LONDON CALLING

polizia britannicaDopo il dolore arriva il subbuglio. L’attentato di Londra mette con le spalle al muro non solo il Governo di Sua Maestà, ma l’intero Occidente, sempre più incapace di trovare una soluzione e con i Paesi Arabi che a loro volta non riescono a dialogare tra di loro. Dopo le dure parole di domenica (quell’”enough is enough” che aveva dato il senso dell’esasperazione del clima), Theresa May è tornata a parlare dell’allarme terrore: “L’attacco di sabato sera non era solo contro Londra ma contro il mondo libero” ha detto la premier sottolineando le diverse nazionalità delle persone coinvolte. Il primo ministro ha ribadito che il livello di allerta anti-terrorismo resta “grave”, come aveva già indicato ieri il ministro degli Interni Amber Rudd, e confermato il rafforzamento delle misure di sicurezza sui ponti di Londra con barriere a protezione dei pedoni. La premier si è inoltre detta soddisfatta dell’azione degli agenti armati di Scotland Yard sostenendo lo ‘shoot to kill’, lo ‘sparare per uccidere’ i terroristi adottato: grazie alla tempestività, questo ha permesso di salvare “innumerevoli vite”. La premier britannica ha poi continuato il suo discorso sottolineando che il tempo della comprensione è finito, che è necessario iniziare a lottare per garantire i diritti, le libertà e i valori del popolo inglese: “I nostri valori sono superiori a quelli offerti dai predicatori d’odio” e per garantirli, ha annunciato, è pronta a dare maggiore potere alle polizie e a inasprire i controlli sui reati legati al terrorismo.
Sembra però che queste misure servano più che altro a garantire il Governo dei conservatori spaventati dalle imminenti elezioni di questo giovedì. Secondo i sondaggisti, i conservatori di May erano a 330 seggi quando sono state indette le elezioni anticipate ad aprile, sabato scorso, invece secondo YouGov i conservatori erano a 308 seggi. Il primo ministro britannico Theresa May potrebbe ottenere 305 seggi in parlamento nelle elezioni di giovedì, 21 in meno rispetto alla maggioranza di 326, secondo una proiezione della società di sondaggi YouGov. Ad oggi i laburisti potrebbero ottenere 268 seggi contro i 261 delle proiezioni di sabato. La scorsa settimana, un altro sondaggio di Lord Ashcroft Polls dava ai conservatori la maggioranza.
Lo scenario sembra essersi catapultato tutta sulla sfera politica, tanto che il leader laburista Jeremy Corbyn controreplica alla premier Tory, Theresa May, nella polemica sulla sicurezza nazionale innescata dall’attacco terroristico di sabato a Londra e ne invoca apertamente le dimissioni da capo del governo: ancor prima delle elezioni di giovedì 8. May – ha tuonato Corbyn – dovrebbe “dimettersi per aver presieduto ai tagli” imposti alle forze di polizia mentre era ministro dell’Interno. È un’opinione – ha insistito – condivisa da “persone molto responsabili” che sono “molto preoccupate”.
Il sindaco di Londra, Sadiq Khan, dopo aver visitato i luoghi dell’attacco terroristico di sabato sera con la comandante di Scotland Yard, Cressida Dick ha infatti fatto sapere: “Riceviamo la metà dei fondi alla polizia che ci spettano, 170 milioni di sterline contro 370” e ha aggiunto: “Negli ultimi sette anni abbiamo dovuto chiudere delle stazioni di polizia e abbiamo perso migliaia di agenti”.
Nel frattempo anche da parte americana si pensa a misure restrittive alla tolleranza. Già la settimana scorsa la squadra legale di Trump ha chiesto alla Corte Suprema, che raramente si pronuncia d’urgenza, di consentire l’entrata in vigore immediata del controverso ordine esecutivo del 6 marzo, bloccato da alcuni tribunali, che impedisce ai cittadini di sei Paesi a maggioranza musulmana l’ingresso negli Stati Uniti. Il presidente Usa Donald Trump oggi ha chiesto alla sua amministrazione una versione più rigida del discusso divieto di ingresso ai cittadini di sei Paesi islamici, dopo l’attacco a Londra nel fine settimana, e ha invitato la Corte Suprema a pronunciarsi rapidamente sulla questione.
“Il Dipartimento della Giustizia avrebbe dovuto sostenere il divieto di viaggio originale, non la versione annacquata, politicamente corretta sottoposta alla Corte Suprema”, ha scritto Trump in una serie di tweet sull’argomento stamattina presto. “Il Dipartimento della Giustizia dovrebbe chiedere un’udienza rapida sull’annacquato divieto di viaggio davanti alla Corte Suprema, e cercare una versione molto più severa!”, ha twittato Trump, che in qualità di presidente sovrintende il dipartimento.
L’eco di Trump è arrivato nei Paesi del Golfo dopo l’appello del presidente degli Stati Uniti rivolto ai Paesi musulmani di combattere il terrorismo: Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno rotto le relazioni diplomatiche con il Qatar con una mossa coordinata, che non ha precedenti fra i principali esponenti del consiglio di cooperazione del Golfo. I tre Stati del Golfo hanno annunciato la chiusura dei trasporti con il Qatar e hanno dato due settimane di tempo ai turisti del Qatar e ai residenti per lasciare il Paese. Il Qatar è stato anche espulso dalla coalizione a guida saudita che combatte nello Yemen. Le accuse contro lo Stato sono quelle di sostenere organizzazioni terroristiche e di interferenze negli affari interni del confinante Bahrain. A questi quattro Paesi si sono uniti, poi nel giro di poche ore, anche Yemen e Maldive. Il terremoto diplomatico registrato nella ricca zona del Golfo è destinato a rimescolare le carte delle alleanza in tutto il Medio Oriente: dalla Libia ai Territori palestinesi, dallo Yemen all’Iraq per non parlare della Siria e il Libano. Per molti analisti arabi sullo sfondo della crisi dietro la mossa di Riad c’è una precisa strategia in funzione anti-Iran. Non è un caso infatti che il Kuwait ed il Sultanato di Oman, entrambi membri del Consiglio di Cooperazione dei Paesi del Golfo ed entrambi favorevoli ad un dialogo con Teheran, non hanno aderito alla decisione di rompere con il Qatar. Nel frattempo il Qatar esprime rammarico per questa decisione di rompere i legami diplomatici. “Le misure sono ingiustificate e basate su accuse che non hanno base nei fatti”, dice la Tv Al Jazeera che cita le dichiarazioni del ministro degli Esteri. Il Qatar ha aggiunto che le decisioni prese non “avranno effetti sulla vita normale di cittadini e residenti”.

Yazidi, il genocidio dimenticato

yazidiGli yazidi, minoranza religiosa che vive prevalentemente nel nord dell’Iraq al confine con la Siria, sono stati vittime di uno dei peggiori crimini perpetrati da Daesh. Tutto è iniziato con la conquista di Sinjar il 3 agosto 2014. Un genocidio denunciato anche dall’Onu. Rischiano la vita 400mila persone che vivono tra Siria e Iraq e che praticano un culto religioso né cristiano né islamico e vero i quali i soprusi dell’Isis sono costanti. .
Gli Yazidi sono una comunità millenaria. Migliaia di loro che non sono riusciti a fuggire all’avanzata dello Stato Islamico in Iraq nell’estate del 2014 sono stati catturati. Molti di quelli che sono fuggiti hanno scelto un esilio definitivo in Europa o negli Stati Uniti, ma la maggior parte ha cercato rifugio nel Kurdistan iracheno, accolti in numerosi campi profughi.

Pia Locatelli, presidente del gruppo dei Socialisti alla Camera, è intervenuta sulla questione nel corso del Question Time con il Ministro Alfano, chiedendo l’impegno del governo per il riconoscimento del genocidio. “Il 27 settembre scorso questa Camera – ha detto Pia Locatelli – ha approvato due mozioni che impegnavano il Governo a promuovere, nelle competenti sedi internazionali, ogni iniziativa per il riconoscimento del genocidio yazida e per assicurare i responsabili di questi crimini alla giurisdizione della Corte penale internazionale. Gli yazidi, come sappiamo perché ne abbiamo parlato in quest’Aula, sono un’etnia antichissima, linguisticamente di ceppo curdo, la cui identità è definita dalla professione di una fede preislamica. Nell’agosto 2014, quando Daesh prese il sopravvento nella regione al confine tra Siria ed Iraq, la popolazione yazida, che vive per lo più nella regione e nella provincia di Sinjar, ha subito persecuzioni, violenze e massacri: migliaia di uomini e donne massacrati, migliaia di donne e ragazzi yazidi ridotti in schiavitù. Chiaramente – ha concluso – non potevamo rimanere inerti e inattivi e, di fronte a questa tragedia, abbiamo chiesto al Governo di impegnarsi per il riconoscimento del genocidio e per assicurare i responsabili di questi odiosi crimini alla Corte penale internazionale. Sono passati 160 giorni; chiediamo di sapere che cosa il Governo abbia fatto nel frattempo”.

Trump, dopo bocciatura ‘muslim ban’ guarda alla Cina

trump_cinaAncora uno “schiaffo” al presidente Donald Trump. La Corte d’appello di San Francisco, infatti, ha negato il ripristino del bando che vieta l’ingresso di rifugiati e cittadini provenienti da 7 Paesi islamici: Libia, Sudan, Somalia, Siria, Iraq, Iran e Yemen. E’ stata così confermata la decisione di un giudice federale di Seattle. “Ci vediamo alla Corte suprema, è in gioco la sicurezza della nazione”, ha twittato Trump. Secondo i giudici d’appello, l’amministrazione Usa non ha portato alcuna prova che qualcuno proveniente dai sette Paesi in questione ha commesso un attacco terroristico in Usa e non ha spiegato l’urgenza del provvedimento. Stando al collegio, erano in ballo da un lato l’interesse della sicurezza nazionale e la capacità del presidente di attuare le sue politiche, dall’altro il diritto a viaggiare liberamente, ad evitare la separazione delle famiglie e la discriminazione: sono prevalsi i secondi. Il muslim ban non è senza conseguenze, di certo mina i rapporti diplomatici ed economici. Il premier iracheno Haider al-Abadi ha infatti chiesto in un colloquio telefonico con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump che l’Iraq venga eliminato dalla lista dei Paesi a cui è vietato l’ingresso. In una nota si legge che: “Il Primo ministro ha sottolineato l’importanza di una rivalutazione della decisione riguardo al diritto degli iracheni di viaggiare negli Stati Uniti”.
Ma intanto mentre si deteriorano i rapporti sul versante mediorientale, il presidente Trump punta sul Sol Levante fa retromarcia con Pechino e accetta di onorare la tradizionale linea politica americana che da decenni riconosce “una sola Cina”, su richiesta del presidente Xi Jinping, con cui ha avuto una telefonata “lunga ed estremamente cordiale”. In passato il presidente Usa aveva ‘flirtato’ con la ribelle Taiwan sostenendo di non prendere ordini da Pechino e di non sentirsi vincolato alla politica di una sola Cina fin quando Pechino non farà concessioni commerciali. Dopo la telefonata comunicata dalla Casa Bianca i due leader “si impegneranno in discussioni e negoziazioni su varie questioni di reciproco interesse”. La telefonata è stata “estremamente cordiale” e i due presidenti hanno espresso “i migliori auguri al popolo dell’altro Paese”.

La distensione dei rapporti con la Cina è fondamentale in queste ore poiché oggi ci sarà l’incontro programmato tra Trump e il suo omologo giapponese Shinzo Abe. Il premier di Tokyo, visto come un avversario a Pechino, è negli Stati Uniti per parlare di investimenti e sicurezza. Il Giappone è impegnato a difendere le isole Senkaku dalle rivendicazioni della Cina, che le chiama Diaoyu. E Washington si è impegnata a sostenere l’alleato giapponese, almeno fino ad oggi…

Arriva l’era Trump, l’America chiude agli immigrati

trump-votoIniziata l’era Trump, l’America si ritrova trincerata. Donald Trump procede come un rullo compressore per mantenere le sue promesse elettorali e firma altri due ordini esecutivi al Pentagono, parte così la stretta sull’immigrazione e il rafforzamento dell’Esercito, dopo aver incontrato lo stato maggiore congiunto e partecipato alla cerimonia di giuramento del nuovo segretario alla difesa, il gen. James Mattis, “l’uomo giusto al posto giusto”.
L’ordine esecutivo che chiude i confini americani agli immigrati è entrato in vigore venerdì sera. I rifugiati che erano già sugli aerei, diretti negli Stati Uniti con documenti validi, sono improvvisamente diventati illegali. Arrivati sul suolo americano, sono stati arrestati. I gruppi per i diritti civili parlano di centinaia di persone detenuti. Uno tra questi è stato comunque rilasciato dopo l’intervento di due deputati democratici.
E’ già attivo nei fatti il divieto di ingresso negli Stati Uniti per quanti provengano da 7 paesi a maggioranza islamica: Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Nelle ultime ore si è aggiunto un ulteriore particolare preoccupante: il bando ai cittadini di sette Stati giudicati a rischio terrorismo è allargato anche a chi è in possesso di una “green card”. La carta d’imbarco non viene rilasciata ai cittadini iraniani da compagnie come Etihad Airways, Emirates e Turkish Airlines. “La decisione del governo degli Stati Uniti di colpire il popolo iraniano è un affronto a tutte le persone di questa grande nazione”: per questo il governo iraniano “per proteggere la sacralità e la dignità di tutti i cittadini dell’Iran in patria e all’estero” e “per proteggerne i diritti”, “attua il principio di reciprocità”. Lo rende noto un comunicato del ministero degli Esteri iraniano.
Sul decreto di Trump avvocati e gruppi per la difesa dei diritti umani stanno attivando azioni legali, le prime in conseguenza di quanto accaduto a due cittadini iracheni fermati all’aeroporto J.F. Kennedy di New York.
I gruppi parlano di un ordine che violerebbe una legge di più di cinquant’anni fa, che mette al bando ogni discriminazione per gli immigrati sulla base delle origini nazionali. Trump ha fondato in realtà il suo ordine esecutivo su un’altra legge, del 1952, che dà al presidente l’autorità di “sospendere l’entrata a ogni classe di stranieri che egli trovi di detrimento agli interessi degli Stati Uniti”. Ma il Congresso, nel 1965, ha di nuovo riaffermato che nessuno può essere “discriminato in termini di emissione di un visto sulla base della sua razza, sesso, nazionalità, luogo di nascita e residenza”.
La preoccupazione cresce anche oltre i confini statunitensi, l’Onu ha rivolto un appello a Trump per proseguire la tradizione americana di accoglienza dei rifugiati e di non operare restrizioni di razza, nazionalità e restrizione. Il Presidente degli Stati Uniti ha sospeso a tempo indeterminato l’ingresso dei rifugiati provenienti dalla Siria. “L’ingresso di cittadini e rifugiati siriani” è “dannoso per gli interessi del Paese”, ha scritto il presidente, che sta trasformando la politica di asilo in una parte fondamentale della strategia anti-terroristica e di difesa della nuova amministrazione americana. Così in una dichiarazione congiunta l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e l’Alto commissariato per i rifugiati hanno ricordato come “il programma americano di reinsediamento sia uno dei più importanti del mondo” e ribadito l’impegno a collaborare con il governo statunitense, come fatto finora, per “proteggere le persone che ne hanno più bisogno”.
Tra i primi a manifestare la propria seria preoccupazione per il decreto anti rifugiati è Malala Yousafzai, la giovane attivista pakistana vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 2014: “Mi si spezza il cuore nel vedere che l’America sta voltando le spalle a una storia gloriosa di accoglienza di immigrati e rifugiati, persone che hanno contribuito a costruire il Paese, disposti a lavorare duramente in cambio di una chance di vita migliore”.
Dall’Europa il primo a rispondere alle dichiarazioni di Trump e alle sue iniziative è stato il presidente Hollande. “Quando le dichiarazioni del presidente americano indicano la Brexit come modello per altri paesi, credo che si debba rispondere”, ha sottolineato il presidente francese poco prima dalla telefonata prevista con il leader della Casa Bianca. L’Ue dovrebbe avviare un “dialogo fermo” con Washington, ha aggiunto il capo dell’Eliseo.
Il giorno dopo aver ricevuto alla Casa Bianca il premier britannico Theresa May, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avviato la diplomazia delle telefonate con i leader dei principali paesi europei. Trump ha sottolineato i legami transatlantici con la Germania, un rapporto di parità con la Russia e si è sentito richiamare dalla Francia per il suo controverso ordine esecutivo che sta bloccando gli arrivi da una serie di paesi islamici.
Il presidente francese Francois Hollande ha invitato l’amministrazione Trump a “rispettare” il principio dell'”accoglienza dei rifugiati”. Secondo l’Eliseo Hollande ha anche esortato Trump a tenere nel dovuto conto “le conseguenze economiche e politiche di un approccio protezionista”. Il presidente socialista ha detto ai giornalisti che l’Europa deve formare un fronte unito e fornire una risposta “ferma” per le politiche controverse di Trump.

Sempre dalla Francia, parlando ad una conferenza stampa congiunta a Parigi con il suo omologo tedesco Sigmar Gabriel, il ministro degli Esteri francese Jean-Marc Ayrault ha detto che molte delle decisioni di Trump stanno preoccupando i due alleati degli Stati Uniti, tra cui le nuove restrizioni in materia di immigrazione.

Ma la protesta contro il bando di Donald Trump all’immigrazione dilaga nel mondo e negli Stati Uniti, da New York fin sotto alla Casa Bianca. L’Onu accusa: è un atto illegale e meschino. Mentre un sondaggio rileva che il 51% degli americani disapprova il lavoro del neopresidente. ”Non è un bando dei musulmani, come i media riportano falsamente”, ha tentato di gettare acqua sul fuoco il tycoon, il quale ha chiamato in causa il suo predecessore: ”E’ simile a ciò che fece il presidente Obama nel 2011 quando bandi’ i visti per i rifugiati dall’Iraq per sei mesi”. Intanto Theresa May e Vladimir Putin stanno preparando i rispettivi incontri con Trump. L’Ue invece risponde: “Noi non discriminiamo”.

Critica anche la Merkel: “La necessaria e decisiva lotta al terrorismo non giustifica in alcun modo – rileva – un generale sospetto contro persone di una specifica fede, in questo caso musulmana, o persone di specifica origine. L’azione contraddice il concetto fondamentale dell’aiuto internazionale ai profughi e della cooperazione internazionale”

La Turchia tra Presidenzialismo, guerra ai curdi e Siria

erdogan bandieraUna nuova Turchia si affaccia all’orizzonte europeo, due svolte importanti nel territorio eurasiatico, la prima è quella che riguarda la riforma costituzionale che porterà la Repubblica turca verso il Presidenzialismo, l’altra riguarda la guerra siriana e la svolta pro-Assad del Presidente turco che chiaramente non dimentica la sua guerra ‘interna’ contro i curdi.

Come promesso e prospettato la Turchia di Erdogan si avvia verso il Presidenzialismo. La Riforma Costituzionale voluta dall’attuale presidente turco che mira a rafforzarne i poteri ha portato a scontri non solo politici e verbali, ma a una vera e propria rissa tra maggioranza e opposizione. La lite è iniziata quando i deputati del Chp, il più antico partito turco dei laici, hanno accusato i colleghi dell’Akp della maggioranza di Erdogan di non votare secondo le procedure previste per lo scrutinio segreto. Alcuni parlamentari dell’Akp hanno quindi cercato di strappare a un collega del Chp il telefono cellulare con cui filmava le presunte irregolarità procedurali. Dalla scintilla la rissa: pugni, spintoni e urla, mentre si votavano i 18 articoli della proposta di riforma costituzionale presentata dalla maggioranza. Ma il presidente Erdogan è intervenuto chiedendo che le operazioni di voto “vadano avanti e ognuno stia al suo posto e faccia il proprio dovere”. Nonostante la rissa, infatti, sono stati approvati altri tre articoli della controversa riforma costituzionale che mira a rafforzare i poteri del presidente Recep Tayyip Erdogan. Gli articoli in questione riguardano l’abbassamento dell’età minima dei deputati da 25 a 18 anni, l’allungamento da quattro a cinque anni della legislatura e i poteri del Parlamento.


L’intera riforma dovrebbe essere approvata (in prima e seconda lettura) nel giro di due settimane.
Nel frattempo, la situazione in Siria prende una nuova piega dopo la svolta a favore di Assad del Presidente Erdogan. La pace sembra vicina, grazie anche all’intermediazione russa, in una terra che vede ormai da oltre cinque anni la guerra civile e la devastazione.
I nuovi negoziati di pace in Siria non sono più a guida Nazioni Unite, ma sotto l’asse Russia-Turchia-Iran.
Il presidente russo Vladimir Putin ha parlato al telefono della conferenza di Astana e del cessate il fuoco in Siria anche con la sua controparte turca Recep Tayyp Erdogan e, secondo quanto assicura il Cremlino, è stato constatato il rispetto “nell’insieme” degli accordi fra governo siriano e opposizione moderata per la cessazione delle ostilità grazie alla mediazione di Mosca e Ankara. Putin ed Erdogan hanno concordato di “rafforzare l’impegno attivo comune per preparare i negoziati fra le parti siriane ad Astana”, ha precisato il Cremlino. Russia e Turchia si sono proposti, insieme all’Iran, come garanti di un nuovo processo di pace per la Siria incentrato, nelle loro intenzioni, su colloqui fra le parti ad Astana. Tuttavia se per la Siria si prospetta la pace, per i curdi è ancora tempo di guerra e non solo in Turchia: i rappresentanti curdi siriani non sono stati infatti nemmeno invitati ai negoziati di pace sulla Siria promossi dalla Russia e dalla Turchia che si terranno in Kazakistan (probabilmente il 23 gennaio). Eppure in precedenza Mosca, alleata del presidente siriano Bashar al-Assad, aveva spinto per la presenza dei curdi al tavolo negoziale di Ginevra. Ma Ankara ritiene che Pyd e Ypg siano emanazione del Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan, che in Turchia sta combattendo un’insurrezione violenta contro lo Stato.
Intanto la depurazione di Erdogan contro i curdi varca i confini: l’aviazione turca ha compiuto ieri pomeriggio, per il secondo giorno consecutivo, nuovi raid contro il Pkk curdo in nord Iraq (nella regione di Zap), distruggendo almeno 4 obiettivi dei ribelli, tra cui rifugi e postazioni armate. Lo fanno sapere le forze armate di Ankara, che hanno anche diffuso un breve video dei bombardamenti.

RITORNO A MOSUL

peshmerga-getty-770x513L’Occidente torna di nuovo in Iraq e in particolare in quella che è la città più importante del Medio Oriente. Mosul è la più grande città dello Stato Islamico, è da qui che Abu Bakr al-Baghdadi annunciò il 29 giugno 2014 la creazione del Califfato: difenderla per i jihadisti è prioritario. Ma è anche la città simbolo della riscossa occidentale contro l’Isis, Mosul ha una popolazione divisa quasi a metà fra sunniti e curdi, senza dimenticare a sud della città, nella base di Qayyarah, c’è il quartier generale delle truppe irachene affiancate da contingenti di Stati Uniti e Francia decise a sostenere la riconquista da parte di Baghdad. Nella notte, infatti è iniziata quella che è definita una “battaglia difficile” e che vede schierati contro i terroristi i Peshmerga curdi e le milizie sciite da un lato e le truppe occidentali dall’altro. Il generale Stephen Townsend, comandante della coalizione a guida statunitense che opera in Iraq a fianco delle forze governative, ha raffreddato troppo facili entusiasmi dichiarando che l’operazione lanciata per riconquistare Mosul potrebbe durare molte settimane, se non di più. Trentamila soldati che diventano 85mila considerando i tecnici e il supporto logistico. Una presa a tenaglia con i soldati iracheni a sud, tra cui 1500 uomini formati dalla Turchia, e i peshmerga curdi a nord, assistiti dall’alto dai caccia americani.
I curdi, affiancati da forze speciali americane impegnate sul terreno, sono ormai a sette chilometri dalla periferia della città, ma i Peshmerga hanno strappato all’Isis otto villaggi sul fronte di Khazir, a nord-est di Mosul prima di rivolgersi verso la città irachena.
Proprio i curdi, se da un lato rappresentano un ottimo alleato per le truppe occidentali, dall’latro rischiano di far franare ancora una volta i già difficili rapporti tra Usa e Turchia.
“Saremo nell’operazione e saremo al tavolo”, ha detto il Presidente turco Erdogan prima di aggiungere riferendosi agli abitanti sunniti di Mosul che “i nostri fratelli sono lì ed i nostri parenti sono lì. È fuori questione che noi non saremo coinvolti”. Pochi giorni fa Haider al Abadi il premier iracheno aveva denunciato all’Onu la violazione della sua sovranità territoriale con la presenza di truppe di Ankara che il leader turco sta portando il suo esercito “in un’avventura e in un’aggressione ad un Paese vicino dalle conseguenze ignote”, avvertendo che gli iracheni “resisteranno all’occupazione del loro Paese”.

Vignetta di Davide Ciminari

Vignetta di Davide Ciminari


Proprio dall’Onu, è arrivata in queste ore la preoccupazione per la sorte degli 1,5 milioni di civili a Mosul e teme che “migliaia di loro potrebbero ritrovarsi sotto l’assedio” delle truppe governative o diventare “scudi umani” nelle mani dell’Isis. Lo afferma in un comunicato il sottosegretario per gli affari umanitari, Stephen O’Brien, facendo appello “a tutte le parti perché rispettino i loro obblighi di proteggere i civili in base alla legge umanitaria internazionale”.


Vengo anch’io, no tu no
di Alberto Benzoni

In base alle “dichiarazioni di intenti” e agli oggettivi rapporti di forza, Mosul avrebbe dovuto essere, non dico conquistata, ma sotto attacco da un pezzo. Ma se ne riparlerà l’anno prossimo. Allo stesso modo, la città libica di Sirte, di cui era prossima, settimane fa, la definitiva liberazione, dovrebbe essere ancora, almeno in parte, in mano a quelli dell’Isis.
E, ancora, questa stessa Isis, nei giorni pari forza in espansione e minaccia temibile, diventa, in quelli dispari, qualche migliaio di miliziani allo sbando, destinati alla sconfitta certa e la sua rete europea si tramuta, a seconda delle circostanze, vuoi in una grande macchina del terrore, vuoi in semplice brand a disposizione del frustrato con tendenze omicide di turno. Mentre scopriamo improvvisamente che la crociata internazionale contro l’Isis, solennemente indetta e al più alto livello, si manifesta sul terreno, almeno in Iraq, soprattutto con le milizie sciite e con i loro consiglieri iraniani (e cioè con forze formalmente escluse dalla crociata); e, nel contempo, che al Qaeda, data per morta è viva e in piena espansione.
Informazione manipolata? Magari fosse. Perché la manipolazione presuppone un manipolatore e il manipolatore un disegno. Mentre, in realtà qui non c’è alcun “disegno” degno di questo nome, almeno da parte dell’Occidente. Perché ogni disegno che voglia essere efficace, presuppone una definizione comune dei problemi da affrontare, degli obbiettivi da raggiungere e, infine, delle forze che, a livello regionale, sono orientate a sostegno del progetto oppure volte a combatterlo.
Ora, di tutto questo non c’è traccia. E non perché l’Occidente (leggi in questo caso gli Stati Uniti; perché l’Europa degli stati non può avere una politica estera comune) non abbia una linea; ma perché ne porta avanti diverse, in ordine di tempo e poi simultaneamente, e del tutto contrastanti tra loro. Prima, in ordine di temo, l’appoggio ai regimi castrensi o “patrimoniali”contro i regimi filosovietici e quello iraniano con l’arruolamento, in nome della Causa, dei fondamentalisti islamici.
Poi, l’avventura, del tutto solitaria, in Iraq, come vittima “laica”di una lotta contro il sullodato fondamentalismo, ora ridefinito come matrice del terrorismo. Poi l’apertura improvvisa, con la primavera araba, all’islamismo ora democratico contro i regimi al potere; apertura, però valida nel lato Sud del Mediterraneo e nella Siria di Assad ma non nei paesi del Golfo. Poi la costruzione di un blocco sunnita, contro il blocco sciita e la Russia, chiudendo un occhio, diciamo così, sulla presenza, all’interno del medesimo, di un fondamentalismo radicale e omicida. E, per concludere, la combinazione frettolosa e del tutto improbabile di due distinte e contrastanti crociate. la prima, formalmente “messa in sonno” (ma sempre pronta ad occupare di nuovo la scena) contro Assad, sciiti e russi. La seconda, formalmente all’ordine del giorno ma mai seriamente messa in campo, all’insegna del “tutti insieme appassionatamente” contro l’Isis e altre formazioni della galassia fondamentalista.
Ora, è questo vuoto politico ad alimentare il vuoto nei fatti e nelle informazioni sui medesimi.
E qui possiamo tornare, in conclusione, a Mosul (e un pò anche a Sirte).
Nel primo caso, tutti d’accordo, nella necessità di conquistare la città, ponendo così fine all’esperienza del califfato ( anche se nessuno può dire con certezza che la fine del califfato porterà con se la fine dell’Isis). ma tutti in disaccordo sul chi debba assumersi il compito di conquistarla. Perché quelli disponibili alla bisogna: milizie sciite, curdi e ora anche turchi, non sono accettabili né per il governo iracheno né, soprattutto, per gli Stati uniti. Mentre quelli “ok”, leggi esercito iracheno e milizie sunnite “buone” semplicemente non esistono.
E, allora, al-Baghdadi, ammesso che sia mai veramente esistito, può per ora, dormire sonni tranquilli; sempre naturalmente che, sotto il comando della Pinotti, arrivino truppe italiane ad investirla dal Nord…
Per Sirte il problema è diverso. Perché o da est, lungo il percorso da Tobruk a Tripoli o da ovest, lungo il percorso inverso, degli uomini armati sono in arrivo per conquistarla. Il solo rischio è che, nell’urgenza di combattersi tra loro, si dimentichino completamente dell’isis.

10 ottobre, Giornata Mondiale contro la pena di morte

Pena di morte-GeorgiaAppena un mese fa, il Ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha ribadito davanti al Consiglio d’Europa che la reintroduzione della pena di morte, dopo il fallito colpo di Stato, non è affatto un affare chiuso. “A domandarlo sono i cittadini e ignorare quello che chiedono è contrario alla democrazia” ha sottolineato “ma questo non significa che tutto verrà preso in considerazione o accettato o adottato”.

Il caso Turchia è l’evidenza più chiara agli occhi dell’Europa, ma la risposta dei Paesi al terrorismo o, più in generale, agli attacchi dei gruppi armati ha spesso un filo comune, indipendentemente dalle latitudini: la pena di morte. “I governi compiono un errore fondamentale”, spiega James Lynch di  Amnesty International. Le ragioni di questo errore è uno dei messaggi chiave della Giornata mondiale contro la pena di morte promossa ogni
anno il 10 ottobre da Amnesty e altre 150 organizzazioni riunite nella Coalizione mondiale contro la pena di morte.

Le esecuzioni sono l’arma dei terroristi, recita il poster che accompagna la Giornata. La pena di morte – è la tesi ordinaria degli abolizionisti – non ha un effetto deterrente più efficace rispetto ad altre pene, ma nel caso dei reati di terrorismo rischia paradossalmente di alimentare il ciclo della violenza.

Da un rapporto delle Nazioni Unite sulla pena di morte in Iraq emerge come molti tra coloro che vengono ingaggiati per atti di terrorismo nel paese sono motivati da una ideologia così radicale da esser pronti a morire, tanto che la pena capitale – concludono gli esperti – non rappresenta certo un freno alle loro azioni. Il tema riguarda principalmente i gruppi armati che si definiscono ‘Stato islamico’. Racconta un ricercatore di Amnesty International che quando in Pakistan un militante del gruppo Lashkar-e-Jhangvi venne messo a morte, gli altri membri dell’organizzazione distribuivano in strada mithai, dei dolci, per celebrare il suo martirio. La pena di morte come strumento di reclutamento.

“Questo aumentato uso della pena di morte è una risposta viziata ai reati di terrorismo”, commenta Lynch. Eppure è una risposta praticata da tanti paesi ‘mantenitori’, pronti a introdurre nuove legge antiterrorismo. Oppure, come nel caso di Ciad e Pakistan, a riprendere le esecuzioni sospese da alcuni anni.

Al Qaeda, Boko Haram, il cosiddetto Stato Islamico: l’internazionalizzazione del terrorismo attraverso le diverse articolazioni dei gruppi armati costituisce una minaccia concreta alla stabilità dei paesi in ogni parte del mondo. E il dibattito sulla sicurezza spesso divide governi e società. Ma ogni misura che sacrifica il rispetto dei diritti umani fino alla decisione di reintrodurre la pena di morte, estendere il numero dei reati capitali, aumentare le esecuzioni rappresenta una sconfitta per l’umanità e un vano abbrivio per affrontare le cause alla base della violenza.

Per ogni informazione sulla Giornata mondiale contro la pena di morte

Massimo Persotti

Siria, sperare che le tregue reggano è ingannarsi da soli

Rifugiati Siria

La guerra civile libanese durò 14 anni. E finì il giorno in cui la grande coalizione nata in occasione della prima guerra del Golfo volle premiare la partecipazione della Siria conferendogli ufficialmente il protettorato sul piccolo paese vicino. Era come affidare a un piromane la custodia di un edificio che aveva contribuito ad incendiare. Ma funzionò.
La guerra tra Iran e Iraq durò otto anni. E si concluse perché quando i due contendenti si resero conto dell’impossibilità di vincerla. Nel frattempo il paese aggressore – l’Iraq – si rovinò economicamente; mentre quello aggredito – l’Iran- accentuò a dismisura il suo carattere oppressivo.
La guerra civile in Siria, che si accompagna a quelle in corso in Iraq, Turchia e Yemen (per tacere di quelle in Afghanistan e Pakistan), dura da cinque anni; e tutto, almeno per ora, sembra congiurare per farla durare all’infinito.
Manca, innanzitutto, qualsiasi volontà di dialogo tra i contendenti. La guerra tra il regime e l’arco dei suoi avversari sunniti è, e rimane all’ultimo sangue, ed è un conflitto a somma zero. All’ultimo sangue perché è già costato centinaia di migliaia di morti. A somma zero perché nessuno è in grado di fare un passo indietro: se Assad si ritira, sarà il segnale di distruzione, politica e fisica, per la minoranza che lo sostiene; se l’opposizione accetta la sua permanenza in carica perderà la sua stessa ragion d’essere.
E, beninteso, non c’è nessuna “larga intesa” all’orizzonte; e parlare di elezioni è una evidente presa in giro. In quanto al mondo esterno, leggi le grandi e medie potenze coinvolte nel conflitto, queste possono al massimo orientarne l’andamento o frenare, all’occorrenza, l’ardore dei contendenti. Chiarendo, coubertininianamente, che ad ognuno di questi è dato di partecipare, ma che nessuno è autorizzato a vincere. E questo vale non solo per le varie fazioni siriane, come è ovvio; ma per gli altri attori. Così i turchi possono combattere i curdi in casa propria e magari anche in Siria; ma, nel secondo caso, senza esagerare. Così gli stessi curdi sono considerati i paladini della libertà e magari anche della laicità; ma purché manifestino il loro ardore combattivo entro precisi limiti geografici. Così, gli sciiti iracheni, con i loro consiglieri militari iraniani, sono sì i benvenuti (anche perché sono i più disponibili…) nella crociata anti isis; ma purché non diano troppo nell’occhio e lascino a qualcun altro (ma a chi?) gli oneri e gli onori della riconquista di Mosul. Altri poi, provvedono ad autolimitarsi da soli: Arabia saudita ed Egitto la guerra all’Isis la fanno in casa propria ma non sul terreno; in quanto agli occidentali la guerra non la fanno da nessuna parte, salvo a considerare tale quella condotta sui bagnasciuga della Costa Azzurra.
In questa situazione sperare che “le tregue reggano” è ingannarsi da soli. Perché le tregue fanno parte del balletto diplomatico tra americani e russi; mentre sul terreno non esistono. Perché prima della tregua, a furia di bombardamenti nel mucchio, i russi assicurano, o sperano di assicurare ai loro pupilli nuove posizioni sul terreno; e perché, dopo la tregua, gli oppositori del regime, al Qaeda e Isis compresi, si trovano, chissà come, a disposizione nuove armi, compresi, guarda un po’, i missili terra-aria.

A chiudere qualsiasi prospettiva di intesa politica c’è poi, in definitiva, il caos che governa la politica americana nell’area. Washington lamenta, spesso e volentieri, l’inaffidabilità dei suoi tradizionali alleati: che si tratti della Turchia o dell’Egitto, dell’Arabia saudita o dello stesso Israele. Constatando, con ragione, che nessuno sta rispettando il copione fissato dagli americani.
Il fatto è però che il nostro regista questo copione l’ha smarrito per strada: nel senso che ne sta seguendo due contemporaneamente. Da una parte c’è quello vecchio: alleanza con Israele e con il blocco sunnita contro la Russia e il blocco sciita, guidato dall’arcinemico Iran. uno schema in cui l’Isis è visto e foraggiato all’inizio come un possibile alleato.
Ma poi, prima in Europa e poi negli Stati Uniti, questo stesso Isis è visto come l’incarnazione del Male e il Nemico pubblico numero uno: e allora si indice si forma contro il medesimo una grande alleanza, sino ad accettare, ma a denti stretti, la partecipazione dei nemici di ieri, concludendo l’accordo nucleare con l’Iran e facendo buon viso a cattivo di gioco nei confronti dell’intervento russo in Siria.

Tutto questo però, senza scartare il vecchio copione: appoggio a Ryad nella sciagurata guerra nello Yemen, aiuti militari ai siriani buoni nella guerra civile siriana, rifiuto di normalizzare le relazioni politiche con l’Iran, tuttora nella lista dei cattivi; rinuncia ad esercitare qualsiasi pressione su Israele per la riapertura del negoziato con i palestinesi.
Oggi, nella guerre in corso in Medio oriente, l’America è realmente e/o potenzialmente amica e avversaria di tutti; il che equivale alla impossibilità di gestire qualsiasi conflitto e, a maggior ragione, di essere protagonista attivo di un processo di pace.
E, su questo terreno, non c’è molto da sperare dal nuovo inquilino della Casa bianca: caos da una parte, ritorno ai vecchi schemi della guerra fredda dall’altra.

Alberto Benzoni

La maledizione dell’Achille Lauro, storia di Abu Abbas

AchilleLauroReem al-Nimer, militante per la Causa palestinese e vedova del comandante Muhammad Zaydan, conosciuto come Abu al-Abbas, ha scritto la storia del marito e sua, partendo dal dirottamento della nave da crociera “Achille Lauro”, condotto nell’ottobre del 1985, al largo delle coste egiziane, da quattro membri del ricostituito FLP (Fronte di Liberazione della Palestina), di cui Abbas era fondatore e leader.
L’azione non prevedeva affatto il dirottamento – la traversata sul transatlantico doveva servire ai militanti palestinesi soltanto per raggiungere clandestinamente il territorio israeliano – né alcun spargimento di sangue. Il commando, però, venne scoperto quasi subito e, nella concitazione dell’imprevisto, uccise il passeggero Leon Klinghoffer, ebreo americano e paraplegico.
Tale crimine segnò Abu al-Abbas fino alla sua morte, avvenuta quando si trovava sotto custodia USA, durante l’invasione dell’Iraq. Da tempo Abbas aveva pubblicamente rinunciato alla lotta armata, poteva avvalersi dell’immunità per ogni azione militare compiuta prima del 1993 grazie agli Accordi di Oslo, tuttavia il 15 aprile 2003 fu catturato con un imponente blitz di 180 soldati americani, 30 carri blindati e 6 elicotteri. Detenuto per quasi un anno in in un campo di prigionia di Baghdad, non ebbe alcun processo né assistenza legale e, l’8 marzo del 2004, morì in circostanze mai chiarite.
La maledizione dell’Achille Lauro è però un testo con più d’un piano di lettura.
È naturalmente la cronaca del dirottamento della nave da crociera, fatto che, oltre a marchiare il destino di Abbas, catalizzò l’attenzione del mondo intero per le conseguenze che avrebbero potuto verificarsi e vide l’Italia ricoprire un ruolo di primo piano. Nei capitoli d’apertura, dunque, l’autrice ricostruisce nel dettaglio la genesi dell’azione, riportando testimonianze dirette, passaggi cruciali di colloqui e dichiarazioni di alcuni protagonisti e mettendo in luce il ruolo effettivamente svolto dal marito di fronte alla piega inattesa degli eventi.
È uno sguardo dall’interno sul movimento di resistenza palestinese, sui delicati, quando non estremamente tesi, rapporti tra le sue varie fazioni – dall’organizzazione-madre OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) a Fatah, dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale al FLP –,nonché sulle relazioni tra questa frastagliata compagine e gli altri Stati arabi, alla cui guida figurano anche dittatori come Mu’ammar Gheddafi e Saddam Hussein e personaggi discussi come Hosni Mubarak e Bashar al-Assad.
È un racconto testimoniale sul Medio-Oriente dell’ultimo 60ennio, con attenzione particolare al trentennio 1970-2000, e ai suoi contraccolpi politici – il Settembre Nero in Giordania del 1970, l’Operazione Litani, la guerra civile libanese, la Prima Intifada, la guerra Iran-Iraq, l’invasione del Kuwait, la Seconda Intifada, l’invasione dell’Iraq da parte di una coalizione multinazionale guidata dagli usa.
È una storia del fallimento del “processo di pace” tra israeliani e palestinesi, consumato fra tradimenti, inganni, errori, false speranze e manipolazioni da parte di potenze locali e internazionali.
È un memoir, che poco concede all’agiografia e molto a una ruvida onestà, su una coppia di coniugi palestinesi dalle opposte origini sociali: lui nato da una famiglia umile e cresciuto in un campo profughi siriano, lei appartenente a una potente dinastia di notabili approdati in Cisgiordania, il cui padre, il banchiere Rifaat al-Nimer, avrebbe fatto la Storia dell’economia creditizia del mondo arabo. Già sposati e con figli, Reem e Abu al-Abbas divorziano più o meno nello stesso periodo per dare vita a un matrimonio che li vedrà, per più di vent’anni, nomadi tra Libano, Siria, Tunisia e Iraq e costantemente pericolo. Sempre presente sullo sfondo un senso di nostalgia di casa, la Palestina, un richiamo costante per l’autrice e il marito, entrambi nati in esilio da genitori espulsi dal Paese dopo al-Nakba – “la Catastrofe” –, come venne denominata la guerra israeliano-palestinese del 1948. Emblematiche e toccanti le pagine sul loro viaggio del 2000: l’arrivo a Gaza, sporca e sovrappopolata, pied-à-terre degli alti funzionari dell’olp per le riunioni periodiche del Consiglio Nazionale Palestinese e per passarvi l’estate, uomini che poco si interessano a migliorare le condizioni della città e della popolazione – «Si comportavano da signori […] Sembravano ritenere che questo fosse loro dovuto, quale riconoscimento per gli anni che avevano trascorso nella diaspora impegnati a “liberare” la Palestina. Ai miei occhi, i veri campioni della Causa erano i palestinesi che avevano tenuto duro a Gaza senza mai lasciare la loro terra e sopportando le miserie quotidiane dell’occupazione»; la visita ai luoghi storici – Gerusalemme, Haifa, Ramallah, Nablus, il monte Carmelo –, quindi la sosta ad al-Tiret, il villaggio d’origine di Abbas:

Ciò che ci colpì […] fu una piccola capanna su una stradina, accanto al punto in cui sorgeva un tempo la casa della famiglia di Abu al-Abbas, […]. Ora lì viveva un ebreo israeliano ortodosso, tra mosche, immondizia e alcune galline sporche e malnutrite. […] Ci fermammo vicino a lui per chiedergli indicazioni. Abu al-Abbas, naturalmente, parlava con accento iracheno. Gli occhi dell’anziano ebreo si illuminarono, e chiese: «Lei, signore… viene dall’Iraq?» Abu al-Abbas annuì, sorpreso che un israeliano riconoscesse il marcato accento iracheno. «Io sono originario di Mosul», spiegò orgogliosamente l’ebreo, battendosi sul petto per sottolineare la sua affermazione. La celebre e unita comunità ebraica di Mosul era stata composta perlopiù da braccianti e bottegai, e da pochi grossi mercanti. Tutti e quattromila erano emigrati in Israele nel 1951. Quell’uomo aveva nostalgia di Mosul, avendo trascorso in Iraq l’infanzia e la prima adolescenza. […] Per lui, quel Paese significava più del cumulo di rifiuti in cui aveva finito per vivere in Israele. Cominciò a fare domande precise riguardo a Mosul, naturalmente parlando con accento iracheno, e a sua volta Abu al- Abbas gli pose domande specifiche su al-Tira. Quei due uomini dalle origini diverse avevano scoperto un legame. Di fronte al palestinese, stanco di vivere di Iraq e desideroso di ritornare in Palestina, c’era un ebreo israeliano, stanco di vivere in Palestina e desideroso di ritornare in Iraq. Ciascuno dei due aveva pagato il prezzo delle circostanze che la vita aveva loro imposto.

A chiudere un testo che ha davvero poco di celebrativo ed è piuttosto denso di fatti, le considerazioni dell’autrice sull’avvento dell’Islam politico, e su come sia cambiato il terrorismo dopo l’11 Settembre. «Viste con gli occhi del 2014, le nostre azioni possono sembrare ottuse o crudeli. Ma allora sentivamo di non avere alternative». Lo stragismo religioso nulla ha a che vedere con la lotta armata palestinese. Questa, pur riprovevole extrema ratio, è fondata su un approccio nazional-politico-militare, in cui non esiste il concetto di “guerra santa” né interesse all’annientamento programmatico dell’avversario. La resistenza palestinese ha avuto tra i suoi uomini-simbolo personalità carismatiche come Arafat, il volto diplomatico della Causa, e Abbas, quello più frondista, musulmani laici idealisti ma non irrazionali, che hanno sempre e solo voluto il riconoscimento di un obiettivo primario, quello della Terra.

Costanza Ciminelli

La maledizione dell’Achille Lauro. La storia di Abu al-Abbas
Reem al-Nimer
(Zambon Editore 2016)

Rapporto Chilcot: prove fasulle per la guerra a Saddam

Rapporto Chilcot largeTony Blair si presentò il 24 settembre del 2002 davanti alla Camera dei Comuni per sostenere che l’Iraq di Saddam Hussein era in grado, o lo sarebbe stato in breve tempo, di lanciare un attacco WMD (Weapon of mass destruction), con armi atomiche, chimiche o batteriologiche e che pertanto la coalizione occidentale, di cui faceva parte la Gran Bretagna, guidata dagli Stati Uniti di George Bush jr e a cui presto si unì l’Italia di Silvio Berlusconi con altri 46 Governi, ma non quello francese e tedesco, avevano il dovere di condurre un attacco preventivo per abbattere il dittatore e proteggere innanzitutto gli alleati nella regione, a cominciare da Israele.
Era tutto falso e pretestuoso, come ha confermato sir John Chilcot presentando oggi il rapporto sulla partecipazione britannica alla guerra in Iraq, spiegando che il conflitto si basò su dati di intelligence “imperfetti” e portato avanti con una progettazione “totalmente inadeguata”.

Blair_Bush_WhitehouseIl premier britannico per sostenere la tesi della minaccia grave di Saddam, alleato di Washington contro l’Iran khomeinista, fino allo scoppio della prima Guerra del Golfo, nel 1990, produsse anche un dossier che, al pari di quello portato dagli Usa anche alle Nazioni Unite, si basava su alcune prove false, in qualche caso costruite a tavolino dai servizi segreti. Una forzatura pericolosa di cui erano in tanti consapevoli in quei giorni – in Italia a opporsi allora a quell’avventura c’era anche il Psi con le altre forze di opposizione – ma che nonostante tutto produsse le sue nefaste conseguenze con la seconda Guerra del Golfo, nell’attacco contro l’esercito di Saddam Hussein e l’invasione dell’Iraq, e con una, ampiamente prevista, successiva destabilizzazione dell’area.
Una guerra disastrosa sotto tutti i punti di vista, non solo perché provocò un grandissimo numero di vittime tra gli iracheni – alcune stime arrivano a 600 mila morti -, ma anche per le sue conseguenze politiche, sociali ed economiche interne ed esterne, di cui oggi stiamo pagando ancora le conseguenze, compresa l’espansione a macchia d’olio delle formazioni terroristiche legate all’islamismo radicale.

Catturato e giustiziato, ha avuto ragione dopo morto: non aveva armi di distruzione di massa

Catturato e giustiziato, ha avuto ragione dopo morto: non aveva armi di distruzione di massa

“Nel marzo 2003 non c’era una minaccia imminente di Saddam Hussein contro l’Occidente, l’azione militare non era l’ultima opzione”, scrive Sir Chilcot nel suo rapporto dopo aver ascoltato 150 testimoni, consultato 150mila documenti, in 7 anni di lavoro e con una spesa di 10 milioni di sterline. Sir Chilcot, alto funzionario dello Stato e più volte con incarichi di Governo, ha prodotto 12 volumi che costituiscono un’accusa formidabile non solo nei confronti dell’ex premier laburista, ma anche contro l’allora ministro degli esteri e contro il capo dei servizi segreti di Sua Maestà. Un rapporto devastante che potrebbe anche portare ad un’accusa di crimini di guerra.

Blair, con Bush e gli altri, decisero di attaccare l’Iraq consapevoli che il rischio WMD non era reale e nonostante fossero tutti ben consapevoli delle conseguenze che avrebbe avuto la guerra, a partire dalle nuove minacce terroristiche da parte di Al Qaeda contro la Gran Bretagna. “Ho preso la decisione in buona fede e nell’interesse del Paese”, si è subito difeso Blair respingendo le accuse.

Bush 'missione compiuta' portaerei USS Abraham Lincoln maggio 2003

L’annuncio di ‘missione compiuta’ dalla tolda della portaerei USS Abraham Lincoln nel maggio 2003

“L’azione militare contro Saddam Hussein non era l’ultima opzione”. “Usa e Gran Bretagna minarono l’autorità dell’Onu” presentando prove sul fatto che Saddam Hussein avesse armi di distruzione di massa “con una certezza che non era giustificata” e che venne inquivocabilmente dimostrata, prosegue il rapporto sottolineando che le circostanze con cui è stata stabilita una base legale per la guerra contro l’Iraq erano “lungi dall’essere soddisfacenti”.

Tony Blair ha reagito alle accuse spiegando di aver preso la decisione di entrare in guerra contro l’Iraq nel 2003 “in buona fede” e in quello che riteneva “essere il miglior interesse del Paese”. “Mi assumo tutta la responsabilità”, ha aggiunto Blair.

Il rapporto evidenzia il ruolo che almeno due figure chiave ebbero con lui nel portare avanti quella sciagurata avventura: John Whitaker Straw, (Jack Straw), ministro degli esteri dal 2001 al 2006 e John McLeod Scarlett, alla guida della commissione di controllo dei servizi segreti, Joint Intelligence Committee (JIC), poi passato al vertice del MI6. I rapporti truccati, utilizzati da Blair e da Bush, passarono dalle loro mani e in quest’operazione di maquillage per rendere credibile la minaccia WMD, anche l’Italia ebbe un ruolo ‘inventando’ una pista nucleare nigeriana – il Nigergate – che portava fino a Saddam.

Per saperne di più:
Il rapporto Chilcot
Il Nigergate