Le milizie popolari
e il ruolo dell’Iran

IRAN

Sembra un paradosso, la repubblica islamica sciita dell’ Iran doveva essere sotto controllo da parte dell’ occidente in particolare gli stati uniti. Eppure l’Iran degli Ayatollah continua ad espandersi nel medio oriente, la sua influenza e la sua presenza in quell’area sembra inarrestabile.

Daish (ISIS) è stato quasi sconfitto grazie anche al sacrificio di migliaia di civili e Peshmarga Kurdi con l’ appoggio della coalizione internazionale, ma il vincitore di tale opera sembra l’ Iran senza aver fatto sacrifici significativi.

Nel giugno del 2014 l’ esercito iracheno fuggì di fronte all’ avanzata dell’ esercito di taglia gole lasciando cosi cadere la città di Musul nelle mani di Daish. La ferocia dei Daish nei confronti dei civili e la distruzione delle opere d’ arti li conosciamo tutti. Ninve fu la capitale degli Assiri che oggi si trova nell’ area territoriale di Musul.

Allora La guida spirituale e politica degli Sciiti in Iraq Ali Sistani ( di origini iraniane) chiese alla popolazione sciita di prendere armi contro i Daish, cosi nacquero vari gruppi di milizie popolari per combattere lo stato islamico. Questi gruppi erano inesperti , deboli e mal armati, a questo punto entra in scena a loro soccorso l’ Iran sciita. L’ Iran manda in Iraq il generale di brigata Qasem Soleimani per organizzare e coordinare le attività militari delle milizie create da poco contro i Daish. Ma non solo per combattere i Daish, dopo la sconfitta dello stato islamico, queste milizie potevano essere utili per minacciare contro irrefrenabile volontà del popolo kurdo per l’ indipendenza.

Infatti, il 25 di settembre del 2017 con un referendum i kurdi del Kurdistan iracheno erano chiamati ad esprimersi per l’ indipendenza del loro territorio dal resto dello stato iracheno, quasi il 94% della popolazione votò SI per l’ indipendenza. Ma come sempre i kurdi rimasero soli anche questa volta.

Gli stati confinanti all’ Iraq come Turchia, Iran e il governo sciita iracheno stesso hanno iniziato a minacciare i kurdi e di non voler sapere della volontà dei kurdi. Subito dopo tale data, l’ esercito iracheno con le milizie popolari sciite hanno attaccato diverse città e località kurde, costringendo i kurdi a ritirarsi dalla città di Kirkuk, dalle aree intorno a Musul e altre parti. Tutto questo avveniva nel silenzio totale dell’ alleato occidentale che poco prima proprio con le forze kurde hanno sconfitto i Daish.Non dimentichiamo che tali aree erano state difese dalle forze kurde perché costantemente erano sotto le minaccia dello stato islamico.

L’ Iran coordina direttamente le variegate milizie popolari creati in Iraq, non solo, l’ Iran ha costretto il governo iracheno a trasformare 120.000 unità di tali milizie come una forza ufficiale e retribuita.

Alcuni gruppi di tali milizie sono già nelle liste dei gruppi terroristici segnalati dagli stati uniti. La loro ferocia non è molto diversa da quella dei Daish.

Il piano dell’ Iran è chiaro, vuole creare un’ asse politico militare che parte dall’ Iran e finisce per adesso in Libano.

Kawa Goron

Raqqa. I Curdi espugnano la capitale dell’Isis

raqqaRaqqa è stata liberata, ad annunciarlo un portavoce dei guerriglieri curdi che ha precisato che la città, ex capitale dello Stato islamico in Siria, è “completamente ripulita”. Dopo un’offensiva iniziata a giugno, domenica c’è stato l’assalto finale da parte dei combattenti dalle Forze democratiche siriane (Fsd), alleanza di milizie curde e arabe appoggiate dagli Usa che si è concluso stamattina.
Gli ultimi combattimenti particolarmente accesi si sono verificati nella zona dell’ospedale e in quella dello stadio, mentre particolare valore simbolico ha avuto l’occupazione del crocevia di Al-Naim, conosciuto come la “Rotonda dell’inferno”, dove i jihadisti eseguivano decapitazioni e crocifissioni.
Dopo Mosul lo Stato Islamico perde l’ultima città importante che controllava fra Siria e Iraq ma soprattutto il luogo che aveva eletto a capitale del suo “Califfato”. Nel marzo del 2013 Raqqa diventa il primo capoluogo di provincia a cadere nelle mani dei combattenti che si oppongono al regime di Bashar Al Assad, ma nemmeno un anno dopo l’Isis prende il pieno controllo della città, cacciando i combattenti delle altre fazioni. Tuttavia già nel giugno del 2015 i combattenti curdi riescono a strappare al Daesh le prime città nella provincia, tra cui Tal Abyad e Ayn Issa.
Dopo aver ripreso il controllo dello stadio di calcio e dell’ospedale, le ultime due roccaforti dove si erano asserragliati i combattenti stranieri dell’Isis, è stata issata la bandiera curda sulla città, anche restano da stanare alcune sacche di jihadisti ancora a Raqqa, soprattutto combattenti stranieri accorsi da tutto il mondo per combattere nelle fila dell’Isis.
Centinaia di jihadisti dell’Isis e migliaia di civili erano stati evacuati da Raqqa domenica in base ad un accordo raggiunto tra le cosiddette Forze democratiche siriane (Sdf) alleate degli Usa e lo Stato islamico con la mediazione di capi tribali locali.
Nonostante tutto però secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, la battaglia per la liberazione di Raqqa ha avuto un costo altissimo in termini di vite umane: 3.250 morti, di cui 1.130 civili, senza dimenticare le condizioni in cui versano i civili fuggiti da Raqqa che da giugno sono ancora ospitati nei campi profughi.

Libia. Minniti incontra Haftar, ma si teme attacco Isis

Una foto tratta dal profilo Facebook del 'Media office of lybian army' mostra Il ministro dell'Interno, Marco Minniti, con il generale Khalifa Haftar durante il loro incontro a Bengasi, 5 Settembre 2017. +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

L’Italia corteggiava da tempo l’uomo forte della Cirenaica, il generale Haftar, ma ora a ufficializzare l’intesa tra Roma e Tobruk è stato l’incontro in via riservata tra il generale e il ministro degli Interni Marco Minniti. Il ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha incontrato nel suo ufficio a Bengasi, in Libia, il generale Khalifa Haftar. Lo si apprende dalla pagina Facebook dell’ufficio stampa del comando generale delle forze armate arabe libiche che posta anche la foto di Minniti e Haftar che si stringono la mano e si viene anche a sapere che l’incontro è avvenuto la settimana scorsa. Il ministro degli Interni italiano, si legge sul quotidiano libico Alwasat, ha affermato che l’Algeria e Roma sono interessati alla stabilità della Libia, perché è importante per combattere il terrorismo e il traffico di esseri umani. La pacificazione è fondamentale per il capo del Viminale soprattutto per quanto riguarda l’immigrazione e il suo piano di accordo con la Libia, le milizie del generale controllano infatti il 70% della costa. L’accordo è importante non solo sul piano politico, ma anche economico. Solo oggi è stato riaperto il giacimento petrolifero di al Sharara, in Libia, dopo uno stop di due settimane e dopo la diffusione di notizie sull’evacuazione del personale straniero per la presenza di una milizia armata al suo interno. Da giorni infatti gruppi armati provenienti dalla città di Zintan (situata nel Nord-Ovest del Paese) hanno preso il controllo e bloccato il flusso di un oleodotto, imponendo l’interruzione delle attività produttive dei due giacimenti petroliferi El Sharara ed El Feel. Quest’ultimo, anche noto come Elephant Field, situato nel deserto del Murzuk (nell’area sudoccidentale della Libia), è operato da una joint-venture costituita da NOC e dall’Eni.
Tuttavia a preoccupare sono anche le notizie dell’arrivo nel territorio libico di miliziani del Sedicente Stato islamico. Un anno dopo la cacciata da Sirte, gli jihadisti in fuga hanno però trovato rifugio nelle zone desertiche dell’entroterra e ora stanno facendo ritorno circa 300 miliziani dell’Isis che si muovono liberamente a sud della valle di Sirte e nelle aree ancora più meridionali. Avrebbero anche stabilito un check Point a Wadi Al-Hamar, 90 km ad est della città portuale.
Nel frattempo oggi a il fondatore di Emergency Gino Strada a Milano ha attaccato il ministro dell’Interno Marco Minniti e gli accordi con la Libia del Governo Gentiloni che ha affermato: “Minniti ha una storia da sbirro e va avanti su quella strada lì. Per lui ributtare in mare o riconsegnare bambini, donne incinte, poveracci a quelli in Libia e farli finire nelle carceri ammazzati o torturati è una cosa compatibile con i suoi valori. Con i miei no”.

UN ANNO DI PROVE

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Il nostro Psi, nell’annata politica che va da un agosto all’altro, vanta un notevole lavoro politico che ha sanato ferite, raggiunto risultati importanti, provato, non sempre con successo, ad allacciare intese politiche, contribuito a raggiungere obiettivi legislativi di rilievo.

E’ stato l’anno di Amatrice e del terremoto che ha sconvolto una parte del centro Italia. I socialisti hanno lanciato subito due progetti: uno sulla messa in sicurezza del territorio e uno per la salvaguardia degli edifici. E’ passato solo un anno e sembra un secolo. Ma è stato anche l’anno di Trump e del terrorismo islamico che non demorde e che continua a colpire, da Nizza a Londra, dalla Germania al Belgio. Con Nencini lanciamo l’idea di salvaguardare la nostra cultura liberale e proponiamo iniziative contro l’infibulazione e la sharia. Restiamo, in fondo, figli dei principi dell’illuminismo, loro di quelli dell’oscurantismo. Grazie all’impegno del nostro vice ministro si vara la legge sull’omicidio stradale. E’ stato l’anno di Macron che ha sconfitto la destra e la sinistra francesi, l’anno della Brexit. E’ stato il primo anno senza Marco Pannella, mentre ci hanno salutato per sempre i nostri indimenticabili Lelio Lagorio, Franco Piro, Giuseppe Tamburrano e Giovanni Pieraccini. Dal Portogallo rimbalza la notizia della scomparsa di Mario Soares e più recentemente ci lascia Enzo Bettiza, campione di liberalsocialismo. E’ l’anno segnato da un referendum perso dal governo Renzi (i socialisti si sono schierati per il sì, ma hanno contestato l’Italicum), cui sono seguite le dimissioni di quest’ultimo da presidente del Consiglio, ma non dalla politica, tanto che il giovin Matteo ha poi stravinto le primarie del Pd restando così alla sua guida. Il suo successore al governo Paolo Gentiloni lo surclasserà nettamente nei sondaggi sul gradimento degli italiani (risale a sorpresa anche Berlusconi).

Se n’è andato davvero, pareva impossibile, Fidel Castro, ci lascia anche il premio Nobel Dario Fo e alle elezioni amministrative parziali trionfa, a sorpresa, il centro-destra anche nelle regioni rosse. I socialisti si confermano in buona salute nei comuni, dove restano l’unico partito del centro-sinistra presente, oltre il Pd. Esplode lo scandalo immigrati e Ong. Un magistrato di Catania esprime preoccupazioni non infondate. Inizia lo scaricabarile dell’Europa ma la Bonino sostiene che i trattati che abbiamo firmato (in cambio di flessibilità sui conti) scaricano gli oneri su di noi. Il Psi si ritrova a congresso a Roma anche per risolvere un questione di legittimità degli organi dopo un ricorso. Ne esce la preferenza per un nuovo rapporto con radicali e laici. Emma, presente, rimpiange la Rosa nel pugno. Intanto l’Avanti, dopo la rubrica di denuncia sulle banche (al Senato i socialisti presentano due proposte di legge sull’argomento) può contare sulle preziose collaborazioni del giornalista Aldo Forbice e dell’economista Nicola Scalzini, già consulente di Craxi alla presidenza del Consiglio e sottosegretario del governo Dini. Grazie a Pia Locatelli la legge sul fine vita è approvata dalla Camera, dopo quella sulle unioni civili, cui i socialisti danno un contributo essenziale.

Con Giovanni Negri dò vita all’associazione Marianna che unisce radicali, laici e socialisti, mentre i radicali transnazionali si trovano a congresso a Rebibbia. E’ l’anno di una legge elettorale che non si fa (i socialisti avanzano una proposta di legge sullo schema del Mattarellum), di Pisapia che, come l’araba fenice, che ci sia ciascun lo dice ma dove sia nessun lo sa, ma é certo l’anno della scissione del Pd abbandonato da D’Alema, Bersani, Speranza e Rossi, che fondano Mdp. L’aggettivo socialista viene bandito. Il Pd é in crisi, anche Orlando fonda un suo movimento (un’altra scissione?). Dobbiamo intervenire per difendere Ignazio Silone dalle accuse di uno storico e anche per dire la verità sul nuovo film Sky 1993. Celebriamo il settantesimo anniversario della scissione di Palazzo Barberini (Saragat aveva ragione) e portiamo a casa dalla Camera lo ius soli, vecchio principio socialista. I grillini fanno ridere e piangere tutta Europa per come amministrano Roma. La Raggi dice no alle Olimpiadi e non si contano ormai gli assessori dimissionari, mentre il suo uomo di fiducia finisce in carcere. Finalmente la coalizione internazionale espugna Mosul. L’Isis si ritira.

L’economia italiana é in timida ripresa. Siamo al più 1,3. Ma la disoccupazione é ancora alta. E’ anche l’anno dei papà. Quello della Boschi, incastrato dalle banche, quello di Renzi accusato di incontri con l’imprenditore Romeo. Ci pensa Richetti a risanare l’Italia. La sua proposta di legge tesa ad applicare il contributivo ai vitalizi degli ex parlamentari viene approvata dalla Camera. Ma i grillini non si accontentano. Vogliono il riconoscimento della primogenitura e al Senato scoppia il finimondo perché la procedura d’urgenza viene rifiutata. Dopo aver citato la battaglia di Auschwitz di Napoleone, Di Battista attribuisce il Nobel a Hollande, mentre Di Maio aveva accenato al Venezuela di Pinochet. Il futuro dell’Italia in mano agli ignoranti? Arriva agosto, mentre Emma Bonino e Carlo Calenda partecipano alla formazione del nuovo movimento Forza Europa. Una novità interessante e dagli sviluppi potenzialmente rilevanti. Fa molto caldo. Salvini ne prende troppo e chiede di processare Napolitano per l’intervento in Libia. Siamo oltre misura, oltre il record, oltre dove una volta voleva finire il vecchio Occhetto. Esaurita l’ondata dei trentenni si passa direttamente agli ottuagenari? De Rita osserva che siamo nella fase del rancore e del rimpianto. Aspettiamo settembre per verificare se dopo la morte della rottamazione e di Lucifero ci sarà spazio anche per noi, non più trentenni, non ancora rottamati ma non ancora ottantenni. Restiamo a metà del guado…

Mauro Del Bue

DAESH IN PARLAMENTO

isisi teheranIl Paese degli Ayatollah viene colpito al cuore e in due attacchi in rapida successione in luoghi simbolo dell capitale dell’Iran, il parlamento e il mausoleo dell’imam Khomeini, dai terroristi di matrice jihadista. Per fortuna il terzo attentato è stato sventato. Alcuni terroristi hanno agito vestiti da donne. L’Is ha rivendicato l’attentato tramite la sua agenzia Amaq, secondo cui “combattenti dello Stato islamico hanno attaccato il mausoleo di Khomeini e il parlamento” di Teheran. In un successivo comunicato, Amaq ha precisato che “due martiri hanno fatto detonare le loro cinture esplosive” nella capitale iraniana. Se confermato, nel Paese sciita si apre un nuovo, minaccioso fronte della jihad condotta dal gruppo jihadista sunnita.
Questa mattina prima ci sono stati degli spari ad opera di un commando dell’Is nel Parlamento iraniano, poi un kamikaze si è fatto esplodere, portando alla morte di 8 persone e una ventina di feriti. Quasi contemporaneamente un commando armato di due terroristi porta il terrore tra i visitatori del mausoleo dedicato all’ayatollah Ruhollah Khomeini, nella zona sud di Teheran. Anche qui una sparatoria, poi un terrorista si fa saltare in aria, mentre l’altro sarebbe stato ucciso dalla polizia, dice la tv di Stato Irib. Qui il bilancio, scrive l’agenzia di stampa iraniana Fars, sarebbe di un morto e almeno due feriti.
Per fortuna le forze di sicurezza iraniane sono riuscite a sventare un ulteriore attentato nel Paese, arrestando una “squadra di terroristi”, altri dettagli non sono stati forniti per ragioni di sicurezza. Lo ha riferito il capo del dipartimento antiterrorismo del ministero dell’Intelligence iraniano.
Il presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani, ha riferito che l’attacco ha provocato “danni inferiori a quelli previsti, grazie alle forze di sicurezza dimostratesi pienamente in grado di gestire gli aggressori codardi”. Per Larijani, “l’attacco dimostra che i terroristi hanno l’Iran come obiettivo” perché “il Paese rappresenta un hub attivo ed efficace nella lotta al terrorismo”.
In questo modo il presidente ha ancora dato una risposta chiara e forte alle insinuazioni fatte dal Presidente Donald Trump in Arabia Saudita quando ha incontrato i leader dei principali paesi arabi. Dopo le aperture di Obama, Trump fa una sterzata contraria e lancia un’alleanza nel Golfo che porta all’isolamento di due Stati importanti come il Qatar e l’Iran. All’appello del presidente Usa ad una nuova crociata contro il terrorismo e l’Iran shiita hanno risposto prontamente sei Paesi arabi (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Yemen e Maldive) che hanno subito rotto i rapporti con Doha.
Con l’attacco di oggi viene smentita la linea adottata da Washington, mentre ‘The Donald’ proprio ieri esultava per “l’inizio della fine del terrore”. Nel frattempo il Qatar è completamente isolato, anche economicamente: l’Arabia Saudita ha annullato la licenza di Qatar Airways e chiuso gli uffici della compagnia sul tutto il territorio nazionale. E le autorità filippine hanno vietato ai loro cittadini di lavorare in Qatar, una misura “precauzionale” giustificata con il timore che gli oltre 200 mila filippini che lavorano nell’emirato possano trovarsi a dover fronteggiare problemi come la carenza di generi alimentari.

Israele, detenuti palestinesi
in sciopero della fame

israele-prigionieri-palestinesi“Chiediamo di intervenire presso il Governo israeliano affinché venga incontro alle richieste dei detenuti palestinesi, in sciopero della fame dal 23 aprile per protestare sulla situazione delle carceri israeliane”. Lo hanno chiesto in una lettera inviata all’ambasciatore israeliano a Roma Ofer Sachs, Pia Locatelli, presidente del Comitato Diritti umani della Camera. E Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti umani del Senato.

“Le richieste avanzate da circa il 30% dei detenuti palestinesi riguardano la regolarità, la durata e l’aumento dei permessi di visita dei famigliari. Ci è stato riferito – aggiungono i due parlamentari nella lettera – che in seguito a quest’azione di protesta non violenta sono state messe in atto una seria di azioni punitive che comprendono un inasprimento delle condizioni di isolamento, il divieto di incontrare i propri avvocati e perfino il sequestro del sale”.

Immediata la replica dell’ambasciatore Sachs che nella sua risposta nega categoricamente qualsiasi violazione dei diritti umani nei confronti dei detenuti palestinesi e respinge tutte le accuse. Eppure è proprio un israeliano a dargli torto: lo scrittore Abraham Yehoshua in un’intervista a “ il Fatto quotidiano” afferma che i detenuti palestinesi hanno ragione a scioperare perché sono discriminati e chiedono di poter godere degli stessi diritti di tutti gli altri carcerati, che sono peraltro i diritti sanciti da tutte le Convenzioni per i diritti umani. Israele, se vuole ancora definirsi una democrazia, glieli deve dare. È loro diritto”

Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua nell’intervista al “Fatto Quotidiano” ha parlato anche di Trump e attaccato le posizioni del presidente Usa. Trump, dice, fa ironia sui militanti dell’Isis chiamandoli “losers” (perdenti, sfigati) ma “vende armi” a chi da sempre li foraggia e sostiene, ovvero l’Arabia Saudita. “L’accordo raggiunto tra Usa e Arabia Saudita non ha nulla a che vedere con il tentativo di sradicare i terroristi islamici e la lotta al jihad. E nemmeno è finalizzato a migliorare i rapporti tra il mondo arabo sunnita e noi ebrei israeliani – dice Yehoshua – Si tratta esclusivamente di un accordo commerciale basato sulla vendita di armi, che ancora, purtroppo, è il motore dell’economia. Invece di incoraggiare e apprezzare la scelta fatta dagli iraniani votando il moderato Rouhani, Trump non si è fatto scrupolo a vendere armi a una nazione che ha sostenuto e foraggiato proprio al Qaeda e l’Isis”.

Quanto al conflitto israelo-palestinese, lo scrittore è anche più duro: “Voglio essere chiaro: il signor Trump non ha il profilo morale, l’intelligenza, la cultura, la sensibilità per risolvere alcunché, tantomeno una questione tremendamente complessa come quella israelo-palestinese. Questo signore conosce solo il linguaggio volgare e arrogante dei soldi e della peggior tv. Come ha fatto, appunto, parlando di Manchester. “Trump – prosegue – non è interessato alla pace tra israeliani e palestinesi, come non è interessato il suo amico di famiglia Netanyahu. Entrambi vogliono mantenere lo status quo, quello che dicono e fanno in pubblico è solo una farsa. La verità è che entrambi non vogliono la nascita di uno Stato palestinese mentre vogliono continuare la politica rovinosa dell’appoggio alle colonie nei Territori palestinesi occupati”. Peccato, aggiunge, che anche da parte palestinese non sia venuta una chiara presa di posizione. “Il presidente dell’Anp è stato (Abu Mazen) troppo passivo, troppo cauto. La situazione richiede una posizione più decisa”.

I BAMBINI DI MANCHESTER

manchesterUna strage di 22 morti e di almeno 60 i feriti, tutti giovanissimi, al concerto di Ariana Grande, idolo dei teenager. L’attentato all’Arena di Manchester sarebbe il peggiore attacco terroristico su suolo britannico dal 7 luglio del 2005, quando a Londra quattro bombe piazzate da Al Qaeda su mezzi di trasporto pubblico uccisero 56 persone, compresi i quattro kamikaze, e ne ferirono 700. Un attentato rivendicato, tramite l’agenzia Amaq, dall’Isis che parla di ordigni esplosivi “in mezzo a un raggruppamento di crociati”. Secondo i media britannici è in corso un raid della polizia armata nella zona di Carlton Road, nel sud di Manchester. Ne dà notizia il sito del Guardian secondo cui in quella via si troverebbe l’abitazione dell’attentatore che ha colpito al concerto di ieri sera. Effettuati una serie di arresti nelle zone di Chorlton e Ashton. Secondo la Cbs il kamikaze era il ventiduenne Salman Abedi, già noto alla polizia.


Un kamikaze si è fatto esplodere al termine del concerto della cantante statunitense Ariana Grande alla Manchester Arena che è la più grande arena indoor d’Europa, con una capienza di oltre 21mila posti: era affollata soprattutto di teenager e bambini. La bomba utilizzata dall’attentatore aveva chiodi al suo interno per causare molti più danni e alcuni media inglesi parlano di una persona fermata e di un sospetto ordigno in una fermata della metropolitana, ma mancano conferme. le testimonianze continuano ad essere confuse.
La deflagrazione è avvenuta nella zona delle biglietterie, subito fuori dall’Arena. Mentre i ragazzi cercavano di guadagnarsi l’uscita. In un primo momento si è parlato di due o più esplosioni, poi ne è stata confermata una sola, individuata appunto nella zona del foyer, subito fuori dall’area degli spalti. Mentre i giovani, stavano lasciando l’enorme auditorium e nel momento in cui, forse, i controlli erano più deboli.
Nel Paese che si avvia alle elezioni anticipate dell’8 giugno, tappa fondamentale verso la Brexit, è stata sospesa la campagna elettorale. La premier, Theresa May, ha parlato di un attentato “orribile” e ha annunciato che sospenderà le attività in vista del voto. Decisione condivisa anche dal leader laburista Jeremy Corbin. Il sindaco di Manchester, Andy Burnham ha dichiarato: “Il mio cuore è con le famiglie che hanno perso i loro cari. La mia ammirazione è per i nostri coraggiosi servizi di soccorso. Una notte terribile per la nostra grande città”.
Il concerto di Ariana Grande, idolo dei teenager, era la prima tappa europea del tour mondiale dell’artista, la cantante ha fatto sapere di stare bene ma è “inconsolabile” e “devastata”.

Paura a Baghdad: l’Isis rivendica l’attacco

bagadadIl terrore continua purtroppo a diffondersi: mercoledì 29 marzo ’17 si è verificato l’ennesimo attacco terroristico dell’Isis nella parte meridionale della città di Baghdad, causando una decina di vittime e un numero ancora non certo e sempre crescente di feriti. L’attacco suicida, avvenuto per mezzo di un camion-bomba contro un check-point, è stato successivamente rivendicato dallo Stato Islamico attraverso la sua agenzia stampa “Amaq”, in cui il kamikaze è stato identificato con un “martire alla guida di un camion contenente diverse tonnellate di esplosivo”.

L’Isis cerca ormai da parecchio tempo di contrastare le forze irachene per il dominio della città di Mosul. Secondo le fonti, il conducente avrebbe innescato gli esplosivi in un posto di controllo delle forze di sicurezza a sud di Baghdad, facendo saltare in aria il camion in mezzo ad altri veicoli fermi al posto di blocco.

Il clima di allarme non si placa, si percepisce ancora nell’aria la paura per l’attacco di Londra del 22 marzo ’17 (verificatosi nel giorno del primo anniversario degli attentati di Bruxelles), iniziato nelle vicinanze del ponte di Westminster e proseguito nei pressi del Palazzo di Westminster.

È di oggi, inoltre, la notizia dello smantellamento di una cellula jihadista a Venezia: lo sgomento e l’angoscia sono purtroppo in continuo aumento.

Astana, al via la tregua. Adesso tocca a Trump

colloqui-di-pace-ad-astanaNon poteva non esserci attrito ad Astana, capitale del Kazhakstan, dove ieri e oggi ci sono stati i colloqui sulla crisi in Siria. Ma per il momento nell’aria si respira un moderato ottimismo visto che Russia, Turchia e Iran hanno raggiunto un accordo per il consolidamento e il monitoraggio del cessate il fuoco in Siria: un’intesa messa nero su bianco sulla dichiarazione finale di Astana.
“Non si tratta di un documento, si tratta di una cessazione delle ostilità, che significa vita per i siriani”, ha detto l’inviato delle Nazioni Unite, Staffan de Mistura.
Non sono mancate tuttavia scaramucce e accuse reciproche, specialmente tra i rappresentanti dell’opposizione siriana e i delegati del Governo di Damasco. Tanto che le delegazioni siriane si sono rifiutate di firmare il documento finale, il capo della delegazione governativa, Bashar Jaafari, appena presa la parola poi ha definito “insolente” il discorso di apertura tenuto dall’opposizione affermando che essa “sostiene i terroristi”. Non solo, ma i siriani di Assad non hanno risparmiato le critiche alla Turchia “uno Stato che ha violato la sovranità siriana fornendo assistenza ai gruppi terroristici e impedendo una soluzione pacifica”. Damasco ha anche chiesto che i colloqui intersiriani di Astana riguardino solamente “le parti siriane”, osservando che la Turchia non dovrebbe prendere parte al dialogo. Da parte sua Ankara invece ha accettato la possibilità che Bashar Assad mantenga “un ruolo politico nella fase di transizione verso la pace”, facendo di fatto cadere la
precondizione dell’uscita di scena del presidente siriano.

Sembra dunque tutto rimandato a Ginevra: l’8 febbraio, nella città svizzera ci sarà infatti un nuovo round di colloqui sotto l’egida dell’Onu. E su questi, certamente, anche Donald Trump e la sua nuova amministrazione potranno far valere la propria voce, più di quanto non abbiano fatto ad Astana con la presenza dell’ambasciatore Usa in Kazakistan. Vladimir Putin, ha ammesso la fragilità di questi negoziati e la necessità d’accordo anche con Assad per l’inizio di una reale transizione verso la pace, anche per questo il ruolo americano resta di vitale importanza. Ma anche Trump rischia di finire incagliato nel disastro del ‘Medio Oriente’, se davvero punta a un’intesa, dovrà accettare che Assad resti al potere con somma irritazione di Israele, dell’Arabia Saudita e delle monarchie del Golfo, cioè dei maggiori alleati americani nella regione che vedono come il fumo negli occhi il consolidamento dell’asse sciita guidato dall’Iran.

“È stata presa la decisione di stabilire un meccanismo trilaterale per sorvegliare e assicurare la completa attuazione del cessate-il-fuoco e per evitare ogni provocazione”, ha dichiarato il ministro degli Esteri kazako, Kairat Abdrakhmov, leggendo il documento finale dei colloqui. Russia e Iran, alleate di Damasco, e la Turchia, principale sostenitrice dei ribelli, si sono impegnate inoltre a “utilizzare la loro influenza” e a fare ricorso a “misure concrete nei confronti di ciascuna parte” per consolidare il cessate il fuoco instaurato il 30 dicembre scorso, ed hanno assicurato di voler “garantire la sovranità, l’indipendenza e l’unità territoriale siriana, nella sua forma di Stato multietnico e multireligioso, non confessionale e democratico”.

Istanbul. L’Isis rivendica il ‘Capodanno di sangue’

È arrivata questa mattina la rivendicazione dell’Isis della responsabilità dell’attentato mentre continua in Turchia la caccia all’uomo per scovare il killer che la notte di Capodanno ha assaltato la discoteca Reina di Istanbul. Nella rivendicazione, l’Isis minaccia altri attacchi in Turchia. Il gruppo terrorista definisce la Turchia “apostata” e “serva dei crociati”. Secondo i media turchi, l’autore della strage sarebbe legato alla stessa cellula che a giugno colpì l’aeroporto Ataturk, causando 47 morti. L’azione contro lo scalo era stata condotta da tre membri del gruppo jihadista provenienti da Russia e Asia centrale. Dal fatto che abbia esploso 180 proiettili contro la folla gli esperti deducono poi che abbia cambiato sei volte caricatore durante l’attacco, quindi si tratterebbe di un esperto delle armi. Inoltre in base alle testimonianze raccolte, non solo l’uomo zoppicava come se fosse stato ferito in passato, ma sembra ormai certo che l’attentatore parlasse arabo.


Il Capodanno di sangue nella guerra “sporca” siriana

istanbulFesteggiavano il capodanno quando l’uomo armato ha aperto il fuoco nella discoteca Reina ad Istanbul, Turchia. Il primo giorno del 2017 porta circa 70 feriti e 39 morti, tra i quali 24 uomini e 15 donne. Tra gli identificati, 11 sono cittadini turchi, mentre 24 sono stranieri. Intorno all’1:15 di domenica, il killer ha sparato (uccidendolo) un poliziotto che era di guardia al cancello anteriore in discoteca. “Atto a sangue freddo” – commenta così l’accaduto il prefetto di Istanbul Vasip Sahin.

È subito scattata una vasta caccia all’uomo. Le autorità turche hanno imediatamente definito l’attacco come opera di terroristi.

Il presidente della Turchia Recep Tayyip Erdogan ha espresso le sue condoglianze alle famiglie delle vittime. Espressioni di cordoglio sono arrivate da tutto il mondo. Papa Francesco ha condannato l’attacco durante la sua udienza in piazza San Pietro, domenica. L’incidente ha lasciato il pontefice “profondamente addolorato”.

Il presidente Russo Vladimir Putin ha espresso le condoglianze a Erdogan subito dopo l’attacco dicendo: “il nostro dovere comune sia quello di rispondere con decisione all’aggressione terroristica”. La Russia rimane alleato della Turchia nella lotta contro questo “male”.

L’accaduto preoccupa la Casa Bianca dalla quale arrivano parole di conforto.
La Turchia ha dovuto affrontare numerosi attacchi già l’anno scorso. Erdogan, dopo un periodo di grandi ambiguità caratterizzato da accuse di complicità con Al Baghdadi (rilanciate proprio da Putin e dalla Russia), ha mutato atteggiamento nel momento in cui ha stabilito uno stretto rapporto di alleanza con Mosca (raffreddando le precedenti relazioni filo-occidentali) e la Siria per giungere a una stabilizzazione (spartizione) dell’area al fine di stroncare le pressioni indipendentistiche dei curdi. La necessità di combattere tutte le organizzazioni “terroristiche” (soprattutto le milizie curde che sino a quel momento con l’alleanza occidentale avevano combattuto con maggior vigore contro l’Isis e il regime siriano di Bashar Al Assad), ha obbligato Erdogan a lanciarsi in una aperta campagna contro al Baghdadi in collaborazione con i nuovi alleati (Mosca e Siria).

Contemporaneamente, il presidente turco che vuole imporre una svolta autoritaria nel suo Paese (e in parte vi è già riuscito grazie alla repressione scattata dopo il tentativo di golpe di luglio) attraverso la modifica della Costituzione (e anche la reintroduzione della pena di morte), all’interno è impegnato in un braccio di ferro con i curdi che ha assunto caratteri non particolarmente democratici con l’arresto lo scorso 4 novembre del leader dell’Hdp, partito filo-curdo, con un notevole seguito elettorale nel Paese e una vasta rappresentanza parlamentare. Un giro di vite, quello voluto da Erdogan, caratterizzato da pesanti interventi sulla libertà di stampa e, in particolare, contro i giornali di opposizione (Cumhuriyet, il cui direttore è stato arrestato a fine ottobre). Parlando genericamente di azione terroristica, le autorità di Ankara hanno voluto tenere aperta anche l’ipotesi di una mano curda dietro il sanguinoso attentato. Ma le organizzazioni che utilizzano nello scontro con Erdogan anche questo strumento hanno immediatamente fatto sapere che loro non agiscono mai contro “civili innocenti”.

Magda Lekiashvili

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