Istat: a sorpresa cresce il PIL nel mezzogiorno

istat pil mezzogiornoL’ISTAT ha diffuso oggi un comunicato sulla stima preliminare del Pil e sull’occupazione a livello territoriale. Le battute d’arresto riguardano il Centro ed il Nord Ovest, mentre il Sud ed il Nord Est trainano la crescita. Nel comunicato Istat si legge: “Le stime preliminari indicano che nel 2016 il Prodotto interno lordo, a valori concatenati, ha registrato un aumento in linea con quello nazionale nel Mezzogiorno (+0,9%), lievemente inferiore nel Centro (+0,7%) e nel Nord-ovest (+0,8%) e superiore alla media nazionale nel Nord-est (+1,2%).

Nel Nord-est i risultati migliori riguardano l’agricoltura (+4,5%) e il settore che comprende commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (+2,3%). È in crescita anche il valore aggiunto dell’industria (+0,9%), dei servizi finanziari, immobiliari e professionali (+0,7%) e degli altri servizi (+0,3%). Risulta in calo solamente il valore aggiunto delle costruzioni (-1,5%).

Anche nel Nord-ovest le migliori performance si registrano per l’agricoltura (+1,9%) e per il settore che raggruppa commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (+1,9%) ma sono in crescita anche industria (+1,1%) e costruzioni (+1,0%). Registrano un calo i servizi finanziari, immobiliari e professionali (-0,4%) e gli altri servizi (-0,6%).

Al Centro, dove la crescita è più modesta, il valore aggiunto presenta variazioni positive solo per i servizi finanziari, immobiliari e professionali (+1,3%) e l’industria (+0,8%). I restanti settori registrano diminuzioni: -1,9% in agricoltura, -0,3% nelle costruzioni e -0,1% nel settore che comprende commercio, pubblici esercizi, trasporti, telecomunicazioni e negli altri servizi.

Nel Mezzogiorno, il Pil ha registrato nel 2016 un significativo recupero crescendo in linea con la media nazionale. L’aumento del valore aggiunto è più marcato nell’industria (+3,4%) e nel settore che raggruppa commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (+1,4%). Segnano un incremento modesto i servizi finanziari, immobiliari e professionali (+0,3%) e gli altri servizi (+0,2%). Si registrano cali per l’agricoltura (-4,5%) e, in misura molto limitata, per le costruzioni (-0,1%).

L’occupazione (misurata in termini di numero di occupati) è cresciuta, nel 2016, dell’1,3%. L’aumento maggiore si osserva nelle regioni del Nord-est (+1,8%), seguite da quelle del Mezzogiorno (+1,6%) e del Nord-ovest (+1,0%). Nelle regioni del Centro la crescita è inferiore alla media e risulta pari allo 0,6%.

Per quel che riguarda gli andamenti settoriali dell’occupazione, nel Mezzogiorno la crescita riguarda, in particolare l’industria, il settore che comprende commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni e gli altri servizi (rispettivamente +2,6%, +2,1% e +2,0%). Nel Nord-est gli aumenti più marcati si registrano per i servizi finanziari, immobiliari e professionali (+5,0%) e per l’agricoltura (+4,4%). Il Nord-ovest è caratterizzato da incrementi maggiori nel commercio, pubblici esercizi, trasporti e telecomunicazioni (+3,0%) e nei servizi finanziari, immobiliari e professionali (+1,0%). Anche nel Centro, i risultati migliori riguardano i servizi finanziari, immobiliari e professionali (+3,0%) e l’agricoltura (+2,3%)”.

Le novità principali si riscontrano nei segnali di una maggiore industrializzazione del Mezzogiorno e di un incremento della produzione agricola nel Nord maggiormente evidenziata nel Nord Est. Conseguenti sono le variazioni sui dati occupazionali.

Salvatore Rondello

Madia promette sblocco contratti. Istat: 500mila precari

Sembra trapelare ottimismo dal Ministro della Pubblica Amministrazione che oggi ha fatto sapere: “L’incontro con i comitati di settore” sull’atto di indirizzo per lo sblocco dei contratti “è stato positivo e visto che siamo già a un ottimo punto ho invitato il presidente dell’Aran a convocare le parti e a dare formalmente inizio alla sessione contrattuale” dopo otto anni di stop. Ha annunciato la ministra Marianna Madia che quindi ha dato il via libera per l’avvio delle trattative con i sindacati. L’apertura del tavolo, ha assicurato, avverrà “a breve, entro giugno”. La direttiva ‘madre’ per i rinnovi ha anche già passato l’esame del ministero dell’Economia, ha fatto sapere la ministra, a margine della presentazione dei primi risultati del censimento permanente della P.A, presentati dall’Istat. “Adesso i comitati di settore devono integrare l’atto di indirizzo rispetto ai loro comparti”, ha chiarito Madia. Il pubblico impiego si divide infatti in quatto macro settori: amministrazione centrale, amministrazione locale, sanità e istruzione. Tuttavia dal Sindacato risponde la Uil. “Apprezziamo la dichiarazione sulla prossima apertura delle trattative di rinnovo contrattuale, rilasciata oggi dalla Ministra Madia, con la quale ha invitato il Presidente dell’Aran a convocare le parti e iniziare formalmente la sessione dei contratti entro giugno”, afferma il segretario confederale della Uil, Antonio Foccillo, in una nota. “Ebbene, ricordandoci che siamo già al 14 giugno, è necessario, tuttavia, che dalle parole si passi ai fatti e che, quindi, ci pervenga al più presto la convocazione dell’Aran, per tornare finalmente a sederci ai tavoli dopo ormai 8 anni di mancati rinnovi contrattuali”, ha concluso Foccillo.


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L’Istat si è posto l’obiettivo di mettere a disposizione degli utenti, con cadenza annuale e biennale anziché decennale, i risultati dei censimenti attraverso l’istituzione di censimenti permanenti. Questa nuova iniziativa è particolarmente rivolta ai decisori pubblici ed agli esperti del settore informazioni dettagliate come quelle censuarie. I primi risultati del censimento permanente delle istituzioni pubbliche sono stati comunicati oggi dall’Istat, dando l’avvio ad una nuova stagione finalizzata ad una maggiore efficienza elaborativa ed informativa sui dati censuari. L’apprezzabile sforzo organizzativo dell’Istat, è auspicabile che possa essere ottimizzato al più presto con l’elaborazione di dati aggiornati in tempo reale.
Con il suo comunicato odierno, l’Istat ci informa: “La strategia dei censimenti permanenti è basata prioritariamente sul trattamento statistico di dati di fonte amministrativa, integrati con informazioni statistiche raccolte attraverso rilevazioni statistiche dirette a forte valenza tematica.
La prima edizione del censimento permanente sulle istituzioni pubbliche ha rilevato informazioni statistiche su circa 13 mila istituzioni, attive al 31 dicembre 2015, oltre 100 mila unità locali e oltre 3 milioni di dipendenti, integrando tra loro due diverse infrastrutture di dati:
 il registro statistico delle istituzioni pubbliche che, annualmente, aggiorna le informazioni sul numero delle istituzioni e dei relativi dipendenti, analizzati con il massimo dettaglio in termini sia di forma giuridica sia di localizzazione territoriale;
 una indagine statistica diretta sulle istituzioni pubbliche, a cadenza biennale, che ha acquisito informazioni utili all’analisi del grado di modernizzazione della PA, dell’utilizzo di capitale umano, della struttura organizzativa e di ‘governance’, delle modalità di funzionamento e di erogazione dei servizi e di ulteriori temi di grande rilevanza per i decisori pubblici, gli operatori economici, i cittadini, il mondo della ricerca.
Le informazioni oggi diffuse rappresentano un primo benchmark del nuovo impianto di rilevazione, caratterizzato da diverse innovazioni tematiche e di contenuto. Nei prossimi mesi l’Istat completerà il quadro informativo attraverso la diffusione di ulteriori dettagli, in particolare su gestione ecosostenibile, trasparenza e anticorruzione, mappa territoriale dei servizi erogati a individui e collettività, oltre ad approfondimenti analitici sui dati rilevati, anche integrati con altre informazioni economiche”.
Leggendo i dati Istat dettagliatamente: “Al 31 dicembre 2015 sono attive 12.874 istituzioni pubbliche che impiegano 3.305.313 lavoratori dipendenti, di cui 293.804 a tempo determinato, pari all’8,4%, e 173.558 non dipendenti (collaboratori, altri atipici e lavoratori temporanei). Quindi in tutto tra contratti a termine ed atipici nella P.a. ci sono 467.362 lavoratori precari”.
In termini percentuali, il 15% circa dei lavoratori della P.A. sono precari. Una percentuale molto alta di precariato che necessita di provvedimenti urgenti per la stabilizzazione dei rapporti di lavoro.

Istat, è il sud Italia a trainare il Commercio con l’Estero

mezzogiorno commercioL’Istat ha comunicato oggi i dati sulle esportazioni delle regioni italiane. Secondo l’Istat, nel primo trimestre 2017, rispetto ai tre mesi precedenti, l’export risulta in crescita in tutte le ripartizioni territoriali: +4,4% per l’Italia meridionale e insulare, +2,5% per l’Italia centrale, +1,8% per le regioni nord-occidentali e +1,4% per quelle nordorientali.
La media Istat vede primeggiare l’Italia meridionale ed insulare nonostante il contributo negativo fornito da Basilicata (-10,5%) e Molise (-53,4%).
Nel comunicato Istat si legge anche: “Tra le regioni che forniscono un contributo positivo all’incremento delle esportazioni nazionali si segnalano Lombardia (+8,6%), Piemonte (14,1%), Emilia-Romagna (+8,9%), Veneto (+7,1%), Toscana (+10,1%), Sicilia (+37,6%), Sardegna (+79,0%), Lazio (+11,4%), Liguria (+23,1%) e Friuli-Venezia Giulia (+9,7%).
Rispetto al primo trimestre 2016, nel periodo gennaio-marzo 2017 si rilevano dinamiche di crescita dell’export intense e diffuse. A fronte di un aumento medio nazionale del 9,9%, l’incremento delle vendite sui mercati esteri risulta di maggiore intensità per le regioni delle aree insulare (+50,6%) e nord-occidentale (+10,7%). È comunque sostenuto per le regioni dell’area centrale (+8,7%) e nord-orientale (+8,2%) mentre risulta più contenuto per l’area meridionale (+0,6%).
Nel primo trimestre 2017, l’aumento tendenziale delle vendite di autoveicoli dal Piemonte e di prodotti petroliferi raffinati da Sicilia e Sardegna contribuisce alla crescita dell’export nazionale per 1,6 punti percentuali.
Nello stesso periodo, la diminuzione delle esportazioni di autoveicoli dalla Basilicata, di mezzi di trasporto – autoveicoli esclusi – dalla Lombardia e di metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti dal Molise fornisce un contributo negativo per quasi mezzo punto percentuale alle vendite nazionali sui mercati esteri.
Le vendite dalla Lombardia e dal Lazio verso la Germania, dal Piemonte verso la Cina e dalla Lombardia verso gli Stati Uniti forniscono un impulso positivo all’export nazionale, mentre flettono le vendite del Lazio verso il Belgio e dell’Emilia-Romagna verso i paesi OPEC.
Nei primi tre mesi dell’anno, la positiva performance all’export delle province di Milano, Torino, Gorizia, Frosinone, Siracusa e Cagliari contribuisce positivamente all’export nazionale. I maggiori contributi negativi provengono da Trieste e Latina”.
L’incremento dell’esportazione dei prodotti petroliferi dalla Sicilia e dalla Sardegna ha sicuramente un impatto positivo sulla crescita dell’export e sull’economia nazionale. Tuttavia, non ha una incidenza significativa nelle stesse Regioni per la crescita del mercato del lavoro.

Salvatore Rondello

Istat, più occupati. Confindustria esorta la politica

occupazione giovanile 2Finalmente dall’Istat arriva una buona notizia che alimenta alcune speranze. Non siamo ancora al massimo ma sicuramente si tratta di un fatto importante. Sono aumentati gli occupati e sono diminuiti gli inattivi. Il comunicato odierno dell’Istat sui dati dell’occupazione recita: “Nel primo trimestre del 2017 l’economia italiana ha registrato una crescita del Pil pari allo 0,4% in termini congiunturali ed all’1,2% su base annua. Nel complesso, l’economia dei paesi dell’area Euro è cresciuta dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e dell’1,7% nel confronto con lo stesso trimestre del 2016. I segnali di accelerazione della dinamica dell’attività economica, particolarmente significativi in molti settori dei servizi, sono associati a un assorbimento di lavoro da parte del sistema produttivo che continua a espandersi: le ore complessivamente lavorate crescono dello 0,3% sul trimestre precedente e dello 0,8% su base annua.
Dal lato dell’offerta di lavoro, nel primo trimestre del 2017 l’occupazione mostra una crescita congiunturale (+52 mila, 0,2%), dovuta all’ulteriore aumento dei dipendenti (+78 mila, +0,4%) – soprattutto a termine (+51 mila, 2,1%) – mentre tornano a calare gli indipendenti (-26 mila, -0,5%). Il tasso di occupazione cresce di 0,2 punti rispetto al trimestre precedente. I dati mensili più recenti (aprile 2017) mostrano, al netto della stagionalità, un consistente aumento degli occupati (+0,4% rispetto a marzo, corrispondente a +94 mila unità), che riguarda sia i dipendenti sia gli indipendenti.
La dinamica tra il primo trimestre del 2017 e lo stesso periodo dell’anno precedente indica una crescita di 326 mila occupati (+1,5%) che riguarda soltanto i dipendenti, in più di due terzi dei casi a termine, a fronte della diminuzione degli indipendenti. L’incremento, in termini assoluti, è più consistente per gli occupati a tempo pieno, e il tempo parziale aumenta esclusivamente nella componente volontaria. La crescita dell’occupazione interessa entrambi i generi e tutte le ripartizioni, coinvolgendo anche i 15-34enni oltre alle persone con 50 anni e più.
Il tasso di disoccupazione diminuisce di 0,2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente, con una riduzione congiunturale di 49 mila disoccupati, mentre l’indicatore rimane stabile in confronto a un anno prima. Queste tendenze sono rafforzate dai risultati relativi ad aprile, che evidenziano una consistente flessione delle persone in cerca di occupazione.
Prosegue a ritmo sostenuto la diminuzione degli inattivi di 15-64 anni (-473 mila in un anno) e del corrispondente tasso di inattività. Nel confronto tendenziale, la diminuzione dell’inattività è diffusa per genere, territorio e classe di età, e coinvolge sia quanti vogliono lavorare (-291 mila le forze di lavoro potenziali) sia la componente più distante dal mercato del lavoro (-183 mila chi non cerca e non è disponibile).
Le variazioni degli stock sottintendono significativi cambiamenti nella condizione delle persone nel mercato del lavoro, misurati dai dati di flusso a distanza di dodici mesi. Nel complesso aumentano le permanenze nell’occupazione (+0,4 punti) ma diminuiscono le transizioni da dipendente a termine a dipendente a tempo indeterminato (dal 24,2% al 19,6%). Inoltre, aumentano le transizioni dall’inattività verso la disoccupazione (+0,9 punti) e, in misura più contenuta, verso l’occupazione (+0,4 punti).
Dal lato delle imprese, si confermano i segnali di crescita congiunturale della domanda di lavoro, con un aumento delle posizioni lavorative dipendenti pari allo 0,6% sul trimestre precedente, sintesi della crescita sia dell’industria sia dei servizi. Le ore lavorate per dipendente tuttavia si riducono (-0,6%), anche se continua a diminuire il ricorso alla Cassa integrazione. Il tasso dei posti vacanti rimane invariato su base congiunturale mentre cresce di 0,2 punti percentuali su base annua. In termini congiunturali si registra un aumento dello 0,5% delle retribuzioni e dello 0,6% del costo del lavoro su cui ha influito la crescita accentuata degli oneri sociali (+1,2%), dovuta al graduale indebolimento degli effetti del vantaggio contributivo associato alle nuove assunzioni a tempo indeterminato degli ultimi due anni”.
In concomitanza, è iniziato oggi all’Excelsior Palace Hotel di Rapallo un convegno dei giovani della Confindustria. I giovani industriali non si accontentano dei dai Istat e ambiscono a risultati migliori. Il loro neo Presidente Alessio Rossi ha detto: “La politica è in crisi e lo sono anche i cittadini, perché il primo problema dell’Italia è che ha paura. Paura di tutto. Paura di una crescita che non è solida, come vorremmo. Di un lavoro che non è per tutti, come vorremmo. Di un futuro che per le generazioni dopo di noi non sembra florido, come vorremmo”. Rossi ha aggiunto: “la paura si cura non dotando ogni cittadino di un’arma, ma di una occasione di lavoro”.
Il neo presidente dei giovani della Confindustria usa un linguaggio in altri tempi inusuale, ma che oggi sembrerebbe strappato al tradizionale linguaggio del sindacato dei lavoratori.

Salvatore Rondello

Migliora il Pil. Primo trimestre + 0,4%

PilOggi l’Istat ha comunicato i dati sul PIL relativi al rimo trimestre del 2017. Con piacevole sorpresa si nota un piccolo miglioramento superiore alle aspettative, ma sempre inferiore a quanto avviene nella media europea e mondiale. Il comunicato Istat recita: “Nel primo trimestre del 2017 il prodotto interno lordo (PIL), espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2010, corretto per gli effetti di calendario e destagionalizzato, è aumentato dello 0,4% rispetto al trimestre precedente e dell’1,2% nei confronti del primo trimestre del 2016. La stima preliminare diffusa il 16 maggio 2017 scorso aveva rilevato un aumento congiunturale dello 0,2% e un aumento tendenziale dello 0,8%.

Il primo trimestre del 2017 ha avuto due giornate lavorative in più sia rispetto al trimestre precedente, sia rispetto al primo trimestre del 2016. La variazione acquisita per il 2017 è pari a 0,9%. Rispetto al trimestre precedente, i principali aggregati della domanda nazionale hanno registrato una crescita dello 0,5% dei consumi finali nazionali e un calo dello 0,8% gli investimenti fissi lordi. Le importazioni sono aumentate dell’1,6% e le esportazioni dello 0,7%. La domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito per 0,3 punti percentuali alla crescita del PIL (0,3 i consumi delle famiglie e delle Istituzioni Sociali Private (ISP), 0,1 la spesa della Pubblica Amministrazione (PA) e -0,1 gli investimenti fissi lordi). Anche la variazione delle scorte ha contribuito positivamente alla variazione del PIL (0,4 punti percentuali), mentre l’apporto della domanda estera netta è stato negativo per 0,2 punti percentuali. Si registrano andamenti congiunturali positivi per il valore aggiunto di agricoltura (+4,2%) e servizi (+0,6%), mentre quello dell’industria risulta negativo (-0,3%)”.

Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, alla luce di un aggiustamento strutturale del deficit pari allo 0,3% nel 2018 ed alla stabilizzazione del rapporto debito/Pil, ha inviato una lettera alla Commissione Europea per argomentare, dopo le raccomandazioni inviate le scorse settimane, che “la portata dell’aggiustamento è ritenuto adeguato allo stato delle finanze pubbliche del nostro paese, anche alla luce dello sforzo di riforma che prosegue ininterrotto da alcuni anni”.

La riduzione da 0,8 a 0,3 punti di deficit della manovra 2018, così come richiesto all’Ue dalla lettera di Padoan, equivarrebbe ad uno ”sconto” di circa 9 miliardi sulle misure da adottare con la prossima legge di Bilancio. Unendo a questo l’effetto di trascinamento della ”manovrina”, sarebbero quindi sufficienti – secondo alcune valutazioni – 6 miliardi di interventi per evitare l’aumento dell’Iva, cioè per sterilizzare la clausole di salvaguardia ora previste per i conti 2018.

Il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan ha avuto un incontro bilaterale con il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis a margine del Brussels Economic Forum, in cui si è parlato di Mps e della manovra 2018. Dombrovskis ha fatto sapere : “Lieto di incontrare Pier Carlo Padoan a margine del Brussels Economic Forum. Abbiamo accolto con favore l’accordo di principio su Mps e discusso la preparazione del bilancio 2018”.

Nella missiva indirizzata al vicepresidente Valdis Dombrovskis e al commissario agli Affari economici e monetari Pierre Moscovici, Padoan spiega che un aggiustamento limitato allo 0,3% consentirebbe al governo italiano di proseguire nella politica economica che tra 2014 e 2017 ha assicurato una costante riduzione del rapporto deficit/pil (0,3% di pil per anno) e la stabilizzazione del rapporto debito/pil, e al tempo stesso sostenendo l’economia passata dallo 0,1% del 2014 allo 0,9% del 2016 e attesa all’1,1% nel 2017.

In merito, Padoan ha scritto: “Fin dal 2014 il governo italiano è stato impegnato negli sforzi per tenere il rapporto debito-pil sotto controllo. Questo rapporto si è stabilizzato de facto grazie a sforzi fiscali di lungo periodo che virtualmente non hanno uguali nella zona euro fin dall’inizio della crisi economica e finanziaria soprattutto rispetto all’entità del surplus primario conseguito. Il governo italiano intende proseguire lungo questo percorso, con un equilibrio adeguato tra il rafforzamento della ripresa in corso e della sostenibilità fiscale. Si tratta di un sentiero stretto viste le attuali condizioni macroeconomiche ma un consolidamento fiscale più stringente comprometterebbe la ripresa e metterebbe a rischio la coesione sociale. Con questa strategia in mente, vi informo che il governo intende procedere ad un aggiustamento del saldo strutturale pari allo 0,3 del Pil nel 2018. Si tratta di uno sforzo sostanziale che consentirà di ridurre ulteriormente il deficit e di garantire un calo del rapporto debito-pil. La ripresa in corso potrà beneficiare di tale equilibrio della posizione fiscale e di una strategia strutturale in gran parte in linea con il pacchetto pubblicato dalla Commissione nei giorni scorsi”.

Un atto dovuto quello del ministro Padoan che da tempo cerca di convincere l’UE per l’adozione di misure meno restrittive per l’Italia.

Salvatore Rondello

Inps: Ape Social, richiesta entro il 15 luglio. PA: news sulle visite fiscali. La proposta sul Jobs APP

Inps
APE SOCIAL, RICHIESTA ENTRO IL 15 LUGLIO

Migliaia di persone potranno anticipare i tempi della pensione con i decreti su Ape social e Ape precoci firmati dal premier Paolo Gentiloni. Andranno presentate entro il 15 luglio le domande per l’Ape social di chi matura i requisiti previsti. E’ quanto indica il decreto attuativo firmato dal presidente del Consiglio. Il provvedimento prevede che verranno però considerate anche le richieste arrivate dopo la scadenza e che verranno soddisfatte limitatamente nel caso avanzassero fondi. Chi raggiungerà i requisiti nel corso del 2018 avrà invece tempo per presentare la domanda fino al 31 marzo dell’anno prossimo.

Ecco le tutte le novità. Riguardo l’Ape social, il provvedimento è un’indennità di natura assistenziale a carico dello Stato erogata dall’Inps a soggetti in stato di bisogno che abbiano compiuto almeno 63 anni di età e che non siano già titolari di pensione diretta. L’indennità è corrisposta fino al raggiungimento dell’età prevista per la pensione (di vecchiaia o anticipata).

Chi matura i requisiti per l’Ape social nel 2017 potrà presentare domanda entro il 15 luglio di quest’anno mentre chi li matura nel 2018 avrà la possibilità di inoltrare la richiesta entro il mese di marzo. Destinatario sarà l’Inps che darà una risposta entro il 15 ottobre per le domande presentate entro luglio e entro il 30 giugno del 2018 per le richieste arrivate entro il 31 marzo del prossimo anno. L’ente previdenziale darà indicazione della prima decorrenza utile e se le domande saranno in eccesso rispetto alle risorse stanziate la priorità sarà data sulla base della data del raggiungimento del requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia. A parità di requisito si considererà la data di presentazione della domanda. Sono queste le precisazioni, con qualche novità, contenute nel Dpcm sulla prestazione sociale, firmato ieri sera dal premier Paolo Gentiloni insieme all’altro Dpcm sui cosiddetti “precoci”. In quest’ultimo caso il testo prevede che chi ha lavorato per non meno di 12 mesi prima dei 19 anni di età e si trova nelle stesse condizioni dei beneficiari dell’Ape social, ovvero è disoccupato e senza ammortizzatore da almeno 3 mesi, potrà andare in pensione con 41 anni di contributi (stimate 25mila domande per il 2017). Si tratta di un anticipo di 10 mesi netti sui requisiti attuali per gli uomini e di un anno e 10 mesi per le donne. I testi saranno subito operativi dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale. Il requisito fondamentale per accedere a questa indennità ponte è rappresentato dai 63 anni di età con una contribuzione minima di 30 anni, per chi è disoccupato, oppure assiste un “parente diretto” portatore di handicap grave, oppure se lo stesso lavoratore ha un’invalidità civile pari o superiore al 74%. Il requisito contributivo sale, invece, a 36 anni per i cosiddetti lavoratori “gravosi social” (che devono essere svolti per almeno 6 anni), ovvero coloro che rientrano nelle 11 categorie comprese nell’elenco allegato al decreto (dagli operai edili alle maestre d’asilo). L’Ape social è sostanzialmente una misura assistenziale con la funzione di garantire un finanziamento ponte ai lavoratori cui sono scaduti la Naspi e gli altri ammortizzatori. Tanto è vero che uno dei criteri di accesso è avere concluso da almeno tre mesi l’ammortizzatore che era stato attivato. Fin dal suo concepimento con l’ultima legge di Bilancio l’Ape ha una fisionomia sperimentale per almeno due anni. La prossima legislatura sarà chiamata a confermare in via strutturale questo strumento, compresa l’Ape volontaria, che è ancora in attesa di diventare operativa perché il necessario Dpcm non è stato ancora trasmesso al Consiglio di Stato per il parere. Gli accessi al prestito ponte “social” attesi per il primo anno sono circa 35mila per una spesa di 300 milioni, che salirà a oltre 600 milioni nel 2018. L’Anticipo, lo ricordiamo, non può superare i 1.500 euro lordi e una durata massima di 3 anni e 7 mesi. Per rispettare i tetti fissati con l’ultima legge di Bilancio è previsto un meccanismo di graduatoria a scorrimento che gestirà Inps sulle domande ricevute, fermo restando il riconoscimento, con un dispositivo di tipo retroattivo del diritto maturato dal 1° maggio. In ogni caso il Dpcm sull’Ape sociale precisa che «le domande presentate oltre il 15 luglio 2017 e il 31 marzo 2018 e comunque non oltre il 30 novembre sono prese in considerazione esclusivamente se all’esito del monitoraggio residuano risorse finanziarie». L’Ape sociale non è compatibile con altre forme di sostegno al reddito per disoccupazione involontaria (Naspi, mini-Aspi, Asdi, e dis-col); è invece compatibile con redditi da lavoro dipendente o da collaborazione coordinata e continuativa fino a un tetto di 8mila euro annui oppure di 4.800 euro annui se il reddito è da lavoro autonomo.

Fase ponte fino a settembre
PA: RIVOLUZIONE VISITE FISCALI

Una ‘fase ponte’ per far digerire quella che si preannuncia come una rivoluzione: la creazione di un polo unico della medicina fiscale, con le competenze in capo all’Inps anche per gli accertamenti sulle assenze per malattia degli statali. Ma a patto che la transizione sia breve, confinata a pochi mesi: al massimo fino a settembre. È ufficialmente questo l’orientamento del Governo annunciato dopo l’approvazione della riforma Madia in Consiglio dei ministri.

Per il Testo Unico del pubblico impiego e il decreto che rivede la valutazione delle performance per gli statali, pilastri dell’intera delega Madia, ormai non c’è più nulla da aspettare. Il Governo ha già incassato l’intesa con le Regioni, imposta dalla Corte Costituzionale, i pareri parlamentari e visto i sindacati, che tra l’altro saranno di nuovo ascoltati.

Andata in porto la riforma, nulla sembrerebbe ostacolare la riapertura della contrattazione dopo otto anni di stop. Quindi in ballo non ci sono solo nuove regole ma anche lo sblocco di 85 euro in busta paga, come concordato il 30 novembre scorso con i sindacati.

Il Giuslavorista
SERVE NUOVO CONTRATTO DI LAVORO, IL JOBS APP

Lavoratori autonomi e freelance ma con alcune caratteristiche del lavoro dipendente. Questa è l’identità del lavoro mediato da un App. È nata una nuova forma di lavoro che non è riconducibile né al lavoro dipendente né al lavoro autonomo. Una nuova modalità lavorativa presso le aziende della app economy che presuppone l’individuazione di un nuovo contratto di lavoro: il Jobs App. È quanto sostiene Francesco Rotondi, giuslavorista e Founding partner di LabLaw. “L’app economy – spiega Rotondi – è un modello economico che non si basa su un rapporto di lavoro continuativo e subordinato ma su uno rapporto discontinuo basato sulla richiesta (on demand), cioè determinato nel momento in cui il mercato richiede i propri servizi o prodotti attraverso piattaforme digitali e app dedicate. Se applicassimo le regole del lavoro dipendente alle aziende della app economy otterremmo un unico risultato: la sua scomparsa”. “Inoltre, regolamenteremmo con una contratto da dipendente – continua Rotondi – un lavoro che ha caratteristiche molto più vicine al lavoro autonomo. Sarebbe una forzatura suicida”. “In generale, non possiamo ritenere che le prestazioni rese all’interno e a valle di questi processi organizzativi e produttivi siano inquadrabili nelle attuali fattispecie di lavoro subordinato, autonomo o di collaborazione coordinata e continuativa. Serve un contratto di lavoro ibrido in cui le tutele non sono garantite dal posto di lavoro ma nel e dal mercato del lavoro”, chiarisce. “Questo vuol dire capovolgere -sottolinea Rotondi- il paradigma del lavoro così come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi. Le attività economiche che ruotano attorno a una app sviluppata ad hoc producono una semplificazione dei processi produttivi e organizzativi, una digitalizzazione delle attività che prima erano svolte dai collaboratori e che oggi sono automatizzate”. “Partendo dall’assunto -sostiene Rotondi- che il lavoro mediato da un app non è riconducibile al lavoro dipendente ma, al contempo, prevede alcune caratteristiche del lavoro subordinato, il Jobs app – propone Rotondi – dovrebbe prevedere alcuni punti fermi validi per tutte le aziende della App Economy. Ecco i primi 3 articoli del Jobs app: “La retribuzione variabile. Prevede una retribuzione fondamentalmente variabile legata alle consegne e non una paga oraria che poco si addice ad un modello in cui si lavora sulla base delle disponibilità offerta dal collaboratore; Minimo contrattuale. Stabilire un minimo retributivo a consegna valido per tutte le aziende del settore che applicano il Jobs App, evitano così, una competizione sulle retribuzioni. Regole retributive e del lavoro uguali per tutti”, elenca. E ancora: “Welfare di settore e tutele. Prevede una percentuale fissa, obbligatoria e aggiuntiva su ogni retribuzione (0.30 centesimi) per finanziare un fondo di categoria che servirà a finanziare una serie di prestazioni sociali e un sistema di welfare per il settore: malattia, assicurazione sanitaria, assicurazione per infortunio, manutenzione straordinaria dei mezzi, e così via”. “Lancio un appello alle aziende della app economy: facciamo sistema -conclude Rotondi- e creiamo il contratto di lavoro 4.0, il Jobs App. Non ha più senso la strategia dello struzzo a far decidere alla magistratura del lavoro, in assenza di regole e autoregolamentazione, come regolamentare uno dei settori emergenti della nuova economica”.

Economia
BOOM SPESA SOCIALE, +27,2% MLD

Boom delle spese per pensioni, disoccupazione, salute. La somma delle uscite che rientrano nella voce ‘prestazioni sociali’ è passata da 354,8 miliardi di euro nel 2012 a 382 miliardi nel 2016, con un incremento di 27,2 miliardi. Nello stesso periodo tutte le altre uscite delle pubbliche amministrazioni registrano variazioni contenute, con due eccezioni rilevanti: la seconda riguarda il calo della spesa per interessi passivi che è passata da 83,6 miliardi a 66,4 miliardi (-17,2 mld). La riduzione non è bastata a compensare l’incremento della spesa sociale, che fa lievitare il totale della spesa di 10,8 miliardi: da 818,9 mld a 829,7 mld. I dati sono contenuti nelle tabelle pubblicate dall’Istat nell’ultimo rapporto annuale ed elaborate dall’Adnkronos. Le prestazioni sociali vengono suddivise in due sottocategorie: ‘prestazioni sociali in denaro’ che da 311,4 miliardi salgono a 337,5 mld (+26,1 mld) e ‘prestazioni sociali in natura acquistate direttamente sul mercato’ che da 43,3 miliardi passano a 44,5 miliardi (+1,2 mld). Dalle voci contenute nel conto economico consolidato delle P.a. emerge che la spesa per i redditi da lavoro dipendente, che nel 2012 ammontava a 166,1 miliardi, è scesa gradualmente arrivando a 162 miliardi nel 2015, per risalire lo scorso anno a 164,1 miliardi (-2 mld rispetto al 2012). In lieve crescita la somma destinata ai consumi intermedi, che passa da 87 miliardi a 91,1 miliardi (+4,1 mld). Mentre gli investimenti fissi lordi, che partivano da 41,4 miliardi, si riducono a 34,7 miliardi (-6,7 mld), per effetto di un calo costante registrano nei quattro anni. Le entrate totali passano da 771,6 miliardi a 788,9 miliardi (+17,3 miliardi). La voce principale per il finanziamento delle spese, le imposte, passa da 486,5 miliardi a 490,6 miliardi (+4,1 mld), per effetto di un aumento della tassazione diretta che è riuscita anche a compensare la riduzione del gettito da imposte indirette. Dai tributi sul reddito (come Irpef, Ires, Irap) sono stati incassati 239,8 miliardi nel 2012 che sono saliti a 248,4 miliardi nel 2016 (+8,6 mld). Mentre dall’imposizione sul valore aggiunto e sul patrimonio (come Iva e Imu) nel 2012 sono stati incassati 246,7 miliardi nel 2012 che sono scesi a 242,2 miliardi nel 2016 (-4,5 mld). Alcune ‘differenze’ nei risultati sono dovute agli arrotondamenti.

Carlo Pareto

Tutti dicono: la ripresa c’è.
Ma gli italiani non si fidano

Fiducia in calo, aspettative in peggioramento. L’Istat segnala così la fase economica che stiamo attraversando, inconcludente e priva di una reale direzione di marcia. Singolare che anche le assicurazioni internazionali su una crescita che si sta irrobustendo faccia poca presa su imprese e famiglie. Sembra quasi che i miglioramenti in atto scivolino via senza lasciare traccia nella opinione dei più come acqua su un vetro, appannato per giunta. Si tratta di umori congiunturali, vero, ma pur sempre sintomo di un malessere che appare e scompare come un fiume carsico nella nostra economia.

È che per ritrovare speranze e fiducia occorrerebbe il ponte della politica, da noi lesionato in troppi punti per essere percorribile. L’incertezza corrode anche le migliori intenzioni, l’ insofferenza per come si trascina la dialettica fra i partiti fa il resto.

Ma quello che dovrebbe mettere all’erta più di tutto sono le previsioni intonate al pessimismo: le famiglie vedono la disoccupazione in aumento, le imprese – tranne il commercio che sta beneficiando di una timida ripresa dei consumi – di tutti i settori non mostrano alcuno slancio con un umore perfettamente allineato alla modestia complessiva del procedere della economia.
A soffrire sono soprattutto le potenzialità economiche e sociali di cui comunque disponiamo. Il fatto è che la spinta a rischiare, a cercare lavoro, a inventarsi una attività si rafforza se tutta la società si muove, si rinnova, cambia passo, ritrova motivazioni comuni. Su questo versante siamo indietro invece e non di poco. Confindustria e sindacati intanto paiono intenzionati ad aprire un nuovo confronto. Potrebbe essere questo un buon segnale per smuovere i timori sul futuro e sarebbe anche più utile provenendo dalle forze sociali. Per ora di tratta però solo di un fragile auspicio.

Sandro Roazzi
Blog Fondazione Nenni

Industria. L’economia altalenante confermata dall’Istat

Italia-crescita-industria

L’economia altalenante, viene confermata dai dati Istat pubblicati oggi sull’industria italiana. Dal comunicato Istat si apprende: “A marzo 2017, nell’industria, si rileva un incremento del fatturato dello 0,5% rispetto al mese precedente, che consolida il più ampio aumento di febbraio. Nel complesso del primo trimestre la crescita, rispetto ai tre mesi precedenti, è dello 0,4%. Gli ordinativi, invece, a marzo segnano una diminuzione congiunturale (-4,2%), annullando in buona parte l’incremento di febbraio. Nel complesso del primo trimestre la dinamica resta positiva, con un aumento dell’1,5% rispetto al trimestre precedente.

L’andamento congiunturale del fatturato a marzo è sintesi di un aumento sul mercato interno (+1,1%) e di una flessione su quello estero (-0,9%). Per gli ordinativi si registrano diminuzioni per entrambi i mercati: -0,8 per quello interno e -8,3% per l’estero. Gli indici destagionalizzati del fatturato segnano incrementi congiunturali per tutti i raggruppamenti principali di industrie ad eccezione dell’energia ( 6,4%). Quest’ultimo settore, peraltro, veniva da cinque mesi consecutivi di crescita.

Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 23 contro i 22 di marzo 2016), il fatturato totale cresce in termini tendenziali del 7,2%, con un incremento del 9,3% sul mercato interno e del 3,1% su quello estero.

L’indice grezzo del fatturato cresce, in termini tendenziali, del 10,6%: il contributo più ampio a tale incremento viene dalla componente interna dei beni intermedi. Per il fatturato tutti i settori registrano incrementi tendenziali (il più rilevante nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati, +22,6%) ad eccezione della fabbricazione di computer e prodotti di elettronica (-8,0%).

Nel confronto con il mese di marzo 2016, l’indice grezzo degli ordinativi segna un aumento del 9,2%. L’incremento più rilevante si registra nell’industria del legno, della carta e stampa (+23,9%), mentre la flessione maggiore si osserva nella fabbricazione di mezzi di trasporto (-12,5%)”. Per il crollo degli ordinativi su base mensile, sono evidenti le cause dovute al calo della domanda, principalmente per la componente estera. Positivo il risultato rispetto all’anno precedente.

Salvatore Rondello

Istat: Pil italiano in crescita… ma lontano dall’Europa

Ue_bandiera_Bruxelles_FgDal comunicato stampa odierno sull’andamento del Pil nello scorso mese di aprile, l’Istat a rivisto al rialzo le stime fatte nei primi mesi dell’anno. Tuttavia, l’ottimismo dell’Istat ha un valore molto relativo. Occorre tenere conto che la crescita dell’Italia raggiunge un livello quasi dimezzato rispetto alla crescita della media UE. A fine anno potrebbe finire od essere ridotta la spinta data dalla politica monetaria espansiva praticata dalla BCE. Dunque il Governo dovrebbe darsi da fare e porsi l’obiettivo minimo di raggiungere la crescita della media della UE.
Il comunicato Istat recita: “Nel 2017 si prevede un aumento del prodotto interno lordo (Pil) pari all’1,0% in termini reali. Il tasso di crescita è lievemente superiore a quello registrato nel 2016 (+0,9%).
La domanda interna al netto delle scorte contribuirebbe positivamente alla crescita del Pil per 1,1 punti percentuali, mentre l’apporto della domanda estera netta sarebbe marginalmente negativo (-0,1 punti percentuali) e risulta nulla la variazione delle scorte.
La spesa delle famiglie e delle ISP in termini reali è stimata in aumento dell’1,0%, in rallentamento rispetto al 2016. La crescita dei consumi continuerebbe ad essere alimentata dai miglioramenti del mercato del lavoro, solo parzialmente limitati dal rialzo atteso dei prezzi al consumo.
L’attività di investimento è attesa consolidarsi sui ritmi di crescita registrati nel 2016, beneficiando anche degli effetti positivi sul mercato del credito derivanti dal proseguimento della politica monetaria espansiva della Banca Centrale Europea (+3,00%).
Il miglioramento dei livelli occupazionali dovrebbe proseguire nel 2017 (+0,7% in termini di unità di lavoro) ma in decelerazione rispetto agli anni precedenti. La riduzione della disoccupazione osservata negli ultimi anni proseguirebbe anche nel 2017, con un tasso previsto pari all’11,5%.
Una ripresa più accentuata del processo di accumulazione del capitale, legata al miglioramento delle aspettative delle imprese, costituirebbe un ulteriore stimolo per l’attività economica. I rischi al ribasso sono costituiti da una più moderata evoluzione del commercio internazionale e dall’eventuale riaccendersi di tensioni sui mercati finanziari. Le previsioni incorporano le misure descritte nel Documento di economia e finanza diffuso ad aprile 2017”.

Salvatore Rondello

L’Istat cancella Marx, 
operai e ceto medio

operaiBasta con gli operai, il ceto medio e Carlo Marx. «Addio a operai e borghesi». Oppure: «Scompaiono la classe operaia e la piccola borghesia». E ancora: «Addio alle classi sociali». La novità viene annunciata dall’Istat; la stampa e i telegiornali ne prendono atto.

L’Istituto nazionale di statistica ridisegna “il volto” della nuova Italia: sono abolite le vecchi classi sociali e si introducono i gruppi sociali. L’Istat ne conteggia nove nel rapporto annuale sul 2016: 1) famiglie a basso reddito con stranieri (4.700.000 persone), 2) famiglie a basso reddito di soli italiani (8.280.000), 3) anziane sole e giovani disoccupati (5.420.000), 4) famiglie di impiegati (12.200.000), 5) giovani “blue collar” (i “colletti blu” sono 6.190.000), 6) famiglie tradizionali della provincia (3.640.000), 7) famiglie degli operai in pensione (10.500.000), 8) pensioni d’argento (5.250.000), 9) classe dirigente (4.570.000).

Il lettore scusi il cronista per il lungo e noioso elenco. L’Istat ha frammentato e moltiplicato le categorie classiche per cercare di capire la nuova realtà sociale ed economica dell’Italia. Parla di famiglie di vario genere, di pensionati, di impiegati, di classe dirigente, di giovani e vecchi, d’immigrati. Parla poco o per niente di classe operaia e di ceto medio. Una volta invece si parlava in maniera più semplice di operai, impiegati, piccola borghesia, ceto medio, imprenditori, classe dirigente. Le distinzioni sociali erano svolte secondo il criterio del reddito e dell’attività lavorativa, un’analisi di matrice marxista.

Ora è cambiato tutto, l’impostazione è sociologica. L’Istat entra nei dettagli. C’è la crisi economica e culturale: 7 giovani su 10 (ben 2.200.00) tra i 15 e i 29 anni non studiano né lavorano (è un primato europeo). C’è il problema del grande invecchiamento della popolazione: il 22% delle persone ha un’età superiore ai 65 anni (siamo i primi al mondo dopo il Giappone); i morti hanno superato le nascite di 134 mila unità (i bebè sono scesi a 474.000). C’è il problema della povertà crescente: il 6,5% della popolazione rinuncia perfino alle visite mediche per ragioni economiche; possiedono un reddito basso 8 milioni di famiglie e ben 22 milioni di persone. Crescono le differenze sociali: la classe dirigente ha un reddito superiore alla media del 70%, detiene il 12,2% del reddito totale, spende mensilmente il doppio dei redditi più bassi.

L’Istat parla poco o per niente di operai, piccola borghesia, ceto medio, ma le antiche categorie sociali si vendicano e riemergono nelle stesse, nuove classificazioni statistiche targate 2017. Sono operai e piccoli borghesi (giovani ed anziani, italiani ed immigrati) i disoccupati, i precari, i titolari di contratti a termine, i lavoratori “in nero”. Sono operai e piccoli borghesi, italiani ed immigrati, i nuovi proletari titolari di contratti di lavoro atipici. La Grande crisi economica internazionale cominciata nel 2008 ha fatto esplodere la disoccupazione, il precariato e la povertà. Il fenomeno è talmente consistente che i pensionati, anche quelli a basso reddito, vengono considerati dal nuovo senso comune dei privilegiati per il loro introito previdenziale garantito, anche se di entità minima. È talmente vero che l’Istat colloca le cosiddette “pensioni d’argento” tra i redditi maggiori. Le disuguaglianze sociali, poi, sono esplose come rileva la stessa Istat, colpendo soprattutto operai e ceto medio (giovani e vecchi).

L’economista americano Francis Fukuyama nel 1992 pubblicò un saggio sulla “Fine della storia”. Il libro fece epoca, indicando il nuovo corso felice degli eventi mondiali. Ma dopo il crollo del comunismo, non arrivò “la fine della storia”, non ci fu il trionfo della democrazia e della libertà. Nei paesi occidentali la globalizzazione e le tecnologie digitali hanno portato povertà e disoccupazione per milioni di lavoratori. In gran parte del mondo si sono affermati movimenti autoritari e razzisti, sono scoppiate guerre sanguinose, il terrorismo islamico ha causato migliaia di morti in tutti i continenti.

Il ceto medio e gli operai non sono stati azzerati, ma sono stati colpiti pesantemente dal terremoto della crisi e dalla rivoluzione delle innovazioni tecnologiche. Lavoratori giovani e vecchi negli ultimi anni hanno visto drasticamente peggiorare le loro condizioni di vita, sociali ed economiche. In tutto il mondo occidentale, prima l’Europa e poi gli Usa, hanno dovuto fare i conti con la protesta degli “indignados” (gli indignati), che in molti casi ha premiato sul piano elettorale i nuovi partiti populisti e nazionalisti. La sinistra stenta a rappresentare i lavoratori, la sua tradizionale base, la missione politica per la quale nacque alla fine del 1800. L’operaio, Cipputi, c’è sempre anche se ha mutato pelle per i cambiamenti produttivi; ma è sempre più solo, impoverito e con scarsi diritti.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)