Fine della grande guerra:
la sventura dell’Europa

guerra mondiale

Quel periodo di fine Ottocento-primo Novecento non a caso chiamato ‘Bella Époque’ faceva dell’Europa «il migliore dei mondi possibili». Racconta Stefan Zweig ne “Il mondo di ieri”: «Quel mondo guardava con dispregio le epoche anteriori con le loro guerre, carestie, rivoluzioni, come fossero stati tempi in cui l’umanità era ancora minorenne e insufficientemente illuminata. Ora invece non era più che un problema di decenni, poi le ultime violenze del male sarebbero state del tutto debellate. Tale fede in un progresso ininterrotto e incoercibile ebbe per quell’età la forza della religione; si credeva in quel progresso già più che nella Bibbia ed il suo vangelo sembrava inoppugnabilmente dimostrato dai sempre nuovi miracoli della scienza e della tecnica».

Poi successe improvvisamente l’irreparabile: lo racconta Francesca Canale Cama nelle sua ricerca curata per RCS “La Grande Guerra”, alla quale mi riferirò spesso. Se prima del 1914 «la pace era il quadro normale della vita europea» nella quale potevano affermarsi accanto ad un tumultuoso capitalismo, anche un’apertura della politica alle istanze popolari e al riformismo sociale, va allora «considerato che le società nel loro complesso erano completamente disabituate allo sforzo bellico e, per giunta, molto poco sapevano dei caratteri della guerra moderna».

Tuttavia la lunga pace dell’Ottocento europeo – interrotta dalla guerra franco-tedesca del 1870 – era solo apparente: secondo lo storico inglese Eric Hobsbawm, la rivalità tra gli Stati, il nazionalismo, la pressione del complesso militare-industriale portavano inevitabilmente alla guerra. Ma anche chi prevedeva la guerra e premeva per essa, considerava pure che potessero frapporsi dei fattori che la rendessero evitabile: in Europa «nessuno previde – racconterà nelle sue memorie il presidente del Consiglio italiano Antonio Salandra – l’enormità delle immediate conseguenze che ne sarebbero derivate». La Prima Guerra mondiale divenne insomma una ‘avventura’ imprevista nelle sue dimensioni: innescata nel giugno 1914 dall’assassinio del principe ereditario d’Austria-Ungheria a Sarajevo e dall’ultimatum imperiale alla Serbia – considerata mandante dell’attentato –  si vagheggiò di una sua conclusione entro il Natale 1914: in realtà si era alle soglie di «una lunga guerra dagli esiti incerti», riferisce il lavoro della storica Canale Cama: noi sappiamo che durerà fino al novembre 1918, provocando 17 milioni di morti, di cui 7 milioni civili (esclusi quelli dovuti all’influenza spagnola), un ecatombe che avrebbe determinato «il passaggio ad una nuova era».

«Prepararci all’imprevedibile»: secondo il prof. Fulvio Cammarano questo sarebbe il compito degli storici che più attentamente scavino sotto gli intrecci degli avvenimenti e dei protagonisti. Ad esempio era abbastanza evidente che la Serbia avesse le sue responsabilità, avendo istruito ed equipaggiato gli attentatori di Sarajevo: ma l’Austria le indirizzò un ultimatum così estremo che la Serbia non poteva che respingere per salvaguardare la sua indipendenza. L’Austria-Ungheria avrebbe potuto avere tutta l’opinione pubblica mondiale dalla sua parte. Eppure scrive lo storico Golo Mann – «i signori di Vienna decisero di andare oltre». Perché? È qui che emerge la funzione dello storico capace di «prepararci all’imprevedibile», con un’analisi non superficiale. La menzionata ricerca RCS commenta così il casus belli: «La risposta, probabilmente, è nel fatto che già da tempo si stava affermando una tendenza bellicista all’interno dell’Austria-Ungheria, il cui principale esponente era il capo di Stato Maggiore Conrad, convinto che un grande successo di politica internazionale avrebbe indebolito tutte le forze centrifughe dell’Impero, mantenendone così la compattezza interna. Si voleva, insomma, una guerra per risolvere l’altrimenti insolubile problema delle etnie. Per questo, anche l’Ultimatum fu redatto in forma talmente categorica da indurre la Serbia ad opporsi. Alla base di questa tendenza politica stava – come spiega ancora Golo Mann –  un problema essenziale che l’Impero multinazionale asburgico non riusciva a risolvere in maniera efficace e che nel mondo di inizio Novecento prendeva un’urgenza inedita, quello delle diverse nazionalità. Un problema, peraltro, comune a tutte le entità imperiali del continente europeo e delle aree limitrofi che, non a caso, verranno spazzate via dalla guerra».

Dopo quattro anni e mezzo, la Grande Guerra terminò con la sconfitta degli Imperi austro-ungarico, tedesco e ottomano e la vittoria di Francia, Inghilterra, Italia e Usa, mentre la Russia fin dal 1917 – sotto la guida di Lenin – si era sfilata dal conflitto. Va ripetuto che la guerra all’inizio era stata pensata da molti come conflitto di breve durata, trasformatosi invece in una lunga contesa: un imprevedibile ‘cigno nero’ all’orizzonte, ossia una evoluzione inimmaginabile secondo le teorie di Nassim N. Taleb presentate nel suo saggio dal sottotitolo emblematico “Come l’improbabile governa la nostra vita”. Eppure la fine della guerra lasciò inizialmente «un senso di indefinitezza» tra i combattenti, tanto che la maggior parte dei soldati sul fronte occidentale «rimaneva lì dov’era, dubitando ancora che la guerra fosse finita», come ha testimoniato lo storico James Sheehan. Riavutisi da tale impreparazione, non capirono la nuova situazione, tanto che «i tedeschi, per esempio, in gran parte credevano d’aver vinto», non essendo a conoscenza «dell’immensità del quadro bellico»; comunque sperarono almeno in «una pace conciliatoria e non umiliante».

Ma nel giugno 1919 venne il Trattato di Versailles ad interrompere questi «facili entusiasmi», peraltro innescati anche dalle aspettative che il presidente americano Woodrow Wilson, sbarcando in Europa nel dicembre 1918, aveva sparso a piene mani proclamando: «Mai più guerra!». Questa voce – dichiarerà Stefan Zweig in “Momenti fatali” – venne «immediatamente capita in ogni paese, in tutte le lingue». Ma tra la pace sognata e la pace reale corse una distanza siderale. Il Trattato di Versailles, soprattutto per l’intransigenza del Primo ministro francese Georges Clemenceau, oltre a confermare lo smembramento degli imperi austro-ungarico e ottomano, fu molto punitivo contro la Germania, considerata la vera regista dello scatenamento del conflitto di cui l’Austria-Ungheria aveva solo acceso la «imprevedibile» miccia, congetturando un Ultimatum così drastico alla Serbia sulla base di un premeditato avallo tedesco. Tanto che così testifica il Trattato di pace: «Gli Alleati e i Governi Associati affermano, e la Germania accetta, la responsabilità della Germania e dei suoi alleati per aver causato tutte le perdite e i danni che gli Alleati e i Governi Associati e i loro cittadini hanno subito come conseguenza della guerra loro imposta dall’aggressione della Germania e dei suoi alleati».

Sulla Germania cadde dunque l’obbligo maggiore di pagare i costi di riparazione quantificati in 33 miliardi di dollari del 1913, di cui furono effettivamente pagati 21 miliardi tra il 1919 e il 1932 mettendo a durissima prova la tenuta economica e democratica post-bellica tedesca. «Questa non è una pace. È un armistizio per vent’anni» dichiarò Ferdinand Foch, comandante supremo delle forze alleate. Uguale fu il giudizio di un personaggio che poi diventerà un economista famosissimo e che allora fu presente a Parigi come rappresentante del Tesoro britannico: si tratta di John M. Keynes che abbandonerà la Conferenza di pace, sostenendo che le durissime riparazioni imposte alla Germania avrebbero portato il Continente nel giro di due o tre decenni ad un nuovo conflitto e «alla scomparsa dell’ordine sociale così come l’abbiamo conosciuto». Ecco due personalità – un militare e un economista – che ben incarnano la funzione della previsione storica in grado di «prepararci all’imprevedibile», che dunque diventa tale solo se non si analizza bene «la complessità degli intrecci», come richiamato più sopra dallo storico Cammarano. Peraltro c’è un’arguzia dello scrittore nordirlandese Robert McLiam Wilson che giustifica con sarcasmo anche gli insipienti cultori degli avvenimenti rappresentati come ‘improbabili’: «Nella geopolitica c’è una sola legge: tutto quello che è improbabile è impossibile finché non succede, e a quel punto era prevedibile».

In questo commento non poteva mancare un richiamo alla posizione dell’Italia che era entrata in guerra nel maggio 1915 a fianco di Inghilterra, Francia e Russia contro l’Austria-Ungheria, alla quale fin dal 1882 era legata, insieme alla Germania, dal patto ‘difensivo’ della Triplice Alleanza da cui ora si sentiva slegata: infatti l’articolo 4 dell’alleanza esonerava dal patto se una delle parti avesse dichiarato guerra ad una quarta potenza, come aveva fatto l’Austria con la Serbia ; inoltre, la mancanza di un accordo preliminare, previsto dall’articolo 7 nel caso di intervento di Austria o Italia nei Balcani, implicava un’infrazione dell’accordo a carico di Vienna. Ma fuori e contro lo spirito della Triplice – che rappresentava comunque un trattato d’amicizia, stretto inizialmente per parte italiana in funzione antifrancese per la contesa coloniale in Nordafrica –  agirono in Italia tutte le forze desiderose di completare l’ultima guerra risorgimentale dell’Italia, da combattere anche stavolta come le precedenti contro l’Austria per unire Trento e Trieste alla madrepatria. Va però segnalato che nel Trattato segreto di Londra del 26 aprile 1915, l’Italia aveva preteso ben di più, assecondando «le aspirazioni del nazionalismo e del conservatorismo liberale perché, oltre la rivendicazione delle province italiane dell’Impero asburgico, miravano a garantire confini sicuri, il controllo dell’Adriatico e la prospettiva dell’espansione coloniale». Precisa al proposito Lorenzo Cremonesi in una lunga ricerca curata a puntate per la rivista “Sette”: «Roma non solo voleva Trento e Trieste, ma anche l’Alto Adige a maggioranza tedesca, l’Istria, diverse isole e regioni croate abitate da slavi, l’Albania, il controllo militare dell’Adriatico, il Dodecaneso, una parte della Turchia occidentale e il pieno riconoscimento dei suoi interessi coloniali in Africa». Insomma lo spirito risorgimentale che avrebbe dovuto riconoscere e garantire le nazionalità – tutte le nazionalità – oppresse, veniva smentito. Addirittura il ministro degli Esteri Sidney Sonnino parlò apertamente di «sacro egoismo» lasciando il tavolo delle trattative di Parigi quando il presidente americano Wilson – in difesa dei principi di concordia fra tutte le nazionalità – considerò decaduto il trattato di Londra. In Italia si parlò di «vittoria mutilata»: in realtà la tesi wilsoniana corrispondeva agli obiettivi principali dell’interventismo democratico italiano, che puntando alla caduta dell’Impero asburgico per liberarne le nazionalità oppresse, non poteva che sostenere «un accordo tra italiani e slavi come la sola soluzione pacifica praticabile nella regione» sostiene lo storico Rosario Romeo ne “L’Italia unita e la prima Guerra mondiale”. Invece prevalse l’esasperazione nazionalistica, nonostante fosse stato già acquisito a vantaggio dell’Italia – «in violazione dei confini etnici» – il Sudtirolo di madrelingua tedesca: una violazione – spiega Romeo – che se fu «avallata a Nord» trovò al tavolo di Parigi «una invincibile resistenza per ciò che riguardava i confini orientali, dove le aspirazioni italiane si urtavano con quelle degli slavi del Sud».

Ma succederà anche di più: la concitazione da ‘vittoria mutilata’ spinse nel settembre 1919 una spedizione eterogenea di «soldati ribelli, artisti e libertari capeggiati da Gabriele D’Annunzio» – come racconta Claudia Salaris nel suo saggio “Alla festa della rivoluzione”- ad occupare la città di Fiume, che non era prevista come ricompensa all’Italia negli stessi accordi segreti di Londra. Fiume secondo il censimento del 1910 contava 49.806 abitanti, di cui la metà italiani, esattamente 24.212, mentre i restanti comprendevano abitanti di lingua serbo-croata, slovena, tedesca, ungherese: una realtà variegata – che si era andata dilatando negli ultimi decenni con l’immigrazione di cittadini non italiani – ma che comunque andava rispettata. Nella successiva storia italiana, l’avventura fiumana divenne «l’archetipo di successo» – rammenta ancora Cremonesi – della marcia su Roma e della sopraffazione fascista delle istituzioni liberali: con inevitabile sconcerto di chi era andato a Fiume con altre idealità e identità culturali.

In conclusione, riferirei in breve di due protagonisti dal percorso politico contradditorio e confliggente, attingendo alle biografie riportate nel citato lavoro “La Grande Guerra”. Parlo del presidente USA Thomas W. Wilson e di Georges Clemenceau, primo ministro francese. Wilson (1856-1924) giurista e politologo, partì da posizioni retrograde, tanto da considerare il diritto di voto per tutti come «fondamento di ogni male», propagandando anche il darwinismo sociale e «la superiorità biologica dei bianchi sulle altre etnie». Ma nel corso degli anni cambiò radicalmente posizioni tanto da essere designato nel 1912 alla presidenza degli Stati Uniti dalla componente progressista del partito democratico con l’ostilità di quella conservatrice. Diventato presidente, quando scoppiò la guerra mondiale mantenne gli USA dapprima neutrali e pacifisti, per evitare che «lo spirito brutale della guerra entrasse nelle fibre più profonde della vita nazionale, infettando il Congresso, le Corti di giustizia, il poliziotto di ronda, l’uomo della strada». Trascinato nel conflitto dalle provocazioni tedesche che con la guerra sottomarina avevano affondato navi passeggeri e mercantili statunitensi, nell’aprile 1917 dichiarò guerra alla Germania per «ristabilire le libertà violate dalla mire tedesche» e perché il mondo doveva diventare «un luogo sicuro per la democrazia». Nel gennaio 1918 presentò i suoi celebri “Quattordici punti” riferiti ai liberi commerci marittimi, ai diritti delle nazionalità oppresse, al riconoscimento dell’indipendenza dei popoli soggetti ai vecchi imperi, all’abolizione della pratica illiberale della diplomazia segreta, al bisogno di «instaurare un nuovo ordine fondato sulla pace», partendo dalla riduzione degli armamenti e arrivando alla proposta di fondare la «Società delle Nazioni, un organismo internazionale finalizzato ad assicurare il mutuo rispetto fra i singoli Stati». Accolto dall’opinione pubblica europea e mondiale come un ‘nuovo Vangelo’, il programma di Wilson fu accettato molto parzialmente dalle potenze vincitrici, che seguirono una prospettiva punitiva, dominata dal «sacro egoismo» di ognuna di esse. I suoi Quattordici punti restarono in gran parte lettera morta: come consolazione ottenne il Premio Nobel per la pace nel 1920.

Percorso opposto fu quello di Georges Clemenceau (1841-1929). Di tradizioni repubblicane e anticlericali, sostenne dapprima posizioni radicali e anticapitaliste, distinguendosi nella difesa di Alfred Dreyfus, affiancando vibratamente il J’accuse di Émile Zola contro l’antisemitismo del militarismo francese. Le sue opinioni mutarono quando divenne primo ministro nel 1906, imprimendo una «svolta di carattere nazionalistico al governo, in opposizione ai socialisti e ai sindacati». Scoppiata la guerra, fu «fervente militarista» e ostile ad ogni mediazione diplomatica. Come più sopra riferito, Clemenceau «mostrò una posizione intransigente nei confronti della Germania, sostenendo la necessità di piegarla sia politicamente sia economicamente; tali posizioni lo misero in contrasto con il presidente americano Wilson, ma furono poi quelle adottate dalle nazioni vincitrici». E per l’Europa a sventura si aggiunse sventura…

LIBRI CITATI:

-Stefan Zweig, “Il mondo di ieri”, Mondadori, Milano, 1994

-Eric Hobsbawm, “L’Età degli imperi. 1875-1914”, Laterza, Roma-Bari, 1988

-Golo Mann, “Storia della Germania moderna 1789-1958”,Garzanti, Milano, 1978

– Nassim N. Taleb, “Il Cigno nero – Come l’improbabile governa la nostra vita”, il Saggiatore, Milano, 2008

-James Sheehan, “L’età post-eroica. Guerra e pace nell’Europa contemporanea”, Laterza, Roma-Bari, 2009

-Stefan Zweig, “Momenti fatali”, Adelpi, Milano, 2005

-John M. Keynes, “Le conseguenze economiche della pace”,Adelphi, Milano, 2007

-Robert McLiam Wilson, “Belfast, Dublino e oltre”, in “La Lettura – Corriere della Sera”, 2 aprile 2017

-Lorenzo Cremonesi, “La rabbia italiana per gli accordi traditi”, rivista “Sette”, 21 ottobre 2016

-Rosario Romeo, “L’Italia unita e la prima Guerra mondiale,”Laterza, Bari, 1978

-Claudia Salaris, “Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume”, il Mulino, Bologna, 2002

Nicola Zoller

NODO INFRAZIONE

juncker conte

“Stiamo facendo progressi”. C’è aria di disgelo tra l’Europa e l’Italia, stando alle parole del presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker. In una conferenza a Buenos Aires a margine del G20 a una domanda sul dialogo con il governo italiano riguardo alla manovra e sul possibile avvio di una procedura, Juncker ha risposto: “Questa questione non va drammatizzata: noi siamo con l’Italia, se l’Italia è con noi”. “L’atmosfera è buona, stiamo facendo progressi”, ha detto il presidente della Commissione Europea. “Avrò un incontro con il primo ministro Giuseppe Conte oggi o domani – ha aggiunto – abbiamo già avuto un incontro costruttivo sabato scorso a Bruxelles. Abbiamo fatto qualche progresso. Non siamo in guerra con l’Italia: voglio che l’Italia sia l’Italia che è sempre stata, un’Italia che ispira l’Europa, non che le volta le spalle”. Concetto ripreso dal ministro del Lavoro, Luigi Di Maio che ha ribadito l’obiettivo italiano di “evitare la procedura di infrazione con Bruxelles senza tradire le promesse fatte agli italiani”, sottolineando poi che nel dialogo con Bruxelles su deficit/pil “non ci sono numerini sul tavolo”.

Intanto l’approdo in Aula alla Camera della manovra slitterà a martedì. È la richiesta emersa al termine della riunione dell’Ufficio di presidenza della commissione Bilancio alla Camera e che verrà formalizzata dalla capogruppo.

Dopo il rigetto dal parte della Commissione Ue del primo documento programmatico del bilancio italiano messo a punto dal Governo, il governo giallo-verde ha deciso di togliere due decimali dal deficit 2,4% previsto del documento. Però l’Europa non si accontenta e chiede un ritocco più sostanzioso della manovra. Infatti si registra il via libera degli sherpa dell’Ecofin all’opinione della Commissione Ue sulla manovra italiana, cioè una bocciatura, nella quale si ritiene giustificata l’apertura della procedura per deficit eccessivo. Lo fanno sapere fonti del Consiglio Ue. Gli sherpa dell’Ecofin (Efc) “considerano un fattore aggravante che in risposta all’opinione della Commissione che chiedeva di sottomettere un documento programmatico di bilancio aggiornato, l’Italia ha inviato un piano che conferma i target di bilancio del 2019”: è quanto si legge nell’opinione dell’Efc. Per l’Efc “il debito pubblico italiano resta una grande fonte di vulnerabilità per l’economia. Le misure sulle pensioni insieme all’avverso trend demografico, possono toccare negativamente il trend positivo generato dalle riforme delle pensioni passate e indebolire la sostenibilità a lungo termine delle finanze”. Già “messa in pericolo dall’aumento dei tassi sui bond nel 2018, e potrebbe peggiorare” se risalissero i tassi. L’alto costo del servizio del debito “pesa sulla spesa produttiva”.

Per gli sherpa dell’Ecofin (Efc) l’Italia viola la regola del debito ed una procedura è giustificata, ma a conclusione della loro opinione restano aperti agli sviluppi sul fronte della trattativa Roma-Bruxelles: “Ulteriori elementi potrebbero emergere dal dialogo in corso tra la Commissione e il governo italiano”, si legge nell’opinione approvata dall’Efc. Insomma da un lato le aperture di Juncker, dall’altro le posizioni negative che emergono dai documenti della Commissione. Per tutta risposta il vicepremier Salvini manda a dire alla Commissione che “con l’Europa sono convinto che l’accordo lo troveremo, perché a noi non interessa litigare e neanche a Bruxelles interessa mandare i commissari e gli ispettori in giro per l’Italia”. Ma poi ha aggiunto: Il 2,4% di rapporto deficit/Pil nella manovra “non è nei dieci comandamenti della Bibbia. Se invece di 6,5 miliardi di euro per smontare la Fornero, i tecnici ci diranno che ne bastano 5,5, il miliardo in più lo sposteremo sugli investimenti” confermando però di fatto l’impostazione della manovra e la non volontà di apporre le modifiche richieste dalla Commissione europea.

Intanto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega per i Rapporti con il Parlamento, Guido Guidesi ha affermato che “è probabile che si metta la fiducia”.

Manovra. Ok di Parigi e Berlino, ma c’è spettro Grecia

pierremoscovici-465x390Dopo la tempesta, scoppia improvvisamente il sereno tra Francia e Italia anche se non scompare lo spettro Grecia. La tempesta, e che tempesta, per ora sembra passata. In particolare sembra finita la guerra d’insulti tra Pierre Moscovici, francese, commissario europeo agli Affari monetari, ex ministro socialista delle Finanze all’epoca del presidente Hollande e Matteo Salvini, segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno.

Moscovici ha cambiato registro: è impegnato per evitare una procedura d’infrazione all’Italia per la violazione delle regole alla base dell’euro. Riconosce all’esecutivo grillo-leghista «una attitudine costruttiva» e che gli ultimi incontri «sono stati positivi». Porte aperte, dunque, a un compromesso su come cambiare la manovra economica italiana bocciata dalla commissione europea per l’eccessivo deficit pubblico.

Salvini ha immediatamente raccolto la palla del dialogo per raggiungere una mediazione: «Faremo di tutto perché la procedura di infrazione non ci sia», la manovra «uscirà dal Parlamento diversa da come è entrata». Il segretario della Lega, grande azionista del governo populista assieme al cinquestelle Luigi Di Maio, si mostra disponibile a ridurre “i numeretti” dei conti pubblici 2019: «Non è una questione di decimali». Il riferimento è alla possibilità di ridurre il deficit fissato al 2,4% del Pil, una cifra bocciata da Bruxelles perché ritenuta troppo alta. E lo spread il 26 novembre è sceso finalmente sotto quota 300 punti.

Sembravamo a un passo da lo spettro Grecia, il paese devastato da una spaventosa crisi dopo la bocciatura dei suoi conti da parte della Ue.I toni sono dialoganti, costruttivi, da trattativa ad oltranza per raggiungere una mediazione. Niente a che vedere con gli scontri e perfino gli insulti di appena qualche giorno fa. Moscovici il 22 novembre, dopo la bocciatura Ue della legge di Bilancio, avvertiva duro: ci può essere un negoziato per «un accordo sulle regole» ma «non può esserci una trattativa da mercanti di tappeti». Salvini replicava bellicoso: «Moscovici continua ad insultare l’Italia. Ora basta, la pazienza è finita».

Lo scontro coinvolgeva perfino il Natale. Il segretario leghista ironizzava sulla lettera della Ue di critica all’Italia: «Aspetto quella di Babbo Natale». Ribadiva: «La manovra non si cambia». E minacciava: «Gliela mandiamo noi la letterina all’Europa, dicendo che ci ha rotto le scatole». Il commissario europeo ribatteva stizzito: «Non sono Babbo Natale».

Lo scontro ai primi di settembre era stato ancora più furente. L’ex ministro delle Finanze francese, senza nominarlo, fece partire un attacco feroce contro Salvini: «C’è un clima che assomiglia molto agli anni ’30. Certo, non dobbiamo esagerare, chiaramente non c’è Hitler, forse dei piccoli Mussolini…». Il ministro dell’Interno replicò: «Si sciacqui la bocca prima di insultare l’Italia, gli italiani e il loro legittimo governo». La tensione altissima faceva ricomparire lo spettro Grecia.

Moscovici, invece, adesso a sorpresa si sta spendendo per arrivare ad un compromesso con l’Italia. Scavando vengono fuori i motivi: la Francia è scossa da violenti scontri di piazza, i suoi conti pubblici e la sua economia sono in affanno, le banche di Parigi potrebbero esplodere se una crisi dell’Italia innescasse anche quella dell’euro. Macron ha avuto pesanti scontri con Salvini, ergendosi a campione degli europeisti contro i populisti euroscettici della Ue. E ora sta riflettendo sul futuro: «Dobbiamo dar vita a un nuovo contratto sociale e ricostruire la fiducia nelle nostre società».

Anche Angela Merkel è mobilitata per evitare una rottura tra Ue e Italia: «Spero in un buon esito dei negoziati». La cancelliera tedesca ha inviato in missione nel nostro paese il suo vice e ministro delle Finanze, il socialdemocratico Olaf Scholz, con l’incarico di facilitare una mediazione.

Tuttavia tutto resta appeso a un filo. Salvini ha ribadito il 29 novembre a Porta a Porta, Rai Uno, la possibilità di tagliare il deficit dal 2,4% al 2,2%: «Mica è scritto nei Comandamenti della Bibbia che bisogna fare il 2,4%». Tuttavia potrebbe non bastare.

Il vice presidente della commissione europea, Valdis Dombrovskis, è stato perentorio con ‘La Stampa’: una riduzione del deficit dal 2,4% al 2,2% «non è sufficiente». I vertici si susseguono a Palazzo Chigi tra Conte, Salvini, Di Maio, Tria e per ora la manovra economica non è stata cambiata. Sembra che Luigi Di Maio non voglia rinunciare alla trincea del 2,4%. Riappare il pericolo della rottura con la Ue. L’Italia rischia di finire nel tritacarne dello spread a 400-500 punti. Può ricomparire lo spettro Grecia.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Manovra. Ue: “In Italia non migliora la situazione”

mario-centeno-eurogruppo

Il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, durante un’audizione al Parlamento europeo, ha affermato: “La versione rivista del piano di Bilancio dell’Italia non ha migliorato la situazione sui costi di rifinanziamento del debito, lo vediamo ogni giorno sui mercati: significa che non ha disperso i dubbi. I ministri aspettano domani il parere della commissione europea sui bilanci degli Stati, Italia inclusa, su cui, come al solito, l’Eurogruppo discuterà all’incontro di dicembre. Sull’economia dell’Italia ci sono seri problemi da affrontare, ma si può fare senza mettere a rischio la traiettoria di risanamento dei conti. E i parametri previsti dal patto Ue sulle finanze pubbliche non sono un fine a sé ma puntano ad assicurare crescita sostenibile”.

Alla vigilia del verdetto della Commissione europea sulla manovra, il vicepremier Luigi Di Maio punta il dito contro ‘l’establishment’ europeo, che si oppone alle misure volute dal governo e imputando al suo atteggiamento la responsabilità delle tensioni che continuano ad accumularsi sui titoli di Stato italiani, che si evidenziano con il rialzo degli spread. Intervenendo a Radio Anch’io, su Radio 1 Rai, Di Maio ha detto: “In questi giorni si sta pagando sicuramente il fatto che l’Ue si stia comportando da muro di gomma con l’Italia. Ma il governo resta compatto e il deficit 2019 resterà fissato al 2,4 per cento, limite che comunque non si intende oltrepassare. Io vorrei spostare il punto della discussione. Non è una battaglia tra il governo Italiano e l’Unione europea. Qui c’è un establishment europeo da una parte e dell’altra ci stanno Quota 100, Reddito di cittadinanza, pensione di cittadinanza e l’Ires che si abbassa per le aziende che assumono e fanno investimenti. Noi questi provvedimenti li vogliamo portare a casa. C’è gente che deve andare in pensione per liberare posto ai più giovani. E alla fine le tensioni con l’Ue in questo momento pongono i mercati in questa posizione di ‘stiamo a guardare e vediamo come finisce questa vicenda’. Io non lo so che cosa deciderà la Commissione europea. Una cosa però deve esser certa: se si aprono al dialogo con noi, una soluzione, che non preveda però l’eliminazione delle misure in legge di Bilancio la troviamo. Sui tagli agli sprechi più grandi, sulla dismissione di immobili pubblici si può fare. Se invece la linea della Unione europea è ‘facciamola pagare all’Italia perché ha osato superare dei margini per aiutare gli italiani’, allora io non possono che andare avanti. E se l’Ue è compatta anche noi siamo compatti, e gli italiani con noi. Noi ci stiamo impegnando per la prima volta nella storia a prevedere 2,4 di deficit e non di più, negli anni scorsi la toto truffa era che a inizio anno si diceva una cifra che poi si sforava. Noi siamo molto onesti, stiamo dicendo che si parte dal 2,4 e si arriva al 2,4. Su questo livello di deficit non si torna indietro mentre possiamo dire che ci sono tante spese da tagliare”.

Nel frattempo si accentuano le tensioni sui titoli di Stato dell’Italia, con lo spread sui rendimenti tra Btp decennali e Bund che sale a 335 punti base. Dopo un’ora da inizio seduta, mentre la Borsa è in ribasso, i tassi dei titoli decennali italiani volano al 3,70 per cento. Dopo quest’ultima impennata dello spread, il ministro Tria ha manifestato qualche preoccupazione. Domani la Commissione europea pubblicherà il suo parere sulla manovra.

Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, in posizione fortemente critica sulla manovra di bilancio, oggi, a margine della ‘Giornata del Cinema Industriale’, alla domanda su una discesa in piazza contro la manovra economica, ha risposto: “Speriamo di non arrivarci mai. Se qualcuno poi ci provoca, alla fine, è un’opzione che dobbiamo valutare. Speriamo di no. Per adesso no, in piazza no. Le nostre piazze sono le nostre assemblee. Ogni volta che vado in assemblea ci sono da mille a tremila persone. Il giorno in cui Confindustria scende in piazza significa che siamo proprio alla frutta, speriamo di non arrivarci mai”.

Scendere in piazza, al momento non è nelle intenzioni degli industriali. Sono sempre più incerti i consensi degli italiani a questo governo gialloverde che si prepara a scaricare sull’Europa tutte le proprie responsabilità.

Salvatore Rondello

Rugby. Italia batte la Georgia, missione compiuta

rugbye italia georgia

La missione che l’Italia del rugby doveva compiere contro la Georgia era batterla e quattro belle mete azzurre, un lusso di non tutti i giorni, hanno sancito il risultato sul punteggio di 28 a 17 in nostro favore. C’è l’avvicendamento nel ranking, una sorta di ballo della mattonella, dove loro scendono e noi saliamo di un posto dal tredicesimo al quattordicesimo. La dimostrazione di superiorità del rugby italiano, rispetto al grossolano georgiano, è stata lapalissiana mettendo fine, almeno si spera, alla nenia internazionale (soprattutto di matrice inglese) che ha accompagnato quantomeno gli ultimi due 6 Nazioni. Non si discute e la “guerra tra poveri” ratifica lo “status quo”. Nel Torneo più “pregiato” il posto, anche se spesso di fanalino di coda, non può essere dei caucasici a dispetto italiano. Si può quindi tirare il più classico sospirone di liberazione? Si può salutare questa vittoria su di un avversario tanto limitato quale legittimazione ad occupare un posto nell’Olimpo ovale, perché in soldoni si afferma di poter competere alla pari con Irlanda, Francia e le tre suddite della “Corona”? I successi sono unguenti per l’anima e la mente ma può diventare un test-match contro la Georgia una questione di vita o di morte? Dai, francamente no. Chi aspira a tanto ha ben altre mire. Le altre cinque del “club”, dei Lelos di Firenze, ne avrebbero fatto poltiglia, gli avrebbero ridicolizzati con una montagna di mete chiudendo spietatamente il match con largo anticipo. Invece gli uomini di O’Shea, pur comprovando una maggiore qualità, hanno regalato troppi momenti di “black out” concedendo un dominio avversario impensabile. Questa Italia, performante nei punti d’incontro e con una mischia in gran spolvero ma con un gioco al largo veramente imbarazzante per assenza di particolare folgorazione e sostanza, ben oltre l’ottantesimo e dopo un lungo assedio, appena avuto il pallone in mano lo ha scaraventato in tribuna per decretare la fine delle ostilità. Visto il risultato non così in pericolo, altri, quegli altri, probabilmente avrebbero imbastito l’ultima azione, a sfregio, cercando la meta per ampliare ulteriormente il divario numerico. Così almeno si fa nel rugby. Se è questo il grande progetto che da ventiquattro mesi echeggia allora una seria riflessione la si deve fare. Ci sarà di cui parlare a partire da sabato prossimo quando a Padova, per il secondo test-match Cattolica, l’Australia sarà la cartina di tornasole per capire quanto e se incideva realmente questo “peso” che si sono tolti dalle spalle.

Umberto Piccinini
by RugbyingClass

Draghi all’Italia, ineludibile ridurre il debito

Draghi-EurozonaAll’eurogruppo di lunedì scorso, il presidente della Bce Mario Draghi, durante la riunione alla quale ha partecipato il ministro dell’Economia Giovanni Tria, ha insistito sulla necessità che l’Italia riduca il suo debito elevato. E’ quanto si apprende da fonti europee. Prendendo la parola nella riunione dei ministri dell’Economia dell’Eurozona dedicata all’Italia, Draghi ha sottolineato come ridurre il debito sia una responsabilità che va al di là di quanto richiesto dalle regole europee.

L’ultimo Consiglio direttivo della Banca centrale europea ha deciso di indicare l’italiano Andrea Enria come prossimo presidente del Consiglio di Vigilanza bancaria. La proposta di Enria, attualmente presidente dell’Autorità bancaria europea, sarà sottoposta al vaglio formale dell’Europarlamento.

Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea lo ha preferito alla numero due della Banca centrale irlandese Sharon Donnery.

Per un anno dunque le due massime autorità della Bce saranno a guida italiana: Mario Draghi, in scadenza a fine ottobre 2019, e Andrea Enria, che resterà in carica per 4 anni e succede alla francese Danièle Nouy. Ora la sua nomina dovrà essere confermata dal Parlamento europeo e dal Consiglio europeo formato dai Governi nazionali. Enria sarà a capo di un istituto, la Bce, che esercita la vigilanza diretta sulle maggiori 118 banche dell’Eurozona, che detengono quasi l’82% degli attivi bancari nell’area dell’euro. Le banche più piccole continuano a essere sottoposte alla vigilanza esercitata dalle autorità nazionali competenti in stretta collaborazione con la Bce. La Bce può comunque decidere in ogni momento di assumere la vigilanza diretta di un qualsiasi istituto al fine di assicurare l’applicazione coerente di standard di vigilanza elevati.

La proposta finale spettava al Consiglio direttivo della Bce che si è espresso con 21 voti e non 25 (i 19 governatori delle banche centrali della zona euro e i 6 membri del board della Bce), in virtù del sistema di rotazione che disciplina l’assegnazione dei diritti di voto, in vigore dal 1° gennaio 2015 con l’ingresso della Lituania nell’euro. La rotazione, che esclude dalla votazione quattro membri del Council, sembrava in effetti favorire Enria perché questo mese non votano tre Paesi considerati falchi come Lettonia, Lituania e Lussemburgo e non ha votato neppure il governatore della Banca centrale francese, visto vicino alla posizione della Germania.

Andrea Enria, 57 anni, spezzino, laureato alla Bocconi, dal 2008 al 2010 è stato a capo della supervisione bancaria della Banca d’Italia. Dal 1º marzo 2011 è stato il primo presidente dell’Autorità bancaria europea (e la conseguente gestione degli stress test bancari) per la quale nel 2015 è stato riconfermano per un secondo mandato di presidenza. Enria ha contribuito a creare l’Eba, l’authority che il prossimo anno si trasferirà da Londra a Parigi in seguito alla Brexit. L’Eba ha fissato gli standard patrimoniali per le banche che la Bce ha poi fatto rispettare nella sua attività di supervisione.

Tanto Enria quanto Donnery sono considerati falchi moderati, non colombe: tuttavia i Paesi core appoggiano più Donnery, i periferici più Enria. Detto questo, il conteggio delle possibili preferenze tra l’italiano e l’irlandese (servono come minimo 11 voti per divenire chair dell’SSM) dava incerti i due voti della Spagna (il vice-presidente Bce Luis de Guindos e il Governatore del Banco de España Pablo Hernández de Cos) e del Governatore irlandese della Central Bank of Ireland, Philip R. Lane. Un testa a testa dall’esito incerto fino all’ultimo istante. Enria negli ultimi giorni aveva conquistato terreno rispetto a Donnery disposta a rinunciare all’SSM per divenire governatrice della Banca centrale irlandese e spianare la strada al governatore Philip Lane per il posto del capo economista Peter Praet che si libera nel giugno 2019.

Durante il recente voto nel comitato dei coordinatori che si occupano di finanza e mercati al Parlamento europeo si era verificato un pareggio tra Enria e Donnery. Sarebbe stata la mancanza del voto del coordinatore della Lega, assentatosi al momento del voto, a far mancare a Enria il voto della vittoria.

S. R.

Conte vola in Russia e invita zar Vladimir a Roma

Italia-Russia/Conte a Putin:"amicizia solida" Italia-Russia nonostante difficoltà

L’Italia come grimaldello per rompere l‘Europa? A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, diceva Andreotti. Ma fatto sta che un’Europa debole sarebbe tutta a vantaggio di qualcuno. La Russia prima di tutti. La manovra Italiana infatti non fa male solo al nostro Paese e in particolare alle fasce più deboli dei cittadini che lo abitano, ma a tutta l’Europa. Non è un caso che anche i paesi europei ideologicamente più vicini alle posizioni del governo italiano, come ad esempio l’Austria, non si prestino al gioco tutto italiano del tiro al bersaglio della Commissione. Oggi Conte, presidente del Consiglio Italiano, quasi non curante della sonora bocciatura europea ricevuta dall’Italia, è in Russia. A rispondere ed ad alzare la voce con la commissione c’è Salvini in perenne campagna elettorale.

“Vorrei subito iniziare con l’augurio – ha detto Conte a zar Vladimir – che lei possa subito venire in Italia, manca da troppo tempo. Non vorrei che il popolo italiano pensasse che non le presta abbastanza attenzione”. Una incredibile sviolinata dai toni sdolcinati. Forse Conte spera di trovare in Putin qualcuno disposto ad acquistare parte consistente del deteriorato debito italiano sempre più difficile da piazzare dopo i pensanti giudizi delle agenzie di rating.

Il premier ha poi proseguito: “L’Italia e la Russia godono di eccellenti rapporti tradizionali sia in campo economico, che culturale e commerciale. Malgrado il contesto internazionale delicato siamo sempre riusciti a mantenere alta la qualità dei nostri rapporti”. “Confermiamo – ha concluso – un’amicizia solida che va oltre le difficoltà del momento”. Clima amichevole e distensivo anche da parte del leader del Cremlino che rivolto al nostro premier ha sottolineato: “Siamo molto lieti di vederla. Tra la Russia e l’Italia ci sono stati rapporti di lavoro, buoni, che vengono sostenuti. Purtroppo l’Italia ha perso le sue posizioni economiche (per interscambio con la Russia, superata da altri Paesi) tuttavia il volume dei nostri scambi rimane molto alto”, ha aggiunto. Putin ha sottolineato che Roma occupa il “quinto posto per interscambio con la Russia” con “cinquecento compagnie italiane” impegnate sul territorio russo. Putin ha inoltre annunciato di voler “parlare di prospettive”.

IN CODA ALL’EUROPA

boone

Mentre continua il braccio di ferro tra Tria e Di Maio sul tetto del deficit, arrivano previsioni negative per l’Italia. L’Ocse abbassa l’asticella per il Pil italiano per il 2018 portandolo dall’1,4 all’1,2 per cento. E, nell’Economic Outlook, attribuisce il rallentamento della crescita “alle incertezze legate alle scelte politiche” del governo, “agli alti tassi di interesse e al calo nella creazione di posti di lavoro che frena la spesa delle famiglie”. Insomma il Pil non sarà quello sperato e utilizzato dal governo come base su cui calcolare il rapporto del deficit, ma sarà più basso. Due problemi insieme, meno sviluppo e rapporto con il debito più alto. In sostanza si ristringe ancora il margine di manovra già esiguo e di conseguenza si restringe il sentiero sui cui la maggioranza dovrà arrampicarsi per fronteggiare la manovra. La sforbiciata sul 2018 è in linea con il taglio medio alla stima dell’Eurozona, che comunque nel complesso si muove a velocità quasi doppia rispetto a noi con una progressione del Pil stimata nell’ordine del 2 per cento (livello simile alla Germania, vista all’1,9 per cento quest’anno).

L’Italia viene indicata, insieme alla Brexit, tra i principali rischi di instabilità che potrebbero impedire all’Europa di prosperare. E al governo italiano la nuova capoeconomista dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, Laurence Boone manda una serie di avvertimenti. Rispettare le regole Ue sui conti pubblici, innanzitutto. E non toccare la legge Fornero sulle pensioni. Immediata la risposta del vicepremier, Luigi Di Maio: “L’Ocse non deve intromettersi nelle scelte di un Paese sovrano che il governo democraticamente legittimato sta portando avanti. Il superamento della legge Fornero è nel contratto e verrà realizzato. Quasi due terzi degli italiani sono con noi. I burocrati se ne facciano una ragione. Siamo stati eletti anche per questo e manterremo l’impegno preso”. Un altro appello al popolo. Una auto legittimazione celebrativa nel tentativo di rintuzzare critiche a una azione di governo ancora teorica ma che pare voler mettere, almeno nelle intenzioni dei vicepremier, al centro del proprio agire, non lo sviluppo, ma l’aumento del debito. Unico muro a questa scellerata ipotesi, il ministro Tria, che proprio per questo è già stato richiamato all’ordine dal capetto pentastellato. Irritazione arriva anche dal premier Giuseppe Conte, per il quale “le valutazioni sull’Italia non sono supportate dai dati di fatto”.

Nell’Economic Outlook dell’Ocse si attribuisce il rallentamento della crescita “alle incertezze legate alle scelte politiche” del governo, “agli alti tassi di interesse e al calo nella creazione di posti di lavoro che frena la spesa delle famiglie”. L’Ocse avverte inoltre che il debito italiano e l’aumento dello spread rappresentano un rischio per l’intera Eurozona: “La resilienza e l’architettura dell’area euro – si legge nel rapporto – sono migliorate negli ultimi anni ma restano preoccupazioni sulla stabilità fiscale e finanziaria a causa di incertezze legate a scelte politiche, compresa l’Italia, e il futuro accordo tra Gran Bretagna e il resto dell’Unione europea. Il recente aumento dello spread legato al rischio sul debito pubblico italiano – spiega l’organizzazione – insieme al conseguente calo dell’andamento dei titoli bancari stanno a dimostrare la possibilità di un ritorno della vulnerabilità dell’area euro. Ulteriori riforme sono necessarie per ridurre il rischio contagio, aumentare la resilienza e rafforzare il quadro fiscale. Uno schema di assicurazione comune sui depositi potrebbe aumentare la fiducia e aiutare la diversificazione dei rischi”. Per l’Ocse inoltre dovrebbero essere introdotte “misure che incentivino le banche a diversificare il loro portfolio di titoli di stato, limitando il collegamento tra banche nazionali e governi. L’introduzione della capacità di una stabilizzazione fiscale per l’area euro contribuirebbe anche ad assorbire forti shock economici negativi e fornirebbe un ulteriore strumento che potrebbe essere attivato in caso di crisi”.

Particolare preoccupazione arriva dalla ipotesi, più volte rilanciata da Salvini, di voler “smontare la legge Fornero” e di ideare un reddito di cittadinanza, fortemente voluto dal M5s. La capo economista dell’Organizzazione con sede a Parigi, Laurence Boone, ha spiegato che “occorre prima di tutto mantenere la fiducia delle imprese” affermando che il precedente governo ha fatto molte riforme, come il piano Industria 4.0, e aggiungendo che “è fondamentale che continuino”.

“E poi occorre mantenere la fiducia sulla sostenibilità del debito italiano. L’Italia ha fatto sforzi straordinari ed è importante che proseguano e che rispetti le regole Ue”, ha chiarito Boone.

A proposito della riforma della legge sulle pensioni Boone ha sottolineato come sia “importante non smantellarla” spiegando tra l’altro che “non è detto che una misura simile aiuterebbe i consumi”. La Lega vuole introdurre nella legge di Bilancio una revisione della legge Fornero che garantisca la pensione con quota 100 sommando età anagrafica e contributi versati, ma a partire dai 62 anni di età. Ma Boone si è espressa anche sul reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia del M5s, chiarendo che è fondamentale che si rivolga alle persone più colpite dalla crisi. “Oggi mi sembra importante puntare sulle persone più colpite dalla crisi e fornire incentivi al lavoro”, ha osservato.

Dal Fondo monetario parte un allarme per l’Italia

FMI-Italia crescitaIl Fondo Monetario Internazionale ha preparato un documento in vista del G20 che si farà a Buenos Aires. Nel documento, tutti i paesi sono invitati a perseguire politiche che sostengano la crescita di lungo periodo, contribuendo a una riduzione degli squilibri esterni, ma che allo stesso tempo creino spazi di bilancio. Il Fmi ha affermato: “Stimoli di bilancio pro-ciclici dovrebbero essere evitati e cuscinetti di bilancio ricostruiti nei paesi in cui i conti pubblici sono su una traiettoria insostenibile e il deficit è eccessivo (Stati Uniti) o in cui la posizione è vulnerabile alla perdita di fiducia del mercato (Italia)”.

Sull’Italia, nel documento preparato dal FMI, si legge: “In Italia condizioni finanziarie più stringenti e l’incertezza sulle future politiche possono rallentare la crescita”.

Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale, commentando il documento, la ‘G20 Surveillance Note’ pubblicata dall’Istituto di Washington, ha detto: “Le tensioni commerciali stanno già lasciando un segno, ma l’entità del danno dipenderà da cosa i politici faranno e, visto che sfortunatamente la retorica è diventata realtà con le misure protezionistiche, ci potranno essere effetti sull’economia globale. Se tutti i dazi annunciati entreranno in vigore, l’output globale potrà ridursi dello 0,1% nel 2020 e se la fiducia degli investitori sarà minata, il Pil globale potrebbe calare di mezzo punto percentuale, ovvero circa 430 miliardi di dollari, da qui al 2020”.

Dunque, non c’è molto da stare allegri.

La difficile partita politica si giocherà sul terreno internazionale. Nuove strategie politiche dovrebbero elaborarsi per combattere l’espansione del protezionismo. Da una nuova internazionale socialista potrebbe nascere una nuova linea politica per sconfiggere le miserie dell’umanità che sono più evidenti nelle zone dove è più diffusa la povertà. Nonostante l’attuale crisi del socialismo, le finalità dell’ideologia socialista sono ancora valide.

Salvatore Rondello

Istruzione in Europa. Noi in fondo alla classifica

scuola

Non siamo gli ultimi ma i penultimi. Di certo non messi bene nella classifica che misura il livello di istruzione tra i paesi europei. Siamo il paese di Dante, di Petrarca, di tanti scienziati e matematici. Di scopritori e di ricercatori, ma i numeri purtroppo sono chiari e impietosi. Nel 2017, in Italia, il 60,9% della popolazione tra i 25 e i 64 anni ha almeno un titolo di studio secondario superiore. In base ai dati dell’Istat, il valore italiano è molto al di sotto della media europea, che si attesta al 77,5%. Secondo l’istituto di ricerca, sulla differenza pesa in particolare la bassa quota di titoli terziari: 18,7% in Italia e 31,4% nella media Ue.

L’Istat certifica inoltre che dal 2008 allo scorso anno la quota di popolazione con almeno il diploma secondario superiore è in deciso aumento. Più contenuta, rispetto alla media europea, è invece la crescita della quota di popolazione con un titolo terziario (ovvero università, Afam e altri titoli post-laurea o post-Afam).

In Italia il 26,9% ha una laurea, penultimi in Ue – La quota di 30-34enni in possesso di titolo di studio terziario (laurea, Afam e post laurea) è invece pari al 26,9% (39,9% la media Ue) nel 2017. Nonostante un aumento dal 2008 al 2017 di 7,7 punti, l’Italia è la penultima tra i Paesi dell’Unione e non è riuscita a ridurre il divario con l’Europa. La quota di 30-34enni laureati, già bassa nel Nord e nel Centro (30% e 29,9%), nel Mezzogiorno si riduce al 21,6%, con un divario territoriale in aumento.

Livello di istruzione più elevato nelle donne – Il livello di istruzione delle donne risulta più elevato di quello maschile: il 63% ha almeno un titolo secondario superiore (contro 58,8% degli uomini) e il 21,5% ha conseguito un titolo di studio terziario (contro 15,8% degli uomini). Inoltre, i livelli di istruzione femminili stanno aumentando più velocemente di quelli maschili.

Il 14% dei 18-24enni ha abbandonato gli studi, 18,5% al Sud – L’Istat ha poi evidenziato come nel 2017 la quota di 18-24enni che hanno abbandonato precocemente gli studi si stima pari al 14%; per la prima volta dal 2008 il dato non ha registrato un miglioramento rispetto all’anno precedente. Le differenze territoriali negli abbandoni scolastici precoci sono molto forti – 18,5% nel Mezzogiorno, 10,7% nel Centro, 11,3% nel Nord – e non accennano a ridursi.