Astana, al via la tregua. Adesso tocca a Trump

colloqui-di-pace-ad-astanaNon poteva non esserci attrito ad Astana, capitale del Kazhakstan, dove ieri e oggi ci sono stati i colloqui sulla crisi in Siria. Ma per il momento nell’aria si respira un moderato ottimismo visto che Russia, Turchia e Iran hanno raggiunto un accordo per il consolidamento e il monitoraggio del cessate il fuoco in Siria: un’intesa messa nero su bianco sulla dichiarazione finale di Astana.
“Non si tratta di un documento, si tratta di una cessazione delle ostilità, che significa vita per i siriani”, ha detto l’inviato delle Nazioni Unite, Staffan de Mistura.
Non sono mancate tuttavia scaramucce e accuse reciproche, specialmente tra i rappresentanti dell’opposizione siriana e i delegati del Governo di Damasco. Tanto che le delegazioni siriane si sono rifiutate di firmare il documento finale, il capo della delegazione governativa, Bashar Jaafari, appena presa la parola poi ha definito “insolente” il discorso di apertura tenuto dall’opposizione affermando che essa “sostiene i terroristi”. Non solo, ma i siriani di Assad non hanno risparmiato le critiche alla Turchia “uno Stato che ha violato la sovranità siriana fornendo assistenza ai gruppi terroristici e impedendo una soluzione pacifica”. Damasco ha anche chiesto che i colloqui intersiriani di Astana riguardino solamente “le parti siriane”, osservando che la Turchia non dovrebbe prendere parte al dialogo. Da parte sua Ankara invece ha accettato la possibilità che Bashar Assad mantenga “un ruolo politico nella fase di transizione verso la pace”, facendo di fatto cadere la
precondizione dell’uscita di scena del presidente siriano.

Sembra dunque tutto rimandato a Ginevra: l’8 febbraio, nella città svizzera ci sarà infatti un nuovo round di colloqui sotto l’egida dell’Onu. E su questi, certamente, anche Donald Trump e la sua nuova amministrazione potranno far valere la propria voce, più di quanto non abbiano fatto ad Astana con la presenza dell’ambasciatore Usa in Kazakistan. Vladimir Putin, ha ammesso la fragilità di questi negoziati e la necessità d’accordo anche con Assad per l’inizio di una reale transizione verso la pace, anche per questo il ruolo americano resta di vitale importanza. Ma anche Trump rischia di finire incagliato nel disastro del ‘Medio Oriente’, se davvero punta a un’intesa, dovrà accettare che Assad resti al potere con somma irritazione di Israele, dell’Arabia Saudita e delle monarchie del Golfo, cioè dei maggiori alleati americani nella regione che vedono come il fumo negli occhi il consolidamento dell’asse sciita guidato dall’Iran.

“È stata presa la decisione di stabilire un meccanismo trilaterale per sorvegliare e assicurare la completa attuazione del cessate-il-fuoco e per evitare ogni provocazione”, ha dichiarato il ministro degli Esteri kazako, Kairat Abdrakhmov, leggendo il documento finale dei colloqui. Russia e Iran, alleate di Damasco, e la Turchia, principale sostenitrice dei ribelli, si sono impegnate inoltre a “utilizzare la loro influenza” e a fare ricorso a “misure concrete nei confronti di ciascuna parte” per consolidare il cessate il fuoco instaurato il 30 dicembre scorso, ed hanno assicurato di voler “garantire la sovranità, l’indipendenza e l’unità territoriale siriana, nella sua forma di Stato multietnico e multireligioso, non confessionale e democratico”.

Istanbul. L’Isis rivendica il ‘Capodanno di sangue’

È arrivata questa mattina la rivendicazione dell’Isis della responsabilità dell’attentato mentre continua in Turchia la caccia all’uomo per scovare il killer che la notte di Capodanno ha assaltato la discoteca Reina di Istanbul. Nella rivendicazione, l’Isis minaccia altri attacchi in Turchia. Il gruppo terrorista definisce la Turchia “apostata” e “serva dei crociati”. Secondo i media turchi, l’autore della strage sarebbe legato alla stessa cellula che a giugno colpì l’aeroporto Ataturk, causando 47 morti. L’azione contro lo scalo era stata condotta da tre membri del gruppo jihadista provenienti da Russia e Asia centrale. Dal fatto che abbia esploso 180 proiettili contro la folla gli esperti deducono poi che abbia cambiato sei volte caricatore durante l’attacco, quindi si tratterebbe di un esperto delle armi. Inoltre in base alle testimonianze raccolte, non solo l’uomo zoppicava come se fosse stato ferito in passato, ma sembra ormai certo che l’attentatore parlasse arabo.


Il Capodanno di sangue nella guerra “sporca” siriana

istanbulFesteggiavano il capodanno quando l’uomo armato ha aperto il fuoco nella discoteca Reina ad Istanbul, Turchia. Il primo giorno del 2017 porta circa 70 feriti e 39 morti, tra i quali 24 uomini e 15 donne. Tra gli identificati, 11 sono cittadini turchi, mentre 24 sono stranieri. Intorno all’1:15 di domenica, il killer ha sparato (uccidendolo) un poliziotto che era di guardia al cancello anteriore in discoteca. “Atto a sangue freddo” – commenta così l’accaduto il prefetto di Istanbul Vasip Sahin.

È subito scattata una vasta caccia all’uomo. Le autorità turche hanno imediatamente definito l’attacco come opera di terroristi.

Il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan ha espresso le sue condoglianze alle famiglie delle vittime. Espressioni di cordoglio sono arrivate da tutto il mondo. Papa Francesco ha condannato l’attacco durante la sua udienza in piazza San Pietro, domenica. L’incidente ha lasciato il pontefice “profondamente addolorato”.

Il presidente Russo Vladimir Putin ha espresso le condoglianze a Erdogan subito dopo l’attacco dicendo: “il nostro dovere comune sia quello di rispondere con decisione all’aggressione terroristica”. La Russia rimane alleato della Turchia nella lotta contro questo “male”.

L’accaduto preoccupa la Casa Bianca dalla quale arrivano parole di conforto.
La Turchia ha dovuto affrontare numerosi attacchi già l’anno scorso. Erdogan, dopo un periodo di grandi ambiguità caratterizzato da accuse di complicità con Al Baghdadi (rilanciate proprio da Putin e dalla Russia), ha mutato atteggiamento nel momento in cui ha stabilito uno stretto rapporto di alleanza con Mosca (raffreddando le precedenti relazioni filo-occidentali) e la Siria per giungere a una stabilizzazione (spartizione) dell’area al fine di stroncare le pressioni indipendentistiche dei curdi. La necessità di combattere tutte le organizzazioni “terroristiche” (soprattutto le milizie curde che sino a quel momento con l’alleanza occidentale avevano combattuto con maggior vigore contro l’Isis e il regime siriano di Bashar Al Assad), ha obbligato Erdogan a lanciarsi in una aperta campagna contro al Baghdadi in collaborazione con i nuovi alleati (Mosca e Siria).

Contemporaneamente, il presidente turco che vuole imporre una svolta autoritaria nel suo Paese (e in parte vi è già riuscito grazie alla repressione scattata dopo il tentativo di golpe di luglio) attraverso la modifica della Costituzione (e anche la reintroduzione della pena di morte), all’interno è impegnato in un braccio di ferro con i curdi che ha assunto caratteri non particolarmente democratici con l’arresto lo scorso 4 novembre del leader dell’Hdp, partito filo-curdo, con un notevole seguito elettorale nel Paese e una vasta rappresentanza parlamentare. Un giro di vite, quello voluto da Erdogan, caratterizzato da pesanti interventi sulla libertà di stampa e, in particolare, contro i giornali di opposizione (Cumhuriyet, il cui direttore è stato arrestato a fine ottobre). Parlando genericamente di azione terroristica, le autorità di Ankara hanno voluto tenere aperta anche l’ipotesi di una mano curda dietro il sanguinoso attentato. Ma le organizzazioni che utilizzano nello scontro con Erdogan anche questo strumento hanno immediatamente fatto sapere che loro non agiscono mai contro “civili innocenti”.

Magda Lekiashvili

Blog Fondazione Nenni

Siria. Italiano in ostaggio dell’Isis da 7 mesi

“Mi chiamo Sergio Zanotti. Sono sette mesi che sono prigioniero qua in Siria”
Ostaggio SiriaIl 22 Novembre 2016, sul canale youtube di News-Front International – sito d’informazione russo – è stato pubblicato un video che ritrae un uomo in ginocchio, vestito con una “dishdasha” araba color bianco e reca in mano un foglio sul quale è riportata una data: 15/11/2016. Dietro l’uomo, che già dai primi secondi di video appare come un’ostaggio, vi è un uomo in piedi, incappucciato, che impugna un kalashnikov. L’uomo in ginocchio dice: «Mi chiamo Sergio Zanotti. Sono sette mesi che sono prigioniero qua in Siria. Chiedo al governo italiano di intervenire nei miei confronti prima di una mia eventuale esecuzione». Secondo News-Front si tratterebbe di un italiano ostaggio di uno dei tanti gruppi armati coinvolti nella guerra civile siriana.
Chi è l’italiano rapito in Siria?
Oltre al video, News-Front pubblica anche alcune informazioni circa l’italiano presumibilmente rapito. Ad avvalorare tale informazioni vi è anche la foto del passaporto di Sergio Zanotti, classe 1960, nato a Marone in provincia di Brescia.
Il video, come è stato spiegato dall’ufficio stampa di News-Front, è stato recapitato al capo del servizio in inglese del sito da una persona che, attraverso una conversazione avvenuta su facebook, si autodefinisce “jihadista”. Questi, inoltre, minaccia di uccidere l’ostaggio qualora non ci sia, da parte del Governo Italiano, un’azione concreta.
C’è un italiano prigioniero in Siria?
La Farnesina ha riferito che l’Unità di Crisi è già a conoscenza del video ed è, in ogni caso, in contatto con i famigliari di Zanotti. Giacomo Stucchi, presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (COPASIR), interpellato dall’AGI non si sbilancia sulla vicenda di Zanotti: “Sembra che il video sia autentico – spiega Stucchi ma aspettiamo informazioni più specifiche già nelle prossime ore”.
Il video tuttavia non lascia spazio a pareri univoci. Se è vero che il presunto prigioniero appare con la barba lunga, non lascia però percepire uno stato fisico particolarmente provato dai sedicenti sette mesi di prigionia. gira sul web da circa una settimana e non sembra “univoco”, dal momento che l’italiano, per quanto con la barba lunga, non appare nelle immagini particolarmente provato dai presunti sette mesi di prigionia. Gli investigatori, che stanno ricostruendo i movimenti dell’uomo, avrebbero accertato che effettivamente alcuni mesi fa Zanotti è partito dall’Italia per la Turchia per poi recarsi a Tunisi dove si sono perse le sue tracce. La scomparsa, denunciata dall’ex moglie dell’uomo, sarebbe avvenuta proprio nei giorni in cui Zanotti avrebbe dovuto far rientro in Italia, ad aprile scorso.

Antonio Fiore

Arrestato Nassim, il reclutatore dell’Isis in Italia

moez-fezzaniE’ stato arrestato in Sudan Moez Fezzani, già condannato a Milano come reclutatore per l’Isis in Italia, col nome di Abou Nassim. Lo confermano fonti dell’antiterrorismo italiano. Processato una prima volta nel 2012 come aderente al ‘Gruppo Salafita per la predicazione e il combattimento’ era stato assolto ed espulso dall’Italia. Successivamente, nel 2014 era stato condannato.

E’ un filo che si snoda negli ultimi due decenni il rapporto che lega Milano e l’Italia a Moez Ben Abdelkader Fezzani, meglio noto come Abou Nassim, 46 anni, il tunisino ‘colonnello’ dell’Isis catturato oggi in Sudan. Nel 2007, il gip Guido Salvini firma su richiesta del pm Elio Ramondini un’ordinanza di custodia cautelare in cui si chiede che vanga arrestato con l’accusa di essere un uomo di Al Qaeda, in particolare “il capo dei tunisini a Peshawar in Pakistan da dove manteneva stretti e costanti rapporti con la struttura in Italia e a Milano”, e di “organizzare la logistica dei mujaheddin provenienti dall’Italia accogliendoli presso la ‘Casa dei fratelli tunisini’ per poi inviarli nei campi dove venivano addestrati all’uso di armi e alla preparazione di azioni suicide” oltre che di “promuovere e finanziare il rientro dei mujaheddin in occidente e in particolare in Italia e a Milano”.

La ‘Casa dei fratelli tunisini’ era un piccolo appartamento di edilizia popolare in via Paravia 84 dove Nassim, che all’epoca lavorava come manovale, era andato a vivere con il connazionale Sassi Lassaad, morto a Tunisi nel 2006 durante una rivolta antigovernativa. Per questa vicenda, dopo aver trascorso 3 anni in carcere, viene assolto in primo grado nel 2012 ma espulso dal Ministero dell’Interno che lo considera “pericoloso” per la sicurezza nazionale.

Un anno dopo, quando Nassim si trova in Siria, i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Milano modificano il verdetto con una condanna a 6 anni di carcere. L’indagine, viene spiegato nell’ordinanza di custodia cautelare, riguardava la presenza a Milano alla fine degli anni novanta di “cellule fondamentaliste di ispirazione salafita formate per lo più da tunisini ma anche da egiziani, radicate in Lombardia il cui compito era rispondere agli appelli della jihad inviando militanti in Afghanistan, nelle zone allora controllate da Al Qaeda, e in Algeria e utilizzare l’Italia come base logistica e anche come terreno fertile di reclutamento ma anche come Paese in cui colpire anche obbiettivi interni qualora l’evoluzione politica avesse reso ciò strategicamente fruttuoso”.

Redazione Avanti

Obama, un Sì al referendum per aiutare l’Italia

obama-renziA un mese e mezzo dal referendum costituzionale, Barack Obama ha già votato “sì”, convinto che “aiuterà l’Italia” e auspicando che Matteo Renzi resti al timone anche se vincerà il no: “Io tifo per lui, per le sue riforme coraggiose e secondo me deve restare in politica comunque vada”.

E’ un endorsement senza precedenti quello ricevuto dal premier italiano nella conferenza stampa congiunta alla Casa Bianca, dopo quasi due ore di colloquio nello Studio Ovale e una accoglienza trionfale insieme alla moglie Agnese nel South Lawn, davanti ad una folla festante con le bandiere dei due Paesi. Certo, Obama è ormai a fine mandato, ma mai nessun presidente Usa si era mai sbilanciato così con un capo di governo italiano, sperando di poter lasciare a Hillary Clinton un testimone che Renzi ha già raccolto prenotando un incontro domani con lo staff della candidata democratica.

Renzi ha sottolineato l’importanza di una vittoria del sì, che snellirebbe “la burocrazia italiana” e renderebbe l’Italia “più forte nel dibattito sull’Unione europea”. Ma, nel giorno in cui da Roma è arrivata la doccia fredda di un ‘No’ netto di Silvio Berlusconi, ha cercato anche di ridimensionare la portata del referendum: “Ho l’impressione che gli amici americani siano più interessati all’8 novembre che al 4 dicembre… e anche noi peraltro”. E di sdrammatizzare un’eventuale sconfitta: “Credo che non vi saranno cataclismi in caso vinca il no, ma per non avere dubbi preferisco fare di tutto per vincere il referendum”. Quanto al suo destino politico, che sembra appeso a questo voto, “lo scopriremo solo vivendo”, ha scherzato, citando Lucio Battisti.

Per il resto la visita è stata la celebrazione davanti alle telecamere di tutto il mondo di un legame indissolubile e mai così forte tra Usa e l’Italia. E di un’alleanza che vede agende e impegni condivisi, dall’Iraq alla Libia e all’Afghanistan, dal clima alla crisi dei rifugiati, fino alle politiche di crescita per le quali Renzi addita gli Usa come “un modello”, in antitesi all’austerity europea. Obama ammette che “l’Europa è una realtà più frammentata rispetto agli Stati Uniti” e che quindi è difficile trasferivi “quanto fatto da noi”. Ma dà ragione a Renzi anche su questo, alla vigilia di un vertice europeo cruciale, quando dice che l’Ue “deve trovare il modo per crescere più rapidamente” perché “le pur ottime politiche monetarie della Banca centrale guidata da Mario Draghi non sono sufficienti”. “Senza l’enfasi sulla domanda, sulla crescita, sugli investimenti che creano lavoro, la fragilità economica nella Ue tornerà ed avrà impatto sul mondo e sugli Stati Uniti”, ha insistito Obama.  Renzi, da parte sua, ha ribadito che intende portare avanti la sua battaglia per cambiare l’Europa: “Noi rispettiamo le regole europee, anche se talvolta un po’ a malincuore. Vorremmo regole diverse ma finché non cambiano le rispettiamo. E lavoriamo per cambiarle”.

Parlando all’aperto nel giardino delle rose, i due leader hanno sottolineato anche la piena convergenza sui dossier di politica internazionale. “Le nostre agende coincidono totalmente”, ha assicurato il premier, mentre Obama ha confermato la partnership fondamentale del nostro Paese nello scacchiere mediterraneo e mediorientale, anche nella lotta all’Isis. In Iraq, ad esempio, dove l’Italia ha un ruolo da protagonista nella difesa e nella ricostruzione della diga di Mosul e nell’addestramento della polizia locale. Ma anche in Libia, dove l’Italia – ha riconosciuto Obama – “sta dando un grande contributo diplomatico per sostenere il governo di unità nazionale che vuole espellere l’Isis dal Paese”. Per passare poi alla crisi dei migranti, uno dei nodi più caldi. Anche qui Renzi ha incassato un assist dal presidente americano: “L’Italia, la Grecia e la Germania non possono essere lasciate sole a sostenere il fardello dell’immigrazione. Se c’è un’Unione europea bisogna essere uniti nel bene e nel male, bisogna condividere i benefici ma anche i costi”.

Pienamente d’accordo Renzi, secondo il quale “non possiamo continuare a lungo a farci carico da soli della Libia e dell’Africa: al Consiglio europeo – giovedì prossimo – porremmo con forza la questione”.  Il capitolo rimasto più in ombra è quello della Russia, sul quale Renzi non si è sbilanciato, dopo l’irritazione di Mosca per il rafforzamento della Nato ai confini baltici anche con un contingente italiano. Cauto anche Obama, che ha ricordato i tentativi di reset all’inizio della sua presidenza, poi naufragati per l’aggressività russa in alcuni Paesi, come l’Ucraina e la Siria.

Aleppo. Gelo Usa-Russia, via libera per Assad

Ieri gli Stati Uniti hanno annunciato l’interruzione dei contatti diplomatici con la Russia per arrivare a una nuova tregua in Siria e come risposta la Russia ha sospeso un accordo con gli Usa vecchio di 16 anni per smaltire il plutonio delle armi atomiche. Sull’onda delle notizie terrificanti che arrivano da Aleppo dove la popolazione paga ogni giorno con la vita e con sofferenze enormi il costo della guerra civile, sembra che la situazione sia arrivata a una svolta importante. Quello di Washington potrebbe essere un passo indietro, o quasi, lasciando che sia Mosca a pagare il prezzo di immagine per la sua alleanza con Assad, ma al tempo stesso aprendo anche la via alla soluzione militare per la riconquista di Aleppo.
aleppoLa battaglia per Aleppo
Facciamo un passo indietro per ricordare che i guai recenti della Siria sono iniziati militarmente alla fine del 2012, sull’onda delle ‘Primavere arabe’, quando i ribelli – circa 30 mila uomini organizzati nelle file di al-Nusra (al-Qaeda) e Ahrar al-Sham (salafiti) con altre forze di opposizione laiche, riuniti nel cosiddetto Esercito libero siriano si scontrarono con l’esercito regolare subendo una prima dura sconfitta. I ribelli avevano alle loro spalle il sostegno più o meno concreto di Stati Uniti, Turchia, Francia, Croazia, Arabia Saudita, Giordania e Qatar, con l’ausilio di mercenari e contractor che avevano già partecipato alla coalizione anti-irachena.

Negli ultimi mesi l’attenzione dei mass media si è concentrata su Aleppo dove le forze ribelli sono assediate dall’esercito regolare siriano.

Come di consueto nel caso di battaglie che coinvolgono centri abitati, a farne le spese sono in larga parte civili inermi e le strutture essenziali per la sopravvivenza della comunità, acquedotti, linee elettriche, ospedali, collegamenti viari ecc.
Gli assedianti difatti, anche volendolo, non riescono a non colpire obbiettivi civili – i famosi ‘danni collaterali’ che inseguono la coscienza dell’Occidente dai tempi del Vietnam – perché nell’attacco per limitare le perdite tra le proprie file, non usano fanteria, ma mortai e bombardamenti aerei.
Le forze assediate ovviamente amplificano l’entità dei danni inflitti alla popolazione per alleggerire la pressione militare e ottenere maggiori sostegni a loro vantaggio.
Nella fase di assedio inoltre è ‘utile’ che la popolazione civile terrorizzata abbandoni le abitazioni perché questo consente agli assedianti, nella fase successiva, di penetrare più facilmente nel tessuto cittadino, anche con la fanteria, senza l’‘impiccio’ dei civili e di preoccuparsi dei ‘danni collaterali’.
Da Bagdad a Gaza city, la storia recente dell’assedio di Aleppo non fa eccezione.

La scontro sul campo
Le forze regolari siriane, sostenute attivamente dall’esercito russo e iraniano, stanno in questi giorni producendo lo sforzo maggiore possibile per far cadere Aleppo, l’ultima roccaforte in mano ai ribelli, che consentirebbe loro di stringerli in una tenaglia e conquistare l’enclave di Idlib ancora sotto il loro controllo, unificando tutto il territorio dal confine israelo-giordano fino a quello turco lungo l’asse che corre da Damasco fino ad Aleppo passando per Homs.

Per questo per Bashir Assad è assai importante la conquista di Aleppo e probabilmente per questa ragione è fallito l’ultimo tentativo di tregua umanitaria (10 settembre) che se da un lato avrebbe consentito di aiutare la popolazione civile, dall’altro avrebbe dato però respiro agli assediati consentendo loro di rifornirsi di armi e munizioni (la Turchia aveva annunciato l’invio di un convoglio di 20 camion con aiuti).

aleppo-convoglio-onu

I resti del convoglio di soccorsi dell’Onu

La tregua avrebbe dovuto consentire il ritiro delle ‘forze attive’ dalla via che conduce all’antica fortezza medievale situata nel centro di Aleppo (Kastilo road), principale strada di accesso alle zone in mano ai ribelli, e creare “una zona demilitarizzata” in quell’area. Ma la tregua è durata meno di dieci giorni.
Il 17 settembre, 62 soldati siriani sono stati uccisi in un attacco aereo della coalizione guidata dagli Stati Uniti sulla base militare siriana di Deir el-Zour. Gli Usa hanno chiesto ufficialmente scusa per l’incidente.
Pochi giorni dopo, un convoglio umanitario dell’Onu che portava soccorsi ad Aleppo, è stato colpito da aerei di cui a tutt’oggi si ignora la nazionalità. Nel bombardamento sono morti 18 autisti e l’Onu ha sospeso i soccorsi. Mosca e Washington si sono scambiate accuse reciproche.
Di certo la fine della tregua gioca a favore di Assad e per questa ragione la logica dell’‘incidente’ del bombardamento americano del 17 sulle forze regolari siriane, appare quantomeno misteriosa, a meno di non prendere per buone le giustificazioni americane e convenire però che, militarmente parlando, sono degli inetti.

Le conseguenze
L’assedio di Aleppo – e la probabile/possibile? vittoria di Assad – dimostra sul campo che da una parte c’è un’alleanza tra Damasco, Mosca e Teheran determinata a raggiungere i suoi obiettivi, ovvero una vittoria militare e politica che consenta di trattare da posizioni di forza anche l’eventuale ‘dopo Assad’, dall’altra c’è una coalizione di forze occidentali, assieme a quelle turche, saudite e degli Emirati, tutt’altro che coerente negli obiettivi di strategia politica e un arco di forze ribelli inquinate dal radicalismo islamico compreso quello di al-Nusra.
Ognuno dei partecipanti alla coalizione occidentale sembra avere obiettivi diversi: la Turchia vuole liberare il fronte curdo, sauditi ed emiratini castrare la marcia iraniana alla leadership regionale, gli Usa frenare la (ri)crescita regionale della Russia, la Francia riprendere il suo ruolo di king maker regionale e sostenere (allora) la rielezione di Sarkozy (dopo la sciagurata avventura libica) …
Più semplice invece la ‘visione’ comune del fronte che sostiene Assad: Mosca non vuole perdere il suo storico insediamento in Siria e in particolare la base militare (strategica per il Mediterraneo) di Tartus dove oggi è schierata un’imponente squadra navale; l’Iran vuole mantenere il controllo militare e politico di una porzione del Libano e per questo non può scoprire il fronte siriano, combattere il radicalismo sunnita, ma soprattutto deve costruire la sua credibilità regionale; Assad deve semplicemente salvarsi la pelle.

Anche Israele ha avuto (e probabilmente lo ha tuttora) un ruolo nella guerra civile siriana, ma sempre molto defilato nonostante la Siria occupi un posto cruciale nel suo passato come nel suo futuro, se non altro per ovvie ragioni geografiche. Israele ha avuto un ruolo sicuramente attivo all’inizio sostenendo militarmente i ribelli, ma più avanti è sembrato più preoccupato dalle conseguenze della destabilizzazione del Paese che non dalla permanenza al potere di Assad. Ancora oggi le alture siriane del Golan sono occupate illegalmente dalle forze israeliane.
Per Israele, molto pragmaticamente, è forse meglio un cattivo equilibrio con Assad (o chi per lui) al potere, che nessun equilibrio in un caos dove potrebbero trovare spazio il terrorismo islamico sunnita come quello sciita alleato di Teheran.

Ancora, mentre russi e iraniani hanno messo i loro ‘boots on the ground’, insomma sono impegnati in prima persona, americani, francesi e inglesi per ora si sono limitati a un sostegno indiretto, ambiguo, semi nascosto, con bombardamenti aerei, armamenti, intelligence, addestramento.
Niente fa credere che questa situazione possa mutare perché il rischio che militari delle due parti si trovino coinvolti in un confronto diretto, con un possibile allargamento del conflitto, viene considerato evidentemente reale ed eccessivo per tutti. Il gioco non vale la candela.
Non a caso proprio la settimana scorsa il ministro degli esteri russo Lavrov ha apertamente evocato lo spettro di uno scontro militare Usa-Russia.

Lavrov-Kerry

Il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov e l’americano John Kerry

Comunque il fronte pro-Assad è oggi parecchio in vantaggio e se sfrutta bene i tempi, può sbaragliare le opposizioni e recuperare buona parte delle posizioni perdute. Dalla sua ha almeno due fattori decisivi:
Primo. Mentre l’intervento della Russia è stato richiesto da Damasco nessuno ha chiesto alle forze pro ribelli di intervenire. Almeno formalmente i ribelli non hanno nessuna legittimità. Dicono a Mosca: “Il governo legittimo della Siria ha invitato la Russia, il suo stretto alleato. Ha chiesto a Mosca di prestare aiuto, per combattere ISIS e altri gruppi terroristici impiantati dall’Occidente e dai suoi alleati. Nel 2011 si è voluto scatenare la guerra in Siria intendendo punire il popolo siriano per aver sempre dato il proprio sostegno alla resistenza palestinese e per aver sostenuto quella irachena durante l’occupazione americana del 2003”. Lo stesso Kerry ha comunque riconosciuto che gli Usa non hanno alcun fondamento giuridico per attaccare il governo di Assad.

Secondo. Tra due mesi ci saranno le elezioni presidenziali e a Washington nessuno ha né la forza né la voglia per decidere una rischiosa escalation militare per sconfiggere Assad (e Putin). Meglio lasciare che Putin vada fino in fondo e appaia come un autocrate guerrafondaio (il ché non è poi molto lontano dalla realtà). In fin dei conti che nessuno sapesse come gestire il dopo-Assad, era chiaro fin dall’inizio.

Conclusioni
Come per la Libia, e prima ancora per l’Iraq, quando si è deciso di far cadere Assad sostenendo le forze di opposizione, nessuno sembra essersi preoccupato delle conseguenze, previsto gli sviluppi, preparato un piano ‘B’, soprattutto nel caso in cui il regime di Damasco non fosse stato sconfitto. Così hanno ignorato o sottavlutato:
la destabilizzazione militare, politica, economica, sociale dell’area e della regione;
i milioni di profughi – la metà dell’intera popolazione – in fuga dentro e fuori i confini siriani;
l’effetto ‘contagio’ del radicalismo islamico col tramite del terrorismo di Daesh, al-Nusra ecc.;
l’effetto ‘insicurezza’ che il comportamento degli Usa può produrre amici e alleati per l’ambiguità e la contraddittorietà dell’agire;
la marginalizzazione ulteriore degli interessi europei e il danno diretto e indiretto a Paesi neppure coinvolti, ma che, ad esempio, si trovano ad assorbire il flusso dei profughi;
il rischio ‘domino’ di un’implosione della Siria sui Paesi limitrofi, soprattutto Libano e poi la Giordania, ma anche Israele, intimamente connessi alle vicende del popolo siriano;
il rischio reale, per quanto remoto, di un allargamento del conflitto su base regionale e mondiale.

Prepariamoci dunque a qualche altro giorno di cattive notizie in arrivo da Aleppo, alla conquista della città da parte delle forze regolari, a un – si spera temporaneo – ulteriore peggioramento dei rapporti Usa-Russia.

A breve il capo della politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, discuterà con il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov della situazione in Siria mentre ha già parlato con il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif. Lo fanno sapere da Bruxelles, ma che serva a qualcosa è improbabile.
Il proverbio dice: chi rompe paga e i cocci sono i suoi. Qui invece i cocci – leggi migranti e profughi – sono solo nostri, con tutti i costi che comportano, economici e politici.

Carlo Correr

Locatelli: “Riconosciuto genocidio degli yazidi”

yazidiVia libera della Camera alla mozione a prima firma Pia Locatelli per il riconoscimento del genocidio del popolo yazida. Tra gli orrori dell’Isis anche quello di un genocidio, ben 72 le fosse comuni tra la Siria e l’Iraq. Si tratta degli yazidi, appartenenti alla minoranza più superstiziosamente odiata e perseguitata dall’Isis, che presso Mosul e nella provincia di Ninive contava fra le 4 e le 500 mila persone.
Una strage portata alla luce e denunciata da Nadia Murad, irachena di etnia yazida rapita dai miliziani dell’Isis nel 2014, divenuta schiava sessuale, è riuscita a scappare e ora è ambasciatrice dell’Onu per la pace.
“L’intento genocidiario – ha detto Pia Locatelli, presidente del Comitato diritti umani della Camera – si è reso evidente, oltre che con i massacri documentati dalle fosse comuni di sole vittime yazide, dalla politica di stupro sistematico e riduzione in schiavitù delle donne e ragazze yazide, deportate in massa nei luoghi controllati da Daesh e consegnate a veri e propri mercati di schiavi, dove le ragazze sono state vendute sulla piazza pubblica come schiave per 150 dollari. A volte, inspiegabilmente, vengono riproposte per la vendita alle famiglie d’origine per cifre che vanno dai 10.000 ai 40.000 dollari. Migliaia di donne sono state costrette con la forza a contrarre matrimonio con i guerriglieri dell’Isis, vendute o offerte ai combattenti o simpatizzanti. Molte di queste schiave sessuali sono poco più che bambine, ragazze di età compresa tra i 12 e i 15 anni o anche più giovani. Alcune non hanno retto all’umiliazione e hanno preferito suicidarsi”.nadia-murad
Da diversi mesi, la giovane Nadia si è impegnata in un’infaticabile attività per sensibilizzare la comunità internazionale sulla tragedia che ha colpito il suo popolo. Le persecuzioni sono raccolte e raccontate nel rapporto del 2015 dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, che ha dichiarato la responsabilità di Daesh per il genocidio yazida davanti alla Corte penale internazionale, Il genocidio è iniziato con il massacro di almeno 700 uomini e con la cacciata di 200 mila yazidi dalle loro case. Almeno 40 mila in fuga rimasero intrappolati sui monti del Sinjar, con davanti l’unica scelta possibile: la morte per disidratazione ed il consegnarsi al boia di Daesh. Il rapporto dice che nessun gruppo religioso mai è stato sottoposto a forme di distruzione come quelle cui è stata sottoposta questa popolazione.
“Gran parte di queste informazioni ci è stato testimoniato da Nadia Murad Basea Taha, yazida irachena, audita a maggio dal Comitato permanente per i diritti umani, della Commissione esteri”, ha precisato Pia Locatelli che ha aggiunto: “Nadia Murad è una delle giovani donne yazide vittime dell’ISIS: è stata sottratta alla sua famiglia e violentata ripetutamente dai miliziani, riuscendo a fuggire dopo
3 mesi grazie all’aiuto di una famiglia musulmana. Con lei avevamo preso un impegno: oggi lo abbiamo rispettato”.

Siria. La Turchia attacca i curdi, scontro con gli Usa

Curdi-YPGLa ‘pulizia’ turca contro il nemico curdo travalica i confini e arriva in Siria, dove nelle ultime 24 ore l’artiglieria turca ha colpito 20 obiettivi di “terroristi” nella regione di Jarablus, nel nord della Siria, con un totale di 61 colpi sparati. Lo riferisce il bollettino dell’esercito di Ankara, senza precisare se si tratta di postazioni dell’Isis o delle milizie curde dell’Ypg, entrambi finiti sotto attacco dall’inizio dell’operazione “Scudo dell’Eufrate”, lanciata mercoledì scorso. “35 civili – riporta l’Osservatorio siriano per i diritti umani – sono morti in seguito ai raid aerei turchi a sud di Jarablus”, mentre l’esercito libero siriano sostenuto dai turchi verso la città di Munbij, liberata all’inizio del mese dai miliziani del Sdf (Forze democratiche siriane, a maggioranza curda). Proprio la notizia, arrivata in queste ore, di attacchi contro le truppe curdo-siriane hanno portato all’intervento degli Stati Uniti. Gli scontri tra l’esercito turco e le forze curde in aree dove Isis non è presente sono “inaccettabili e fonte di forte preoccupazione”. A riferirlo è l’inviato speciale di Obama per la lotta all’Isis, Brett McGurk, che cita un intervento del portavoce della Difesa americana, Peter Cook.
Gli Stati Uniti, che avevano appoggiato l’ultimatum di Ankara sul ritiro dell’Ypg oltre l’Eufrate proprio per mantenere un equilibrio con le richieste politiche di Ankara, attaccano ancora: “Non siamo stati coinvolti in queste attività e non le sosteniamo. Di conseguenza, invitiamo tutti gli attori armati a prendere le misure appropriate per fermare le ostilità e aprire canali di comunicazione, focalizzandosi sull’Isis, che rimane una minaccia letale e comune”, scrive su Twitter l’inviato speciale di Obama per la lotta all’Isis, Brett McGurk, attribuendo le frasi al ministero della Difesa.
“Faremo qualunque sforzo per ripulire la Siria da Daesh. Quanto alla questione del partito terrorista [curdo] dell’Unione democratica (Pyd) noi avremo esattamente la stessa determinazione”, afferma il Presidente turco Erdogan.
“Siamo pronti e determinati a ripulire la regione dai gruppi terroristici – ha detto – ecco perché siamo a Jarablus, ecco perché siamo a Bashiqa (in Iraq). Se necessario, noi non mancheremo di assumerci la stessa responsabilità in altre aree. Non permetteremo assolutamente alcuna attività terroristica vicino ai nostri confini”.
La Turchia ha avvertito che continuerà la sua offensiva contro l’Ypg finché queste non manterranno l’impegno di ritirarsi a est del fiume Eufrate, portando alla controffensiva curda che, nel tentativo di puntare su obiettivi militare, ha invece colpito per errore l’aeroporto di Diyarbakir.
La guerra civile tra curdi e turchi rischia di perpetrarsi anche in Siria, dove ogni tipo di trattativa portato avanti tra Governo e Ribelli sembra ormai arenato.

La Libia contro l’Isis:
oltre ai raid anche il petrolio

Libia-PetrolioIl nuovo Governo di Unità Nazionale, guidato da Fayez al Sarraj, sta cercando di muovere i primi passi verso la stabilità. Una delle priorità individuate dall’esecutivo è il ripristino delle attività produttive e di export del petrolio. Il 31 luglio, la Presidenza del Consiglio ha annunciato la riapertura incondizionata dei porti orientali: Zuetina, Ras Lanuf ed Es Sider. Dal 2013, questi erano chiusi, controllati da Ibrahim Jadhran, leader di una milizia locale chiamata Petroleum Facilities Guards. Mustafa Sanalla, Presidente della compagnia petrolifera nazionale (NOC) ha confermato la notizia con entusiasmo. Ras Lanuf ed Es Sider sono fondamentali per l’economia libica: hanno da soli una capacità di esportazione di 670.000 barili di petrolio al giorno.

Tuttavia, al momento, entrambi risultano pesantemente danneggiati e la loro capacità non dovrebbe superare i 100.000 barili al giorno. Il Governo di Unità Nazionale, proprio per questo motivo, ha stanziato dei fondi per riparare i danni e rimettere questi due terminal completamente in funzione. Sanalla ha dichiarato che i lavori avranno inizio e termineranno il prima possibile. Il leader della NOC, inoltre, ha fissato il prossimo obiettivo: la riapertura di due dei giacimenti più grandi di tutta la Libia, El Sharara ed El Feel, situati nel bacino di Murzuk. Con la produzione che riparte, sarebbe più facile per il nuovo governo fronteggiare le numerose sfide che lo aspettano. Sicuramente, con maggiori entrate, Sarraj potrebbe fornire un equipaggiamento adeguato ai soldati che stanno combattendo lo Stato Islamico, dotato per ora di armamenti e addestramento migliori. In un paese così dipendente dalle sue risorse energetiche, il livello di produzione degli idrocarburi è un elemento chiave per comprendere le dinamiche nazionali. La maggior parte delle entrate pubbliche in Libia è costituita dall’esportazione di gas naturale e petrolio. Il Prodotto Interno Lordo nazionale è sempre stato strettamente legato alla capacità di estrarre, raffinare ed esportare. Secondo l’OPEC, gli idrocarburi costituiscono circa il 60% del PIL e il 90% delle entrate derivanti dall’esportazione.

A partire dal 2012, il settore energetico è stato preso di mira da minoranze etniche, fazioni armate, milizie e gruppi terroristici. Questi attori hanno operato diversi sabotaggi, danneggiamenti, scioperi e occupazioni, nel tentativo di bloccare la produzione e indebolire lo stato. Nel 2014 il paese si era diviso in due, una parte controllata dal Parlamento di Tripoli guidato dagli islamisti, l’altra parte allineata con le nuove istituzioni insediate a Tobruk. A questo si è aggiunta la minaccia del terrorismo e un numero elevato di milizie armate non inserite nell’esercito. La Libia si è trovata in una situazione di estrema difficoltà, senza poter utilizzare al meglio la sua risorsa più importante: il settore energetico. Senza le entrate derivanti dal petrolio, infatti, la Libia non può essere in grado di garantire i servizi, pagare i salari, sostenere una spesa militare adeguata. Nel 2010, prima della rivoluzione, la produzione era di 1.480.000 barili di petrolio al giorno, nel novembre dello scorso anno si pensa questa non potesse superare i 350.000 barili al giorno. Intanto, il primo agosto, il Governo di Unità Nazionale ha annunciato anche l’inizio dei raid aerei americani contro le postazioni dei terroristi a Sirte. Si tratta della prima richiesta di supporto militare ufficializzata dall’esecutivo di Sarraj, l’Italia è stata informata ed ha espresso il suo consenso all’iniziativa.

Le incursioni aeree dovrebbero facilitare l’avanzata territoriale dell’esercito, impegnato in un confronto reso complicato dalle tecniche di conflitto utilizzate dagli uomini del Califfato. La presenza dello Stato Islamico a Sirte continua a minacciare il bacino energetico più importante della nazione. Il supporto USA aiuterà la Libia a combattere nel migliore dei modi il terrorismo, mantenere livelli elevati di produzione sarà un passo necessario per sconfiggere completamente il nemico, riunificare e far ripartire il paese.

Lorenzo Siggillino

Libia. Raid e bombe Usa su Sirte

caccia“Prosegue” il fuoco americano contro l’Isis a Sirte. I “primi sette raid” aerei della “missione di 30 giorni” autorizzata da Obama hanno colpito la roccaforte dei jihadisti in Libia, distruggendo blindati e depositi di armi, mentre a terra prosegue l’avanzata delle milizie in una sorta di accerchiamento a tenaglia.

Intanto mentre Mosca e Tobruk si dicono contrarie ai bombardamenti degli Stati Uniti, Roma valuta l’uso di Sigonella. In serata a Bengasi in un attacco suicida con autobomba sono morti decine di soldati delle forze di Haftar, legate a Tobruk. L’attentato – scrive il Site – è stato organizzato dalle milizie del Consiglio della Shura dei rivoluzionari, un’accozzaglia di islamisti vicini ad Ansar al Sharia. A 24 ore dal lancio delle prime bombe americane, su richiesta del governo di Tripoli, la Libia torna ad essere il centro del risiko mondiale. Mosca e Tobruk giudicano “illegali” i raid in quanto “serve una risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu”.

Ma il Palazzo di Vetro ribatte a stretto giro che sono in “linea con la risoluzione delle Nazioni Unite”. In un pomeriggio infuocato di continui botta e risposta Obama rompe il silenzio. Vogliamo la stabilità della Libia, dice il presidente riferendosi anche alla crisi dei migranti e ribadendo come l’intervento – una “missione di 30 giorni” – sia stato deciso anche per una questione di sicurezza nazionale e per aiutare i libici a “finire il lavoro” nella lotta all’Isis, adottando lo stesso approccio usato in Iraq e Siria.

E spunta l’ipotesi dell’uso della base di Sigonella. “Valuteremo se ci saranno richieste, naturalmente se prenderemo decisioni ne informeremo il Parlamento”, precisa Paolo Gentiloni, giudicando “molto positivo” l’intervento Usa. In una telefonata con Sarraj il titolare della Farnesina conferma poi la disponibilità dell’Italia a fornire assistenza sul piano umanitario e sanitario, ed il premier libico lo ringrazia per il sostegno. L’Egitto – che sostiene il generale delle forze armate Haftar legato a Tobruk – fa invece sapere di essere solo stato “informato dei raid dagli stessi libici”.

Intanto sul terreno a Sirte è guerra aperta. Gli Stati Uniti hanno lanciato “almeno sette raid da ieri”, riporta la Fox in linea con quanto hanno scritto su Facebook le milizie al Bonyan al Marsous, i cui leader militari hanno incontrato Sarraj insieme ai suoi due vicepresidenti. Sul tavolo anche i recenti “progressi ottenuti dalle milizie nella zona degli scontri”. Tra questi vi è la liberazione dell’area residenziale di el Dollar dall’incubo jihadista. Un riscatto pagato però a caro prezzo con la morte nelle ultime 24 ore di almeno “5 miliziani” e di “20 feriti”. Dura è la resistenza che oppongono i combattenti Isis, composti per lo più da cecchini, ben posizionati sui tetti dei palazzi ed armati fino ai denti. Esemplare in tal caso è il centro Ouagadougou difeso strenuamente dai fondamentalisti e da diverse settimane sotto il fuoco dei miliziani che non riescono ad espugnarlo o a distruggerlo. E poi le mine disseminate per le strade oltre ai vari attacchi suicidi compiuti dai seguaci di al Baghdadi che tengono testa ad ogni tentativo di avanzata verso il centro. E non è escluso – scrive il portale Libya Herald – che i raid Usa abbiamo proprio colpito l’area dove sorge il Palazzo conferenze, per sfiancare la resistenza e mettere in un angolo i terroristi.

Redazione Avanti!