Di Maio contro Tria su manovra e reddito di cittadinanza

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Tria cerca la linea del buonsenso e manda su tutte le furie Di Maio e Salvini. La linea prudenziale del Ministro dell’economia è infatti del tutto incompatibile con le proposte della flat tax e del reddito di cittadinanza. Tria ha come obiettivo principale quello di non sforare il tetto di deficit imposto dalla Ue. I due vicepremier invece quello di vedere realizzati, o almeno di dare inizio a quelle che sono stare le loro principali promesse della campagna elettorale. Evidentemente la tenuta dei conti e la soddisfazione delle sparate per prendere voti non sono compatibili. “Bisogna andare oltre la flat tax riducendo il carico fiscale sulla classe media” ha detto il ministro dell’Economia, Giovanni Tria. “Siamo ad uno studio molto avanzato – ha spiegato – che ridurrà il carico fiscale sulla classe media mantenendo il budget gestibile”. Nella prossima Manovra, la Lega in particolare ha puntato su una riproposizione di aliquote agevolate per le Partite Iva, desistendo dalla formula iniziale di revisione della tassazione generale che avrebbe portato a un conto eccessivo. È stata anche presa in considerazione l’ipotesi di abbassare la prima aliquota Irpef dal 23 al 22 per cento, poi abbandonata perché avrebbe disperso troppe risorse per dare benefici di pochi euro.

Ma se sul lato fiscale comunque qualcosa di è mosso, almeno come tema su cui mettere l’attenzione, le grandi promesse dei 5 Stelle non sono mai state neanche oggetto di discussione da parte di Tria. Infiatti alla fine del del vertice sulla manovra Luigi Di Maio era infuriato contro il ministro dell’Economia, Giovanni Tria. La battaglia più grande per il vicepremier M5S è quella sul reddito di cittadinanza. E Luigi Di Maio non la prende bene e sbatte i pugni sul tavolo come fosse un capriccio: “Nessuno ha chiesto le dimissioni del ministro Tria ma pretendo che il ministro dell’Economia di un governo del cambiamento trovi i soldi per gli italiani che momentaneamente sono in grande difficoltà”. Il tutto mentre si sommano altri i punti di scontro all’interno del governo: tra questi la vicenda della ricostruzione del ponte Morandi e del commissario straordinario per Genova, il dossier servizi e la pace fiscale. Su quest’ultimo punto Di Maio assicura: “Il M5S non voterà nessun condono”. Infatti il vicepremier ha detto più volte di non essere disposto a cedere sul reddito di cittadinanza, anche a costo di mandare a casa Tria.

“Sono settimane – ha commentato Domenico Proietti Segretario Confederale UIL – che il Governo annuncia la pace fiscale, il concordato e il condono. Sia chiaro: i lavoratori dipendenti e i pensionati, che sono i cittadini a più alta fedeltà fiscale, non sopporteranno nuovi interventi volti a coprire e favorire l’odiosissimo fenomeno dell’evasione fiscale. L’Italia detiene il triste primato di essere il Paese con la più elevata evasione fiscale in tutto l’Occidente. È questo il vero tema che il Governo deve affrontare, con una svolta politica radicale, nella lotta senza quartiere a chi non fa il proprio dovere con il fisco. Questo intervento – ha concluso Proietti – permetterebbe di ridurre significativamente le tasse a tutti gli italiani che le pagano, a partire da lavoratori dipendenti e pensionati”.

Istat, a luglio produzione in calo

produzione industrialeSembra un paradosso: l’occupazione in crescita e la produzione in discesa. Anche se l’Istat ha comunicato oggi entrambi i dati, quelli sull’occupazione si riferiscono al secondo trimestre del 2018 (cioè al 30 giugno 2018), mentre i dati sulla produzione si riferiscono al luglio 2018 (cioè al 31 luglio 2018). La differenza di un mese potrebbe essere significativa e dovremo aspettare i dati sull’occupazione del mese di luglio per poterli relazionare allo stesso periodo con i dati sulla produzione.

Secondo l’Istat, nel secondo trimestre del 2018 si è raggiunto e superato il numero degli occupati del secondo trimestre 2008 e il tasso di occupazione 15-64 anni non destagionalizzato è tornato allo stesso livello (59,1% in entrambi i periodi). Allo stesso livello di occupati del 2008 corrisponde una maggiore presenza di dipendenti (77%; +2,8 punti), in particolare a termine (13,4%; +3,1 punti) e di lavoratori a tempo parziale (18,7%; +4,1 punti). Il tasso di disoccupazione è sceso al 10,7% nel secondo trimestre 2018 ed ha toccato il livello più basso da sei anni.  Per trovare un risultato più basso bisognerebbe tornare al secondo trimestre del 2012 (10,6%). Rispetto al trimestre precedente il calo è stato di 0,2 punti percentuali e rispetto all’anno precedente di 0,3 punti. Nel confronto tendenziale, per il quinto trimestre è proseguita, con minore intensità, la diminuzione dei disoccupati (-34 mila in un anno, -1,2%) che riguarda solo il Sud. Bisogna anche notare che dieci anni fa il numero degli occupati a tempo determinato era minore.

Invece, a luglio 2018 c’è stata una brusca discesa per la produzione industriale. L’Istat ha registrato un calo dell’1,8% rispetto al mese precedente e una flessione dell’1,3% anche rispetto a luglio 2017 (nei dati corretti per effetti di calendario). Si tratterebbe della prima contrazione tendenziale a partire da giugno 2016 e del risultato peggiore da oltre tre anni, a partire da gennaio 2015 (-1,8%). I dati grezzi hanno segnato, invece, +1,8%.  Nella media dei primi sette mesi la produzione è cresciuta del 2% su base annua. Nella media del trimestre maggio-luglio, invece, il livello della produzione ha registrato una flessione dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti. L’indice destagionalizzato mensile dell’Istat ha mostrato diminuzioni congiunturali in tutti i comparti: variazioni negative hanno segnato i beni strumentali (-2,2%), i beni di consumo (-1,7%) e i beni intermedi (-1,2%); in misura più contenuta è diminuita l’energia (-0,8%). Gli indici corretti per gli effetti di calendario hanno registrato a luglio 2018 una lieve crescita tendenziale solamente per il raggruppamento dei beni strumentali (+0,7%); variazioni negative sono registrate, invece, per i beni intermedi (-2,2%), i beni di consumo (-1,9%) e l’energia (-1,4%). I settori di attività economica che hanno registrato la maggiore crescita tendenziale sono stati l’attività estrattiva (+2,8%), la fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche (+1,8%) e la fabbricazione di macchinari e attrezzature n.c.a. (+1,3%). Le maggiori flessioni hanno riguardato, invece, la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-6,4%), l’industria del legno, della carta e stampa (-5,8%), la metallurgia e prodotti in metallo (esclusi macchine e impianti) (-2,8%) e la fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi (-2,8%).

Anche nell’area euro c’è stata una nuova e netta contrazione della produzione dell’industria. A Luglio ha registrato un calo dello 0,8 per cento rispetto al mese precedente, una diminuzione della stessa entità di quella segnata a giugno, secondo i dati di Eurostat, l’ente di statistica dell’Unione europea. In questo modo la variazione su base annua della produzione è piombata a valori negativi, un meno 0,1 per cento a fronte del più 2,3 per cento di giugno.

Si tratterebbe della prima variazione negativa su base annua da due anni a questa parte. Secondo Eurostat, per trovare un altro calo bisognerebbe risalire al luglio del 2016, quando la produzione registrò un meno 0,2 per cento.

Tornando alla variazione mensile, spicca il fatto che a determinare la flessione generale è stata una pesante contrazione della produzione sui beni di consumo: meno 1,9 per cento su quelli durevoli e meno 1,3 per cento di quelli non durevoli. I beni intermedi, invece, così come quelli strumentali, hanno segnato un più 0,8 per cento, l’energia un più 0,7 per cento.

Tra le grandi economie dell’area euro solo la Francia è scampata al calo generale, con un più 0,7 per cento su mese. In Germania la produzione è calata dell’1,8 per cento, così come in Italia, e si tratta dei due primi paesi per il manifatturiero europeo, mentre in Spagna è scesa dello 0,3 per cento.

Anche per l’occupazione, come in Italia, si registra un record di occupati in Europa. I dati diffusi da Eurostat indicano che nell’area euro i lavoratori ammontano a 158 milioni nel secondo trimestre dell’anno e 238,9 milioni nell’Europa a 28. L’Ufficio statistico di Bruxelles ha sottolineato: “Sono i numeri più alti mai registrati nelle due aree”.

Ma i dati si riferiscono al secondo trimestre dell’anno in cui è proseguito il trend positivo dell’occupazione nel vecchio continente con una crescita dello 0,4% degli occupati rispetto ai primi tre mesi dell’anno sia nell’Eurozona che nei 28 paesi Ue. Su base annuale nel club dell’euro l’occupazione è aumentata dell’1,5% mentre nell’Ue dell’1,4%.

Nel periodo aprile-giugno le migliori performance sono state registrate da Malta ed Estonia con una crescita dell’1,3%, a seguire la Polonia (+1,2%), Cipro (+1%) e Lussemburgo (+0,9%). In Lettonia, Portogallo e Romania l’occupazione ha accusato una battuta d’arresto con una flessione dello 0,3% sul trimestre precedente e in Bulgaria -0,2%.

Tra le maggiori economie del continente, in Italia gli occupati hanno registrano un aumento dello 0,5% sul primo trimestre e +0,9% sullo stesso periodo dello scorso anno. Incrementi più modesti in Germania (+0,2%) e Francia (+0,1%).

A conferma di un trend positivo anche le previsioni di Manpower hanno previsto per l’ultimo trimestre dell’anno una crescita degli occupati in Italia pari al 2%, la seconda più alta dal 2011. Riccardo Barberis, ceo di ManpowerGroup Italia, ha dichiarato: “Le previsioni di assunzione da parte delle imprese italiane sono positive e riflettono un buon livello di ottimismo, in un momento caratterizzato anche dalla transizione politica e dalle nuove misure introdotte sul mercato del lavoro con la recente approvazione del Decreto Di Maio. Crediamo, che la definizione di una strategia mirata all’attrazione e alla preparazione dei talenti debba essere una priorità, dal momento che in Italia il tasso di Talent Shortage registra il livello più alto degli ultimi 12 anni. Non solo attrarre e trattenere i migliori talenti, ma lavorare in sinergia con le imprese e le istituzioni per costruire le professionalità adeguate, deve essere un obiettivo chiave, nei prossimi mesi. Un’attenzione particolare dovrà essere posta a favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. L’Istat ha recentemente sottolineato come il livello degli under25 in cerca di occupazione sia uno dei più altri degli ultimi 10 anni (32,6%). Urgono misure che consentano ai giovani di sviluppare le competenze richieste dal mercato e di sviluppare un’occupabilità di lungo termine”.

Ieri, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha rotto gli indugi sul taglio dell’Irpef annunciando l’intenzione, compatibilmente con gli spazi di bilancio, di procedere con la riduzione e l’accorpamento delle aliquote per i redditi familiari. Un’operazione che, secondo le intenzioni del titolare dell’Economia, dovrà essere fatta in modo equilibrato, coerente e graduale.

Allo studio ci potrebbe quindi essere una revisione più ampia rispetto all’ipotesi circolata nei giorni scorsi di tagliare solo l’aliquota più bassa dal 23 al 22% fino a 15mila euro. L’intervento, già di per sé, sarebbe molto costoso: servirebbero circa 3 miliardi di euro e avrebbe effetti maggiori sul primo scaglione, cioè su circa 18,4 milioni di contribuenti (ma poco più di 10 milioni di questi soggetti sono già nella no-tax area). Proprio per gli elevati costi dell’operazione era anche trapelata l’ipotesi di un rinvio al 2020 dell’intero pacchetto intervenendo successivamente ma in maniera più corposa.

Tria, dalla Summer School di Confartigianato, ha, invece, reso pubblica l’intenzione dell’esecutivo di procedere da subito nella legge di bilancio (che dovrà essere approvata entro il 20 ottobre) alla riduzione dell’Irpef.

Il ministro dell’Economia ha detto: “Bisogna trovare spazi in modo molto graduale per una partenza di un primo accorpamento delle aliquote e una riduzione per i redditi familiari”.

Invece, per quanto riguarda la flat tax prevista dal contratto di governo, Tria ha ammesso: “Si tratta di un processo complesso che richiede tempo, perché va finanziata con le tax expenditures (detrazioni e deduzioni fiscali). E in Italia c’è una complessità di aliquote alte e di tax expenditure: non si capisce mai chi vince e chi perde”. Il responsabile dell’Economia, inoltre, ha detto: “Ci sarà una pace fiscale, tanto più motivata perché collegata alla riforma fiscale e alla riduzione della pressione fiscale che sarà strutturale. Mentre sui redditi minimi probabilmente si alzerà la soglia di un pò, ma è ancora in discussione fino a quanto”.

La Lega, che si è tornata a riunire con Matteo Salvini, per mettere a punto le proprie proposte, punta a partire proprio con l’ampliamento del regime dei minimi, applicando l’aliquota piatta del 15% fino a 65mila euro e del 20% sui redditi aggiuntivi fino a 100mila euro. Tra le altre opzioni, il viceministro del Carroccio, Massimo Garavaglia, ha confermato la maxi-detassazione Ires per le imprese che investono gli utili in beni, macchinari, capannoni e assunzioni. E’ allo studio, ha detto, l’introduzione di “una dual tax Ires, al 24% per quello che tiri fuori e al 15% strutturale su quello che resta dentro l’azienda”. Dopo gli ultimi interventi normativi l’aliquota Ires è oggi al 24% dal precedente 27,5%.

Da giorni, comunque, tutti i rappresentanti del governo giallo-verde insitono sul fatto che le tre riforme (fisco, pensioni e reddito di cittadinanza) devono coesistere in manovra. Anche per Tria, che ha smentito qualsiasi contrasto all’interno dell’esecutivo, le tre riforme previste nel contratto devono andare di pari passo. Ma il reddito di cittadinanza per avere effetti sulla crescita “deve essere disegnato bene”.

Tria ha concluso: “Sarebbe equilibrato fare un pò di tutto e vedere se le misure hanno una coerenza, ma il centro della manovra sono gli investimenti, la botta alla crescita deve venire dagli investimenti”.

L’ottimismo del Governo nel proseguire il percorso ed anche le previsioni di ManpowerGroup Italia (in controtendenza con molte altre analisi economiche), non sappiamo fino a che punto tengono conto degli effetti congiunturali derivanti dai dazi statunitensi e dalla cessazione del QE della Bce a fine anno, i cui effetti non saranno certamente positivi. I dati sulla produzione di luglio potrebbero essere un primo segnale.

Salvatore Rondello

Pensioni, assunzioni, come funziona il rimborso 730. Tutte le novità

Pensioni in regime di cumulo

NOVITÀ PER CONSULENTI LAVORO E COMMERCIALISTI

La Cassa nazionale di previdenza e assistenza dei dottori Commercialisti e l’Ente nazionale di previdenza e assistenza per i consulenti del lavoro hanno recentemente comunicato l’avvenuta stipula con l’Inps della convenzione per l’erogazione delle prestazioni pensionistiche, in regime di totalizzazione e di cumulo dei periodi assicurativi. La firma della convenzione è stata apposta al termine di un proficuo confronto di merito con la presidenza dell’istituto, cui va ascritto l’impegno nel recepire le specificità dei due enti di previdenza privatizzati. La stipula consente di sbloccare la proceduralizzazione informatica delle pratiche di pensione in cumulo, l’iter delle cui istruttorie era stato, comunque, formalizzato per tempo alle sedi Inps di competenza.

“Finalmente i nostri iscritti – ha dichiarato il presidente dell’Ente nazionale di previdenza e assistenza per i consulenti del lavoro, Alessandro Visparelli – potranno ottenere l’erogazione delle loro pensioni in cumulo e, in molti casi, dei dovuti arretrati”. “La firma della convenzione con l’Inps – ha precisato ulteriormente Visparelli – è arrivata al termine di un serrato confronto con l’Inps che si è reso necessario per definire il contenuto degli importanti allegati tecnici, inadeguati per l’Enpacl nella versione originariamente proposta”.

“Siamo soddisfatti – ha commentato da parte sua il presidente della Cassa nazionale di previdenza e assistenza dei dottori Commercialisti, Walter Anedda – che l’Inps abbia recepito le nostre richieste nell’allegato tecnico tenendo così conto delle esigenze manifestate dalla Cassa di previdenza e assistenza dei dottori commercialisti nell’ambito di un costruttivo confronto istituzionale”.

Osservatorio Inps

ASSUNZIONI IN AUMENTO NEI PRIMI 5 MESI

La dinamica dei flussi – Le assunzioni, riferite ai soli datori di lavoro privati, nel periodo gennaio-maggio 2018 sono aumentate del 9,8% rispetto allo stesso periodo del 2017. In crescita risultano tutte le componenti: contratti a tempo indeterminato +3,1%, contratti di apprendistato +13,7%, contratti a tempo determinato +8,4%, contratti stagionali +7,0%, contratti in somministrazione +21,5% e contratti intermittenti +8,8%.

Nei primi cinque mesi dell’anno si conferma l’aumento delle trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato (+70.000), che registrano un forte incremento rispetto al periodo gennaio-maggio 2017 (+45,7%). In contrazione risultano, invece, i rapporti di apprendistato confermati alla conclusione del periodo formativo (-18,4%).

Le cessazioni nel complesso sono in aumento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (+14,3%): a crescere sono le cessazioni di tutte le tipologie di rapporti a termine, soprattutto i contratti a tempo determinato e in somministrazione, mentre diminuiscono quelle dei rapporti a tempo indeterminato (-4,1%).

La fruizione dell’incentivo esonero triennale giovani – Nei primi cinque mesi del 2018 sono stati incentivati 50.998 rapporti di lavoro con i benefici previsti dall’esonero triennale strutturale per le attivazioni di contratti a tempo indeterminato di giovani (Legge n.202 del 27/12/2017), di questi 28.174 sono riferiti ad assunzioni mentre 22.824 sono relativi a trasformazioni a tempo indeterminato. Il numero dei rapporti incentivati è pari al 6,9% del totale dei rapporti a tempo indeterminato attivati.

La variazione dei rapporti di lavoro attivi – Nel periodo gennaio-maggio 2018, nel settore privato, si registra un saldo, tra assunzioni e cessazioni, pari a +748.000, di poco inferiore a quello del corrispondente periodo del 2017 (+767.000).

Il saldo annualizzato (vale a dire la differenza tra assunzioni e cessazioni negli ultimi dodici mesi) consente di misurare la variazione tendenziale delle posizioni di lavoro.

A maggio 2018 questo saldo risulta pari a +443.000, in linea con quanto  registrato ad aprile (+447.000).
Rispetto al mese precedente migliora per il quinto mese consecutivo la variazione tendenziale dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato che rimane però ancora negativa (-39.000); risulta positiva e in aumento la variazione dei rapporti di somministrazione, di apprendistato e di quelli stagionali; per il tempo determinato e l’intermittente si registra una variazione tendenziale ancora significativamente positiva seppur in progressiva riduzione.

Il lavoro occasionale – In questa edizione dell’Osservatorio vengono pubblicati i dati relativi ai primi cinque mesi del nuovo lavoro occasionale (art. 54-bis del decreto legge n. 50/2017): il fenomeno risulta, come del resto implicito nella normativa, di dimensioni modeste.

Nei primi cinque mesi del 2018 la consistenza dei lavoratori impiegati con Contratti di Prestazione Occasionale (CPO) si è attestata tra le 15.000 e le 20.000 unità con un importo mensile lordo medio pari a circa 250 euro.

Per quanto invece attiene ai lavoratori pagati con i titoli del Libretto Famiglia (LF), a maggio 2018 si sono superati i 7.000 lavoratori impiegati con un importo mensile lordo medio pari a 350 euro.
I dati completi sono consultabili sulla home page del sito istituzionale dell’Inps (www.inps.it) nella sezione Dati e analisi/Osservatori Statistici, report dal titolo “Osservatorio sul precariato”.

Cassa integrazione – Nel mese di giugno, rileva l’Istituto nazionale di previdenza, il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 19,5 milioni, in diminuzione del 27,6% rispetto allo stesso mese del 2017 (27,0 milioni). L’Inps precisa che in data 2 giugno è stata effettuata la rilettura degli archivi, pertanto i dati pubblicati prima di tale data potrebbero aver subìto variazioni.

In particolare, rileva l’istituto, le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate a giugno 2018 sono state 9,8 milioni. Un anno prima, nel mese di giugno 2017, erano state 10,2 milioni: di conseguenza, la variazione tendenziale è pari a -3,5%. La variazione tendenziale è stata pari a -3,4% nel settore Industria e -3,7% nel settore Edilizia. La variazione congiunturale registra nel mese di giugno 2018 rispetto al mese precedente un decremento pari al 9,4%.

Quanto al numero di ore di cassa integrazione straordinaria autorizzate a giugno 2018 è stato pari a 9,6 milioni, di cui 5,1 milioni per solidarietà, registrando una diminuzione pari al 29,4% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che registrava 13,6 milioni di ore autorizzate. Nel mese di giugno 2018 rispetto al mese precedente si registra una variazione congiunturale pari al -25,0%.

Infine gli interventi in deroga sono stati pari a 0,1 milioni di ore autorizzate a giugno 2018 registrando un decremento del 96,4% se raffrontati con giugno 2017, mese nel quale erano state autorizzate 3,2 milioni di ore. La variazione congiunturale registra nel mese di giugno 2018 rispetto al mese precedente un decremento pari al 47,5%.

A maggio 2018, rileva inoltre l’Inps, sono state presentate 100.075 domande di NASpI e 1.150 di DisColl. Nello stesso mese sono state inoltrate 1.049 domande di ASpI, mini ASpI, disoccupazione e mobilità, per un totale di 102.274 domande, il +4,0% rispetto al mese di maggio 2017 (98.353 domande).

Mod. 730/2018

COME FUNZIONA IL RIMBORSO

IL 7 luglio è scaduto il termine di presentazione del modello 730 ordinario, mentre chi ha adottato il modello precompilato ha ancora fino al 23 luglio per inviarlo. Con questa dichiarazione dei redditi viene effettuato un ricalcolo delle imposte Irpef dovute, al netto delle detrazioni alle quali si ha diritto. Quindi può accadere che con il ricalcolo ci si renda conto che il contribuente abbia pagato più tasse di quanto avrebbe dovuto o al contrario che ne abbia pagate meno.

Nel primo caso il contribuente beneficia di un rimborso, un vero e proprio conguaglio dell’Irpef. Per il lavoratore dipendente il credito riconosciuto sarà pagato direttamente in busta paga dal proprio datore di lavoro, mentre per il pensionato sarà l’Inps a riconoscerlo insieme all’assegno previdenziale. Quindi, per il dipendente è il datore di lavoro a porsi come sostituto d’imposta, mentre per il pensionato è l’Inps. Per i contribuenti che pur avendo diritto al rimborso Irpef sono privi di sostituto d’imposta, l’accredito avviene direttamente sul conto corrente (bisognerà indicare l’Iban all’interno del modello 730), oppure in alternativa sarà l’Agenzia delle Entrate a inviare una comunicazione al titolare del rimborso, invitandolo a presentarsi presso un ufficio postale per la riscossione del credito.

Ma quali sono i tempi per il rimborso Irpef? Naturalmente dipende dalla data in cui si invia la dichiarazione dei redditi con il modello 730/2018. Comunque i primi rimborsi Irpef per i lavoratori dipendenti arriveranno già con lo stipendio di luglio, mentre per i pensionati l’accredito è previsto con la pensione di agosto o – al più tardi – con quella di settembre.

Carlo Pareto

Lavoratori in malattia, quando gli ospedali non rilasciano il certificato Inps

Lavoratori in malattia

SENZA CERTIFICATO AL PRONTO SOCCORSO, SANZIONI INPS

Gli ospedali sempre più spesso non rilasciano il certificato di malattia per l’Inps e questo brucia giorni di ferie a pazienti che lavorano nel settore pubblico e in quello privato.

Il fenomeno che riguarda soprattutto la permanenza nei pronto soccorso (ma spesso non si certifica neanche per i ricoveri in day hospital o per esami specialistici), ha assunto dimensioni tali da costringere Maria Corongiu, il segretario della Fimmg Lazio il maggiore sindacato dei medici di medicina generale, a segnalare la situazione di vera e propria emergenza ai vertici della Regione Lazio denunciando un disservizio che crea danni ai lavoratori.

Scrive il segretario della Fimmg Lazio: “Purtroppo pervengono alla nostra organizzazione molte segnalazioni di iscritti in merito al mancato rilascio di certificazione telematica di malattia da parte del sistema ospedaliero nonché l’inesistenza o quasi della prescrizione sia essa cartacea, elettronica o dematerializzata, presso le strutture sanitarie. Nel merito della certificazione di malattia la questione appare grave perché espone il lavoratore al non riconoscimento del periodo di malattia, come giustamente sottolinea l’Inps”.

Ma c’è di più: la mancata osservanza di una norma della legge Brunetta, induce conflittualità con i pazienti che per salvare i giorni di ferie richiedono al Medico di famiglia una certificazione praticamente al buio, “ed è una cosa impossibile da effettuare perché contro legge”, sottolinea Corongiu.

L’Inps, proprio di recente ha emanato una circolare, la 1074 del 9 marzo 2018, con le istruzioni operative circa la permanenza prolungata di pazienti presso le Unità operative di Pronto Soccorso e relativa certificazione. La lettera è stata inviata alla direzione personale dell’assessorato alla Sanità ma finora non risultano ancora essere stati assunti provvedimenti per rimuovere la criticità segnalata.

Inps

LAVORATORI DIPENDENTI: GLI INDICI 2018

Sono tutti coloro che prestano la loro attività alle dipendenze di altri che si impegnano, per effetto di un contratto, in cambio di una retribuzione (stipendio), a prestare il proprio lavoro intellettuale o manuale in maniera subordinata e sotto la direzione di un soggetto detto “datore di lavoro. Costui impartisce le istruzioni al dipendente e s’impegna a fornirgli le materie prime e gli strumenti necessari allo svolgimento della prestazione lavorativa.

I lavoratori dipendenti, a fronte dell’attività prestata, percepiscono un compenso economico. Tutte le somme e i valori che i datori di lavoro erogano ai dipendenti costituiscono, sotto il profilo fiscale, redditi da lavoro dipendente e sono soggetti a tassazione secondo la disciplina dell’imposta sul reddito delle persone fisiche ( Irpef). Il reddito lordo rappresenta il salario nominalmente determinato sul quale sono calcolati i contributi previdenziali.

Secondo le modalità normate dalle attuali disposizioni vigenti in materia, il prelievo dei contributi avviene direttamente dalla busta paga: il datore di lavoro trattiene una somma dalla retribuzione per poi versarla all’Inps. Il sistema di previdenza dei lavoratori dipendenti, iscritti nel regime generale dell’Inps, è infatti finanziato attraverso una corresponsione degli oneri assicurativi rapportati, per la maggior parte delle categorie, alla reale retribuzione e, per le altre, a compensi cosiddetti convenzionali. Il contributo è per definizione “obbligatorio”, in quanto dovuto per legge, indipendentemente da eventuali accordi tra le parti. Le quote contributive da versare vengono calcolate in percentuale sugli stipendi ricevuti: una parte è a carico dell’azienda e una parte a carico del lavoratore. La retribuzione è formata da tutto ciò che il lavoratore percepisce, in denaro o in natura, al lordo di qualsiasi ritenuta. Tuttavia alcune voci sono escluse dagli emolumenti in questione e non sono pertanto soggette a gravame assicurativo come per esempio: gli assegni familiari, le somme spese per le borse di studio, gli asili nido e le colonie a favore dei familiari dei dipendenti, il trasporto collettivo del personale anche se affidato a terzi. I contributi devono essere corrisposti ogni mese dalle aziende tramite il modello di versamento unificato “F24” e sono dichiarati all’Istituto di previdenza con la denuncia mensile degli oneri contributivi “DM10”. A partire da gennaio 2005, i datori di lavoro devono trasmettere mensilmente all’Ente assicuratore in via telematica, con la denuncia “EMens”, poi sostituita dall’Uniemens, i dati retributivi riferiti ad ogni lavoratore dipendente e le informazioni necessarie al calcolo della contribuzione dovuta, all’aggiornamento delle posizioni assicurative individuali e all’eventuale erogazione delle prestazioni qualora richieste. Quanto si paga? I contributi per la pensione sono calcolati sulla retribuzione lorda del lavoratore dipendente. Nella generalità dei casi la percentuale globale è pari al 33%. Sono tuttavia previste apposite soglie da rispettare tassativamente. Vale a dire cioè la retribuzione da assumere come base per il computo dei contributi del dipendente non deve essere inferiore alla retribuzione minima stabilita da leggi, regolamenti, contratti collettivi nazionali o da accordi collettivi o contratti individuali. Di conseguenza, non possono essere versati all’Inps contributi al di sotto di determinati limiti annui stabiliti dalla legge, i cosiddetti minimali. Essi cambiano di anno in anno in base agli indici Istat di variazione del costo della vita. Per il 2018 il minimale è pari a euro 202,97 settimanali, cioè euro 10.554,44 annui. Se l’Impresa datoriale corrisponde comunque un importo inferiore, il lavoratore si vedrà ridotta l’anzianità previdenziale in misura proporzionale alla cifra versata. Al contrario, il massimale è il limite di retribuzione oltre il quale gli oneri assicurativi non sono più dovuti. Esiste solo per i lavoratori a cui si applica il sistema contributivo cioè coloro: che si sono iscritti per la prima volta all’Istituto a partire dal 1° gennaio 1996; o che, pur essendo iscritti all’Ente prima del 1996, scelgono di andare in pensione con il sistema contributivo. Anche il massimale varia di anno in anno in base agli indici Istat di variazione del costo della vita. Per il 2018 il limite massimo oltre il quale non scatta più l’obbligazione contributiva per la pensione è pari a euro 101.427,00. Per i lavoratori più anziani, il massimale influisce solo sui periodi contributivi successivi alla data in cui è stata esercitata l’opzione per il sistema contributivo.

Inps

ASSENZA A VISITA MEDICA

Come noto i lavoratori assenti per malattia hanno l’obbligo di essere reperibili negli orari delle visite fiscali. Infatti, sia i dipendenti del comparto pubblico che privato – per i quali le visite fiscali dopo la riforma Madia sono di competenza del Polo Unico Inps – devono farsi trovare al domicilio indicato nel certificato negli orari previsti, così da essere a disposizione del medico inviato dall’Istituto per l’accertamento dello stato di malattia. L’obbligo di reperibilità vale per tutti i giorni della settimana – anche nei festivi e nelle domeniche se compresi nel periodo di assenza dal lavoro – e nelle seguenti fasce orarie: 9-13 e 15-18 per il personale del pubblico impiego, 10-12 e 17-19 per quello del settore privato. Inoltre, così come disposto dal Decreto Madia, le visite fiscali possono essere anche ripetute nello stesso periodo di indisposizione. Rispettare l’obbligo di reperibilità è di fondamentale importanza per il lavoratore, poiché in caso di assenza alla visita fiscale scattano delle sanzioni severe. Nel dettaglio, in caso di mancata reperibilità, il lavoratore perde il diritto all’indennità economica di malattia per i primi 10 giorni di assenza; dal 10° giorno, in poi, invece, questa viene dimezzata. Dalla data della terza assenza alla visita di controllo non giustificata, si perde il diritto all’intera prestazione per tutto il periodo della malattia. Tuttavia il dipendente anche in caso di assenza può evitare la sanzione dimostrando, entro 15 giorni, che rientrava in uno dei casi di esenzione riconosciuti dalla legge. Ad esempio, è considerato motivo di esenzione il doversi sottoporre ad una terapia salvavita o a degli accertamenti specialistici, oppure il doversi recare in farmacia (qualora non ci sia nessuno a farlo per conto vostro). E’ opportuno ricordare, infine, che le sanzioni possono essere ancora più estreme in presenza di assenza reiterata; in relazione alla gravità del caso, difatti, il mancato rispetto in più di un’occasione dell’obbligo di reperibilità può portare al licenziamento per giusta causa del lavoratore.

Carlo Pareto

Le due italie, l’enorme gap tra Nord e Sud

Italia-Sud

Nel 2016 il  reddito medio degli italiani   è stato di  20.940  euro ma la fotografia del Paese mostra un gap enorme tra nord e sud. Lo dicono i dati del Mef contenuti nel dossier ‘Statistiche sulle dichiarazioni fiscali, analisi dei dati Irpef – anno d’imposta 2016’, dove sono riportati i dati delle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2017. Nel  nord-ovest   il reddito medio è di  23.860 euro, mentre al  sud  si ferma a 16.550 euro, con una differenza di ben 7.310 euro. In pratica i redditi nell’area settentrionale sono del 44,2% in più  rispetto a quelli del meridione. Nel mezzo c’è il resto dell’Italia, con il nord est che arriva a 22.420 euro, il  centro  si ferma a  21.780 euro.  Le isole superano di poco il minimo delle regioni del sud, fermandosi a quota 16.660 euro. Rispetto alla media nazionale gli abitanti delle regioni meridionali dichiarano un reddito del 21% inferiore, seguiti dagli isolani (-20,4%); mentre per i residenti del nord-ovest si registra un gettito del 13,9% superiore, seguiti dai vicini del nord est (+7,1%). Ad avvicinarsi di più al dato medio sono i contribuenti del centro Italia, con un +4%.

Al primo posto, tra le regioni, si classifica la  Lombardia  con 24.750 euro, seguita dalla provincia di Bolzano 23.450 euro; mentre la Calabria ha il reddito medio più basso con 14.950 euro. Tra i primi e gli ultimi c’è una differenza di ben 9.800 euro, che porta i lombardi ad avere un reddito del 65,5% superiore rispetto ai calabresi.

Tornando ai dati divisi per macro aree, l’incremento maggiore di redditi in termini assoluti è quello registrato dagli abitanti del nord est che, rispetto all’anno precedente, hanno visto crescere le entrate di 360 euro. Al secondo posto il centro, dove i lavoratori nel 2016 hanno percepito 257 euro in più rispetto al 2015. Segue la zona più ricca della penisola, con un aumento di 225 euro; mentre agli ultimi posti si posizionano le isole, con un incremento di 175 euro, e il sud con 167 euro. Il confronto tra i due anni mostra che il gap tra i più ricchi ed i più poveri è ulteriormente aumentato, passando da 7.252 euro a 7.310 euro (+0,8).

Se il nuovo Governo introdurrà la flat tax, il divario tra Cetro-Nord e Sud crescerà ulteriormente. Il meridione con la ‘flat tax’ pagherà più tasse, mentre il Centro ed il Nord pagheranno meno tasse. Si porrà, dunque, un problema di giustizia fiscale, ma anche di conflittualità con il dettato costituzionale che prevede la progressività delle imposte applicate con modalità direttamente proporzionali alla capacità contributiva dei contribuenti.

Salvatore Rondello

Disagio sociale in aumento. Gli Italiani sono più poveri

EVIDENZA-Povertà-Italia-ISTAT

Dall’Outlook Italia 2018 a cura di Confcommercio e Censis emerge il quadro dove gli italiani sono più poveri. Dall’indagine fatta, in dieci anni sono andati in fumo 20mila euro di ricchezza pro capite. Tra il 2007 e il 2018 i consumi si sono ridotti di mille euro a testa, mentre il reddito disponibile si è ridotto di quasi duemila euro e la ricchezza finanziaria di 9mila euro. La ricchezza immobiliare è diminuita di più di 11mila euro a persona.

La fiducia delle famiglie, negli ultimi due anni, è risultata stazionaria o in moderato calo, e questo non è un buon viatico per il consolidamento della ripresa che mostra segnali di debolezza, come ha spiegato il responsabile dell’Ufficio Studi di Confcommercio, Mariano Bella.

Dal 2013 al marzo del 2018 è aumentata la quota delle famiglie che ha visto diminuire la propria capacità di spesa soprattutto a causa dell’incidenza delle spese obbligate (affitti, bollette etc.) e dell’incertezza sul futuro che ha indotto molti a mettere da parte i soldi per eventuali imprevisti.

Tra i più gravi problemi del Paese, quasi 3 italiani su 10 (il 29,1%) indicano la mancanza di lavoro, seguita dall’evasione fiscale (16,2%) e dall’eccessivo prelievo fiscale (13,3%). Povertà e immigrazione si collocano, invece, in fondo alla lista delle criticità.

Quanto al carico fiscale, la metà degli italiani ritiene più urgente evitare l’aumento dell’Iva (55,7% donne e 48,2% uomini), e poi ridurre l’Irpef e le tasse sulla casa.

Le maggiori ingiustizie sociali si verificano, per il 37% degli italiani, nell’accesso ad un buon lavoro garantito oggi solo a chi è in possesso delle ‘conoscenze giuste’. Il 24,8% indica, invece, l’accesso ai servizi pubblici, dalla sanità all’istruzione, che sono di buona qualità in alcune aree del Paese e pessime in altre. Il 16,1%, infine, punta il dito contro l’accesso al reddito giudicandolo molto alto per pochi privilegiati e sotto il livello di sopravvivenza per troppe persone.

Appare chiaro dall’indagine di Confcommercio e Censis che gli italiani vorrebbero una maggiore giustizia sociale ed una maggiore distribuzione della ricchezza.

Salvatore Rondello

Reddito di cittadinanza. Boeri: “Quello del M5S costa 38 miliardi di euro”

Boeri (Inps)

REDDITO DI CITTADINANZA COSTA 38MLD

Il reddito di cittadinanza proposto dal M5S riapre la mischia. Proprio di recente il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha riacceso le polemiche relativamente al costo che lo Stato dovrebbe sostenere per questo strumento universale. “Il reddito di cittadinanza proposto dal M5S costerebbe alle casse dello Stato tra i 35 e i 38 miliardi di euro. Una cifra molto consistente”, ha detto Boeri che ha formulato la stima sulla base del ddl presentato dai 5 stelle al Parlamento tre anni fa.

Immediata la replica dei deputati 5 Stelle. “Basta bugie”, hanno risposto a una sola voce i capigruppo di Camera e Senato, Giulia Grillo e Danilo Toninelli. “L’Istat ha calcolato in 14,9 miliardi di euro la spesa annua, più 2 miliardi d’investimento il primo anno per riformare i Centri per l’Impiego”, hanno spiegato.

Ma all’Inps i conti non tornano. “L’avevamo valutata già nel 2015 e sarebbe costata allora 29 miliardi. Ora abbiamo rifatto queste stime alla luce dei dati più recenti, combinando le nostre informazioni con quelle dell’Agenzia delle Entrate, e riteniamo che possa costare tra i 35 e i 38 miliardi”, ha argomentato ancora Boeri che nella stessa occasione ha presentato i dati del primo trimestre del Reddito di inclusione.

Inps

AIUTI A 900MILA POVERI

Sono quasi 900mila le persone che fino al primo trimestre 2018 hanno percepito misure di contrasto alla povertà tra il Sia, sostegno inclusivo attivo, e il Rei, reddito di inclusione: circa il 50% della platea potenziale. Per quello che riguarda il solo Reddito di inclusione a beneficiarne sono state 317mila persone pari a 110mila nuclei familiari.

E 7 nuclei beneficiari su 10 sono al Sud, Campania in testa seguita da Sicilia e Calabria. È quanto emerge da un Rapporto Inps.

L’importo medio mensile del Rei è stato pari a 297 euro anche se risulta variabile a livello territoriale con un range, annota ancora l’Inps, che va da 225 euro per i beneficiari della Val d’Aosta a 328 euro per la Campania. Complessivamente le regioni di Sud hanno un valore medio del beneficio più alto di quello del Nord (+20%) e del Centro (+14%).

L’importo medio varia sensibilmente per numero di componenti il nucleo familiare passando dai 117 euro per i nuclei monoparentali ai 429 euro per i nuclei con 6 o più persone.

Rispetto alla composizione delle famiglie beneficiarie l’Inps registra come siano 57mila i nuclei familiari con minori che rappresentano il 52% dei nuclei beneficiari che coprono il 69% delle persone interessate. Sono invece 21mila 500 i nuclei con disabili che rappresentano il 20% dei nuclei beneficiari e coprono il 20% delle persone interessate.

Boeri – Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, si rivolge di fatto alla politica, a chi “ha voluto imbracciare la bandiera del reddito minimo”. L’Italia infatti “sul contrasto alla povertà ha recuperato un ritardo di 70 anni rispetto ad altri Paesi”, ha detto presentando i dati sul Rei.

“Oggi c’è un reddito minimo ai primi passi, ancora sottofinanziato, ma c’è. Tanto più da luglio prossimo, data in cui la platea dei beneficiari salirà a 2,5 milioni di persone cioè circa 700mila famiglie”, ha concluso.

Rei

SOLLECITO MINISTERO PUNTI D’INCONTRO DEI COMUNI

Il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali con nota 3480 del 21 marzo ha sollecitato gli ambiti territoriali, che non si sono ancora conformati alle disposizioni del decreto legislativo 147 del 2017, a comunicare i punti di accesso al Rei.

Presso tali punti, viene offerta informazione, consulenza e orientamento ai nuclei familiari, sulla rete integrata degli interventi e dei servizi sociali e qualora ne ricorrano le condizioni, assistenza nella presentazione della richiesta dei benefici assistenziali.

Oltre ai punti per l’accesso la normativa prevede che, trattandosi di servizi a titolarità pubblica, i comuni possano identificare anche altre strutture ai fini della presentazione delle domande Rei. I punti per l’accesso avrebbero dovuto essere comunicati da ciascun ambito territoriale all’Inps, alla regione e al Ministero del Lavoro e delle politiche sociali entro novanta giorni dall’entrata in vigore del decreto legislativo.

Il Ministero ha anche annunciato l’ implementazione nella piattaforma Inps-Rei della specifica funzione di gestione da parte dei comuni e degli ambiti delle deleghe agli enti terzi con riferimento alla trasmissione telematica delle domande Rei ad Inps.

A decorrere dal 13 marzo, l’Inps ha reso disponibile nella versione internet della procedura, nuove funzionalità che consentono ai Comuni di delegare ai Caf (che prima si limitavano alla sola raccolta delle domande), una serie di funzioni attraverso l’accesso diretto alla piattaforma Rei. Inoltre sono state inserite la funzionalità di cancellazione e revoca delle domande Rei da parte dei Comuni.

Con il messaggio 1326 le strutture sono invitate a favorire la condivisione del contenuto della nota di sollecito del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali ai soggetti istituzionalmente coinvolti.

Economia

GIOVANI SENZA LAVORO NON SI SCHIODANO DA CASA

Sei giovani disoccupati italiani su 10 non sono disposti a trasferirsi per cercare un lavoro, nemmeno rimanendo in Italia. E’ uno dei dati che emergono da un’indagine Eurostat sui giovani disoccupati europei tra i 20 e i 34 anni. I giovani italiani senza lavoro stanziali, comunque, sono in buona compagnia: in media nell’Ue il 50% delle persone tra i 20 e i 34 anni non è disposta a spostarsi per trovare un lavoro (per contro, il 50% si sposterebbe: il 21% all’interno del proprio Paese, il 12% in un altro Paese Ue e il 17% fuori dall’Unione) e ci sono Paesi dove i giovani disoccupati sono ancora più stanziali degli italiani, come la Danimarca (il 62% non è disponibile a trasferirsi), Cipro (il 68%), Malta (il 73%), l’Olanda (il 69%), la Romania (il 63%).

Persino nel dinamico Regno Unito ben il 57% dei giovani non è pronto a spostarsi per lavorare, preferendo aspettare di trovare un posto di lavoro a casa. I Paesi dove i giovani sono più aperti alla prospettiva di muoversi sono il Belgio (solo il 38% preferisce stare dove sta), la Spagna (il 36%; per questo Paese però i dati sono poco attendibili a causa delle poche risposte), il Portogallo (il 29%), la Finlandia (39%) e la Svezia (34%). Per non parlare della Svizzera, fuori dall’Ue, dove solo il 17% dei giovani disoccupati preferisce rimanere a casa.

In Italia, comunque, a fronte del 60% dei giovani senza lavoro che non si sposterebbe per trovare un’occupazione, c’è un 40% più dinamico: il 20% si trasferirebbe rimanendo in Italia, il 7% andrebbe in un altro Paese Ue pur di lavorare e il 13% si sposterebbe fuori dall’Ue. Il nostro Paese, comunque, ha la mobilità più bassa dell’Ue tra gli occupati: il 98% dei 20-34enni occupati non si è trasferito per il lavoro che fa attualmente, l’1% si è spostato all’interno dell’Italia, mentre una percentuale trascurabile si è spostata in un altro Paese.

Fisco

IL 45% DEGLI ITALIANI DICHIARA UN REDDITO SOTTO I 15MILA EURO

Il 45% dei contribuenti italiani dichiara fino a 15.000 euro e versa il 4,2% dell’Irpef totale mentre i “Paperoni” con oltre 300.000 euro di reddito sono 35.000 mila (lo 0,1%). E’ quanto emerge dalle rilevazioni del Mef sulle ultime dichiarazioni Irpef delle persone fisiche presentate nel 2017 (anno di imposta 2016).

Nella fascia tra 15 e 50mila euro si colloca invece il 50% dei contribuenti che dichiara il 57% dell’Irpef. Il 5,3% dichiara invece oltre 50.000 euro (39% dell’Irpef totale).

Il reddito complessivo totale denunciato dagli italiani nel 2017 ammonta a circa 843 miliardi di euro (+10 miliardi rispetto all’anno precedente) per un valore medio di 20.940 euro, in aumento dell’1,2% in confronto al reddito complessivo medio dichiarato l’anno precedente. La regione con reddito medio più alto è la Lombardia (24.750 euro, mentre la maglia nera va alla Calabria (14.950 euro).

Carlo Pareto

Poveri e tartassati. Otto milioni di incapienti

tartassati-stangata-640x342Da una elaborazione effettuata dalla Fondazione Nazionale dei Commercialisti sui dati raccolti dal Dipartimento delle Finanze sulle dichiarazioni dei redditi presentate nel 2016 e nel 2017, emerge un quadro sorprendente. Sarebbero oltre 7,73 milioni i contribuenti italiani “incapienti”, per i quali l’Irpef dovuta si azzera per effetto delle detrazioni. Di questi sono più di 3,12 milioni quelli che non riescono a sfruttare in tutto o in parte le detrazioni per carichi di famiglia.
Nel dettaglio, sono oltre 750.000 i contribuenti che, per “incapienza” dell’imposta, non sfruttano nemmeno un euro di detrazione Irpef non soltanto per le numerose detrazioni esistenti per oneri e spese, ma anche per quelle previste a favore di chi ha familiari a carico. Tra questi 750.000, anche 72.000 contribuenti con coniuge e due figli a carico e 101.000 contribuenti tra i quali si annoverano anche quelli con tre o più figli a carico.
Sono invece oltre 2,36 milioni i contribuenti che, per “incapienza dell’imposta”, non sfruttano nemmeno un euro di detrazione Irpef per le numerose detrazioni esistenti per spese e oneri e riescono a sfruttare soltanto in parte quelle previste a favore di chi ha familiari a carico. Tra questi 2,36 milioni, anche 384.000 contribuenti con coniuge e due figli a carico e 466.000 contribuenti tra i quali si annoverano anche quelli con tre o più figli a carico.
I restanti 4,61 milioni di “incapienti” riescono invece a sfruttare per intero le detrazioni per carichi di famiglia, oltre naturalmente a quelle collegate alla tipologia del loro reddito da lavoro dipendente, pensione o lavoro autonomo, limitando la loro “incapienza” ad una parte delle detrazioni spettanti per oneri e spese.
Il presidente del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, Massimo Miani, ha osservato: “Anche quest’anno la campagna della dichiarazione dei redditi, avviata con la messa a disposizione dei dati per la “precompilata”, vede nuove detrazioni per oneri e spese che si affiancano alle numerose già esistenti, ma quello degli incapienti rimane un nodo non affrontato. Il vero tema è quello dei carichi familiari: è logico che le detrazioni per redditi di lavoro abbiano al massimo il compito di azzerare l’imposta dovuta, così come è ragionevole che le detrazioni per oneri e spese facciano altrettanto. Dove invitiamo a una riflessione, sono i carichi di famiglia: per questo tipo di situazione l’incapienza non appare né logica né ragionevole e forse sarebbe opportuno concentrare e rafforzare l’aiuto al fattore famiglia sul versante dei trasferimenti, come per il meccanismo degli assegni al nucleo familiare, piuttosto che su quello delle detrazioni d’imposta”.
In sintesi, le persone con i redditi più bassi non riescono a sfruttare per intero le detrazioni di cui avrebbero diritto perché il loro valore è superiore all’imposta versata. Di conseguenza, i rimborsi ottenuti sono solo parziali rispetto alle agevolazioni fiscali spettanti di diritto.

Bonino, attacco all’acqua e la fame di Moloch

Esiste un ormai consolidato complesso d’inferiorità socialista verso i radicali.
I radicali sono spesso vissuti come dei…socialisti compiuti…affrancati dal totem della giustizia sociale e dal tabù sul libero mercato (quello vero, the jungle). Privati dunque dei feticci storici e ideologici che (Proudhon o non Proudhon) ci incatenerebbero ancora a un massimalismo totalitario, per quanto temperato o solo dissimulato dal riformismo. All’interno di quest’ottica i radicali ci appaiono come dei Supersocialisti al di là del Sociale e del Liberale. Ovviamente è un’assurdità. Un equivoco.
A mio parere, più in generale, la radice di questo complesso sta tutta nel trauma di essere sopravvissuti al Diluvio, di essere una civiltà atlantidea sommersa, sopravvissuta in ridotte roccaforti azteche alla periferia del mondo.
Mondo, quello secondorepubblicano, in cui i radicali, checché ne dicano, sguazzano (fin troppo) bene, lodati dalle (decadenti) élite giornalistiche e industriali, sofferti dai nostri (intimiditi) assassini e vituperati dai nostri nemici della (cosiddetta e residuata) Reazione. Li guardiamo e sogniamo di essere accettati e temuti come loro.
È un fenomeno parallelo, e complementare, a ‘sta storia ormai ridicola del socialismo europeo, mera espressione geografica che fa da lavanderia per diessini e da foglia di fico per i nostri complessi.
La Crisi dei ceti medi, dei quali estensione e forza furon frutto del lavoro di Nenni e di Craxi, ha scompaginato tutto, non basta più l’appello “Laicità über alles” ed è proprio perché c’è stata la Crisi che molti giovani socialisti hanno abbandonato l’innamoramento rosapugnista. “Ah, de’ verd’anni miei sogni e bugiarde larve, se troppo vi credei l’incanto ora disparve.”
Era avvenuta un torsione del socialismo italiano, i punti di Fiuggi dell’anno Uno avanti Crisi son divenuti, nell’insieme, pericolosi. Servirà una revisione, e i radicali potranno essere ancora compagni di viaggio quando smetteremo di caricarli dei nostri complessi.
La lista Insieme, o almeno il PSI, deve allora riuscire a farsi credibile opportunità culturale per la restaurazione della sinistra, non solo nell’opposizione ai “barbari”, ma anche in alternativa agli equivoci interni della coalizione.

+Europa non rappresenta i radicali. Non metterò bocca sulle guerre stellari della Galassia Radicale né voglio (in questo articolo) far troppe digressioni sulle torsioni boniniste del pannellanesimo; vorrei però iniziare un ragionamento da un vecchio comizio di Pannella (lo trovate su radioradicale.it).
In quel comizio, partendo sì dalle baby pensioni ma arrivando (già nell’87) ai settantenni, Pannella urlò alla folla “la pensione che era una battaglia di liberazione, sessant’anni fa, oggi rischia di essere una condanna alla morte civile di donne e uomini che hanno il diritto e la fierezza e la capacità di lavorare”. Non mi fa venire i brividi. Perché nella sua oratoria…evangelico-leninista(?), Pannella non compiva così una resa all’evidenza di una realtà antiumana, né all’esigenza di disumanizzazione del lavoro; era un appello, per quanto paradossale e discutibile, proprio a una nuova dimensione di responsabilità, all’interno di un pensiero molto maturo, che sfidava gli elettori puntando sulle intelligenze, provando a convincerli, convincerli a convertirsi a quella nuova e matura dimensione. Bonino (specularmente a Grillo) intima invece una resa all’evidenza e all’esigenza: arrendetevi, siete circondati. Circondati dal debito pubblico, dallo spread, dalla disoccupazione, dalle potenze emergenti, dagli immigrati e via cantando.
Bisogna arrendersi al blocco della spesa pubblica (gli stati son come famiglie, e allora di metafora in metafora perché non aziende, trop berlusconesque? Tristi tropi), arrendersi alle speculazioni finanziarie (that’s the freedom, baby!), arrendersi alla concorrenza sleale degli emergenti (al limite, se l’incanalamento capitalista s’inceppa nel cammino civilizzatore, ci sono le rivoluzioni colorate)…sei intelligente se ti arrendi, se cerchi altre soluzioni sei stupido e resistance is futile, come dicono i Borg, alieni cibernetici di Star Trek. Non è questa una sfida alle intelligenze, è cinismo e bullismo.
Cinismo, ma anche fiera delle banalità (come notava giustamente il compagno Pierini). A cominciare dal discorso boniniano sulla scuola, l’ennesimo consiglio ai giovani a dedicarsi a studi funzionali, l’ennesima triviale messa in contrapposizione fra ingegneria e latino, l’ennesimo consiglio ad arrendersi agli automatismi, altra declinazione della resa all’evidenza e all’esigenza. Sei intelligente, nel senso di accorto, se studi, anzi ti formi, per lavorare; se studi per vagheggiamenti fuori mercato e non brevettabili allora sei uno stupido, nel senso di illuso.
Addentrandoci nei cardini della proposta +europea, la questione fiscale. Una dichiarazione di guerra ai soliti ceti medi e ai proverbiali sconfitti dalla globalizzazione.
Riduzione IRPEF e IRES, la cui copertura è trovata in buona parte nella soppressione dell’aliquota IVA al 10% per portare al 22%, oltre alcune riqualificazioni edilizie e molti servizi di hotel, ristoranti, eccetera, anche merci vitali per consumi interni e aziende italiane, quali carni, pesce, uova, miele, conserve di frutta, il luppolo per fare la birra, le barbabietole da zucchero, certe tipologie di latte e derivati, buona parte dell’industria del legno, tabacchi greggi o non lavorati, l’uva da vino e persino l’ACQUA, che verrebbe equiparata alle minerali.
Insomma, abbassare le imposte dirette, proporzionate all’imponibile, per liberare i redditi, e alzare quelle indirette, uguali per tutti, sui consumi. Roba intollerabile. Meno ardita della flat tax ma appartenente alla stessa mentalità.
Questa immensa razzia comunque non basterebbe a coprire la manovra, e il bollino blu della ragioneria di stato, ovvero l’Ottimo sulla pagella in matematica, è fondamentale per far passare il messaggio “siamo gli unici seri”. E allora via quindici miliardi di sussidi alle imprese e aumenti sui combustibili fossili (tra l’altro il combustibile per uso agricolo è pure tra i prodotti portati all’aliquota IVA 22%…).
Insomma una manovra evidentemente recessiva e ingiusta. Allora tanto vale fare come dicono i qualunquisti, affidiamo tutto a un ragioniere col computer…a cosa serve allora la politica?
C’è poi un dato di poco conto nei conti, ma che manifesta l’adesione culturale al grande revival in corso di attacco al patrimonio: reintroduzione dell’IMU sulla prima casa. Lasciando stare i dettagli tecnici (ovvero di quanto sia già tartassata questa prima casa, anche senza IMU), questa proposta è figlia del mantra “libera il reddito e attacca il patrimonio”.
Detto così, un uomo di sinistra potrebbe anche dire “il proletario non ha patrimonio ma solo il suo salario, quindi ben venga!” ma è una sciocchezza.
La casa, e altre componenti patrimoniali come i titoli di stato al 10% targati CAF, non si chiamano beni rifugio senza motivo. L’aver portato oltre l’80% delle famiglie italiane a possedere la propria abitazione è stato uno dei più sottovalutati e contemporaneamente più avanzati successi socialdemocratici, una vera conquista socialista liberale. Lo Stato deve considerare il valore economico della prima casa come qualcosa di estraneo, dirò di più: la collettività non deve pensare neanche un momento che le abitazioni dei singoli possano servire a far cassa. Il piccolo borghese che si compra la propria casuccia si è comprato una finestra sul futuro con vista sulla Sociocrazia.
Chiaramente ciò è impensabile per chi aspira al modello gotico delle società nordeuropee: affitti bassissimi in distretti-dormitori proprietà di compagnie assicurative arredati con mobili Ikea perché tanto i figli si emanciperanno ed estranieranno così velocemente e così radicalmente che l’appartamento e la cassapanca di nonna non potranno essergli che d’intralcio. Circondarsi dunque di roba che durerà meno della propria vita, altro che quelle cose che durano più vite, che fanno tradizione e cultura, che fanno valore. Mi si conceda il conradiano “the horror! The horror!”
Mattone? Risparmio? Tutta roba che si sedimenta, che si stratifica, che non è liquida, che non asseconda la Mano Invisibile. Bisogna dare un tot di soldi all’anno a un padrone di casa o allo Stato, bisogna rifare i mobili ogni cinque anni, bisogna nutrire Moloch.
Pensare poi di risolvere il dramma degli schiavi a partita IVA sempre e solo in senso tributario è ancor parte della stessa ideologia miope: attaccare la sicurezza (e la solidarietà) ma fornire un po’ di risorse per affrontare l’Apocalisse, da soli. Il problema principale sta nell’estensione delle tutele. Il problema del reddito lo si risolve, per loro come per gli altri, rimettendo in moto consumi, fiducia e prestazioni, e non lo si può fare agilmente se non garantendo le piccole e medie imprese, che con questo programma verrebbero masticate.
Radere al suolo ogni rifugio, eliminare ogni tutela, gettare l’uomo in mezzo al campo di battaglia, costringerlo a rischiare. Per Bonino lo Stato Italiano è come una famiglia indebitata che deve risparmiare, ma la famiglia italiana non deve avere sicurezza. Non è solo pretta ragioneria, è anche ideologia.

Il piccolo borghese che si lamenta della Crisi è da sprezzare, da biasimare e rimproverare, deve accettare l’infame realtà e arrendersi. Stesso discorso contro il piccolo borghese è latente anche nell’europeismo di questa lista.
Il mio problema con l’europeismo non è tanto l’Europa (anche se io sono sulla placca africana, comprendetemi) quanto l’ismo. Il suffisso -ismo universalizza una parola, la porta al suo pensiero limite ne fa un’ideologia e allora no. Non carico l’Unione Europea di significati salvifici.
L’Unione Europea deve essere solo un compromesso razionale per un continente che, dopo aver conquistato culturalmente il Mondo, deve sopravvivergli.
Bonino dice di volere una “federazione leggera” ma le sue proposte negano ciò. Promette centralismo fiscale (affiancato al già pericolo centralismo bancario senza eurobond), loda Juncker per il suo libro bianco della governance, si intestardisce sui parametri, avanza l’euroiva sulle importazioni extracomunitarie, lancia la nuova agenzia (o funzione) per la valutazione annuale della libertà e della democrazia negli stati membri (roba da distopia fantatotalitaria). Un superstato, un Super Leviatano famelico.
Tutto questo zelo per la costruzione del popolo europeo, questa retorica che non fa altro che ricalcare tutto il peggior repertorio patriottardo che si vorrebbe superare (eppure non un De Amicis, non un Carducci!), costruisce solo l’equivoca aspettativa di qualcosa che l’Europa (così come ogni Istituzione umana) non potrà mai dare: il senso della vita. Il suffismo -ismo vuol dire questo, trasforma l’obbiettivo Europa (mero obbiettivo pratico) in Missione Europa, ovvero Europa-Universo, Europa-Messia.
Nessuna Istituzione può risultare alla lunga credibile in questa maniera. È solo ideologia. E infatti il disprezzato popolino, che si lamenta che il Regno dei Cieli tarda a venire, viene redarguito dai chierici di questa religione: “vile profano, cosa pensi d’aver capito? Pensi che la tua infima casa, che la tua miserabile vita pagata a rate valga qualcosa rispetto al successo comunitario?”

La Reazione allora riemerge come istinto, come attaccamento alla vita. Ben venga la Reazione. Purtroppo per ora è in mano all’altro -ismo, il populismo.
Questi barbari sono usati da Bonino alla stessa maniera con cui Salvini usa i rifugiati: semina di terrore. Anche Bonino si fa forte della paura, e in più corteggia i suoi con la vanità di credersi un nucleo di risvegliati, al pari ancora dei grillini. E così via coi meme, con l’ironia dozzinale, sbertucciando gli altri e facendo concessioni al nichilismo, passando da “Nessuno tocchi Caino” a “Nessuno tocchi Soros”. È davvero la versione corazzata del montismo, questa +Europa, pura tecnocrazia, politica ridotta a ragioneria ma con la spinta ipocrita di un’ideologia equivoca.
La verità è che questi barbari non arriveranno mai, come nella poesia di Kavafis.
Si passa con +Europa dall’ossimoro socialismo liberale al paradosso ordoliberalismo statale.
Se la mia prospettiva può destare sospetti, ci sono compagni al di sopra di ogni sospetto come Iorio e Simona Russo, che coltivano dubbi a me simili. Proprio Simona poco tempo fa:
“Tutta questa campagna piena di forzature sull´Europa, quasi fosse il paradiso. Senza mai toccare pero´questioni di fondo, ovvero, verso quale Europa stiamo approdando. […] Ora il punto è semplice, o l´Italia è cosi idiota e voglio sperare di no, oppure l´Europa cosi com´è, ha qualche problemino. Utilizzare il tema europeo come la differenza tra destra e sinistra è di una superficialità rispetto alla questione che invece è seria ed è francamente controproducente. Voglio sottolineare che questa mia opinione non fa di me una non-europeista. E´ solo una questione di onestà intellettuale che negli ultimi tempi si vede sempre meno. Perchè vi ricordo che io come tantissimi, lavorando a Bruxelles, grazie all´Europa ci campo. #VogliamolEuropamaunEuropamigliorediquesta”

Ce lo diciamo continuamente che il PSI è la chiave per salvare i cavoli della classe media e le capre dell’Europa.
Il socialismo tricolore e mediterraneo, craxiano e umanitario, ha molto da insegnare a tutta l’Internazionale Socialista, travolta dal politicamente corretto, dall’equivoco progressista e dalla burocratizzazione.
Così come penso che l’Italia sia l’unica possibile guida morale e politica per l’Europa.
Ai famosi modelli gotici, decadenti nazioni efficientiste e vecchie società alienatissime, dal soglio il più oblioso, di sale e scoglio che è la mia Peña Pobre di Sicilia, non invidio nulla se non la maggior forza contrattuale.
Per questo mi è piaciuto campagnare per la nostra lista, in giro con Vizzini e Oddo, il cui nome completo (Italia Europa Insieme) è un bel segnale, così come lo è la fascia tricolore che Nencini ha voluto mettere, già anni fa, sotto al nostro simbolo.
Almeno ho una casa (parva sed apta mihi), perché per il resto vedo orrore.

Invecchiando, vivo come sempre più evidenti i segni dell’Apocalisse e, scorrendo televisore e facebook, ho visioni di una Fine del Mondo che sarà di disperazione pazzamente scomposta, di dolore morale ma soprattutto di dolore fisico, di supplizi tutt’altro che metaforici, per future esistenze strozzate da spasimi e angosce.
Non ingannatevi, compagni: non cercate ombre d’ironia nelle mie parole, sono tristemente serio.
“Salvini giura sul vangelo”, “Di Maio porta a Mattarella la sua lista di ministri prima delle elezioni”, “la seconda carica dello Stato fa campagna da leader di partito”, “si sono presentati due, tre, quattro partiti comunisti”, “c’è la lista-start up”, “Salvini ha lo spin doctor craxiano”, “neonazisti e centri sociali si ammazzano per strada”…è tutto un panorama d’abiezione, ma non si tratta ancora, forse, di roba preoccupante, come sarebbe invece una donna che partorisce una testa di lupo…

Sento avversari e alleati (oltre ai soliti disfattisti) parlare ancora di nostra imminente morte. A cominciare da +Europa che ha più volte manifestato snobbismo verso di noi. Ma non lo credo, siamo maledetti compagni, non moriremo mai, anche se alla fine saremo ridotti al nosferatismo continueremo sempre e per sempre a esistere, dobbiamo rassegnarci a ciò e abbracciare la maledizione, perché solo assecondando le maledizioni si rientra nel senso che esse hanno dalla Provvidenza; volesse questa finanche fare di noi la mollica che strozzerà il Sistema o l’Apocalisse Zombie che infesterà il Mondo.
Dopo le elezioni, qualsiasi sia il risultato, non dovremo demoralizzarci né tanto meno entusiasmarci (l’entusiasmo è una possessione pericolosa), e in ogni caso riaprire la lungimirante problematica di Nencini sulla nostra Ragione Sociale.
Per affrontare l’Apocalisse Insieme, io propongo di farci Ordine Cavalleresco.

Inps, la Riforma Fornero e l’età pensionabile del 2018

Inps

L’ETA’ PENSIONABILE NEL 2018

L’età pensionabile indica i requisiti anagrafici (e contributivi) che permettono ad un lavoratore di ottenere un trattamento a carico di un ente previdenziale, pubblico o privato. Nonostante la Riforma Fornero del 2011 l’età per il collocamento a riposo risulta ancora estremamente diversificata per effetto della tipologia di attività espletata dall’assicurato.

Per alcuni lavori l’ordinamento riconosce, infatti, la possibilità di accedere prima alla pensione (anche attraverso l’attribuzione di alcuni benefici previdenziali ovvero di particolari maggiorazioni convenzionali dei contributi), mentre per altri soggetti l’età risulta più elevata. Una ulteriore differenza si verifica anche a causa della modalità di computo dell’assegno di quiescenza a seconda se il lavoratore si trova nel sistema contributivo o in quello retributivo (o per meglio dire “misto”) dato che il primo, erogando una prestazione strettamente connessa alla contribuzione corrisposta, consente prestazioni più flessibili in confronto a chi è nel secondo sistema. Il passaggio dal sistema misto al contributivo, prefigurato in passato dalla Legge Dini, è divenuto ormai quasi impossibile, ad eccezione della cosiddetta opzione donna, dopo una serie di vincoli imposti dal legislatore negli ultimi anni.

Nella previdenza obbligatoria pubblica (cioè quella gestita dall’Inps) i requisiti per essere collocati a riposo, dopo il 2011, sono determinati essenzialmente da due prestazioni pensionistiche: la pensione di vecchiaia e la pensione anticipata. Nella pensione di vecchiaia l’ordinamento chiede al lavoratore di soddisfare un determinato requisito anagrafico accompagnato, di regola, dal perfezionamento di almeno 20 anni di contributi. Nella pensione anticipata, invece, la contribuzione corrisposta ha una valenza prevalente rispetto al dato anagrafico e pertanto risulta possibile accedere al trattamento a prescindere dall’età anagrafica al raggiungimento di un determinato requisito contributivo.

In linea generale nel 2018, per ottenere il pensionamento di vecchiaia occorrono almeno 66 anni e 7 mesi di età e 20 anni di contributi (sia per gli uomini che per le donne del settore pubblico e del settore privato). Per la pensione anticipata servono, invece, 41 anni e 10 mesi di contributi (42 anni e 10 mesi per gli uomini) indipendentemente dal dato anagrafico. L’ordinamento si scosta da questi valori, come indicato, soltanto per tutelare particolari specificità legate al tipo di attività lavorativa svolta o alla condizione del lavoratore. E’ infatti possibile accedere ad alcuni canali agevolati di uscita per i lavori usuranti, per gli invalidi dall’80% in su, per il comparto difesa, sicurezza e soccorso pubblico (es. forze di polizia, militari, guardia di finanza, vigili del fuoco), per il personale viaggiante addetto a pubblici servizi di trasporto, alcune categorie di lavoratori dello spettacolo, gli sportivi professionisti, alcune categorie di lavoratori del settore marittimo e personale navigante delle imprese aeree (fondo volo).

Ma è anche già operativa, inoltre, la possibilità di ritirarsi a 41 anni di contributi indipendentemente dall’età anagrafica per i lavoratori precoci, vale a dire per coloro che hanno iniziato a lavorare almeno 12 mesi prima del 19° anno di età e che si trovano in profili meritevoli di una particolare protezione nonché l’Ape sociale, anch’esso riservato ai medesimi profili di tutela, che consente di ricevere un’indennità dal 63° anno fino alla maturazione delle condizioni richieste per la pensione di vecchiaia a patto di poter vantare non meno di 30 anni di contributi.

Per gli altri lavoratori l’unico anticipo possibile è l’ape volontario, cioè un anticipo della pensione futura attraverso un prestito messo a disposizione dal settore bancario di durata ventennale. Il prestito può essere chiesto dai 63 anni unitamente a 20 anni di contribuzione. Atteso che l’operazione è a titolo oneroso e comporta una riduzione della pensione per i successivi 20 anni deve essere valutata attentamente dall’interessato. Anche nel 2018 resta infine possibile la cosiddetta opzione donna per le lavoratrici che hanno raggiunto 57 anni (58 anni se autonome) unitamente a 35 anni di contributi accreditati entro il 31/12/2015. Tale corsia preferenziale di pensionamento è ormai in fase di esaurimento (non è stata difatti prorogata) ma rende praticabile l’uscita anticipata accettando però un assegno interamente conteggiato con le regole del sistema contributivo e, quindi, di misura spesso inferiore.

Fisco

LE CITTA’ PIU’ TASSATE D’ITALIA

Roma, Torino, Napoli, Genova, Bologna, Ancona e Campobasso le città ‘più tassate’ d’Italia. Sono i capoluoghi di regione con le aliquote fiscali più alte relative a Irap, Irpef, Imu e Tasi. Queste sette città hanno, in tre casi su quattro, i livelli più alti di imposte sulle imprese e sulle famiglie, sui capannoni industriali e sulle case. Con due “punti”, nella classifica dei tributi territoriali, figurano poi Firenze, Palermo, Perugia, Bari, Potenza, Trieste e Catanzaro. Un solo ‘punto’, invece, per Milano, Cagliari, L’Aquila, Aosta, Trento e Bolzano. Fisco light a Venezia, unica città che non risulta mai tra quelle con aliquote elevate. E’ quanto risulta dalla ‘Mappa del fisco locale in Italia’ realizzata dal Centro studi di Unimpresa. L’analisi dell’associazione, basata su dati dell’Agenzia delle Entrate, della Corte dei conti e del Dipartimento Finanze, prende in considerazione le aliquote Iperf (definite dalle regioni), il totale delle addizionali Irpef (regioni e comuni), l’Imu e la Tasi.

La classifica è stata realizzata sulla base di “punti” attribuiti alle città e alle relative regioni che applicano aliquote particolarmente elevate nei quattro principali tributi pagati anche su base territoriale. In totale sono stati assegnati 41 “punti” in relazione alle aliquote dello scorso anno: più è alto il punteggio, più è elevato il livello del prelievo tributario a carico dei contribuenti (cittadini e imprese).

“Ci sono troppe differenze a livello territoriale per quanto riguarda il prelievo fiscale e si tratta di differenze che non aiutano la ripresa così come gli investimenti delle imprese. Serve un ragionamento complessivo, che il governo dovrà fare quando, auspichiamo al più presto, vorrà lavorare a una serie riforma tributaria che deve essere organica” ha dichiarato il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci, commentando i dati della ricerca.

Nella classifica, il Centro studi di Unimpresa assegna da uno a quattro punti: più è alto il punteggio, più è pesante la mano del fisco. Sono dunque sette le città col fisco al top, con tre “punti” accumulati. Ecco i dettagli: Roma si paga il 4,82% di Irap, il 4,23% di addizionali Irpef, l’1,06% di Imu; a Torino si paga il 4,13% di addizionali Irpef, l’1,06% di Imu e lo 0,33% di Tasi; a Napoli si paga il 4,97% di Irap, l’1,06% di Imu e lo 0,33% di Tasi; a Genova e Bologna si paga il 3,13% di addizionali Irpef, l’1,06% di Imu e lo 0,33% di Tasi; ad Ancona si paga il 4,73% di Irap, l’1,06% di Imu e lo 0,33% di Tasi; a Campobasso si paga il 4,97% di Irap, il 3,43% di addizionali Irpef, l’1,06% di Imu.

Due punti, nella classifica di Unimpresa sul fisco locale, ad altre sette città: Firenze (per l’Imu all’1,06% e la Tasi allo 0,33%), Palermo (per l’Irap al 4,82% e l’Imu all’1,06%), Perugia (per l’Imu all’1,06% e la Tasi allo 0,33%), Bari (per l’Irap al 4,82% e l’Imu all’1,06%), Potenza (per l’addizionale Irpef al 3,13% e l’Imu all’1,06%), Trieste (per l’Imu all’1,06% e la Tasi allo 0,33%) e Catanzaro (per l’Irap al 4,82% e l’Imu all’1,06%). Milano (per l’Imu all’1,06%), Cagliari (per la Tasi allo 0,33%), L’Aquila (per l’Irap al 4,82%), Aosta (per l’Imu all’1,06%), Trento (per la Tasi allo 0,35%) e Bolzano (per la Tasi allo 0,40%) hanno invece un solo “punto”. Venezia (che ha zero “punti”) è l’unica città dove il prelievo è sempre sotto le soglie più alte: nel capoluogo della regione Veneto fisco leggero perché si paga il 3,90% di Irap, il 2,03% di addizionali Irpef (1,23% regionale e 0,80% comunale), lo 0,81% di Imu e lo 0,29% di Tasi.

Per quanto riguarda l’Irap, l’aliquota più alta, pari al 4,97%, si trova a Napoli (Campania) e Campobasso (Molise), mentre a Roma (Lazio), Palermo (Sicilia), Bari (Puglia), Catanzaro (Calabria) e l’Aquila (Abruzzo) il prelievo dell’imposta regionale sulle attività produttive si attesta al 4,82%.

Per quanto attiene l’Irpef, la somma delle addizionali comunali e regionali porta il prelievo più alto a Roma: nella Capitale d’Italia l’aliquota totale è del 4,23%, considerando il 3,33% della regione Lazio e lo 0,90% del Comune; seguono, poi, Torino col 4,13% (3,33% del Piemonte e 0,80% del Comune), Campobasso col 3,43% (2,63% del Molise e 0,80% del Comune) e col 3,13% Genova (2,33% della Liguria e 0,80% del Comune), Bologna (2,33% dell’Emilia Romagna e 0,80% del Comune) e Potenza (2,33% della Basilicata e 0,80% del Comune).

Per quanto concerne l’Imu, l’aliquota massima (1,06%) è applicata in 16 grandi città su 21 esaminate nel rapporto: Roma, Torino, Napoli, Genova, Bologna, Potenza, Campobasso, Firenze, Palermo, Perugia, Bari, Trieste, Ancona, Catanzaro, Milano e Aosta. Si “salvano” solo Cagliari (0,96%), L’Aquila (0,81%), Trento (0,895%), Bolzano (1,00%) e Venezia (0,81%).

Per quanto riguarda la Tasi, l’aliquota più alta è a Bolzano (0,40%) mentre a Trento si paga lo 0,35%. Le altre città “più tassate” sul versane del mattone, con un’aliquota pari allo 0,33%, sono: Torino, Napoli, Genova, Bologna, Firenze, Perugia, Trieste, Ancona, Cagliari, Trento e Bolzano.

Casa

GLI SCONTI FISCALI DEL 2018

Ancora un anno di bonus casa. Sono infatti state rinnovate per il 2018, con qualche modifica, alcune delle misure fiscali riguardanti le abitazioni. Tra le agevolazioni da poter richiedere l’ecobonus, la detrazione per gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici che – secondo quanto stabilito dalla manovra 2018 – potrà essere unificata al sisma bonus nel caso di lavori condominiali in zone sismiche. L’ultima finanziaria ha inoltre introdotto il bonus verde, ovvero la detrazione per le spese destinate a terrazzi e giardini.

Ecobonus – La legge di bilancio ridisegna in modo più razionale il sistema di incentivi per la sostituzione degli impianti di climatizzazione invernale delle abitazioni. L’ecobonus – la detrazione fiscale pari al 65% – viene riportato al livello massimo per le caldaie a condensazione tecnologicamente più avanzate (classe A con sistemi di termoregolazione evoluti) e viene invece azzerato per quelle meno performanti (classe B). Vengono quindi escluse dallo sconto le caldaie meno efficienti.

Sisma bonus – Prorogato fino al 31 dicembre 2021 dalla Legge di Bilancio 2017 il sisma bonus, ovvero la detrazione del 50% per gli interventi di ristrutturazione ai fini del miglioramento o dell’adeguamento antisismico e per la messa in sicurezza degli edifici, da quest’anno può essere unificato all’ecobonus per gli interventi di riqualificazione dei condomini. Il superbonus, nel caso di interventi congiunti di riqualificazione energetica e sismica, viene unificato all’80 o 85% (a seconda del grado di riduzione del rischio sismico), con una importante semplificazione delle procedure per le imprese e i contribuenti. Si tratta in pratica di un significativo sforzo finanziario mirato espressamente a questa tipologia di fiscalità di vantaggio.

Bonus verde – Da quest’anno è inoltre possibile richiedere anche il bonus verde, la detrazione del 36% per le spese destinate a terrazzi e giardini. Una misura valida sia per gli spazi verdi privati che condominiali, oltre che per i giardini di interesse storico, che permette di richiedere il rimborso dei costi sostenuti fino a 5mila euro nella denuncia dei redditi.

Carlo Pareto