Rugby 6 Nazioni: Irlanda 63 Italia 10. Una partita senza storia

Italia Irlanda foto 2Grande giornata di spettacolo sabato scorso a Roma, dove Italia ed Irlanda si sono sfidate nel secondo turno del Torneo 6 Nazioni di Rugby. Nonostante la giornata non fosse proprio tra le più belle, abbastanza fredda e con un sole che faceva capolino solo a tratti, numerosi tifosi dai colori azzurri ed altrettanti dai colori verdi sono convenuti allo Stadio Olimpico per assistere al confronto tra gli Azzurri e la squadra del Trifoglio. Il pronostico, dopo il primo turno, era tutto a favore degli ospiti, che solo una volta, nel 2012, sono caduti sotto i colpi degli Azzurri in 17 edizioni del Torneo.  A dirigere il team arbitrale il neozalendese Glen Jackson che si rivelerà molto equilibrato nelle sue decisioni e favorirà il gioco quanto più possibile. Il coach irlandese Schmidt modifica poco prima del calcio di inizio la sua formazione: il tallonatore Scannel al posto del capitano Best e la fascia di capitano ad Heaslip.

Si comincia e l’Irlanda è subito in attacco. Una mischia ordinata vede protagonisti Ghiraldini, Lovotti e Cittadini ma gli ospiti sono già stabilmente a pochi metri dalla meta, che sfiorano all’8′ con l’ostica ala avversaria Zebo. Dagli spalti si leva, e sarà l’unica volta, il grido di incitamento “Italia Italia”. Solo tre minuti dopo, sarà l’altra ala avversaria, Earls, ad infilare la difesa azzurra; trasformazione di Jackson e siamo già sotto di 7 punti. Nei primi 12 minuti di gioco l’Italia praticamente non ha visto palla ed ha fatto già quattro falli.

L’Italia riesce finalmente a portarsi nella metà campo avversaria e ad ottenere un calcio di punizione a causa di una ostruzione avversaria: Carlo Canna non si spaventa, batte e spedisce l’ovale tra i pali. Al 15′ Italia 3 – Irlanda 7. Gli ospiti però sono intenzionati a far vedere chi abbia il coltello dalla parte giusta e non mollano un secondo. Il Trifoglio si riporta vicino alla nostra meta e prima carica caparbiamente con Ryan e Murray, poi va dritto per dritto con Henshow ed infine arriva alla meta con la furia di Stander, senza dubbio miglior giocatore in campo. Solita trasformazione di Jackson e al 17′ siamo Italia 3 – Irlanda 14. Riprendiamo il gioco e proviamo a rompere il muro verde ma un piede fuori di Padovani dà all’Irlanda ha l’opportunità di ripartire con una touche laterale.  Gli avversari di lì a poco sono ancora in zona rossa, allargano sapientemente il gioco e l’ovale finisce nelle mani di Earls, che lo porta ancora una volta in meta; trasforma Jackson ed al 27′ il parziale è Italia 3 – Irlanda 21. Ormai gli ospiti hanno preso il largo, ma nessuna meta è stata finora soffice per i giocatori irlandesi, come dimostrano i numerosi placcaggi. E noi ci crediamo ancora. Gli azzurri con uno scatto di orgoglio si buttano in avanti e, finalmente, siamo sulla linea di meta dell’Irlanda. Un’entrata fallosa di spalla da parte degli avversari ci consegna la prima ed ultima meta tecnica della partita che viene trasformata da Carlo Canna. Al 31′ Italia 10 – Irlanda 21. Ma l’Irlanda non ci sta ed intende andare a riposare con un confortante vantaggio: passano solo tre minuti ed arriva la meta dell’inarrestabile Stander, seguita a ruota dalla trasformazione di Jackson. E’ la quarta meta per gli Irlandesi, che così guadagnano anche il primo punto di bonus supplementale nella classifica del Torneo. Dopo un paio di sterili tentativi di Favaro e Mbandà andiamo negli spogliatoi sul parziale Italia 10 – Irlanda 28. L’Irlanda è molto più forte fisicamente, come dimostra il possesso palla al 69%. L’Italia appare dominata dai loro portatori di palla Stander e Ryan che vincono inesorabilmente le collisioni ed avanzano facilmente. La nostra difesa è costretta a stringere, lasciando scoperta l’estremità del campo; le ale avversarie hanno in tal modo gioco facile ed ai lati del campo prendiamo le mete.

Il secondo tempo riprende con l’Irlanda nuovamente subito in attacco. Gli ospiti non hanno nessuna intenzione di togliere il piede dall’acceleratore, mentre l’Italia va in caduta verticale. Basti sottolineare che nella seconda frazione di gioco non segneremo alcun punto, mentre gli irlandesi porteranno a casa ben 5 mete. Gli avversari si permettono anche qualche cameo, come quando Gilroy prova a salvare una palla dal fallo laterale, ed in qualche modo ci lasciano giocare, fino a quando il nostro gioco è inoffensivo. Aspettano il definitivo crollo azzuro, che arriva inesorabilmente. E così, soprattutto per la felicità dei supporter del Trifoglio, vedremo delle corse cinematografiche da parte dei giocatori irlandesi verso la meta: memorabili quelle sul finale di Gilroy e Ringrose. Non trovano praticamente più resistenza da parte degli azzurri, ormai al limite.

Finisce Italia 10 – Irlanda 63. E’ la più pesante sconfitta di sempre contro questa squadra. Il nostro coach Connor O’Shea aveva detto che voleva una squadra in grado di giocare per  80 minuti, in grado di lottare ad ogni gara nella consapevolezza che a questi livelli o si è presenti fisicamente e mentalmente nella gara o si rischiano legnate. Ebbene purtroppo dobbiamo constatare, pur tenendo conto delle differenze tra gli Azzurri e le altre squadre del 6 Nazioni, tutte di ranking superiore, che ancora l’obiettivo è lontano. Se da un lato l’Italia ha mostrato la volontà di attaccare, ed ha fatto vedere anche qualcosa di interessante quando aveva in mano l’ovale, è soprattutto in difesa che abbiamo mostrato tutte la nostra debolezze, soprattutto fisiche. L’Irlanda ha giocato con grande intensità ed ha dato una grande lezione di rubgy agli Azzurri. Ora  ci aspettano due settimane di riposo e poi appuntamento il 25 febbraio a Twickenham per la sfida Inghilterra – Italia.

Al. Sia.

Accordo per fermare rotta Italia-Libia, ora tocca all’UE

mogherini-gentiloniA Malta l’Italia punta a un appoggio europeo per fermare i migranti in arrivo dal Mediterraneo. “Mi aspetto un fortissimo sostegno” all’accordo Libia-Italia sui migranti, ha detto prima dell’inizio del vertice l’Alta Rappresentante per la Politica estera e di Sicurezza Federica Mogherini, riferendosi all’intesa firmata ieri a Roma tra il premier Paolo Gentiloni e il premier libico Fayez al-Serraj. L’accordo, ha detto Mogherini, “si inquadra perfettamente nelle politiche europee costruite in questi mesi con la Libia: sia sul salvataggio di vite in mare che sul lavoro nei centri all’interno della Libia”.
“Sono convinto che ieri si sia aperta una pagina nuova nella vicenda dei flussi migratori – ha detto dal canto suo Gentiloni – possiamo dire all’Unione che la nostra parte l’abbiamo fatta e ora ci aspettiamo che da parte dell’Europa ci sia un sostegno”. Ha poi aggiunto il presidente del Consiglio: “Perché è una fase che
noi in parte possiamo affrontare da soli, con risorse italiane, con la collaborazione delle nostre istituzioni con le autorità libiche, ma servono anche risorse europee e impegni europei”.
Infatti ieri a Roma Gentiloni ha portato a casa un risultato storico firmando con il premier libico Sarraj il Memorandum d’intesa per fermare l’immigrazione illegale, il traffico di esseri umani e il contrabbando tra le sponde sud e nord del Mediterraneo. Otto articoli per mettere nero su bianco l’impegno di Tripoli a controllare le sue coste e quello italiano ad aiutare il partner nel monitoraggio delle frontiere sud, quelle da cui entrano i migranti africani che sognano di raggiungere l’Europa.
Tale intesa rappresenta un ulteriore tassello dello storico coinvolgimento in Libia dell’Italia, unico Paese occidentale ad aver riaperto finora la propria sede diplomatica a Tripoli, ha ricordato Gentiloni, sottolineando tuttavia che si tratta soltanto di “un pezzo del progetto che dobbiamo sviluppare”. Adesso “serve un impegno economico dell’Unione Europea”, ha avvertito Paolo Gentiloni, che sarà a Malta per il vertice europeo informale dedicato proprio alla crisi migratoria. Per fare “l’ambasciatore di questo memorandum” e promuovere “ulteriori passi in avanti”. L’accordo fra Gentiloni e Sarraj arriva in un momento particolare: oggi il presidente del Consiglio italiano sarà a Malta per un summit dell’Unione Europea incentrato sull’immigrazione, e ci si aspetta che l’accordo con la Libia entrerà nel dibattito.
L’accordo Roma-Tripoli ha ricevuto il plauso dell’Ue. Adesso l’obiettivo di “fermare i flussi di migranti irregolari è a portata di mano”, ha sottolineato il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, aggiungendo di aver concordato con Francois Hollande e Angela Merkel “di sostenere l’Italia in questa nuova cooperazione”.
Quasi un anno fa l’Ue si accordava con la Turchia per chiudere la rotta balcanica, e tale intesa ha abbattuto i flussi migratori del 98%. “Ora è tempo di chiudere la rotta dalla Libia all’Italia” e “posso assicurare che possiamo riuscirci”, ha affermato Tusk dopo aver “parlato a lungo con Gentiloni” ed aver incontrato al Serraj a Bruxelles, prima della tappa romana. Adesso i riflettori si spostano su La Valletta, dove i 28 dovranno trovare l’accordo politico sul da farsi, sapendo che le nuove regole per l’asilo europeo e le ricollocazioni dei rifugiati potranno sbloccarsi solo dopo che si sarà ripreso il controllo della frontiera esterna, pur mantenendo il difficile equilibrio con il principio del rispetto dello stato di diritto.
I passi operativi della Ue saranno poi discussi nel Consiglio Esteri di lunedì.

Migranti. ‘Muro’ europeo per bloccare la rotta dalla Libia

migranti-in-libiaChiusa la rotta balcanica, i migranti in fuga dalla miseria e dall’instabilità politica di molti paesi africani non hanno altra scelta che mettersi nelle mani dei trafficanti libici senza scrupoli e cercare di attraversare il Mediterraneo diretti in Italia, passando per la Libia. L’Europa però ora è pronta a chiudere anche la rotta del Mediterraneo. L’appuntamento è al vertice informale del 3 febbraio a La Valletta, durante il quale Federica Mogherini e la Commissione presenteranno il piano per frenare i flussi dalla Libia all’Italia, migliorare le condizioni dei migranti nei campi libici e favorire i ritorni ma anche garantire le richieste di asilo. Alla Libia verranno forniti i mezzi per avere un “ruolo centrale” nel controllo e nei salvataggi nelle acque territoriali, con il coordinamento dell’operazione Sophia. Tra i punti principali, il completamento dell’addestramento della guardia costiera libica e la fornitura dei mezzi navali necessari per avere un “ruolo centrale” nel controllo e nei salvataggi nelle acque territoriali, riportando i migranti sulla costa, in collegamento con un Centro di coordinamento operativo in primavera con le informazioni dell’Operazione Sophia e di Italia, Malta, Grecia, Cipro, Francia, Spagna e Portogallo. Il piano Ue propone poi almeno 200 milioni di finanziamenti di progetti in Libia e punta a rafforzare la frontiera sud aumentando anche la cooperazione con Egitto, Tunisia e Algeria per evitare che si creino rotte alternative.
Altro punto rilevante del piano, la proposta di incrementare la cooperazione con la Iom e lo Unhcr, ma anche con le municipalità libiche per migliorare le condizioni di vita nei campi in Libia che vengono definite come “inaccettabili” e “molto lontane dagli standard internazionali” e da una parte favorire i ritorni ai paesi di origine per i migranti economici che non possono restare in Libia e non hanno speranze di raggiungere l’Europa, dall’altra assicurare che possa ottenere protezione chi ha diritto all’asilo.
Per il controllo della frontiera sud, attraverso la quale passano i flussi, la Ue intende aumentare il lavoro con i paesi già coinvolti nei ‘compact’ come Niger e Mali, ma anche con il Ciad. Inoltre propone di rafforzare ulteriormente l’operatività della missione Eucap Sahel operativa ad Agadez, ma anche valutare i progetti per dare un’alternativa economica alla regione nel Niger settentrionale che attualmente di fatto vive del contrabbando di esseri umani. “A lungo termine” si propone di valutare se una missione civile e di sicurezza della Ue possa sostenere una guardia di frontiera libica eventualmente con un’azione combinata della Guardia di frontiera europea “per migliorare il monitoraggio ed il flusso informativo”.
Nonostante i buoni propositi, a far discutere è non solo l’instabilità politica libica, ma anche i numerosi racconti e reportage sulle condizioni e le vessazioni a cui sono sottoposti i profughi che passano dalla Libia. Poco tempo fa è stato pubblicato anche un dossier delle Nazioni Unite che evidenzia un calvario continuo di queste persone che restano intrappolate nel territorio libico, ma che ora rischiano anche dopo essere riuscite a scappare verso l’Europa di essere rimpatriate. “La situazione dei migranti in Libia fa emergere una crisi dei diritti umani. Il collasso del sistema di giustizia ha provocato uno stato di impunità nel quale gruppi armati, bande criminali, contrabbandieri e trafficanti controllano il flusso dei migranti attraverso il paese”, si legge nel dossier. Con la complicità, si aggiunge, di funzionari governativi: “La missione Onu in Libia (Unsmil) ha ricevuto informazioni attendibili che alcuni esponenti di istituzioni statali e alcuni funzionari locali hanno partecipato al sistema di contrabbando e traffico”. E ancora: “La compravendita di migranti è una pratica abituale. Detenzione, sfruttamento, lavoro forzato per potersi pagare il viaggio. E sono le donne a pagare il prezzo più alto”.
Intanto la Commissione Ue raccomanda al Consiglio europeo di autorizzare Austria, Germania, Danimarca, Svezia e Norvegia a mantenere per altri tre mesi i controlli temporanei in vigore presso determinate frontiere interne Schengen. “Nonostante la graduale stabilizzazione della situazione e l’attuazione di una serie di misure proposte dalla Commissione per migliorare la gestione delle frontiere esterne, Bruxelles ritiene che non siano soddisfatte le condizioni della tabella di marcia ‘Ritorno a Schengen’ per ristabilire il normale funzionamento dello spazio Schengen”.

Scrive Massimo Sagramola:
Vedere un figlio è un diritto

Il ricorso n. 43299/12 con la relativa sentenza del 15 Dicembre 2016 della Corte Europea dei diritti dell’uomo, afferma che ai genitori separati con diritto di visita, non può essere impedito di vedere i figli. L’Italia ha violato i diritti di un padre separato quando le autorità non sono state in grado di mettere in atto misure efficaci a tutela della naturale bigenitorialità.

Un uomo che per quattro anni non è riuscito a vedere il suo bambino per l’ostruzionismo della sua ex compagna è stato ritenuto vittima delle stesse autorità italiane che hanno violato l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo in quanto “non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto”.

Personalmente da quando anche io mi sono separato dalla mia ex compagna, dopo aver avuto un decreto il 30 Settembre  2014, ho potuto abbracciare mio figlio Nicola alcuni giorni tra Settembre ed Ottobre 2014, per poi riabbracciarlo solo dopo trecentottanta giorni, il 9 Novembre 2015 (un’ora).

In seguito sono riuscito a stare con mio figlio piccolo solo altre sei ore diluite in settimane alternate in incontri sempre di un’ora.

Dal 4 Febbraio 2016 mi è di fatto impedito di vederlo anche solo cinque minuti, come di comunicare con lui, nonostante un decreto dove si prevedevano fine settimane e periodi di vacanza insieme.

Inutile precisare che nonostante numerose denunce visti i tempi della giustizia italiana, avendo oggi mio figlio cinque anni di età, forse lo potrò rivedere una volta maggiorenne.

ndr: fonte parziale per questo articolo il sito online diritto.it

 

“Poveri noi”, dossier
sulla povertà in Italia

italiani-milioni-poveriDopo quasi dieci anni di crisi, la povertà è raddoppiata. Ma il welfare italiano sembra ancora poco adatto a rispondere alle nuove forme di difficoltà economica. Tutti i dati nel nuovo MiniDossier openpolis “Poveri noi”, in collaborazione con ActionAid.

Dieci anni di crisi. Nel 2005 circa 2 milioni di persone si trovavano in povertà assoluta, ovvero il 3,3% della popolazione non era in grado di permettersi un paniere di beni considerato minimo per una vita accettabile. Nel 2015 sfiorano i 4,6 milioni, il 7,6% dei residenti in Italia. Nel mezzo si trova la crisi economica con la perdita di posti di lavoro e la difficoltà a trovare un impiego da parte dei giovani, che ha rallentato la possibilità di creare nuove famiglie. L’incremento più drammatico tra 2011 e 2013: in un solo triennio i poveri assoluti sono passati dal 4,4 al 7,3% della popolazione.

Lavoro e povertà. Si trova in condizione di povertà assoluta il 19,8% delle famiglie dove la persona di riferimento è in cerca di occupazione. Ma non è solo la mancanza di lavoro a causare l’impoverimento. Anche la struttura del mercato del lavoro che si è affermata dopo la crisi può aver contribuito ad aumentare i poveri. Nelle famiglie operaie il tasso di povertà assoluta è triplicato tra 2005 e 2015, passando dal 3,9 all’11,7%. Inoltre nel corso dei 10 anni è aumentato il numero di persone che lavorano con contratti di poche ore: +28,07% chi lavora tra 11 e 25 ore a settimana, +9,06% chi lavora anche meno di 10 ore a settimana.

Povertà giovanile. Nel 2005 i più poveri erano gli anziani sopra i 65 anni (4,5% circa), e comunque fino al 2011 non si registravano grosse differenze di povertà tra le varie fasce d’età. La crisi, distruggendo posti di lavoro, ha capovolto questa situazione: in un decennio il tasso di povertà assoluta è diminuito tra gli anziani (scesa al 4,1%), mentre è cresciuto nelle fasce più giovani: di oltre 3 volte tra i giovani adulti (18-34 anni) e di quasi 3 volte tra i minorenni. Tra le cause, anche l’altissima percentuale di persone che non studiano, non lavorano e non sono in formazione (i cosiddetti neet). Nella fascia d’età tra i 15 e i 24 anni l’Italia è il paese dell’Unione europea con la più alta percentuale di neet, mentre in quella tra 15 e 29 anni è seconda dopo la Bulgaria.

Povertà femminile. La percentuale di donne in povertà assoluta è raddoppiata tra 2005 e 2015, in linea con l’andamento nell’intera popolazione. In questi anni è aumentato il divario salariale di genere (dal 5,1% del 2007 al 6,5% 2014), anche se resta più contenuto rispetto ad altri paesi. In Italia la povertà femminile spesso deriva dal mancato accesso delle donne al mercato del lavoro, soprattutto dopo la maternità. Nella classifica delle lavoratrici con un figlio siamo penultimi in Europa, seguiti solo dalla Grecia. Nel 2015 la quota di donne con un figlio che lavorano (56,7%) è inferiore alle lavoratrici con almeno tre figli in Danimarca (81,5%).

Il welfare italiano. Vista la crescita delle difficoltà economiche diventa cruciale il ruolo dello stato sociale nel ridurre il tasso di povertà. L’Italia spende in protezione sociale (al netto della spesa sanitaria) il 21,4% del pil, cioè sopra la media Ue pari al 19,5%. Ma in termini di riduzione della povertà, il nostro paese potrebbe fare di più: prima dei trasferimenti sociali si trova a rischio povertà il 45,8% della popolazione, mentre dopo si scende al 19,4%. Il welfare francese riduce il rischio povertà dal 44,4% al 13,3%, quello svedese dal 44% al 15,1%. È importante sottolineare che poca della nostra spesa sociale viene destinata ai soggetti che, con la crisi, hanno subìto maggiormente l’impoverimento. In Italia la tutela dalla disoccupazione e dal rischio esclusione impiega il 6,5% della spesa in protezione sociale, contro il 15,8% della Spagna, il 12,1% della Francia, l’11,7% della Germania e il 10,9% del Regno Unito. La quota di spesa sociale destinata alle famiglie, ai bambini e al diritto alla casa supera la doppia cifra negli altri stati europei, mentre da noi si ferma al 6,5%.

Blog Openpolis

MiniDossier Openpolis. “Poveri noi” è il numero 11/2016 della collana di approfondimento MiniDossier. L’impostazione di data journalism prevede la verifica, l’analisi e la comparazione dei dati provenienti da fonti ufficiali per fare emergere notizie e proporre punti di vista nuovi e diversi.

Italrugby vecchi difetti
e circoscritte nuove virtù.
Azzurri battuti da Tonga

italia-tongaFa riflettere ed stuzzica il fatto che l’Italia, più di una volta, abbia perso le gare contro Tonga agli ultimi secondi di gioco. La singolare peculiarità si è ripetuta nell’ultimo test Cariparma, disputato sabato a Padova, dove un preciso “penalty” calciato all’ottantesimo assorbe totalmente il risicatissimo vantaggio azzurro, un punticino, e consegna la vittoria ai tongani. Siamo di fronte alla classica occasione buttata alle ortiche tanto da essere motivo di grande frustrazione, come la hanno definità, nello staff italiano.

Le aspettative era altre dopo la sensazionale vittoria di sette giorni prima, con il Sudafrica, ed il lungo viaggio azzurro, come definisce questa nuova esperienza il Ct azzurro O’Shea, è già fermo al pit-stop. Vivono ancora diverse contraddizioni e vecchie certezze riaffiorano. All’Euganeo, se marginalmente non è mancato il fattore sfortuna, sotto osservazione sono un paio di ataviche insufficienze che pretendono di essere annullate definitivamente se si vorrà realmente entrare nel grande giro internazionale. Hanno avuto un peso determinante, nell’economia del risultato finale, la scarsa concretezza nel realizzare latitante la fondamentale “spiettatezza” e lucidità negli ultimi cinque/dieci metri, la riccorrente indisciplina in momenti e luoghi inopportuni, imprecisione delle giocate causate da da limiti gestuali e poca attenzione mentale. Si è partiti con grande spinta ma il piano di gioco, produttivo per metà del primo periodo di gioco, ha poi intanagliato la stessa mediana italiana che con il passare del tempo è passata ad una stanca guida “conservativa”. E’ affiorata, forse, anche una punta di boria o si è trascurata la necessaria umiltà. Scrollarsi le “aquile di mare” dalla distanza di break era di primaria importanza. E’ andata in senso contrario l’atteggiamento italiano che ha optato, troppe volte, per la sterile scelta della touche, pensando solo al bersaglio grosso, tralasciando punti pià probabili dalla facile alternativa dalla piazzola. Questo ha imposto un altro disegno all partita non riuscendo, anche nei periodi di vantaggio numerico, a distanziare i ringhiosi avverari. Non si tratta della semplice considerazione con il fatidico “senno del poi”, bensì di carattere pragmatico. Muovere costantemente “il pallottoliere” fa parte dell’abecedario. Dimenticare quanto sia decisivo è un errore di valutazione che pagano, sempre, anche i primi della classe. Un peccato mortale. Nel computo numerico non sono, infatti, state sufficienti le due mete italiane (Cittadini e Allan) contro la sola di Piutaiu per vincere la partita. Tonga si è rivelata meno “naif” di quanto qualcuno ha creduto e la poca confidenza del collettivo ha esaltato la grande individualità degli “isolani” che con il passare dei minuti ha dato consapevolezza alla possibilità  di portare a casa il match, ormai inaspettato, grazie all’ennesima infrazione al regolamento degli azzurri già rimasti in quattoridici per la precedente espulsione momentanea di Allan. Forse qui abbiamo anche una risposta al quesito iniziale. A questi livelli non mollano mai!
Un passo avanti e diversi indietro in questo autunno di rugby azzurro.

Prossimo appuntamento il Sei Nazioni da qui a febbraio tre mesi d’intenso lavoro e ripetizioni …nessuna pressione ma con la netta consapevolezza di quanto l’esame sia  importante per tutto il movimento ovale italiano.

Rugbying Class
di Umberto Piccinini

Rapporto Anci. 34mila persone in fuga ogni giorno

anciA livello mondiale, nel 2015, circa 34mila persone al giorno sono state costrette a fuggire dalle loro case per l’acuirsi di conflitti e situazioni di crisi, ovvero una media di 24 persone al minuto: Si sono così contati, nel 2015, oltre 65 milioni migranti forzati nel mondo, di cui 21,3 milioni di rifugiati, 40,8 milioni di sfollati interni e 3,2 milioni di richiedenti asilo. Si trovano in regioni in via di sviluppo i Paesi che accolgono il maggior numero di rifugiati a livello mondiale. La Turchia si conferma il Paese che ospita il maggior numero di rifugiati con 2,5 milioni di persone accolte, rispetto agli 1,6 milioni dello scorso anno. In Europa, nel 2015, sono state presentate 1.393.350 domande di protezione internazionale: un valore più che raddoppiato rispetto all’anno precedente. La Germania, con 476.620 domande presentate (pari al 36% delle istanze in UE) si conferma il primo paese per richieste di protezione internazionale, seguita da Ungheria, Svezia, Austria e Italia. Questi primi cinque paesi raccolgono il 74,8% delle domande presentate nell’Unione Europea. Alla fine di ottobre 2016 si contano 4.899 persone che hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere l’Europa, di queste 3.654 nel Mar Mediterraneo. Sempre alla fine di ottobre 2016, sono arrivate in Italia 159.432 persone (+13% rispetto all’anno precedente), fra cui 19.429 minori non accompagnati (12,1%); alla stessa data in Italia 171.938 persone accolte in diverse strutture di accoglienza (CARA, CDA, CPSA, CAS, SPRAR).
Questo in estrema sintesi il quadro generale che ci restituisce il Terzo Rapporto sulla protezione internazionale in Italia 2016 presentato questa mattina a Roma presso la sede di Anci e realizzato da ANCI, Caritas Italiana, Cittalia, Fondazione Migrantes e dal Servizio Centrale dello SPRAR, in collaborazione con UNHCR (guarda le foto). e scarica il Rapporto Protezione internazionale 2016 (versione integrale), la sintesi del Rapporto Protezione internazionale 2016 e le slides con i numeri principali.
“Il sostegno ai Comuni che accolgono e, attraverso di loro, alle persone in fuga da guerre e violazioni dei diritti umani caratterizza l’impegno di Anci che, attraverso la rete dello Sprar, punta all’accoglienza diffusa e sostenibile sul territorio, soprattutto grazie alla collaborazione e al pieno coinvolgimento degli attori locali” ha dichiarato il segretario generale dell’Anci Veronica Nicotra in apertura dei lavori. “Il nostro obiettivo è concorrere ad organizzare un sistema di accoglienza ed integrazione stabile che superi la gestione emergenziale e dia risposte al disagio di molte comunità, eliminando gli addensamenti e assicurando controllo”.
“In questa direzione – ha proseguito Nicotra – per supportare i Comuni che volontariamente scelgono di aderire alla rete abbiamo proposto, tra gli emendamenti alla Legge di bilancio, la possibilità di non calcolare le spese per il personale impegnato nei progetti Sprar ai fini della valutazione dei tetti di spesa e di assunzioni di personale. Voglio ricordare anche il superamento del limite dei 45 euro al giorno per i progetti SPRAR a favore dei MSNA. Si tratta di un altro tassello importante che speriamo possa permettere di estendere la rete a beneficio di tutti”.
Mons. Giancarlo Perego, Direttore Generale della Fondazione Migrantes, ha presentato i dati del Rapporto sulla protezione internazionale 2016, evidenziando numeri e aspetti nuovi delle migrazioni forzate a livello nazionale, europeo, internazionale. Commentando i dati ha sottolineato come purtroppo sia evidente la crescita del numero delle accoglienze in strutture precarie e straordinarie (oltre il 300% in tre anni), mentre il numero delle persone richiedenti asilo e rifugiati negli SPRAR è aumentata solo del 20%: dati che chiedono di continuare un impegno di accoglienza diffusa e organica sul territorio nazionale, a tutela di un diritto fondamentale, quale è l’asilo.
Anche la situazione dei minori non accompagnati, quasi raddoppiati nel 2016 rispetto al 2015 – ha proseguito Mons. Perego – vede ancora un’accoglienza in strutture straordinarie (12.000 su 14.000), inoltre concentrata sia nelle strutture straordinarie che negli SPRAR per i minori soprattutto in Sicilia (ad esempio, 10 volte più che in Veneto e 5 volte più che in Lombardia) e in Calabria, con la crescita anche del numero degli irreperibili (almeno 8.000 nel 2016): un tema che chiede urgentemente l’approvazione definitiva e l’entrata in vigore della legge Zampa-Pollastrini.
“I numeri presentati oggi – ha sottolineato il delegato Anci all’immigrazione Matteo Biffoni – evidenziano quanto sia sempre più urgente l’attuazione un sistema di accoglienza organizzato, sostenibile e radicato sul territorio, per rispondere in modo efficace e proporzionato alla crescita della domanda di protezione internazionale nel nostro Paese”.
“Per questo il lavoro dell’Anci – ha proseguito Biffoni – va nella direzione del rafforzamento e dell’aumento del numero dei Comuni che aderiscono allo Sprar, l’unico sistema che garantisce una gestione pienamente trasparente delle misure di accoglienza, una diffusione delle strutture che rispetti criteri di proporzionalità con la popolazione residente, e la costruzione di percorsi di condivisione con la cittadinanza e il mondo del terzo settore qualificato, tutti elementi imprescindibili per vincere la partita dell’accoglienza. Per i Comuni questo richiede uno sforzo che facciamo convinti che l’Europa debba però svolgere la propria parte e in attesa che la cooperazione internazionale porti i suoi frutti nei Paesi di partenza dei richiedenti asilo”.
“L’impegno dell’Anci – ha concluso Biffoni – ha permesso di fare un importante passo in avanti in questo senso con due atti concreti: l’attivazione della clausola di salvaguardia, inserita nella direttiva ministeriale dello scorso ottobre, che rende esenti i Comuni della rete Sprar, o che intendano aderirvi, dall’attivazione di ulteriori forme di accoglienza e il Piano di ripartizione nazionale, che ci auguriamo possa vedere la luce entro la fine dell’anno”. Leggi gli interventi del sottosegretario all’Interno Domenico Manzione e del presidente di Cittali Leonardo Domenici.

Rugby. Grande giornata
di spettacolo. Italia umiliata dagli All Blacks

italia-allbacks

Grande giornata di spettacolo sabato scorso a Roma, dove Italia e Nuova Zelanda si sono sfidate in una amichevole di lusso. Tribune e curve erano stracolme di tifosi, appassionati, famiglie, tutti convenuti allo Stadio Olimpico per assistere al confronto tra i cosiddetti All Blacks ed una rinnovata nazionale italiana.

Dopo la brutta figura rifilata nell’ultimo torneo 6 Nazioni, infatti, buona parte della nostra squadra è stata ringiovanita, con l’obiettivo da parte del nuovo commissario tecnico, Conor O’Shea, di mettere in campo una squadra in grado di esprimere passione ed orgoglio per tutti gli 80 minuti del match.

Da parte neozelandese, parlano semplicemente i numeri: unica squadra ad aver sollevato tre volte la Webb Ellis Cup, Campioni del Mondo in carica, vincitori in 424 confronti su 550 match disputati nella storia, sempre vittoriosi nei precedenti tredici confronti contro l’Italia: insomma i maestri del rugby.

E così, dopo aver ballato la famosa haka, il fischio dell’arbitro Nigel Owens ha dato inizio alla partita. Non passano neanche cinque minuti che i neozelandesi sono già in meta, poi trasformata: partiamo male e siamo subito 7 a 0. I nostri non riescono a mettere pressione, loro allargano il campo e ci fanno correre. Non è facile confrontarsi con una squadra che varia continuamente il gioco come gli All Blacks. Ci illudiamo di poter quanto meno stare dignitosamente in campo  quando Carlo Canna infila l’ovale nei pali con un calcio: recuperiamo e siamo sul 7 a 3.

Ma dopo questa azione praticamente siamo invasi dalla marea nera. Nel primo tempo da segnalare da parte nostra solo qualche iniziativa del capitano Sergio Parisse ed i placcaggi di Simone Favaro. Mentre loro imperversano con escursioni coast-to-coast, che solo in parte riusciamo a limitare. Con un possesso palla del 75% da parte degli All Blacks, la prima frazione di gioco si conclude con un parziale di 35 a 3.

Nel secondo tempo ci presentiamo in campo con un atteggiamento più combattivo, anche se continuiamo a subire bellissime mete da parte dei neozelandesi: come quella al 58′ da parte di Fekitoa che abilmente riesce a cambiare angolo di corsa per evitare i nostri placcaggi.

Il nostro unico momento di gloria, salutato da un boato dell’Olimpico, è al 68′ : rubiamo palla e Tommaso Boni riesce a percorrere quasi metà campo con l’ovale ben stretto fra le braccia resistendo ai placcaggi neozelandesi, fino a riporlo oltre la linea della meta avversaria. Tommaso Boni, un giocatore che ha esordito in Nazionale, come titolare, nella vittoria di Toronto sul Canada nell’ultimo test-match del tour estivo 2016, fa ben sperare. La meta è stata poi trasformata da Tommaso Allan. Ed è questa l’unica azione italiana degna di nota nel secondo tempo.

Per il resto abbiamo malamente provato ad arginare la marea nera e le statistiche di fine partita parlano chiaro: 34% possesso palla Azzurri, 66% All Blacks. Ma, soprattutto, dieci mete messe a segno dai neozelandesi, contro appena una italiana. Pochi placcaggi da parte nostra, velocità e ritmo da parte loro. Praticamente hanno giocato a rugby solo loro, mentre noi forse giocavamo a pallamano acrobatica. La partita si chiude sul finale di 68 a 10. Peggio dell’ultima partita disputata fa quattro anni contro gli All Blacks, sempre a Roma, quando il risultato fu 42 a 10.

L’ennesima umiliazione dunque per i nostri colori, che possiamo solo augurarci sia ribaltata nelle prossime due amichevoli autunnali in programma: a Firenze contro il Sud Africa il 19 novembre ed a Padova contro Tonga il 26 novembre.

Al. Sia.

Gli Italiani all’estero superano gli stranieri

immigratiCrescono gli italiani all’estero che per la prima volta in assoluto superano gli stranieri in Italia. Sono i dati resi noti dall’Istat che disegna uno stivale sempre più multietnico. Ma se questa è una tendenza naturale con il mutamento dei flussi migratori degli ultimi anni, è invece una novità, negativa, l’aumento del numero dei molti conterranei partiti per altre mete. Il dossier statistico del centro studi Idos evidenzia infatti, per la prima volta dopo anni, il sorpasso degli italiani all’estero rispetto agli stranieri in Italia. Il 2015 è l’anno del cambiamento di rotta che ha visto il superamento dei cittadini italiani residenti fuori dal Paese sugli immigrati residenti nei confini nazionali: è il resoconto di svolta tracciato dal Dossier Statistico #immigrazione 2016 eseguito dal Centro studi Idos e dalla rivista Confronti insieme all’Unar (Ufficio nazionale antidiscriminazioni).

Ecco alcune cifre. Nel dettaglio, il rapporto stima che gli stranieri regolarmente in Italia siano 5 milioni e 498 mila (ai quali si aggiungono 1.150.000 di cittadini di origine straniera che hanno acquisito negli anni la cittadinanza italiana). Provengono in maggioranza da Romania (22,9%), Albania (9,3%), Marocco (8,7%), Cina (5,4%), Ucraina (4,6%). Il loro apporto, secondo il dossier, è “funzionale dal punto di vista demografico”. Da anni infatti la popolazione in Italia è in diminuzione. “Questa tendenza peggiorerà, trovando tuttavia un parziale temperamento nei flussi degli immigrati – si legge nel Dossier – ; l’Istat ha ipotizzato, a partire dal 2011, una media di ingressi netti dall’estero superiore alle 300mila unità annue (livello rispetto al quale in questi anni si è rimasti al di sotto), per discendere sotto le 250mila unità dopo il 2020, fino a un livello di 175mila unità nel 2065”.

 L’Emilia Romagna è la regione che conta il maggior numero di cittadini immigrati con 533.479 residenti che rappresentano il 12% della popolazione emiliana e la provincia che ne ospita di più è Bologna con 117.122 residenti. Il 2015 ha dato il benvenuto in Emilia a 8.812 bambini nati da entrambi i genitori stranieri.

Non soltanto il settore demografico ringrazia ma anche quello delle pensioni dove la presenza degli immigrati contribuisce ad un sostanzioso gettito contributivo pari a quasi 11 miliardi di euro nell’anno in oggetto. Sul fronte del lavoro in Italia si contano il 10,5% degli occupati e il 15% dei disoccupati e nonostante il tasso di disoccupazione è aumentato nel periodo 2008-2015, gli immigrati hanno inciso di quasi il 30% sui nuovi assunti in generale arricchendo il mercato occupazionale in molti reparti, soprattutto nel lavoro presso le famiglie e in agricoltura.

Il sostegno degli immigrati ai Paesi di origine è evidenziato dalle rimesse. In Italia si è registrato il picco delle rimesse nel 2011, con 7,4 miliardi di euro, scesi a 5,3 miliardi nel 2015. “Gli invii sono gestiti solo in un decimo dei casi dalle banche, preferite per le grandi transazioni, mentre negli altri casi prevalgono gli operatori di money transfer”. Clamorosa la diminuzione del flusso monetario verso la Cina: da 2,6 miliardi di euro nel 2011 a 0,6 miliardi nel 2015.

Nel 2015 gli stranieri presenti nell’Ue sono stati il 7,3% degli occupati e il 12,5% dei disoccupati, mentre in Italia l’incidenza è stata del 10,5% tra gli occupati e del 15% tra i disoccupati. Nel periodo 2008-2015 per gli immigrati il tasso di disoccupazione è aumentato di 7,7 punti (per gli italiani di 4,8). Solo il 6,8% degli stranieri lavora nelle professioni qualificate, mentre il 35,9% svolge professioni non qualificate e un altro 30% lavora come operaio. In media la retribuzione netta mensile per gli stranieri è inferiore del 28,1% (979 euro contro i 1.362 degli italiani). E ancora: “In questa lunga fase di crisi, non tutte le collettività hanno tenuto come quella cinese, anche perché caratterizzata da una quota di lavoratori indipendenti pari al 47,5% contro una media del 12,5% tra tutti gli immigrati. I saldi occupazionali rilevati dall’archivio Inail sono stati positivi solo per le collettività maggiormente coinvolte in attività autonome, specie nel commercio (Cina, Egitto, Bangladesh, Pakistan). Ben diversa la situazione dei marocchini, il cui tasso di disoccupazione è del 25,4% e quello di occupazione del 44,1%”.

Gli immigrati nel 2015 hanno comunque inciso per il 28,9% sui nuovi assunti, “valori che sottolineano la loro funzionalità al mercato occupazionale in numerosi comparti e, in particolare, in quello del lavoro presso le famiglie e in agricoltura”. Ha continuato a essere positivo anche l’andamento delle imprese a gestione immigrata, aumentate di 26mila unità e arrivate al numero di circa 550mila.

Redazione Avanti!

Tunisia- Italia, confronto
tra professionisti della sanità

Aborto-Medici obiettoriIl Centro Socio-Culturale Tunisino in Italia e il Comitato “Darna Amici Dar Tounsi”, in collaborazione con l’Associazione dei Medici d’ Origine Straniera in Italia (AMSI), il Movimento internazionale “Uniti per Unire”, la ASL RM4, La FIMMG-Lazio, l’Unione Medica Euro-Mediterranea, le Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai), organizzano il 18 ottobre pomeriggio a Roma, al Centro Socio-Culturale Tunisino di Via Cupa , la tavola rotonda “Cooperazione Sanitaria Italia-Tunisia”. Ospiti, i medici tunisini del Comitato dei Medici di Monastir: che, a seguito del successo dell’esperienza in Tunisia, dove sono stati organizzati, nel 2016, vari eventi di ricerca e prevenzione, con la partecipazione di 164 professionisti della sanità (su temi come l’ipertensione nell’adulto, il diabete maschile, il fumo attivo e passivo, il cancro al seno), fanno il loro ingresso in Italia per confrontarsi e avviare una concreta cooperazione coi colleghi italiani. Parteciperanno rappresentanti delle autorità, direttori di ASL ed esperti della sanità italiana, medici ospedalieri e di medicina generale, specialisti ambulatoriali, medici d’origine straniera, docenti e ricercatori internazionali.

“Siamo fieri del ruolo che i professionisti della sanità italiani e d’origine straniera svolgono in Italia e all’estero”, dichiara il presidente di AMSI Foad Aodi, medico fisiatra, consigliere della Fondazione dell’Ordine dei Medici di Roma e membro della commissione Salute Globale della FNOMCeO. “Vogliamo che le diverse realtà della Sanità, italiane e straniere, pubbliche e private, territoriali e ospedaliere, s’ uniscano per dar vita a nuovi progetti per i cittadini di Italia, d’Europa e del mondo. Il lavoro dei medici è un incentivo alla ricerca, ma- come è emerso chiaramente negli ultimi decennni – anche un’importante chiave di cooperazione internazionale. Solo uniti possiamo fronteggiare il problema crescente dell’emergenza immigrazione, e colmare quel vuoto di servizi sanitari nei Paesi che vivono in uno stato di continua emergenza”.
Non solo “parole”, i professionisti della sanità con la tavola rotonda del 18 completano due giornate di lavoro. Già domenica 16 ottobre, infatti, la delegazione dei medici di Monastir ha partecipato sempre a Roma, insieme ai medici di AMSI, all’ “Open Day” per la prevenzione dedicato alla Comunità tunisina: con una dimostrazione teorica e pratica delle patologie più frequenti, specie quelle cardiovascolari, presso il Centro Socio- Culturale Tunisino in Italia “Dar Tounsi”. Seguiva, lunedì 17 , la visita degli stessi medici tunisini all’ospedale “San Paolo” della Asl Rm4 a Civitavecchia: con la partecipazione del Direttore generale della ASL Rm4 Giuseppe Quintavalle, del Presidente AMSI Aodi e del Direttore del Centro Socio-Culturale tunisino, Fawzi Mrabet. Uniti nella volontà di rafforzare l’impegno a favore dello scambio socio-sanitario, in collaborazione con l’Unione Medica Euromediterranea (istituita ad agosto a Nizza su proposta del presidente Aodi) e altre associazioni mediche europee dove anche i medici tunisini avranno un ruolo importante.

Fabrizio Federici