Lavoro, il Bonus Assunzioni funziona. 14esima pensione, cosa fare se non arriva. Congedo maternità anche a disoccupate

Lavoro
IL BONUS ASSUNZIONI FUNZIONA

Vedrete, dicevano i “profeti di sventura”, ci sarà un’ondata di licenziamenti. Finito il triennio di incentivi alle assunzioni introdotti dal governo Renzi, chi ha ottenuto un lavoro verrà comodamente rispedito a casa. Vedrete, ed era tutta un’attesa di scenari apocalittici con orde di disoccupati.
L’Inps ha messo a confronto il tasso di licenziamento nell’arco dei 36 mesi relativi ai rapporti di lavoro nati nell’era jobs act. Risultato: tasso di licenziamento identico a contratti precedenti. Più flessibilità uguale più occupazione. Meno flessibilità uguale meno occupazione ha twittato Claudio Cerasa del Foglio
Lo ha scritto anche l’Inps nel suo rapporto annuale presentato recentemente dal presidente Tito Boeri: “Oltre che in generale sulla sopravvivenza dei rapporti di lavoro agevolati, si è discusso di una possibile ondata di licenziamenti sul finire del triennio incentivato con la decontribuzione 2015”. Si è discusso, eccome, ma dato che il triennio è terminato nel 2018 la domanda è d’obbligo: come è andata veramente? L’Inps ha effettuato una “verifica puntuale” per controllare “se i tassi di licenziamento siano effettivamente ‘esplosi’ alla fine del triennio agevolato”. Il confronto è tra i “rapporti attivati” nel primo trimestre 2015 e quelli del primo trimestre 2014. L’Inps ovviamente sottolinea che, per “una verifica completa con riferimento a tutte le attivazioni 2015” occorrerà attendere il 2019. In ogni caso, da questo primo raffronto, emerge che il tasso di licenziamento, nei primi 18 mesi, è inferiore nel 2015 rispetto al 2014. Mentre “si è del tutto normalizzato successivamente, senza alcuna apprezzabile anomalia di comportamento anche attorno ai 36 mesi”. “Ciò – conclude il rapporto – non significa che casi singoli di comportamenti totalmente opportunistici, finalizzati esclusivamente a ‘sfruttare’ la decontribuzione, ci possano essere e siano stati: ma se ne può negare ogni consistente rilevanza quantitativa”. Con buona pace dei “profeti di sventura”.

Previdenza
BOERI: NECESSARIA L’IMMIGRAZIONE

La domanda di lavoro immigrato “è forte” perché sono “tanti i lavori che gli italiani non vogliono più svolgere”. Domanda a cui non si può rinunciare, considerando che “in mancanza di decreti flussi con quote per colf e badanti” il numero di “lavoratori domestici extra comunitari iscritti alla gestione Inps tende inesorabilmente a ridursi” e quindi diminuisce il numero di chi versa i contributi sociali.
È quanto emerge dalla relazione presentata in Parlamento dal presidente dell’Istituto Tito Boeri, che ha ribadito le critiche sul possibile ripristino delle pensioni di anzianità previste dal governo 5S-Lega.
Immigrazione – Sul fronte migranti, “per ridurre l’immigrazione clandestina il nostro Paese ha
bisogno di aumentare quella regolare” è il ‘suggerimento’ del presidente Inps, che rileva come la “forte domanda di lavoro immigrato in Italia” si riversi di fatto “sull’immigrazione irregolare degli overstayer, di chi arriva in aereo o in macchina, non coi barconi ma coi visti turistici, e rimane in Italia a visto scaduto” alimentata “da decreti flussi del tutto irrealistici”.
Quando si pongono infatti, aggiunge Boeri, “forti restrizioni all’immigrazione regolare, aumenta
l’immigrazione clandestina e viceversa. In genere, a fronte di una riduzione del 10% dell’immigrazione regolare, quella illegale aumenta tra il 3-5%”, stima il presidente Inps, ricordando come negli Stati Uniti il boom degli illegali sia cominciato nel ’64 quando è stato chiuso il ‘Bracero program’ e come il fenomeno sia invece iniziato a calare “quando ha cominciato a essere pienamente messo in atto l’Immigration Reform and Control Act, che ha regolarizzato milioni di lavoratori messicani”.
Lavoro immigrato – La domanda di lavoro immigrato in Italia “è forte” perché, prosegue, sono “tanti i lavori per i quali non si trovano lavoratori alle condizioni che le famiglie possono permettersi nell’assistenza alle persone non-autosufficienti. Tanti i lavori che gli italiani non vogliono più svolgere”. A cominciare dai lavori domestici. “La domanda di colf e badanti delle famiglie italiane è in costante aumento alla luce anche dell’incremento tendenziale del numero di persone non-autosufficienti. Tuttavia, in mancanza di decreti flussi con quote per colf e badanti, l’ultimo nel 2011, il numero di lavoratori domestici extra-comunitari iscritti alla gestione Inps tende inesorabilmente a ridursi, non compensato (o compensato in minima parte) dall’aumento dei lavoratori comunitari o italiani che non hanno problemi coi visti. Ma non appena c’è un provvedimento di regolarizzazione del lavoro nero (come nel 2008-9 o nel 2012), il
numero di colf e badanti extracomunitarie si impenna, a dimostrazione del fatto che questi lavori
continuano a essere richiesti, ma vengono svolti senza versare i contributi sociali”

14esima sulla pensione
COSA FARE SE NON ARRIVA

Per 3,5 milioni di pensionati l’assegno della pensione di luglio è stato abbastanza pesante. Di fatto la somma “extra” della quattordicesima che è arrivata nel rateo di luglio è stata accreditata a tutti quei pensionati che hanno almeno 64 anni e un reddito complessivo fino a 2 volte il trattamento minimo previdenziale. La cifra extra che è stata accreditata con il rateo di luglio va da 336 euro a 655 euro.
Ma cosa fare se manca all’appello sull’assegno la quattordicesima? Il pensionato può fare una richiesta e quindi richiedere che venga accertata la sua posizione per chiarire i termini in cui può ricevere l’assegno. Come sottolinea il legale Celeste Collovati, che da anni segue i ricorsi sul fronte previdenziale, “può scattare un ricorso per ottenere la quattordicesima che manca all’appello.
Va sottolineato che errori di questo tipo sono abbastanza rari, ma l’Inps una volta esaminato il ricorso spesso accredita la cifra mancante”. Bisogna controllare in modo attento il cedolino e verificare i requisiti per accedere alla cifra “extra”. Infine va sottolineato, come ricorda la Spi Cgil, che il numero più elevato di quattordicesime è stato accreditato in Lombardia con 470mila assegni, in Sicilia con 327mila assegni, in Campania con 313mila assegni e infine in Veneto con circa 300mila assegni.

Previdenza
CONGEDO DI MATERNITÀ ANCHE PER LE DISOCCUPATE

Se si decide di dare le dimissioni una volta scoperto di essere incinta non si perde il diritto al congedo di maternità, che è l’indennità sostitutiva riconosciuta dall’Inps nei 5 mesi in cui la lavoratrice è obbligata ad assentarsi dal lavoro.
Il congedo di maternità, infatti, spetta anche alle lavoratrici che risultano essere disoccupate o sospese, purché soddisfino determinati requisiti.
Nel dettaglio, per percepire l’indennità sostitutiva Inps per 5 mesi (nei 2 precedenti al parto e nei 3 successivi) è necessario che dalla sospensione del lavoro e l’inizio del congedo non siano trascorsi più di 60 giorni. Qualora siano trascorsi più di 60 giorni, l’indennità di maternità sarà corrisposta solo nel caso in cui la donna risulti essere allo stesso tempo titolare della Naspi (indennità di disoccupazione), che viene sospesa per tutti i 5 mesi. Ricordiamo infatti che per le dimissioni motivate da maternità (quindi quelle presentate dal 1° giorno in cui si viene a conoscenza del proprio stato al compimento del 1° anno di età del figlio) viene riconosciuta la giusta causa e, quindi, si mantiene il diritto alla Naspi.
Se, invece, il congedo ha inizio dopo questa data e non è stata riconosciuta la Naspi, allora l’indennità di maternità spetta solo se questo periodo è inferiore ai 180 giorni e negli ultimi 2 anni ci siano almeno 26 contributi settimanali versati. A tutte queste lavoratrici, quindi, nei 5 mesi coperti dal congedo di maternità, l’Inps riconosce un’indennità sostitutiva pari all’80% della retribuzione precedentemente percepita.

Carlo Pareto

Dl Dignità. Governo unito contro Boeri

Boeri-InpsIl presidente dell’INPS, Tito Boeri, replicando alla nota congiunta dei ministri del Lavoro, Luigi Di Maio, e dell’Economia, Giovanni Tria, sui numeri del cosiddetto ‘decreto dignità’, ha dichiarato: “Le dichiarazioni contenute nella  nota congiunta dei ministri Tria e Di Maio  rivolgono un attacco senza precedenti alla credibilità di due istituzioni nevralgiche per la tenuta dei conti pubblici nel nostro Paese e in grado di offrire supporto informativo alle scelte del Parlamento e all’opinione pubblica. Nel mirino l’Inps, reo di avere trasmesso una relazione ‘priva di basi scientifiche’ e, di fatto, anche la stessa Ragioneria Generale dello Stato che ha bollinato una relazione tecnica che riprende in toto le stime dell’Inps. Siamo ai limiti del negazionismo economico, il provvedimento comporta un innalzamento del costo del lavoro per i contratti a tempo determinato e un aumento dei costi in caso di interruzione del rapporto di lavoro per i contratti a tempo indeterminato. In presenza di un inasprimento del costo del lavoro complessivo, l’evidenza empirica e la teoria economica prevedono unanimemente un impatto negativo sulla domanda di lavoro. In un’economia con disoccupazione elevata, questo significa riduzione dell’occupazione. E’ difficile stabilire l’entità di questo impatto, ma il suo segno negativo è fuori discussione. La stima dell’Inps è relativamente ottimistica. Prevede che il 10% dei contratti a tempo determinato che arrivano a 24 mesi di durata non vengano trasformati in altri contratti, ma diano luogo a flussi verso la disoccupazione riassorbiti al termine della durata della Naspi. Non si contemplano aggravi occupazionali legati alle causali. In termini assoluti l’effetto è trascurabile: si tratta dello 0,05% dell’occupazione alle dipendenze in Italia. Da notare che l’effetto, contrariamente a quanto riportato da alcuni quotidiani, non è cumulativo. In altre parole il numero totale non eccede mai le 8.000 unità in ogni anno di orizzonte delle stime. Se l’obiettivo del provvedimento era quello di garantire maggiore stabilità al lavoro e più alta produttività in futuro al prezzo di un piccolo effetto iniziale di riduzione dell’occupazione, queste stime non devono certo spaventare.  Spaventa invece  questa campagna contro chi cerca di porre su basi oggettive il confronto pubblico. Consapevoli dell’incertezza che circonda le stime svolgeremo, come sempre, il monitoraggio attento, che peraltro la legge ci richiede.  Ma sin d’ora, di fronte a questi nuovi attacchi non posso che ribadire che i dati non si fanno intimidire”.
Il leader della Lega, vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, su Twitter ha scritto: “Il presidente Inps, nominato da Renzi, continua a ripetere che la legge Fornero non si può toccare e che gli immigrati pagano le pensioni degli italiani.  Io penso che sbagli e che si dovrebbe dimettere”.
Dunque, si è sviluppata una guerra su stime tra accuse e sospetti. All’origine della  querelle tra il governo e il presidente dell’Inps Tito Boeri c’è stato il caso della cosiddetta  ‘manina’ che avrebbe inserito nella relazione tecnica, la notte prima che il provvedimento venisse inviato al Quirinale, il dato secondo cui il provvedimento farebbe perdere  8mila posti di lavoro in un anno. Lo scontro è durissimo con il ministro dell’Interno  Matteo Salvini , che aveva già attaccato Boeri per le sue dichiarazioni sui migranti, che torna a chiedere al presidente dell’Inps di fare un passo indietro, e il diretto interessato che replica accusando i suoi interlocutori di negazionismo economico.
La miccia sullo scontro è stata accesa dalla nota congiunta del ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Luigi Di Maio e del titolare dell’Economia  Giovanni Tria, in cui il capo politico del M5S sostiene di non aver mai accusato né il ministero dell’Economia né la Ragioneria generale dello Stato di alcun intervento nella predisposizione della relazione tecnica al ‘dl dignità’ facendo finire nel mirino l’Inps. Per il ministro dell’Economia, infatti, le stime dell’Istituto di previdenza sugli effetti delle disposizioni relative ai contratti di lavoro contenute nel decreto dignità sono ‘prive di basi scientifiche e in quanto tali discutibili’. Poi, è arrivata anche la stoccata per Boeri lanciata su Twitter dal vicepremier Salvini.
Gli attacchi hanno suscitato la reazione di Boeri. Adesso, spetterà alla Commissione parlamentare, che sta esaminando il ‘decreto dignità’ prima di farlo arrivare in Aula per la votazione, il compito di far emergere la verità sulle diverse affermazioni e soprattutto sulla nota della Ragioneria dello Stato. Anche la Corte dei conti e la Banca d’Italia, nei giorni scorsi, hanno manifestato preoccupazioni sui cambiamenti strutturali che vorrebbero portare avanti il Governo di Lega e M5S. Lo scontro in atto ci potrebbe ricordare l’episodio di Pinocchio che prende a martellate il ‘Grillo parlante’ perché le osservazioni non erano di suo gradimento. Una democrazia resta tale finchè ognuno può esprimere liberamente il proprio pensiero e le proprie opinioni. La diversità di pensiero dovrebbe essere considerata come un valore aggiunto e non come qualcosa da opprimere. Se chi governa non consente la libertà di espressione, significa assumere un atteggiamento tipico delle dittature che ottusamente hanno fatto disastri incommensurabili come ci insegna la storia.

Abi. Nencini, relazione Patuelli lapidaria e strategica

DiMaio_SalviniLe tensioni nel governo di Giuseppe Conte sono già iniziate nonostante l’accordo programmatico firmato da Lega e M5S. L’ultima sfida nel governo  è scoppiata sui  voucher. Da una parte c’è la Lega che vorrebbe reintrodurli in alcuni settori, dall’altra il M5S più diffidente. Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, ha attaccato: “Perché, se i voucher verranno reintrodotti per sfruttare di nuovo la gente, allora si troverà un argine, anzi un muro in cemento armato del Movimento 5 Stelle. Non accetto nessun ricatto del tipo o ci fate sfruttare i nostri giovani oppure noi licenziamo”.

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha assunto un’altra posizione affermando: “In agricoltura, nel turismo e nei lavori stagionali servono a combattere il lavoro nero. I voucher sono stati ipocritamente cancellati per una scelta politica, ma in alcuni settori sono fondamentali e vanno reintrodotti”. Le parole del ministro Salvini hanno trovato il plauso del ministro delle Politiche Agricole Gian Marco Centinaio, il quale si è detto pronto a reintrodurre i voucher in agricoltura, come peraltro previsto nel contratto di governo.

Il  voucher (o buono lavoro), come strumento di retribuzione del lavoro occasionale è stato introdotto nel 2003 dal secondo governo Berlusconi. Ogni voucher aveva un valore di 10, 20 e 50 euro. Tramite la procedura telematica sul sito dell’Inps, il committente poteva acquistare i buoni lavoro in diverse modalità: pagamento online, modello F24 Elide o bollettino postale. Per il lavoratore il tetto dell’importo era di 7mila euro. I vecchi voucher sono stati aboliti lo scorso anno dal governo Gentiloni sotto la spinta della Cgil e poi riformulati con il decreto legge 50, convertito dalla legge 96/2017 che distingue tra utilizzo non professionale (libretto famiglia, da utilizzare ad esempio per colf e badanti) e utilizzo professionale (tramite il contratto di prestazione occasionale). Inoltre è stato introdotto un tetto unico ai compensi da 5mila euro, ma il lavoratore non può ricevere più di 2.500 euro all’anno dal medesimo datore di lavoro.

Di Maio ha avvertito spiegando: “Se vogliamo discutere della natura per cui erano nati i voucher per specifici lavori che non sono a rischio sfruttamento ma richiedono un tipo di pagamento quotidiano specifico, non abbiamo mai detto di essere contrari anzi è nel contratto di governo. Ma, deve essere chiara una cosa: non permetteremo a nessuna forma giuridica di introduzione dei voucher che lasci aperte delle strade che portano poi allo sfruttamento dei nostri giovani e meno giovani. Insomma, se si vogliono reintrodurre i voucher per sfruttare la gente il M5S voterà contro. Se si reintroduco i voucher per specifiche mansioni e non per sfruttare i lavoratori allora ne possiamo parlare, è la posizione dei 5 Stelle. Se il Parlamento vuole fare delle proposte migliorative ben venga. L’importante è che non si entri mai più nel ragionamento per cui si dice o ce li fate sfruttare o li licenziamo. L’impegno che ho assunto come ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico è quello di abbassare il costo del lavoro per permettere l’utilizzo dei contratti a tempo indeterminato ad un più basso costo per le imprese”. Così ha concluso il Ministro Di Maio senza specificare su quali leve agirà il governo per ridurre il costo del lavoro dei contratti a tempo indeterminato. Su questo argomento è assordante il silenzio dei sindacati.

Tito Boeri, presidente dell’Inps, in un’intervista rilasciata a Sky Tg24 Economia, ha commentato: “Quello dei voucher può essere uno strumento giusto e molto importante. In Italia quando c’è un abuso di qualcosa, si tende a eliminarlo. Noi avevamo fatto delle proposte per evitare questi abusi e limitare l’uso dei voucher alle giuste fattispecie anche perché oggi è uno strumento del quale riusciamo a gestire la transazione. E’ tracciabile, possiamo assicurarci che vengano pagati i lavoratori e i contributi, perché chiediamo alle aziende il versamento della remunerazione prima che venga effettuato il lavoro”.

Qualche giorno fa c’è stato anche il conflitto tra Salvini ed Elisabetta Trenta, ministro della Difesa, sul coinvolgimento della Marina militare nelle missioni internazionali per gli sbarchi irregolari dei migranti.

Oggi dall’assemblea annuale dell’ABI, sono arrivate nuove preoccupazioni sull’economia dal Governatore della Banca d’Italia e dal presidente dell’Abi. Il Governatore, Ignazio Visco, ha detto: “In Italia, come nelle principali economie, nei primi mesi del 2018 l’attività economica ha rallentato. I segnali di decelerazione si sono estesi alla primavera. Nella maggior parte delle previsioni formulate da istituzioni nazionali e internazionali, la crescita in Italia rimarrebbe superiore all’1% nella media del triennio 2018-2020”.

Secondo il governatore Visco: “Questo scenario presuppone un orientamento monetario accomodante, condizioni finanziarie distese e un contesto globale favorevole. Negli ultimi mesi, sono notevolmente saliti i rischi connessi con la politica protezionistica degli Stati Uniti e con i contrasti che su diversi fronti si registrano nelle relazioni tra i Paesi dell’Unione europea”.

Visco ha tuttavia rilevato: “La fiducia delle famiglie e delle imprese si mantiene su livelli elevati. Indicazioni positive provengono anche dall’espansione dei prestiti bancari e dal miglioramento del mercato del lavoro”.

Il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, ha affermato: “La scelta strategica dell’Italia deve essere di partecipare maggiormente all’Unione Europea con un maggior impegno nelle responsabilità comuni altrimenti la nostra economia potrebbe finire nei gorghi di un nazionalismo mediterraneo molto simile a quelli sudamericani”. Patuelli ha così ricordato: “In Argentina il tasso di sconto ha raggiunto il 40% e con la lira italiana negli anni 80 il tasso di sconto fu anche del 19%”.

Antonio Patuelli ha anche affermato: “Le banche italiane proseguono i grandi sforzi e progressi per la ripresa e l’opera di riduzione dei crediti deteriorati, passati in due anni da 200 a 135 miliardi ma ogni aumento dello spread impatta su Stato, banche, imprese e famiglie rallentando la ripresa”.

Il monito del mondo del credito è arrivato puntuale nel momento in cui le tensioni all’interno del governo Conte rischiano di fare arretrare il Paese anziché migliorarlo. Incomprensibile resta il silente e non visibile ruolo delle opposizioni.

Una relazione che il segretario del Psi Riccardo Nencini ha definivo “lapidaria!”. “Lapidaria e strategica, il modo migliore per onorare l’incarico in un tempo in cui presentismo e chiusure rischiano di farla da padroni”- ha concluso Nencini.

Salvatore Rondello

Lavoro, rispuntano i voucher

Inps

CENSIMENTO 2017 LAVORATORI DOMESTICI

Nel 2017 i lavoratori domestici contribuenti all’Inps sono stati 864.526, con un decremento del’1% rispetto al 2016. Una più ampia diminuzione, spiega una nota dell’Ente, si è rilevata nel 2014 (-5,2%) e nel 2013 rispetto al 2012 (-5,1%), anno in cui si è registrato un forte aumento del numero di lavoratori per effetto della sanatoria riguardante i lavoratori extracomunitari irregolari.

Guardando all’identikit del lavoratore domestico in Italia, continua la nota dell’Inps, si nota una prevalenza di femmine, in crescita, che ha raggiunto nel 2017 il valore massimo degli ultimi sei anni, pari all’88,3 per cento. Tuttavia il fenomeno della regolarizzazione (anno 2012) interessa maggiormente i lavoratori di sesso maschile. I lavoratori sono per la maggior parte stranieri (il 73,1% del totale). Ma mentre per i lavoratori italiani si riscontra un andamento crescente, pari a +6,9% nel 2017, i lavoratori stranieri sono calati del 3,6% in confronto al 2016. L’Europa dell’Est è la zona geografica da cui proviene quasi la metà dei lavoratori stranieri, pari al 43,8 per cento. Guardando alla distribuzione del totale dei lavoratori nelle varie aree geografiche, nel 2017 il Nord-Ovest fa la parte del leone con il 29,7%; fanalino di coda sono le Isole col 9,3 per cento. La regione che svetta per maggior numero di lavoratori domestici è la Lombardia, con 156.092 lavoratori pari al 18,1%, seguita da Lazio (14,9%), Emilia Romagna (8,8%) e Toscana (8,6%). In queste quattro regioni si concentra più della metà dei lavoratori domestici in Italia.

Inps

A MAGGIO CASSA INTEGRAZIONE IN CALO

maggio il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 23,9 milioni, in calo del 39% rispetto allo stesso mese del 2017 (39,1 milioni). Lo rende noto l’Inps in un comunicato.

Le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate a maggio 2018 sono state 10,83 milioni: un anno prima, nel mese di maggio 2017, erano state 10,78 mln : di conseguenza, la variazione tendenziale è pari a +0,5%. In particolare, la variazione tendenziale è stata pari a -11,2% nel settore Industria e +28,4% nel settore Edilizia.

La variazione congiunturale registra a maggio rispetto al mese precedente un incremento pari al 19,4%. A maggio il numero di ore di cassa integrazione straordinaria autorizzate è stato pari a 12,8 mln, di cui 7,7 mln per solidarietà, registrando un calo del 52,4% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che registrava 26,9 milioni di ore autorizzate. A maggio rispetto al mese precedente si registra una variazione congiunturale pari al +27,7%.

Gli interventi in deroga sono stati pari a 0,2 mln di ore autorizzate a maggio, in flessione dell’84,2% se raffrontati con maggio 2017, mese nel quale erano state autorizzate 1,4 milioni di ore. La variazione congiunturale registra a maggio rispetto al mese precedente un decremento pari al 29,3%.

Quanto alle domande di disoccupazione, ad aprile 2018 sono state presentate 118.361 richieste di NASpI e 1.150 di DisColl. Nello stesso mese sono state inoltrate 1.876 domande di ASpI, miniASpI, disoccupazione e mobilità, per un totale di 121.387 istanze, il 14,9% in più rispetto al mese di aprile 2017 (105.631domande).

Dati lavoro occasionale – Nei primi quattro mesi del 2018 la consistenza dei lavoratori impiegati con Contratti di Prestazione Occasionale (CPO), si è attestata tra le 15.000 e le 19.000 unità con un importo mensile lordo medio pari a circa 253 euro. E’ quanto emerge dai dati dell’Osservatorio sul precariato diffuso recentemente dall’Inps sottolineando che “il fenomeno risulta, come del resto implicito nella normativa, di dimensioni modeste”. Per quanto invece attiene ai lavoratori pagati con i titoli del Libretto Famiglia (LF), ad aprile 2018 si sono superati i 6.000 lavoratori impiegati con un importo mensile lordo medio pari a 325 euro.

Lavoro

RISPUNTANO I VOUCHER

“I voucher sono stati ipocritamente cancellati per una scelta politica, ma in alcuni settori sono fondamentali e vanno reintrodotti”. Non ha dubbi il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che parlando recentemente al Festival del Lavoro a Milano, ha fatto rispuntare l’ipotesi di un ritorno ai buoni lavoro. Parole che hanno trovato il plauso del ministro delle Politiche Agricole Gian Marco Centinaio, il quale si è detto pronto a reintrodurre i voucher in agricoltura, come peraltro previsto nel contratto di governo.

A commentare positivamente la proposta è stata anche la Coldiretti secondo la quale con i voucher “circa 50mila posti di lavoro occasionali possono essere recuperati con trasparenza nelle attività stagionali in campagna dove con l’estate sono iniziate le attività di raccolta e presto ci sarà la vendemmia”. Secondo il presidente della Coldiretti, Roberto Monclavo si tratta infatti di una decisione importante, “fortemente sostenuta dalla Coldiretti dopo che la riforma ha di fatto praticamente azzerato questa opportunità in agricoltura per integrare il reddito delle categorie più deboli ma anche per avvicinare al mondo dell’agricoltura giovani studenti o mantenere attivi anziani pensionati”.

Il voucher – o buono lavoro – , come strumento di retribuzione del lavoro occasionale è stato introdotto nel 2003 dal secondo governo Berlusconi. Ogni voucher aveva un valore di 10, 20 e 50 euro. Tramite la procedura telematica sul sito dell’Inps, il committente poteva acquistare i buoni lavoro in diverse modalità: pagamento online, modello F24 Elide o bollettino postale. Per il lavoratore il tetto dell’importo era di 7mila euro.

I ‘vecchi’ voucher sono stati aboliti lo scorso anno dal governo Gentiloni e poi riformulati con il decreto legge 50, convertito dalla legge 96/2017 che distingue tra utilizzo non professionale (libretto famiglia, da usare ad esempio per colf e badanti) e utilizzo professionale (tramite il contratto di prestazione occasionale). Inoltre è stato introdotto un tetto unico ai compensi da 5 mila euro, ma il lavoratore non può ricevere più di 2.500 euro l’anno dal medesimo datore di lavoro.

Inail

NEL 2017 MENO MORTI MA NEL 2018 +3,7% NEI PRIMI 5 MESI

E’ stata recentemente presentata la relazione annuale dell’Inail: nel 2017 nuovo minimo morti sul lavoro: 617, il 58% dei quali ‘in itinere’ ovvero nei percorsi casa-lavoro. Nei primi cinque mesi del 2018, invece, secondo gli ‘open data’ dell’Istituto, sono arrivate all’Inail 389 denunce di infortunio mortale con un aumento del 3,7% rispetto allo stesso periodo del 2017 (14 casi in più).

Inail: 617 morti accertate sul lavoro nel 2017, nuovo minimo

Nel 2017 sono state accertate al momento 617 morti sul lavoro (il 58% fuori dall’azienda) a fronte delle 1.112 denunce arrivate. Se anche i 34 casi ancora in istruttoria risultassero tutti riconosciuti sul lavoro si arriverebbe a 651 morti con un calo del 2,8% (rispetto ai 670 del 2016) al minimo storico dal 1951. Lo si legge nella Relazione annuale dell’Inail. Le denunce di infortunio sono state 641.000 in linea con il 2016 e ne sono state riconosciute sul lavoro 417.000 di cui il 19% fuori dall’azienda. Gli infortuni sul lavoro hanno causato circa 11 milioni di giornate di inabilità con costo a carico dell’Inail: in media 85 giorni per infortuni che hanno provocato menomazione e circa 21 giorni in assenza di menomazione. Le denunce di malattie professionali nell’anno sono state 58.000, circa 2.200 in meno rispetto al 2016 ma in aumento del 25% rispetto al 2012. Il 65% delle denunce riguarda patologie del sistema osteomuscolare. A fine anno erano in essere 726.000 rendite per inabilità permanente e ai superstiti (-2,56% sul 2016).

La maggioranza degli incidenti mortali sul lavoro è sulla strada. Su 617 incidenti mortali accertati 450 sono stati “in occasione di lavoro” e 167 in itinere, ma tra quelli riconosciuti in occasione di lavoro (e quindi durante le ore di lavoro e non nel tragitto per arrivare o tornare dall’ufficio o dalla fabbrica) 193 sono stati “con mezzo di trasporto” e 257 senza mezzo di trasporto. Per i morti in occasione di lavoro ma senza mezzo di trasporto si è registrato un calo del 16,5% sul 2016 e del 27,8% sul 2015. Questi dati – ha spiegato il presidente dell’Inail – Massimo De Felice sono importanti perché “intervenire sulle fonti di rischio esterno è diverso da farlo su quelle di rischio interno. I meccanismo di sicurezza non sono un costo e non devono essere considerati dai lavoratori evitabili sulla base dell’esperienza”. Per l’industria e i servizi gli infortuni mortali sono stati 532 (152 dei quali in itinere) mentre nell’agricoltura sono stati 74 (8 in itinere) e 11 per conto dello Stato (7 in itinere). La grande maggioranza dei morti accertati sul lavoro erano italiani (514) mentre 33 provenivano da altri paesi dell’Unione e 70 erano extracomunitari. Quasi la metà degli infortuni mortali accertati (287, il 46,5%) ha riguardato persone con più di 50 anni. Tra questi 55 morti hanno riguardato persone con più di 65 anni.

Inail: 389 denunce infortuni mortali primi 5 mesi (+3,7%)

Nei primi cinque mesi del 2018 sono arrivate all’Inail 389 denunce di infortunio mortale con un aumento del 3,7% rispetto allo stesso periodo del 2017 (14 casi in più). E’ stato reso noto alla Relazione annuale dall’Inail che sottolinea come l’aumento riguardi solo i casi avvenuti in itinere, ovvero nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro (passati da 104 a 118), mentre per quelli occorsi “in occasione di lavoro” le denunce sono state 271 in entrambi i periodi.

Inail: auspicio per ‘rating sicurezza’, algoritmo per imprese

Occorre “poter definire uno standard pubblico (un algoritmo) per assegnare alle imprese (che vogliano) un ‘rating in sicurezza’. Ci sono esperienze in proposito, da prendere a esempio e sviluppare”. E’ questo “l’auspicio” espresso dal presidente dell’Inail, Massimo De Felice, in occasione della relazione annuale 2017. Oggi, ha poi aggiunto De Felice, “la prevenzione contro i rischi, già impegnativi nei processi di lavoro tradizionali, diventa problema più arduo nel controllo delle nuove ‘forme di lavoro’ (il ‘crowd working, il ‘lavoro su piattaforma’, lo ‘smart working’)”. E’ quindi “viva l’esigenza di regolamenti per ben definire la tutela assicurativa: dovendo individuare, in particolare, il confine tra lavoro subordinato, collaborazione continuata e continuativa etero-organizzata, lavoro autonomo”. Il presidente dell’Inail ha poi constatato come comunque continui “l’impegno delle imprese nell’attività di mitigazione dei rischi negli ambienti di lavoro”, tanto che nel 2017 “si sono avute circa 27 mila istanze di riduzione del tasso di tariffa per meriti di prevenzione (documentate con interventi effettuati nel 2016), con una riduzione di premi versati di circa 198 milioni di euro”. Sempre in tema di prevenzione, oltre alla vigilanza esterna, svolta dagli ispettori, resta, ha sottolineato De Felice, “essenziale” promuovere anche quella ‘interna’, ovvero quella “svolta da lavoratori, datori di lavoro e parti sociali”.

Carlo Pareto

Quota 100 aumenta spesa, più pensioni e meno lavoratori. La nuova carta dei diritti Rider

Boeri (Inps) al Festival del Lavoro
QUOTA CENTO AUMENTA SPESA, PIÙ PENSIONATI E MENO LAVORATORI
Quota 100 per il sistema delle pensioni “aumenta di molto la spesa pensionistica, ha effetti destinati a trascinarsi nel tempo e peggiora il rapporto tra pensionati e lavoratori”. Lo ha detto il presidente dell’Inps, Tito Boeri, al Festival del Lavoro a Milano sull’impatto della proposta di riforma delle pensioni con ‘quota 100’. “Avremo un milione di pensionati in più come effetto di queste misure, ma avremo anche meno lavoratori perché aumenterebbero le tasse sul prelievo pensionistico”, ha spiegato. “Secondo le stime più recenti del Fmi, attualmente abbiamo due pensionati per ogni tre lavoratori, nel giro di venti anni avremo un lavoratore per ogni pensionato”, ha precisato. Boeri è quindi intervenuto sul possibile taglio alle pensioni d’oro: “Ragionare sul fatto che queste aree di privilegio possano essere ridotte è meritorio”, ma “bisogna intervenire sopra un importo e noi parlavamo da 5mila euro in su”. Boeri ha spiegato che per alcune categorie, “come per i politici, che queste regole se le erano dati da soli, c’erano delle deviazioni significative”. Gli interventi che il governo potrebbe attuare sono necessari, ha avvertito, “nel momento in cui c’è un debito pubblico molto alto e si vuole abbassare la pressione fiscale sul lavoro per rilanciare l’economia”.
Un’altra questione è rappresentata dai migranti. Un azzeramento dei flussi migratori è un problema “serissimo”, ha messo in guardia, per il sistema pensionistico italiano. “Avere più immigrati regolari ci permetterebbe fin da subito di avere dei significativi flussi contributivi di ingresso nel nostro mercato del lavoro”, ha detto il presidente dell’Inps. “Gli scenari più preoccupanti per quanto riguarda la nostra spesa pensionistica futura sono quelli che prevedono una forte riduzione dei flussi migratori. Questa riduzione è in atto e i flussi cominciano a non essere più sufficienti per compensare il calo della popolazione autoctona”, ha spiegato Boeri. Le proiezioni demografiche, ha chiarito, “ci dicono che anche nel giro di pochi anni, se i flussi dovessero ridursi ulteriormente o addirittura azzerarsi, perderemmo città intere di popolazione italiana”. Un problema “molto serio per il nostro sistema pensionistico, che è in grado di adeguarsi all’allungamento della vita media ma non al fatto che diminuiscono le coorti di contribuenti”, ha ribadito. La classe dirigente, ha rimarcato, “deve spiegare questo problema, che è un problema demografico dell’immediato”. Il presidente dell’Inps ha sottolineato che, “volenti o nolenti, l’immigrazione è qualcosa che può darci il modo per gestire questa difficile transizione demografica: se gli italiani ricominciano a fare figli, cosa che tutti auspichiamo, ci vorranno vent’anni prima che i nuovi nati inizino a pagare i contributi”.
Infine, Boeri ha toccato il tema dei vitalizi: “Secondo le nostre stime, con una serie di interventi sui vitalizi dei parlamentari e dei consiglieri regionali si potevano ottenere anche fino a 200 milioni di euro, che non sono niente a cospetto del nostro debito pubblico ma sono cifre importanti. Con la situazione del nostro debito pubblico dobbiamo stare attenti ai milioni ed è giusto fare così”. Un intervento “simbolico non vuol dire secondario: i simboli contano tantissimo e chi chiede dei sacrifici alle famiglie deve dare il buon esempio”, ha spiegato.

Pensioni
BOERI, CALO MIGRANTI PROBLEMA SERISSIMO
Un azzeramento dei flussi migratori è un problema “serissimo” per il sistema pensionistico italiano. “Avere più immigrati regolari ci permetterebbe fin da subito di avere dei significativi flussi contributivi di ingresso nel nostro mercato del lavoro”. Lo ha detto presidente dell’Inps, Tito Boeri, al Festival del Lavoro a Milano. “Gli scenari più preoccupanti per quanto riguarda la nostra spesa pensionistica futura sono quelli che prevedono una forte riduzione dei flussi migratori. Questa riduzione è in atto e i flussi cominciano a non essere più sufficienti per compensare il calo della popolazione autoctona”, ha spiegato Boeri.
Le proiezioni demografiche “ci dicono che anche nel giro di pochi anni, se i flussi dovessero ridursi ulteriormente o addirittura azzerarsi, perderemmo città intere di popolazione italiana”. Un problema “molto serio per il nostro sistema pensionistico, che è in grado di adeguarsi all’allungamento della vita media ma non al fatto che diminuiscono le coorti di contribuenti”. La classe dirigente “deve spiegare questo problema, che è un problema demografico dell’immediato”.
Il presidente dell’Inps ha sottolineato che, “volenti o nolenti, l’immigrazione è qualcosa che può darci il modo per gestire questa difficile transizione demografica. Se gli italiani ricominciano a fare figli, cosa che tutti auspichiamo, ci vorranno vent’anni prima che i nuovi nati inizino a pagare i contributi”.
La replica di Salvini – A stretto giro la replica del vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che ha così commentato: “Secondo Boeri, presidente dell’Inps, la ‘riduzione dei flussi migratori’ è preoccupante, perché sono gli immigrati a pagare le pensioni degli italiani…..E la legge Fornero non si tocca. Ma basta!!!”.
Pensioni d’oro – Boeri ha poi commentato il possibile taglio da parte del governo delle pensioni d’oro. “Ragionare sul fatto che queste aree di privilegio possano essere ridotte è meritorio”, ha detto, ma “bisogna intervenire sopra un importo e noi parlavamo da 5mila euro in su”.
Quota 100 – Quanto all’impatto della proposta di riforma delle pensioni con ‘quota 100’, Boeri ha evidenziato che quota 100 per il sistema delle pensioni “aumenta di molto la spesa pensionistica, ha effetti destinati a trascinarsi nel tempo e peggiora il rapporto tra pensionati e lavoratori”. “Avremo un milione di pensionati in più come effetto di queste misure, ma avremo anche meno lavoratori perché aumenterebbero le tasse sul prelievo pensionistico – ha spiegato – Secondo le stime più recenti del Fmi, attualmente abbiamo due pensionati per ogni tre lavoratori, nel giro di venti anni avremo un lavoratore per ogni pensionato”.
Vitalizi – Boeri ha parlato anche dei vitalizi. “Secondo le nostre stime, con una serie di interventi sui vitalizi dei parlamentari e dei consiglieri regionali si potevano ottenere anche fino a 200 milioni di euro, che non sono niente a cospetto del nostro debito pubblico ma sono cifre importanti – ha detto il presidente dell’Inps – Con la situazione del nostro debito pubblico dobbiamo stare attenti ai milioni ed è giusto fare così”. Un intervento “simbolico non vuol dire secondario. I simboli contano tantissimo e chi chiede dei sacrifici alle famiglie deve dare il buon esempio”, ha concluso.

Paga ore e contributi
CARTA DIRITTI RIDER
Paga oraria con, in più, “un quid legato alle prestazioni”, pagamento dei contributi Inps e Inail e cancellazione degli algoritmi di reputazione. Sono alcuni dei contenuti della Carta per i riders preparata da Foodora in vista dell’incontro con il ministro del lavoro, Luigi Di Maio, il 2 luglio. L’ha annunciata l’amministratore delegato di Foodora, Gianluca Cocco, al Festival del Lavoro, a Milano. La Carta, ha spiegato, è già stata firmata da altre realtà del settore.
“Questo business – ha poi aggiunto – si basa molo sulla flessibilità, che permette ai rider di decidere quando, se lavorare e se accettare la consegna”. A fine maggio a Bologna era stato messo sul tavolo il primo accordo metropolitano in Europa sui temi della gig economy, la ‘Carta dei diritti fondamentali dei lavoratori digitali nel contesto urbano’, firmata però solo da due piccole realtà (Sgnam e Mymenu), i giganti del delivery come Just Eat, Glovo, Deliveroo e Foodora non avevano aderito aspettando un confronto a livello nazionale.

Stipendi
BOLZANO AL TOP, RAGUSA ULTIMA
A Bolzano i lavoratori dipendenti hanno la busta paga più ‘pesante’ del Paese, nel 2018: il salario medio è pari a “1.500 euro”, in crescita rispetto ai 1.476 dell’ultima rilevazione. A seguire Varese (con 1.459 euro, rispetto ai 1.471 del 2017) e Bologna con 1.446 euro (1.424 l’anno prima). Lo si legge nel Rapporto 2018 sulle province italiane dell’Osservatorio dei consulenti del lavoro. Male il Sud: ultima Ragusa “con 1.059 euro” (1.070 nel 2017), e la prima provincia con stipendi medi più alti è al 56° posto dove, con 1.288 euro, c’è Benevento.
Analizzando il ‘gap’ di genere più elevato sul fronte delle buste paga dei dipendenti, i consulenti del lavoro osservano che lo si riscontra in provincia di Ancona (-9,7%), mentre quello più basso è in provincia di Viterbo (-40,4%). In generale, inoltre, senza distinzione fra uomini e donne, si scopre che nel 2018 lo stipendio del lavoratore siciliano è “inferiore del 30% (441 euro) rispetto a quello del collega di Bolzano”.

Carlo Pareto

Pensioni, la relazione annuale arriva in Parlamento

Inps-Pensioni sindacalisti

L’Inps ha presentato in Parlamento la relazione sui dati aggiornati delle pensioni. Sono oltre 5,5 milioni i  pensionati che percepiscono un assegno lordo sotto i mille euro al mese. Si tratta di poco meno del 40% dell’intera platea di pensionati che attualmente sono oltre 15milioni 477mila. Per quasi 3,5 milioni, invece, il reddito pensionistico oscilla tra i 1.000 e i 1.500 euro (il 22,3% del totale) mentre rappresentano il 18,1 (circa 2,8 mln) quelli con una pensione tra i 1.500 e i 1.900 euro. Solo il 10,8% (pari a 1,6 milioni) percepisce assegni tra 2mila e 2.500; sono poi 875mila (solo il 5,75) quelli che denunciano un reddito da pensione tra i 2.500 e i 2.900 euro. Soltanto 1milione e 113mila pensionati, infine, dichiarano un reddito pensionistico da 3mila euro e oltre.

Nella distribuzione territoriale dei pensionati , il 47,1% risiede al Nord contro il 19,5% di quelli che abitano al Centro e il 31% di quelli che risiedono nel Mezzogiorno, mentre sono il 2,4% (circa 371mila) quelli che percepiscono la pensione all’estero.

Al Nord come al Centro l’importo medio mensile lordo si aggira sui 1.600 euro, che scendono a 1.300 al Sud. I pensionati residenti all’estero denunciano assegni medi di 316 euro.

Raggruppati per sesso, complessivamente i pensionati Inps maschi sono il 47% del totale, le femmine il 53%, mentre resta immutato il gap di reddito: l’importo medio mensile per gli uomini si aggira sui 1.788 euro contro i 1.271 delle donne.

Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, illustrando la relazione annuale in Parlamento, ha detto: “Riformare la legge Fornero sulle pensioni introducendo “quota 100”, così come propone il contratto di governo Lega-M5S, porterebbe da subito a un aumento di circa 750mila pensionati in più. Ripristinando le pensioni di anzianità con quota cento o 41 anni di contributi si avrebbero subito circa 750mila pensionati in più. Ripristinare le pensioni di anzianità significa ridurre il reddito netto dei lavoratori”.

Proseguendo, Boeri ha ricordato: “In un sistema pensionistico a ripartizione, i contributi di chi lavora servono ogni anno a pagare le pensioni di chi si è ritirato dalla vita attiva. Oggi abbiamo circa due pensionati per ogni tre lavoratori. Questo rapporto è destinato a salire nei prossimi anni”. Secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, a legislazione invariata, a partire dal 2045 l’Italia avrebbe addirittura un solo lavoratore per ogni pensionato.

Il presidente dell’Inps ha aggiunto: “Oggi un reddito pensionistico vale l’83% del salario medio. In queste condizioni, con un solo lavoratore per pensionato, 4 euro su 5 guadagnati col proprio lavoro andrebbero a pagare la pensione a chi si è ritirato dalla vita attiva. Il passaggio al sistema contributivo, con regole pensionistiche meno generose, serve proprio a evitare che questo avvenga. Ogni abbassamento dell’età pensionabile comporta anche riduzione dell’occupazione perché il prelievo contributivo aumenta e il lavoro costa di più”.

Nella relazione sul rapporto annuale, il presidente dell’Inps ha ribadito: “Gli immigrati che lavorano restano cruciali per la sostenibilità del sistema pensionistico. Le previsioni sulla spesa indicano che anche innalzando l’età del ritiro, ipotizzando aumenti del tasso di attività delle donne che oggi tendono ad avere tassi di partecipazione al mercato del lavoro più bassi, incrementi plausibili e non scontati della produttività per mantenere il rapporto tra chi percepisce una pensione e chi lavora su livelli sostenibili è cruciale il numero di immigrati che lavoreranno nel nostro Paese. E la domanda di lavoro immigrato in Italia è forte perché sono tanti i lavori per i quali non si trovano lavoratori alle condizioni che le famiglie possono permettersi nell’assistenza alle persone non-autosufficienti. Tanti i lavori che gli italiani non vogliono più svolgere. A cominciare dai lavori domestici. La domanda di colf e badanti delle famiglie italiane è in costante aumento alla luce anche dell’incremento tendenziale del numero di persone non-autosufficienti. Tuttavia, in mancanza di decreti sui flussi con quote per colf e badanti, l’ultimo nel 2011, il numero di lavoratori domestici extra-comunitari iscritti alla gestione Inps tende inesorabilmente a ridursi, non compensato (o compensato in minima parte) dall’aumento dei lavoratori comunitari o italiani che non hanno problemi coi visti. Ma non appena c’è un provvedimento di regolarizzazione del lavoro nero (come nel 2008-9 o nel 2012), il numero di colf e badanti extracomunitarie si impenna, a dimostrazione del fatto che questi lavori continuano a essere richiesti, ma vengono svolti senza versare i contributi sociali.

Quando si pongono, infatti, forti restrizioni all’immigrazione regolare, aumenta l’immigrazione clandestina e viceversa: in genere, a fronte di una riduzione del 10% dell’immigrazione regolare, quella illegale aumenta tra il 3-5%. Negli Stati Uniti il boom degli illegali sia cominciato nel ‘64 quando è stato chiuso il Bracero program e come il fenomeno sia invece iniziato a calare quando ha cominciato a essere pienamente messo in atto l’Immigration Reform and Control Act, che ha regolarizzato milioni di lavoratori messicani”.

L’Inps ha anche segnalato che eventuali politiche di recupero della bassa natalità italiana, ovvero dei tassi di occupazione femminili e maschili potranno correggere gli squilibri demografici nel lungo periodo ma non potranno da sole arginare la riduzione delle classi di popolazione in età lavorativa prevista per il prossimo ventennio.

La relazione annuale dell’Inps è arrivata in Parlamento nel momento cruciale del dibattito sulle modifiche che l’attuale Governo vorrebbe apportare alla ‘legge Fornero’.

Salvatore Rondello

Inps, conto alla rovescia per i versamenti

Inps

ENTRO IL 10 LUGLIO IL VERSAMENTO ALL’INPS

E’ scattato il conto alla rovescia per il versamento dei contributi Inps relativi a colf e badanti. Entro martedì 10 luglio prossimo tutte le famiglie che si avvalgono della collaborazione di personale domestico dovranno saldare la rata relativa al secondo trimestre (aprile – giugno 2018). Nella consapevolezza che la riforma Fornero ha introdotto un contributo addizionale dell’1,40% in caso di contratto a tempo indeterminato.

Le novità contributive.

Con la circolare 25 dell’8 febbraio 2013 l’Inps ha fornito per la prima volta due tabelle: una da utilizzare per i lavoratori assunti a tempo indeterminato e l’altra per i rapporti a termine. Nel caso l’orario non superi le 24 ore settimanali, per entrambe le tipologie di contratto i contributi orari sono commisurati a tre diverse fasce di retribuzione effettiva. Quando, invece, si sforano le 24 ore il contributo orario diventa fisso.

Il contributo addizionale

Ma la vera novità anche di questo 2018 rimane sempre il versamento del contributo addizionale dell’1,40% all’Inps. Nel caso, comunque, il contratto di lavoro a tempo determinato venga trasformato in tempo indeterminato, il contributo addizionale a carico del datore di lavoro viene restituito per gli ultimi sei mesi di rapporto. Inoltre, a partire dal 1° gennaio 2013, per effetto dell’articolo 2 della legge 92/2012 – la cosiddetta riforma Fornero – l’assicurazione contro la disoccupazione involontaria è stata prima sostituita dall’Assicurazione sociale per l’impiego (Aspi) poi dall’attuale Naspi.

Retribuzione

Sul fronte della retribuzione sono in vigore i nuovi minimi per il 2018, diversificati a seconda dell’inquadramento e della tipologia di mansione. Come ogni anno, i minimi sono stati aggiornati sulla base delle rilevazioni Istat da una apposita commissione istituita ad hoc.

Il versamento

La corresponsione dell’obbligo assicurativo essere effettuata, a scelta, con uno dei seguenti mezzi: 1) rivolgendosi ai soggetti aderenti al circuito “Reti Amiche”; Il pagamento è disponibile, senza necessità di supporto cartaceo, presso: – le tabaccherie che espongono il logo “Servizi Inps” ; – gli sportelli bancari di Unicredit Spa; – tramite il sito Internet del gruppo Unicredit Spa per i clienti titolari del servizio di Banca online; – a partire dalla fine del 2011, inoltre, il versamento senza bollettino può essere praticato anche presso tutti gli sportelli di Poste Italiane, con le modalità prefigurate per il circuito Reti Amiche. 2) online sul sito Internet www.inps.it nella sezione “Servizi Online/Per tipologia di utente/Cittadino/Pagamento contributi lavoratori domestici”, utilizzando la carta di credito; 3) utilizzando il bollettino Mav – Pagamento mediante avviso – inviato dall’Inps o generato attraverso il sito Internet www.inps.it, nella sezione “Servizi Online/Per tipologia di utente/Cittadino/Pagamento contributi lavoratori domestici”, pagabile senza commissione presso le banche oppure presso gli uffici postali, con addebito della commissione; 4) telefonando al Contact Center numero verde gratuito 803164, impiegando la carta di credito. Si ricorda per ogni opportunità che qualunque sia la modalità scelta, segnalando il codice fiscale del datore di lavoro e il codice rapporto di lavoro, è proposto l’importo complessivo per il trimestre in scadenza, calcolato in base ai dati comunicati all’assunzione o successivamente variati con l’apposita segnalazione. I dati esposti (ore lavorate, retribuzione, settimane) e il conseguente importo, determinato automaticamente, possono sempre essere modificati: – dichiarando i dati da sostituire all’operatore, se la corresponsione avviene tramite Reti Amiche o Contact Center; – facendo ricorso alla procedura a disposizione sul sito Internet per corresponsioni online o per generare un nuovo Mav stampabile. Soltanto nel caso di rapporti di lavoro a carattere temporaneo, occasionale e di breve durata, è possibile ricorrere alla modalità di versamento tramite i buoni lavoro (voucher). Di seguito si riporta la tabella dei contributi relativi all’anno di riferimento 2018:

Rapporti di lavoro di durata fino a 24 ore settimanali – retribuzione oraria effettiva – contributo orario (tra parentesi la quota a carico del lavoratore) con Cuaf (*) senza Cuaf

Retribuzione oraria Contributo orario con Cuaf Contributo orario senza Cuaf*

fino a 7,97 euro 1,51 (0,35) 1,51 (0,35)

da 7,97 euro fino a 9,70 euro 1,70 (0,40) 1,71 (0,41)

oltre 9,70 euro 2,07 (0,49) 2,08 (0,49)

più di 24 ore settimanali 1,10 (0,26) 1,10 (0,26)

(*) Il contributo Cassa Unica Assegni Familiari (Cuaf) è sempre dovuto, esclusi i casi di rapporto di lavoro tra coniugi e tra parenti o affini entro il terzo grado conviventi. (parenti: figli, fratelli o sorelle e nipoti; affini: genero, nuora e cognati). Fra parentesi è invece indicata la quota parte a carico del lavoratore. Se la colf però lavora più di 24 ore settimanali presso la stessa famiglia l’onere previdenziale complessivamente dovuto è di 1,10 euro (0,26) (o di 1,10 (0,26) senza Cuaf) a prescindere dalla retribuzione oraria effettivamente percepita. Da ricordare, infine, che la prossima scadenza, quella relativa al pagamento del 3° trimestre 2018 (periodo luglio – settembre 2018), sarà per il 10 ottobre prossimo.

Gli altri adempimenti

L’appuntamento trimestrale con i contributi Inps o quello mensile con la busta paga non è l’unica incombenza cui sono tenute le famiglie che utilizzano personale domestico. Dalla tipologia del contratto da scegliere alla sua risoluzione, dalla retribuzione alla corretta gestione delle ferie, dei permessi e delle malattie fino al trattamento di fine rapporto sono infatti tante le questioni da affrontare e gestire.

Lavoro

NUOVO NUMERO INAIL

Finora, per chiamare il contact center dell’Inail – Istituto Nazionale Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro – era necessario digitare il numero verde Inps.

Entrambi gli istituti, infatti, hanno gli stessi numeri di telefono: uno gratuito per chi chiama da linea fissa (803 164) e un altro a pagamento per chi utilizza il cellulare (06 164 164). Tuttavia le cose sono cambiate a partire dall’1 luglio 2018 da quando cioè l’Inail ha in dotazione un proprio numero di telefono dedicato.

A differenza però di quanto avvenuto fino adesso, chiamare l’Inail non sarà gratuito poiché non è stato ancora previsto al momento alcun numero verde per coloro che necessitano di informazioni in merito ad infortuni sul lavoro e malattie professionali. Infatti, il nuovo numero Inail (06.6001) è a pagamento e il costo dipende dalle tariffe adottate dal gestore telefonico di ciascun utente. Il nuovo contact center è in ogni caso attivo per 5 giorni a settimana – dal lunedì al venerdì – dalle 09:00 alle 18:00. Dall’1 luglio 2018, quindi, per avere informazioni su pratiche di competenza dell’Inail, non bisogna più contattare il numero verde Inps.

All’Istituto Nazionale Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro si possono chiedere informazioni in merito alla normativa sulla prevenzione e sicurezza sul lavoro, sul premio assicurativo e sulle prestazioni riabilitative e di reinserimento sociale e lavorativo in caso di infortunio. Il numero, inoltre, è utile anche per le casalinghe che vogliono sottoscrivere l’assicurazione contro gli infortuni domestici.

Solo IL 47% ai consumi

PER LE 14ESIME 6,8 MLD

Tempo di quattordicesime. Tra la seconda metà di giugno e la prima di luglio saranno quasi 7,5 milioni gli italiani che riceveranno la mensilità in più, per un importo medio di 1.250 euro per i dipendenti e di 480 euro per i pensionati, per un totale di circa 6,8 miliardi. “Un’iniezione di liquidità consistente, di cui però meno della metà (il 47%, pari a 3,2 miliardi) andrà in consumi”.  È quanto emerge dalle elaborazioni dell’Ufficio Economico Confesercenti sulla base dei dati Istat e un survey SWG.

“Buona parte dello stipendio aggiuntivo – il 29%, o 2 miliardi di euro – verrà infatti usata per le spese fisse e per saldare conti in sospeso e debiti con il fisco, tra cui le ultime rate della rottamazione delle cartelle esattoriali. Ma cresce decisamente anche la quota di risparmiatori, che quest’anno accantoneranno quasi 1,6 miliardi (il 23%) quasi 600 milioni in più dello scorso anno”.

Carlo Pareto

Unimpresa: meno disoccupazione, ma boom di lavoratori precari

Inps

400MILA PENSIONI PAGATE DA OLTRE 38 ANNI

Le pensioni liquidate dal 1980, e quindi ancora in essere da oltre 38 anni, sono 406.942. Una cifra monstre, che fa riferimento ai versamenti per vecchiaia, anzianità e superstiti, mentre sono escluse invalidità e assegni sociali, e che mostra quali sono le pensioni con un vantaggio significativo rispetto ai contributi versati.

Decine di migliaia di questi ex lavoratori vivono in pensione dal doppio del tempo che hanno lavorato. C’è gente che riceve l’assegno da oltre 40 anni, avendo versato contributi per 20 anni (o meno). ll dato riferito all’inizio del 2018 arriva dagli Osservatori statistici dell’inps che calcolano invece in oltre 1,7 milioni gli assegni che durano da oltre 30 anni (quindi liquidati dal 1988 o prima).

Prima del 1980, l’età alla decorrenza delle pensioni liquidate per la gestione dei dipendenti pubblici era di 49 anni per la vecchiaia e di 45,7 per i trattamenti di anzianità contributiva. Per i superstiti ‘da assicurato’ era di 41,1 anni mentre per i superstiti da pensionato era di 45 anni. Naturalmente la cifra media risente del fatto che sono passati moltissimi anni e quindi le persone rimanenti con pensioni così “vecchie” sono quelle che sono andate a riposo prima e dopo 38 anni sono ancora in vita. Per i pensionati del settore privato l’età è un pò più alta per i trattamenti di vecchiaia (compresa l’anzianità) con 54,5 anni, mentre è più bassa per i superstiti con appena 40,2 anni al momento della liquidazione della pensione.

Il dato dei pubblici risente chiaramente delle pensioni “baby” e quindi delle uscite dal lavoro con 20 anni di contributi o meno (14 anni sei mesi e un giorno per le donne con figli).

Gli importi – Se per i trattamenti pensionistici del settore privato l’importo medio degli assegni liquidati prima del 1980 è largamente inferiore a mille euro al mese (818 euro mensili i trattamenti di vecchiaia, 529 euro quelli ai superstiti) per le prestazioni di quiescenza del settore pubblico l’importo medio supera i 1.650 euro mensili per i trattamenti di vecchiaia e i 1.466 euro per quelli di anzianità. Per le pensioni ai superstiti da assicurato risalenti a prima del 1980 la pensione media ammonta a 1.134 euro mentre gli assegni ai superstiti da pensionato valgono 1.200 euro al mese in media.

Welfare

VIA AL NUOVO REI

Come stabilito dalla legge di Bilancio 2018, dall’1 luglio si amplia la platea dei potenziali beneficiari del ReI che diventa a tutti gli effetti reddito di inclusione universale: si passa da 500mila famiglie (pari a 1,8 milioni di cittadini) a 700mila nuclei (2,5 milioni di persone). Già dall’1 giugno, per presentare domanda è necessario solo il requisito del reddito, mentre cadono tutti quelli legati alla composizione del nucleo familiare inizialmente previsti. Il presidente dell’Inps Tito Boeri ha spiegato che è stata raggiunta “una platea più ampia di quello che pensavamo”, pur sottolineando che sono “ancora poche rispetto ai 4,5 milioni di individui in povertà” e che il ReI “è ancora largamente sotto finanziato”, mentre per raggiungere tutti i soggetti indigenti sarebbero “necessari tra i 6 e i 7 miliardi di euro”. Altra novità, non meno significativa, riguarda il massimale annuo riferito alla componente economica del ReI: il beneficio subisce un incremento del 10 per cento passando, per le famiglie con 5 o più componenti, da 485 a circa 534 euro al mese.

I requisiti per il reddito di inclusione – Dal mese di giugno per accedere al ReI non è più necessario, dunque, che in famiglia ci sia un minore, una persona con disabilità, una donna in gravidanza o un disoccupato ultra 55enne. Può infatti chiedere di essere ammesso alla nuova misura di contrasto alla povertà anche chi è solo o è sposato senza figli. I beneficiari devono essere cittadini italiani oppure stranieri con cittadinanza in uno dei Paesi Ue, familiari di cittadini italiani o comunitari, non aventi la cittadinanza in uno Stato membro titolari del diritto di soggiorno o diritto di soggiorno permanente, cittadini extracomunitari in possesso del permesso di soggiorno Ce e titolari di protezione internazionale (asilo politico, protezione sussidiaria) residenti in Italia da almeno due anni. Possono presentare domanda tutti coloro che hanno un Isee fino a 6mila euro, oppure un Isre (Indicatore della situazione reddituale) fino a 3mila euro e altri specifici requisiti economici, a prescindere dalla composizione familiare. Il valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non deve superare i 20mila euro (quindi possono accedere al Rei pure i proprietari di prima casa che vivono in condizioni di povertà, mentre quello del patrimonio mobiliare (depositi, conti correnti, etc.) non può essere maggiore di 10mila euro (ridotto a 8mila euro per due persone e a 6mila euro per la persona sola). Per ottenere il beneficio, inoltre,, è necessario che ciascun componente il nucleo non percepisca già prestazioni di assicurazione sociale per l’impiego (NASpI) o altri ammortizzatori sociali di sostegno al reddito in caso di disoccupazione involontaria, non possieda autoveicoli o motoveicoli immatricolati la prima volta nei 24 mesi antecedenti la richiesta (sono esclusi autoveicoli e motoveicoli per cui è prevista una agevolazione fiscale in favore delle persone con disabilità) e non possieda imbarcazioni da diporto.

Come funziona – Il ReI si compone di due parti: un beneficio economico, erogato mensilmente attraverso una Carta di pagamento elettronica (Carta ReI) e un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa che punta al superamento della condizione di povertà. Il trattamento economico è concesso per un periodo massimo di 18 mesi, dopo i quali non può essere rinnovato se non sono trascorsi almeno 6 mesi. Dalla durata massima del ReI devono altresì essere sottratte le mensilità di Sostegno per l’inclusione attiva (Sia), eventualmente già corrisposte al nucleo familiare. L’Inps ha recentemente pubblicato il nuovo modello di domanda, che recepisce le novità prefigurate dalla legge di bilancio 2018. Le famiglie in possesso dei requisiti devono inoltrare il nuovo modulo al Comune di residenza che, una volta ricevuta tutta la documentazione, verifica la correttezza dei dati e lo trasmette all’Inps. L’Istituto controlla il possesso dei requisiti e, se l’esito è positivo, invia a Poste Italiane l’ok per la corresponsione dell’importo, se è negativo, comunica al cittadino il motivo del rigetto e le istruzioni per presentare un eventuale ricorso.

I calcoli sul reddito – Il soddisfacimento dei requisiti non dà necessariamente diritto al beneficio economico “la cui effettiva erogazione – ha spiegato l’Inps – dipende anche dall’eventuale fruizione di altri trattamenti assistenziali (esclusi comunque quelli non sottoposti ad una valutazione della condizione economica, come ad esempio l’indennità di accompagnamento) e dalla condizione reddituale rappresentata dall’indicatore della situazione reddituale, al netto dei trattamenti assistenziali in esso considerati. L’Isre, infatti, viene calcolato sulla base della somma di tutti i redditi meno le detrazioni, le franchigie e i redditi esenti. In pratica indica l’effettiva disponibilità economica delle famiglie, defalcando eventuali affitti pagati (fino ad un massimo di 7mila euro, incrementato di 500 euro per ogni figlio convivente successivo al secondo) e il 20% del reddito da lavoro dipendente (fino ad un massimo di 3mila euro). L’ammontare del beneficio economico viene, quindi, determinato integrando fino a una data soglia le risorse a disposizione delle famiglie. “La soglia è pari a 3mila euro – ha sottolineato l’Inps – ma in sede di prima applicazione viene coperta solo al 75%. Pertanto, inizialmente, la soglia con cui confrontare le risorse economiche del nucleo familiare è pari, per un singolo, a 2.250 euro e cresce in ragione della numerosità familiare”. L’Istituto di previdenza ha opportunamente confermato che sono già state apportate le modifiche ai diversi canali di trasmissione delle istanze all’Istituto. Ma resteranno comunque a disposizione anche le interfacce utilizzate per le domande presentate fino al 31 maggio, gestite con le regole precedenti. Tutte quelle inviate dal 1 gennaio al 31 maggio 2018, rifiutate per la sola mancanza dei requisiti familiari, saranno riesaminate d’ufficio con verifica dei requisiti alla data del 1 giugno 2018.

Lavoro

BOOM DI PRECARI

“Meno disoccupazione, compensata da una ‘fabbrica’ di lavoratori precari. Ora sono oltre 9,3 milioni gli italiani che non ce la fanno e sono a rischio povertà: è sempre più estesa l’area di disagio sociale che non accenna a restringersi. Dal 2016 al 2017 altre 128mila persone sono entrate nel bacino dei deboli in Italia: complessivamente, adesso, si tratta di 9 milioni e 293 mila soggetti in difficoltà”. E’ quanto emerge da un recente studio di Unimpresa nel quale si sottolinea che “crescono soprattutto gli occupati-precari: in un anno, dunque, è aumentato il lavoro non stabile per 197mila soggetti che vanno ad allargare la fascia di italiani a rischio”.

Ai “semplici” disoccupati, che hanno fatto registrare una diminuzione di 69mila unità, sostiene Unimpresa, “vanno aggiunte ampie fasce di lavoratori, ma con condizioni precarie o economicamente deboli che estendono la platea degli italiani in crisi. Si tratta di un’enorme “area di disagio”: ai quasi 3 milioni di persone disoccupate, bisogna sommare anzitutto i contratti di lavoro a tempo determinato, sia quelli part time (900mila persone) sia quelli a orario pieno (2 milioni); vanno poi considerati i lavoratori autonomi part time (722mila), i collaboratori (251mila) e i contratti a tempo indeterminato part time (2,68 milioni)”.

Questo gruppo di persone occupate, ma con prospettive incerte circa la stabilità dell’impiego o con retribuzioni contenute, “ammonta complessivamente a 6,55 milioni di unità”. Il totale dell’area di disagio sociale, calcolata dal Centro studi di Unimpresa sulla base dei dati Istat, a fine 2017 comprendeva dunque 9,29 milioni di persone, in aumento rispetto a fine 2016 di 197mila unità (+1,4%).

Ora il governo, ha sottolineato il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara, “deve dare risposte. È finito il tempo degli annunci ed è finita la campagna elettorale, come ha correttamente osservato pure il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia. Servono misure concrete. Le aziende italiane hanno bisogno di risorse e incentivi per crescere e svilupparsi dunque per avere i presupposti necessari a creare nuova occupazione stabile”.

Per Ferrara, “c’è bisogno di più lavoro per gli italiani: in questo senso, vanno accolti con favore tutti gli strumenti e le misure volte a rendere meno onerose le assunzioni di lavoratori, meglio se si tratta di interventi strutturali e non di aiuti una tantum. Riteniamo sbagliato insistere con forme di sussidio, perché strumenti come il reddito di inclusione alimentano l’assistenzialismo e disincentivano, di fatto, la crescita economica. I poveri non vanno lasciati nella loro condizione”.

Il deterioramento del mercato del lavoro non ha come conseguenza la sola espulsione degli occupati, ma anche la mancata stabilizzazione dei lavoratori precari e il crescere dei contratti atipici. Una situazione di fatto aggravata dalle agevolazioni offerte dal Jobs Act che hanno visto favorire forme di lavoro non stabili. Di qui l’estendersi del bacino dei “deboli”. Il dato sui 9,29 milioni di persone è relativo al terzo trimestre del 2017 e complessivamente risulta in progresso dell’1,4% in confronto al terzo trimestre del 2016, quando l’asticella si era fermata a 9,16 milioni di unità: in un anno quindi 105mila persone sono entrate nell’area di disagio sociale.

Nel terzo trimestre del 2016 i disoccupati erano in totale 2,80 milioni: 1,53 milioni di ex occupati, 578mila ex inattivi e 693mila in cerca di prima occupazione. A settembre 2017 i disoccupati risultano in discesa di 69mila unità (-2,5%). Incide il calo di 139mila unità degli ex occupati, mentre crescono di 41mila unità gli ex inattivi; e salgono pure coloro che sono in cerca di prima occupazione, lievitati di 29mila unità.

In salita il dato degli occupati in difficoltà: erano 6,35 milioni a settembre 2016 e sono risultati 6,55 milioni a settembre scorso. In totale 197mila soggetti in più (+3,1%). Una crescita dell’area di difficoltà che rappresenta un’ulteriore spia della grave situazione in cui versa l’economia italiana, nonostante alcuni segnali di miglioramento: soprattutto le forme meno stabili di impiego e quelle retribuite meno, favorite dalle misure inserite soprattutto nel Jobs Act, pagano il conto della recessione.

I contratti a temine part time sono saliti di 146mila unità da 754mila a 900mila (+19,4%), i contratti a termine full time sono cresciuti di 196mila unità da 1,80 milioni a 2 milioni (+10,9%), i contratti a tempo indeterminato part time sono calati dell’1,0% da 2,70 milioni a 2,68 milioni (-27mila). Scendono i contratti di collaborazione (-56mila unità) da 307mila a 251mila (-18,2%) e risultano in diminuzione anche gli autonomi part time (-7,9%) da 784mila a 722mila (-62mila).

Carlo Pareto

Riscatto laurea, come determinare l’onere. Versamenti Volontari: entro il 30 Giugno pagamento all’inps

Inps

RISCATTO LAUREA

Riscatto laurea, come si determina l’onere dovuto? Il riscatto del titolo di studio è molto importante, in particolare per valorizzare ai fini pensionistici il percorso del proprio ciclo di studi universitari. L’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale) ha fornito in proposito alcune indicazioni, come ha di recente evidenziato il periodico Orizzonte Scuola, a partire, per esempio, da quali periodi si possono riscattare. Essi sono cinque in totale:

i diplomi universitari, i cui corsi non siano stati di durata inferiore a due e superiore a tre anni;

i diplomi di laurea i cui corsi non siano stati di durata inferiore a quattro e superiore a sei anni;

i diplomi di specializzazione conseguiti successivamente alla laurea e al termine di un corso di durata non inferiore a due anni;

i dottorati di ricerca i cui corsi sono regolati da specifiche disposizioni di legge;

i titoli accademici introdotti dal decreto 3 novembre 1999, n. 509 ovvero Laurea (L), al termine di un corso di durata triennale e Laurea Specialistica (LS), al termine di un corso di durata biennale propedeutico alla laurea.

Riscatto laurea, come determinare i costi

L’Inps ha altresì comunicato importanti informazioni riguardo i titoli rilasciati dagli Istituti di Alta Formazione Artistica Musicale: è infatti possibile – secondo quanto chiarito dall’Istituto di previdenza – riscattare a fini pensionistici i nuovi corsi attivati a partire dall’anno accademico 2005-2006 che forniscono il conseguimento dei seguenti titoli di studio: diploma accademico di primo livello; diploma accademico di secondo livello; diploma di specializzazione; diploma accademico di formazione alla ricerca, equiparato al dottorato di ricerca universitario dall’art.3, comma 6, decreto del Presidente della Repubblica 8 luglio 2005, n. 212. Come è noto, il riscatto della laurea può riguardare sia l’intero periodo che un periodo ridotto. Dal 1997 è inoltre possibile riscattare due o più corsi di laurea, con valore retroattivo. Non è invece possibile chiedere la rinuncia o la revoca della contribuzione da riscatto della laurea “legittimamente accreditata a seguito del pagamento del relativo onere”,

Previdenza

VERSAMENTI VOLONTARI: ENTRO IL 30 GIUGNO IL PAGAMENTO ALL’INPS

Scade sabato 30 giugno, il termine ultimo utile per corrispondere all’Inps i contributi volontari relativi al primo trimestre dell’anno corrente (gennaio – marzo 2018). Al riguardo è appena il caso di precisare che nel 2018 per coprire un anno di contribuzione volontaria occorre una spesa minima di 2.941 euro. E se si è stati autorizzati dopo il 31 dicembre del 1995 si deve addirittura spendere 527 euro in più. Entro la fine del corrente mese – come già indicato in apertura – scade quindi il termine per il pagamento riferito al trimestre gennaio – marzo, il primo dei quattro appuntamenti previsti per quest’anno (il secondo del 2018 è infatti fissato al 30 settembre prossimo). L’aumento registrato nel 2018, in confronto al 2017 (ultimo incremento intervenuto per effetto dell’inflazione rilevata dall’Istat nel corso dello stesso anno), è dovuto alla consueta lievitazione delle retribuzioni di riferimento, aggiornate all’1,1% per via dell’inflazione. La «volontaria» – si ricorda – coinvolge numerosi ex lavoratori (soprattutto donne) che hanno scelto di continuare l’assicurazione provvedendo in proprio, con lo scopo di maturare comunque il diritto alla pensione. Da un’occhiata sommaria alle tabelle, i cui parametri vigenti nel 2018 sono indicati in un’apposita, specifica circolare Inps, si nota facilmente come costa sempre di più «farsi» una prestazione pensionistica da soli, per chi si è ritirato prima del tempo dall’attività lavorativa. Non solo, ma in passato – giova sottolinearlo – la sola autorizzazione al versamento ha costituito un ottimo scudo per difendersi dalle novità progressivamente introdotte in materia di requisiti pensionistici. Anche se, dopo la riforma Monti-Fornero, ora non è più così.

Valori 2018. Le somme da corrispondere differiscono a seconda della decorrenza dell’autorizzazione: prima o dopo dicembre 1995. L’ammontare del contributo volontario si ottiene, infatti, applicando alla retribuzione di riferimento (quella dell’ultimo anno di lavoro) l’aliquota contributiva vigente che per gli ex dipendenti è pari al 27,87%, se autorizzati sino al 31 dicembre 1995, e al 33% (per le quote fin ai i 46.123 euro annui) per le autorizzazioni successive.

Esiste anche una retribuzione base (minimale), pari al 40% del minimo di pensione mensile. In altri termini, per il 2018, con un minimale di retribuzione settimanale pari a 202,97 euro, il contributo non può essere inferiore a 66,69 euro per i soggetti autorizzati sino al 31 dicembre 1995 e a 56,56 euro per le autorizzazioni successive.

Il pagamento dei contributi volontari può avvenire in tre modi diversi:

1) utilizzando il bollettino Mav (pagamento mediante avviso);

2) online, sul sito internet www.inps.it;

3) telefonando al numero verde gratuito 803.164, utilizzando la carta di credito;

Una protezione vulnerabile. La possibilità di versare volontariamente in occasione delle precedenti riforme ha sempre costituito una vera e propria polizza assicurativa. A cominciare dall’elevazione del minimo di contributi richiesto per la vecchiaia, innalzato da 15 a 20 anni dalla riforma Amato del 1993, dove è prefigurata la conservazione dei «vecchi» 15 anni in favore dei soggetti autorizzati alla prosecuzione volontaria entro il 31 dicembre 1992. Per non parlare dei famosi «blocchi» temporanei delle pensioni di anzianità, avvenuti più volte tra il 1994 e il 1998, che in questi casi non hanno trovato applicazione,

Adesso la musica è cambiata. Soltanto un ristretto numero di contribuenti volontari è infatti rientrato, in passato, nella schiera dei cosiddetti “salvaguardati” dall’inasprimento dei requisiti pensionistici prefigurati dalla riforma Fornero. Ciò non toglie che la richiesta di autorizzazione alla prosecuzione volontaria, inoltrata alla cessazione o sospensione del servizio lavorativo, sia inutile. Non costa nulla e non è soprattutto impegnativa (nel senso che non si è affatto obbligati a continuare a versare fino alla quiescenza).

Legge 104

QUANDO SI PUÒ CHIEDERE IL CONTRASSEGNO AUTO

Il contrassegno disabili su auto, è un’agevolazione prevista per facilitare la mobilità delle persone che possono usufruire della legge 104. Ecco, in breve sintesi, come è possibile ottenere e rinnovare questo documento.

Intanto incominciamo col dire che si tratta di un tagliando che consente a persone a mobilità ridotta, non vedenti o con altre patologie invalidanti di ottenere facilitazioni nella circolazione e nella sosta – anche in zone vietate agli altri veicoli – delle auto a loro servizio.

Chi rilascia e cos’è il contrassegno disabili auto?

Il contrassegno disabili auto viene rilasciato dal comune di residenza – più precisamente dal sindaco (lo prevede l’art.188 del Codice della Strada, CdS, e l’art. 381 del Regolamento di esecuzione del CdS) – e dura normalmente cinque anni, ma può essere rilasciato anche a tempo determinato se il soggetto richiedente ha un’invalidità temporanea. Il titolo è personale, non è vincolato ad uno specifico veicolo e non è cedibile. Fino al 15 settembre 2012 il contrassegno per auto rilasciato dal Comune era rappresentato da un tagliando di colore arancione, con il simbolo di un uomo sulla sedia a rotelle in nero. Dopo quella data è entrato in vigore un nuovo contrassegno di colore azzurro, e il simbolo dell’uomo sulla sedia a rotelle in bianco su fondo blu. Il nuovo tagliando è valido sul territorio italiano e anche sugli altri ventisette paesi aderenti all’Unione Europea. Dal 15 settembre 2015 i vecchi contrassegni non sono più validi mentre nei nuovi tagliandi è presente la foto del soggetto svantaggiato.

Qual’è l’iter per ottenere il contrassegno disabili auto

Se siamo al primo rilascio, bisogna presentare un’apposita domanda, indirizzata al sindaco del Comune di residenza, allegando come certificazione medica almeno uno di questi due documenti:

il verbale di invalidità rilasciato normalmente dall’Inps;

la certificazione medica che attesta la patologia invalidante – che può essere rilasciato tra gli altri dall’Ufficio di Medicina Legale dell’Azienda Sanitaria Locale di appartenenza.

Se il soggetto richiedente soffre di una patologia invalidante temporanea, il contrassegno verrà rilasciato a tempo determinato – e la certificazione medica deve indicare la durata presumibile di tale invalidità.

Il rilascio del contrassegno permanente è gratuito – può essere chiesto un versamento per i tagliandi temporanei. I tempi del rilascio variano da comune a comune. In caso di rinnovo – attenzione non bisogna far scadere il vecchio tagliando da più di 90 giorni prima di fare questa domanda -, alla solita richiesta indirizzata al sindaco basta allegare un certificato del proprio medico di medicina generale, se il primo documento medico indicava che l’invalidità era permanente – altrimenti si deve seguire lo stesso iter prefigurato per il primo rilascio.

Carlo Pareto

Novità pensioni: Quota 100, ma meno soldi. Inps, come chiedere congedo maternità

Novità pensioni
QUOTA CENTO MA MENO SOLDI

Un sondaggio, condotto da SWG per Confesercenti, rivela che quasi un italiano su due vorrebbe il superamento della legge Fornero. La revisione della riforma sulle pensioni è il punto del contratto di governo Lega-M5S più apprezzato dai cittadini, sottoscritto dal 44% degli intervistati.
Quota 100 e quota 41 sono ancora sotto i riflettori in tema di riforma pensioni. Intanto va detto che quota 100 è già realtà per medici, avvocati e commercialisti. Ma la logica del governo è: quota 100 per tutti. Il nodo è però anche legato a quanto varranno gli assegni pensionistici e si teme il ribasso. Chi va in pensione adesso e percepisce 1.289 euro di pensione, con la quota 100 prenderebbe 1.089 euro. Inoltre, quota 100 non sarebbe conveniente per i giovani che hanno carriere discontinue. Stando a quanto ha recentemente riportato Businnes Online “secondo alcune elaborazioni, chi ha avuto carriere discontinue o brevi, e attualmente questi casi di registrano soprattutto nelle regioni del Sud e per le donne, o chi ha avuto interruzioni al lavoro superiori ai 2 anni per cassa integrazione o malattia, con la quota 100 correrebbe il rischio di posticipare il momento della pensione fino a 3 anni”.
Sulle pensioni, quindi, arriverà la quota 100 ma con tagli sull’assegno pensionistico? La riforma gialloverde della legge Fornero per anticipare la pensione degli italiani, inserita da Lega e Cinque Stelle nel contratto di governo, potrebbe avere degli effetti collaterali. Lo ha spiegato anche Repubblica. Ecco quanto viene detto al riguardo: Chi rientra nei nuovi parametri si prepari a una sorpresa niente male: il ricalcolo contributivo di quanto versato tra il 1996 e il 2011″. «Dovevamo farlo già nel 1996, quando entrò in vigore la riforma Dini», ha affermato Alberto Brambilla, esperto previdenziale e consigliere del vicepremier leghista Salvini. «E invece si scelse un’altra strada». Ovvero mantenere nel retributivo (pensione proporzionale agli ultimi stipendi) quanti già avevano più di 18 anni di versamenti. E affidare tutti gli altri al nuovo calcolo in base ai contributi, poi diventato universale nel 2012. Ora, ricalcolare 16 anni col contributivo potrebbe tradursi in un taglio medio sull’importo della pensione del 9-10% che forse molti pensionandi non hanno messo in conto, quando sentono parlare di “quota 100”. Senza pensare che tra il 1996 e il 2012 sono andati in pensione già oltre 3 milioni e mezzo di italiani. E con un assegno più generoso di quanto spetterà a loro, perché interamente retributivo. Motivo, questo, di contenzioso infinito.

Inps
CONGEDO DI MATERNITA’, COME RICHIEDERLO

Si chiama congedo di maternità il periodo di astensione dal lavoro per le lavoratrici in gravidanza; un’astensione obbligatoria di 5 mesi alla quale la dipendente non può rinunciare, pur potendo decidere se aderire alla formula 2+3 (due mesi prima e tre mesi dopo il parto) o 1+4 (un mese prima e quattro mesi dopo). Per posticipare l’inizio del congedo di maternità, però, è necessario che sia il medico del Servizio sanitario nazionale sia quello competente ai fini della prevenzione e tutela della salute nei luoghi di lavoro attestino che in questo modo non si arreca alcun danno alla madre e al nascituro. In entrambi i casi la domanda per il congedo di maternità va trasmessa all’Inps in via telematica; questa va inoltrata con due mesi di anticipo dall’inizio del congedo e non oltre un anno dalla fine del periodo indennizzabile.
La lavoratrice che invia l’istanza prima dell’inizio del congedo ha il dovere di presentare all’Inps il certificato medico di gravidanza, ove tra l’altro sarà indicata la data presunta del parto. Inoltre, sarà compito della dipendente comunicare, sempre all’Inps, – entro trenta giorni dal parto – la data di nascita e le generalità del figlio. Per recapitare la richiesta all’Ente di previdenza ci sono tre diverse opzioni possibili: accedere ai servizi web del sito Inps, contattare il numero verde 803 164 o rivolgersi a un patronato e farsi assistere in questa semplice operazione. Giova ricordare però che anche al datore di lavoro va comunicato – con congruo preavviso – l’inizio del congedo di maternità, in modo che questo possa organizzarsi in anticipo su come far fronte alla conseguente assenza. Una volta iniziato il congedo di maternità, quindi, la lavoratrice potrà assentarsi dal lavoro per 5 mesi senza temere il licenziamento e senza perdere la retribuzione; spetterà all’Inps, infatti, riconoscere un’indennità economica sostitutiva di maternità pari all’80% della retribuzione giornaliera calcolata sulla base dell’ultimo stipendio.

Previdenza
RINVIARE LA PENSIONE COSTA CARO

Rimandare il pensionamento dal dicembre 2018 al gennaio 2019 può costare caro ai lavoratori. Da 268 euro in meno all’anno per chi si ritirerà a 67 anni, fino a 340 euro per chi andrà in pensione a 70. E’ quanto sottolinea in una nota la Uil, che ha analizzato i nuovi coefficienti di trasformazione legati all’aspettativa di vita approvati con il dm 15 maggio del ministero del lavoro, pubblicato di recente in Gazzetta Ufficiale.
“Gli attuali criteri di individuazione dei coefficienti di trasformazione legati all’aspettativa di vita sono causa di un’oggettiva penalizzazione per i lavoratori che andranno in pensione a partire da gennaio 2019 – si legge nella comunicazione -. Infatti, volendo fare un esempio, un lavoratore che andrà in quiescenza a 67 anni, il 2 gennaio 2019, riceverà un trattamento annuo lordo di 13.411 euro, ben 268 euro in meno di un lavoratore che, a parità di montante contributivo e di età anagrafica, andrà a riposo il 31 dicembre 2018”.
A partire dal prossimo anno, infatti, chi si ritirerà dal lavoro percepirà una pensione annua inferiore, mediamente, di oltre l’1% rispetto a chi ci è già andato o ci andrà quest’anno. “Tale meccanismo – denuncia la Uil – oltre a costituire un danno oggettivo per i lavoratori, è un vero e proprio disincentivo alla permanenza in servizio. Rinviando l’accesso al pensionamento si incorre nel pericolo di vedere il proprio trattamento calcolato con coefficienti più sfavorevoli e quindi di percepire un assegno più basso”.
La Uil evidenzia la necessità di “varare una modifica dei coefficienti di trasformazione, legandoli alle coorti di età. Si deve assegnare, pertanto, a ciascuna coorte di età il proprio coefficiente, questo permetterebbe di salvaguardare uno dei principi fondamentali del sistema contributivo, senza penalizzare i lavoratori e soprattutto incentivando la permanenza al lavoro”.
“Dal primo gennaio 2019 oltre all’età di accesso alla pensione, che raggiungerà per tutti i 67 anni, saranno adeguati all’aspettativa di vita anche i coefficienti che si utilizzano per trasformare in pensione il montante contributivo del trattamento previdenziale – prosegue la nota -. Ad un valore maggiore del coefficiente, e quindi del divisore, corrisponderà un importo minore del trattamento, al fine di ridistribuire su un più lungo periodo di vita il montante previdenziale maturato”.
La Uil fornisce poi alcuni esempi di trasformazione con i nuovi coefficienti, partendo da un montante contributivo di 280.000 euro che, oggi, per un lavoratore che andrà in quiescenza a 67 anni, corrisponderebbe a una prestazione pensionistica lorda mensile pari a 1.045 euro. Se il lavoratore di 67 anni sceglierà di procrastinare l’accesso alla pensione anche di un solo mese, da dicembre 2018 a gennaio 2019, avrebbe una diminuzione dell’assegno pari a 268 euro, dal primo assegno previdenziale per il resto della vita.

Agevolazioni
CARTA ACQUISTI ORDINARIA

Una delle forme di sostegno al reddito è rappresentata proprio dalla Carta Acquisti Ordinaria concessa ai cittadini che si trovano in condizioni di disagio economico che abbiano più di 65 anni. La stessa consiste proprio in una carta di pagamento elettronica sulla quale viene versato a cadenza bimestrale un importo che può essere utilizzato per la spesa alimentare negli esercizi convenzionati e per il pagamento di luce e gas. Ovviamente non è utilizzabile per il ritiro di denaro.
Sulla carta vengono quindi accreditati 80 euro con cadenza bimestrale e i negozi che aderiscono a questa iniziativa avranno esposto questa etichetta. Dal 1° gennaio 2018, ai nuclei familiari con componenti minorenni beneficiari di questa carta, che abbiano fatto richiesta del Reddito di Inclusione, il beneficio economico connesso sarà erogato sulla medesima carta che in questo caso viene denominata Carta REI, assorbendo il beneficio della Carta Acquisti Ordinaria.

Carlo Pareto