Istat e Fmi vedono l’economia in rallentamento

istat pil mezzogiornoL’Istat ha diffuso oggi i dati sull’inflazione. A giugno l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, è aumentato dello 0,2% rispetto al mese precedente e dell’1,3% su base annua (in crescita dal +1,0% registrato a maggio). La stima preliminare era +1,4%. L’accelerazione dell’inflazione si deve prevalentemente ai prezzi dei beni energetici non regolamentati (da +5,3% di maggio a +9,4%) ed è sostenuta anche da quelli dei Beni alimentari non lavorati (da +2,4% a +3,4%) e dei servizi relativi ai trasporti (da +1,7% a +2,9%).

Pertanto l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, è pari a +0,8% (stabile rispetto a maggio) e quella al netto dei soli beni energetici è in accelerazione da +0,8% registrato nel mese precedente a +1,0%. L’aumento congiunturale dell’indice generale dei prezzi al consumo è dovuto principalmente ai rialzi dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati (+2,3%) e dei Servizi relativi ai trasporti (+2,2%), i cui effetti sono solo in parte mitigati dai cali congiunturali di quelli dei beni alimentari non lavorati (-0,9%) e dei Servizi relativi alle comunicazioni (-1,4%).

L’inflazione accelera sia per i beni (da +1,0% registrato nel mese precedente a +1,5%) sia, in misura lieve, per i servizi (da +0,9% a +1,0%); il differenziale inflazionistico tra servizi e beni rimane negativo ma di ampiezza più marcata rispetto a maggio (da -0,1 punti percentuali a -0,5 punti percentuali). L’inflazione acquisita per il 2018 è +1,0% per l’indice generale e +0,7% per la componente di fondo.

I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona registrano un calo dello 0,2% su base mensile e un aumento del 2,2% su base annua (da +1,7% registrato a maggio). I prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto salgono dello 0,2% in termini congiunturali e del 2,7% in termini tendenziali (da +2,0% del mese precedente).

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) aumenta dello 0,2% in termini congiunturali e dell’1,4% in termini tendenziali (da +1,0 di maggio). La stima preliminare era +1,5%. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (Foi), al netto dei tabacchi, aumenta dello 0,2% su base mensile e dell’1,2% rispetto a giugno 2017. Secondo l’Istat, l’inflazione a giugno continua a crescere nelle componenti legate maggiormente agli acquisti quotidiani delle famiglie. Infatti l’accelerazione della crescita dei prezzi al consumo è di nuovo trainata dai prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (in particolare carburanti insieme con frutta fresca e vegetali freschi), che registrano un aumento su base annua più che doppio di quello generale. Un contributo inflazionistico deriva anche dai prezzi dei trasporti, che da inizio anno mostrano tensioni crescenti.

Per il Fondo Monetario Internazionale, nel 2018 l’economia italiana crescerà solo dell’1,2% con un ulteriore rallentamento a +1,0% il prossimo anno. Le nuove stime del Fmi fornite nell’aggiornamento del World Economic Outlook sono state riviste al ribasso: rispetto alle valutazioni dello scorso aprile, la crescita italiana è stata tagliata di 0,3 punti quest’anno e di 0,1 punti nel 2019. A spingere il Fondo al ribasso è il peso sulla domanda interna legato all’aumento dello spread sui titoli di Stato e alle più rigide condizioni finanziarie, provocate dalla recente incertezza politica.

Il Fondo Monetario Internazionale ha abbassato le stime non solo dell’Italia ma anche delle maggiori economie mondiali. Per Germania, Francia e come abbiamo visto l’Italia il Fondo ha rivisto al ribasso di 0,3 punti la stima di crescita Pil del 2018 mentre per Regno Unito e Giappone il taglio è di 0,2 punti. In particolare, ha segnalato un aumento dei rischi al ribasso anche nel breve termine, con una espansione economica, che sebbene confermata a livello globale al 3,9% sia quest’anno che nel 2019, sta diventando meno omogenea. In dettaglio, la crescita delle economie avanzate dovrebbe confermarsi quest’anno al +2,4%, stesso livello del 2017, per poi scendere a +2,2% il prossimo anno. Il dato relativo al 2018 è stato pertanto rivisto al ribasso di 0,1 punti rispetto alle previsioni dello scorso aprile. Per gli Usa il Fondo conferma un Pil a +2,9% nel 2018 e a +2,7% il prossimo anno mentre l’eurozona dovrebbe registrare una crescita del 2,4% quest’anno e del 2,2% il prossimo con una revisione al ribasso rispettivamente di 0,2 e 0,1 punti.

Anche l’Ufficio parlamentare di bilancio, nella nota sulla congiuntura a luglio, ha confermato il cambio di marcia del Paese, in linea con l’andamento delle maggiori economie avanzate (?). Nella nota dell’Upb si legge: “La ripresa economica in Italia ha parzialmente perso slancio e rischia di avere un effetto trascinamento anche sul 2019. Le stime dei modelli di breve periodo dell’Upb segnalano un rallentamento dell’attività economica, che si potrebbe protrarre nel corso dell’estate, determinando un lieve peggioramento delle previsioni di crescita per l’anno in corso e influenzando, in considerazione del minor effetto di trascinamento, anche i risultati del 2019”.

Nella media del 2018, l’espansione del Pil si attesterebbe all’1,3%, lievemente al di sotto della previsione Upb dello scorso maggio (1,4%). Per effetto della minore crescita acquisita anche l’incremento previsto per il 2019 registrerebbe una correzione al ribasso con una crescita del Pil di poco superiore all’1%.

Secondo quanto ha osservato l’Upb: “Nei primi mesi dell’anno, a un buon andamento dei consumi ha fatto riscontro quello negativo di investimenti ed esportazioni. Nonostante un leggero calo del potere di acquisto delle famiglie (0,2 per cento nel primo trimestre) la dinamica dei consumi ha registrato un recupero nel primo trimestre dell’anno (0,4 per cento in termini congiunturali). Questo andamento ha beneficiato del clima di fiducia delle famiglie e delle dinamiche occupazionali, che consolidandosi potrebbero continuare a sostenere nel breve termine i piani di spesa delle famiglie. Nei primi tre mesi dell’anno, inoltre, la dinamica congiunturale dell’accumulazione del capitale ha subito una battuta d’arresto (dell’1,4 per cento), riassorbendo parte de i progressi conseguiti nel 2017. A pesare sulle decisioni di investimento, ha verosimilmente influito l’incertezza relativa al prolungamento per quest’anno delle agevolazioni fiscali per l’acquisto di impianti e macchinari, in contrazione del 2,4 per cento nei primi tre mesi del 2018. È risultato negativo anche l’apporto all’attività economica da parte degli scambi con l’estero. Nel primo trimestre il volume delle esportazioni, in crescita dalla metà del 2016, ha scontato un calo del 2,1 per cento. Le prospettive di breve termine, secondo le più recenti indagini sugli ordini dall’estero, restano deboli”.

L’esame fatto dall’Ufficio parlamentare di bilancio conferma le valutazioni di rallentamento dell’economia elaborate anche da Istat e dal Fondo Monetario Internazionale.

A quanto già indicato, si aggiungono i deboli segnali di crescita su base mensile del fatturato e ordini dell’industria a maggio scorso, confermando la tendenza di rallentamento su base annua. Secondo i dati dell’Istat, il fatturato ha registrato un aumento per il terzo mese consecutivo, pari all’1,7% rispetto ad aprile mentre nella media degli ultimi tre mesi, l’indice complessivo cresce dello 0,4% sui tre mesi precedenti. Anche gli ordinativi registrano una variazione congiunturale positiva (+3,6% di cui un più 5,5% per l’estero), che segue la flessione del mese precedente (-0,6%). Nella media degli ultimi tre mesi sui tre mesi precedenti si registra, tuttavia, una riduzione pari all’1,1%. Fa eccezione il fatturato dell’industria automobilistica diminuito rispetto al 2017 (-6,1%).

Nella nota dell’Istat si legge: “Gli indici destagionalizzati del fatturato e degli ordinativi raggiungono a maggio i livelli più alti da inizio anno sia per il fatturato interno sia per quello estero. L’incremento congiunturale del fatturato coinvolge tutti i principali settori, con una spinta ulteriore proveniente dalla vivace dinamica dei prodotti energetici. In volume, il comparto manifatturiero registra un incremento congiunturale dell’1,5%, rimanendo sostanzialmente stabile nella media degli ultimi tre mesi”.

Preoccupazioni arrivano anche dalla CNA sulla pressione fiscale. Analogamente all’allarme recentemente lanciato dalla Cgia di Mestre, nel rapporto 2018 dell’Osservatorio Cna sulla tassazione delle piccole imprese in Italia, giunto alla quinta edizione, dal titolo ‘Comune che vai, fisco che trovi’ in cui si analizza il peso del fisco sul reddito delle piccole imprese in 137 comuni tra cui tutti i capoluogo di provincia, è stata elaborata la seguente proiezione: “La pressione fiscale media sulle piccole imprese, se non interverranno correttivi, quest’anno tornerà a salire. Lievemente, lontana dal picco del 2012, ma con un segno “più” che non può certo rallegrare l’ossatura portante del sistema produttivo italiano. Il dato di sintesi, inoltre, non fotografa le profonde differenze nella tassazione locale. La realtà italiana è molto complessa. Tanto da far emergere non una pressione fiscale, ma numerose pressioni fiscali”.

L’Osservatorio ha calcolato il Total tax rate (Ttr), vale a dire l’ammontare di tutte le imposte e di tutti i contributi sociali obbligatori che gravano sulle imprese espresso in percentuale sui redditi. Individua, inoltre, il Tax free day (Tfd), cioè il giorno della liberazione dalle tasse, la data fino alla quale l’imprenditore deve lavorare per l’ingombrante ‘socio’ pubblico. A differenza di altri organismi, anche internazionali, l’Osservatorio CNA ha basato la sua analisi sull’impresa tipo italiana , con un laboratorio e un negozio, ricavi per 431mila euro, un impiegato e quattro operai di personale, 50mila euro di reddito.

La pressione fiscale media sulla piccola impresa tipo italiana, salita nel 2017 dello 0,3% al 61,2%, nel 2018 è destinata a crescere ancora, portandosi al 61,4%. Un incremento compiutamente ascrivibile all’aumento programmato della contribuzione previdenziale dell’imprenditore. Di conseguenza, il giorno della liberazione fiscale media si allungherà di altre ventiquattr’ore, per arrivare all’11 agosto, contro il 10 agosto del 2017 e il 9 agosto del 2016. Intanto si va ampliando il divario tra la pressione fiscale che grava sulle piccole imprese e quella media nazionale. Nel 2017 è andata dal 61,2% sulle piccole imprese al 42,4% sulla totalità dei contribuenti: un’ingiustizia, per CNA, che vale 18,8 punti percentuali.

Oltre alle problematiche economiche endogene evidenziate, bisogna tenere conto anche della componente esogena dettata dall’espansione del protezionismo.

In tal senso, in merito alle tensioni commerciali, nella conferenza stampa congiunta con il premier cinese Li Keqiang ed il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha lanciato un appello affermando: “E’ comune dovere di Ue, Cina, Usa e Russia non iniziare guerre commerciali. C’è ancora tempo per prevenire il conflitto e il caos”.

La Cina ha deciso di ricorrere al Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, contro la minaccia di dazi aggiuntivi al 10% annunciati dagli Usa sull’import ‘made in China’ per 200 miliardi di dollari ex art.301 dello Us Trade Act. La mossa, annunciata con un post sul sito del ministero del Commercio, cade nel giorno in cui Cina e Ue, nel loro 20/mo summit annuale, hanno ribadito l’impegno congiunto per il multilateralismo e il libero scambio.

Gli Stati Uniti fanno ricorso alla Wto contro cinque dei suoi membri per ‘dazi illegali’. Gli Usa puntano il dito contro Cina, Unione Europea, Canada, Messico e Turchia per le misure ritorsive decise dopo i dazi all’alluminio e l’acciaio imposti dagli Usa. In un comunicato del rappresentante per il Commercio degli Usa, si legge: “I dazi sull’acciaio e l’alluminio imposti dal presidente Trump sono giustificati sulla base degli accordi internazionali approvati fra gli Usa e i suoi partner”.

Il lettore dovrà comunque ricordarsi che per il 2018, secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, l’incremento del Pil viaggia per l’Italia all’1,2%, mentre per gli Stati Uniti d’America la proiezione è al 2,9%.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, recentemente ha manifestato preoccupazione per il propagarsi del protezionismo nel mondo. Sullo stesso argomento, ancora non sappiamo quale posizione intenderà assumere il Governo Conte.

S. R.

Istruzione in Europa. Noi in fondo alla classifica

scuola

Non siamo gli ultimi ma i penultimi. Di certo non messi bene nella classifica che misura il livello di istruzione tra i paesi europei. Siamo il paese di Dante, di Petrarca, di tanti scienziati e matematici. Di scopritori e di ricercatori, ma i numeri purtroppo sono chiari e impietosi. Nel 2017, in Italia, il 60,9% della popolazione tra i 25 e i 64 anni ha almeno un titolo di studio secondario superiore. In base ai dati dell’Istat, il valore italiano è molto al di sotto della media europea, che si attesta al 77,5%. Secondo l’istituto di ricerca, sulla differenza pesa in particolare la bassa quota di titoli terziari: 18,7% in Italia e 31,4% nella media Ue.

L’Istat certifica inoltre che dal 2008 allo scorso anno la quota di popolazione con almeno il diploma secondario superiore è in deciso aumento. Più contenuta, rispetto alla media europea, è invece la crescita della quota di popolazione con un titolo terziario (ovvero università, Afam e altri titoli post-laurea o post-Afam).

In Italia il 26,9% ha una laurea, penultimi in Ue – La quota di 30-34enni in possesso di titolo di studio terziario (laurea, Afam e post laurea) è invece pari al 26,9% (39,9% la media Ue) nel 2017. Nonostante un aumento dal 2008 al 2017 di 7,7 punti, l’Italia è la penultima tra i Paesi dell’Unione e non è riuscita a ridurre il divario con l’Europa. La quota di 30-34enni laureati, già bassa nel Nord e nel Centro (30% e 29,9%), nel Mezzogiorno si riduce al 21,6%, con un divario territoriale in aumento.

Livello di istruzione più elevato nelle donne – Il livello di istruzione delle donne risulta più elevato di quello maschile: il 63% ha almeno un titolo secondario superiore (contro 58,8% degli uomini) e il 21,5% ha conseguito un titolo di studio terziario (contro 15,8% degli uomini). Inoltre, i livelli di istruzione femminili stanno aumentando più velocemente di quelli maschili.

Il 14% dei 18-24enni ha abbandonato gli studi, 18,5% al Sud – L’Istat ha poi evidenziato come nel 2017 la quota di 18-24enni che hanno abbandonato precocemente gli studi si stima pari al 14%; per la prima volta dal 2008 il dato non ha registrato un miglioramento rispetto all’anno precedente. Le differenze territoriali negli abbandoni scolastici precoci sono molto forti – 18,5% nel Mezzogiorno, 10,7% nel Centro, 11,3% nel Nord – e non accennano a ridursi.

Istat, aumentano ancora i poveri in Italia

poveri 6L’Istat ha diffuso oggi il ‘Rapporto SDGs 2018 (Sustainable Development Goals) – Informazioni statistiche per l’Agenda 2030 in Italia – Prime analisi’. Dal Rapporto dell’Istat fatto su direttive dell’ONU, è emerso che in Italia la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 30% (18.136.663 individui), in aumento rispetto all’anno precedente. Nel commento dell’Istat si legge: “L’obiettivo di Europa 2020 rimane quindi molto lontano. La povertà in Europa si mantiene stabile nel 2016 rispetto al 2015, con un’incidenza pari al 23,5% della popolazione (118 milioni di individui a rischio di povertà o esclusione sociale)”.
L’Italia si trova, quindi, sotto la media Ue di sei punti e mezzo percentuali.
L’indicatore di povertà o esclusione sociale corrisponde alla quota di persone che presentano almeno una delle seguenti situazioni: sono a rischio di povertà di reddito, sono gravemente deprivate materialmente, vivono in famiglie con una molto bassa intensità lavorativa.
Nel 2016, la povertà di reddito ha riguardato il 20,6% della popolazione (in aumento rispetto al 19,9% del 2015), la grave deprivazione materiale ha raggiunto il 12,1% (dall’11,5%) mentre la quota di chi vive in famiglie con una intensità di lavoro molto bassa è arrivata al 12,8% (dall’11,7% del 2015).
Le disparità regionali sono molto ampie sia per l’indicatore composito sulla povertà o esclusione sociale, sia per i tre indicatori in cui si articola.
Nel Mezzogiorno si riscontrano i valori maggiori per tutti e quattro gli indicatori: è a rischio di povertà o esclusione sociale quasi la metà degli individui (46,9%) contro uno ogni cinque del Nord (19,4%).
Questo significa che nel Nord Italia la media è migliore di quella Europea, mentre nel Meridione i valori il doppio della media Ue.
Nel 2017 sono stati stimati 5 milioni e 58mila gli individui in povertà assoluta (8,4% della popolazione). Le condizioni dei minori rimangono critiche: l’incidenza di povertà assoluta tra di essi è pari al 12,1%; in peggioramento la condizione di giovani, adulti e anziani.
Nel 2016 con il 19,1% del reddito disponibile per il 40% più povero della popolazione (indicatore utilizzato da Eurostat per confrontare i livelli di disuguaglianza tra i paesi Ue), l’Italia si pone al di sotto della media europea che, a sua volta, è diminuita nel tempo, passando dal 21,1% del 2011 al 20,9% del 2016.
Fino al 2007, la crescita in Italia dei redditi della popolazione a più basso reddito è stata più elevata di quella dei redditi complessivi. Dal 2008, a causa della crisi economica, le flessioni osservate sono state più pesanti per i redditi relativamente più bassi. Contestualmente, è aumentata la disuguaglianza del reddito disponibile, che ha toccato il valore minimo (5,2) nel 2007 e quello massimo (6,3) nel 2015.
Sempre nel rapporto, comparando il lavoro domestico tra i due sessi, i dati più recenti indicano che la quota di tempo giornaliero dedicato dalle donne al lavoro domestico e di cura non retribuiti è circa 2,6 volte quello degli uomini, era più del triplo nel biennio 2002-2003. Nonostante questo miglioramento, nel 2013-2014 l’Italia presentava il divario di genere più elevato fra tutti i paesi europei con dati disponibili.
Nel 2017 il rapporto tra il tasso di occupazione delle donne di 25-49 anni con figli in età prescolare e il tasso di quelle senza figli continua ad essere basso, benché sia migliorato negli anni.
In Italia è in crescita la presenza delle donne nel Parlamento nazionale e nelle società quotate in borsa e, seppure in misura minore, negli organi decisionali e nei consigli regionali. Ma la presenza delle donne nei luoghi decisionali, economici e politici continua a rimanere bassa: un terzo nel Parlamento nazionale e nelle società quotate in borsa, un quinto nei consigli regionali e meno di un quinto negli organi decisionali (Autorità della privacy, Agcom, Autorità della concorrenza e del mercato, Corte Costituzionale, Consiglio Superiore della Magistratura, Ambasciatori, Consob).
Le diseguaglianze sociali ed economiche presenti in Italia continuano a persistere a livelli elevati ed in alcuni casi aumentano. Particolarmente significativi i dati del Mezzogiorno e del Nord Italia, che mostrano in modo sempre più evidente il divario tra la zona più povera e la zona più ricca del Paese.

Decreto dignità, staff leasing e modifiche alla pensione

di maio occhiataUna riduzione del costo del lavoro finalizzata ad incentivare le imprese che possono crescere sarà introdotta con la legge di Bilancio. Lo ha assicurato il vicepremier Luigi Di Maio che parlando delle misure adottate con il decreto Dignità ha detto: “Ridurremo il costo del lavoro. Ci stiamo lavorando per la legge di Bilancio”. Di Maio, intervenendo ad Agorà su Rai Tre ha proseguito spiegando quanto segue: “Il governo farà un abbassamento di costo del lavoro selettivo, su tutte le imprese che hanno un margine di crescita. Le incentiveremo. I voucher erano nati per alcuni lavori, come quelli domestici di Colf e badanti, e in alcuni casi nell’agricoltura. Se il tema è questo e se ne può discutere. No alla reintroduzione dei voucher come aveva fatto Renzi e i sui amici: ci si pagavano anche gli ingegneri…erano usati per un contratto di una giornata e con quello, ai fini Istat, era come se si era lavorato una settimana, e questo aveva fatto impennare i conti degli occupati in Italia”. Quest’ultimo tema è particolarmente gradito alla Lega. Invece, lascia perplessa la volontà di incentivi selettivi sugli aiuti alle imprese (…’le imprese che hanno un margine di crescita’).
Sulle immigrazioni clandestine e sugli ultimi naufragi ed annegamenti nel Mediterraneo, dopo il blocco delle navi delle Ong, il vicepremier Luigi Di Maio ha detto: “Non bisogna utilizzare i morti per questa polemica, ricordiamoci che i morti in mare ci sono stati sempre. Le nostre navi continuano a salvare le persone: c’è una differenza fra salvataggio e traghettamento. Forniremo nuove motovedette alla Libia perché è la cosa più sana che i salvataggi li facciano i libici e li riportino sulle coste libiche”.
Proseguendo l’intervento ad Agorà, Di Maio ha detto: “Ho preso un altro impegno con gli italiani: ora tagliamo le pensioni d’oro. Incardiniamo un disegno di legge al Senato e spero di approvarlo entro l’estate”. Quindi, Di Maio si vorrebbe sostituire al Parlamento nell’approvazione delle leggi.
Tuttavia, il futuro delle  pensioni è ancora tutto da decidere. Il governo sta vagliando l’ipotesi di una riforma con la possibilità di introdurre fin dal 2019 una quota 100 che consenta ai lavoratori di andare in pensione al raggiungimento dei 64 anni di età con 36 di contributi.
La quota 100, infatti, è quello strumento che consentirebbe di andare in pensione una volta che la somma dell’età anagrafica e degli anni dei contributi versati dà come risultato 100. Nel caso del governo giallo-verde, però, è stato deciso di prevedere una soglia minima anagrafica (64 anni appunto).
Solo dal 2020, invece, dovrebbe essere estesa a tutti la quota 41, lo strumento con il quale si potrà andare in pensione indipendentemente dall’età anagrafica al raggiungimento di 41 anni di contributi.
In attesa della riforma, però, i requisiti per la pensione subiranno una variazione al rialzo a partire dal 1° gennaio 2019, visto l’adeguamento con le aspettative di vita rilevate dall’INPS, aumentate di 5 mesi, stabilito dalla Legge Fornero.
Come riassunto dall’infografica realizzata da Money.it, l’adeguamento porterà ad un innalzamento dei requisiti previdenziali per tutti i trattamenti oggi a disposizione per smettere di lavorare.
Nel dettaglio, per la pensione di vecchiaia contributiva verrebbe richiesta un’età pari a 71 anni, oltre a 5 anni di contributi. Per la pensione di vecchiaia ordinaria, invece, l’età pensionabile verrebbe aumentata di 3 mesi, diventando così pari a 67 anni per tutti, mentre il requisito contributivo è rimasto invariato (20 anni).
Gli stessi anni di contributi sarebbero richiesti anche per la pensione anticipata contributiva per cui, invece, l’età anagrafica diventa 64 anni visto l’incremento di 3 mesi.
Per quanto riguarda la pensione anticipata ordinaria, invece, bisognerà fare una distinzione tra uomini e donne. I primi potranno accedervi una volta maturati 43 anni e 3 mesi di contributi, mentre per le seconde basteranno 42 anni e 3 mesi. In entrambi i casi non è previsto alcun requisito anagrafico.
Si segnala, poi, un incremento di 5 mesi della quota 41 per lavoratori precoci, per i quali dal 1° gennaio 2019 saranno necessari 41 anni e 5 mesi di età per andare in pensione.
Infine, l’aumento dei requisiti per la pensione di vecchiaia  comporterà anche una variazione per l’Ape Volontario, poiché questo può essere richiesto quando ci si trova a meno di 3 anni e 7 mesi dal raggiungimento dei requisiti per la pensione. Quindi, dal 1° gennaio, non si potrà accedere al prestito pensionistico con meno di 63 anni e 3 mesi di età.
A tarda serata il Governo ha approvato il cosiddetto ‘decreto dignità’ che prevede una stretta sui contratti a termine, misure contro la delocalizzazione delle imprese che hanno goduto di incentivi, contrasto alla ludopatia e interventi su spesometro, redditometro e split payment. Il decreto dignità è composto da 12 articoli ed è stato approvato dal Consiglio dei Ministri su proposta del ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio.
Sulle questioni di lavoro, il Dl interviene sulle norme che regolano i contratti a termine portando la durata massima da 36 a 24 mesi e fissando l’obbligo di indicare la causale dopo i primi 12 mesi. Ridotto anche il numero di rinnovi che passano da 5 a 4. È inoltre aumentato da 120 a 180 giorni il termine entro il quale sarà possibile l’impugnazione del contratto (in una prima versione del dl erano previsti 270 giorni). Per i contratti a termine si applicherà, inoltre, un costo contributivo crescente di 0,5 punti per ogni rinnovo a partire dal secondo.
Il decreto aumenta l’indennità da riconoscere al lavoratore ingiustamente licenziato portandola da un minimo di 4 ed un massimo di 24 mesi fino ad un minimo di 6 mesi ed un massimo di 36 mesi.
Per quanto riguarda lo staff leasing, è stabilito che al lavoratore da somministrare assunto a tempo determinato si dovrà applicare la disciplina del contratto di lavoro subordinato a tempo determinato.
Il pacchetto anti-delocalizzazione prevede che le imprese italiane ed estere operanti in Italia, e che abbiano beneficiato di un aiuto di Stato, decadono dal beneficio se delocalizzano in stati non appartenenti all’Unione Europea entro cinque anni dalla data di conclusione dell’agevolazione. Prevista anche una sanzione da due a quattro volte l’importo dell’aiuto fruito. Sanzione che non si applica però a chi sposta l’attività all’interno dell’Unione europea.
Le misure anti delocalizzazione si applicano con modalità specifiche anche a chi ha beneficiato dell’iperammortamento e del credito d’imposta per ricerca e sviluppo.
E’ stata stabilita una clausola di salvaguardia occupazionale per le imprese che beneficiano di aiuti e che non potranno ridurre il personale oltre il 10% nei cinque anni succcessivi alla data del completamento dell’investimento incentivato.
Confermato nel testo finale il divieto di pubblicità per giochi e scommesse con vincite in denaro: la norma si applica ‘De Futuro’ e quindi sono fatti salvi i contratti in essere. Sono escluse dal divieto le lotterie nazionali a estrazione differita e i loghi sul gioco sicuro e responsabile dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli.
Sul fronte fiscale arrivano una serie di interventi di portata limitata in attesa di capire quali saranno i margini in legge di bilancio.
È stato rivisto il metodo di determinazione del redditometro, verrebbe abolito lo split payment per i servizi resi dai professionisti alle pubbliche amministrazioni con ritenuta alla fonte.
Poi, sono state riviste le scadenze per l’invio dei dati delle fatture. Quelli del terzo trimestre del 2018 possono essere trasmessi entro il 28 febbraio 2019 mentre, in generale, per chi opta per l’invio semestrale, i termini sono fissati rispettivamente al 30 settembre del medesimo anno per il primo semestre e al 28 febbraio dell’anno successivo per il secondo semestre.
Il ‘decreto dignità’, in realtà, modifica ben poco rispetto agli assetti strutturali esistenti. Invece, sarà la riforma sulle pensioni quella che potrebbe diventare incisiva e determinante per la stabilità di bilancio.
Nel frattempo, dai dati emersi dall’Euro-zone economic out look dell’Istat arrivano segnali di rallentamento sulle prospettive economiche. Dalla lettura del documento Istat, la crescita dell’economia dell’area dell’euro è attesa in proseguimento a un ritmo più contenuto rispetto al 2017 sull’intero orizzonte di previsione. Nel secondo e terzo trimestre del 2018, il Pil della zona euro aumenterà allo stesso ritmo del primo trimestre (+0,4%), mentre nel quarto trimestre è attesa una leggera accelerazione (+0,5%).
L’espansione dell’attività economica sarà guidata dagli investimenti fissi lordi, supportati dalle condizioni ancora favorevoli sul mercato del credito: nel secondo trimestre gli investimenti cresceranno allo stesso ritmo del primo trimestre (+0,5%) mentre nella seconda metà dell’anno si prevede una lieve accelerazione (+0,6%). La spesa per consumi privati è attesa in aumento ad un ritmo contenuto e costante lungo l’orizzonte di previsione (+0,3%). L’aumento dei prezzi è atteso in proseguimento con intensità vicine ma ancora inferiori alla soglia del 2% auspicata dalla Bce.
L’Istat ha sottolineato: “Le tensioni politiche interne e la diffusione di misure protezionistiche a livello globale potrebbero rappresentare dei rischi al ribasso dell’attuale quadro previsivo”.
Tutti auspichiamo un miglioramento della distribuzione della ricchezza ed una riduzione delle diseguaglianze sociali ed economiche. Invece, i primi passi dell’attuale governo sembrano di avere intrapreso un percorso effimero.

Inps, conto alla rovescia per i versamenti

Inps

ENTRO IL 10 LUGLIO IL VERSAMENTO ALL’INPS

E’ scattato il conto alla rovescia per il versamento dei contributi Inps relativi a colf e badanti. Entro martedì 10 luglio prossimo tutte le famiglie che si avvalgono della collaborazione di personale domestico dovranno saldare la rata relativa al secondo trimestre (aprile – giugno 2018). Nella consapevolezza che la riforma Fornero ha introdotto un contributo addizionale dell’1,40% in caso di contratto a tempo indeterminato.

Le novità contributive.

Con la circolare 25 dell’8 febbraio 2013 l’Inps ha fornito per la prima volta due tabelle: una da utilizzare per i lavoratori assunti a tempo indeterminato e l’altra per i rapporti a termine. Nel caso l’orario non superi le 24 ore settimanali, per entrambe le tipologie di contratto i contributi orari sono commisurati a tre diverse fasce di retribuzione effettiva. Quando, invece, si sforano le 24 ore il contributo orario diventa fisso.

Il contributo addizionale

Ma la vera novità anche di questo 2018 rimane sempre il versamento del contributo addizionale dell’1,40% all’Inps. Nel caso, comunque, il contratto di lavoro a tempo determinato venga trasformato in tempo indeterminato, il contributo addizionale a carico del datore di lavoro viene restituito per gli ultimi sei mesi di rapporto. Inoltre, a partire dal 1° gennaio 2013, per effetto dell’articolo 2 della legge 92/2012 – la cosiddetta riforma Fornero – l’assicurazione contro la disoccupazione involontaria è stata prima sostituita dall’Assicurazione sociale per l’impiego (Aspi) poi dall’attuale Naspi.

Retribuzione

Sul fronte della retribuzione sono in vigore i nuovi minimi per il 2018, diversificati a seconda dell’inquadramento e della tipologia di mansione. Come ogni anno, i minimi sono stati aggiornati sulla base delle rilevazioni Istat da una apposita commissione istituita ad hoc.

Il versamento

La corresponsione dell’obbligo assicurativo essere effettuata, a scelta, con uno dei seguenti mezzi: 1) rivolgendosi ai soggetti aderenti al circuito “Reti Amiche”; Il pagamento è disponibile, senza necessità di supporto cartaceo, presso: – le tabaccherie che espongono il logo “Servizi Inps” ; – gli sportelli bancari di Unicredit Spa; – tramite il sito Internet del gruppo Unicredit Spa per i clienti titolari del servizio di Banca online; – a partire dalla fine del 2011, inoltre, il versamento senza bollettino può essere praticato anche presso tutti gli sportelli di Poste Italiane, con le modalità prefigurate per il circuito Reti Amiche. 2) online sul sito Internet www.inps.it nella sezione “Servizi Online/Per tipologia di utente/Cittadino/Pagamento contributi lavoratori domestici”, utilizzando la carta di credito; 3) utilizzando il bollettino Mav – Pagamento mediante avviso – inviato dall’Inps o generato attraverso il sito Internet www.inps.it, nella sezione “Servizi Online/Per tipologia di utente/Cittadino/Pagamento contributi lavoratori domestici”, pagabile senza commissione presso le banche oppure presso gli uffici postali, con addebito della commissione; 4) telefonando al Contact Center numero verde gratuito 803164, impiegando la carta di credito. Si ricorda per ogni opportunità che qualunque sia la modalità scelta, segnalando il codice fiscale del datore di lavoro e il codice rapporto di lavoro, è proposto l’importo complessivo per il trimestre in scadenza, calcolato in base ai dati comunicati all’assunzione o successivamente variati con l’apposita segnalazione. I dati esposti (ore lavorate, retribuzione, settimane) e il conseguente importo, determinato automaticamente, possono sempre essere modificati: – dichiarando i dati da sostituire all’operatore, se la corresponsione avviene tramite Reti Amiche o Contact Center; – facendo ricorso alla procedura a disposizione sul sito Internet per corresponsioni online o per generare un nuovo Mav stampabile. Soltanto nel caso di rapporti di lavoro a carattere temporaneo, occasionale e di breve durata, è possibile ricorrere alla modalità di versamento tramite i buoni lavoro (voucher). Di seguito si riporta la tabella dei contributi relativi all’anno di riferimento 2018:

Rapporti di lavoro di durata fino a 24 ore settimanali – retribuzione oraria effettiva – contributo orario (tra parentesi la quota a carico del lavoratore) con Cuaf (*) senza Cuaf

Retribuzione oraria Contributo orario con Cuaf Contributo orario senza Cuaf*

fino a 7,97 euro 1,51 (0,35) 1,51 (0,35)

da 7,97 euro fino a 9,70 euro 1,70 (0,40) 1,71 (0,41)

oltre 9,70 euro 2,07 (0,49) 2,08 (0,49)

più di 24 ore settimanali 1,10 (0,26) 1,10 (0,26)

(*) Il contributo Cassa Unica Assegni Familiari (Cuaf) è sempre dovuto, esclusi i casi di rapporto di lavoro tra coniugi e tra parenti o affini entro il terzo grado conviventi. (parenti: figli, fratelli o sorelle e nipoti; affini: genero, nuora e cognati). Fra parentesi è invece indicata la quota parte a carico del lavoratore. Se la colf però lavora più di 24 ore settimanali presso la stessa famiglia l’onere previdenziale complessivamente dovuto è di 1,10 euro (0,26) (o di 1,10 (0,26) senza Cuaf) a prescindere dalla retribuzione oraria effettivamente percepita. Da ricordare, infine, che la prossima scadenza, quella relativa al pagamento del 3° trimestre 2018 (periodo luglio – settembre 2018), sarà per il 10 ottobre prossimo.

Gli altri adempimenti

L’appuntamento trimestrale con i contributi Inps o quello mensile con la busta paga non è l’unica incombenza cui sono tenute le famiglie che utilizzano personale domestico. Dalla tipologia del contratto da scegliere alla sua risoluzione, dalla retribuzione alla corretta gestione delle ferie, dei permessi e delle malattie fino al trattamento di fine rapporto sono infatti tante le questioni da affrontare e gestire.

Lavoro

NUOVO NUMERO INAIL

Finora, per chiamare il contact center dell’Inail – Istituto Nazionale Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro – era necessario digitare il numero verde Inps.

Entrambi gli istituti, infatti, hanno gli stessi numeri di telefono: uno gratuito per chi chiama da linea fissa (803 164) e un altro a pagamento per chi utilizza il cellulare (06 164 164). Tuttavia le cose sono cambiate a partire dall’1 luglio 2018 da quando cioè l’Inail ha in dotazione un proprio numero di telefono dedicato.

A differenza però di quanto avvenuto fino adesso, chiamare l’Inail non sarà gratuito poiché non è stato ancora previsto al momento alcun numero verde per coloro che necessitano di informazioni in merito ad infortuni sul lavoro e malattie professionali. Infatti, il nuovo numero Inail (06.6001) è a pagamento e il costo dipende dalle tariffe adottate dal gestore telefonico di ciascun utente. Il nuovo contact center è in ogni caso attivo per 5 giorni a settimana – dal lunedì al venerdì – dalle 09:00 alle 18:00. Dall’1 luglio 2018, quindi, per avere informazioni su pratiche di competenza dell’Inail, non bisogna più contattare il numero verde Inps.

All’Istituto Nazionale Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro si possono chiedere informazioni in merito alla normativa sulla prevenzione e sicurezza sul lavoro, sul premio assicurativo e sulle prestazioni riabilitative e di reinserimento sociale e lavorativo in caso di infortunio. Il numero, inoltre, è utile anche per le casalinghe che vogliono sottoscrivere l’assicurazione contro gli infortuni domestici.

Solo IL 47% ai consumi

PER LE 14ESIME 6,8 MLD

Tempo di quattordicesime. Tra la seconda metà di giugno e la prima di luglio saranno quasi 7,5 milioni gli italiani che riceveranno la mensilità in più, per un importo medio di 1.250 euro per i dipendenti e di 480 euro per i pensionati, per un totale di circa 6,8 miliardi. “Un’iniezione di liquidità consistente, di cui però meno della metà (il 47%, pari a 3,2 miliardi) andrà in consumi”.  È quanto emerge dalle elaborazioni dell’Ufficio Economico Confesercenti sulla base dei dati Istat e un survey SWG.

“Buona parte dello stipendio aggiuntivo – il 29%, o 2 miliardi di euro – verrà infatti usata per le spese fisse e per saldare conti in sospeso e debiti con il fisco, tra cui le ultime rate della rottamazione delle cartelle esattoriali. Ma cresce decisamente anche la quota di risparmiatori, che quest’anno accantoneranno quasi 1,6 miliardi (il 23%) quasi 600 milioni in più dello scorso anno”.

Carlo Pareto

Sanità. Un aiuto per i “forzati del low cost”

dentista

Sono, purtroppo, aumentati gli italiani che, in difficoltà per i costi delle prestazioni sanitarie, rimandano – a volte, addirittura “sine die” – visite specialistiche, prelievi, analisi. Quadro, quest’ultimo, confermato indirettamente dai dati – diffusi proprio oggi – dell’ indagine nazionale ISTAT sulla povertà: da cui emerge che, in Italia, ci sono oltre 5 milioni di poveri assoluti (quasi il 10% della popolazione), che non riescono ad acquistare mensilmente quei beni, e servizi, essenziali per un livello di vita accettabile (quasi 1 milione e 800.000, le famiglie in tale condizione: non solo al Sud,. ma anche nei centri e periferie delle aree metropolitane del nord).

Sulla spesa degli italiani per la salute, una delle indagini specifiche più aggiornate è il Rapporto CENSIS- Rbm Assicurazione Salute 2018, presentato recentemente a Roma al “Welfare Day” : da cui emerge che, intanto, la complessiva spesa sanitaria privata degli italiani arriverà, a fine anno, a ben 40 miliardi di euro (era 37,3 miliardi nel 2017), e, nel periodo 2013-2017, è aumentata del 9,6% rispetto al quadriennio precedente. Pur con forti difficoltà, e a volte procrastinandole, l’ italiano medio, insomma, fa di tutto per affrontare le spese per la salute. Nell’ ultimo anno sono stati 44 milioni i cittadini che han speso soldi di tasca propria (quasi 1000 euro a testa annui) per pagare prestazioni sanitarie, per intero o in parte con il ticket: e 4 cittadini su 10 hanno speso 8 miliardi per prestazioni odontoiatriche (in gran parte, com’è noto, non assicurate dal SSN).

Per quanto riguarda quest’ ultime, un’ altra ricerca sempre del CENSIS, realizzata insieme all’ANDI, Associazione Nazionale Dentisti Italiani, e presentata a maggio scorso a Cernobbio, attesta che la spesa odontoiatrica degli italiani, pur con forti sacrifici, in complesso è anzi ripresa a crescere, dopo gli anni più bui seguiti alla crisi mondiale del 2008-‘ 09: ma pesano fortemente le disuguaglianze. Ben 17 milioni di italiani, quasi un terzo della popolazione, non fanno visite di controllo (addirittura il 70% dei bambini di 6-14 anni). E sono 3,7 milioni i “forzati del low cost”, che scelgono lo specialista solo per il costo basso, senza badare a qualità e sicurezza. Proprio la consapevolezza di tutto questo spinse, nel 2008, l’allora segretario socialista Boselli a includere, nel programma della sinistra riformista per le elezioni politiche, il progetto d’allargare il più possibile le prestazioni odontoiatriche pubbliche. Ma il 26 febbraio scorso, Raffaele Iandolo, da gennaio nuovo presidente della Commissione Albo Odontoiatri della FNOMCEO, interveniva sul tema individuando negli alti costi delle prestazioni odontoiatriche, nella scarsità di fondi pubblici (tranne che in poche Regioni più virtuose) e nelle difficoltà, per il settore pubblico, di tener sotto controllo i costi, i principali fattori che in Italia rendono effettivamente difficile estendere anche all’odontoiatria la copertura del SSN.

Un’alternativa apprezzabile a questa situazione oggi viene da realtà come le imprese con finalità sociali: che negli ultimi anni hanno iniziato a diffondersi anche in Paesi ai primi posti per benessere sociale (la Francia, ad esempio), e in Italia stanno sviluppandosi specialmente proprio nel settore odontoiatrico. A Roma, ad esempio, sono attive cooperative sociali come “Odontocoop”: che da anni realizza iniziative sociali, mediche e formative insieme alle istituzioni locali.. Due dei 4 Centri OIS realizzati da Odontocoop (a Centocelle e al quartiere San Paolo) son stati da tempo riconosciuti dalla Regione Lazio come ambulatori odontoiatrici a tutti gli effetti, e negli ultimi anni hanno attuato progetti di assistenza odontoiatrica domiciliare in alcuni Municipi, e ( con la Regione) di case famiglia per ragazzi con problemi dentali, e incontri sulla prevenzione delle malattie dentali in centri anziani, scuole, asili.

Ma di particolare significato pubblico è la convenzione stipulata recentemente tra i Centri OIS e l’ Ente Nazionale Sordi, basata sull’impiego dell’ innovativo servizio “E- Lisir” (“Evoluzione Lingua Italiana dei Segni con Interprete in Rete). E-lisir è nato, pochi anni fa, sostanzialmente come un App volta a promuovere l’autonomia delle persone con deficit uditivo in tutte le sfere della quotidianità, senza dover sempre ricorrere a interpreti o accompagnatori (oggi la Capitale è la prima città italiana a offrire il servizio E-lisir : in dieci PIT , Punti d’ Informazione Turistica, nonchè in vari uffici comunali, nel I Municipio, alla Casa della Salute, all’ Università Tor Vergata,ecc…).

Con questa convenzione, i pazienti sordi che si recano in uno dei centri OIS possono utilizzare un apposito servizio di videocomunicazione, che permette di collegare il Centro con un Videocentro E-Lisir dotato di interpreti LIS qualificati. Il compito di questi ultimi è rendere più facile la comunicazione tra il paziente e l’operatore sanitario di OIS (dentista, igienista dentale, ecc…), traducendo le istanze del paziente dalla Lingua dei Segni in lingua verbale e, viceversa, traducendo in LIS le indicazioni dell’operatore. Il l paziente trova ad OIS un tablet, che sarà collegato attraverso un App all’interprete LIS, che lo accompagnerà per tutta la durata della visita.In questo modo il paziente sordo otterrà informazioni chiare, dettagliate e aggiornate, in tempo reale, anche in assenza di accompagnatori che svolgano la funzione di interprete.

Si tratta, come si vede, d’ un ‘iniziativa di speciale rilievo sociale, che può migliorare molto il livello di vita delle persone non udenti (anche per le possibili connessioni tra benessere comunicativo e miglioramento della salute anche dentale).

Fabrizio Federici

Istat, oltre cinque milioni di italiani in povertà assoluta

povertàDall’indagine sulla povertà in Italia elaborata dall’Istat è emerso un nuovo record negativo: oltre cinque milioni di italiani vivono in povertà assoluta. L’anno scorso sono stati stimati in povertà assoluta 1 milione e 778 mila famiglie residenti (il 6,9% del totale) rispetto a 1 milione e 619mila famiglie del 2016 (il 6,3% del totale).

Questo dato corrisponde a 5 milioni e 58 mila persone in povertà assoluta (l’8,4% del totale) rispetto a 4 milioni e 742mila persone del 2016 (il 7,9% del totale). In sostanza dall’anno scorso c’è stato un aumento di circa 300.000 persone residenti in Italia finite in povertà assoluta rispetto al 2016.

L’Istat ha commentato: “Si tratta di un trend iniziato con la crisi ma l’elemento preoccupante è la ripresa della crescita della povertà dopo la pausa del 2014”. Il dato del 2017 dimostra come rispetto al 2016 la povertà assoluta sia cresciuta in termini sia di famiglie sia di individui. In crescita anche la povertà relativa. Nel 2017 ha riguardato 3 milioni 171mila famiglie residenti (12,3%, contro 10,6% nel 2016), e 9 milioni 368mila individui (15,6% contro 14,0% dell’anno precedente).

L’incidenza di povertà assoluta è aumentata di due decimi di punto rispetto al 2016 sia per le famiglie sia per gli individui è dovuta all’inflazione registrata nel 2017. Lo ha sostenuto l’Istat  nel rapporto sulla povertà in Italia, presentato oggi. Entrambi i valori sono i più alti della serie storica, che prende avvio dal 2005.

Nel 2017  l’incidenza della povertà assoluta fra i minori è rimasta elevata risultando pari al 12,1%  (1 milione 208mila, era il 12,5% nel 2016); quindi, si è attestata al 10,5% tra le famiglie dove è presente almeno un figlio minore, rimanendo molto diffusa tra quelle con tre o più figli minori (20,9%). L’incidenza della povertà assoluta è  aumentata prevalentemente nel Mezzogiorno  sia per le famiglie (da 8,5% del 2016 al 10,3%) sia per gli individui (da 9,8% a 11,4%), soprattutto per il peggioramento registrato nei comuni Centro di area metropolitana (da 5,8% a 10,1%) e nei comuni più piccoli fino a 50mila abitanti (da 7,8% del 2016 a 9,8%). La povertà è aumentata anche nei centri e nelle periferie delle aree metropolitane del Nord.

L’incidenza della povertà assoluta diminuisce all’aumentare dell’età della persona di riferimento. Il valore minimo, pari a 4,6%, si registra infatti tra le famiglie con persona di riferimento ultra sessantaquattrenne, quello massimo tra le famiglie con persona di riferimento sotto i 35 anni (9,6%). A testimonianza del ruolo centrale del lavoro e della posizione professionale, la povertà assoluta diminuisce tra gli occupati (sia dipendenti sia indipendenti) e aumenta tra i non occupati; nelle famiglie con persona di riferimento operaio, l’incidenza della povertà assoluta (11,8%) è più che doppia rispetto a quella delle famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro (4,2%). Cresce rispetto al 2016 l’incidenza della povertà assoluta per le famiglie con persona di riferimento che ha conseguito al massimo la licenza elementare: dall’8,2% del 2016 si porta al 10,7%. Le famiglie con persona di riferimento almeno diplomata, mostrano valori dell’incidenza molto più contenuti, pari al 3,6%.

L’incidenza della povertà assoluta, spiega l’Istat, è calcolata sulla base di una soglia corrispondente alla spesa mensile minima necessaria per acquisire un paniere di beni e servizi che, nel contesto italiano e per una famiglia con determinate caratteristiche, è considerato essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile. Sono classificate come assolutamente povere le famiglie con una spesa mensile pari o inferiore al valore della soglia (che si differenzia per dimensione e composizione per età della famiglia, per ripartizione geografica e per tipo di comune di residenza). Gli indicatori vengono inoltre forniti a livello di famiglie e caratteristiche della persona di riferimento all’interno della famiglia, e a livello di individui, classificati come poveri se appartenenti a famiglie povere.

Nonostante la crescita economica, incredibilmente crescono anche i poveri per effetto di una pessima distribuzione della ricchezza e per la robotizzazione dei processi produttivi. Per risolvere il triste fenomeno sociale, il nuovo governo, finora vorrebbe avanzare nuove proposte assistenziali per i più poveri ma non è ancora chiaro dove troverà i mezzi finanziari.

Salvatore Rondello

Riscatto laurea, come determinare l’onere. Versamenti Volontari: entro il 30 Giugno pagamento all’inps

Inps

RISCATTO LAUREA

Riscatto laurea, come si determina l’onere dovuto? Il riscatto del titolo di studio è molto importante, in particolare per valorizzare ai fini pensionistici il percorso del proprio ciclo di studi universitari. L’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale) ha fornito in proposito alcune indicazioni, come ha di recente evidenziato il periodico Orizzonte Scuola, a partire, per esempio, da quali periodi si possono riscattare. Essi sono cinque in totale:

i diplomi universitari, i cui corsi non siano stati di durata inferiore a due e superiore a tre anni;

i diplomi di laurea i cui corsi non siano stati di durata inferiore a quattro e superiore a sei anni;

i diplomi di specializzazione conseguiti successivamente alla laurea e al termine di un corso di durata non inferiore a due anni;

i dottorati di ricerca i cui corsi sono regolati da specifiche disposizioni di legge;

i titoli accademici introdotti dal decreto 3 novembre 1999, n. 509 ovvero Laurea (L), al termine di un corso di durata triennale e Laurea Specialistica (LS), al termine di un corso di durata biennale propedeutico alla laurea.

Riscatto laurea, come determinare i costi

L’Inps ha altresì comunicato importanti informazioni riguardo i titoli rilasciati dagli Istituti di Alta Formazione Artistica Musicale: è infatti possibile – secondo quanto chiarito dall’Istituto di previdenza – riscattare a fini pensionistici i nuovi corsi attivati a partire dall’anno accademico 2005-2006 che forniscono il conseguimento dei seguenti titoli di studio: diploma accademico di primo livello; diploma accademico di secondo livello; diploma di specializzazione; diploma accademico di formazione alla ricerca, equiparato al dottorato di ricerca universitario dall’art.3, comma 6, decreto del Presidente della Repubblica 8 luglio 2005, n. 212. Come è noto, il riscatto della laurea può riguardare sia l’intero periodo che un periodo ridotto. Dal 1997 è inoltre possibile riscattare due o più corsi di laurea, con valore retroattivo. Non è invece possibile chiedere la rinuncia o la revoca della contribuzione da riscatto della laurea “legittimamente accreditata a seguito del pagamento del relativo onere”,

Previdenza

VERSAMENTI VOLONTARI: ENTRO IL 30 GIUGNO IL PAGAMENTO ALL’INPS

Scade sabato 30 giugno, il termine ultimo utile per corrispondere all’Inps i contributi volontari relativi al primo trimestre dell’anno corrente (gennaio – marzo 2018). Al riguardo è appena il caso di precisare che nel 2018 per coprire un anno di contribuzione volontaria occorre una spesa minima di 2.941 euro. E se si è stati autorizzati dopo il 31 dicembre del 1995 si deve addirittura spendere 527 euro in più. Entro la fine del corrente mese – come già indicato in apertura – scade quindi il termine per il pagamento riferito al trimestre gennaio – marzo, il primo dei quattro appuntamenti previsti per quest’anno (il secondo del 2018 è infatti fissato al 30 settembre prossimo). L’aumento registrato nel 2018, in confronto al 2017 (ultimo incremento intervenuto per effetto dell’inflazione rilevata dall’Istat nel corso dello stesso anno), è dovuto alla consueta lievitazione delle retribuzioni di riferimento, aggiornate all’1,1% per via dell’inflazione. La «volontaria» – si ricorda – coinvolge numerosi ex lavoratori (soprattutto donne) che hanno scelto di continuare l’assicurazione provvedendo in proprio, con lo scopo di maturare comunque il diritto alla pensione. Da un’occhiata sommaria alle tabelle, i cui parametri vigenti nel 2018 sono indicati in un’apposita, specifica circolare Inps, si nota facilmente come costa sempre di più «farsi» una prestazione pensionistica da soli, per chi si è ritirato prima del tempo dall’attività lavorativa. Non solo, ma in passato – giova sottolinearlo – la sola autorizzazione al versamento ha costituito un ottimo scudo per difendersi dalle novità progressivamente introdotte in materia di requisiti pensionistici. Anche se, dopo la riforma Monti-Fornero, ora non è più così.

Valori 2018. Le somme da corrispondere differiscono a seconda della decorrenza dell’autorizzazione: prima o dopo dicembre 1995. L’ammontare del contributo volontario si ottiene, infatti, applicando alla retribuzione di riferimento (quella dell’ultimo anno di lavoro) l’aliquota contributiva vigente che per gli ex dipendenti è pari al 27,87%, se autorizzati sino al 31 dicembre 1995, e al 33% (per le quote fin ai i 46.123 euro annui) per le autorizzazioni successive.

Esiste anche una retribuzione base (minimale), pari al 40% del minimo di pensione mensile. In altri termini, per il 2018, con un minimale di retribuzione settimanale pari a 202,97 euro, il contributo non può essere inferiore a 66,69 euro per i soggetti autorizzati sino al 31 dicembre 1995 e a 56,56 euro per le autorizzazioni successive.

Il pagamento dei contributi volontari può avvenire in tre modi diversi:

1) utilizzando il bollettino Mav (pagamento mediante avviso);

2) online, sul sito internet www.inps.it;

3) telefonando al numero verde gratuito 803.164, utilizzando la carta di credito;

Una protezione vulnerabile. La possibilità di versare volontariamente in occasione delle precedenti riforme ha sempre costituito una vera e propria polizza assicurativa. A cominciare dall’elevazione del minimo di contributi richiesto per la vecchiaia, innalzato da 15 a 20 anni dalla riforma Amato del 1993, dove è prefigurata la conservazione dei «vecchi» 15 anni in favore dei soggetti autorizzati alla prosecuzione volontaria entro il 31 dicembre 1992. Per non parlare dei famosi «blocchi» temporanei delle pensioni di anzianità, avvenuti più volte tra il 1994 e il 1998, che in questi casi non hanno trovato applicazione,

Adesso la musica è cambiata. Soltanto un ristretto numero di contribuenti volontari è infatti rientrato, in passato, nella schiera dei cosiddetti “salvaguardati” dall’inasprimento dei requisiti pensionistici prefigurati dalla riforma Fornero. Ciò non toglie che la richiesta di autorizzazione alla prosecuzione volontaria, inoltrata alla cessazione o sospensione del servizio lavorativo, sia inutile. Non costa nulla e non è soprattutto impegnativa (nel senso che non si è affatto obbligati a continuare a versare fino alla quiescenza).

Legge 104

QUANDO SI PUÒ CHIEDERE IL CONTRASSEGNO AUTO

Il contrassegno disabili su auto, è un’agevolazione prevista per facilitare la mobilità delle persone che possono usufruire della legge 104. Ecco, in breve sintesi, come è possibile ottenere e rinnovare questo documento.

Intanto incominciamo col dire che si tratta di un tagliando che consente a persone a mobilità ridotta, non vedenti o con altre patologie invalidanti di ottenere facilitazioni nella circolazione e nella sosta – anche in zone vietate agli altri veicoli – delle auto a loro servizio.

Chi rilascia e cos’è il contrassegno disabili auto?

Il contrassegno disabili auto viene rilasciato dal comune di residenza – più precisamente dal sindaco (lo prevede l’art.188 del Codice della Strada, CdS, e l’art. 381 del Regolamento di esecuzione del CdS) – e dura normalmente cinque anni, ma può essere rilasciato anche a tempo determinato se il soggetto richiedente ha un’invalidità temporanea. Il titolo è personale, non è vincolato ad uno specifico veicolo e non è cedibile. Fino al 15 settembre 2012 il contrassegno per auto rilasciato dal Comune era rappresentato da un tagliando di colore arancione, con il simbolo di un uomo sulla sedia a rotelle in nero. Dopo quella data è entrato in vigore un nuovo contrassegno di colore azzurro, e il simbolo dell’uomo sulla sedia a rotelle in bianco su fondo blu. Il nuovo tagliando è valido sul territorio italiano e anche sugli altri ventisette paesi aderenti all’Unione Europea. Dal 15 settembre 2015 i vecchi contrassegni non sono più validi mentre nei nuovi tagliandi è presente la foto del soggetto svantaggiato.

Qual’è l’iter per ottenere il contrassegno disabili auto

Se siamo al primo rilascio, bisogna presentare un’apposita domanda, indirizzata al sindaco del Comune di residenza, allegando come certificazione medica almeno uno di questi due documenti:

il verbale di invalidità rilasciato normalmente dall’Inps;

la certificazione medica che attesta la patologia invalidante – che può essere rilasciato tra gli altri dall’Ufficio di Medicina Legale dell’Azienda Sanitaria Locale di appartenenza.

Se il soggetto richiedente soffre di una patologia invalidante temporanea, il contrassegno verrà rilasciato a tempo determinato – e la certificazione medica deve indicare la durata presumibile di tale invalidità.

Il rilascio del contrassegno permanente è gratuito – può essere chiesto un versamento per i tagliandi temporanei. I tempi del rilascio variano da comune a comune. In caso di rinnovo – attenzione non bisogna far scadere il vecchio tagliando da più di 90 giorni prima di fare questa domanda -, alla solita richiesta indirizzata al sindaco basta allegare un certificato del proprio medico di medicina generale, se il primo documento medico indicava che l’invalidità era permanente – altrimenti si deve seguire lo stesso iter prefigurato per il primo rilascio.

Carlo Pareto

Istat: sempre meno nascite in Italia

L’Istat ha presentato oggi il bilancio demografico dell’Italia. Nel 2017 è proseguita la diminuzione della popolazione residente già riscontrata nei due anni precedenti. Al 31 dicembre del 2017, risiedono in Italia 60.483.973 persone, di cui più di 5 milioni di cittadinanza straniera, pari all’8,5% dei residenti a livello nazionale (10,7% al Centro-nord, 4,2% nel Mezzogiorno).

Complessivamente nel 2017 la popolazione diminuisce di 105.472 unità rispetto all’anno precedente. Il calo complessivo è determinato dalla flessione della popolazione di cittadinanza italiana (202.884 residenti in meno), mentre la popolazione straniera aumenta di 97.412 unità.

Il movimento naturale della popolazione ha registrato un saldo (nati meno morti) negativo per quasi 200 mila unità. Il saldo naturale è positivo per i cittadini stranieri (quasi 61 mila unità), mentre per i residenti italiani il deficit è molto ampio e pari a 251.537 unità. E’ continuato il calo delle nascite in atto dal 2008. Per il terzo anno consecutivo i nati sono meno di mezzo milione (458.151, -15 mila sul 2016), di cui 68 mila stranieri (14,8% del totale), anch’essi in diminuzione. I decessi sono stati quasi 650 mila, circa 34 mila in più rispetto al 2016, proseguendo il generale trend di crescita rilevato negli anni precedenti dovuto all’invecchiamento della popolazione.

Il movimento migratorio con l’estero fa registrare un saldo positivo di circa 188 mila unità, in lieve aumento rispetto all’anno precedente. Nel 2018 sono aumentate le iscrizioni dall’estero: poco più di 343 mila (erano 300.823 nel 2016), di cui l’88% riferite a stranieri. Le cancellazioni per l’estero sono risultate stabili, intorno alle 114 mila unità per gli italiani, di nascita e naturalizzati, mentre sono più di 40 mila per gli stranieri, in leggera diminuzione rispetto agli anni precedenti. Le acquisizioni di cittadinanza registrano una battuta d’arresto rispetto al trend crescente degli anni precedenti: nel 2017 i nuovi italiani hanno superato i 146 mila.

In Italia risiedono persone di circa 200 nazionalità: nella metà dei casi si tratta di cittadini europei (oltre 2,6 milioni). La cittadinanza più rappresentata è quella rumena (23,1%) seguita da quella albanese (8,6%).

E’ stata conferma la maggiore attrattività delle regioni del Nord e del Centro, verso le quali si indirizzano i flussi migratori provenienti sia dall’estero sia dall’interno.

Mariastella Gelmini, capogruppo di Forza Italia alla Camera dei deputati, ha affermato: “L’Istat ci segnala un triste primato per il nostro Paese: continua il calo delle nascite, in atto ormai dal 2008. Nel 2017, per il terzo anno consecutivo, i nati in Italia sono stati meno di mezzo milione (458.151, -15 mila sul 2016), di cui 68 mila stranieri (14,8% del totale), anch’essi in diminuzione. Un dato sconfortante che rappresenta un nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia. Serve una seria politica per la natalità, bisogna investire con decisione e determinazione sulla famiglia, si devono aiutare le giovani coppie, servono misure per le mamme-lavoratrici, bisogna ripensare il welfare, gli asili, le scuole dell’infanzia. È indispensabile, insomma, un cambio di passo. Forza Italia crede convintamente nel rilancio della natalità e farà di questo tema una priorità, uno dei suoi punti chiave per i prossimi mesi. Bisogna credere con ottimismo nel futuro, e i figli rappresentano il miglior viatico per immaginare una nuova Italia, un Paese migliore”.

Anche il fascismo si preoccupava delle culle vuote e varò un programma per incentivare le nascite. Benito Mussolini recitava: “Se le culle sono vuote, l’Italia invecchia e decade”.

Oggi, i figli rappresentano un costo che le famiglie non possono più sostenere. Le precarietà ed i disagi sociali sono in crescita. Quale futuro avranno i nuovi nati rispetto al calo dell’occupazione ? Molto probabilmente potrebbe essere un bene la diminuzione della natalità che potrebbe assicurare un futuro dignitoso ai bambini che nascono oggi. Preoccuparsi del benessere delle famiglie è sicuramente un dovere della politica. Il problema non si risolve soltanto con il miglioramento del welfare che pure è necessario. Occorre principalmente incrementare i redditi delle famiglie attraverso il miglioramento dell’occupazione reale. Una più equa distribuzione della ricchezza e le prospettive future di un miglioramento sociale sono essenziali per dare dignità e serenità alle famiglie, ai lavoratori ed alle future generazioni.

Salvatore Rondello

Istat. Occupati record ma nessuno lo dice

cerco lavoro disoccupazione

Oggi l’Istat ha pubblicato i dati mensili sull’occupazione. Ad aprile 2018 la stima degli occupati ha continuato a mostrare una tendenza alla crescita (+0,3% rispetto a marzo, pari a +64 mila). Il tasso di occupazione si è attestato al 58,4% (+0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente).

La crescita congiunturale dell’occupazione ha interessato tutte le classi di età ad eccezione dei 25-34enni. L’aumento maggiore ad aprile è stato per le donne (+52 mila) e per le persone di 35 anni o più (+77 mila). E’ proseguita la ripresa degli indipendenti (+60 mila) e dei dipendenti a termine (+41 mila), mentre sono diminuiti i permanenti (-37 mila). Ad aprile, la stima delle persone in cerca di occupazione ha registra un aumento dello 0,6% (+17 mila). La crescita della disoccupazione si è concentrata tra gli uomini, distribuendosi in tutte le classi di età ad eccezione dei 35-49enni. Il tasso di disoccupazione si è attestato all’11,2%, risultando stabile rispetto al mese precedente, mentre quello giovanile è salito al 33,1% (+0,6 punti percentuali). Ad aprile la stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni è continuata a diminuire sensibilmente (-0,6%, -74 mila). Il calo ha riguardato donne e uomini ed è diffuso su tutte le classi di età. Il tasso di inattività è sceso al 34,0% (-0,2 punti percentuali rispetto a marzo). Nel periodo febbraio-aprile 2018, la crescita degli occupati è stata dello 0,3% rispetto al trimestre precedente (+67 mila). L’aumento ha interessato entrambe le componenti di genere e tutte le classi di età ad eccezione dei 35-49enni. Sono aumentati i dipendenti a termine (+59 mila) e in misura più lieve gli indipendenti (+14 mila), mentre sono restasti sostanzialmente stabili i dipendenti a tempo indeterminato.

Alla crescita degli occupati nel trimestre si è visto un aumento dei disoccupati (+0,5%, +14 mila) associato a un forte calo degli inattivi (-0,7%, -95 mila). Su base annua, è continuato l’aumento degli occupati (+0,9%, +215 mila). La crescita ha interessato donne e uomini e si è concentrata tra i lavoratori a termine (+329 mila), mentre sono diminuiti i permanenti (-112 mila). Gli indipendenti sono rimasti stabili. Sono cresciuti soprattutto gli occupati ultracinquantenni (+328 mila) e i giovani 15-24enni (+78 mila), mentre sono calati gli occupati tra i 25 e i 49 anni (-191 mila). Nei dodici mesi è aumentato il numero di disoccupati (+0,8%, +24 mila) mentre è calato fortemente quello degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-2,4%, -318 mila).

L’Istat ha spiegato che dopo i livelli massimi della fine del 2014, la disoccupazione è tornata sui livelli della seconda metà del 2012, su cui viaggia ormai già da tempo. Il numero dei disoccupati si è attestata così a 2 milioni 912 mila. Su base annua si registra un calo di 2,5 punti.

Il numero degli occupati infine ha raggiunto il record storico di 23 milioni e 200 mila. Si tratta del dato più alto dall’inizio delle serie storiche (1977). La composizione dell’ occupazione ha visto più donne, più anziani e più lavoratori a tempo determinato.

Ai dati sull’occupazione fanno eco i dati sull’inflazione in crescita per l’aumento dei consumi. Le buone notizie, spesso, misteriosamente, non vengono sufficientemente diffuse dalla grande comunicazione di massa.

Salvatore Rondello