Dal Fondo monetario parte un allarme per l’Italia

FMI-Italia crescitaIl Fondo Monetario Internazionale ha preparato un documento in vista del G20 che si farà a Buenos Aires. Nel documento, tutti i paesi sono invitati a perseguire politiche che sostengano la crescita di lungo periodo, contribuendo a una riduzione degli squilibri esterni, ma che allo stesso tempo creino spazi di bilancio. Il Fmi ha affermato: “Stimoli di bilancio pro-ciclici dovrebbero essere evitati e cuscinetti di bilancio ricostruiti nei paesi in cui i conti pubblici sono su una traiettoria insostenibile e il deficit è eccessivo (Stati Uniti) o in cui la posizione è vulnerabile alla perdita di fiducia del mercato (Italia)”.

Sull’Italia, nel documento preparato dal FMI, si legge: “In Italia condizioni finanziarie più stringenti e l’incertezza sulle future politiche possono rallentare la crescita”.

Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale, commentando il documento, la ‘G20 Surveillance Note’ pubblicata dall’Istituto di Washington, ha detto: “Le tensioni commerciali stanno già lasciando un segno, ma l’entità del danno dipenderà da cosa i politici faranno e, visto che sfortunatamente la retorica è diventata realtà con le misure protezionistiche, ci potranno essere effetti sull’economia globale. Se tutti i dazi annunciati entreranno in vigore, l’output globale potrà ridursi dello 0,1% nel 2020 e se la fiducia degli investitori sarà minata, il Pil globale potrebbe calare di mezzo punto percentuale, ovvero circa 430 miliardi di dollari, da qui al 2020”.

Dunque, non c’è molto da stare allegri.

La difficile partita politica si giocherà sul terreno internazionale. Nuove strategie politiche dovrebbero elaborarsi per combattere l’espansione del protezionismo. Da una nuova internazionale socialista potrebbe nascere una nuova linea politica per sconfiggere le miserie dell’umanità che sono più evidenti nelle zone dove è più diffusa la povertà. Nonostante l’attuale crisi del socialismo, le finalità dell’ideologia socialista sono ancora valide.

Salvatore Rondello

Istruzione in Europa. Noi in fondo alla classifica

scuola

Non siamo gli ultimi ma i penultimi. Di certo non messi bene nella classifica che misura il livello di istruzione tra i paesi europei. Siamo il paese di Dante, di Petrarca, di tanti scienziati e matematici. Di scopritori e di ricercatori, ma i numeri purtroppo sono chiari e impietosi. Nel 2017, in Italia, il 60,9% della popolazione tra i 25 e i 64 anni ha almeno un titolo di studio secondario superiore. In base ai dati dell’Istat, il valore italiano è molto al di sotto della media europea, che si attesta al 77,5%. Secondo l’istituto di ricerca, sulla differenza pesa in particolare la bassa quota di titoli terziari: 18,7% in Italia e 31,4% nella media Ue.

L’Istat certifica inoltre che dal 2008 allo scorso anno la quota di popolazione con almeno il diploma secondario superiore è in deciso aumento. Più contenuta, rispetto alla media europea, è invece la crescita della quota di popolazione con un titolo terziario (ovvero università, Afam e altri titoli post-laurea o post-Afam).

In Italia il 26,9% ha una laurea, penultimi in Ue – La quota di 30-34enni in possesso di titolo di studio terziario (laurea, Afam e post laurea) è invece pari al 26,9% (39,9% la media Ue) nel 2017. Nonostante un aumento dal 2008 al 2017 di 7,7 punti, l’Italia è la penultima tra i Paesi dell’Unione e non è riuscita a ridurre il divario con l’Europa. La quota di 30-34enni laureati, già bassa nel Nord e nel Centro (30% e 29,9%), nel Mezzogiorno si riduce al 21,6%, con un divario territoriale in aumento.

Livello di istruzione più elevato nelle donne – Il livello di istruzione delle donne risulta più elevato di quello maschile: il 63% ha almeno un titolo secondario superiore (contro 58,8% degli uomini) e il 21,5% ha conseguito un titolo di studio terziario (contro 15,8% degli uomini). Inoltre, i livelli di istruzione femminili stanno aumentando più velocemente di quelli maschili.

Il 14% dei 18-24enni ha abbandonato gli studi, 18,5% al Sud – L’Istat ha poi evidenziato come nel 2017 la quota di 18-24enni che hanno abbandonato precocemente gli studi si stima pari al 14%; per la prima volta dal 2008 il dato non ha registrato un miglioramento rispetto all’anno precedente. Le differenze territoriali negli abbandoni scolastici precoci sono molto forti – 18,5% nel Mezzogiorno, 10,7% nel Centro, 11,3% nel Nord – e non accennano a ridursi.

Camporini, in politica estera nulla di nuovo

Vincenzo-Camporini

Trascorse pochissime settimane dalla entrata in carica del nuovo governo italiano giallo-verde e dopo la Ministeriale dell’Alleanza Atlantica dell’inizio del mese scorso, ed il successivo lunedì 9 in cui si è svolta la visita in Italia del Segretario Generale della Nato, Jens Stoltenberg, possono essere messi in evidenza alcuni punti in un settore cruciale dell’azione dellesecutivo.

In particolare, i rapporti tra lItalia e la Nato. Qui, dopo aver assistito ad una campagna elettorale frizzante ma aspra, con dichiarazioni anche sorprendenti ed azzardate da parte di alcuni esponenti della nuova coalizione riguardo la politica estera e di difesa del nostro Paese, questa appare, invece, essere in piena continuità con i precedenti e tradizionali orientamenti.

Riesaminando l’incontro, definito eccellente, tra Conte e il Segretario Generale Nato, anzi svoltosi in un clima di grande amicalità reciproca, in realtà, accanto ad una evidente continuità erano emersi dei sottotesti ed echi della battaglia per le Politiche: ad esempio il ventilato disimpegno dalla missione ‘Resolute Support’ in Afghanistan e anche dall’Iraq; la revisione dei rapporti o quantomeno la riduzione delle sanzioni alla Federazione Russa; la richiesta di un maggiore impegno sul fronte Sud del Mediterraneo e più intensi rapporti Nato-Ue, in funzione di sostegno alle azioni più risolute anti-tratta umana del nuovo esecutivo italiano.

Ne abbiamo parlato con il Generale Vincenzo Camporini, Vice Presidente dello IAI, l’Istituto Affari Internazionali, e già Capo di Stato Maggiore della Difesa.

Quale la sua valutazione di questi primi passi, Generale Camporini?
Partendo dai questi primi contatti tra nuovo governo e Nato sottolineo che, nei giorni della visita di Stoltenberg in Italia, mi trovavo all’estero ma ho letto alcuni resoconti giornalistici, da cui posso dire di essere rimasto piacevolmente sorpreso, perché ho riscontrato una assoluta continuità nelle politiche seguite fin qui nei confronti dell’Alleanza Atlantica con la conferma degli impegni assunti. La disponibilità italiana rimane inalterata e non sono stati sollevati particolari contenziosi. La stessa questione dei rapporti con la Russia è rimasta la consueta: il rigetto delle azioni compiute da Mosca nel recente passato, in Ucraina ma non solo, e contemporaneamente la volontà di dialogo per ritrovare un punto di intesa. Mi pare che Stoltenberg sia ripartito da Roma soddisfatto. Mi sembra che nulla di quel che veniva paventato, vista la campagna elettorale e quel che era scritto nel programma di governo, è stato delineato in modo tale da dispiacere e all’ospite e alla Nato.

Quindi una sostanziale conferma della politica estera italiana, tranne qualche accenno riguardo la questione dei rapporti con la Russia con la doppia chiave: fermezza nei principi e rispetto degli standard democratici, ma dialogo in tutti i settori?
Sì, anche perché il rapporto con la Russia deve essere sicuramente rimesso sui binari. Il comportamento del Presidente Putin nei confronti dell’Ucraina oggettivamente non può essere accettato. Si potrebbe discutere a lungo su quello che è accaduto e sta accadendo nel Donbass e l’attribuzione delle responsabilità all’uno o all’altro, però è un dato di fatto che se c’è una resistenza in quell’area, se è in atto una guerra civile, è anche perché ci sono alcuni attori che godono – diciamo – come minimo delle simpatie di Mosca. Qualcosa di non accettabile.

Ricordiamo, infatti, il punto di scontro fondamentale avvenuto nel 2014, con l’annessione ed il successivo referendum sullo status della Crimea…
Sì, certo, ed è chiaro, peraltro, che il rapporto con la Russia è da ripristinare e recuperare. Le sfide che aspettano nel futuro il mondo occidentale, con le spinte che vengono dal Sud con le migrazioni, o l’attivismo cinese, o altri elementi ancora, non possono essere affrontate se non c’è un rapporto di collaborazione tra Russia e Occidente, cosa che è nell’interesse di entrambi. E non è in questo che qualcuno ci guadagna di più ed altri meno. La Russia da sola è destinata a soccombere e l’Europa da sola non conta più nulla.

Erano state messe in evidenza l’esigenza e la speranza che nei prossimi giorni, prima del vertice Nato dei Capi di stato e di Governo, di Bruxelles dell’11-12 luglio fosse pronto il cosiddetto hub di Napoli. Una attenzione – a quanto è sembrato – molto sollecitata sia dall’M5S che dalla Lega, unitamente ad una maggiore e più intensa cooperazione tra Nato e Unione Europea, che dovrebbe rappresentare un simbolico impegno e supporto alla linea del governo italiano per una intensificazione della lotta alla tratta di esseri umani. Si tratta di una attenzione al Mediterraneo molto più marcata, più ‘Mediterraneocentrica’, diremmo. Lei che ne pensa?
Bene, anche qui direi: nulla di nuovo. Se andiamo a vedere il documento conclusivo, il comunicato finale del vertice di Varsavia si parla di una Nato che deve essere pronta a operare a 360°, non soltanto verso l’Est, ma anche verso il Sud e con un controllo attivo di quello che accade nell’Atlantico, elemento chiave nella strategia dell’Alleanza. Per quanto concerne l’attenzione verso il Sud, la costituzione di questo ente nuovo con il comando di Lago Patria, presso Napoli, era già stato sollecitato in modo molto determinato dall’Italia, anche dal governo precedente. Questo hub ha il compito di stimolare e monitorare la collaborazione con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. Ripeto, è una politica che è in atto da tempo, in cui – se vogliamo – ci sono veramente solo delle sfumature, perché la Nato ha preso atto di questa esigenza. Alcuni paesi la avvertono con meno intensità, come i paesi del Nord-Est, così come noi avvertiamo, invece, con minore preoccupazione il rafforzamento della Nato verso quell’area.

Soprattutto alla zona dei paesi Baltici, che sono particolarmente sensibili alla presenza confinante…
Nel passato abbiamo dato prove di attenzione e disponibilità, schierando anche le nostre forze e partecipando per due volte al pattugliamento dei cieli nel Baltico con i nostri velivoli da combattimento. Per cui possiamo dire che c’è una continuità tra passato e presente che tranquillizza, per certi versi. Mi auguro che questa continuità non sia soltanto nelle parole dei colloqui in cui si cerca di non dispiacere l’interlocutore.

Roberto Pagano

L’Italia legata alle sorti dell’euro e a quelle del “blocco produttivo”

euroscettico

Il n. 5/2018 del mensile “Limes” raccoglie un insieme di contributi tutti volti a formulare una plausibile valutazione di quanto valga oggi l’Italia (di quale sia, in particolare, il suo peso politico ed economico all’interno dell’Europa comunitaria), partendo dall’assunto che i suoi “mali” sono per lo più riconducibili all’irresponsabilità dei propri cittadini, impegnati da tempo, da incoscienti, a “far saltare tutto”. Il “tema del mese” del periodico è, come sempre, formulato e circoscritto dall’Editoriale, che invita gli italiani a provare a resistere, considerando che l’incoscienza di molti è valsa ad affievolire la capacità di resistenza, al punto da indurre a pensare che il Paese non valga realmente nulla.

L’inizio dell’Editoriale inquadra il tema in un contesto globale, affermando che l’Italia nata dopo la caduta del fascismo, nonostante il processo di modernizzazione sperimentato a livello economico e sociale, “è sempre stata il Sud del Nord e l’Est dell’Ovest”; oggi, però, a causa dell’irresponsabilità forse della maggioranza dei propri cittadini, il Paese sta rischiando di “scadere a Nord del Sud e Ovest dell’Est”, per via del fatto che, al proprio interno, lo storico fossato tra Settentrione e Mezzogiorno, da sempre causa di divisione degli italiani e della loro scarsa affezione al processo di unificazione politica dell’europa, stia continuando ad approfondirsi.

Tutto ciò, secondo l’Editoriale, concorre ad allontanare l’Italia dall’“infragilito baricentro europeo” e a coinvolgerla nel clima di incertezza che trae origine dai conflitti oggi esistenti tra molti Paesi mediterranei e dalla debolezza dei loro regimi politici. La situazione, inoltre, sempre secondo l’Editoriale, distanzierebbe l’Italia anche dalle proprie tradizionali alleanze, in presenza di una tendenza ad allontanarsi dal sogno europeista, al quale, con l’adesione ai Trattati di Roma, si era inteso affidare “il Paese immaturo perché ne correggesse i vizi di postura, l’atavico deficit di statalità”. Il risultato di quell’affidamento sarebbe oggi che l’Italia è tra i Paesi comunitari che meno gradiscono l’affiliazione all’Unione Europea e all’area che ha adottato la moneta unica.

Quest’ultimo fatto sarebbe all’origine della perdita di vista da parte degli italiani della “misura” del loro Paese, nonostante che, sempre secondo l’Editoriale, esso valga più di quanto pensa di valere, sicuramente più di quanto vorrebbe e “ancora più di quanto gli Stati dell’Eurozona gradirebbero”. Eppure, l’idea di quanto l’Italia valga realmente è lontana dal convincimento dei propri cittadini, inducendo gli osservatori stranieri a rimanere “sospesi tra incredulità, dileggio e apprensione […], colpiti dal provincialismo del ceto politico, paradossale in un Paese dall’economia estroflessa”.

Di qui la preoccupazione insorta nelle cancellerie europee dopo le ultime elezioni politiche che hanno registrato il successo di Lega e M5S, formazioni politiche “non conformi al galateo atlantico europeista, ineducate alle maniere e alle astuzie della diplomazia internazionale”. Le capitali europee, soprattutto Berlino e Parigi, paventano perciò che, se l’Italia non dovesse riuscire a correggere la rotta che i partiti ora al governo intendono farle percorrere, essa (l’Italia) sarà responsabile della distruzione dell’euro e dell’Unione Europea; ciò a causa degli squilibri cui l’azione delle nuove forze governative darebbe origine a livello dell’”intero assetto euroatlantico”, con effetti imprevedibili, “ma – a parere dell’Editoriale – certamente sistemici. Perché sistemica è a suo modo l’Italia, o almeno tale è percepita da chi ne condivide la moneta”.

Sono vere le preoccupazioni destate negli altri Paesi comunitari dalle potenziali minacce, evocate ai danni dell’euro e del progetto europeo dai risultati elettorali conseguiti in Italia da forze politiche critiche nei confronti delle istituzioni bruxellesi? Un autorevole economista tedesco, Clemens Fuest, presidente dell’”Institute for Economic Research di Monaco” (IFO), ha di recente dichiarato all’”HuffPost” (un blog noto fino al 2016 come The Huffington Post) che con “l’Italia ancora in stagnazione, se dovesse di nuovo andare in crisi, l’euro fallirebbe.

Nella fase attuale, secondo Fuest, il vero Stato da tenere d’occhio sarebbe solo uno: l’Italia; perché l’avvento di una crisi finanziaria originata dall’Italia, che dovesse colpire duramente la Germania, “sarebbe l’unico evento che potrebbe far davvero saltare l’euro e l’eurozona”. Il salvataggio greco in confronto verrebbe a configursi “come un gioco da ragazzi”.

Il pericolo imputabile all’Italia paventato dalla Germania, ai danni della propria economia, dell’intera eurozona e del progetto europeo, per via della possibile crisi della moneta comune, induce Fuest ad affermare che, per prevenire che esso possa materializzarsi, sarebbe plausibile adottare a livello comunitario una clausola che consentisse a qualsiasi Paese in continuo stato di stagnazione di abbandonare la moneta unica. Ciò perché, a suo parere, l’Europa ha bisogno di stabilità, che la situazione italiana ha sempre reso instabile, in quanto la decisione di ammettere l’Italia nel “gruppo di testa dell’euro” è stata assunta solo per ragioni politiche; dal punto di vista strettamente tecnico, l’Italia, per Fuest, non era nella condizione di rispettare “i termini d’ingresso”. Su quella decisione ha pesato il fatto – afferma Fuest nell’intervista concessa a Tonia Mastrobuoni, il cui testo è pubblicato su Limes (n. 5/2018) – che “per l’industria tedesca spariva un ostacolo rilevante per esportare in Paesi come [l’Italia], usi a svalutazioni competitive” (Beata sincerità!, verrebbe da dire, dalla quale però Fuest non deriva le necessarie implicazioni).

Al parere di Fuest sembra aderire Sabino Cassese che, in un’intervista (concessa a Luca Caracciolo e Niccolò Locatelli, il cui testo è anch’esso pubblicato su Limes n. 5/2018 col titolo “Il vincolo estero come rimedio al deficit di Stato”), afferma che il “vincolo esterno” alla sovranità, espresso dall’adesione del Paese al gruppo di testa dell’euro, sarebbe stato determinato dalla volontà del Paese di autoimporselo, per via della consapevolezza del proprio deficit di statalità e nella convinzione che l’associazione al novero dei Paesi virtuosi europei sarebbe valsa a trasformarla in Paese virtuoso.

In tal modo – era questo il ragionamento prevalente – sarebbe stato possibile fare fronte al deficit di statalità, dovuto al fatto che l’Italia, pur dopo il conseguimento dell’unificazione politico-territoriale, è rimasta divisa sul piano economico e sociale è rimasta divisa; divisione che, nonostante brevi periodi di convergenza vissuti dalle due macro aree (quella settentrionale e quella meridionale), non solo si è conservata, ma negli ultimi decenni si è addirittura approfondita, rappresentando cosi anche una causa della fragilità del sistema-Paese, la quale, prefigurando un continuo pericolo di instabilità per il resto dell’Europa comunitaria, espone l’Italia alla possibile estromissione dall’eurozona.

A questa possibile estromissione non credono Paolo Caselli a Gabriele Pastrello, che in “Senza l’Italia salta l’euro ma anche l’Europa tedesca” (Limes n. 5/2018), affermano che l’Italia è troppo importante perché la sua estromissione dall’area euro non comporti una “crisi tale da colpire anche Berlino”. Ciò, a parere degli autori, avverrebbe perché la globalizzaziome, il ruolo sempre più importante della Germania in Europa e nel mondo e la crisi persistente dell’Italia sono fenomeni oggi così “strettamente connessi” che l’uscita dell’Itali dall’euro non tarderebbe a causare la diffusione di una crisi in tutta l’area europea. Perché, secondo Caselli e Pastrello, ciò accadrebbe?

Con la globalizzazione, iniziata negli anni Settanta del secolo scorso e basata sul ruolo delle tecnoscienze informatiche – argomentano gli autori – si è avuta una destrutturazione del sistema produttivo mondiale; la disarticolazione produttiva, che ne è seguita ha comportato “l’integrazione nella rete di grandi imprese multinazionali di segmenti della fabbricazione di un prodotto finale”. Le produzioni dei segmenti produttivi disarticolati “a un livello molto vicino al prodotto finale” venivano assemblate all’interno del Paese che provvedeva alla sua distribuzione commerciale nel mondo; in questo modo, il processo produttivo veniva “‘spacchettato’ in varie fasi, ma le unità produttive decentrate [dovevano] produrre le parti intermedie secondo criteri di efficienza e produttività proprie dell’impresa madre”, ma con l’utilizzazione di know-how tecnologico non sempre disponibile all’interno del Paese assemblatore.

Anche in Germania, all’inizio degli anni Novanta, l’industria manifatturiera tedesca – affermano Caselli e Pastrello – “ha cominciato a decentrare fasi della propria produzione nei vicini Paesi” (soprattutto dell’Est europeo); tale processo, favorito dal basso costo della forza lavoro e dalla vicinanza geografica dei Paesi delocalizzatori, ha promosso la formazione di un “blocco produttivo tedesco” al quale si sono aggiunte le economie, dopo quelle dei Paesi dell’Est europeo, di altri Paesi economicamente più avanzati, come l’Olanda e l’Austria, ma anche, in tempi successivi, “pezzi rilevanti” dell’industria manifatturiere delle regioni del Nord dell’Italia.

Anche l’economia italiana, perciò, per via delle sue molteplici interrelazioni industriali approfonditesi con la Germania, risulta integrata (sia pure per il tramite della parte del Paese economicamente più avanzata) nel blocco produttivo tedesco. La formazione di tale “blocco”, secondo Caselli e Pastrello, “ha provocato la trasformazione della Germania da Paese esportatore (soprattutto di prodotti finiti) a piattaforma industriale, ovvero, a centro di distribuzione territoriale delle fasi produttive del “blocco”, i “cui risultati vengono convogliati nel Paese centrale la cui industria è in gran parte dedicata all’assemblaggio”.

Stando così le cose, la Germania, nel momento in cui sono in corso di ridefinizione le relazioni economiche tra le grandi aree economiche del mondo non ha ora alcun interesse a vedere restringersi l’area dell’euro, a causa della fuoriuscita dall’eurozona di qualche Paese che attualmente ne fa parte. Ciò perché l’eventuale uscita di uno dei Paesi membri dell’eurozona determinerebbe il venir meno, non solo dei vantaggi dei quali l’economia tedesca ha goduto grazie al mercato interno europeo (che gli economisti tedeschi, come Clement Fuest, tendono ad ignorare), ma darebbe origine a conseguenze negative per tutta l’Europa comunitaria, cui “nemmeno la potente economia tedesca – concludono Caselli e Pastrello – potrebbe sottrarsi”.

Per le ragioni indicate, sono allarmistiche le dichiarazioni di Fuest, perché l’Italia, pur con tutte le sue debolezze, è un Paese troppo importante (a dispetto di quanto sia disposta a riconoscere la maggioranza dei suoi cittadini) per farlo fallire, ma soprattutto troppo importante perchè si continui a conservarlo nell’area dell’euro. Ciò perché, la sua eventuale uscita dall’eurozona sarebbe traumatica, non solo per l’Italia stessa, ma soprattutto per la conservazione dell’area valutaria europea che, sia pure ad egemonia tedesca, non sarebbe in grado di reggere il confronto con le altre aree valutarie competitrici e di continuare a perseguire il processo dell’integrazione del Vecchio Continente.

Ovviamente, ciò non significa che l’Italia non debba e non possa utilizzare il “peso” economico che riveste, ai fini della conservazione e dell’ulteriore potenziamento dell’area valutaria europea ad egemonia tedesca, per promuovere un processo di revisione dei meccanismi della moneta unica, giudicati penalizzanti per l’economia di molti dei Paesi membri; meccanismi che sono da tutti considerati la causa dei persistenti surplus delle bilancia commerciale tedesca, ai quali sono altrettanto riconducibili le situazioni di stagnazione delle economie di altri Paesi comunitari, tra i quali l’Italia.

Tuttavia, l’Italia deve cessare di fare affidamento sugli “aiuti esterni” per rimuovere le proprie debolezze; a tal fine, dovrà pensare a come attenuare gli effetti negativi esercitati sulla propria economia dal tradizionale problema del Mezzogiorno; l’eventuale soluzione di quat’ultimo, oltre a contribuire a realizzare una maggior considerazione per il proprio Paese da parte degli italiani, rappresenterebbe anche un valido supporto per consentire alla struttura produttiva delle regioni del Nord di conservare all’interno del blocco produttivo ad egemonia tedesca il necessario peso economico, al fine di assicurare all’Italia il riconoscimento, da parte dell’estero, della sua valenza, affrancata da ogni possibile dileggio.

Gianfranco Sabattini

 

Bce, l’avvertimento di Draghi su debito e pensioni

Draghi-Eurozona

La Banca Centrale Europea ha presentato oggi il Bollettino economico dove si legge: “In alcuni paesi (ad esempio in Italia e in Spagna) il rischio che si compiano passi indietro rispetto alle riforme pensionistiche precedentemente adottate sembra elevato. Al contrario, in diversi paesi con livelli già elevati di debito pubblico (come l’Italia) sono  necessari ulteriori sforzi di riforma volti a ridurre il previsto aumento della spesa connessa all’invecchiamento demografico. In tale contesto sarà importante che i paesi intraprendano azioni politiche risolute e  incrementino gli sforzi di riforme strutturali  in ambiti quali pensioni, sanità e assistenza di lungo periodo”.

Con riferimento alla crescita economica, la Bce nel Bollettino Economico ha affermato: “Nell’Eurozona la crescita rimane  solida e generalizzata nei diversi paesi e settori, sebbene i dati e gli indicatori recenti si siano mostrati più deboli rispetto alle attese. Nel primo trimestre del 2018 la crescita del PIL in termini reali si è attenuata sul periodo precedente, collocandosi allo 0,4 per cento, dopo lo 0,7 per cento dei trimestri precedenti. Gli ultimi indicatori economici e i risultati delle indagini congiunturali sono più modesti, ma restano coerenti con il perdurare di una crescita solida e generalizzata dell’economia. Il rallentamento della crescita nel corso del primo trimestre è stato relativamente generalizzato per via soprattutto del calo delle esportazioni. La decelerazione della crescita osservata tra l’ultimo trimestre del 2017 e il primo trimestre del 2018 ha interessato la maggior parte dei paesi dell’area dell’euro. Tra i maggiori paesi dell’area, le  uniche eccezioni sono rappresentate da Spagna e Italia, in cui i tassi di crescita sono rimasti sostanzialmente stabili tra i due trimestri”.

Sull’applicazione dei dazi, la Bce ha osservato: “Per quanto riguarda l’applicazione dei  dazi europei sui prodotti americani  nel breve periodo è prevista una ripresa dell’espansione economica mondiale, ma l’applicazione di tariffe commerciali più elevate, in un contesto in cui si dibatte di ulteriori misure protezionistiche, rappresenta  un rischio per le prospettive”.

La Banca centrale europea in conclusione, in merito alle raccomandazioni specifiche per Paese per la correzione dei conti pubblici, ha sostenuto: “I progressi verso un aggiustamento durevole dell’inflazione sono stati considerevoli nell’Eurozona. Tuttavia occorre ancora un ampio grado di accomodamento monetario e il consiglio direttivo è pronto ad adeguare tutti i suoi strumenti, ove opportuno, per assicurare che l’inflazione continui ad avvicinarsi stabilmente al livello perseguito.  La discrezionalità adottata nell’accordare una riduzione dei requisiti di aggiustamento a due paesi nel 2018, e cioè Italia e Slovenia, riflette un’applicazione del patto di stabilità possibile a scapito della completa trasparenza, coerenza e prevedibilità dell’intero quadro di riferimento”.

La Bce, nell’ultimo Bollettino Economico, ha focalizzato luci ed ombre che si riflettono nell’attuale quadro economico, fornendo consigli ai Paesi della Ue senza sottrarsi al responsabile utilizzo degli strumenti di politica monetaria.

S. R.

Istat, oltre cinque milioni di italiani in povertà assoluta

povertàDall’indagine sulla povertà in Italia elaborata dall’Istat è emerso un nuovo record negativo: oltre cinque milioni di italiani vivono in povertà assoluta. L’anno scorso sono stati stimati in povertà assoluta 1 milione e 778 mila famiglie residenti (il 6,9% del totale) rispetto a 1 milione e 619mila famiglie del 2016 (il 6,3% del totale).

Questo dato corrisponde a 5 milioni e 58 mila persone in povertà assoluta (l’8,4% del totale) rispetto a 4 milioni e 742mila persone del 2016 (il 7,9% del totale). In sostanza dall’anno scorso c’è stato un aumento di circa 300.000 persone residenti in Italia finite in povertà assoluta rispetto al 2016.

L’Istat ha commentato: “Si tratta di un trend iniziato con la crisi ma l’elemento preoccupante è la ripresa della crescita della povertà dopo la pausa del 2014”. Il dato del 2017 dimostra come rispetto al 2016 la povertà assoluta sia cresciuta in termini sia di famiglie sia di individui. In crescita anche la povertà relativa. Nel 2017 ha riguardato 3 milioni 171mila famiglie residenti (12,3%, contro 10,6% nel 2016), e 9 milioni 368mila individui (15,6% contro 14,0% dell’anno precedente).

L’incidenza di povertà assoluta è aumentata di due decimi di punto rispetto al 2016 sia per le famiglie sia per gli individui è dovuta all’inflazione registrata nel 2017. Lo ha sostenuto l’Istat  nel rapporto sulla povertà in Italia, presentato oggi. Entrambi i valori sono i più alti della serie storica, che prende avvio dal 2005.

Nel 2017  l’incidenza della povertà assoluta fra i minori è rimasta elevata risultando pari al 12,1%  (1 milione 208mila, era il 12,5% nel 2016); quindi, si è attestata al 10,5% tra le famiglie dove è presente almeno un figlio minore, rimanendo molto diffusa tra quelle con tre o più figli minori (20,9%). L’incidenza della povertà assoluta è  aumentata prevalentemente nel Mezzogiorno  sia per le famiglie (da 8,5% del 2016 al 10,3%) sia per gli individui (da 9,8% a 11,4%), soprattutto per il peggioramento registrato nei comuni Centro di area metropolitana (da 5,8% a 10,1%) e nei comuni più piccoli fino a 50mila abitanti (da 7,8% del 2016 a 9,8%). La povertà è aumentata anche nei centri e nelle periferie delle aree metropolitane del Nord.

L’incidenza della povertà assoluta diminuisce all’aumentare dell’età della persona di riferimento. Il valore minimo, pari a 4,6%, si registra infatti tra le famiglie con persona di riferimento ultra sessantaquattrenne, quello massimo tra le famiglie con persona di riferimento sotto i 35 anni (9,6%). A testimonianza del ruolo centrale del lavoro e della posizione professionale, la povertà assoluta diminuisce tra gli occupati (sia dipendenti sia indipendenti) e aumenta tra i non occupati; nelle famiglie con persona di riferimento operaio, l’incidenza della povertà assoluta (11,8%) è più che doppia rispetto a quella delle famiglie con persona di riferimento ritirata dal lavoro (4,2%). Cresce rispetto al 2016 l’incidenza della povertà assoluta per le famiglie con persona di riferimento che ha conseguito al massimo la licenza elementare: dall’8,2% del 2016 si porta al 10,7%. Le famiglie con persona di riferimento almeno diplomata, mostrano valori dell’incidenza molto più contenuti, pari al 3,6%.

L’incidenza della povertà assoluta, spiega l’Istat, è calcolata sulla base di una soglia corrispondente alla spesa mensile minima necessaria per acquisire un paniere di beni e servizi che, nel contesto italiano e per una famiglia con determinate caratteristiche, è considerato essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile. Sono classificate come assolutamente povere le famiglie con una spesa mensile pari o inferiore al valore della soglia (che si differenzia per dimensione e composizione per età della famiglia, per ripartizione geografica e per tipo di comune di residenza). Gli indicatori vengono inoltre forniti a livello di famiglie e caratteristiche della persona di riferimento all’interno della famiglia, e a livello di individui, classificati come poveri se appartenenti a famiglie povere.

Nonostante la crescita economica, incredibilmente crescono anche i poveri per effetto di una pessima distribuzione della ricchezza e per la robotizzazione dei processi produttivi. Per risolvere il triste fenomeno sociale, il nuovo governo, finora vorrebbe avanzare nuove proposte assistenziali per i più poveri ma non è ancora chiaro dove troverà i mezzi finanziari.

Salvatore Rondello

AMICI COME PRIMA

macron-conte

Dopo che la tensione tra Francia e Italia era salita alle stelle, oggi si apre una tregua tra i due paesi con le cancellerie impegnate a far tornare i rapporti a un livello di normalità. Nella notte tra il presidente Conte e il presidente francese Emmanuel Macron vi è stata una lunga e cordiale telefonata. Confermata la visita di Conte che sarà domani a Parigi. Il presidente francese – si legge in una nota diffusa dall’Eliseo – nel corso del colloquio telefonico ha “sottolineato di non aver mai fatto alcuna dichiarazione con l’obiettivo di offendere l’Italia e il popolo italiano”. “Il Presidente francese – si legge in una nota – e il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte hanno confermato l’impegno della Francia e dell’Italia a prestare i soccorsi nel quadro delle regole di protezione umanitaria delle persone in pericolo”.

Il presidente francese nel colloquio ha detto di “aver sempre difeso la necessità di una maggiore solidarietà europea con il popolo italiano”: lo si legge in una nota dell’Eliseo. “L’Italia e la Francia – prosegue la nota – devono approfondire la loro cooperazione bilaterale ed europea per condurre una politica migratoria efficace con i Paesi d’origine e di transito, attraverso una migliore gestione europea delle frontiere e attraverso un meccanismo europeo di solidarietà e di assistenza dei rifugiati”.

Con Macron, ha detto Conte, “siamo tutti e due consapevoli che Italia e Francia lavorino fianco a fianco, anche con gli altri partner Ue”. Conte è tornato sulla chiamata con il presidente francese: “c’è stato un chiarimento in cui ha precisato che le espressioni ingiuriose rivolte all’Italia e al popolo italiano” non erano state da lui pronunciate. Conte ha ribadito che i toni con Macron erano “molto cordiali”.

Il premier italiano ha anche ricordato che nell’incontro con Macron si parlerà anche della modifica “del Regolamento di Dublino, come pure dell’unione bancaria e monetaria”. “Quel che pensiamo – ha detto la ministra per gli Affari europei Nathalie Loiseau – è che l’Europa non sia stata abbastanza vicina all’Italia nella crisi migratoria. Il peso dell’accoglienza e dell’esame delle domande di asilo ha poggiato troppo sull’Italia, ci sarebbe voluta una presenza europea molto più forte. Bisogna mettere a punto un meccanismo europeo per aiutare l’Italia, un’idea che la Francia ha sempre difeso, e per fare questo dobbiamo lavorare insieme”.

Ma Di Maio continua a puntare i piedi e a fare i capricci: “Finché non arriveranno le scuse” dal Presidente francese Macron, “noi non indietreggiamo” aveva detto questa mattina il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, a Rtl, spiegando che “questo deve essere chiaro per questa vicenda e per il futuro” circa i prossimi tavoli che ci saranno in Europa. “È finita l’epoca in cui si pensava che l’Italia la puoi sempre abbindolare”, ha sottolineato. “Scuse o non scuse – ha detto il Ministro degli Interni Salvini – bado alla sostanza non alla forma. Bene il chiarimento con la Francia”. Mentre da Moavero, ministro degli etseri, i toni sono più pacati: “Tocca alla Francia vedere di riportare a toni più urbani le sue dichiarazioni sulla questione migranti”. “Per quanto riguarda invece le questioni di fondo – ha aggiunto Moavero – dobbiamo discuterne nelle sedi europee”.

Dublino. L’Italia si allinea ai paesi Visegrad

ungheria immigrazione

L’Italia, membro fondatore dell’Unione europea, si allinea sulla posizioni dei Paesi Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria)  mettendosi di traverso a qualsiasi ipotesi di riforma del trattato di Dublino sul diritto d’asilo. Al vertice dei ministri dell’Interno a Lussemburgo sono arrivati, oltre al no di Roma, quelli di Madrid, Austria, Romania, Ungheria, Slovenia e Slovacchia. Non si sono espressi Estonia, Polonia e Gran Bretagna. Gli altri 18, pur non soddisfatti, lasciano la porta aperta al negoziato. Tra questi Grecia, Malta, e Cipro, spaccando così il fronte mediterraneo.

Insomma da un lato del tavolo ci saranno la Germania, la Francia e i governi del Nord Europa. Dall’altro l’Italia e i Paesi del Sud a fianco del quartetto di Visegrad. Un’inedita alleanza mossa da un obiettivo comune: fare a pezzi la proposta di riforma di Dublino preparata dalla presidenza di turno bulgara, documento in discussione al Consiglio Affari Interni di Lussemburgo. Matteo Salvini non ci sarà, ma da Roma è partito l’ordine di tenere la linea dura: va respinto senza se e senza ma. In assenza di un accordo tra i 28, la palla passerà nelle mani di Donald Tusk, che chiederà ai leader di trovare una via d’uscita al Consiglio europeo di fine mese. Quello dell’esordio del premier Giuseppe Conte.  Uno spostamento netto dell’Italia che si allinea da una posizione di accoglienza che la ha sempre contraddistinta verso le posizioni della destra dei paesi dell’Est europeo. l Principio di Dublino dovrebbe regolare l’accoglienza di rifugiati nell’Unione europea. Da anni vi si chiede una riforma sostanziale, soprattutto da quando la gestione dei fenomeni migratori è diventata una priorità che non può essere gestita sempre come una urgenza. Ma deve essere invece governata. Per farlo serve un approccio diverso che passa appunto per la riforma del Trattato di Dublino. Ma l’intesa è in alto mare. L’obiettivo di trovare un accordo tra i Ventotto durante il vertice europeo di fine giugno non sembra raggiungibile, tanto più che in Lussemburgo si sono moltiplicate le critiche di numerosi ministri degli Interni e sono mancati i punti condivisi. Insomma la questione dell’immigrazione continua a dividere l’Unione.

Il pacchetto sul tavolo rivede solo parzialmente il cosiddetto Principio di Dublino che prevede la responsabilità del paese di prima accoglienza nella gestione dei profughi. Tra le altre cose, la proposta di riforma stabilisce che, nei casi di flussi particolarmente elevati, vi possa essere un ricollocamento dei rifugiati in tutta l’Unione europea. Il pacchetto riprende a grandi linee l’iniziativa del 2015 che ha creato un meccanismo provvisorio di ricollocamento, criticato da alcuni stati membri.

A sostegno della riforma il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani per il quale la proposta in discussione “è l’unica che mette insieme fermezza e solidarietà. È su questa base che gli Stati membri e il Consiglio devono lavorare”. “Per fermare l’immigrazione clandestina – ha aggiunto – serve un piano Marshall per l’Africa e un accordo con la Libia e i Paesi di transito come quello fatto con la Turchia”.

La situazione è ben spiegata dalle parole del ministro alla migrazione svedese Helene Fritzon al suo arrivo al consiglio europeo Affari interni, a Lussemburgo. “L’Europa – ha detto – ha bisogno di un’intesa sulla riforma di Dublino, ma con le elezioni delle destre in Europa c’è un problema per raggiungere un compromesso oggi. C’è un clima politico più duro. Non si tratta solo dell’Italia, ma anche la Slovenia”, ad esempio. Insomma un clima frutto della crescita della destra in tutta Europa.

 

La ricerca di un nuovo equilibrio tra le grandi potenze del mondo

May-16-2012-State-of-libertyIl numero 4/2018 di “Limes” è dedicato ad un’analisi dello stato attuale del mondo, caratterizzato dalle tensioni globali causate dalla ricerca di una nuova configurazione dell’equilibrio dei rapporti di forza tra gli Stati. I termini della questione sono riassunti nell’Editoriale del periodico, secondo il quale la situazione attuale è rappresentata dalla posizione dominante degli Stati Uniti; sebbene tale posizione risulti ridimensionata rispetto al passato, è possibile che, considerate le condizioni interne e internazionali riguardanti i loro competitori, gli USA riescano a conservarla anche per il futuro, che è plausibile prevedere possa risultare piuttosto lungo. L’ipotesi dell’Editoriale è corroborata da una serie di articoli di autori, specialisti nel trattare le relazioni internazionali; in essi sono evidenziate le problematiche riguardanti le altre potenze che aspirano, se non proprio a sostituire, ad indebolire ulteriormente, la superpotenza americana.
La posizione attuale degli Stati Uniti – afferma l’Editoriale – “è presupposto geopolitico per eccellenza”. Tutti gli altri Stati, alleati o meno, “ne accettano l’esistenza come evidente, incontestabile. Tutti, o quasi, ne celebrano ovvero ne dannano l’iperpotenza materiale e immateriale”; alcuni Paesi alleati, addirittura, li detestano, mentre altri Paesi avversari “anelano ad essere ammessi a corte”. Ciò che stupisce è il fatto, che, malgrado l’universale riconoscimento della primazia globale della quale godono gli Stati Uniti, fra coloro che si oppongono al loro imperialismo vi siano “diversi fieri cittadini” americani, convinti che la conservazione dell’”impero non sia un affare. Stanchi di sopportarne i costi veri o presunti. Insensibili alla gloria”. Se la posizione dominante degli USA è presupposto geopolitico, come possono essere spiegate, malgrado la presidenza di Donald Trump, le ragioni della sua conservazione, “pur se oggi [quel presupposto è] meno splendente e più contestato?”
Dopo il crollo dell’ex URSS, gli USA si sono imposti nell’immaginario collettivo mondiale come unica superpotenza, perseguendo, attraverso la globalizzazione, l’unificazione del pianeta, con la proposta, da parte di due scienziati americani, di “abolire i fusi orari virando verso un tempo universale atto a istituire un calendario permanente. Valido per tutti per sempre”.
Rifacendosi al Tucidide della “Guerra del Peloponneso”, l’Editoriale di “Limes” ricorda che per qualsiasi potenza, che persegua la conservazione di una posizione dominante nel mondo, non possa “esistere logica diversa da quella dell’utile”; ciò perché nessun legame di solidarietà e di vicinanza può conservarsi nel tempo se “non vi corrispondono sicurezza e fiducia”; concetto, questo, che sarà formalizzato sul piano politico dal marxista Antonio Gramsci, con la formulazione del concetto di “egemonia”, adottato per esprimere una posizione dominante di un gruppo sociale o di uno Stato, destinata a divenire impensabile “senza il consenso” e impraticabile “senza la forza”, non solo militare, ma anche e soprattutto culturale. Ma ogni potenza globale ed egemone, pur sorretta dal consenso, osserva l’Editoriale, è costretta ad agire all’interno di un contesto di relazioni interstatali che ne condizionano la strategia.
Sulla base di questo assunto, l’Editoriale di “Limes” ipotizza, all’interno del precario equilibrio globale ora esistente, la presenza di alcuni Stati o realtà politiche che, con la loro azione, potrebbero prefigurare possibili conflitti, tali da implicare “un grado minimo o massimo di impegno americano”. I soggetti, nel ruolo dei quattro “cavalieri dell’Apocalisse” assegnato dall’Editoriale, sono principalmente la Cina, la Russia, la Corea del Nord, cui può essere aggiunta l’Unione Europea; viene pertanto da chiedersi se tali realtà politiche possano e vogliano davvero subentrare agli Stati Uniti nel rango di primo attore e, se lo potessero e volessero, di quali argomenti e strumenti dispongano per coronare col successo la loro aspirazione.
A parere dell’Editoriale, se gli americani eviteranno “di farsi del male da soli, e malgrado la torrenziale letteratura apocalittica di propria produzione, in questo mondo di Stati, gli Stati Uniti possono aspirare a restare il Numero Uno. A lungo”. Questa conclusione è supportata da varie considerazioni e riflessioni, tutte attinenti alla “debolezza” degli Stati o delle realtà politiche che possono svolgere il ruolo di competitori e che, con la loro azione, possono destabilizzare la posizione egemone degli USA, per sostituirsi ad essi, o quantomeno per ridurne il “peso” globale.
Le difficoltà che si parano davanti all’azione dei competitori dell’America derivano innanzitutto dal fatto che, come osserva Dario Fabbri (“L’America conservatrice”), nel mondo instabile di oggi gli americani sono diventati conservatori. A differenza di quanto erano propensi ad intraprendere nel passato, essi “non pensano più di stravolgere la congiuntura internazionale. Confermano lo status quo, ne accettano il dipanarsi. Non solo perché maneggiano i gangli del primato – dal controllo delle vie marittime alla funzione di compratore di ultima istanza, dall’emissione del dollaro all’avanguardia tecnologica”; ma anche perché le sofferenze patite a causa del loro avventurismo, vissuto nella prospettiva di poter “rimodellare il creato, intendono scongiurare il ripetersi della storia”. Soffrendo per l’impulsiva voglia di isolarsi e di ritirarsi dalla gestione degli affari internazionali, anche per gli sforzi che sono chiamati a compiere per via del loro status egemonico nel mondo, gli Usa hanno scelto “la manutenzione ordinaria del sistema che presiedono”.
Pur scegliendo l’opzione meno impegnativa per la conservazione della loro posizione egemone, gli Stati Uniti hanno conservato intatte le finalità della loro politica estera, salvo l’apporto di alcuni adattamenti al mutamento delle condizioni attinenti il resto del mondo; gli USA, infatti, continuano a curare gli aspetti della loro politica estera, avendo di mira l’obbiettivo prioritario del contenimento marittimo della Cina e di quello terrestre della Russia; quindi, senza temere una possibile convergenza tra i propri competitori, hanno maturato una crescente opposizione nei confronti dell’aumento delle pretese tedesche, nella consapevolezza – secondo Fabbri – “che è impossibile rinnegare la propria dimensione imperiale”. Ciò, nel timore che le dinamiche interne alla società americana possano vanificare quanto sinora realizzato.
L’attuale strategia internazionale degli Stati Uniti è stata elaborata al termine della Guerra fredda, allorché, dopo il crollo dell’URSS, gli USA hanno vissuto l’illusione d’essere divenuti una superpotenza solitaria; da allora, via via che l’illusione si è dissolta, essi hanno adattato la loro politica internazionale al mutare delle condizioni globali, cumulando “un massiccio deficit commerciale per creare dipendenza tra sé e i [loro] satelliti e mantenere globale la [propria] moneta”, riuscendo così a contenere le sfide dei concorrenti più insidiosi, fornendo aiuti militari ai loro alleati, senza però agire per distruggere l’equilibrio esistente, al fine di favorire l’avvento di una nuova configurazione dello stato del mondo. Così facendo, gli USA hanno teso a lasciare agli altri l’onere di alterare lo status quo, a condizione che i mutamenti risultassero aderenti ai loro interessi.
Una prova di tale atteggiamento sul piano della politica estera degli Stati Uniti può essere rinvenuto, ad esempio, nel proposito di coinvolgere i propri alleati nelle “campagne” di contenimento dei propri concorrenti, come è avvenuto nel caso della Russia, contro la quale l’opposizione è stata appaltata – afferma Fabbri – “ai Paesi dell’Europa centro-orientale”, attraverso il collocamento al loro interno di sistemi d’armi puntati contro Mosca e l’assegnazione di un ruolo cruciale ai paesi baltici.
Anche sul fronte estremo-orientale, l’impegno degli USA è volto a coinvolgere gli alleati nel contenere le ambizioni della Cina, determinata a divenire il principale concorrente commerciale di Washington attraverso la realizzazione del progetto infrastrutturale delle vie della seta. Eppure, anche da questo fronte, secondo Giorgio Cuscito (“I nemici delle nuove vie della seta”), gli Stati Uniti hanno poco da temere, sia per i timori che la realizzazione di tale progetto sta suscitando in diverse aree politiche del mondo, sia per ragioni politiche interne della Cina.
Sul Piano internazionale, diversi sono i fattori che rendono le rotte delle vie della seta fonte di preoccupazioni, non solo per gli Stati Uniti, ma anche per altre realtà politiche; in Asia, ad esempio, India e Giappone, congiuntamente ad altri Paesi minori del Sud-Est asiatico, “stanno prendendo contromisure per ostacolare l’iniziativa, percepita come uno strumento per espandere la sfera d’influenza cinese a livello globale”; anche perché alcuni progetti promossi da Pechino non hanno una valenza esclusivamente economica.
Ultimamente, ai dubbi e ai timori dei Paesi asiatici si sono aggiunti anche quelli dell’Unione Europea; negli ultimi tempi, le istituzioni europee, sollecitate da Germania, Francia e Italia, hanno evidenziato una maggiore attenzione rivolta alle attività cinesi in Europa e nel Mediterraneo. Ciò ha spinto le istituzioni comunitarie “a prendere provvedimenti per monitorare più accuratamente le attività della Repubblica Popolare nel Vecchio Continente”, sino a decidere di dotarsi di un quadro normativo atto “a prevenire le acquisizioni d’interesse strategico da parte di aziende statali ubicate fuori dall’UE”.
Sotto l’aspetto politici interno, invece, la Cina avrà a che fare con i numerosi problemi che da sempre la assillano, quali sono i profondi squilibri economici esistenti sul piano territoriale e su quello personale, le aspirazioni ad una maggiore autonomia delle minoranze etniche e culturali e l’unificazione alla Repubblica Popolare di Taiwan; aspirazione, quest’ultima, destinata a sollevare le incertezze sul come conciliare le diversità del credo politico e delle istituzioni, oggi esistenti all’interno delle due realtà statuali asiatiche.
Oltre che dal fronte del Sud-Est asiatico, gli Stati Uniti hanno poco di che temere da quello Europeo, in particolare dall’Unione Europea, soprattutto per le divisioni esistenti tra gli Stati che la compongono, causate oltre che dalle differenze economiche esistenti, anche dal “peso” che la Germania sta assumendo all’interno della comunità. In “I tabù di Berlino fanno male all’Europa”, Heribert Dieter afferma che in Europa, secondo un’inchiesta condotta nel 2017 dal Pew Research Center, “la Germania è vista bene: il 71% dei cittadini europei ne ha una percezione positiva”; ma le cose cambiano “quando le stesse persone vengono intervistate a proposito di una leadership tedesca in Europa. Poco meno della metà (49%) è dell’opinione che la Germania sia già adesso sin troppo forte, solo un’esigua minoranza (5%) dichiara che Berlino ha un’influenza troppo debole”.
L’inchiesta ha messo in evidenza una frattura tra i Paesi del Nord e quelli del Sud dell’Unione europea, palesando che “né gli altri europei, né la maggioranza dei tedeschi desiderano una più marcata leadership tedesca all’interno della UE”. Ciò è sufficiente a garantire agli USA che l’Europa, almeno per il momento, non può rappresentare alcuna seria contestazione alla loro posizione egemone globale e che l’ambizione dell’establishment tedesco ad elevare il livello di contrapposizione con l’iperpotenza d’oltre Atlantico è più che annullata dalle contrapposizioni a Berlino da parte degli altri partner europei.
Resta il problema dell’opposizione russa all’egemonia americana; dopo l’esperienza negativa dell’ex URSS nel condurre una concorrenza attiva nei confronti degli USA, gli obiettivi della nuova Russia di Putin, secondo Vitalij Tret’jakov, preside delle scuola superiore per la televisione dell’Università statale di Mosca (“La dottrina Putin”), gli obiettivi di Mosca consisteranno nel preservare e rafforzare la Russia come grande potenza e come civiltà a sé stante e autosufficiente, salvaguardando la pace, soprattutto nelle regioni immediatamente vicine ai confini russi, e difendendo la civiltà russa in senso politico ed etnico.
Nei confronti degli USA, tali obiettivi saranno perseguiti, a parere di Tret’jakov, nel rispetto di tre linee di condotta: in primo luogo, la promozione dell’emancipazione, in modo graduale e, se possibile, non conflittuale dal predominio americano in campo economico e finanziario; in secondo luogo, il mantenimento di un equilibrio strategico-militare con gli USA; infine, l’opposizione a Washington laddove vada a toccare esplicitamente gli interessi della Russia. Nell’attenersi a questi tre criteri strategici, Mosca non “avrebbe interesse a minare intenzionalmente le posizioni degli Stati Uniti nel mondo attuale”, in quanto basterà aspettare che queste posizioni si indeboliscano naturalmente: Putin non avrebbe che da attendere, in quanto “sa e capisce che prima o poi l’Occidente” commetterà degli errori. A quel punto, “non gli resterà che decidere, dopo aver valutato i pro e i contro”, se sfruttare gli errori oppure no.
Malgrado il semi-isolazionaismo della nuova Russia, l’azione politica internazionale indicata da Tret’jakov, non può certo dirsi positiva per il mondo; ciò in quanto non è auspicabile che una superpotenza di rilevanza globale, come la Russia, possa perseguire una politica egoistica; una politica cioè che, se può non impensierire l’egemonia statunitense, è però gravida di pericoli per il resto del mondo, a causa dell’esclusivismo (non solo sul piano degli interessi materiali, ma anche su quello etnico e culturale) col quale la Russia, anziché impegnarsi nel tentativo di governare la dinamica dello stato del mondi, si limiterebbe a difendere i suoi interessi “particolari”, sfruttando i possibili errori degli altri.

Gianfranco Sabattini

Occupazione. L’Italia penultima in Europa

eurostatL’Italia continua ad indietreggiare anche per quanto riguarda l’occupazione. Il nostro Paese si classifica penultimo nell’Unione europea per il livello di occupazione, attestatosi al 62,3% nel 2017, peggio di noi solo la Grecia, col 57,8%. Lo riferisce Eurostat, precisando che il nostro Paese si rivela fanalino di coda anche per lo scarto occupazionale tra uomini e donne (19,8%), categoria in cui a superarci è soltanto a Malta col 26,1%. L’Italia è inoltre il penultimo Paese europeo, sempre dopo la Grecia, per donne occupate (appena il 52,5%).
Appare molto lontano pertanto al momento il raggiungimento dell’obiettivo Ue 2020 di un tasso d’occupazione complessivo del 67%. La strategia Europa 2020 mira a raggiungere un tasso d’occupazione totale per la fascia d’età 20-64 di almeno il 75% entro il 2020. Il target, ha ricordato Eurostat, è stato tradotto in diversi obiettivi nazionali per riflettere la situazione e le possibilità dei vari Stati membri di contribuire all’obiettivo comune. La media europea del tasso di occupazione nella fascia d’età 20-64 nel 2017 ha raggiunto il 72,2%, in crescita rispetto al 71,1% del 2016.
Nel confronto tra i Paesi dell’Unione, il tasso di occupazione nella fascia d’età tra i 20 e i 64 anni è cresciuto con particolare forza tra 2016 e 2017 in vari Paesi dell’Europa centro-orientale. Infatti dai dati emerge un rialzo di 3,6 punti percentuale in Bulgaria, 3,3 in Slovenia, 2,5 in Romania, 2,2 in Croazia, 2,1 in Estonia.
Il numero di occupati in Italia sono però in moderato aumento, con +0,7% su anno rispetto al 61,6% del 2016. In maggior crescita (+0,9%), però, sono le donne che lavorano, passate dal 51,6% del 2016 al 52,5% del 2017. Salgono in modo deciso (+1,9%) anche gli occupati over 55, passati su anno dal 50,3% al 52,2%, con differenze significative tra uomini (62,8% nel 2017) e donne (42,3%) – che sono però in più decisa crescita rispetto alla controparte maschile (+2,6% annuo contro 1,1%).