Sale l’export ma non migliora il saldo commerciale

cargo-exportL’Istat ha comunicato oggi i dati sul commercio con l’estero per gennaio 2017. Rispetto al mese precedente, l’export è aumentato dello 0,5%, mentre l’import è diminuito dello 0,2%.

Per il quarto mese consecutivo, la crescita congiunturale dell’export è determinata dall’incremento delle vendite verso i mercati extra Ue (+2,8%), mentre quelle verso i mercati Ue (-1,3%) sono in diminuzione. La contenuta flessione degli acquisti è da ascrivere ai beni di consumo (-5,5%) e a quelli strumentali (-4,5%).

Negli ultimi tre mesi l’export è aumentato congiunturalmente del 3,8%, con un incremento più ampio per i paesi extra Ue (+5,9%) rispetto a quelli Ue (+2,2%).

A gennaio 2017 si è rilevato, in termini tendenziali, un aumento sia dell’import (+15,5%) che dell’export (+13,3%), determinato principalmente dalla sostenuta crescita dell’interscambio con l’area extra Ue. Al netto delle differenze per i giorni lavorativi (21 a gennaio 2017 contro 19 di gennaio 2016), l’aumento risulta più contenuto: +10,7% per l’import e +10,1% per l’export.

Il saldo commerciale del mese di gennaio 2017 è pari a -574 milioni (+34 milioni a gennaio 2016). Al netto dell’energia, si registra un avanzo di 2,7 miliardi di euro.

Paesi ASEAN (+57,0% su gennaio 2016), Russia (+39,4%), Cina (+36,5%), Stati Uniti (+35,8%), Giappone (+28,8%) e Germania (+9,6%) sono, tra i principali mercati si sbocco, i più dinamici all’export. L’aumento delle vendite di prodotti petroliferi raffinati (+69,4%), autoveicoli (+27,7%) e articoli farmaceutici chimico-medicinali e botanici (+25,9%) è rilevante.

In forte crescita l’import da paesi OPEC (+53,4%) e Russia (+43,3%) e gli acquisti di petrolio greggio (+123,9%).

Nel mese di gennaio 2017 l’indice dei prezzi all’importazione dei prodotti industriali aumenta dello 0,2% rispetto al mese precedente e del 4,7% nei confronti di gennaio 2016.

L’aumento dei prezzi all’importazione dipende principalmente dalle dinamiche del comparto energetico, al netto del quale l’indice registra un aumento dello 0,3% in termini tendenziali mentre rimane invariato rispetto al mese precedente.

L’incertezza del quadro normativo nazionale per le comunicazioni sugli acquisti di merci dai paesi Ue a gennaio 2017, superata con l’entrata in vigore della legge n. 19 del 28 febbraio 2017, ha reso necessario ampliare la quota stimata per questo flusso al fine di tenere conto del mancato contributo informativo per un ridotto sotto-insieme di operatori economici.

La crescita tendenziale dell’export è spiegata per due punti percentuali dall’aumento delle vendite

di mezzi di trasporto, autoveicoli esclusi e di macchinari e apparecchi n.c.a verso gli Stati Uniti e di metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti verso la Germania. La diminuzione delle vendite di computer, apparecchi elettronici e ottici verso la Francia e di articoli

sportivi, giochi, strumenti musicali, preziosi, strumenti medici e altri prodotti n.c.a. verso i paesi

OPEC ha rallentato la crescita dell’export. Gli acquisti di petrolio greggio dai paesi OPEC e di autoveicoli dalla Germania spiegano per oltre tre punti percentuali la crescita dell’import. Contrasta l’incremento tendenziale delle importazioni la diminuzione per un punto percentuale degli acquisti di articoli farmaceutici, chimico-medicinali e botanici dal Belgio.

Le statistiche del commercio estero di beni sono il risultato di due rilevazioni che hanno come oggetto gli scambi dell’Italia con i paesi dell’Unione europea (Ue) e con i paesi extra Ue.

La rilevazione del commercio con i paesi appartenenti all’Unione europea è effettuata secondo la normativa comunitaria, che trova applicazione in sede nazionale con opportuni provvedimenti

emanati dall’Agenzia delle Dogane.

Per la rilevazione Intrastat, le informazioni sono raccolte tramite i modelli Intrastat che riportano, in sezioni distinte, le dichiarazioni per acquisti e cessioni di beni e per prestazioni di servizi resi e ricevuti con periodicità mensile e trimestrale. L’Istat diffonde con il Comunicato mensile del

commercio estero solo i dati relativi allo scambio dei beni.

A parte la metodologia di rilevazione statistica, il commercio con l’estero, nel mese di gennaio 2017, ha determinato un incremento (sia pure modesto) del deficit nel saldo commerciale dell’Italia.

Salvatore Rondello

Istat, meno disoccupati, ma manca investimento futuro

L’Istat certifica che il 2016 “si caratterizza per un nuovo e più sostenuto aumento dell’occupazione – sia nei valori assoluti sia nel corrispondente tasso – che coinvolge anche i giovani di 15-34 anni”. Inoltre “un elemento rilevante nel 2016 è costituto dalla diminuzione degli inattivi di circa 410 mila unità”. Lo sottolinea l’Istat nell’analisi periodica del mercato del lavoro in cui segnala tuttavia come il trend di crescita dell’occupazione ha “mostrato un significativo indebolimento nella seconda metà dell’anno, caratterizzato da una sostanziale stabilità complessiva, seppure in un quadro di andamenti differenziati delle diverse tipologie”. Secondo l’Istituto di Statistica il tasso di disoccupazione è calato dall’11,9% all’11,7% e il tasso di occupazione sale invece di 0,9 punti al 57,2%: la media degli occupati è stata di 22.758.000, al livello più alto dal 2009. L’aumento coinvolge, oltre agli over 50. I disoccupati diminuiscono di 21mila unità (-0,7%).


disoccupazioneOccupazione, la sofferenza che sfugge ai dati Istat

Evviva, l’occupazione nel 2016 ha superato in cifre assoluta quella del 2009. Detto con una certa brutalità: l’anno passato ci sono stati 59 mila lavoratori in attività in più rispetto al primo anno dopo l’esplosione della crisi. In realtà non è che ci sia tanto da brindare. Ma forse i festeggiamenti che da questi dati Istat deriveranno sono la conseguenza dell’assuefazione alla droga dello “zero virgola”. Tutto può finire per apparire spettacolare. Persino che in sei anni il tasso di disoccupazione sia calato dal 12,1 all’attuale 11,9. La terra promessa dell’uscita dalla crisi può sembrare vicinissima perché la media degli occupati è stata pari 22.758.000 contro i 22.699.000 del 2009. In tanti faticano a tirare avanti però nell’anno appena trascorso abbiamo avuto 293.000 occupati in più rispetto all’anno precedente e mentre i disoccupati sono calati di 21 mila unità (eccolo lo zero virgola: -0,7). E il tasso di occupazione che resta tra i più bassi dei paesi avanzati è salito dello 0,9 per cento attestandosi al 57,2.

Ovviamente queste cifre non descrivono la condizione del Paese e meno ancora quella degli italiani. Possono essere utilizzate in convegni e tavole rotonde, ma non alleviano la sofferenza di una comunità che annaspa tra promesse di rutilanti cambiamenti e intenti riformistici che rivolteranno nel prossimo decennio l’Italia come un pedalino (la gente comune si accontenterebbe anche di un sollievo per i prossimi due anni). Il lavoro è la scommessa mancata. Da tutti. Dal governo di Matteo Renzi che ha scelto di risolvere i problemi con una legge e qualche prebenda e dal governo di Berlusconi sotto il quale la crisi esplose mentre lui si preoccupava di farci sapere che le cose andavano bene perché i ristoranti erano pieni (ha ben poco da impancarsi Salvini che di quell’esecutivo faceva parte come Lega Nord o Giorgia Meloni che all’epoca esibiva come ospite d’onore l’ex cavaliere nelle feste di Atreju).

Inutile esercizio quello di prendersi in giro o di consolarsi con qualche migliaia di occupati in più o aggrapparsi alla tesi che il tasso di disoccupazione non cala, anzi aumenta perché gli inattivi si sono “svegliati” ed essendo colti da improvviso ottimismo hanno deciso di cercare un lavoro. La realtà è che in questo paese è da decenni che non si organizzano politiche per l’occupazione basate sugli investimenti, cioè sull’unica medicina in grado di garantire una guarigione stabile. Hanno puntato tutti sull’onnipotenza del mercato e hanno perduto. E il conto di questa sconfitta lo pagano gli italiani, senza lavoro o alla ricerca di lavoro o paralizzati dalla paura di perdere il lavoro.

Antonio Maglie
Blog Fondazione Nenni

Mai così poche le nascite. Culle sempre più vuote

Crollo nascite

Si nasce sempre di meno. E gli italiani sono sempre di meno: 86mila italiani solo quest’anno. Infatti l’Italia fa sempre meno figli e nel 2016 le nascite toccano un nuovo minimo storico mentre la popolazione invecchia e quasi un quarto degli abitanti ha più di 65 anni. È la fotografia scattata dall’Istat nel report sugli indicatori demografici diffuso oggi. Nel 2016 le nascite sono state 474.000, circa 12.000 in meno rispetto all’anno precedente (-2,4%). Il calo interessa tutto il territorio nazionale, con la sola eccezione della Provincia di Bolzano che registra invece un incremento del 3,2%. Il numero medio di figli per donna scende per il sesto anno consecutivo e si assesta a 1,34. Rispetto al 2015, spiega l’Istat, i tassi di fecondità si riducono in tutte le classi di età delle madri sotto i 30 anni mentre aumentano in quelle superiori. La riduzione più accentuata si riscontra nella classe di età 25-29 anni (-6 per mille), l’incremento più rilevante è, invece, nella classe 35-39 (+2 per mille). Nel complesso, a fronte di un’età media al parto che raggiunge i 31,7 anni, la fecondità cumulata da parte di donne di 32 anni compiuti e più è ormai prossima a raggiungere quella delle donne fino a 31 anni di età (0,67 figli contro 0,68 nel 2016). La diminuzione delle nascite, sommata all’allungamento della vita e ai flussi di immigrazione determina un innalzamento dell’età media degli italiani. Al primo gennaio 2017 i residenti hanno in media 44,9 anni, due decimi in più rispetto al 2016 (ossia circa due mesi e mezzo) e due anni esatti in più rispetto al 2007. Gli individui di 65 anni e più superano i 13,5 milioni e rappresentano il 22,3% della popolazione totale (erano 11,7 milioni nel 2007, pari al 20,1%). Nella piramide dell’eta’, i valori piu’ bassi si rilevano nella classe 0-4 anni. Per rilevare una ‘coorte’ di nascite di consistenza numerica inferiore ai nati nel 2016 occorre risalire alla generazione dei nati nel 1936, ossia agli ottantenni di oggi. I valori più alti e più bassi delle classi di età nella piramide del 2007 sono ancora ben visibili in quella del 2017 con uno scivolamento in su di dieci anni. Nel 2007 le prime 15 ‘coorti’ di nati per consistenza numerica erano quelle superstiti tra i nati del 1961-1975.

Dieci anni più tardi le medesime ‘coorti’, che nel frattempo transitano da un’età compiuta di 31-45 anni a una di 41-55, sono ancora le più consistenti. “Se oggi tali ‘coorti’ presidiano la popolazione in tarda età attiva – afferma l’Istat – in una prospettiva non remota esse sono progressivamente destinate a far parte della popolazione in età anziana”. Al primo gennaio 2017 la popolazione residente in Italia risulta in lieve calo attestandosi a 60.579.000, ossia 86.000 unità in meno del 2015 (-1,4 per mille). Il saldo naturale (nascite-decessi) e negativo per 134 mila unità, e quello migratorio con l’estero positivo per 135 mila unità.

Istat, la ripresa c’è, ma ancora debole e lenta

Draghi-ripresa economicaLa ripresa c’è ma non si vede. Si è ancora lontani dai livelli raggiunti nel pre-crisi. E questo nonostante la crescita del Pil nel 2016, corretta per gli effetti del calendario, abbia raggiunto l’1%. Aumenta anche la competitività seppure con un ritmo di crescita “modesto”.

Infatti il sistema delle imprese italiane e’ uscito dalla seconda recessione ridimensionato nel numero: in quattro anni, ne sono state perse oltre 194.000 e quasi 800.000 addetti. E’ il quadro tracciato dall’Istat che oggi ha presentato il rapporto sulla competitività dei settori produttivi.

“Nonostante la ripresa dell’ultimo biennio, il livello del Pil del 2016 e’ ancora inferiore di oltre il 7% rispetto al picco di inizio 2008, e solo nello stesso 2016 ha superato quello del 2000″, si legge nel report. In Spagna il recupero è quasi completo, mentre Francia e Germania, che già nel 2011 avevano recuperato i livelli pre-crisi, segnano progressi rispettivamente di oltre il 4% e di quasi l’8%. L’Istat ricorda che nel 2016 il Pil italiano è cresciuto di volume dello 0,9%, dopo il +0,8% registrato nel 2015. “La ripresa c’è, la crescita del Pil nel 2016 e la più alta dal 2010”, afferma il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva. “Usciamo con una parte del sistema produttivo fuori dalla seconda recessione: lo facciamo sicuramente con l’industria manifatturiera, con differenze nei vari settori, e meno nei servizi. C’e’ un  contributo invece negativo nelle costruzioni e, quest’anno, anche agricoltura”, aggiunge.

In quattro anni, tra il 2011 e il 2014, il sistema ha perso oltre 194.000 imprese (-4,6%) e quasi 800.000 addetti (-5%). Le costruzioni hanno maggiormente risentito della crisi (-10% di imprese, -20% di addetti, -30% di valore aggiunto). Più contenute le perdite nella manifattura (-7,2% di imprese, -6,8% di addetti) e nei servizi di mercato (-4,7% e -3,3%), mentre i servizi della persona sono l’unico comparto che ha aumentato unità produttiva (+5,3%) e addetti (+5%). Inoltre, durante la recessione del 2011-2014, un’impresa su due ha ridotto il valore aggiunto in tutti i settori manifatturieri e in quasi tutto il terziario. Le imprese più colpite dalla crisi sono quelle che vendono solo sul mercato interno.

Tornando alla crescita, nel 2016 il Pil corretto per gli effetti di calendario è aumentato dell’1,0% (il 2016 ha presentato due giornate lavorative in meno rispetto al 2015).  La variazione acquisita per il 2017 si porta così a +0,3%. Nel quarto trimestre del 2016 il prodotto interno lordo è aumentato dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dell’1% nei confronti del quarto trimestre del 2015. La stima preliminare diffusa il 14 febbraio 2017 scorso aveva rilevato un aumento congiunturale dello 0,2% e una crescita tendenziale dell’1,1%. Il valore aggiunto è cresciuto dello 0,8%  nell’industria, ha segnato una variazione nulla nei servizi ed è diminuito del 3,7% nell’agricoltura.

“Rivisti al rialzo i dati Istat usciti qualche ora fa. Abbiamo preso un Paese che stava al -2% e lo lasciamo col segno più davanti, finalmente”, commenta su Facebook l’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi. “Naturalmente – sottolinea – c’è ancora molto da fare, ma per chi ama i bilanci possiamo dare i dati definitivi dei mille giorni: dal secondo trimestre 2014 al quarto trimestre del 2016 il Pil è aumentato del 2% (export +10%; investimenti +6%; industria +4%, nonostante il calo di costruzioni, banche e assicurazioni). Se si somma al dato di ieri del lavoro – ricordate: +680mila posti grazie al JobsAct – si può dire che abbiamo lasciato la guida del Paese meglio di come l’avevamo trovata. Ma sappiamo che non basta. E per questo stiamo costruendo i prossimi mille giorni”.

Ovviamente di parere opposto l’opposizione. A cominciare da Brunetta, che come a suo solito, ha una parola buona per tutti. “I dati ISTAT – ha detto invece Maurizio Sacconi, presidente della Commissione lavoro del Senato- Pil confermano solo la ‘ripresina’ che ci mantiene comunque più arretrati rispetto ai principali paesi industrializzati”.

Istat, buone notizie. Sale l’occupazione

Disoccupazione-giovaniL’Istat ha comunicato i dati sulla disoccupazione nel mese di gennaio 2017. Rispetto a dicembre 2016, l’occupazione risulta in lieve crescita (+0,1%, pari a +30 mila). L’aumento riguarda gli uomini e si concentra tra gli ultracinquantenni. Aumentano, in questo mese, i lavoratori a tempo indeterminato e gli indipendenti, mentre calano i lavoratori a termine. Il tasso di occupazione è pari al 57,5% (+0,1 punti percentuali rispetto a dicembre).

L’aumento degli occupati registrato nel periodo novembre-gennaio, rispetto al trimestre precedente, è stato +0,2%, (pari a +37 mila). Anche per questo periodo più ampio, la crescita riguarda gli uomini ed è particolarmente accentuata tra gli ultracinquantenni. Segnali di crescita si rilevano su base trimestrale per dipendenti a termine e indipendenti, mentre sono stabili i dipendenti permanenti.

La stima delle persone in cerca di occupazione a gennaio è in lieve aumento su base mensile (+0,1%, pari a +2 mila). La crescita è attribuibile alla componente maschile a fronte di un calo per quella femminile e si distribuisce tra le diverse classi di età ad eccezione dei 15-24enni. Il tasso di disoccupazione è stabile all’11,9%, quello giovanile cala al 37,9% (-1,3 punti percentuali).

La stima degli inattivi tra i 15 e i 64 anni nell’ultimo mese continua a diminuire (-0,3%, pari a -42 mila), confermando il trend di crescita della partecipazione al mercato del lavoro che caratterizza gli ultimi tre anni. Il calo interessa gli uomini e tutte le classi di età ad eccezione dei 15-24enni. Il tasso di inattività è pari al 34,6%, in calo di 0,1 punti percentuali su dicembre.

Il comunicato Istat prosegue: “Nel periodo novembre-gennaio all’aumento degli occupati si accompagna la crescita dei disoccupati (+2,5%, pari a +74 mila) e il calo degli inattivi (-1,0%, pari a -136 mila).

Su base annua, a gennaio si conferma la tendenza all’aumento del numero di occupati (+1,0% su gennaio 2016, pari a +236 mila). La crescita riguarda sia i lavoratori dipendenti (+193 mila, di cui +136 mila a termine e +57 mila permanenti) sia gli indipendenti (+43 mila) e coinvolge entrambe le componenti di genere, concentrandosi tra gli ultracinquantenni (+367 mila) e i giovani 15-24enni (+27 mila). Nello stesso periodo crescono i disoccupati (+4,2%, pari a +126 mila) e calano gli inattivi (-3,3%, pari a -461 mila)”.

Al netto dell’effetto della componente demografica, le variazioni tendenziali dell’occupazione risultano positive in tutte le classi di età e si conferma il ruolo predominante degli ultracinquantenni nello spiegare la crescita degli occupati, anche per effetto dell’aumento dell’età pensionabile.

Il lieve aumento dell’occupazione ha il sapore dell’effimero, poiché riguarda principalmente i lavoratori a termine ed i lavoratori indipendenti.

Salvatore Rondello

Fisco: Unico in pensione, arriva “Redditi”.
Jobs Act, resta articolo 18 per gli statali

Unico in pensione, arriva “Redditi”
FISCO: DICHIARAZIONE 2017 CAMBIA NOME

Arriva la carica delle dichiarazioni fiscali che i contribuenti e le società dovranno utilizzare quest’anno per dichiarare redditi e calcolare le imposte dovute. E, dopo molti anni, va in pensione il nome ”Unico”: i nuovi moduli si chiameranno semplicemente ‘Redditi, anche perché la dichiarazione Iva non può più essere presentata in forma unificata insieme alle altre imposte. L’Agenzia delle Entrate ha reso disponibili le versioni definitive dei modelli 2017 delle diverse tipologie: da quelle per i redditi delle persone fisiche (Unico Pf) a quella per le società di capitali (Unico Sc).
Redditi Persone fisiche 2017, le novità: Nel modello di quest’anno rientrano l’agevolazione sui premi di risultato per i dipendenti del settore privato, i crediti derivanti da dichiarazioni integrative a favore presentate oltre il termine della dichiarazione successiva e il credito d’imposta per le erogazioni liberali in denaro verso gli istituti del sistema nazionale di istruzione (c.d. “School bonus”). Tra le varie proroghe si evidenzia fino al 31 dicembre 2016, quella relativa all’agevolazione fiscale che consente di detrarre dall’imposta lorda il 65 per cento delle spese relative ad interventi di riqualificazione energetica degli edifici. Spazio nella dichiarazione di quest’anno anche per la detrazione del 19% dell’importo dei canoni di leasing pagati nel 2016 per l’acquisto di unità immobiliari da destinare ad abitazione principale ai contribuenti che, alla data di stipula del contratto, possedevano un reddito non superiore a 55.000 euro.
Reddito d’impresa, cosa entra e cosa esce: Diverse le novità che fanno il loro ingresso nei quadri dedicati al reddito d’impresa. In particolare, spazio alle “variazioni in diminuzione” dedicate alla maggiorazione del 40 per cento (super ammortamento) e del 150 per cento (iper ammortamento) del costo fiscalmente riconosciuto dei beni strumentali nuovi. Spariscono, invece, i righi dedicati ai cosiddetti “costi black list”, a seguito dell’abrogazione della disciplina di indeducibilità parziale per le spese e gli altri componenti negativi derivanti da operazioni intercorse con imprese residenti ovvero localizzate in Stati o territori a fiscalità privilegiata. Infine, per quanto riguarda le persone fisiche e le società di persone, arrivano in Redditi 2017 l’agevolazione Branch exemption e il bonus domotica, oltre ad un’imposta sostitutiva in caso di assegnazione o cessione dei beni ai soci, quest’ultima prevista solo per le società. Sono state inoltre recepite le novità per l’Ace (“aiuto alla crescita economica”) introdotte dalla legge di bilancio per il 2017, che ha modificato le modalità di determinazione dell’agevolazione riconosciuta a imprese individuali, società in nome collettivo e in accomandita semplice in regime di contabilità ordinaria, equiparandole a quelle previste per le società di capitali e per gli enti commerciali.
Irap 2017: Trovano spazio nel nuovo modello Irap 2017 l’aumento della deduzione per i soggetti di minori dimensioni, l’esenzione dall’imposta per il settore agricolo e della pesca, l’estensione ai lavoratori stagionali della deduzione del costo residuo per il personale dipendente.

Cisl
+7% NEL 2016 ACCORDI AZIENDALI SULLA COMPETITIVITÀ

Crescono in Italia gli accordi aziendali sottoscritti dal sindacato sulla competitività, la qualità e la ripresa produttiva. E’ il dato che emerge dall’analisi dei circa 1.000 accordi complessivi stipulati da aziende e sindacati nel 2015/2016 presenti nell’Osservatorio della contrattazione di 2° livello della Cisl (Ocsel è il database in cui i contrattualisti della Cisl di tutta Italia stanno facendo confluire i propri dati). Gli accordi aziendali presenti in Ocsel e stipulati dal 2009 ad oggi sono 5.720, di cui 470 nel 2015 e 525 nel 2016, per un totale nel biennio di 995 accordi. In particolare, emerge che nel 2016 sono aumentati gli accordi per le riconversioni aziendali, che rappresentano il 29% delle intese sul totale degli accordi con un aumento di 7 punti rispetto al 2015. Questo, secondo la Cisl, “è un dato interessante che testimonia i processi di cambiamento e innovazione che molte aziende stanno intraprendendo per riposizionarsi in un mercato sempre più competitivo affrontando la crisi e realizzando nel contempo politiche industriali”. “Nell’ultimo biennio la contrattazione di 2° livello è mutata – ha sottolineato il segretario confederale della Cisl, Gigi Petteni, commentando i dati – non è più segnata solo dalla crisi, ma anche dai nuovi processi di competitività e di ripresa che aumentano le occasioni di rilancio”. Naturalmente, uno degli istituti maggiormente contrattati in azienda continua ad essere la gestione delle crisi, con una percentuale del 38% nel 2015 e 36% nel 2016, per un numero complessivo di lavoratori coinvolti pari a 179.830. A stipulare maggiormente accordi di crisi sono le aziende di grosse dimensioni cioè i Gruppi (75% nel 2015 e 76% nel 2016), la cui contrattazione è valida per tutti gli stabilimenti presenti nel territorio nazionale, seguiti dalle intese sottoscritte nelle Regioni del Nord (13% nel 2016, 10% nel 2015) e nel Centro ( 10% nel 2016, 12% nel 2015). La bassa percentuale di produzione contrattuale nelle Regioni della macro area sud e isole (2% nel 2015 ) è dovuta principalmente al minore tessuto produttivo presente in tali territori. Crescono nel 2016 gli accordi sulla crisi nel settore del commercio ( dal 49% nel 2015 si passa al 51% nel 2016) e nel settore della chimica e affini (dal 8% nel 2015 si passa a un 15% nel 2016), mentre si riducono nel 2016 quelli stipulati in aziende appartenenti al settore delle aziende di servizi (16% nel 2015, 10% nel 2016) al settore manifatturiero (tessile – abbigliamento – calzature -6% nel 2015, 4% nel 2016). Si osserva nel 2015 una maggiore negoziazione della cassa integrazione guadagni nelle sue tipologie (30%), percentuale che si quasi dimezza nel 2016 (16%). Seguono, sempre nel 2016, il ricorso alla mobilità ex legge 223/91 e 236/93 (28%), percentuale che aumenta di 3 punti rispetto al 2015 (25%). Il ricorso al contratto di solidarietà mantiene una percentuale pressoché stabile, diminuisce di un solo punto percentuale nel 2016 (17%) rispetto all’anno precedente (18%). Gli accordi sulla riduzione di organici nel 2016 aumentano di due punti percentuali (7% nel 2015 , 9% nel 2016). L’adozione di varie forme garanzie per il mantenimento dei livelli occupazionali in aziende in crisi sono prefigurate nel 3% degli accordi sulle gestioni delle ‘crisi aziendali’ sia nel 2015 che nel 2016. Sempre a tutela dell’occupazione il 6% degli accordi cosiddetti difensivi ha negoziato forme di ricollocazione dei lavoratori presso altre aziende del gruppo e/o subentrate nella gestione nel 2015, minore la percentuale nel 2016 (2%). In crescita nel 2016 la percentuale (3% nel 2015, 5% nel 2016) degli accordi ha negoziato forme di ricollocazione di lavoratori nel mercato del lavoro attraverso iniziative di outplacement e/o formazione strettamente finalizzate alla ricollocazione sul mercato del lavoro esterno. In progresso – infine – nel 2016 le forme di incentivazione per l’uscita dal mercato del lavoro, quali incentivi all’esodo (11% nel 2016 in salita in confronto al 2015 di tre punti percentuali), mentre diminuiscono nel 2016 gli accordi che prevedono misure di accompagnamento alla pensione (3% nel 2016 in diminuzione rispetto al 2015 di 4 punti percentuali.

Istat
SALE TASSO DI DISOCCUPAZIONE

Il tasso di disoccupazione a dicembre è al 12%, stabile su novembre e in rialzo di 0,4 punti su dicembre 2015. Lo rileva l’Istat ricordando che resta il livello più alto da giugno 2015 (12,2%). Il tasso di disoccupazione tra i giovani tra i 15 e i 24 anni risale al 40,1%. I disoccupati complessivi raggiungono quota 3.103.000 con un aumento di 9.000 unità su novembre e di 144.000 unità su dicembre 2015. Ancora in calo gli inattivi tra i 15 e i 64 anni con -15.000 unità su novembre e -478.000 unità su dicembre 2015.
Il tasso di inattività è stabile sui minimi storici al 34,8%. A dicembre gli occupati sono rimasti sostanzialmente invariati su novembre (+1.000 unità) mentre sono cresciuti di 242.000 unità su dicembre 2015 (+1,1%). Lo rileva l’Istat spiegando che gli occupati nel complesso registrati nel mese sulla base dei dati destagionalizzati erano 22.783.000. IL tasso di occupazione è al 57,3%, invariato rispetto a novembre e in aumento di 0,7 punti su dicembre 2015. Sono aumentati i lavoratori dipendenti con +52.000 unità su novembre (soprattutto a termine) mentre gli indipendenti sono diminuiti di 52.000 unità. Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni risale a dicembre superando quota 40%. Lo rileva l’Istat spiegando che la quota di disoccupati sul totale degli attivi in quella fascia di età (occupati e disoccupati) a dicembre è al 40,1%, in aumento di 0,2 punti percentuali sul mese precedente, al livello più alto da giugno 2015.

Jobs Act
RESTA ARTICOLO 18 PER GLI STATALI

Il governo ha optato nel Testo unico l’esclusione dei dipendenti pubblici dalle modifiche all’articolo 18 e quindi dalla reintegra in caso solo di licenziamento illegittimo. Per gli statali, dunque, le nuove regole introdotte dal Jobs act e prima ancora dalla legge Fornero non varrebbero. I tecnici sono stati alacremente al lavoro per esplicitare normativamente l’eccezione. La posizione del ministro Marianna Madia su questo importante istituto dei diritti dei lavoratori è stata motivata, secondo quanto spiegato più volte da lei stessa, per il fatto che nel privato, se il lavoratore non viene reintegrato deve essere indennizzato e siccome i dipendenti pubblici sono pagati dai cittadini, un eventuale indennizzo avrebbe un costo oneroso per gli stessi cittadini. Il governo dunque ha deliberato con il Testo unico, che riscrive le regole del pubblico impiego, l’esclusione dei pubblici dipendenti dall’articolo 18.

Cida
SFORZO MAGGIORE PER VALORIZZARE COMPETENZE

Competenza ed etica, denominatore comune del manager sia pubblico, sia privato, cui spetta, a fronte del continuo e veloce cambiamento della società contemporanea, la responsabilità di gestione i processi di trasformazione. A sottolinearlo Paolo Rebaudengo, presidente Cida Piemonte, Confederazione italiana dirigenti e alte professionalità, che nella regione rappresenta 14.500 dirigenti pubblici e privati di tutti i settori economici, che ha promosso il convegno ‘Essere dirigenti oggi: ruolo e responsabilità’. “La sfida principale – ha osservato Rebaudengo – è quella di riuscire a rincorrere e adattarsi a un mondo che sta correndo e che non si capisce in quale direzione. Ci vuole, pertanto, non solo rapidità ma uno sforzo maggiore di sfruttare e utilizzare le competenze in un contesto dove prevale lo scarico di responsabilità su qualunque ruolo organizzativo. Il dirigente deve poter esprimere la propria competenza e la propria professionalità e non può essere responsabile di tutto quello che accade perché il suo compito è quello di risolvere i problemi”. Questo, ovviamente, non prescinde dalla responsabilità che chi ricopre ruoli manageriali sente propria. “Ci sono tanti modi di essere dirigente – ha osservato a questo proposito il presidente di Cida Piemonte – ma in tutti c’è comunque quel senso etico, quel livello di responsabilità che li porta tutte le mattine a prescindere dall’aspetto economico e organizzativo di arrivare alla sera e di portare a casa dei risultati, in una scuola, in un ospedale, in un’azienda, in qualunque attività commerciale e di servizio”. Quanto alla competenza, Rebaudengo ha rilevato che “in un mondo del lavoro che si è evoluto molto rapidamente, la competenza è l’elemento di fondo e non riguarda solo il direttore di un’azienda ma anche, per esempio, il primario di un ospedale, il preside di una scuola: tutti sono chiamati a gestire il proprio business ma anche a governare spazi sempre più ampi, a organizzare un sistema complesso che è un di più che però va fatto altrimenti non riescono ad esprimere la vera professionalità che hanno”. “Questa è la vera sfida che i dirigenti devono affrontare: se il Paese va avanti – ha concluso – bisogna dire grazie a loro perché se c’è qualcosa che funziona è perché c’è gente che riesce a mandare avanti la macchina e, parafrasando una citazione, i dirigenti e più facile criticarli che farne a meno”

Carlo Pareto

Istat conferma, nel 2016 crescita del Pil dello 0,9%

PilNel 2016 il prodotto interno lordo dell’Italia è cresciuto. Lo ha comunicato oggi l’Istat con la seguente nota: “Nel 2016 il Pil ai prezzi di mercato è stato pari a 1.672.438 milioni di euro correnti, con un aumento dell’1,6% rispetto all’anno precedente. In volume il Pil è cresciuto dello 0,9%. I dati disponibili per i maggiori paesi sviluppati indicano un aumento del Pil in volume in Germania (1,9%), nel Regno Unito (1,8%), negli Stati Uniti (1,6%) e in Francia (1,1%). Dal lato della domanda interna nel 2016 si registra, in termini di volume, una crescita dell’1,2% dei consumi finali nazionali e del 2,9% negli investimenti fissi lordi. Per quel che riguarda i flussi con l’estero, le esportazioni di beni e servizi sono aumentate del 2,4% e le importazioni del 2,9%.

La domanda interna ha contribuito positivamente alla crescita del Pil per 1,4 punti percentuali (0,9 al lordo della variazione delle scorte) mentre la domanda estera netta ha fornito un apporto negativo (-0,1 punti). A livello settoriale, il valore aggiunto ha registrato aumenti in volume nell’industria in senso stretto (1,3%) e nelle attività dei servizi (0,6%). Il valore aggiunto ha invece segnato dei cali nell’agricoltura, silvicoltura e pesca (-0,7%) e nelle costruzioni (-0,1%).

L’avanzo primario (indebitamento netto meno la spesa per interessi) misurato in rapporto al Pil, è stato pari all’1,5% (1,4% nel 2015). L’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche (AP), misurato in rapporto al Pil, è stato pari al -2,4%, a fronte del -2,7% del 2015”. Il rapporto tra il debito e il Pil nel 2016 è stato pari al 132,6%. Nel 2015 era al 132%.

La pressione fiscale complessiva, cioè l’ammontare delle imposte dirette, indirette, in conto capitale e dei contributi sociali in rapporto al Pil, nel 2016 è risultata pari al 42,9%, in calo di 0,4 punti percentuali rispetto al 2015. L’Italia si conferma la cenerentola dell’Europa con l’incremento del Pil pari a 0,9% mentre la Germania ed il Regno Unito hanno registrato una crescita doppia a quella italiana.

Non si conosce il valore della produzione sommersa e del lavoro irregolare che sfuggono alla rilevazione statistica ed al fisco. Da alcune indagini si possono fanno delle congetture più o meno attendibili ma che danno l’idea di un fenomeno di ampie dimensioni non sufficientemente contrastato. L’emersione dell’economia che elude ed evade qualsiasi controllo dello Stato potrebbe far cambiare di molto il quadro economico dell’Italia ma anche il rapporto attuale con la UE.

Salvatore Rondello

Inflazione record. Istat: al top da 4 anni

istat inflazione

L’Istat ha comunicato i dati provvisori sull’inflazione per il mese di febbraio 2017: “Secondo le stime preliminari, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra un aumento dello 0,3% rispetto al mese precedente e dell’1,5% nei confronti di febbraio 2016 (era +1,0% a gennaio).

Analogamente a quanto accaduto a gennaio, l’accelerazione dell’inflazione a febbraio 2017 è per lo più ascrivibile alle componenti merceologiche i cui prezzi sono maggiormente volatili e in particolare agli Alimentari non lavorati (+8,8%, era +5,3% a gennaio) e ai Beni energetici non regolamentati (+12,1%, da +9,0% del mese precedente). A rafforzare l’inflazione c’è poi l’accelerazione della crescita dei prezzi dei Servizi relativi ai trasporti (+2,4%, da +1,0% di gennaio).

Di conseguenza, l'”inflazione di fondo”, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, si porta a +0,6%, da +0,5% del mese precedente mentre quella al netto dei soli Beni energetici sale a +1,3% da +0,8% di gennaio.

L’aumento congiunturale dell’indice generale dei prezzi al consumo è principalmente dovuto ai rialzi dei prezzi degli Alimentari non lavorati (+3,0%), dei Servizi relativi ai trasporti (+1,0%) e dei Beni energetici non regolamentati (+0,5%).

Su base annua la crescita dei prezzi dei beni (+1,9%, da +1,2% di gennaio) segna un’accelerazione più marcata rispetto a quella dei servizi (+0,9%, da +0,7% del mese precedente). Di conseguenza, rispetto a gennaio, il differenziale inflazionistico negativo tra servizi e beni raddoppia portandosi a meno 1,0 punti percentuali (da meno 0,5 di gennaio).

L’inflazione acquisita per il 2017 risulta pari a +1,0%. I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona aumentano dell’1,1% su base mensile e del 3,1% su base annua (era +1,9% a gennaio).

I prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto aumentano dello 0,7% in termini congiunturali e registrano una crescita su base annua del 3,2%, da +2,2% del mese precedente.

Secondo le stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) aumenta dello 0,2% su base congiunturale e dell’1,6% su base annua (da +1,0% di gennaio)”.

L’improvvisa risalita dell’inflazione in tutta l’area euro, vede anche l’Italia allineata alla tendenza generale con un caro vita balzato all’1,5 per cento a febbraio.

Tornando al livello più elevato da 4 anni a questa parte, ha superato il dibattito sui rischi di deflazione, che fino a pochi mesi fa era l’argomento dominante. Ormai è chiaro che la dinamica dei prezzi è tornata al rialzo. Tuttavia, la velocità con cui si è verificato questo mutamento, le cause che lo hanno determinato, o meglio quelle che non vi hanno contribuito, non scaturisce da un rafforzamento dell’economia, e il contesto generale in cui si verifica non permette di guardare a questi dati con troppo ottimismo.

La risalita dell’inflazione potrebbe rendere più difficile alla Bce proseguire il programma previsto fino alla fine dell’anno, o oltre “se necessario”, di acquisti massicci di titoli di Stato, il quantitative easing, per tenere a bada lo spread ed anche i timori sul rischio Italia.

Tornando all’inflazione, i dati diffusi oggi dall’Istat, come del resto quelli giunti finora per l’intera area euro, mostrano che il rialzo dell’indice generale riflette prevalentemente spinte rialziste sull’energia, legate al recente recupero dei prezzi del petrolio, e sugli alimentari, un’altra voce altamente volatile legata a doppio filo con l’energia stessa. Al di là di questi fattori, l’inflazione di fondo ha avuto una lieve variazione: 0,6 per cento a febbraio rispetto allo 0,5 per cento di gennaio.

A questa accelerazione dei prezzi manca un contributo dal lato della domanda. La dinamica delle retribuzioni delle famiglie mostra infatti come queste ultime si trovino del tutto “indifese” sui rincari. Secondo i dati dell’Istat sui salari, i cui ultimi dati risalgono a dicembre, si attestavano al più 0,4 per cento su base annua e in assenza totale di incrementi rispetto al mese precedente. L’intero 2016 si è chiuso con un limitato più 0,6 per cento. Ora, i consumatori dovranno fare improvvisamente i conti con un carrello della spesa (prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona) che a febbraio è balzato al più 3,1 per cento su base annua.

Il rientrato allarme sulla deflazione è stato subito sostituito dagli allarmi sui rincari lanciati da associazioni di consumatori e di categoria. Non mancano i timori che si inneschi una fase di “stagflazione”, espressi da alcuni sindacati, ovvero la combinazione perversa di bassa crescita economica e retributiva e inflazione al rialzo, specialmente in Italia dove l’espansione economica è ai livelli più bassi di tutta l’Ue.

A parità di salario nominale, i salari reali in presenza della deflazione aumentano, mentre diminuiscono in presenza di inflazione.

Con il ritorno dell’inflazione (o della stagflazione), senza la crescita dei salari reali e dell’occupazione, potrebbe verificarsi una minore propensione delle famiglie all’indebitamento ed all’acquisto di beni durevoli. Anche il risparmio delle famiglie ne risentirebbe ed il disagio sociale continuerebbe ad aumentare. Il problema nodale resta la crescita dell’economia reale.

Salvatore Rondello

Istat. Cresce il Made in Italy verso Paesi extra europei

commercioBuone nuove sul fronte del commercio. Per il nostro Paese a gennaio si è registrato un incremento sia per le esportazioni (più 2,8 per cento) che per le importazioni (più 1,7 per cento), rispetto a dicembre. Il dato davvero significativo è però quello della crescita su base annua, nell’ordine del 19,7 per cento per l’export e del 22,3 per cento per l’import.
L’Istat infatti ha fatto sapere che a gennaio il saldo italiano del commercio estero extra europeo ha mostrato un disavanzo di 889 milioni di euro, a fronte del deficit di 486 milioni segnato un anno prima.
A dicembre 2016 si era registrato un avanzo di 5,673 miliardi di euro (rivisto da 5,678 miliardi) a fronte di un surplus di 5,887 miliardi di un anno prima.
Per l’Istat tale aumento è condizionato in buona parte dal livello di vendite particolarmente contenuto a gennaio 2016 e dalla presenza a gennaio 2017 di alcune transazioni straordinarie (commesse speciali e vendite di mezzi di navigazione marittima). Resta tuttavia che i numeri sono molto positivi per le esportazioni italiane extra Ue. Le vendite interessano in particolare Mosca, nel giro di un solo anno, hanno registrato un aumento del 39,4%. Ma la crescita tendenziale è diffusa a tutti i principali partner commerciali, anche i Paesi cosiddetti Asean – Association of South-East Asian Nations (+57%), la Cina (+36,6%), gli Stati Uniti (+35,8%), il Giappone (+29,0%) e i Paesi Mercosur – ovvero l’America meridionale (+23,1%). Anche per l’import si rileva una dinamica crescente che coinvolge in particolare: Opec (+53,4%), Russia (+43,3%) e Turchia (+29,6%).
Cresce quindi anche il deficit della bilancia commerciale, con un disavanzo che a gennaio 2017 sale a meno 889 milioni, contro i meno 486 milioni di gennaio 2016. Il valore delle importazioni supera tuttavia quello delle esportazioni, con conseguente uscita netta di capitale monetario dalla nazione. Il surplus nell’interscambio di prodotti non energetici (più 2,3 miliardi) è in notevole aumento rispetto a gennaio 2016 (più 1,3 miliardi).

Istat: inflazione all’1%. Aumenta prezzo beni alimentari

istat inflazioneL’Istat ha comunicato oggi l’indice nazionale dei prezzi al consumo rilevati nel mese di gennaio 2017 per l’intera collettività (NIC). Al lordo dei tabacchi, si registra un aumento dello 0,3% rispetto al mese precedente e dell’1,0% nei confronti di gennaio 2016 (la stima preliminare era +0,9%), mostrando segni di accelerazione (il NIC a dicembre segnava +0,5%).
Il tasso di incremento annuo registrato a gennaio scorso è il più alto da tre anni e mezzo. Per trovare un valore maggiore bisogna tornare ad agosto del 2013 quando era stato dell’1,2%.
Il rialzo dell’inflazione è dovuto alle componenti merceologiche i cui prezzi presentano maggiore volatilità. In particolare è stato evidenziato la netta accelerazione della crescita tendenziale dei Beni energetici non regolamentati (+9,0%, da +2,4% del mese precedente) e degli Alimentari non lavorati (+5,3%, era +1,8% a dicembre), a cui si aggiunge il ridimensionamento della flessione dei prezzi degli Energetici regolamentati (-2,8%, da -5,8%).
A gennaio l'”inflazione di fondo”, al netto degli energetici e alimentari freschi, rallenta, seppur di poco, portandosi a +0,5%, da +0,6% del mese precedente; al netto dei soli Beni energetici, invece, si porta a +0,8% (da +0,7% di dicembre).
“Su base annua la crescita dei prezzi dei beni accelera in misura significativa (+1,2%, da +0,1% di dicembre) mentre quella dei servizi rallenta (+0,7%, da +0,9% del mese precedente). Di conseguenza, rispetto a dicembre, il differenziale inflazionistico tra servizi e beni torna negativo dopo 46 mesi portandosi a meno 0,5 punti percentuali.
L’inflazione acquisita per il 2017 risulta pari a +0,7%.
I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona aumentano dell’1,1% su base mensile e dell’1,9% su base annua (era +0,6% a dicembre).
Anche Coldiretti evidenzia che a spingere l’inflazione è stato l’aumento record dei prezzi dei vegetali freschi e della frutta rispetto allo stesso mese dello scorso anno per effetto del maltempo che con gelo e neve ha decimato le coltivazioni agricole. “L’aumento dei prezzi ortofrutticoli a gennaio è consistente pure rispetto a dicembre con un rincaro del 14,6% anche se – sottolinea la Coldiretti – nel mese di febbraio si sta registrando un rapido ritorno alla normalità nei mercati. Con l’andamento dell’inflazione a gennaio sono stati stravolti i consumi alimentari degli italiani con un balzo negli acquisti del 14% di carne bovina, del 10% di salumi e dell’8% di carne di maiale. Ma ad aumentare è anche la presenza nel carrello dei prodotti a lunga conservazione come i surgelati, dal +14% per i vegetali a +11% per il pesce. In salita pure i preparati per dolci (+30%), purè (+13%), brodi (6%) e legumi secchi (4%)”, secondo i dati comunicati dalla Coldiretti sul sito www.italiani.coop.it relativi a gennaio 2017 rispetto allo stesso periodo dei due anni precedenti.
Il comunicato Istat prosegue: “I prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto aumentano dello 0,9% in termini congiunturali e registrano una crescita su base annua del 2,2%, dall’1,0% del mese precedente.
L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) diminuisce dell’1,7% su base congiunturale e aumenta dell’1,0% in termini tendenziali (la stima preliminare era +0,7%), da +0,5% di dicembre. La flessione congiunturale è in larga parte da ascrivere ai saldi invernali dell’abbigliamento e calzature, di cui l’indice NIC non tiene conto.
L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra un aumento dello 0,3% su base mensile e dello 0,9% nei confronti di gennaio 2016”.
Poiché i maggiori incrementi sono avvenuti sui beni che caratterizzano la domanda primaria delle famiglie, di conseguenza, per effetto compensativo, dovrebbe registrarsi una contrazione nella domanda sui beni secondari.
Per le associazioni dei consumatori si tratterebbe di una aumento medio di circa 300 euro su base annua per ogni famiglia media con punte più alte nell’Italia settentrionale.
L’Eurostat ha fornito il quadro di quello che è avvenuto nella UE.
L’inflazione nell’Eurozona a gennaio è salita a 1,8% su base annuale, rispetto all’1,1% di dicembre. Per l’insieme della Ue-28 il tasso di gennaio è stato dell’1,7% contro l’1,2% del mese precedente. Guardando ai singoli paesi, l’inflazione maggiore è stata registrata in Belgio (3,1%), davanti a Lettonia e Spagna (2,9%), con la Germania a 1,9% e Francia a 1,6%. La più bassa in Irlanda (0,2%). In Italia il tasso (1%) è raddoppiato rispetto a dicembre (0,5%) ma resta il nono più debole nell’Ue.
Il maggior impatto sull’innalzamento dell’inflazione nei 19 paesi dell’Eurozona è venuto dai carburanti per i trasporti (+0,50 punti percentuali), dai combustibili liquidi e dai prezzi dei legumi (+0,14 punti ciascuno). Sono rimasti in calo i prezzi delle telecomunicazioni (-0,09 punti), del gas (-0,08 punti), del pane e cereali (-0,05 punti). A gennaio 2016 il tasso di inflazione per l’Eurozona su base annuale era di appena +0,3%, in Italia era al +0,4%, esattamente come in Germania e leggermente superiore alla Francia (+0,3%), ma il Belgio già guidava la classifica con +1,8%.

Salvatore Rondello