La pericolosa dittatura dell’algoritmo

algoritmoAlgoritmo è una parola misteriosa. Fino a poco tempo fa era un termine solo per matematici, per addetti ai lavori nelle università e negli istituti di ricerca. Il dizionario della lingua italiana di Giacomo Devoto e di Gian Carlo Oli, dato alle stampe nel 1996, dà questa definizione di algoritmo: «Qualsiasi schema a procedimento sistematico di calcolo». Il termine, precisa il vocabolario della Treccani, deriva dal latino medievale, algorithmus o algorismus che storpiò il nome di origine al-Khuwārizmī, del matematico persiano Muḥammad ibn Mūsa del IX secolo dopo Cristo.

La definizione del Devoto-Oli, uno dei migliori dizionari d’italiano, risale però a 22 anni fa, è un po’ superata dalle innovazioni tecnologiche e dalle relative applicazioni industriali. Da quando è scoppiata la rivoluzione digitale, l’informatica ha trasformato l’algoritmo in una pericolosa parola magica, applicabile ad ogni attività umana in nome dell’efficienza e del profitto.

L’algoritmo è utilizzato soprattutto dalle grandi aziende, dai gruppi multinazionali, dalle banche. È diretto a tagliare i tempi della produzione, a massimizzare gli utili e a ridurre i posti di lavoro. Le applicazioni sono una infinità: possono suggerirci cosa comprare online, come organizzare i turni di lavoro in una fabbrica o in un grande magazzino, chattare con i passeggeri inferociti per la cancellazione di un volo. Non solo. L’”intelligenza artificiale” può decidere se e dove investire, chi e in quale paese assumere o licenziare. Formula programmi e previsioni finanziarie: sceglie i fondi comuni e i titoli azionari da comprare o da vendere nelle Borse di tutto il mondo.

Ogni giorno spunta una sorprendente novità informatica. Un nuovo algoritmo applicato ai contatori dell’energia elettrica permetterà agli utenti di conoscere i consumi in tempi reali e di poterli programmare risparmiando così sulla bolletta. Un altro algoritmo in arrivo permetterà di ricostruire e riparare le immagini in formato digitale senza sforzi.

La “mano invisibile” dei calcoli matematici va fortissimo soprattutto su internet e sui social network. Giorgio, un mio amico e collega giornalista, obietta quando mi lamento, scrivo e protesto contro lo strapotere e l’incontrollato dominio con il quale Facebook amministra l’accesso e l’attività degli utenti sull’enorme social network: «Ma perché ti arrabbi? Con chi protesti? Decide tutto un algoritmo!». La mia replica è semplice: «Ci sarà un essere umano che ha scelto perché e come installare l’algoritmo! Bene, critico i responsabili della ‘dittatura’ dei codici di calcolo».

La “dittatura oscura” dell’algoritmo è potentissima. Da alcuni anni i codici di calcolo vengono addirittura usati per scrivere articoli al posto dei giornalisti. Facebook ha preferito gli algoritmi ai giornalisti. I risultati sono stati fallimentari. Un caso clamoroso sono state le false notizie veicolate da Facebook che hanno permesso, per pochi voti, la vittoria di Donald Trump su Hillary Clinton nella sfida per la presidenza degli Stati Uniti d’America. Mark Zuckerberg, l’amministratore delegato di Facebook, prima ha negato, poi ha deriso la possibilità che le “fake news” sul suo social abbiano avuto un ruolo nella vittoria di Trump, poi ha ammesso il problema.

Per la qualità e la credibilità dell’informazione è un dramma. Anche le grandi agenzie di stampa internazionali hanno cominciato ad utilizzare i codici di calcolo al posto dei giornalisti. Dal 2014 l’Associated Press ha iniziato ad automatizzare completamente la sua produzione di articoli sui risultati economici delle aziende; gli algoritmi che scrivono automaticamente notizie a partire da dati strutturati hanno scosso l’industria delle news. Il cosiddetto “giornalismo automatizzato” da molti è considerato preferibile, in quanto ai risultati, ai giornalisti. Una tesi peregrina. Un algoritmo sa valutare se una notizia è vera o falsa, se un devastante terremoto in Indonesia con migliaia di morti è più importante dell’elezione di miss America? I codici di calcolo, valutando i giudizi nella Rete, probabilmente darebbero più importanza alla prima bellezza americana che al sisma avvenuto nell’Estremo Oriente.

Adesso anche la frontiera delle previsioni e delle simulazioni elettorali è conquistata dall’algoritmo. Un codice di calcolo di YouTrend, elaborato per ‘La Stampa’, dà la vittoria al centro-destra di Silvio Berlusconi nelle elezioni politiche del 4 marzo. L’algoritmo manda a casa studiosi, ricercatori ed esperti di sistemi elettorali e sentenzia: con il Rosatellum (la nuova legge elettorale per un terzo maggioritaria e per due terzi proporzionale) l’alleanza Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia farà man bassa di seggi soprattutto nel nord Italia e farà buoni risultati nelle altre regioni, battendo il centro-sinistra di Matteo Renzi, la sinistra di Pietro Grasso e il M5S di Luigi Di Maio.

Vero, falso? Staremo a vedere. Un fatto è sicuro: occorre grande attenzione davanti alla ‘dittatura’ dell’algoritmo. Nel settembre 2015 il senatore leghista Roberto Calderoli condusse una durissima battaglia ostruzionistica contro la riforma costituzionale del governo Renzi. Pur di bloccarla presentò ben 85 milioni di emendamenti affidandosi a uno specifico codice di calcolo. Erano talmente tanti che fu perfino impossibile stamparli tutti secondo la prassi. Precisò lasciando tutti a bocca aperta: dietro gli 85 milioni di emendamenti c’è un algoritmo che «introduce una quarta dimensione che, a seconda dell’inclinazione dell’asse, può produrre emendamenti all’infinito».

Ma non finì bene per nessuno. Calderoli e le opposizioni furono battute perché il presidente del Senato Grasso applicò il cosiddetto “canguro”: il vecchio meccanismo anti ostruzionismo del Parlamento cancellò quasi tutti gli emendamenti di Calderoli perché ripetitivi o simili. La Riforma costituzionale fu approvata sia dal Senato sia dalla Camera, ma non andò bene per Renzi perché fu poi bocciata nel referendum votato il 4 dicembre 2016.

Realtà e fantascienza si rincorrono. Il professor Con Slobodchikoff della Northern Arizona University raccoglie e studia migliaia di video di cani che abbaiano e ringhiano. Il progetto è di costruire un algoritmo capace di tradurre in simultanea i latrati in inglese. L’obiettivo è di poter addirittura far parlare gli uomini con i cani entro dieci anni.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma.it)

Le notizie e il virus
della confusione

Editoria-finanziamentiVirus e antibiotici. La stessa vita dell’informazione è in gioco. Tre diverse malattie stanno proliferando:  le false notizie, le concentrazioni editoriali e la confusione tra notizie e comunicazione. La galassia di internet gode di ottima salute, ma rischia di perderla perché la libertà degli utenti è minata dalla trappola delle false notizie e dalla prepotenza degli oligopoli dei gruppi digitali multinazionali (Facebook, Twitter, Google, You-Tube).

La carta stampata, invece, gravissima, è in coma. E’ ricoverata in sala rianimazione, è in fin di vita dopo aver dimezzato in 15 anni le copie vendute . Il contraccolpo sulle agenzie di stampa è stato catastrofico: il crollo degli abbonamenti dei quotidiani ha causato tagli selvaggi all’occupazione e alla qualità del prodotto. Perfino l’Ansa è in piena crisi. Nei giorni scorsi la più grande agenzia stampa italiana ha deciso ben 50 prepensionamenti di giornalisti su 300 e già in precedenza l’organico era stato ridotto di 60 redattori.

I cittadini-lettori devono essere attenti: la credibilità dell’informazione offerta sulla Rete è a rischio e scarsa per le tante notizie più o meno dolosamente false o manipolate; quella della carta stampata fa acqua per le concentrazioni editoriali, la centralizzazione delle redazioni e l’omogenizzazione delle notizie. Molte volte gli editori indirizzano gli articoli secondo i propri interessi economici e politici, oppure vengono trascurati importanti temi sociali.

 I lettori se ne accorgono, non comprano più i giornali nelle edicole e vanno su internet, in particolare su Facebook e su Twitter, per avere notizie gratis. Certo poi devono fare i conti con gli imbrogli della Rete, con le notizie false e rilanciate con disinvoltura e in maniera fulminea dagli stessi utenti senza alcuna verifica delle fonti.

Così, molte volte, gli internauti si “bruciano” testa e dita sulla testiera del computer. Il rimedio alla malattia lo devono cercare gli editori e i giornalisti. La medicina è semplice: vanno urgentemente rinnovati i giornali su carta e online dando notizie vere, non guidate, di grande interesse per i lettori. Va realizzata una informazione forte, ramificata, diffusa, non concentrata in poche mani. Invece stiamo assistendo all’aumento dei monopoli: pochi editori concentrano nelle proprie mani giornali su carta, sul web, televisioni e radio. La concentrazione e la centralizzazione aumentano. Così crescono gli oligopoli,  le testate perdono copie o chiudono,  sono dimezzati i giornalisti. I redattori più fortunati sono prepensionati, gli altri restano disoccupati.

Le conseguenze sono a catena: saltano anche i conti dell’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti. Calano i contributi, salgono i pensionati e i deficit diventano esplosivi anno dopo anno.  Anche il bilancio del 2017 sarà in forte perdita: per quest’anno è stimato “un rosso” di ben 104 milioni di euro.  L’Inpgi è allarmata: nei primi sei mesi del 2017 c’è stata “una perdita di 800 posti di lavoro dopo gli oltre 2.700 persi dal 2012. La perdita di occupazione negli ultimi cinque anni raggiunge così il 15%”. Di conseguenza l’occupazione crolla a circa 15 mila “rapporti attivi” dai quasi 18 mila del 2012.   In sintesi: i rapporti sono gravemente squilibrati. I giornalisti pensionati sono saliti a oltre 9 mila contro i circa 15 mila attivi, l’Inpgi ogni 100 euro incassati ne spende oltre 130 ogni anno.

Un disastro economico. Un’ecatombe dell’occupazione. La crisi è strutturale e manca una risposta adeguata, strategica. Un punto centrale sul quale fare chiarezza è il virus mortale, molto diffuso, della confusione  tra informazione e comunicazione.  Si tratta di due attività molto diverse, molte volte in contrapposizione, troppe  volte sovrapposte per incuria o ad arte. L’informazione offre notizie e analisi su fatti e fonti certi e verificati. La comunicazione è a senso unico su un evento e molte volte non si conosce neppure la fonte e gli interessi sottostanti. La confusione tra le due attività, molte volte in contrapposizione, dequalifica e scredita l’informazione.

Sui banchi della scuola elementare ci è stato insegnato dalla maestra che in aritmetica va rispettata la regola dei generi omogenei: non si possono sommare pere con mele senza scontare gravi errori con i relativi danni.  E’ una regola da ricordare al mondo dell’editoria e della pseudo editoria.

Rodolfo Ruocco

(Sfogliaroma.it)

Leggi la prima parte

Quotidiani a picco, la Rete un missile pericoloso

edicola

La Rete fa boom, i quotidiani flop. La mia edicola si è salvata, quella sul marciapiede di fronte no: ha chiuso i battenti per mancanza di clienti. Ha subito la sorte di tante altre edicole a Roma e in tutta Italia: i conti vanno in rosso e le serrande non si rialzano più. Anche via Gregorio VII, a cinquecento metri da San Pietro, non fa eccezione alla regola: si vendono sempre meno giornali, anche in zone come questa densa di centri universitari, scuole, attività commerciali e professionali.
Una crisi strutturale sta divorando i quotidiani e le riviste.
Il Censis (Centro studi investimento sociali), con il 51° “Rapporto sulla situazione sociale del Paese”, aiuta a capire meglio la malattia della carta stampata: gli italiani che leggono regolarmente i quotidiani per informarsi durante la settimana si sono ridotti nel 2017 ad appena il 14,2%. E sono solo il 5,6% tra i giovani. Un disastro.
Gli ultimi lustri sono stati una Caporetto. In 15 anni le copie vendute dei quotidiani si sono dimezzate: dai quasi 6 milioni al giorno del 2000 sono crollate a meno di 3 milioni nel 2016. I periodici, settimanali e mensili, hanno fatto registrare una piccola ripresa dopo essersi ridotti al lumicino.
Crollano le copie e sprofonda la pubblicità. Il fenomeno si è ripetuto negli ultimi mesi. Secondo l’Osservatorio Stampa Fcp (Federazione concessionarie pubblicità) il fatturato pubblicitario dei quotidiani è calato del 9,1% nel periodo gennaio-ottobre 2017 rispetto agli stessi mesi del 2016. I settimanali hanno accusato un colpo leggermente inferiore (meno 5,5%) come i mensili (meno 7,8%).
Sempre di più gli italiani preferiscono la televisione ed internet per informarsi. In particolare: la tv tradizionale regge negli ascolti (grazie soprattutto agli anziani) mentre il web è in fortissima espansione (è usatissimo dai giovani). Il Censis dà un’indicazione sulle scelte: la televisione conserva il primo posto nelle preferenze degli intervistati con il 28,5%, segue internet con il 26,6% e i social network con il 27,1%. Però sommando i due dati del web, la comunicazione online arriva alla maggioranza assoluta con il 53,7%. Il missile che va fortissimo è la Rete. Per gli altri media restano le briciole (il cinema si ferma al 2,1%).
Cos’è che non funziona? Perché la carta stampata sprofonda, la televisione regge e internet fa boom? Secondo il Censis i giornali su carta continuano a soffrire la mancata integrazione con il mondo della comunicazione digitale. Ma la malattia solo in parte si spiega con questa causa. I giornali tradizionali negli ultimi anni hanno conquistato importanti posizioni sulla Rete grazie alle rispettive versioni sul web (Corriere.it, Repubblica.it, La Stampa.it e via di seguito). I quotidiani su carta e su internet, fortemente integrati (gli stessi giornalisti confezionano gli articoli per le diverse versioni), danno un’informazione differenziata secondo le esigenze delle diverse piattaforme editoriali. Le differenti caratteristiche degli strumenti di comunicazione hanno tracciato i rispettivi spazi. L’informazione su internet è immediata, a ciclo continuo e sintetica; quella sulla carta stampata cade ogni 24 ore, è approfondita e ricca di analisi.
L’integrazione funziona. La credibilità giornalistica dei quotidiani su carta ancora tiene: così marciano bene i giornali online espressione dei quotidiani tradizionali mentre praticamente hanno pochissimo spazio le testate pensate e presenti solo sul web. Tuttavia il buon andamento dei quotidiani online (in parte gratis e in parte in abbonamento) non riesce a compensare la crisi di quelli su carta (la pubblicità cresce per i primi e sprofonda per i secondi).
La Rete, poi, è piene di trappole. Agli italiani piace internet ma sono in allarme per le false notizie, le cosiddette fake news usando un termine inglese molto di moda. A più della metà degli utenti di internet è capitato di dare credito a notizie false circolate in Rete: la percentuale scende di poco per le persone più istruite (51,9%), ma sale fino al 58,8% tra i più giovani. Il Censis spiega: «Per il 77,8% degli italiani, inoltre, quello delle fake news è un fenomeno pericoloso. Soprattutto le persone più istruite ritengono che le bugie sul web vengono create ad arte per inquinare il dibattito pubblico (74,1%) e che favoriscono il populismo (69,4%)».
Internet corre come un missile, è in ottima salute, è una enorme galassia in continua espansione ma insidiata da micidiali trappole. Il suo futuro, e soprattutto quello del corretto funzionamento della democrazia è legato alla cura (ancora tutta da scoprire) su come estirpare le false notizie, le bufale che danno una informazione sbagliata della realtà politica, economica, sociale.
Strettamente connesso è il problema del Far west del web. La Rete è uno sconfinato impero globale che non conosce frontiere governato da poche, potentissime multinazionali come Facebook, Twitter, Google, YouTube. In mancanza di una regolamentazione nazionale e, soprattutto, internazionale i giganti statunitensi del web, nati a cavallo del 2000 dall’inventiva dei dinamici ex giovani imprenditori della Silicon Valley, fanno il bello e il cattivo tempo. Dettano le regole agli utenti-consumatori e agli stessi Stati eludendo ed evadendo le tasse. Per ora solo le nazioni a regime autoritario, quelle più potenti, sono riuscite a porre dei paletti. Ecco, anche in questo campo, le democrazie rischiano di restare indietro e devono recuperare il terreno perduto.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Primo articolo – Segue

La ragazzina “portasfiga”,
internet e cyberbullismo

cyberbullismo

Approderà il prossimo 25 settembre nelle aule del Tribunale dei minori di Sassari una insolita storia di cyberbullismo di cui è stata vittima due anni fa una ragazzina di Nuoro (allora una bambina di 12 anni) accusata da un gruppo di coetanei di portare sfiga, o iella che dir si voglia. Una campagna di odio e di insulti, che grazie ai social media è divampata più velocemente di un incendio, coinvolgendo centinaia di bulletti in erba.

La vicenda è al vaglio del Tribunale dei Minori, anche se il processo riguarda solo 16 ragazzini, tutti studenti delle scuole medie di Nuoro. I presunti organizzatori della campagna d’odio sono accusati di diffamazione e molestie nei confronti della ragazzina, lei sì colpita da una sfiga nera per essere diventata, senza nessuna colpa, il bersaglio dei cyberbulli.

Andata avanti per mesi, con l’allora bambina che ha cambiato diverse volte scuola senza riuscire a sfuggire alle grinfie dei suoi aguzzini, questa storia di bullismo ha coinvolto centinaia di ragazzini, dagli 11 ai 15 anni, che hanno usato sia le chat per spargere la “notizia” (?) sia i cellulari per esprimere di persona i loro insulti. Nessuna tregua neanche quando la bambina usciva: in strada era uno sprecarsi di gesti scaramantici, toccatine, sorrisini, urla, insulti e canzonature, anche da parte di perfetti sconosciuti. Perfetti sconosciuti che, ovviamente, l’avevano riconosciuta perché informati della sua triste fama tramite chat, social e quant’altro. Se la calunnia dei vecchi tempi era un venticello, immaginatevi la tempesta virale che in pochissimo tempo si è scatenata intorno alla bambina, che per mesi non ha avuto un attimo di pace. Alla fine, stanca dei soprusi e di piangere lacrime amare, ha raccontato tutto agli stupefatti genitori, che sono sempre gli ultimi a sapere. Genitori che nel febbraio 2015 hanno denunciato il fatto alla polizia, le cui indagini si sono concluse, appunto, con il rinvio a giudizio dei 16 ragazzini.

Qualche giorno fa ci sarebbe stato anche un incontro un po’ esagitato tra la ragazzina e la madre e una zia di un presunto bullo indagato ma non rinviato a giudizio. Le versioni su come si sono svolti i fatti sono contrastanti, ma poco importa. L’importante è che questa vicenda di cyberbullismo faccia riflettere almeno i genitori sui danni causati dell’uso incontrollato di cellulari e pc. Magari anche sui rischi penali e sui costi che poi bisogna affrontare.

E’ un bene che questo processo si svolga, non solo per il rinvio a giudizio dei 16 bulletti del web di Nuoro, che al massimo se la caveranno con un paio di sculacciate, ma perché chi cade nelle trappole della Rete deve essere informato sui modi per uscirne prima di venire fatto letteralmente a pezzi.

La vicenda ha più aspetti. A volerci ridere sopra, la prima cosa che viene in mente è quella fenomenale interpretazione di Totò in “La patente”, nel film a episodi “Questa è la vita”, 1954, con la regia di Luigi Zampa. Oppure l’omonima novella di Luigi Pirandello. L’argomento è lo stesso: Rosario Chiarchiaro, rovinato socialmente ed economicamente dalla fama di iettatore decide di correre ai ripari. Chiede e ottiene dal giudice una sorta di patente che attesti questa sua insolita qualità, così da far pagare una “tassa” ai superstiziosi per tenere la sfiga lontano da loro.

Sempre sorridendo, verrebbe da dire alla ragazzina: divertiti a fare la bruja (strega in sardo) piccolì, lascia la parte di Biancaneve e diventa Grimilde, trasforma tutta la cattiveria che ti hanno riversato addosso in paura al calor bianco e restituiscila a chi ti ha fatto soffrire. Ipotesi non molto educativa, anzi. Ma in linea con un certo spirito barbaricino.

Poi il discorso diventa più serio e vengono in mente Mia Martini, Marco Masini, e altri personaggi, ai quali la fama di porta sfiga ha rovinato la carriera e la vita.

Non basta, una riflessione sull’uso indebito o illegale e sul controllo dei nuovi media, è d’obbligo. Anche se gli internauti si sono sempre difesi accusando come censorio ogni tentativo di regolamentazione.

Ad aprire la prima falla nel muro di omertà e impunità che sembra proteggere chi naviga e opera nella Rete è stata, nei giorni scorsi, la premier britannica Theresa May, nel corso dell’ultima riunione del G7, pochi giorni dopo la carneficina di Manchester, dove sono morti 22 giovani. «La lotta al terrorismo si fa su Internet prima che sui campi di battaglia», ha affermato, dura e lapidaria, durante la riunione. Nel mirino della premier britannica ci sono in primo luogo giganti del web, come Facebook, Google e Twitter, che, afferma perentoriamente, dovrebbero essere costretti dai governi a sviluppare strumenti automatici per identificare e rimuovere contenuti estremisti, oltre che informare le autorità di pericoli imminenti. Sta nascendo la coscienza che la propaganda online dell’Isis è l’arma più potente del Califfato. Per questo il governo di Londra vorrebbe che i colossi del web fossero chiamati a rendere conto delle loro azioni nel caso in cui non prendano misure concrete contro l’estremismo, magari con qualche forma di autoregolamentazione prima che i governi decidano di ricorrere alle sanzioni.

Ma non c’è solo il terrorismo che dilaga nella Rete. Vediamo un esempio che ci riguarda da vicino. Un giornale è sottoposto a regole ferree, ha l’obbligo di registrare la testata, di avere un direttore responsabile, che divide responsabilità penali e civili con l’editore e con il giornalista che ha scritto l’articolo incriminato. Il processo potrà essere lungo, ma se io do della porta sfiga a una bambina di 12 anni, facendo nome e cognome e magari pubblicandone la foto, il Tribunale e l’Ordine dei giornalisti mi mangiano vivo, soprattutto si mangiano vivo l’editore, che è quello che ha i soldi. Al contrario, se apro un blog o una chat e faccio la stessa cosa divento il figo del momento, conquistando i miei 15 secondi di fama imperitura e like a volontà. Quasi sicuro dell’impunità perché raramente le vittime parlano, sono i carnefici ad averla vinta e a vantarsene sempre via social.

Ormai è sempre più evidente che nella Rete e nei social non può passare di tutto, compresi quei contenuti vietati sui giornali e sulle reti televisive, e non solo per quanto riguarda la propaganda e l’organizzazione del terrorismo internazionale.

Controllare Internet non è impossibile, magari è difficile, ci vogliono esseri umani, non solo algoritmi, e chiaramente le persone costano. Ma i soldi ci sono, e in abbondanza.

Nel 2016, per esempio, Facebook ha prodotto più di 10 miliardi di dollari di utili, se ne destina una parte al controllo dei contenuti, non solo per contrastare il terrorismo internazionale ma per fare rispettare le leggi dei Paesi dove opera, non va in fallimento. E contribuirà anche a migliorare il mondo. D’altronde, non dovrebbe essere questo uno degli obiettivi di Mark Zuckerberg?

Antonio Salvatore Sassu

 

Utilizzo di Internet oggi: chi lo usa, per quanto tempo e come

INTERNETOggi Internet lo utilizziamo tutti, ma questo non rende l’idea di tutte le tendenze, le statistiche e le curiosità relative agli accessi alla rete in Italia. Chi lo usa, nello specifico? Per quanto tempo? E in che modo? Dare una risposta completa richiederebbe molto più tempo e molto più spazio, ma è comunque possibile tracciare uno spaccato di quelle che sono le abitudini degli italiani per quanto concerne la navigazione sul web: ecco perché oggi cercheremo di dare una risposta a queste domande.

Internet: chi lo usa, per quanto tempo e come?

Partiamo da un dato molto interessante: il 40% dei giovani utilizza la rete con una media di 4 ore al giorno. Nel 15% dei casi, il computo totale delle ore trascorse su Internet arriva alle 6 ore o addirittura le supera. Per quanto concerne gli accessi unici, sono circa 30 milioni gli italiani che accedono in rete: o almeno, questo è il picco registrato ad aprile dalle indagini mosse da Audiweb. Senza considerare il numero di ore, invece, la percentuale di giovani under-24 che accede alla rete si attesta sul 69%, e cala al 67% per quanto concerne gli under-35 fino ad arrivare al 31% per gli over-50. La maggior parte dei giovani usa la rete soprattutto per i social network e per la visione di contenuti video in streaming. Infine, il 95% dei ragazzi accede a Internet tramite smartphone. Dalle statistiche risulta anche che le donne utilizzano di più la rete (2,35 ore di media contro 2,14).

Connessioni Internet: la competizione è alta
Per via dell’utilizzo massiccio della rete in Italia, il mercato delle connessioni Internet ha sviluppato una vera e propria “guerra” fra operatori: ognuno cerca dunque di conquistare la propria fetta di mercato, e questo riguarda sia il settore dell’Internet casalingo, sia il Mobile e ultimamente anche il settore della TV digitale. Questo discorso porta con sé ottime notizie per gli italiani, in quanto la suddetta “guerra” viene giocata sempre più spesso sui prezzi al ribasso. Ed ecco che negli ultimi anni si è fatto strada un ulteriore competitor, Linkem, che propone delle offerte per Internet WiFi molto interessanti e concorrenziali, le quali non richiedono una linea a casa fissa per fornire la connessione, al contrario della maggior parte delle offerte dei big del settore.

Internet: uno dei mezzi di comunicazione più potenti

Non è un caso che si parli di rivoluzione digitale: la diffusione capillare di internet negli ultimi 20 anni e la svolta al web 2.0 di una decina di anni fa circa, ha portato con sé enormi cambiamenti nella vita delle persone. Stiamo parlando di un mezzo potentissimo, in grado di mettere in contatto moltissimi utenti e dar loro la possibilità di esprimersi e confrontarsi con un pubblico più ampio, questo nel bene e nel male. Sì, perché, pur essendo vero che da un lato le comunicazioni e la diffusione di idee di valore abbiano guadagnato in velocità, è altrettanto vero che parallelamente a questo hanno avuto largo spazio anche fenomeni meno piacevoli, dettati da scopi decisamente poco nobili. Basti pensare agli attacchi di cyberbullismo perpetrati ai danni dei ragazzi più deboli, oppure a fenomeni più agghiaccianti quali la Blue Whale ed altri.

Quello che dovrebbe essere fatto in maniera più insistente è tentare di diffondere, soprattutto tra i più giovani, una cultura per un uso corretto di questo straordinario mezzo, facendo capire loro che quello che all’apparenza può sembrare un gioco in realtà può avere delle conseguenze inaspettate.

Privacy. Il crimine “corre” su Internet

cyberIl fascino del mondo di internet e il suo doppio: la permeabilità ai comportamenti criminali. Un problema che diventa sempre più grave e globale. Oggi, 28 giugno, si è tenuta a Roma nella Sala Koch di Palazzo Madama la presentazione da parte di Antonello Soro, presidente dell’Autorità garante per la privacy, della relazione annuale al Parlamento e al Governo.

La priorità è il mondo di internet. La nostra privacy è in pericolo. Nel corso del 2015 – è sottolineato nella relazione di Soro – è proseguito il lavoro svolto per assicurare la tutela della privacy on line, a partire dai grandi motori di ricerca e dai social network. Il Garante italiano vanta il primato tra gli omologhi europei nelle prescrizioni imposte a Google e ha consolidato lo scorso anno la procedura di confronto e controllo del protocollo sottoscritto dal colosso di Mountain View. Ha inoltre imposto di bloccare i falsi profili (i fake) e di assicurare più trasparenza e controllo agli utenti.

Attraverso linee-guida sono state definite le garanzie da assicurare agli utenti da parte di chi svolge attività di profilazione on line, a partire dai principali siti web. Sono stati poi fissati i criteri per l’accoglimento delle richieste di tutela del diritto all’oblio su Internet e la deindicizzazione degli Url. Nel 2015 sono raddoppiate le comunicazioni di violazioni di banche dati. Per Soro l’obiettivo è di aumentare le tutele. Ci vuole più privacy e più controllo.

“La criminalità informatica ha assunto dimensioni inquietanti” e, “con lo sviluppo dell’Internet delle cose”, potrà arrivare a compromettere “la sicurezza fisica delle persone”. Questo è l’allarme. Il cybercrime una “minaccia reale”, con un peso sull’economia mondiale “stimato in 500 miliardi di euro all’anno, poco al di sotto del narcotraffico nella classifica dei guadagni illeciti”.

Le banche risultano essere le più colpite secondo la relazione di Antonio Di Salvo al convegno “Cybercrime e Data Security”. Cinquecento milioni di euro la cifra persa ogni anno in Europa da banche e risparmiatori. Soldi che finiscono nelle tasche di hacker e criminali informatici. In Italia, si assiste ad un aumento ogni anno del 150% di frodi bancarie, molte delle quali dovute proprio ad una protezione interna insufficiente.

La colpa di chi è? Secondo le statistiche al primo posto troviamo i comportamenti inconsapevoli (78%), al secondo troviamo la distrazione delle persone (56%) e infine l’accesso in mobilità alle informazioni (47%).

Le banche e le imprese però non si proteggono sia per un basso livello di approccio strategico al problema che per un insufficiente approccio tecnologico, accompagnato dall’assenza di ruoli organizzativi dedicati. In particolare, le aziende denunciano la difficoltà nel quantificare costi e benefici delle tecnologie (60%), la mancanza di sensibilità del Top Management (38%), le difficoltà a definire i confini d’azione (32%) e altrettanto cruciale la mancanza di competenze di security management (24%).

Di sicuro non solo grandi aziende e banche. Il pericolo per chi usa internet è dietro l’angolo. Tutti i giorni. Anche quando andiamo a comprare quel paio di scarpe che ci è piaciuto tanto. Gli anziani e i giovani sono le fasce più a rischio, in un mondo digitale e digitalizzato dove fidarsi è bene e non fidarsi è meglio.

Valentina Bombardieri

Blog della Fondazione Nenni

Dal 2017 stop al roaming
e la rete sarà ‘neutrale’

Stop roaming

Meglio tardi che mai. Dal giugno 2017 finalmente l’odiosa e ingiustificata pratica di far pagare cifre incongrue, e spesso molto alte, ai consumatori che vogliano usare il loro telefono dall’estero, non sarà più permesso. Una pacchia assoluta per le compagnie telefoniche che in questi decenni si sono ingrassate lucrando cifre immense su una pratica assurda che passa sotto la definizione tecnica di ‘roaming’, ovvero il passaggio dalla rete del proprio gestore a quella di un altro. Ai gestori il roaming non costa praticamente nulla, ma faceva molto, molto comodo.

Con la votazione finale di oggi al Parlamento Europeo entrerà in vigore, dal giugno 2017 lo stop alla gabella su telefonate, sms e traffico dati con una tappa: per il traffico in partenza dal proprio telefono in un altro Paese Ue, dal 30 aprile 2016 il sovrapprezzo degli operatori dovrà essere limitato ai 5 centesimi al minuto per le chiamate, 2 centesimi per gli sms e 5 per ogni megabyte di navigazione.

Entro l’anno poi sarà stabilito anche un tetto per i costi delle chiamate ricevute e ci si aspetta che tali costi siano considerevolmente più bassi rispetto a quelli previsti per le chiamate effettuate.

Il PE ha anche stabilito norme più chiare sul diritto di accesso a internet con una serie di misure per migliorare la neutralità della rete, eliminando i colli di bottiglia e proibendo agli operatori di penalizzare alcuni servizi, come Skype.

“L’abolizione delle maggiorazioni per il roaming – ha detto durante il dibattito prima del voto la relatrice del provvedimento, la spagnola Pilar del Castello (PPE) – è stata a lungo attesa da tutti: la gente comune, le start-up, le PMI e tutti i tipi di organizzazione”. “Grazie a questo accordo, l’Europa diventerà anche l’unica regione nel mondo che garantisce giuridicamente internet aperta e neutralità della rete. Il principio della neutralità della rete sarà applicato direttamente nei 28 Stati membri. Esso garantisce anche che non avremo internet a due velocità”.

Quanto a internet la nuova legislazione obbligherà le imprese che offrono l’accesso al web a trattare tutto il traffico dati in modo equivalente e non potranno più bloccare o rallentare la ricezione di contenuti, applicazioni o servizi offerti da singole aziende a meno di un intervento della magistratura che potrebbe essere deciso nel caso di problemi di intasamento della rete come per contrastare i più comuni attacchi informatici, i cosiddetti DoS (Denial of Service) quando su un indirizzo IP vengono concentrati migliaia di richieste di accesso contemporaneamente. Se tali misure saranno necessarie per la gestione del traffico dati, dovranno essere “trasparenti, non discriminatorie e proporzionali” e non dovranno durare più del necessario.

Questo non toglie che se un operatore vorrà offrire servizi speciali in termini di qualità nella trasmissione dati, potrà farlo, ma non a detrimento della qualità dei servizi offerti agli altri utenti, non potrà insomma tagliare la cosiddetta ‘banda passante’ a vantaggio di qualche cliente.

Finalmente poi dovrebbe cessare la pratica truffaldina di spacciare attraverso campagne pubblicitarie volutamente confuse inesistenti velocità della rete, in download e in upload, sempre massimi teorici mai realmente ottenibili dal povero (e incompetente) utente. In questo caso gli europarlamentari hanno stabilito che i provider dovranno fornire agli utenti, che stanno per firmare un contratto, una spiegazione chiara sulle velocità di download e upload (rispetto a quelle pubblicizzate) che possono realisticamente aspettarsi dal servizio. Ogni differenza evidente darà diritto a compensazioni, quali l’estinzione del contratto o l’ottenimento di un rimborso. Spetterà alle autorità nazionali di regolamentazione verificare se le eventuali differenze riscontrate dall’utente possano o meno costituire una violazione del contratto.

Armando Marchio

Il testo del Parlamento Europeo

Corsa ai ripari
per la sicurezza on line 

Vivi internet al sicuroVivi internet al sicuro: questo il nome della campagna lanciata il 15 ottobre u.s. da Altroconsumo, insieme con Google. Il motore di ricerca più potente al mondo, quello dove passa qualunque indagine on line, è certamente il primo luogo dove ogni neofita di Internet si affaccia, quando inizia a navigare. Se il web ci accompagna sempre più, pervadendo ogni nostra azione, è anche vero che circa un terzo degli italiani non si è mai confrontato con la rete. Anche se in crescita, quelli che utilizzano i servizi on line, come ad esempio la banca, sono “solo” il 42% degli utenti.
L’ABC di Internet deve divenire patrimonio comune: molti anziani, ad esempio, non esiterebbero ad aprire un allegato o – peggio – a fornire le proprie coordinate bancarie a fantomatici richiedenti on line o via posta elettronica. Bisogna partire con il piede giusto, per evitare truffe e inganni, sempre dietro l’angolo.

Ecco, quindi, che la campagna, reperibile su altroconsumo/vivinternet è la piattaforma giusta dove approcciare per raccogliere indicazioni sugli argomenti più importanti. Si va dall’efficacia di una password, a ogni quanto cambiarla, passando per la tutela dei propri dati personali. E, ancora: come fare per recuperare lo smartphone smarrito, che spesso contiene tantissime informazioni sensibili che ci riguardano. Come aggiornare il browser, ossia quel programma che ci permette di navigare in rete, attraverso – possibilmente – una connessione sicura.
Solo attraverso l’uso consapevole del web e delle – quasi – infinite applicazioni che ogni giorno vengono sfornate per aiutarci a vivere meglio, si potrà pervenire ad un uso consapevole della rete.

Alessia Chinellato

Cinzia Leone racconta
la confusione diffusa
generata dalla Rete

Cinzia Leone e Fabio Mureddu in "Disoriented Express"

Cinzia Leone e Fabio Mureddu in “Disoriented Express”

Dopo aver affrontato il tema della mammità, come ha definito lei stessa la dimensione del rapporto madre/figlia, Cinzia Leone si cimenta con quello della modernità tecnologica e della tecnologia moderna. In “Disoriented Espress” – nome dello spettacolo in scena al Teatro Ghione di Roma fino al prossimo 22 marzo – per la prima volta è affiancata dal suo collaboratore/autore di sempre, Fabio Mureddu, una sorta di “figlio artistico” confida all’Avanti! l’artista romana. Continua a leggere

Elogio della libertà di stampa

Budapest-Liberta-stampaOgni Stato di diritto dal XVIII secolo nelle sue costituzioni garantisce la libertà di stampa, insieme ad altri organi d’informazione sviluppatisi con l’avanzare delle nuove tecnologie (radio, televisione, internet). I cittadini hanno il diritto di esprimere le proprie opinioni in merito a questioni di rilevanza politica, morale, giuridica e molte altre.

Le agenzie di giornalismo, attraverso le loro pubblicazioni, danno libero accesso alle informazioni a proposito delle ultime novità. In Italia la libertà di stampa è sancita dall’articolo 21 della nostra Costituzione. Tuttavia esistono dei limiti. Infatti non si può ledere la dignità e l’onore di una persona; non si può, cioè, basare un’affermazione sul nulla. Le ingiurie e le offese possono essere perseguibili da leggi ordinarie, in particolare dal codice penale.

La libertà di stampa è un diritto riconosciuto anche dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: “Chiunque ha il diritto alla libertà di opinione ed espressione; questo diritto include libertà a sostenere personali opinioni senza interferire ed a cercare, ricevere ed insegnare informazioni e idee attraverso qualsiasi mezzo informativo indipendentemente dal fatto che essa attraversi le frontiere”.

Durante il regime fascista fu creato l’Ordine dei giornalisti, un mezzo per la dittatura di controllare l’operato dei giornalisti, i quali non potevano divulgare informazioni contrarie alla linea del governo di Mussolini. Dal 1925, perciò, si metteva a tacere qualsiasi posizione contraria alla dittatura totalitaria.

L’ordine dei giornalisti esiste tutt’oggi in Italia, e siamo uno dei pochi paesi al mondo che ce l’ha ancora. Un argomento molto dibattuto è quello dello smantellamento dell’ordine. Inoltre a ottobre è stato approvato al Senato il disegno di legge sulla riforma del reato di diffamazione a mezzo stampa. Non viene più inflitta una pena carceraria, ma pecuniaria che oscilla dai 10 mila ai 100 mila euro. Il reato di diffamazione è stato esteso anche ai giornali online regolarmente registrati. Il giornale sarà costretto, entro 48 ore, a rettificare le informazioni date dal giornalista/collaboratore, senza però il diritto di controreplicare. In buona sostanza, non esiste il contraddittorio, cioè il giornalista non può difendere le sue affermazione e comprovarle.

La diffamazione, come l’ingiuria, consiste in una manifestazione del pensiero che rileva, ai fini della consumazione del reato, nella misura in cui l’espressione offensiva venga riconosciuta a uno o più persone. Come si può notare, si parla di offesa e di ingiurie nei confronti di un soggetto, non di affermazioni in merito a un determinato fatto presunto. Il nuovo reato di diffamazione a mezzo stampa in Italia è una sorta di “legge bavaglio” e che mina le basi di una seria democrazia.

Manuele Franzoso