Def. Istat, un Paese con giovani in perenne disagio

istat defSono già iniziate le audizioni in Parlamento sul Def prima di passare al dibattito parlamentare e successivamente al voto per l’approvazione.
Particolare importanza assume l’audizione dell’Istat sullo stato di salute dell’economia italiana. Davanti alla Commissione Bilancio del Parlamento, Roberto Mannucci, direttore del dipartimento per la produzione statistica dell’Istat ha dichiarato: “Nonostante il miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie, nel 2016 non si è osservata una riduzione dell’indicatore di grave deprivazione materiale, corrispondente alla quota di persone in famiglie che sperimentano sintomi di disagio. Secondo i dati provvisori del 2016, tale quota si attesta all’11,9%, 7,2 milioni di italiani, sostanzialmente stabile rispetto al 2015. Serve uno scatto dell’economia per centrare gli obiettivi di crescita del Pil previsti dal Governo per il 2017 (+1,1%). Le oscillazioni del commercio estero e della produzione industriale osservati nei mesi di gennaio e febbraio potrebbero rappresentare dei fattori di rischio per la crescita del primo trimestre 2017”.
Tra il 2015 e il 2016 l’indice di grave deprivazione peggiora per le persone anziane (65 anni e più), passando dall’8,4% all’11,6%, pur rimanendo al di sotto del dato riferito all’insieme della popolazione, e per chi vive in famiglie con persona di in cerca di occupazione (da 32,1% a 35,8%). In lieve diminuzione, invece, la quota della popolazione con meno di 18 anni, pari al 12,3% (pari a 1 milione e 250 mila minori). Questi dati, osserva Monducci, “confermano dunque l’urgenza degli interventi previsti dal governo per il contrasto alla povertà”.
Poi ha evidenziato: “Il segnale che arriva è quello di una situazione del mercato del lavoro ancora sfavorevole per la fascia di età 25-34 anni. Per gli under35 senza lavoro trovare un posto risulta, infatti, sempre più difficile. Nel primo trimestre abbiamo una forte turbolenza sul piano produttivo che implica un’accelerazione. Quindi, potremmo avere un problema nel primo trimestre ma lo scenario in corso d’anno è positivo e rende plausibile una progressiva accelerazione per raggiungere il target di crescita dell’1,1% del Prodotto interno lordo. Ricapitolando, risulta necessaria una promessa di tassi di crescita rilevanti, significativi, in corso d’anno. Infatti, si segnala che una crescita nel primo trimestre in linea o inferiore a quella osservata negli ultimi tre mesi del 2016, ovvero dello 0,2%, richiederebbe, ai fini del raggiungimento degli obiettivi indicati dal governo per il 2017, una accelerazione dei ritmi di espansione nei trimestri successivi. I dati longitudinali della rilevazione sulle forze di lavoro consentono di effettuare un’analisi delle transizioni verso l’occupazione degli individui disoccupati a un anno di distanza. L’esercizio è stato realizzato per i 25-34enni confrontando i tassi di permanenza e transizioni osservati tra il quarto trimestre 2015 e il quarto trimestre 2016 con quelli degli analoghi periodi dei due anni precedenti. Il 21,2% dei 25-34enni disoccupati nel quarto trimestre del 2015 è occupato un anno dopo, il 43,8% risulta ancora disoccupato e il 35% inattivo. La quota di giovani che ha trovato lavoro nel periodo è più bassa sia rispetto a quella registrata nello stesso periodo dell’anno precedente (27,9%) sia di due anni prima (24,4%)”.
L’Italia è tra i Paesi europei con il tasso di occupazione degli under 35 più basso in Europa. Quanto alla fascia di età successiva, dei 25-34enni: solo il 60,3% lavora, situazione che costituisce una criticità per il presente e il futuro di queste generazioni, che rischiano di non avere una storia contributiva adeguata. Monducci, continuando ha detto: “Il loro scarso impiego, inoltre, indica una grave situazione di sottoutilizzo di un segmento di popolazione ad elevato impatto potenziale sullo sviluppo economico del Paese”.
Il direttore dell’Istat, proseguendo ad esaminare i vari aspetti di finanza pubblica, a cominciare dagli investimenti, che nel 2016 sono scesi del 4,5%, registrando il settimo calo annuo consecutivo, ha spiegato: “In discesa anche la spesa per interessi (-2,6%). Per effetto del rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato nella fase finale del 2016, la spesa per interessi registra nel quarto trimestre una variazione tendenziale nulla che interrompe la tendenza alla riduzione iniziata nel primo trimestre 2013. Gli investimenti misurati a prezzi correnti hanno registrato nel decennio 2007-2016 una flessione del 18,1%; a partire dal 2015, c’è stato un recupero della spesa per investimenti lordi, con un’accelerazione nel 2016”.

Salvatore Rondello

Istat. A marzo l’inflazione si raffredda

istat inflazioneNon sorprendono i dati sull’inflazione in discesa comunicati oggi dall’Istat. “Nel mese di marzo 2017, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, non varia su base mensile e registra un aumento dell’1,4% rispetto a marzo 2016 (da +1,6% di febbraio), confermando la stima preliminare.

L’incremento tendenziale dell’indice generale continua ad essere determinato principalmente dai Beni energetici non regolamentati (+11,3%) e dagli Alimentari non lavorati (+6,2%), la cui crescita è in calo rispetto al mese precedente quando era pari a +12,1% per i primi e a +8,8% per i secondi. A sostenere l’inflazione si aggiunge la dinamica dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+2,5%, in lieve accelerazione da +2,4% di febbraio).

Di conseguenza, l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, sale di un solo decimo di punto percentuale (+0,7%, da +0,6% del mese precedente), mentre quella al netto dei soli Beni energetici scende a +1,2%, da +1,3% di febbraio.

La stabilità su base mensile dell’indice generale è il risultato di variazioni pressocchè nulle dei prezzi di buona parte delle tipologie di prodotto. Fanno eccezione i prezzi dei Beni alimentari non lavorati, la cui diminuzione (-2,7%) è compensata dall’aumento dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+1,1%).

Su base annua la crescita dei prezzi dei beni rallenta (+1,7%, da +2,0% di febbraio), mentre il tasso di crescita dei prezzi dei servizi sale a +1,0%, da +0,9%. Pertanto, a marzo il differenziale inflazionistico negativo tra servizi e beni si ridimensiona portandosi a -0,7 punti percentuali (da -1,1 di febbraio).

L’inflazione acquisita per il 2017 è pari a +1,1% per l’indice generale, a +0,3% per la componente di fondo.

I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona diminuiscono dello 0,9% su base mensile e registrano un aumento del 2,3% su base annua (era +3,1% a febbraio).

I prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto scendono dello 0,4% in termini congiunturali e registrano una crescita su base annua del 2,7%, da +3,2% del mese precedente.

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta dell’1,9% su base mensile e dell’1,4% su base annua (la stima preliminare era +1,3%), da +1,6% di febbraio.

L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, non varia su base mensile e registra un aumento dell’1,4% nei confronti di marzo 2016”.

Continua, sia pure in misura più limitata, l’erosione del potere di acquisto dei salari e delle pensioni. L’effetto erosivo è dovuto agli aumenti registrati sui beni di prima necessità (energetici ed alimentari) che permagono superiori alla media dell’inflazione.

Salvatore Rondello

QUALCOSA SI MUOVE

istat-produzione-industrialeLa produzione industriale a febbraio 2017 cresce dell’1% rispetto a gennaio 2017 secondo le statistiche Istat, che mostrano un rimbalzo dopo il risultato negativo di inizio anno. Rispetto a febbraio 2016 c’è un aumento dell’1,9% nei dati corretti per gli effetti di calendario e un calo del 2% nei dati grezzi, a causa della differenza dei giorni lavorati, uno in meno. Sul mese risultano in espansione i beni strumentali (+2,9%) e i beni intermedi (+2,2%), diminuisce invece la produzione nell’energia (-6,2%) e nei beni di consumo (-0,2%).

Nella media dei primi due mesi dell’anno la produzione è aumentata dello 0,9% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. I dati su base annua corretti registrano un “significativo aumento nel comparto dell’energia (+7%) e, in misura più limitata, nel comparto dei beni intermedi (+2,4%); diminuzioni segnano invece i beni strumentali (-1,5%) e i beni di consumo (-1,1%)”, osserva l’Istat.
Per quanto riguarda i settori di attività economica, a febbraio 2017 i comparti che registrano la maggiore crescita tendenziale sono quelli della fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+10,9%), della fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+4,5%) e della attività estrattiva (+4%). Le diminuzioni maggiori si registrano nei ettori della produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (-5,8%), della fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi ?(-5,4%) e delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (-5%). Un vero proprio balzo in avanti lo registra il settore auto che in Italia aumenta dell’8,5% a febbraio 2017 rispetto all’anno precedente.

I consumatori però non festeggiano affatto. Anzi, per Federconsumatori e Adusbef , la crescita della produzione industriale registrata dall’Istat a febbraio non è “dovuta ad un incremento della domanda di beni da parte delle famiglie, che anzi continuano a fare i conti con rinunce e tagli”. Infatti secondo l’analisi dall’Onf (Osservatorio Nazionale Federconsumatori) è in calo persino la spesa nel settore alimentare, diminuita del -12,6% dal 2008 a oggi.

“Tale contrazione è segno che le famiglie stanno vivendo una situazione di estremo disagio, confermata anche dai gravi tagli avvenuti sulle spese per la salute, con vere e proprie rinunce alle cure (dal 2008 la spesa relativa a questo delicatissimo settore è diminuita del -28,9%)”, si legge in una nota. “Dati e cifre che richiedono a gran voce interventi in grado di dare un svolta alla nostra economia, improntata alla crescita, ma soprattutto alla ripresa occupazionale”.

Per quanto riguarda marzo però, il Centro studi di Confindustria rileva un calo della produzione industriale dello 0,4% su febbraio, quando c’è stato un incremento dell’1% su gennaio, come comunicato oggi dall’Istat. L’andamento dell’attività industriale nei mesi di febbraio e marzo, spiega il Csc nell’indagine rapida sulla produzione industriale, “risente negativamente del venir meno della spinta alla produzione di energia elettrica, che pesa l’8,3% sull’indice generale, che era stata data dalla minore produzione di fonte nucleare francese e che lo aveva sostenuto nella seconda metà del 2016. In febbraio la generazione di elettricità è arr
etrata del 7,1% su gennaio e in marzo tale andamento negativo dovrebbe proseguire”. Nel primo trimestre 2017, indica quindi il Csc, la produzione industriale cala dello 0,6% congiunturale (dopo +1% nel quarto trimestre 2016).

I dati diffusi oggi dall’Istat sull’industria sono stati commentati su twitter da diversi senatori del Pd. “C’è ancora tanto da fare, ma Italia riparte, finalmente, non è più solo un auspicio. Sono fatti”, scrive Magda Zanoni, mentre Mauro Del Barba twitta: “Che bello essere ripetitivi quando i dati sono positivi! Le riforme servono. “Ancora dati positivi sulla produzione industriale, riprendiamo a crescere”, è il tweet di Pamela Orrù.

Pensioni, part time agevolato stessa sorte
del Tfr in busta: un flop

Pensioni

FLOP DEL PART TIME AGEVOLATO

La norma sul part time agevolato verso la pensione si preannuncia un flop, così come accaduto per quella sul Tfr in busta paga: dal 2 giugno 2016, data di entrata in vigore del decreto che dava la possibilità ai lavoratori che avrebbero maturato il requisito anagrafico per la pensione di vecchiaia entro il 31 dicembre 2018 di andare in part time verso la pensione, le domande accolte dall’Inps sono state appena 200. La norma infatti prevedeva l’accordo tra lavoratore e impresa ma vantaggi soprattutto per il dipendente.

Poletti, si cambia “Le cose vanno sperimentate e quando, come in questo caso, non danno buoni risultati bisogna prenderne atto. Si utilizzeranno strumenti diversi”. Lo ha recentemente affermato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, rispondendo a Prato ai giornalisti che gli avevano chiesto un commento sui dati relativi al part time agevolato.

Dubbi dall’Inps. Anche il presidente dell’Inps, Tito Boeri commentando i primi dati a luglio sull’utilizzo dello strumento (100 richieste nel primo mese) aveva messo in guardia sugli “interventi estemporanei e parziali” con “costi amministrativi superiori alle somme erogate”. La misura, sulla quale è stata attivata una campagna di comunicazione istituzionale per far conoscere a lavoratori e imprese i vantaggi dello strumento, è stata finora fallimentare in tutte le regioni con 33 domande accolte in Lombardia, 21 nel Lazio, solo una in Molise, Basilicata e Valle d’Aosta e 5 rispettivamente in Liguria e nelle Marche. La misura che prevede la possibilità per le persone che maturano 67 anni e sette mesi di età entro il 2018 con almeno 20 anni di contributi, previo accordo con il datore di lavoro, di ridurre l’orario in una misura compresa tra il 40% e il 60% non può essere usato nel settore pubblico né naturalmente per il lavoro autonomo. Impresa e lavoratore firmano un contratto di riduzione dell’orario con una durata pari al periodo tra la firma dell’accordo e il raggiungimento del requisito della pensione. Di fatto l’opzione è preclusa alle donne dato che chi può usare lo strumento deve essere nato prima del maggio 1952 e le donne nate prima di questa data sono in grandissima maggioranza uscite dal lavoro entro il 2016.

Con il part time agevolato si riceve ogni mese in busta paga, in aggiunta alla retribuzione per il part-time, una somma esentasse corrispondente ai contributi previdenziali a carico del datore di lavoro sulla retribuzione per l’orario non lavorato. Per il periodo di riduzione della prestazione lavorativa, lo Stato riconosce al lavoratore la contribuzione figurativa corrispondente alla prestazione non effettuata, in modo che alla maturazione dell’età pensionabile il lavoratore percepirà l’intero importo della pensione. Il contratto di part time agevolato è vantaggioso per i lavoratori vicini alla pensione ma meno conveniente per le aziende che pagano una quota in più rispetto alle ore lavorate. Secondo i calcoli effettuati dai Consulenti del lavoro su classi di retribuzioni annue lorde che vanno dai 25.000 ai 43.000 euro un lavoratore che firma un contratto di part time agevolato al 40% delle ore (16 a settimana a fronte delle 40 dell’orario intero) ha in busta paga il 72% della retribuzione mentre l’impresa ha una riduzione del costo del lavoro del 49% (a fronte di una riduzione dell’orario del 60%). La contribuzione figurativa, commisurata alla retribuzione corrispondente alla prestazione lavorativa non effettuata, è stata riconosciuta nel limite massimo di 60 milioni di euro per il 2016, 120 milioni per il 2017 e 60 milioni per il 2018, cifre a questo punto, almeno per l’anno scorso,

Consulenti lavoro

PIU’ DONNE AL VERTICE SOCIETA’ CONTROLLO PUBBLICO

Invertire la tendenza che finora ha visto quasi esclusivamente i professionisti di sesso maschile ricoprire incarichi al vertice di società gestite da amministrazioni pubbliche. Con questo obiettivo il Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, tramite la sua commissione per le Pari opportunità, ha recentemente siglato un protocollo d’intesa con il dipartimento delle Pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri volto a favorire l’incontro tra domanda e offerta di professioniste iscritte agli albi nelle posizioni di vertice di società controllate dallo Stato e da enti pubblici, in rispetto degli obblighi di ‘equilibrio di genere’ previsti e delle politiche in materia di pari opportunità tra uomo e donna. L’accordo, presentato assieme agli altri ordini professionali che hanno aderito all’iniziativa (Avvocati, Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, Ingegneri), prevede per le professioniste la possibilità di inserire il proprio curriculum vitae all’interno della ‘Banca dati delle professioniste per le pubbliche amministrazioni’ denominata Pro-RetePA, realizzata dal dipartimento e disponibile all’indirizzo prorete-pa.pariopportunita.gov.it. La Banca dati ha la funzione di agevolare la ricerca delle professionalità necessarie a ricoprire ruoli determinanti nelle società di indirizzo pubblico, promuovere la partecipazione delle donne ai processioni decisionali economici ed individuare nuovi modelli di governance basati sulla parità di genere e sul merito. Grazie a questa iniziativa le consulenti del lavoro potranno mettere le competenze e le conoscenze specialistiche acquisite a disposizione della pubblica amministrazione che, a sua volta, potrà contare su un insieme di professionalità a cui attingere per le nomine. A precisarlo è stata direttamente la presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, Marina Calderone: “Il Consiglio nazionale, attraverso la propria commissione Pari opportunità, svilupperà progetti ed azioni volti a rafforzare l’accesso e la rappresentanza del comparto professionale femminile negli organi istituzionali ed associativi”. “In particolare -ha ricordato Calderone – assieme alle professioni appartenenti al Comitato unitario delle professioni che hanno aderito all’iniziativa, realizzeremo corsi formativi per i professionisti che vorranno ricoprire un ruolo nei cda di aziende e società pubbliche o partecipate amministrate dalla Pubblica amministrazione e sensibilizzeremo i nostri consigli provinciali a diffondere l’accordo”.

Economia

NUOVO PANIERE ISTAT

Ogni anno, l’Istat rivede l’elenco dei prodotti che compongono il paniere di riferimento della rilevazione dei prezzi al consumo finalizzata a misurare l’inflazione. L’aggiornamento tiene conto delle novità emerse nelle abitudini di spesa delle famiglie e in alcuni casi arricchisce la gamma dei prodotti che rappresentano consumi consolidati. Nel paniere utilizzato nel 2017 per il calcolo degli indici NIC (per l’intera collettività nazionale) e FOI (per le famiglie di operai e impiegati) figurano 1.481 prodotti elementari, raggruppati in 920 prodotti, a loro volta raccolti in 405 aggregati. Per il calcolo dell’indice IPCA (armonizzato a livello europeo) viene invece impiegato un paniere di 1.498 prodotti elementari, raggruppati in 923 prodotti e 409 aggregati. Nel 2017 entrano nel paniere 12 nuovi beni e servizi: i Preparati di carne da cuocere, i Preparati vegetariani e/o vegani, i Centrifugati di frutta e/o verdura al bar, la Birra artigianale, gli Smartwatch, i Dispositivi da polso per attività sportive, le Soundbar (barre amplificatrici di suoni), l’Action camera, le Cartucce a getto d’inchiostro, le Asciugatrici, le Centrifughe e i Servizi assicurativi connessi all’abitazione. Escono dal paniere le Videocamere tradizionali (sostituite dall’Action camera). Nel complesso, le quotazioni di prezzo rilevate ogni mese per la stima dell’inflazione sono circa 706.500, di cui più di 493.000 raccolte sul territorio dagli Uffici comunali di statistica e, oltre 137.500 centralmente dall’Istat. Le restanti 76.000 quotazioni provengono dalla base dati dei prezzi dei carburanti del Ministero dello Sviluppo economico. Sono 80 i comuni che contribuiscono alla stima dell’inflazione per il paniere completo; la copertura territoriale dell’indagine è pari all’83,7% in termini di popolazione provinciale. Altri 16 comuni partecipano alla stima dell’inflazione solo per un sottoinsieme di prodotti (tariffe locali e alcuni servizi); il loro peso sul paniere NIC è del 6,0%, mentre la copertura territoriale dell’indagine è del 92,4%. Da quest’anno è invece completa la copertura territoriale per il monitoraggio dei prezzi dei carburanti (benzina, gasolio, GPL e metano). Sono circa 41.700 le unità di rilevazione (punti vendita, imprese e istituzioni) presenti nei comuni, mentre ammontano a quasi 8.000 le abitazioni presso le quali sono rilevati i canoni d’affitto. Così, l’inflazione dello 0,5% misurata a dicembre 2016 con il vecchio paniere, a gennaio del 2017, con l’introduzione del nuovo paniere, è passata a 0,9% diventando la più alta dal 2013. Ma quale sarebbe stata l’inflazione a dicembre scorso se fosse stata misurata anch’essa, per assurdo, con l’applicazione del nuovo paniere ? Una legittima curiosità per gli italiani ed anche per gli studiosi di economia che amano i confronti statistici possibilmente su basi tendenzialmente omogenei.

Fisco

EQUITALIA: RECORD INCASSI 2016

Incasso record per Equitalia che nel 2016 ha riscosso 8,7 miliardi di debiti dei cittadini con il fisco, segnando un +6,17% rispetto al 2015, cioè oltre mezzo miliardo in più. A trainare il saldo positivo resta il Centro-Nord (dalla Toscana alla Valle d’Aosta) che fa segnare oltre 4,8 miliardi, mentre nelle regioni del Centro-Sud (Umbria e Lazio comprese) la riscossione sfiora i 3,9 miliardi. Al top la Lombardia, in cui Equitalia ha incassato oltre 1,8 miliardi, (+0,2%) seguita da Lazio, 1,28 miliardi (+8,8%) e Campania (875 milioni, +5,6%). I risultati record di Equitalia “confermano che le riforme messe in atto dal governo in questi tre anni, l’impegno alla lotta all’evasione e al recupero delle risorse con nuovi strumenti, così come i nostri progetti per costruire un nuovo rapporto coi cittadini grazie anche all’impegno e alla professionalità dei dipendenti vanno nella giusta direzione “. A dirlo è stato di recente l’ad di Equitalia, Ernesto Maria Ruffini, commentando i dati del 2016. Secondo i dati diffusi dall’ente di riscossione lo scorso anno a beneficiare del risultato record della riscossione è stata innanzitutto l’Agenzia delle Entrate, per la quale sono stati riscossi 4,66 miliardi di euro, 414,6 milioni di euro in più rispetto al 2015 (+ 9,75%). Molto positivo, evidenzia Equitalia, anche il saldo per conto dell’Inps, che nel 2016 sfiora i 2,5 miliardi (+5,5%), 124 milioni di euro in più rispetto al 2015. In leggera flessione, invece, il dato relativo ai Comuni, per i quali sono stati riscossi nel 2016 530 milioni di euro, 20 in meno rispetto al 2015.

Carlo Pareto

Violenza donne. Locatelli: “Serve prevenzione”

Domestic Violence

I dati dell’Istat sono stati presentati al convegno scientifico “La violenza sulle donne: i dati e gli strumenti per la valutazione della violenza di genere” portano alla luce dati catastrofici per quanto riguarda la violenza di genere. In Italia sono oltre 8,3 milioni le donne vittime di violenza psicologica, afferma l’Istat, secondo cui 4,5 milioni di connazionali hanno subito, nell’arco della propria vita, atti sessuali degradanti e umilianti, rapporti non desiderati e subiti come violenza, abusi o molestie fisiche sessuali gravi come stupri (653mila) e tentati stupri (746mila). Il 20,2% delle donne tra i 16 e i 70 anni (4,3 milioni) è stata invece vittima di violenza fisica, minacce, schiaffi, pugni, calci.
Lo scenario evidenziato dai numeri è impietoso: le donne non solo vittime soltanto di violenza fisica, ma anche di svalutazione e sottomissione. Se il 31,5% delle italiane ha subito nella propria vita una forma di violenza fisica o sessuale (il 13,6% da parte del partner o dell’ex), l'”asimmetria di potere” può sfociare anche in gravi forme di limitazione, controllo fisico, psicologico ed economico.
“I dati diffusi dall’Istat sulla violenza sulle donne, accompagnati dai recenti fatti di cronaca, destano gravissima preoccupazione. Il fenomeno è molto più diffuso di quanto si creda, soprattutto per quanto riguarda le violenze minori e le violenze psicologiche che riguardano ben il 40,4% delle donne”. Lo ha detto Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera e presidente del Comitato Diritti umani. “Non servono nuove leggi, né, come propone qualcuno, un inasprimento delle pene. L’aspetto punitivo non risolve il problema: la nostra priorità non è che gli assassini vadano in galera, ma che non vi siano più femminicidi e violenze sulle donne. Da qui la necessità di stanziare risorse per sviluppare politiche di prevenzione, che nonostante la gravità del fenomeno stanno portando dei risultati, per sostenere servizi e centri antiviolenza e per svolgere un’azione educativa che parta dalle scuole e che non trascuri nessun aspetto a cominciare dal linguaggio che non deve essere sessista”.

Inps: lavoro in calo.
Numeri preoccupanti

Disoccupazione-giovaniL’Inps ha comunicato i dati sulla disoccupazione dello scorso mese di gennaio. I dati sono preoccupanti. Le richieste di indennità di disoccupazione presentate all’Inps nel mese di gennaio 2017 sono state complessivamente 162.714. Nel mese di dicembre 2016 le richieste presentate sono state 137.165. La differenza in aumento è stata di 25.609 domande pari ad un incremento percentuale del 18,5% rispetto al mese precedente. Nel gennaio 2016 le domande di disoccupazione sono state 150.001. Rispetto allo stesso mese dell’anno precedente l’aumento in valore assoluto è stato pari a 12.713 determinando un incremento percentuale pari all’8,5%.

L’Osservatorio dell’Inps sulla cassa integrazione fa notare che si tratta del primo mese senza incentivi dopo due anni di sgravi contributivi sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato. Per un nesso tra le due dinamiche saranno più significativi i dati sui licenziamenti di dicembre.
Sempre dai dati Inps emerge che il numero di ore di cassa integrazione autorizzate nel mese di febbraio 2017 è diminuito complessivamente del 41,9% rispetto allo stesso mese di un anno fa scendendo da 60,1 milioni di ore a 35,4 milioni di ore.

La riduzione è riconducibile al forte calo della cassa straordinaria (cigs), diminuita del 49,9% con una discesa da 43,1 milioni di ore a 21,6 milioni. Mentre, per gli interventi in deroga (cigd), con un decremento del 48,4% rispetto a febbraio 2016, le ore autorizzate sono scese da 7,1 milioni a 3,7 milioni. Sale, invece, la cassa integrazione ordinaria (cigo) con 10,2 milioni di ore autorizzate, il 3,2% in più rispetto a 9,8 milioni di ore di febbraio dell’anno scorso.

In particolare la variazione è stata di -5,7% nel settore industria e di +47,5% nel settore dell’edilizia. Le ore di cassa integrazione guadagni, rispetto a gennaio 2017, sono in aumento in tutte le tipologie di intervento. A febbraio 2017, le ore autorizzate di cassa ordinaria, sono aumentate del 29% rispetto al mese precedente. Per la cassa straordinaria l’incremento è stato del 13,2%, mentre per gli interventi in deroga si registra un incremento dello 0,7%.

I dati pubblicati dall’Inps sulle indennità di disoccupazione e sulla Cig, sono segnali che lasciano trasparire un quadro economico ancora in crisi con ripercussioni negative sulle risorse reddituali delle famiglie. La fase del disagio sociale in essere, tendenzialmente continuerebbe ad espandersi.

Salvatore Rondello

Sale l’export ma non migliora il saldo commerciale

cargo-exportL’Istat ha comunicato oggi i dati sul commercio con l’estero per gennaio 2017. Rispetto al mese precedente, l’export è aumentato dello 0,5%, mentre l’import è diminuito dello 0,2%.

Per il quarto mese consecutivo, la crescita congiunturale dell’export è determinata dall’incremento delle vendite verso i mercati extra Ue (+2,8%), mentre quelle verso i mercati Ue (-1,3%) sono in diminuzione. La contenuta flessione degli acquisti è da ascrivere ai beni di consumo (-5,5%) e a quelli strumentali (-4,5%).

Negli ultimi tre mesi l’export è aumentato congiunturalmente del 3,8%, con un incremento più ampio per i paesi extra Ue (+5,9%) rispetto a quelli Ue (+2,2%).

A gennaio 2017 si è rilevato, in termini tendenziali, un aumento sia dell’import (+15,5%) che dell’export (+13,3%), determinato principalmente dalla sostenuta crescita dell’interscambio con l’area extra Ue. Al netto delle differenze per i giorni lavorativi (21 a gennaio 2017 contro 19 di gennaio 2016), l’aumento risulta più contenuto: +10,7% per l’import e +10,1% per l’export.

Il saldo commerciale del mese di gennaio 2017 è pari a -574 milioni (+34 milioni a gennaio 2016). Al netto dell’energia, si registra un avanzo di 2,7 miliardi di euro.

Paesi ASEAN (+57,0% su gennaio 2016), Russia (+39,4%), Cina (+36,5%), Stati Uniti (+35,8%), Giappone (+28,8%) e Germania (+9,6%) sono, tra i principali mercati si sbocco, i più dinamici all’export. L’aumento delle vendite di prodotti petroliferi raffinati (+69,4%), autoveicoli (+27,7%) e articoli farmaceutici chimico-medicinali e botanici (+25,9%) è rilevante.

In forte crescita l’import da paesi OPEC (+53,4%) e Russia (+43,3%) e gli acquisti di petrolio greggio (+123,9%).

Nel mese di gennaio 2017 l’indice dei prezzi all’importazione dei prodotti industriali aumenta dello 0,2% rispetto al mese precedente e del 4,7% nei confronti di gennaio 2016.

L’aumento dei prezzi all’importazione dipende principalmente dalle dinamiche del comparto energetico, al netto del quale l’indice registra un aumento dello 0,3% in termini tendenziali mentre rimane invariato rispetto al mese precedente.

L’incertezza del quadro normativo nazionale per le comunicazioni sugli acquisti di merci dai paesi Ue a gennaio 2017, superata con l’entrata in vigore della legge n. 19 del 28 febbraio 2017, ha reso necessario ampliare la quota stimata per questo flusso al fine di tenere conto del mancato contributo informativo per un ridotto sotto-insieme di operatori economici.

La crescita tendenziale dell’export è spiegata per due punti percentuali dall’aumento delle vendite

di mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi e di macchinari e apparecchi n.c.a verso gli Stati Uniti e di metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti verso la Germania. La diminuzione delle vendite di computer, apparecchi elettronici e ottici verso la Francia e di articoli

sportivi, giochi, strumenti musicali, preziosi, strumenti medici e altri prodotti n.c.a. verso i paesi

OPEC ha rallentato la crescita dell’export. Gli acquisti di petrolio greggio dai paesi OPEC e di autoveicoli dalla Germania spiegano per oltre tre punti percentuali la crescita dell’import. Contrasta l’incremento tendenziale delle importazioni la diminuzione per un punto percentuale degli acquisti di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici dal Belgio.

Le statistiche del commercio estero di beni sono il risultato di due rilevazioni che hanno come oggetto gli scambi dell’Italia con i paesi dell’Unione europea (Ue) e con i paesi extra Ue.

La rilevazione del commercio con i paesi appartenenti all’Unione europea è effettuata secondo la normativa comunitaria, che trova applicazione in sede nazionale con opportuni provvedimenti

emanati dall’Agenzia delle Dogane.

Per la rilevazione Intrastat, le informazioni sono raccolte tramite i modelli Intrastat che riportano, in sezioni distinte, le dichiarazioni per acquisti e cessioni di beni e per prestazioni di servizi resi e ricevuti con periodicità mensile e trimestrale. L’Istat diffonde con il Comunicato mensile del

commercio estero solo i dati relativi allo scambio dei beni.

A parte la metodologia di rilevazione statistica, il commercio con l’estero, nel mese di gennaio 2017, ha determinato un incremento (sia pure modesto) del deficit nel saldo commerciale dell’Italia.

Salvatore Rondello

Istat, meno disoccupati, ma manca investimento futuro

L’Istat certifica che il 2016 “si caratterizza per un nuovo e più sostenuto aumento dell’occupazione – sia nei valori assoluti sia nel corrispondente tasso – che coinvolge anche i giovani di 15-34 anni”. Inoltre “un elemento rilevante nel 2016 è costituto dalla diminuzione degli inattivi di circa 410 mila unità”. Lo sottolinea l’Istat nell’analisi periodica del mercato del lavoro in cui segnala tuttavia come il trend di crescita dell’occupazione ha “mostrato un significativo indebolimento nella seconda metà dell’anno, caratterizzato da una sostanziale stabilità complessiva, seppure in un quadro di andamenti differenziati delle diverse tipologie”. Secondo l’Istituto di Statistica il tasso di disoccupazione è calato dall’11,9% all’11,7% e il tasso di occupazione sale invece di 0,9 punti al 57,2%: la media degli occupati è stata di 22.758.000, al livello più alto dal 2009. L’aumento coinvolge, oltre agli over 50. I disoccupati diminuiscono di 21mila unità (-0,7%).


disoccupazioneOccupazione, la sofferenza che sfugge ai dati Istat

Evviva, l’occupazione nel 2016 ha superato in cifre assoluta quella del 2009. Detto con una certa brutalità: l’anno passato ci sono stati 59 mila lavoratori in attività in più rispetto al primo anno dopo l’esplosione della crisi. In realtà non è che ci sia tanto da brindare. Ma forse i festeggiamenti che da questi dati Istat deriveranno sono la conseguenza dell’assuefazione alla droga dello “zero virgola”. Tutto può finire per apparire spettacolare. Persino che in sei anni il tasso di disoccupazione sia calato dal 12,1 all’attuale 11,9. La terra promessa dell’uscita dalla crisi può sembrare vicinissima perché la media degli occupati è stata pari 22.758.000 contro i 22.699.000 del 2009. In tanti faticano a tirare avanti però nell’anno appena trascorso abbiamo avuto 293.000 occupati in più rispetto all’anno precedente e mentre i disoccupati sono calati di 21 mila unità (eccolo lo zero virgola: -0,7). E il tasso di occupazione che resta tra i più bassi dei paesi avanzati è salito dello 0,9 per cento attestandosi al 57,2.

Ovviamente queste cifre non descrivono la condizione del Paese e meno ancora quella degli italiani. Possono essere utilizzate in convegni e tavole rotonde, ma non alleviano la sofferenza di una comunità che annaspa tra promesse di rutilanti cambiamenti e intenti riformistici che rivolteranno nel prossimo decennio l’Italia come un pedalino (la gente comune si accontenterebbe anche di un sollievo per i prossimi due anni). Il lavoro è la scommessa mancata. Da tutti. Dal governo di Matteo Renzi che ha scelto di risolvere i problemi con una legge e qualche prebenda e dal governo di Berlusconi sotto il quale la crisi esplose mentre lui si preoccupava di farci sapere che le cose andavano bene perché i ristoranti erano pieni (ha ben poco da impancarsi Salvini che di quell’esecutivo faceva parte come Lega Nord o Giorgia Meloni che all’epoca esibiva come ospite d’onore l’ex cavaliere nelle feste di Atreju).

Inutile esercizio quello di prendersi in giro o di consolarsi con qualche migliaia di occupati in più o aggrapparsi alla tesi che il tasso di disoccupazione non cala, anzi aumenta perché gli inattivi si sono “svegliati” ed essendo colti da improvviso ottimismo hanno deciso di cercare un lavoro. La realtà è che in questo paese è da decenni che non si organizzano politiche per l’occupazione basate sugli investimenti, cioè sull’unica medicina in grado di garantire una guarigione stabile. Hanno puntato tutti sull’onnipotenza del mercato e hanno perduto. E il conto di questa sconfitta lo pagano gli italiani, senza lavoro o alla ricerca di lavoro o paralizzati dalla paura di perdere il lavoro.

Antonio Maglie
Blog Fondazione Nenni

Mai così poche le nascite. Culle sempre più vuote

Crollo nascite

Si nasce sempre di meno. E gli italiani sono sempre di meno: 86mila italiani solo quest’anno. Infatti l’Italia fa sempre meno figli e nel 2016 le nascite toccano un nuovo minimo storico mentre la popolazione invecchia e quasi un quarto degli abitanti ha più di 65 anni. È la fotografia scattata dall’Istat nel report sugli indicatori demografici diffuso oggi. Nel 2016 le nascite sono state 474.000, circa 12.000 in meno rispetto all’anno precedente (-2,4%). Il calo interessa tutto il territorio nazionale, con la sola eccezione della Provincia di Bolzano che registra invece un incremento del 3,2%. Il numero medio di figli per donna scende per il sesto anno consecutivo e si assesta a 1,34. Rispetto al 2015, spiega l’Istat, i tassi di fecondità si riducono in tutte le classi di età delle madri sotto i 30 anni mentre aumentano in quelle superiori. La riduzione più accentuata si riscontra nella classe di età 25-29 anni (-6 per mille), l’incremento più rilevante è, invece, nella classe 35-39 (+2 per mille). Nel complesso, a fronte di un’età media al parto che raggiunge i 31,7 anni, la fecondità cumulata da parte di donne di 32 anni compiuti e più è ormai prossima a raggiungere quella delle donne fino a 31 anni di età (0,67 figli contro 0,68 nel 2016). La diminuzione delle nascite, sommata all’allungamento della vita e ai flussi di immigrazione determina un innalzamento dell’età media degli italiani. Al primo gennaio 2017 i residenti hanno in media 44,9 anni, due decimi in più rispetto al 2016 (ossia circa due mesi e mezzo) e due anni esatti in più rispetto al 2007. Gli individui di 65 anni e più superano i 13,5 milioni e rappresentano il 22,3% della popolazione totale (erano 11,7 milioni nel 2007, pari al 20,1%). Nella piramide dell’eta’, i valori piu’ bassi si rilevano nella classe 0-4 anni. Per rilevare una ‘coorte’ di nascite di consistenza numerica inferiore ai nati nel 2016 occorre risalire alla generazione dei nati nel 1936, ossia agli ottantenni di oggi. I valori più alti e più bassi delle classi di età nella piramide del 2007 sono ancora ben visibili in quella del 2017 con uno scivolamento in su di dieci anni. Nel 2007 le prime 15 ‘coorti’ di nati per consistenza numerica erano quelle superstiti tra i nati del 1961-1975.

Dieci anni più tardi le medesime ‘coorti’, che nel frattempo transitano da un’età compiuta di 31-45 anni a una di 41-55, sono ancora le più consistenti. “Se oggi tali ‘coorti’ presidiano la popolazione in tarda età attiva – afferma l’Istat – in una prospettiva non remota esse sono progressivamente destinate a far parte della popolazione in età anziana”. Al primo gennaio 2017 la popolazione residente in Italia risulta in lieve calo attestandosi a 60.579.000, ossia 86.000 unità in meno del 2015 (-1,4 per mille). Il saldo naturale (nascite-decessi) e negativo per 134 mila unità, e quello migratorio con l’estero positivo per 135 mila unità.

Istat, la ripresa c’è, ma ancora debole e lenta

Draghi-ripresa economicaLa ripresa c’è ma non si vede. Si è ancora lontani dai livelli raggiunti nel pre-crisi. E questo nonostante la crescita del Pil nel 2016, corretta per gli effetti del calendario, abbia raggiunto l’1%. Aumenta anche la competitività seppure con un ritmo di crescita “modesto”.

Infatti il sistema delle imprese italiane e’ uscito dalla seconda recessione ridimensionato nel numero: in quattro anni, ne sono state perse oltre 194.000 e quasi 800.000 addetti. E’ il quadro tracciato dall’Istat che oggi ha presentato il rapporto sulla competitività dei settori produttivi.

“Nonostante la ripresa dell’ultimo biennio, il livello del Pil del 2016 e’ ancora inferiore di oltre il 7% rispetto al picco di inizio 2008, e solo nello stesso 2016 ha superato quello del 2000″, si legge nel report. In Spagna il recupero è quasi completo, mentre Francia e Germania, che già nel 2011 avevano recuperato i livelli pre-crisi, segnano progressi rispettivamente di oltre il 4% e di quasi l’8%. L’Istat ricorda che nel 2016 il Pil italiano è cresciuto di volume dello 0,9%, dopo il +0,8% registrato nel 2015. “La ripresa c’è, la crescita del Pil nel 2016 e la più alta dal 2010”, afferma il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva. “Usciamo con una parte del sistema produttivo fuori dalla seconda recessione: lo facciamo sicuramente con l’industria manifatturiera, con differenze nei vari settori, e meno nei servizi. C’e’ un  contributo invece negativo nelle costruzioni e, quest’anno, anche agricoltura”, aggiunge.

In quattro anni, tra il 2011 e il 2014, il sistema ha perso oltre 194.000 imprese (-4,6%) e quasi 800.000 addetti (-5%). Le costruzioni hanno maggiormente risentito della crisi (-10% di imprese, -20% di addetti, -30% di valore aggiunto). Più contenute le perdite nella manifattura (-7,2% di imprese, -6,8% di addetti) e nei servizi di mercato (-4,7% e -3,3%), mentre i servizi della persona sono l’unico comparto che ha aumentato unità produttiva (+5,3%) e addetti (+5%). Inoltre, durante la recessione del 2011-2014, un’impresa su due ha ridotto il valore aggiunto in tutti i settori manifatturieri e in quasi tutto il terziario. Le imprese più colpite dalla crisi sono quelle che vendono solo sul mercato interno.

Tornando alla crescita, nel 2016 il Pil corretto per gli effetti di calendario è aumentato dell’1,0% (il 2016 ha presentato due giornate lavorative in meno rispetto al 2015).  La variazione acquisita per il 2017 si porta così a +0,3%. Nel quarto trimestre del 2016 il prodotto interno lordo è aumentato dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dell’1% nei confronti del quarto trimestre del 2015. La stima preliminare diffusa il 14 febbraio 2017 scorso aveva rilevato un aumento congiunturale dello 0,2% e una crescita tendenziale dell’1,1%. Il valore aggiunto è cresciuto dello 0,8%  nell’industria, ha segnato una variazione nulla nei servizi ed è diminuito del 3,7% nell’agricoltura.

“Rivisti al rialzo i dati Istat usciti qualche ora fa. Abbiamo preso un Paese che stava al -2% e lo lasciamo col segno più davanti, finalmente”, commenta su Facebook l’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi. “Naturalmente – sottolinea – c’è ancora molto da fare, ma per chi ama i bilanci possiamo dare i dati definitivi dei mille giorni: dal secondo trimestre 2014 al quarto trimestre del 2016 il Pil è aumentato del 2% (export +10%; investimenti +6%; industria +4%, nonostante il calo di costruzioni, banche e assicurazioni). Se si somma al dato di ieri del lavoro – ricordate: +680mila posti grazie al JobsAct – si può dire che abbiamo lasciato la guida del Paese meglio di come l’avevamo trovata. Ma sappiamo che non basta. E per questo stiamo costruendo i prossimi mille giorni”.

Ovviamente di parere opposto l’opposizione. A cominciare da Brunetta, che come a suo solito, ha una parola buona per tutti. “I dati ISTAT – ha detto invece Maurizio Sacconi, presidente della Commissione lavoro del Senato- Pil confermano solo la ‘ripresina’ che ci mantiene comunque più arretrati rispetto ai principali paesi industrializzati”.