Elezioni europee,
questione di democrazia

parlamento-europeo

Alle prossime elezioni europee voteremo, oltre che per il Parlamento, anche per il futuro Presidente della Commissione europea, una novità introdotta sommessamente già nelle elezioni nel 2014 ma di cui quasi nessuno si è era accorto, pur avendo i partiti europei anticipato la candidatura che avrebbero sostenuto per quella posizione. L’obiettivo era di avvicinare elettori ed elettrici alle istituzioni europee, nel tentativo di invertire il trend in discesa della partecipazione al voto.

Infatti, se la percentuale dei votanti aveva subito un leggero ma costante declino di elezione in elezione per quasi trent’anni, con il nuovo millennio il numero di elettori ed elettrici si è ridotto in modo preoccupante, per arrivare al 43% nel 2009. Nella settima elezione del Parlamento europeo non andò a votare soprattutto chi nel passato aveva votato per i partiti di sinistra, lanciando un messaggio che suonava più o meno così: il Parlamento europeo è una istituzione inutile e senza potere perché l’Unione è dominata da tecnocrati conservatori.

Il popolo della sinistra aveva perso la fiducia nell’Europa e Paul Rasmussen, allora leader del PSE, aveva così commentato l’esito delle elezioni europee del 2009: ha vinto il partito del sofà, di chi ha scelto di rimanere a casa anziché andare ai seggi.

Fu insieme una lezione dura da digerire ed uno scossone salutare.

Ci interrogammo per mesi noi socialisti europei per trovare la risposta alla richiesta di dare nuovo significato al voto. Bisognava “politicizzare” le elezioni europee ed europeizzarle: le elezioni fatte su liste nazionali con candidati tutti nazionali, spesso con campagne elettorali dominate da temi nazionali -ne è buon esempio il referendum sulla Brexit- “nazionalizzavano” le elezioni allontanandole sempre più da una visione europea che aveva ispirato il progetto nato a Ventotene per una Europa della pace, della solidarietà, della democrazia, dei diritti umani, cioè una Europa all’opposto di quella che predicano i sovranisti di oggi, come Salvini, Orban, Le Pen….

Pensammo fosse utile dare il senso di un impegno comune, con un programma unico e costruito insieme da tutti i partiti socialisti, socialdemocratici, laburisti dell’Unione, e con una campagna comune, identificabile come nostra in tutte le città dell’Unione; soprattutto ci impegnammo a scegliere e sostenere una candidatura socialista unica per la Presidenza della Commissione europea che, legittimata dal voto, avesse titolo per difendere il programma sul quale avevamo chiesto il voto.

Nel congresso del PSE di Praga del dicembre 2009 decidemmo per programma e campagna comuni per l’appuntamento elettorale del 2014 e per l’avvio di un percorso aperto, trasparente, soprattutto democratico per individuare il candidato o la candidata alla Presidenza della Commissione europea che rappresentasse il popolo socialista, socialdemocratico, laburista dell’intera Unione. Per il 2014 indicammo Martin Schulz; i Popolari europei indicarono Jean Claude Junker.

Una novità e insieme una sfida democratica perché per quasi 60 anni, fino al 2014, il Presidente della Commissione era stato scelto in una sorta di conclave tra Capi di Stato e di Governo, tenendo conto, ma senza nessun vincolo, dell’esito elettorale. In questo modo furono eletti i dodici presidenti della Commissione europea, che si succedettero dal 1957 al 2014, tra questi Jacques Delors e gli italiani Malfatti e Prodi.

L’elezione del 13° Presidente, Jean Claude Junker, fu diversa, grazie soprattutto all’iniziativa dei socialisti impegnati a contenere il “deficit democratico”: per la Presidenza doveva essere proposta la persona indicata come “Spitzenkandidat” cioè “candidato principale” dal partito europeo con il migliore risultato in termini di seggi al Parlamento. Fu così stabilito un legame tra la scelta del Presidente della Commissione e l’esito delle elezioni europee.

Le elezioni del 2019 saranno l’occasione per consolidare questa prassi condivisa da gran parte dei partiti e votata dal Parlamento europeo il 7 febbraio 2018, pur non essendo prevista dal Trattato di Lisbona. Con questa decisione il Parlamento si è impegnato a non considerare nessuna candidatura che non sia frutto di questo processo.

Alle elezioni del 26 maggio voteremo liste per il Parlamento europeo e candidato o candidata alla Presidenza della Commissione attraverso un processo democratico, trasparente e partecipato.

Per noi socialisti europei il processo si aprirà il 19 ottobre con la presentazione delle candidature avanzate dai partiti membri del PSE, cui seguirà una campagna elettorale veramente europea per la scelta del nostro candidato o candidata alla Presidenza della Commissione che si concluderà con il voto nella stessa giornata in tutta l’Unione. La data indicata dovrebbe essere il prossimo 1° dicembre.

Il nostro impegno comune è per una Unione europea che sostenga il principio della solidarietà contro gli egoismi nazionali, che contrapponga alla chiusura di porti e frontiere una gestione controllata e condivisa dei flussi migratori, che si dia una politica estera comune fondata sulla difesa dei diritti umani, che promuova i diritti delle donne e la democrazia paritaria, che contrapponga alla democrazia illiberale di Orban la democrazia partecipata che veda protagoniste in primis le giovani generazioni, insomma tutto il contrario di quello che i nuovi sovranisti alla Salvini stanno predicando e promuovendo. Noi li contrasteremo forti dei nostri valori e convinzioni.

Italiani, da euro-entusiasti a euro-scettici

europaPiù “eurofrustrati” che “eurofobi”, ma il progressivo “disincanto” degli italiani verso l’Unione europea – un “disinnamoramento” che di è consumato in 30 anni, dall’euro-entusiasmo del 1991 all’euroscetticismo più profondo del 2016, che ci posiziona dopo i cechi e vicino ai britannici – “preoccupa” l’Unione. Così come a preoccupare sono le elezioni del 4 marzo, col “grande punto interrogativo” sulle coalizioni che ne potranno emergere. A ricostruire le tappe dello strappo, è un rapporto condotto dall’Istituto Jacques Delors, il think thank presieduto da Enrico Letta, in partnership col Centro Kantar sul futuro dell’Europa, presentato oggi a Bruxelles.

Tra i fattori con cui il report spiega la parabola: la contrazione economica; la crisi migratoria legata ad un profondo senso di abbandono; e gli attacchi all’euro, assieme ad una delegittimazione delle istituzioni democratiche. Tuttavia, si spiega, “gli italiani non hanno rinunciato alla speranza di ritrovare un Europa protettrice”, ma per risalire la china, occorrerà una “sensibile ripresa economica”.

“L’euroscetticismo” costituisce “forse la chiave di questa campagna elettorale” oltre che “della società di oggi”. In questi termini l’ex presidente del Consiglio, Enrico Letta, ha risposto alla domanda su quanto il voto degli ‘euroscettici’ potrà incidere sull’esito delle elezioni del 4 marzo, a margine di una lezione alla prima giornata del FeltrinelliCamp, a Milano. Per Letta, occorre “comprendere le ragioni” dell’euroscetticismo “e mettere in campo anche delle soluzioni”. “Credo che sia un tema chiave – ha proseguito -. Se l’Italia è diventata come la Polonia o come la Gran Bretagna, bisogna interrogarsi seriamente e bisogna affrontare la questione” ha sottolineato l’ex premier. Durante la sua lezione, in inglese, davanti a una platea di cento ricercatori di diversi Paesi europei, Letta aveva sottolineato come “l’Europa è percepita oggi come un enorme problema. In Italia c’è un nuovo scetticismo. Da uno dei Paesi più a favore dell’Europa adesso nei sondaggi sull’ euroscetticismo si colloca tra la Repubblica Ceca e l’Olanda, e non così lontana dalla Gran Bretagna”.

Andare oltre gli steccati.
Il futuro dell’Europa nei progetti di Macron

macron 2Jürgen Habermas è tornato a parlare del problema del futuro dell’Europa, pubblicando un ampio articolo (“Si può ancora fare politica contro le false idee sull’Europa”), apparso su “Der Spiegel” il 21 ottobre scorso e su “la Repubblica” il 28 dello stesso mese. Nell’articolo, il filosofo tedesco lancia un appello perché le classi politiche europee salvino l’Unione, attraverso una sua profonda riforma, che sappia andare oltre gli “steccati” costruiti intorno all’immobilismo posto dalla Germania al funzionamento delle istituzioni comunitarie.

Per tutto il tempo in cui l’Europa ha subito gli effetti negativi della Grande Recessione – afferma il filosofo –, a Angela Merkel e Wofgang Schäuble “è sempre stato consentito di presentarsi, in stridente contrasto con i fatti, come veri ‘europei’”; ora il contrasto è stato messo ancor più in evidenza dal recente discorso che il presidente francese, Emmanuel Mcron, ha tenuto alla Sorbona il 26 settembre scorso, rivelando i piani che egli intende attuare per dare corpo ad una nuova idea di Europa.

Nel suo discorso, il neopresidente ha proposto la creazione di un’Europa sovrana e unita, fondata su una cooperazione dell’Eurozona, finalizzata a realizzare di un fondo unico per finanziare gli investimenti comuni e ad assicurare la stabilità nel fronteggiare gli shock economici, ad uniformare il mercato delle materie energetiche, ad introdurre una “Carbon Tax” europea per migliorare la tutela dell’ambiente, nonché ad attuare una politica comune su difesa, immigrazione, forze di polizia e sicurezza dei confini.

Di fronte al discorso di Macron, Habermas ha constatato che, quasi a sostegno e a giustificazione della politica europea della Germania e soprattutto di quella del suo ministro delle finanze, le grandi testate giornalistiche tedesche sono sembrate preoccupate, per la paura che gli intenti dichiarati da Macron sul futuro dell’Europa possano “aprire gli occhi” ai loro lettori. Alla luce dei risultati dell’ultima consultazione elettorale, che hanno ridimensionato le forze del partito della Merkel, il prossimo governo tedesco dovrebbe raccogliere la sfida lanciata da Macron; Habermas dubita che ciò possa accadere, per via della probabile propensione del futuro governo tedesco ad assumere, riguardo al futuro dell’Europa, la tradizionale “politica del rinvio”.

Eppure, afferma Habermas, forse con un’eccessiva apertura entusiastica verso i propositi del presidente francese, quasi mai “le contingenze storiche hanno creato una situazione così chiara come nel caso dell’ascesa al potere di questa personalità [quella di Emmanuel Macron] così fascinosa, forse irritante, ma in ogni caso fuori dal comune”. Tuttavia, in considerazione delle tradizionali posizioni politiche della Germania nei confronti dell’Europa e visti gli ultimi risultati delle elezioni politiche tedesche, Habermas ritiene obiettivamente improbabile che “il prossimo governo tedesco abbia la lungimiranza di trovare una risposta costruttiva” alle intenzioni rivelate di Macron.

Per il filosofo è difficile che il futuro governo tedesco di coalizione, segnato da conflitti interni, voglia rivedere le “due scelte strategiche imposte da Angela Merkel all’inizio della crisi finanziaria”: da un lato, l’approccio intergovernativo agli effetti della crisi, che ha assicurato alla Germania un ruolo-guida nel Consiglio europeo; dall’altro lato, la politica di austerità, che la Germania ha imposto ai Paesi del Sud dell’Europa, sui quali maggiori sono stati gli effetti negativi della crisi, dalla quale la stessa Germania ha tratto “vantaggi sproporzionati”. Inoltre, Habermas ritiene che la sfida del presidente francese non sia destinata a non essere accolta dal nuovo governo tedesco, anche per via del fatto che esso potrà addurre la scusa dell’indebolimento del principale partito nelle maggioranze che hanno espresso i passati governi della Merkel.

Queste considerazioni inducono il grande filosofo a chiedersi se la Merkel, “così accorta e coscienziosa, finora favorita dal successo ma anche riflessiva possa avere interesse a finire i sedici anni di cancellierato in questo modo inglorioso”, oppure sappia “mostrare una vera statura e saltare la propria ombra” a dispetto di tutti quelli che già stanno speculando sul suo tramonto. Lo scatto d’orgoglio dovrebbe essere consentito alla cancelliera dalla consapevolezza, della quale ella certamente dispone, che “l’unione monetaria è d’interesse vitale per la Germania e che, sul lungo periodo, essa non può essere stabilizzata finché si approfondiscono le forti differenze tra le divergenze economiche del Nord e del Sud dell’Europa in termini di reddito, tasso di disoccupazione e debito pubblico”; la Merkel è sicuramente anche consapevole, ricorda Habermas, che è possibile porre rimedio alla divergenza distruttiva, solo se “si crea una concorrenza davvero equa oltre le frontiere nazionali, e se si persegue una politica di contrasto alla crescente desolidarizzazione sia tra le popolazioni nazionali sia all’interno della varie nazioni”.

E’ questo che il presidente francese, nel suo discorso alla Sorbona, rivolgendosi alla classe politica tedesca, ha chiesto che sia realizzato, evocando il fatto, ricorda Habermas, che la sovranità delle singole nazioni, dalla quale sinora i singoli Paesi membri del progetto europeo non sono mai riusciti ad allontanarsi, non “può essere più garantita dallo Stato nazionale, ma solo dall’Europa”, e che soltanto con “la protezione e la forza dell’Europa unita i suoi cittadini possono difendere i propri interessi comuni e valori”; è a tal fine che Macron, nel suo discorso, ha invocato “la rifondazione di un’Europa capace di agire sia al proprio interno che verso l’esterno”, nella prospettiva di poter intervenire politicamente sui “problemi di una società mondiale che cresce sempre più interdipendente”, e di superare in questo modo i limiti del ceto funzionariale europeo, opportunisticamente ridotto alla politica del giorno per giorno.

Per realizzare un‘Europa unita, forte e indipendente, secondo Macron, occorre che i partiti socialdemocratici, pur propulsivi sui temi europei e molto aperti alla globalizzazione, cessino di essere poco critici riguardo ai danni sociali provocati dal capitalismo fuori da ogni forma di controllo politico; controllo che, oltre ad attenuare tali danni, avrebbe dovuto consentire “una necessaria regolazione internazionale dei mercati”. Inoltre, rompendo il tacito consenso delle classi politiche europee sulla conservazione dello status quo, Macron, secondo Habermas, col suo discorso, si sarebbe distinto dalle altre “figure europee”, per aver affermato che è giunto per i partiti il momento di cambiare linea, cessando “di evitare i temi europei nelle elezioni nazionali” e maturando il convincimento che all’Europa urge una profonda riforma dei Trattati.

Habermas ritiene che Macron avrebbe già interiorizzato; ne è prova il fatto – afferma il filosofo tedesco – che il presidente francese ha messo il problema della riforma europea al centro delle elezioni che lo hanno espresso, sostenendo che la riforma dovrà essere diretta “ad assicurare il difficile equilibrio tra la giustizia sociale e la produttività economica”. Pur non ritenendosi politicamente un “macroniano”, Habermas è del parere che il modo in cui Macron ha parlato dell’Europa faccia la “differenza”; ciò perché egli, pur mostrando rispetto e considerazione per i “padri fondatori”, che “hanno creato un’Europa senza popolazione perché allora erano esponenti di un’avanguardia illuminata”, lui Macron vuole fare adesso “di quel progetto elitario un progetto di cittadinanza”. Quindi, ai governi nazionali che siedono nel Consiglio europeo, bloccandosi a vicenda, egli “chiede che si compiano dei passi chiari verso l’autodeterminazione democratica dei cittadini europei”.

In tal modo, per il rinnovo delle istituzioni europee, Macron rivendica che i cittadini, non solo dispongano di un diritto di voto, ma pure che possano designare “candidati appartenenti a liste transnazionali”, attraverso la formazione di un sistema di partiti europeo; condizione, questa, a parere di Habermas, perché diventi possibile esprimere un Parlamento di Strasburgo che sia realmente il “luogo in cui gli interessi sociali possono essere generalizzati e valorizzati oltre i meri confini nazionali”.

Concludendo la sua analisi del discorso del neopresidente francese, Habermas sottolinea infine il fatto che Macron sappia “parlare”; con ciò, il filosofo non afferma che la “professione del politico” si misuri sulla base del talento oratorio, ma solo che la qualità e le modalità con cui il discorso è svolto “possono cambiare la percezione del politico nella sfera pubblica”. In un mondo, “dove l’assenza di forma dei talk show diventa il metro di riferimento per la complessità e lo spazio del pensiero politico pubblicamente ammesso”, Macron si distingue anche per lo stile dei suoi interventi.

L’entusiasmo di Habermas per il discorso che Macron ha tenuto alla Sorbona e per lo stile che lo ha caratterizzato, scegliendo anche un luogo che più appropriato non avrebbe potuto essere, riguardo al futuro dell’Europa, non può che essere condiviso; resta tuttavia il dubbio che i propositi di Macron siano destinati a cadere nel vuoto e che le giuste riflessioni di Habermas siano anch’esse destinate a non essere accolte positivamente sul piano politico. Le difficoltà con cui il discorso di Macron dovrà scontrarsi non si collocano solo dal lato del Paese, la Germania, che lo stesso Habermas ritiene decisivo, sol che lo voglia, per dare concreta attuazione alle proposte “macroniane”; esse si collocano, è plausibile supporlo, anche dal lato del Paese del quale Macron è al vertice delle istituzioni.

Per quanto riguarda la Germania, non si può trascurare la circostanza che Macron, divenuto presidente della Repubblica transalpina, dopo essersi dichiarato pronto a collaborare con Angela Merkel per portare avanti il miglioramento del funzionamento dell’eurozona con l’istituzione di un ministero delle finanze europeo, si trova ora a dover “fare i conti” con il risultato elettorale tedesco, che ha visto la crescita dei partiti antieuropeisti e il ridimensionamento della forza politica del partito della Merkel. Non solo, anche se il “campione ordoliberista”, Wolfgang Schauble, non sarà riconfermato nella sua carica di ministro delle finanze della Germania, per diventare presidente del Bundestag, Habermas informa che l’ex ministro avrebbe ideato per l’Eurogruppo “un programma fatto apposta per bloccare ogni compromesso col presidente francese”. “Sic stantibus rebus”, è fortemente improbabile che la Germania possa rappresentare un “utile sponda” per l’attuazione delle proposte del presidente francese.

Anche per quanto riguarda la Francia, non si può dimenticare che questo Paese, firmatario del Trattato di Roma, pur potendo vantare l’apporto di Jacques Delors alla firma del Trattato di Maastricht (che ha segnato uno “scatto in avanti” del processo di integrazione dell’Europa), ha condiviso l’atteggiamento verso l’Europa di Charles de Gaulle che, per dieci anni, ne ha ostacolato il governo; né si può dimenticare la bocciatura referendaria del progetto di Costituzione europea predisposta da un gruppo di lavoro presieduto dal francese Giscard d’Estaing; infine, non per spegnere l’entusiamo di Habermas per la personalità di Macron, non si può sottacere la circostanza che la sua elezione a presidente della Repubblica francese è stata il risultato, non di una scelta europeista dell’elettorato francese, ma di un voto composito, esercitato per esorcizzare il pericolo della vittoria della destra xenofoba e nazionalista.

In sostanza, le proposte di Macron sul futuro dell’Europa colgono sicuramente nel segno, così come lo coglie l’analisi di Habermas; le circostanze attuali e l’esperienza vissuta inducono però solo a sperare che le proposte del primo e le speranze del secondo abbiano la reale possibilità d’essere, rispettivamente, attuate e soddisfatte, come tutti gli europeisti si augurano.

Gianfranco Sabattini

L’incubo della realizzazione
del sogno europeo

euro-crack

I risultati elettorali verificatisi di recente in molti Paesi europei non “spengono le preoccupazioni di quanti credono nel possibile avanzamento del processo di integrazione dell’Europa. “Dopo anni di retorica europeista, la retorica antieuropeista, ancora più violenta, domina la scena”; così afferma Luigi Zingales, in “Europa o no. Sogno da realizzare o incubo da cui uscire”. Il libro, per quanto sia comparso in libreria qualche tempo fa, conserva ancora nelle argomentazioni di fondo la sua validità, alla luce delle situazioni politiche che si stanno profilando all’interno dei principali Paesi europei; situazioni che si preannunciano non certo favorevoli alle riforme dei Trattarti, che molti, ad iniziare da Emmanuel Macron, propongono, perché il processo di integrazione politica dell’Europa possa riprendere il cammino interrotto dalla Grande Recessione, dei cui effetti molti Paesi membri del progetto europeista, tra i quali l’Italia, stentano ancora a liberarsi.

Al centro delle proposte di riforma c’è il problema delle moneta unica, l’euro, i cui costi e benefici, per quanto difficili da valutare, per i Paesi che l’hanno adottato, afferma Zingales, sono stati diversi, a seconda delle situazioni in cui ogni Paese si è trovato, ma anche del modo in cui lo stesso si è avvalso dei benefici, quando questi si sono manifestati. Per capire dove stanno i motivi per cui l’euro è al centro delle apprensioni di molti, occorre – a parere di Zingales – avere presenti i processi politici che dai Trattati degli anni Cinquanta di Parigi e di Roma si è giunti sino a quello di Maastricht; al riguardo, Zingales ha l’intento di rimuovere l’”indifferenza e l’ignavia”, sempre presenti nel dibattito sull’euro; che si sia pro o contro la moneta unica europea, egli intende fornire “non solo validi argomenti a favore della propria posizione, ma soprattutto stimoli di riflessione”; ciò perché in ballo – egli afferma – c’è “più che un’idea: c’è il destino di un Paese e di un intero continente”.

Nei discorsi ufficiali, si sottolinea il fatto che l’idea di Europa sia nata per merito soprattutto di due politici francesi, Robert Schuman e Jean Monnet; entrambi motivati dalla necessità, dopo due guerre mondiali, di “eradicare per sempre la guerra dall’Europa”. Ispirata da questo sogno, la politica francese si è mossa inizialmente – afferma Zingales – “lungo tre direttive: la prima era quella di impedire un nuovo rafforzamento della Germania; la seconda era finalizzata a realizzare un’adeguata “equidistanza” tra Inghilterra e Stati Uniti d’America, da un lato, e l’Unione Sovietica, dall’altro; la terza direttiva aveva per scopo il rafforzamento economico e militare della Francia nei confronti della Germania.

La strategia politica fondata su queste tre direttive ha trovato un ostacolo pressoché insormontabile nel “radicalizzarsi della Guerra fredda”, che ha imposto obtorto collo il rafforzamento, quanto meno economico, della Germania, in considerazione anche della sua posizione strategica rispetto alla Cortina di ferro, che divideva gli schieramenti contrapposti: quello delle democrazie popolari dell’Europa orientale, egemonizzato dall’URSS e quello delle democrazie occidentali egemonizzato dagli USA. L’opposizione dell’America alla strategia diplomatica francese, ha indotto Monnet a cambiare la sua opposizione intransigente al ricupero economico della Germania in un “piano di collaborazione” tra tutti i Paesi occidentali, inclusa la stessa Germania. Da qui, secondo Zingales, è nata nel 1950 la proposta di Schuman di “creare una singola autorità […] per controllare la produzione del carbone e dell’acciaio in Francia e Germania”.

La proposta di Schuman è stata accolta immediatamente dalla Germania, che l’ha valutata come la via per riaccreditarsi a livello internazionale, tanto più che Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo accettavano anch’essi di aderire. Nel 1951, è stata, così creata la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA), che ha dato luogo alla creazione della Comunità Europea, prima, e all’Unione Europea, dopo. Ma i francesi, malgrado l’impegno profuso nella costituzione del nucleo originario del “progetto europeo”, la CECA, per ragioni politiche, ma soprattutto per timore della Germania, ne hanno boicottato – afferma Zingales – “ogni ulteriore sviluppo. Infatti, gia nel 1952, quando i sei Paesi, che avevano firmato il Trattato istitutivo della CECA, hanno firmato il Trattato istitutivo della Comunità Europea di Difesa (CED), che prevedeva tra l’altro anche l’istituzione di una comunità politica europea, il Parlamento francese non ha ratificato quel Trattato.

Tuttavia, osserva Zingales, per quanto “l’Unione Europea non abbia quelle nobili origini che oggi tutti vogliono attribuirle, nulla toglie al fatto che sia stata un’idea geniale”, che ha contribuito alla crescita economica e sociale dell’Europa; però, se non si hanno ben chiare le origini, non sempre collaborative, delle iniziative volte a realizzare l’integrazione europea, “diventa difficile comprenderne gli ulteriori sviluppo” e i dibattiti che di tempo in tempo si sono svolti. In particolare, diventa difficile rendersi conto del perché, nonostante il “ruolo fondamentale giocato dai politici francesi, come Monnet e Schuman prima e Jacques Delors poi, la Francia sia rimasta per lo più ambivalente di fronte al progetto di integrazione”: utilissimo in funzione antitedesca, ma valutato lesivo degli interessi nazionali quando il progetto richiedeva la condivisione del potere politico.

A parere di Zingales, dopo la mancata ratifica da parte del Parlamento francese del Trattato che prevedeva la realizzazione di una difesa comune, ma anche l’istituzione di una comunità politica europea, a rilanciare il progetto europeista è stato soprattutto Konrad Adenauer, il quale ha avuto l’intuizione di dargli un nuovo indirizzo rispetto a quello impressogli da Monnet. Il modello di quest’ultimo, che era valso a costituire la CECA, era fondato sull’istituzione di un’Autorità sopranazionale che controllasse la gestione di un comparto economico considerato strategico; il modello tedesco, invece, prevedeva la formazione di un’area di libero scambio, protetta da un un’unione doganale che avrebbe protetto le economie dei Paesi aderenti nei confronto della concorrenza dei Paesi terzi.

La Germania, secondo Zingales, avrebbe operato questa scelta “proprio per coinvolgere la Francia, riducendo il rischio di future tensioni tra i due Paesi”. Il risultato è stato la creazione del “Mercato Europeo Comune”, ma anche – chiosa Zingales – l’attuazione di “una politica agricola terribilmente protezionista”, che ha ritardato il miglioramento dell’efficienza di molte attività agricole. Tuttavia, sebbene la politica agricola europea non sia risultata ottimale, l’unione doganale ha impedito che i Paesi aderenti fossero vittime di tentazioni protezionistiche. Inoltre, dal punto di vista politico, il processo di integrazione realizzato con l’istituzione del mercato europeo comune è stato un’enorme successo, in quanto ha consentito all’Europa, non solo di vivere un lungo periodo senza guerre, ma anche di realizzare un progetto di stato di sicurezza sociale inclusivo, attraverso l’attuazione di un’estesa equità distributiva e, con questa, un sostanziale rafforzamento delle istituzioni democratiche.

Con gli anni Settanta e Ottanta, la crisi dei mercati energetici e di quelli monetari ha segnato il lento esaurirsi della capacità espansiva e propulsiva sul piano dell’integrazione del mercato unico, per cui una ripresa della crescita economica europea poteva avvenire solo attraverso una maggiore integrazione sul piano politico. A rilanciare il processo d’integrazione è stato il francese Jacques Delors, con la proposta di creare una moneta unica, l’euro, la cui attuazione e stata influenzata da “un’altra crisi franco-tedesca”, dovuta al crollo del Muro di Berlino e alla susseguente spinta a riunificare le due Germanie; un evento che – afferma Zingales – “avrebbe alterato mon solo la forza economica relativa di Francia e Germania, ma anche il loro peso politico [a favore della seconda] dentro e fuori la Comunità Europea”.

Se il processo di integrazione europeo è giudicato retrospettivamente sulla base dell’impatto che su di esso ha avuto il rapporto di natura “conflittuale” sempre intercorso, per ragioni storiche, tra Francia e Germania, si può constatare come l’incedere del processo sia avvenuto attraverso una strategia che ha assunto la denominazione di “funzionalismo”; questa strategia ha dato credito – sottolinea Zingales – alla teoria secondo la quale la creazione di istituzioni internazionali, relative ad alcuni aspetti della vita economica, “mette in moto una reazione a catena che produce ulteriori trasferimenti di funzioni [proprie degli Stati nazionali] alle istituzioni internazionali, fino a portare a una completa unione politica”. Per questa via, come pensava Monnet – ricorda Zingales – l’Europa non poteva che essere la risultante delle crisi che si fossero succedute nel tempo, per cui la realizzazione dell’integrazione europea non poteva che coincidere con la “somma delle soluzioni adottate” in occasione delle singole crisi.

Sulla base di questa teoria, a parere di Zingales, gli eurocrati, per lo più francesi, riluttanti all’idea di una reale integrazione politica del Vecchio Continente, si sono arrogati “il diritto di creare le condizioni” più rispondenti alla strategia che la classe politica del loro Paese ha ritenuto di volta in volta più appropriata sul piano dei rapporti con la Germania. E’ accaduto così che l’ideologia europeista degli eurocratti francesi abbia consolidato una strategia dell’integrazione ispirata ad una logica di tipo deduttivo; secondo tale logica, l’integrazione è stata costruita sulla base di postulati indimostrati, quali: l’”unione commerciale favorisce l’unità politica dell’Europa”, o l’”unione monetaria conduce direttamente all’unità politica”, e così via. Ciò ha portato a costruire l’Unione Europea in modo apodittico.

Zingales ritiene che un approccio empirico al processo di integrazione dell’Europa avrebbe consentito di legarlo a fatti, piuttosto che a postulati indimostrati; in tal modo, sarebbe stato possibile tener presente che l’esperienza indica che l’integrazione economica tende ad associarsi con la frammentazione e non con l’unione politica, e che le unioni monetarie seguono quelle politiche e non viceversa. Queste due tendenza si sono rivelate operanti, soprattutto in seguito allo scoppio nel 2007/2008 della Grande Recessione, con riferimento all’adozione dell’euro, intorno al quale in molti Paesi europei si è consolidata una dura contrapposizione politica tra coloro che hanno individuato nella moneta unica la causa degli effetti della crisi e coloro che, invece, vi hanno individuato uno strumento potenzialmente positivo, solo se esso fosse stato utilizzato in modo conveniente.

Uno dei benefici dell’euro – afferma Zingalea – è stato quello di “permettere ai capitali di muoversi liberamente tra i Paesi europei al fine di eliminare qualsiasi differenza nel costo del credito”. Di questo potenziale beneficio, l’Italia non ha saputo approfittare, in quanto non ha saputo utilizzare il risparmio in conto interessi sul debito pubblico per migliorare la produttività della propria base produttiva, non riuscendo in tal modo a stimolare la crescita e a migliorare il reddito degli italiani. Si è preferito, invece, imputare all’euro la responsabilità della mancata crescita e del mancato miglioramento del reddito, dando forza così all’idea di abbandonare la moneta unica e di cessare di fare affidamento sui vantaggi prospettati da un maggiore approfondimento dell’integrazione politica dell’Europa.

Zingales non condivide sia la prospettiva apocalittica di una fuoriuscita dall’euro, sia quella di rinunciare all’integrazione europea; l’Europa – egli sostiene – “è un mezzo, non un fine” e se il fine è la prosperità economica e la coesistenza pacifica, occorre allora che il processo di integrazione sia portato avanti secondo “una visione pragmatica, non fideistica”. Rispetto al passato, occorre avanzare sulla via dell’integrazione, procedendo secondo una visione dell’Unione alternativa a quella sin qui privilegiata e delegando all’Europa i compiti riguardo ai quali essa ha dimostrato di poter assicurare un vantaggio comparato. Tra questi compiti, vi è quello del “ruolo dell’Europa come faro di democrazia e rispetto dei diritti umani”, cui vanno aggiunti quello di garantire l’accesso ad un’economia di mercato affidabile, quello di realizzare consistenti economie di scala nella costruzione di un comune sistema di difesa e, infine, ma non ultimo, quello di organizzare su basi più efficienti la ricerca scientifica e il sistema universitario.

Riguardo all’euro, infine, Zingales ritiene che, sebbene esso possa avere acuito la recessione, non può essergli imputata la crisi dell’Italia, che è strutturale e si sta trascinando da anni; per questi motivi, essa non può essere risolta uscendo dall’euro. Ciò significa che finché la produttività del sistema economico dell’Italia non riprenderà a crescere, non sarà possibile competere in Europa e nel mondo; né sarà possibile sostenere il peso del debito pubblico, indipendentemente dal fatto che si resti nell’Eurozona o si decida di uscirne; infine, se la produttività mancherà di crescere, il futuro dell’Italia sarà molto instabile e problematico. Per tutte queste ragioni, il dibattito in corso nel Paese non dovrebbe concernere se uscire o restare nell’Eurozona, ma cosa occorre fare per migliorare la produttività.

Stando all’analisi complessiva che Zingales ha condotto, riguardo alle circostanze politiche che hanno favorito la nascita dell’idea di un’Europa unita, ma anche riguardo ai vantaggi che in generale l’approfondimento dell’integrazione ha offerto e può ancora offrire ai Paesi membri, può essere considerata incoraggiante l’apertura verso la ripresa del processo di unificazione politica che viene oggi dalle proposte formulate da Emmanuel Macron. Ironia della sorte, la ripresa del processo di integrazione, più che subire i condizionamenti provenienti dalla Francia, è oggi ostacolata dall’ideologia ordoliberista propria della cultura politica ed economica tedesca, denunciata recentemente anche dal filosofo Jürgen Habermas. Attualmente, perciò, si può solo sperare che la Germania cessi di comportarsi come potenza europea egemone, così come ha fatto negli ultimi dieci anni, per divenire, grazie alla sua forza economica, vero perno centrale della piena realizzazione del sogno europeista.

Gianfranco Sabattini

Pensioni. L’Inps chiarisce sulla possibilità di anticipare a 64 anni

Ultime novità

PENSIONI ANTICIPATE A 64 ANNI

Torniamo ad occuparci di un argomento già trattato nei nostri interventi in diverse occasioni, ovvero la possibilità prevista dalla Manovra Fornero di ottenere il pensionamento anticipato in deroga rispetto ai requisiti ordinari di quiescenza previsti all’interno della stessa legge. L’Inps ha infatti comunicato recentemente le proprie delucidazioni in relazione all’ambito di applicazione di tale disposizione attraverso il messaggio n. 2054, escludendo di fatto la possibilità di pensionamento a partire dai 64 anni per le lavoratrici con 15 anni di versamenti nate nel 1952. Vediamone meglio i dettagli nel nostro nuovo approfondimento. Partiamo dalle posizioni confermate dall’Istituto di previdenza. Infatti, secondo l’Inps potranno fruire della misura coloro che abbiano maturato al 31/12 del 2012 almeno 35 anni di versamenti, purché in possesso dei “requisiti per il trattamento pensionistico entro il 31 dicembre 2012 ai sensi della tabella B allegata alla legge 23 agosto 2004, n. 243”. Per tutti questi soggetti si conferma la possibilità di beneficiare del prepensionamento a partire dai 64 anni di età. Vi sono poi da considerare anche coloro che possono accedere alla pensione di vecchiaia a partire dalla stessa età, purché abbiano perfezionato almeno 20 anni di versamenti al 31/12 del 2012. Fin qui i requisiti per gli aventi titolo, che possono esercitare l’opzione di uscita prefigurata all’interno della Manovra.. Stante la situazione, l’Istituto di previdenza esclude però la possibilità di pensionamento con meno di 20 anni di anzianità assicurativa. Restano di conseguenza tagliate fuori dalla misura le cosiddette “quindicenni”. Vista l’eccezionalità della disposizione, si legge infatti nel messaggio, “non può trovare applicazione la deroga di cui all’art. 2, comma 3 del decreto legislativo n. 503/1992 che prevede, a determinate condizioni, il conseguimento del trattamento pensionistico di vecchiaia con una anzianità contributiva di 15 anni anziché 20”. La vicenda sembra quindi chiudersi definitivamente per le lavoratrici in questione, che dovranno attendere la data ordinaria di quiescenza stabilita dal legislatore.

Welfare

ILPOPULISMO DANNEGGIA ANCHE LO STATO SOCIALE

Se la metafora fosse quella della “pedalata” evocata da uno dei padri dell’Europa moderna come Jacques Delors («O pedali e vai avanti, oppure ti fermi e cadi»), allora bisognerebbe concludere che il faticoso processo di integrazione europea ha davanti a sé una salita degna delle Tre Cime di Lavaredo. La vittoria di Emmanuel Macron e la pronta reazione di Angela Merkel al vento protezionistico che spira oltreoceano sembrano poter rimettere in fila un percorso parso, fino alle elezioni francesi, a dir poco sfilacciato. Resta tuttavia la minaccia del terrorismo, l’emergenza delle migrazioni che alimenta populismi e sovranismi di varia natura.

Tito Boeri dedica al tema un libro, pubblicato da Laterza, dal titolo Populismi e stato sociale, e lo fa da studioso attento alle dinamiche sociali dei fenomeni economici, oltre che da presidente dell’Inps. «Il pericolo – scrive nella premessa – è la possibile affermazione di partiti che puntano a interrompere il processo di integrazione europea, a chiudere le frontiere agli immigrati, per meglio proteggere le persone più vulnerabili dalle sfide della globalizzazione. È un messaggio che mina alle basi il principio della libera circolazione dei lavoratori nella Ue su cui si fonda, a partire dal Trattato di Roma, il processo di integrazione politica ed economica europea”.

Se quest’ondata non si dovesse fermare, è come se si fosse tolta ai giovani quella che Boeri definisce la «migliore assicurazione sociale contro la disoccupazione di cui oggi possano disporre». Già perché se si minacciano le conquiste fin qui realizzate, a partire dalla fondamentale libertà di circolazione nello spazio comune europeo, tutto ciò si traduce in un implicito invito a trovare altrove, al di fuori dell’Europa, un’occupazione in grado di garantirsi un futuro. Da noi, negli ultimi sei anni, si è assistito a un vero e proprio esodo di giovani. E allora che fare? Intanto cominciamo a smontare le idee-forza su cui i populismi basano la loro capacità di attrazione. Boeri ne elenca alcune: mostriamo, noi europei testardamente convinti che non di meno Europa vi sia bisogno ma di più Europa, che tagliare le tasse e aumentare la spesa pubblica può ingenerare l’illusione che si aumenti il reddito disponibile. Ma nel medio periodo può produrre conseguenze ben più gravi. Se si aumenta la spesa pubblica ad libitum, e contemporaneamente si taglia la pressione fiscale, l’unica strada è aumentare il deficit. E la montagna del debito pubblico, per noi assai ingombrante (assorbe oltre il 130% del Pil), si trasferisce tout court sulle generazioni future. E ancora, sgombriamo il campo dall’illusione che chiudere le frontiere a persone e a prodotti provenienti da altri Paesi possa contribuire a proteggere le economie nazionali dalla concorrenza degli immigrati e dei Paesi a basso costo del lavoro.

Il problema – osserva Boeri – è che il protezionismo nel mercato del lavoro «è di breve respiro e può rivelarsi presto controproducente». Ecco il risvolto sociale della questione: se si afferma il principio che vede le società contrapporsi tra il popolo e l’élite corrotta, la conseguenza è l’eliminazione dei corpi intermedi. In gioco è il destino del welfare europeo. Boeri propone di monitorare la mobilità dei lavoratori nelle frontiere della Ue, per ridurre l’evasione contributiva e prevenire «potenziali abusi da parte dei lavoratori che si spostano da un Paese all’altro». Occorre «un codice di protezione sociale», che valga per tutti i Paesi della Ue. L’European Social Security Identification Number potrebbe consentire «la piena portabilità dei diritti sociali tra Paesi e un migliore monitoraggio dei flussi migratori nell’Unione, impedendo il welfare shopping”.

Terruzzi

NUOVO PRESIDENTE FONDO SANITA’

Carlo Maria Teruzzi è il nuovo presidente di FondoSanità, il fondo di previdenza complementare rivolto a medici, odontoiatri, infermieri, farmacisti e veterinari. Teruzzi, che sostituisce Franco Pagano, è un medico di medicina generale ed è il presidente dell’Ordine dei medici e odontoiatri della provincia di Monza Brianza. Nato a Sesto San Giovanni (Milano) 63 anni fa, si è laureato a Milano ed è specializzato in gastroenterologia ed endoscopia digestiva oltre che in Scienza dell’alimentazione con indirizzo dietetico. “Sono onorato della fiducia riposta nella mia persona e l’impegno che ci aspetta come Cda è stimolante e carico di aspettative”, ha dichiarato il presidente Carlo Maria Teruzzi. “Tutti, anche con l’assistenza e il supporto del direttore generale Ernesto Del Sordo, ci adopereremo, in maniera sempre più capillare e con rinnovato slancio e vigore, per migliorare -ha continuato- la diffusione e la conoscenza di FondoSanità e per accrescere la consapevolezza nei sanitari della necessità di dotarsi di un’ulteriore copertura previdenziale da affiancare a quella obbligatoria”.

La nomina di Teruzzi è arrivata ieri nel corso della prima riunione del nuovo Consiglio di amministrazione del fondo, eletto lo scorso 12 maggio dall’assemblea dei delegati di FondoSanità. Il Cda ha confermato come vicepresidente Alessandro Nobili, odontoiatra e attualmente vicepresidente dell’Ordine dei Medici e Odontoiatri di Bologna, mentre ha eletto segretario Claudio Capra, che esercita la professione di odontoiatra a Lugo, in provincia di Ravenna.

Gli altri membri del Cda sono: Luigi Daleffe, odontoiatra a Romano di Lombardia (Bergamo), che è stato riconfermato responsabile del Fondo; Luigi Tramonte, al primo mandato e medico di medicina generale a Palermo; Michele Campanaro, anche lui al primo mandato e medico di medicina generale della provincia di Matera; Giuseppe Nielfi, responsabile del servizio di Otorinolaringoiatria presso l’ospedale di Palazzolo (Bergamo) e presidente del sindacato Sumai; Sigismondo Rizzo, farmacista a Catenanuova (Enna); e Antonio Giuseppe Torzi, veterinario e direttore del dipartimento di prevenzione della Asl Lanciano Vasto Chieti. Presidente del collegio sindacale, i cui membri sono tutti iscritti all’albo dei Revisori, è il commercialista Nicola Lorito. Insieme a lui il collega Alessio Temperini e il consulente del lavoro Mauro Zanella. FondoSanità ha registrato negli ultimi anni un incremento dei propri iscritti superando la barra delle 5.500 posizioni, e l’ultimo bilancio approvato ha certificato un patrimonio di circa 150 milioni di euro.

Carlo Pareto

Emilio Colombo. Potenza ricorda il suo Presidente

emilio-colomboÈ online il teaser del documentario “Emilio Colombo. Memorie di un Presidente”, che sarà presentato a Potenza, in anteprima nazionale, lunedì 25 luglio, ore 18.30, presso il Teatro Stabile.

L’evento è organizzato dal CISST (Centro Internazionale per gli Studi Storici Sociali e dei Territori ) sezione del CGIAM (Centro di Geomorfologia Integrata per l’Area del Mediterraneo di Potenza) che ha interamente prodotto il documentario, firmato da Alessandra Peralta e Cleto Cifarelli, e che si fregia delle musiche composte dal Maestro Germano Mazzocchetti

Il documentario, frutto di una lunga e puntuale azione di ricerca, contiene testimonianze rilasciate dai principali protagonisti che hanno incrociato la sua storia, come Hans Dietrich Genscher, Mariotto Segni, Jacques Delors, Arnaldo Forlani, Antonio Fazio, Oscar Luigi Scalfaro, Maria Romana De Gasperi, Gianni Pittella, Gianfranco Ravasi, Giorgio Napolitano e Giampaolo D’Andrea. La produzione, frutto di sinergie virtuose tra professionalità e competenze diverse, rappresenta oggi un’importante fonte storiografica per lo studio della storia italiana ed europea del secondo dopoguerra.

Il Progetto «Emilio Colombo»

Fra il 2009 e il 2013, il Presidente Colombo ha condiviso con il CGIAM (Centro di Geomorfologia Integrata per l’Area del Mediterraneo di Potenza) il progetto di un lungo documentario sulla sua intensa e lunga esperienza politica. In oltre trenta ore di interviste, raccolte da Alessandra Peralta, egli ha ripercorso le tappe cruciali della sua vita, dall’infanzia alla presidenza del Parlamento europeo.

Programma

Apertura e benvenuto Dario De Luca, Sindaco di Potenza
Saluti Antonio Colangelo, Promotore del progetto (CGIAM)
Introduzione Giampaolo D’Andrea, Storico e Capo di Gabinetto MIBACT

Proiezione documentario
Emilio Colombo Memorie di un Presidente

Intervengono
Anna Colombo, sorella del Presidente Emilio Colombo
Marcello Pittella, Presidente della Regione Basilicata

Modera Donato Verrastro, Università di Salerno e componente CISST