Istat, torna e scendere l’export

cargo-exportSecondo i dati dell’Istat pubblicati oggi, ad aprile 2018, dopo l’ampio incremento di marzo, la dinamica congiunturale dell’export italiano con i paesi Extra Ue torna ad essere negativa, anche se in misura contenuta. L’Istat ha stimato una lieve riduzione congiunturale (-0,9%) per le esportazioni e un aumento significativo per le importazioni (+2,4%). La flessione congiunturale delle vendite verso i paesi extra Ue è più accentuata per i beni strumentali (-4,2%) ed esclude l’energia (+10,5%) e i beni intermedi (+1,8%). Dal lato dell’import, la crescita congiunturale è sostenuta da beni di consumo non durevoli (+6,7%), beni strumentali (+5,1%) e beni intermedi (+4,7%).

Nel comunicato diffuso dall’Istat si legge: “Nell’ultimo trimestre, la dinamica congiunturale dell’export verso i paesi extra Ue si conferma ampiamente negativa (-3,1%), con flessioni più accentuate per i beni di consumo non durevoli (-6,9%) e i beni di consumo durevoli (-4,6%), di intensità minore per i beni intermedi (-1,6%) e beni strumentali (-1,2%). Nello stesso periodo, le importazioni registrano una crescita pari a +1,2%, determinata dall’energia (+6,5%).

Ad aprile 2018, nonostante le flessioni congiunturali degli ultimi mesi le esportazioni sono comunque in aumento su base annua (+4,8%). La crescita è marcata per l’energia (+15,0%), beni di consumo non durevoli (+8,7%) e beni intermedi (+5,3%). Anche le importazioni registrano un marcato aumento tendenziale (+11,4%), determinato principalmente dall’energia (+20,8%) e dai beni intermedi (+16,5%). La correzione per gli effetti di calendario porta la variazione dell’export a +3,2% e quella dell’import a +7,2%.

Il surplus commerciale ad aprile 2018 è stimato pari a +1.859 milioni, in riduzione rispetto a +2.553 milioni di aprile 2017. Da inizio anno aumenta l’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici (da +18.942 milioni gennaio-aprile 2017 a +19.573 milioni di gennaio-aprile 2018).

Ancora con riguardo al confronto tendenziale, ad aprile 2018 l’export verso i paesi OPEC (-6,1%), paesi ASEAN (-5,9%) e Russia (-1,3%) è in flessione. In aumento le vendite di beni verso Stati Uniti (+6,0%), Svizzera (+11,3%), Cina (+9,5%), i paesi MERCOSUR (+15,2%) e Giappone (+6,9%).

Gli acquisti da paesi OPEC (+29,1%) e Stati Uniti (+21,0) registrano aumenti tendenziali più ampi della media delle importazioni, mentre sono in calo quelli dai paesi MERCOSUR (-5,2%) e dai paesi ASEAN (-2,9%)”.

Sintetizzando i dati, l’Istat ha commentato: “Dopo l’ampio incremento di marzo, la dinamica congiunturale dell’export con i paesi Extra Ue torna ad essere negativa ad aprile, anche se in misura contenuta. L’evoluzione congiunturale delle importazioni fa registrare tre mesi di crescita consecutiva, con un incremento molto marcato su base annua ad aprile. Anche le vendite registrano un rilevante aumento tendenziale che si riduce solo parzialmente dopo la correzione per i giorni lavorativi. Stati Uniti, Cina e Svizzera trascinano la crescita tendenziale dell’export”.

Il preoccupante segnale negativo dopo una serie positiva va monitorato a breve per comprendere se si tratta di un calo fisiologico o se è calata la competitività della produzione italiana.

S.R.

Istat: continua la crescita del Pil

Pil

Secondo le previsioni dell’Istat, nel 2018 il prodotto interno lordo (Pil) dovrebbe crescere dell’1,4% in termini reali. La stima dell’Istat è stata pubblicata nelle “Prospettive per l’economia italiana nel 2018”. Nel primo trimestre 2018 il Pil ha registrato un’ulteriore crescita congiunturale (+0,3% rispetto al trimestre precedente) prolungando cosi il ciclo favorevole iniziato nel terzo trimestre del 2014. L’intensità della crescita si manterrebbe sui livelli del trimestre precedente, in leggera decelerazione rispetto alla media dei tassi di crescita congiunturali del 2017 (+0,4%).

La domanda interna al netto delle scorte fornirebbe un contributo positivo alla crescita del Pil pari a 1,5 punti percentuali; l’apporto della domanda estera netta risulterebbe nullo e quello della variazione delle scorte marginalmente negativo (-0,1 punti percentuali).

L’aumento della spesa delle famiglie e delle ISP in termini reali è stimato in leggero rallentamento rispetto agli anni precedenti, con un incremento dell’1,2%. La crescita dei consumi continuerebbe ad essere supportata dai miglioramenti del mercato del lavoro.

Il processo di ricostituzione dello stock di capitale dovrebbe proseguire a ritmi lievemente più accentuati rispetto all’anno precedente sostenuto sia dalle misure di politica economica sia dalle condizioni favorevoli sul mercato del credito, derivanti dal proseguimento della politica monetaria espansiva della Banca centrale europea. Gli investimenti fissi lordi sono previsti crescere del 4,0% nell’anno corrente.

Le condizioni del mercato del lavoro registreranno un ulteriore miglioramento con un aumento dell’occupazione (+0,8% in termini di unità di lavoro) e una progressiva, ma lenta, diminuzione del tasso di disoccupazione (10,8%).

Nel corso del 2017 si è consolidata la fase positiva del mercato del lavoro. Le unità di lavoro sono ulteriormente aumentate (+0,9%) e la disoccupazione è diminuita di 0,5 punti percentuali attestandosi all’11,2%.

Sebbene in aumento, il tasso di occupazione si è comunque mantenuto inferiore a quello del target di Europa 2020 e alla media europea. Con riferimento alla popolazione nella classe di età con 20-64 anni, nel 2017 il tasso di occupazione italiano era del 62,3% (67,0% l’obiettivo di Europa 2020 e 72,2% il tasso medio dei paesi dell’Unione europea).

Negli ultimi mesi si sono manifestati segnali di rallentamento nella dinamica del mercato del lavoro. Nel primo trimestre del 2018 il tasso di occupazione è aumentato in misura contenuta (0,1 punti percentuali) mentre la disoccupazione è rimasta stabile all’11,0%, un valore di 2,5 punti percentuali superiore a quello dell’area euro. Nello stesso periodo il tasso dei posti vacanti, che misura la quota dei posti di lavoro per i quali è in corso la ricerca di personale, si è attestato allo 0,9% sia nell’industria sia nei servizi arretrando rispettivamente di 0,2 e 0,1 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Nei prossimi mesi si prospetta il proseguimento della fase di miglioramento del mercato del lavoro ma con intensità più contenute rispetto all’anno precedente.

Nel 2018, l’occupazione, espressa in termini di unità di lavoro, si prevede in crescita (+0,8%), mentre il tasso di disoccupazione dovrebbe diminuire (10,8%). La crescita dell’occupazione sarà supportata dall’aumento delle unità dipendenti mentre la contrazione di quelle indipendenti dovrebbe attenuarsi quasi completamente. L’aumento dell’occupazione comporterà sia una crescita del monte salari sia un miglioramento delle retribuzioni per dipendente che segneranno una forte accelerazione (+1,4%) rispetto all’anno precedente.

La situazione di crescita economica resta molto precaria. Le prospettive future dipenderanno molto dall’azione del nuovo governo.

Salvatore Rondello

Istat, commercio estero in frenata

commercio esteroL’Istat ha diffuso oggi i dati sul Commercio con l’estero dell’Italia. A marzo sono risultati sottotono, ma con segnali di ripresa a livello congiunturale. Il valore complessivo delle esportazioni ha segnato un meno 1,8 per cento rispetto allo stesso mese del 2017, mentre l’import è rimasto invariato. Ne è risultato un saldo da 4,531 miliardi di euro, in calo dai 5,306 miliardi dello stesso mese di un anno prima. In volumi l’export ha segnato un meno 3,5 per cento e l’import un meno 1 per cento.
La dinamica, però, risulta positiva nel confronto con il mese precedente: in questo caso le esportazioni hanno mostrato un aumento dell’1,2 per cento a marzo, mentre le importazioni un più 1,9 per cento.
Tra i vari raggruppamenti industriali, spicca il più 4,1 per cento di export dei beni strumentali, laddove sul fronte delle importazioni l’aumento più forte è stato il più 12,4 per cento (sempre tra febbraio e marzo) dell’energia. La variazione potrebbe riflettere anche gli aumenti dei prezzi sul petrolio.
Sempre secondo l’Istat l’Italia ha siglato il primo trimestre con avanzo negli scambi globali da 7,538 miliardi di euro, che al netto della voce energia diventa di quasi 17 miliardi. L’export risulta cresciuto del 3,3 per cento, rispetto allo stesso periodo del 2017, e l’import del 2,6 per cento.

Istat: Italia secondo paese più vecchio al mondo

vecchi

Presentando oggi il ‘Rapporto Istat 2018’ alla Camera dei Deputati, il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva ha detto: “In Italia manca il lavoro ad oltre 6 milioni di persone. Nel nostro Paese le persone che vorrebbero lavorare superano di poco i 6 milioni, nonostante i miglioramenti del mercato del lavoro, per donne, giovani e Mezzogiorno resta ancora molto da fare. Un giovane laureato su quattro trova lavoro attraverso una segnalazione di parenti o amici o la conoscenza diretta del datore di lavoro”.

Secondo il rapporto annuale dell’Istat, “tra i laureati del 2011 occupati nel 2015 uno su tre ha trovato lavoro grazie all’inserzione su giornali o internet o l’invio del curriculum a datori di lavoro. Chi trova lavoro con canali formali dichiara una maggiore soddisfazione per l’impiego ottenuto”.

L’Istituto di statistica spiega anche: “Una valutazione sintetica della bontà dell’occupazione determinata su diverse dimensioni (retribuzione, stabilità del lavoro, adeguatezza della professione al titolo di studio conseguito e regime orario) mette in luce che un inserimento lavorativo avvenuto attraverso le segnalazioni di familiari o amici porta a ottenere un impiego caratterizzato in assoluto da retribuzioni più basse, minore stabilità e coerenza con il percorso di studi concluso”.

Dal Rapporto annuale emerge anche l’allarme demografico. In Italia le nascite toccano il nuovo minimo storico, si accentua l’invecchiamento e prosegue il calo della popolazione. Il quadro demografico è preoccupante con la tendenza che indica un costante peggioramento del “debito demografico”.

Per il nono anno consecutivo le nascite sono in calo. L’anno scorso ne sono state stimate 464mila, il 2% in meno rispetto all’anno precedente e nuovo minimo storico. Secondo l’Istat, la contrazione delle nascite ha una forte componente strutturale e interessa tutte le aree ma in particolare nel centro Italia con una contrazione del 4,6%. Rispetto al 2008 il calo delle nascite ammonta a oltre 100mila unità, -19%.

Nonostante l’apporto positivo dell’immigrazione, le donne nella fascia di età tra 15 e 29 anni sono poco più della metà di quelle tra 30 e 49 anni. Meno donne in età feconda comportano inevitabilmente meno nascite.

La crisi demografica è confermata dal terzo anno consecutivo di flessione della popolazione. L’Istat stima che a gennaio scorso la popolazione ammonti a 60,5 milioni, in calo di quasi 100mila unità rispetto all’anno precedente. Al tempo stesso si accentua l’invecchiamento nonostante la presenza degli stranieri caratterizzati da una struttura di età più giovane di quella italiana e con una fecondità più elevata. L’Italia è il secondo paese più vecchio al mondo con una stima di 168,7 anziani ogni 100 giovani.

L’evoluzione demografica degli ultimi decenni ci consegna un paese profondamente trasformato nella struttura e nelle dinamiche sociali demografiche. La tendenza è destinata ad accentuare ulteriormente il processo di invecchiamento. Secondo lo scenario mediano delle previsioni demografiche tra 20 anni lo squilibrio intergenerazionale sarà ancora più critico con 265 anziani ogni 100 giovani.

L’occupazione femminile ha raggiunto quasi il 49%, ma l’Italia è penultima nella classifica europea sulla quota delle donne che lavorano. Secondo quanto indicato nel rapporto annuale dell’Istat, in Italia nel 2017, per il quarto anno consecutivo, il tasso di occupazione generale cresce, attestandosi al 58%, ma è ancora 0,7 punti percentuali sotto il livello del 2008 e lontano dalla media Ue.

L’Istat ha scritto nel rapporto annuale: “Il riavvicinamento ai valori del 2008 si deve esclusivamente alla componente femminile (+1,7 punti dal 2008 in confronto a -3,1 degli uomini) anche se l’Italia si caratterizza per un tasso di occupazione femminile più basso della media europea (48,9% contro 62,4%). Si tratta del valore più basso dopo la Grecia”.

Gli indicatori disponibili per i primi mesi del 2018 segnalano la prosecuzione del recupero della crescita dell’economia italiana, pur se a ritmi moderati.

Tuttavia, si profilano segnali di incertezza legati all’evoluzione delle politiche commerciali di Stati Uniti e Cina, alla prosecuzione del processo di normalizzazione della politica monetaria statunitense e agli effetti dei rialzi dei tassi sui mercati finanziari e valutari. Sempre nel Rapporto annuale 2018 dell’Istat, viene evidenziato come nella prospettiva di breve termine i segnali siano positivi seppure in leggera attenuazione.

Sulla base delle stime preliminari dell’Istat, nel primo trimestre del 2018 il Pil è salito dello 0,3% sul trimestre precedente. Nello stesso periodo la fiducia delle famiglie è risultata in crescita, mentre quella delle imprese è diminuita, mantenendosi però su livelli elevati.

Nel biennio 2015-2016 l’economia è tornata a crescere nel Mezzogiorno, dopo sette anni di contrazione: il Pil in volume è aumentato del 2,4%, un valore superiore a quello medio nazionale (+1,9%). Secondo l’Istat tuttavia emerge ancora il gap fra il Sud e il resto del Paese.

Nel biennio la ripresa è più forte nel Nord-est (+2,5 per cento), in particolare in Emilia-Romagna e in Friuli-Venezia Giulia (+2,7). Il tasso di crescita del Nord-ovest (+2,0 per cento) riflette al suo interno dinamiche differenti: l’incremento è più elevato in Lombardia (+2,5 per cento), meno vivace in Piemonte (+1,5), negativo in Liguria (-0,5 per cento). Più contenuta l’espansione nelle regioni del Centro (+0,9 per cento), dove il Pil si è leggermente contratto nelle Marche (-0,1 per cento).

Tra le regioni meridionali, il Molise e la Campania presentano variazioni positive del 4,9 per cento, la Basilicata del 9,2. Nel complesso, mentre la crescita del Sud è consistente (+3 per cento), la ripresa nelle Isole è più contenuta (+0,9). La contrazione osservata nel Mezzogiorno nel periodo compreso tra l’avvio della crisi e il 2014 è stata, del resto, intensa e più elevata di quella delle altre ripartizioni, con una riduzione del Pil che ha superato il 12 per cento.

Le indicazioni fornite dall’Istat sono un quadro indispensabile per l’elaborazione delle scelte politiche future per il Paese.

Salvatore Rondello

Produzione industriale e Turismo in aumento

turisti-2L’Istat ha comunicato oggi i dati aggiornati sulla produzione industriale. A marzo 2018 ha stimato un aumento dell’1,2% dell’indice destagionalizzato della produzione industriale rispetto a febbraio. Nella media del trimestre gennaio-marzo 2018 la produzione ha registrato una variazione nulla nei confronti dei tre mesi precedenti.
L’indice destagionalizzato mensile ha evidenziato variazioni congiunturali positive in tutti i comparti. Sono aumentati i beni di consumo (+2,5%), l’energia (+1,3%), i beni strumentali (+0,8%) e i beni intermedi (+0,7%).
Corretto per gli effetti di calendario, a marzo 2018 l’indice è aumentato in termini tendenziali del 3,6% (i giorni lavorativi sono stati 22 contro i 23 di marzo 2017). Nella media dei primi tre mesi dell’anno la produzione è aumentata del 3,4% su base annua.
Sempre su base annua gli indici corretti per gli effetti di calendario hanno registrato a marzo 2018 variazioni positive in tutti i raggruppamenti. In misura rilevante è aumentata l’energia (+8,6%). Aumenti apprezzabili hanno registrato anche i beni strumentali (+3,4%) i beni di consumo (+3,3%) e, in misura più lieve, i beni intermedi (+1,8%).
I settori di attività economica che hanno registrato la maggiore crescita tendenziale sono quelli della fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+11,9%), della produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+4,6%) e delle industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori (+4,2%). Diminuzioni sono state rilevate invece nei settori dell’attività estrattiva (-8,1%) e della fabbricazione di prodotti chimici (-0,4%).
Ai dati sulla produzione vanno aggiunti quelli sul turismo emersi dalla XVIII Conferenza “L’Italia e il turismo internazionale – risultati e tendenze per incoming e outgoing nel 2017”. L’importante manifestazione si è svolta a Venezia per iniziativa di CISET e Università Ca’ Foscari di Venezia in collaborazione con la Banca d’Italia.
In sintesi, sono stati 39,1 i miliardi di Euro spesi dai visitatori internazionali in Italia tra gennaio e dicembre 2017, a fronte di 36,4 miliardi nel 2016. In aumento anche i consumi dei viaggiatori italiani all’estero: 24,5 miliardi di Euro nel 2017, contro 22,5 miliardi nell’anno precedente.
Nel 2017, il saldo netto della bilancia dei pagamenti turistica in Italia è rimasto positivo, pari a 14,6 miliardi di Euro, in aumento rispetto a quello registrato nel 2016 (13,8 miliardi, +5,7%). Il risultato è generato da una crescita significativa delle entrate internazionali per turismo (+7,7%), di poco superata dall’espansione delle uscite internazionali (+8,9%).
Claudio Doria della Banca d’Italia, nella sua relazione introduttiva, ha evidenziato come nel 2017 le spese dei viaggiatori stranieri in Italia abbiano raggiunto i 39.155 milioni di euro, con un aumento del 7,7% rispetto al 2016. L’andamento è risultato più dinamico rispetto a quello registrato nel triennio precedente (crescita media del 3,2%). Andamenti positivi delle entrate turistiche sono stati registrati in tutte le macro-aree italiane di destinazione. La provincia italiana con il maggior afflusso di entrate valutarie turistiche dall’estero si conferma Roma (6.743 mln), che ha segnato una crescita del 20,3% rispetto al precedente anno. Anche Venezia e Napoli hanno evidenziato incrementi significativi (rispettivamente +19,4% e +17,8%), mentre per Milano e Firenze le entrate sono risultate in diminuzione (-2,4 e -6,3%).
I buoni segnali di crescita della produzione e del turismo lasciano ben sperare per un futuro migliore, anche se ancora non si è visto un riscontro di pari entità in termini occupazionali e di distribuzione della ricchezza.

Salvatore Rondello

Povertà. Istat: quella assoluta è in aumento

anziani_povertaSono aumentati gli italiani in povertà assoluta. I dati sono stati forniti dal presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, in Parlamento nell’audizione sul Def. Il fenomeno, nel 2017, riguarderebbe circa 5 milioni di individui, l’8,3% della popolazione residente, in aumento rispetto al 7,9% del 2016 e al 3,9% del 2008. In dieci anni la percentuale si è raddoppiata. Le famiglie in povertà assoluta, secondo stime preliminari, sarebbero 1,8 milioni, con un’incidenza del 6,9%, in crescita di sei decimi rispetto al 6,3% del 2016 (era il 4% nel 2008).

Il presidente dell’Istat ha sottolineato: “Sempre nel 2017 in 1,1 milioni di famiglie italiane tutti i componenti appartenenti alle forze di lavoro erano in cerca di occupazione, pari a 4 famiglie su 100, in cui non si percepiva dunque alcun reddito da lavoro, contro circa la metà (535mila) nel 2008. Di queste, più della metà (il 56,1%) è residente nel Mezzogiorno. Nel complesso si stima un leggero miglioramento rispetto al 2016 (15mila in meno), ma la situazione al Sud è in peggioramento (13mila in più)”.

Sono ancora le famiglie monogenitore quelle che faticano in misura maggiore a entrare nel mondo del lavoro (12,5% con almeno un componente in cerca di occupazione), in particolare quelle composte da un genitore donna (13,1%). Se si considera anche la dimensione territoriale, si stima che quasi il doppio della media nazionale (23,7%) delle famiglie con un solo genitore donna residenti nel Mezzogiorno abbia almeno un componente alla ricerca di un lavoro.

Inoltre, a seguito della riforma dei voucher, non è quantificabile l’incremento del lavoro in nero prodotto. Si potrebbe anche ipotizzare un contribuito al fenomeno a seguito dello sviluppo di ‘industria 4.0’.

Salvatore Rondello

Economia. L’Italia rallenta ma continua a crescere

produzione industriale

L’economia italiana continua a crescere, ma più lentamente. “Si rafforzano i segnali di rallentamento delineando uno scenario di minore intensità della crescita” scrive l’Istat nell’ultima nota mensile sull’andamento dell’economia italiana relativa al mese di aprile.In particolare la produzione del settore manifatturiero e le esportazioni hanno registrato alcuni segnali di flessione, l’occupazione è tornata ad aumentare, anche se quella femminile ha segnato una pausa; l’inflazione infine si è confermata moderata e in ripiegamento.

L’indicatore anticipatore dell’Istat si mantiene su livelli elevati anche se si rafforzano i segnali di rallentamento, “delineando uno scenario di minore intensità della crescita economica”, scrive la Nota mensile dell’istituto, che fotografa un primo trimestre in cui la crescita ha avuto lo stesso ritmo dei trimestri precedenti. Ad aprile la fiducia di imprese e famiglie è caratterizzata da una generale tendenza al peggioramento. Il clima di fiducia dei consumatori è lievemente diminuito mantenendosi sui livelli comunque elevati mentre l’indice composito del clima di fiducia delle imprese ha evidenziato un peggioramento influenzato dai giudizi negativi delle imprese del commercio mentre quelle delle costruzioni sono le uniche a fornire un quadro positivo. In particolare nel settore manifatturiero “il peggioramento della fiducia è attribuibile quasi interamente alla componente degli ordini”.

L’Istat nella Nota ricorda come il ritmo di crescita dell’economia italiana si mantenga stabile (+0,3% la crescita congiunturale nel primo trimestre 2018), sostenuto dalla domanda interna, mentre la componente estera netta ha fornito un contributo negativo. Con il valore aggiunto dell’industria che registra una variazione pressoché nulla, “interrompendo il percorso di crescita degli ultimi trimestri”. Tra l’altro gli indicatori congiunturali dell’industria avevano già manifestato segnali di flessione: nei primi due mesi dell’anno sia l’indice della produzione industriale che il volume delle esportazioni erano diminuiti (-0,5% e -0,6% le variazioni congiunturali a febbraio rispetto al mese precedente). In controtendenza come detto il settore delle costruzioni che mostra segnali di ripresa. Nel terzo trimestre i permessi di costruire hanno registrato una variazione moderatamente positiva sia in termini di numero di abitazioni in nuovi fabbricati residenziali (+1,0%) sia di superficie utile abitabile residenziale (+0,2%). Con l’andamento dei permessi per nuova edilizia non residenziale che è tornato vivace, con un forte aumento nel terzo trimestre (+14,4%).

A marzo riprende la crescita dell’occupazione, trainata dal miglioramento della componente maschile (+0,6% rispetto al mese precedente), dagli indipendenti (+1,1%) e dalla classe di età 25-34 anni. Si arresta quindi il contributo positivo alla crescita dell’occupazione fornito dalla componente femminile. Sia il tasso di occupazione sia la disoccupazione migliorano ma si mantengono ancora sotto la media europea. Con riferimento alla media del 2017, il tasso di occupazione per la popolazione 20-64 anni era pari al 62,3% (72,2% la media europea). La componente femminile è risultata più distante dalla media europea (rispettivamente 52,5% e 66,5%).

A marzo infine il tasso di disoccupazione italiano è rimasto stabile all’11,0% (8,5% la media dell’area euro). Sul fronte dell’inflazione l’economia italiana rimane caratterizzata dall’assenza di significative pressioni sui prezzi in tutte le fasi della loro formazione. In aprile la stima preliminare dell’indice al consumo segnala un rallentamento dell’inflazione. E così il tasso di incremento su base annua torna al livello di febbraio (+0,5%), con una riduzione di 3 decimi di punto rispetto a marzo.

Il futuro demografico regge grazie alle migrazioni

Immigrati

L’Istat ha diffuso oggi un comunicato stampa sul futuro demografico del Paese. L’Istituto di statistica ha stimato che in Italia la popolazione residente attesa sia pari, secondo lo scenario mediano, a 59 milioni nel 2045 e a 54,1 milioni nel 2065. La flessione rispetto al 2017 (60,6 milioni) sarebbe pari a 1,6 milioni di residenti nel 2045 e a 6,5 milioni nel 2065. Tenendo conto della variabilità associata agli eventi demografici, la stima della popolazione al 2065 oscilla da un minimo di 46,4 milioni a un massimo di 62. La probabilità che aumenti la popolazione tra il 2017 e il  2065 è pari al 9%.

Il Mezzogiorno perderebbe popolazione per tutto il periodo mentre nel Centro-nord, dopo i primi trent’anni di previsione con un bilancio demografico positivo, si avrebbe un progressivo declino della popolazione soltanto dal 2045 in avanti. La probabilità empirica che la popolazione del Centro-nord abbia nel 2065 una popolazione più ampia rispetto a oggi supera il 30% mentre nel Mezzogiorno è nulla.

È previsto negli anni a venire uno spostamento del peso della popolazione dal Mezzogiorno al Centro-nord del Paese. Nel 2065 il Centro-nord accoglierebbe il 71% di residenti contro il 66% di oggi; il Mezzogiorno invece arriverebbe ad accoglierne il 29% contro il 34% attuale.

Le future nascite non saranno sufficienti a compensare i futuri decessi: dopo pochi anni di previsione il saldo naturale raggiunge quota -200 mila, per poi passare la soglia -300 e -400 mila nel medio e lungo termine.

La fecondità è prevista in rialzo da 1,34 a 1,59 figli per donna nel periodo 2017-2065. Tuttavia, l’incertezza aumenta lungo il periodo di previsione. L’intervallo di confidenza proiettato al 2065 è piuttosto alto e oscilla tra 1,25 e 1,93 figli per donna.

La sopravvivenza è prevista in aumento. Entro il 2065 la vita media crescerebbe di oltre cinque anni per entrambi i generi, giungendo a 86,1 anni e 90,2 anni, rispettivamente per uomini e donne (80,6 e 85 anni nel 2016). L’incertezza associata assegna limiti di confidenza compresi tra 84,1 e 88,2 anni per gli uomini e tra 87,9 e 92,7 anni per le donne.

Si prevede che il saldo migratorio con l’estero sia positivo, mediamente pari a 165 mila unità annue (144 mila l’ultimo rilevato nel 2016), seppure contraddistinto da forte incertezza. Non è esclusa l’eventualità ma con bassa probabilità di concretizzarsi (9,1%) che nel lungo termine esso possa diventare negativo.

Il saldo naturale della popolazione risente positivamente delle migrazioni. Sempre nello scenario mediano l’effetto addizionale del saldo migratorio sulla dinamica di nascite e decessi comporta 2,6 milioni di residenti aggiuntivi nel corso dell’intero periodo di previsione.

Lo studio demografico dell’Istat, anche se previsionale, è sicuramente un importante dato valutativo da tenere presente per le scelte politiche future.

Salvatore Rondello

Psi: “Sul Pil dati incoraggianti ma ancora tanto da fare”

Pil Italia-cresce

La crescita economica, a inizio del 2018, è in frenata nell’area euro. Nel primo trimestre il Pil ha segnato un incremento dello 0,4 per cento rispetto ai tre mesi precedenti, secondo la stima preliminare diffusa da Eurostat, mentre il ritmo di espansione su base annua si è smorzato al 2,5 per cento.

Nell’ultimo trimestre del 2017 il Pil dell’Unione valutaria aveva segnato un più 0,7 per cento dai tre mesi precedenti e un più 2,8 per cento su base annua. Quindi, lo scenario di frenata della crescita evidenziato da diversi indicatori e indagini è stato confermato, anche se ancora non è chiara la natura temporanea di questa dinamica.

Guardando all’intera Unione europea a 28, sempre secondo Eurostat, il Pil ha segnato un più 0,4 per cento congiunturale e un più 2,4 per cento su base annua.

Per quanto riguarda l’Italia, dalle stime preliminari diffuse dall’Istat, il prodotto interno lordo è cresciuto dello 0,3% nel primo trimestre rispetto ai tre mesi precedenti e dell’1,4% in termini tendenziali (era +1,6% nel IV trim. 2017). La variazione acquisita per il 2018 è pari a +0,8%.

L’incremento congiunturale del Pil italiano, secondo l’Istituto di statistica, è la sintesi di un aumento del valore aggiunto dei settori dell’agricoltura, silvicoltura e pesca e dei servizi, mentre il valore aggiunto dell’industria ha segnato una variazione quasi nulla. Dal lato della domanda, vi è un contributo positivo della componente nazionale (al lordo delle scorte) e un apporto negativo della componente estera netta.

L’Istat ha commentato: “All’inizio del 2018 l’economia italiana è cresciuta a un ritmo congiunturale dello 0,3% segnando un risultato analogo a quello del trimestre immediatamente precedente e confermando il rallentamento rispetto alla dinamica più marcata registrata nella prima parte del 2017. La lieve decelerazione emersa nel periodo più recente determina un contenuto ridimensionamento del tasso di crescita tendenziale che scende all’1,4%. Con il risultato del primo trimestre, la durata dell’attuale fase di espansione dell’economia italiana si estende a 15 trimestri; il livello del Pil risulta ancora inferiore dello 0,9% rispetto al precedente picco del secondo trimestre del 2011 ma superiore del 4,4% rispetto all’inizio della fase di recupero”.

Contestualmente, l’Istat ha reso noto che il tasso di disoccupazione a marzo è rimasto stabile all’11,0% rispetto al mese precedente mentre quello giovanile è sceso al 31,7% (-0,9 punti percentuali). La crescita della disoccupazione si è concentrata tra le donne e i 35-49enni. Secondo l’Istat, il numero degli occupati ha continuato a crescere a marzo (+0,3% rispetto a febbraio, pari a +62 mila), con un tasso di occupazione che è salito di 0,2 punti attestandosi al 58,3%.

Parallelamente, dopo il calo di febbraio, sono aumentate le persone in cerca di occupazione (+0,7% pari a +19 mila) mentre gli inattivi tra i 15 e i 64 anni sono diminuiti dello 0,8% (-104 mila). Il calo riguarderebbe entrambi i generi e tutte le classi di età ad eccezione dei 15-24enni. Il tasso di inattività è sceso al 34,3% (-0,3 punti percentuali rispetto a febbraio). La crescita dell’occupazione ha interessato tutte le classi di età ad eccezione dei 35-49enni con un aumento maggiore per i giovani 25-34enni (+0,9 punti percentuali). La crescita è dovuta interamente alla componente maschile mentre per le donne, dopo l’aumento dei mesi precedenti, si è registrato un calo.

Il commento dell’Istat: “una ripresa degli indipendenti, che recuperano in parte la diminuzione osservata nei primi due mesi dell’anno e, in misura più lieve, dei dipendenti a termine, mentre restano sostanzialmente stabili i permanenti”.

Nell’arco del primo trimestre 2018 gli occupati sono aumentati dello 0,1% rispetto al trimestre precedente (+21 mila). L’aumento ha interessato gli uomini e tutte le classi di età ad eccezione dei 35-49enni. Sono aumentati i dipendenti a termine (+66 mila), mentre sono diminuiti lievemente i permanenti (-8 mila) e in misura più consistente gli indipendenti (-37 mila). Alla crescita degli occupati nel trimestre si è accompagnato un lieve aumento dei disoccupati (+0,1%) e un calo degli inattivi (-0,3, -34 mila).

Su base annua è continuato l’aumento degli occupati (+0,8%, +190 mila). La crescita ha interessato uomini e donne e riguarda esclusivamente i lavoratori a termine (+323 mila), mentre sono in calo i permanenti (-51 mila) e gli indipendenti (-81 mila). Sono aumentati soprattutto gli occupati ultracinquantenni (+391 mila per effetto della legge Fornero) e, in misura minore, i 15-34enni (+46 mila) mentre sono in calo i 35-49enni (-246 mila). Nell’arco di un anno sono diminuiti sia i disoccupati (-4,0%, -118 mila) sia gli inattivi (-1,1%, -150 mila).

Maria Cristina Pisani, giovane portavoce del PSI, ha commentato i dati dell’Istat: “I dati diffusi dall’ISTAT sul miglioramento della situazione lavorativa del nostro Paese, soprattutto per quello che riguarda i giovani, sono incoraggianti anche se c’è tanto ancora da fare. Preoccupa, invece, il dato congiunturale dell’ultimo mese scomposto per sesso che descrive, a fronte di un aumento tra gli uomini, un calo dell’occupazione fra le donne. I dati diffusi dall’ISTAT parlano, infatti, di un ritorno dei tassi di occupazione a livelli pre-crisi, evidenziando un  aumento significativo del numero degli occupati e un crollo degli inattivi.
Sono segnali che indicano la necessità di non spegnere i riflettori sul tema della parità di genere, nella società come nel mondo del lavoro; una battaglia di civiltà, di progresso sociale ed economico che mi vedrà sempre in prima linea”.

Da Washington, un autorevole giudizio di sintesi sull’Italia è arrivato con convinzione da Alessandro Leipold, il nuovo rappresentante dell’Italia nel Consiglio del Fondo Monetario Internazionale: “Le prospettive di breve termine per l’Italia non sono così male tanto che il consenso è per una continuazione della ripresa. L’outlook strutturale si fa però più incerto se si prende in considerazione un’orizzonte temporale più lungo”.

Il successore di Carlo Cottarelli all’istituto di Washington è stato premiato ieri a New York dal Gruppo esponenti italiani (Gei) presieduto da Lucio Caputo. In quell’occasione, oltre a descrivere il quadro economico italiano, l’ex capo economista del Lisbon Council e storico membro dell’Fmi ha cercato anche di descrivere al pubblico internazionale la situazione politica del nostro Paese senza avere informazioni da insider.

Dal punto di vista economico, Leipold ha descritto la linea del Fondo emersa dai recenti Spring Meetings che si sono svolti nella capitale Usa. Per l’Italia, è prevista una crescita del Pil nel 2018 dell’1,5%. Leipold ha detto: “Non è un tasso di crescita fantastico ma è il migliore degli ultimi 10 anni con l’eccezione del 2010, quando ci fu un rimbalzo dalla crisi. Certo. Rischi esterni non Made in Italy come le tensioni commerciali o quelle geopolitiche potrebbero cambiare il quadro, che attualmente resta tutto sommato incoraggiante. E’ nel medio-lungo termine che i nodi strutturali dell’Italia emergono. A cominciare da una crescita della produttività molto deludente”. Per Alessandro Leipold sarebbe un peccato che alla fine, nel nostro Paese non si riesca a sfruttare il momento attuale favorevole per attuare le tanto necessarie riforme.

Sul fronte politico, Leipold ha spiegato ad un pubblico internazionale: “Il presidente della Repubblica sta provando tutte le opzioni possibili per formare un governo mentre nel PD aumentano le divisioni di chi vorrebbe almeno intavolare un confronto con il M5S, il primo partito alle elezioni. Un governo di minoranza è stato giudicato come improbabile e instabile. Un governo del presidente è decisamente più difficile della grand coalition tedesca. Un governo ponte in vista di nuove elezioni a questo punto è il più probabile ma porterebbe a chiedersi quando gli italiani tornerebbero a votare. Difficilmente in estate. Idealmente, la chiamata alle urne dovrebbe verificarsi dopo la riforma del sistema elettorale. Ma quella riforma pare improbabile perché implicherebbe la necessità di un consensus. E se le elezioni sono tenute con il sistema attuale, è molto probabile che si ottengano gli stessi risultati comportando un altro stallo”.

Leipold si è detto “speranzoso” perché “la speranza è l’ultima a morire”. L’Italia può sempre ricorrere a “l’arte di arrangiarsi” che, ha precisato, ha un significato sia negativo sia positivo. Nel frattempo però “la voce dell’Italia è assente” nei grandi dibattiti di questo momento, dai dazi su acciaio e alluminio alla definizione dell’architettura dell’Eurozona.

Sempre oggi, la Commissione europea ha presentato, a Bruxelles, la sua proposta per il nuovo quadro finanziario pluriennale per il bilancio 2021-2027 dell’Ue, il primo senza il Regno Unito. La proposta prevede un bilancio complessivo da 1.279 miliardi di euro, in termini di impegni a prezzi correnti, per i sette anni dell’esercizio, corrispondente all’1,11% del Pil complessivo dei Ventisette, in leggero aumento rispetto dell’1% dei Pil dei Ventotto dell’attuale quadro di bilancio pluriennale 2014-2020.

Nel primo pomeriggio, immediatamente dopo la riunione dei 28 commissari che ha varato la proposta, il capo dell’Esecutivo comunitario, Jean-Claude Juncker, ha presentato la proposta alla plenaria del Parlamento europeo, definendola “ragionevole e responsabile”. Juncker ha spiegato: “Ci occorre un bilancio sufficiente per le nostre ambizioni, e quindi ambizioso, ma anche equilibrato e giusto per tutti”.

Dunque, qualche spiraglio favorevole potrebbe esserci anche nel medio e lungo periodo. Purtroppo, il quadro politico attuale è preoccupante. Se le ragioni di parte dovessero prevalere sugli interessi del Paese, sarebbe un vero peccato. In altri tempi, uomini politici come Nenni erano disposti a sacrificare il proprio partito consapevoli che le scelte da fare erano le migliori possibili per il progresso del Paese.

Salvatore Rondello

Migliora il Paese, ma resta il divario con il Mezzogiorno

istat pil mezzogiorno

L’ISTAT ha presentato oggi il rapporto “Noi Italia”. Dalla descrizione dei principali fenomeni economici, sociali e ambientali emerge un Paese in netto miglioramento in molti ambiti  ma persistono alcuni punti di debolezza con riferimento  soprattutto al Mezzogiorno. Sul fronte dell’occupazione, il Sud si colloca  all’ultimo posto nella graduatoria dell’Ue, nel confronto tra macro-aree italiane e Paesi Ue. Ma ci sono anche le eccellenze agroalimentari e il buon andamento degli aspetti legati alla salute.

Secondo l’Istat, l’Italia presenta un’aspettativa di vita fra le più alte in ambito europeo: occupa il secondo posto per gli uomini e il quarto per le donne. La speranza di vita (come indicatore sintetico della qualità delle condizioni di vita) nasconde tuttavia l’esistenza di disuguaglianze a livello territoriale, riassumibili in uno svantaggio del Mezzogiorno di circa un anno rispetto al resto del Paese, ma che diventano circa tre anni considerando gli estremi della provincia autonoma di Trento (valore più alto) e la Campania (valore più basso).

Tra il 2015 e il 2016 la quota delle famiglie che vanno avanti sotto la soglia della povertà, in Italia, è rimasta sostanzialmente stabile, confermando inoltre il forte svantaggio del Mezzogiorno.

Però, se si guarda all’intensità del fenomeno, ovvero a quanto poveri sono i poveri, allora si riscontra un aumento: dal 18,7% del 2015 al 20,7% del 2016. La cosa che può apparire come una sorpresa: l’intensità della povertà assoluta risulta più accentuata al Centro Nord (dal 18,0% al 20,8%) che nel Mezzogiorno (dal 19,9% al 20,5%).

Oltre all’analisi dell’Istat, oggi, la Banca d’Italia ha presentato il rapporto semestrale sulla stabilità finanziaria. L’Istituto centrale avverte: “In Italia l’impatto sul costo medio dei titoli di Stato di un eventuale rialzo dei tassi di interesse sarebbe attenuato dalla loro lunga vita residua. L’alto livello del debito pubblico rende tuttavia l’economia italiana vulnerabile a forti tensioni sui mercati finanziari e a revisioni al ribasso delle prospettive di crescita”.

Il rapporto della Banca d’Italia ha anche evidenziato: “La situazione finanziaria delle famiglie italiane è solida. L’indebitamento è contenuto; la crescita del reddito disponibile e i bassi tassi di interesse ne favoriscono la sostenibilità. Mentre la ripresa economica sostiene la redditività delle imprese e ne attenua la vulnerabilità. Permangono però aree di fragilità tra le imprese di minore dimensione e nel settore delle costruzioni, caratterizzato da un indebitamento elevato e da livelli di attività ancora contenuti”.

Mentre, per le banche: “La qualità del credito continua migliorare e i flussi di nuovi prestiti deteriorati sono sui livelli precedenti la crisi finanziaria. Il peso dei crediti deteriorati nei bilanci degli intermediari è in forte riduzione, soprattutto per le banche che hanno effettuato ingenti operazioni di cessione; rimane però elevato per diversi intermediari”.

Concludendo, la Banca d’Italia ha affermato: “La crescita robusta dell’economia globale mitiga i rischi per la stabilità finanziaria. I mercati azionari e obbligazionari appaiono tuttavia particolarmente esposti a eventi economici e geopolitici inattesi che possono innescare, come avvenuto in recenti episodi, variazioni anche ampie dei prezzi dei titoli”.

Le preoccupazioni manifestate dalla Banca d’Italia non sempre si presentano in modo inatteso. Oggi, arrivata notizia sulla preoccupante brusca frenata della crescita economica in Gran Bretagna ad inizio di quest’anno. Il Pil del primo trimestre ha registrato un incremento limitato allo 0,1 per cento, il più basso da 5 anni a questa parte. Secondo l’ufficio di Statistica della Gran Bretagna, che ha diffuso la stima preliminare, si tratta infatti del progresso più contenuto da quello registrato nel quarto trimestre del 2012.

In particolare, nel Regno Unito, si è assistito ad un netto rallentamento del settore manifatturiero. Nell’ultimo trimestre del 2017 il Pil inglese aveva segnato un più 0,4%. Sulla frenata inglese, potrebbero influire gli effetti della ‘Brexit’.

Come si potrà notare, la situazione economica resta precaria e gli sviluppi futuri potrebbero essere imprevedibili.

Salvatore Rondello