Quel che i dati ISTAT
non dicono sul “boom dell’occupazione”

lavoro

Di recente, i dati provvisori dell’ISTAT hanno annunciato un “boom dell’occupazione”, che ha indotto l’ex capo del governo, Matteo Renzi, ad esultare e a dichiarare che ciò è il risultato della politica del “suo” governo, con la riforma del diritto del lavoro promossa ed attuata in Italia attraverso il varo, tra il 2014 e il 2015, di diversi provvedimenti legislativi (Jobs Act). L’entusiasmo di Renzi potrà pure avere una sua giustificazione prettamente elettorale; fuori dalla competizione politica, però, i dati dell’ISTAT non sono del tutto rassicuranti. Essi, infatti, presentano “più ombre di quanto non siano le luci”, come viene evidenziato da Francesco Saraceno (economista senior presso l’Osservatoire Français des Conjonctures Économiques/Science-Po di Parigi) in “Che cosa ci dicono i dati sul lavoro”, pubblicato su “Il Mulino” n. 5/2017.

Stando ai dati ISTAT, il numero degli occupati ha superato i 23 milioni di unità, livello pressoché identico a quello raggiunto in Italia nel 2008, prima dell’inizio della lunga crisi. I dati evidenziano che, in termini assoluti, gli occupati a luglio di quest’anno sono stati pari a 23,063 milioni, il livello massimo a partire dal 2008, quando era stato registrato il tetto di 23,081 milioni. Il facile entusiasmo suscitato dal raggiungimento di questo obiettivo è stato subito “raffreddato” dalla contemporanea rilevazione dell’aumento del tasso di disoccupazione, salito all’11,3%. L’apparente contraddizione di un andamento in crescita di entrambi i fenomeni (dell’occupazione, da un lato, e della disoccupazione, dall’altro) ha però, nel caso dell’Italia, una spiegazione non del tutto rassicurante. Per rendersi conto di ciò, seguendo l’analisi di Saraceno, occorre affiancare al tasso di disoccupazione quello di turnover delle forza lavoro, che misura il flusso in ingresso e in uscita dei lavoratori dal mercato del lavoro.

Diversi sono gli indicatori che possono essere utilizzati per stimare il ricambio della forza lavoro; il principale (calcolato su base annua) è il “tasso di turnover complessivo” (numero di lavoratori entrati ed usciti dal mercato del lavoro diviso la consistenza media della forza lavoro occupata, moltiplicata per 100). Esso è fisiologico quando misura il flusso naturale di persone che entrano ed escono dal mercato del lavoro per effetto di normali eventi, quali assunzioni, licenziamenti e pensionamenti, che non denuncino un anomalo funzionamento del mercato del lavoro e un’instabile continuità produttiva del sistema economico; esso è invece patologico, quando l’uscita dal mercato del lavoro avviene in seguito a instabilità produttiva e indipendentemente dalla volontà del lavoratore di abbandonare la stabilità occupazionale.

La crisi degli ultimi anni e l’aumentata competitività del mercato internazionale possono aver giustificato la propensione, da parte di molte attività produttive, ad avvalersi di un turnover fisiologico, nella gestione della propria forza lavoro occupata, aumentando il flusso in entrata, con assunzioni strategiche, e in uscita, con licenziamenti e altre forme di alleggerimento del costo del lavoro, ricorrendo, ad esempio, all’esterno per lo svolgimento di alcune fasi del proprio processo produttivo (outsourcing); ma in periodi di crisi, se la propensione a ricorrere al turnover da parte delle attività produttive è conservata o prolungata nel tempo può diventare causa di una grave crisi economica, con conseguente instabilità e perdita di solidità del sistema economico nazionale.

Chi esulta per l’aumentato livello dell’occupazione non ha motivo di farlo, perché – afferma Saraceno – se l’aumento dell’occupazione è valutato in “termini di unita di lavoro equivalenti a tempo pieno”, l’occupazione complessiva realmente registrata risulta più bassa di circa un milione di unità rispetto a quella del 2008; perciò, l’occupazione effettiva non è aumentata tanto quanto si vorrebbe dedurre dalla considerazione del numero dei lavoratori risultanti occupati al luglio del 2017. Ciò è confermato anche da un altro punto di vista; considerando che il PIL nazionale alla fine del 2016 era ancora inferiore del 7% rispetto ai livelli pre-crisi, è possibile affermare – secondo Saraceno – che “lo stesso numero di lavoratori produce oggi il 7% in meno di quanto produceva nel 2008”. Di conseguenza, si può dire che, nonostante sia stato “ritrovato il lavoro”, non è stato contemporaneamente ritrovato lo stesso livello di produzione. Questo fenomeno può essere spiegato considerando il fatto che, durante i quasi dieci anni di crisi, il turnover del mercato del lavoro è stato sostanzialmente di natura patologica, denunciando tanto una diminuzione (nelle attività produttive con più di dieci dipendenti) del numero delle ore lavorate per dipendente, quanto un profondo cambiamento della composizione settoriale dell’occupazione. Infatti, la dinamica del mercato del lavoro evidenzia che che, tra il primo trimestre del 2008 e il primo del 2017, la diminuzione del numero delle ore lavorate per dipendente è stata di circa il 6%.

La diminuzione si è verificata soprattutto nel settore dei servizi (coinvolgendo però anche gli altri settori), a seguito dell’aumento dei contratti part-time e a tempo parziale e della diminuzione di quelli a tempo indeterminato. La stessa dinamica del mercato del lavoro mostra anche un cambiamento della composizione settoriale dell’occupazione; fenomeno, questo, destinato ad avere un impatto, nel breve e nel medio-lungo termine, sulla produttività della forza lavoro occupata.

La considerazione congiunta delle due tendenze evidenziate giustifica la contraddizione, precedentemente indicata, tra l’aumento dell’occupazione e l’aumento contemporaneo della disoccupazione; essa sta ad indicare che al miglioramento di uno dei principali “fondamentali” dell’economia nazionale (il ritorno al livello occupazionale antecedente il 2008) corrisponde una percezione pubblica negativa dello stato di salute dell’economia nazionale, espressa soprattutto dall’aumento della disoccupazione.

In sostanza, l’aumento del livello occupazionale vale a denunciare un miglioramento della situazione economica complessiva del Paese solo apparente, in quanto da esso, se interpretato alla luce della dinamica del mercato del lavoro, si può solo dedurre che la crisi del sistema economico e sociale dell’Italia non è ancora finita; ciò perché è inevitabile pensare che a un aumento di posti di lavoro, se considerato congiuntamente alla diminuzione delle ore lavorate per dipendente e al fatto che esso si sia verificato in comparti produttivi a basso valore aggiunto (turismo e soprattutto ristorazione e servizi alla persona, che rimunerano la forza lavoro occupata con bassi salari), corrisponda un aumento della produzione corrispondente a un quasi identico aumento dell’occupazione, in assenza di ogni miglioramento della produttività.

La conseguenza non può che essere la conservazione dell’erogazione di salari bassi e l’aumento delle disuguaglianze distributive, destinate a rendere stentata, se non impossibile, la ripresa della crescita del sistema economico, con cui celebrare l’uscita reale dal tunnel della crisi. A maggior ragione, tale conseguenza risulta inevitabile se le attività produttive verso le quali si è indirizzata la “nuova occupazione” sono di piccola dimensione, come sono in realtà le attività produttive di servizi turistici e della ristorazione.

Inoltre, l’aumento dell’occupazione nelle piccole attività produttive di servizi ha reso del tutto particolare in Italia la precarizzazione del lavoro, destinata ad avere un impatto negativo sul rilancio della crescita equilibrata di tutti i settori del sistema economico nazionale. Quel che caratterizza il nostro Paese – sostiene Saraceno – è la composizione delle dinamiche occupazionali: a causa dell’automazione e dell’outsourcing si è ridotto il numero “degli impieghi a qualificazione media (impiegati e operai specializzati) e sono aumentati, sia gli impieghi più pagati (dirigenti, professioni intellettuali tecnici), sia quelli di fascia bassa non delocalizzabili (addetti a vendite e servzi personali, operai semi-qualificati, occupazioni elementari)”.

Quasi ovunque, quindi, la polarizzazione dell’occupazione è stata asimmetrica, poiché i lavori ad alta qualificazione sono cresciuti meno di quelli di fascia bassa. Ciò ha determinato che l’occupazione sia rimasta stagnante nei comparti produttivi a più alto valore aggiunto, dove maggiori sono stati l’aumento della produttività e la rimunerazione del lavoro; mentre il contrario è avvenuto nei comparti produttivi a più basso valore aggiunto. Il numero complessivo dei posti di lavoro è cresciuto, ma con esso sono aumentate le disuguaglianze distributive, mentre la trasformazione della economia nazionale è avvenuta attraverso l’espansione di comparti produttivi “a bassa produttività e non suscettibili di trainare la crescita del Paese nel medio periodo”.

A ciò va aggiunta anche la considerazione che la composizione territoriale delle dinamiche del mercato del lavoro ha messo in evidenza l’approfondimento del dualismo italiano, con un andamento dell’occupazione nelle regioni meridionali simile a quello che si è verificato nelle regioni del Centro-Nord; ciò significa che, agli attuali ritmi di crescita, quelle del Mezzogiorno potranno tornare ai livelli del PIL pre-crisi solo nel 2028, dieci anni dopo le altre regioni.

Come uscire da questa situazione anomala del funzionamento del mercato del lavoro? Come creare le pre-condizioni stabili per favorire una correzione delle dinamiche di tale mercato, rendendo compatibili l’aumento dell’occupazione, il miglioramento della produttività del lavoro, una ripesa della crescita e un’attenuazione delle attuali disuguaglianze distributive? Per Saraceno, fin tanto “che il tasso di crescita non tornerà stabilmente sopra il 2% annuo, sarà difficile che l’economia crei nuovi posti di lavoro”; ciò perché, in presenza delle attuali dinamiche del mercato del lavoro, ogni misura volta a correggerne l’andamento non potrà che tradursi in una ridistribuzione settoriale dell’occupazione, precarizzandola, come sta a indicare l’esperienza vissuta negli anni di crisi.

In conclusione, secondo Saraceno, per uscire dalla crisi l’Italia deve migliorare la produttività del lavoro, dando il là al rilancio della crescita attraverso l’aumento degli investimenti nell’istruzione; ciò dovrebbe avvenire in un contesto in cui le risorse, essendo limitate, dovrebbero essere reperite attraverso l’abbandono della politica di austerità, con la quale sinora si è inteso fronteggiare gli esiti negativi della crisi.

La cessazione dell’austerità, tuttavia, non sembra una misura sufficiente a consentire il ricupero delle risorse per fare fronte al male antico del sistema-Paese italiano, cioè a promuovere il miglioramento del lavoro, strumentale alla ripresa degli investimenti. L’unica via percorribile, per il ricupero delle risorse necessarie a rilanciare la crescita, sembra perciò ridursi a quella, da alcuni prospettata, ma sempre respinta sul piano politico, di un’imposta patrimoniale una tantum sui maggiori patrimoni, da destinare alla riduzione del debito pubblico; ciò, al fine di realizzare un aumento dell’avanzo primario del bilancio pubblico, ricuperando le risorse per finanziare le politiche pubbliche orientate a rendere possibile l’auspicato miglioramento della produttività del lavoro.

Gianfranco Sabattini

Istat. Produzione in crescita e Pil 2018 +1,5%

produzione industrialeL’ISTAT ha comunicato oggi i dati sulla produzione industriale a ottobre 2017. L’indice destagionalizzato della produzione industriale ha registrato un aumento dello 0,5% rispetto al mese precedente. Nella media del trimestre agosto-ottobre 2017 la produzione è aumentata dello 0,8% rispetto ai tre mesi precedenti.

Corretto per gli effetti di calendario, a ottobre 2017 l’indice è aumentato in termini tendenziali del 3,1% (i giorni lavorativi sono stati 22 contro i 21 di ottobre 2016). Nella media dei primi dieci mesi dell’anno la produzione è aumentata del 2,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

L’indice destagionalizzato mensile ha registrato variazioni congiunturali positive nel comparto dell’energia (+1,7%), dei beni intermedi (+1,0%) e dei beni strumentali (+0,7%). Una variazione nulla riguarda invece i beni di consumo.

In termini tendenziali gli indici corretti per gli effetti di calendario hanno registrato a ottobre 2017 un aumento rilevante per i beni strumentali (+5,2%); sono aumentati anche i beni di consumo (+3,5%) e i beni intermedi (+3,2%), mentre il comparto dell’energia ha segnato una variazione negativa (-4,0%).

Per quanto riguarda i settori di attività economica, a ottobre 2017 i comparti che hanno registrato la maggiore crescita tendenziale sono quelli della fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+8,6%), delle altre industrie manifatturiere, riparazione ed installazione di macchine ed apparecchiature (+8,3%) e della fabbricazione di mezzi di trasporto (+8,1%). Diminuzioni si sono verificate invece nei settori della attività estrattiva (-7,9%), della fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (-5,4%) e della fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (-2,6%).

Anche Confindustria, presentando oggi il rapporto del proprio Centro Studi, ha confermato la ripresa economica in atto in Italia ed ha sottolineato come il Paese non sia più la Cenerentola della crescita.

Se il Pil 2017 conferma la crescita dell’1,5%, quello del 2018 chiuderà invece l’anno con un +0,2% rispetto al +1,3% previsto lo scorso settembre toccando dunque un +1,5%. Lieve flessione invece per il 2019 anno in cui l’aumento del Pil dovrebbe attestarsi intorno all’1,2%.

Il rapporto del Csc disegna uno scenario in cui l’espansione globale appare robusta e solida nonostante un’andatura non eccessivamente veloce che però non lascia intravedere rischi di deragliamento, neppure quelli legati ad una guerra in Corea o in Medio Oriente che, come dice il capo economista Luca Paolazzi, nessuno sembra volere.

Per Confindustria, “l’Italia appare decisamente agganciata ad un treno in corsa. La ripresa già in corso ha dispiegato e dispiegherà i suoi effetti sull’occupazione”.

Dunque, l’Italia non è più la Cenerentola della ripresa ma un capitolo dai segni positivi: ai 900mila posti di lavoro creati tra il 2014 e il 2017 si sommeranno i 370mila occupati in più rispetto ai livelli pre-crisi del 2008 che, secondo Confindustria, saranno traguardati a fine 2019.

L’occupazione proseguirà la sua crescita anche nei prossimi anni: le persone occupate infatti cresceranno dell’1% il prossimo anno e di un altro 0,9% nel 2019. Il CSC, però, spiega: “Questo non significa che il peggio sia alle spalle: a 7,7 milioni di persone, infatti, manca ancora lavoro, in tutto o in parte. Per non parlare dei giovani , di quelli laureati che in 25mila hanno già lasciato il Paese”.

Confindustria, rivedendo in positivo la stima sul Pil, ha anche avvertito sui rischi di arretramento con l’imminente voto politico.

Gli economisti di Viale dell’Astronomia hanno già annunciato la convocazione a febbraio prossimo delle assise generali per presentare alla politica la propria piattaforma e che guarda alle urne come ad un bivio. In proposito, gli economisti del CSC hanno fatto le seguenti valutazioni: “E anche le prossime elezioni si presentano come un test molto rilevante. Siamo di fronte ad una biforcazione: o si va avanti con le riforme o non si fa nulla e si rischia di tornare indietro”.

Per il Centro studi di Confindustria, all’appuntamento di oggi con le previsioni macroeconomiche di dicembre,  gli economisti di via dell’Astronomia hanno commentato: “L’Italia è riuscita a restringere, ma non a chiudere, il divario nell’incremento del Pil con il resto dell’area Euro ma, resta ampia la distanza dal picco pre-crisi”.

Sul rischi di instabilità politica, Confindustria ha fatto presente quanto segue: “Instabililità politica e misure demagogiche per motivi di consenso nel medio-lungo termine abbassano il potenziale di crescita: in Italia, spiegano le origini antiche del male di lenta crescita e sono un rischio per la prossima legislatura.

La forza della crescita globale sta ridimensionando l’importanza dell’incertezza politica sulla stessa congiuntura economica. Nonostante i recenti risultati elettorali rendano più complicata la governabilità perfino in Germania, domanda e produzione continuano ad avanzare apparentemente imperterrite. Anche perché il peso dell’incertezza è più alto nelle fasi di recessione o stagnazione, quando si aggiunge a difficoltà oggettive e non solo percepite, e là dove ci sono altre debolezze istituzionali (inefficienza della burocrazia, lentezza della giustizia, e così via). Instabilità politica e le misure demagogiche prese per motivi di consenso seminano una pianta i cui frutti maturano nel medio-lungo periodo, operando attraverso l’abbassamento del potenziale di crescita, anche per la mancata approvazione di quelle riforme che, al contrario, tale potenziale elevano. E questo si applica particolarmente all’Italia, sia come spiegazione delle origini antiche del suo male di lenta crescita sia come rischio di non perseverare nella prossima legislatura lungo le linee di politica economica e di cambiamento faticosamente intraprese negli ultimi anni. E’ in questo senso che le prossime elezioni politiche si presentano come un test molto rilevante e disegnano per il Paese una biforcazione tra il proseguire lungo il cammino delle riforme o non far nulla (che, in termini relativi, vuol dire arretrare), se non proprio tornare indietro. Quel che è certo è che la chiarezza degli obiettivi e la semplicità degli strumenti, perseguiti e adottati con coerenza per un periodo protratto, incoraggiano gli investimenti e i consumi perché forniscono un ancoraggio alle aspettative positive”.

Secondo gli economisti di Confindustria: “Nello scenario globale, l’espansione prosegue. La velocità è la più alta dal 2010 ed è in accelerazione sul finire del 2017. Proseguirà robusta nel prossimo biennio. Solo incidenti di percorso, che materializzino uno dei tanti rischi geopolitici che affollano il panorama internazionale in questi tempi, potrebbero farla deragliare”.

Il Manzoni avrebbe detto: “…alelante, Pedro, con juicio…”.

Salvatore Rondello

Istat, segnali positivi dall’export italiano

cargo-export

Oggi, dal comunicato stampa dell’Istat, arriva qualche notizia positiva sull’esportazione. Nel terzo trimestre 2017, rispetto ai tre mesi precedenti, l’export è risultato in crescita per tutte le ripartizioni: +3,0% per le regioni nord-orientali, +1,4% per l’Italia meridionale e insulare, +0,9% per le regioni nord-occidentali e +0,7% per l’Italia centrale. L’Istat ha specificato che rispetto ai primi nove mesi del 2016, nel periodo gennaio-settembre 2017, a fronte di un aumento medio nazionale del 7,3%, si registrano incrementi delle vendite sui mercati esteri per le regioni delle aree insulare (+33,8%), centrale (+8,2%), nord-occidentale (+8,0%) e nord-orientale (+5,5%). Si rileva invece una leggera diminuzione per le regioni dell’area meridionale (-0,1%).

Nel periodo gennaio-settembre 2017 tra le regioni che forniscono il maggiore contributo alla crescita tendenziale delle esportazioni nazionali si segnalano: Lombardia (+7,3%), Piemonte (+8,9%), Lazio (+17,7%), Emilia-Romagna (+5,8%) e Veneto (+5,1%). Diversamente, si registrano segnali negativi in particolare per Basilicata (-16,4%) e Molise (-30,4%).

Nei primi nove mesi del 2017, l’aumento tendenziale delle vendite di autoveicoli dal Lazio, di prodotti petroliferi raffinati dalla Sicilia, di articoli farmaceutici, chimico-medicinali, botanici, di metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti dalla Lombardia, ha contribuito alla crescita dell’export nazionale per 1,6 punti percentuali.

Nello stesso periodo si segnala un incremento dell’export di macchine e apparecchi n.c.a. da Lombardia, Emilia-Romagna e Piemonte che impatta sulla dinamica nazionale per quasi un punto (0,8 punti).

Secondo l’Istat, le vendite dalla Lombardia e dal Lazio verso gli Stati Uniti, dal Piemonte verso la Cina e dalla Lombardia verso la Germania forniscono un impulso positivo all’export nazionale, mentre flettono le vendite della Lombardia e dell’Emilia-Romagna verso i paesi OPEC.

Nei primi nove mesi dell’anno, la positiva performance all’export delle province di Frosinone, Milano, Siracusa, Monza e della Brianza, Cagliari e Torino contribuisce positivamente all’export nazionale. I maggiori contributi negativi provengono da Potenza e Ascoli Piceno.  Anche nell’export, il divario tra nord e sud manifesta la cronicizzazione della tendenziale accentuazione.

Salvatore Rondello

Pensione di reversibilità e invalidità, ecco le riduzioni introdotte dall’Inps

Pensione di reversibilità e invalidità

LE RIDUZIONI OPERATE DALL’INPS

La legge n. 133/2008, allo scopo di contrastare il lavoro nero ed irregolare, ha abolito la trattenuta per i pensionati che lavorano. Ma tale agevolazione non trova applicazione nei confronti dei titolari dei trattamenti di reversibilità e degli assegni di invalidità, per i quali rimangono operative le restrizioni introdotte dalla riforma Dini (legge. 335/1995).

L’art. 1 comma 41 della legge 8 agosto 1995, n. 335 – tabella F – ha stabilito, per le citate prestazioni pensionistiche aventi decorrenza dal 1° settembre 1995 in poi, l’incumulabilità di una quota percentuale dell’assegno ai superstiti in presenza di redditi superiori a determinate soglie numerarie da parte del beneficiario.

A seguito dell’introduzione di tali limiti reddituali le pensioni di reversibilità subiscono le seguenti riduzioni:

a) 25% dell’importo spettante, in presenza di una situazione reddituale superiore a tre volte il trattamento minimo annuo Inps, calcolato in misura pari a 13 mensilità, in vigore al 1° gennaio;

b) 40% della rata dovuta, in presenza di reddito superiore a quattro volte il trattamento minimo annuo Inps, come sopra indicato;

c) 50% dell’assegno, in presenza di proventi superiori a cinque volte il trattamento minimo annuo Inps, come specificato al precedente primo punto.

Come precisato, le disposizioni in materia di cumulo si applicano soltanto alle prestazioni pensionistiche aventi decorrenza dal 1° settembre 1995 in poi. Quelle con decorrenza anteriore conservano il trattamento più favorevole con riassorbimento, però, sui futuri miglioramenti.

In presenza di più intestatari della pensione di reversibilità, da parte di due o più soggetti, l’assegno non subisce alcuna contrazione, anche se sussistono redditi elevati da parte dei titolari interessati. Nell’ipotesi in cui il beneficiario della pensione rimanga uno solo, per la perdita del diritto da parte degli altri (ad esempio per il completamento degli studi del figlio), nei confronti dell’unico intestatario del trattamento, si applicano le riduzioni prefigurate, in presenza di situazioni reddituali che splafonano i tetti di legge.

Le soglie reddituali trovano applicazione nei confronti del coniuge superstite anche quando contitolari della pensione siano uno o più minori, studenti o inabili ma figli del solo deceduto e non anche del coniuge superstite. E’ da tenere presente che l’importo derivante dal cumulo di pensione reddito non può essere inferiore a quello che sarebbe spettato al pensionato se il reddito fosse pari al limite massimo della fascia immediatamente precedente a quella di collocazione del proventi posseduti.

Per gli assegni di invalidità, l’art. 1 comma 42, della legge 8 agosto 1995, n. 335 – tabella G – ha stabilito l’incumulabilità di una quota percentuale di tali prestazioni in presenza di redditi da lavoro dipendente, autonomo o d’impresa dei beneficiari.

L’incumulabilità opera per i trattamenti di invalidità con decorrenza dal 1° settembre 1995 in avanti. Per gli assegni aventi decorrenza anteriori a tale data sono fatte salve le condizioni più favorevoli in godimento con riassorbimento però, sui futuri miglioramenti.

A seguito della introduzione dei limiti alla loro cumulabilità con i proventi conseguiti dal beneficiario, i trattamenti ordinari di invalidità subiscono le seguenti riduzioni:

1) 25% dell’importo, in presenza di redditi da lavoro dipendente, autonomo o d’impresa superiore a quattro volte il trattamento minimo annuo Inps calcolato in misura mari a 13 volte l’importo in vigore dal 1° gennaio;

2) 50% della rata dovuta, in presenza dei redditi da lavoro dipendente, autonomo d’impresa superiore a cinque volte il trattamento minimo annuo Inps, come sopra detto.

Il trattamento derivante dal cumulo dei redditi con l’assegno annuo di invalidità ridotto non può comunque essere inferiore a quello che spetterebbe allo stesso soggetto qualora il reddito risultasse pari al limite massimo della fascia immediatamente precedente a quella nella quale si colloca il reddito posseduto.

Mutui Gestione unitaria delle prestazioni creditizie e sociali

PROROGA DEL TERMINE PER FRUIRE DEI NUOVI TASSI D’INTERESSE

Con riferimento ai mutui ipotecari a tasso fisso erogati agli iscritti alla Gestione unitaria delle prestazioni creditizie e sociali già in ammortamento alla data del 1° luglio 2017, l’Inps ha reso noto che l’originario termine ultimo del 23 novembre 2017 per la presentazione delle domande da trasmettere on line per la richiesta dei nuovi tassi fissi – come stabiliti con determinazione del Presidente dell’Istituto n. 89/2017 – è stato prorogato al 29 dicembre 2017 (G.U.R.I., Serie Generale, n. 267 del 15 novembre 2017).

Per la modalità di presentazione della domanda e della successiva accettazione, qualora sussistano i requisiti per l’inoltro, l’istituto fa rinvio alle informazioni reperibili nel sito www.inps.it seguendo il percorso Prestazioni e Servizi>Tutti i servizi>Domande mutui ipotecari edilizi>Autenticazione (con PIN dispositivo), nonché nella pagina iniziale del portale dei pagamenti dell’Inps e nella nota di accompagnamento a corredo del Mav relativo alla rata semestrale di pagamento dei mutui ipotecari con scadenza dicembre 2017.

Istat

MENO GIOVANI SENZA LAVORO

Il lavoro riprende la marcia. A ottobre si conferma l’aumento su base annua degli occupati (+1,1%, +246mila) che riguarda sia uomini sia donne. La crescita si concentra tra i lavoratori dipendenti (+387mila, di cui +347mila a termine e +39mila permanenti), mentre calano gli indipendenti (-140mila). In valori assoluti ad aumentare sono soprattutto gli occupati ultracinquantenni (+340mila) ma registrano una crescita più lieve anche i 15-34enni (+29mila), mentre calano i 35-49enni (-123mila). Nello stesso periodo diminuiscono sia i disoccupati (-4,6%, -140mila) sia gli inattivi (-1,4%, -183mila). E’ quanto emerge dai dati provvisori diffusi oggi dall’Istat.

A ottobre la stima degli occupati è sostanzialmente stabile rispetto a settembre. Il tasso di occupazione dei 15-64enni rimane invariato al 58,1%. La stabilità dell’occupazione nell’ultimo mese è frutto di un calo tra i 25-49enni e di un aumento tra gli ultracinquantenni. L’occupazione è stabile per entrambe le componenti di genere.

Risultano in aumento i dipendenti a tempo determinato, stabili i permanenti, in calo gli indipendenti. Nel periodo agosto-ottobre si registra una crescita degli occupati rispetto al trimestre precedente (+0,3%, +73mila) che interessa uomini e donne e si concentra soprattutto tra gli over 50, in misura più lieve anche tra i 15-34enni, mentre i 35-49enni sono ancora in calo. L’aumento è determinato esclusivamente dai dipendenti a termine, mentre calano i permanenti e gli indipendenti.

Disoccupazione – Dai dati provvisori diffusi dall’Istat emerge inoltre che la stima delle persone in cerca di occupazione a ottobre diminuisce ancora lievemente (-0,1%, -4 mila) per il terzo mese consecutivo. La diminuzione della disoccupazione è determinata dalla componente femminile e, per quanto riguarda l’età, dai 15-24enni e dagli over 50, mentre si osserva un aumento tra gli uomini e i 25-49enni. Il tasso di disoccupazione si attesta all’11,1%, invariato rispetto a settembre, mentre quello giovanile cala al 34,7% (-0,7 punti percentuali). E’ quanto emerge dall’analisi.

La stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni rimane sostanzialmente invariata. La stabilità è frutto di un calo tra gli uomini e nelle classi di età centrali comprese tra 25 e 49 anni, a fronte di un aumento tra le donne, i giovani di 15-24 anni e gli over 50. Il tasso di inattività rimane invariato al 34,5%. Nel trimestre agosto-ottobre, rispetto ai tre mesi precedenti, alla crescita degli occupati si accompagna il calo dei disoccupati (-1,1%, -33mila) e degli inattivi (-0,4%, -56mila).

Convegno Inps

PERMESSO PER DONNE VITTIME DI VIOLENZA DI GENERE

Si è recentemente svolto un interessante convegno, dal titolo “Il congedo lavorativo per le donne vittime di violenza: un diritto ancora poco conosciuto? ”. L’incontro, che si è svolto nei locali della Sede INPS di via XX Settembre a Torino, è stato patrocinato dalla Regione Piemonte e dalla Direzione Regionale INPS Piemonte.

Relatori il Direttore Regionale Giuseppe Baldino, l’Assessora regionale alle Pari Opportunità Monica Cerruti, il Direttore della Sede Provinciale di Torino Dott. Antonio Di Marco Pizzongolo, la Presidente del Centro Congressi dell’Unione Industriali di Torino Cristina Tumiatti, Elena Ferro in rappresentanza delle Segreterie Regionali Piemontesi Cgil-Cisl-Uil. L’incontro è stato coordinato dal Responsabile Comunicazione Giovanni Firera.

L’Assessora ha illustrato la Legge Regionale 4/2016, “Interventi di prevenzione e contrasto della violenza di genere e per il sostegno alle donne vittime di violenza ed ai loro figli”, legge che pone il Piemonte all’avanguardia sull’attenzione posta al delicato problema della violenza di genere. Ma la strada da percorrere è lunga e richiede la collaborazione di tutti.

Il tavolo dei relatori è unanime nel sostenere che è necessario creare sinergia tra tutte le parti presenti, Istituzioni, Associazioni Datoriali, Sindacati affinché si possa intervenire in modo congiunto e coordinato. Ogni intervento deve essere sostenuto dalla evidente e necessaria delicatezza indispensabile per garantire alle vittime di violenza un ambiente rispettoso che tenga conto della particolare vicenda vissuta.

Il Direttore Regionale Giuseppe Baldino ricorda che il problema della violenza di genere tocca anche i dipendenti INPS e negli ultimi casi alcuni efferati episodi ci hanno riguardato da vicino. Ma il problema esiste e va affrontato in modo complessivo e coordinato.

Il dibattito, vivace e intenso, mette in evidenza che è necessario mettere in campo azioni educative preventive che possano sostenere la cultura del rispetto tra generi. E’ anche necessario sostenere idonee campagne di formazione/informazione che rendano conoscibili e, quindi, utilizzabili tutti gli strumenti che possono essere di aiuto per le vittime di violenza.

Emerge, inoltre, che le richieste di congedo lavorativo sono davvero poche. Forse è opportuno ripensare percorsi di conoscibilità della norma e prevedere dei meccanismi di accesso alle procedure diversi, che tengano conto della particolare delicatezza del momento vissuto. Conoscere gli strumenti che aiutino le donne vittime di violenza ad uscire dal tunnel in cui sono intrappolate è fondamentale. Informare le donne sull’esistenza del Diritto al congedo lavorativo per le vittime di violenza e sapere come esercitare tale diritto è doveroso per noi.

Carlo Pareto

FORBICE LARGA

mensa-poveri-2

L’Istat ha pubblicato oggi i  risultati dell’indagine Eu-Silc del 2016. L’indagine mostra una significativa e diffusa crescita del reddito disponibile e del potere d’acquisto delle famiglie (riferito al 2015), associata a un aumento della disuguaglianza economica e del rischio di povertà o esclusione sociale: sono ben 18 milioni le persone a rischio povertà. L’Istat spiega che “aumentano sia l’incidenza di individui a rischio di povertà (20,6%, dal 19,9%) sia la quota di quanti vivono in famiglie gravemente deprivate (12,1% da 11,5%), così come quella delle persone che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (12,8%, da 11,7%)”.

Il reddito netto medio annuo per famiglia, esclusi gli affitti figurativi, è pari a 29.988 euro, circa 2.500 euro al mese (+1,8% in termini nominali e +1,7% in termini di potere d’acquisto rispetto al 2014). La crescita del reddito è più intensa per il quinto più ricco della popolazione, trainata dal sensibile incremento della fascia alta dei redditi da lavoro autonomo, in ripresa ciclica dopo diversi anni di flessione pronunciata. Quindi, esclusi gli affitti figurativi, si stima che il rapporto tra il reddito equivalente totale del 20% più ricco e quello del 20% più povero sia aumentato da 5,8 a 6,3.

Metà delle famiglie residenti in Italia percepisce un reddito netto non superiore a 24.522 euro l’anno (circa 2.016 euro al mese: +1,4% rispetto al 2014). Il reddito mediano cresce nel Mezzogiorno in misura quasi doppia rispetto a quella registrata a livello nazionale (+2,8% rispetto al 2014), rimanendo però su un volume molto inferiore (20.557 euro, circa 1.713 mensili).

L’aliquota media del prelievo fiscale a livello familiare è 19,4%, in lieve calo rispetto al 2014 (-0,25 punti percentuali). Si riduce il carico fiscale sulle prime due classi di reddito (0-15.000, 15.000-25.000 euro) delle famiglie con principale percettore un lavoratore dipendente, per gli effetti della detrazione Irpef di 80 euro.

Nel 2015, il costo del lavoro risulta in media pari a 32.000 euro annui. Il cuneo fiscale e contributivo è pari al 46,0% del costo del lavoro, in lieve calo rispetto agli anni precedenti (46,2% nel 2014, 46,7% nel 2012). Nel 2016 si stima che il 30,0% delle persone residenti in Italia sia a rischio di povertà o esclusione sociale, registrando un peggioramento rispetto all’anno precedente quando tale quota era pari al 28,7%. Aumentano sia l’incidenza di individui a rischio di povertà (20,6%, dal 19,9%) sia la quota di quanti vivono in famiglie gravemente deprivate (12,1% da 11,5%), così come quella delle persone che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (12,8%, da 11,7%).

Il Mezzogiorno resta l’area territoriale più esposta al rischio di povertà o esclusione sociale (46,9%, in lieve crescita dal 46,4% del 2015). Il rischio è minore, sebbene in aumento, nel Nord-ovest (21,0% da 18,5%) e nel Nord-est (17,1% da 15,9%). Nel Centro un quarto della popolazione (25,1%) permane in tale condizione.

Le famiglie con cinque o più componenti si confermano le più esposte al rischio di povertà o esclusione sociale (43,7% come nel 2015), ma è per quelle con uno o due componenti che questo indicatore peggiora (per le prime sale al 34,9% dal 31,6%, per le seconde al 25,2% dal 22,4%).

L’indagine pubblicata dall’Istat fotografa la realtà di circa due anni fa. Oggi, il rischio di povertà potrebbe essere cresciuto ulteriormente. Se questo tipo di indagini potessero avvenire con maggiore tempestività, fotografando una realtà più immediata, sarebbero sicuramente più utili per consentire scelte più efficaci nella politica economica.

Salvatore Rondello

Istat, occupati in crescita. Finalmente qualche luce

lavoro occupazione

L’Istat ha comunicato oggi i dati aggiornati sull’occupazione e sulla disoccupazione. Nel comunicato dell’Istat si legge: “A ottobre 2017 la stima degli occupati è sostanzialmente stabile rispetto a settembre. Il tasso di occupazione dei 15-64enni rimane invariato al 58,1%.

La stabilità dell’occupazione nell’ultimo mese è frutto di un calo tra i 25-49enni e di un aumento tra gli ultracinquantenni. L’occupazione è stabile per entrambe le componenti di genere. Risultano in aumento i dipendenti a tempo determinato, stabili i permanenti, in calo gli indipendenti.

Nel periodo agosto-ottobre si registra una crescita degli occupati rispetto al trimestre precedente (+0,3%, +73 mila) che interessa uomini e donne e si concentra soprattutto tra gli over50, in misura più lieve anche tra i 15-34enni, mentre i 35-49enni sono ancora in calo. L’aumento è determinato esclusivamente dai dipendenti a termine, mentre calano i permanenti e gli indipendenti.

La stima delle persone in cerca di occupazione a ottobre diminuisce ancora lievemente (-0,1%, -4 mila) per il terzo mese consecutivo. La diminuzione della disoccupazione è determinata dalla componente femminile e, per quanto riguarda l’età, dai 15-24enni e dagli over 50, mentre si osserva un aumento tra gli uomini e i 25-49enni. Il tasso di disoccupazione si attesta all’11,1%, invariato rispetto a settembre, mentre quello giovanile cala al 34,7% (-0,7 punti percentuali).

La stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni rimane sostanzialmente invariata. La stabilità è frutto di un calo tra gli uomini e nelle classi di età centrali comprese tra 25 e 49 anni, a fronte di un aumento tra le donne, i giovani di 15-24 anni e gli over 50. Il tasso di inattività rimane invariato al 34,5%.

Nel trimestre agosto-ottobre, rispetto ai tre mesi precedenti, alla crescita degli occupati si accompagna il calo dei disoccupati (-1,1%, -33 mila) e degli inattivi (-0,4%, -56 mila).

Su base annua si conferma l’aumento degli occupati (+1,1%, +246 mila) che riguarda sia uomini sia donne. La crescita si concentra tra i lavoratori dipendenti (+387 mila, di cui +347 mila a termine e +39 mila permanenti), mentre calano gli indipendenti (-140 mila). In valori assoluti ad aumentare sono soprattutto gli occupati ultracinquantenni (+340 mila) ma registrano una crescita più lieve anche i 15-34enni (+29 mila), mentre calano i 35-49enni (-123 mila). Nello stesso periodo diminuiscono sia i disoccupati (-4,6%, -140 mila) sia gli inattivi (-1,4%, -183 mila).

Al netto dell’effetto della componente demografica tuttavia, su base annua cresce l’incidenza degli occupati sulla popolazione in tutte le classi di età”.

Dalla lettura dei dati, sembrerebbe che all’orizzonte stia per sbocciare qualche lieve speranza. Finalmente si intravede la possibilità di ridurre il disagio sociale esistente, anche se la crescita maggiore è quella degli occupati ultracinquantenni per effetto dello slittamento del pensionamento.

Salvatore Rondello

Pensionati, la maggioranza sono donne. Ma oltre la metà sotto i mille euro

Aspettativa di vita
ITALIA TRA I PAESI LEADER
L’Italia è al “quarto posto” dei Paesi Ocse per aspettativa di vita, con 82,6 anni nel 2015: è quanto afferma l’organismo internazionale per lo sviluppo e la cooperazione economica nel rapporto Panorama della Salute 2017. Per l’Ocse, questo solleva diverse sfide legate all’invecchiamento. Ad esempio, precisa, l’Italia ha il “secondo più alto tasso di demenza” tra i Paesi presi in esame, al 2,3% della popolazione nel 2017 e dovrebbe raggiungere il 3,4% entro il 2037. Il sistema sanitario in Italia offre una “copertura universale” e i costi sono generalmente “bassi” rispetto ad altri Paesi Ocse: è quanto afferma l’organismo per la cooperazione e lo sviluppo economico nel Panorama Salute 2017. Secondo l’Ocse, un numero “relativamente basso di italiani ha rinunciato ad una consultazione medica a causa del costo” (4,8%), mentre “i tempi di attesa per la chirurgia della cataratta sono più brevi rispetto alla maggior parte degli altri paesi equivalenti dell’Ocse”. Quanto all’assistenza sanitaria di base è “generalmente di alta qualità”. L’Italia realizza buoni risultati anche in termini di sopravvivenza al cancro e agli attacchi cardiaci acuti. La spesa sanitaria è pari a 3391 dollari a persona, leggermente inferiore alla media Ocse. Mentre il taglio del numero di posti letto negli ospedali è in “coerenza con una tendenza generale nell’insieme dei paesi Ocse”. Male, invece, il rapporto nel numero medici-infermieri: 1,4 infermieri per medico
In Italia “le disuguaglianze regionali destano ancora grande preoccupazione”: è quanto scrive l’Ocse nel Panorama Salute 2017. In un contesto di pesanti vincoli di bilancio dovuti alla crisi finanziaria – continua l’Ocse -l’Italia ha realizzato una riforma per ampliare i benefici dell’offerta sanitaria. Ma rimane una “preoccupazione rispetto alla capacità delle singole regioni di assicurare la fornitura dei servizi ampliati”. “Malgrado la copertura universale – avverte l’Ocse – le regioni meridionali sono storicamente meno in grado di fornire l’assistenza adeguata come definita al livello nazionale”. Il che contribuisce ad un “ampliamento delle disparità”.

Pensioni
PER GLI ITALIANI L’ASSEGNO DURA MENO DELLA MEDIA UE
Lieve apertura del Governo sulla possibilità di bloccare l’incremento dell’età pensionabile nel 2019 per chi svolge lavori gravosi: nell’ultimo incontro tecnico tra Governo e sindacati – hanno spiegato fonti sindacali – l’Esecutivo ha proposto di fissare il requisito contributivo per mantenere l’età di vecchiaia a 66 anni e sette mesi per 15 attività gravose (evitando quindi il passaggio a 67 anni) a 30 anni. In precedenza si era parlato invece dei requisiti per l’Ape (36 anni). Il lavoro gravoso per evitare l’aumento dell’età pensionabile deve essere stato svolto almeno in sette anni negli ultimi dieci prima dell’accesso alla pensione.
Una proroga dell’Ape social al 2019 ed un allargamento delle categorie previste con l’aggiunta di lavoratori agricoli, marittimi pescatori e siderurgici, “un’apertura” con un proposta sulle pensioni future, quelle dei più giovani e l’equiparazione tra pubblico e privato della fiscalità per la previdenza integrativa. Sono questi gli elementi che il governo dovrebbe ha messo sul tavolo della trattativa sulle pensioni con i sindacati. Elementi, già in parte emersi nei giorni scorsi e che indicherebbero un margine stretto per la trattativa. Come è noto infatti le richieste dei sindacati comprendevano interventi più ampi. Una proroga dell’Ape social al 2019 ed un allargamento era stato proposto nei giorni scorsi dal Pd con tre emendamenti alla manovra e prevedeva tra l’altro di estendere la platea a chi, avendo maturato almeno 30 anni di contribuzione, si trova in stato di disoccupazione senza indennità da almeno 3 mesi, a seguito di licenziamento, a prescindere dal tipo di rapporto di lavoro.
Gli italiani per fortuna godono di buona salute ed hanno un’ottima aspettativa di vita ma, visto il ritardo di 3 anni del momento di andare in quiescenza rispetto alla media europea, restano di fatto in pensione per una durata di tempo inferiore in confronto agli altri paesi Ue: gli uomini italiani percepiscono l’assegno pensionistico per una media di 16 anni e 4 mesi, 2 anni e 5 mesi in meno rispetto alla media europea, le donne per 21 anni e 7 mesi, 1 anni e 7 mesi in meno in confronto alla media europea.
Siamo praticamente all’ultimo posto tra le economie più avanzate della Ue e parecchio indietro il generale nella classifica della Ue a 28. A stilare la fotografia è stata la Uil alla vigilia del doppio incontro sul governo sulle pensioni: un’occasione per ribadire la contrarietà del sindacato all’ adeguamento automatico alle aspettative di vita. “Non c’è nessun motivo di aumentare l’età pensionabile in modo generalizzato, continuando a fare parti uguali tra diseguali”, ha ribadito il segretario confederale Domenico Proietti.

L’esperto
WELFARE AZIENDALE RISPOSTE A INEFFICIENZE SOCIALI
“Il welfare ‘privato’ è la risposta ad alcune inefficienze sociali dello Stato, tanto è vero che il governo ha previsto espressamente delle agevolazioni contributive e fiscali per chi introduce (aziende) e utilizza (i dipendenti) forma di welfare aziendali anziché retribuzione”. Lo ha recentemente affermato Simone Colombo, esperto di direzione del personale in outsourcing, che ha avvertito: “Come sempre in Italia, queste politiche funzionano per aziende strutturate, ma non sono una risposta semplice o di facile applicazione per aziende di dimensioni modeste, che però rappresentano il 90% del tessuto economico”.
“Il freno – ha ammesso – è anche culturale: se infatti alcune forme di welfare sono di competenza esclusiva delle aziende, si vedano le forme di assistenza sanitaria obbligatoria prevista dai contratti nazionali, poca cultura esiste per quanto riguarda le opportunità di spesa relative a istruzione, cultura o servizi di integrazione sociale. Inoltre, definire politiche di welfare per le aziende significa introdurre premi o mettere a disposizione dei dipendenti importi che vanno oltre le normali retribuzioni. Si tratta di un incentivo fondamentale per i lavoratori poiché i premi di produttività sono in diminuzione, spesso sono definiti ad personam e difficilmente, nelle aziende meno strutturate, i dipendenti hanno incrementi di stipendio nel corso della propria carriera oltre quelli previsti dai contratti nazionali”, ha sottolineato.
“Sostanzialmente possiamo affermare che i vantaggi sia per il dipendente che per le aziende che attivano il welfare aziendale sono molteplici: l’aumento della retribuzione reale del dipendente, che riceve il 100% del lordo, senza incidere sul costo del lavoro, con conseguente incremento della capacità d’acquisto; 100 euro di credito Welfare corrispondono a 100 euro di beni e servizi, per intenderci”, ha precisato Colombo. “A livello aziendale, i vantaggi più evidenti sono l’ottimizzazione dell’impatto fiscale, grazie alla possibilità di concedere ai dipendenti beni e servizi defiscalizzati, l’incremento della produttività dell’azienda stessa, la riduzione del turn over e l’incremento della capacità di attrarre e trattenere talenti, oltre a un miglioramento della reputazione interna e sul territorio”, ha concluso.

Ma la metà sotto i mille euro
MOLTE LE DONNE IN PENSIONE
Nel 2016 le donne rappresentano la maggioranza dei pensionati (52,7% pari a 8,5 milioni) ma percepiscono in media un importo mensile notevolmente inferiore a quello degli uomini: 1.137 contro 1.592 euro. Quasi la metà di loro (47,6%) beneficia di redditi pensionistici inferiori a mille euro, contro una quota che tra gli uomini non arriva ad un terzo (29,6%). E’ quanto si legge nel testo del Presidente Istat, Giorgio Alleva dal titolo Indagine conoscitiva sulle politiche in materia ,di parità tra donne e uomini depositato nel corso dell’audizione davanti alla Commissione Affari Costituzionali della Camera.
Gli importi medi delle pensioni di titolarità maschile invece, si legge ancora, superano del 59,2% (15.523 euro contro 9.749) quelli destinati alle pensionate. Il vantaggio maschile scende al 40% (20.697 contro 14.780) se il confronto viene effettuato sul reddito pensionistico, ottenuto cioè, cumulando i più trattamenti di cui un pensionato può beneficiare.

Carlo Pareto

Culle vuote. In calo anche figli di genitori stranieri

culle vuoteL’Italia si aggiudica sempre di più il triste primato di “Paese per vecchi”. Nel 2016 in Italia sono nati 473.438 bambini, oltre 12 mila in meno rispetto al 2015. Nell’arco di 8 anni (dal 2008 al 2016) le nascite sono diminuite di oltre 100 mila unità. Questa importante diminuzione è in parte dovuta al contemporaneo forte calo dei matrimoni, che hanno toccato il minimo nel 2014, anno in cui sono state celebrate appena 189.765 nozze (57 mila in meno rispetto al 2008). La “colpa” del calo negli ultimi otto anni è per quasi tre quarti dell’età delle donne: le donne italiane in età riproduttiva sono sempre meno numerose.
L’altra importante novità è quella che riguarda il calo anche dei figli da genitori stranieri che fino ad ora sono stati il traino di un’Italia sempre più vecchia. Dal 2012 diminuiscono, seppur lievemente (-7 mila), anche i nati con almeno un genitore straniero pari a poco più di 100 mila nel 2016 (21,2% del totale). Tra questi, a calare in maniera più accentuata sono i nati da genitori entrambi stranieri, che nel 2016 scendono per la prima volta sotto i 70 mila. Tra i nati stranieri, al primo posto si confermano i bambini rumeni (15.417 nel 2016), seguiti da marocchini (9.373), albanesi (7.798) e cinesi (4.602). Queste quattro comunità rappresentano il 53,6% del totale dei nati stranieri.
Viene invece confermato il trend di maggiore natalità nel Mezzogiorno, nonostante qualche calo, rispetto al Nord-Italia. È proprio in quest’ultima parte d’Italia che si registra una elevata frequenza di donne con un solo figlio (circa il 30%), mentre al Sud ci sono ancora donne con 2 o più figli.
Nonostante analisi ‘spicciole’ sui modelli occidentali si donne che non vogliono i figli è sempre il fattore di stabilità economica e sociale su cui si deve porre l’accento.
«Questi risultati – commenta l’Istat – documentano che il fenomeno delle donne (e delle coppie) senza figli per scelta è molto contenuto nel nostro Paese e che, per converso, a determinare l’aumento della quota di donne senza figli siano più gli ostacoli che si frappongono alla realizzazione dei progetti familiari; non va trascurato l’effetto del rinvio che si può trasformare in rinuncia con l’approssimarsi delle età più avanzate della vita riproduttiva delle donne».

Istat, in calo fiducia dei consumatori e delle imprese

spesa-carrello

A novembre 2017 l’indice del clima di fiducia dei consumatori torna a diminuire passando da 116,0 a 114,3; anche l’indice composito del clima di fiducia delle imprese registra un lieve calo (0,3 punti percentuali) spostandosi da 109,1 a 108,8. Tutte le componenti del clima di fiducia dei consumatori sono in diminuzione seppur con intensità diverse: la componente economica e quella futura registrano un calo più deciso (da 143,3 a 139,2 e da 121,6 a 119,8 rispettivamente) mentre il deterioramento è più contenuto per la componente personale (da 105,9 a 105,7) e corrente (da 111,5 a 110,1).

Più in dettaglio, si evidenzia una diminuzione del saldo relativo sia ai giudizi sia alle aspettative sulla situazione economica del paese nonché un aumento delle aspettative sulla disoccupazione; per quanto riguarda la situazione personale, i giudizi sulla situazione economica della famiglia sono in peggioramento mentre le aspettative sono in aumento.

Con riferimento alle imprese, nel mese di novembre segnali eterogenei provengono dai climi di fiducia dei settori indagati. In particolare, il clima di fiducia rimane sostanzialmente stabile nel settore manifatturiero (da 110,9 a 110,8), aumenta nelle costruzioni e nei servizi (i climi passano, rispettivamente, da 130,3 a 132,1 e da 107,7 a 108,2); invece, il commercio al dettaglio registra una diminuzione (da 113,2 a 110,0).

Passando ad analizzare le componenti dei climi di fiducia si segnala che, nel comparto manifatturiero, continua il recupero dei giudizi sul livello degli ordini in atto ormai dallo scorso settembre mentre le attese sulla produzione registrano un lieve calo; le scorte di magazzino sono giudicate in accumulo. Nel settore delle costruzioni, l’aumento dell’indice è trainato da un miglioramento dei giudizi sugli ordini in presenza di aspettative sull’occupazione sostanzialmente stabili.

Per quanto riguarda i servizi, l’incremento dell’indice di fiducia riflette un generale miglioramento di tutte le sue componenti. Nel commercio al dettaglio si registra un peggioramento sia dei giudizi sulle vendite correnti sia delle aspettative sulle vendite future; le scorte di magazzino sono giudicate in accumulo.

Redazione Avanti!

QUESTIONE CULTURALE

violenza donneSette milioni di donne tra i 16 e i 70 anni hanno subito forme di violenza fisica o sessuale. Gli autori delle violenze più gravi sono prevalentemente i partner o ex partner: ne sono state vittime 2 milioni e 800mila donne. Lo affermano i dati dell’Istat, resi noti giovedì dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, ai quali si aggiungono quelli del quarto studio Eures sul numero dei femminicidi: 114 nel 2017. Numeri drammaticamente stabili che confermano, alla vigilia della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, quanto ancora ci sia da fare soprattutto sul fronte della prevenzione. Ne parliamo con Pia Locatelli, capogruppo PSI alla Camera e presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne, che ha incentrato gran parte della sua attività politica nella difesa dei diritti delle donne e nelle battaglie per la parità di genere.

Nonostante l’enorme attenzione degli ultimi anni sul tema e le iniziative messe in campo dal Governo e dal Parlamento i numeri sulla violenza contro le donne restano costanti. Al di là dei dati cosa ci dicono queste statistiche?

I dati resi noti ieri, che in parte già conoscevamo, ci confermano che gli autori delle violenze più gravi sono prevalentemente i mariti, i fidanzati o gli ex compagni delle vittime. E ci dicono anche che molte donne vittime di femminicidio avevano già denunciato o segnalato i loro aggressori. Per affrontare il fenomeno in maniera corretta bisogna partire da queste due costatazioni. Bisogna essere consapevoli che il femminicidio è solo l’ultimo atto di una serie di violenze che vanno bloccate sul nascere. Gli interventi da portare avanti sono molteplici: da una maggiore attenzione alle denunce o alle segnalazioni, a una piena attuazione del piano antiviolenza che giovedì è stato approvato dalla Conferenza Stato Regioni, a un’operazione culturale da portare avanti nelle scuole, alla sensibilizzazione e alla formazione di alcuni giudici che a volte concedono troppe attenuanti o lasciano in libertà stalker e violenti, fino ad arrivare a atti molto concreti come dotare le donne “a rischio” di dispositivi elettronici per allertare le forze dell’ordine in caso di pericolo.

Le forze dell’ordine spesso però non danno sufficientemente peso alle denunce delle donne.

È da loro che bisogna partire con massicce campagne di sensibilizzazione e di formazione. Non è un lavoro né facile, perché in molti casi si tratta di sradicare una cultura diffusa che porta a ritenere le violenze in famiglia bisticci tra coniugi o litigi tra fidanzati, né breve. Nell’immediato io credo però che se in ogni commissariato o stazione dei carabinieri ci fosse una donna ad accogliere e ascoltare le denunce di una donna che ha subito violenze l’attenzione darebbe diversa.

La massiccia rilevanza mediatica sul tema della violenza e le azioni messe in atto dal Governo e dal Parlamento hanno portato a qualche risultato?

Ci conforta il fatto che sia aumentata la consapevolezza femminile, che molte più donne trovino il coraggio di denunciare le violenze subite e gli episodi di stalking, che ci sia più fiducia nelle forze dell’ordine. Un passo avanti dovuto senza dubbio al preziosissimo lavoro compiuto dalle associazioni sul territorio, ma anche a questo Parlamento che si è dimostrato sin dall’inizio della legislatura particolarmente sensibile al tema, approvando la legge che ratifica la Convenzione di Istanbul e subito dopo quella contro il femminicidio.

Molto spesso però la denuncia arriva troppo tardi o a volte non arriva…

Tutto questo, infatti, non basta perché aiuta solo le donne che sono consapevoli delle violenze subite e di quelle che potrebbero subire. Per le altre, soprattutto per le giovani e le giovanissime, è necessario intervenire con una massiccia campagna di informazione, una sorta di decalogo che indichi quali sono i segnali di pericolo e come comportarsi già dal primo campanello d’allarme.

C’è chi invoca altre leggi e pene più severe. Pensi che possa essere una soluzione?

Non servono nuove leggi, né, come propone qualcuno, un inasprimento delle pene. L’aspetto punitivo non risolve il problema: la nostra priorità non è che gli assassini vadano in galera, ma che non vi siano più femminicidi e violenze sulle donne. Da qui la necessità di stanziare risorse per sviluppare politiche di prevenzione, che nonostante la gravità del fenomeno stanno portando dei risultati, per sostenere servizi e centri antiviolenza e per svolgere un’azione educativa soprattutto sugli uomini e sui ragazzi, che parta dalle scuole e che non trascuri nessun aspetto a cominciare dal linguaggio che non deve essere sessista.

Giovedì Governo, Comuni, Province e Regioni, in modo unitario, hanno approvato il nuovo Piano antiviolenza per il prossimo triennio. Qual è il tuo giudizio?

Non ho letto il piano nei dettagli, ma mi sembra che contenga elementi positivi, ed è positiva l’approvazione delle linee guida nazionali per le aziende sanitarie e ospedaliere in tema di soccorso e assistenza socio sanitaria alle donne vittime di violenza.‎ Ci sono dei passi avanti per quanto riguarda lo stanziamento dei fondi o il fatto che non ci sia nessun obbligo di denuncia nei Pronto soccorso senza il consenso della donna. Aspetto di approfondirne i contenuti e soprattutto il parere delle donne che lavorano nei centri antiviolenza che sono le vere esperte sul tema.

Domani ci saranno una serie di manifestazioni in tutta Italia per dire basta alle violenze. Tu a quale parteciperai?

La mattina sarò alla Camera per l’evento “#InQuantoDonna, organizzato dalla Presidente Laura Boldrini: per la prima volta l’Aula di Montecitorio sarà aperta solo alle donne alle vittime di violenza e a chi le sostiene. Sono attese più di 1300 donne, invitate una per una, provenienti da tutta Italia. Nel pomeriggio parteciperò alla manifestazione di Roma promossa da “Non una di meno” che partirà alle 14 da Piazza della Repubblica. Ci saranno tantissime donne, ma mi auguro che ci siano anche tantissimi uomini, perché è da loro che deve partire il cambiamento.

Cecilia Sanmarco