Commercio estero. Dall’Istat segnali di ripresa

Commercio mondialeL’Istat ha comunicato i dati sul commercio estero per il 2016. “A dicembre 2016, rispetto al mese precedente, si registra una crescita sia dell’export (+2,3%) sia dell’import (+2,5%). L’avanzo commerciale è pari a 5,8 miliardi (+5,6 miliardi a dicembre 2015). L’aumento congiunturale dell’export coinvolge entrambe le principali aree di sbocco, con un incremento delle vendite maggiore verso i paesi extra Ue (+2,5%) rispetto all’area Ue (+2,1%).

Rispetto al trimestre precedente, negli ultimi tre mesi dell’anno si rileva una dinamica positiva per entrambi i flussi (+2,4% per l’export e +3,6% per l’import). Le vendite di tutti i principali raggruppamenti di industrie sono in espansione, in particolare per i prodotti energetici (+20,6%) e per i beni di consumo non durevoli (+2,9%).

Nei confronti dello stesso mese dell’anno precedente, a dicembre 2016 crescono sia l’export (+5,7%) sia l’import (+6,1%). Le variazioni tendenziali risultano pari a +8,5% per l’export e +10,0% per l’import se corrette per i giorni lavorativi.

Nel corso dell’anno 2016 le esportazioni sono in crescita (+1,1% in valore e +1,2% in volume) mentre le importazioni registrano una diminuzione (-1,4%) in valore e un aumento (+3,1%) in volume. L’espansione dell’export è da ascrivere esclusivamente ai paesi dell’area Ue (+3,0%); la flessione del valore delle importazioni (-1,4%) al netto dell’energia risulta in aumento (+1,5%). L’avanzo commerciale raggiunge i 51,6 miliardi (+78,0 miliardi al netto dell’energia).

Nel 2016, i mercati più dinamici all’export sono Giappone (+9,6%), Cina e Repubblica ceca (+6,4% entrambe), Spagna (+6,1%) e Germania (+3,8%). Si segnala la forte crescita nell’anno delle vendite all’estero di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici (+6,8%), autoveicoli (+6,3%), mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi (+4,6%) e prodotti alimentari, bevande e tabacco (+4,2%).

Nel 2016, gli acquisti dalla Russia (-26,3%), così come quelli di gas naturale e di petrolio greggio (rispettivamente -28,5% e -20,4%), sono risultati in forte calo. Nel mese di dicembre 2016 l’indice dei prezzi all’importazione dei prodotti industriali aumenta dello 0,5% rispetto al mese precedente e dell’1,6% nei confronti di dicembre 2015.

L’incremento dei prezzi all’importazione dipende principalmente dalle dinamiche del comparto energetico, al netto del quale l’indice registra un più contenuto aumento (+0,1%) rispetto al mese precedente e una diminuzione dello 0,2% in termini tendenziali”. E’ particolarmente evidente il peggioramento delle relazioni commerciali con la Russia per la netta flessione delle importazioni di gas e petrolio greggio. Nel determinare l’avanzo della bilancia commerciale hanno principalmete contribuito i prodotti farmaceutici e medicinali, gli autoveicoli e i mezzi di trasporto, i prodotti agro-alimentari. Discorso a parte meriterebbe la forte espansione delle vendite dei prodotti energetici.

Programmi più ambiziosi si potrebbero fare per il prossimo futuro puntando su settori in cui l’Italia è particolarmente competitiva come l’industria del legno e del mobilio, la cantieristica navale, l’elettronica avanzata, ed altri settori come haute-couture, abbigliamento, etc. in cui l’Italia può vantare alta tecnologia, avanguardia stilistica e innovazione creativa.

Salvatore Rondello

Sale la produzione industriale. Miglior risultato dal 2010

Confindustria-PIL-rialzoBuone notizie per la produzione industriale. Nella media del 2016 la produzione industriale è infatti cresciuta dell’1,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Lo comunica l’Istat spiegando che si tratta del dato più alto dal 2010. Corretto per gli effetti di calendario, a dicembre 2016 l’indice è aumentato in termini tendenziali del 6,6% (i giorni  lavorativi sono stati 20 contro i 21 di  dicembre 2015), dato più alto da agosto 2011 quando si era registrato il +7,1%.

“La produzione industriale cresce in un anno del 6,6%. Nel complesso è il dato migliore dal 2010. Ecco  le riforme del governo Renzi che non funzionano!” scrive su  twitter il senatore Pd Andrea Marcucci commentando i dati. Di parere opposto Nichi Vendola per il quele i dati di oggi non dimostrano l’efficacia delle politiche del governo Renzi. “Il crollo della produzione  industriale degli ultimi 8 anni è vicino al 25%. Il dato di oggi va inserito – ha aggiunto – in un contesto della ripresa delle vendite delle auto ma non incide sul mercato del lavoro e non toglie l’angoscia che l’Italia vive nel suo processo di deindustrializzaizone”.

Per Filippo Taddei, responsabile economia del Pd “il dato sulla produzione industriale conferma che la ripresa economica continua a recuperare quanto  perso dalla grande recessione. Questo dato è ben al di là delle attese, molto più caute, espresse non più di qualche  settimana fa anche dai centri studi delle parti sociali”. “Una produzione crescente è il segno di un Paese che  riprende un poco alla volta il proprio spazio produttivo nel mondo e avrà un effetto positivo sulla crescita del Pil”.

Per i consumatori si tratta di segnali incoraggianti che vanno colti. “Continuano a giungere segnali incoraggianti, che il Governo dovrebbe valorizzare, cogliendo questo momento positivo per lanciare politiche dedicate alla ripresa occupazionale”. Hanno dichiarano Rosario Trefiletti ed  Elio Lannutti, presidenti di Federconsumatori e Adusbef.  Per le associazioni dei consumatori, “è ora di intervenire, dando la massima priorità a interventi che  restituiscano lavoro e con esso dignità e speranze ai cittadini, specialmente ai giovani. La disoccupazione giovanile  in crescita recentemente registrata dall’Istat è un campanello  di allarme – osservano – un segnale da contrastare. Sono ancora troppi i giovani che riescono a mantenersi solo grazie al  sostegno economico di genitori, nonni, parenti, con un onere a  carico delle famiglie che abbiamo calcolato pari a circa 450 euro al mese”.

Positivo anche il commento di Confcommercio che parla di un dato “molto buono, superiore alle attese”. “Si rilevano miglioramenti – continua  la nota di Confcommercio – sia per i beni intermedi sia per i  beni strumentali, indizio di una possibile accelerazione  dell’attività di investimento, del tutto coerente con un grado di utilizzo degli impianti che, nell’ultimo trimestre del 2016, ha raggiunto i livelli più elevati degli ultimi anni”. “Sul piano interno – conclude l’Ufficio studi – la fiducia delle  famiglie resta molto fragile e su quello internazionale prevalgono rischi e incertezze di varia natura”.

L’Istat in catene. L’Assemblea dei precari blocca la porta

istatLe catene della precarietà, da questa mattina, si sono materializzate all’ingresso principale dell’Istituto Nazionale di Statistica. L’Assemblea dei Precari Istat, in seguito all’ennesimo segnale di rifiuto sulla propria stabilizzazione, ha deciso di restituire al governo la chiusura sul proprio futuro occupazionale per il tramite dell’ingresso principale della sede centrale.

L’Assemblea, riunita presso l’ingresso presidenziale, richiede con determinazione un’inversione di tendenza netta e immediata rispetto all’emendamento in discussione al Senato.

I vegani influiscono sul paniere dell’Istat

VegansI dati pubblicati dal RAPPORTO VEGANOK ITALIA 2017 promosso e curato dall’Osservatorio VEGANOK, lo hanno anticipato all’inizio dell’anno: numeri che testimoniano una tendenza ancora più marcata verso una scelta vegan: puntualmente è arrivata una importante conferma perché il nuovo paniere Istat per il calcolo dell’inflazione ha incluso le preparazioni vegane.

Dal rapporto 2017 si evince che sono attualmente il 2,6% le persone che si dichiarano vegane in Italia, di cui il 59% donne e il 41% uomini; i primi 10 mesi del 2016 hanno visto un decremento rispettivamente del 5,8% per le carni rosse, del 5,3% per i salumi e del 3,2% sui prodotti caseari. Sono numeri significativi se si pensa che a questi cali corrispondo interessanti aumenti di prodotti vegan: latti vegetali (+19%), zuppe (+37%), piatti pronti, condimenti, salse e sostituti dei secondi piatti (+27,1%).

Il “RAPPORTO VEGANOK ITALIA 2017” è prodotto dall’Osservatorio VEGANOK, sotto la guida della Dottoressa Paola Cane, specializzata in analisi di mercato con esperienze internazionali di altissimo profilo. Il RAPPORTO VEGANOK ITALIA 2017 è la prima e unica fonte accreditata, competente e autorevole del settore, unico riferimento per brand di varie categorie merceologiche (con produzione vegan o che aspirano a introdurre un comparto produttivo vegan), accessibile e consultabile da stampa e associazioni.

L’Osservatorio VEGANOK delineerà ogni anno in modo preciso quello che è il trend di acquisto vegan analizzandone le direzioni di espansione, in grado di profilare la popolazione vegan definendone il target dal punto di vista del marketing e sotto il profilo sociodemografico e geografico. Analizza le motivazioni dei cittadini che hanno fatto questa scelta, per poi poter prevedere le direzioni di sviluppo del veganismo, e misurare quanto questa evoluzione si possa consolidare ulteriormente fino a diventare un cambiamento così importante da poter essere definito rivoluzionario.

Si ha conferma di una popolazione consapevole e che quando compera vuole conoscere gli ingredienti di quello che acquista perché ambisce alla qualità e al valore del cruelty free. Persone virtuose che desiderano vivere in modo armonico, difendendo scelte di rispetto non solo nei confronti dei propri simili ma anche di tutte le specie animali e del Pianeta. I cittadini vegani non amano gli sprechi perché impattano sull’ambiente, ma hanno stili di vita normali e quindi si nutrono, si vestono, lavorano con le tecnologie e acquistano in varia misura prodotti confezionati e di largo consumo, privilegiando quelli più vicini alle loro necessità e bisogni.

Istat, anno nuovo, paniere nuovo

Ogni anno, l’Istat rivede l’elenco dei prodotti che compongono il paniere di riferimento della rilevazione dei prezzi al consumo finalizzata a misurare l’inflazione. L’aggiornamento tiene conto delle novità emerse nelle abitudini di spesa delle famiglie e in alcuni casi arricchisce la gamma dei prodotti che rappresentano consumi consolidati.

Nel paniere utilizzato nel 2017 per il calcolo degli indici NIC (per l’intera collettività nazionale) e FOI (per le famiglie di operai e impiegati) figurano 1.481 prodotti elementari, raggruppati in 920 prodotti, a loro volta raccolti in 405 aggregati. Per il calcolo dell’indice IPCA (armonizzato a livello europeo) viene invece impiegato un paniere di 1.498 prodotti elementari, raggruppati in 923 prodotti e 409 aggregati.

Nel 2017 entrano nel paniere 12 nuovi beni e servizi: i Preparati di carne da cuocere, i Preparati vegetariani e/o vegani, i Centrifugati di frutta e/o verdura al bar, la Birra artigianale, gli Smartwatch, i Dispositivi da polso per attività sportive, le Soundbar (barre amplificatrici di suoni), l’Action camera, le Cartucce a getto d’inchiostro, le Asciugatrici, le Centrifughe e i Servizi assicurativi connessi all’abitazione. Escono dal paniere le Videocamere tradizionali (sostituite dall’Action camera).

Nel complesso, le quotazioni di prezzo rilevate ogni mese per la stima dell’inflazione sono circa 706.500, di cui più di 493.000 raccolte sul territorio dagli Uffici comunali di statistica e, oltre 137.500 centralmente dall’Istat. Le restanti 76.000 quotazioni provengono dalla base dati dei prezzi dei carburanti del Ministero dello Sviluppo economico.

Sono 80 i comuni che contribuiscono alla stima dell’inflazione per il paniere completo; la copertura territoriale dell’indagine è pari all’83,7% in termini di popolazione provinciale. Altri 16 comuni partecipano alla stima dell’inflazione solo per un sottoinsieme di prodotti (tariffe locali e alcuni servizi); il loro peso sul paniere NIC è del 6,0%, mentre la copertura territoriale dell’indagine è del 92,4%. Da quest’anno è invece completa la copertura territoriale per il monitoraggio dei prezzi dei carburanti (benzina, gasolio, GPL e metano).

Sono circa 41.700 le unità di rilevazione (punti vendita, imprese e istituzioni) presenti nei comuni, mentre ammontano a quasi 8.000 le abitazioni presso le quali sono rilevati i canoni d’affitto.

Così, l’inflazione dello 0,5% misurata a dicembre 2016 con il vecchio paniere, a gennaio del 2017, con l’introduzione del nuovo paniere, è passata a 0,9% diventando la più alta dal 2013. Ma quale sarebbe stata l’inflazione a dicembre scorso se fosse stata misurata anch’essa, per assurdo, con l’applicazione del nuovo paniere ? Una legittima curiosità per gli italiani ed anche per gli studiosi di economia che amano i confronti statistici possibilmente su basi tendenzialmente omogenei.

Salvatore Rondello

Occupazione stabile. Aumentano i giovani senza lavoro

disoccupazione giovanile al 40%

L’ISTAT comunica i dati sulla disoccupazione relativi al mese di dicembre 2016. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 12%, invariato rispetto al mese precedente, ma in rialzo dello 0,4% sul mese di dicembre 2015. Dopo giugno 2015 in cui il tasso di disoccupazione era salito al 12,2%, quello attuale è il tasso più alto.

I disoccupati complessivi ammontano a 3.103.000 con un incremento di 9.000 unità sul mese di novembre 2016 e di 144.000 unità rispetto al mese di dicembre 2015. Ancora in calo gli inattivi tra i 15 ed i 64 anni con meno 15.000 unità su novembre scorso e meno 478.000 unità su dicembre 2015. Il tasso di inattività del 34,8% di dicembre è tra i minimi storici.

Gli occupati sono rimasti sostanzialmente stabili sul mese di novembre (+1.000), mentre sono cresciuti di 242.000 unità sul mese di dicembre 2015 (+1,1%). Sulla base dei dati destagionalizzati, gli occupati complessivamente registrati a dicembre sono stati 22.783.000. Il tasso di occupazione resta invariato al 57,3% rispetto al mese di novembre, mentre è in aumento dello 0,7% su dicembre 2015. I lavoratori dipendenti sono in aumento di 52.000 unità su novembre (soprattutto per i lavoratori a tempo determinato) mentre i lavoratori indipendenti sono diminuiti di 52.000 unità.

Disoccupazione-giovaniIl tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 ed i 24 anni è in risalita toccando il 40,1% tra gli occupati ed i disoccupati di quella fascia di età. Il valore è aumentato di 0,2 punti percentuali sul mese precedente raggiungendo il livello più alto da giugno 2015.

I dati dimostrano che la situazione occupazionale potrebbe peggiorare e che la crisi non è ancora superata. Purtroppo, come ha recentemente sostenuto anche il FMI, per la situazione italiana non ci sono margini per un abbassamento della pressione fiscale tenuto conto dell’alto rapporto deficit/Pil. Forse potrebbero esserci almeno due vie per tentare di migliorare la situazione economica: rendere più efficiente la pubblica amministrazione per i servizi ai cittadini ed alle imprese ed incoraggiare la ricerca scientifica.

Salvatore Rondello

Istat, sale il fatturato dell’industria

Italia-crescita-industriaA novembre per l’industria si rileva – rispetto al mese precedente – un aumento significativo sia del fatturato (+2,4%), sia degli ordinativi (+1,5%). Lo comunica l’Istat evidenziando come l’incremento del fatturato è maggiore sul mercato interno (+3,1%) rispetto a quanto rilevato sul mercato estero (+0,9%). Gli ordinativi, invece, aggiunge l’istituto, registrano incrementi maggiori sul mercato estero (+2,4%) rispetto all’interno (+1,0%). Su base annua corretto per gli effetti di calendario il fatturato totale cresce del 3,9%, con un incremento del 4,8% sul mercato interno e del 2,2% su quello estero. Rispetto a novembre 2015, l’indice grezzo degli ordinativi si mantiene invece sostanzialmente stabile (+0,1%). L’incremento più rilevante si registra nella fabbricazione di apparecchiature elettriche (+11,6%), mentre la flessione maggiore si osserva nell’elettronica (-54,7%).

Nella media degli ultimi tre mesi, spiega l’Istat, l’indice complessivo del fatturato aumenta dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti (-0,1% per il fatturato interno e +0,7% per quello estero); quello degli ordinativi diminuisce del 2,3%.

Un anno in deflazione.
Non succedeva da mezzo secolo. Quali i rischi

Il versamento entro il 31 gennaio

INAIL: CASALINGHE ALLA CASSA

La legge 493/1999 stabilisce che sono obbligati ad assicurarsi contro gli infortuni in ambito domestico i soggetti che: hanno un’età compresa tra i 18 e i 65 anni compiuti; svolgono il lavoro per la cura dei componenti della famiglia e della casa; non sono legati da vincoli di subordinazione; prestano lavoro domestico in modo abituale ed esclusivo. L’ambito domestico, secondo la norma, coincide con l’abitazione e le relative pertinenze (soffitte, cantine, giardini, balconi) dove risiede il nucleo familiare dell’assicurato. Se l’immobile fa parte di un condominio, si considerano come ambito domestico anche le parti comuni (androne, scale terrazzi, ecc.). Ma rientrano anche tra i luoghi tutelati le residenze temporanee scelte per le vacanze, a condizione che si trovino nel territorio nazionale. Non è tutelato, invece, l’infortunio in itinere. Matrimonio, parentela, affinità, adozione, tutela, vincoli affettivi e coabitazione sono i criteri che definiscono, ai sensi della legge 493/1999, il nucleo familiare rispetto ad altre esperienze di vita insieme. In base ai requisiti assicurativi indicati, si devono pertanto assicurare: gli studenti anche se studiano e dimorano in una località diversa dalla città di residenza e che si occupano dell’ambiente in cui abitano; tutti coloro che, avendo già compiuto i 18 anni, lavorano esclusivamente in casa per la cura dei componenti della famiglia (ad esempio ragazzi e ragazze in attesa di prima occupazione); i titolari di pensione che non hanno superato i 65 anni; i lavoratori in mobilità; i cittadini stranieri che soggiornano regolarmente in Italia e non hanno altra occupazione; i lavoratori in cassa integrazione guadagni; i soggetti che svolgono un’attività lavorativa che non copre l’intero anno (lavoratori stagionali, lavoratori temporanei, lavoratori a tempo determinato); l’assicurazione, in questo caso, deve ricoprire soltanto i periodi in cui non è stata svolta attività lavorativa. Ma siccome il premio assicurativo non è frazionabile la quota va corrisposta per intero, anche se la copertura assicurativa è valida solo nei periodi in cui non è stata espletata altra attività lavorativa. Nell’ambito di uno stesso nucleo familiare possono assicurarsi più persone (ad esempio: madre e figlia). Sono invece esclusi dall’obbligo assicurativo: coloro che hanno meno di 18 anni o più di 65 anni; i lavoratori socialmente utili (Lsu); i titolari di una borsa lavoro; gli iscritti a un corso di formazione e/o a un tirocinio; i lavoratori part time; i religiosi. Sono esonerati dal pagamento del premio assicurativo contro gli infortuni in ambito domestico i soggetti che hanno un reddito al di sotto di una determinata soglia. In tal caso il premio è posto a carico dello Stato. In particolare, sono esentati dal versamento coloro che contemporaneamente: hanno una situazione reddituale personale complessiva lorda fino a 4.648,11 euro annui; fanno parte di un nucleo familiare il cui reddito complessivo lordo non supera i 9.296,22 euro annui. Coloro che possiedono i requisiti di legge ma non versano l’assicurazione, sono soggetti ad una sanzione da parte dell’Inail, graduata in relazione al periodo di trasgressione e per un importo non superiore, comunque, all’equivalente del premio (12,91 euro). Coloro che non provvederanno alla corresponsione dell’onere indicato entro il trentuno gennaio prossimo incorreranno nelle sanzioni prescritte, pari – come detto – a un importo non superiore comunque all’entità del premio stesso. Per quelli, invece, che lo praticheranno in ritardo l’assicurazione decorrerà dal giorno successivo a quello in cui è stato effettuato il pagamento. Sono a disposizione degli assicurati Contact center, Inail sms e associazioni di categoria che forniscono tutte le informazioni necessarie a risolvere dubbi su aspetti normativi e procedurali.

Per il momento l’Inail eroga una sola prestazione: la rendita vitalizia, che viene concessa per infortuni che abbiano provocato una riduzione della capacità lavorativa al di sopra del 33 per cento. Nell’ipotesi in cui non sia stato pagato il premio assicurativo dovuto, il trattamento non viene attribuito. Gli interessati, se occorre, possono eventualmente recarsi anche presso un qualsiasi  Ente di patronato legalmente riconosciuto, in grado di fornire tutte le notizie utili per essere informati sul tipo di assicurazione e sulle modalità di iscrizione e di versamento dell’onere e di assistere, inoltre, essendo in collegamento con il sistema informatico dell’Istituto, il cittadino per tutti gli adempimenti necessari a formalizzare l’adesione.

La tutela riservata alle casalinghe non è tuttavia perfettamente corrispondente a quella relativa a tutti gli altri lavoratori in campo extra domestico. Innanzitutto vengono risarciti soltanto gli infortuni e non le malattie professionali come ad esempio le dermatiti da contatto che possono insorgere e scatenarsi a seguito dell’uso protratto di detergenti. Non è riconosciuto neppure l’infortunio in itinere, cioè l’incidente che può verificarsi se l’assicurata esce di casa per andare a fare la spesa. La rendita, poi, spetta solo se si raggiunge almeno il 27 per cento di limitazione funzionale assoluta e permanente per gli infortuni occorsi però a partire dal primo gennaio 2007 o al 33 per cento di invalidità assoluta e permanente, (percentuale che corrisponde, ad esempio, alla perdita di un occhio)  per quelli avvenuti fino al 31 dicembre 2006 e non esiste tra l’altro nemmeno una forma di prestazione economica per inabilità temporanea. A differenza degli infortuni sul lavoro, inoltre, non viene indennizzato il danno biologico e in caso di evento mortale è contemplato, ma solamente a far tempo dal 17 maggio del 2006, un assegno di reversibilità per i superstiti che possono vantare il possesso dei prescritti requisiti fissati dalla legge. Infine, non è ipotizzata una revisione della rendita in caso di aggravamento della patologia derivante dall’infortunio.

Cgia

INEFFICIENZA PA COSTA 30MLD L’ANNO

L’inefficienza della Pubblica amministrazione costa oltre 30 miliardi di euro all’anno di mancata crescita. La denuncia è dell’Ufficio studi della Cgia Rispetto ai 206 territori rilevati dallo studio, sette regioni del Mezzogiorno si collocano nelle ultime 30 posizioni: la Sardegna al 178/o posto, la Basilicata al 182/o, la Sicilia al 185/o, la Puglia al 188/o, il Molise al 191/o, la Calabria al 193/o e la Campania al 202/o posto. Solo Ege (Turchia), Yugozapaden (Bulgaria), Istanbul (Turchia) e Bati Anadolu (Turchia), presentano uno score peggiore della Pa campana. Tra le realtà meno virtuose troviamo anche una regione del Centro, come il Lazio, che si piazza al 184 posto della graduatoria generale. Tra le migliori 30 regioni europee, invece, non vi è nessuna amministrazione pubblica italiana. La prima, la Provincia autonoma di Trento, si colloca al 36/o posto della classifica generale. La Provincia autonoma di Bolzano al 39/o, la Valle d’Aosta al 72/o e il Friuli Venezia Giulia al 98/o. Appena al di sotto della media Ue troviamo al 129/o posto il Veneto, al 132/o l’Emilia Romagna e di seguito tutte le altre. Questa classifica, segnala l’Ufficio studi della Cgia, è tarata su un indice di qualità che è il risultato di un mix di quesiti posti ai cittadini che riguardano la qualità dei servizi pubblici ricevuti, l’imparzialità con la quale vengono assegnati e la corruzione. Il risultato finale è un indicatore che varia dal +2,781 ottenuto dalla regione finlandese Aland (1/o posto in Ue) al -2,658 della turca Bati Anadolu (maglia nera al 206 posto). Il dato medio Ue è pari a zero. Nella classifica generale la Pa italiana si colloca al 17/o posto su 23 Paesi analizzati. Solo Grecia, Croazia, Turchia e alcuni Paesi dell’ex blocco sovietico presentano un indice di qualità della Pa inferiore al nostro. A guidare la classifica, invece, sono le Pa dei paesi del nord Europa (Danimarca, Finlandia, Svezia, Paesi Bassi). Per il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo “dagli inizi degli anni ’90 ad oggi sono state 18 le riforme che hanno interessato la nostra Pa. Sebbene le aspettative fossero molte, in tutti questi anni i risultati ottenuti sono stati deludenti. In molti settori la qualità dei servizi erogati ai cittadini e alle imprese è diminuita e nonostante l’avvento del web ci permetta di scaricare molti documenti dal computer di casa, le code agli sportelli, ad esempio, sono aumentate. L’Istat denuncia che, rispetto al 2015, dopo 20 minuti di attesa presso gli uffici comunali dell’anagrafe, oggi la fila si è idealmente allungata di 11 persone e agli sportelli delle Asl addirittura di 18”. La nostra Pa, peraltro, presenta per gli Artigiani di Mestre delle punte di eccellenza in molti settori che non hanno eguali nel resto d’Europa. “La sanità al Nord, le forze dell’ordine, molti centri di ricerca e istituti universitari italiani – ha sottolineato il segretario della Cgia Renato Mason – presentano delle performance che non temono confronti. Tuttavia è necessario migliorare l’efficienza media dei servizi offerti dalle amministrazioni pubbliche, affinché siano sempre più centrali per il sostegno della crescita, perché migliorare i servizi vuol dire migliorare il prodotto delle prestazioni pubbliche e quindi l’impatto dell’attività amministrativa sullo sviluppo del Paese”.

Deflazione

COS’E’ E QUALI SONO I RISCHI

L’Italia archivia il 2016 in deflazione, con un risultato che non si verificava da oltre mezzo secolo. L’ultima volta, infatti, risaliva al 1959. Tutti sanno che cos’è l’inflazione: si ha quando i prezzi aumentano. Ma cos’è la deflazione? Semplicemente il suo contrario: la riduzione dei prezzi. Un bene o un male? Dipende. La deflazione può infatti essere positiva o negativa. Nel primo caso la diminuzione dei prezzi è dovuta ad abbondanza di offerta. Nel secondo caso, è dovuta a bassa domanda. In altre parole, alla stagnazione dell’economia. La deflazione registrata nel corso del 2016 “porta l’Italia indietro di 60 anni, determinando effetti recessivi per l’intera economia del paese”, evidenzia il Codacons fotografando la situazione. “La frenata dei prezzi al dettaglio nel 2016 è il frutto del crollo record dei consumi registrato in Italia negli ultimi anni. “L’attesa ripartenza della spesa da parte delle famiglie non si è verificata, e complessivamente negli ultimi 8 anni i consumi degli italiani sono calati di ben 80 miliardi di euro. Come se ogni nucleo familiare avesse ridotto gli acquisti per 3.333 euro dalla crisi economica ad oggi. Numeri che hanno avuto effetti diretti su prezzi e listini, con una variazione negativa dello 0,1% su base annua”. La deflazione, osserva la Coldiretti, “ha effetti devastanti nelle campagne dove i prezzi riconosciuti agli agricoltori crollano mediamente di circa il 6% nel 2016 ed in alcuni casi come per il grano non coprono neanche i costi di produzione. Gli agricoltori nel 2016 – sottolinea la Coldiretti – hanno dovuto vendere più di tre litri di latte per bersi un caffè o quindici chili di grano per comprarsene uno di pane ma la situazione non è migliore per le uova, la carne o per alcuni prodotti orticoli”. Da più parti, in sostanza, si fa notare il circolo vizioso innescato dalla deflazione: il calo dei prezzi produce l’aspettativa di ulteriori cali futuri e può portare al continuo rinvio degli acquisti. Tutto questo, evidentemente, ha un impatto sull’attività delle imprese, sui bilanci e sui livelli occupazionali. “Nel corso dell’anno che si è appena concluso -osservano Federconsumatori e Adusbef -abbiamo sottolineato con insistenza la drammaticità delle condizioni in cui versa la nostra economia, pertanto le rilevazioni dell’Istituto di Statistica non ci sorprendono affatto. Allo stesso tempo, però, siamo preoccupati per i primi segnali che ci giungono in merito ad aumenti importanti dei prezzi di carburanti, autostrade, energia elettrica e gas, quindi è necessario che il Governo metta in atto capillari controlli per evitare che si inneschino intollerabili meccanismi speculativi a spese dei cittadini”.

Come si inverte la tendenza? “L’economia deve essere risollevata attraverso interventi che diano una scossa alla domanda interna e che rilancino l’occupazione. Invochiamo azioni concrete che restituiscano prospettive al Paese e che aprano una nuova fase di sviluppo”, hanno affermato Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, presidenti di Federconsumatori e Adusbef.

Carlo Pareto

Dall’Europa tirata di orecchie all’Italia sul debito

commissione-europeaLa Commissione Ue invierà oggi una lettera all’Italia in cui chiede al Governo di assumere impegni precisi sulla correzione dei conti entro il primo febbraio, data della pubblicazione delle nuove previsioni economiche. Secondo quanto anticipato da Repubblica il ‘gap’ da colmare per rispettare gli accordi sulla riduzione del deficit strutturale è pari allo 0,2% del pil, quindi già uno ‘sconto’ rispetto alla differenza di 0,3% evidenziata a novembre nell’opinione sulla legge di stabilità.

Ma il Mef rivela che da Bruxelles non è arrivato nessun avviso in tal senso. “Sono in corso in questi giorni contatti con la Commissione – affermano fonti del Ministero dell’Economia e delle Finanze – per valutare i passi opportuni per evitare l’apertura di una procedura di infrazione e al tempo stesso scongiurare il rischio che interventi restrittivi sul bilancio compromettano la crescita riavviata nell’economia nazionale a partire dal 2014 ma ancora debole”. Le stesse fonti del Mef fanno rilevare come “peraltro non è ancora pervenuta alcuna lettera” da Bruxelles.

Il 5 dicembre scorso, ricordano al Tesoro, si è tenuta una riunione dell’Eurogruppo nella quale i ministri delle finanze della Zona euro hanno invitato l’Italia fare passi utili ad assicurare che il bilancio 2017 risulti conforme alle regole del Patto di stabilità e crescita. “Tali passi – fanno rilevare dal Mef – sarebbero cruciali per evitare l’apertura di una procedura di infrazione a causa dell’elevato livello di debito pubblico”. Dal canto suo, “il Governo italiano ha già ricordato che il percorso di riduzione del rapporto debito pubblico/PIL, stabilizzatosi rispetto alla tendenza degli ultimi 8 anni, non registra ancora un’adeguata propensione alla contrazione a causa di due fattori fuori dal controllo del Governo: l’andamento dei prezzi negativo che incide sull’andamento nominale del prodotto interno lordo (proprio oggi l’Istat ha confermato che in media nell’anno 2016 i prezzi al consumo hanno registrato una variazione negativa (-0,1%) come non accadeva dal 1959; le condizioni avverse dei mercati finanziari che non hanno reso possibile la cessione di beni del patrimonio dello Stato a condizioni adeguate (pur in presenza di una dinamica insoddisfacente del debito pubblico, infatti, è intenzione del Governo evitare di svendere asset nazionali)”.

LUCI E OMBRE

operai-fabbrica-lavoroLa disoccupazione torna a salire e ancora una volta a discapito dei giovani. Nel mese di novembre il tasso di disoccupazione in Italia sale all’11,9% dall’11,8% rivisto del mese precedente, toccando il livello massimo da giugno 2015. I dati sono quelli dell’Istat. E il tasso di disoccupazione nella fascia di età 15-24 anni, ovvero l’incidenza dei giovani disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca di lavoro, è in rialzo a novembre al 39,4% dal 37,6% rivisto del mese precedente, registrando il livello massimo da ottobre 2015. A novembre il tasso di occupazione risulta al 57,3%, in leggero rialzo dal 57,2% di ottobre. Gli occupati sono in lieve crescita (+0,1%, pari a +19 mila unità).

L’aumento, spiega Istat, riguarda in particolare donne e ultracinquantenni. Il numero di inattivi, nel mese in esame, scende dello 0,7% (-93.000 unità), mentre il tasso di inattività cala di 0,2 punti percentuali a 34,8%.

Nel dettaglio i dati mensili comunicati dall’Istat, per il mese di novembre confermano la tendenza di crescita della disoccupazione, l’aumento dell’occupazione e la diminuzione degli inattivi. Nel mese di novembre gli occupati sono in lieve crescita rispetto a ottobre (+0,1%, pari a +19 mila unità su base mensile e +0.9% pari a +201.000 rispetto al mese di novembre 2015). L’aumento riguarda le donne e le persone ultracinquantenni. Aumentano, in questo mese, gli indipendenti e i dipendenti permanenti, calano i lavoratori a termine. Il tasso di occupazione è pari al 57,3%, in aumento di 0,1 punti. Su base annua la crescita si concentra quasi esclusivamente sugli over 50.

I dati mensili confermano un quadro di sostanziale stabilità dei livelli complessivi che si protrae da alcuni mesi: nel periodo settembre-novembre si registra un lieve calo degli occupati rispetto al trimestre precedente (-0,1%, pari a -21 mila). Il calo interessa gli uomini, le persone tra 15 e 49 anni e i lavoratori dipendenti, mentre si rilevano segnali di crescita per le donne e gli over 50.

La stima dei disoccupati a novembre è in aumento (+1,9%, pari a +57 mila), dopo il calo dello 0,6% registrato nel mese precedente. L’aumento è attribuibile a entrambe le componenti di genere e si distribuisce tra le diverse classi di età ad eccezione degli ultracinquantenni. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto l’11,9%, in aumento dello 0,2% su base mensile (pari a +57.000 su ottobre) e dello 0,5% rispetto a novembre 2015 (pari a +165.000). Complessivamente risultano 3.089.000 disoccupati raggiungendo il livello più alto dopo giugno 2015.

Il tasso di disoccupazione giovanile è salito a +39.4%, in aumento dell’1,8% rispetto al mese precedente toccando il livello più alto da ottobre 2015. Il tasso di occupazione giovanile diminuisce dello 0,1% mentre il tasso di inattività (inclusivo delle persone impegnate negli studi) diminuisce dello 0,6%.

La maggiore partecipazione al mercato del lavoro a novembre, in termini sia di occupati sia di persone in cerca di lavoro, si associa al calo della stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,7%, pari a -93 mila rispetto al mese di ottobre). Il calo interessa entrambe le componenti di genere e tutte le classi di età. Il tasso di inattività tra i minimi storici scende al 34,8%, in diminuzione di 0,2 punti percentuali.

Nel periodo settembre-novembre al lieve calo degli occupati si accompagna la crescita dei disoccupati (+2,4%, pari a +72 mila) e il calo delle persone inattive (-0,6%, pari a -78 mila).

Salvatore Rondello