IS. Locatelli: “Servono strategie a livello mondiale”

is 1Rafforzamento del multilateralismo per raggiungere la pace, riaffermazione dei valori e delle politiche socialiste per affrontare il cambiamento, difesa e la protezione della democrazia in quei Paesi dove è negata o minacciata. Questi i temi al centro del Consiglio dell’Internazionale Socialista che si è svolto a New York. Il meeting, a cui hanno partecipato i membri di tutti i continenti, si è aperto lunedì pomeriggio presso la sede delle Nazioni Unite con il discorso del Segretario Generale dell’ONU, António Guterres che ha sottolineato l’importanza delle soluzioni multilaterali ai problemi globali.

is 2“Se tra i valori guida del socialismo riformista c’è quello della giustizia sociale, la traduzione di questo concetto in termini moderni dovrebbe portarci a individuare nella lotta all’evasione all’elusione fiscale, uno strumento principe per tentare di ridurre le disuguaglianze”. Ha detto Pia Locatelli, vicepresidente dell’Internazionale socialista, intervenendo ai lavori. “Paradossalmente – ha aggiunto – noi socialisti e socialdemocratici dobbiamo invocare e mettere in pratica il rispetto per le regole del capitalismo moderno per combattere i monopoli, le posizioni dominanti, i cartelli. A questo proposito dobbiamo rivalutare l’internazionalismo: l’unica strategia fruttuosa in questi settori deve essere a livello mondiale”.

Al Consiglio dell’Internazionale Socialista, seguirà oggi la riunione dell’Internazionale socialista donne di cui Pia Locatelli è presidente onoraria.

DAESH IN PARLAMENTO

isisi teheranIl Paese degli Ayatollah viene colpito al cuore e in due attacchi in rapida successione in luoghi simbolo dell capitale dell’Iran, il parlamento e il mausoleo dell’imam Khomeini, dai terroristi di matrice jihadista. Per fortuna il terzo attentato è stato sventato. Alcuni terroristi hanno agito vestiti da donne. L’Is ha rivendicato l’attentato tramite la sua agenzia Amaq, secondo cui “combattenti dello Stato islamico hanno attaccato il mausoleo di Khomeini e il parlamento” di Teheran. In un successivo comunicato, Amaq ha precisato che “due martiri hanno fatto detonare le loro cinture esplosive” nella capitale iraniana. Se confermato, nel Paese sciita si apre un nuovo, minaccioso fronte della jihad condotta dal gruppo jihadista sunnita.
Questa mattina prima ci sono stati degli spari ad opera di un commando dell’Is nel Parlamento iraniano, poi un kamikaze si è fatto esplodere, portando alla morte di 8 persone e una ventina di feriti. Quasi contemporaneamente un commando armato di due terroristi porta il terrore tra i visitatori del mausoleo dedicato all’ayatollah Ruhollah Khomeini, nella zona sud di Teheran. Anche qui una sparatoria, poi un terrorista si fa saltare in aria, mentre l’altro sarebbe stato ucciso dalla polizia, dice la tv di Stato Irib. Qui il bilancio, scrive l’agenzia di stampa iraniana Fars, sarebbe di un morto e almeno due feriti.
Per fortuna le forze di sicurezza iraniane sono riuscite a sventare un ulteriore attentato nel Paese, arrestando una “squadra di terroristi”, altri dettagli non sono stati forniti per ragioni di sicurezza. Lo ha riferito il capo del dipartimento antiterrorismo del ministero dell’Intelligence iraniano.
Il presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani, ha riferito che l’attacco ha provocato “danni inferiori a quelli previsti, grazie alle forze di sicurezza dimostratesi pienamente in grado di gestire gli aggressori codardi”. Per Larijani, “l’attacco dimostra che i terroristi hanno l’Iran come obiettivo” perché “il Paese rappresenta un hub attivo ed efficace nella lotta al terrorismo”.
In questo modo il presidente ha ancora dato una risposta chiara e forte alle insinuazioni fatte dal Presidente Donald Trump in Arabia Saudita quando ha incontrato i leader dei principali paesi arabi. Dopo le aperture di Obama, Trump fa una sterzata contraria e lancia un’alleanza nel Golfo che porta all’isolamento di due Stati importanti come il Qatar e l’Iran. All’appello del presidente Usa ad una nuova crociata contro il terrorismo e l’Iran shiita hanno risposto prontamente sei Paesi arabi (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Yemen e Maldive) che hanno subito rotto i rapporti con Doha.
Con l’attacco di oggi viene smentita la linea adottata da Washington, mentre ‘The Donald’ proprio ieri esultava per “l’inizio della fine del terrore”. Nel frattempo il Qatar è completamente isolato, anche economicamente: l’Arabia Saudita ha annullato la licenza di Qatar Airways e chiuso gli uffici della compagnia sul tutto il territorio nazionale. E le autorità filippine hanno vietato ai loro cittadini di lavorare in Qatar, una misura “precauzionale” giustificata con il timore che gli oltre 200 mila filippini che lavorano nell’emirato possano trovarsi a dover fronteggiare problemi come la carenza di generi alimentari.

Renzi: dal PES vorrei togliere la parola socialismo

Renzi-PesDalla breve visita a Washington, il Presidente del Consiglio italiano ha riportato indietro, almeno apparentemente, a parte il sostegno mediatico del Presidente americano, un carniere sostanzialmente vuoto pur avendo assicurato agli Usa il prosieguo della impegnativa missione militare in Afghanistan e probabilmente anche il sostegno al discusso e discutibile accordo per il commercio tra Europa e Usa (TTIP). Questa spiega forse la necessità di dare enfasi alla trasferta transoceanica con alcune affermazioni e prese di posizione, a uso interno, in perfetta linea con l’immagine che Renzi vuole dare di sé. Dunque elogi sperticati al modello economico americano di ripresa dalla crisi – originata però proprio da quel modello e che ha prodotto sì, un aumento dell’occupazione, ma peggio pagata di prima, cosa che lo stesso Obama ha evidenziato – e ripresa di una battaglia per cancellare il socialismo, che è ‘vecchio’, anche nel nome a partire dal PSE.

Questo proposito, si racconta, l’avrebbe confidato a Obama, tra le mura della Stanza Ovale. Renzi, scrive una corrispondenza di “la Repubblica” vuole cambiare il nome del Pse, il Partito socialista europeo, cancellando l’aggettivo “socialista” e mettendo al suo posto quello “democratico”. Saremmo insomma di fronte a un’evoluzione della rottamazione che travalicherebbe i confini del Bel Paese per sbarcare in Europa.

“Il nome – fa notare Luca Cefisi, responsabile politiche europee e rapporti organizzazioni internazionali del PSI – conta meno della ‘cosa’: un movimento di progresso e giustizia sociale può anche non chiamarsi necessariamente socialista, se questo nome, come negli Usa, non gode di una percezione positiva per ragioni culturali. Già negli anni ‘80 Bettino Craxi ipotizzò un cambio di nome dell’Internazionale Socialista in Internazionale Democratica, proprio pensando agli Stati Uniti e ai democratici americani e alla globalizzazione del riformismo. Nessuno scandalo quindi per le parole di Renzi in margine all’incontro con Obama, sull’ipotesi di chiamare “democratico” il PSE (Party of European Socialists) quindi, ma solo due osservazioni: la prima, che Craxi ragionava di strutture globali a livello mondiale, Renzi ha fatto riferimento piuttosto al Partito del socialismo europeo, e nell’Unione europea il socialismo e la socialdemocrazia sono nomi onorati che molto pesano nella storia, e hanno quindi più valore di un generico richiamo alla democrazia; la seconda, è che il socialismo laburista e riformista europeo è un movimento di popolo e di lavoratori che non solo appartiene alla storia dell’Occidente, ma ha tuttora, qualsiasi sigla elettorale assuma, una funzione indispensabile di critica del presente e di costruzione del futuro. Sbaglierebbe, allora – conclude Cefisi – chi si preoccupasse troppo dei nomi: ma ancora di più chi credesse che senza il nome venga meno la ragione del socialismo europeo: ancora lunga è la strada per la giustizia sociale”.

Armando Marchio

Riconoscere la Palestina, più forza alla pace

Convegno-pace-Israele-Palestina

“Due popoli. Due Stati. La pace”. Questa (pur nella consapevolezza delle grandi difficoltà che si frappongono) la prospettiva più realistica per la soluzione del conflitto israelo-palestinese: prospettiva cui è stato dedicato il convegno, moderato da Alberto La Volpe, organizzato oggi, alla Camera dei Deputati, dai parlamentari socialisti del Gruppo Misto. Alla vigilia, quasi, della votazione di venerdì prossimo, 23 gennaio, sulle varie mozioni, presentate recentemente in Parlamento, che invitano il governo Renzi a riconoscere al più presto l’Autorità Nazionale di Palestina come Stato indipendente: come già deliberato, negli ultimi mesi, dai Parlamenti di diversi Paesi come la Gran Bretagna e la Francia mentre la Svezia l’ha già fatto (e sono 139, in complesso, i Paesi che sinora, nel mondo, hanno ufficialmente riconosciuto lo Stato di Palestina).

“Tra queste mozioni “, ha ricordato Pia Locatelli (l’intervento), deputata socialista, “l’unica della maggioranza (il testo) è quella che abbiamo presentato come socialisti, e che ha già raccolto le firme anche di vari deputati di SEL, PD, Centro Democratico e Gruppo Misto. Dobbiamo tutti attivarci, anche nella società civile, perché il Parlamento non rinvii questa discussione sine die: magari con l’alibi della recente risoluzione (fine dicembre) dello stesso Parlamento europeo, che esorta i governi nazionali a procedere appunto al riconoscimento diplomatico della Palestina, subordinandolo però, ambiguamente, alla ripresa dei negoziati di pace israelo-paestinesi, da tempo arenati”.

Alla discussione, che ha toccato alcuni dei punti essenziali per la vita d’una futura Palestina indipendente (esatta delimitazione dei confini, controllo delle risorse idriche, ora quasi totalmente in mano israeliana, possibili futuri progetti comuni per lo sviluppo dell’ agricoltura), hanno partecipato politici e attivisti per la pace di ambo le parti.
Nabil Shath, politico palestinese di spicco, ha ripercorso la storia dei negoziati di pace dalla conferenza di Madrid del 1991 agli accordi di Oslo e Washington del ’92- ’93, evidenziando l’assoluta impraticabilità della soluzione d’un unico Stato fortemente democratizzato (come voluto, ad esempio, da USA e Australia).
Alon Liel, diplomatico israeliano emerito, ora attivista per la pace (vedi, su questa stessa testata, la sua intervista di ieri), promotore d’un appello per la fine del conflitto sottoscritto in questi giorni da circa mille intellettuali israeliani (tra cui i big della letteratura Grossman, Oz e Yehoshua), ha confermato la prospettiva (“Più Paesi, tra cui, speriamo, l’Italia,decideranno di riconoscere lo Stato di Palestina, meglio sarà per Israele, che si deciderà a spingere verso la soluzione “Due popoli, due Stati”: altrimenti, perchè dovrebbe farlo?”).
Ester Levanon Mordoch, docente universitaria, fra le dirigenti israeliane del movimento “Donne in nero”, ha evidenziato l’importanza , prima di tutto, d’un riconoscimento reciproco, da ambo le parti, “delle vittime, del dolore e delle speranze”, auspicando addirittura la nascita, in futuro, d’ una “Truth Comission” mediorientale, sul modello sudafricano.
Abdulah Abdulah, membro del Consiglio Legislativo Palestinese, ha rivolto un forte appello all’Italia, Paese europeo che ha sempre sostenuto il diritto dei popoli all’autodeterminazione, partecipando anche a missioni internazionali di pace come quelle a Beirut e, recentemente, al valico di Rafah a Gaza.
Mai Alkaila, ambasciatrice di Palestina in Italia, intervenuta dal pubblico in sala, ha confermato la validità del progetto “Due popoli, due Stati”, secondo anche una delle più vecchie risoluzioni ONU, la 181.

In chiusura Marco Di Lello, capogruppo PSI alla Camera, ha ricordato l’impegno per una giusta soluzione dei conflitti internazionali che sin da fine ‘800 ha caratterizzato l’ azione dei socialisti nel Parlamento italiano. “Stoccolma, Madrid, Londra e Parigi hanno già detto la loro. A chi mi chiede: ‘Perché votare oggi?’, io rispondo: ‘Perché avremmo dovuto già farlo ieri’. Sono passati 2 anni dal riconoscimento dell’Onu e 20 anni dalla morte di Rabin. Prima riusciremo a riconoscere lo Stato palestinese e meno sangue sarà versato. Riconoscere 2 popoli 2 Stati significa rafforzare i negoziati. Altrimenti negoziati improduttivi creano sfiducia e tensione. Il riconoscimento è un contributo al processo di pace”.

 Fabrizio Federici

L’appello
L’appello è stato sottoscritto da oltre mille esponenti del mondo della cultura, della politica, delle scienze. Tra questi gli scrittori Abraham Yehoshua, Amos Oz, David Grossman, Ronit Matalon, Akir Shapira (compositore), Agi Mishol (poeta), Avraham Burg (ex speaker della Knesset), Daniel Kahneman (Premio Nobel), Daniel Shek (ex ambasciatore in Francia), Danny Karavan (pittore), Emanuel Shaked (Generale), Galeb Magadli, Ran Cohen, Yair Tzaban, Yossi Sarid (ex ministri), Joshua Sobol (drammaturgo), Michael Benyair (ex Procuratore Generale), Nurit Peled Elhanan (Premio Sacharov), Raanan Alexandrovich (regista), Uriel Segal (direttore d’orchestra).

La Palestina all’Aja accusa
Israele di crimini di guerra

Gaza-bombardamenti-AiaIl 2014 si chiude male per gli sviluppi della crisi israelo-palestinese e il 2015 comincia forse anche peggio.

Negli ultimi giorni dell’anno appena chiuso, il Consiglio di sicurezza delle nazioni Unite aveva affondato una risoluzione presentata, a nome della Lega Araba, dalla Giordania che prescriveva il ritiro dell’esercito israeliano dai Territori Occupati nei confini pre-guerra del ’67, compresa Gerusalemme est. Contestualmente alla bocciatura, l’Autorità Palestinese aveva fatto sapere di essere pronta a sottoscrivere (2 gennaio 2015, ndr) l’adesione alla Corte penale internazionale (Cpi) dell’Aja e che subito dopo (avverrà formalmente il 1 aprile, ha fatto sapere Ban Ki Moon, ndr) avrebbe sollevato l’accusa di crimini di guerra nei confronti di Israele.

L’Anp ha depositato i documenti per accedere a 14 convenzioni e trattati tra cui il Trattato di Roma, che consente l’accesso alla Cpi, venerdì scorso. La mossa palestinese ha provocato reazioni molto dure da parte del Governo israeliano che si sono tradotte subito nel congelamento del trasferimento di circa 100 milioni di euro di dazi doganali dovuti all’Anp.

La decisione palestinese inquieta fortemente il governo israeliano perché la Corte penale dell’Aja potrebbe condannare i vertici dello Stato ebraico per quanto avvenuto l’estate scorsa e in particolare per i bombardamenti eseguiti su Gaza nell’operazione militare ‘Margine di sicurezza’ in risposta al lancio di missili Kassam. Il bilancio della rappresaglia israeliana venne comunemente giudicata come irragionevole e ingiustificata per la sua estensione e durezza. Dopo 51 giorni di combattimenti a Gaza, ai primi di settembre secondo i dati dell’Unicef, si contavano infatti 2.141 morti tra la popolazione di Gaza, di cui due terzi civili e 536 bambini; oltre 10 mila feriti, di cui 3.106 bambini; 17 mila case distrutte; terre coltivabili spazzate via e industrie rase al suolo. Dall’altra parte, si registrava la morte di 66 soldati israeliani e di 5 civili (tra cui un bambino).

Un bilancio che peserà e molto sulla Corte internazionale quando dovrà giudicare la richiesta dell’Anp e che potrebbe portare, in caso di condanna, a conseguenze estremamente spiacevoli per Israele, non solo sul piano dell’immagine, ma concretamente nei confronti dei suoi vertici, compresa la possibilità di un arresto nel momento in cui entrassero in uno dei Paesi che aderiscono alla convezione internazionale.

Siamo dunque di fronte ad un pesante aggravamento dei rapporti diplomatici tra palestinesi e israeliani, e non è un caso se l’iniziativa di Abu Mazen, presidente dell’Anp, sia stata fortemente osteggiata dagli Usa perché vista come un ostacolo al raggiungimento di un accordo di pace.

Ma cosa ha portato a questo ulteriore peggioramento? Certamente da parte palestinese vi è la sensazione che le iniziative diplomatiche internazionali siano finora servite a poco e che anzi vengano utilizzate dal governo di Nethanyau per guadagnare tempo mentre prosegue nella politica dei ‘fatti compiuti’ da cui è sempre più difficile tornare indietro. E tra questi al primo posto c’è la crescita continua e ininterrotta degli insediamenti dei coloni nei territori Occupati.

Nel corso del 2014 – scrive l’Agenzia Infopal riportando i dati di un report ufficiale israeliano – oltre 15mila israeliani si sono spostati in insediamenti nella Cisgiordania sotto assedio. “I dati emessi dal ministero dell’Interno israeliano mostrano che la Giudea e la Samaria (nomi ebraici per Cisgiordania) attualmente ospitano circa 400 mila israeliani, e dimostrano che l’insediamento in Giudea-Samaria è un fatto irreversibile”, ha dichiarato venerdì scorso l’ex presidente dello Yesha Council, Dani Dayan. Lo Yesha Council è un’organizzazione-ombrello per i consigli municipali degli insediamenti della Cisgiordania. Secondo Dayan, il numero di coloni ebrei in Cisgiordania è salito a 15mila dal 2013. Alcuni israeliani sembra preferiscano vivere negli insediamenti cisgiordani, piuttosto che nelle città israeliane, per i bassi costi delle abitazioni e dei molti privilegi garantiti dalle politiche pro-colonie del governo. I dati resi noti da Dayan non comprendono quegli israeliani che vivono negli insediamenti a Gerusalemme Est, il cui numero ammonta a oltre 200 mila.

L'occupazione israeliana in Cisgiordania e Gaza, con la linea di confine del '49, i territori dell'ANP con le zone e gli insediamenti sotto contrrollo israeliano, il Muro e le strade rpincipali.

L’occupazione israeliana in Cisgiordania e Gaza, con la linea di confine del ’49, i territori dell’ANP con le zone e gli insediamenti (▲) sotto controllo israeliano, il Muro e le strade principali.

E questo degli insediamenti potrebbe essere il secondo fascicolo che l’Anp aprirebbe all’Aja contro Israele. Il capo negoziatore palestinese, Saeb Erakat, ha confermato – sempre secondo Infopal – che Gaza sarà uno dei casi riportati alla Corte, ma ha anche affermato che ci sarebbe stato un fascicolo messo insieme sulla costruzione di colonie israeliane nei territori sequestrati a partire dalla ‘Guerra dei sei giorni’, nel 1967. “I fascicoli principali – ha affermato Erakat – saranno l’aggressione contro Gaza e la colonizzazione, dato che questo è un crimine continuo”.

Armando Marchio

ONU-Palestina, affondata
richiesta di ritiro israeliano

Palestina_bandiera_anpÈ naufragata nella notte la risoluzione palestinese per la fine dell’occupazione israeliana in Cisgiordania entro tre anni. Il Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite ha respinto una risoluzione presentata formalmente, a nome della Lega Araba, dalla Giordania che prescriveva il ritiro dell’esercito israeliano dai Territori Occupati nei confini pre-guerra del ’67, compresa Gerusalemme est (vedi cartina in fondo all’articolo).

Il documento, che l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) aveva insistito perchè fosse messo ai voti entro l’anno, ha raccolto solo 8 sì, uno in meno del minimo di nove necessario per l’adozione. Due i voti contrari (Stati Uniti e Australia) e cinque le astensioni. Cina, Russia e Francia, membri permanenti con diritto di veto, hanno votato a favore mentre la Gran Bretagna si è astenuta.

Protesta l’ANP, soddisfatto il governo israeliano, tira un sospiro di sollievo l’Amministrazione Obama che, se la risoluzione fosse stata approvata, aveva già fatto sapere che avrebbe fatto uso del suo diritto di veto per bloccarla, ma si sarebbe trovata in grande imbarazzo.

“Tutti gli israeliani che vogliono la pace con i vicini non possono che essere soddisfatti del risultato di questo voto”, ha dichiarato soddisfatto alla radio il vice ministro degli esteri israeliano Tzahi Hanegbi mentre l’ambasciatore al Palazzo di Vetro ha detto che “il voto dimostra ai palestinesi che non possono creare lo Stato da soli, forzando la mano”.

A Tzahi Hanegbi ha risposto il negoziatore-capo palestinese, Saeb Erekat, parlando di “sconfitta per la legge internazionale”. Erekat ha inoltre annunciato che nei prossimi mesi avrebbe avuto luogo un nuovo “tentativo con il Consiglio di Sicurezza”, dopo il prossimo rinnovo dei cinque membri non permanenti (Ciad, Nigeria, Cile, Lituania e Arabia Saudita subentreranno a Argentina, Australia, Lussemburgo, Corea del Sud e Ruanda). E se anche in questo caso la proposta dovesse essere rigettata i palestinesi vogliono rivolgersi direttamente alla Corte penale internazionale (Cpi) per accusare Israele di continui e reiterati “crimini di guerra”.

La Russia, attraverso il proprio ambasciatore al Palazzo di Vetro, Vitaly Churkin, ha definito il voto all’Onu come un “errore strategico” di cui “la Federazione russa si rammarica”.

All’origine della bocciatura del documento c’è anche l’irrigidimento della posizione palestinese che aveva reso più duro il testo rispetto alla versione originale inserendo una scadenza temporale di un anno per concludere i negoziati di pace e assegnando a Gerusalemme il ruolo di “Città Santa capitale” del nuovo Stato palestinese, rispetto alla formula di “capitale condivisa”.

La ragione di questo apparentemente incomprensibile irrigidimento, sarebbe da ricercare nella volontà palestinese di non costringere gli Usa a far uso del loro diritto di veto. Washington è un alleato storico di Israele, dove tra poco si terranno le elezioni politiche. Una crisi diplomatica provocata da un mancato aiuto americano, avrebbe avuto ripercussioni pesanti sulla campagna elettorale, forse favorendo l’ala più intransigente del blocco di centrodestra guidato oggi dal ‘falco’ Benjamin Nethanyhau. Abu Mazen ha quindi fatto una capriola diplomatica, irrigidendo le condizioni del documento per perdere volontariamente il possibile sostegno degli astenuti. Insomma sembrerebbe un harakiri strategico per superare l’appuntamento elettorale israeliano (17 marzo) prima di riproporre al nuovo governo, che spera sia migliore di quello di Nethanyhau, la questione dei negoziati e del ritiro dalla Cisgiordania.

Stando al Washington Post, il segretario di Stato Usa, John Kerry avrebbe fatto pressione su leader e ministri degli Esteri di almeno 13 Paesi, per arrivare alla bocciatura, esprimendo la preoccupazione di Washington riguardo alla risoluzione presentata da Amman. Il testo, secondo Kerry, avrebbe rischiato di inasprire le tensioni e il conflitto tra Israele e Palestina.

Comunque, come ha ricordato il negoziatore al palazzo di Vetro, ai palestinesi resta l’opzione di accedere alla Corte Penale Internazionale (un passo compiuto ufficialmente subito dopo il voto all’Onu, ndr) una possibilità che gli è stata riconosciuta quando l’Assemblea Generale, due anni fa, ha promosso la Palestina “Stato osservatore non membro”, uno strumento di pressione sul governo israeliano utile anche per ricordare all’opinione pubblica internazionale la condizione del popolo palestinese.
Il quadro resta comunque assai complesso e molti dubitano ormai apertamente che, anche in presenza di un’autentica buona volontà da ambo le parti, si riesca a risolvere il pluridecennale conflitto. A illustrare questa visione l’ambasciatore francese Francois Delattre: “La soluzione dei due Stati sta diventando un miraggio: gli insediamenti illegali da parte di Israele stanno minando la possibilità di creare uno Stato palestinese”.

L'occupazione israeliana in Cisgiordania e Gaza, con la linea di confine del '49, i territori dell'ANP con le zone e gli insediamenti sotto contrrollo israeliano, il Muro e le strade principali.

L’occupazione israeliana in Cisgiordania e Gaza, con la linea di confine del ’49, i territori dell’ANP con le zone e gli insediamenti sotto contrrollo israeliano, il Muro e le strade principali.

Non è un caso difatti se tutti i governi che si sono succeduti nel corso degli ultimi decenni abbiano ostinatamente perseguito la strada della colonizzazione dei Territori Occupati, vedi cartina qui a fianco, (unica eccezione il ritiro e lo smantellamento degli insediamenti di Gaza, soprattutto però perché costosi da proteggere, ndr), un modo per mantenere e allargare l’occupazione militare delle terre palestinesi e al contempo per inaridire la volontà della controparte di trovare una soluzione pacifica.

In questo quadro si inseriscono le prese di posizione di diversi Parlamenti dell’UE, compreso quello di Strasburgo, per il riconoscimento dello Stato di Palestina. Un modo per spingere il governo israeliano a cambiare rotta – vedi anche l’appello promosso da un gruppo di intellettuali israeliani – visto che fino a oggi la neutralità diplomatica dell’Europa non è servita a migliorare le prospettive di una soluzione pacifica.

Carlo Correr

Cisgiordania_Gaza_cartina_storica

Palestina-Israele, la parola passa all’ONU

Israele-Palestina-Onu-paceDopo i passi compiuti da diversi Paesi europei e ieri anche dall’Europarlamento con le mozioni favorevoli al riconoscimento della Palestina, la pressione internazionale sul governo israeliano di Benjamin Netanyhau si è trasferita al Palazzo di Vetro. I palestinesi hanno difatti presentato al Consiglio di sicurezza dell’Onu un progetto di risoluzione per arrivare alla pace con Israele. Continua a leggere

Anche dall’Is il riconoscimento dello Stato di Palestina

Locatelli-DiLello-Psi-Internazionale“Pace e sicurezza internazionale: per la risoluzione dei conflitti e la fine del terrorismo”, questo lo slogan scelto per il Consiglio dell’Internazionale Socialista, la storica organizzazione internazionale dei partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti di tutto il mondo, che si è riunito presso la sede delle Nazioni Unite di Ginevra questo fine settimana. Per il Psi ha partecipato una delegazione composta dai deputati Marco Di Lello e Pia Locatelli. Continua a leggere

Palestina, anche l’Ue
voterà per il riconoscimento

Palestina-riconoscimento-EuropaNell’eterno conflitto israelo-palestinese tenta di far da paciere l’Unione Europea, dunque lì dove hanno fallito i tentativi di mediare da parte del segretario di Stato americano, John Kerry, prova a fare uno sforzo l’Europa, iniziando con il riconoscimento dello Stato della Palestina. Continua a leggere

Is: par condicio tra lavoratori autoctoni e migranti

IsfL’Internazionale socialista ha riunito a Catania il Comitato per le migrazioni il 21 e 22 novembre, su invito del Partito Socialista Italiano. Alla riunione, presieduta dal presidente dei deputati socialisti Marco Di Lello e il segretario generale dell’Internazionale socialista, Luis Ayala, hanno partecipato delegati da partiti socialisti e progressisti di Algeria, Angola, Bulgaria, Grecia, Iraq, Italia, Mali, Marocco, Niger, Messico, Russia, Spagna. E’ inoltre intervenuto come ospite il deputato Gennaro Migliore, candidato a presiedere la Commissione d’inchiesta parlamentare sul sistema di ingresso e di identificazione dei migranti.

Il Comitato ha concordato le linee guida che andranno a informare la Carta delle Migrazioni che l’Internazionale socialista pubblicherà nel corso del 2015 per dare una piattaforma comune ai socialisti del Nord e del Sud del mondo.

Pertanto,

– l’Internazionale socialista sottolinea l’importanza che le migrazioni hanno sempre avuto nel costruire società aperte e nel produrre scambi utili all’economia dei paesi coinvolti. E’ inaccettabile che la globalizzazione dei mercati e delle merci non si accompagni a una globalizzazione solidale dei diritti;

– Il migrante è prima di tutto una persona, che ha diritto di vedere riconosciuta la sua dignità in quanto tale: è inaccettabile considerarlo soltanto come un elemento funzionale dell’economia; i migranti devono poter avere accesso all’istruzione e alla sanità, e ai diritti di base essenziali in ogni democrazia;

– Ci devono essere sempre pari condizioni di lavoro tra lavoratori migranti e autoctoni: i migranti non possono venire sfruttati, e parimenti non possono essere utilizzati per una concorrenza sleale nei confronti della manodopera locale;

– Il rispetto tra migranti e popolazione dei paesi di accoglienza deve essere reciproco, si tratta di rispetto verso la diversità, che è un valore assoluto e che va in entrambe le direzioni; in questo quadro, l’integralismo religioso e il nazionalismo sono fattori perversi che danneggiano non solo la pace tra i popoli ma destabilizzano le società dall’interno, e i migranti sono particolarmente esposti ai pericoli provocati da queste ideologie;

– è peraltro evidente che il rispetto per ogni diversità non può essere una limitazione per l’estensione e il rafforzamento dei diritti che consideriamo universali e validi in ogni cultura, in ogni paese e in ogni epoca, a partire dai diritti delle donne e dei minori; e le istituzioni democratiche devono garantire l’autonomia delle libere scelte individuali, che siano religiose o secolari;

– la cooperazione economica e politica tra i paesi di emigrazione, i paesi di transito e i paesi di immigrazione è un fattore essenziale: le migrazioni richiedono una governance comune;

– la libertà è per noi un criterio indiscutibile: se le migrazioni possono e devono essere sottoposte a regole e controlli, il diritto di asilo deve sempre essere considerato un diritto essenziale.

L’Internazionale socialista ha da sempre nella pace e nell’eguaglianza politica, sociale ed economica i suoi fini essenziali: la soluzione delle crisi e delle guerre, lo sviluppo economico e la tutela dell’ambiente sono tutti fattori inscindibili per affrontare i problemi posti dalle migrazioni. Al tempo stesso, sottolineiamo le opportunità create dalle migrazioni, in termini di scambi, mutua conoscenza, apertura delle società e diffusione della conoscenza. Ribadiamo il nostro convincimento che viviamo tutti in un solo mondo.

L’Internazionale esprime apprezzamento per la scelta responsabile del presidente Obama verso i migranti negli Stati Uniti d’America.

Il Comitato riconosce, infine, gli sforzi delle autorità italiane, e in particolare delle autorità locali e dei cittadini siciliani, nel gestire con umanità la crescita dei flussi migratori attraverso il Mediterraneo.Sottolinea il ruolo dei  paesi di transito, quali Marocco e Algeria. Al fine di evitare pericolosi “viaggi della speranza” il controllo dei requisiti potrebbe e dovrebbe essere svolto alla partenza e non nel paese d’arrivo.

Luca Cefisi