Tredicesime, in arrivo 36 miliardi di euro

Previdenza

RIVALUTAZIONI PENSIONI INPS 2018

Rivalutazione delle pensioni dell’1,1% nel 2018; è stato recentemente pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto del ministero dell’Economia che rende ufficiale il tasso di rivalutazione e conferma come i trattamenti previdenziali siano tornati a salire dopo un biennio di sosta in cui erano rimasti fermi per effetto dell’inflazione stagnante. Per ogni tipologia di assegno bisogna poi fare i calcoli a seconda delle rispettive, specifiche regole.

Pensioni ordinarie – Per quanto attiene le pensioni ordinarie, la perequazione è completa soltanto per le prestazioni di quiescenza fino a tre volte il minimo. Per le altre fasce di importo è necessario fare il calcolo in base agli indici previsti dalla legge 147/2013:

Pensioni fino a tre volte il minimo: rivalutazione al 100% e aumento dell’1,1%;

Pensioni fra tre e quattro volte il minimo: si aggiornano al 95%, quindi nel 2018 cresceranno dell’1,045%;

Pensioni fra quattro e cinque volte il minimo: adeguamento al 75%, quindi incremento dello 0,825%;

Pensioni fra cinque e sei volte il minimo: indicizzazione al 50%, quindi aumento dello 0,55%;

Pensioni sopra sei volte il minimo: indicizzazione al 45%, quindi adeguamento dello 0,495%.

Trattamenti minimi 2018

Le pensioni minime salgono a 507,41 euro al mese (da 501,89);

l’assegno sociale si posiziona a 453 euro al mese (da 448,07);

la pensione sociale arriva a 373 euro al mese.

Conguagli – Gli incrementi attribuiti saranno poi successivamente conguagliati nel 2019, in base all’inflazione reale, che determinerà la conseguente variazione del calcolo della perequazione delle pensioni.

Al riguardo, si ricorda che nel corso del 2018 bisognerà ad esempio rimborsare uno 0,1% di indicizzazione in più riconosciuta nel 2014, per effetto della differenza rilevata fra l’indice di rivalutazione provvisorio e quello definitivo. In genere, questo scarto differenziale si recupera l’anno seguente, ma essendo l’inflazione rimasta in pratica vicino allo zero, il recupero è stato via via differito per evitare di far flettere le pensioni. Le modalità con cui verrà effettuato il recupero dovranno comunque essere stabilite dall’Inps.

Inps

IL RISCATTO DEI LAVORI SOCIALMENTE UTILE (LSU)

Gli Lsu, ossia i lavori socialmente utili possono essere riscattati al fine di aumentare l’assegno di pensione. I costi variano a seconda del periodo in cui è stata svolta l’attività di Lsu e riguardano tutti quelli effettuati dal 1° agosto 1995. Oggi per tali attività è prevista una contribuzione figurativa utile grazie all’articolo 8 del decreto legislativo 468/1997.

Secondo la legge per le attività Lsu (lavori socialmente utili o di pubblica utilità) per cui è stato corrisposto l’assegno fino al 31 luglio del 1995 il lavoratore non dovrà farsi carico di nessun onere per poter avvalersi dell’attività ai fini pensionistici Al contrario, per far sì che l’accredito effettuato a partire dal 1° agosto 1995 sia utile per aumentare l’assegno pensionistico, è indispensabile riscattare tali periodi. In questo caso l’attività rientrerà nel sistema di calcolo contributivo o retributivo in base alla durata dei periodi assicurativi, ma anche alla loro collocazione temporale.

Il calcolo retributivo di solito si applica:

fino al 31 dicembre 2011, se si possono vantare 18 anni di contribuzione al 31 dicembre 1995;

fino al 31 dicembre 1995, se si possiedono meno di 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995.

Il calcolo contributivo solitamente si applica:

prendendo come riferimento la retribuzione pensionabile negli ultimi 12 mesi;

moltiplicando la retribuzione per gli anni da ricongiungere e  l’aliquota contributiva (32,95% per l’ex Inpdap, 33% per l’Inps Fondo pensioni lavoratori dipendenti).

Il conteggio retributivo viceversa dipende da variabili differenti come l’età, il sesso e l’anzianità assicurativa.

Sempre riguardo i lavori socialmente utili, il decreto legislativo n. 150/2015 attuativo del Jobs Act, all’articolo n. 26, prevede che i lavoratori che percepiscono dei sostegni al reddito e quelli sottoposti a delle procedure di mobilità, potranno svolgere delle attività di pubblica utilità (Lpu) nel territorio del Comune in cui risiedono in base a delle specifiche convenzioni stipulate stabilite sulla base della convenzione quadro predisposta dall’Anpal. Per queste attività è prefigurata, allo stesso modo, una contribuzione figurativa che sarà utile ai fini della misura della pensione. Resta la possibilità per il lavoratore, anche in questa ipotesi, di chiederne riscatto all’Inps.

Cgia

36 MILIARDI DI TREDICESIME

Sono in arrivo 36 mld di euro per la 13/a mensilità e secondo la stima fatta dalla Cgia di Mestre anche l’erario farà festa perché incasserà 10,4 mld di Irpef.

Da il primo dicembre e le prossime 2 settimane oltre 33 milioni di italiani riceveranno la tredicesima mensilità. Al netto delle ritenute Irpef, l’importo complessivo che pensionati e lavoratori dipendenti incasseranno sfiorerà i 36 mld di euro. A livello territoriale la Regione che presenta il più alto numero di beneficiari è la Lombardia: le persone interessate dalla gratifica natalizia saranno poco più di 6 milioni. Seguono 3.197.000 residenti nel Lazio e 2.869.000 abitanti nel Veneto.

Insieme per legalità e trasparenza

ACCORDO POSTE ITALAINE – GUARDIA DI FINANZA

Contrasto all’evasione, all’elusione e alle frodi fiscali, contrasto agli illeciti in materia di spesa pubblica; contrasto alla criminalità economica e finanziaria, al riciclaggio, alla falsificazione e alle frodi concernenti i sistemi di pagamento attraverso la condivisione del patrimonio informatico di Poste Italiane. Questi sono i principi cardine del Protocollo di intesa che Matteo Del Fante, Amministratore Delegato di Poste Italiane, e Giorgio Toschi, Comandante Generale della Guardia di Finanza, hanno recentemente sottoscritto.

“La grande sinergia, che dura da oltre un secolo, con la Guardia di Finanza – ha dichiarato l’Amministratore Delegato di Poste Italiane, Matteo Del Fante – rappresenta un motivo di orgoglio, siamo sempre più determinati nella lotta alla illegalità e continuiamo a lavorare per garantire la qualità e la trasparenza del lavoro del nostro Gruppo e dare ancora una volta un contributo concreto allo sviluppo del Paese. Sono giornate molto importanti per la nostra Azienda, solo pochi giorni fa abbiamo siglato con tutte le Organizzazioni sindacali il rinnovo del contratto collettivo di lavoro, un traguardo importante per la difesa dei diritti dei lavoratori, apprezzato dalle sigle sindacali. Questo accordo ci permette anche di proseguire nel consolidamento della leadership nella logistica grazie alla crescita dell’e-commerce.”

“Questa giornata è molto importante per il Gruppo Poste Italiane – ha affermato Giuseppe Lasco, Direttore della divisione Corporate Affairs di Poste – perché queste iniziative, il Protocollo con la Guardia di Finanza ed il lancio del portale ”Contratti Aperti e Trasparenti”, contribuiscono ad accrescere in tutta la filiera economica del nostro Gruppo, la cultura della legalità”.

Il Generale Giorgio Toschi ha espresso la sua soddisfazione: “L’intesa odierna certamente favorirà una più efficiente acquisizione di informazioni da parte della Guardia di Finanza da Poste Italiane SpA, per prevenire e reprimere al meglio le frodi e gli illeciti che minano il tessuto economico del Paese”.

Grazie a questo accordo Poste Italiane metterà a disposizione della Guardia di Finanza il proprio patrimonio informatico anche per l’accertamento e la tutela dell’identità digitale del cittadino costituendo una task force per lo studio dei nuovi scenari criminali. Altra iniziativa è l’accesso via web all’ “Identity Check” per la segnalazione di informazioni rilevanti per prevenire e reprimere le frodi e ogni altro illecito di natura economico-finanziaria.

Poste Italiane per l’occasione mette in campo il nuovo portale “Contratti Aperti e Trasparenti”, nell’ottica di una chiarezza sempre maggiore verso i cittadini, per rendere pubbliche e accessibili tutte le informazioni sulla gestione degli appalti e subappalti affidati dall’azienda.

Navigando in “Contratti Aperti e Trasparenti” sarà possibile conoscere il numero e il dettaglio dei contratti sottoscritti da Poste Italiane con i suoi fornitori: costo, durata, ambito merceologico, procedura di affidamento, nome, posizione geografica dell’aggiudicatario e dei subappaltatori.

Poste Italiane si appresta a chiudere il 2017 anche con un altro importante risultato: 50 milioni di pacchi consegnati nelle case degli italiani che hanno acquistato on line.

Con i suoi 34 milioni di clienti, 12.822 uffici postali, 6,4 milioni di conti correnti, 26 milioni tra carte prepagate e carte di debito e 505 miliardi di euro di risparmio gestito, Poste Italiane, la prima azienda in Italia a pubblicare tutti i dati dei suoi contratti, conferma la sua grande attenzione e sensibilità per la cultura della legalità e della trasparenza, principi fondamentali per lo sviluppo del Paese.

Carlo Pareto

Pensione di reversibilità e invalidità, ecco le riduzioni introdotte dall’Inps

Pensione di reversibilità e invalidità

LE RIDUZIONI OPERATE DALL’INPS

La legge n. 133/2008, allo scopo di contrastare il lavoro nero ed irregolare, ha abolito la trattenuta per i pensionati che lavorano. Ma tale agevolazione non trova applicazione nei confronti dei titolari dei trattamenti di reversibilità e degli assegni di invalidità, per i quali rimangono operative le restrizioni introdotte dalla riforma Dini (legge. 335/1995).

L’art. 1 comma 41 della legge 8 agosto 1995, n. 335 – tabella F – ha stabilito, per le citate prestazioni pensionistiche aventi decorrenza dal 1° settembre 1995 in poi, l’incumulabilità di una quota percentuale dell’assegno ai superstiti in presenza di redditi superiori a determinate soglie numerarie da parte del beneficiario.

A seguito dell’introduzione di tali limiti reddituali le pensioni di reversibilità subiscono le seguenti riduzioni:

a) 25% dell’importo spettante, in presenza di una situazione reddituale superiore a tre volte il trattamento minimo annuo Inps, calcolato in misura pari a 13 mensilità, in vigore al 1° gennaio;

b) 40% della rata dovuta, in presenza di reddito superiore a quattro volte il trattamento minimo annuo Inps, come sopra indicato;

c) 50% dell’assegno, in presenza di proventi superiori a cinque volte il trattamento minimo annuo Inps, come specificato al precedente primo punto.

Come precisato, le disposizioni in materia di cumulo si applicano soltanto alle prestazioni pensionistiche aventi decorrenza dal 1° settembre 1995 in poi. Quelle con decorrenza anteriore conservano il trattamento più favorevole con riassorbimento, però, sui futuri miglioramenti.

In presenza di più intestatari della pensione di reversibilità, da parte di due o più soggetti, l’assegno non subisce alcuna contrazione, anche se sussistono redditi elevati da parte dei titolari interessati. Nell’ipotesi in cui il beneficiario della pensione rimanga uno solo, per la perdita del diritto da parte degli altri (ad esempio per il completamento degli studi del figlio), nei confronti dell’unico intestatario del trattamento, si applicano le riduzioni prefigurate, in presenza di situazioni reddituali che splafonano i tetti di legge.

Le soglie reddituali trovano applicazione nei confronti del coniuge superstite anche quando contitolari della pensione siano uno o più minori, studenti o inabili ma figli del solo deceduto e non anche del coniuge superstite. E’ da tenere presente che l’importo derivante dal cumulo di pensione reddito non può essere inferiore a quello che sarebbe spettato al pensionato se il reddito fosse pari al limite massimo della fascia immediatamente precedente a quella di collocazione del proventi posseduti.

Per gli assegni di invalidità, l’art. 1 comma 42, della legge 8 agosto 1995, n. 335 – tabella G – ha stabilito l’incumulabilità di una quota percentuale di tali prestazioni in presenza di redditi da lavoro dipendente, autonomo o d’impresa dei beneficiari.

L’incumulabilità opera per i trattamenti di invalidità con decorrenza dal 1° settembre 1995 in avanti. Per gli assegni aventi decorrenza anteriori a tale data sono fatte salve le condizioni più favorevoli in godimento con riassorbimento però, sui futuri miglioramenti.

A seguito della introduzione dei limiti alla loro cumulabilità con i proventi conseguiti dal beneficiario, i trattamenti ordinari di invalidità subiscono le seguenti riduzioni:

1) 25% dell’importo, in presenza di redditi da lavoro dipendente, autonomo o d’impresa superiore a quattro volte il trattamento minimo annuo Inps calcolato in misura mari a 13 volte l’importo in vigore dal 1° gennaio;

2) 50% della rata dovuta, in presenza dei redditi da lavoro dipendente, autonomo d’impresa superiore a cinque volte il trattamento minimo annuo Inps, come sopra detto.

Il trattamento derivante dal cumulo dei redditi con l’assegno annuo di invalidità ridotto non può comunque essere inferiore a quello che spetterebbe allo stesso soggetto qualora il reddito risultasse pari al limite massimo della fascia immediatamente precedente a quella nella quale si colloca il reddito posseduto.

Mutui Gestione unitaria delle prestazioni creditizie e sociali

PROROGA DEL TERMINE PER FRUIRE DEI NUOVI TASSI D’INTERESSE

Con riferimento ai mutui ipotecari a tasso fisso erogati agli iscritti alla Gestione unitaria delle prestazioni creditizie e sociali già in ammortamento alla data del 1° luglio 2017, l’Inps ha reso noto che l’originario termine ultimo del 23 novembre 2017 per la presentazione delle domande da trasmettere on line per la richiesta dei nuovi tassi fissi – come stabiliti con determinazione del Presidente dell’Istituto n. 89/2017 – è stato prorogato al 29 dicembre 2017 (G.U.R.I., Serie Generale, n. 267 del 15 novembre 2017).

Per la modalità di presentazione della domanda e della successiva accettazione, qualora sussistano i requisiti per l’inoltro, l’istituto fa rinvio alle informazioni reperibili nel sito www.inps.it seguendo il percorso Prestazioni e Servizi>Tutti i servizi>Domande mutui ipotecari edilizi>Autenticazione (con PIN dispositivo), nonché nella pagina iniziale del portale dei pagamenti dell’Inps e nella nota di accompagnamento a corredo del Mav relativo alla rata semestrale di pagamento dei mutui ipotecari con scadenza dicembre 2017.

Istat

MENO GIOVANI SENZA LAVORO

Il lavoro riprende la marcia. A ottobre si conferma l’aumento su base annua degli occupati (+1,1%, +246mila) che riguarda sia uomini sia donne. La crescita si concentra tra i lavoratori dipendenti (+387mila, di cui +347mila a termine e +39mila permanenti), mentre calano gli indipendenti (-140mila). In valori assoluti ad aumentare sono soprattutto gli occupati ultracinquantenni (+340mila) ma registrano una crescita più lieve anche i 15-34enni (+29mila), mentre calano i 35-49enni (-123mila). Nello stesso periodo diminuiscono sia i disoccupati (-4,6%, -140mila) sia gli inattivi (-1,4%, -183mila). E’ quanto emerge dai dati provvisori diffusi oggi dall’Istat.

A ottobre la stima degli occupati è sostanzialmente stabile rispetto a settembre. Il tasso di occupazione dei 15-64enni rimane invariato al 58,1%. La stabilità dell’occupazione nell’ultimo mese è frutto di un calo tra i 25-49enni e di un aumento tra gli ultracinquantenni. L’occupazione è stabile per entrambe le componenti di genere.

Risultano in aumento i dipendenti a tempo determinato, stabili i permanenti, in calo gli indipendenti. Nel periodo agosto-ottobre si registra una crescita degli occupati rispetto al trimestre precedente (+0,3%, +73mila) che interessa uomini e donne e si concentra soprattutto tra gli over 50, in misura più lieve anche tra i 15-34enni, mentre i 35-49enni sono ancora in calo. L’aumento è determinato esclusivamente dai dipendenti a termine, mentre calano i permanenti e gli indipendenti.

Disoccupazione – Dai dati provvisori diffusi dall’Istat emerge inoltre che la stima delle persone in cerca di occupazione a ottobre diminuisce ancora lievemente (-0,1%, -4 mila) per il terzo mese consecutivo. La diminuzione della disoccupazione è determinata dalla componente femminile e, per quanto riguarda l’età, dai 15-24enni e dagli over 50, mentre si osserva un aumento tra gli uomini e i 25-49enni. Il tasso di disoccupazione si attesta all’11,1%, invariato rispetto a settembre, mentre quello giovanile cala al 34,7% (-0,7 punti percentuali). E’ quanto emerge dall’analisi.

La stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni rimane sostanzialmente invariata. La stabilità è frutto di un calo tra gli uomini e nelle classi di età centrali comprese tra 25 e 49 anni, a fronte di un aumento tra le donne, i giovani di 15-24 anni e gli over 50. Il tasso di inattività rimane invariato al 34,5%. Nel trimestre agosto-ottobre, rispetto ai tre mesi precedenti, alla crescita degli occupati si accompagna il calo dei disoccupati (-1,1%, -33mila) e degli inattivi (-0,4%, -56mila).

Convegno Inps

PERMESSO PER DONNE VITTIME DI VIOLENZA DI GENERE

Si è recentemente svolto un interessante convegno, dal titolo “Il congedo lavorativo per le donne vittime di violenza: un diritto ancora poco conosciuto? ”. L’incontro, che si è svolto nei locali della Sede INPS di via XX Settembre a Torino, è stato patrocinato dalla Regione Piemonte e dalla Direzione Regionale INPS Piemonte.

Relatori il Direttore Regionale Giuseppe Baldino, l’Assessora regionale alle Pari Opportunità Monica Cerruti, il Direttore della Sede Provinciale di Torino Dott. Antonio Di Marco Pizzongolo, la Presidente del Centro Congressi dell’Unione Industriali di Torino Cristina Tumiatti, Elena Ferro in rappresentanza delle Segreterie Regionali Piemontesi Cgil-Cisl-Uil. L’incontro è stato coordinato dal Responsabile Comunicazione Giovanni Firera.

L’Assessora ha illustrato la Legge Regionale 4/2016, “Interventi di prevenzione e contrasto della violenza di genere e per il sostegno alle donne vittime di violenza ed ai loro figli”, legge che pone il Piemonte all’avanguardia sull’attenzione posta al delicato problema della violenza di genere. Ma la strada da percorrere è lunga e richiede la collaborazione di tutti.

Il tavolo dei relatori è unanime nel sostenere che è necessario creare sinergia tra tutte le parti presenti, Istituzioni, Associazioni Datoriali, Sindacati affinché si possa intervenire in modo congiunto e coordinato. Ogni intervento deve essere sostenuto dalla evidente e necessaria delicatezza indispensabile per garantire alle vittime di violenza un ambiente rispettoso che tenga conto della particolare vicenda vissuta.

Il Direttore Regionale Giuseppe Baldino ricorda che il problema della violenza di genere tocca anche i dipendenti INPS e negli ultimi casi alcuni efferati episodi ci hanno riguardato da vicino. Ma il problema esiste e va affrontato in modo complessivo e coordinato.

Il dibattito, vivace e intenso, mette in evidenza che è necessario mettere in campo azioni educative preventive che possano sostenere la cultura del rispetto tra generi. E’ anche necessario sostenere idonee campagne di formazione/informazione che rendano conoscibili e, quindi, utilizzabili tutti gli strumenti che possono essere di aiuto per le vittime di violenza.

Emerge, inoltre, che le richieste di congedo lavorativo sono davvero poche. Forse è opportuno ripensare percorsi di conoscibilità della norma e prevedere dei meccanismi di accesso alle procedure diversi, che tengano conto della particolare delicatezza del momento vissuto. Conoscere gli strumenti che aiutino le donne vittime di violenza ad uscire dal tunnel in cui sono intrappolate è fondamentale. Informare le donne sull’esistenza del Diritto al congedo lavorativo per le vittime di violenza e sapere come esercitare tale diritto è doveroso per noi.

Carlo Pareto

Manovra, Governo battuto dalla Riforma Inps

commissione-lavoro-precociGoverno battuto in commissione Lavoro alla Camera su due emendamenti alla manovra approvati con il parere contrario del governo. Il primo riguarda la riforma della governance dell’Inps e dell’Inail e il secondo l’aumento delle indennità in caso di licenziamento illegittimo che vengono così portate a otto. Via libera inoltre stop al pagamento degli stipendi in contanti, mentre semaforo verde anche per un altro emendamento: la Commissione Lavoro della Camera ha approvato un emendamento alla manovra (che ora passa all’esame della commissione Bilancio) per estendere il congedo di tre mesi riservato alle donne vittime di violenza anche alle persone molestate sui luoghi di lavoro. Allo stesso tempo, chi denuncia una molestia “non può essere sanzionato, demansionato, licenziato, trasferito o sottoposto ad altra misura organizzativa avente effetti negativi sulla condizione di lavoro”. Nuovo punto per le mamme: ok in commissione Lavoro anche all’emendamento che proroga al 2019 l’Ape social riconoscendo, per il conteggio dei requisiti, lo sconto fino ad un anno per figlio alle lavoratrici. L’emendamento (come gli altri subordinato al via libera della commissione Bilancio) stabilisce che la fine del contratto a tempo e la mancata fruizione di qualsiasi forma di ammortizzatore sociale a seguito della chiusura del rapporto di lavoro non precludono l’accesso all’Ape.
Nel frattempo restano gli screzi tra il numero uno dell’Inps e il Governo, tanto che Boeri nei giorni scorsi aveva dichiarato di essere pronto a lasciare il suo incarico nel caso non ci fosse più fiducia in lui da parte del governo. “Se vogliono liberarsi di me c’è un modo molto semplice – ha detto in un’intervista televisiva -: mi convochi il presidente del Consiglio a Palazzo Chigi e mi dica che non c’è più fiducia o che considera terminato il mio mandato e un secondo dopo mi dimetterei”.
Proprio per questo è arrivata subito la precisazione dal Pd. “La posizione del Governo sull`emendamento relativo alla modifica della governance dell`Inps e dell`Inail non fa riferimento al merito – ha spiegato il sottosegretario al Lavoro Luigi Bobba – perché si conviene sull`esigenza di andare in direzione di un diverso assetto dei poteri dell`Ente, quanto alla valutazione che un intervento di natura puramente ordinamentale e privo di connotazioni di bilancio non può trovare corretta collocazione all`interno della legge di bilancio”.

Reddito d’inclusione. Istruzioni per l’uso:
cos’è e come funziona

Inps

AVVISI DI ACCERTAMENTO PER I RAPPORTI DI LAVORO DOMESTICO

In questi giorni l’Inps sta inviando gli avvisi di accertamento per mancato pagamento dei contributi ai datori di lavoro domestico inadempienti per almeno un trimestre tra il 4° trimestre 2012 e il 2013.

Nell’avviso si invitano i contribuenti a regolarizzare la posizione.

I datori di lavoro che ritengono non dovuti i contributi indicati possono contestare l’avviso seguendo le istruzioni contenute in calce al provvedimento.

E’ possibile effettuare ogni contestazione telefonicamente, tramite Contact center dell’Inps, oppure utilizzando il servizio “lavoratori domestici” sul sito internet.

Per la contestazione il datore di lavoro può utilizzare il modulo prestampato di autocertificazione allegato al provvedimento, che guida il contribuente nella indicazione di tutti gli elementi utili. Il modulo consente di autocertificare la pregressa comunicazione della cessazione del rapporto di lavoro così come l’avvenuto pagamento dei bollettini.

Se il datore di lavoro ha già comunicato la cessazione del rapporto di lavoro, può inviare copia della ricevuta di comunicazione, oltre che tramite i canali sopra indicati, anche via fax al numero verde gratuito 800803164.

Tale comunicazione consentirà alla sede Inps di chiudere il rapporto di lavoro ed eventualmente di annullare l’avviso inviato per i periodi per i quali i contributi non siano dovuti. In questi casi, ovviamente, sarà ritenuta valida l’originaria data di comunicazione della cessazione del rapporto di lavoro e pertanto nessuna sanzione amministrativa sarà dovuta dal datore di lavoro.

Possono essere utilizzati fino al 31 dicembre

BUONI DI LAVORO ACCESSORIO

Il prossimo 31 dicembre scadrà il periodo transitorio per l’utilizzo dei buoni di lavoro accessorio.

I buoni lavoro richiesti entro il 17 marzo possono essere utilizzati esclusivamente per prestazioni il cui svolgimento avrà luogo entro il prossimo 31 dicembre; pertanto i committenti non potranno inserire nella procedura informatica prestazioni con data di inizio o fine successiva a questa data. Le prestazioni inserite erroneamente nella procedura informatica relative a periodi decorrenti dal 1° gennaio 2018 verranno cancellate d’ufficio e il committente non riceverà nessuna comunicazione in merito. Nel caso di prestazioni che abbiano data inizio nel 2017 e data fine nel 2018, verranno cancellate d’ufficio soltanto le prestazioni relative al 2018.

Per l’utilizzo di buoni tramite la procedura telematica, le prestazioni fino al 31 dicembre 2017 dovranno essere consuntivate dal committente improrogabilmente entro il 15 gennaio 2018; dal 16 gennaio sarà infatti inibito l’accesso alla procedura internet dedicata.

I rimborsi delle somme versate entro il 17 marzo e non utilizzate dal committente entro il 31 dicembre, potranno essere richiesti mediante modello Sc52 entro il 31 marzo 2018.

Le istruzioni dell’Inps

REDDITO DI INCLUSIONE

Con la circolare n. 172 del 22.11.2017, l’Istituto ha fornito le prime istruzioni amministrative relative al Reddito di Inclusione.

La nuova misura di contrasto alla povertà, introdotta dal decreto legislativo n. 147 del 15 settembre 2017, potrà essere richiesta dal 1° dicembre 2017 e verrà erogata a partire dal 1° gennaio 2018.

Il Reddito di Inclusione ha la finalità di fornire, ai nuclei familiari in situazione di difficoltà socio – economica, un beneficio economico ( erogato per il tramite di una carta prepagata emessa da Poste Italiane S.p.A.) e una presa in carico di tipo socio assistenziale, da parte dei servizi sociali comunali.

La domanda dovrà essere presentata esclusivamente in formato cartaceo presso i comuni, eventualmente associati in ambiti, i quali provvederanno a trasmetterla all’Istituto attraverso i canali web (sito internet www.inps.it e upload) e di cooperazione applicativa.

Il nucleo richiedente dovrà soddisfare specifici requisiti di residenza e anagrafici, economici, di composizione del nucleo familiare e di compatibilità, specificamente dettagliati nella circolare e nel modello di domanda.

Il beneficio economico, riconosciuto dall’Istituto, sarà erogato per un massimo di 18 mesi, dai quali saranno sottratte le eventuali mensilità di Sia percepite. Coloro che alla data del 1° dicembre 2017 stanno ancora percependo il Sia potranno presentare immediatamente domanda di Rei o decidere di presentarla al termine della percezione del Sia, senza che dalla scelta derivi alcun pregiudizio di carattere economico.

L’ammontare dell’importo è correlato al numero dei componenti il nucleo familiare, e tiene conto di eventuali trattamenti assistenziale e redditi in capo al nucleo stesso. In ogni caso, l’importo complessivo annuo non può superare quello dell’assegno sociale.

Si ricorda che, al fine della valida presentazione della domanda, occorre essere in possesso di una attestazione Isee in corso di validità. In pratica, il nucleo beneficiario deve essere in possesso di una attestazione Isee valida per tutta la durata del beneficio.

Dopo il provvedimento di accoglimento della domanda da parte dell’Istituto, il comune territorialmente competente provvede a contattare il nucleo familiare, ai fini della predisposizione e sottoscrizione del progetto personalizzato, il cui rispetto è condizione per la percezione del beneficio economico.

Si è svolto a Napoli il 6 dicembre scorso un importante seminario presso l’Assessorato al lavoro ed alle Risorse Umane della Regione Campania sulla nuova misura di contrasto alla povertà e all’inclusione sociale (REI)

REDDITO DI INCLUSIONE: COSA E’ E COME FUNZIONA

Al centro direzionale Isola A6, presso l’Assessorato al lavoro ed alle Risorse Umane della Giunta regionale per la Campania si è svolto mercoledì scorso 6 dicembre, un interessante seminario sulla nuova misura di inclusione sociale che sostituisce il Sia dal titolo “Reddito d’inclusione: cosa è e come funziona”.

Il reddito di inclusione (c.s. Rei) è una forma di sostegno al reddito destinata ai cittadini meno ricchi: è stato approvato ad agosto dal Consiglio dei ministri ed entrerà operativamente in vigore dal primo gennaio 2018.

Le domande per l’accesso al Reddito d’inclusione (Rei), presentabili da venerdì scorso nei punti d’accesso individuati dai Comuni, andranno successivamente inviate da questi ultimi all’Inps entro 15 giorni lavorativi dalla data di ricevimento delle stesse, termine entro cui gli enti territoriali dovranno verificare la sussistenza dei requisiti di residenza e di soggiorno del richiedente. L’Istituto di previdenza avrà, a quel punto, cinque giorni per verificare il possesso dei requisiti familiari ed economici previsti dal Decreto legislativo che ha introdotto la misura.

Cos’è il REI

Il sito del ministero del Lavoro lo definisce «programma di inserimento sociale e lavorativo che punta alla riconquista dell’autonomia delle famiglie più vulnerabili». Oltre a offrire soldi, prevede anche progetti personalizzati per corsi di formazione e aiuto nella ricerca di un lavoro. È stato stimato che il Rei riguarderà circa 500mila famiglie, per un totale di circa 1,8 milioni di persone. Allo stato costerà circa 2 miliardi di euro. Entrerò a pieno regime nel luglio 2018 (ma, di nuovo, la prima fase inizierà a gennaio) e andrà a sostituire quello che ora sono il Sia – Sostegno all’Inclusione attiva – e l’assegno di disoccupazione.

Nel caso di una sola persona, il Rei non supererà i 187 euro al mese; nel caso di famiglie il massimo mensile sarà di 485 euro. I soldi saranno erogati attraverso una carta prepagata: per metà dell’importo la carta potrà essere usata anche per prelevare contanti. Esempio: su un Rei di 200 euro si potranno prelevare un massimo di 100 euro, mentre gli altri andranno usati in altro modo. Il REI sarà erogabile per un massimo di 18 mesi. Finiti quei 18 mesi ce ne dovranno essere almeno 6 di pausa prima di poterlo richiedere di nuovo.

L’evento è stato aperto dalla padrona di casa, Sonia palmieri, assessore al lavoro ed alle Risorse Umane. A seguire sono intervenuti il Direttore Generale per l’istruzione, la Formazione, il Lavoro e le Politiche Giovanili, Maria Antonietta D’Urso, il Direttore Generale per le Politiche Sociali e Socio sanitarie Fortunata Caragliano, il Presidente ANCI Campania Domenico Tuccillo. il Direttore del Coordinamento metropolitano Inps di Napoli Roberto Bafundi che, in particolare ha ribadito, come del resto aveva già annunciato all’atto del suo insediamento nella città partenopea, il suo personale impegno nel rivitalizzare il ruolo sociale dell’istituto inteso soprattutto come soggetto protagonista attivo delle politiche del welfare. Una funzione – ha sottolineato opportunamente – da svolgere in assoluta sintonia con le istituzioni locali attraverso sinergiche collaborazioni in grado di individuare l’Ente anche come presidio di legalità. Inoltre sono stati presenti in sala funzionari Inps a cui si poteva rivolgersi per ogni eventuale quesito.

Ocse all’Italia

NO A MODIFICA ETA’ PENSIONE

L’Ocse promuove i conti italiani ma mette in guardia contro un allentamento del percorso delle riforme e interventi sulle pensioni che possano gravare sul bilancio. Nel nuovo Economic Outlook l’organizzazione rivede al rialzo le stime sul pil 2017 a +1,6% e 2018 a +1,5% (contro l’1,4% e l’1,2% stimati a settembre) ma prefigura anche un rallentamento a +1,3% nel 2019. “Dati lusinghieri” e “migliori di quelli del governo per il 2017”, a +1,5%, ha recentemente commentato il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan dal palco dell’Ania.

Migliora il quadro dei conti: il debito pubblico dovrebbe scendere al 129,8% del pil nel 2018 rispetto al 131,6% di quest’anno, e proseguire il suo calo fino al 127,7% nel 2019; trend in discesa anche per il deficit al 2,1% nel 2017, per poi passare all’1,6% nel 2018 e all’1,1% nel 2019. L’inflazione è attesa all’1,4% quest’anno, all’1,2% nel 2018 e all’1,4% nel 2019, mentre il tasso di disoccupazione dovrebbe ridursi dall’11,2% del 2017 al 10,5% il prossimo anno e al 10,1% nel 2019.

In Italia “la ripresa si sta allargando agli investimenti e alle esportazioni” grazie a consumi privati che “continueranno a essere il principale motore” della crescita, scrive l’Ocse, che però ammonisce il governo in carica, e anche il governo che verrà, a non arretrare su riforme e sistema pensionistico. “Rallentare l’andamento delle riforme strutturali e allentare i conti pubblici dopo le elezioni programmate all’inizio del 2018 potrebbe ridurre la fiducia” nel Paese, “facendo finire fuori strada la ripresa” in atto, scrive nel rapporto.

In Italia, evidenzia poi l’Ocse, “l’attuazione delle riforme strutturali deve essere accompagnata da un avanzo di bilancio primario in graduale aumento”. C’è inoltre la necessità di “ulteriori progressi nella riduzione dell’evasione fiscale e la razionalizzazione delle spese fiscali e delle spese correnti”. Sollecitazione degli economisti Ocse anche a non modificare il sistema pensionistico, cruciale per la tenuta dei conti, mantenendo “il legame tra l’età di pensionamento e l’attesa di vita così da rafforzare l’equità tra le generazioni e salvaguardare la sostenibilità del sistema nel lungo termine”.

Sul fronte della Legge di Bilancio, plauso alla sterilizzazione delle clausole Iva per il 2018, ma anche all’estensione dei bonus fiscali alle imprese, al bonus permanente per l’assunzione dei giovani e all’obbligo di fatturazione elettronica tra privati che rappresenta “un importante passo avanti per ridurre l’evasione fiscale”. In questa prospettiva, “ridurre la soglia di pagamento in contanti completerebbe questi sforzi”, si legge ancora nel documento.

“I dati Ocse sono lusinghieri – ha affermato Padoan – ma un punto importante è che l’Italia, come altri Paesi, ha un enorme bisogno di investimenti che devono essere di lungo termine basati su un meccanismo che ha un impatto positivo sulle infrastrutture”.

Nel Paese, “ci sono segnali di ripresa non effimera, le stime Ocse sono migliori di quelle del governo per il 2017″, ha sottolineato ancora il ministro dell’Economia, concedendosi una battuta sull’organismo dove ha ricoperto l’incarico di vice segretario generale prima di assumere la guida del Mef. “Siccome l’Ocse sa fare bene il suo mestiere, mi fido delle sue stime” ha detto. “L’Italia – ha osservato ulteriormente il titolare di via XX settembre – sta uscendo dalla crisi e si sta lasciando alle spalle un periodo non facile caratterizzato però dal fatto che la direzione del Paese si è rafforzata anche grazie, lasciatemelo dire, all’azione del governo di questi ultimi anni”.

Secondo Padoan inoltre non deve far temere lo stop al Quantitative Easing della Bce. “L’uscita dal Qe è già avviata negli Usa” e “viene valutata in Europa ed è giusto che sia così o le economie europee rischiano di addormentarsi, rischiano di essere come drogate da un regime di tassi bassi e noi invece dobbiamo uscire da questa situazione per tornare a una situazione di normalità che non deve spaventare ma deve essere una situazione con aspetti positivi”, ha spiegato Padoan.

“Tassi più alti danno margini di profitto maggiori. Inoltre in un mondo di tassi più alti deve esserci anche un po più di inflazione e se c’è più inflazione la dinamica del pil nominale migliora ed ha un impatto positivo sul debito che scende più facilmente”. Quindi, ha concluso il ministro, “in un mondo di tassi più alti ci sono aspetti positivi”.

Carlo Pareto

Povertà, al via dal 1° dicembre il Rei, fino a 485 euro mese

Fino a 485 euro mese
POVERTA’, INPS: AL VIA DAL 1° DICEMBRE IL REI
Il Rei è una misura di contrasto alla povertà ed all’esclusione sociale. Ha carattere universale ed è condizionata alla valutazione della situazione economica (la cosiddetta prova dei mezzi) ed all’adesione ad un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa, finalizzato all’affrancamento dalla condizione di povertà.
Il Rei viene concesso ai nuclei familiari in condizioni di povertà ed è composto da:
a)   un beneficio economico;
b)   una componente di servizi alla persona, identificata nel progetto personalizzato, a seguito di una valutazione multidimensionale del  bisogno del nucleo familiare o, nelle ipotesi in cui la situazione di povertà è esclusivamente connessa alla situazione lavorativa, dal patto di servizio, di cui all’articolo 20 del D.lgs n. 150/2015, ovvero dal programma di ricerca intensiva di occupazione, di cui all’art. 23 del medesimo decreto legislativo.
Il Rei, ai sensi dell’art. 117, secondo comma lett. m) della Costituzione, nel limite delle risorse disponibili nel Fondo Povertà, costituisce livello essenziale delle prestazioni. Lo stesso è erogato dall’Inps mediante l’utilizzo di una carta di pagamento elettronica, denominata “carta Rei”, previa presentazione di apposita domanda e della dichiarazione Dsu dalla quale sia rilevabile la situazione economica di bisogno.
Il Piano nazionale per la lotta alla povertà ed all’inclusione sociale disciplina l’estensione della platea del beneficiari ed il graduale incremento dell’entità del beneficio economico, nei limiti delle ulteriori risorse eventualmente stanziate sullo stesso Fondo povertà.
La situazione economica di bisogno, ai fini del riconoscimento del Rei, viene dichiarata mediante Dsu, presentata non oltre la data della domanda di Rei.
Il Rei è compatibile, entro determinati limiti, con lo svolgimento di attività lavorativa.
Per agevolare l’attuazione del Rei, nonché per promuovere forme partecipate di programmazione e monitoraggio, l’articolo 16 del decreto legislativo istituisce un Comitato per la lotta alla povertà, che riunisce i diversi livelli di governo e un Osservatorio sulle povertà, che, oltre alle istituzioni competenti, riunisce rappresentanti delle parti sociali, degli enti del Terzo settore ed esperti.
Con riferimento ai requisiti di residenza e di soggiorno, l’articolo 3 del decreto legislativo istitutivo precisa che il richiedente la misura deve essere, congiuntamente:
1)   cittadino dell’Unione o suo familiare che sia titolare del diritto di soggiorno o del diritto di soggiorno permanente, ovvero cittadino di paesi terzi in possesso del permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo o apolide in possesso di analogo permesso o titolare di protezione internazionale (asilo politico, protezione sussidiaria);
2)   residente in Italia, in via continuativa, da almeno due anni al momento di presentazione della domanda.
E’ operativamente partita dal primo dicembre il reddito di inclusione (Rei), la prestazione – si ribadisce – concessa ai nuclei familiari in condizioni di povertà. Questo, secondo quanto si legge in una circolare dell’Inps, (la n. 172 del 22/11/2017), spiegando che si tratta di “un beneficio economico e di una componente di servizi alla persona, identificata nel progetto personalizzato, a seguito di una valutazione multidimensionale del bisogno del nucleo familiare o, nelle ipotesi in cui la situazione di povertà è esclusivamente connessa alla situazione lavorativa, dal patto di servizio, ovvero dal programma di ricerca intensiva di occupazione”.
Il beneficio numerario è pari a 5.824,80 euro l’anno, quindi 485,40 euro al mese. Possono in particolare accedere al Rei – si precisa ulteriormente – le famiglie con “un componente di età minore di anni 18; una persona con disabilità e di almeno un suo genitore, ovvero di un suo tutore; una donna in stato di gravidanza accertata; almeno un lavoratore di età pari o superiore a 55 anni, che si trovi in stato di disoccupazione per licenziamento, anche collettivo, dimissioni per giusta causa o risoluzione consensuale”.
Il Rei è concesso a decorrere dall’1 gennaio 2018. Il relativo trattamento economico è attribuito per un periodo continuativo non superiore a 18 mesi. In caso di trasformazione del Sia in Rei la durata del beneficio economico del Rei è corrispondentemente ridotta del numero di mesi per i quali si è goduto del Sia. La durata del Sia (Sostegno all’inclusione attiva) eventualmente percepito viene sempre dedotta da quella del Rei, anche laddove la domanda di Rei intervenga dopo il termine della erogazione del Sia, come espressamente specificato in apposito paragrafo della stessa circolare Inps.
Superato il limite dei diciotto mesi, può essere rinnovato, per non più di dodici mesi, solo dopo che siano trascorsi almeno sei mesi dalla data di cessazione del godimento della prestazione.

Lavoro
PRATICA FORENSE PRESSO L’AVVOCATURA DELL’INPS
E’ Partito venerdì scorso 10 novembre 2017, la nuova procedura per l’ammissione alla pratica forense presso l’Avvocatura dell’Inps.
I bandi regionali e quello riferito ai posti disponibili presso il Coordinamento generale Legale sono pubblicati sul sito istituzionale (www.inps.it) nella sezione “Avvisi, bandi e fatturazione” e sono anche esposti presso le  Direzioni regionali e di Coordinamento metropolitano ed i Consigli degli ordini degli avvocati territorialmente competenti.
Gli interessati devono possedere, alla data di scadenza del termine di presentazione della domanda, i seguenti requisiti:
essere cittadino italiano o di uno Stato membro dell’Unione Europea ovvero essere cittadino di uno Stato non appartenente all’U.E. in possesso dei requisiti previsti dall’art. 17, comma 2 della L. 247/2012;
essere in possesso dei requisiti richiesti per l’iscrizione nel registro dei praticanti Avvocati tenuto dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati presso il Tribunale nel territorio del cui circondario si trova l’Ufficio legale dell’Inps indicato nella domanda di pratica;
se già iscritto nel registro speciale dei praticanti presso il Consiglio dell’Ordine, non avere una anzianità di iscrizione superiore a 3 (tre) mesi.
La domanda di ammissione dovrà essere presentata esclusivamente in via telematica, utilizzando l’apposito form presente sul sito internet dell’Istituto (secondo il percorso: www.inps.it – Homepage – Avvisi, bandi e fatturazione – Avvisi – Pratica forense presso l’avvocatura dell’INPS) dalle ore 12,00 del 10 novembre 2017 fino alle ore 14,00 dell’11 dicembre 2017.
Saranno escluse le domande presentate con modalità diverse da quella sopra indicata (quali, ad esempio, invio con raccomandata con ricevuta di ritorno o consegna a mano presso le sedi dell’Istituto).
Si precisa che la domanda dovrà essere presentata per uno soltanto degli Uffici Legali dell’Inps citati nell’art. 1 dei bandi. Alla stessa dovrà essere allegato, a pena di irricevibilità, un curriculum vitae redatto nel formato europeo (in pdf).
Le Direzioni regionali e di Coordinamento metropolitano verificheranno il possesso dei requisiti prescritti dal bando e la veridicità delle dichiarazioni rese nella domanda di partecipazione.
Una commissione, appositamente costituita presso ciascuna Direzione regionale e di Coordinamento metropolitano, valuterà l’idoneità dei candidati sulla base dei criteri riportati nel bando e formerà la graduatoria
Per l’Avvocatura centrale, la procedura sopra descritta sarà svolta a cura della Direzione centrale Risorse Umane d’intesa con il Coordinamento generale legale. Le liste definitive saranno pubblicate sul sito istituzionale dell’Istituto.

Il Tribunale di Roma conferma la piena legittimità dell’operato dell’Inps in materia di recupero degli indebiti pensionistici.
RESPINTO IL RICORSO PROMOSSO DAL CODACONS.
Col provvedimento n. 26718/2017 il Tribunale di Roma, in qualità di giudice del lavoro, ha respinto il ricorso (ex art. 140 D. lgs. 206 del 2017) promosso dal Codacons e volto ad impedire all’Inps di recuperare le somme erogate indebitamente.
L’Autorità giudiziaria ha affermato in primo luogo l’assenza della legittimazione ad agire da parte dell’associazione ricorrente: il rapporto fra i pensionati e l’Inps non può essere ricondotto a un interesse collettivo dei consumatori ed utenti, anche in considerazione del fatto che le prestazioni indebite, o comunque erogate in eccedenza, non riguardano la totalità dei pensionati, essendo innumerevoli le situazioni in cui, nel corso del rapporto pensionistico, non si verifica alcuna ipotesi di indebita percezione di somme non spettanti.
Inoltre il Tribunale, nell’osservare che diverse sono le cause che possono dare luogo ad indebita erogazione, fra cui l’errore dell’Istituto ma anche il dolo dell’interessato, afferma che, posto che l’azione di recupero dell’indebito è effettuata dall’Inps sulla base delle specifiche disposizioni di legge, l’accoglimento del ricorso si porrebbe in contrasto con tutte le norme che disciplinano la modalità di recupero delle somme erogate e non dovute.
Infatti i recuperi effettuati dall’Inps nei confronti dei pensionati possono derivare da numerose tipologie di prestazioni indebitamente erogate, che nella maggior parte dei casi non traggono origine da errori dell’Istituto, e sono obbligatori in quanto previsti dalla normativa vigente.
Si ricorda che la maggiore causa di indebiti viene registrata in relazione a prestazioni collegate al reddito, le quali, in base alla legislazione vigente, sono erogate in via di anticipazione provvisoria in base a dati reddituali storici (quindi basati su annualità precedenti); nel momento in cui il dato reddituale relativo all’annualità cui si riferisce la prestazione viene poi certificato, l’Istituto è tenuto ad eseguire operazioni di conguaglio, che possono generare un debito (recupero indebito) o un credito (rimborso). In tali ipotesi i recuperi sono obbligatori in quanto espressamente previsti da specifiche disposizioni legislative.

Carlo Pareto

Abolito il vecchio Voucher aumenta il ‘Nero’

Le conseguenze dell’abolizione del “vecchio” voucher: 600.000 lavoratori hanno perso o percepito in nero da 180 a 300 milioni di reddito.

a cura di Claudio Negro

lavoro-neroL’Osservatorio sul Precariato dell’INPS relativo ai primi 9 mesi del 2017 conferma in generale, in termini di flusso, la crescita occupazionale già segnalata dall’ISTAT in termini di stock. Aumentano di molto gli avviamenti rispetto al 2016 (stesso periodo): + 880.000, pari a un +20,1%. Aumentano anche le cessazioni (come logico, dato che la maggior parte dei nuovi avviamenti sono a termine) ma in misura decisamente minore: + 656.000 pari a +16,9%. Il che produce un saldo positivo di 224.000 posti di lavoro in più rispetto all’anno scorso: il risultato più alto da quando l’occupazione ha ripreso a crescere.

Un elemento in controtendenza, che necessita di qualche riflessione: per la prima volta dall’introduzione del Jobs Act c’è un saldo negativo tra avviamenti e cessazioni per i contratti a tempo indeterminato, anche se molto piccolo: poco meno di 10.000 unità. Non c’è sostanzialmente aumento delle cessazioni (+ 1.700) ma un sensibile calo degli avviamenti (- 35.000). Crediamo che su questo dato influiscano due effetti combinati: da un lato la prosecuzione della flessione dovuta alla fine della decontribuzione; da un lato l’aspettativa per il nuovo incentivo previsto dal DEF, che induce probabilmente le imprese a rinviare al nuovo anno le assunzioni a tempo indeterminato.

Contrariamente a quanto temuto dai detrattori del JobsAct, i licenziamenti non aumentano, anzi diminuiscono. Quelli per motivi economici diminuiscono di 35.000 unità per i lavoratori a tempo indeterminato e addirittura di 104.500 (pari a un – 50%) per i tempi determinati. Effetto collaterale di una situazione economica che si evolve positivamente e come tale viene percepita anche dalle aziende. Aumentano invece lievemente i licenziamenti per giusta causa o motivo soggettivo: + 1.200 per i tempi indeterminati e + 4.000 per i tempi determinati. A parte l’esiguità dei numeri in questione, che non documentano certo di licenziamenti di massa, vale la pena formulare un’ipotesi che non ci pare campata in aria: una parte di questi licenziamenti sono concordati tra azienda e dipendente in luogo di dimissioni volontarie sia per consentire l’accesso al NASPI sia per ovviare al malfunzionamento della procedura in vigore. Ipotesi suffragata empiricamente dall’osservazione, riportata da Pietro Ichino sulla drastica riduzione del contenzioso giudiziario in materia di licenziamenti.

Come giustamente osserva Seghezzi (Bollettino ADAPT….) commentando i dati di stock, per la prima volta dall’inizio del post crisi diminuisce lievemente il tasso d’occupazione femminile. Spulciando nei dati di flusso vediamo che c’è un dato negativo importante circa le assunzioni di donne a tempo indeterminato (– 5%). Si tratta di 17.313 assunzioni in meno rispetto al 2016. L’unico dato che flette su un ordine di grandezza comparabile è quello del part time: – 40.000. Purtroppo non disponiamo della ripartizione di questo dato tra maschi e femmine, ma per approssimazione empirica pare di intravedere una relazione tra meno assunzioni a part time e meno assunzioni femminili. Il part time durante la crisi è stato uno strumento di flessibilità importante per le imprese e per l’occupazione femminile. Se le aziende lo marginalizzano adesso che siamo in ripresa, l’impatto rischia di essere negativo sull’occupazione femminile: come questi primissimi dati sembrano preannunciare.

Infine il boom dei contratti a chiamata: intuitivamente si tratta di una delle risposte del mercato alla (quasi) abolizione dei voucher. Nei primi 9 mesi del 2017 sono stati 37.300 gli avviamenti di contratti di lavoro intermittente a tempo indeterminato, e ben 319.200 quelle a tempo determinato: rispettivamente +15.500 (+ 71,7%) e + 182.000 (+ 133%) rispetto al 2016. A conferma della tesi circa i motivi contingenti della crescita di questa tipologia basta osservare che le variazioni 2016 su 2015 erano praticamente nulle, anzi leggermente in calo per i contratti a tempo indeterminato. A dir la verità i contratti a tempo indeterminato sembrano rispondere piuttosto poco alle caratteristiche di occasionalità specifiche delle prestazioni che venivano retribuite col voucher. Il tempo determinato sembra adattarsi meglio alla rapidità e alla variabilità di questo tipo di prestazione: le cessazioni di questi contratti sono state 220.000 nei primi 9 mesi, con aumento del 100% rispetto al 2016, che si rapporta coerentemente con il + 133% di avviamenti a testimoniare una volatilità che era caratteristica del mercato dei voucher.

Un’altra risposta del mercato può essere stata il ricorso a modalità intensive di part time, in questo caso certamente in modo esclusivo all’interno di contratti a termine. Occorre, prima di vedere le cifre, una precisazione: nel contratto part time vanno indicate date e orario della prestazione, la flessibilità va quindi programmata in anticipo. Un contratto del genere può rispondere alle caratteristiche del lavoro occasionale solo se è di durata breve, altrimenti diventa una rigidità. Per questa ragione, e perché non abbiamo i dati relativi alla durata dei contratti, i numeri del part time vanno presi con le pinze. Che comunque sono i seguenti: part time orizzontali nei primi 9 mesi 1.195.000 (+ 188.000, ma è la tipologia in cui è meno probabile che siano finiti gli occasionali); part time verticali 76.800 (+ 22.600); part time misti 155.000 (+ 45.000). E’ un po’ debole però l’evidenza di un nesso di causa-effetto tra abolizione dei voucher e aumento dei part time a termine: per i part time orizzontali il dato 2017 conferma una crescita costante dagli anni precedenti; un aumento relativo più significativo c’è per i verticali e i misti, ma si tratta di solo 48.000 contratti una parte dei quali potrebbe avere assorbito lavoratori prima retribuiti a voucher.

Ora, nel 2016 sono stati 1.600.000 i lavoratori che hanno percepito voucher (poi parliamo di quanti e come), quindi empiricamente 1.200.000 nei primi 9 mesi (comprendono anche il periodo della vendemmia, perciò è del tutto verosimile). L’INPS calcola che con la nuova normativa saranno circa 300.000 a fine anno, più o meno 230.000 fino a settembre. Dei restanti 970.000 ammettiamo pure che 182.000 siano stati assorbiti dai contratti a chiamata a tempo determinato. Con ottimismo diciamo che l’incremento dei part time a termine non-orizzontali ne abbia assorbito altri 45.000. Il numero dei dispersi è 743.000. Qualcuno potrà essere stato stabilizzato, magari con un contratto di apprendistato, ma sarebbe ridicolo illudersi che siano numeri significativi.

Il che ovviamente non significa che abbiamo quasi 750.000 persone a spasso. Facciamo un attimo caso alla composizione dei percettori di voucher: il 22% erano pensionati o giovani non ancora occupati, pari a circa 230.000. Una parte di questi apparterrà ancora alla platea di 300.000 nuovi voucher, un’altra parte potrebbe avere avuto uno dei 182.000 nuovi contratti a chiamata (ricordiamo che le regole del contratto a chiamata lo consentono in pratica solo a queste due categorie).

Il 55% dei percettori (circa 880.000) risultava assicurato all’INPS (quindi lavoratore subordinato o autonomo). Una parte di costoro potrebbe continuare a percepire voucher, ma solo per prestazioni effettuate presso imprese con meno di 5 dipendenti (da cui non possiamo aspettarci grandi numeri). Di questi 880.000 circa 300.000 percepiva voucher dallo stesso datore di lavoro con il quale, nel corso d’anno, aveva un contratto di lavoro. Ma per 230.000 casi l’assunzione seguiva al periodo retribuito a voucher, che fungeva quindi da periodo di prova. Questi 230.000 escono quindi dal computo perché regolarmente assunti. In circa 70.000 casi il voucher integrava la retribuzione per prestazioni tipo straordinario, essenzialmente in casi di lavoratori con contratti part time. Ammettiamo pure che questi lavoratori siano rientrati nella norma (loro o i loro successori, perché quasi sempre si trattava di contratti a termine) e che gli straordinari glieli paghino in regola. Diciamo quindi che i 300.000 lavoratori di cui parliamo siano rientrati nella norma. Restano gli oltre 500.000 assicurati di cui perdiamo le tracce.

Qui ci sono lavoratori che percepivano voucher da un datore di lavoro diverso dal loro (il caso più frequente), lavoratori in NASPI, disoccupati senza sussidio, ecc.

Facciamo le somme: nella migliore delle ipotesi 300.000 persone sono in regola per continuare a percepire i voucher; 182.000 hanno avuto un contratto a chiamata; 45.000 un contratto part time a termine; 300.000 sono rientrati in regola col contratto di lavoro dipendente. Sono 827.000. Rapportati a 9 mesi 620.000. Poco più della metà dei percettori di voucher nei primi 9 mesi del 2016. E gli altri? Certo, poiché la media dei voucher percepiti era di 62, pari a poco meno di 500 € (e il 72% ne percepiva meno di 29) le cifre di cui discutiamo sono minime. Ma lo erano anche prima, quando sembrava che il voucher fosse il “bug” destinato a destabilizzare i salari. Alla fine dobbiamo prendere atto che la Lotta di Liberazione dal Voucher ha portato alla scomparsa di circa lo 0,116% del monte retributivo annuo riferito a circa 600.000 individui. O sono soldi ritornati al nero (come probabile e molto semplicemente praticabile) o sono modesti guadagni perduti da persone che avevano il solo torto di volerle recepire in modo regolare. Diciamo che ci sono redditi tra i 290 e i 500 € che non sono più percepiti dai lavoratori o lo sono in nero.

Claudio Negro
Fondazione Anna Kuliscioff

Lotta alla povertà. Platea di beneficiari a 2,5mln

Povertà-Italia-ISTATIl Reddito di Inclusione (Rei) la nuova misura di contrasto alla povertà legata alla condizione economica sarà attiva dal primo gennaio e si “stima” che i potenziali utilizzatori – non si può calcolare quante saranno effettivamente le domande – “saranno 1,8milioni di persone con i parametri di oggi, cioè 500 mila nuclei familiari. A luglio prevediamo che si incrementi la platea di 200mila nuclei familiari per arrivare a 2,5 milioni di persone”. A fornire i numeri del bacino potenziale che usufruirà del Rei è il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, durante la presentazione a Milano. E a proposito del capoluogo lombardo l’assessore alle politiche sociali Pierfrancesco Majorino ha aggiunto che saranno 5mila i nuclei familiari che potrebbero beneficiare del Rei.

“È un passo importante su una strada ancora lunga e che potrà realizzarsi solo grazie a una larga collaborazione con tutti i soggetti – ha osservato Poletti – . È un tema che ha bisogno di una grandissima capacità di collaborazione. E, essendo la prima esperienza che realizziamo abbiamo bisogno di fare un report trimestrale, in modo che tutta la comunità sappia ciò che sta accadendo”. Come ricorda il ministro, insieme al presidente dell’Inps Tito Boeri, dal primo dicembre sarà possibile presentare le domande se si è in possesso dei requisiti familiari (come la presenza di un minorenne o di una persona con disabilità) ma già a partire dal primo gennaio 2018 verranno introdotte alcune modifiche di tipo estensivo previste dalla legge di bilancio. La modifica più importante decorrerà dal primo luglio 2018, quando verranno meno tutti i requisiti familiari: la misura si baserà esclusivamente sul reddito diventando universale.

Il Rei è finanziato con le risorse del fondo povertà: 1,845 miliardi di euro in parte destinati a rafforzare i servizi. Il punto di partenza erano stati i 50 milioni di euro una tantum del 2012. La svolta è avvenuta nel 2017 con il nuovo Sia, il sostegno per l’inclusione attiva, che il governo ha inserito come misura ponte fino all’introduzione del Rei. Ma la legge di bilancio in discussione in Parlamento già rilancia: 300 milioni di euro in più nel 2018, 700 nel 2019, 900 dal 2020. Tenuto conto del Pon inclusione (1,2 miliardi per sette anni. Il piano è settennale, e riguarda gli anni dal 2014-2020. Ma i suoi fondi saranno spesi tra il 2017 e 2023), il Rei sostituirà il Sia, e sarà erogato già a partire da gennaio 2018. “Il fatto di aver messo nella legge il fondo alla povertà – ha osservato il ministro Poletti – è la prima garanzia che queste cose le potremo fare. Sappiamo che nei prossimi anni avremo le risorse. Sta a noi adesso”.

Il Presidente Inps Tito Boeri approfitta della presentazione a Milano del reddito di inclusione per lanciare una frecciata a “certi” partiti e sindacati che sono concentrati solo sulle pensioni e non su altre misure, come per esempio quelle sul contrasto alla povertà. “ll reddito di inclusione è una svolta epocale, ma è solo un primo passo. Bisognerà impegnarsi in Italia, in futuro, per aumentare la dotazione delle misure di contrasto alla povertà. Credo che questo debba essere anche un monito ad alcuni partiti politici e forze sindacali – sottolinea Boeri – che chiedono ancora più risorse per le pensioni quando già nella legislazione vigente siamo destinati a superare il 18 per cento di spesa pensionistica sul Pil. E invece non sembrano preoccuparsi di potenziare le misure di contrasto alla povertà”. A stretto giro la risposta della Cgil: “Forse il presidente dell’Inps dimentica che il Reddito di inclusione nasce da una proposta costruita e avanzata dall’Alleanza contro la Povertà in Italia, di cui Cgil, Cisl e Uil sono soggetti promotori”. “Come sindacato – continua la nota della Cgil nazionale – ci battiamo quotidianamente contro la Povertà anche sul versante del diritto al lavoro, principale strumento di contrasto all’esclusione sociale”. Inoltre, sottolinea la nota, “ricordiamo a Boeri che lo scorso 2 ottobre i segretari generali Camusso, Furlan e Barbagallo hanno rivolto un appello a Governo e Parlamento per chiedere l’incremento delle risorse per il Fondo per la lotta alla Povertà in legge di bilancio e la definizione del Piano pluriennale”.

Lavoro: Inps, crollano contratti fissi, -10.000 in 9 mesi

precario

Calano di quasi 10.000 unità i contratti fissi ed è boom di quelli a chiamata nei primi 9 mesi del 2017: a fronte di 1.180.953 rapporti di lavoro a tempo indeterminato, le cessazioni sono state pari a 1.190.908. Il dato emerge all’Osservatorio Inps sul precariato. Nel dettaglio tra gennaio e settembre i datori di lavoro privati hanno stipulato 909.362 nuovi rapporti di lavoro, le trasformazioni a tempo indeterminato sono state 214.819 e 56.772 gli apprendisti trasformati a tempo indeterminato, mentre le cessazioni sono state 1.190.908, per un saldo negativo di -9.955 unità. Nello stesso periodo del 2016 si erano registrati un saldo positivo di 22.209 contratti stabili.

Invece è boom dei contratti a chiamata (+133,2%) e salgono anche quelli di somministrazione. Nel corso del 2017 – si legge – è aumentato il turnover dei posti di lavoro grazie soprattutto alla forte crescita delle assunzioni (tra gennaio e settembre 2017 sono risultate 5.271.000, in aumento del 20,1% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente). Crescono anche le cessazioni (4.530.000, +16,9% rispetto all’anno precedente) ma ad un ritmo inferiore. Alla crescita delle assunzioni il maggior contributo è stato dato dai contratti a tempo determinato (+27,3%) e dall’apprendistato (+26,9%) mentre sono diminuite le assunzioni a tempo indeterminato (-3,5%: contrazione interamente imputabile alle assunzioni a part time).

Tra le assunzioni a tempo determinato appare significativo l’incremento dei contratti di somministrazione (+20,1%) e ancora di più quello dei contratti di lavoro a chiamata che, con riferimento sempre all’arco temporale gennaio-settembre, sono passati da 137.000 (2016) a 319.000 (2017), con un incremento del 133,2%. Questo significativo aumento – come, in parte, anche quello dei contratti di somministrazione e dei contratti a termine – può essere posto in relazione alla necessità per le imprese di ricorrere a strumenti contrattuali sostitutivi dei voucher, cancellati dal legislatore a partire dalla metà dello scorso mese di marzo e sostituiti, da luglio e solo per le imprese con meno di 6 dipendenti, dai nuovi contratti di prestazione occasionale.

Questi andamenti convergono nella compressione dell’incidenza dei contratti a tempo indeterminato sul totale delle assunzioni: 24% nei primi nove mesi del 2017 mentre nel 2015, quando era in vigore l’esonero contributivo triennale per i contratti a tempo indeterminato, era stato raggiunto il valore di 38,3%.

Le trasformazioni complessive – includendo accanto a quelle da tempo determinato a tempo indeterminato anche le prosecuzioni a tempo indeterminato degli apprendisti – sono risultate 272.000, in lieve incremento rispetto allo stesso periodo del 2016 (+0,9%).

Per le cessazioni, la crescita è dovuta principalmente ai rapporti a termine (+25,3%) mentre le cessazioni di rapporti a tempo indeterminato risultano sostanzialmente stabili (+0,1%). Tra le cause di cessazione, i licenziamenti riferiti a rapporti di lavoro a tempo indeterminato risultano pari a 435.000, in riduzione rispetto al corrispondente periodo di gennaio-settembre 2016 (-5,4%) mentre in aumento risultano le dimissioni (+5,8%).

Il tasso di licenziamento, calcolato sull’occupazione a tempo indeterminato, compresi gli apprendisti, è risultato per i primi nove mesi del 2017 pari al 3,9%, in linea con quello registrato per lo stesso periodo del 2016 (4,0%).

Nel Mezzogiorno occupati in crescita. Ma ancora non recuperati i livelli pre-crisi

Tribunale Roma

RECUPERO INDEBITI INPS LEGITTIMO

Col provvedimento n. 26718/2017 il Tribunale di Roma, in qualità di giudice del lavoro, ha respinto il ricorso (ex art. 140 D. lgs. 206 del 2017) promosso dal Codacons e volto ad impedire all’Inps di recuperare le somme erogate indebitamente.

L’Autorità giudiziaria ha affermato in primo luogo l’assenza della legittimazione ad agire da parte dell’associazione ricorrente: il rapporto fra i pensionati e l’Inps non può essere ricondotto a un interesse collettivo dei consumatori ed utenti, anche in considerazione del fatto che le prestazioni indebite, o comunque erogate in eccedenza, non riguardano la totalità dei pensionati, essendo innumerevoli le situazioni in cui, nel corso del rapporto pensionistico, non si verifica alcuna ipotesi di indebita percezione di somme non spettanti.

Inoltre il Tribunale, nell’osservare che diverse sono le cause che possono dare luogo ad indebita erogazione, fra cui l’errore dell’Istituto ma anche il dolo dell’interessato, afferma che, posto che l’azione di recupero dell’indebito è effettuata dall’Inps sulla base delle specifiche disposizioni di legge, l’accoglimento del ricorso si porrebbe in contrasto con tutte le norme che disciplinano la modalità di recupero delle somme erogate e non dovute.

Infatti i recuperi effettuati dall’Inps nei confronti dei pensionati possono derivare da numerose tipologie di prestazioni indebitamente erogate, che nella maggior parte dei casi non traggono origine da errori dell’Istituto, e sono obbligatori in quanto previsti dalla normativa vigente.

Al riguardo giova ricordare che la maggiore causa di indebiti viene registrata in relazione a prestazioni collegate al reddito, le quali, in base alla legislazione vigente, sono erogate in via di anticipazione provvisoria in base a dati reddituali storici (quindi basati su annualità precedenti); nel momento in cui il dato reddituale relativo all’annualità cui si riferisce la prestazione viene poi certificato, l’Istituto è tenuto ad eseguire operazioni di conguaglio, che possono generare un debito (recupero indebito) o un credito (rimborso). In tali ipotesi i recuperi sono obbligatori in quanto espressamente previsti da specifiche disposizioni legislative.

Consulenti lavoro

CHIARIMENTI SU CIRCOLARE INPS CONCILIAZIONE VITA-LAVORO

A seguito della pubblicazione della circolare Inps numero 163 del 2017 sullo sgravio contributivo per i contratti collettivi aziendali contenenti misure di conciliazione vita-lavoro, anche la Fondazione Studi consulenti del lavoro è intervenuta con la circolare numero 11, per fornire maggiori chiarimenti sul tema.

Nel documento viene analizzato il decreto interministeriale del dicastero Lavoro e del ministero dell’Economia e finanze, che attua quanto previsto dall’articolo 25 del decreto legislativo 80 del 2015, per poi soffermarsi sulle condizioni di fruizione dello sgravio: dalle caratteristiche del contratto aziendale alle tempistiche e modalità di deposito dello stesso, dalla richiesta di ammissione all’agevolazione all’istruttoria Inps fino al calcolo del beneficio spettante al datore di lavoro.

“L’Inps -si legge nella circolare- ha chiarito che lo sgravio spetterà al datore di lavoro identificato dal proprio codice fiscale attraverso la presentazione della suddetta domanda su una sola delle posizioni contributive attive, che sarà l’unica cui spetterà la possibilità di fruire materialmente dello sgravio attraverso la relativa denuncia contributiva mensile. Lo sgravio concesso terrà in ogni caso conto dei dati relativi alla forza occupazionale del datore di lavoro anche se in parte riconducibile ad altri posizioni contributive Inps”.

Ma a basso reddito

AL SUD CRESCONO GLI OCCUPATI

Nelle regioni meridionali nel 2016 gli occupati sono aumentati dell’1,7%, pari a 101 mila unità, ma mentre le regioni centro settentrionali hanno recuperato integralmente la perdita di posti di lavoro avvenuta durante la crisi (+48 mila nel 2016 rispetto al 2008), in quelle meridionali la perdita di occupazione rispetto all’inizio della recessione è ancora pari a 381 mila unità. Il Mezzogiorno resta agganciato alla ripresa economica dell’Italia uscendo da una lunga recessione. Nel 2016 ha consolidato la ripresa registrando una performance per il secondo anno superiore, se pur di poco, rispetto al resto del Paese. E le previsioni per il 2017 e il 2018 confermano che il Mezzogiorno è in grado di agganciare la ripresa, facendo segnare tassi di crescita di poco inferiori a quelli del Centro-Nord. Tuttavia, la ripresa congiunturale è insufficiente ad affrontare le emergenze sociali. E’ il quadro che emerge dal Rapporto Svimez 2017 presentato di recente alla Camera dei Deputati.

La resistenza alla crisi non è stata omogenea, tra regioni e tra settori. E anche se riparte l’industria meridionale, aumenta il lavoro ma con basse retribuzioni e cresce il part time involontario. Il Mezzogiorno è uscito dalla lunga recessione e nel 2016 ha consolidato la ripresa, registrando una performance per il secondo anno superiore, se pur di poco, rispetto al resto del Paese. L’industria manifatturiera meridionale è cresciuta al Sud nel biennio di oltre il 7%, più del doppio del resto del Paese (3%); influiscono positivamente le politiche di sviluppo territoriale mentre restano le difficoltà delle imprese del Sud ad accedere agli strumenti di politica industriale nazionale. La stretta integrazione e interdipendenza tra Sud e Nord rafforza la necessità di politiche meridionaliste per far crescere l’intero Paese. Ottima la performance soprattutto al Sud delle esportazioni nel biennio 2015-2016.

Il tasso di occupazione nel Mezzogiorno è ancora il più basso d’Europa (35% inferiore alla media Ue), nonostante nei primi 8 mesi del 2017 siano stati incentivati oltre 90 mila rapporti di lavoro nell’ambito della misura “Occupazione Sud”. La povertà e le politiche di austerità deprimono i consumi. Il Sud è un’area non più giovane né tantomeno il serbatoio di nascite del Paese. Il Governo nell’ultimo anno ha riavviato le politiche per il Sud; fondamentali due interventi: le Zes e la “clausola del 34%” sugli investimenti ordinari.

Secondo le di stime Svimez, aggiornate a ottobre, nel 2017 il PIL italiano cresce dell’1,5%, risultato del +1,6% del Centro-Nord e del +1,3% del Sud. Nel 2018 il saggio di crescita del PIL nazionale si attesta all’1,4% con una variazione territoriale dell’1,4% nel Centro-Nord e dell’1,2% al Sud. A trascinare l’evoluzione positiva del PIL nel 2017 e nel 2018 l’andamento della domanda interna, che al Sud registra, rispettivamente, +1,5% e +1,4% (nel Centro-Nord, invece, aumenta quest’anno del +1,6% e il prossimo del +1,3%). Nel 2018 la Svimez prevede un significativo aumento sia delle esportazioni che degli investimenti totali, che cresceranno più nel Mezzogiorno che al Centro-Nord: le esportazioni del +5,4% rispetto a +4,3%, gli investimenti del 3,1% rispetto a +2,7%.

Aumento apprezzabile dell’occupazione: +0,7% al Sud sia nel 2017 che nel 2018, e +0,8% in entrambi gli anni al Centro Nord. Secondo la Svimez, queste previsioni inglobano anche gli effetti della legge di Bilancio 2018, e scontano la mancata attivazione della clausola di salvaguardia relativa all’aumento delle aliquote Iva nel 2018 per circa 15 miliardi.

Forte ridimensionamento della Pa nel Mezzogiorno, in termini di risorse umane e finanziarie, tra il 2011 e il 2015: -21.500 dipendenti pubblici (nel Centro-Nord sono calati di -17.954 unità) e una spesa pro capite corrente consolidata della P.A. (fonte CPT) pari al 71,2% di quella del Centro-Nord. Un divario in valore assoluto di circa 3.700 euro a persona. La sfida di una maggiore efficienza della macchina pubblica al Sud passa per una sua profonda riforma ma anche per un suo rafforzamento attraverso l’inserimento di personale più giovane a più alta qualificazione. Ciò a dispetto dei luoghi comuni che descriverebbero un Sud inondato di risorse e dipendenti pubblici.

Nel 2016, 10 meridionali su 100 risultano in condizioni di povertà assoluta, contro poco più di 6 nel Centro Nord. L’incidenza della povertà assoluta nel 2016 nel Mezzogiorno aumenta nelle periferie delle aree metropolitane e nei comuni più grandi. Il rischio di cadere in povertà è triplo al Sud rispetto al resto del Paese, nelle due regioni più grandi, Sicilia e Campania, sfiora il 40%. E’ la fotografia scattata dal Rapporto Svimez 2017 presentato recentemente alla Camera.

L’emigrazione sembra essere l’unico canale di miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie meridionali. E infatti, alla fine del 2016 il Mezzogiorno ha perso altri 62 mila abitanti. Il saldo migratorio totale del Sud continua a essere negativo e sfiora le 28 mila unità, mentre nel Centro Nord è in aumento di 93.500. Il pendolarismo nel Mezzogiorno nel 2016 ha interessato circa 208 mila persone, di cui 54 mila si sono spostate all’interno del Sud, mentre ben 154 mila sono andate al Centro-Nord o all’estero. Questo aumento di pendolari spiega circa un quarto dell’aumento dell’occupazione complessiva del Mezzogiorno di circa 101 mila unità nel 2016.

A parere della Svimez, “l’introduzione del reddito di inclusione avvia un processo per dotare anche l’Italia di una forma universalistica di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale. Ma per ora l’impegno finanziario è assolutamente insufficiente: del Rei beneficerà soltanto il 38% circa degli individui in povertà assoluta per importi che sono generalmente compresi fra il 30 e il 40% della soglia di povertà assoluta per molte tipologie familiari”.

Carlo Pareto

Inps, come funziona la CIGS. Pensioni: Consulta, legittimo bonus sulle perequazioni

Inps
CASSA INTEGRAZIONE GUADAGNI STRAORDINARIA

Il trattamento di cassa integrazione guadagni straordinaria (Cigs) è un ammortizzatore sociale, concesso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ed erogato dall’Inps, avente la funzione di sostituire e/o integrare la retribuzione dei lavoratori sospesi o a orario ridotto di aziende in situazione di difficoltà produttiva o per consentire alle stesse di sostenere processi di riorganizzazione o qualora abbiano stipulato contratti di solidarietà.
Sono destinatari della Cigs i lavoratori subordinati, compresi gli apprendisti qualora dipendenti di imprese per le quali trovano applicazione solo le integrazioni salariali straordinarie e limitatamente alla causale di intervento per crisi aziendale, con esclusione dei dirigenti e dei lavoratori a domicilio, che siano alle dipendenze di un’azienda destinataria della normativa Cigs e possiedano almeno 90 giorni di anzianità di effettivo lavoro alla data di presentazione della domanda presso l’unità produttiva per la quale è richiesto il trattamento.
L’intervento straordinario di integrazione salariale può essere richiesto quando la sospensione o la riduzione dell’attività lavorativa sia determinata da una delle seguenti causali:
riorganizzazione aziendale;
crisi aziendale, esclusi i casi di cessazione dell’attività produttiva dell’azienda o di un ramo di essa (dal 1° gennaio 2016);
contratti di solidarietà.
Nell’ipotesi di riorganizzazione aziendale, per ciascuna unità produttiva la durata massima è pari a 24 mesi, anche continuativi, in un quinquennio mobile.
In caso di crisi aziendale, per ciascuna unità produttiva il trattamento straordinario di integrazione salariale può avere una durata massima di 12 mesi, anche continuativi. Una nuova autorizzazione non può essere concessa prima che sia decorso un periodo pari a due terzi di quello relativo alla precedente autorizzazione.
Nell’ipotesi di stipula di contratti di solidarietà, per ciascuna unità produttiva il trattamento straordinario di integrazione salariale può avere una durata massima di 24 mesi, anche continuativi, in un quinquennio mobile.
Sussiste comunque un limite massimo complessivo (articolo 4, d.lgs. 14 settembre 2015, n. 148) in base al quale, per ciascuna unità produttiva, la somma dei trattamenti ordinari e straordinari di integrazione salariale autorizzati non può superare la durata massima complessiva di 24 mesi in un quinquennio mobile.
Per le imprese del settore edilizia e le imprese che svolgono attività di escavazione e di lavorazione di materiali lapidei, la durata massima complessiva della cassa ordinaria e straordinaria è stabilita in 30 mesi per ciascuna unità produttiva.
Inoltre, ai fini del calcolo della suddetta durata massima complessiva, la durata dei trattamenti per la causale di contratto di solidarietà viene computata nella misura della metà per la parte non eccedente i 24 mesi e per intero per la parte eccedente.
Il trattamento di integrazione salariale ammonta all’80% della retribuzione globale che sarebbe spettata al lavoratore per le ore di lavoro non prestate, comprese fra le ore zero e il limite dell’orario contrattuale.
L’importo del trattamento di cui al comma 1 è soggetto alle disposizioni di cui all’articolo 26 della legge 28 febbraio 1986, n. 41, e non può superare per l’anno 2016717 gli importi massimi mensili rapportati alle ore di integrazione salariale autorizzate e per un massimo di dodici mensilità, comprensive dei ratei di mensilità aggiuntive. I limiti sono: 971,71 euro (importo lordo), quando la retribuzione mensile di riferimento per il calcolo del trattamento, comprensiva dei ratei di mensilità aggiuntive, è pari o inferiore a euro 2.102,24; 1.167,91 euro (importo lordo), quando la retribuzione mensile di riferimento per il calcolo del trattamento, comprensiva dei ratei di mensilità aggiuntive, è superiore a 2.102,24 euro.
Con effetto dal 1° gennaio di ciascun anno, a decorrere dall’anno 2016, gli importi massimi del trattamento salariale, nonché la retribuzione mensile di riferimento sopra indicati sono aumentati nella misura del 100% dell’aumento derivante dalla variazione annuale dell’indice Istat dei prezzi al consumo per le famiglie degli operai e impiegati.
Gli importi massimi devono essere incrementati, in relazione a quanto disposto dall’articolo 2, comma 17, della legge 28 dicembre 1995, n. 549, nella misura ulteriore del 20% per i trattamenti di integrazione salariale concessi in favore delle aziende del comparto edile e lapideo per intemperie stagionali.
Il lavoratore che svolga attività di lavoro autonomo o subordinato durante il periodo di integrazione salariale non ha diritto al trattamento per le giornate di lavoro espletate. Il divieto di cumulo (circolare Inps 4 ottobre 2010 n. 130) si riferisce anche alle attività iniziate prima del collocamento del lavoratore in cassa integrazione.
Il lavoratore decade dal diritto all’integrazione salariale qualora non provveda a dare tempestiva comunicazione alla sede territoriale Inps sullo svolgimento dell’attività lavorativa. Ai fini di tale comunicazione valgono le comunicazioni obbligatorie rilasciate direttamente dal datore di lavoro (circolare Inps 6 maggio 2015 n. 57). Tale disciplina semplificatoria viene estesa anche alle comunicazioni a carico delle imprese fornitrici di lavoro temporaneo, valide quindi anch’esse ai fini dell’assolvimento degli obblighi di comunicazione dello svolgimento di altra attività lavorativa durante le integrazioni salariali.
Secondo quanto previsto dall’articolo 7, comma 3, decreto legislativo 148/2015, a pena di decadenza, l’azienda deve conguagliare le integrazioni corrisposte ai lavoratori entro sei mesi dalla fine del periodo di paga in corso alla scadenza del termine di durata della concessione o dalla data del provvedimento di concessione, se successivo. Per i trattamenti conclusi prima della data di entrata in vigore del decreto legislativo citato, i sei mesi decorrono da tale data. Per “provvedimento di concessione” si intende la delibera dell’Inps territorialmente competente per quanto riguarda le integrazioni salariali ordinarie, e il decreto ministeriale per le integrazioni salariali straordinarie.

Istat
4,2 MILIONI DI IMPRESE ATTIVE NEL 2015

Nel 2015 le imprese attive nell’industria e nei servizi di mercato sono 4,2 milioni e occupano 15,7 milioni di addetti, di cui 10,9 milioni dipendenti. Il valore aggiunto raggiunge i 716 miliardi di euro. Le imprese organizzate in gruppi sono 214.711, occupano 5,3 milioni di addetti, di cui 5,2 milioni dipendenti, con una dimensione media di 24,8 addetti. Lo rileva l’Istat nel Report sui risultati economici delle imprese. Per il secondo anno consecutivo cresce il valore aggiunto nell’industria e nei servizi di mercato (+4%), in accelerazione rispetto al +1,5% del 2014 grazie alla maggiore crescita del fatturato (+1,2%) rispetto ai costi intermedi (+0,6%).
Anche gli investimenti sono in espansione ma l’incremento è più contenuto (+2,7% dopo il +7,3% nel 2014 sul 2013). Il margine operativo lordo è in decisa crescita (+5,8%), con un contestuale incremento dal 26,8% al 28,3% dell’incidenza dei profitti lordi sul valore aggiunto.
Le imprese organizzate in gruppi generano il 55,3% del valore aggiunto dell’industria e dei servizi e conseguono risulti economici più elevati della media: rispetto al 2014 l’aumento del valore aggiunto è del 5,1% e quello del margine operativo lordo del 7,6%. Questi risultati sono determinati da una maggiore capacità di espansione delle vendite cui si associa una crescita più sostenuta dei costi intermedi e del lavoro rispetto alle imprese non appartenenti a gruppi, continua l’Istat.
L’importanza del fattore dimensionale e dell’organizzazione in gruppo per la performance di crescita tra il 2015 e il 2014 è confermato anche dai risultati delle grandi imprese che registrano una crescita del valore aggiunto del 6,3% e del margine operativo lordo del 9,1%. L’81,5% delle grandi imprese è infatti organizzato in gruppo, impiega il 90% di addetti e realizza il 95,3% del valore aggiunto delle imprese con 250 e più addetti. Le imprese di medie e grandi dimensioni hanno trainato la performance del sistema produttivo tra il 2014 e il 2015: rappresentano quasi il 50% del valore aggiunto complessivo ma spiegano il 68,3% della sua crescita. Il settore dei servizi, con il 78,2% di imprese e due terzi degli addetti totali, registra una crescita del valore aggiunto lievemente superiore alla media (+4,6%), prosegue l’Istat.
Nell’industria in senso stretto, il valore aggiunto aumenta a un tasso inferiore rispetto alla media nazionale (+3,5%) mentre la crescita è sostenuta per il margine operativo lordo (+6,4%) -prosegue l’Istat-. Gli investimenti crescono del 12% nelle imprese con 20 e più addetti e solo dell’1,2% in quelle con 10-19 addetti; sono invece in marcata flessione nelle imprese con meno di 10 addetti (-18,7%). La produttività nominale del lavoro, in crescita del 3,3%, è pari in media a oltre 45mila euro. Le imprese appartenenti a gruppi risultano più produttive di quelle indipendenti (quasi 75mila euro). Anche nell’ambito dei gruppi si rilevano significative differenze: la produttività media è più alta nei gruppi multinazionali (quasi 88mila euro in quelli con vertice residente all’estero e quasi 87mila euro per quelli con vertice residente in Italia) rispetto ai gruppi domestici (oltre 55mila euro).
La produttività mediana delle grandi imprese è pari a 76mila 400 euro, quasi quattro volte quella della classe di imprese con meno di 10 addetti (19mila 400 euro). L’eterogeneità nei livelli di produttività è più elevata fra le imprese appartenenti a gruppi rispetto alle imprese indipendenti. I differenziali di produttività fra le imprese del Nord e del Centro e quelle del Mezzogiorno sono ancora consistenti in tutti i settori di attività economica. Il divario è massimo nell’industria in senso stretto: il valore aggiunto per addetto si attesta a 72mila 300 euro al Nord-ovest e a 50mila 200 euro nel Mezzogiorno, conclude l’Istat.

Istat
SI ALLUNGA L’ASPETTATIVA DI VITA, IN PENSIONE A 67 ANNI

Si allunga l’aspettativa di vita: all’età di 65 anni, arriva a 20,7 anni per il totale dei residenti, crescendo di cinque mesi rispetto a quella registrata nel 2013. Lo rileva l’Istat. Quindi sulla base delle regole attuali l’età per la pensione di vecchiaia dovrebbe arrivare a 67 anni nel 2019.
In una nota unitaria, Cgil, Cisl e Uil chiedono ‘il blocco dell’adeguamento all’aspettativa di vita previsto per il 2019 e l’avvio del confronto per una modifica dell’attuale meccanismo per superare e differenziare le attuali forme di adeguamento, tenendo conto anche delle diversità nelle speranze di vita e nella gravosità dei lavori’.
Cala la mortalità: nel 2016 sono stati registrati oltre 615 mila decessi tra i cittadini residenti, 32 mila in meno del 2015 (-5%). In rapporto alla popolazione, nel 2016 sono deceduti 10,1 individui ogni mille abitanti, contro i 10,7 del 2015. La riduzione nel numero di morti risulta omogenea sul territorio, anche se risulta più ampia nel Nord-ovest (-5,6%) e nel Sud (-5,7%).
I più longevi in Italia sono gli abitanti del Trentino Alto-Adige, quelli meno longevi invece i campani: è quanto certifica l’Istat nel report sugli indicatori di mortalità della popolazione residente relativi al 2016. Sono 2,7 gli anni che separano le donne residenti in Trentino-Alto Adige, le più longeve nel 2016 con 86,1 anni di vita media, dalle residenti in Campania che con 83,4 anni risultano in fondo alla graduatoria. Tra gli uomini il campo di variazione è più contenuto ed è pari a 2,3 anni, ossia alla differenza che intercorre, come tra le donne, tra la vita media dei residenti in Trentino-Alto Adige (81,2) e i residenti in Campania (78,9).
Lo scatto di età è automatico, ecco la legge  – E’ da quasi un decennio che in Italia l’età pensionabile è in linea di principio collegata, praticamente in automatico, all’aspettativa di vita. La regola è stata stabilita, infatti, per la prima volta in una manovra estiva del 2009, poi rivista negli anni, passando per il ‘Salva-Italia’ di Monti-Fornero. La sostanza però non cambia: l’uscita dal lavoro va di pari passo con l’allungamento dell’aspettativa di vita. Il meccanismo agisce su tutti i lavoratori, sia privati che pubblici. L’aggiornamento è previsto ogni tre anni e dal 2019 ogni due. Si può adeguare solo al rialzo, non vale il contrario: se cala la speranza di vita l’età per la pensione di vecchiaia non scende. In caso quindi l’età resta congelata. L’aggiustamento viene fatto in base ai dati, agli indici demografici, che fornisce l’Istat. Si guarda precisamente alla speranza di vita a 65 anni. Le variazioni, calcolate in mesi, vengono trascinate sul requisito minimo per ritirarsi dal lavoro. Il tutto passa per un decreto ministeriale (Mef e Lavoro), direttoriale, che prende atto dei mesi guadagnati. Provvedimento, di natura amministrativa, che va varato 12 mesi prima dell’aggiornamento dell’asticella. L’età per la pensione di vecchiaia è stata già rivista due volte: nel 2013, aumentata di tre mesi, e nel 2016, salita di quattro arrivando a 66 anni e sette mesi per gli uomini (65 anni e sette mesi per le dipendenti del settore privato). E a bocce forme, se nulla cambia a livello normativo, dal 2019 si alzerà ancora, di cinque mesi, toccando i 67 anni tondi. C’è da dire che la riforma Fornero contiene una ‘clausola di salvaguardia’ per cui l’aumento dell’età a 67 anni scatterebbe comunque, a partire dal 2021.

Pensioni
CONSULTA, LEGITTIMO BONUS SULLE PEREQUAZIONI

Il bonus Poletti sulle perequazioni pensionistiche è legittimo. Lo ha deciso la Corte Costituzionale che ha respinto le censure di incostituzionalità sollevate, ritenendo che la norma “realizzi un bilanciamento non irragionevole tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica”.
La Corte costituzionale – si legge nel comunicato diffuso dalla Corte al termine dalla camera di consiglio, che si è aperta stamani alle 9.30 – ha respinto le censure di incostituzionalità del decreto-legge n. 65 del 2015 in tema di perequazione delle pensioni, che ha inteso “dare attuazione ai principi enunciati nella sentenza della Corte costituzionale n. 70 del 2015”. La Corte ha ritenuto che – diversamente dalle disposizioni del “Salva Italia” annullate nel 2015 con tale sentenza – la nuova e temporanea disciplina prevista dal decreto-legge n. 65 del 2015 realizzi un bilanciamento non irragionevole tra i diritti dei pensionati e le esigenze della finanza pubblica.

Inps
-509MILA COLLABORATORI DAL 2012

Ancora in calo i parasubordinati, per effetto del crollo del numero dei collaboratori, a fronte invece di un leggero aumento dei professionisti. I parasubordinati, che versano i contributi alla gestione separata Inps, nel 2016 sono 1 milione 244 mila, contro 1 milione 434 mila del 2015 (-13,3%) e 1 milione e 721 mila del 2012: da allora -477 mila (-27,7%).
Il calo, come si evince dalle tabelle Inps recentemente rese note, è imputabile ai collaboratori, 917 mila nel 2016 contro 1 milione 111 mila del 2015 (-17,5%) e 1 milione 426 mila del 2012: -509 mila (-35,7%), dopo la legge Fornero, il Jobs act e gli sgravi per le assunzioni stabili.

Carlo Pareto