La sinistra ora prenda una posizione sull’Europa

La situazione politica italiana si viene, al tempo stesso, semplificando e complicando. La semplificazione deriva dalla riproporzionalizzazione del sistema elettorale e dal nuovo assetto politico che si viene delineando nel centro-sinistra e a sinistra.

Può sembrare strano parlare di semplificazione con riferimento a questi dati, quindi proverò a spiegare questa affermazione.

L’effetto congiunto del referendum del 4 dicembre e della sentenza della Corte costituzionale sul c.d. Italicum è quello dell’abbandono del modello maggioritario come fondamento del sistema elettorale.

Ciò non perché esso sia stato respinto dal voto dei cittadini o dichiarato illegittimo dalla Consulta. Un sistema maggioritario di tipo europeo, cioè basato sui collegi, a turno unico (come era, per la maggioranza dei seggi, la legge Mattarella), o a doppio turno, come in Francia, non era oggetto né del referendum né della decisione della Corte costituzionale (come ha segnalato nei giorni scorsi Giuliano Amato). Ma in realtà la scelta per l’impianto proporzionale è politica. Nessuno vuole più il maggioritario (al di là delle dichiarazioni di facciata), perché non risponde alla convenienza di nessuna forza politica. Contro il turno unico sono (per ragioni poi non molto diverse) sia Forza Italia che 5 stelle, e lo stesso Pd sa che si tratterebbe di una vera e propria lotteria. Il doppio turno di collegio avvantaggerebbe 5 stelle (che peraltro non lo chiede), come dimostra l’esito dei ballottaggi nelle elezioni comunali.

Non è dato sapere se i sistemi elettorali attualmente vigenti per la Camera e Senato (entrambi conseguenti a sentenze della Corte costituzionale) saranno “armonizzati”, come si chiede dal Quirinale, e in che modo, oppure no.

E, naturalmente, le diverse opzioni (preferenze o no, coalizioni o liste, soglia di sbarramento, soglia del 40% per il premio) non sono affatto irrilevanti sia sul comportamento degli elettori (il tema del “voto utile”) sia sulle caratteristiche del prossimo Parlamento. Ma la sostanza del sistema sarà proporzionalista, con una duplice conseguenza: verrà meno il “dovere” della coalizione, e ciascun soggetto politico potrà correre in proprio. Da qui la “semplificazione” di cui parlavo.

Del resto, analoga “semplificazione” si ripropone nel quadro politico della sinistra. Non si sono ancora svolte le primarie del partito democratico, ma mentre scrivo la vittoria ampia di Renzi appare sicura. È un risultato che colloca stabilmente il Pd nel campo del centro moderato, come il nuovo partito di Macron in Francia.

Legge di impianto proporzionale e conferma della leadership renziana nel PD consentono alle forze alla sua sinistra, almeno in teoria, di dispiegare la propria proposta senza più vincoli: senza il vincolo di partito, per la minoranza che ne è uscita costituendo il nuovo movimento “art 1”; senza il difficile dilemma della coalizione elettorale, per gli altri soggetti della sinistra (ed è su questo che si dovrà misurare il Campo progressista di Pisapia, di fronte alla conferma, da parte di Renzi, della linea solitaria di Veltroni).

E qui nascono le complicazioni. A sinistra del PD le soggettività politiche sono molteplici: art 1, comprensivo della componente di Sel che vi ha aderito; Campo progressista; Sinistra italiana; Possibile di Civati; Rifondazione comunista rilanciata dal recente Congresso. E mi limito ai soggetti esplicitamente politici, perché esistono fortunatamente in molte città significative realtà “civiche”, spesso legate ai comitati costituitisi sui territori in occasione del referendum costituzionale.

È possibile che queste diverse realtà costruiscano un progetto politico comune, e quindi si presentino in una stessa lista alle elezioni?

Personalmente è la soluzione che auspicherei, ma mi rendo conto delle difficoltà, soggettive ma anche oggettive: si tratterebbe di costruire un programma e una leadership condivisa.

E, soprattutto, ed è questa la maggiore complicazione, c’è il problema del “dopo”. È a tutti chiaro che dalle prossime elezioni emergerà un Parlamento senza una maggioranza chiara, e che il sistema politico-parlamentare avrà subito avanti a sé il problema dei problemi: il rapporto con le regole dell’Unione europea, con l’austerità, con il fiscal compact.

Su questo difficilmente ci si potrà evitare una posizione nella prossima campagna elettorale. Ma quale posizione?

Intellettuali importanti della Sinistra europea hanno espresso posizioni contrapposte.

Luigi Ferraioli sostiene la necessità di una “rifondazione costituzionale” dell’Unione: un’assemblea costituente, convocata dai paesi che ne condividano l’esigenza, ridisegnando con chiarezza i lineamenti federali e sociali dell’Europa. Sul versante opposto, Perry Anderson, a lungo direttore della New Left Review, sostiene la forma più drastica di Brexit. Per lui, la democrazia è possibile solo là dove si esercita la sovranità popolare, cioè nello Stato nazionale.

Le forze politiche italiane stanno delineando le rispettive posizioni. Il PD di Renzi ripropone il già noto e poco positivo metodo della polemica con Bruxelles, senza indicare però chiare soluzioni per il caso di conflitto. Per i 5 stelle la proposta è un referendum sull’euro; il centrodestra, com’è noto, è diviso su questo tema, ma potrebbe trovare una composizione intorno alla proposta di Tremonti, della quale si sta discutendo, di una riforma costituzionale che garantisca (come in Germania) il primato del diritto italiano su quello europeo.

Quale posizione sull’Europa avrà la sinistra? A me questo sembra un elemento decisivo per costruire una credibile proposta politico-programmatica.

Le imminenti elezioni presidenziali (e poi parlamentari) in Francia, e poi quelle autunnali in Germania, forniranno elementi di valutazione importanti. Ma le campagne elettorali in questi paesi indicano già la centralità del tema europeo, che può riassumersi in un arduo dilemma: nessuna politica sociale “di sinistra” è possibile nell’attuale quadro normativo della UE, che di fatto non consente spese per investimenti pubblici e tutele sociali.

Al tempo stesso, è molto difficile indicare una credibile ed efficace alternativa.

D’altra parte, il tema si riproporrà nel nuovo Parlamento, rispetto al quale appare allo stato improbabile prefigurare chiare maggioranze politiche.

Insomma, si preparano tempi difficili; è da sperare che la sinistra sappia essere all’altezza.

Cesare Salvi

Blog Fondazione Nenni

Si allungano i tempi per la legge elettorale

urna-elettoraleSlitta l’approdo in aula alla Camera della legge elettorale, inizialmente programmato per il 27 febbraio e subito arrivano le accuse incrociate di voler allungare i tempi. Il presidente della Commissione Affari costituzionali, Andrea Mazziotti, invierà a breve una lettera alla presidente della Camera Laura Boldrini, per comunicare che la Commissione non terminerà i propri lavori in tempo per quella data. Nella seduta odierna di oggi Mazziotti, che è anche relatore, ha illustrato altre quattro proposte di legge depositate nonché la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum. Si è quindi deciso di procedere a alcune audizioni su punti precisi della normativa elettorale, che si svolgeranno venerdì della prossima settimana, dato che nel frattempo la Commissione dovrà esaminare il decreto sicurezza. A questo punto la Commissione non riuscirà a concludere i lavoro entro la mattina di lunedì prossimo, 27 febbraio, così da rispettare il calendario. Di qui la lettera di Mazziotti a Boldrini.

L’invito della Corte costituzionale al Parlamento a varare una legge elettorale che favorisca la formazione di maggioranze parlamentari omogenee, deve avere un seguito concreto. altrimenti significherebbe “tradire lo spirito del nostro sistema costituzionale”. Ha detto ancora il relatore alla legge elettorale, Andrea Mazziotti, illustrando in Commissione la sentenza della Consulta sull’Italicum. “A conclusione della sentenza – ha detto Mazziotti – la Corte ha richiamato l’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 sulla legge di riforma, che ha confermato un assetto costituzionale basato sulla parità di posizione e funzioni delle due Camere elettive. In tale contesto, la Corte ha quindi rilevato che ‘la Costituzione, se non impone al legislatore di introdurre, per i due rami del Parlamento, sistemi elettorali identici, tuttavia esige che, al fine di non compromettere il corretto funzionamento della forma di governo parlamentare, i sistemi adottati, pur se differenti, non ostacolino, all’esito delle elezioni, la formazione di maggioranze parlamentari omogenee’. “Quello della Corte – ha quindi aggiunto Mazziotti – non è un banale commento. E’ un monito all’intero Parlamento: non dare al Paese una legge omogenea e funzionante, magari per meri interessi di partito, significa tradire lo spirito del nostro sistema costituzionale. E di questo – ha concluso – tutti noi dovremo tenere conto”.

Su tutte le furie i 5 Stelle che parlano di melina. “La verità – scrivono in una nota i deputati M5S della commissione Affari costituzionali – è che non vogliono farci votare per arrivare a maturare la pensione a settembre”. La risposta arriva direttamente dal Pd: “Il Pd in queste settimane non ha mai chiesto di far slittare la data di arrivo in Aula della legge elettorale, non ha chiesto audizioni, non ha chiesto il rinvio della discussione. Ha chiesto di far partire la discussione su una proposta di legge a prima firma Nicoletti che ricalca il cosiddetto Mattarellum e si è detto disponibile a lavorare in qualsiasi giorno della settimana. Sono altri gruppi politici di opposizione che, legittimamente, hanno chiesto di attendere il deposito della sentenza della consulta e l’analisi di quella sentenza. Dunque, per il rinvio della data del 27 febbraio, i 5 stelle si rivolgano ad altri”. Lo dichiara il capogruppo Pd in commissione Affari costituzionali della Camera Emanuele Fiano.

Interviene anche il presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio per il quale “occorre mettere in salvo il confronto sulla legge elettorale, sottraendola al conflitto in atto nel Pd, pur comprendendo che, probabilmente, una equilibrata formula elettorale, senza posizioni privilegiate per nessuno, potrebbe aiutare i dibattiti nei partiti. Togliere i capilista bloccati, infatti, non è solo un atto di giustizia nei confronti del popolo sovrano, ma anche una regola che consente una battaglia aperta e leale dei candidati nelle stesse liste”.

Legge elettorale in commissione. Ma la quadra non c’è

Sebbene ufficialmente il calendario dei lavori della Camera preveda che la riforma della legge  elettorale approdi in Aula lunedì 27 febbraio, mai come in questo momento appare alquanto improbabile il rispetto della  tabella di marcia. È vero che oggi la commissione Affari  costituzionali ha avviato formalmente l’iter, con la relazione del presidente e l’incardinamento delle 18 diverse proposte di legge finora presentate, ma è altrettanto vero che tutto resterà ufficialmente congelato fino alle motivazioni della  sentenza della Consulta sull’Italicum.

Il vero nodo adesso è rappresentato dalle  mosse di Matteo Renzi, che dovrebbe sciogliere la riserva sul da farsi alla Direzione di lunedì. Finché, ragionano i componenti dei vari schieramenti politici in commissione Affari  costituzionali, compresi gli stessi deputati del Pd, non  saranno chiare le sorti del partito e del suo segretario, con le possibili dimissioni e l’apertura della fase congressuale,  nulla si muoverà e nessuna trattativa concreta sulla futura legge elettorale potrà arrivare alla quadra. E’ questo il senso dei vari conciliaboli in Transatlantico e nei corridoi del palazzo. “Il documento dei 40 senatori del Pd – osserva un  parlamentare dem – ha messo la pietra tombale sul voto a giugno e ha aperto di fatto il congresso. Renzi sa che al Senato non ha più la maggioranza del gruppo e con quei numeri non si può permettere di portare avanti alcuna proposta sulla legge elettorale, andrebbe in minoranza”, tira le somme la stessa fonte. Insomma, finché non si conosceranno i nuovi equilibri di forza nel Pd, è la convinzione di un esponente di spicco di Forza Italia, la legge elettorale resterà nel congelatore. Questo perché, spiega un deputato di Area popolare, “le  posizioni sul modello di voto all’interno dello stesso Pd sono  molto diverse e prevarrà la linea dell’area che vincerà il congresso”. E un verdiniano chiosa: “Nel pieno della campagna congressuale per conquistarsi lo scettro del Pd si potranno mai  mettere d’accordo le varie anime dem su quale legge elettorale  fare?”.

Al momento solo M5S, Lega e Fratelli d’Italia continuano ad invocare il voto subito. Lo ribadisce anche oggi Beppe Grillo che, in un post in cui attacca governo, Pd e parlamento, chiosa: “bisogna approvare la legge elettorale e andare a votare”. Di tutt’altro avviso la presidente della Camera, Laura Boldrini: “La legge elettorale è importante, ma il Paese lo è di più. Credo sia deludente andare a votare senza aver approvato quello che io chiamo il ‘pacchetto diritti'”. Anche per Massimo D’Alema non c’è alcuna fretta, anzi sarebbe disastroso un ritorno anticipato alle urne. Quanto alla legge elettorale, “il Pd ne ha proposto cinque diverse. E non è la minoranza che rompe le scatole. Lo scontro più aspro è quello che divide l’idea di Franceschini di un premio alle coalizioni e quella di Orfini che lo vuole alla lista”. Per l’ex premier “occorre una legge che offra una chance di governabilità, con un premio ragionevole, alla lista che arriva prima. Ma i capolista bloccati vanno aboliti”.

Il candidato alla segreteria, Roberto Speranza, incontrando altri parlamentari della minoranza dem, ha detto: “Siamo aperti a discutere di coalizione per ricostruire il centrosinistra”. Ma vanno “eliminati i capolista bloccati”. Per Maurizio Lupi “con questa legge elettorale, in questo  momento, la cosa certa è che Area Popolare si presenta da sola”. Tuttavia, per Ap “il premio alla coalizione è meglio del premio alla lista semplicemente perché in questi mesi abbiamo visto finzioni assurde, meglio essere diretti. Ad esempio il listone unico che vogliono fare Salvini e la Meloni, non è meglio fare una coalizione a quel punto? Sbarramento al 3% in entrambe le Camere”. Forza Italia presenterà un suo  testo dopo le motivazioni della Consulta, ma la linea del non voto è già chiara. E oggi, Renato Brunetta ha anticipato i capisaldi della proposta azzurra: sistema a base proporzionale, no al ballottaggio, premio di maggioranza che scatta dal 40% in su e su base nazionale sia alla Camera che al Senato, soglie di sbarramento omologhe per entrambi i rami del Parlamento, capilista bloccati anche a palazzo Madama, no preferenze ma collegi uninominali sul modello del Provincellum: “Abbiamo 12 mesi di tempo perché la legislatura finisce a febbraio del 2018”, ha concluso.

Sinistra Italiana “pensa che sia necessaria una legge di impianto proporzionale che metta al centro il tema della rappresentanza, in equilibrio con il principio di governabilità, e che si eliminino definitivamente i capilista bloccati. Perché non si può arrivare all’ennesimo Parlamento con il 75% di deputati nominati”, ha spiegato il capogruppo Arturo Scotto.

Consulta e legge elettorale:
ora decida la politica

Spesso, nel linguaggio comune, prendendo a prestito una frase di Nietzsche sulla filosofia del suo tempo, si usa dire che “il rimedio è stato peggiore del male”. E’ quanto si potrebbe affermare a proposito della pronunzia della Corte costituzionale sull’Italicum. Il Giudice delle leggi, invero, è sembrato più esprimersi in termini di equità politica per non scontentare nessuna delle parti in causa, sia sostenitori che oppositori della legge elettorale voluta al tempo da Renzi e dalla sua maggioranza, che non in aderenza ai principi costituzionali in materia di rappresentanza elettorale.

Rimangono i capilista bloccati, le candidature plurime e un inaccettabile premio di maggioranza; sparisce il ballottaggio e la facoltà di scegliere a seguito dell’elezione in più collegi: in pratica, la possibilità del capolista candidato in più collegi di decidere secondo le proprie convenienze politiche, in quale di questi collegi risultare eletto, a prescindere dai voti ottenuti e consentendo, di fatto, l’elezione dei secondi candidati dei collegi non prescelti, circostanza che avrebbe creato una disparità tra gli elettori. Sarà invece un sorteggio a decidere il collegio di elezione. Ne esce una diversa legge elettorale, con la sconfitta del modello fondato sul maggioritario puro, che è ancorato alla rappresentanza politica di diverse e specifiche constituency nazionali, legata cioè ad una determinata esperienza storico-sociale del Paese, come nel Westminster system in Gran Bretagna.

Come scrive la Corte “All’esito della sentenza, la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione”. Quindi il sistema elettorale “modificato” dalla sentenza della Corte costituzionale, può funzionare senza la necessità di interventi legislativi. Questo è un principio che la Consulta ha sempre affermato, in quanto “non è possibile che un organo costituzionale sia lasciato nell’impossibilità di operare”, come nel caso del Parlamento. Ciò si era già verificato con la sentenza del 2014 sulla legge elettorale del 2005, al punto che la legge residua (attualmente valida per il Senato, in quanto l’Italicum ha riformato solo la legge della Camera poiché in combinato disposto, di fatto, con la riforma costituzionale, poi bocciata dai cittadini) viene chiamata nel linguaggio pubblicistico “Consultellum”, cioè la legge della Consulta.

Il punto è che la “nuova legge elettorale”, generata dalla sentenza della Corte costituzionale, non appare in grado di garantire né il necessario pluralismo politico-culturale in Parlamento né, imponendo alleanze “spurie” in Parlamento, esiti di governabilità. Alle forze politiche, quindi, il compito di approvare una legge elettorale che si muova lungo direttrici, e che dovrebbe essere, quindi, di tipo proporzionale, con una soglia bassa di sbarramento e l’obbligo di dichiarare preventivamente l’eventuale adesione ad una coalizione elettorale.

Come dire che la politica si deve riappropriare della funzione decisionale, senza delegare nessun a risolvere i problemi, elemento costitutivo questo delle democrazie liberali.

Maurizio Ballistreri

UNA SINISTRA NUOVA

APERTURA-Nencini-Bandiera-PSI

“Partiamo da un punto: la legge elettorale deve essere rivisitata intanto dalla coalizione di governo poi bisogna cercare un accordo con il Parlamento. Non si può fare una legge elettorale in accordo con la Lega e Grillo a discapito della maggioranza che ha retto fino ad ora il Governo Renzi e il governo Gentiloni. Da qui bisogna partire, dopo che è nota la sentenza della Consulta sull’Italicum. Però non possiamo passare, come diceva Renzi, da una legge che consenta di avere il governo il giorno stesso delle elezioni, a una legge che il giorno stesso in cui le urne si chiudono, dice che non si avrà sicuramente un governo. E la strada maestra per favorire le coalizioni è il Mattarellum”. Non ha dubbi il segretario del Psi Riccardo Nencini: “Per sboccare l’empasse sulle elezioni bisogna scompaginare il gioco. Dopo che la Corte avrà reso note le motivazioni della sentenza, la coalizione che sostiene il governo deve presentare una proposta. Penso sia una mossa indispensabile anche per siglare una tregua nel Pd.

Da Franceschini sono arrivare aperture per delle modifiche tra le quali il premio di maggioranza alla Coalizione…
Il Mattarellum è la strada maestra, quella che propone Franceschini è l’alternativa. Ma contestualmente bisogna preparare un progetto e una strategia per i prossimi anni su dei punti ben precisi.

Quali?
Una sinistra nuova che si preoccupi di migranti e multiculturalismo con un approccio nuovo basato sui diritti fondamentali delle persone. Sì all’accoglienza ma fine dell’età del buonismo. Chi vive in Italia deve giurare sulla nostra Costituzione, godere dei nostri diritti e vivere secondo i nostri doveri. Secondo, è fondamentale l’allargamento della torta della produzione della ricchezza e contestualmente rivedere  la redistribuzione della ricchezza in maniera equa. Per questo chiederemo un congresso straordinario del Pse, per riscrivere la cornice in cui ci muoviamo tra stati a sovranità limitata e mondo del lavoro in crisi.

Il tentativo del governo Renzi di cambiare la Costituzione si è fermato con il voto del 4 dicembre scorso. Questo è un Paese irriformabile?
La prossima legislatura dovrebbe essere aperta con una Assemblea costituente che metta mano alle riforme istituzionali. I socialisti già in questa legislatura proposero la Costituente, ma rimasero inascoltati. Probabilmente ora la situazione sarebbe diversa.

Non si sa che legge elettorale ci sarà, tantomeno quando si voterà. Ma comunque non oltre il 2018. Come si sta organizzando il Psi?
La raggiunta unità al Consiglio Nazionale della scorsa settimana è un fatto assolutamente positivo e da valorizzare. I Socialisti, oltre 20mila iscritti, 105 federazioni provinciali, 93 tra sindaci parlamentari e consiglieri regionali, andranno al Congresso Nazionale il 18 e 19 marzo. Il nostro è rimasto l’unico partito del Novecento. Il fatto è che l’idea è giusta. È un’idea che ha reso l’Italia più libera e civile e oggi c’è bisogno di lavorare a questa storia.

Daniele Unfer

Dopo la Consulta un errore la corsa al voto

Consulta - votazione La legge elettorale uscita dalla sentenza della consulta è applicabile. Ma che sia anche congrua è cosa diversa. La Corte ha fatto il proprio compito, ha stabilito cosa rispettasse il dettato costituzionale e cosa no. Fare le leggi è invece compito del Parlamento che altrimenti verrebbe scavalcato da un altro organo costituzionale. Sulla legge elettorale, ha detto il  presidente del Senato Pietro Grasso, “dev’esserci un’intesa”, quindi “il Parlamento si deve pronunciare” e allora “i partiti la trovino”. “A me piace sempre leggere le motivazioni per comprendere meglio al di là di un comunicato stampa”, ha detto ancora Pietro Grasso. Alla luce degli interventi della Corte Costituzionale, come noto vi sono difformità tra la legge per l’elezione del Senato e della Camera, “parecchie differenze”, rileva Grasso, ma “non c’è dubbio che bisogna prenderne atto”. Ciò detto, “penso che bisogna sedersi attorno a un tavolo”, ha esortato il presidente del Senato, “trovare le soluzioni che la politica dovrà mettere insieme per ridurre tutte quelle differenze che determinano certamente la probabilità di maggioranze non uguali, non omogenee, tra i due rami del Parlamento”.

Il presidente del Senato ha quindi elencato le differenze tra i due sistemi: “C’è un premio per la lista alla Camera, mentre al Senato ci sono le coalizioni; le soglie di sbarramento sono diverse: il 3% alla Camera e l’8% al Senato che però può ridursi al 3% nei partiti coalizzati ma se la coalizione supera il 20%; le preferenze di genere alla Camera e la preferenza unica al Senato; infine i capilista nominati alla Camera e la preferenza al Senato; le pluricandidature con sorteggio alla Camera e non al Senato”.

Nella riunione dell’ufficio di Presidenza della commissione Affari costituzionali di Montecitorio che si è svolta questa mattina, il tema della legge elettorale all’indomani della sentenza della Consulta che ha bocciato alcuni aspetti dell’Italicum non è stato ancora sollevato. Tantomeno il Pd che ieri aveva rilanciato il Mattarellum. “La Consulta – ha detto Ettore Rosato capogruppo Pd alla Camera –  ha confermato la correttezza dell’Italicum: una legge confermata quasi in tutto tranne che nel ballottaggio. Il sistema uscito dalla Consulta consente di andare al voto subito ma siccome all’assemblea del Pd all’unanimità avevamo votato il Mattarellum in pochi giorni i partiti ci dicono subito sì o no altrimenti si può andare con questa legge”.

Di parere opposto Roberto Sparenza della minoranza interna: “Il Parlamento nelle prossime ore avvii una discussione per una nuova legge elettorale” e “se si riappropri della potestà legislativa”. Con la sentenza della Consulta, ha spiegato, “passiamo dalla legge più maggioritaria del mondo a una totalmente proporzionale. Il proporzionale puro significa che per fare un governo bisognerà fare le larghe intese e io questo scenario lo voglio evitare”. Per Speranza “il Mattarellum è una buona base di partenza, una buona soluzione anche perché  consente ai cittadini di scegliere il proprio eletto”.

Nel dibattito entra anche il segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino. “Mi pare che sia sotto gli occhi di tutti che ci siano due leggi elettorali frutto del lavoro della magistratura. Non è normale un Paese in cui la magistratura detta tempi e modi all’amministrazione, vuol dire che la politica non ha fatto il suo mestiere”. “La politica deve riflettere e interrogarsi su questo” ha concluso Galantino.

Il bersaniano Zoggia chiede  un momento di riflessione. “Non capisco tutta questa enfasi e questi entusiasmi in certi ambienti del mio partito: la Corte costuzionale ha dichiarato l’incostituzionalità dell’Italicum e questo dovrebbe farci riflettere. Ora credo sia necessario un confronto interno sereno ma serrato che ci porti al congresso e a  riconoscere errori e correzioni da fare”.

Per il presidente della Regione Toscana, e candidato alla segreteria nazionale del Pd Enrico Rossi sarebbe “un errore andare a votare subito, perché il paese ha alcuni problemi da risolvere a iniziare dall’emergenza dei terremoti, fino alla disoccupazione giovanile”. “Il governo Gentiloni deve durare fino alla naturale scadenza se fa le cose e risolve questi problemi. E penso che il Pd debba sostenerlo perché queste cose vanno fatte”.  Rossi ha ricordato che oltre alla sentenza della Consulta “c’è un preciso pronunciamento del Presidente della Repubblica per armonizzare le leggi elettorali tra Camera e Senato” e che a suo parere bisogna “puntare sul Mattarellum”.

Corte Costituzionale, come funziona, cosa decide

Consulta-BesostriNei prossimi giorni sono attese sentenze su due materie di grande importanza per l’agenda politica, il jobs act e l’italicum. Visto il notevole impatto di alcuni recenti pronunciamenti, già da diversi mesi la consulta e le sue decisioni sono al centro dell’attenzione.

Funzioni e attività della corte costituzionale

L’articolo 134 della costituzione italiana prevede che la corte costituzionale, oltre a giudicare la legittimità delle leggi, sia competente sui conflitti tra organi dello stato, sui conflitti tra stato e regioni, che giudichi sulle accuse al presidente della repubblica e stabilisca l’ammissibilità delle richieste di referendum abrogativi.

Il giudizio di legittimità costituzionale avviene di solito in via incidentale. Cioè se nel corso di un qualsiasi processo un giudice, di sua iniziativa o su richiesta di una delle parti, ritiene dubbia la costituzionalità di una norma può rinviarla al giudizio della corte costituzionale. Per esempio, nel caso dell’ultima sentenza che ha dichiarato incostituzionali alcune parti della legge 40, la questione è stata sollevata dal tribunale di Napoli nel corso di un processo penale in cui alcuni medici erano accusati di reati previsti da questa legge. Il giudice aveva dei dubbi sulla costituzionalità di queste norme ed avendone valutata la «rilevanza e la non manifesta infondatezza» ha deciso di porre alla corte la questione di legittimità costituzionale. In questo modo i giudici svolgono un ruolo di “portiere del giudizio di costituzionalità” evitando che la consulta venga investita da troppe richieste non rilevanti.

Il ricorso in via principale invece avviene per i conflitti di attribuzione tra stato e regione, o tra regioni. Questo succede quando una di queste istituzioni ritiene che un’altra abbia invaso, con un atto legislativo, la sua sfera di competenza. In questo caso può essere fatto ricorso presso la corte in via principale, senza quindi dover prima passare da un giudice ordinario. Quando il ricorso riguarda atti non legislativi è chiamato conflitto tra enti. Questo tipo di conflitti, un tempo abbastanza limitati, dopo la riforma costituzionale del 2001 sono molto aumentati, arrivando a pesare di più sul totale dei giudizi.

Per atti non legislativi, alla corte compete anche il giudizio sui conflitti tra poteri dello stato. È questo ad esempio il caso di conflitti tra un ministro e un pubblico ministero o tra un ministro e il capo dello stato.

La corte giudica inoltre sull’ammissibilità dei referendum abrogativi dopo che l’ufficio centrale della corte di cassazione ha ritenuto regolari le richieste. La consulta valuta innanzitutto che il quesito non tocchi materie che la costituzione esplicitamente esclude dal voto referendario: leggi tributarie, leggi di bilancio, leggi di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, leggi di amnistia e di indulto. Inoltre la corte negli anni ha ritenuto di estendere il proprio giudizio anche a principi generali ricavabili dalla costituzione.

Infine la corte giudica sulle accuse al presidente della repubblica, che possono essere di alto tradimento o attentato alla costituzione. Affinché questo processo sia avviato il presidente della repubblica deve essere messo sotto stato di accusa dalla maggioranza assoluta del parlamento, in seguito il processo viene portato avanti dalla corte costituzionale con l’aggiunta di sedici giudici popolari (cittadini sopra i cinquant’anni estratti a sorte). Questo tipo di giudizio non ha per ora mai avuto luogo anche se per ben tre volte è stato proposto l’avvio della procedura. Tuttavia solo una volta, nel 1991, la messa in stato d’accusa è stata formalmente presentata in parlamento dal Pds nei confronti dell’allora presidente Cossiga.
La composizione della corte

Dato il suo ruolo di garanzia la corte deve esprimere il massimo dell’imparzialità e della competenza, per questo la costituzione ha previsto che i suoi componenti venissero scelti da diverse istituzioni con procedimenti complessi. Innanzitutto, per essere nominati, i membri della corte devono provenire o da supreme magistrature o essere professori ordinari di diritto, oppure avvocati con almeno venti anni di esperienza. Dei quindici membri che la compongono, un terzo viene eletto dalle supreme magistrature, un terzo dal parlamento in seduta comune e un terzo dal capo dello stato.

L’elezione di cinque giudici da parte delle supreme magistrature è a sua volta ripartita in modo che tre giudici siano eletti dalla corte di cassazione, uno dal consiglio di stato e uno dalla corte dei conti. L’elezione avviene in ogni caso a maggioranza assoluta, con eventuale ballottaggio.

L’elezione da parte del parlamento è quella più complessa. Infatti per evitare nomine di parte, è richiesta una maggioranza dei due terzi dei componenti per i primi due scrutini e di tre quinti in quelli successivi.

Infine il presidente della repubblica nomina gli altri cinque membri, considerando le scelte del parlamento in funzione di riequilibrio.

I giudici sono eletti per nove anni (originariamente dodici) – una durata maggiore di ogni altra carica dello stato – e la loro successione avviene in modo graduale. In questo modo si cerca di evitare che cambiando troppi giudici in breve tempo, si modifichi bruscamente l’orientamento della corte. Dal 1956 a oggi sono già stati centodieci i giudici designati alla consulta , di cui quaranta eletti presidenti della corte. Non è richiesta una soglia minima di età per accedere alla corte ma in base agli altri requisiti richiesti di solito i giudici entrano in carica in età avanzata.
La corte è un organo collegiale e prende le sue decisioni collettivamente. Dunque è importante che la corte sia quanto più possibile al completo, per non rallentarne i lavori e perché è necessaria la presenza di almeno undici giudici affinché possa deliberare. I giudici dovrebbero essere 15, tuttavia spesso accade che siano meno a causa di ritardi, da parte del parlamento, nella sostituzione di un membro uscente. Nella seconda metà del 2015 si è arrivati ad avere solo dodici giudici costituzionali, giusto uno in più rispetto al numero legale. Finalmente a dicembre, arrivato al trentaduesimo scrutinio, il parlamento è riuscito a eleggere i tre giudici necessari a ripristinare il plenum. Ad oggi ne sono 14 e la nomina del membro mancante spetta al parlamento.

Il presidente è considerato primus inter pares, dunque il suo voto vale come quello degli altri giudici, eccetto in casi di parità. È eletto a maggioranza assoluta, con eventuale ballottaggio, per tre anni. Il mandato sarebbe rinnovabile, tuttavia accade spesso che un presidente non termini neanche il primo mandato, visto che solitamente la scelta ricade tra uno dei membri più anziani. Al presidente spetta di definire il calendario dei lavori e assegnare a ciascun giudice il compito di relatore per le cause. Di solito queste funzioni non sollevano problemi, ma per il giudizio di costituzionalità sull’italicum ha suscitato diverse polemiche la decisione di spostare l’udienza a dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre e poi al al 24 gennaio 2017.

La necessità di mantenere il carattere d’indipendenza e imparzialità della corte non ha impedito di designare giudici costituzionali che, negli anni, hanno avuto anche ruoli politici. Alcuni giudici costituzionali sono stati scelti tra ex parlamentari, membri dell’assemblea costituente, ministri e addirittura presidenti del consiglio, come nel caso di Giuliano Amato. Altre volte invece è successo che i giudici abbiano ricoperto ruoli di rilievo politico dopo aver concluso il loro mandato presso la corte, magari in virtù delle loro competenze. Questo è accaduto spesso durante governi cosiddetti “tecnici”, come nel caso del governo Ciampi o di quello Monti. Talvolta inoltre è capitato che alcuni giudici abbiano ricoperto ruoli politici sia prima che dopo il loro incarico alla consulta. È questo il caso dell’attuale presidente della repubblica che, prima di essere eletto alla corte costituzionale, è stato molti anni parlamentare, nonché ministro della difesa. Un altro caso eccellente è quello di De Nicola che dopo essere stato il primo presidente della repubblica e il primo presidente della corte costituzionale si è dimesso da questo ruolo ed è stato eletto al senato.
Per quanto riguarda la rappresentanza di genere, la corte costituzionale è stato un organo a composizione esclusivamente maschile fino al 1996 , quando l’avvocata Fernanda Contri è stata nominata giudice dal presidente Scalfaro. Dal 1956 a oggi sono state cinque le giudici della corte costituzionale rispetto a centocinque uomini (4,5%) . Attualmente sono tre le giudici in carica (20%). Dunque, anche se ancora in netta minoranza, si può vedere un progressivo riequilibrio di genere. È anche interessante notare che tranne l’ultima designazione femminile in ordine di tempo, quella di Silvana Sciarra, tutte le altre giudici sono state nominate da presidenti della repubblica.

Le principali sentenze di incostituzionalità degli ultimi anni

Nell’ultimo decennio alcune sentenze della corte hanno influito in maniera rilevante su temi di primo piano del dibattito politico nazionale. Tre in particolare hanno suscitato un certo scalpore: le sentenze sulla legge 40, sulla Fini-Giovanardi e sul porcellum.

La legge 40 sulla procreazione assistita è stata oggetto di ben quattro sentenze di illegittimità da parte della corte . Sentenze che hanno stabilito l’incostituzionalità di articoli molto importanti per l’impianto della legge, come il divieto per le coppie fertili, Il divieto di fecondazione eterologa, l’obbligo di impiantare al massimo tre embrioni tutti insieme e il divieto di selezione gli embrioni in caso di patologie genetiche (qui si può leggere la sentenza più recente).

Sulla Fini-Giovanardi – la legge che disciplinava l’uso delle sostanze stupefacenti – la corte costituzionale è intervenuta nel 2014. Con questa sentenza la consulta non è entrata nel merito del decreto ma sulla modalità della sua approvazione. Secondo la corte infatti la materia trattata era estranea all’oggetto del decreto e per questo incostituzionale. In questo modo la corte ha abrogato la Fini-Giovanardi ripristinando la disciplina precedente, ovvero la legge Iervolino-Vassalli.

Infine la sentenza che ha dichiarato incostituzionali alcuni aspetti del porcellum è stata importante per due ragioni. Prima di tutto per i suoi effetti politici, con il parlamento che ha dovuto formulare un’altra legge elettorale. La corte ha infatti dichiarato incostituzionale sia il premio di maggioranza senza soglia, che potrebbe portare a eccessive distorsioni nella rappresentanza, sia le liste bloccate troppo ampie, che non consentono all’elettore di capire chi sta effettivamente eleggendo. In secondo luogo la sentenza è importante da un punto di vista giuridico perché è una novità nell’azione di controllo della corte. Infatti non era mai successo prima che la consulta si pronunciasse su una legge elettorale. Questo perché la possibilità che durante un processo venga sollevata, in via incidentale, una questione di costituzionalità sulla legge elettorale è a dir poco remota. Tant’è che da più parti negli anni era stata sostenuta la necessità di una riforma che colmasse questa lacuna. Con questa decisione la corte ha sostanzialmente compiuto questa riforma tramite una sentenza, motivandola con la necessità di non avere zone franche rispetto al giudizio di costituzionalità.

La questione ha comunque sollevato un ampio dibattito e molti dubbi tra i costituzionalisti. Il punto sta nel fatto che l’oggetto dei due giudizi (quello davanti al giudice ordinario e quello costituzionale) dovrebbe essere diverso, o almeno così si è fin ora ritenuto in dottrina. In questo caso invece il ricorrente ha fatto causa alla presidenza del consiglio sostenendo che la legge elettorale (il porcellum) avesse leso il suo diritto di voto, violando quindi la costituzione. La questione posta al giudice ordinario e al giudice costituzionale era dunque la stessa. Così facendo si corre però il rischio svuotare il senso del giudizio per via incidentale, permettendo a chiunque di porre una questione di rilevanza costituzionale direttamente di fronte a un giudice.

Gennaio 2016: due sentenze decisive

Nei prossimi giorni la consulta dovrà decidere su due materie di primo piano nell’agenda politica nazionale . L’11 gennaio la corte dovrà rispondere sull’ammissibilità costituzionale del referendum abrogativo sul Jobs Act, mentre il 24 sarà la volta del giudizio di costituzionalità sull’Italicum.

Non è un caso che la corte si trovi a decidere sull’ammissibilità del referendum sul jobs act in questi giorni. Secondo la legge che disciplina la presentazione dei referendum, la corte ogni gennaio dedica al tema una speciale seduta, in cui racchiude tutti i giudizi di questo tipo per l’anno corrente. In questo modo la data in cui tenere i referendum abrogativi può essere stabilità tra il 15 aprile e il 15 giugno.

I quesiti referendari proposti dalla Cgil sono tre: il ripristino del reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa; l’eliminazione dei voucher; la responsabilità e il controllo sugli appalti. Il primo è quello su cui c’è maggiore incertezza sulla sua ammissibilità. Infatti il quesito non si limita a ripristinare l’articolo 18 per come era prima della riforma, ma prevede il reintegro anche per le imprese sopra i 5 dipendenti. Dunque, secondo alcuni commentatori, visto che si tratta di un referendum abrogativo, questa formulazione rischia di essere ritenuta inammissibile, in quanto non si limiterebbe ad abrogare una norma ma ne creerebbe una nuova.
Il secondo giudizio atteso a gennaio è sull’italicum. Tra le questioni ammesse dalla corte le più discusse riguardano il premio di maggioranza e i capolista bloccati. Rispetto al premio di maggioranza, in fase di approvazione dell’italicum, erano state considerate le motivazioni della corte fatte nella sentenza sul porcellum. Ed era stata inserita la soglia del 40% per accedere al premio di maggioranza, e il ballottaggio nel caso in cui nessuno raggiungesse quella quota. Adesso viene però contestata l’assenza di un quorum minimo di votanti, senza il quale, secondo i ricorrenti, può capitare che una minoranza molto ristretta di elettori garantisca a una lista una maggioranza di seggi troppo sproporzionata rispetto ai voti ricevuti. Rispetto al sistema dei capolista bloccati invece i ricorrenti contestano che «la grande maggioranza dei deputati […] verrà automaticamente eletta senza essere passata attraverso il vaglio preferenziale degli elettori».

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OK Corral

Lo spettacolo che offrono le forze politiche, all’indomani del referendum, non è proprio edificante. Alfano, con eroismo da coniglio, vuole andare, forte del 40% che appartiene, per la proprietà transitiva, anche a lui, propone di andare alle elezioni immediatamente dopo la festività, con l’italicum, per cercare una impossibile e del tutto irrituale rivincita. L’opposizione Pd, sconvolta dalla sua vittoria, dopo anni, anzi decenni di mancate vittorie e di autentiche sconfitte, propone di rinviare ogni cosa al 2018. I grillini, con spudoratezza senza pari, puntano, come Alfano al voto subito e con l’italicum così com’è o ritoccato il meno possibile, infischiandosi del fatto di avere vibratamente contestato il sullodato sistema elettorale e in nome della democrazia. Altri, non mi ricordo più chi (e gli faccio un favore…) invitano “quelli del no” a formare il nuovo governo; provocazione tanto cretina da non essere nemmeno degna di questo nome. Altri sussurrano di larghe intese; scambiando i propri desideri con la realtà.
E però i due problemi- quello del governo e quello della legge elettorale- così come quello, collaterale della data delle elezioni non sono, oggettivamente, difficili da risolvere; almeno se intendiamo riferirci alla lettera e allo spirito di una costituzione che il popolo italiano ha, qualche giorno fa, deciso di difendere.
Essendo l’Italia una repubblica parlamentare e non presidenziale e/o plebiscitaria, governa chi ha una maggioranza in parlamento. Questa maggioranza esiste; ed è formata dal Pd e dalla Cosa guidata da Alfano e sostenuta da Verdini. Ma esiste numericamente solo perché non ne esiste un’altra. Ma non politicamente: perché la persona che ne è, e non metaforicamente, la guida ha, correttamente, interpretato il risultato di un referendum su cui, scorrettamente aveva impegnato in prima persona se stesso e il suo governo, rassegnando irrevocabilmente le sue dimissioni.
Che, poi, questa stessa persona intenda trascinare il Pd nel suo desiderio di vendetta per arrivare alle elezioni a febbraio prima ancora di avere la nuove legge elettorale è personalmente comprensibile ma istituzionalmente scellerato.
Mancando, allora, la soluzione politica ed essendo impensabile andare alle elezioni con questo governo e con questa legge elettorale, l’unica soluzione praticabile è quella del governo istituzionale. Intendendo per tale un governo incaricato di fare i passi necessari prima di portare il paese alle urne: una nuova legge elettorale, possibilmente valida per la Camera e per il Senato (nel secondo caso, con l’introduzione della dimensione regionale prevista nella Costituzione); una ragionevole sistemazione delle questioni urgenti, la legge di stabilità e così via. Quanto necessita per scavallare l’Ok Corral di febbraio ma non per arrivare alla scadenza del 2018; diciamo allora un ricorso alle urne nell’arco primavera-autunno del 2017 con un governo custode delle regole del gioco, ma non arbitro o giocatore in campo. (Quindi niente governo tecnico, alla Monti; e niente governo “balneare”, perché siamo in inverno e perché c’è troppo da “decantare”. e niente governo di larghe intese, perché questi si costruiscono ad urne chiuse e non ad urne lontane).
In quanto alla legge elettorale, l’unica possibilità di avere un testo condiviso e, soprattutto, un sistema duraturo nel tempo, è un passo indietro dei partiti. leggi la rinuncia reciproca alla pretesa, questa sì fuori dallo spirito della costituzione, formale o materiale che sia, di formularlo secondo il proprio interesse contingente. Tra l’altro, lo scandaloso, ripeto scandaloso voltafaccia grillino; che fa il paio con la conversione brusca del Pd al proporzionale con premio di coalizione. Ora, per nostra fortuna, le due sentenze della Corte, quella del 2014 sul Porcellum e quella del gennaio 2017 sull’Italicum possono offrirci l’impianto-base da cui partire.
E qui una valutazione spassionata della situazione che viviamo suggerirebbe due cose. La prima è di ridurre entro limiti ragionevoli il premio di maggioranza, in modo da evitare ad ogni costo che un partito conquisti, con il 30% dei voti, la maggioranza assoluta dei seggi. La seconda è di puntare sul correttivo a favore del partito e non della coalizione. E per ragioni, insieme, di etica e di opportunità politica. L’etica ci consiglierebbe di evitare, magari con precisi vincoli legislativi, la creazione di coalizioni (ricordo in proposito, incerto tra il riso e il pianto, la sorte miserrima di “Italia bene comune) non basate su chiare opzioni politico-programmatiche da presentare agli elettori. L’opportunità politica ci porterebbe di evitare al povero Pd, già disastrato e sbalestrato di suo, la drammatica necessità di scegliere tra Verdini e Fassina…

Ora una nuova legge elettorale

quirinaleRenzi ha deciso di chiedere la fiducia sulla legge di bilancio che domani verrà votata al Senato. Non è ancora chiaro se poi, una volta acquisita la fiducia, il governo si riterrà ugualmente dimissionario. Sarebbe una contraddizione istituzionale, giacché le dimissioni seguirebbero proprio un atto di consenso parlamentare. Eppure il presidente del Consiglio aveva annunciato la sua irrevocabile decisione di dimettersi dopo la sconfitta al referendum. A questo punto, e la direzione del Pd convocata anch’essa domani, se verrà confermata nonostante il voto di fiducia al Senato, servirà a dipanare la matassa. Restano sul campo due ipotesi, qualora Renzi, come sembra, confermi le sue irrevocabili dimissioni.
La prima è che Renzi resti in carica, sia pur dopo le dimissioni, per ordinaria amministrazione dopo che il Presidente della Repubblica abbia accertato l’impossibiltà di costituire un governo diverso e conseguentemente abbia deciso lo scioglimento delle Camere. In questo caso sarebbe impossibile per il Parlamento varare una legge elettorale se non nel tempo ristretto tra le dimissioni e lo scioglimento e ci si dovrebbe accontentare delle modifiche della Corte, ma si dovrebbe poi votare con il cosiddetto Consultellum al Senato. In una situazione di evidente contrasto elettorale.

La seconda ipotesi è che il Pd, dopo le dimissioni di Renzi, dia il via libera a un nuovo governo, può probabilmente di scopo che di legislatura, e in questo caso il Parlamento potrebbe varare una nuova legge elettorale e col consenso di Mattarella andare al voto a Primavera. Un governo istituzionale, presieduto da Grasso, è a questo proposito la soluzione più logica. Anche Renzi, oggi, in una dicchiarazione, non la esclude.

I socialisti, per bocca del segretario Nencini, hanno ribadito che senza una nuova legge elettorale non si può sciogliere le Camere e che il Pd dovrebbe presentare subito la proposta frutto del lavoro della sua commissione interna che ha lanciato la riforma dell’Italicum con il turno unico e le coalizioni. Inutile e paradossale attendere che il fronte del no avanzi la sua proposta di legge elettorale, vista l’estrema eterogeneità delle opinioni al riguardo. Tanto che i Cinque Stelle sono oggi, ed è comprensibile, i più strenui difensori dell’Italicum che vorrebbero trasferire anche al Senato. Il che risulta impossibile per la natura della legge del Senato, prevista in Costituzione con calcolo “su base regionale”. Il clima politico risulta denso di incognite. Nell’ordine esse riguardano: le decisioni della direzione del Pd, le dimissioni o meno di Renzi, la possibilità di formare un nuovo governo e la sua scadenza, la natura della riforma dell’Italicum.

Per i socialisti vi è un’ulteriore incognita e riguarda la sentenza sulla sospensiva dopo il ricorso di un gruppo sulla validità del congresso di Salerno. Oggi Bobo Craxi ipotizza in una dichiarazione pubblica una scelta di alleanze con i dissidenti del Pd e con Sinistra italiana. E questo difficilmente si può conciliare con un rientro nelle fila degli organi del Psi che hanno autonomamente scelto, già dal congresso di Venezia, una politica diversa. Anche la questione di un eventuale congresso va rapportata ai tempi di scioglimento delle Camere. Se saranno ravvicinate il vero congresso socialista saranno le elezioni. Intanto in casa socialista proseguono e si intensificano gli incontri con radicali, verdi, personalità del mondo riformista, per verificare la possibilità di una aggregazione politica.

Mauro Del Bue

IL REBUS

APERTURA-Governo-crisiRenzi ha deciso di chiedere la fiducia sulla legge di bilancio che domani verrà votata al Senato. Non è ancora chiaro se poi, una volta acquisita la fiducia, il governo si riterrà ugualmente dimissionario. Sarebbe una contraddizione istituzionale, giacché le dimissioni seguirebbero proprio un atto di consenso parlamentare. Eppure il presidente del Consiglio aveva annunciato la sua irrevocabile decisione di dimettersi dopo la sconfitta al referendum. A questo punto, e la direzione del Pd convocata anch’essa domani, se verrà confermata nonostante il voto di fiducia al Senato, servirà a dipanare la matassa. Restano sul campo due ipotesi, qualora Renzi, come sembra, confermi le sue irrevocabili dimissioni.
La prima è che Renzi resti in carica, sia pur dopo le dimissioni, per ordinaria amministrazione dopo che il Presidente della Repubblica abbia accertato l’impossibiltà di costituire un governo diverso e conseguentemente abbia deciso lo scioglimento delle Camere. In questo caso sarebbe impossibile per il Parlamento varare una legge elettorale se non nel tempo ristretto tra le dimissioni e lo scioglimento e ci si dovrebbe accontentare delle modifiche della Corte, ma si dovrebbe poi votare con il cosiddetto Consultellum al Senato. In una situazione di evidente contrasto elettorale.

La seconda ipotesi è che il Pd, dopo le dimissioni di Renzi, dia il via libera a un nuovo governo, può probabilmente di scopo che di legislatura, e in questo caso il Parlamento potrebbe varare una nuova legge elettorale e col consenso di Mattarella andare al voto a Primavera. Un governo istituzionale, presieduto da Grasso, è a questo proposito la soluzione più logica. Anche Renzi, oggi, in una dicchiarazione, non la esclude.

I socialisti, per bocca del segretario Nencini, hanno ribadito che senza una nuova legge elettorale non si può sciogliere le Camere e che il Pd dovrebbe presentare subito la proposta frutto del lavoro della sua commissione interna che ha lanciato la riforma dell’Italicum con il turno unico e le coalizioni. Inutile e paradossale attendere che il fronte del no avanzi la sua proposta di legge elettorale, vista l’estrema eterogeneità delle opinioni al riguardo. Tanto che i Cinque Stelle sono oggi, ed è comprensibile, i più strenui difensori dell’Italicum che vorrebbero trasferire anche al Senato. Il che risulta impossibile per la natura della legge del Senato, prevista in Costituzione con calcolo “su base regionale”. Il clima politico risulta denso di incognite. Nell’ordine esse riguardano: le decisioni della direzione del Pd, le dimissioni o meno di Renzi, la possibilità di formare un nuovo governo e la sua scadenza, la natura della riforma dell’Italicum.

Per i socialisti vi è un’ulteriore incognita e riguarda la sentenza sulla sospensiva dopo il ricorso di un gruppo sulla validità del congresso di Salerno. Oggi Bobo Craxi ipotizza in una dichiarazione pubblica una scelta di alleanze con i dissidenti del Pd e con Sinistra italiana. E questo difficilmente si può conciliare con un rientro nelle fila degli organi del Psi che hanno autonomamente scelto, già dal congresso di Venezia, una politica diversa. Anche la questione di un eventuale congresso va rapportata ai tempi di scioglimento delle Camere. Se saranno ravvicinate il vero congresso socialista saranno le elezioni. Intanto in casa socialista proseguono e si intensificano gli incontri con radicali, verdi, personalità del mondo riformista, per verificare la possibilità di una aggregazione politica.

Mauro Del Bue