AMICI COME PRIMA

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Dopo che la tensione tra Francia e Italia era salita alle stelle, oggi si apre una tregua tra i due paesi con le cancellerie impegnate a far tornare i rapporti a un livello di normalità. Nella notte tra il presidente Conte e il presidente francese Emmanuel Macron vi è stata una lunga e cordiale telefonata. Confermata la visita di Conte che sarà domani a Parigi. Il presidente francese – si legge in una nota diffusa dall’Eliseo – nel corso del colloquio telefonico ha “sottolineato di non aver mai fatto alcuna dichiarazione con l’obiettivo di offendere l’Italia e il popolo italiano”. “Il Presidente francese – si legge in una nota – e il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte hanno confermato l’impegno della Francia e dell’Italia a prestare i soccorsi nel quadro delle regole di protezione umanitaria delle persone in pericolo”.

Il presidente francese nel colloquio ha detto di “aver sempre difeso la necessità di una maggiore solidarietà europea con il popolo italiano”: lo si legge in una nota dell’Eliseo. “L’Italia e la Francia – prosegue la nota – devono approfondire la loro cooperazione bilaterale ed europea per condurre una politica migratoria efficace con i Paesi d’origine e di transito, attraverso una migliore gestione europea delle frontiere e attraverso un meccanismo europeo di solidarietà e di assistenza dei rifugiati”.

Con Macron, ha detto Conte, “siamo tutti e due consapevoli che Italia e Francia lavorino fianco a fianco, anche con gli altri partner Ue”. Conte è tornato sulla chiamata con il presidente francese: “c’è stato un chiarimento in cui ha precisato che le espressioni ingiuriose rivolte all’Italia e al popolo italiano” non erano state da lui pronunciate. Conte ha ribadito che i toni con Macron erano “molto cordiali”.

Il premier italiano ha anche ricordato che nell’incontro con Macron si parlerà anche della modifica “del Regolamento di Dublino, come pure dell’unione bancaria e monetaria”. “Quel che pensiamo – ha detto la ministra per gli Affari europei Nathalie Loiseau – è che l’Europa non sia stata abbastanza vicina all’Italia nella crisi migratoria. Il peso dell’accoglienza e dell’esame delle domande di asilo ha poggiato troppo sull’Italia, ci sarebbe voluta una presenza europea molto più forte. Bisogna mettere a punto un meccanismo europeo per aiutare l’Italia, un’idea che la Francia ha sempre difeso, e per fare questo dobbiamo lavorare insieme”.

Ma Di Maio continua a puntare i piedi e a fare i capricci: “Finché non arriveranno le scuse” dal Presidente francese Macron, “noi non indietreggiamo” aveva detto questa mattina il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, a Rtl, spiegando che “questo deve essere chiaro per questa vicenda e per il futuro” circa i prossimi tavoli che ci saranno in Europa. “È finita l’epoca in cui si pensava che l’Italia la puoi sempre abbindolare”, ha sottolineato. “Scuse o non scuse – ha detto il Ministro degli Interni Salvini – bado alla sostanza non alla forma. Bene il chiarimento con la Francia”. Mentre da Moavero, ministro degli etseri, i toni sono più pacati: “Tocca alla Francia vedere di riportare a toni più urbani le sue dichiarazioni sulla questione migranti”. “Per quanto riguarda invece le questioni di fondo – ha aggiunto Moavero – dobbiamo discuterne nelle sedi europee”.

Dublino. L’Italia si allinea ai paesi Visegrad

ungheria immigrazione

L’Italia, membro fondatore dell’Unione europea, si allinea sulla posizioni dei Paesi Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria)  mettendosi di traverso a qualsiasi ipotesi di riforma del trattato di Dublino sul diritto d’asilo. Al vertice dei ministri dell’Interno a Lussemburgo sono arrivati, oltre al no di Roma, quelli di Madrid, Austria, Romania, Ungheria, Slovenia e Slovacchia. Non si sono espressi Estonia, Polonia e Gran Bretagna. Gli altri 18, pur non soddisfatti, lasciano la porta aperta al negoziato. Tra questi Grecia, Malta, e Cipro, spaccando così il fronte mediterraneo.

Insomma da un lato del tavolo ci saranno la Germania, la Francia e i governi del Nord Europa. Dall’altro l’Italia e i Paesi del Sud a fianco del quartetto di Visegrad. Un’inedita alleanza mossa da un obiettivo comune: fare a pezzi la proposta di riforma di Dublino preparata dalla presidenza di turno bulgara, documento in discussione al Consiglio Affari Interni di Lussemburgo. Matteo Salvini non ci sarà, ma da Roma è partito l’ordine di tenere la linea dura: va respinto senza se e senza ma. In assenza di un accordo tra i 28, la palla passerà nelle mani di Donald Tusk, che chiederà ai leader di trovare una via d’uscita al Consiglio europeo di fine mese. Quello dell’esordio del premier Giuseppe Conte.  Uno spostamento netto dell’Italia che si allinea da una posizione di accoglienza che la ha sempre contraddistinta verso le posizioni della destra dei paesi dell’Est europeo. l Principio di Dublino dovrebbe regolare l’accoglienza di rifugiati nell’Unione europea. Da anni vi si chiede una riforma sostanziale, soprattutto da quando la gestione dei fenomeni migratori è diventata una priorità che non può essere gestita sempre come una urgenza. Ma deve essere invece governata. Per farlo serve un approccio diverso che passa appunto per la riforma del Trattato di Dublino. Ma l’intesa è in alto mare. L’obiettivo di trovare un accordo tra i Ventotto durante il vertice europeo di fine giugno non sembra raggiungibile, tanto più che in Lussemburgo si sono moltiplicate le critiche di numerosi ministri degli Interni e sono mancati i punti condivisi. Insomma la questione dell’immigrazione continua a dividere l’Unione.

Il pacchetto sul tavolo rivede solo parzialmente il cosiddetto Principio di Dublino che prevede la responsabilità del paese di prima accoglienza nella gestione dei profughi. Tra le altre cose, la proposta di riforma stabilisce che, nei casi di flussi particolarmente elevati, vi possa essere un ricollocamento dei rifugiati in tutta l’Unione europea. Il pacchetto riprende a grandi linee l’iniziativa del 2015 che ha creato un meccanismo provvisorio di ricollocamento, criticato da alcuni stati membri.

A sostegno della riforma il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani per il quale la proposta in discussione “è l’unica che mette insieme fermezza e solidarietà. È su questa base che gli Stati membri e il Consiglio devono lavorare”. “Per fermare l’immigrazione clandestina – ha aggiunto – serve un piano Marshall per l’Africa e un accordo con la Libia e i Paesi di transito come quello fatto con la Turchia”.

La situazione è ben spiegata dalle parole del ministro alla migrazione svedese Helene Fritzon al suo arrivo al consiglio europeo Affari interni, a Lussemburgo. “L’Europa – ha detto – ha bisogno di un’intesa sulla riforma di Dublino, ma con le elezioni delle destre in Europa c’è un problema per raggiungere un compromesso oggi. C’è un clima politico più duro. Non si tratta solo dell’Italia, ma anche la Slovenia”, ad esempio. Insomma un clima frutto della crescita della destra in tutta Europa.

 

La ricerca di un nuovo equilibrio tra le grandi potenze del mondo

May-16-2012-State-of-libertyIl numero 4/2018 di “Limes” è dedicato ad un’analisi dello stato attuale del mondo, caratterizzato dalle tensioni globali causate dalla ricerca di una nuova configurazione dell’equilibrio dei rapporti di forza tra gli Stati. I termini della questione sono riassunti nell’Editoriale del periodico, secondo il quale la situazione attuale è rappresentata dalla posizione dominante degli Stati Uniti; sebbene tale posizione risulti ridimensionata rispetto al passato, è possibile che, considerate le condizioni interne e internazionali riguardanti i loro competitori, gli USA riescano a conservarla anche per il futuro, che è plausibile prevedere possa risultare piuttosto lungo. L’ipotesi dell’Editoriale è corroborata da una serie di articoli di autori, specialisti nel trattare le relazioni internazionali; in essi sono evidenziate le problematiche riguardanti le altre potenze che aspirano, se non proprio a sostituire, ad indebolire ulteriormente, la superpotenza americana.
La posizione attuale degli Stati Uniti – afferma l’Editoriale – “è presupposto geopolitico per eccellenza”. Tutti gli altri Stati, alleati o meno, “ne accettano l’esistenza come evidente, incontestabile. Tutti, o quasi, ne celebrano ovvero ne dannano l’iperpotenza materiale e immateriale”; alcuni Paesi alleati, addirittura, li detestano, mentre altri Paesi avversari “anelano ad essere ammessi a corte”. Ciò che stupisce è il fatto, che, malgrado l’universale riconoscimento della primazia globale della quale godono gli Stati Uniti, fra coloro che si oppongono al loro imperialismo vi siano “diversi fieri cittadini” americani, convinti che la conservazione dell’”impero non sia un affare. Stanchi di sopportarne i costi veri o presunti. Insensibili alla gloria”. Se la posizione dominante degli USA è presupposto geopolitico, come possono essere spiegate, malgrado la presidenza di Donald Trump, le ragioni della sua conservazione, “pur se oggi [quel presupposto è] meno splendente e più contestato?”
Dopo il crollo dell’ex URSS, gli USA si sono imposti nell’immaginario collettivo mondiale come unica superpotenza, perseguendo, attraverso la globalizzazione, l’unificazione del pianeta, con la proposta, da parte di due scienziati americani, di “abolire i fusi orari virando verso un tempo universale atto a istituire un calendario permanente. Valido per tutti per sempre”.
Rifacendosi al Tucidide della “Guerra del Peloponneso”, l’Editoriale di “Limes” ricorda che per qualsiasi potenza, che persegua la conservazione di una posizione dominante nel mondo, non possa “esistere logica diversa da quella dell’utile”; ciò perché nessun legame di solidarietà e di vicinanza può conservarsi nel tempo se “non vi corrispondono sicurezza e fiducia”; concetto, questo, che sarà formalizzato sul piano politico dal marxista Antonio Gramsci, con la formulazione del concetto di “egemonia”, adottato per esprimere una posizione dominante di un gruppo sociale o di uno Stato, destinata a divenire impensabile “senza il consenso” e impraticabile “senza la forza”, non solo militare, ma anche e soprattutto culturale. Ma ogni potenza globale ed egemone, pur sorretta dal consenso, osserva l’Editoriale, è costretta ad agire all’interno di un contesto di relazioni interstatali che ne condizionano la strategia.
Sulla base di questo assunto, l’Editoriale di “Limes” ipotizza, all’interno del precario equilibrio globale ora esistente, la presenza di alcuni Stati o realtà politiche che, con la loro azione, potrebbero prefigurare possibili conflitti, tali da implicare “un grado minimo o massimo di impegno americano”. I soggetti, nel ruolo dei quattro “cavalieri dell’Apocalisse” assegnato dall’Editoriale, sono principalmente la Cina, la Russia, la Corea del Nord, cui può essere aggiunta l’Unione Europea; viene pertanto da chiedersi se tali realtà politiche possano e vogliano davvero subentrare agli Stati Uniti nel rango di primo attore e, se lo potessero e volessero, di quali argomenti e strumenti dispongano per coronare col successo la loro aspirazione.
A parere dell’Editoriale, se gli americani eviteranno “di farsi del male da soli, e malgrado la torrenziale letteratura apocalittica di propria produzione, in questo mondo di Stati, gli Stati Uniti possono aspirare a restare il Numero Uno. A lungo”. Questa conclusione è supportata da varie considerazioni e riflessioni, tutte attinenti alla “debolezza” degli Stati o delle realtà politiche che possono svolgere il ruolo di competitori e che, con la loro azione, possono destabilizzare la posizione egemone degli USA, per sostituirsi ad essi, o quantomeno per ridurne il “peso” globale.
Le difficoltà che si parano davanti all’azione dei competitori dell’America derivano innanzitutto dal fatto che, come osserva Dario Fabbri (“L’America conservatrice”), nel mondo instabile di oggi gli americani sono diventati conservatori. A differenza di quanto erano propensi ad intraprendere nel passato, essi “non pensano più di stravolgere la congiuntura internazionale. Confermano lo status quo, ne accettano il dipanarsi. Non solo perché maneggiano i gangli del primato – dal controllo delle vie marittime alla funzione di compratore di ultima istanza, dall’emissione del dollaro all’avanguardia tecnologica”; ma anche perché le sofferenze patite a causa del loro avventurismo, vissuto nella prospettiva di poter “rimodellare il creato, intendono scongiurare il ripetersi della storia”. Soffrendo per l’impulsiva voglia di isolarsi e di ritirarsi dalla gestione degli affari internazionali, anche per gli sforzi che sono chiamati a compiere per via del loro status egemonico nel mondo, gli Usa hanno scelto “la manutenzione ordinaria del sistema che presiedono”.
Pur scegliendo l’opzione meno impegnativa per la conservazione della loro posizione egemone, gli Stati Uniti hanno conservato intatte le finalità della loro politica estera, salvo l’apporto di alcuni adattamenti al mutamento delle condizioni attinenti il resto del mondo; gli USA, infatti, continuano a curare gli aspetti della loro politica estera, avendo di mira l’obbiettivo prioritario del contenimento marittimo della Cina e di quello terrestre della Russia; quindi, senza temere una possibile convergenza tra i propri competitori, hanno maturato una crescente opposizione nei confronti dell’aumento delle pretese tedesche, nella consapevolezza – secondo Fabbri – “che è impossibile rinnegare la propria dimensione imperiale”. Ciò, nel timore che le dinamiche interne alla società americana possano vanificare quanto sinora realizzato.
L’attuale strategia internazionale degli Stati Uniti è stata elaborata al termine della Guerra fredda, allorché, dopo il crollo dell’URSS, gli USA hanno vissuto l’illusione d’essere divenuti una superpotenza solitaria; da allora, via via che l’illusione si è dissolta, essi hanno adattato la loro politica internazionale al mutare delle condizioni globali, cumulando “un massiccio deficit commerciale per creare dipendenza tra sé e i [loro] satelliti e mantenere globale la [propria] moneta”, riuscendo così a contenere le sfide dei concorrenti più insidiosi, fornendo aiuti militari ai loro alleati, senza però agire per distruggere l’equilibrio esistente, al fine di favorire l’avvento di una nuova configurazione dello stato del mondo. Così facendo, gli USA hanno teso a lasciare agli altri l’onere di alterare lo status quo, a condizione che i mutamenti risultassero aderenti ai loro interessi.
Una prova di tale atteggiamento sul piano della politica estera degli Stati Uniti può essere rinvenuto, ad esempio, nel proposito di coinvolgere i propri alleati nelle “campagne” di contenimento dei propri concorrenti, come è avvenuto nel caso della Russia, contro la quale l’opposizione è stata appaltata – afferma Fabbri – “ai Paesi dell’Europa centro-orientale”, attraverso il collocamento al loro interno di sistemi d’armi puntati contro Mosca e l’assegnazione di un ruolo cruciale ai paesi baltici.
Anche sul fronte estremo-orientale, l’impegno degli USA è volto a coinvolgere gli alleati nel contenere le ambizioni della Cina, determinata a divenire il principale concorrente commerciale di Washington attraverso la realizzazione del progetto infrastrutturale delle vie della seta. Eppure, anche da questo fronte, secondo Giorgio Cuscito (“I nemici delle nuove vie della seta”), gli Stati Uniti hanno poco da temere, sia per i timori che la realizzazione di tale progetto sta suscitando in diverse aree politiche del mondo, sia per ragioni politiche interne della Cina.
Sul Piano internazionale, diversi sono i fattori che rendono le rotte delle vie della seta fonte di preoccupazioni, non solo per gli Stati Uniti, ma anche per altre realtà politiche; in Asia, ad esempio, India e Giappone, congiuntamente ad altri Paesi minori del Sud-Est asiatico, “stanno prendendo contromisure per ostacolare l’iniziativa, percepita come uno strumento per espandere la sfera d’influenza cinese a livello globale”; anche perché alcuni progetti promossi da Pechino non hanno una valenza esclusivamente economica.
Ultimamente, ai dubbi e ai timori dei Paesi asiatici si sono aggiunti anche quelli dell’Unione Europea; negli ultimi tempi, le istituzioni europee, sollecitate da Germania, Francia e Italia, hanno evidenziato una maggiore attenzione rivolta alle attività cinesi in Europa e nel Mediterraneo. Ciò ha spinto le istituzioni comunitarie “a prendere provvedimenti per monitorare più accuratamente le attività della Repubblica Popolare nel Vecchio Continente”, sino a decidere di dotarsi di un quadro normativo atto “a prevenire le acquisizioni d’interesse strategico da parte di aziende statali ubicate fuori dall’UE”.
Sotto l’aspetto politici interno, invece, la Cina avrà a che fare con i numerosi problemi che da sempre la assillano, quali sono i profondi squilibri economici esistenti sul piano territoriale e su quello personale, le aspirazioni ad una maggiore autonomia delle minoranze etniche e culturali e l’unificazione alla Repubblica Popolare di Taiwan; aspirazione, quest’ultima, destinata a sollevare le incertezze sul come conciliare le diversità del credo politico e delle istituzioni, oggi esistenti all’interno delle due realtà statuali asiatiche.
Oltre che dal fronte del Sud-Est asiatico, gli Stati Uniti hanno poco di che temere da quello Europeo, in particolare dall’Unione Europea, soprattutto per le divisioni esistenti tra gli Stati che la compongono, causate oltre che dalle differenze economiche esistenti, anche dal “peso” che la Germania sta assumendo all’interno della comunità. In “I tabù di Berlino fanno male all’Europa”, Heribert Dieter afferma che in Europa, secondo un’inchiesta condotta nel 2017 dal Pew Research Center, “la Germania è vista bene: il 71% dei cittadini europei ne ha una percezione positiva”; ma le cose cambiano “quando le stesse persone vengono intervistate a proposito di una leadership tedesca in Europa. Poco meno della metà (49%) è dell’opinione che la Germania sia già adesso sin troppo forte, solo un’esigua minoranza (5%) dichiara che Berlino ha un’influenza troppo debole”.
L’inchiesta ha messo in evidenza una frattura tra i Paesi del Nord e quelli del Sud dell’Unione europea, palesando che “né gli altri europei, né la maggioranza dei tedeschi desiderano una più marcata leadership tedesca all’interno della UE”. Ciò è sufficiente a garantire agli USA che l’Europa, almeno per il momento, non può rappresentare alcuna seria contestazione alla loro posizione egemone globale e che l’ambizione dell’establishment tedesco ad elevare il livello di contrapposizione con l’iperpotenza d’oltre Atlantico è più che annullata dalle contrapposizioni a Berlino da parte degli altri partner europei.
Resta il problema dell’opposizione russa all’egemonia americana; dopo l’esperienza negativa dell’ex URSS nel condurre una concorrenza attiva nei confronti degli USA, gli obiettivi della nuova Russia di Putin, secondo Vitalij Tret’jakov, preside delle scuola superiore per la televisione dell’Università statale di Mosca (“La dottrina Putin”), gli obiettivi di Mosca consisteranno nel preservare e rafforzare la Russia come grande potenza e come civiltà a sé stante e autosufficiente, salvaguardando la pace, soprattutto nelle regioni immediatamente vicine ai confini russi, e difendendo la civiltà russa in senso politico ed etnico.
Nei confronti degli USA, tali obiettivi saranno perseguiti, a parere di Tret’jakov, nel rispetto di tre linee di condotta: in primo luogo, la promozione dell’emancipazione, in modo graduale e, se possibile, non conflittuale dal predominio americano in campo economico e finanziario; in secondo luogo, il mantenimento di un equilibrio strategico-militare con gli USA; infine, l’opposizione a Washington laddove vada a toccare esplicitamente gli interessi della Russia. Nell’attenersi a questi tre criteri strategici, Mosca non “avrebbe interesse a minare intenzionalmente le posizioni degli Stati Uniti nel mondo attuale”, in quanto basterà aspettare che queste posizioni si indeboliscano naturalmente: Putin non avrebbe che da attendere, in quanto “sa e capisce che prima o poi l’Occidente” commetterà degli errori. A quel punto, “non gli resterà che decidere, dopo aver valutato i pro e i contro”, se sfruttare gli errori oppure no.
Malgrado il semi-isolazionaismo della nuova Russia, l’azione politica internazionale indicata da Tret’jakov, non può certo dirsi positiva per il mondo; ciò in quanto non è auspicabile che una superpotenza di rilevanza globale, come la Russia, possa perseguire una politica egoistica; una politica cioè che, se può non impensierire l’egemonia statunitense, è però gravida di pericoli per il resto del mondo, a causa dell’esclusivismo (non solo sul piano degli interessi materiali, ma anche su quello etnico e culturale) col quale la Russia, anziché impegnarsi nel tentativo di governare la dinamica dello stato del mondi, si limiterebbe a difendere i suoi interessi “particolari”, sfruttando i possibili errori degli altri.

Gianfranco Sabattini

Occupazione. L’Italia penultima in Europa

eurostatL’Italia continua ad indietreggiare anche per quanto riguarda l’occupazione. Il nostro Paese si classifica penultimo nell’Unione europea per il livello di occupazione, attestatosi al 62,3% nel 2017, peggio di noi solo la Grecia, col 57,8%. Lo riferisce Eurostat, precisando che il nostro Paese si rivela fanalino di coda anche per lo scarto occupazionale tra uomini e donne (19,8%), categoria in cui a superarci è soltanto a Malta col 26,1%. L’Italia è inoltre il penultimo Paese europeo, sempre dopo la Grecia, per donne occupate (appena il 52,5%).
Appare molto lontano pertanto al momento il raggiungimento dell’obiettivo Ue 2020 di un tasso d’occupazione complessivo del 67%. La strategia Europa 2020 mira a raggiungere un tasso d’occupazione totale per la fascia d’età 20-64 di almeno il 75% entro il 2020. Il target, ha ricordato Eurostat, è stato tradotto in diversi obiettivi nazionali per riflettere la situazione e le possibilità dei vari Stati membri di contribuire all’obiettivo comune. La media europea del tasso di occupazione nella fascia d’età 20-64 nel 2017 ha raggiunto il 72,2%, in crescita rispetto al 71,1% del 2016.
Nel confronto tra i Paesi dell’Unione, il tasso di occupazione nella fascia d’età tra i 20 e i 64 anni è cresciuto con particolare forza tra 2016 e 2017 in vari Paesi dell’Europa centro-orientale. Infatti dai dati emerge un rialzo di 3,6 punti percentuale in Bulgaria, 3,3 in Slovenia, 2,5 in Romania, 2,2 in Croazia, 2,1 in Estonia.
Il numero di occupati in Italia sono però in moderato aumento, con +0,7% su anno rispetto al 61,6% del 2016. In maggior crescita (+0,9%), però, sono le donne che lavorano, passate dal 51,6% del 2016 al 52,5% del 2017. Salgono in modo deciso (+1,9%) anche gli occupati over 55, passati su anno dal 50,3% al 52,2%, con differenze significative tra uomini (62,8% nel 2017) e donne (42,3%) – che sono però in più decisa crescita rispetto alla controparte maschile (+2,6% annuo contro 1,1%).

Ocse: una patrimoniale per ridurre le diseguaglianze

mense-poveriUna tassa patrimoniale anche in Italia, per ridurre disuguaglianze sempre più evidenti. Lo chiede l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), affermando che il paese è uno di quelli dove, dopo la crisi economica dell’ultimo decennio, la disuguaglianza sociale è aumentata di più e la concentrazione di ricchezza verso l’alto è diventata più evidente. Una piramide in cui la base si è allargata ulteriormente a vantaggio di una sempre più ristretta cerchia di ricconi.

L’opinione dell’organizzazione internazionale è scritta nel rapporto ‘The role and design of net wealth taxes’ , nel quale si  spiega che uno dei modi per ridurre più velocemente i divari di ricchezza è l’imposizione della tassa patrimoniale. Una tassa che come dice il nome stesso, colpisce il patrimonio.

L’Ocse esamina l’utilizzo della patrimoniale – attualmente e storicamente – nei paesi membri ed evidenzia tutti i pro e i contro della tassa. I risultati indicherebbero che, in generale, la necessità di adottare “una tassa sulla ricchezza netta” è minima nei paesi dove sono applicate su larga scala le tasse sui redditi e sui capitali personali, comprese le imposte sulle plusvalenze, e dove le tasse di successione sono ben disegnate. In questi casi la patrimoniale potrebbe avere effetti addirittura “distorsivi”.

Al contrario, potrebbe funzionare ed essere utile dove la tassa di successione non esiste e dove le imposte sui redditi sono particolarmente basse. Analizzando l’andamento negli ultimi anni della distribuzione del reddito e della ricchezza a livello internazionale, l’organizzazione sottolinea quindi che “dopo la crisi, sono proseguite le tendenze verso una maggiore disuguaglianza di ricchezza. Dati comparabili per sei paesi Ocse (Australia, Canada, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito e Stati Uniti) indicano che, dalla crisi, la concentrazione di ricchezza al vertice è aumentata in quattro di essi (Italia, Paesi Bassi, Stati Uniti e Regno Unito), mentre la disparità di ricchezza nella parte inferiore della distribuzione è aumentata in tutti i paesi tranne il Regno Unito”.

La “grande bellezza” dei luoghi non è sufficiente a promuoverne la crescita

mulinoLa crisi ha colpito tutti i Paesi europei, ma le conseguenze sono state diverse a seconda delle condizioni proprie di ciascun Paese e di come esso si era già ammodernato per far fronte alle sfide dell’economia internazionale in continua evoluzione. L’Italia si è trovata impreparata, nel senso che, come afferma Giuseppe Viesti, in “Un Paese plurale, difficile e bellissimo” (Il Mulino, n, 6/2018), nonostante la “varietà dei suoi luoghi e delle sue città”, è stato uno dei Paesi che maggiormente ha subito gli esiti negativi della crisi; in Italia, infatti, non si sono verificate le trasformazioni che hanno caratterizzato molte altre economie europee; è stata più forte la tendenza “a vivere troppo nel passato, con lo sguardo forse nostalgicamente rivolto a quel che fu e non a quello che diviene o che può essere”.

In modo particolare, l’Italia ha risentito, da un lato, della crisi di alcuni suoi presunti punti di forza, espressi dal fatto che una parte importante del suo sistema produttivo era stata costruita sulla base dell’assunto che il “piccolo fosse bello”; dall’altro lato, ha manifestato l’incapacità, proprio per via della debole struttura delle base produttiva, di reagire in tempi brevi alle sfide delle globalizzazione.

Tuttavia, non sono mancate, come conseguenza della crisi, alcune dinamiche che hanno riguardato le “grandi aree territoriali”; nelle regioni del Nord – afferma Viesti – si sono verificati “forti processi di gerarchizzazione a vantaggio dei grandi centri urbani, mentre gran parte delle regioni del Centro sono state caratterizzate da “uno scivolamento verso il basso”, che ha colpito in modo particolare la capitale del Paese, sino a configurarne un sostanziale e forse irreversibile declino. Del tutto negative sono state le dinamiche che hanno caratterizzato le regioni meridionali. Nel complesso, secondo Viesti, il fenomeno che, tra i tanti, ha connotato la realtà di molti luoghi dell’Italia è stata la dinamica demografica, che ha influenzato, nel bene e nel male, le loro prospettive future. Tra i Paesi OCSE, l’Italia è quello che, dal 2000, ha accolto i più alti flussi migratori, sia a livelli assoluti che in termini percentuali sulla popolazione totale; flussi che si prevede siano destinati a durare e a creare tensioni sociali, che la politica si sta dimostrando incapace di riuscire a governare.

La presenza di un eccessivo numero di immigrati può essere fonte anche di problemi economici che potrebbero incidere sul futuro andamento dell’economia nazionale. Sinora, con un eccesso di retorica e di un malinteso umanitarismo, è prevalsa la tendenza a giustificare l’accoglimento dell’immigrazione come antidoto alla bassa natalità che sta affliggendo il Paese, agli squilibri nella distribuzione della sua popolazione per classi di età e all’invecchiamento, trascurando il fatto che la mancanza di una politica condivisa di lungo periodo circa le modalità di accoglimento degli immigrati, oltre a creare conflitti sociali di difficile controllo, può anche originare effetti negativi sul piano economico.

Per molti comparti produttivi – afferma Viesti – la disponibilità di “nuova, ampia, forza lavoro a costi contenuti” potrebbe incentivare la piccola e media imprenditorialità dell’economia italiana ad adottare “combinazioni produttive” fondate sul basso costo della forza lavoro, piuttosto che “sull’innovazione, specie alla luce del livello estremamente basso degli investimenti privati”; se ciò accadesse, le piccole e medie imprese nazionali ereditate dal passato potrebbero anche riuscire a conservarsi sul mercato nel breve periodo, ma la loro capacita di conservazione ed di crescita futura sarebbe sicuramente compromessa.

In Italia, sebbene a seguito della crisi non si sia ancora formata una “fascia delle ruggine”, così com’è accaduto in alcuni Paesi di vecchia industrializzazione, il rilancio dell’economia nazionale richiede la riorganizzazione ed il consolidamento di “imprese e distretti leader centrati sulla presenza di imprese medie e medio-grandi”, che facciano dell’innovazione il “motore” della loro ulteriore crescita, al fine di reggere alla concorrenza sui mercati globali, e del loro ulteriore consolidamento, come pre-condizione per la realizzazione di sistemi produttivi territoriali policentrici e diversificati. Cruciale, da quest’ultimo punto di vista, risulterà la capacità dei singoli luoghi di offrire efficaci servizi alle imprese; capacità che i luoghi potranno acquisire solo se si riuscirà a porre rimedio alla carente politica economica nazionale con cui, sinora, si è mancato di migliorare l’attrattività dei luoghi di possibili flussi di investimenti esterni. A tal fine, sarà necessario adottare, a livello nazionale, una dimensione locale per la futura politica finalizzata alla promozione delle crescita del Paese.

Il ruolo della dimensione locale nei processi di sviluppo ha subito notevoli mutamenti, legati al cambiamento occorso nel rapporto tra i territori e le modalità di produzione; per inquadrare il ruolo dei territori nei processi di sviluppo occorrerà individuarne le caratteristiche, gli elementi e i requisiti costitutivi, le strategie e come queste ultime possano essere tradotte in politiche attive da parte dei vari attori istituzionali e non. Ciò significa che, per promuovere la crescita a livello territoriale, occorrerà partire dal presupposto che essa non è più solo quantitativa, ma anche qualitativa, coniugata ad una distribuzione equitativa della ricchezza e del benessere della comunità territoriale.

Il territorio, quindi, sarà tanto più competitivo, anche a livello globale, quanto più sarà capace di individuare e perseguire una propria strategia di sviluppo, che massimizzi le specificità locali nel loro complesso. Ne deriva che, data la capacità degli attori locali di individuare gli obiettivi da perseguire e le strategie da assumere, lo sviluppo dei singoli luoghi non dovrà essere settoriale, ma legato a politiche multidimensionali e intersettoriali, in cui il territorio sia l’elemento centrale di supporto.

Nella prospettiva dello sviluppo locale, il livello statale non dovrà più essere l’unico o il principale livello di intervento, ma andranno individuati altri livelli: verso il basso (in reti di imprese che superino i livelli locali); verso l’alto (in istituzioni e organismi a livello sopranazionale come, ad esempio, la UE), tra centro e periferia (in forme di cooperazione, sia verticale che orizzontale, tra enti pubblici); tra pubblico e privato (in varie e possibili forme di partenariato).

Con lo sviluppo locale, il territorio dovrà diventare protagonista, capace di attrarre imprese e di contribuire al loro sviluppo; in questo modo, lo sviluppo locale potrà trasformarsi in vera alternativa strategica al centralismo decisionale sinora prevalso, con la diminuzione degli interventi di programmazione centralizzata e il continuo cambiamento dei contenuti e delle modalità di intervento; ciò contribuirà a rendere prevalenti gli obiettivi di sostenibilità e di coesione rispetto a quelli di riequilibrio e a far sì che gli interventi risultino sempre indiretti, di indirizzo e di incentivo per la promozione di forme di governance del territorio.

Per promuovere un reale sviluppo locale, occorrerà tuttavia evitare i facili entusiasmi che possono essere suscitati dalle prospettive di crescita offerte da un’eccessiva specializzazione produttiva. In quasi tutti il territorio nazionale – afferma Viesti – “è in corso uno sforzo per potenziare le attività turistico-culturali”, favorito dalla disponibilità di molti fattori attrattivi e dal fatto che “alla lunga tradizione delle grandi città d’arte e cultura, delle mete montane e balneari” si aggiunge oggi un’”offerta sempre più ampia, che tocca quasi tutti i luoghi italiani”. Lo sviluppo delle attività turistico-culturali, specie nei luoghi delle regioni meridionali, può rappresentare un’opportunità che non potrà essere trascurata, soprattutto per la possibilità che le presenze turistiche possano fungere da stimolo per il consolidamento e lo sviluppo delle attività manifatturiere che ”più con quei luoghi si identificano, con un aumento della produzione e del reddito.

Tuttavia, la prospettiva della crescita dei territori, fondata sullo sviluppo delle attività turistico-culturali non manca – avverte Viesti – del pericolo che la gestione delle presenze temporanee trasformi i singoli luoghi in prevalenti “strutture di servizi e di accoglienza per i turisti a danno dei residenti, e occupazioni a bassa qualifica e salario”. Al fine di evitare questo pericolo, sarà necessario che lo sviluppo locale fondato sulla crescita del turismo sia sempre accompagnato da “una buona diversificazione dell’economia, che associ alla filiera turistica altri punti di forza”, al fine di favorire che lo sviluppo locale diventi uno “sviluppo polifonico”. Ciò significa che le opportunità offerte dal turismo non potranno offrire una sicura prospettiva di crescita, se mancherà una diversificazione produttiva e se le stesse attività turistiche mancheranno d’essere continuamente rivitalizzante.

La complessità dello sviluppo locale fondato sulle attività turistico-culturali mette, ancora una volta, in evidenza (male antico dell’Italia) la frattura tra “il Nord e larga parte del Centro, da un lato, e il Sud e le Isole, dall’altro”; ciò perché il Centro-Nord, “per conformazione geografica, livello di sviluppo e esistenza di reti e servizi di collegamento, vede svilupparsi flussi sempre più intensi, al suo interno e con l’estero. Il Mezzogiorno, al contrario, ‘non esiste’. Per conformazione geografica, minore livello di sviluppo e debolezza di reti e servizi di collegamento non crea flussi al suo interno; se non su scala locale dove la densità della popolazione è maggiore”.

Anche riguardo a questa forma di dualismo, la politica nazionale è stata assai distratta e assente, non solo per scarsità di risorse, ma anche e soprattutto per “scelta strategica” e per “distrazione ideologica”; ciò ha causato il prevalere di visioni d’intervento che – secondo Viesti – hanno solo richiamato “uno Stato minimo”, al quale è risultata superflua un’azione nazionale, perché le dinamiche dei luoghi dovevano essere solo il risultato di meccanismi di competizione tra loro. A causa dell’assenza di una lungimirante politica nazionale, nei luoghi dove l’azione pubblica risultava maggiormente necessaria, vi è stato, al contrario, un completo disinteresse per l’azione propulsiva che, nei confronti dei luoghi maggiormente afflitti da situazioni di arretratezza, potesse essere svolta da un’attività di “governo multilivello, in grado di valorizzare la varietà territoriale con un accorto decentramento dei poteri e responsabilità, in un quadro di forte unità nazionale”; ciò, allo scopo di garantire pari diritti e opportunità a tutti gli italiani.

In sostanza la politica nazionale, nei confronti dei luoghi arretrati, ha mancato di realizzare le condizioni necessarie per attivare il cosiddetto “dinamismo dal basso”, evitando di considerare che nessun protagonista esterno è in grado di promuovere la crescita delle comunità territoriali, senza che tutti i loro componenti siano i veri protagonisti dei processi di cambiamento. Ovviamente, il futuro dell’Italia non può essere solo la “somma algebrica” di quanto potrà accadere nei singoli luoghi; tuttavia, i cambiamenti delle “periferie” possono esprimere un potenziale sviluppo futuro per il Paese, se la crescita dei suoi territori, oltre che essere ricondotta ad unum da una coerente politica economica nazionale, è sorretta anche da dinamiche istituzionali idonee a rendere possibile la crescita.

Gianfranco Sabattini

Osce: crescita debole per l’Italia, avanti con le riforme

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Al G20 di Buenos Aires in Argentina, iniziato ieri e che si concluderà oggi, l’Ocse ha presentato un rapporto. Nel capitolo che riguarda l’Italia si legge: “Negli ultimi dieci anni, la povertà in Italia è aumentata soprattutto fra i giovani, riflettendo l’inefficacia dei programmi anti-povertà. Progressi sul fronte delle riforme dipendono dalla capacità di restituire fiducia migliorando l’efficienza della pubblica amministrazione e la lotta alla corruzione. Le riforme strutturali adottate dall’Italia stanno iniziando a dare frutti ma, nonostante alcuni miglioramenti recenti, la crescita economica resta debole e la disoccupazione elevata, soprattutto fra i giovani. I Governi dovrebbero implementare le riforme strutturali finalizzate ad assicurare una crescita più forte, più inclusiva e più sostenibile, mentre i più grandi limiti dell’Italia restano la povertà, la disoccupazione e la corruzione”.

Il rapporto preparato per il vertice a Buenos Aires dei ministri finanziari e dei governatori delle Banche centrali del G20, denominato  ‘Going for Growth 2018’,  esamina in dettaglio le  priorità delle riforme necessarie per ciascun Paese e come queste potrebbero condurre ad una crescita di lungo termine, k che vada oltre la fase espansiva che stiamo vivendo, aumentando la competitività e la produttività, creando posti di lavoro e una economia più inclusiva e sostenibile.

Per il futuro dell’Italia, i mali preoccupanti sono la povertà e la corruzione.
Questa è la diagnosi dell’Organizzazione che ha sede a Parigi riguardo la situazione italiana. Partendo dalla costatazione che la  crescita resta debole e la disoccupazione elevata, specie fra i giovani ed i disoccupati di lungo termine, l’OCSE rivela che la sfida si gioca ancora su produttività e investimenti, sulla creazione di posti di lavoro e sulle competenze, ma anche sulla povertà infantile, che ha un’influenza negativa sulla vita degli adulti.

Il rapporto rivela: “Negli ultimi dieci anni, la  povertà è aumentata soprattutto tra i giovani, riflettendo l’inefficacia dei programmi anti-povertà posti in essere dal governo”. Poi indica: “Maggiori  investimenti in infrastrutture  miglioreranno la produttività e quindi limiteranno il divario negativo del PIL pro capite rispetto ai paesi più avanzati dell’OCSE”.

Con riferimento alle riforme, l’Ocse ha specificato: “I progressi delle riforme dipendono anche dalla capacità di ripristinare la fiducia attraverso il miglioramento dell’efficienza della pubblica amministrazione e la lotta alla corruzione”.

La relazione dell’Ocse ha uno spirito costruttivo ed è stata opportunamente presentata ai ministri delle Finanze ed ai banchieri centrali delle 20 principali economie al mondo che stanno lavorando per mettere a punto il comunicato finale del G20. Il compito non è da poco visto che il summit,  in corso a Buenos Aires (Argentina) per il secondo e ultimo giorno, si verifica dopo la decisione controversa degli Usa di introdurre tariffe su acciaio e alluminio (fatta eccezione per quelli di Canada e Messico).

Pierre Moscovici, commissario europeo per gli affari economici e monetari, e Olaf Scholz, ministro tedesco delle Finanze, hanno espresso un cauto ottimismo sul fatto che un accordo su un linguaggio comune possa essere trovato. Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, ha avvertito: “le guerre commerciali alla fine producono solo perdenti”.

In una intervista a Bloomberg TV, Moscovici ha detto di essere abbastanza fiducioso che non si ripeterà il melodramma di Baden-Baden, la città tedesca dove il G20 si riunì il 17 e 18 marzo del 2017. In quell’occasione, su volere degli Usa, era scomparso il linguaggio categorico con cui l’anno precedente le principali economie al mondo si impegnavano a ‘resistere a tutte le forme di protezionismo’.

Parlando dalla capitale argentina, Moscovici ha aggiunto: “Preferiamo un atteggiamento in cui saremo più entusiasti per il multilateralismo e il libero commercio. Evitare il multilateralismo in una istituzione multilaterale non ha senso. Nessuno vuole entrare in una guerra commerciale; tutti stanno cercando un modo per colmare le differenze e trovare terreno comune, specialmente sul fronte commerciale”.

Dal canto suo Scholz ha spiegato alla stampa: “Dobbiamo garantire che il protezionismo non diventi la forza dominante nel mondo e che continuiamo a promuovere i mercati aperti. La prosperità di tutti dipende da questo”.

Toni simili sono giunti da Weidmann, che è anche membro del consiglio direttivo della Bce, affermando: “L’opinione dominante è che i conflitti devono essere risolti nell’ambito delle regole esistenti del sistema commerciale attuale. Il timore è che gli Usa non vogliano impegnarsi a evitare il protezionismo. La speranza è che prevalgano le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio”.

Moscovici ha anche ammesso: “Ci troviamo in un momento delicato, dal momento che la Ue si prepara a ritorsioni contro gli Usa se non verrà esonerata dai dazi controversi: nel mirino ci sono tariffe contro prodotti americani importati nel Vecchio Continente come i jeans Levi Strauss, le motociclette Harley-Davidson e il whiskey. La Ue è pronta per uno scenario simile ma crediamo che sia meglio evitare un aumento delle tensioni”.

Purtroppo, gli Stati Uniti di Trump si stanno adoperando ineluttabilmente per una politica protezionista. La miopia dell’amministrazione Trump più che proteggere gli Stati Uniti, finirà per danneggiare lo sviluppo.

L’Italia, inevitabilmente, dovrà proseguire il percorso iniziato. Cambiare rotta nella direzione voluta da oscuri movimenti ‘sovranisti’ sarebbe una scelta involutiva e nefasta per il Paese.

Salvatore Rondello

Lendix, un piano di finanziamento per le pmi

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Un anno fa approdava in Italia Lendix, la piattaforma francese di prestiti peer-to-peer. In Sicilia ha finanziato l’assunzione di 300 operai alla SicilSaldo per l’arrivo di un’importante commessa, ma il suo target principale sono le piccole aziende, dal bar ristorante che deve rifare la cucina o gli arredi all’imprenditore che vuole comprare una licenza commerciale. Nei primi sei mesi di attività ha finanziato 26 imprese con 11 mln di euro e dalla sua nascita, nel 2015, ha prestato 150 milioni di euro con più di 400 operazioni.

I numeri del lending crowdfunding, la forma alternativa di credito erogata da migliaia di investitori privati, dimostrano che in alcune realtà deve ancora attecchire. Nel 2017, ad esempio, secondo i calcoli di P2P Lending Italia, i volumi complessivi dei prestiti da piattaforme sono arrivati a circa 280 milioni di euro, una cifra che rappresenta lo 0,01% del totale di prestiti erogati dalle banche.

Sergio Zocchi, ad di Lendix Italia, ha osservato: “Tuttavia, in mercati maturi come il Regno Unito o gli Stati Uniti, il business supera i 30 miliardi di dollari e in Italia c’è un potenziale estremamente interessante. A parte la concentrazione di Pmi lungo lo stivale, senza eguali in Europa, qui si tratta del segmento che più ha sofferto la contrazione dell’offerta di finanziamento da parte delle banche durante la crisi. Gli imprenditori, tra l’altro, possono deviare su Lendix non solo perché si vedono rifiutare un fido: non c’è paragone tra la rapidità della nostra risposta e quella dei canali tradizionali.  Le imprese possono ottenere il prestito in pochi giorni  e solo inserendo la partita Iva nella piattaforma avranno una valutazione preliminare di finanziamento”.

Alla domanda: ‘chi presta i soldi’? Zocchi ha risposto: “Sono 30mila persone fisiche da 40 Paesi diversi  che investono da 20 euro a 2mila euro a progetto accompagnate da investitori istituzionali come la Bei, i fondi pensione o le banche, che ci permettono di contare su un’importante liquidità. Finora, Lendix ha raccolto 350 milioni di euro e il piano del gruppo è concludere il 2018 con 200 mln di finanziamenti erogati. Una parte significativa di questi spetterà al mercato italiano, ossia circa 30 milioni di euro. A fine 2018, Lendix sbarcherà anche in Germania e Olanda  e si aspetta che la quota di mercato del lending crowdfunding salga significativamente nei prossimi anni. Se in Inghilterra e Stati Uniti siamo a un tasso di penetrazione del 2% sul totale, in Italia c’è spazio nei prossimi anni per moltiplicare almeno per dieci i volumi. La familiarità crescente con l’innovazione digitale potrebbe favorire il suo sviluppo: la piattaforma della società sfrutta in modo massiccio la tecnologia e la robotica  per stabilire il profilo di rischio, il rating e le condizioni a cui erogare i finanziamenti. Diversamente, non saremmo così rapidi. I tassi di interesse variano dal 2,5% al 9,9%. Le condizioni del prestito sono concordate insieme all’impresa e il suo costo, con una piattaforma alternativa, è tipicamente più elevato del finanziamento bancario perché il costo della raccolta è più alto, ma il prodotto non è comparabile. In alcuni casi, le imprese si rivolgono a noi perché hanno un’opportunità da cogliere entro una settimana e non possono aspettare. Il limite più grande, al momento, è riuscire a farsi conoscere, siamo poco noti. Sicuramente, i principali ‘competitors’ non aiutano. Se una banca del Regno Unito non accetta una richiesta di finanziamento è tenuta per legge a segnalare la stessa domanda ad altri operatori, tra cui le piattaforme alternative di direct lending, di finanziamento diretto. In Italia, non siamo ancora a questo punto, ma chissà..”.

Con l’evoluzione delle tecnologie informatiche, sta cambiano anche il panorama dei nuovi soggetti creditizi. La piattaforma Lendix è un nuovo strumento creditizio rivolto alle Pmi, con il quale dovranno misurarsi anche le Banche italiane. Attualmente il fenomeno è poco diffuso ed i mezzi messi a disposizione sono ancora limitate, ma in un prossimo futuro potrebbero avere un impatto maggiore.

Salvatore Rondello

La Costituzione, le Istituzioni inclusive
e lo sviluppo locale

Regioni_ItaliaIn Italia, la scelta di dare vita con la Costituzione repubblicana ad un ordinamento regionale potrebbe dare l’impressione che con esso si sia voluto realizzare quel processo di decentramento istituzionale che ha sempre “tormentato” la vita politica nazionale. sin dall’inizio dell’Unità del Paese. Tuttavia, l’ordinamento regionale, pienamente attuato a partire dagli anni Settanta, con successivi “aggiustamenti”, culminati nella modifica, nel 2001, del Titolo V della Costituzione, ha prodotto solo l’illusione che segnasse la sconfitta del mito del centralismo.

Con l’istituzione delle regioni, infatti, si pensava che la forma dell’organizzazione dello “Stato unitario” avesse iniziato a cedere spazio a processi di decentramento istituzionale che, oltre che in Italia, interessavano altri Paesi europei, riducendo, e in qualche caso annullando, la differenza tra Stato unitario e Stato federale e inducendo a pensare che fosse stata aperta la strada verso il governo locale.

Ovviamente, Stato federale e Stato regionale non sono la stessa cosa; ciononostante, il processo di decentramento, realizzatosi dopo il secondo conflitto mondiale, ha aperto la strada verso dinamiche istituzionali che sono valse a modernizzare il Paese in seno democratico, attraverso il trasferimento di poteri istituzionali verso le autonomie territoriali.

La tendenza al decentramento si è concretizzata con modalità diverse nei diversi Paesi, non secondo una unica regola generalizzata. Infatti, in alcuni casi, la tendenza si è materializzata nella capacità di rappresentanza dei governi locali nei confronti dello Stato centrale; in altri, nell’erogazione delle prestazioni previste dal sistema di protezione sociale adottato; oppure, nell’ampliamento delle basi territoriali al cui interno i governi locali hanno potuto esercitare le loro competenze.

La tendenza ha però assunto caratteri del tutto specifici nel caso dell’Italia, dove la distribuzione delle competenze tra centro e periferia è avvenuta senza una preventiva riorganizzazione del territorio; fatto, questo, che ha reso quasi irreversibile la “polverizzazione” delle istituzioni locali; fenomeno che, né lo Stato unitario post-risorgimentale, né lo Stato repubblicano del secondo dopoguerra, né l’ordinamento regionale inaugurato dopo gli anni Settanta sono riusciti a rimuovere.

Inoltre, la conservazione del “nanismo istituzionale” del governo locale si è coniugato con una crescete conflittualità tra i diversi livelli di competenza, causata dall’accavallarsi di funzioni, ma anche e soprattutto dal succedersi di continue modifiche istituzionali. Nonostante il superamento dell’assetto verticistico dello Stato unitario, la strada verso il governo locale continua così ad essere ostacolata dalla contrapposizione di due posizioni politiche: quella della conservazione contro ogni necessaria innovazione, da un lato, e quella che invece trova conveniente per i singoli territori la conservazione dell’originaria dimensione, come unica via che i loro residenti possono convenientemente percorrere per accedere ai vantaggiosi trasferimenti pubblici, a compensazione del proprio stato di arretratezza.

In Italia, la discussione sulla natura del decentramento istituzionale ha sempre accompagnato, sia pure in modo discontinuo, il confronto politico, sin dal momento in cui stava per compiersi il processo di Unità nazionale; a fronte della soluzione unitaria che le forze monarchiche intendevano dare al problema dell’organizzazione dello Stato, si è contrapposta la posizione democratica di chi pensava di salvaguardare, attraverso la soluzione federalistica, l’eccessivo potere dello Stato unitario, opponendogli una pluralità di poteri locali; ciò, però, senza tener conto che la frantumazione istituzionale, anziché realizzare un funzionale equilibrio fra centro e periferia, avrebbe potuto mettere capo, come poi si è verificato, alla paralisi decisionale della periferia.

L’idea federalistica si è riproposta dopo l’avvento della Repubblica; nonostante il diverso clima politico e culturale, anche allora, per ragioni politiche, l’idea non si è concretizzata, o quantomeno è stata realizzata nella forma di un ordinamento regionalistico, per lo più attuato nella forma di un decentramento decisionale di tipo amministrativo. L’idea è stata riproposta sul finire del secolo scorso, per essere accolta, nel 2001, nei limiti in cui è stato modificato il Titolo V della Costituzione, che è valso a sovrapporre all’”impianto regionalistico” innovazioni istituzionali d’ispirazione federalistica.

Il risultato è stato deludente, a causa dei conflitti di competenza insorti tra centro e periferia; conflitti che hanno causato il peggioramento dei problemi che hanno sempre condizionato la funzionalità dello Stato unitario e reso più complessa la determinazione del modo in cui assegnare alla periferia una capacita decisionale politica originaria, oltre che amministrativa.

L’accoglimento dell’idea federalista e l’individuazione delle modalità con cui essa può essere riproposta trovano ora un ostacolo anche nella “confusione” calata sul riordinamento istituzionale del Paese, dopo il risultato del referendum costituzionale del 4 dicembre del 2016, che ha reso quasi “indipanabile” l’intreccio tra i propositi delle forze politiche e la bocciatura dei provvedimenti costituzionali che ne avrebbero dovuto incorporare l’accoglimento.

La crisi istituzionale, seguita alla riforma costituzionale del 2001, ha avuto tra l’altro conseguenze negative sull’operatività dei meccanismi di attuazione degli strumenti d’intervento previsti dalla “nuova programmazione”, inaugurata con la legge n. 662/1996, i quali avrebbero dovuto costituire il supporto principale di una nuova fase dello sviluppo locale. Nell’impossibilità di dare corpo alla costituzione di una soggettività istituzionale a livello locale, le politiche di crescita e sviluppo deo territori hanno perso ulteriormente di incisività, mancando di supportare iniziative economiche che fossero in grado di conservarsi autonomamente sul mercato, oltre il tempo di erogazione delle risorse pubbliche destinate alle singole iniziative finanziate.

In conseguenza di ciò, il “paradigma dualista” ha assunto una rinnovata centralità, sia in riferimento all’intera area del Mezzogiorno, rispetto al resto del Paese, sia in riferimento agli squilibri territoriali, peggiorati, all’interno delle singole regioni meridionali. Perciò, lo sviluppo locale, malgrado le direttive europee, sta vivendo in Italia una parabola discendente, che non trova riscontro in nessun altro Paese comunitario; questa situazione, in assenza di rimedi istituzionali nazionali, sottolinea la necessità indifferibile che, a livello dei singoli luoghi all’interno delle regioni, siano costruite delle istituzioni adeguate a promuoverne e a supportarne il processo di crescita e sviluppo a livello locale.

Diventa perciò cruciale la creazione di queste istituzioni, congiuntamente all’individuazione delle modalità procedurali con cui affrontarla. In questa prospettiva, spetta ad ogni regione meridionale, in quanto livello più prossimo ai luoghi arretrati, dotare le sue singole aree su-regionali delle istituzioni necessarie. La crisi dell’assetto istituzionale nazionale, perciò, rilancia secondo una nuova prospettiva, le funzioni della regione. Quest’ultima infatti viene a configurarsi, da un lato, come centro svolgente un “ruolo di regia” e di coordinamento tra tutti i progetti espressi dal basso dai singoli luoghi ricadenti all’interno del suo territorio; da un altro lato, la regione divine un polo di equilibrio dinamico tra le forze che tendono all’accentramento verticistico del potere decisionale e le possibili derive localistiche che, sempre al suo interno, possono verificarsi.

La difficoltà connessa con la creazione del nuovo assetto istituzionale dipende anche dal tempo necessario a realizzare il cambiamento di prospettiva nell’approccio alla progettazione delle azioni volte ad attivare la crescita e lo sviluppo locale. Al riguardo, occorrerà tenere presente che, sia la creazione delle nuove istituzioni, sia il consolidamento del loro normale funzionamento richiederanno tempi lunghi; anche in considerazione del fatto che l’esperienza sinora vissuta per promuovere, senza successo, lo sviluppo locale non ha richiesto tempi più brevi.

Perciò, l’uscita dall’attuale stato di confusione istituzionale in cui versano le regioni, soprattutto quelle meridionali, deve significare un “ritorno al territorio”, conciliandolo con una nuova prospettiva di politica economica regionale, che sia il risultato di scelte effettuate dai singoli territori sub-regionali. A tal fine, non potrà essere evitato un riordino delle autonomie locali, realizzato sulla base dei paradigmi propri della moderna geografia territoriale, quali quelli espressi dai concetti di “bio-area urbana” e di “spessore istituzionale”: il primo impiegato per definire in modo oggettivo le specificità di ogni contesto territoriale dell’intera area regionale, congiuntamente alla individuazione della sua dimensione materiale; il secondo finalizzato ad individuare l’insieme delle istituzioni più adatte a consentire il governo dal basso dello sviluppo sociale ed economico di ogni singola area locale.

Se il primo paradigma, quello di bio-area, serve a determinare le specificità proprie di ogni territorio e della sua dimensione, il secondo consente di individuare la qualità delle istituzioni locali, al fine di configurarle, rispetto alla società civile, in termini di una loro “prossimità”, sufficiente a trasformarle in strumenti di apprendimento dei residenti, riguardo al modo di valorizzare le risorse disponibili, attraverso l’attivazione di un processo innovativo che, coinvolgendo l’intera comunità locale, porti ad una valorizzazione ottimale dei “saperi locali”.

Intese in tal modo, le istituzioni locali dovranno essere tali da riuscire a stimolare comportamenti sociali che supportino le forme di apprendimento interattivo dei soggetti residenti in ogni area sub-regionale. La nuova struttura istituzionale per determinare lo sviluppo economico dei singoli territori dovrà infine risultare coerente con uno sviluppo equilibrato delle relazioni e dei rapporti di tutti i centri residenziali di ogni area sub-regionale. In questo senso, lo “spessore istituzionale” dovrà fare emergere dalle relazioni e dai rapporti tra i centri residenziali l’immagine di una “città diramata”, intesa come “cluster”, ovvero come gruppo spaziale di attività produttive e residenziali tra loro interconnesse.

Una simile riorganizzazione territoriale consentirà la riduzione dell’incertezza sociale ed economica, la promozione di processi di apprendimento collettivo, a vantaggio di tutti i residenti locali, ma anche di ostacolare l’abbandono dei singoli centri da parte dei loro residenti originari. Infine, le nuove istituzioni potranno contribuire ad approfondire la coesione sociale dei componenti la società civile di ogni territorio, nonché a curare la sostenibilità ambientale del proprio processo di crescita e sviluppo.

Gianfranco Sabattini

Sviluppo locale e coinvolgimento diretto delle popolazioni

sviluppo campagnaLo sviluppo locale alla fine degli anni Ottanta, anche per iniziativa dell’Unione Europea, ha assunto una rilevanza crescente nelle politiche d’intervento a favore delle regioni ancora in ritardo sulla via della crescita e dello sviluppo; non casualmente, anche in Italia, terminava la prassi dell’intervento straordinario realizzatasi a favore delle regioni meridionali e consolidatasi dopo l’esperienza propria della Cassa del Mezzogiorno dell’inizio degli anni Cinquanta. Veniva infatti inaugurata una nuova forma d’intervento, detta della programmazione negoziata, fondata sulla logica dei Patti territoriali e di altri numerosi strumenti, con la specifica finalità di promuovere l’economia dei territori subregionali.

La legge n. 662/1996, che disciplinava le nuove modalità d’intervento a favore dei territori locali afflitti da situazione di arretratezza economica, prevedeva infatti la possibilità di accedere a finanziamenti pubblici per la realizzazione di progetti per l’attuazione di interventi infrastrutturali e imprenditoriali integrati. La predisposizione del progetti, precisano Domenico Cersosimo e Guglielmo Wolleb, entrambi economisti, dell’Università di Calabria, il primo, e di Parma, il secondo, in “Democrazia deliberativa e sviluppo locale” in “Lavoro, welfare e democrazia deliberativa” (curato nel 2010 da Edoardo Ales, Marzia Barbera e Fausta Guarriello), era affidata all’iniziativa spontanea di attori locali, che fossero stati in grado “di avviare un processo di concertazione fra i soggetti istituzionali ed economici interessati […] e di creare una società di gestione capace di realizzarl(i)”.

La normativa dei “Patti” – affermano gli autori – sottolineava la necessità che la prassi della loro attuazione si fosse attenuta obbligatoriamente, lungo tutte le fasi di realizzazione degli investimenti, a particolari regole, lasciando trasparire che la ratio della nuova legge a favore delle aree arretrate subregionali non suggerisse solo il perseguimento di obiettivi economici, ma anche la promozione della propensione degli attori locali ad attivare processi decisionali che migliorassero le loro capacità olitiche ed operative.

Si trattava di una ratio radicalmente diversa da quella propria delle leggi che avevano disciplinato precedentemente le modalità di attuazione degli interventi straordinari; la ratio della nuova legge implicava il superamento della “debole e declinante correlazione” che si supponeva esistesse tra “dimensione dei flussi dei trasferimenti finanziari destinati annualmente al Mezzogiorno e i risultati ottenuti in termini di rafforzamento e ampliamento della struttura produttiva”. Si prendeva atto che i criteri seguiti negli anni precedenti l’entrata in vigore della nuova legge sulla programmazione negoziata erano valsi a “canalizzare” le risorse verso “sistemi socio-istituzionali a bassa produttività”, che ne pregiudicavano un utilizzo efficace o, peggio, ne producevano “uno discorsivo e dannoso”.

L’orientamento della nuova legge in pro dei territori locali era suggerito dal riconoscimento che, più che la scarsità delle risorse, gli elementi che difettavano nel supportare la crescita e lo sviluppo locale erano, in particolare, la bassa qualità degli operatori locali e delle classi politiche delle regioni alle quali appartenevano i singoli territori subregionali, la limitata capacità delle burocrazie regionali e il basso grado di fiducia nutrito dagli operatori locali nei confronti delle istituzioni regionali sovraordinate. Le nuove regole che disciplinavano l’intervento pubblico a sostegno dei territori arretrati presentavano, rispetto alla passata esperienza, diversi elementi innovativi.

Questi elementi implicavano, in primo luogo, la riconduzione del ritardo sulla via della crescita e dello sviluppo delle aree surbregionali arretrate, non tanto ai limiti interni alle singole aree, alle carenze delle loro istituzioni ed alla bassa qualità dei loro attori, quanto all’eccessivo centralismo con cui venivano erogati i trasferimenti pubblici, responsabile dell’aggravamento delle carenze locali. In secondo luogo, e qui stava la reale novità della legge sulla programmazione negoziata, gli elementi innovativi delle nuove regole d’intervento comportavano il riconoscimento del fatto che – affermano Cersosimo e Wolleb – le variabili socio-istituzionali e antropologiche locali fossero state assoggettate, a causa del centralismo decisionale che aveva caratterizzato le forme d’intervento del passato, a una forte path dependancy, che aveva comportato “tempi di cambiamento così lenti e lunghi da risultare incommensurabili con quelli attesi dalle politiche pubbliche”. Infine, la terza novità delle nuove regole d’intervento sarebbe consistita, a parere degli autori, nel fatto che la trasformazione socio-istituzionale e antropologica “seguisse logicamente e temporalmente quella produttiva, che il primum mobile del cambiamento fosse l’economia, in particolare l’industria, che proprio per questo andava sostenuta con generose e sistematiche incentivazioni finanziarie”.

L’approccio alternativo ai problemi della crescita e dello sviluppo locale focalizzava, quindi, a parere di Cersosimo e Wolleb, l’attenzione sui vincoli specifici di carattere socio-politico delle regioni arretrate, “giudicandoli pregiudiziali” rispetto al cambiamento economico delle aree locali. Nell’ambito del nuovo approccio, l’introduzione di nuove relazioni istituzionali tra livello locale e livello regionale avrebbe dovuto rappresentare il presupposto per promuovere la propensione degli attori regionali e locali ad interiorizzare modelli di comportamento più favorevoli alla crescita ed allo sviluppo, sia dei singoli luoghi subregionali, che, conseguentemente, delle aree regionali. A tal fine, la politica nazionale avrebbe dovuto preventivamente farsi carico dei vincoli istituzionali alla crescita e allo sviluppo, cercando di agire, non solo sul sistema socio-politico delle regioni arretrate e sul modo di operare delle loro istituzioni, ma anche sulla “natura e l’architettura” dei rapporti tra istituzioni regionali e quelle locali. In questo modo, “quelle che erano variabili esogene nel modello d’intervento pubblico tradizionale” sarebbero potute diventare, nell’approccio alternativo ai problemi della crescita e dello sviluppo locale, nuovi obiettivi della politica di sviluppo.

Se fosse stato modificato il tradizionale rapporto istituzionale tra il livello regionale ed il livello locale, sarebbe stato possibile incidere realmente sulla logica processuale con cui sono stati attuati i Patti territoriali previsti dalla legge n. 662/1996, riuscendo a creare ciò che gli autori chiamano “contesto sperimentale”, grazie al quale costringere gli attori locali a seguire modelli di comportamento diversi da quelli usuali, ad abbandonare autoreferenzialità e localismo, per adottare modalità d’azione ispirate alla partecipazione e alla cooperazione, sino a diventare abitudini comuni socialmente condivise. Tuttavia, il perseguimento contemporaneo dei due obiettivi, quello di natura economica della crescita e dello sviluppo locali e quello di natura socio-culturale, antropologica e istituzionale del miglioramento della qualità degli attori locali è risultato problematico, non solo sul piano delle sua giustificazione, ma anche su quello dei risultati conseguiti.

La problematicità sul piano della giustificazione del miglioramento qualitativo dell’azione degli attori locali, secondo Cersosimo e Wolleb, sarebbe stata originata dal fatto che l’ideazione e l’attuazione dei nuovi strumenti d’intervento previsti dalla legge che ha introdotto la programmazione negoziata sarebbero dovute avvenire secondo regole di azione proprie della democrazia deliberativa, intesa questa secondo il significato che ha assunto nell’area della filosofia politica di Jürgen Habermas e John Rawls; ovvero in presenza di regole che avrebbero dovuto privilegiare un’attività collettiva di discussione e di esame delle vari alternative possibili di azione all’interno delle singole aree locali, piuttosto che un decisionismo esercitato sulle stesse alternative e fondato sulla contrapposizione conflittuale di gruppi portatori di interessi diversi.

Se fossero state preventivamente istituzionalizzate le regole della democrazia deliberativa. le aree subregionali avrebbero capitalizzato i vantaggi della democrazia diretta nell’ideazione ed attuazione delle politiche di crescita e di sviluppo; vantaggi che sarebbero consistiti, da un lato, nella partecipazione di tutti i componenti delle comunità locali nella scelta della strategia di crescita e sviluppo giudicata più conveniente attraverso l’allargamento della platea delle risorse umane disponibili all’interno dei singoli luoghi; dall’altro lato, nella cooperazione, che avrebbe “imposto” agli attori locali di fondare le loro scelte sul dialogo, sul confronto e su una comune ricerca delle decisimi migliori da assumere, e nell’aspettativa di poter conseguire risultati economici migliori sia attraverso meccanismo do “doing by doing”, di “learning by doing” e di “valorizzazione dei saperi locali”.

Una più larga partecipazione alla vita pubblica, una maggior inclusione sociale degli attori locali e una migliore capacità istituzionale di recepire le istanze espresse dalle comunità locali sarebbero dovute consistere in obiettivi autonomi e preventivi delle nuova programmazione negoziata, finalizzati in sostanza a migliorare la qualità delle democrazia diretta, ovvero della democrazia deliberativa, nell’assunto della sua funzionalità al conseguimento di migliori risultati economici nell’attuazione delle successive politiche d’intervento.

Per tutti i limiti indicati, il bilancio dell’esperienza delle politiche di sviluppo locale attuate non può dirsi positivo; i risultati conseguiti non sono stati all’altezza delle aspettative e le ragioni del perché devono essere necessariamente ricondotte, innanzitutto alle carenze del disegno innovativo sul piano istituzionale che, a livello nazionale, ha caratterizzato l’approvazione delle legge sulla programmazione negoziata e, in secondo luogo, ai limiti organizzativi delle istituzioni locali. Tutto ciò si è ripercosso negativamente sull’impatto della nuova programmazione sulla crescita e sullo sviluppo locali. Perché ciò è accaduto?

Ciò è accaduto perché la legge con cui si è inteso regolare ex novo le forme di intervento a sostegno della crescita e dello sviluppo delle aree subregionali ha continuato a conservare i limiti delle vecchie forme dell’intervento straordinario nelle regioni arretrate; ovvero, da un lato, ha continuato a sussistere il centralismo decisionale che, anziché essere esercitato a livello statale, è stato decentrato a livello delle singole regioni, destinatarie dei trasferimenti pubblici per il finanziamento dei progetti d’investimento allestiti secondo le nuove regole; dall’altro lato, essendo mancato un disegno innovativo statale sul piano dell’organizzazione delle istituzioni periferiche, ha continuato ad essere condiviso l’assunto che le politiche d’intervento, attuate a livello locale per iniziativa delle singole regioni, fossero sufficienti a migliorare la qualità dei contesti socio-istituzionali locali.

Le conseguenze della persistenza del centralismo (esercitato a livello regionale) e dell’assunto che la qualità dei contesti socio istituzionali dovesse seguire l’attuazione delle politiche d’intervento finanziate con i trasferimenti statali, e non invece precedere, ha portato al fallimento delle aspettative connesse al varo della legge sulla nuova programmazione in pro delle regioni arretrate del Paese; fallimento che può essere fatto risalire a ciò che Cersosimo e Wolleb individuano, in termini di indicazioni di una possibile futura politica di riforme, innanzitutto, come limiti nel disegno istituzionale a livello nazionale e, in secondo luogo, come bassa qualità dei comportamenti degli attori locali e eccessiva politicizzazione dei processi deliberativi.

In conclusione, i limiti in presenza dei quali è stata attuata la nuova politica d’intervento a favore delle regioni arretrate e, segnatamente, delle loro subaree, non essendo stati rimossi da una preventiva riforma istituzionale idonea a promuovere la partecipazione e la cooperazione degli attori locali nel decidere i contenuti dei progetti d’intervento, non solo hanno impedito che le scelte effettuate contribuissero al miglioramento della qualità degli attori locali, ma, quel che più conta, hanno anche dato luogo al prevalente utilizzo delle risorse disponibili secondo criteri politici decisi a livello del governo regionale, a scapito del coinvolgimento delle comunità locali.

In conseguenza di ciò, il mancato superamento dell’arretratezza locale deve pertanto essere riconducibile a due ordini di cause tra loro interconnessi; da un lato, la divaricazione tra gli interessi elettorali di breve periodo dei decisori politici centrali e quelli collettivi connessi a strategie di più lungo periodo delle comunità locali; dall’altro lato, la carente qualità degli attori locali, sia rispetto alle scelte più idonee ad attivare processi di crescita e sviluppo delle loro aree, sia rispetto alla capacità di gestione delle scelte effettuate in funzione dei prevalenti interessi dei decisori politici centrali. I due ordini di cause del fallimento dello sviluppo locale atteso dall’attuazione delle politiche d’intervento effettuate secondo la legge sulla programmazione negoziata devono essere, a loro volta, imputati al fatto che a livello delle regioni arretrate non siano state preventivamente attuate adeguate riforme istituzionali, al fine di consentire la partecipazione e la cooperazione degli attori locali nell’effettuazione delle scelte delle politiche più convenienti per promuovere la crescita e lo sviluppo delle loro aree, sorretti dagli effetti positivi della pratica di forme di democrazia deliberativa, che ne avrebbe favorito il miglioramento continuo della loro qualità.

Gianfranco Sabattini