Guerra all’Isis. Se l’Iraq diventa colonia dell’Iran

barzani macronDopo la disfatta dell’Isis in Iraq, le numerose milizie popolari sciite, create nel 2014 su richiesta dell’Iran sono diventate una forza di minaccia per le forze e le aree abitate dai curdi. In alcune località la tensione è andata alle stelle tra la popolazione curda e le milizie sciite. A Xurmatw, località curda nel centro nord addirittura ci sono stati scontri armati, lì, le milizie sciite hanno attaccato i cittadini curdi e i loro beni.
A Shangal (principale centro della comunità Ezida che sono anche essi di etnia curda) le milizie sciite hanno attaccato le istituzioni locali. la valle di Shangal e i suoi abitanti Ezidi, sono sempre stati obbiettivi delle scorribande di vari eserciti islamici regionali, massacrati e depredati dei loro beni perché erano considerati infedeli dall’Islam. Anche l’Isis ha lasciato la sua firma nella valle di Shangal, oltre il massacro di donne, uomini e bambini, ancora oggi migliaia di Ezidi sono nelle mani dei tagliagole di Isis.
L’Iran coordina e usa direttamente le milizie sciite come una forza di minaccia alle ispirazioni di libertà e indipendenza del popolo curdo. Non mancano minacce anche contro l’esercito iracheno stesso, come è accaduto di recente nelle vicinanze della città di Musul. Ciò evidenzia che la sovranità dell’Iraq ora è nelle mani degli Ayatollah iraniani.
La guerra fatta dalla coalizione occidentale con i loro alleati contro il regime Alauita (sciita) siriano, con la speranza di cacciare via il presidente Assad e magari sostituirlo con uno sunnita, ha permesso all’Iran sciita di entrare in scena sia in Siria che in Iraq, ciò ha consolidato il progetto iraniano di creare un’ asse che parte dall’Iran e finisce per ora in Libano. Ovviamente la Russia in questo scenario fa da regista, e interviene dove è necessario.
Nella lotta all’Isis, i curdi sono stati fondamentali e hanno pagato un prezzo molto alto in termini di vite umane, ma alla fine della disfatta dei tagliagole, i curdi sono stati costretti ad affrontare le minacce dell’Iran,Iraq e la Turchia circa il futuro politico del Kurdistan e dell’Iraq.
Sul piano diplomatico qualcosa si sta muovendo, sabato 2/12/2017 il presidente francese Emmanuel Macron all’Eliseo ha ricevuto una delegazione curda capeggiata dal primo ministro del governo regionale del Kurdistan iracheno Nechirvan Barzani. Macron nel corso del suo discorso, ha confermato la sua vicinanza alla situazione curda e ha ribadito che il governo iracheno dovrà rispettare la costituzione dell’Iraq e sciogliere definitivamente le milizie popolari sciite, perché questi ultimi rappresentano una minaccia alla stabilità dell’Iraq intero.
Nel deserto dell’indifferenza e della realpolitik, Macron s’è mosso coraggiosamente interessandosi del problema curdo in Iraq, il suo gesto di invitare una delegazione curda e mostrandosi con la bandiera curda e francese affiancate, ha fatto arrabbiare il governo iracheno, iraniano e turco.
Il problema curdo dovrebbe essere affrontato dalla comunità internazionale, perché la società delle nazioni nel 1923 con il trattato di Losanna ingiustamente e contro la volontà e con la forza contro gli abitanti del Kurdistan ha fatto nascere quattro stati in parte sul territorio del Kurdistan. La popolazione del Kurdistan dovrebbe essere l’unica ad avere la legittimità sul territorio del Kurdistan.

Kawa Goron

Curdi e cristiani in Iraq senza una strategia comune

Il referendum riguardante l’indipendenza della regione autonoma del Kurdistan del 25 settembre è stato dichiarato dalla Corte suprema irachena incostituzionale. La Corte, che una settimana prima della consultazione aveva chiesto invano di sospendere l’iniziativa in attesa della sentenza, ha affermato ora che sono illegali “tutti i risultati e le conseguenze” del referendum. La consultazione, pur non essendo legalmente vincolante, era stata contestata sia dal governo di Baghdad sia da quasi tutta la comunità internazionale, in particolare i vicini Iran e Turchia che hanno forti minoranze curde all’interno dei loro confini.Una disfatta per i curdi, nonostante i peshmerga hanno rappresentato il primo vero argine all’espansione territoriale del Califfato e per anni hanno combattuto contro l’Isis lungo un fronte di centinaia di chilometri, in particolare a Mosul e a ovest di Kirkuk.

IRAQ_-_cristiani_e_referendumCon la penetrazione e nascita del terrorismo islamico in Iraq già dagli anni novanta del secolo scorso, derivante dall’ideologia di Bin Laden, alcune minoranze etnico religiose presenti in quel paese, come i curdi, i cristiani e gli Ezidi, hanno pagato un prezzo molto alto. I video dei Daish pubblicati proprio da loro stessi, circa il massacro di quelle minoranze testimoniano le loro atrocità e perversa ideologia.
Oggi I Daish sono stati sconfitti dalla forza della coalizione internazionale e dagli uomini e donne Peshmarga curdi in molte aree del fantomatico stato islamico. E chi sa ora dove si nascondono quei tagliagole che non hanno voluto percorrere la strada verso il paradiso promesso. Ma i problemi delle minoranze in Iraq non sono finiti, anzi, con la creazione delle milizie popolari sciite in Iraq già dal 2014 e sono direttamente coordinate e dislocate in Iraq dall’ Iran, la vita delle minoranze è sempre più in pericolo.
Dopo l’occupazione delle aree di Musul da parte dei Daish nel 2014, quasi tutti i cristiani presenti in quelle zone sono fuggiti verso il vicino Kurdistan iracheno. Oggi quei cristiani non vogliono ritornare nelle loro aree perché non si fidano e hanno pura delle milizie popolari sciite che hanno letteralmente occupato tutta quella zona. La città di Kirkuk per anni amministrata da curdi e da poco occupata dell’esercito iracheno con aiuto delle milizie sciite, molto presto qui sono già iniziate perquisizioni e arresti tra la popolazione curda, non sono mancati scontri tra i Peshmarga e le milizie, e ciò ha peggiorato la situazione dei curdi e dei cristiani in tale area. Molte famiglie sono fuggite verso le aree vicine amministrate dai curdi.
Il numero dei cristiani in Iraq nel 2003 raggiungeva circa 1400,000 persone, oggi ne rimangono circa 275,000, una parte di essi è stata trucidata dai Daish, altri si sono rifugiati nelle zone curde e la maggior parte ha preferito lasciare il proprio paese e cercare asilo soprattutto nei paesi dell’Europa.
Da millenni i cristiani abitano nell’attuale Iraq, hanno conservato e tramandato la loro antica lingua. La fuga dei cristiani da quelle aree verso altre destinazioni, non è soltanto una questione di salvaguardia della propria incolumità, ma tale atto reca un impoverimento economico e socio culturale dell’ intera area.
Dopo aver combattuto i Daish, i curdi sono stati abbandonati dall’occidente, i curdi sono probabilmente colpevoli di non avere avuto una strategia comune nell’affrontare la loro questione delle loro indipendenza dall’Iraq con il referendum indetto il 25 di settembre, ma sicuramente non hanno trovato un sostegno comune da parte dell’occidente circa la loro ispirazione, e ciò ha spaventato alcuni partiti curdi.
L’Iran sciita continua a rafforzare la sua presenza in Iraq sotto il silenzio drammatico di tutti. L’occidente invece sembra privo di strategie politiche in quell’area martoriata.

Kawa Goron

Le milizie popolari
e il ruolo dell’Iran

IRAN

Sembra un paradosso, la repubblica islamica sciita dell’ Iran doveva essere sotto controllo da parte dell’ occidente in particolare gli stati uniti. Eppure l’Iran degli Ayatollah continua ad espandersi nel medio oriente, la sua influenza e la sua presenza in quell’area sembra inarrestabile.

Daish (ISIS) è stato quasi sconfitto grazie anche al sacrificio di migliaia di civili e Peshmarga Kurdi con l’ appoggio della coalizione internazionale, ma il vincitore di tale opera sembra l’ Iran senza aver fatto sacrifici significativi.

Nel giugno del 2014 l’ esercito iracheno fuggì di fronte all’ avanzata dell’ esercito di taglia gole lasciando cosi cadere la città di Musul nelle mani di Daish. La ferocia dei Daish nei confronti dei civili e la distruzione delle opere d’ arti li conosciamo tutti. Ninve fu la capitale degli Assiri che oggi si trova nell’ area territoriale di Musul.

Allora La guida spirituale e politica degli Sciiti in Iraq Ali Sistani ( di origini iraniane) chiese alla popolazione sciita di prendere armi contro i Daish, cosi nacquero vari gruppi di milizie popolari per combattere lo stato islamico. Questi gruppi erano inesperti , deboli e mal armati, a questo punto entra in scena a loro soccorso l’ Iran sciita. L’ Iran manda in Iraq il generale di brigata Qasem Soleimani per organizzare e coordinare le attività militari delle milizie create da poco contro i Daish. Ma non solo per combattere i Daish, dopo la sconfitta dello stato islamico, queste milizie potevano essere utili per minacciare contro irrefrenabile volontà del popolo kurdo per l’ indipendenza.

Infatti, il 25 di settembre del 2017 con un referendum i kurdi del Kurdistan iracheno erano chiamati ad esprimersi per l’ indipendenza del loro territorio dal resto dello stato iracheno, quasi il 94% della popolazione votò SI per l’ indipendenza. Ma come sempre i kurdi rimasero soli anche questa volta.

Gli stati confinanti all’ Iraq come Turchia, Iran e il governo sciita iracheno stesso hanno iniziato a minacciare i kurdi e di non voler sapere della volontà dei kurdi. Subito dopo tale data, l’ esercito iracheno con le milizie popolari sciite hanno attaccato diverse città e località kurde, costringendo i kurdi a ritirarsi dalla città di Kirkuk, dalle aree intorno a Musul e altre parti. Tutto questo avveniva nel silenzio totale dell’ alleato occidentale che poco prima proprio con le forze kurde hanno sconfitto i Daish.Non dimentichiamo che tali aree erano state difese dalle forze kurde perché costantemente erano sotto le minaccia dello stato islamico.

L’ Iran coordina direttamente le variegate milizie popolari creati in Iraq, non solo, l’ Iran ha costretto il governo iracheno a trasformare 120.000 unità di tali milizie come una forza ufficiale e retribuita.

Alcuni gruppi di tali milizie sono già nelle liste dei gruppi terroristici segnalati dagli stati uniti. La loro ferocia non è molto diversa da quella dei Daish.

Il piano dell’ Iran è chiaro, vuole creare un’ asse politico militare che parte dall’ Iran e finisce per adesso in Libano.

Kawa Goron

Indipendentismo. Curdi e catalani su fronti opposti

indipendenze-2Due moti di indipendenza, due fronti opposti. Mentre in Europa la Catalogna è ormai decisa a proseguire verso l’indipendenza, sul fronte orientale i curdi pensano a trattare. Due referendum nello stesso periodo (25 settembre il Kurdistan; 1 ottobre la Catalogna) che hanno visto la vittoria del fronte indipendentista per entrambi e in entrambi i casi i Governi centrali non hanno riconosciuto la legittimità del voto.
Carles Puigdemont, il presidente catalano, ha deciso di non intervenire al Senato spagnolo in merito all’applicazione dell’articolo 155 della Costituzione, ovvero quell’articolo che permette allo stato spagnolo di costringere una Comunità autonoma (come la Catalogna) a rispettare la legge. Mentre il governo del Kurdistan ha deciso questa notte di congelare i risultati del referendum del 25 settembre per l’indipendenza, per riaprire il dialogo con Baghdad. Una sconfitta politica che però potrebbe evitare una guerra aperta.
Ieri i combattimenti sono cominciati in tre punti lungo il confine tra la provincia irachena di Ninive e la regione autonoma del Kurdistan.
“Gli scontri continui non porteranno nessuna parte alla vittoria, ma spingeranno il Paese verso il disordine e il caos, colpendo tutti gli aspetti della vita”, afferma una nota del governo regionale di Erbil. L’esecutivo curdo auspica un “cessate il fuoco immediato” e chiede un “dialogo aperto” con il governo federale di Baghdad facendo un passo indietro sul voto del 25 settembre. “Congeliamo il risultato del referendum e apriamo un dialogo, basato sulla Costituzione, tra il governo del Kurdistan e quello di Baghdad”, afferma la nota. Baghdad ritiene illegittimo il referendum per l’indipendenza del Kurdistan iracheno ma “non cessa il dialogo con i curdi”, ha dichiarato il ministro degli Esteri iracheno, Abbas al Jaafari, durante un intervento pubblico in una università di Mosca.
A preoccupare i curdi è stato inoltre il nuovo incontro di ieri tra il presidente Al-Abadi e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan. Nelle ultime 24 ore ci sono stati scontri in alcune aree nel nord-ovest dell’Iraq, verso il confine con la Siria. L’esercito di Baghdad, appoggiato dalle milizie sciite Hashid Shaabi, sta cercando di prendere il controllo del valico di confine di Fish Khabur, tra il Kurdistan, la Siria e la Turchia, attraverso il quale passa il principale oleodotto per le esportazioni del petrolio verso il territorio turco.

Kurdistan. Curdi al voto, Erdogan schiera l’esercito

curdi statua peshmergaI curdi pronti al voto in Iraq (Kurdistan) per lo storico referendum sull’indipendenza da Baghdad, anche se il voto referendario non ha un valore legale vincolante, rappresenta comunque un colpo agli Stati della Regione che temono sempre di più l’approvazione di uno Stato curdo a discapito dei propri territori. Sono 12.072 i seggi a cui sono chiamati i 5,3 milioni di elettori curdi registrati, sparsi in tre province del Kurdistan autonomo: Erbil, Sulaimaniyah e Dohuk.
Ma si vota anche nella regione contesa di Kirkuk, ricca di petrolio e in parte controllata dalle milizie curdo-irachene. Si vota anche in altre zone contese, come alcuni distretti di Ninive, di cui Mosul è capoluogo, e altri della regione orientale di Diyala, confinante con l’Iran.
L’iniziativa referendaria, promossa dal presidente della regione autonoma curda Masoud Barzani, ha irritato e preoccupato il governo di Bagdad, tanto che il parlamento ha approvato oggi una serie di misure in risposta alla decisione della regione autonoma del Kurdistan di svolgere il controverso referendum per l’indipendenza. Il parlamento iracheno ha anche chiesto l’invio delle truppe nelle aree nel nord controllate dai curdi dal 2003.
“Meglio morire combattendo che lentamente di fame”, afferma il leader curdo e presidente della regione autonoma curda, Massoud Barzani, nel palazzo presidenziale di Sari Blend, sul perché della sua iniziativa referendum sull’indipendenza.
Si tratta di “un passo verso un futuro migliore”, ha detto il ministro degli Esteri curdo, Falah Mustafa, da poco rientrato da New York dove ha partecipato ai lavori dell’Assemblea Generale dell’Onu.
Il referendum in questione non è una richiesta politica ma un’istanza popolare che rappresenta un’opportunità di dialogo e di comunicazione con Baghdad, ha ribadito inoltre Mustafa. Tuttavia la comunità internazionale ha più volte chiesto ai curdi di fermare l’iniziativa referendaria proprio per evitare scontri in una Regione in continuo conflitto.
Gli Stati Uniti e l’Ue hanno chiesto al presidente uscente della regione autonoma del Kurdistan, Masoud Barzani, e ai leader curdi di rimandare il referendum sull’indipendenza di almeno tre anni per tutelare l’integrità del paese. Oltre all’Iraq, la Turchia minaccia serie conseguenze nei rapporti con il Kurdistan iracheno, mentre l’Iran teme a sua volta che il voto possa galvanizzare le minoranze curde che vivono sul suo territorio.
Le forze armate di Ankara da una settimana sono impegnate in esercitazioni militari alla frontiera. E questa non è la sola conseguenza legata al referendum: nei giorni scorsi Erdogan aveva preannunciato sanzioni contro la regione e oggi ha confermato in un discorso trasmesso in diretta dalla televisione curda irachena Rudaw: “Bloccheremo l’export del petrolio dalla regione curda”. “Siamo sconcertati da questo tentativo. Il referendum indetto dal governo regionale del Kurdistan è contro il buon senso e mette in pericolo la pace e la stabilità non solo dell’Iraq, ma anche quella della regione” si legge nella nota del ministero turco che ha anche raccomandato ai propri concittadini di lasciare il Kurdistan iracheno. Nel frattempo il ministro turco delle dogane ha smentito che sia stata chiusa la frontiera terrestre all’arrivo dal nord dell’Iraq, come hanno scritto i media turchi bella giornata in cui i curdi della regione autonoma irachena votano nel referendum sulla loro indipendenza.

LONDON CALLING

polizia britannicaDopo il dolore arriva il subbuglio. L’attentato di Londra mette con le spalle al muro non solo il Governo di Sua Maestà, ma l’intero Occidente, sempre più incapace di trovare una soluzione e con i Paesi Arabi che a loro volta non riescono a dialogare tra di loro. Dopo le dure parole di domenica (quell’”enough is enough” che aveva dato il senso dell’esasperazione del clima), Theresa May è tornata a parlare dell’allarme terrore: “L’attacco di sabato sera non era solo contro Londra ma contro il mondo libero” ha detto la premier sottolineando le diverse nazionalità delle persone coinvolte. Il primo ministro ha ribadito che il livello di allerta anti-terrorismo resta “grave”, come aveva già indicato ieri il ministro degli Interni Amber Rudd, e confermato il rafforzamento delle misure di sicurezza sui ponti di Londra con barriere a protezione dei pedoni. La premier si è inoltre detta soddisfatta dell’azione degli agenti armati di Scotland Yard sostenendo lo ‘shoot to kill’, lo ‘sparare per uccidere’ i terroristi adottato: grazie alla tempestività, questo ha permesso di salvare “innumerevoli vite”. La premier britannica ha poi continuato il suo discorso sottolineando che il tempo della comprensione è finito, che è necessario iniziare a lottare per garantire i diritti, le libertà e i valori del popolo inglese: “I nostri valori sono superiori a quelli offerti dai predicatori d’odio” e per garantirli, ha annunciato, è pronta a dare maggiore potere alle polizie e a inasprire i controlli sui reati legati al terrorismo.
Sembra però che queste misure servano più che altro a garantire il Governo dei conservatori spaventati dalle imminenti elezioni di questo giovedì. Secondo i sondaggisti, i conservatori di May erano a 330 seggi quando sono state indette le elezioni anticipate ad aprile, sabato scorso, invece secondo YouGov i conservatori erano a 308 seggi. Il primo ministro britannico Theresa May potrebbe ottenere 305 seggi in parlamento nelle elezioni di giovedì, 21 in meno rispetto alla maggioranza di 326, secondo una proiezione della società di sondaggi YouGov. Ad oggi i laburisti potrebbero ottenere 268 seggi contro i 261 delle proiezioni di sabato. La scorsa settimana, un altro sondaggio di Lord Ashcroft Polls dava ai conservatori la maggioranza.
Lo scenario sembra essersi catapultato tutta sulla sfera politica, tanto che il leader laburista Jeremy Corbyn controreplica alla premier Tory, Theresa May, nella polemica sulla sicurezza nazionale innescata dall’attacco terroristico di sabato a Londra e ne invoca apertamente le dimissioni da capo del governo: ancor prima delle elezioni di giovedì 8. May – ha tuonato Corbyn – dovrebbe “dimettersi per aver presieduto ai tagli” imposti alle forze di polizia mentre era ministro dell’Interno. È un’opinione – ha insistito – condivisa da “persone molto responsabili” che sono “molto preoccupate”.
Il sindaco di Londra, Sadiq Khan, dopo aver visitato i luoghi dell’attacco terroristico di sabato sera con la comandante di Scotland Yard, Cressida Dick ha infatti fatto sapere: “Riceviamo la metà dei fondi alla polizia che ci spettano, 170 milioni di sterline contro 370” e ha aggiunto: “Negli ultimi sette anni abbiamo dovuto chiudere delle stazioni di polizia e abbiamo perso migliaia di agenti”.
Nel frattempo anche da parte americana si pensa a misure restrittive alla tolleranza. Già la settimana scorsa la squadra legale di Trump ha chiesto alla Corte Suprema, che raramente si pronuncia d’urgenza, di consentire l’entrata in vigore immediata del controverso ordine esecutivo del 6 marzo, bloccato da alcuni tribunali, che impedisce ai cittadini di sei Paesi a maggioranza musulmana l’ingresso negli Stati Uniti. Il presidente Usa Donald Trump oggi ha chiesto alla sua amministrazione una versione più rigida del discusso divieto di ingresso ai cittadini di sei Paesi islamici, dopo l’attacco a Londra nel fine settimana, e ha invitato la Corte Suprema a pronunciarsi rapidamente sulla questione.
“Il Dipartimento della Giustizia avrebbe dovuto sostenere il divieto di viaggio originale, non la versione annacquata, politicamente corretta sottoposta alla Corte Suprema”, ha scritto Trump in una serie di tweet sull’argomento stamattina presto. “Il Dipartimento della Giustizia dovrebbe chiedere un’udienza rapida sull’annacquato divieto di viaggio davanti alla Corte Suprema, e cercare una versione molto più severa!”, ha twittato Trump, che in qualità di presidente sovrintende il dipartimento.
L’eco di Trump è arrivato nei Paesi del Golfo dopo l’appello del presidente degli Stati Uniti rivolto ai Paesi musulmani di combattere il terrorismo: Arabia Saudita, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno rotto le relazioni diplomatiche con il Qatar con una mossa coordinata, che non ha precedenti fra i principali esponenti del consiglio di cooperazione del Golfo. I tre Stati del Golfo hanno annunciato la chiusura dei trasporti con il Qatar e hanno dato due settimane di tempo ai turisti del Qatar e ai residenti per lasciare il Paese. Il Qatar è stato anche espulso dalla coalizione a guida saudita che combatte nello Yemen. Le accuse contro lo Stato sono quelle di sostenere organizzazioni terroristiche e di interferenze negli affari interni del confinante Bahrain. A questi quattro Paesi si sono uniti, poi nel giro di poche ore, anche Yemen e Maldive. Il terremoto diplomatico registrato nella ricca zona del Golfo è destinato a rimescolare le carte delle alleanza in tutto il Medio Oriente: dalla Libia ai Territori palestinesi, dallo Yemen all’Iraq per non parlare della Siria e il Libano. Per molti analisti arabi sullo sfondo della crisi dietro la mossa di Riad c’è una precisa strategia in funzione anti-Iran. Non è un caso infatti che il Kuwait ed il Sultanato di Oman, entrambi membri del Consiglio di Cooperazione dei Paesi del Golfo ed entrambi favorevoli ad un dialogo con Teheran, non hanno aderito alla decisione di rompere con il Qatar. Nel frattempo il Qatar esprime rammarico per questa decisione di rompere i legami diplomatici. “Le misure sono ingiustificate e basate su accuse che non hanno base nei fatti”, dice la Tv Al Jazeera che cita le dichiarazioni del ministro degli Esteri. Il Qatar ha aggiunto che le decisioni prese non “avranno effetti sulla vita normale di cittadini e residenti”.

Yazidi, il genocidio dimenticato

yazidiGli yazidi, minoranza religiosa che vive prevalentemente nel nord dell’Iraq al confine con la Siria, sono stati vittime di uno dei peggiori crimini perpetrati da Daesh. Tutto è iniziato con la conquista di Sinjar il 3 agosto 2014. Un genocidio denunciato anche dall’Onu. Rischiano la vita 400mila persone che vivono tra Siria e Iraq e che praticano un culto religioso né cristiano né islamico e vero i quali i soprusi dell’Isis sono costanti. .
Gli Yazidi sono una comunità millenaria. Migliaia di loro che non sono riusciti a fuggire all’avanzata dello Stato Islamico in Iraq nell’estate del 2014 sono stati catturati. Molti di quelli che sono fuggiti hanno scelto un esilio definitivo in Europa o negli Stati Uniti, ma la maggior parte ha cercato rifugio nel Kurdistan iracheno, accolti in numerosi campi profughi.

Pia Locatelli, presidente del gruppo dei Socialisti alla Camera, è intervenuta sulla questione nel corso del Question Time con il Ministro Alfano, chiedendo l’impegno del governo per il riconoscimento del genocidio. “Il 27 settembre scorso questa Camera – ha detto Pia Locatelli – ha approvato due mozioni che impegnavano il Governo a promuovere, nelle competenti sedi internazionali, ogni iniziativa per il riconoscimento del genocidio yazida e per assicurare i responsabili di questi crimini alla giurisdizione della Corte penale internazionale. Gli yazidi, come sappiamo perché ne abbiamo parlato in quest’Aula, sono un’etnia antichissima, linguisticamente di ceppo curdo, la cui identità è definita dalla professione di una fede preislamica. Nell’agosto 2014, quando Daesh prese il sopravvento nella regione al confine tra Siria ed Iraq, la popolazione yazida, che vive per lo più nella regione e nella provincia di Sinjar, ha subito persecuzioni, violenze e massacri: migliaia di uomini e donne massacrati, migliaia di donne e ragazzi yazidi ridotti in schiavitù. Chiaramente – ha concluso – non potevamo rimanere inerti e inattivi e, di fronte a questa tragedia, abbiamo chiesto al Governo di impegnarsi per il riconoscimento del genocidio e per assicurare i responsabili di questi odiosi crimini alla Corte penale internazionale. Sono passati 160 giorni; chiediamo di sapere che cosa il Governo abbia fatto nel frattempo”.

Trump, dopo bocciatura ‘muslim ban’ guarda alla Cina

trump_cinaAncora uno “schiaffo” al presidente Donald Trump. La Corte d’appello di San Francisco, infatti, ha negato il ripristino del bando che vieta l’ingresso di rifugiati e cittadini provenienti da 7 Paesi islamici: Libia, Sudan, Somalia, Siria, Iraq, Iran e Yemen. E’ stata così confermata la decisione di un giudice federale di Seattle. “Ci vediamo alla Corte suprema, è in gioco la sicurezza della nazione”, ha twittato Trump. Secondo i giudici d’appello, l’amministrazione Usa non ha portato alcuna prova che qualcuno proveniente dai sette Paesi in questione ha commesso un attacco terroristico in Usa e non ha spiegato l’urgenza del provvedimento. Stando al collegio, erano in ballo da un lato l’interesse della sicurezza nazionale e la capacità del presidente di attuare le sue politiche, dall’altro il diritto a viaggiare liberamente, ad evitare la separazione delle famiglie e la discriminazione: sono prevalsi i secondi. Il muslim ban non è senza conseguenze, di certo mina i rapporti diplomatici ed economici. Il premier iracheno Haider al-Abadi ha infatti chiesto in un colloquio telefonico con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump che l’Iraq venga eliminato dalla lista dei Paesi a cui è vietato l’ingresso. In una nota si legge che: “Il Primo ministro ha sottolineato l’importanza di una rivalutazione della decisione riguardo al diritto degli iracheni di viaggiare negli Stati Uniti”.
Ma intanto mentre si deteriorano i rapporti sul versante mediorientale, il presidente Trump punta sul Sol Levante fa retromarcia con Pechino e accetta di onorare la tradizionale linea politica americana che da decenni riconosce “una sola Cina”, su richiesta del presidente Xi Jinping, con cui ha avuto una telefonata “lunga ed estremamente cordiale”. In passato il presidente Usa aveva ‘flirtato’ con la ribelle Taiwan sostenendo di non prendere ordini da Pechino e di non sentirsi vincolato alla politica di una sola Cina fin quando Pechino non farà concessioni commerciali. Dopo la telefonata comunicata dalla Casa Bianca i due leader “si impegneranno in discussioni e negoziazioni su varie questioni di reciproco interesse”. La telefonata è stata “estremamente cordiale” e i due presidenti hanno espresso “i migliori auguri al popolo dell’altro Paese”.

La distensione dei rapporti con la Cina è fondamentale in queste ore poiché oggi ci sarà l’incontro programmato tra Trump e il suo omologo giapponese Shinzo Abe. Il premier di Tokyo, visto come un avversario a Pechino, è negli Stati Uniti per parlare di investimenti e sicurezza. Il Giappone è impegnato a difendere le isole Senkaku dalle rivendicazioni della Cina, che le chiama Diaoyu. E Washington si è impegnata a sostenere l’alleato giapponese, almeno fino ad oggi…

Arriva l’era Trump, l’America chiude agli immigrati

trump-votoIniziata l’era Trump, l’America si ritrova trincerata. Donald Trump procede come un rullo compressore per mantenere le sue promesse elettorali e firma altri due ordini esecutivi al Pentagono, parte così la stretta sull’immigrazione e il rafforzamento dell’Esercito, dopo aver incontrato lo stato maggiore congiunto e partecipato alla cerimonia di giuramento del nuovo segretario alla difesa, il gen. James Mattis, “l’uomo giusto al posto giusto”.
L’ordine esecutivo che chiude i confini americani agli immigrati è entrato in vigore venerdì sera. I rifugiati che erano già sugli aerei, diretti negli Stati Uniti con documenti validi, sono improvvisamente diventati illegali. Arrivati sul suolo americano, sono stati arrestati. I gruppi per i diritti civili parlano di centinaia di persone detenuti. Uno tra questi è stato comunque rilasciato dopo l’intervento di due deputati democratici.
E’ già attivo nei fatti il divieto di ingresso negli Stati Uniti per quanti provengano da 7 paesi a maggioranza islamica: Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Nelle ultime ore si è aggiunto un ulteriore particolare preoccupante: il bando ai cittadini di sette Stati giudicati a rischio terrorismo è allargato anche a chi è in possesso di una “green card”. La carta d’imbarco non viene rilasciata ai cittadini iraniani da compagnie come Etihad Airways, Emirates e Turkish Airlines. “La decisione del governo degli Stati Uniti di colpire il popolo iraniano è un affronto a tutte le persone di questa grande nazione”: per questo il governo iraniano “per proteggere la sacralità e la dignità di tutti i cittadini dell’Iran in patria e all’estero” e “per proteggerne i diritti”, “attua il principio di reciprocità”. Lo rende noto un comunicato del ministero degli Esteri iraniano.
Sul decreto di Trump avvocati e gruppi per la difesa dei diritti umani stanno attivando azioni legali, le prime in conseguenza di quanto accaduto a due cittadini iracheni fermati all’aeroporto J.F. Kennedy di New York.
I gruppi parlano di un ordine che violerebbe una legge di più di cinquant’anni fa, che mette al bando ogni discriminazione per gli immigrati sulla base delle origini nazionali. Trump ha fondato in realtà il suo ordine esecutivo su un’altra legge, del 1952, che dà al presidente l’autorità di “sospendere l’entrata a ogni classe di stranieri che egli trovi di detrimento agli interessi degli Stati Uniti”. Ma il Congresso, nel 1965, ha di nuovo riaffermato che nessuno può essere “discriminato in termini di emissione di un visto sulla base della sua razza, sesso, nazionalità, luogo di nascita e residenza”.
La preoccupazione cresce anche oltre i confini statunitensi, l’Onu ha rivolto un appello a Trump per proseguire la tradizione americana di accoglienza dei rifugiati e di non operare restrizioni di razza, nazionalità e restrizione. Il Presidente degli Stati Uniti ha sospeso a tempo indeterminato l’ingresso dei rifugiati provenienti dalla Siria. “L’ingresso di cittadini e rifugiati siriani” è “dannoso per gli interessi del Paese”, ha scritto il presidente, che sta trasformando la politica di asilo in una parte fondamentale della strategia anti-terroristica e di difesa della nuova amministrazione americana. Così in una dichiarazione congiunta l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e l’Alto commissariato per i rifugiati hanno ricordato come “il programma americano di reinsediamento sia uno dei più importanti del mondo” e ribadito l’impegno a collaborare con il governo statunitense, come fatto finora, per “proteggere le persone che ne hanno più bisogno”.
Tra i primi a manifestare la propria seria preoccupazione per il decreto anti rifugiati è Malala Yousafzai, la giovane attivista pakistana vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 2014: “Mi si spezza il cuore nel vedere che l’America sta voltando le spalle a una storia gloriosa di accoglienza di immigrati e rifugiati, persone che hanno contribuito a costruire il Paese, disposti a lavorare duramente in cambio di una chance di vita migliore”.
Dall’Europa il primo a rispondere alle dichiarazioni di Trump e alle sue iniziative è stato il presidente Hollande. “Quando le dichiarazioni del presidente americano indicano la Brexit come modello per altri paesi, credo che si debba rispondere”, ha sottolineato il presidente francese poco prima dalla telefonata prevista con il leader della Casa Bianca. L’Ue dovrebbe avviare un “dialogo fermo” con Washington, ha aggiunto il capo dell’Eliseo.
Il giorno dopo aver ricevuto alla Casa Bianca il premier britannico Theresa May, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avviato la diplomazia delle telefonate con i leader dei principali paesi europei. Trump ha sottolineato i legami transatlantici con la Germania, un rapporto di parità con la Russia e si è sentito richiamare dalla Francia per il suo controverso ordine esecutivo che sta bloccando gli arrivi da una serie di paesi islamici.
Il presidente francese Francois Hollande ha invitato l’amministrazione Trump a “rispettare” il principio dell'”accoglienza dei rifugiati”. Secondo l’Eliseo Hollande ha anche esortato Trump a tenere nel dovuto conto “le conseguenze economiche e politiche di un approccio protezionista”. Il presidente socialista ha detto ai giornalisti che l’Europa deve formare un fronte unito e fornire una risposta “ferma” per le politiche controverse di Trump.

Sempre dalla Francia, parlando ad una conferenza stampa congiunta a Parigi con il suo omologo tedesco Sigmar Gabriel, il ministro degli Esteri francese Jean-Marc Ayrault ha detto che molte delle decisioni di Trump stanno preoccupando i due alleati degli Stati Uniti, tra cui le nuove restrizioni in materia di immigrazione.

Ma la protesta contro il bando di Donald Trump all’immigrazione dilaga nel mondo e negli Stati Uniti, da New York fin sotto alla Casa Bianca. L’Onu accusa: è un atto illegale e meschino. Mentre un sondaggio rileva che il 51% degli americani disapprova il lavoro del neopresidente. ”Non è un bando dei musulmani, come i media riportano falsamente”, ha tentato di gettare acqua sul fuoco il tycoon, il quale ha chiamato in causa il suo predecessore: ”E’ simile a ciò che fece il presidente Obama nel 2011 quando bandi’ i visti per i rifugiati dall’Iraq per sei mesi”. Intanto Theresa May e Vladimir Putin stanno preparando i rispettivi incontri con Trump. L’Ue invece risponde: “Noi non discriminiamo”.

Critica anche la Merkel: “La necessaria e decisiva lotta al terrorismo non giustifica in alcun modo – rileva – un generale sospetto contro persone di una specifica fede, in questo caso musulmana, o persone di specifica origine. L’azione contraddice il concetto fondamentale dell’aiuto internazionale ai profughi e della cooperazione internazionale”

La Turchia tra Presidenzialismo, guerra ai curdi e Siria

erdogan bandieraUna nuova Turchia si affaccia all’orizzonte europeo, due svolte importanti nel territorio eurasiatico, la prima è quella che riguarda la riforma costituzionale che porterà la Repubblica turca verso il Presidenzialismo, l’altra riguarda la guerra siriana e la svolta pro-Assad del Presidente turco che chiaramente non dimentica la sua guerra ‘interna’ contro i curdi.

Come promesso e prospettato la Turchia di Erdogan si avvia verso il Presidenzialismo. La Riforma Costituzionale voluta dall’attuale presidente turco che mira a rafforzarne i poteri ha portato a scontri non solo politici e verbali, ma a una vera e propria rissa tra maggioranza e opposizione. La lite è iniziata quando i deputati del Chp, il più antico partito turco dei laici, hanno accusato i colleghi dell’Akp della maggioranza di Erdogan di non votare secondo le procedure previste per lo scrutinio segreto. Alcuni parlamentari dell’Akp hanno quindi cercato di strappare a un collega del Chp il telefono cellulare con cui filmava le presunte irregolarità procedurali. Dalla scintilla la rissa: pugni, spintoni e urla, mentre si votavano i 18 articoli della proposta di riforma costituzionale presentata dalla maggioranza. Ma il presidente Erdogan è intervenuto chiedendo che le operazioni di voto “vadano avanti e ognuno stia al suo posto e faccia il proprio dovere”. Nonostante la rissa, infatti, sono stati approvati altri tre articoli della controversa riforma costituzionale che mira a rafforzare i poteri del presidente Recep Tayyip Erdogan. Gli articoli in questione riguardano l’abbassamento dell’età minima dei deputati da 25 a 18 anni, l’allungamento da quattro a cinque anni della legislatura e i poteri del Parlamento.


L’intera riforma dovrebbe essere approvata (in prima e seconda lettura) nel giro di due settimane.
Nel frattempo, la situazione in Siria prende una nuova piega dopo la svolta a favore di Assad del Presidente Erdogan. La pace sembra vicina, grazie anche all’intermediazione russa, in una terra che vede ormai da oltre cinque anni la guerra civile e la devastazione.
I nuovi negoziati di pace in Siria non sono più a guida Nazioni Unite, ma sotto l’asse Russia-Turchia-Iran.
Il presidente russo Vladimir Putin ha parlato al telefono della conferenza di Astana e del cessate il fuoco in Siria anche con la sua controparte turca Recep Tayyp Erdogan e, secondo quanto assicura il Cremlino, è stato constatato il rispetto “nell’insieme” degli accordi fra governo siriano e opposizione moderata per la cessazione delle ostilità grazie alla mediazione di Mosca e Ankara. Putin ed Erdogan hanno concordato di “rafforzare l’impegno attivo comune per preparare i negoziati fra le parti siriane ad Astana”, ha precisato il Cremlino. Russia e Turchia si sono proposti, insieme all’Iran, come garanti di un nuovo processo di pace per la Siria incentrato, nelle loro intenzioni, su colloqui fra le parti ad Astana. Tuttavia se per la Siria si prospetta la pace, per i curdi è ancora tempo di guerra e non solo in Turchia: i rappresentanti curdi siriani non sono stati infatti nemmeno invitati ai negoziati di pace sulla Siria promossi dalla Russia e dalla Turchia che si terranno in Kazakistan (probabilmente il 23 gennaio). Eppure in precedenza Mosca, alleata del presidente siriano Bashar al-Assad, aveva spinto per la presenza dei curdi al tavolo negoziale di Ginevra. Ma Ankara ritiene che Pyd e Ypg siano emanazione del Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan, che in Turchia sta combattendo un’insurrezione violenta contro lo Stato.
Intanto la depurazione di Erdogan contro i curdi varca i confini: l’aviazione turca ha compiuto ieri pomeriggio, per il secondo giorno consecutivo, nuovi raid contro il Pkk curdo in nord Iraq (nella regione di Zap), distruggendo almeno 4 obiettivi dei ribelli, tra cui rifugi e postazioni armate. Lo fanno sapere le forze armate di Ankara, che hanno anche diffuso un breve video dei bombardamenti.