DAESH IN PARLAMENTO

isisi teheranIl Paese degli Ayatollah viene colpito al cuore e in due attacchi in rapida successione in luoghi simbolo dell capitale dell’Iran, il parlamento e il mausoleo dell’imam Khomeini, dai terroristi di matrice jihadista. Per fortuna il terzo attentato è stato sventato. Alcuni terroristi hanno agito vestiti da donne. L’Is ha rivendicato l’attentato tramite la sua agenzia Amaq, secondo cui “combattenti dello Stato islamico hanno attaccato il mausoleo di Khomeini e il parlamento” di Teheran. In un successivo comunicato, Amaq ha precisato che “due martiri hanno fatto detonare le loro cinture esplosive” nella capitale iraniana. Se confermato, nel Paese sciita si apre un nuovo, minaccioso fronte della jihad condotta dal gruppo jihadista sunnita.
Questa mattina prima ci sono stati degli spari ad opera di un commando dell’Is nel Parlamento iraniano, poi un kamikaze si è fatto esplodere, portando alla morte di 8 persone e una ventina di feriti. Quasi contemporaneamente un commando armato di due terroristi porta il terrore tra i visitatori del mausoleo dedicato all’ayatollah Ruhollah Khomeini, nella zona sud di Teheran. Anche qui una sparatoria, poi un terrorista si fa saltare in aria, mentre l’altro sarebbe stato ucciso dalla polizia, dice la tv di Stato Irib. Qui il bilancio, scrive l’agenzia di stampa iraniana Fars, sarebbe di un morto e almeno due feriti.
Per fortuna le forze di sicurezza iraniane sono riuscite a sventare un ulteriore attentato nel Paese, arrestando una “squadra di terroristi”, altri dettagli non sono stati forniti per ragioni di sicurezza. Lo ha riferito il capo del dipartimento antiterrorismo del ministero dell’Intelligence iraniano.
Il presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani, ha riferito che l’attacco ha provocato “danni inferiori a quelli previsti, grazie alle forze di sicurezza dimostratesi pienamente in grado di gestire gli aggressori codardi”. Per Larijani, “l’attacco dimostra che i terroristi hanno l’Iran come obiettivo” perché “il Paese rappresenta un hub attivo ed efficace nella lotta al terrorismo”.
In questo modo il presidente ha ancora dato una risposta chiara e forte alle insinuazioni fatte dal Presidente Donald Trump in Arabia Saudita quando ha incontrato i leader dei principali paesi arabi. Dopo le aperture di Obama, Trump fa una sterzata contraria e lancia un’alleanza nel Golfo che porta all’isolamento di due Stati importanti come il Qatar e l’Iran. All’appello del presidente Usa ad una nuova crociata contro il terrorismo e l’Iran shiita hanno risposto prontamente sei Paesi arabi (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Yemen e Maldive) che hanno subito rotto i rapporti con Doha.
Con l’attacco di oggi viene smentita la linea adottata da Washington, mentre ‘The Donald’ proprio ieri esultava per “l’inizio della fine del terrore”. Nel frattempo il Qatar è completamente isolato, anche economicamente: l’Arabia Saudita ha annullato la licenza di Qatar Airways e chiuso gli uffici della compagnia sul tutto il territorio nazionale. E le autorità filippine hanno vietato ai loro cittadini di lavorare in Qatar, una misura “precauzionale” giustificata con il timore che gli oltre 200 mila filippini che lavorano nell’emirato possano trovarsi a dover fronteggiare problemi come la carenza di generi alimentari.

Israele, detenuti palestinesi
in sciopero della fame

israele-prigionieri-palestinesi“Chiediamo di intervenire presso il Governo israeliano affinché venga incontro alle richieste dei detenuti palestinesi, in sciopero della fame dal 23 aprile per protestare sulla situazione delle carceri israeliane”. Lo hanno chiesto in una lettera inviata all’ambasciatore israeliano a Roma Ofer Sachs, Pia Locatelli, presidente del Comitato Diritti umani della Camera. E Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti umani del Senato.

“Le richieste avanzate da circa il 30% dei detenuti palestinesi riguardano la regolarità, la durata e l’aumento dei permessi di visita dei famigliari. Ci è stato riferito – aggiungono i due parlamentari nella lettera – che in seguito a quest’azione di protesta non violenta sono state messe in atto una seria di azioni punitive che comprendono un inasprimento delle condizioni di isolamento, il divieto di incontrare i propri avvocati e perfino il sequestro del sale”.

Immediata la replica dell’ambasciatore Sachs che nella sua risposta nega categoricamente qualsiasi violazione dei diritti umani nei confronti dei detenuti palestinesi e respinge tutte le accuse. Eppure è proprio un israeliano a dargli torto: lo scrittore Abraham Yehoshua in un’intervista a “ il Fatto quotidiano” afferma che i detenuti palestinesi hanno ragione a scioperare perché sono discriminati e chiedono di poter godere degli stessi diritti di tutti gli altri carcerati, che sono peraltro i diritti sanciti da tutte le Convenzioni per i diritti umani. Israele, se vuole ancora definirsi una democrazia, glieli deve dare. È loro diritto”

Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua nell’intervista al “Fatto Quotidiano” ha parlato anche di Trump e attaccato le posizioni del presidente Usa. Trump, dice, fa ironia sui militanti dell’Isis chiamandoli “losers” (perdenti, sfigati) ma “vende armi” a chi da sempre li foraggia e sostiene, ovvero l’Arabia Saudita. “L’accordo raggiunto tra Usa e Arabia Saudita non ha nulla a che vedere con il tentativo di sradicare i terroristi islamici e la lotta al jihad. E nemmeno è finalizzato a migliorare i rapporti tra il mondo arabo sunnita e noi ebrei israeliani – dice Yehoshua – Si tratta esclusivamente di un accordo commerciale basato sulla vendita di armi, che ancora, purtroppo, è il motore dell’economia. Invece di incoraggiare e apprezzare la scelta fatta dagli iraniani votando il moderato Rouhani, Trump non si è fatto scrupolo a vendere armi a una nazione che ha sostenuto e foraggiato proprio al Qaeda e l’Isis”.

Quanto al conflitto israelo-palestinese, lo scrittore è anche più duro: “Voglio essere chiaro: il signor Trump non ha il profilo morale, l’intelligenza, la cultura, la sensibilità per risolvere alcunché, tantomeno una questione tremendamente complessa come quella israelo-palestinese. Questo signore conosce solo il linguaggio volgare e arrogante dei soldi e della peggior tv. Come ha fatto, appunto, parlando di Manchester. “Trump – prosegue – non è interessato alla pace tra israeliani e palestinesi, come non è interessato il suo amico di famiglia Netanyahu. Entrambi vogliono mantenere lo status quo, quello che dicono e fanno in pubblico è solo una farsa. La verità è che entrambi non vogliono la nascita di uno Stato palestinese mentre vogliono continuare la politica rovinosa dell’appoggio alle colonie nei Territori palestinesi occupati”. Peccato, aggiunge, che anche da parte palestinese non sia venuta una chiara presa di posizione. “Il presidente dell’Anp è stato (Abu Mazen) troppo passivo, troppo cauto. La situazione richiede una posizione più decisa”.

I BAMBINI DI MANCHESTER

manchesterUna strage di 22 morti e di almeno 60 i feriti, tutti giovanissimi, al concerto di Ariana Grande, idolo dei teenager. L’attentato all’Arena di Manchester sarebbe il peggiore attacco terroristico su suolo britannico dal 7 luglio del 2005, quando a Londra quattro bombe piazzate da Al Qaeda su mezzi di trasporto pubblico uccisero 56 persone, compresi i quattro kamikaze, e ne ferirono 700. Un attentato rivendicato, tramite l’agenzia Amaq, dall’Isis che parla di ordigni esplosivi “in mezzo a un raggruppamento di crociati”. Secondo i media britannici è in corso un raid della polizia armata nella zona di Carlton Road, nel sud di Manchester. Ne dà notizia il sito del Guardian secondo cui in quella via si troverebbe l’abitazione dell’attentatore che ha colpito al concerto di ieri sera. Effettuati una serie di arresti nelle zone di Chorlton e Ashton. Secondo la Cbs il kamikaze era il ventiduenne Salman Abedi, già noto alla polizia.


Un kamikaze si è fatto esplodere al termine del concerto della cantante statunitense Ariana Grande alla Manchester Arena che è la più grande arena indoor d’Europa, con una capienza di oltre 21mila posti: era affollata soprattutto di teenager e bambini. La bomba utilizzata dall’attentatore aveva chiodi al suo interno per causare molti più danni e alcuni media inglesi parlano di una persona fermata e di un sospetto ordigno in una fermata della metropolitana, ma mancano conferme. le testimonianze continuano ad essere confuse.
La deflagrazione è avvenuta nella zona delle biglietterie, subito fuori dall’Arena. Mentre i ragazzi cercavano di guadagnarsi l’uscita. In un primo momento si è parlato di due o più esplosioni, poi ne è stata confermata una sola, individuata appunto nella zona del foyer, subito fuori dall’area degli spalti. Mentre i giovani, stavano lasciando l’enorme auditorium e nel momento in cui, forse, i controlli erano più deboli.
Nel Paese che si avvia alle elezioni anticipate dell’8 giugno, tappa fondamentale verso la Brexit, è stata sospesa la campagna elettorale. La premier, Theresa May, ha parlato di un attentato “orribile” e ha annunciato che sospenderà le attività in vista del voto. Decisione condivisa anche dal leader laburista Jeremy Corbin. Il sindaco di Manchester, Andy Burnham ha dichiarato: “Il mio cuore è con le famiglie che hanno perso i loro cari. La mia ammirazione è per i nostri coraggiosi servizi di soccorso. Una notte terribile per la nostra grande città”.
Il concerto di Ariana Grande, idolo dei teenager, era la prima tappa europea del tour mondiale dell’artista, la cantante ha fatto sapere di stare bene ma è “inconsolabile” e “devastata”.

Paura a Baghdad: l’Isis rivendica l’attacco

bagadadIl terrore continua purtroppo a diffondersi: mercoledì 29 marzo ’17 si è verificato l’ennesimo attacco terroristico dell’Isis nella parte meridionale della città di Baghdad, causando una decina di vittime e un numero ancora non certo e sempre crescente di feriti. L’attacco suicida, avvenuto per mezzo di un camion-bomba contro un check-point, è stato successivamente rivendicato dallo Stato Islamico attraverso la sua agenzia stampa “Amaq”, in cui il kamikaze è stato identificato con un “martire alla guida di un camion contenente diverse tonnellate di esplosivo”.

L’Isis cerca ormai da parecchio tempo di contrastare le forze irachene per il dominio della città di Mosul. Secondo le fonti, il conducente avrebbe innescato gli esplosivi in un posto di controllo delle forze di sicurezza a sud di Baghdad, facendo saltare in aria il camion in mezzo ad altri veicoli fermi al posto di blocco.

Il clima di allarme non si placa, si percepisce ancora nell’aria la paura per l’attacco di Londra del 22 marzo ’17 (verificatosi nel giorno del primo anniversario degli attentati di Bruxelles), iniziato nelle vicinanze del ponte di Westminster e proseguito nei pressi del Palazzo di Westminster.

È di oggi, inoltre, la notizia dello smantellamento di una cellula jihadista a Venezia: lo sgomento e l’angoscia sono purtroppo in continuo aumento.

Astana, al via la tregua. Adesso tocca a Trump

colloqui-di-pace-ad-astanaNon poteva non esserci attrito ad Astana, capitale del Kazhakstan, dove ieri e oggi ci sono stati i colloqui sulla crisi in Siria. Ma per il momento nell’aria si respira un moderato ottimismo visto che Russia, Turchia e Iran hanno raggiunto un accordo per il consolidamento e il monitoraggio del cessate il fuoco in Siria: un’intesa messa nero su bianco sulla dichiarazione finale di Astana.
“Non si tratta di un documento, si tratta di una cessazione delle ostilità, che significa vita per i siriani”, ha detto l’inviato delle Nazioni Unite, Staffan de Mistura.
Non sono mancate tuttavia scaramucce e accuse reciproche, specialmente tra i rappresentanti dell’opposizione siriana e i delegati del Governo di Damasco. Tanto che le delegazioni siriane si sono rifiutate di firmare il documento finale, il capo della delegazione governativa, Bashar Jaafari, appena presa la parola poi ha definito “insolente” il discorso di apertura tenuto dall’opposizione affermando che essa “sostiene i terroristi”. Non solo, ma i siriani di Assad non hanno risparmiato le critiche alla Turchia “uno Stato che ha violato la sovranità siriana fornendo assistenza ai gruppi terroristici e impedendo una soluzione pacifica”. Damasco ha anche chiesto che i colloqui intersiriani di Astana riguardino solamente “le parti siriane”, osservando che la Turchia non dovrebbe prendere parte al dialogo. Da parte sua Ankara invece ha accettato la possibilità che Bashar Assad mantenga “un ruolo politico nella fase di transizione verso la pace”, facendo di fatto cadere la
precondizione dell’uscita di scena del presidente siriano.

Sembra dunque tutto rimandato a Ginevra: l’8 febbraio, nella città svizzera ci sarà infatti un nuovo round di colloqui sotto l’egida dell’Onu. E su questi, certamente, anche Donald Trump e la sua nuova amministrazione potranno far valere la propria voce, più di quanto non abbiano fatto ad Astana con la presenza dell’ambasciatore Usa in Kazakistan. Vladimir Putin, ha ammesso la fragilità di questi negoziati e la necessità d’accordo anche con Assad per l’inizio di una reale transizione verso la pace, anche per questo il ruolo americano resta di vitale importanza. Ma anche Trump rischia di finire incagliato nel disastro del ‘Medio Oriente’, se davvero punta a un’intesa, dovrà accettare che Assad resti al potere con somma irritazione di Israele, dell’Arabia Saudita e delle monarchie del Golfo, cioè dei maggiori alleati americani nella regione che vedono come il fumo negli occhi il consolidamento dell’asse sciita guidato dall’Iran.

“È stata presa la decisione di stabilire un meccanismo trilaterale per sorvegliare e assicurare la completa attuazione del cessate-il-fuoco e per evitare ogni provocazione”, ha dichiarato il ministro degli Esteri kazako, Kairat Abdrakhmov, leggendo il documento finale dei colloqui. Russia e Iran, alleate di Damasco, e la Turchia, principale sostenitrice dei ribelli, si sono impegnate inoltre a “utilizzare la loro influenza” e a fare ricorso a “misure concrete nei confronti di ciascuna parte” per consolidare il cessate il fuoco instaurato il 30 dicembre scorso, ed hanno assicurato di voler “garantire la sovranità, l’indipendenza e l’unità territoriale siriana, nella sua forma di Stato multietnico e multireligioso, non confessionale e democratico”.

Istanbul. L’Isis rivendica il ‘Capodanno di sangue’

È arrivata questa mattina la rivendicazione dell’Isis della responsabilità dell’attentato mentre continua in Turchia la caccia all’uomo per scovare il killer che la notte di Capodanno ha assaltato la discoteca Reina di Istanbul. Nella rivendicazione, l’Isis minaccia altri attacchi in Turchia. Il gruppo terrorista definisce la Turchia “apostata” e “serva dei crociati”. Secondo i media turchi, l’autore della strage sarebbe legato alla stessa cellula che a giugno colpì l’aeroporto Ataturk, causando 47 morti. L’azione contro lo scalo era stata condotta da tre membri del gruppo jihadista provenienti da Russia e Asia centrale. Dal fatto che abbia esploso 180 proiettili contro la folla gli esperti deducono poi che abbia cambiato sei volte caricatore durante l’attacco, quindi si tratterebbe di un esperto delle armi. Inoltre in base alle testimonianze raccolte, non solo l’uomo zoppicava come se fosse stato ferito in passato, ma sembra ormai certo che l’attentatore parlasse arabo.


Il Capodanno di sangue nella guerra “sporca” siriana

istanbulFesteggiavano il capodanno quando l’uomo armato ha aperto il fuoco nella discoteca Reina ad Istanbul, Turchia. Il primo giorno del 2017 porta circa 70 feriti e 39 morti, tra i quali 24 uomini e 15 donne. Tra gli identificati, 11 sono cittadini turchi, mentre 24 sono stranieri. Intorno all’1:15 di domenica, il killer ha sparato (uccidendolo) un poliziotto che era di guardia al cancello anteriore in discoteca. “Atto a sangue freddo” – commenta così l’accaduto il prefetto di Istanbul Vasip Sahin.

È subito scattata una vasta caccia all’uomo. Le autorità turche hanno imediatamente definito l’attacco come opera di terroristi.

Il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan ha espresso le sue condoglianze alle famiglie delle vittime. Espressioni di cordoglio sono arrivate da tutto il mondo. Papa Francesco ha condannato l’attacco durante la sua udienza in piazza San Pietro, domenica. L’incidente ha lasciato il pontefice “profondamente addolorato”.

Il presidente Russo Vladimir Putin ha espresso le condoglianze a Erdogan subito dopo l’attacco dicendo: “il nostro dovere comune sia quello di rispondere con decisione all’aggressione terroristica”. La Russia rimane alleato della Turchia nella lotta contro questo “male”.

L’accaduto preoccupa la Casa Bianca dalla quale arrivano parole di conforto.
La Turchia ha dovuto affrontare numerosi attacchi già l’anno scorso. Erdogan, dopo un periodo di grandi ambiguità caratterizzato da accuse di complicità con Al Baghdadi (rilanciate proprio da Putin e dalla Russia), ha mutato atteggiamento nel momento in cui ha stabilito uno stretto rapporto di alleanza con Mosca (raffreddando le precedenti relazioni filo-occidentali) e la Siria per giungere a una stabilizzazione (spartizione) dell’area al fine di stroncare le pressioni indipendentistiche dei curdi. La necessità di combattere tutte le organizzazioni “terroristiche” (soprattutto le milizie curde che sino a quel momento con l’alleanza occidentale avevano combattuto con maggior vigore contro l’Isis e il regime siriano di Bashar Al Assad), ha obbligato Erdogan a lanciarsi in una aperta campagna contro al Baghdadi in collaborazione con i nuovi alleati (Mosca e Siria).

Contemporaneamente, il presidente turco che vuole imporre una svolta autoritaria nel suo Paese (e in parte vi è già riuscito grazie alla repressione scattata dopo il tentativo di golpe di luglio) attraverso la modifica della Costituzione (e anche la reintroduzione della pena di morte), all’interno è impegnato in un braccio di ferro con i curdi che ha assunto caratteri non particolarmente democratici con l’arresto lo scorso 4 novembre del leader dell’Hdp, partito filo-curdo, con un notevole seguito elettorale nel Paese e una vasta rappresentanza parlamentare. Un giro di vite, quello voluto da Erdogan, caratterizzato da pesanti interventi sulla libertà di stampa e, in particolare, contro i giornali di opposizione (Cumhuriyet, il cui direttore è stato arrestato a fine ottobre). Parlando genericamente di azione terroristica, le autorità di Ankara hanno voluto tenere aperta anche l’ipotesi di una mano curda dietro il sanguinoso attentato. Ma le organizzazioni che utilizzano nello scontro con Erdogan anche questo strumento hanno immediatamente fatto sapere che loro non agiscono mai contro “civili innocenti”.

Magda Lekiashvili

Blog Fondazione Nenni

Siria. Italiano in ostaggio dell’Isis da 7 mesi

“Mi chiamo Sergio Zanotti. Sono sette mesi che sono prigioniero qua in Siria”
Ostaggio SiriaIl 22 Novembre 2016, sul canale youtube di News-Front International – sito d’informazione russo – è stato pubblicato un video che ritrae un uomo in ginocchio, vestito con una “dishdasha” araba color bianco e reca in mano un foglio sul quale è riportata una data: 15/11/2016. Dietro l’uomo, che già dai primi secondi di video appare come un’ostaggio, vi è un uomo in piedi, incappucciato, che impugna un kalashnikov. L’uomo in ginocchio dice: «Mi chiamo Sergio Zanotti. Sono sette mesi che sono prigioniero qua in Siria. Chiedo al governo italiano di intervenire nei miei confronti prima di una mia eventuale esecuzione». Secondo News-Front si tratterebbe di un italiano ostaggio di uno dei tanti gruppi armati coinvolti nella guerra civile siriana.
Chi è l’italiano rapito in Siria?
Oltre al video, News-Front pubblica anche alcune informazioni circa l’italiano presumibilmente rapito. Ad avvalorare tale informazioni vi è anche la foto del passaporto di Sergio Zanotti, classe 1960, nato a Marone in provincia di Brescia.
Il video, come è stato spiegato dall’ufficio stampa di News-Front, è stato recapitato al capo del servizio in inglese del sito da una persona che, attraverso una conversazione avvenuta su facebook, si autodefinisce “jihadista”. Questi, inoltre, minaccia di uccidere l’ostaggio qualora non ci sia, da parte del Governo Italiano, un’azione concreta.
C’è un italiano prigioniero in Siria?
La Farnesina ha riferito che l’Unità di Crisi è già a conoscenza del video ed è, in ogni caso, in contatto con i famigliari di Zanotti. Giacomo Stucchi, presidente del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (COPASIR), interpellato dall’AGI non si sbilancia sulla vicenda di Zanotti: “Sembra che il video sia autentico – spiega Stucchi ma aspettiamo informazioni più specifiche già nelle prossime ore”.
Il video tuttavia non lascia spazio a pareri univoci. Se è vero che il presunto prigioniero appare con la barba lunga, non lascia però percepire uno stato fisico particolarmente provato dai sedicenti sette mesi di prigionia. gira sul web da circa una settimana e non sembra “univoco”, dal momento che l’italiano, per quanto con la barba lunga, non appare nelle immagini particolarmente provato dai presunti sette mesi di prigionia. Gli investigatori, che stanno ricostruendo i movimenti dell’uomo, avrebbero accertato che effettivamente alcuni mesi fa Zanotti è partito dall’Italia per la Turchia per poi recarsi a Tunisi dove si sono perse le sue tracce. La scomparsa, denunciata dall’ex moglie dell’uomo, sarebbe avvenuta proprio nei giorni in cui Zanotti avrebbe dovuto far rientro in Italia, ad aprile scorso.

Antonio Fiore

Arrestato Nassim, il reclutatore dell’Isis in Italia

moez-fezzaniE’ stato arrestato in Sudan Moez Fezzani, già condannato a Milano come reclutatore per l’Isis in Italia, col nome di Abou Nassim. Lo confermano fonti dell’antiterrorismo italiano. Processato una prima volta nel 2012 come aderente al ‘Gruppo Salafita per la predicazione e il combattimento’ era stato assolto ed espulso dall’Italia. Successivamente, nel 2014 era stato condannato.

E’ un filo che si snoda negli ultimi due decenni il rapporto che lega Milano e l’Italia a Moez Ben Abdelkader Fezzani, meglio noto come Abou Nassim, 46 anni, il tunisino ‘colonnello’ dell’Isis catturato oggi in Sudan. Nel 2007, il gip Guido Salvini firma su richiesta del pm Elio Ramondini un’ordinanza di custodia cautelare in cui si chiede che vanga arrestato con l’accusa di essere un uomo di Al Qaeda, in particolare “il capo dei tunisini a Peshawar in Pakistan da dove manteneva stretti e costanti rapporti con la struttura in Italia e a Milano”, e di “organizzare la logistica dei mujaheddin provenienti dall’Italia accogliendoli presso la ‘Casa dei fratelli tunisini’ per poi inviarli nei campi dove venivano addestrati all’uso di armi e alla preparazione di azioni suicide” oltre che di “promuovere e finanziare il rientro dei mujaheddin in occidente e in particolare in Italia e a Milano”.

La ‘Casa dei fratelli tunisini’ era un piccolo appartamento di edilizia popolare in via Paravia 84 dove Nassim, che all’epoca lavorava come manovale, era andato a vivere con il connazionale Sassi Lassaad, morto a Tunisi nel 2006 durante una rivolta antigovernativa. Per questa vicenda, dopo aver trascorso 3 anni in carcere, viene assolto in primo grado nel 2012 ma espulso dal Ministero dell’Interno che lo considera “pericoloso” per la sicurezza nazionale.

Un anno dopo, quando Nassim si trova in Siria, i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Milano modificano il verdetto con una condanna a 6 anni di carcere. L’indagine, viene spiegato nell’ordinanza di custodia cautelare, riguardava la presenza a Milano alla fine degli anni novanta di “cellule fondamentaliste di ispirazione salafita formate per lo più da tunisini ma anche da egiziani, radicate in Lombardia il cui compito era rispondere agli appelli della jihad inviando militanti in Afghanistan, nelle zone allora controllate da Al Qaeda, e in Algeria e utilizzare l’Italia come base logistica e anche come terreno fertile di reclutamento ma anche come Paese in cui colpire anche obbiettivi interni qualora l’evoluzione politica avesse reso ciò strategicamente fruttuoso”.

Redazione Avanti

Obama, un Sì al referendum per aiutare l’Italia

obama-renziA un mese e mezzo dal referendum costituzionale, Barack Obama ha già votato “sì”, convinto che “aiuterà l’Italia” e auspicando che Matteo Renzi resti al timone anche se vincerà il no: “Io tifo per lui, per le sue riforme coraggiose e secondo me deve restare in politica comunque vada”.

E’ un endorsement senza precedenti quello ricevuto dal premier italiano nella conferenza stampa congiunta alla Casa Bianca, dopo quasi due ore di colloquio nello Studio Ovale e una accoglienza trionfale insieme alla moglie Agnese nel South Lawn, davanti ad una folla festante con le bandiere dei due Paesi. Certo, Obama è ormai a fine mandato, ma mai nessun presidente Usa si era mai sbilanciato così con un capo di governo italiano, sperando di poter lasciare a Hillary Clinton un testimone che Renzi ha già raccolto prenotando un incontro domani con lo staff della candidata democratica.

Renzi ha sottolineato l’importanza di una vittoria del sì, che snellirebbe “la burocrazia italiana” e renderebbe l’Italia “più forte nel dibattito sull’Unione europea”. Ma, nel giorno in cui da Roma è arrivata la doccia fredda di un ‘No’ netto di Silvio Berlusconi, ha cercato anche di ridimensionare la portata del referendum: “Ho l’impressione che gli amici americani siano più interessati all’8 novembre che al 4 dicembre… e anche noi peraltro”. E di sdrammatizzare un’eventuale sconfitta: “Credo che non vi saranno cataclismi in caso vinca il no, ma per non avere dubbi preferisco fare di tutto per vincere il referendum”. Quanto al suo destino politico, che sembra appeso a questo voto, “lo scopriremo solo vivendo”, ha scherzato, citando Lucio Battisti.

Per il resto la visita è stata la celebrazione davanti alle telecamere di tutto il mondo di un legame indissolubile e mai così forte tra Usa e l’Italia. E di un’alleanza che vede agende e impegni condivisi, dall’Iraq alla Libia e all’Afghanistan, dal clima alla crisi dei rifugiati, fino alle politiche di crescita per le quali Renzi addita gli Usa come “un modello”, in antitesi all’austerity europea. Obama ammette che “l’Europa è una realtà più frammentata rispetto agli Stati Uniti” e che quindi è difficile trasferivi “quanto fatto da noi”. Ma dà ragione a Renzi anche su questo, alla vigilia di un vertice europeo cruciale, quando dice che l’Ue “deve trovare il modo per crescere più rapidamente” perché “le pur ottime politiche monetarie della Banca centrale guidata da Mario Draghi non sono sufficienti”. “Senza l’enfasi sulla domanda, sulla crescita, sugli investimenti che creano lavoro, la fragilità economica nella Ue tornerà ed avrà impatto sul mondo e sugli Stati Uniti”, ha insistito Obama.  Renzi, da parte sua, ha ribadito che intende portare avanti la sua battaglia per cambiare l’Europa: “Noi rispettiamo le regole europee, anche se talvolta un po’ a malincuore. Vorremmo regole diverse ma finché non cambiano le rispettiamo. E lavoriamo per cambiarle”.

Parlando all’aperto nel giardino delle rose, i due leader hanno sottolineato anche la piena convergenza sui dossier di politica internazionale. “Le nostre agende coincidono totalmente”, ha assicurato il premier, mentre Obama ha confermato la partnership fondamentale del nostro Paese nello scacchiere mediterraneo e mediorientale, anche nella lotta all’Isis. In Iraq, ad esempio, dove l’Italia ha un ruolo da protagonista nella difesa e nella ricostruzione della diga di Mosul e nell’addestramento della polizia locale. Ma anche in Libia, dove l’Italia – ha riconosciuto Obama – “sta dando un grande contributo diplomatico per sostenere il governo di unità nazionale che vuole espellere l’Isis dal Paese”. Per passare poi alla crisi dei migranti, uno dei nodi più caldi. Anche qui Renzi ha incassato un assist dal presidente americano: “L’Italia, la Grecia e la Germania non possono essere lasciate sole a sostenere il fardello dell’immigrazione. Se c’è un’Unione europea bisogna essere uniti nel bene e nel male, bisogna condividere i benefici ma anche i costi”.

Pienamente d’accordo Renzi, secondo il quale “non possiamo continuare a lungo a farci carico da soli della Libia e dell’Africa: al Consiglio europeo – giovedì prossimo – porremmo con forza la questione”.  Il capitolo rimasto più in ombra è quello della Russia, sul quale Renzi non si è sbilanciato, dopo l’irritazione di Mosca per il rafforzamento della Nato ai confini baltici anche con un contingente italiano. Cauto anche Obama, che ha ricordato i tentativi di reset all’inizio della sua presidenza, poi naufragati per l’aggressività russa in alcuni Paesi, come l’Ucraina e la Siria.

Aleppo. Gelo Usa-Russia, via libera per Assad

Ieri gli Stati Uniti hanno annunciato l’interruzione dei contatti diplomatici con la Russia per arrivare a una nuova tregua in Siria e come risposta la Russia ha sospeso un accordo con gli Usa vecchio di 16 anni per smaltire il plutonio delle armi atomiche. Sull’onda delle notizie terrificanti che arrivano da Aleppo dove la popolazione paga ogni giorno con la vita e con sofferenze enormi il costo della guerra civile, sembra che la situazione sia arrivata a una svolta importante. Quello di Washington potrebbe essere un passo indietro, o quasi, lasciando che sia Mosca a pagare il prezzo di immagine per la sua alleanza con Assad, ma al tempo stesso aprendo anche la via alla soluzione militare per la riconquista di Aleppo.
aleppoLa battaglia per Aleppo
Facciamo un passo indietro per ricordare che i guai recenti della Siria sono iniziati militarmente alla fine del 2012, sull’onda delle ‘Primavere arabe’, quando i ribelli – circa 30 mila uomini organizzati nelle file di al-Nusra (al-Qaeda) e Ahrar al-Sham (salafiti) con altre forze di opposizione laiche, riuniti nel cosiddetto Esercito libero siriano si scontrarono con l’esercito regolare subendo una prima dura sconfitta. I ribelli avevano alle loro spalle il sostegno più o meno concreto di Stati Uniti, Turchia, Francia, Croazia, Arabia Saudita, Giordania e Qatar, con l’ausilio di mercenari e contractor che avevano già partecipato alla coalizione anti-irachena.

Negli ultimi mesi l’attenzione dei mass media si è concentrata su Aleppo dove le forze ribelli sono assediate dall’esercito regolare siriano.

Come di consueto nel caso di battaglie che coinvolgono centri abitati, a farne le spese sono in larga parte civili inermi e le strutture essenziali per la sopravvivenza della comunità, acquedotti, linee elettriche, ospedali, collegamenti viari ecc.
Gli assedianti difatti, anche volendolo, non riescono a non colpire obbiettivi civili – i famosi ‘danni collaterali’ che inseguono la coscienza dell’Occidente dai tempi del Vietnam – perché nell’attacco per limitare le perdite tra le proprie file, non usano fanteria, ma mortai e bombardamenti aerei.
Le forze assediate ovviamente amplificano l’entità dei danni inflitti alla popolazione per alleggerire la pressione militare e ottenere maggiori sostegni a loro vantaggio.
Nella fase di assedio inoltre è ‘utile’ che la popolazione civile terrorizzata abbandoni le abitazioni perché questo consente agli assedianti, nella fase successiva, di penetrare più facilmente nel tessuto cittadino, anche con la fanteria, senza l’‘impiccio’ dei civili e di preoccuparsi dei ‘danni collaterali’.
Da Bagdad a Gaza city, la storia recente dell’assedio di Aleppo non fa eccezione.

La scontro sul campo
Le forze regolari siriane, sostenute attivamente dall’esercito russo e iraniano, stanno in questi giorni producendo lo sforzo maggiore possibile per far cadere Aleppo, l’ultima roccaforte in mano ai ribelli, che consentirebbe loro di stringerli in una tenaglia e conquistare l’enclave di Idlib ancora sotto il loro controllo, unificando tutto il territorio dal confine israelo-giordano fino a quello turco lungo l’asse che corre da Damasco fino ad Aleppo passando per Homs.

Per questo per Bashir Assad è assai importante la conquista di Aleppo e probabilmente per questa ragione è fallito l’ultimo tentativo di tregua umanitaria (10 settembre) che se da un lato avrebbe consentito di aiutare la popolazione civile, dall’altro avrebbe dato però respiro agli assediati consentendo loro di rifornirsi di armi e munizioni (la Turchia aveva annunciato l’invio di un convoglio di 20 camion con aiuti).

aleppo-convoglio-onu

I resti del convoglio di soccorsi dell’Onu

La tregua avrebbe dovuto consentire il ritiro delle ‘forze attive’ dalla via che conduce all’antica fortezza medievale situata nel centro di Aleppo (Kastilo road), principale strada di accesso alle zone in mano ai ribelli, e creare “una zona demilitarizzata” in quell’area. Ma la tregua è durata meno di dieci giorni.
Il 17 settembre, 62 soldati siriani sono stati uccisi in un attacco aereo della coalizione guidata dagli Stati Uniti sulla base militare siriana di Deir el-Zour. Gli Usa hanno chiesto ufficialmente scusa per l’incidente.
Pochi giorni dopo, un convoglio umanitario dell’Onu che portava soccorsi ad Aleppo, è stato colpito da aerei di cui a tutt’oggi si ignora la nazionalità. Nel bombardamento sono morti 18 autisti e l’Onu ha sospeso i soccorsi. Mosca e Washington si sono scambiate accuse reciproche.
Di certo la fine della tregua gioca a favore di Assad e per questa ragione la logica dell’‘incidente’ del bombardamento americano del 17 sulle forze regolari siriane, appare quantomeno misteriosa, a meno di non prendere per buone le giustificazioni americane e convenire però che, militarmente parlando, sono degli inetti.

Le conseguenze
L’assedio di Aleppo – e la probabile/possibile? vittoria di Assad – dimostra sul campo che da una parte c’è un’alleanza tra Damasco, Mosca e Teheran determinata a raggiungere i suoi obiettivi, ovvero una vittoria militare e politica che consenta di trattare da posizioni di forza anche l’eventuale ‘dopo Assad’, dall’altra c’è una coalizione di forze occidentali, assieme a quelle turche, saudite e degli Emirati, tutt’altro che coerente negli obiettivi di strategia politica e un arco di forze ribelli inquinate dal radicalismo islamico compreso quello di al-Nusra.
Ognuno dei partecipanti alla coalizione occidentale sembra avere obiettivi diversi: la Turchia vuole liberare il fronte curdo, sauditi ed emiratini castrare la marcia iraniana alla leadership regionale, gli Usa frenare la (ri)crescita regionale della Russia, la Francia riprendere il suo ruolo di king maker regionale e sostenere (allora) la rielezione di Sarkozy (dopo la sciagurata avventura libica) …
Più semplice invece la ‘visione’ comune del fronte che sostiene Assad: Mosca non vuole perdere il suo storico insediamento in Siria e in particolare la base militare (strategica per il Mediterraneo) di Tartus dove oggi è schierata un’imponente squadra navale; l’Iran vuole mantenere il controllo militare e politico di una porzione del Libano e per questo non può scoprire il fronte siriano, combattere il radicalismo sunnita, ma soprattutto deve costruire la sua credibilità regionale; Assad deve semplicemente salvarsi la pelle.

Anche Israele ha avuto (e probabilmente lo ha tuttora) un ruolo nella guerra civile siriana, ma sempre molto defilato nonostante la Siria occupi un posto cruciale nel suo passato come nel suo futuro, se non altro per ovvie ragioni geografiche. Israele ha avuto un ruolo sicuramente attivo all’inizio sostenendo militarmente i ribelli, ma più avanti è sembrato più preoccupato dalle conseguenze della destabilizzazione del Paese che non dalla permanenza al potere di Assad. Ancora oggi le alture siriane del Golan sono occupate illegalmente dalle forze israeliane.
Per Israele, molto pragmaticamente, è forse meglio un cattivo equilibrio con Assad (o chi per lui) al potere, che nessun equilibrio in un caos dove potrebbero trovare spazio il terrorismo islamico sunnita come quello sciita alleato di Teheran.

Ancora, mentre russi e iraniani hanno messo i loro ‘boots on the ground’, insomma sono impegnati in prima persona, americani, francesi e inglesi per ora si sono limitati a un sostegno indiretto, ambiguo, semi nascosto, con bombardamenti aerei, armamenti, intelligence, addestramento.
Niente fa credere che questa situazione possa mutare perché il rischio che militari delle due parti si trovino coinvolti in un confronto diretto, con un possibile allargamento del conflitto, viene considerato evidentemente reale ed eccessivo per tutti. Il gioco non vale la candela.
Non a caso proprio la settimana scorsa il ministro degli esteri russo Lavrov ha apertamente evocato lo spettro di uno scontro militare Usa-Russia.

Lavrov-Kerry

Il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov e l’americano John Kerry

Comunque il fronte pro-Assad è oggi parecchio in vantaggio e se sfrutta bene i tempi, può sbaragliare le opposizioni e recuperare buona parte delle posizioni perdute. Dalla sua ha almeno due fattori decisivi:
Primo. Mentre l’intervento della Russia è stato richiesto da Damasco nessuno ha chiesto alle forze pro ribelli di intervenire. Almeno formalmente i ribelli non hanno nessuna legittimità. Dicono a Mosca: “Il governo legittimo della Siria ha invitato la Russia, il suo stretto alleato. Ha chiesto a Mosca di prestare aiuto, per combattere ISIS e altri gruppi terroristici impiantati dall’Occidente e dai suoi alleati. Nel 2011 si è voluto scatenare la guerra in Siria intendendo punire il popolo siriano per aver sempre dato il proprio sostegno alla resistenza palestinese e per aver sostenuto quella irachena durante l’occupazione americana del 2003”. Lo stesso Kerry ha comunque riconosciuto che gli Usa non hanno alcun fondamento giuridico per attaccare il governo di Assad.

Secondo. Tra due mesi ci saranno le elezioni presidenziali e a Washington nessuno ha né la forza né la voglia per decidere una rischiosa escalation militare per sconfiggere Assad (e Putin). Meglio lasciare che Putin vada fino in fondo e appaia come un autocrate guerrafondaio (il ché non è poi molto lontano dalla realtà). In fin dei conti che nessuno sapesse come gestire il dopo-Assad, era chiaro fin dall’inizio.

Conclusioni
Come per la Libia, e prima ancora per l’Iraq, quando si è deciso di far cadere Assad sostenendo le forze di opposizione, nessuno sembra essersi preoccupato delle conseguenze, previsto gli sviluppi, preparato un piano ‘B’, soprattutto nel caso in cui il regime di Damasco non fosse stato sconfitto. Così hanno ignorato o sottavlutato:
la destabilizzazione militare, politica, economica, sociale dell’area e della regione;
i milioni di profughi – la metà dell’intera popolazione – in fuga dentro e fuori i confini siriani;
l’effetto ‘contagio’ del radicalismo islamico col tramite del terrorismo di Daesh, al-Nusra ecc.;
l’effetto ‘insicurezza’ che il comportamento degli Usa può produrre amici e alleati per l’ambiguità e la contraddittorietà dell’agire;
la marginalizzazione ulteriore degli interessi europei e il danno diretto e indiretto a Paesi neppure coinvolti, ma che, ad esempio, si trovano ad assorbire il flusso dei profughi;
il rischio ‘domino’ di un’implosione della Siria sui Paesi limitrofi, soprattutto Libano e poi la Giordania, ma anche Israele, intimamente connessi alle vicende del popolo siriano;
il rischio reale, per quanto remoto, di un allargamento del conflitto su base regionale e mondiale.

Prepariamoci dunque a qualche altro giorno di cattive notizie in arrivo da Aleppo, alla conquista della città da parte delle forze regolari, a un – si spera temporaneo – ulteriore peggioramento dei rapporti Usa-Russia.

A breve il capo della politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, discuterà con il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov della situazione in Siria mentre ha già parlato con il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif. Lo fanno sapere da Bruxelles, ma che serva a qualcosa è improbabile.
Il proverbio dice: chi rompe paga e i cocci sono i suoi. Qui invece i cocci – leggi migranti e profughi – sono solo nostri, con tutti i costi che comportano, economici e politici.

Carlo Correr