Jacques Delors («O pedali e vai avanti, oppure ti fermi e cadi»), allora bisognerebbe concludere che il faticoso processo di integrazione europea ha davanti a sé una salita degna delle Tre Cime di Lavaredo. La vittoria di Emmanuel Macron e la pronta reazione di Angela Merkel al vento protezionistico che spira oltreoceano sembrano poter rimettere in fila un percorso parso, fino alle elezioni francesi, a dir poco sfilacciato. Resta tuttavia la minaccia del terrorismo, l’emergenza delle migrazioni che alimenta populismi e sovranismi di varia natura.

Tito Boeri dedica al tema un libro, pubblicato da Laterza, dal titolo Populismi e stato sociale, e lo fa da studioso attento alle dinamiche sociali dei fenomeni economici, oltre che da presidente dell’Inps. «Il pericolo – scrive nella premessa – è la possibile affermazione di partiti che puntano a interrompere il processo di integrazione europea, a chiudere le frontiere agli immigrati, per meglio proteggere le persone più vulnerabili dalle sfide della globalizzazione. È un messaggio che mina alle basi il principio della libera circolazione dei lavoratori nella Ue su cui si fonda, a partire dal Trattato di Roma, il processo di integrazione politica ed economica europea”.

Se quest’ondata non si dovesse fermare, è come se si fosse tolta ai giovani quella che Boeri definisce la «migliore assicurazione sociale contro la disoccupazione di cui oggi possano disporre». Già perché se si minacciano le conquiste fin qui realizzate, a partire dalla fondamentale libertà di circolazione nello spazio comune europeo, tutto ciò si traduce in un implicito invito a trovare altrove, al di fuori dell’Europa, un’occupazione in grado di garantirsi un futuro. Da noi, negli ultimi sei anni, si è assistito a un vero e proprio esodo di giovani. E allora che fare? Intanto cominciamo a smontare le idee-forza su cui i populismi basano la loro capacità di attrazione. Boeri ne elenca alcune: mostriamo, noi europei testardamente convinti che non di meno Europa vi sia bisogno ma di più Europa, che tagliare le tasse e aumentare la spesa pubblica può ingenerare l’illusione che si aumenti il reddito disponibile. Ma nel medio periodo può produrre conseguenze ben più gravi. Se si aumenta la spesa pubblica ad libitum, e contemporaneamente si taglia la pressione fiscale, l’unica strada è aumentare il deficit. E la montagna del debito pubblico, per noi assai ingombrante (assorbe oltre il 130% del Pil), si trasferisce tout court sulle generazioni future. E ancora, sgombriamo il campo dall’illusione che chiudere le frontiere a persone e a prodotti provenienti da altri Paesi possa contribuire a proteggere le economie nazionali dalla concorrenza degli immigrati e dei Paesi a basso costo del lavoro.

Il problema – osserva Boeri – è che il protezionismo nel mercato del lavoro «è di breve respiro e può rivelarsi presto controproducente». Ecco il risvolto sociale della questione: se si afferma il principio che vede le società contrapporsi tra il popolo e l’élite corrotta, la conseguenza è l’eliminazione dei corpi intermedi. In gioco è il destino del welfare europeo. Boeri propone di monitorare la mobilità dei lavoratori nelle frontiere della Ue, per ridurre l’evasione contributiva e prevenire «potenziali abusi da parte dei lavoratori che si spostano da un Paese all’altro». Occorre «un codice di protezione sociale», che valga per tutti i Paesi della Ue. L’European Social Security Identification Number potrebbe consentire «la piena portabilità dei diritti sociali tra Paesi e un migliore monitoraggio dei flussi migratori nell’Unione, impedendo il welfare shopping”.

Terruzzi

NUOVO PRESIDENTE FONDO SANITA’

Carlo Maria Teruzzi è il nuovo presidente di FondoSanità, il fondo di previdenza complementare rivolto a medici, odontoiatri, infermieri, farmacisti e veterinari. Teruzzi, che sostituisce Franco Pagano, è un medico di medicina generale ed è il presidente dell’Ordine dei medici e odontoiatri della provincia di Monza Brianza. Nato a Sesto San Giovanni (Milano) 63 anni fa, si è laureato a Milano ed è specializzato in gastroenterologia ed endoscopia digestiva oltre che in Scienza dell’alimentazione con indirizzo dietetico. “Sono onorato della fiducia riposta nella mia persona e l’impegno che ci aspetta come Cda è stimolante e carico di aspettative”, ha dichiarato il presidente Carlo Maria Teruzzi. “Tutti, anche con l’assistenza e il supporto del direttore generale Ernesto Del Sordo, ci adopereremo, in maniera sempre più capillare e con rinnovato slancio e vigore, per migliorare -ha continuato- la diffusione e la conoscenza di FondoSanità e per accrescere la consapevolezza nei sanitari della necessità di dotarsi di un’ulteriore copertura previdenziale da affiancare a quella obbligatoria”.

La nomina di Teruzzi è arrivata ieri nel corso della prima riunione del nuovo Consiglio di amministrazione del fondo, eletto lo scorso 12 maggio dall’assemblea dei delegati di FondoSanità. Il Cda ha confermato come vicepresidente Alessandro Nobili, odontoiatra e attualmente vicepresidente dell’Ordine dei Medici e Odontoiatri di Bologna, mentre ha eletto segretario Claudio Capra, che esercita la professione di odontoiatra a Lugo, in provincia di Ravenna.

Gli altri membri del Cda sono: Luigi Daleffe, odontoiatra a Romano di Lombardia (Bergamo), che è stato riconfermato responsabile del Fondo; Luigi Tramonte, al primo mandato e medico di medicina generale a Palermo; Michele Campanaro, anche lui al primo mandato e medico di medicina generale della provincia di Matera; Giuseppe Nielfi, responsabile del servizio di Otorinolaringoiatria presso l’ospedale di Palazzolo (Bergamo) e presidente del sindacato Sumai; Sigismondo Rizzo, farmacista a Catenanuova (Enna); e Antonio Giuseppe Torzi, veterinario e direttore del dipartimento di prevenzione della Asl Lanciano Vasto Chieti. Presidente del collegio sindacale, i cui membri sono tutti iscritti all’albo dei Revisori, è il commercialista Nicola Lorito. Insieme a lui il collega Alessio Temperini e il consulente del lavoro Mauro Zanella. FondoSanità ha registrato negli ultimi anni un incremento dei propri iscritti superando la barra delle 5.500 posizioni, e l’ultimo bilancio approvato ha certificato un patrimonio di circa 150 milioni di euro.

Carlo Pareto

Welfare, allargata platea SIA. Il diritto del lavoratore nella legge 104. I 10 Paesi Top dove godersi la pensione

Welfare
ALLARGATA PLATEA SIA

È stato pubblicato in gazzetta Ufficiale 29 aprile 2017, n. 99 il D.M. 16 marzo 2017 (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali di concerto con il Ministero dell’Economia e delle Finanze) che “allarga” il Sostegno per l’inclusione attiva (SIA), per il 2017.

Con il provvedimento sono stati modificati alcuni criteri di accesso al SIA (introdotto con D.M. 26 maggio 2016), nell’ottica di estendere la platea dei beneficiari.

La soglia di accesso relativa alla valutazione multidimensionale del bisogno (un punteggio che viene attribuito sulla base dei carichi familiari, della situazione economica e della situazione lavorativa) viene abbassata: per accedere al Sia basteranno 25 punti.

La modifica permetterà di accedere al beneficio alle famiglie con almeno un figlio minorenne o disabile o con almeno un figlio in arrivo e che abbiano un ISEE massimo pari a 3.000 euro.

È inoltre previsto un aumento di 80 euro per le famiglie composte esclusivamente da un genitore solo e da figli minorenni.

Viene infine innalzata da 600 a 900 euro mensili la soglia di altri eventuali trattamenti

economici percepiti compatibile con il Sia per le famiglie con persone disabili e non autosufficienti, una modifica questa che consentirà l’accesso al beneficio ad un maggior numero di nuclei familiari.

Le risorse finalizzate alla definizione dei nuovi criteri di accesso per il SIA per l’anno 2017 sono individuate nelle seguenti disposizioni previsionali:

le risorse di cui all’art. 1, comma 386, della Legge n. 208 del 2015 a valere sul Fondo povertà, come rideterminate per effetto di quanto previsto dall’art. 10, comma 8, del Decreto Legge 9 febbraio 2017, n. 8, pari a 959 milioni di euro;

le risorse di cui all’art. 1, comma 389, della Legge n. 208 del 2015 nella misura di 30 milioni di euro;

le risorse di cui all’art. 1, comma 238, della Legge n. 232 del 2016, pari a 150 milioni di euro;

Inps
UNIONI CIVILI E LEGGE 104

La legge 104 del 1992 prevede il diritto ad usufruire di tre giorni di permesso mensili retribuiti, in favore di lavoratori dipendenti che prestino assistenza al coniuge, a parenti o ad affini entro il secondo grado – con possibilità di estensione fino al terzo grado – riconosciuti in situazione di disabilità grave. Il decreto legislativo 151 del 2001 stabilisce la concessione del congedo straordinario in favore di soggetti con disabilità grave fissando un ordine di priorità dei soggetti aventi diritto al beneficio che, partendo dal coniuge, degrada fino ai parenti e affini di terzo grado.

Le predette disposizioni vanno oggi coordinate con quelle introdotte dalla legge 76 del 2016 e dalla sentenza della Corte costituzionale 213 dello stesso anno. La prima ha disciplinato le unioni civili tra persone dello stesso sesso e le convivenze di fatto, prevedendo che “le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole «coniuge», «coniugi» o termini equivalenti, possano essere applicate anche alle parti di un’unione civile tra persone dello stesso sesso”. La seconda, inoltre, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 33 della legge 104, nella parte in cui non include il convivente tra i soggetti legittimati a fruire dei permessi della legge stessa. Con la circolare 38, pertanto, si forniscono tutte le istruzioni relative alla richiesta e alla concessione dei predetti permessi, evidenziando come la parte di un unione civile, che presti assistenza all’altra parte, possa usufruire sia dei permessi ex lege 104 del 1992 che del congedo straordinario ex articolo 42 del decreto 151 del 2001, mentre il convivente di fatto di cui all’articolo 1, della legge 76 del 2016, che presti assistenza all’altro convivente, può usufruire unicamente dei permessi della legge 104 del 1992.

Lavoro
IL DIRITTO SOGGETTIVO DEI LAVORATORI IN 104

Il lavoratore titolare dei permessi ex Legge n. 104 del 1992, in quanto disabile ovvero genitore o familiare di soggetto disabile, ha un vero e proprio diritto soggettivo ad opporre il proprio rifiuto all’eventuale trasferimento di sede disposto dal datore. Infatti, l’art. 33 della citata legge, ai commi 5 e 6, prevede espressamente che il genitore o il familiare del lavoratore disabile e il medesimo lavoratore disabile non possono essere trasferiti ad altra sede senza il loro consenso. Tale norma, quindi, offre, ai lavoratori disabili o ai familiari che li assistono, una ulteriore tu-tela rispetto a quella garantita alla generalità dei lavoratori dall’art. 2103 c.c., in forza del quale in ogni caso il trasferimento del lavoratore può essere disposto solo in presenza di comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive. Per i lavoratori che godono dei benefici previsti dalla Legge, infatti, il diritto a non essere trasferiti prevale anche sulle suddette esigenze aziendali. A tale proposito, peraltro, preme segnalare una recentissima sentenza della Suprema Corte di Cassazione (la n. 25379 del 12.12.2016), che ha ulteriormente esteso la tutela del lavoratore titolare dei benefici di cui alla 104 di fronte al trasferimento di sede. Difatti, nel silenzio della legge (che nulla dice espressamente sul punto), per anni la giurisprudenza (seppur con andamento ondivago) si è orientata nel senso di riconoscere il diritto del dipendete a rifiutare il trasferimento solo nei casi in cui fosse intervenuto un riconoscimento di disabilità grave del soggetto assistito, con la conseguenza che in difetto di tale riconoscimento il trasferimento doveva ritenersi legittimo. Ebbene, la citata pronuncia della Cassazione, al contrario, ha stabilito che il concetto di “handicap in situazione di gravità”, deve essere interpretato alla luce dei principi costituzionali e comunitari di tutela della persona disabile. La conseguenza di questa interpretazione è che il trasferimento del lavoratore che assiste un familiare disabile è vietato anche nella circostanza in cui la disabilità non presenti la connotazione di gravità, a meno che il datore non provi la sussistenza di insostituibili ed urgenti esigenze aziendali (da non confondersi con le ordinarie ragioni tecnico-organizzativo-produttive di cui al citato art. 2103 c.c.) insuscettibili di essere altrimenti soddisfatte.

Economia
I 10 PAESI TOP DOVE GODERSI LA PENSIONE

Dove andare a vivere dopo la pensione? E’ la domanda che si pongono migliaia di lavoratori che, dopo anni di duro lavoro, si avvicinano al tanto agognato riposo. ‘International Living’, come ogni anno, ha stilato la classifica dei 10 paesi migliori in cui godersi la pensione. Una top ten basata su fattori determinanti la qualità di vita di una località come il clima, il costo della vita e l’assistenza sanitaria. Vediamo quindi quali sono le 10 località del mondo in cui poter trascorrere al meglio gli anni della pensione.

1) Messico. Al vertice della classifica, per il quinto anno consecutivo (e nella top ten negli ultimi quattordici anni) si colloca il Messico. Sebbene negli ultimi anni sia rimbalzato sui media internazionali per i frequenti casi di criminalità, il Messico è uno dei paesi più economici dell’America Latina. Altro vantaggio che lo contraddistingue è la facilità con cui è possibile integrarsi tra la popolazione locale in quanto offre il giusto mix tra cultura esotica e stile di vita familiare.

2) Panama. “Se si dovesse descrivere in tre parole – spiega ‘International Living’ – sarebbero: moderna, confortevole e tollerante”. Panama si colloca al secondo posto tra i paradisi in cui godersi la pensione per merito di una qualità della vita altissima a un costo più che ragionevole.

3) Ecuador. Grazie al suo territorio montagnoso e alla sua posizione direttamente sulla linea dell’equatore, l’Ecuador offre il clima perfetto per escursioni e turismo. Inoltre ha un costo della vita decisamente più basso della media europea e consente di affittare o comprare immobili con estrema facilità.

4) Costa Rica. Essendo un paese sicuro e stabile, privo di esercito, il Costa Rica accoglie i turisti a braccia aperte. Emblematico il motto nazionale, ‘Pura vida’ (‘La vita è bella’) che indica l’atteggiamento rilassato e pacifico della popolazione locale. Inoltre è facile trasferirsi nel paese e fare amicizia con i residenti.

5) Colombia. La Colombia si colloca al quinto posto della classifica per l’ottima assistenza sanitaria, la diversità del clima e il basso costo della vita. Dopo un passato turbolento ora la Colombia risulta accogliente e, grazie all’estensione del suo territorio, offre una pluralità di paesaggi mozzafiato.

6) Malesia. Le città malesi sono pulite e moderne, il trasporto pubblico è ben organizzato e la popolazione è la più amichevole di tutta l’Asia. Inoltre la Malesia riesce a soddisfare esigenze differenti offrendo, al tempo stesso, soluzioni low cost e vacanze a cinque stelle.

7) Spagna. Spiagge bianche, clima temperato, basso costo della vita e stile di vita rilassato sono i fattori che rendono la Spagna uno dei principali paradisi in cui godersi la pensione.

8) Nicaragua. Negli ultimi dieci anni il Nicaragua è cambiato ed è migliorata la qualità della vita della popolazione. Ad attirare gli stranieri sono soprattutto l’ottimo sistema sanitario e il basso costo della vita.

9) Portogallo. Il basso costo della vita, il clima mite, il paesaggio mozzafiato e lo stile di vita rilassato rendono il Portogallo uno dei paesi migliori in cui trascorrere gli anni della pensione.

10) Malta. Tramonti rosa, acque cristalline, citta di pietra. Malta offre un paesaggio mozzafiato e uno stile di vita tranquillo, lontano dal caos delle grandi città. Tuttavia l’isola del Mediterraneo offre tanto divertimento e una comunità accogliente in grado di far sentire a casa qualsiasi straniero.

Carlo Pareto

Inps: Ape Social, richiesta entro il 15 luglio. PA: news sulle visite fiscali. La proposta sul Jobs APP

Inps
APE SOCIAL, RICHIESTA ENTRO IL 15 LUGLIO

Migliaia di persone potranno anticipare i tempi della pensione con i decreti su Ape social e Ape precoci firmati dal premier Paolo Gentiloni. Andranno presentate entro il 15 luglio le domande per l’Ape social di chi matura i requisiti previsti. E’ quanto indica il decreto attuativo firmato dal presidente del Consiglio. Il provvedimento prevede che verranno però considerate anche le richieste arrivate dopo la scadenza e che verranno soddisfatte limitatamente nel caso avanzassero fondi. Chi raggiungerà i requisiti nel corso del 2018 avrà invece tempo per presentare la domanda fino al 31 marzo dell’anno prossimo.

Ecco le tutte le novità. Riguardo l’Ape social, il provvedimento è un’indennità di natura assistenziale a carico dello Stato erogata dall’Inps a soggetti in stato di bisogno che abbiano compiuto almeno 63 anni di età e che non siano già titolari di pensione diretta. L’indennità è corrisposta fino al raggiungimento dell’età prevista per la pensione (di vecchiaia o anticipata).

Chi matura i requisiti per l’Ape social nel 2017 potrà presentare domanda entro il 15 luglio di quest’anno mentre chi li matura nel 2018 avrà la possibilità di inoltrare la richiesta entro il mese di marzo. Destinatario sarà l’Inps che darà una risposta entro il 15 ottobre per le domande presentate entro luglio e entro il 30 giugno del 2018 per le richieste arrivate entro il 31 marzo del prossimo anno. L’ente previdenziale darà indicazione della prima decorrenza utile e se le domande saranno in eccesso rispetto alle risorse stanziate la priorità sarà data sulla base della data del raggiungimento del requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia. A parità di requisito si considererà la data di presentazione della domanda. Sono queste le precisazioni, con qualche novità, contenute nel Dpcm sulla prestazione sociale, firmato ieri sera dal premier Paolo Gentiloni insieme all’altro Dpcm sui cosiddetti “precoci”. In quest’ultimo caso il testo prevede che chi ha lavorato per non meno di 12 mesi prima dei 19 anni di età e si trova nelle stesse condizioni dei beneficiari dell’Ape social, ovvero è disoccupato e senza ammortizzatore da almeno 3 mesi, potrà andare in pensione con 41 anni di contributi (stimate 25mila domande per il 2017). Si tratta di un anticipo di 10 mesi netti sui requisiti attuali per gli uomini e di un anno e 10 mesi per le donne. I testi saranno subito operativi dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. Il requisito fondamentale per accedere a questa indennità ponte è rappresentato dai 63 anni di età con una contribuzione minima di 30 anni, per chi è disoccupato, oppure assiste un “parente diretto” portatore di handicap grave, oppure se lo stesso lavoratore ha un’invalidità civile pari o superiore al 74%. Il requisito contributivo sale, invece, a 36 anni per i cosiddetti lavoratori “gravosi social” (che devono essere svolti per almeno 6 anni), ovvero coloro che rientrano nelle 11 categorie comprese nell’elenco allegato al decreto (dagli operai edili alle maestre d’asilo). L’Ape social è sostanzialmente una misura assistenziale con la funzione di garantire un finanziamento ponte ai lavoratori cui sono scaduti la Naspi e gli altri ammortizzatori. Tanto è vero che uno dei criteri di accesso è avere concluso da almeno tre mesi l’ammortizzatore che era stato attivato. Fin dal suo concepimento con l’ultima legge di Bilancio l’Ape ha una fisionomia sperimentale per almeno due anni. La prossima legislatura sarà chiamata a confermare in via strutturale questo strumento, compresa l’Ape volontaria, che è ancora in attesa di diventare operativa perché il necessario Dpcm non è stato ancora trasmesso al Consiglio di Stato per il parere. Gli accessi al prestito ponte “social” attesi per il primo anno sono circa 35mila per una spesa di 300 milioni, che salirà a oltre 600 milioni nel 2018. L’Anticipo, lo ricordiamo, non può superare i 1.500 euro lordi e una durata massima di 3 anni e 7 mesi. Per rispettare i tetti fissati con l’ultima legge di Bilancio è previsto un meccanismo di graduatoria a scorrimento che gestirà Inps sulle domande ricevute, fermo restando il riconoscimento, con un dispositivo di tipo retroattivo del diritto maturato dal 1° maggio. In ogni caso il Dpcm sull’Ape sociale precisa che «le domande presentate oltre il 15 luglio 2017 e il 31 marzo 2018 e comunque non oltre il 30 novembre sono prese in considerazione esclusivamente se all’esito del monitoraggio residuano risorse finanziarie». L’Ape sociale non è compatibile con altre forme di sostegno al reddito per disoccupazione involontaria (Naspi, mini-Aspi, Asdi, e dis-col); è invece compatibile con redditi da lavoro dipendente o da collaborazione coordinata e continuativa fino a un tetto di 8mila euro annui oppure di 4.800 euro annui se il reddito è da lavoro autonomo.

Fase ponte fino a settembre
PA: RIVOLUZIONE VISITE FISCALI

Una ‘fase ponte’ per far digerire quella che si preannuncia come una rivoluzione: la creazione di un polo unico della medicina fiscale, con le competenze in capo all’Inps anche per gli accertamenti sulle assenze per malattia degli statali. Ma a patto che la transizione sia breve, confinata a pochi mesi: al massimo fino a settembre. È ufficialmente questo l’orientamento del Governo annunciato dopo l’approvazione della riforma Madia in Consiglio dei ministri.

Per il Testo Unico del pubblico impiego e il decreto che rivede la valutazione delle performance per gli statali, pilastri dell’intera delega Madia, ormai non c’è più nulla da aspettare. Il Governo ha già incassato l’intesa con le Regioni, imposta dalla Corte Costituzionale, i pareri parlamentari e visto i sindacati, che tra l’altro saranno di nuovo ascoltati.

Andata in porto la riforma, nulla sembrerebbe ostacolare la riapertura della contrattazione dopo otto anni di stop. Quindi in ballo non ci sono solo nuove regole ma anche lo sblocco di 85 euro in busta paga, come concordato il 30 novembre scorso con i sindacati.

Il Giuslavorista
SERVE NUOVO CONTRATTO DI LAVORO, IL JOBS APP

Lavoratori autonomi e freelance ma con alcune caratteristiche del lavoro dipendente. Questa è l’identità del lavoro mediato da un App. È nata una nuova forma di lavoro che non è riconducibile né al lavoro dipendente né al lavoro autonomo. Una nuova modalità lavorativa presso le aziende della app economy che presuppone l’individuazione di un nuovo contratto di lavoro: il Jobs App. È quanto sostiene Francesco Rotondi, giuslavorista e Founding partner di LabLaw. “L’app economy – spiega Rotondi – è un modello economico che non si basa su un rapporto di lavoro continuativo e subordinato ma su uno rapporto discontinuo basato sulla richiesta (on demand), cioè determinato nel momento in cui il mercato richiede i propri servizi o prodotti attraverso piattaforme digitali e app dedicate. Se applicassimo le regole del lavoro dipendente alle aziende della app economy otterremmo un unico risultato: la sua scomparsa”. “Inoltre, regolamenteremmo con una contratto da dipendente – continua Rotondi – un lavoro che ha caratteristiche molto più vicine al lavoro autonomo. Sarebbe una forzatura suicida”. “In generale, non possiamo ritenere che le prestazioni rese all’interno e a valle di questi processi organizzativi e produttivi siano inquadrabili nelle attuali fattispecie di lavoro subordinato, autonomo o di collaborazione coordinata e continuativa. Serve un contratto di lavoro ibrido in cui le tutele non sono garantite dal posto di lavoro ma nel e dal mercato del lavoro”, chiarisce. “Questo vuol dire capovolgere -sottolinea Rotondi- il paradigma del lavoro così come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi. Le attività economiche che ruotano attorno a una app sviluppata ad hoc producono una semplificazione dei processi produttivi e organizzativi, una digitalizzazione delle attività che prima erano svolte dai collaboratori e che oggi sono automatizzate”. “Partendo dall’assunto -sostiene Rotondi- che il lavoro mediato da un app non è riconducibile al lavoro dipendente ma, al contempo, prevede alcune caratteristiche del lavoro subordinato, il Jobs app – propone Rotondi – dovrebbe prevedere alcuni punti fermi validi per tutte le aziende della App Economy. Ecco i primi 3 articoli del Jobs app: “La retribuzione variabile. Prevede una retribuzione fondamentalmente variabile legata alle consegne e non una paga oraria che poco si addice ad un modello in cui si lavora sulla base delle disponibilità offerta dal collaboratore; Minimo contrattuale. Stabilire un minimo retributivo a consegna valido per tutte le aziende del settore che applicano il Jobs App, evitano così, una competizione sulle retribuzioni. Regole retributive e del lavoro uguali per tutti”, elenca. E ancora: “Welfare di settore e tutele. Prevede una percentuale fissa, obbligatoria e aggiuntiva su ogni retribuzione (0.30 centesimi) per finanziare un fondo di categoria che servirà a finanziare una serie di prestazioni sociali e un sistema di welfare per il settore: malattia, assicurazione sanitaria, assicurazione per infortunio, manutenzione straordinaria dei mezzi, e così via”. “Lancio un appello alle aziende della app economy: facciamo sistema -conclude Rotondi- e creiamo il contratto di lavoro 4.0, il Jobs App. Non ha più senso la strategia dello struzzo a far decidere alla magistratura del lavoro, in assenza di regole e autoregolamentazione, come regolamentare uno dei settori emergenti della nuova economica”.

Economia
BOOM SPESA SOCIALE, +27,2% MLD

Boom delle spese per pensioni, disoccupazione, salute. La somma delle uscite che rientrano nella voce ‘prestazioni sociali’ è passata da 354,8 miliardi di euro nel 2012 a 382 miliardi nel 2016, con un incremento di 27,2 miliardi. Nello stesso periodo tutte le altre uscite delle pubbliche amministrazioni registrano variazioni contenute, con due eccezioni rilevanti: la seconda riguarda il calo della spesa per interessi passivi che è passata da 83,6 miliardi a 66,4 miliardi (-17,2 mld). La riduzione non è bastata a compensare l’incremento della spesa sociale, che fa lievitare il totale della spesa di 10,8 miliardi: da 818,9 mld a 829,7 mld. I dati sono contenuti nelle tabelle pubblicate dall’Istat nell’ultimo rapporto annuale ed elaborate dall’Adnkronos. Le prestazioni sociali vengono suddivise in due sottocategorie: ‘prestazioni sociali in denaro’ che da 311,4 miliardi salgono a 337,5 mld (+26,1 mld) e ‘prestazioni sociali in natura acquistate direttamente sul mercato’ che da 43,3 miliardi passano a 44,5 miliardi (+1,2 mld). Dalle voci contenute nel conto economico consolidato delle P.a. emerge che la spesa per i redditi da lavoro dipendente, che nel 2012 ammontava a 166,1 miliardi, è scesa gradualmente arrivando a 162 miliardi nel 2015, per risalire lo scorso anno a 164,1 miliardi (-2 mld rispetto al 2012). In lieve crescita la somma destinata ai consumi intermedi, che passa da 87 miliardi a 91,1 miliardi (+4,1 mld). Mentre gli investimenti fissi lordi, che partivano da 41,4 miliardi, si riducono a 34,7 miliardi (-6,7 mld), per effetto di un calo costante registrano nei quattro anni. Le entrate totali passano da 771,6 miliardi a 788,9 miliardi (+17,3 miliardi). La voce principale per il finanziamento delle spese, le imposte, passa da 486,5 miliardi a 490,6 miliardi (+4,1 mld), per effetto di un aumento della tassazione diretta che è riuscita anche a compensare la riduzione del gettito da imposte indirette. Dai tributi sul reddito (come Irpef, Ires, Irap) sono stati incassati 239,8 miliardi nel 2012 che sono saliti a 248,4 miliardi nel 2016 (+8,6 mld). Mentre dall’imposizione sul valore aggiunto e sul patrimonio (come Iva e Imu) nel 2012 sono stati incassati 246,7 miliardi nel 2012 che sono scesi a 242,2 miliardi nel 2016 (-4,5 mld). Alcune ‘differenze’ nei risultati sono dovute agli arrotondamenti.

Carlo Pareto

Inps. In aumento il numero di pensionati pubblici

Pensioni-InpsAumenta il numero di pensionati pubblici che nel corso del 2016 è salito fino a raggiungere i 2.843.256. +0,8% sul 2015. Questo popolo di pensionati, con prestazioni contabilizzate nella gestione ex Inpdap dell’Inps, ha assorbito una spesa complessiva di poco superiore ai 67,5 miliardi (+1,9%), con un importo medio per pensione pari a 1.828,27 euro. Sono i dati dell’Osservatorio Inps. Dall’analisi delle ripartizioni per singola Cassa emerge che il 59,2% dei trattamenti pensionistici (1.682.284) è erogato dalla Cassa Trattamenti Pensionistici dipendenti Statali (CTPS), seguita dalla Cassa Pensioni Dipendenti Enti Locali (CPDEL) con il 37,6% (1.070.414), mentre le altre casse si dividono il rimanente 3,2% del totale.

La distribuzione delle pensioni della Gestione dipendenti pubblici, vigenti all’inizio di quest’anno, per categoria e classi di importo mensile mette in evidenza che il 17,5% delle pensioni pubbliche ha un importo mensile inferiore ai 1.000 euro, il 50,9% tra 1.000 e 1.999,99 euro e il 23,4% di importo tra 2.000 e 2.999,99; l’8,3% ha un importo dai 3.000 euro mensili lordi in su. Tra l’inizio del 2013 e l’inizio del 2017, il numero di pensioni della Gestione dipendenti pubblici è aumentato dell’1,8%, passando da 2.791.738 nel 2013 a 2.843.256 nel 2017, mentre gli importi medi annui sono aumentati del 4% passando da 22.844 euro nel 2013 a 23.768 euro nel 2017 (in media 1.828 euro mensili).

Sempre per quanto riguarda le pensioni vigenti all’inizio di quest’anno, nella ripartizione per categoria si evidenzia che il 56,4% delle pensioni sono di anzianità o anticipate, con importi complessivi annui pari a 41.980,4 milioni di euro; il 13,6% sono pensioni di vecchiaia per un importo complessivo di 11.185,1 milioni di euro; le pensioni di inabilità sono l’8,1% e il restante 22% è costituito, complessivamente, dalle pensioni erogate ai superstiti di attivo e di pensionato. Inoltre, si osserva che il 58,6% del totale dei trattamenti pensionistici è erogato alle donne, contro il 41,4% erogato agli uomini. Nel corso del 2016, invece, sono state liquidate complessivamente 114.833 pensioni, con un decremento del 4,1% rispetto all’anno precedente (119.778), per un importo complessivo di 3.013 milioni di euro e importi medi mensili pari a 2.018,33 euro (in aumento dell’1,1% rispetto al 2015, quando l’importo medio mensile era pari a 1.997,45 euro).

Redditi. Per il fisco i commercianti i più poveri. Notai e farmacisti al top

Temporanea incapacità lavorativa per malattia e riduzione prognosi

NOVITA’ INPS PER I MEDICI DI FAMIGLIA

Con la circolare Inps n.79 del 2 maggio 2017, l’Istituto di previdenza fornisce chiarimenti sull’obbligo di rettifica della prognosi in caso di variazioni rispetto al certificato in corso. Viene in particolare ricordato che, in caso di guarigione anticipata, il lavoratore in malattia è tenuto a richiedere una rettifica del certificato medico, al fine di documentare correttamente il periodo di incapacità temporanea al lavoro. La rettifica della data di fine prognosi è infatti un adempimento obbligatorio per il lavoratore, sia nei confronti del datore di lavoro, che nei confronti dell’Inps. L’Istituto, difatti, con la presentazione del certificato di malattia, avvia l’istruttoria per il riconoscimento della prestazione previdenziale, senza necessità di presentare alcuna specifica richiesta. Il certificato medico, pertanto, per i lavoratori cui è garantita la tutela della malattia, assume di fatto il valore di domanda di prestazione. Tuttavia, la corretta e tempestiva rettifica del certificato non costituisce a tutt’oggi una prassi seguita dalla generalità dei lavoratori.

A tal proposito, l’Ente assicuratore sottolinea che l’assenza a visita medica di controllo domiciliare (Vmcd) disposta dall’Inps comporta specifiche sanzioni (in termini di mancato indennizzo di periodi di malattia).

Con la citata circolare 79/2017 viene precisato che l’assenza a visita medica di controllo sarà sanzionata allo stesso modo anche quando sia dovuta ad un rientro anticipato al lavoro in assenza di tempestiva rettifica del certificato contenente la prognosi.

Anche in questo specifico caso, infatti, il lavoratore risulta assente alla visita di controllo in un giorno in cui è ancora da considerare privo del riacquisto della capacità lavorativa, in base alla certificazione medica trasmessa all’Inps e sulla base della quale è stata disposta la visita domiciliare.

Inps

ONLINE IL SERVIZIO PER CERIFICATI DI GRAVIDANZA E INTERRUZIONE

È online il servizio che consente ai medici certificatori di inviare all’Inps i certificati di gravidanza o di interruzione di gravidanza. Le lavoratrici possono consultare e stampare il certificato di gravidanza o di interruzione, mentre i datori di lavoro possono consultare e stampare i soli attestati.

Al servizio è possibile accedere tramite Pin, credenziali Cns o Spid. I medici certificatori possono richiedere il Pin con il modulo Ap 110.

Trascorsi tre mesi dalla pubblicazione della circolare Inps 4 maggio 2017, n. 82, i medici certificatori non potranno più rilasciare i certificati di gravidanza e di interruzione di gravidanza in formato cartaceo.

Sempre La circolare Inps 4 maggio 2017, n. 82 fornisce le istruzioni relative alla consultazione e trasmissione del certificato di gravidanza e del certificato di interruzione di gravidanza. In particolare le informazioni riguardano: la consultazione dei certificati da parte dei cittadini; la consultazione degli attestati da parte dei datori di lavoro; la trasmissione online dei certificati da parte dei medici certificatori. Per fruire di una delle prestazioni di maternità per le quali è necessario presentare domanda, come ad esempio nel caso del premio alla nascita di 800 euro (bonus mamma domani), è indispensabile trasmettere all’Inps i certificati in oggetto esclusivamente secondo le modalità ed entro i termini previsti dalla legge. In caso di errata trasmissione di un certificato, il medico potrà procedere al suo annullamento attraverso la stessa applicazione utilizzata per la trasmissione. L’Istituto fornisce assistenza agli interessati tramite il Contact center al numero 803 164 (gratuito da rete fissa) oppure 06 164 164 da rete mobile.

Riepilogo funzioni

Medici Certificatori: Certificato di gravidanza/interruzione

Lavoratrici: Consultazione Certificato di gravidanza/interruzione

Datore di lavoro: Consultazione Attestato di gravidanza/interruzione

Commercianti poveri

PER IL FISCO NOTAI E FARMACISTI AL TOP

Pescatori, ma anche titolari di discoteche, mercerie e di centri estetici o spa, produttori di ceramica e terracotta. Sono loro i lavoratori autonomi che, stando ai redditi dichiarati per gli studi di settore, guadagnano meno, addirittura nel caso della pesca e delle cure termali meno di 5.000 euro l’anno. All’opposto gli studi notarili, con un reddito medio di 244.000 mila euro, le farmacie, con 116 mila euro, e una larga fetta di professionisti, dai commercialisti ai consulenti finanziari. Come ogni anno, il Ministero dell’economia pubblica le statistiche sulle dichiarazioni Iva, Irpef e degli studi di settore, strumento destinato ad andare in soffitta a partire da quest’anno sostituito dai nuovi indici di affidabilità fiscale, ma che fotografa ancora lo stato dell’arte di una parte non indifferente dell’economia italiana. Sebbene sia facile immaginare che il fenomeno dell’evasione si annidi spesso proprio nelle categorie che fanno ricorso agli studi, non vanno però ignorati i casi di giovani che avviano un’attività e di microimprenditori dediti spesso ad attività part-time. Secondo i dati sull’anno di imposta 2015, in cui il Pil è cresciuto dello 0,8%, il reddito totale dichiarato è dunque stato pari a 107 miliardi di euro, con un aumento del 5,3% rispetto al 2014. Un salto verificatosi nonostante l’applicazione degli studi di settore abbia riguardato 3,4 milioni di soggetti, in calo del 5,8% rispetto all’anno precedente. La flessione non è però da imputare, appunto, ad una contrazione dell’economia, ma all’introduzione del nuovo regime forfettario, che non prevede l’applicazione degli studi di settore per i soggetti che hanno aderito a tale regime semplificato. Con oltre 44.000 euro e un aumento del 6,5%, i professionisti sono al top nella classifica dei redditi, mentre i commercianti si trovano al livello più basso con circa 22.500 euro e l’incremento più evidente, pari al 18%. A metà strada le attività manifatturiere (37.440 euro) e il settore dei servizi (27.510 euro). Tra i professionisti, spiccano notai e farmacisti, ma superano la media anche odontoiatri, studi medici, commercialisti, ragionieri, consulenti finanziari ed assicurativi. A cavallo dei 10.000 euro invece molte attività commerciali: estetisti, corniciai e calzolai.

Garanzia giovani

A OLTRE 496MILA GIOVANI ALMENO UNA MISURA PREVISTA

Prosegue la crescita del numero dei giovani presi in carico e di quello dei giovani ai quali è stata offerta un’opportunità concreta tra quelle previste da Garanzia Giovani. All’11 maggio, i presi in carico sono 932.838, 3.988 in più rispetto alla settimana scorsa, con un incremento del 62,3% rispetto al 31 dicembre 2015, data che segna la conclusione della “fase 1” del programma; tra questi, sono 496.914 quelli cui è stata proposta almeno una misura del programma, 2.124 in più rispetto alla settimana scorsa, con un incremento, rispetto al 31 dicembre 2015, del 95,4%.

Aumenta anche il numero dei giovani che si registrano: sempre all’11 maggio, gli utenti complessivamente registrati sono 1.350.095, 5.011 in più rispetto a una settimana fa, con un incremento del 47,7% rispetto al 31 dicembre 2015. I giovani registrati al netto delle cancellazioni oggi sono 1.160.570. Nella sezione “Giovani Imprenditori”, il report contiene l’aggiornamento del dato relativo ai giovani che stanno presentando le domande di finanziamento a SELFIEmployment. Al 10 maggio, dopo l’entrata in vigore (il 12 settembre 2016) del nuovo format on line per la presentazione delle domande -che consente l’accesso al finanziamento agevolato anche ai giovani che non abbiano concluso un percorso di accompagnamento finalizzato all’autoimprenditorialità- i giovani che hanno iniziato l’iter on-line per l’ammissione al finanziamento sono 1.474; 1.297 sono le domande in fase di valutazione dall’avvio del progetto.

Procede anche l’attuazione di “Crescere imprenditori”, l’iniziativa nazionale promossa dal Ministero e attuata da Unioncamere per supportare l’autoimpiego e l’autoimprenditorialità attraverso attività di formazione ed accompagnamento all’avvio di impresa. Al 10 maggio sono 2.955 i giovani che hanno superato il test on-line di valutazione delle capacità imprenditoriali richieste per partecipare alla formazione finalizzata alla redazione del business plan; 1.716 sono stati avviati ai percorsi, 1.323 li hanno già conclusi con profitto.

Il Report contiene anche un focus sul successo di “Crescere in Digitale”, progetto promosso dal Ministero del Lavoro insieme con Google ed Unioncamere, che offre agli iscritti al programma Garanzia Giovani l’opportunità di approfondire le proprie conoscenze digitali attraverso 50 ore di training online: a 87 settimane dal lancio sono 97.007 i giovani iscritti attraverso la piattaforma www.crescereindigitale.it; di questi 54.991 hanno completato il primo modulo e 9.478 hanno completato tutto il corso.

Le imprese che hanno aderito al progetto sono 5.811, disponibili ad accogliere 8.275 tirocinanti. Da sottolineare che le imprese che decideranno di assumere il giovane al termine del tirocinio potranno beneficiare di incentivi fino a 8.060 euro.

Carlo Pareto

Pensione anticipata. Spunta l’ipotesi
della proroga

Inail e Confindustria

AL VIA PREMIO IMPRESE PER SICUREZZA

Confindustria e Inail hanno di recente lanciato la V edizione del Premio Imprese per la sicurezza, con la collaborazione tecnica dell’Associazione Premio Qualità Italia (Apqi) e di Accredia, ente italiano di accreditamento. “L’iniziativa – ha spiegato Inail in una nota – ha lo scopo di diffondere la cultura della prevenzione premiando le aziende che si distinguono per l’impegno concreto e per i risultati gestionali conseguiti in materia di salute e sicurezza”. Il Premio, rivolto a tutte le imprese, anche non aderenti al sistema Confindustria, è assegnato per tipologia di rischio (alto o medio-basso) e per dimensione aziendale. Le imprese che intendono aderire all’iniziativa possono farlo attraverso il sito di Confindustria, cliccando sul banner del Premio, raggiungibile anche dal link Inail Prevenzione e sicurezza. Il termine ultimo per l’invio dei questionari on line è il prossimo 26 giugno alle ore 14. Le aziende che risulteranno finaliste potranno chiedere una riduzione del tasso di premio Inail tramite il modello OT24, secondo le modalità disponibili sul sito www.inail.it.

Inps

400 MILIONI DI VOUCHER VENDUTI IN OTTO ANNI

Da agosto 2008, inizio della sperimentazione sull’utilizzo dei voucher per vendemmie di breve durata, al 31 dicembre 2016 risultano venduti 400,3 milioni di buoni lavoro di importo nominale pari a 10 euro a 1.765.810 persone. La progressiva estensione degli ambiti oggettivi e soggettivi di utilizzo del lavoro accessorio è andata di pari passo con l’aumento della vendita dei voucher, che ha registrato un tasso di crescita del 58% dall’anno 2014 all’anno 2015, e del 24% dal 2015 al 2016. E’ quanto ha comunicato l’Inps, che ha precisato come, “in occasione di questo aggiornamento, sono stati effettuati una serie di interventi di normalizzazione dei dati relativi alle vendite: è stato eliminato l’effetto distorsivo recato dalle transazioni che, dopo l’emissione del voucher, non risultano andate a buon fine, e pertanto la banca dati riporta esclusivamente l’importo dei voucher per i quali risulta perfezionata l’operazione di vendita”.

Attualmente, ha riferito l’ente di previdenza, l’acquisto dei voucher presso i tabaccai è di gran lunga prevalente, con l’80% del totale venduto nel 2016. La tipologia di attività per la quale è stato complessivamente acquistato il maggior numero di voucher è il Commercio (17,4%). La consistenza della voce ‘altre attività’ (34,5%; include ‘altri settori produttivi’, ‘attività specifiche d’impresa’, ‘maneggi e scuderie’, ‘consegna porta a porta’, altre attività residuali o non codificate) è il riflesso della storia del lavoro accessorio, all’origine destinato ad ambiti oggettivi di impiego circoscritti (quindi codificabili), negli anni progressivamente ampliati, fino alla riforma contenuta nella legge n. 92 del 2012 che amplia di fatto l’utilizzo di lavoro accessorio per qualsiasi tipologia di attività.

Riguardo le aree geografiche, il ricorso ai voucher è concentrato nel Nord del paese. Guida la graduatoria il Nord-est con 146,3 milioni di voucher venduti incide per il 36,5%, mentre il Nord-ovest con 118,7 milioni di voucher venduti incide per il 29,7%. La regione nella quale si è avuto il maggiore ricorso ai voucher è la Lombardia, con 70,7 milioni di buoni lavoro venduti. Seguono il Veneto e l’Emilia Romagna.

Secondo quanto calcolato dall’Inps, il numero di lavoratori è cresciuto significativamente negli anni, mentre il numero medio di voucher riscossi dal singolo lavoratore è rimasto sostanzialmente invariato: circa 60-70 voucher l’anno. Poiché l’importo netto che il lavoratore riscuote per ogni voucher è di 7,50 euro, si ricava (come ordine di grandezza) che il compenso annuale medio netto oscilla attorno a 500 euro. Non ci sono differenze significative tra i sessi in termini di compenso.

L’età media è andata decrescendo fino al 2014, anno dal quale è stabile; il differenziale di età tra i sessi è sempre diminuito. La percentuale di femmine è progressivamente aumentata, ed è finora di poco superiore al 52%. La quota di lavoratori di cittadinanza extracomunitaria è lievitata costantemente e nel 2016 è di poco superiore al 9%. Non ci sono differenze significative nel numero medio di voucher riscossi rispetto alla cittadinanza.

Per ogni soggetto può essere calcolato il primo anno di lavoro accessorio, al fine di quantificare il numero di ‘nuovi’ lavoratori che accedono al sistema dei voucher: la quota di ‘nuovi’ lavoratori, maggioritaria, è andata progressivamente riducendosi negli anni. Su 1.765.810 lavoratori che hanno svolto attività nel 2016 il numero di ‘nuovi’ lavoratori è stato pari a 892.311, vale a dire il 51% (tale quota era del 71% cinque anni prima). Sempre per i 1.765.810 lavoratori che hanno svolto attività nel 2016 risulta che oltre la metà (53,7%) ha incassato nell’anno un numero di voucher minore o uguale di 40, e circa un lavoratore su dieci (10,9%) ha riscosso nell’anno più di 200 voucher.

Rischi per la salute

IN ITALIA CI SONO ANORA 650 CHILI DI AMIANTO PER CITTADINO

L’incendio sulla Pontina accende i riflettori sull’emergenza amianto in Italia. Fino al 1992 l’Italia è stato il secondo produttore europeo, dopo l’allora Unione Sovietica, e ancora ad oggi, su tutto il nostro territorio, ci sono circa 40 milioni di tonnellate di amianto e materiali che lo contengono in circa 50 mila siti e un milione di micrositi. A conti fatti, ogni italiano è minacciato da 650 chili di amianto, un record che non ci rallegra affatto, considerando i numeri della strage che esso provoca.

L’incognita dell’amianto nell’aria dopo il rogo nello stabilimento della Eco x

Secondo dati dell’Osservatorio nazionale sull’amianto, ogni anno nel nostro Paese avvengono 6.000 decessi per patologie asbesto-correlate; 1.900 sono i nuovi casi di mesotelioma, secondo i dati pubblicati da “I numeri del cancro in Italia 2016 di Aiom /Airtum”. Gli uomini sono esposti più delle donne: uno su 234 in Italia rischia di sviluppare questa patologia mentre per le donne la percentuale è di una su 785. I decessi oncologici per mesotelioma in entrambi i sessi si attestano al 4%.I pazienti ad oggi, in Italia, con diagnosi di mesotelioma sono 2.732.

Minacciate 2.400 scuole

Per quanto riguarda la mappa del rischio, ai primi posti ci sono purtroppo le scuole: in2.400 istituti sono presenti materiali di asbesto. Esposti al pericolo circa 350.000 studenti e 50.000 dipendenti, tra docenti e non. Negli ospedali, negli altri edifici pubblici, negli aeromobili, nelle navi e negli altri mezzi militari l’amianto è ancora largamente presente, e purtroppo continua e continuerà a mietere molte vittime. Si stima che saranno necessari ben 1000 anni per rimuovere totalmente ogni traccia di amianto in Italia. Il Presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha stimato, ottimisticamente, in 85 anni il tempo necessario per poter bonificare tutto l’amianto presente nel territorio nazionale. Nonostante la sua accertata pericolosità (anche Iarc, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro delle Nazioni Unite, ha infatti riconosciuto l’amianto come cancerogeno e ha chiesto di bandirne l’utilizzo in ogni sua forma), non esiste una normativa internazionale che ne limiti la produzione e la commercializzazione. La Confederazione Internazionale dei Sindacati (Ituc), e il Sindacato Mondiale dell’Industria (IndustriAll) hanno sostenuto dodici nazioni africane nel chiedere l’inserimento dell’amianto nella lista dei materiali pericolosi della Convenzione di Rotterdam i cui componenti si riuniranno, a Ginevra, entro il 5 maggio prossimo. Sono sessanta i paesi nel mondo ad aver bandito l’amianto.

Pensione anticipata

SPUNTA L’IPOTESI DELLA PROROGA

Sarebbe dovuta partire il primo maggio, come stabilito dalla Legge di Bilancio, e invece ancora si attende l’avvio dell’Ape social, la misura sperimentale che prevede l’anticipo pensionistico per soggetti in stato di bisogno con 63 anni di età e almeno 30 anni di contributi. Il decreto-attuativo è stato firmato dal premier Paolo Gentiloni lo scorso 18 aprile, tuttavia il suo iter si è arrestato dopo il parere emesso dal Consiglio di Stato. Palazzo Spada infatti suggerisce di modificare la platea dei beneficiari e le tempistiche per il riconoscimento delle domande da parte dell’Inps. Nello specifico, per poter estendere l’Ape social agli operai agricoli e a coloro che non hanno i requisiti per la Naspi (indennità di disoccupazione) e sono disoccupati da almeno 3 mesi è necessario cambiare la legge. Tra le modifiche da apportare al provvedimento anche la proroga del termine per la presentazione delle domande “almeno al 31 luglio”. Inoltre, dovrà essere riconosciuta la decorrenza retroattiva per consentire ai soggetti interessati di poter beneficiare dei trattamenti dal termine fissato dalla legge al primo maggio. “Palazzo Chigi sta predisponendo il testo del decreto sull’Ape Social a seguito delle valutazioni del Consiglio di Stato”, ha spiegato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, aggiungendo che il provvedimento sarà pronto “fra qualche giorno”. Seguiranno poi il vaglio della Corte dei Conti e la pubblicazione in Gazzetta ufficiale. Per ora, comunque, le domande non possono essere presentate tanto che risulta sempre più plausibile l’ipotesi di una proroga di 15 giorni per la presentazione della domanda per il riconoscimento delle condizioni d’accesso alla prestazione (al 15 luglio) e per la redazione delle graduatorie (al 15 ottobre). Tema che sarà sul tavolo del prossimo incontro tra Governo e sindacati previsto per il corrente mese di maggio. Riguardo l’Ape volontaria invece, il ministro Poletti ha chiarito che “è pronta” ma che “è il ministro dell’Economia che ha il controllo puntuale del procedimento”. In questo caso il ritardo è superiore a quello dell’Ape sociale in quanto il decreto su questa seconda misura sperimentale non è ancora stato presentato al Consiglio di Stato. Il prestito sulla futura pensione potrà essere richiesto dai lavoratori con almeno 63 anni di età e 20 anni di contributi fino al 31 dicembre 2018. Ma quando diventerà operativo?

Carlo Pareto