BAMBINI SOTTO ATTACCO

3817010-3x2-940x627Una nuova pagina vergognosa per l’isis che questa volta ha attaccato persino la sede dell’Ong ‘Save The Children’, l’organizzazione umanitaria che tutela e supporta i diritti umani dei bambini.
L’attentato è avvenuto nella sede dell’ong britannica Save the Children a Jalalabad, capoluogo dell’est dell’Afghanistan e ‘feudo’ di numerosi ribelli, tutto è iniziato poco dopo le 9 (le 5.30 italiane) con un’autobomba di fronte al complesso che ospita l’ong, permettendo a diversi terroristi – due o tre secondo le testimonianze – di penetrare all’interno del compound.
Secondo una fonte ufficiale un kamikaze si è fatto esplodere all’ingresso dell’edificio che ospita l’organizzazione, permettendo al commando di penetrare all’interno. Tre membri del commando sono stati uccisi. L’attacco ha causato quattro morti e il ferimento di una ventina di persone.
Il portavoce di Save the Children ha detto che il gruppo è «devastato» dalla notizia dell’attacco. Save the Children, che è presente in Afghanistan dal 1976 e che oggi gestisce progetti in 16 diverse province afghane, ha deciso di sospendere tutte le sue attività nel paese.
La rivendicazione dell’Isis, pubblicata dall’agenzia Amaq, sostiene che l’attacco è stato portato contro “fondazioni britanniche e svedesi”. “Tre martiri hanno preso parte all’attacco contro le fondazioni britanniche e svedesi e istituzioni governative afgane”, un allusione allo “Swedish Comittee” per gli affari umanitari e a un ufficio del ministero afgano per le donne, situati nei pressi della sede dell’ong.
L’attentato segue di quattro giorni quello a un grande albergo di Kabul, rivendicato dai talebani, che ha provocato una ventina dei morti tra i quali quattordici stranieri. I talebani hanno tenuto a specificare oggi di non avere alcuna responsabilità nell’attacco armato alla sede della ong Save The Children di Jalalabad City, nella provincia di Nangarhar. Al riguardo il portavoce Zabihullah Mujahid ha indicato via Twitter: “Attacco odierno nella città di Jalalabad: nulla a che vedere con i mujaheddin dell’Emirato islamico”.
In un breve tweet ,l’ong aggiunge che “la nostra principale preoccupazione riguarda l’incolumità e la sicurezza del nostro staff”. “Stiamo aspettando altre informazioni dal nostro team – si dice infine – e quindi non possiamo allo stato delle cose fare altri commenti”.

“Danza con me” di Roberto Bolle: un salto nelle e verso le emozioni

roberto-bolleChe cos’è la danza? Ha provato a spiegarlo e a mostrarlo l’étoile Roberto Bolle con il suo spettacolo “Danza con me”, prodotto da Ballandi Multimedia e per la regia di Cristian Biondani. In prima serata su Rai Uno, quello che è stato definito dal New York Times “The king of the dance” (il re della danza), ha premesso in apertura che ha imparato ad esprimersi attraverso la danza più che con le parole; a comunicare le sue emozioni attraverso di essa, a superare i suoi limiti con essa (come la timidezza). Per questo crede nella potenza salvifica della danza, uno strumento sublime di espressione del sé. Affiancato nella conduzione da Marco D’Amore, che egregiamente e con stile ha raccontato questo viaggio nella danza e nella vita di Bolle. Il programma non poteva che partire raccontando la storia del giovane ballerino siriano Ahmad Joudah, perseguitato dall’Isis e ostacolato dalla famiglia perché da sempre voleva danzare. Ha dovuto superare le difficoltà della guerra, delle minacce di morte dell’Isis, ma non ha mai smesso di avere questo amore per tale disciplina; tanto da arrivare a tatuarsi la scritta “danza o muori” nel punto dove i guerriglieri dell’Isis usano dare il colpo finale per ferire a morte i “colpevoli” e “traditori”. “La danza -ha commentato Bolle- da un pericolo si è trasformato in strumento di salvezza, e Ahmad ne è l’esempio vivente”, dicendosi fiero di essere stato un modello che il giovane siriano ha inseguito per molto tempo senza mai averlo conosciuto e che, finalmente, ora ha potuto incontrare di persona fino a ballarci insieme. “Grazie alla danza sono un sopravvissuto. Per me danzare con Roberto è stato un sogno che si è avverato. Essere qui è un onore per me, non avrei mai pensato di poter riuscire a vivere questo momento” -ha ribadito Ahmad-. Momento definito emozionante, di forte empatia dallo stesso Bolle. I due hanno danzato sulle note della canzone interpretata da Sting “Inshallah”, dedicata a tutti i profughi del mondo: “è un invito a non voltare lo sguardo dall’altra parte” -ha voluto sottolineare Bolle-.

La danza non è solo salvifica, ma è anche passione: ne ha provato a spiegare il significato Miriam Leone; è disciplina e sacrificio, però, anche: duro lavoro dalla mattina per diverse ore fino alla sera per preparare gli spettacoli e le coreografie da portare in scena, come ha scherzato e raccontato a Geppi Cucciari lo stesso Roberto. La danza è qualcosa di innato, che si ha dentro, che si sente e percepisce ancor prima di conoscerne le caratteristiche essenziali per poterla praticare, anche se poi la principale regola è l’istinto di lasciarsi trasportare dalle emozioni che essa ci comunica e che ci attraversano mentre danziamo.

Un po’ come per la musica. Una cosa per cui ci si sente predisposti, per cui si sente di essere nati, che ci fa stare bene perché ci rispecchia, dice chi siamo, in essa ci riconosciamo e ci fa sentire veramente noi stessi. Per questo è stata molto emozionante ed entusiasmante, per stessa ammissione di Bolle, la partecipazione di Tiziano Ferro. Il cantante di Latina ha cantato “Il mestiere della vita” (mentre Bolle danzava un assolo su coreografia di Renato Zanella), ma soprattutto con Roberto hanno parlato di loro stessi, dei loro sogni da piccoli e delle loro passioni, di quanto la musica e la danza li abbiamo sempre “inseguiti” (mostrando alcune loro foto a circa 7 e 11 anni). Un modo sincero e simpatico di raccontarsi apertamente (senza troppe parole). Evidente la sincera amicizia e lo schietto abbraccio finale tra i due.

La danza è anche fatica. Anche se Pif ha provato a smontare (molto goliardicamente) il presupposto della necessità di ricorrere a regole ferree nei vari movimenti di estrema precisione, attraverso la ‘nuova’ tecnica che è esclusivamente quella del tapis roulant (di massima comodità e minimo sforzo dunque). La danza non è solo alchimia, empatia, ma è dinamicità, plasticità, non è mai staticità, neppure la luce che la contorna: come persino in pittura (in un quadro di Caravaggio ad esempio), è sempre in movimento. La danza è luminosa, non solo per le luci (delle riprese e inquadrature e dei colori degli abiti), ma perché illumina, nel senso di rivelarci a noi stessi e di aiutare a farci conoscere e capire dagli altri.

La danza è creatività che sconvolge e stravolge ogni canone classico, di dimensione spazio-temporale. Non solo si va al di là della costante standard di tempo, ma anche ogni limite spaziale è rotto: pensiamo ad esempio alla messa in scena della coreografia che Bolle ha eseguito con Virginia Raffaele in cui entrano ed escono dal teatro della Scala di Milano, quasi proiettato in 3D in un’atmosfera a tratti western, a passi di un ritmo di “classico accelerato”: un balletto a effetti speciali sulle note di Mutant Brain. Quasi un free-style, per una spy-story a metà tra il reale e il virtuale, a ritmo di rap. E di effetti speciali non ne sono mancati: tante luci, anche a formare sagome stilizzate poi proiettate sullo schermo, sullo sfondo, dietro e davanti al quale Bolle&co hanno ballato.

La danza è contaminazione, come ha spiegato Fabri Fibra, per cui il classico incontra il rap, un po’ come quando nella musica pop e rap suonano la stessa melodia: è quello che è accaduto a Roberto Bolle e al ballerino americano Lil Buck, reinterpretando ‘La morte del cigno’, unendo il classico allo jookin.

La danza comunica anche senza parole, è un linguaggio sui generis, ma non per questo meno pregnante. Ma davvero si può fare a meno delle parole, anche nella danza? Per chi non ne fosse convinto, Pif e Miriam Leone hanno rimediato rendendosi co-protagonisti di un balletto “tradotto” (con il loro parlato appunto a descrizione, spiegazione ed interpretazione di ciò che andava in scena).

L’étoile dei due mondi si è divertito e ha fatto divertire con stile e semplicità. Ha ballato tanto, anche in coppia con Polina Semionova, Melissa Hamilton e l’étoile di Parigi Léonore Baulac (ma anche i primi ballerini della Scala Nicoletta Manni e Claudio Coviello); ma ha anche giocato e scherzato con autoironia, come nel duello tra cattivi con Marco D’Amore. Ma, soprattutto, ha mostrato che la danza è sonora, è suono e ritmo insieme da seguire e tenere a tempo (del cuore quasi). Danzare soli o in due non è la stessa cosa, su un brano piuttosto che un altro, in un luogo o in uno diverso, in un momento più forte emotivamente o meno, non è la stessa cosa -come ha spiegato D’Amore-. Tutto questo un ballerino lo sa che fa molta differenza, anche nel risultato, nell’esecuzione, ma nella sua stessa interiorità. Ed è la consapevolezza di questo importante aspetto che permette la riuscita di un traguardo eccezionale come questa prima serata di Rai Uno di “Danza con me” e di spettacoli come “This is it” di Michael Jackson, che volle Bolle come suo designer. La danza, infatti, è anche corale non solo personale e intima, tanto che Bolle si è esibito anche con le giovani allieve dell’Accademia della Scala.

Naturalmente la riuscita di “Danza con me”, di cui Bolle aveva la direzione artistica oltre ad aver scritto il programma (insieme a Luca Monarca, Federico Giunta, Pamela Maffioli, Giovanni Todescan), deriva anche da altri fattori; in primis dalla consulenza artistica di Artedanza, dal contributo di Michael Cotten alla direzione creativa, alla collaborazione alla fotografia di Fabio Brera, alle scene di Luca Sala, alle coreografie straordinarie di Massimiliano Volpini. Tutto ciò ha permesso di parlare a tutto tondo di danza, in modo leggero e disinvolto, ma soprattutto inedito e particolare, inusuale, insolito per un ulteriore diffusione di tale disciplina in televisione. Un primo step, un passo iniziale per un proseguo che si intravede, perché una replica o un bis non è da escludere quando si ha per le mani una fucina di creatività, fantasia, arte, talento come Roberto Bolle (i suoi numerosi impegni rilevanti permettendo, ovviamente). Il programma ha dimostrato tutta l’eleganza, la sobrietà, la sensibilità (umana, non solo la leggiadria nel danzare), di Bolle. Il successo di ascolti, poi, ha fatto il resto dandogli ragione: il suo show ha vinto la serata con quasi 5 milioni di spettatori (4 milioni 860 mila per la precisione), pari al 21.5% di share. Bolle ci ha messo il cuore e si è visto; non a caso con le luci è stato disegnato sul suo corpo proprio un cuore in risalto.

Barbara Conti

Le milizie popolari
e il ruolo dell’Iran

IRAN

Sembra un paradosso, la repubblica islamica sciita dell’ Iran doveva essere sotto controllo da parte dell’ occidente in particolare gli stati uniti. Eppure l’Iran degli Ayatollah continua ad espandersi nel medio oriente, la sua influenza e la sua presenza in quell’area sembra inarrestabile.

Daish (ISIS) è stato quasi sconfitto grazie anche al sacrificio di migliaia di civili e Peshmarga Kurdi con l’ appoggio della coalizione internazionale, ma il vincitore di tale opera sembra l’ Iran senza aver fatto sacrifici significativi.

Nel giugno del 2014 l’ esercito iracheno fuggì di fronte all’ avanzata dell’ esercito di taglia gole lasciando cosi cadere la città di Musul nelle mani di Daish. La ferocia dei Daish nei confronti dei civili e la distruzione delle opere d’ arti li conosciamo tutti. Ninve fu la capitale degli Assiri che oggi si trova nell’ area territoriale di Musul.

Allora La guida spirituale e politica degli Sciiti in Iraq Ali Sistani ( di origini iraniane) chiese alla popolazione sciita di prendere armi contro i Daish, cosi nacquero vari gruppi di milizie popolari per combattere lo stato islamico. Questi gruppi erano inesperti , deboli e mal armati, a questo punto entra in scena a loro soccorso l’ Iran sciita. L’ Iran manda in Iraq il generale di brigata Qasem Soleimani per organizzare e coordinare le attività militari delle milizie create da poco contro i Daish. Ma non solo per combattere i Daish, dopo la sconfitta dello stato islamico, queste milizie potevano essere utili per minacciare contro irrefrenabile volontà del popolo kurdo per l’ indipendenza.

Infatti, il 25 di settembre del 2017 con un referendum i kurdi del Kurdistan iracheno erano chiamati ad esprimersi per l’ indipendenza del loro territorio dal resto dello stato iracheno, quasi il 94% della popolazione votò SI per l’ indipendenza. Ma come sempre i kurdi rimasero soli anche questa volta.

Gli stati confinanti all’ Iraq come Turchia, Iran e il governo sciita iracheno stesso hanno iniziato a minacciare i kurdi e di non voler sapere della volontà dei kurdi. Subito dopo tale data, l’ esercito iracheno con le milizie popolari sciite hanno attaccato diverse città e località kurde, costringendo i kurdi a ritirarsi dalla città di Kirkuk, dalle aree intorno a Musul e altre parti. Tutto questo avveniva nel silenzio totale dell’ alleato occidentale che poco prima proprio con le forze kurde hanno sconfitto i Daish.Non dimentichiamo che tali aree erano state difese dalle forze kurde perché costantemente erano sotto le minaccia dello stato islamico.

L’ Iran coordina direttamente le variegate milizie popolari creati in Iraq, non solo, l’ Iran ha costretto il governo iracheno a trasformare 120.000 unità di tali milizie come una forza ufficiale e retribuita.

Alcuni gruppi di tali milizie sono già nelle liste dei gruppi terroristici segnalati dagli stati uniti. La loro ferocia non è molto diversa da quella dei Daish.

Il piano dell’ Iran è chiaro, vuole creare un’ asse politico militare che parte dall’ Iran e finisce per adesso in Libano.

Kawa Goron

Raqqa. I Curdi espugnano la capitale dell’Isis

raqqaRaqqa è stata liberata, ad annunciarlo un portavoce dei guerriglieri curdi che ha precisato che la città, ex capitale dello Stato islamico in Siria, è “completamente ripulita”. Dopo un’offensiva iniziata a giugno, domenica c’è stato l’assalto finale da parte dei combattenti dalle Forze democratiche siriane (Fsd), alleanza di milizie curde e arabe appoggiate dagli Usa che si è concluso stamattina.
Gli ultimi combattimenti particolarmente accesi si sono verificati nella zona dell’ospedale e in quella dello stadio, mentre particolare valore simbolico ha avuto l’occupazione del crocevia di Al-Naim, conosciuto come la “Rotonda dell’inferno”, dove i jihadisti eseguivano decapitazioni e crocifissioni.
Dopo Mosul lo Stato Islamico perde l’ultima città importante che controllava fra Siria e Iraq ma soprattutto il luogo che aveva eletto a capitale del suo “Califfato”. Nel marzo del 2013 Raqqa diventa il primo capoluogo di provincia a cadere nelle mani dei combattenti che si oppongono al regime di Bashar Al Assad, ma nemmeno un anno dopo l’Isis prende il pieno controllo della città, cacciando i combattenti delle altre fazioni. Tuttavia già nel giugno del 2015 i combattenti curdi riescono a strappare al Daesh le prime città nella provincia, tra cui Tal Abyad e Ayn Issa.
Dopo aver ripreso il controllo dello stadio di calcio e dell’ospedale, le ultime due roccaforti dove si erano asserragliati i combattenti stranieri dell’Isis, è stata issata la bandiera curda sulla città, anche restano da stanare alcune sacche di jihadisti ancora a Raqqa, soprattutto combattenti stranieri accorsi da tutto il mondo per combattere nelle fila dell’Isis.
Centinaia di jihadisti dell’Isis e migliaia di civili erano stati evacuati da Raqqa domenica in base ad un accordo raggiunto tra le cosiddette Forze democratiche siriane (Sdf) alleate degli Usa e lo Stato islamico con la mediazione di capi tribali locali.
Nonostante tutto però secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, la battaglia per la liberazione di Raqqa ha avuto un costo altissimo in termini di vite umane: 3.250 morti, di cui 1.130 civili, senza dimenticare le condizioni in cui versano i civili fuggiti da Raqqa che da giugno sono ancora ospitati nei campi profughi.

Libia. Minniti incontra Haftar, ma si teme attacco Isis

Una foto tratta dal profilo Facebook del 'Media office of lybian army' mostra Il ministro dell'Interno, Marco Minniti, con il generale Khalifa Haftar durante il loro incontro a Bengasi, 5 Settembre 2017. +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

L’Italia corteggiava da tempo l’uomo forte della Cirenaica, il generale Haftar, ma ora a ufficializzare l’intesa tra Roma e Tobruk è stato l’incontro in via riservata tra il generale e il ministro degli Interni Marco Minniti. Il ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha incontrato nel suo ufficio a Bengasi, in Libia, il generale Khalifa Haftar. Lo si apprende dalla pagina Facebook dell’ufficio stampa del comando generale delle forze armate arabe libiche che posta anche la foto di Minniti e Haftar che si stringono la mano e si viene anche a sapere che l’incontro è avvenuto la settimana scorsa. Il ministro degli Interni italiano, si legge sul quotidiano libico Alwasat, ha affermato che l’Algeria e Roma sono interessati alla stabilità della Libia, perché è importante per combattere il terrorismo e il traffico di esseri umani. La pacificazione è fondamentale per il capo del Viminale soprattutto per quanto riguarda l’immigrazione e il suo piano di accordo con la Libia, le milizie del generale controllano infatti il 70% della costa. L’accordo è importante non solo sul piano politico, ma anche economico. Solo oggi è stato riaperto il giacimento petrolifero di al Sharara, in Libia, dopo uno stop di due settimane e dopo la diffusione di notizie sull’evacuazione del personale straniero per la presenza di una milizia armata al suo interno. Da giorni infatti gruppi armati provenienti dalla città di Zintan (situata nel Nord-Ovest del Paese) hanno preso il controllo e bloccato il flusso di un oleodotto, imponendo l’interruzione delle attività produttive dei due giacimenti petroliferi El Sharara ed El Feel. Quest’ultimo, anche noto come Elephant Field, situato nel deserto del Murzuk (nell’area sudoccidentale della Libia), è operato da una joint-venture costituita da NOC e dall’Eni.
Tuttavia a preoccupare sono anche le notizie dell’arrivo nel territorio libico di miliziani del Sedicente Stato islamico. Un anno dopo la cacciata da Sirte, gli jihadisti in fuga hanno però trovato rifugio nelle zone desertiche dell’entroterra e ora stanno facendo ritorno circa 300 miliziani dell’Isis che si muovono liberamente a sud della valle di Sirte e nelle aree ancora più meridionali. Avrebbero anche stabilito un check Point a Wadi Al-Hamar, 90 km ad est della città portuale.
Nel frattempo oggi a il fondatore di Emergency Gino Strada a Milano ha attaccato il ministro dell’Interno Marco Minniti e gli accordi con la Libia del Governo Gentiloni che ha affermato: “Minniti ha una storia da sbirro e va avanti su quella strada lì. Per lui ributtare in mare o riconsegnare bambini, donne incinte, poveracci a quelli in Libia e farli finire nelle carceri ammazzati o torturati è una cosa compatibile con i suoi valori. Con i miei no”.

UN ANNO DI PROVE

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Il nostro Psi, nell’annata politica che va da un agosto all’altro, vanta un notevole lavoro politico che ha sanato ferite, raggiunto risultati importanti, provato, non sempre con successo, ad allacciare intese politiche, contribuito a raggiungere obiettivi legislativi di rilievo.

E’ stato l’anno di Amatrice e del terremoto che ha sconvolto una parte del centro Italia. I socialisti hanno lanciato subito due progetti: uno sulla messa in sicurezza del territorio e uno per la salvaguardia degli edifici. E’ passato solo un anno e sembra un secolo. Ma è stato anche l’anno di Trump e del terrorismo islamico che non demorde e che continua a colpire, da Nizza a Londra, dalla Germania al Belgio. Con Nencini lanciamo l’idea di salvaguardare la nostra cultura liberale e proponiamo iniziative contro l’infibulazione e la sharia. Restiamo, in fondo, figli dei principi dell’illuminismo, loro di quelli dell’oscurantismo. Grazie all’impegno del nostro vice ministro si vara la legge sull’omicidio stradale. E’ stato l’anno di Macron che ha sconfitto la destra e la sinistra francesi, l’anno della Brexit. E’ stato il primo anno senza Marco Pannella, mentre ci hanno salutato per sempre i nostri indimenticabili Lelio Lagorio, Franco Piro, Giuseppe Tamburrano e Giovanni Pieraccini. Dal Portogallo rimbalza la notizia della scomparsa di Mario Soares e più recentemente ci lascia Enzo Bettiza, campione di liberalsocialismo. E’ l’anno segnato da un referendum perso dal governo Renzi (i socialisti si sono schierati per il sì, ma hanno contestato l’Italicum), cui sono seguite le dimissioni di quest’ultimo da presidente del Consiglio, ma non dalla politica, tanto che il giovin Matteo ha poi stravinto le primarie del Pd restando così alla sua guida. Il suo successore al governo Paolo Gentiloni lo surclasserà nettamente nei sondaggi sul gradimento degli italiani (risale a sorpresa anche Berlusconi).

Se n’è andato davvero, pareva impossibile, Fidel Castro, ci lascia anche il premio Nobel Dario Fo e alle elezioni amministrative parziali trionfa, a sorpresa, il centro-destra anche nelle regioni rosse. I socialisti si confermano in buona salute nei comuni, dove restano l’unico partito del centro-sinistra presente, oltre il Pd. Esplode lo scandalo immigrati e Ong. Un magistrato di Catania esprime preoccupazioni non infondate. Inizia lo scaricabarile dell’Europa ma la Bonino sostiene che i trattati che abbiamo firmato (in cambio di flessibilità sui conti) scaricano gli oneri su di noi. Il Psi si ritrova a congresso a Roma anche per risolvere un questione di legittimità degli organi dopo un ricorso. Ne esce la preferenza per un nuovo rapporto con radicali e laici. Emma, presente, rimpiange la Rosa nel pugno. Intanto l’Avanti, dopo la rubrica di denuncia sulle banche (al Senato i socialisti presentano due proposte di legge sull’argomento) può contare sulle preziose collaborazioni del giornalista Aldo Forbice e dell’economista Nicola Scalzini, già consulente di Craxi alla presidenza del Consiglio e sottosegretario del governo Dini. Grazie a Pia Locatelli la legge sul fine vita è approvata dalla Camera, dopo quella sulle unioni civili, cui i socialisti danno un contributo essenziale.

Con Giovanni Negri dò vita all’associazione Marianna che unisce radicali, laici e socialisti, mentre i radicali transnazionali si trovano a congresso a Rebibbia. E’ l’anno di una legge elettorale che non si fa (i socialisti avanzano una proposta di legge sullo schema del Mattarellum), di Pisapia che, come l’araba fenice, che ci sia ciascun lo dice ma dove sia nessun lo sa, ma é certo l’anno della scissione del Pd abbandonato da D’Alema, Bersani, Speranza e Rossi, che fondano Mdp. L’aggettivo socialista viene bandito. Il Pd é in crisi, anche Orlando fonda un suo movimento (un’altra scissione?). Dobbiamo intervenire per difendere Ignazio Silone dalle accuse di uno storico e anche per dire la verità sul nuovo film Sky 1993. Celebriamo il settantesimo anniversario della scissione di Palazzo Barberini (Saragat aveva ragione) e portiamo a casa dalla Camera lo ius soli, vecchio principio socialista. I grillini fanno ridere e piangere tutta Europa per come amministrano Roma. La Raggi dice no alle Olimpiadi e non si contano ormai gli assessori dimissionari, mentre il suo uomo di fiducia finisce in carcere. Finalmente la coalizione internazionale espugna Mosul. L’Isis si ritira.

L’economia italiana é in timida ripresa. Siamo al più 1,3. Ma la disoccupazione é ancora alta. E’ anche l’anno dei papà. Quello della Boschi, incastrato dalle banche, quello di Renzi accusato di incontri con l’imprenditore Romeo. Ci pensa Richetti a risanare l’Italia. La sua proposta di legge tesa ad applicare il contributivo ai vitalizi degli ex parlamentari viene approvata dalla Camera. Ma i grillini non si accontentano. Vogliono il riconoscimento della primogenitura e al Senato scoppia il finimondo perché la procedura d’urgenza viene rifiutata. Dopo aver citato la battaglia di Auschwitz di Napoleone, Di Battista attribuisce il Nobel a Hollande, mentre Di Maio aveva accenato al Venezuela di Pinochet. Il futuro dell’Italia in mano agli ignoranti? Arriva agosto, mentre Emma Bonino e Carlo Calenda partecipano alla formazione del nuovo movimento Forza Europa. Una novità interessante e dagli sviluppi potenzialmente rilevanti. Fa molto caldo. Salvini ne prende troppo e chiede di processare Napolitano per l’intervento in Libia. Siamo oltre misura, oltre il record, oltre dove una volta voleva finire il vecchio Occhetto. Esaurita l’ondata dei trentenni si passa direttamente agli ottuagenari? De Rita osserva che siamo nella fase del rancore e del rimpianto. Aspettiamo settembre per verificare se dopo la morte della rottamazione e di Lucifero ci sarà spazio anche per noi, non più trentenni, non ancora rottamati ma non ancora ottantenni. Restiamo a metà del guado…

Mauro Del Bue

DAESH IN PARLAMENTO

isisi teheranIl Paese degli Ayatollah viene colpito al cuore e in due attacchi in rapida successione in luoghi simbolo dell capitale dell’Iran, il parlamento e il mausoleo dell’imam Khomeini, dai terroristi di matrice jihadista. Per fortuna il terzo attentato è stato sventato. Alcuni terroristi hanno agito vestiti da donne. L’Is ha rivendicato l’attentato tramite la sua agenzia Amaq, secondo cui “combattenti dello Stato islamico hanno attaccato il mausoleo di Khomeini e il parlamento” di Teheran. In un successivo comunicato, Amaq ha precisato che “due martiri hanno fatto detonare le loro cinture esplosive” nella capitale iraniana. Se confermato, nel Paese sciita si apre un nuovo, minaccioso fronte della jihad condotta dal gruppo jihadista sunnita.
Questa mattina prima ci sono stati degli spari ad opera di un commando dell’Is nel Parlamento iraniano, poi un kamikaze si è fatto esplodere, portando alla morte di 8 persone e una ventina di feriti. Quasi contemporaneamente un commando armato di due terroristi porta il terrore tra i visitatori del mausoleo dedicato all’ayatollah Ruhollah Khomeini, nella zona sud di Teheran. Anche qui una sparatoria, poi un terrorista si fa saltare in aria, mentre l’altro sarebbe stato ucciso dalla polizia, dice la tv di Stato Irib. Qui il bilancio, scrive l’agenzia di stampa iraniana Fars, sarebbe di un morto e almeno due feriti.
Per fortuna le forze di sicurezza iraniane sono riuscite a sventare un ulteriore attentato nel Paese, arrestando una “squadra di terroristi”, altri dettagli non sono stati forniti per ragioni di sicurezza. Lo ha riferito il capo del dipartimento antiterrorismo del ministero dell’Intelligence iraniano.
Il presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani, ha riferito che l’attacco ha provocato “danni inferiori a quelli previsti, grazie alle forze di sicurezza dimostratesi pienamente in grado di gestire gli aggressori codardi”. Per Larijani, “l’attacco dimostra che i terroristi hanno l’Iran come obiettivo” perché “il Paese rappresenta un hub attivo ed efficace nella lotta al terrorismo”.
In questo modo il presidente ha ancora dato una risposta chiara e forte alle insinuazioni fatte dal Presidente Donald Trump in Arabia Saudita quando ha incontrato i leader dei principali paesi arabi. Dopo le aperture di Obama, Trump fa una sterzata contraria e lancia un’alleanza nel Golfo che porta all’isolamento di due Stati importanti come il Qatar e l’Iran. All’appello del presidente Usa ad una nuova crociata contro il terrorismo e l’Iran shiita hanno risposto prontamente sei Paesi arabi (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Yemen e Maldive) che hanno subito rotto i rapporti con Doha.
Con l’attacco di oggi viene smentita la linea adottata da Washington, mentre ‘The Donald’ proprio ieri esultava per “l’inizio della fine del terrore”. Nel frattempo il Qatar è completamente isolato, anche economicamente: l’Arabia Saudita ha annullato la licenza di Qatar Airways e chiuso gli uffici della compagnia sul tutto il territorio nazionale. E le autorità filippine hanno vietato ai loro cittadini di lavorare in Qatar, una misura “precauzionale” giustificata con il timore che gli oltre 200 mila filippini che lavorano nell’emirato possano trovarsi a dover fronteggiare problemi come la carenza di generi alimentari.

Israele, detenuti palestinesi
in sciopero della fame

israele-prigionieri-palestinesi“Chiediamo di intervenire presso il Governo israeliano affinché venga incontro alle richieste dei detenuti palestinesi, in sciopero della fame dal 23 aprile per protestare sulla situazione delle carceri israeliane”. Lo hanno chiesto in una lettera inviata all’ambasciatore israeliano a Roma Ofer Sachs, Pia Locatelli, presidente del Comitato Diritti umani della Camera. E Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti umani del Senato.

“Le richieste avanzate da circa il 30% dei detenuti palestinesi riguardano la regolarità, la durata e l’aumento dei permessi di visita dei famigliari. Ci è stato riferito – aggiungono i due parlamentari nella lettera – che in seguito a quest’azione di protesta non violenta sono state messe in atto una seria di azioni punitive che comprendono un inasprimento delle condizioni di isolamento, il divieto di incontrare i propri avvocati e perfino il sequestro del sale”.

Immediata la replica dell’ambasciatore Sachs che nella sua risposta nega categoricamente qualsiasi violazione dei diritti umani nei confronti dei detenuti palestinesi e respinge tutte le accuse. Eppure è proprio un israeliano a dargli torto: lo scrittore Abraham Yehoshua in un’intervista a “ il Fatto quotidiano” afferma che i detenuti palestinesi hanno ragione a scioperare perché sono discriminati e chiedono di poter godere degli stessi diritti di tutti gli altri carcerati, che sono peraltro i diritti sanciti da tutte le Convenzioni per i diritti umani. Israele, se vuole ancora definirsi una democrazia, glieli deve dare. È loro diritto”

Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua nell’intervista al “Fatto Quotidiano” ha parlato anche di Trump e attaccato le posizioni del presidente Usa. Trump, dice, fa ironia sui militanti dell’Isis chiamandoli “losers” (perdenti, sfigati) ma “vende armi” a chi da sempre li foraggia e sostiene, ovvero l’Arabia Saudita. “L’accordo raggiunto tra Usa e Arabia Saudita non ha nulla a che vedere con il tentativo di sradicare i terroristi islamici e la lotta al jihad. E nemmeno è finalizzato a migliorare i rapporti tra il mondo arabo sunnita e noi ebrei israeliani – dice Yehoshua – Si tratta esclusivamente di un accordo commerciale basato sulla vendita di armi, che ancora, purtroppo, è il motore dell’economia. Invece di incoraggiare e apprezzare la scelta fatta dagli iraniani votando il moderato Rouhani, Trump non si è fatto scrupolo a vendere armi a una nazione che ha sostenuto e foraggiato proprio al Qaeda e l’Isis”.

Quanto al conflitto israelo-palestinese, lo scrittore è anche più duro: “Voglio essere chiaro: il signor Trump non ha il profilo morale, l’intelligenza, la cultura, la sensibilità per risolvere alcunché, tantomeno una questione tremendamente complessa come quella israelo-palestinese. Questo signore conosce solo il linguaggio volgare e arrogante dei soldi e della peggior tv. Come ha fatto, appunto, parlando di Manchester. “Trump – prosegue – non è interessato alla pace tra israeliani e palestinesi, come non è interessato il suo amico di famiglia Netanyahu. Entrambi vogliono mantenere lo status quo, quello che dicono e fanno in pubblico è solo una farsa. La verità è che entrambi non vogliono la nascita di uno Stato palestinese mentre vogliono continuare la politica rovinosa dell’appoggio alle colonie nei Territori palestinesi occupati”. Peccato, aggiunge, che anche da parte palestinese non sia venuta una chiara presa di posizione. “Il presidente dell’Anp è stato (Abu Mazen) troppo passivo, troppo cauto. La situazione richiede una posizione più decisa”.

I BAMBINI DI MANCHESTER

manchesterUna strage di 22 morti e di almeno 60 i feriti, tutti giovanissimi, al concerto di Ariana Grande, idolo dei teenager. L’attentato all’Arena di Manchester sarebbe il peggiore attacco terroristico su suolo britannico dal 7 luglio del 2005, quando a Londra quattro bombe piazzate da Al Qaeda su mezzi di trasporto pubblico uccisero 56 persone, compresi i quattro kamikaze, e ne ferirono 700. Un attentato rivendicato, tramite l’agenzia Amaq, dall’Isis che parla di ordigni esplosivi “in mezzo a un raggruppamento di crociati”. Secondo i media britannici è in corso un raid della polizia armata nella zona di Carlton Road, nel sud di Manchester. Ne dà notizia il sito del Guardian secondo cui in quella via si troverebbe l’abitazione dell’attentatore che ha colpito al concerto di ieri sera. Effettuati una serie di arresti nelle zone di Chorlton e Ashton. Secondo la Cbs il kamikaze era il ventiduenne Salman Abedi, già noto alla polizia.


Un kamikaze si è fatto esplodere al termine del concerto della cantante statunitense Ariana Grande alla Manchester Arena che è la più grande arena indoor d’Europa, con una capienza di oltre 21mila posti: era affollata soprattutto di teenager e bambini. La bomba utilizzata dall’attentatore aveva chiodi al suo interno per causare molti più danni e alcuni media inglesi parlano di una persona fermata e di un sospetto ordigno in una fermata della metropolitana, ma mancano conferme. le testimonianze continuano ad essere confuse.
La deflagrazione è avvenuta nella zona delle biglietterie, subito fuori dall’Arena. Mentre i ragazzi cercavano di guadagnarsi l’uscita. In un primo momento si è parlato di due o più esplosioni, poi ne è stata confermata una sola, individuata appunto nella zona del foyer, subito fuori dall’area degli spalti. Mentre i giovani, stavano lasciando l’enorme auditorium e nel momento in cui, forse, i controlli erano più deboli.
Nel Paese che si avvia alle elezioni anticipate dell’8 giugno, tappa fondamentale verso la Brexit, è stata sospesa la campagna elettorale. La premier, Theresa May, ha parlato di un attentato “orribile” e ha annunciato che sospenderà le attività in vista del voto. Decisione condivisa anche dal leader laburista Jeremy Corbin. Il sindaco di Manchester, Andy Burnham ha dichiarato: “Il mio cuore è con le famiglie che hanno perso i loro cari. La mia ammirazione è per i nostri coraggiosi servizi di soccorso. Una notte terribile per la nostra grande città”.
Il concerto di Ariana Grande, idolo dei teenager, era la prima tappa europea del tour mondiale dell’artista, la cantante ha fatto sapere di stare bene ma è “inconsolabile” e “devastata”.

Paura a Baghdad: l’Isis rivendica l’attacco

bagadadIl terrore continua purtroppo a diffondersi: mercoledì 29 marzo ’17 si è verificato l’ennesimo attacco terroristico dell’Isis nella parte meridionale della città di Baghdad, causando una decina di vittime e un numero ancora non certo e sempre crescente di feriti. L’attacco suicida, avvenuto per mezzo di un camion-bomba contro un check-point, è stato successivamente rivendicato dallo Stato Islamico attraverso la sua agenzia stampa “Amaq”, in cui il kamikaze è stato identificato con un “martire alla guida di un camion contenente diverse tonnellate di esplosivo”.

L’Isis cerca ormai da parecchio tempo di contrastare le forze irachene per il dominio della città di Mosul. Secondo le fonti, il conducente avrebbe innescato gli esplosivi in un posto di controllo delle forze di sicurezza a sud di Baghdad, facendo saltare in aria il camion in mezzo ad altri veicoli fermi al posto di blocco.

Il clima di allarme non si placa, si percepisce ancora nell’aria la paura per l’attacco di Londra del 22 marzo ’17 (verificatosi nel giorno del primo anniversario degli attentati di Bruxelles), iniziato nelle vicinanze del ponte di Westminster e proseguito nei pressi del Palazzo di Westminster.

È di oggi, inoltre, la notizia dello smantellamento di una cellula jihadista a Venezia: lo sgomento e l’angoscia sono purtroppo in continuo aumento.